Periodico d’informazione sulle attività culturali e ricreative redatto dai Volontari dell’A.V.A. del C.D.A. di Varese. Centro Polivalente Via Maspero, 20 – Varese; sito:www.avavarese.it TTeell 00333322//228888114477 –– 00333322//228866339900,, ffaaxx:: 00333322 224411229999,, ee--m maaiill iinnffoo@ @aavvaavvaarreessee..iitt Numero 273 novembre – dicembre 2015 Ciclostilato in proprio dal Servizio Sociale del Comune di Varese per uso interno. 1 S Soom mm maarriioo Copertina: Novembre 2014 – un anno fa alla Schiranna il lago era esondato. Sommario Redazione e Collaboratori pag “ 1 3 Editoriale “ 3 Auguri di Natale dal Presidente ...................... Silvio Botter “ 4 Com. A.V.A Natale, Capodanno Epifania in A.V.A. Liguria a Sanremo ......................................... “ 5 Com. A.V.A Caldo inverno a Sorrento ............ “ 6 La voce ai lettori: Poesie di Chicca ..................... Nadia Cecconello “ 7 La voce ai lettori: Dalla finestra vedo .............. Alba Rattaggi “ 8 La voce ai lettori: Poesie di Carlotta ...................... Carlotta Fidanza Cavallasca “ 8 La voce ai lettori: Poesie di Luigi Fortunato ............ A cura di Giuseppina Guidi Vallini “ 9 La voce ai lettori: Gesù ...................................... Stefano Robertazzi “ 12 La voce ai lettori: Gita all’Eremo di S. Caterina Francesca Pili “ 12 La voce ai lettori: Poesie di Giuseppe Paganetti “ 13 La voce ai lettori: Poesie di Luciano ................ Luciano Curagi “ 14 La voce ai lettori: Poesie e riflessioni di Patrizia ... Patricia De Filippo “ 15 La voce ai lettori: Lettera al figlio carabiniere “ 16 La voce ai lettori: Pensieri su cui meditare ....... Lucia Covino “ 16 La voce ai lettori: Poesie d Adriana ................. Adriana Poloni “ 17 La voce ai lettori: Poesia sul Natale .................. A cura di Maria Luisa Henry “ 18 La voce ai lettori: Riceviamo e pubblichiamo. A cura di Ivan Paraluppi “ 19 La voce ai lettori: Riceviamo e pubblichiamo. A cura di Giovanni Berengan “ 20 Copertina “Storie di casa nostra” Mauro Vallini “ 21 Il medioevo delle Cattedrali (5^ parte) ................ A cura di Mauro Vallini “ 22 Santa Maria del Monte (1^ parte) ........................ Mauro Vallini “ 26 Storia di una cappella ......................................... Franco Pedroletti “ 31 Quei religiosi tesori del vecchio Borgo varesino “ 33 Gli ospiti del Molina raccontano ........................... G. Guidi Vallini – Carlotta Cavallasca “ 35 Trilogia dell’Altopiano ......................................... Laura Franzini “ 36 La prima stella alpina ......................................... Giovanni Berengan “ 37 “ 38 Eventi storici: il dirigibile Italia .............................. Giuseppe Berengan “ 40 Com’è cambiato il modo di vivere ....................... Franco Pedroletti “ 41 La Bibbia – Antico testamento (16^ parte) .......... Giancarlo Campiglio “ 43 La Naja alpina nella prima guerra mondiale A.V.A. A cura di Giuseppina Guidi Vallini Francesca Pini Franco Pedroletti Franco Pedroletti 2 Strade e piazze di Varese? (11^ parete) ................ Mauro Vallini “ 47 Copertina “Saggi, pensieri e riflessioni” Mauro Vallini “ 51 Pensieri di Lidia .................................................. Lidia Adelia Onorato “ 52 Aspettando il Natale ........................................... Maria Luisa Henry “ 54 Troppo azzardo .................................................. “ 56 Forse è finita la stagione del consumismo .............. Laura Franzini Laura Franzini “ 57 Le prime volte .................................................... Silvana Cola “ 58 La trasparenza .................................................... Giuseppina Guidi Vallini “ 59 Popular canticum ............................................... Ivan Paraluppi “ 60 Piccola storia tragicomica .................................... “ 61 Ayurveda .......................................................... Ivan Paraluppi Miranda Andreina “ 62 Il Papa comunista ............................................... Ivan Paraluppi “ 63 Ricette di felicità: Soufflé del mio orto ................. Giuseppina Guidi Vallini Mauro Vallini “ 64 “ 65 Poesie di Maria Luisa ………………………….. Maria Luisa Henry Poesie di Lidia Adelia .......................................... Lidia Adelia Onorato “ 66 “ 67 Poesie di Silvana ……………………................. Silvana Cola Bambino Gesù asciuga ogni lacrima ................... A cura di Mauro Vallini “ 69 “ 70 “ 71 Abies alba – Abete bianco .................................. Mauro Vallini “ 72 Uso dell’abete bianco in erboristeria .................... A cura di Mauro Vallini “ 74 Cibo è cultura ...................................................... Laura Franzini “ 75 Alcune erbe della salute ...................................... Giuseppina Guidi Vallini “ 76 “ 77 Attività A.V.A. .Gara bocce Individuale maschile A.V.A. e femminile ......................................................... “ 78 Attività C.D.I. Una giornata di festa al C.D.I. Giuseppina Guidi Vallini “ 79 Attività C.D.I. Gruppo Teatri – AMO C.D.I. Varese Giuseppina Guidi Vallini “ 79 La Federazione AITA ........................................ Giuseppina Guidi Vallini “ 81 Musei di Villa Mirabello ..................................... A cura di Maria Luisa Henry “ 83 Museo Baroffio e del Santuario del Sacro A cura di Maria Luisa Henry Monte sopra Varese ........................................... “ 84 Una magnifica estate 2015 ................................ Laura Franzini “ 85 Divagazioni ......................................................... Giovanni Berengan “ 86 Lezione di politica economica .............................. Adriana Pierantoni “ 87 Frugando nei cassetti del passato ........................ G. Guidi Vallini – A. Pierantoni “ 90 Copertina “L’angolo della poesia” Copertina “Gocce di scienze” Copertina “Rubriche ed avvisi” Mauro Vallini Mauro Vallini 3 In ricordo di Alda ………………........................... Giuseppina Guidi Vallini “ 91 Aforismi ………………………………………… Giuseppina Guidi Vallini “ 92 Vocabolarietto ………………........................... G. Guidi Vallini – M. Vallini “ 92 RReeddaazziioonnee:: M N Maauurroo VVAAALLLLLLIIIN NIII G i u s e p p i n a G U D N G i u s e p p i n a GU UIIID DIII V VAAALLLLLLIIIN NIII G i o v a n n i B E R E N G A N G i o v a n n i BEER RE EN NG GA AN N C O R E D A T T O R E CAAAPPPO OR RE ED DA AT TT TO OR RE E SSEEEG R E T A R I A G R E T A R I A GRETARIA R O R T C O N O M U N E RAAAPPPPPPO OR RT TIII C CO ON N IIILLL C CO OM MU UN NE E AArrttiiccoolliissttii pprreesseennttii aallllee rriiuunniioonnii ddii rreeddaazziioonnee:: Rosalia ALBANO Giancarlo ELLI Ivan PARALUPPI Mauro VALLINI Giampiero BROGGINI Giuseppina GUIDI VALLINI Franco PEDROLETTI Silvana COLA Maria Luisa HENRY Adriana PIERANTONI H Haannnnoo