Periodico d’informazione sulle attività culturali e ricreative
redatto dai Volontari dell’A.V.A. del C.D.A. di Varese.
Centro Polivalente Via Maspero, 20 – Varese; sito:www.avavarese.it
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Numero 273 novembre – dicembre 2015
Ciclostilato in proprio dal Servizio Sociale del Comune di Varese per uso interno.
1
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Copertina: Novembre 2014 – un anno fa alla Schiranna il lago era esondato.
Sommario
Redazione e Collaboratori
pag
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1
3
Editoriale
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3
Auguri di Natale dal Presidente ...................... Silvio Botter
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4
Com. A.V.A Natale, Capodanno Epifania in
A.V.A.
Liguria a Sanremo .........................................
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5
Com. A.V.A Caldo inverno a Sorrento ............
“
6
La voce ai lettori: Poesie di Chicca ..................... Nadia Cecconello
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7
La voce ai lettori: Dalla finestra vedo .............. Alba Rattaggi
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8
La voce ai lettori: Poesie di Carlotta ...................... Carlotta Fidanza Cavallasca
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8
La voce ai lettori: Poesie di Luigi Fortunato ............ A cura di Giuseppina Guidi Vallini
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9
La voce ai lettori: Gesù ...................................... Stefano Robertazzi
“
12
La voce ai lettori: Gita all’Eremo di S. Caterina Francesca Pili
“
12
La voce ai lettori: Poesie di Giuseppe Paganetti
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13
La voce ai lettori: Poesie di Luciano ................ Luciano Curagi
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14
La voce ai lettori: Poesie e riflessioni di Patrizia ... Patricia De Filippo
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15
La voce ai lettori: Lettera al figlio carabiniere
“
16
La voce ai lettori: Pensieri su cui meditare ....... Lucia Covino
“
16
La voce ai lettori: Poesie d Adriana ................. Adriana Poloni
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17
La voce ai lettori: Poesia sul Natale .................. A cura di Maria Luisa Henry
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18
La voce ai lettori: Riceviamo e pubblichiamo.
A cura di Ivan Paraluppi
“
19
La voce ai lettori: Riceviamo e pubblichiamo.
A cura di Giovanni Berengan
“
20
Copertina “Storie di casa nostra”
Mauro Vallini
“
21
Il medioevo delle Cattedrali (5^ parte) ................ A cura di Mauro Vallini
“
22
Santa Maria del Monte (1^ parte) ........................ Mauro Vallini
“
26
Storia di una cappella ......................................... Franco Pedroletti
“
31
Quei religiosi tesori del vecchio Borgo varesino
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33
Gli ospiti del Molina raccontano ........................... G. Guidi Vallini – Carlotta Cavallasca
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35
Trilogia dell’Altopiano ......................................... Laura Franzini
“
36
La prima stella alpina ......................................... Giovanni Berengan
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37
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38
Eventi storici: il dirigibile Italia .............................. Giuseppe Berengan
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40
Com’è cambiato il modo di vivere ....................... Franco Pedroletti
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41
La Bibbia – Antico testamento (16^ parte) .......... Giancarlo Campiglio
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43
La Naja alpina nella prima guerra mondiale
A.V.A.
A cura di Giuseppina Guidi Vallini
Francesca Pini
Franco Pedroletti
Franco Pedroletti
2
Strade e piazze di Varese? (11^ parete) ................ Mauro Vallini
“
47
Copertina “Saggi, pensieri e riflessioni”
Mauro Vallini
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51
Pensieri di Lidia ..................................................
Lidia Adelia Onorato
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52
Aspettando il Natale ...........................................
Maria Luisa Henry
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54
Troppo azzardo ..................................................
“
56
Forse è finita la stagione del consumismo ..............
Laura Franzini
Laura Franzini
“
57
Le prime volte ....................................................
Silvana Cola
“
58
La trasparenza .................................................... Giuseppina Guidi Vallini
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59
Popular canticum ...............................................
Ivan Paraluppi
“
60
Piccola storia tragicomica ....................................
“
61
Ayurveda ..........................................................
Ivan Paraluppi
Miranda Andreina
“
62
Il Papa comunista ...............................................
Ivan Paraluppi
“
63
Ricette di felicità: Soufflé del mio orto .................
Giuseppina Guidi Vallini
Mauro Vallini
“
64
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65
Poesie di Maria Luisa ………………………….. Maria Luisa Henry
Poesie di Lidia Adelia .......................................... Lidia Adelia Onorato
“
66
“
67
Poesie di Silvana ……………………................. Silvana Cola
Bambino Gesù asciuga ogni lacrima ................... A cura di Mauro Vallini
“
69
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70
“
71
Abies alba – Abete bianco .................................. Mauro Vallini
“
72
Uso dell’abete bianco in erboristeria .................... A cura di Mauro Vallini
“
74
Cibo è cultura ...................................................... Laura Franzini
“
75
Alcune erbe della salute ...................................... Giuseppina Guidi Vallini
“
76
“
77
Attività A.V.A. .Gara bocce Individuale maschile
A.V.A.
e femminile .........................................................
“
78
Attività C.D.I. Una giornata di festa al C.D.I.
Giuseppina Guidi Vallini
“
79
Attività C.D.I. Gruppo Teatri – AMO C.D.I. Varese Giuseppina Guidi Vallini
“
79
La Federazione AITA ........................................ Giuseppina Guidi Vallini
“
81
Musei di Villa Mirabello ..................................... A cura di Maria Luisa Henry
“
83
Museo Baroffio e del Santuario del Sacro
A cura di Maria Luisa Henry
Monte sopra Varese ...........................................
“
84
Una magnifica estate 2015 ................................ Laura Franzini
“
85
Divagazioni ......................................................... Giovanni Berengan
“
86
Lezione di politica economica .............................. Adriana Pierantoni
“
87
Frugando nei cassetti del passato ........................ G. Guidi Vallini – A. Pierantoni
“
90
Copertina “L’angolo della poesia”
Copertina “Gocce di scienze”
Copertina “Rubriche ed avvisi”
Mauro Vallini
Mauro Vallini
3
In ricordo di Alda ………………........................... Giuseppina Guidi Vallini
“
91
Aforismi ………………………………………… Giuseppina Guidi Vallini
“
92
Vocabolarietto ………………........................... G. Guidi Vallini – M. Vallini
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92
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Rosalia ALBANO
Giancarlo ELLI
Ivan PARALUPPI
Mauro VALLINI
Giampiero BROGGINI
Giuseppina GUIDI VALLINI
Franco PEDROLETTI
Silvana COLA
Maria Luisa HENRY
Adriana PIERANTONI
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Silvia BENNI DI PASQUALE
Carlotta CAVALLASCA
Luciano CURAGI
Giovanni LA PORTA
Alberto MEZZERA
Adriana PIERANTONI
Alba RATTAGGI
Giovanni BERENGAN
Nadia CECCONELLO
Patricia DE FILIPPO
Lisa MAGNABOSCO
Lidia Adelia ONORATO
Francesca PILI
Stefano ROBERTAZZI
Silvio BOTTER
Lucia COVINO
Laura FRANZINI
Luciana MALESANI
Giuseppe PAGANETTI
Adriana POLONI
Caterina TAGLIANI
EDITORIALE
Carissimi lettori, vorrei in questo mio editoriale, pubblicare il testo in italiano di una celebre canzone di John Lennon: Happy Christmas (felice Natale)
E
così è arrivato il Natale, e tu cosa hai fatto?
Un altro anno se n’è andato
e uno nuovo è appena iniziato.
E così è Natale,auguro a tutti di essere felici
alle persone vicine e a quelle care
ai vecchi ed ai giovani.
Buon Natale e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.
E così è Natale,per i deboli ed i forti, per i ricchi ed i poveri,
il mondo è così sbagliato.
E così è Natale, per i neri ed i bianchi, per i gialli ed i rossi,
smettiamola di combattere.
Buon Natale e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno senza timori né paure.
E così è Natale,con tutto quello che è successo.
Un altro anno se n’è andato e uno nuovo è appena iniziato.
E così è Natale,auguro a tutti di essere felici
alle persone vicine e a quelle care
ai vecchi ed ai giovani.
Buon Natale e felice anno nuovo.
Speriamo sia un buon anno
senza timori né paure.
La guerra è finita se tu lo vuoi
La guerra è finita, la guerra è finita, adesso.
4
Carissimi soci
le prossime festività si stanno
avvicinando molto velocemente, in
particolare il Santo Natale che è
uno dei momenti più suggestivi
dell’anno.
Sono questi momenti importanti, momenti che ci fanno meditare, che ci portano ad auspicare, a tutte le persone che vogliamo bene, gli auguri migliori.
Purtroppo mai come quest’anno rilevo una certa difficoltà ad esprimere l’augurio. Certo non mi mancano gli aggettivi per esprimere questo particolare auspicio ma sono portato a riflettere sul momento storico in cui viviamo. Momento in cui sembra che una parte della società abbia dimenticato
le regole base della comune convivenza: da una classe politica litigiosa, ai
mezzi di comunicazione, ai giovani in cui modelli di vita si rifanno a schemi
privi di contenuti, oppure forme di intolleranza prive di solidarietà.
Ecco perché le prossime festività mi portano a riflettere su quanto è accaduto e su quanto sta accadendo e a ripensare alle nostre azioni, a ciò
che abbiamo vissuto e, nel contempo, a condividere con altri la speranza,
perché il Natale è un momento di gioia, una testimonianza di amicizia, ma
anche tempo di riflessione e di responsabilità.
Il Natale ci richiama all’ascolto dei più bisognosi, dei più deboli, di coloro
cui non sono pienamente riconosciuti i diritti al lavoro, alla casa, alla salute e ci rimanda a un’idea di comunità vicina alla famiglia, amica dei suoi
vecchi e dei suoi giovani.
Il mio augurio è dunque che queste feste possano essere portatrici di affetti e di valori ritrovati, che il Natale doni momenti di pace e serenità
veramente a tutti, che queste festività siano capaci di rendere più fraterna e serena la nostra convivenza, ma soprattutto sia l’occasione per
guardarci dentro, per capire chi siamo davvero in fondo al cuore.
Buon Natale
Il Presidente A.V.A.
Botter Silvio
5
Comunicazioni dell’A.V.A.
NATALE CAPODANNO EPIFANIA IN LIGURIA
SANREMO
23 Dicembre – 6 Gennaio 2016
HOTEL EDEN
3 stelle
L’Hotel EDEN si trova a circa 200 metri dalla passeggiata a mare (Imperatrice) e dalle
spiagge. Il famoso Casinò si trova a soli 800 metri.
In posizione centrale con nelle immediate vicinanze farmacia, fermata bus, tabaccheria,
supermercato. Ampi spazi con sala lettura e sala da gioco.
Dispone di 70 camere, tutte ben arredate e dotate di telefono, tv color, asciugacapelli, minibar e cassaforte.
1° giorno:
LOCALITA' DI PARTENZA / SANREMO
In mattinata ritrovo dei partecipanti e partenza in autopullman per la Liguria.
Arrivo a SANREMO e sistemazione all'hotel EDEN.
Pranzo.
Pomeriggio a disposizione per un primo contatto con la famosa località ligure.
Cena e pernottamento.
dal 2° al 14° giorno:
SANREMO
Pensione completa.
Giornate a disposizione per il relax, attività balneari ed eventuali escursioni facoltative lungo la Riviera o nella vicina Costa Azzurra.
15° giorno:
SANREMO / RIENTRO
Prima colazione.
Mattinata a disposizione.
Pranzo. Nel pomeriggio rientro alla località di partenza.
QUOTA INDIVIDUALE DI PARTECIPAZIONE
Supplemento camera singola
Euro 750
Euro 190
Euro
2
Assicurazione annullamento viaggio causa malattia, facoltativa
LA QUOTA COMPRENDE:
 viaggio in autopullman andata e ritorno
 sistemazione in camere doppie con servizi
 cocktail di benvenuto
 pensione completa, dal pranzo del 1° giorno al pranzo dell’ultimo
 bevande ai pasti
 pranzo di Natale ed Epifania
 cenone di Capodanno con musica dal vivo con ¼ di spumante a persona
 festa dell’arrivederci
 polizza sanitaria
LA QUOTA NON COMPRENDE:
 servizio spiaggia
 extra di carattere personale e tutto quanto non espressamente indicato
Organizzazione Tecnica:
Personal Tour
P02.1
6
CALDO INVERNO
A SORRENTO
HOTEL PARCO del SOLE ****
V01__
HOTEL LA PACE *****
V02__
HOTEL ADMIRAL ****
V03__
2016
La destinazione sarà tra Parco del Sole, La Pace ed Hotel Admiral. Il socio potrà indicare l’albergo, ma sarà discrezione della Vesuvio Express confermare o meno.
In camera
doppia per
persona
Periodo
2016
24/02
10/03
25/03
30/03
–
–
–
–
09/03
24/03
29/03
13/04
€
€
€
€
530
530
295
570
In camera
singola per
persona
€
€
€
€
810
810
395
850
codice
.1
.2
.3
.4
PASQUA
Le prenotazioni si ricevono accompagnate da una caparra di € 200,00 per persona
La conferma di accettazione del soggiorno avverrà un mese prima della partenza
mentre la conferma dell’hotel prescelto avverrà 3 giorni prima della partenza
LE QUOTE COMPRENDONO



Viaggio andata e ritorno in Autobus Gran turismo
Pensione completa con bevande ai pasti (1/2 minerale + 1/4 vino)
dalla cena del 1°giorno alla prima colazione dell’ultimo giorno
Sistemazione in camere doppie con servizi privati
LE QUOTE NON COMPRENDONO






facchinaggio
extra di carattere personale
escursioni facoltative
accompagnatrice
gli ingressi ai musei
e quanto non espressamente indicato alla voce “LE QUOTE COMPRENDONO”
N.B. - i posti bus per il viaggio e per le escursioni NON SON PRENOTABILI
IL SALDO SI EFFETTUERÀ 35 GIORNI PRIMA DELLA PARTENZA
ORGANIZZAZIONE TECNICA:
Vesuvio Express
Cod. V__.__
PER PRENOTARE RIVOLGETEVI ALL’UFFICIO TURISMO A.V.A.
7
La voce ai lettori
Dalla finestra vedo
Alba Rattaggi
P
aesaggio opaco
sfumato.
Un sole malato
fatica a schiarire.
Sul piccolo colle
tra gli alberi stanchi
biancheggia una casa.
Il grande nocciolo
proprio qui
in primo piano
lentamente ingiallisce.
Nel silenzio assoluto
solo un passero triste
cinguetta sul ramo.
Dolcemente l’autunno
con sapiente maestria
incanta il mio cuore.
Poesie di Carlotta
C
Alla Schiranna verso sera
olline offuscate di nebbia
abbracciano stasera
il mio lago.
R
iflessi strani
di un sole pallido
rendono vive le acque.
U
na calma speciale
mi invade:
sono in armonia col creato.
8
Particella di infinito
Quando fuggendo
l’incalzare
dei giorni
mi ritrovo
in un’oasi
di silenzio,
riesploro
gli angoli
remoti
del cuore
dove si celano
sentimenti
profondi
e gli spazi
sconfinati
dell’anima,
dove si appaga
la mia ansia
di libertà.
Mondi diversi
in cui non esistono
frontiere
per una particella
di infinito.
Carlotta Fidanza Cavallasca
Poesie di Luigi Fortunato
Giuseppina Guidi Vallini
Siamo ormai vicini al Natale ed io ricordo che in tale occasione Luigi Fortunato, ospite del
CDI e nostro collaboratore, faceva pervenire in redazione alcune poesie assai delicate, dedicate a questa festa.
Da due anni, ormai, Luigi, che io ho conosciuto nel lontano 2000, non è più con noi. E’ stato
pubblicato dal Comune di Varese un suo opuscolo intitolato “Volo di parole” con un sottotitolo “Sei anni di poesie e umorismo, dedicato al CDI di via Maspero e contenente le sue poesie e le sue divagazioni. Ed è proprio da questo opuscolo che ho ritenuto giusto trarre alcune sue poesie.
Luigi era molto presente nella sua famiglia, amava molto suo figlio e suo nipotino ed è di
questi giorni la notizia che suo figlio non ha più desiderato vivere.
Caro Luigi, noi tutti della redazione ti abbiamo apprezzato per i contributi che tu ci hai
sempre dato e ti pensiamo in cielo a pregare per la famiglia di questo tuo figliolo che tu hai
seguito con tanto amore.
Ed ecco qui di seguito le poesie di Luigi.
9
Nonno
Su uno scoglio
in riva al mare
un uomo anziano
siede in disparte,
solo e dimenticato.
Il suo sguardo
segue il volo di un gabbiano
mentre il pensiero
vaga lontano.
All’improvviso
abbassa la testa
e scoppia in un pianto disperato,
il petto scosso da singhiozzi
dolorosi e convulsi,
il volto intriso di lacrime
al ricordo doloroso
di una persona amata.
Una leggera mano
di un bimbo lo tocca.
Perché piangi nonno?
Ora ci sono io
e sarai amico mio.
D
Emigrante
all’aria nostalgica che sogni sempre
le tue albe e i tuoi tramonti rallegrati,
abbiamo tutti altri modi possibili
ed ora questa terra
dove vivi e lavori è anche tua.
Oggi mi è venuta voglia
di asciugarti la fronte
e di abbracciarti forte,
per farti sentire che non c’è
divisione tra me e te,
in questo mondo, ruotando
nel vuoto che ci fu
affidato per vivere felici.
10
La poesia
Mi trovavo nella terza età
della mia vita.
Mi sentivo solo, triste,
afflitto, stanco e sfinito,
mi ero messo in cerca invano
di una compagnia
che mi ridonasse
l’amore per la vita.
La incontrai improvvisamente
sulla mia via
in un giorno di novembre.
Il suo volto mi era noto,
l’avevo conosciuta nel mio io,
poi era svanita nell’ignoto,
in seguito mi fece il dono
della sua compagnia,
Mi ero scordato il suo nome,
me lo disse in confidenza
era la signora Poesia.
B
Natale
ianche farfalle di neve
scendono svolazzando dal cielo,
nel turbinio di fiocchi bianchi.
Le campane delle chiese,
coi loro rintocchi,
chiamano i fedeli
alla messa di mezzanotte.
È la notte di Natale.
All’Oriente la cometa,
trascinando la sua lucente coda,
solca il cielo indicando
ai magi e ai pastori
la via della capanna,
culla del bambino Gesù.
Come sempre
gli uomini promettono
pace e amore fraterno
continuando il loro cammino
da sempre e sempre
verso l’eternità.
11
12
Gli uomini spesso vivono come se non dovessero morire mai e
muoiono come se non avessero mai vissuto.
Dalai Lama
13
Natale
N
Noon
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Giuseppe Ungaretti
14
Abete bianco
15
Buon Natale
Buon Natale
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16
Sezione “Storie di casa nostra”
Il medioevo delle cattedrali (5^parte)
Da “Il Medioevo delle cattedrali” – Frate Indovino. A cura di Mauro Vallini
Gli elementi strutturali di una cattedrale
Ambone
“Si dà a questo pulpito il nome … di ambone (ambo) da ambiendo
(circondare), visto che esso circonda come con una cintura chi vi
sale sopra” (Durand, I, 34).
N
elle chiese cristiane l’ambone è la struttura sopraelevata dalla quale vengono proclamate le letture. È una tribuna in
marmo, pietra o legno, chiusa da tre lati da un parapetto. In genere
gli amboni erano due, posti ai lati dell’altare per la lettura: quello di
destra, generalmente più piccolo, era detto dell’Epistola, quello di
sinistra era detto del Vangelo. Il termine ambone viene dal greco
ambon, che indica ogni superficie convessa, panciuta: di fatto, molti amboni presentano una convessità in corrispondenza del leggio.
Hanno accesso all’ambone i seguenti ministri: il lettore, che legge
passi dell’Antico Testamento e l’Epistola; il salmista, che canta le
strofe del salmo responsoriale; il diacono, che proclama il Vangelo.
Ad esempio amboni sono presenti nel Duomo di Piacenza, in S.
Marco a Venezia…
Pulpito
“Il pulpito posto nella chiesa è la vita degli uomini perfetti,
e lo si chiama così per intendere, in qualche maniera, un
pulpito pubblico o posto in luogo pubblico ed esposto agli
sguardi di tutti” (Durand)
I
l pulpito si differenzia dall’ambone perché è posto fuori
del presbiterio, nel cuore della navata maggiore e generalmente addossato ad un pilastro. Il termine deriva dal
latino pulpitum che significa impalcatura, e ciò per indicare una piattaforma rialzata. Il pulpito rispondeva alle esigenze di predicazione che si fecero sempre più imponenti
con l’avanzare del Medioevo, quando essa non era più
considerata un momento organico della celebrazione liturgica, bensì un momento di istruzione al popolo. Essendo destinato solo alla predicazione, il pulpito poteva addirittura essere all’esterno della chiesa come, ad esempio,
nel Duomo di Prato. Tra i più splendidi pulpiti interni alle
cattedrali basta ricordare quello di Giovanni Pisano nel
Duomo di Pisa e quello di Nicola Pisano nel Duomo di
Siena, mirabili esempi di scultura gotica italiana.
Pavimento e labirinti
“Il pavimento della chiesa rappresenta il fondamento della nostra fede. Nella chiesa spirituale, il pavimento rappresenta i poveri di Cristo, ossia i poveri di spirito che si umiliano in
ogni cosa; è per questo, a causa della loro umiltà, che sono assimilati al pavimento. Il pavimento che si calpesta rappresenta ancora il popolo, con il cui lavoro la Chiesa viene nutrita e sostenuta” (Durand, I, 28).
17
A
nche se in una chiesa il pavimento non
è il primo elemento che uno nota, esso è
comunque di fondamentale importanza. I morti sono stati a lungo seppelliti nelle chiese e
spesso i pavimenti includono tracce di tombe
o lastre tombali, e comunque anche essi venivano talvolta particolarmente curati in quanto considerati come “piani-terra” dell’universo
e per questo decorati con elementi metaforici.
In tal senso un esempio notevole è quello del
labirinto della cattedrale di Chartres. Il labirinto di Chartres, opera del XII secolo, è una figura geometrica circolare inscritta in larghezza sul pavimento della navata centrale. Rappresenta un percorso continuo lungo 261,5 m.
che va dall’esterno all’interno del cerchio, con
una successione di curve e archi di cerchio
concentrici.
Una delle sue particolarità è che i percorsi, sia dal centro che dal perimetro, presentano la
stessa successione di curve e archi. Alcuni pensano che il labirinto rappresenti un cammino simbolico che porta l’uomo dalla terra a Dio e il centro della figura rappresenta appunto
la città di Dio; altri ritengono che si tratti di un percorso che permette il cammino interiore
per giungere a Dio attraverso la preghiera, questa culmina proprio nella rosa a sei petali
che alcuni credono essere l’emblema della preghiera del Padre nostro. Il percorso del labirinto non consiste solo nell’andare verso il centro, ma anche a ripartire da lì. Il pellegrino
è invitato a seguire la linea tracciata davanti a lui, in modo da salire verso il coro della cattedrale, verso oriente, cioè la luce. I labirinti possono essere anche considerati una sorta
di pellegrinaggi simbolici tant’è che venivano anche chiamati “cammini di Gerusalemme”.
In Francia i labirinti furono particolarmente diffusi; celebri quelli delle cattedrali di Reims,
Sens, Arras, Amiens, Auxerre, alcuni dei quali scomparsi
Sepolture
N
el Medioevo tutte le sepolture avevano luogo nelle chiese
o in aree cimiteriali nelle immediate vicinanze di esse. Ma
il disporre di una tomba propria e talvolta perfino monumentale
era possibile solo per gli appartenenti ai ceti più agiati. Essere
sepolti poi addirittura in cattedrali con tanto di sepolcro, talvolta
sontuoso, questo era riservato a re, a papi, a prelati (cardinali,
vescovi…), a nobili e/o a ricchi borghesi. Si dovrebbero menzionare tutte le cattedrali perché ognuna ospita qualche illustre sepoltura, tuttavia alcune si distinguono per essere dei veri e propri
concentrati di sepolture di alto rango: Spira con i suoi imperatori;
Saint-Denis con i suoi re di Francia; Palermo con una varietà di
sovrani normanno, svevi e aragonesi; Granada con i “re cattolici”
(Ferdinando e Isabella); Napoli con i re angioini…
Cripta
“Le cripte, o volte sotterranee che si scavano in certe chiese, sono gli eremiti che conducono una vita più ritirata che gli altri uomini” (Durand, I, 19).
L
a cripta è uno spazio sotterraneo destinato alla sepoltura e con funzione di cappella.
In origine vi venivano sotterrati i corpi santi, pratica che divenne sempre meno co-
18
mune nel corso del XII secolo; ma non manca l’eccezione che conferma la regola: il corpo
di Thomas Becket giace nella cripta della cattedrale di Canterbury.
Celebri, tra le tante, sono le cripte della cattedrale di Chartres.
Architetti - mastri costruttori - maestranze varie
“L’architetto, poeta e capomastro, riassumeva nella sua persona la scultura che gli cesellava le facciate, la pittura che gli miniava le vetrate, la musica che metteva in moto le
campane” (Victor Hugo, Notre Dame de Paris, Libro V, cap. II)
C
ome i teologi edificano i fedeli, cioè la Chiesa riunita, gli architetti edificano la chiesa
di pietra. Architetti: dottori in pietra.
Dal XII secolo l’architetto comincia ad avere un ruolo rilevante come esperto della costruzione, ma
anche come organizzatore del lavoro, progettista, capomastro, uomo di polivalenti capacità; disegna la pianta, trova le soluzioni per l’elevazione, ne prevede le conseguenze, coordina il lavoro di
scultori, pittori, vetrai…
Tra i più antichi documentati, brilla la figura di Lanfranco (tra XI e XII secolo) “artefice” del duomo
di Modena.
Il mastro costruttore proveniva di solito dalle fila degli operai impegnati nel lavoro di costruzione;
egli stesso sapeva svolgere la maggior parte del lavoro, di cui conosceva a fondo non solo gli aspetti progettuali, ma anche i problemi tecnici implicati nella costruzione pratica; godeva del rispetto di tutti. Alcuni dei mastri costruttori erano così famosi ai loro tempi che i loro nomi venivano incisi su parti peculiari della cattedrale.
Villard de Honnecourt (XIII secolo) è stato un architetto francese, noto soprattutto per il Livre de
portraiture, una raccolta di disegni, corredati da annotazioni, fondamentale per la conoscenza
dell’architettura gotica. La precisione degli schemi, la qualità degli schizzi, la perfetta corrispondenza delle piante sono straordinarie.
La costruzione di una cattedrale era un’impresa tale che si protraeva nel tempo e vedeva quindi il
succedersi di più architetti. Un esempio per tutti è quello della cattedrale di Parigi: Jean de Chelles
vi fu attivo dal 1258 al 1265; a lui succedette Pierre de Montreuil, già architetto della SainteChapelle. Gli archi furono completati da Jean Ravy, che estese l’opera di rafforzamento all’intero
coro ed alle facciate laterali. Altri ancora vi lavorarono come Jean Ravhoey e Raymond du Temple.
In Italia è celebre Giovanni Pisano che fu capomastro del duomo di Siena dal 1285 al 1296; questi
raggiunse tale prestigio da ottenere vari riconoscimenti e benefici dalla cittadinanza senese, tra i
quali il condono di una pesante condanna; egli è celebre anche per la realizzazione del pulpito del
duomo di Pisa.
Noto è anche Lorenzo Maitani capomastro del duomo di Orvieto dal 1310 al 1330.
Non sempre i nomi degli architetti sono noti e celebri, talvolta rimangono ignoti. Curioso e simpatico è il caso di Venezia dove all’interno del grande arcone della porta centrale è rappresentato il
cosiddetto “architetto ignoto”. Egli è raffigurato nelle vesti di un saggio orientale con il turbante:
greci, infatti, erano gli architetti chiamati a costruire la Basilica dal doge Contarini. Esso appare
seduto per sottolinearne il livello di dignità, e porta anche una stampella, segno di infermità fisica.
In ciò è accomunato alla grande tradizione mitica greca e nordica che consentiva all’homo faber di
raggiungere altissimi livelli ma lo obbligava a pagarne in qualche modo lo scotto con l’infermità.
L’architetto è poi rappresentato nell’atto di mangiarsi un dito: la leggenda attribuisce questa espressione di disappunto alla punizione che il doge gli avrebbe dato dopo che, alle sue congratulazioni per la grande opera realizzata, l’architetto aveva risposto: “Avrei potuto farla meglio”; per
questo atto di orgoglio era stato punito.
Nel Medioevo la distinzione tra capomastro (“capo dei maestri”) ed architetto non era necessariamente così netta. Molte erano le maestranze impiegate per la realizzazione di un edificio così imponente come una cattedrale.
Maestranze varie
Calcinai: addetti alla preparazione della malta.
Carpentieri: responsabili di tutte le fasi che prevedevano l’impiego del legno (dalle cèntine alle
coperture e così via).
Fabbri: addetti alla fonditura ed alla forgiatura dei materiali in ferro.
Intonacatori: rivestivano le superfici dei muri con l’intonaco.
19
Imbianchini: stendevano sulle superfici intonacate uno strato di pittura bianca.