ccoonnttrriibbuuiittoo aanncchhee:: Silvia BENNI DI PASQUALE Carlotta CAVALLASCA Luciano CURAGI Giovanni LA PORTA Alberto MEZZERA Adriana PIERANTONI Alba RATTAGGI Giovanni BERENGAN Nadia CECCONELLO Patricia DE FILIPPO Lisa MAGNABOSCO Lidia Adelia ONORATO Francesca PILI Stefano ROBERTAZZI Silvio BOTTER Lucia COVINO Laura FRANZINI Luciana MALESANI Giuseppe PAGANETTI Adriana POLONI Caterina TAGLIANI EDITORIALE Carissimi lettori, vorrei in questo mio editoriale, pubblicare il testo in italiano di una celebre canzone di John Lennon: Happy Christmas (felice Natale) E così è arrivato il Natale, e tu cosa hai fatto? Un altro anno se n’è andato e uno nuovo è appena iniziato. E così è Natale,auguro a tutti di essere felici alle persone vicine e a quelle care ai vecchi ed ai giovani. Buon Natale e felice anno nuovo. Speriamo sia un buon anno senza timori né paure. E così è Natale,per i deboli ed i forti, per i ricchi ed i poveri, il mondo è così sbagliato. E così è Natale, per i neri ed i bianchi, per i gialli ed i rossi, smettiamola di combattere. Buon Natale e felice anno nuovo. Speriamo sia un buon anno senza timori né paure. E così è Natale,con tutto quello che è successo. Un altro anno se n’è andato e uno nuovo è appena iniziato. E così è Natale,auguro a tutti di essere felici alle persone vicine e a quelle care ai vecchi ed ai giovani. Buon Natale e felice anno nuovo. Speriamo sia un buon anno senza timori né paure. La guerra è finita se tu lo vuoi La guerra è finita, la guerra è finita, adesso. 4 Carissimi soci le prossime festività si stanno avvicinando molto velocemente, in particolare il Santo Natale che è uno dei momenti più suggestivi dell’anno. Sono questi momenti importanti, momenti che ci fanno meditare, che ci portano ad auspicare, a tutte le persone che vogliamo bene, gli auguri migliori. Purtroppo mai come quest’anno rilevo una certa difficoltà ad esprimere l’augurio. Certo non mi mancano gli aggettivi per esprimere questo particolare auspicio ma sono portato a riflettere sul momento storico in cui viviamo. Momento in cui sembra che una parte della società abbia dimenticato le regole base della comune convivenza: da una classe politica litigiosa, ai mezzi di comunicazione, ai giovani in cui modelli di vita si rifanno a schemi privi di contenuti, oppure forme di intolleranza prive di solidarietà. Ecco perché le prossime festività mi portano a riflettere su quanto è accaduto e su quanto sta accadendo e a ripensare alle nostre azioni, a ciò che abbiamo vissuto e, nel contempo, a condividere con altri la speranza, perché il Natale è un momento di gioia, una testimonianza di amicizia, ma anche tempo di riflessione e di responsabilità. Il Natale ci richiama all’ascolto dei più bisognosi, dei più deboli, di coloro cui non sono pienamente riconosciuti i diritti al lavoro, alla casa, alla salute e ci rimanda a un’idea di comunità vicina alla famiglia, amica dei suoi vecchi e dei suoi giovani. Il mio augurio è dunque che queste feste possano essere portatrici di affetti e di valori ritrovati, che il Natale doni momenti di pace e serenità veramente a tutti, che queste festività siano capaci di rendere più fraterna e serena la nostra convivenza, ma soprattutto sia l’occasione per guardarci dentro, per capire chi siamo davvero in fondo al cuore. Buon Natale Il Presidente A.V.A. Botter Silvio 5 Comunicazioni dell’A.V.A. NATALE CAPODANNO EPIFANIA IN LIGURIA SANREMO 23 Dicembre – 6 Gennaio 2016 HOTEL EDEN 3 stelle L’Hotel EDEN si trova a circa 200 metri dalla passeggiata a mare (Imperatrice) e dalle spiagge. Il famoso Casinò si trova a soli 800 metri. In posizione centrale con nelle immediate vicinanze farmacia, fermata bus, tabaccheria, supermercato. Ampi spazi con sala lettura e sala da gioco. Dispone di 70 camere, tutte ben arredate e dotate di telefono, tv color, asciugacapelli, minibar e cassaforte. 