Muratori: addetti alla posa dei blocchi di pietra o dei mattoni.
Piastrellisti: detti pavimentari perché si occupavano della zona di calpestio.
Pittori: addetti alla realizzazione delle decorazioni all’interno degli edifici religiosi.
Portatori: addetti al trasporto dei vari materiali da una parte all’altra.
Scalpellini: addetti alla lavorazione delle pietre.
Vetrai:
Impegnati nel processo di edificazione erano anche i cavapietra, i sabbionieri, i fornaciai che
producevano la calce, i fabbricanti di tegole e mattoni, i carrettieri ecc.
Le maestranze erano retribuite secondo il loro grado di specializzazione ed il salario poteva comprendere o meno il pasto quotidiano.
In linea di massima i compensi non erano elevati e le condizioni di lavoro erano dure e soggette a
precarietà.
Tante cattedrali tante storie.
È
ovvio che le tante, infinite cattedrali d’Europa hanno ciascuna una propria storia;
nell’impossibilità di seguirle tutte, ci limitiamo a qualche significativo esempio. Un caso del
tutto particolare è quello della basilica di San Marco a Venezia, dove confluirono elementi romanici, bizantini e, successivamente, gotici. Sino alla caduta della Repubblica Serenissima è stata la
chiesa palatina dell’attiguo palazzo Ducale. Ha assunto il titolo di cattedrale a partire dal 1807,
quando fu qui trasferito dall’antica cattedrale di San Pietro di Castello. La chiesa fu edificata per
accogliere le reliquie di san Marco trafugate, secondo la tradizione, da Alessandria d’Egitto
nell’827. La basilica attuale risale ad una ricostruzione iniziata dal doge Domenico Contarini nel
1063. Essa fu ed è la concretizzazione identitaria della città, nel tempo sempre più autonoma, ricca e potente repubblica marinara
In quanto chiesa di Stato, la basilica era retta dal doge e non dipendeva dal patriarca, e ciò fino a
quando divenne ufficialmente cattedrale. La basilica-cattedrale si distingue anche per la sua simbologia numerica. Dio, la Trinità sono identificati con il numero tre o, geometricamente, con un triangolo. Il mondo, in antico, si identificava invece con il numero quattro, con i quattro punti cardinali. La figura che si racchiude in quattro punti è deformabile: si possono ottenere, infatti, un rettangolo, un rombo, un trapezio. E ciò che è deformabile è anche instabile, mentre il triangolo resta
sempre tale. La basilica di San Marco si identifica con il cinque, le cinque cupole. Quella centrale
è del Cristo storico. Esiste un significato simbolico di ciò: l’arrivo di Cristo “divinizza” il creato così
come la cupola centrale divide in quattro triangoli il quadrato dato dalle quattro cupole esterne. E
in questo modo anche il quadrato-creato diventa indeformabile. S. Giacomo di Compostela è un
caso tipico di cattedrale-santuario; una cattedrale fatta apposta per la custodia delle reliquie del
Santo e per accogliere pellegrini. Ad essa si accede attraverso il Portico del la Gloria capolavoro
della scultura romanica, costruito per volere di re Ferdinando II di León tra il 1168 e il 1188, ad
opera del Maestro Matteo. Tutto il portale — ispirato alle Sacre Scritture — trasmette con plastica
qualità rappresentativa il percorso che conduce l’uomo a partecipare della gloria di Cristo, rappresentato in Maestà nella lunetta, attorniato dai Quattro Evangelisti, con i popoli nello sfondo, e da
personaggi che mostrano gli strumenti della Passione. In tutto il complesso raffigurativo del Portico
si può leggere la storia dell’umanità, salvata da Cristo, articolata in quattro livelli. 1) Le basi delle
colonne descrivono il dramma dell’esistenza umana ricorrendo a simboli propri della cultura medievale che utilizzava raffigurazioni animalesche caricate di vari significati; 2) si vuole che le colonne rappresentino le vie che conducono l’uomo alla conoscenza del Mistero; 3) sono raffigurati
gli araldi e i messaggeri di Cristo, cioè profeti ed apostoli; 4) la vita eterna, cioè il regno di Cristo.
Un’altra cattedrale che fu ambita meta di pellegrinaggi è quella di Canterbury, prima cattedrale gotica d’Inghilterra. Colonia e Chartres sono tra l’altro celebri per la conservazione di reliquie peculiari: la prima conserva l’arca con i resti dei Re Magi portati da Milano dall’imperatore Federico Barbarossa; la seconda custodisce il velo della Vergine offerto nell’876 alla cattedrale dall’imperatore
Carlo il Calvo [cfr. Calendario dell’Avvento 2012]. La Spagna — che vide per lungo tempo la compresenza d e l l a religione mussulmana e di quella cristiana — presenta casi di trasformazione di
moschee in cattedrali come accadde
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Santa Maria del Monte
(1^ parte)
A cura di Mauro Vallini
Il Santuario di Santa Maria del Monte, visibile da
gran parte della provincia di Varese, è il riferimento spirituale dei varesini che nel passato vi
compivano pellegrinaggi annuali; nel Seicento
venne allestito il Sacro Monte, un cammino sacro
contornato da cappelle dedicate ai misteri del
Rosario.
S
La storia
fruttando l’elevata posizione è probabile che
già i Romani avessero eretto una torre
d’avvistamento che poteva far parte del sistema difensivo approntato in tarda età imperiale contro le
scorrerie dei Barbari.
è altrettanto probabile che il fortilizio di S. Maria venisse
occupato dai Longobardi.
La tradizione vuole che S. Ambrogio vi sconfiggesse gli
Ariani nel 389 e questa potrebbe essere un’indicazione
della presenza dei Longobardi che ancora nel VII secolo
erano ariani e che soprattutto nelle campagne lo rimasero a lungo..
Un’altra indicazione della presenza dei longobardi è la venerazione alla Madonna della Cintura, un
culto tipicamente longobardo.
Una pergamena del 974
cita per la prima volta la
chiesa di S. Maria, precisando la sua dipendenza
da S. Vittore di Varese e
un documento del 974
conferma l’esistenza del
castello “ecclesia S. Mariae sita castro Monte Vellate”
Il castello di S. Maria, ora
inglobato nel santuario e
nel borgo e non più visibile, assunse una notevole
importanza nelle lotte tra
impero e papato e di riflesso nel conflitto tra
l’antica nobiltà di origine franco – longobarda (filo imperiale) che si contrapponeva all’espansione
dell’Arcivescovo e del Comune di Milano. La rocca di S. Maria dipendeva formalmente
dall’arcivescovo che l’aveva subordinata a Varese, borgo commerciale e di antica ortodossia, per
controllarla meglio. Quando nel 1042 fu eletto arcivescovo Guido de Bianche da Velate (candidato
filo imperiale) e soprattutto gli successe Gotofredo Castiglioni che fu scacciato dal popolo milanese, la rocca di S. Maria divenne il fulcro dell’opposizione a Milano.
Ancora una volta la rocca si consegnò alle truppe di Federico Barbarossa, scatenando le ire
dell’arcivescovo che rifiutò di riconoscere il privilegio che il prevosto di S. Maria venisse eletto tra il
clero varesino.
21
È possibile che dopo l’avvento al potere della famiglia Visconti a Milano, il castello di S. Maria abbia cominciato a perdere la sua importanza strategica o sia stato addirittura smantellato in ossequio alla politica viscontea di privare gli eventuali oppositori dei fortilizi dove arroccarsi.
Nel secolo XV S. Maria viene descritta come un luogo selvaggio dove venivano a rifugiarsi le romite in cerca di vita solitaria e di penitenza.
Fu quindi in questo contesto che, verso la metà del XV secolo, giunse Caterina da Pallanza alla
quale si unirono altre pie donne, tra le quali, da Busto Arsizio, Giuliana da Verghera. Furono queste le prime monache alle quali, nel 1474, il Papa Sisto IV concesse di fondare un convento secondo la regola delle agostiniane.
Intorno al 1472 i lavori per ampliare la chiesa, inadeguata alla
crescente fama della venerata
Madonna Nera che richiamava
numerosi pellegrini da tutta la
regione: Galeazzo Maria Sforza
diede l’incarico a Bartolomeo
Gadio di Cremona al quale si
unì dal 1473 Benedetto Ferrini,
già al servizio degli Sforza dal
1453.
Nel 1502 la chiesa di S. Maria
perse la sua autonomia e venne
annessa al monastero delle agostiniane. Nel corso del ‘500 la
devozione alla Madonna Nera
continuò a crescere e i pellegrini salivano al Santuario affrontando uno scomodo sentiero. Fu così
che dal 1570 si cominciò a pensare di realizzare una salita più agevole e poi addirittura un Sacro
Monte, come quello di Varallo e di Orta, cioè un luogo ove si potesse esprimere la devozione ai
quindici misteri del Rosario, in pieno spirito controriformistico e come baluardo contro i vicini Protestanti d’oltral-pe.
Prese l’iniziativa il
padre cappuccino
Giovanni Battista
A-guggiari, appoggiato dalla badessa del convento
Tecla Maria Cid,
parente di Francesco Cid, alto funzionario spagnolo
vicino a Filippo III.
Fu così che il 25
marzo 1605 venne
posta la prima pietra. Il progetto e la
direzione di lavori
furono affidati all’architetto varesino Giuseppe Bernasconi.
Nel 1680 l’opera poteva dirsi conclusa, anche se la decorazione delle cappelle proseguì per tutto il
Settecento ad opera dei maggiori artisti lombardi dell’epoca.
22
La visita
La strada da Varese si inerpica per un pendio cosparso
di ville e villette finché non compare il grande arco
d’ingresso al viale.
Sulla sinistra si trova la chiesa dell’Immacolata Concezione eretta tra il 1604 e il 1609 su progetto del
BERNASCONI.
Preceduta da pronao nel cui timpano è la lapide con la
dedica alla Madonna e la data di consacrazione, la
chiesa ha pianta quadrata ed è sormontata da un tiburio circolare coronato da lanternino cieco, cioè senza
finestre. All’interno vi è la statua in cotto dipinto dell’Immacolata Concezione, circondata da due emicicli di
angeli affrescati (1624) dai fratelli LAMPUGNANO di Legnano. Nelle otto nicchie delle pareti si trovano le statue in terracotta dei dottori della Chiesa, opera di Francesco SILVA, che lavorò alla Fabbrica del Rosario dal
1617 al 1641.
Si giunge quindi
al primo arco da
dove inizia la Via
Sacra.
Questo monumentale arco reca sulla sommità la statua della Madonna e ai lati le statue dei Santi Domenico e Francesco, eseguite da Giuseppe ROSNATI nel 1687. Nella tabella
di coronamento si legge “transite ad me”.
Il percorso si estende per 2,2 km partendo da 585 m della
prima cappella sino agli 880 m del Santuario.
Sul percorso vi sono quattordici cappelle e la quindicesima
è il Santuario stesso. Tutte celebrano i quindici misteri del
Rosario.
Le cappelle furono sottoposte ad un discutibile restauro nel
1926 ad opera del pittore POLONI e solo un recente intervento (1991) ha consentito di ripristinare gli affreschi in modo più aderente agli originari.
Oltre all’arco sopra descritto, un secondo divide
tra le prime cinque cappelle dedicate ai misteri gaudiosi dalle
seconde cinque dedicate ai misteri dolorosi e un terzo arco divide queste ultime dalle altre dedicate ai misteri gloriosi.
La strada è costituita da una larga carreggiata ciottolata e fiancheggiata da muretti che si inerpica sulla costa della montagna,
con slarghi meditativi che offrono vasti panorami sul lago di Varese e le colline sottostanti.
Superato l’arco, si incontra, sulla sinistra, la
Fontana della Samaritana, la prima delle fonti dove il pellegrino poteva dissetarsi.
Qui sgorga l’acqua che giunge da lontano, attraverso tubature in cotto che furono commissionate ad un certo Mastro BERNASCONI di Riva San Vitale. La fontana è così
chiamata per l’affresco, forse del LAMPUGNANI, raffigurante
la Samaritana che disseta Gesù. Sulla destra è invece ritratto Padre AGUGGIARI, il promotore del Sacro Monte.
Oggi, a causa dell’inquinamento della falda freatica, l’acqua della fontana non è potabile.
23
Di fronte alla fontana sorge la prima cappella, dedicata all’Annunciazione.
Iniziata nel 1605 e consacrata nel 1609, è una delle più belle e
curate cappelle della Via Sacra. Riproduce un tempio classico di
stile ionico mentre la cella rappresenta la casa di Loreto della
Madonna.
All’interno è rappresentata la scena dell’Annunciazione. Le statue della Madonna e dell’Arcangelo Raffaele sono opera (1610)
di Domenico PRESTINARI e furono donate dai cittadini di Orta,
ove sorge un altro Sacro Monte.
Proseguendo per il viale pavimentato dal bel ciottolato
che ha resistito egregiamente per cinque secoli, si giunge in breve alla seconda
cappella, dedicata alla Visitazione. È questa l’unica
cappella senza pronao, forse perché mancava lo spazio dove
costruirlo. L’edificio ha ancora forme classicheggianti, con eleganti colonne ioniche sulla facciata e paraste sempre ioniche
sui lati. Sulla parete verso meridione si trova una meridiana.
All’interno è rappresentata la
scena della visita della Madonna ad Elisabetta che era in
attesa del futuro Battista.
Le statue in terracotta dipinta
sono di Paolo MORBIO mentre
gli affreschi furono eseguiti nel
1624 da Giovan Paolo GHIANDA che frequentò la bottega del MORAZZONE.
La terza cappella dedicata alla Natività, si riconosce per il discutibile affresco della Fuga in Egitto dipinto nel 1983 da Renato
GOTTUSO al posto di un affresco irrimediabilmente rovinato del NUVOLONE. L’edificio è in stile ionico.
All’esterno si notano
la statua di San Giovanni Battista, opera
del ticinese Martino
RETTI e a destra quella di San Luca, realizzata da Martino SALA.
Il grande finestrone è
protetto da una griglia
in ferro battuto sopra
la quale vi è una lunetta affrescata dal NUVOLONE. All’interno è rappresentata la scena
della Natività di Gesù.
Le statue in cotto sono
di Martino RETTI. Gli
affreschi alle pareti furono eseguiti nel 1658
del NUVOLONE mentre
gli affreschi della cupola sono di autore anonimo.
La quarta cappella è dedicata alla presentazione di Gesù al tempio.
24
Di articolate ed eleganti forme,
questa cappella, eretta tra il 1617
ed il 1621) è circondata da un porticato anulare dal quale si godeva
una splendida vista, ora impedita
dall’alta vegetazione. Nel passato,
il Sacro Monte era meno soffocato
dalle piante e si poteva riconoscere da lontano l’andamento del viale
e le cappelle che culminavano con
il Santuario, costituendo una presenza visibile alla devozione mariana.
Sul timpano dell’arco centrale
spicca lo stemma degli Omodei,
patroni della cappella.
All’interno, le statue sono del ticinese Francesco SILVA DA MORBIO
che le eseguì nel 1617.
Gli affreschi (1661) del pittore milanese Giovanni GHISOLFI cercano di creare un’illusoria e più vasta prospettiva del tempio dove si svolge la scena.
La quinta cappella, dedicata alla disputa di Gesù con i sacerdoti della sinagoga, fu iniziata nel
1607 e terminata nel 1623.
Si distingue per le sue complesse forme che appaiono ancora
più imponenti per chi sale verso
il Santuario.
La bella facciata, preceduta da
un classico pronao a colonne e
pilastri ionici, è chiusa da una
lunetta recante la cartella con la
dedicazione, mentre, più in alto,
appare il circolare tiburio.
Le statue sono opera di Francesco SILVA ma furono dipinte dal
Nuvolone nel 1651, al quale si
devono gli affreschi realizzati entro le belle architetture prospettiche di Francesco VILLA.
Continuando la
salita, si giunge
al secondo arco che introduce alle cinque
cappelle
che
celebrano i misteri dolorosi;
eretto tra il
1620 ed il 1654.
fu dedicato a
San Carlo la cui
statua (opera di
Carlo Antonio
Buono) fu posta
in cima al timpano. Sulla destra si trova la seconda fontana (1654)
Tratto da “la Provincia di Varese – Arte Turismo Natura” di Stefano Bianchi
Macchione editore 1997
25
Quei religiosi tesori del vecchio
“Borgo Varesino”.
P
Franco Pedroletti
asseggiando per il centro cittadino, per la precisione in quel nucleo che anticamente
ne componeva il “Borgo”, ho notato particolari che mi hanno incuriosito; sono andato
pertanto oltre nell’indagare e fare ricerche scoprendo quante interessanti opere d’arte religiose dedicate al culto Varese abbia posseduto e, alcune, ancor oggi possiede, a smentita
di coloro che sostengono che la città ben poco abbia di storico.
Causa il passar dei secoli e le disattenzioni degli uomini molto, infatti, è andato perduto
ma tracce ancor esistono a dimostrazione di una storia che è notevole.
Bello è stato quindi il conoscere, oltre alla centrale Basilica di San Vittore, quali nei secoli
passati siano state le altre chiese che, per le loro ridotte dimensioni venivano chiamate
“Oratori”. Purtroppo, del lungo elenco, poche sono le sopravvissute causa soppressioni
napoleoniche e asburgiche nonché di modifiche dell’assetto edilizio dell’antico “Borgo”
prima e della città poi.
Quattro son quindi le rimaste:
quella di San Martino (risalente
al 1600), di San Giuseppe
(sorta nel 1504), di Sant’ Antonio (del tardo ‘400) e infine di
Santa Marta (l’attuale Battistero) la più antica del XII-XIII secolo.
Localizzando le scomparse, si
può partire da quella che è oggi la Via Vetera, lì esisteva la
piccola chiesa di St. Maria Assunta (risalente al 1200 e già
facente parte di un vecchio
convento denominato degli
“Umiliati”, all’oggi ne rimangono sol alcuni elementi incorporati
in case di abitazione. Da Via Vetera, verso Via Dandolo ecco che
lì pur esisteva quella di San Carlo
(costruita alla fine del 1700 a ricordo e devozione del Santo che
per tre volte ebbe a visitare il
Borgo). Evidenti tracce son contenute all’oggi in case di abitazione. Poco lontano, nell’attuale
Piazza Carducci, in un luogo di
culto denominato “Casa dei Frati
Gesuiti”; tal sito conteneva una
chiesetta detta di “ognissanti” i
cui resti ancora esistono in strutture abitate, significativo ne è
l’esistete porticato con colonne.
Nei pressi, in Corso Matteotti, di quel che era il grandioso convento delle monache benedettine di S:Antonino (1585) ne rimangono il magnifico chiostro e il decorato refettorio
26
(oggi Sala Veratti), nel mentre le due chiese che di esso convento facevano parte son state modificate in negozi e proprio in questi ultimi evidenti ne sono tuttora le antiche tracce.
Più avanti, sempre in Corso Matteotti, confinante con la retrostante Via Albuzzi, trovavasi
la super decorata chiesa di San Rocco (risalente al 1500) protettore degli appestati. Alla
sua soppressione, pregevoli dipinti, stucchi e affreschi, asportati, finirono in diversi luoghi,
per lo più in case di facoltosi borghesi. Ben visibile ne rimane la sola struttura dell’antica
abside il cui retro si affaccia appunto verso Via Albuzzi; a lato di detta abside ancor oggi
se ne può notare la porta laterale che fungeva da ingresso secondario, ornata da artistiche figure di putti sorridenti, il rimanente è in luoghi d’abitazione.
Passando a quella che è l’attuale Piazza Giovane Italia, nell’edificio di quel che era il vecchio ospedale, più precisamente nell’angolo che dà in Via Donizetti, sorgeva la chiesetta
di San Giovanni Evangelista, scomparsa, come invece modificata ne è la poco distante altrettanto piccola chiesa di San Lorenzo, eretta verso la metà del 1400, ai tempi luogo di
sepoltura dei deceduti nel vicino ospedale. Chiesa all’inizio del 1800 sconsacrata e in parte demolita per far posto alla prima scuola pubblica maschile del Borgo indi trasformata in
abitazioni. Di essa rimane una parte posta sul lato ovest, ristrutturata.
In piazza San Vittore, nelle vicinanze della Basilica, nell’edificio che fa angolo con Via Al
buzzi, esisteva la chiesa detta di San Domenico (anno di costruzione 1652), importante ne
è tuttora il colonnato inglobato all’interno di negozi, unica fra le piccole chiese oratoriali a
possedere un piccolo campanile recentemente demolito a seguito di ristrutturazione
dell’edificio. Proseguendo, in quel che oggi appare la Via Marconi, in una piccola piazzetta
(scomparsa) si trovava la chiesa-oratorio di San Cristoforo di data imprecisata.
Queste le chiese-oratoriali poste nel “Borgo” per lo più affidate a “Confraternite”, non più
esistenti, nel mentre per le altre quattro chiese tuttora aperte al culto interessanti ne sono i
particolari: Chiesa di San Martino, la stessa già faceva parte di un complesso conventuale
(soppresso) detto delle “Umiliate di Santa Caterina”.
Chiesa di Santa Marta (poi Battistero di S:Giovanni Battista), ove tradizione narra che tal
edificio fu eretto tra il XII e il XIII secolo per volere della regina longobarda Teodolinda e
del marito Agilulfo.
Chiesa di San Giuseppe, splendido gioiello del centro cittadino munito di pregevoli opere, nonché alla
Motta chiesa di St. Antonio, protettore degli animali,
famosa per il tipico falò ben augurante che si tiene
la vigilia di ogni 17 gennaio. – Va inoltre detto che
all’esterno del “Borgo” sorgevano altri complessi religiosi di notevole entità quali: il convento francescano “San Francesco” a Biumo (sorto intorno al
1224); dei “Riformati dell’Annunciata” ad ovest sulla
strada milanese (1468); dei “Cappuccini” a Casbeno (1562); e dei “Benedettini” a nord (1244); a questi si aggiunsero quelli dei “Gerolimini (1734) e dei
“Gesuiti” (1737) ad ovest.
Superstiti ne sono in parte quello di S. Francesco a
Biumo trasformato in residenza signorile e dei Cappuccini a Casbeno entrato a far parte di un complesso scolastico.
Una lunga storia di artistici edifici e religiose tradizioni che la città possiede e che meriterebbero una
approfondita descrizione a memoria e conoscenza
di chi nella città vive.
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Gli ospiti della Fondazione Molina raccontano.
C
Giuseppina Guidi Vallini
ome già promesso nel precedente numero del periodico “La Voce”, la Fondazione
Molina ci ha fatto pervenire il racconto “sono un radio amatore” narrato da Gabriele Santini durante l’attività di animazione “letterulando”.
Rngraziamo la Fondazione Molina per la collaborazione e introduciamo qui di seguito il
racconto di Gabriele SANTINI.
A
Sono un radioamatore
lcuni anni fa un amico di famiglia ebbe un grave incidente stradale e fu ricoverato
all’Ospedale di Circolo. Non avendo nessuno che potesse assisterlo, mio padre si
occupò di lui e lo aiutò in tutti i modi.
Quando guarì, Alberto, non sapendo come sdebitarsi per i molti favori ricevuti, mi chiese
se mi sarebbe piaciuto fare il radioamatore e, visto il mio immediato entusiasmo, mi regalò
una prima attrezzatura completa: radio ricetrasmittente, microfono, cuffia e antenna.
Ma questo non bastava, dovetti studiare molto per fare un esame di teoria a Milano e, dopo averlo superato, potei fare la domanda al Ministero. Non vi so dire la mia gioia, quando
ottenni la licenza e diventai radioamatore! Ero felice: poter comunicare con tutto il mondo
mi dava un gran senso di libertà e ampliava i miei orizzonti! Era emozionante parlare con
persone lontane ed essere di aiuto in molti casi.
Ricordo una sera particolare: ricevetti da un altro radioamatore, che aveva le batterie della
sua attrezzatura scariche, la segnalazione di un grave incidente, avvenuto in Liguria sul
monte Beigua. Io avvisai ambulanze e carabinieri che subito intervennero, salvando vite
umane. Devo ricordare che allora non c’erano i comodi telefonini che ormai collegano con
facilità tutto il mondo!
Per questo mio intervento ricevetti come ringraziamento una bella coppa d’argento che
ancora conservo.
Un giorno si collegò con me un italo giapponese che viveva a Tokio: era un neurochirurgo.
Mi parlò molto del suo ospedale, spiegandomi che lì si facevano operazioni particolari adatte a risolvere alcuni problemi degli spastici. Io rimasi molto colpito e riferii tutto ad un
mio amico che soffriva di questa patologia.
Giovanni si mise in contatto con lui e, saputo che il suo caso poteva essere curato, si recò
in Giappone. Il neurochirurgo lo sottopose ad un intervento davvero particolare: con un
ago speciale trattato a 250° sotto zero, riuscì a riattivargli tutte le cellule malate.
Il mio amico tornò a Varese guarito e non vi dico quanto mi ringraziò.
Ebbi contatti anche con un astronomo tedesco che riusciva ad inviarmi messaggi solo di
sera. Mi parlava con entusiasmo del suo lavoro e mi consigliava di osservare la volta celeste, spiegandomi posizioni e particolarità dei vari astri e pianeti. Pensando a lui, mi ritrovo spesso ad ammirare il firmamento e a viaggiare col pensiero tra le galassie, chiedendomi se Dio lì si nasconde. Ci si sente piccoli come granelli di sabbia davanti all’immenso
universo!
Anche qui al Molina ho portato la mia attrezzatura, così ho potuto e, spero di poter continuare, a collegarmi con tutto il mondo.
Il radioamatore, infatti, oltrepassa ogni confine e instaura rapporti di amicizia con persone
appartenenti ad aree e a culture diverse, al di là di ogni frontiera politica e delle differenze
di colore, razza e religione.
28
Come è cambiato il modo di vivere.
A
Franco Pedroletti
Varese, sfrecciando nella centralissima
via Bagaini, pochi salutano oggi il magnifico Cinema Vittoria – così battezzato dal suo
fondatore che si auspicava la vittoria dell’Italia
nella grande guerra, all’epoca in corso e, dove la
gente, negli anni 50, faceva la fila per l’apertura
delle h.13,30. Né donano un inchino di capo al
Lyceum, suo gemello, nella vicina via Carrobbio.
Storici luoghi di aggregazione sociale – con i loro
sedili dal design particolare – dove ci si frequentava, sostando per uno scambio di pareri dopo le
proiezioni: così come sicuramente avveniva anche al Politeama e al Nuovo. Ma l’imperante tecnologia, non sempre gemella sincera del
progresso, negli anni ’60 ci ha suggerito di rinchiuderci in casa, di investire in un televisore
(in bianco e nero, e a due canali), seguita – come vuole la ricetta della rottamazione – dal
salto al modello a colore, con finanche
sei o sette canali, pullulanti di pubblicità.
Di lì a poco, siamo rimasti incantati dalla
videocassetta e annesso registratore.
Sopraffatti, ci siamo arresi sempre più ad
essere meno inclini ad uscire di casa a
socializzare fra i nostri simili. Via il video
e avanti con il digitale, lo schermo al plasma, i canali via cavo, lo “streaming”, la
rete “internet” con la programmazione
“on demand”, anche su “smartphone” e
“tablet”. tralasciando per ora il non affatto
trascurabile danno collaterale che è
l’imbarbarimento della lingua di Dante.
Per partecipare al circo allestito a suon di pubblicità e parole rubate, paghiamo un prezzo.
A parte i vari abbonamenti confezionati ad arte per farci comprare contenuti di cui il 90°/°
non viene mai usufruito, di peggio è che paghiamo un prezzo amaro sociale:
l’atomizzazione della società, ottenuta non con la bomba atomica, ma con la più amena
carta di credito, la nostra, per giunta, fomentando in noi un forte senso di inadeguatezza.
Risultato ottenuto magistralmente abusando delle nostre emozioni, tirandoci su per poi
buttarci giù. Prima, con gioia, ingoiamo tutti gli aggiornamenti tecnologici proposti, poi, esaurita l’estasi iniziale dei beni che abbiamo acquistati, siamo frustrati dal perfido gioco pilotato dell’obsolescenza programmata, anche se oggi designer, progettisti e pubblicitari
preferiscono usare l’espressione più elegante “ciclo di vita del prodotto”.
Siamo così giunti alla presenza di un fenomeno ai limiti del criminale, di una strategia produttiva progettata da stuoli di ingegneri e ricercatori, prima pagati per inventare prodotti di
lunga vita, ma ora premiati per presentare soluzioni di breve durata. Come, ad esempio,
inserire in una stampante un microchip che ne blocca l’utilizzo dopo un numero predeterminato di stampe; saldare rigidamente il cestello della lavatrice alla cassa esterna per
rendere impossibile la sostituzione del solo cestello quando dopo “x” mila rotazioni, si rifiuta di funzionare più; dotare dispositivi elettronici di batterie al litio che scadano dopo un
solo anno di vita e che non possono essere sostituite.
Sono solo alcuni esempi dei comportamenti dei signori cui (anzitempo) continuiamo a dare i nostri soldi, si che, col sorriso, protendiamo il braccio per arrendere la carta di credito
– l’arma preferita di chi promuove l’altrui indebitamento. La stessa arma con cui il titolare
29
avrebbe potuto portare la famiglia al cinema per vedere più film meravigliosi o al teatro per
una rappresentazione oppure in libreria per acquistare un libro dal titolo un po’ più impegnativo di quello scritto dall’ultima “velina” televisiva: e la banalità procede a ritmo serrato.