1° giorno: LOCALITA' DI PARTENZA / SANREMO In mattinata ritrovo dei partecipanti e partenza in autopullman per la Liguria. Arrivo a SANREMO e sistemazione all'hotel EDEN. Pranzo. Pomeriggio a disposizione per un primo contatto con la famosa località ligure. Cena e pernottamento. dal 2° al 14° giorno: SANREMO Pensione completa. Giornate a disposizione per il relax, attività balneari ed eventuali escursioni facoltative lungo la Riviera o nella vicina Costa Azzurra. 15° giorno: SANREMO / RIENTRO Prima colazione. Mattinata a disposizione. Pranzo. Nel pomeriggio rientro alla località di partenza. QUOTA INDIVIDUALE DI PARTECIPAZIONE Supplemento camera singola Euro 750 Euro 190 Euro 2 Assicurazione annullamento viaggio causa malattia, facoltativa LA QUOTA COMPRENDE: viaggio in autopullman andata e ritorno sistemazione in camere doppie con servizi cocktail di benvenuto pensione completa, dal pranzo del 1° giorno al pranzo dell’ultimo bevande ai pasti pranzo di Natale ed Epifania cenone di Capodanno con musica dal vivo con ¼ di spumante a persona festa dell’arrivederci polizza sanitaria LA QUOTA NON COMPRENDE: servizio spiaggia extra di carattere personale e tutto quanto non espressamente indicato Organizzazione Tecnica: Personal Tour P02.1 6 CALDO INVERNO A SORRENTO HOTEL PARCO del SOLE **** V01__ HOTEL LA PACE ***** V02__ HOTEL ADMIRAL **** V03__ 2016 La destinazione sarà tra Parco del Sole, La Pace ed Hotel Admiral. Il socio potrà indicare l’albergo, ma sarà discrezione della Vesuvio Express confermare o meno. In camera doppia per persona Periodo 2016 24/02 10/03 25/03 30/03 – – – – 09/03 24/03 29/03 13/04 € € € € 530 530 295 570 In camera singola per persona € € € € 810 810 395 850 codice .1 .2 .3 .4 PASQUA Le prenotazioni si ricevono accompagnate da una caparra di € 200,00 per persona La conferma di accettazione del soggiorno avverrà un mese prima della partenza mentre la conferma dell’hotel prescelto avverrà 3 giorni prima della partenza LE QUOTE COMPRENDONO Viaggio andata e ritorno in Autobus Gran turismo Pensione completa con bevande ai pasti (1/2 minerale + 1/4 vino) dalla cena del 1°giorno alla prima colazione dell’ultimo giorno Sistemazione in camere doppie con servizi privati LE QUOTE NON COMPRENDONO facchinaggio extra di carattere personale escursioni facoltative accompagnatrice gli ingressi ai musei e quanto non espressamente indicato alla voce “LE QUOTE COMPRENDONO” N.B. - i posti bus per il viaggio e per le escursioni NON SON PRENOTABILI IL SALDO SI EFFETTUERÀ 35 GIORNI PRIMA DELLA PARTENZA ORGANIZZAZIONE TECNICA: Vesuvio Express Cod. V__.__ PER PRENOTARE RIVOLGETEVI ALL’UFFICIO TURISMO A.V.A. 7 La voce ai lettori Dalla finestra vedo Alba Rattaggi P aesaggio opaco sfumato. Un sole malato fatica a schiarire. Sul piccolo colle tra gli alberi stanchi biancheggia una casa. Il grande nocciolo proprio qui in primo piano lentamente ingiallisce. Nel silenzio assoluto solo un passero triste cinguetta sul ramo. Dolcemente l’autunno con sapiente maestria incanta il mio cuore. Poesie di Carlotta C Alla Schiranna verso sera olline offuscate di nebbia abbracciano stasera il mio lago. R iflessi strani di un sole pallido rendono vive le acque. U na calma speciale mi invade: sono in armonia col creato. 