È che nella società contemporanea, cerchiamo quasi istintivamente di risolvere i nostri
problemi, e soprattutto i nostri momenti di noia, di vuoto, o di semplice inattività, stendendo il braccino per acchiappare qualche cosa di esterno a noi. Il tutto ammiccando con inganno le mille cose con cui ci siamo circondati e che si spacciano per portabandiera del
benessere ma che raramente si rivelano all’altezza del compito.
Più verosimilmente, l’antidoto al nostro malessere potrà solo trovarsi all’interno di noi e
ognuno, a modo suo, lo deve tirare fuori. Come? Chi riesce a isolarsi, quantomeno parzialmente, dall’assordante richiamo del consumismo e dalla frenesia dello shopping (futile), ha già probabilmente visto molto chiaramente che il sistema economico odierno, costruito su basi offensive per la nostra intelligenza, è concepito per costringerci a vagare
nelle tenebre dell’ignoranza.
Per un popolo barricato in casa, ad una simile condanna epica, un rimedio a basso costo
esiste: quello di dialogare con i greci, che, parlando dei drammi vissuti duemilacinquecento anni fa dai cittadini di Atene, di Tebe o di Sparta, parlavano di noi, oggi.
Il premio può ben essere un momento di pace interiore, un’opportunità per scoprire forze
innate che non si pensava di possedere in un approccio al dialogo. La verità è che gli antichi ci accompagnano sempre, e sono ancora una presenza indispensabile nella nostra
vita moderna, come conviene ad un popolo colto e civile.
Ed a proposito di “cultura e civiltà” (riferita a quel che vien definito un odierno progresso)
mi sorge un dubbio, quale? Son i “selvaggi” che han copiato
usi e costumi dei “cosiddetti civili”, oppure sono i “civili” che
han copiato dai “cosiddetti selvaggi”?
Guardandoci attorno, cosa si scopre? Oggi “imperano” i tatuaggi. Orbene, nel mentre per i “selvaggi”, ciò, da sempre,
ha costituito una (loro) tradizionale cultura espressa (solo) su
specifiche parti del corpo, i cosiddetti “civili” l’han invece copiata qual titolo di una “moda corrente”, oltretutto mal espressa su ogni parte del corpo a volte anche in maniera esagerata, indisponente per chi osserva e pur senza significato alcuno. Altro esempio sono i “suoni”.
Per i “selvaggi” certi suoni, da sempre, han indicato o un richiamo nell’imminenza di un pericolo,oppure tradizionali
danze per ben determinate cerimonie. I cosiddetti “civili”, invece, li han imitati, alternandoli senza alcun altro fine che
non sia quello di creare un nuovo genere di rumorosità che abbia a rompere la noia di un
silenzio.
Dai “suoni” alle “danze” il passo è breve: ritmate e
ben eseguite nelle loro tradizioni quelle dei “selvaggi” (per di più in attenti costumi); confusionali,
grottesche e in movimenti del tutto scimmieschi
(sotto luci irreali) quelle adottate dai “civili”.
Fermiamoci qui, perché del tutto basta e ne avanza
nel (forse) capire qual sia il modo di vivere
dell’oggi.
Nel futuro, qual altre novità ci propinerà il “progresso” per sempre più rimbecillire un genere umano
che crede di esser giunto ad un alto grado di “civiltà”?.-
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Sezione “Saggi e Riflessioni”
I
Aspettando il Natale
Maria Luisa Henry
l centro della città è
illuminato da una miriade di lampadine colorate
che formano vari disegni. I
negozi, aperti per l’occasione, sono addobbati con
eccezionale bravura e fantasia.
Nonostante una leggera
nebbiolina e un’aria assai
pungente, molte persone
sono in giro, chi entra nei
negozi per il regalo dell’ultima ora magari dimenticato, altri si fermano per
scambiarsi gli Auguri di
Buone Feste ed alcuni invece, entrano in un bar per
bersi un caffè o una cioccolata calda. Fra questi, ci sono pure io che gingillo di qua e di la
in attesa di entrare in Chiesa per la Messa di Mezzanotte.
Guardo l’ora sul campanile della Chiesa, manca ancora mezz’ora, decido di incamminarmi, entrare in Chiesa e trovare in tempo un posto per sedermi. Mi dirigo verso l’entrata
principale quando una lieve musica natalizia mi giunge all’orecchio; è il suono di un piffero.
Guardo intorno, ma non vedo nessuno. Incuriosita, giro intorno alla Chiesa e davanti ad
un’entrata laterale, illuminata da un lampione, scorgo in un angolo un ragazzino seduto
con la gambe incrociate, ai suoi piedi dorme un cagnolino tutto rannicchiato e un cestino
di paglia è in attesa di qualche soldino.
Mi fermo a guardarlo attentamente mentre lui prosegue a suonare gli inni natalizi. In testa,
ha un berretto di lana calato sulla fronte, una sciarpa avvolta intorno al collo, un cappotto
più grande di lui gli copre anche una parte delle gambe, infine guardo le sue mani, un paio
di guanti di lana dove sono state tagliate le dita per poter suonare il suo piffero. Il ragazzino sembra non accorgersi della mia presenza, tiene gli occhi abbassati, Il lampione illumina il suo viso, le gote sono arrossate dal freddo, le ciglia, bagnate dalla nebbiolina che
scende sempre più, luccicano come la brina sui rami dando riflessi argentati.
Nel cestino di paglia ora ci sono alcune monete posate sul fondo, sono proprio pochine, la
maggior parte delle persone passano con indifferenza ed entrano in chiesa, anzi, alcuni
addirittura corrono, mi chiedo, perché? Come svegliatami da un sogno, guardo l’orologio,
è già passata la mezzanotte: il Bambinello è già nato! Le campane suonano per annunciare il lieto evento, il ragazzino ha smesso di suonare il piffero e mi guarda. Due occhi color
blu cobalto si posano su di me, dal berretto di lana sono usciti dispettosi, dei riccioli biondi,
un leggero sorriso appare sul suo viso pallido.
Mi chiedo: perché entrare in Chiesa, ormai è tardi. Mossa da un desiderio indescrivibile,
mi avvicino al ragazzino, ma il cagnolino sospettoso, si alza pronto a difendere il suo padroncino; lo accarezzo per rassicurarlo, poi, rivolta al ragazzino gli dico: in cinque minuti
siamo a casa mia, vuoi venire? Potrai riscaldarti e ti preparerò qualcosa da mangiare, poi,
se vuoi, puoi tornare fuori, oppure fermarti per la notte e se devi avvertire qualcuno, potrai
farlo! Senza rispondere, egli ritira il suo cestino di paglia e mette in tasca quelle poche
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monete, prende in braccio il suo cagnolino e con voce tremola chiede: e lui? Gli sorrido dicendogli che c’è posto e da mangiare anche per lui. Mano nella mano, ci incamminiamo.
L’appartamento è piccolo
ma grazioso, non manca
niente. Appena entrata, accendo il grande albero di natale messo in un angolo e il
cammino ancora acceso diffonde calore; per sicurezza,
aggiungo un ciocco di legno
e mentre tolgo cappotto e
stivali mi viene in mente che
non so neppure il nome del
ragazzino, allora gli dico: io
mi chiamo Maria, e tu?
Angelo, mi chiamo Angelo e
lui, (indicando il cagnolino),
si chiama Puffo. Intanto anche Angelo si spoglia; resto
incantata, una chioma di riccioli color oro incornicia il
suo volto, sembra davvero un Angelo! Un attimo che sembra un’eternità. Gli chiedo allora
se vuole mangiare subito oppure fare un bel bagno caldo, Angelo risponde: ho patito tanta
fame che posso aspettare ancora un po’, preferisco il bagno caldo. Gli preparo un bel bagno caldo con i sali profumati, gli lascio biancheria e indumenti puliti e un accappatoio per
asciugarsi. Quando tutto è pronto lo chiamo: Angelo, vieni, intanto io preparo qualcosa,
cosa preferisci? E lui: qualunque cosa va bene! Mentre vado in cucina, penso: per fortuna
che ho sempre tutto il necessario per quando viene a trovarmi mio nipote, dell’età più o
meno di Angelo. Preparo la tavola, c’è un po’ di tutto: pane, biscotti, marmellata, burro,
cioccolato e anche il panettone mentre sul gas, il latte si riscalda. Una cosa pelosa si striscia sulle mie gambe, faccio un salto, guardo e…ma è Puffo, poverino ha fame pure lui!…
e con che occhi mi guarda! Cerco in fretta il sacchetto dei croccantini che tengo sempre
per darli ai cani affamati abbandonati da padroni incoscienti, eccoli, finalmente, prendo
una ciotola e la riempio, vedo Puffo che scodinzolando s’avvicina alla ciotola e incomincia
a mangiare con gusto, accanto gli metto un’altra ciotola con del latte. Proprio in quel momento arriva Angelo, vede il suo cagnolino ben accudito, con enfasi mi abbraccia e mi bacia, ringraziandomi. Si mette a tavola, comincia a mangiare anche lui con gran appetito ed
io con lui. Sazi, ripongo ogni cosa, Angelo e Puffo sono andati verso il camino, si stendono sul grande soffice tappetto, io li raggiungo e timorosa gli chiedo: hai deciso di rimanere… oh!.. Angelo sorride e rivolto a Puffo dice: tu cosa ne pensi? In tutta risposta, Puffo si
sdraia completamente a pancia in su, chiude gli occhi e strofina il muso al suo padroncino.
Maria, se tu ci vuoi, credo proprio che rimarremo. Sento le lacrime agli occhi, mi avvicino
al camino e aggiungo dell’altra legna, cerco di non farmi vedere e asciugo una lacrima che
piano, piano scivola sul mio viso. La legna scoppietta allegra e le scintille salgono in alto
verso la cappa, mi giro e vedo che entrambi si sono addormentati. Senza fare rumore vado a prendere cuscini e coperte pesanti, con delicatezza metto un cuscino sotto la testa di
Angelo e lo copro bene. Mi sdraio vicino a loro e penso: ho perso la messa per la prima
volta ma ne è valsa la pena, non sono pentita, anzi, sono la persona più felice del mondo.
Guardo ancora il piccolo Angelo che è già nei sogni degli innocenti, guardo Puffo che piano, piano si è introdotto sotto la coperta di Angelo, sorrido, mi distendo accanto a loro,
appoggio la testa sul cuscino, mi copro bene e lentamente scivolo in un sonno profondo.
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I
Troppo azzardo
Laura Franzini
l giro di affari di Lotto, Gratta e vinci, Slot & Co aumenta, imprese e stato ci guadagnano e i cittadini?
Il Banco vince sempre
L’esplosione del gioco d’azzardo,
negli ultimi anni può sembrare un
problema marginale, visti quelli
più grandi che ci circondano in
questi tempi. Invece non lo è, sia
per i numeri, un milione di giocatori e un giro d’affari di 79 miliardi
di euro, sia perché è sintomo di
una società malata, con uno Stato che non fa abbastanza per sollevarla.
Soprattutto chi è in difficoltà e non
vede vie d’uscita, si attacca alla speranza del miracolo della vincita milionaria che può mettere a posto le
cose per sempre.
I giovanissimi e gli anziani sono i più
a rischio, così come i meno abbienti:
più sono povero, più sogno di diventare ricco, più gioco.
E lo Stato che fa? Incentiva il sogno,
lasciando briglie sciolte nel settore,
gestito anche in modo poco pulito e
introducendo di anno in anno nuove
offerte di gioco d’azzardo pubblico
che solo nel 2011 ha fatto guadagnare all’erario 8,7 miliardi di euro.
Allo stesso tempo, però, è stato costretto a fare i conti con il triste risvolto della medaglia e
far rientrare tra le malattie conclamate quella folle dipendenza dal gioco, la ludopatia, che
sta mettendo in crisi famiglie già disastrate e che costa anche alla società (dunque a tutti
noi). 38 mila l’anno, tra ambulatori, ospedali, assenteismo, calo della produttività, è la stima del conto da pagare per ogni malato di ludopatia.
Perché non vietare la pubblicità come per il fumo? Invece abbiamo il paradosso di una
pubblicità martellante che ipocritamente invita a “giocare il giusto” Bisogna proteggere
meglio i minori con soluzioni tecniche che impediscano loro di giocare e si deve imporre
un vero limite al proliferare di nuove sale, visto che il “gioco diffuso”, il facile accesso a slot
machine e simili, è il primo gradino per cadere nella dipendenza.
Ma come si fa a tarpare le ali all’unico settore dell’economia che va a gonfie vele?
Va sottolineato che lo Stato, come sul fumo, è in conflitto con se stesso: guadagna molto
sulla vendita e deve pagare meno per le ricadute sulla salute. Ma dimentica un compito e
una precisa responsabilità di chi regola la vita pubblica: che deve occuparsi del pubblico
interesse, della prevenzione e della crescita culturale dei cittadini.
Sembra di essere di fronte all’ennesima tassa che pagano sempre gli stessi in cambio di
niente.
33
Forse è finita la stagione del consumismo
S
Chi vive sperando muore…cantando!
Laura Franzini
tiamo attraversando una bufera economica, ma viviamo nella speranza che il nuovo
anno sia migliore di quello passato. Speranza nella ripresa, speranza che ognuno
di noi sia messo nelle condizioni di fare bene il proprio dovere.
I sacrifici imposti ci obbligheranno a fare i conti con la realtà, orientando i comportamenti,
speriamo, verso una
sana sobrietà. Per i
nostri bisogni e desideri il mercato è il
nostro campo di battaglia, il teatro in cui
si svolge la nostra
lotta per trovare nuovi e adeguati modi
per relazionarci con il
mondo e i suoi problemi, per affermare
stili di vita. E di una
cosa dobbiamo convincerci, e non solo
perché la crisi ci ha
tolto disponibilità economica: è finito il tempo del consumismo scriteriato, dell’acquisto a
tutti i costi.
Sentiamo dire da molte persone che la ripresa dei consumi è il motore per far ripartire
l’economia. Ma quali consumi? E quale economia?
Abbiamo letto e partecipato a code infinite all’apertura di supermercati che offrivano sconti
iperbolici. Le città sono invase da promozioni di ogni tipo, dai giocattoli alle scarpe,
dall’abbigliamento ai prodotti per la casa. Le famiglie hanno pochi soldi e si cerca di farglieli spendere attirandole con prezzi scontatissimi, per svuotare magazzini e negozi che
tracimano di merci inutilmente abbondanti.
Ma attenzione, approfittare degli sconti e dei saldi non significa diventare vittime e
l’illusione di risparmiare, spesso ci fa spendere molto di più perché compriamo cose che
non ci servono.
Lo sanno bene gli organizzatori del marketing, che alimentano la febbre degli acquisti con
un gran repertorio di trucchetti, per farci comprare un’infinità di cose di cui non abbiamo
assolutamente bisogno.
Ci dettano i tempi: “attenzione, solo fino a sabato!” e ci danno ansie: “solo pochi pezzi”,
come se ogni occasione persa, non potesse più tornare; ci ingolosiscono con firme a
prezzi dimezzati, ma il nome di una marca non è per forza sinonimo di qualità, né di buon
gusto.
In compenso, spesso sorvolano su quelli che comunque devono rimanere le nostre garanzie e i nostri diritti. Risparmiare sugli acquisti, comprare prodotti di buona qualità a
buon prezzo va benissimo. Ma un conto è comprare una lavatrice perché si è rotta e un
conto è la mania che ha assalito tutti negli ultimi anni dell’usa e getta.
Speriamo che la ripresa economica consenta un miglior tenore di vita, ma puntando su
valori e gratificazioni diverse dall’orgia consumistica della quale non si dovrebbe sentire
per niente la mancanza.
34
Le prime volte
A
Silvana Cola
vete mai provato a pensare a tutte le prime volte che avete affrontato una nuova esperien
za?
Le prime riguardano sempre l’infanzia, il primo giorno di scuola, il primo Natale che ricordiamo
perché noi allora eravamo molto ingenui e credevamo veramente a Gesù bambino, a Babbo Natale e la vigilia eravamo così emozionati e trepidanti che la mamma doveva calmarci mentre aspettavamo ansiosi di vedere apparire Babbo Natale.
Il primo giorno di scuola c’erano bambini che piangevano, non volevano entrare in quell’edificio
sconosciuto, si attaccavano alle gonne della mamma, ci voleva tutta la sua pazienza e quella della
maestra per convincerli ad entrare in classe.
Io ricordo con emozione la prima volta che vidi il mare, abitando a Milano non avevo, sino ad allora, visto neanche un lago; di notte sognavo ad occhi aperti di stare su una barchetta e di essere
capace di remare, qualche cartolina colorata me ne aveva
dato una vaga idea.
Poi finalmente, a quindici anni, andai in Romagna e vidi per
la prima volta il mare. Ricordo che, rimanendo per lungo
tempo seduta sulla riva ad ammirare quella distesa azzurra, meravigliata continuavo a fissare l’orizzonte cercando la
sua fine, ma non la vedevo, mi sembrava fosse una distesa
infinita, sentivo il mare come un’entità viva al punto tale
che, il giorno del rientro, mi alzai all’alba e andai sulla
spiaggia a salutarlo, ricordo che lo feci a voce alta come se
salutassi un caro amico, provavo un’emozione strana,
sembrava che il mare mi abbracciasse e con le sue onde mi sussurrasse anche lui il suo saluto.
A diciassette anni presi per la prima volta il treno da sola per raggiungere gli zii in Romagna; anche quella fu una prima esperienza che non ho dimenticato. Adesso –lo so- i giovani cominciano a
viaggiare soli molto prima, vanno all’estero, vanno a vivere in altre città con i compagni di studio,
ma vi assicuro che per quei tempi, vedere una ragazzina da sola su un treno, faceva una certa
impressione. Quando arrivai a destinazione, ricordo che due militari mi aiutarono a posare la valigia sulla banchina. Mi sentivo molto importante, era una vittoria, feci subito un telegramma a casa
per tranquillizzare i miei genitori, poi mi godetti il soggiorno. Non mi inquietava più il pensiero del
ritorno mentre all’andata un certo timore mi aveva accompagnato.
Un altro ricordo riguarda una carrozza. Da bambina ricordo che oltre i tram e le automobili, si potevano vedere transitare anche le carrozze trainate dai cavalli. Prima della guerra avevo per qualche anno studiato pianoforte, così una sera con la zia pure lei musicista, prendemmo una carrozza
a cavalli per recarci all’ospedale militare di Baggio. Emozionatissima suonai “La voce del cuore” e
“il piccolo montanaro” Chissà se riuscii a strimpellarli in modo egregio? Di tutta la serata mi ricordo
un militare dalla testa completamente fasciata, seduto in prima fila che, quando finii di suonare, si
avvicinò al palco e mi volle prendere in braccio, forse gli ricordavo la sua bambina lontana. E fu
bellissimo tornare a casa con la carrozza; mi sembrava di vivere in una favola, mi sentivo una
principessa, contribuiva a sentirmi così anche il magnifico abito che indossavo, l’aveva confezionato mia madre per quell’occasione speciale.
Ma quante sono le prime volte? Sono innumerevoli: la prima delusione, il primo sguardo
d’ammirazione, l’orgoglio di portare in famiglia il primo stipendio.
E come dimenticare la prima volta che sono andata alla Scala per assistere ad uno spettacolo.
Avevo mangiato un panino dopo il lavoro e poi, emozionatissima, ho varcato per la prima volta
quel teatro che desideravo vedere da sempre. Ricordo che rappresentavano “La forza del destino”
e quella fu la prima volta che vidi un’opera e ascoltai la meravigliosa musica di Giuseppe Verdi.
Ci sono tornata innumerevoli volte alla Scala, ma quella sera lontana è rimasta indimenticabile.
E vi sembra che non parli della prima volta che sono entrata al Centro Diurno Integrato? Mi hanno
aiutato tutti come fossero affezionati parenti; dentro di me c’è un profondo ringraziamento per tutti
e spero di non ingannarmi se penso di poter contare su di loro e di poter fare anch’io, nel mio piccolo, qualcosa per loro.
35
S
Popular Canticum
Ivan Paraluppi
cocciato da un rap uggioso come la pioggerella autunnale, quella sera torrida, mi
allontanai dall’albergo romagnolo da tre stelle un po’ scarse, e mi diressi lemme
lemme in beata solitudine verso il mare in bonaccia. Si fa veramente forte in certi momenti
il desiderio di sentire “la voce del silenzio”.
Erano pressappoco le ventidue di
una sera dolce, tersa e quasi illume di fine agosto, e sulla spiaggia
non c’era anima viva. Una piccola
falce di luna mandava un lievissimo bagliore sulle infinite file di
ombrelloni chiusi, e sul mormorio
delle placide onde che con il loro
leggero sciabordio, creavano una
stretta via scura un poco più solida e calpestabile.
Una miriade di puntini luminosi vicini e lontani sulla costa senza fine, stavano animando le ultime
sere del mondo spensierato agostano, dove per qualche settimana il popolo “anta”, si sforza di scordare problemi ed acciacchi.
Stavo camminando sulla stretta via scura del bagnasciuga, accompagnato dalle mie istantanee mentali latenti nel sub-conscio, quando iniziò improvvisamente come un leggero
soffio sussurrato, un ponentino che pian piano andò rinforzandosi, diventando poi una
specie di vento nel quale mi sembrava di distinguere le note di: “portami via con te” suonato da mille violini; quel vento mi stava portando una moltitudine di ragazze festanti che
erano le canzonette della mia lontana gioventù.
Tirava quel gaio gruppo, una biondina capricciosa e garibaldina che avvicinandosi mi sussurrò in un orecchio: “non ti scordar di me”; quante volte ti ho cantato con sentimento, anche se non sono Beniamino Gigli.
La seconda, mi offrì delle fragole in un cappellino: “Le fragole sono ricche di ferro, ed il
medico me le ha proibite”, replicai.
La terza, mi cantò “rose rosse per te ho comprato stasera”, “c’è poca luce stasera, va finire
che mi pungo”, protestai.
“Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar”, si mise a cantare un’altra; “con
cento lire non si poté mai andare da nessuna parte e poi adesso c’è l’euro che conta ancora meno”, cercai di spiegarle.
Un’altra ancora, agitando con grazia la gonnellina intorno intonò: “Era alto così, era grosso
così, lo chiamavano bombolo“, “cosa vuoi – le risposi – con lo scoppio del benessere di
bomboli e bombole ce n’è in giro un’infinità, ormai sono rimasti in linea soltanto gli extracomunitari di recente arrivo”.
Infine, una graziosa ciumachella si mise a cantare: “i te vurria vasà”; “stai calma – le dissi
– mi sembra che stia arrivando qualcuno!”
Era proprio un gran bel concerto e mi venne voglia di trascinare una sdraio verso il bagnasciuga per godermi lo spettacolo, ma un uomo burbero spuntato dal buio come un pensiero fastidioso, ruppe l’incanto e mi chiese: “chi le ha detto di trascinare una sdraio fin qua?
E poi sarebbe anche ora che la smettesse di fare casino!”
36
Piccola storia tragicomica
T
Ivan Paraluppi
ipico clima autunnale.
È sera, sono le diciotto e trenta ed è finito su tele 2000, il rosario delle diciotto.
Il sermone finale dà al cuore un senso di pace e di amore, ma la prospettiva di un bel risottino ai cipollotti, diluito da un bicchierino di lambrusco grasparossa, dà addirittura un senso di felicità; per cui mi dirigo con passo deciso verso
l’ultimo paradiso terrestre che ho ancora disponibile: la cucina.
Ma prima di entrare nel vivo del discorso, devo fare
un passo indietro parlando di un’abitudine di mia
moglie; lei sostiene, e forse ha ragione, che la cucina va molto arieggiata per motivi salutari, per cui
a motivo di tale convinzione, spalanca sempre anche i pensili
contro le ante dei quali,
io mi ci incorno con frequenza quasi quotidiana.
Lei non rischia niente perché essendo una spanna
più bassa, ci transita sotto tranquillamente, ma non
è tutto qui! C’è pure il problema delle quattro tapparelle che danno sul balcone, lei le abbassa al suo
livello, così il sole non scolorisce troppo la stoffa del
divano ed io, che per natura sono distratto e poco
incline alle genuflessioni, sul balcone non ci vado
più.
Come anzidetto; dopo il rosario, quella sera mi diressi con passo deciso in cucina spostandomi verso
il lavandino per rinfrescarmi le mani; mi incornai
secco contro un’anta del pensile aperta a baionetta.
A quel punto vidi la lampada led della cappa dondolare ed infiacchirsi. “Cosa stai blaterando – mi chiese mia moglie, ed aggiunse – diamine, abbiamo appena recitato il rosario!”
Anch’io le risposi, e poi non ricordo bene cosa aggiunsi, avevo la cervice sconvolta da migliaia di puntini e palline che giravano vorticosamente. Poi capii che mia moglie aveva in
mano il telefonino; stava parlando con mio figlio e gli diceva: “tuo padre è fuori come un
balcone! Mi sta dicendo che la fata turchina è morta, la strega cattiva è morta, mangiafuoco ha spento il gas e Icaro si è incollato le ali col silicone! ....sì la pastiglia della pressione
l’ha presa, ma ha preso anche una brutta botta nella testa!..Cosa faccio!..Ah!..acqua fredda?..Ha un bernoccolo alto un dito con su una virgola rossa..ah..tu dici di stare tranquilla
che dopo gli passa?” …
E poi passò; il risottino e qualche bicchierino calmante di lambrusco rischiararono
l’orizzonte.
Dopo un’altra mezz’oretta il tintinnare delle stoviglie nel lavandino, mi fece capire che un
altro giorno, né bello, né brutto se ne era andato; domani è un altro giorno e si vedrà di
mantenersi a galla nonostante i ceffoni che la vita ci elargisce quotidianamente.
37
Il Papa “comunista”
M
Ivan Paraluppi
a quale comunismo? Quello di
Marx ed Engel o quello di Stalin
selle purghe politiche e dei Gulag?
I conservatori nord-americani, e non solo,
dovrebbero essere un poco più precisi,
perché, leggendo Marx ed Engel con attenzione, si può parlare di giustizia sociale,
anche se con qualche distinguo. Ad esempio laddove in Marx si sostiene che la proprietà privata è un furto. Può essere anche
vero quando è frutto di azioni illecite, ma
chi si è fatto casa propria pagando con sacrifici e tasse dal progetto fino all’ultimo
mattone, che furto può commettere? Ciò è soltanto per dire che in ogni ideologia c’è sempre qualcosa di sbagliato.
Esaminando la Storia russa del secolo scorso, dove si sviluppò il fenomeno comunista,
non lo si può confondere con le lotte sociali operaie che, quando non sono strumentalizzate politicamente, sono le benvenute.
Purtroppo anche nelle ideologie più nobili c’è magari, dormiente molto a fondo, la radice
maligna del totalitarismo. È una bestia, un parassita paziente e pericoloso che, come i
funghi velenosi, sembra proprio buono, ma poi lentamente ammazza anche qualche raccoglitore che si ritiene competente.
Parlando con il dovuto rispetto di una grande ideologia religiosa, quella cristiana, cosa è
successo nell’arco di venti secoli? Purtroppo, analizzando le brutture che stanno emergendo perfino nelle sue alte sfere, c’è da rabbrividire … altro che comunismo!
A Roma, in Vaticano, sono custoditi i testi più antiche e credibili riguardanti la storia di Gesù. Sono i quattro Vangeli che dovrebbero essere la guida del Cristianesimo.
In quei testi non c’è una sola parola che possa essere considerata di violenza nei confronti di qualcuno; si parla solo di pace e di amore.
I primi cristiani si facevano sbranare nel Colosseo senza rinnegare la propria fede, porgendo l’altra guancia. Fra loro attuavano un “comunismo” che aveva tutte le caratteristiche
della vera giustizia sociale, cosa riportata dagli storici più attendibili.
Ma poi cos’è successo? è una storia di lento degrado di base, specialmente in quei suoi
uomini guida, fautori di quelle crociate, radici di un odio che non si è ancora assopito in
qualche fede sorella.
Il Vaticano, negli ultimi cento anni, si è impegnato molto nella nobile battaglia contro la
pena di morte che nello Stato della Chiesa cattolica fu praticato fino ai tempi di Pio IX.
Evidentemente ogni ordinamento politico o religioso impiega un sacco di tempo per uscire
dalle pastoie dell’imbarbarimento, e poi, con il mutare di epoche e personaggi, può succedere che nell’animo umano si formino delle infermità che sanno di porcilaia.
Sto pensando a quell’ex sacerdote, di origine varesina, che si spretò schifato dalla sporcizia imperante nel clero filippino, mutandosi in ristoratore e che ora purtroppo è finito nelle
mani di estremisti islamici, altra bella gente, a proposito di fede religiosa!
Un uomo onesto che gira nelle sfarzose sale vaticane con la maschera antigas si è guadagnato la qualifica di “Papa comunista” soltanto perché sostiene che chi ha troppo dovrebbe aiutare chi non ha nulla e, quando conclude i suoi sermoni con la frase “Non scordatevi di pregare per me!” occorre sperare che non gli offrano qualche piatto di “funghi
speciali”.