8 Particella di infinito Quando fuggendo l’incalzare dei giorni mi ritrovo in un’oasi di silenzio, riesploro gli angoli remoti del cuore dove si celano sentimenti profondi e gli spazi sconfinati dell’anima, dove si appaga la mia ansia di libertà. Mondi diversi in cui non esistono frontiere per una particella di infinito. Carlotta Fidanza Cavallasca Poesie di Luigi Fortunato Giuseppina Guidi Vallini Siamo ormai vicini al Natale ed io ricordo che in tale occasione Luigi Fortunato, ospite del CDI e nostro collaboratore, faceva pervenire in redazione alcune poesie assai delicate, dedicate a questa festa. Da due anni, ormai, Luigi, che io ho conosciuto nel lontano 2000, non è più con noi. E’ stato pubblicato dal Comune di Varese un suo opuscolo intitolato “Volo di parole” con un sottotitolo “Sei anni di poesie e umorismo, dedicato al CDI di via Maspero e contenente le sue poesie e le sue divagazioni. Ed è proprio da questo opuscolo che ho ritenuto giusto trarre alcune sue poesie. Luigi era molto presente nella sua famiglia, amava molto suo figlio e suo nipotino ed è di questi giorni la notizia che suo figlio non ha più desiderato vivere. Caro Luigi, noi tutti della redazione ti abbiamo apprezzato per i contributi che tu ci hai sempre dato e ti pensiamo in cielo a pregare per la famiglia di questo tuo figliolo che tu hai seguito con tanto amore. Ed ecco qui di seguito le poesie di Luigi. 9 Nonno Su uno scoglio in riva al mare un uomo anziano siede in disparte, solo e dimenticato. Il suo sguardo segue il volo di un gabbiano mentre il pensiero vaga lontano. All’improvviso abbassa la testa e scoppia in un pianto disperato, il petto scosso da singhiozzi dolorosi e convulsi, il volto intriso di lacrime al ricordo doloroso di una persona amata. Una leggera mano di un bimbo lo tocca. Perché piangi nonno? Ora ci sono io e sarai amico mio. D Emigrante all’aria nostalgica che sogni sempre le tue albe e i tuoi tramonti rallegrati, abbiamo tutti altri modi possibili ed ora questa terra dove vivi e lavori è anche tua. Oggi mi è venuta voglia di asciugarti la fronte e di abbracciarti forte, per farti sentire che non c’è divisione tra me e te, in questo mondo, ruotando nel vuoto che ci fu affidato per vivere felici. 10 La poesia Mi trovavo nella terza età della mia vita. Mi sentivo solo, triste, afflitto, stanco e sfinito, mi ero messo in cerca invano di una compagnia che mi ridonasse l’amore per la vita. La incontrai improvvisamente sulla mia via in un giorno di novembre. Il suo volto mi era noto, l’avevo conosciuta nel mio io, poi era svanita nell’ignoto, in seguito mi fece il dono della sua compagnia, Mi ero scordato il suo nome, me lo disse in confidenza era la signora Poesia. B Natale ianche farfalle di neve scendono svolazzando dal cielo, nel turbinio di fiocchi bianchi. Le campane delle chiese, coi loro rintocchi, chiamano i fedeli alla messa di mezzanotte. È la notte di Natale. All’Oriente la cometa, trascinando la sua lucente coda, solca il cielo indicando ai magi e ai pastori la via della capanna, culla del bambino Gesù. Come sempre gli uomini promettono pace e amore fraterno continuando il loro cammino da sempre e sempre verso l’eternità. 