38
Sezione “L’angolo della Poesia”
Poesie di Maria Luisa
P
Cara mamma
arole nuove
non riesco a trovare
per esprimere l’amore
che ho avuto da te
posso dire solo…
…sei stata grande…
MAMMA.
I
Ricordo l‘amica Pinuccia
mprovvisamente
te ne sei andata,
ora vaghi nell’infinito cielo,
libera e senza pensieri.
Sei stata una vicina preziosa,
in te,
ho trovato l’amica sincera
a cui potersi confidare
o semplicemente parlare
di tutto un po’.
Anche se non venivo spesso
a trovarti a casa,
bastava affacciarmi alla finestra
quando uscivi in giardino
e ti gridavo:
…tutto bene?…
e sì,…. tu rispondevi,
due chiacchiere e poi
ognuna rientrava in casa
ai propri lavori domestici.
Ora,
mi affaccio ancora alla finestra,
so di non vederti
ma lo stesso dico…
Ciao Pinuccia!
39
U
All’improvviso
na notte
all’improvviso sei apparso
nei miei sogni proibiti
nella irrealtà sentivo
la tua presenza.
Una musicalità di parole
inebriavano la mia mente
sentivo un amore profondo
una felicità immensa
faceva vibrare il mio cuore.
Un improvviso
grido di gioia saliva in cielo
interrompendo quell’incanto
mi sono svegliata…
ed ero sola.
Maria Luisa Henry
Poesie di Lidia Adelia
È Natale
U
na nuvola passa
e copre la stella cometa…
In lontananza
si sente il fiato delle zampogne
nella preghiera
più umile e virile che accompagna
la melodia…
“Tu scendi dalle stelle o Re del Cielo”.
Beato colui
che ha avuto buon orecchio
in buona musica
note e parole si alzano al cielo
come una festa.
Lacrime
S
ono lacrime di gioia
che in questo
stato d’animo mi commuove.
Su
asciuga le lacrime
40
non piangere più
ma sorridi alla felicità
di tua nipote
che oggi si sposa
e sull’altare dirà il suo
Sì.
Calabria
È notte fonda
una stella d’argento
brilla nel firmamento
la guardo
e penso a te madre mia.
Mi dicono
che eri bellissima
non ti ho conosciuta
e a te dedico
quella stella.
Yari
Ho disegnato per te
questo specie di cuore…
non sono brava in disegno
ma in quel piccolo scarabocchio
c’è tutto il mio amore per te
Nonna Lidia.
Vorrei
Vorrei avere tanta ricchezza
da lasciare in eredità
alla mia famiglia
ma purtroppo non ne ho
in cambio
lascio la ricchezza
del mio profondo amore.
Lidia Adelia Onorato
41
Poesie di Silvana
Guardami
Guardami
mentre cerco la tua immagine,
la cerco nell’infinito,
vorrei mi sorridessi,
vorrei mi prendessi per mano.
Guardami
mentre cerco nel cielo
una risposta,
la cerco con tutto il mio essere,
mi sembra si nasconda
dietro una nuvola.
Non è vero, non riesco a leggerla.
Nel mio cuore è silenzio.
Guardami,
ti prego, forse almeno
rivedrò il tuo sorriso
e finalmente
mi darò una risposta.
Pace
D
ietro le persiane semiaperte nell’ombra
guardo con desiderio l’imbrunire.
Sfumano i contorni delle case
Sfumano gli orizzonti e con loro sfumano
i miei pensieri.
Rumori di umani vibrano attorno,
si apre una porta, un’altra si chiude
su un tetto tubano due piccioni.
Si placa un giorno ricco di eventi,
qualcuno gioioso, qualcuno doloroso,
gli uomini non sanno stare in pace.
Vorrei che all’imbrunire tutti guardassero il cielo
cercando la loro stella, la loro guida e
avessero un unico desiderio, vivere in pace.
Silvana Cola
42
Bambino Gesù asciuga ogni lacrima
A cura di Mauro Vallini
Quella che ho qui trascritto è più una preghiera che una poesia, quasi un messaggio
affidato alle onde del mare in una bottiglia o ai venti per navigare nei cieli fino a raggiungere Dio. Una preghiera contro le ingiustizie e le guerre che il Papa Santo rivolge
al Signore.
A
sciuga, Bambino Gesù,
le lacrime dei fanciulli!
Accarezza il malato e
l’anziano!
Spingi gli uomini
a deporre le armi
e a stringersi in un universale
abbraccio di pace!
I
nvita i popoli,
misericordioso Gesù,
ad abbattere i muri
creati dalla miseria
e dalla disoccupazione,
dall’ignoranza
e dall’indifferenza,
dalla discriminazione
e dall’intolleranza.
S
ei tu,
Divino Bambino di Betlemme,
che ci salvi,
liberandoci dal peccato.
Sei tu il vero e unico Salvatore,
che l’umanità spesso cerca a tentoni.
D
io della pace,
dono di pace
per l’intera umanità,
vieni a vivere
nel cuore di ogni uomo
e di ogni famiglia.
Sii tu la nostra pace
e la nostra gioia!
Giovanni Paolo II
43
Sezione “Gocce di scienze”
Abies Alba – Abete bianco
Mauro Vallini
È
una pianta molto antica, presente sulla terra già
cinquantacinque milioni di anni fa e assai longeva (può raggiungere anche gli 800 anni d'età). Da
un punto di vista sistematico appartiene al genere
Abies e alla specie alba famiglia PINACEAE. Il nome “Abies” deriva dal latino "abire", andarsene, dal
senso di allontanamento dal terreno in riferimento
alla grande altezza che può essere raggiunta da alcune specie.
Portamento e chioma Albero con portamento eretto e di grandi dimensioni. Può raggiungere i 50 m di
altezza e i 3 m di diametro, con un’età fino a 300
anni e più.
Il fusto è diritto e cilindrico. Spoglio per una notevole
parte della sua lunghezza quando in bosco fitto, con
folti rami fin dalla base del fusto se l’esemplare è isolato.
La chioma è meno folta di quella dell'abete rosso e
lascia perciò al sottobosco maggiore possibilità di
espandersi.
È sempreverde, slanciata, di forma piramidale nel
periodo giovanile, ma che tende ad un arresto dell’accrescimento apicale con il conseguente sviluppo di rami laterali per formare una struttura simile ad un nido di cicogne.
È di colore verde cupo e presenta riflessi argentei dovuti al colore della pagina inferiore
degli aghi.
Foglie A forma di ago, persistono sulla pianta
anche una decina d'anni, sono piatte, di color
verde scuro sopra e argentee sotto.
Sono disposte a spirale sui rametti, ma, per torsione della loro base, tendono a collocarsi sullo
stesso piano, assumendo il caratteristico aspetto “a pettine”, ad eccezione dei rami fertili e di
quasi tutti i rami alti dove, invece, assumono
una disposizione “a spazzola”.
Si nota la disposizione
“a pettine” nel ramo e
la forma appiattita. Gli
aghi sono appiattiti, diritti o anche leggermente incurvati, lunghi 2 – 3 cm e larghi 2 – 3
mm, arrotondati all’apice. Sono di colore verde lucente, con una
depressione centrale nella pagina superiore a cui corrisponde la
nervatura centrale in quella inferiore. La pagina inferiore è di colore argenteo per la presenza di due linee
bianche e cerose.
Fiori La pianta è monoica cioè possiede contemporaneamente fiori
maschili e fiori femminili. Quelli maschili (a sinistra) sono a forma di
piccoli amenti di colore giallo per l’abbondante polline, disposti raccolti
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negli apici dei rami. Compaiono in primavera al di sotto dei rami
di un anno, nella parte centrale o superiore della chioma.
Quelli femminili (a destra) sono a forma di coni o strobili, cilindrico – ovali, di colore rosso violetto. Compaiono in primavera, sono portati eretti nella parte superiore del ramo di un anno
e si trovano in rami situati nella parte superiore della chioma
Pigne o strobili: Come tutte le Gimnosperme, la pianta è priva di frutti; i semi
sono prodotti direttamente dagli strobili. Gli strobili sono eretti, di
forma quasi cilindrica, di colore verde da giovani e rosso – bruni a
maturazione, con squame legnose arrotondate e fittamente imbricate. Le brattee si staccano a maturità lasciando sull’albero l’asse nudo (Rachide).
Tronco e corteccia: Il tronco è grigio bruno chiaro, da cui appunto
il nome di Abete bianco. La corteccia è di color grigio argenteo nelle
parti più giovani, prima liscia poi a superficie scabrosa, spesso con
bolle di resina più o meno abbondanti, che, se schiacciate, tendono
a rilasciare la resina.
Nelle piante adulte diviene più spessa e si screpola a placche e tende a fessurarsi, specialmente nella parte inferiore del fusto. Si presenta di colore più scuro nel tronco e più
chiaro nei rami laterali.
Legno: Con caratteristiche simili all’abete rosso (Picea abies), presenta
un colore meno rosato e venature più evidenziate. È di colore giallo chiaro, è robusto e molto leggero, quasi senza resina.
Ha modesta durezza, buona compattezza e scarsa porosità. È utilizzato
soprattutto per rivestimenti e pavimentazioni.
Habitat: È una specie tipicamente europea. Presenta un nucleo alpino e
centro europeo, da cui si originano tre
prolungamenti: uno nord orientale che dai Sudeti si
spinge a sud fino alle Alpi transilvaniche, uno centrale
che, dalle Alpi Giulie si spinge nella penisola Balcanica, fino a comprendere tutta la Grecia e qualche nucleo isolato in Asia Minore, ed uno sud occidentale
che percorre tutto l’Appennino fino alla Calabria. Nuclei isolati si trovano in Normandia, nei Pirenei ed in
Corsica.
In Italia, sulle Alpi, è maggiormente diffuso nel settore
veneto; sull’Appennino le abetine sono distribu-ite soprattutto in tre aree geografiche: Appennino tosco –
emiliano, monti della Laga, Basento ed Aspromonte.
È una specie piuttosto esigente e richiede climi con
elevata piovosità, con elevata umidità atmosferica e
limitate escursioni termiche. È molto sensibile alle gelate tardive, tollera bene l’ombra ed ha tendenza a
formare boschi misti soprattutto con il faggio.
45
Cibo è cultura
Laura Franzini – fonte: mensile della Coop
S
Perché mangiamo?
embrerebbe una domanda oziosa, addirittura stupida: perché mangiamo? In realtà
le cose sono più complicate di quanto sembrano.
Mangiamo per vivere, è chiaro. Il cibo è il nostro carburante. È la fame ad avvertirci: attenzione, il
motore è in riserva. Ma subito si innescano altre motivazioni, altre suggestioni, la golosità, tanto
per cominciare, il piacere. Il mangiare dà soddisfazione. Mangiare bene è meglio che mangiare
male. Difatti gli uomini hanno sempre cercato di farlo, inventando piatti e ricette nutrienti, sì, ma
anche piacevoli. Inventando l’arte della cucina che più di ogni altra cosa distingue gli uomini dagli
animali.
Poi, si mangia per star bene. Il rapporto fra cibo e salute è sempre stato al centro della riflessione
dietetica e gastronomica: di una dietetica che diventava gastronomia, dettando le regole per ottenere – dai modi di cottura, dalla combinazione degli ingredienti, dagli accostamenti di prodotti –
soluzioni utili al benessere e al piacere (ciò che piace fa bene).
Infine, si mangia per comunicare. Il cibo è strumento di relazione per eccellenza. La convivialità, la
condivisione, la ritualità della tavola (una ritualità leggera, quotidiana) sono sempre stati, in ogni
società, il cuore del vivere insieme. Ecco perché il “convivio” si chiama così: vuol dire “vivere insieme”. L’uomo che Aristotele definiva “animale sociale” ha sempre desiderato mangiare assieme
agli altri per scopi che non sono solamente nutrizionali ma, appunto, relazionali.
Ci sono però degli illustri scienziati secondo i quali “presto abbandoneremo gli odori e le scomodità della cucina ”riducendo il nostro pasto a una compressa tutto compreso”, cioè una compressa al
sapore di niente che darà al nostro corpo i nutrimenti giusti: proteine, vitamine e un pizzico di sali
minerali.
È il progetto “IRON MAN” (un nome che dice tutto) allo studio nei laboratori NESTLE’ in Svizzera.
Spiegano i ricercatori che una capsula simile ad un chicco di caffè, personalizzata a seconda dei
bisogni di ciascuno, contenente una miscela di nutrienti essenziali, basterà a nutrirci, liberandoci
finalmente dalla schiavitù della cucina dei pasti. Insomma resterà più tempo per lavorare e coltivare i propri interessi.
Il problema è che i “bisogni” non sono solamente nutrizionali. La relazione con gli altri è un bisogno. Il cibo è ben altro che una combinazione di sostanze chimiche.
Per concludere, un buon pranzetto in allegra compagnia di parenti o amici, mangiando cibi gustosi, è sempre uno dei pochi piaceri della vita.
Ecco i ceci di Cicereale
Questo piccolo legume originario dell’Asia occidentale e arrivato da noi migliaia di anni fa, ha trovato un territorio favorevole sulle piccole colline che circondano il paese di Cicereale, abbarbicato
sui primi contrafforti del Cilento, in provincia di Salerno. È una pianta piccola che non necessita di
acqua durante la coltivazione e che cresce nelle condizioni climatiche più difficili; per questo la sua
coltivazione è molto diffusa in India e in Pakistan.
In Italia la sua coltivazione è molto ridotta e rimane legata alle tradizioni agricole del Sud Italia, ma
in un passato non molto lontano i ceci si alternavano comunemente al grano e agli altri cereali,
apportando alla dieta dei contadini un’alta percentuale di proteine. Ancora oggi, nei terreni di Cicereale, si produce una varietà locale di piccoli ceci rotondi, dal colore leggermente più dorato rispetto a quelli comuni e si conserva per molto tempo e tende ad ingrossarsi notevolmente in fase di
cottura.
Per coltivarli si seguono i criteri dell’agricoltura biologica, non si usano concimi chimici e non si fa
irrigazione. La raccolta, alla fine di luglio, è molto faticosa. Quando il seme è maturo, le piante,
ormai secche, vengono estirpate in campo e lasciate in loco ad asciugare finché non sono abbastanza secche per la trebbiatura. Si appoggiano le piante su sacchi di iuta, si battono con grossi
bastoni di legno oppure si trebbiano con una piccola trebbiatura a mano.
Ricetta di “humus di ceci”:
1. 4 manciate di ceci lasciati a mollo una notte;
2. succo di ½ limone;
46
3. 2 cucchiaini di sesamo tostato;
4. sale q.b. -1/2 spicchio d’aglio;
5. curry q.b.
Passare il tutto al passaverdura e servire con verdure crude tagliate a julienne oppure su fette di
pane arabo.
Le dosi si possono variare a seconda dei propri gusti.
Alcune erbe della salute
D
Giuseppina Guidi Vallini –dal calendario “Pane di Sant’Antonio”
i solito queste erbe si usano molto per cucinare, per dare profumo alle nostre pietanze. Esse
però, sono anche medicamentose e possono essere utilizzate per determinate affezioni e
darci un gradito benessere.
In questo articolo ne elenco alcune: basilico, biancospino,menta, mirtilli,
origano, ortica e nei prossimi mesi ne indicherò altre.
Basilico – utile per la digestione: versare 250 ml. di acqua bollente su 10
g. di foglie – lasciare riposare per 10 – 15 minuti e berne una tazza al bisogno.
Contro l’insonnia mettere 15 g. di fiori in 250 g. di acqua bollente e berne
una tazza prima di coricarsi; oppure mettere un cucchiaio di foglie fresche
in una tazza di acqua bollente per 15 minuti e berne
una tazza mezz’ora prima di coricarsi.
Biancospino – A maggio fioriscono i biancospini.
Per l’ipertensione: mettere 4 g. di fiori in 250 g. di acqua bollente per 15 minuti e berne una tazza prima di coricarsi.
Per le palpitazioni: mettere 5 g. di fiori in acqua bollente per 5, 10 minuti e
ottenere un infuso da bere.
Menta – le foglie di menta hanno proprietà digestive,
antinfiammatorie, antisettiche,
Per l’emicrania: mettere 5 foglie in 250 g. di acqua bollente per 10 minuti e
prenderne una tazza prima di distendersi in un luogo buio e tranquillo.
Per la nausea: berne una tazza al bisogno.
Mirtilli – Protettori della vista
In caso di diarrea: far bollire 40 g. di mirtilli in 500
ml. di acqua per 10 minuti e berne a piccole dosi nel corso della giornata.
Per l’infiammazione della bocca: (gengiviti, stomatiti)masticare qualche
frutto trattenendo il più a lungo possibile il succo in bocca, oppure metterne una manciata a bollire in un litro di acqua per qualche minuto – lasciare
raffreddare e effettuare sciacqui ripetuti.
Origano – ha proprietà medicamentose
Per curare la tosse e le affezioni delle vie respiratorie: mettere 2 cucchiai di foglie
e sommità fiorite in 250 ml. di acqua bollente per 10 minuti – berne 2 tazze al
giorno.
Ortica – Lessata e condita come insalata è ricca di minerali.
Per i reumatismi e i dolori articolari: bollire 2 cucchiai di foglie
in 250 ml. di acqua per 5 minuti – berne una tazza al mattino
ed una alla sera.
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Sezione “Rubriche e avvisi”
Attività svolte dall’A.V.A.
Gara a bocce individuale
maschile e femminile
Settembre 2015
CLASSIFICA FEMMINILE
1° Class.
2° Class
3° Calss.
BAZZANI
CANU
DEL PERCIO
Angela
Pupa
Tina
CLASSIFICA MASCHILE
1° Class.
2° Class
3° Calss.
CAVALLI
ANTONINI
MAGANUCO
Osvaldo
Giovanni
Giovanni
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Attività svolte dal C.D.I.
Una giornata di festa al CDI
Giuseppina Guidi Vallini
Avevo notato un certo sussurrare tra i vari operatori del CDI e avevo intuito che, molto
probabilmente, si stava organizzando qualcosa di particolare per festeggiare una persona
che, proprio il giorno del suo compleanno, (il 7/9) si era resa irreperibile perché questo
giorno coincideva con l’inizio della sua settimana di vacanza. Si, proprio Filippo che non
aveva potuto così partecipare il 9/9 ai festeggiamenti riservati a ben 6 ospiti del CDI, nati
nel periodo settembre-ottobre.
Tutto procedeva come al solito durante l’ora di pranzo ma, al termine di questo, è iniziato
lo spostamento di tavoli e sedie per lasciare un largo spazio a disposizione di molti ballerini e precisamente i conduttori dei corsi di ballo istituiti dal CDI: Wanda, Osvaldo, Lucia,
Romeo, Franca e gli appassionati del ballo Marisa, Stefano, Mariuccia, Miranda e lo stesso Filippo che, al suono della fisarmonica suonata con grande maestria e passione
dal’operatore Fazio e al suono di dischi portati da Wanda, hanno saputo intrattenere gli
ospiti con balli di vario genere.
Anche gli ospiti, con grande gioia, hanno partecipato a questo insolito intrattenimento, ballando con entusiasmo balli lenti ma anche balli moderni creando un clima di allegria e serenità.
Al termine di questa giornata, un piccolo rinfresco ai partecipanti offerto da Filippo che ha
così voluto festeggiare assieme agli ospiti il suo compleanno.
Gruppo Teatri – AMO CDI Varese
Giuseppina Guidi Vallini
Il giorno mercoledì 23 settembre 2015, alle ore 14,15, è stata presentata nella sala del
CDI alla presenza degli ospiti, dal gruppo Teatri AMO, la seguente commedia “Non ti conosco più”, con l’adattamento in due atti di CARLO PILATI.
Si elencano qui di seguito i personaggi ed interpreti:
Avv. Paolo Malpieri
Carlo Pilati
Luisa Malpieri
Daniela Burali
Prof. Alberto Spinelli
Vittorio Burali
Francesco (maggiordomo)Eugenio Pigato
Ambrogio (autista)
Alfredo Treppiedi
Adele (cuoca)
Marisa Giusti
Clotilde Laurance
Mariella Bergamaschi
Evelina Laurance
Simonetta Nicora
Luisella (segretaria)
Mariacristina Capanna
Le scene sono state realizzate da Vittorio Burali
i Costumi da Marisa Giusti
L’aiuto regia da Mariacristina Capanna
La regia da Carlo Pilati.
Gli ospiti del CDI e il pubblico tutto hanno applaudito, apprezzando questa iniziativa di cui
sono rimasti soddisfatti, nella speranza di poter nel futuro godere di analoghi spettacoli.
Una lode particolare ai vari interpreti, alla scenografia e alla regia.
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Il gruppo teatrale
Cristina e Carlo
Marisa ed Eugenio
Vittorio e Daniela
Simonetta, Alfredo e Mariella
50
FEDERAZIONE AITA
Nascita – scopi – attività – obiettivi.
Come già comunicato precedentemente, sono socia e volontaria dell’AITA e frequento le riunioni del lunedì mattina che si svolgono presso la sede dei gruppi di volontariato di via Maspero,
instaurando con la sezione di Varese un rapporto di collaborazione con la redazione del periodico la “Voce” dell’AVA.
Devo confessare che non avevo idea di quale fosse il problema dell’afasia e, naturalmente, mi
sono documentata per chiarirmi quale aiuto potessi dare alle persone che avevano questo handicap.
Ho conosciuto diverse persone con cui ho cercato di instaurare rapporti di amicizia prendendo
consapevolezza dei loro limiti e delle loro capacità.
Ho preso visione di un libro di poesie, create da uno dei soci afasici: Giuseppe Paganetti, trovandole molto profonde e significative ed ho chiesto, in un clima di collaborazione, se alcune
potessero essere pubblicate sul nostro periodico e, avutane autorizzazione, nel settore dei
lettori di questi mesi di novembre-dicembre, ne sono pubblicate 2: una, “Straniero”, inserita
nel libro “Migrorio”, l’altra, ideata ultimamente, dopo l’ictus che ha colpito Paganetti, dopo la
pubblicazione delle sue poesie, intitolata “Vivi”.
Mi è parso giusto, a questo punto, comunicare ai lettori della “Voce” la motivazione per cui è
sorta l’AITA, gli scopi che intende perseguire e le attività che sta svolgendo.
L’
Giuseppina Guidi Vallini
Associazione ITaliana Afasici (AITA) si è costituita per venire incontro alle molte
sollecitazioni giunte dai pazienti afasici e dai loro familiari. Essa si prefigge di promuovere la conoscenza dell’afasia e dei problemi ad essa collegati, nell’intento di alleviare
le difficoltà a cui vanno incontro l’afasico e l’ambiente familiare.
51
L’afasia è un disturbo del linguaggio, generalmente localizzato nella metà sinistra del cervello, le cui conseguenze
sono: la difficoltà di parlare, di leggere, di ricordare un fatto appena avvenuto, di riconoscere una persona o di risolvere un’operazione matematica.
Questi disturbi che colpiscono soggetti di tutte le età, sono
più o meno gravi a seconda della grandezza della lesione,
nel parlare, nello scrivere, nel leggere.
Nell’adulto l’afasia può insorgere a causa di disturbi circolatori (trombosi, emorragie, embolie) di traumi cranici, di
neoplasie cerebrali, di malattie infiammatorie (encefalite) o
degenerative (malattia di Alzheimer o altre forme di demenza), del sistema nervoso centrale.
Pur conservando spesso intatte le loro facoltà intellettive,
alcune persone afasiche perdono in modo permanente la
capacità di usare il linguaggio anche per le necessità elementari della vita quotidiana.
Il paziente afasico ha bisogno di un supporto complesso fornitogli da coloro che hanno con
lui un rapporto professionale (medici, neuropsicologi, logopedisti, assistenti sociali) dai
familiari, amici e colleghi che si dedicano a lui come volontari, garantendogli l’aiuto di cui
ha bisogno nella vita di tutti i giorni. Ovviamente occorre l’informazione opportuna sul tipo
di disturbo di cui soffre e sul modo migliore per aiutarlo a superare le sue difficoltà di rapporto e a recuperare la propria autosufficienza.
L’AITA svolge la sua attività in varie regioni d’Italia e precisamente: Abruzzo –
Campania – Emilia Romagna – Lazio – Lombardia – Marche –Piemonte – Puglia – Sardegna – Sicilia – Toscana – Veneto.
In Lombardia, in particolare,
 accoglienza delle persone colpite,
 gruppi di conversazione,
 gruppo di auto-mutuo aiuto,
 cartonaggio,
 lettura,
 visione films,
 gioco delle carte,
 allenamento per coristi,
 visite guidate a musei o città d’arte.
Gli incontri si svolgono il lunedì e il mercoledì mattina dalle 9 alle 12 nella sede del gruppo
Volontari, di via Maspero.
Gli obiettivi dell’AITA lombarda sono:
 recuperare la propria autonomia e il rapporto con gli altri.
 ricostruire quella rete di relazione che l’afasico ha perso.
 aiutare a diventare più consapevoli delle proprie risorse, tramite un ambiente confidenziale,comunicativo, amichevole, dove tutti possano parlare pur con le loro difficoltà.
 saper aspettare e ascoltare con scambievole tolleranza.
 creare un ambiente protetto che aiuti l’afasico a sentirsi più sicuro.
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Lezione di politica economica (Umorismo…)
H
(Adriana Pierantoni)
o trovato per caso questa lezione di politica economica. Che ne dite?
SOCIALISMO
Possiedi due mucche.
Il tuo vicino di casa ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.
COMUNISMO
Possiedi due mucche.
Il governo te le prende tutte e due e ti fornisce il latte secondo
i tuoi bisogni.
FASCISMO
Possiedi due mucche.
Il governo te le prende tutte e due e ti vende il latte.
NAZISMO
Possiedi due mucche.
Il governo ti prende la vacca bianca e uccide quella nera.
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DITTATURA
Possiedi due mucche.
La polizia te le confisca tutte e due e poi ti fucila.
DEMOCRAZIA
Possiedi due mucche.
Si va al voto per decidere a chi spetta il latte.
DEMOCRAZIA
RAPPRESENTATIVA
Possiedi due mucche.
Quindi si vota per chi eleggerà la persona
che deciderà a chi spetta il latte.
ANARCHIA
Possiedi due mucche.
Lasci che si organizzino in autogestione.
CAPITALISMO
Possiedi due mucche.
Allora ne vendi una per comprare un toro ed
avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento.
CAPITALISMO SELVAGGIO
Possiedi due mucche.
Fai macellare la prima ed obblighi la seconda a
produrre tanto latte come 4 mucche.
Alla fine licenzi l’operaio che se ne occupava
accusandolo di aver lasciato morire la vacca
per sfinimento.
54
BERLUSCONISMO
Possiedi due mucche.
Ne vendi 3 alla tua società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla
sua banca.
Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con la
partecipazione in una Società soggetta ad offerta
pubblica e, nell’operazione, guadagni 4 mucche
beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il
possesso di 5 mucche.
I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche, vengono trasferiti da un intermediario panamense sul
conto di una Società con sede alle isole Cayman,
posseduta clandestinamente da un azionista che
rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del
latte di 7 mucche.
Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l’opzione di acquisto per un ulteriore animale.
Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perché
sporcano e puzzano.
Quando poi stanno per beccarti, diventi Presidente
del Consiglio.
MONTISMO
Possiedi due mucche.
Tu le mantieni e il governo si prende il latte e ti mette
anche una tassa su: la stalla, la mangiatoia, la produzione.
Praticamente a te rimane lo sterco.
Intanto, però, è in approvazione un disegno di legge
sulla tassazione dei rifiuti.
RENZISMO
Possiedi due mucche.
Tu le mantieni e il governo generosamente ti lascia tutto il latte, in cambio comunque, ti cancella tutte le pensioni possibili:
passate, presenti e future in quanto il latte
deve bastare perché nutrimento completo
di tutto!
55
A
In ricordo di Alda
Giuseppina Guidi Vallini
lda, un donnino minuto, riservato, educato, gli occhi di una dolcezza infinita, che ha
frequentato per anni come ospite i Centri Diurni Integrati di via Maspero e di Avi-
gno.
Personalmente l’ho conosciuta
agli inizi del mio volontariato, ha
partecipato agli incontri sul tema delle favole e delle fiabe e si
è instaurato tra noi un rapporto
di affettuosa amicizia.
Ogni volta che l’incontravo lei
mi abbracciava calorosamente
riempiendo il mio cuore di gioia.
A 98 anni è venuta a mancare
senza raggiungere, purtroppo, il
traguardo che si prefiggeva dei
100 anni. Il 17/10 di quest’anno
avrebbe proprio compiuto i 100
anni e la figlia, che le è stata
sempre vicina e che nell’ultimo
periodo l’ha assistita con tanto amore, ha voluto
condividere con noi questa data e festeggiarla come
se lei fosse ancora presente tra noi. Ha anche portato una torta da distribuire tra i commensali ospiti
del CDI di via Maspero.
Un evento eccezionale va ad ogni modo segnalato.
Per iniziativa di Peppo, gli ospiti del Centro di via
Maspero assieme agli ospiti del Centro di Avigno
hanno intonato insieme –tramite cellulare – il canto
augurale “Tanti auguri a Alda”
Penso che Alda, in Paradiso, tra gli angeli, abbia
accolto con gran godimento il nostro augurio e che
possa vegliare su tutti noi per il proseguire sereno
della nostra futura esistenza.
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download1 02_01_Novembre_Dicembre_2015 - AVA