11 12 Gli uomini spesso vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto. Dalai Lama 13 Natale N Noon n hhoo v voogglliiaa ddii ttu uffffaarrm mii iin nu un n ggoom miittoolloo ddii ssttrraaddee H Hoo ttaan nttaa ssttaan ncchheezzzzaa ssu l l e s p a l l e ulle spalle LLaasscciiaatteem mii ccoossii ccoom mee u un naa ccoossaa ppoossaattaa iin u n a n n un anggoolloo ee ddiim meen nttiiccaattaa Q Qu uii n noon n ssii sseen nttee aallttrroo cchhee iill ccaallddoo bbu uoon noo SSttoo ccoon l e q u a t t r n le quattroo ccaapprriioollee ddii ffu um moo ddeell ffooccoollaarree Giuseppe Ungaretti 14 Abete bianco 15 Buon Natale Buon Natale R Reellaazziioonnii ssuu aattttiivviittàà ssvvoollttee,, R Riissaattee,, S Sppiiggoollaattuurree eedd … … aanncchhee aallttrroo 16 Sezione “Storie di casa nostra” Il medioevo delle cattedrali (5^parte) Da “Il Medioevo delle cattedrali” – Frate Indovino. A cura di Mauro Vallini Gli elementi strutturali di una cattedrale Ambone “Si dà a questo pulpito il nome … di ambone (ambo) da ambiendo (circondare), visto che esso circonda come con una cintura chi vi sale sopra” (Durand, I, 34). N elle chiese cristiane l’ambone è la struttura sopraelevata dalla quale vengono proclamate le letture. È una tribuna in marmo, pietra o legno, chiusa da tre lati da un parapetto. In genere gli amboni erano due, posti ai lati dell’altare per la lettura: quello di destra, generalmente più piccolo, era detto dell’Epistola, quello di sinistra era detto del Vangelo. Il termine ambone viene dal greco ambon, che indica ogni superficie convessa, panciuta: di fatto, molti amboni presentano una convessità in corrispondenza del leggio. Hanno accesso all’ambone i seguenti ministri: il lettore, che legge passi dell’Antico Testamento e l’Epistola; il salmista, che canta le strofe del salmo responsoriale; il diacono, che proclama il Vangelo. Ad esempio amboni sono presenti nel Duomo di Piacenza, in S. Marco a Venezia… Pulpito “Il pulpito posto nella chiesa è la vita degli uomini perfetti, e lo si chiama così per intendere, in qualche maniera, un pulpito pubblico o posto in luogo pubblico ed esposto agli sguardi di tutti” (Durand) I l pulpito si differenzia dall’ambone perché è posto fuori del presbiterio, nel cuore della navata maggiore e generalmente addossato ad un pilastro. Il termine deriva dal latino pulpitum che significa impalcatura, e ciò per indicare una piattaforma rialzata. Il pulpito rispondeva alle esigenze di predicazione che si fecero sempre più imponenti con l’avanzare del Medioevo, quando essa non era più considerata un momento organico della celebrazione liturgica, bensì un momento di istruzione al popolo. Essendo destinato solo alla predicazione, il pulpito poteva addirittura essere all’esterno della chiesa come, ad esempio, nel Duomo di Prato. Tra i più splendidi pulpiti interni alle cattedrali basta ricordare quello di Giovanni Pisano nel Duomo di Pisa e quello di Nicola Pisano nel Duomo di Siena, mirabili esempi di scultura gotica italiana. Pavimento e labirinti “Il pavimento della chiesa rappresenta il fondamento della nostra fede. Nella chiesa spirituale, il pavimento rappresenta i poveri di Cristo, ossia i poveri di spirito che si umiliano in ogni cosa; è per questo, a causa della loro umiltà, che sono assimilati al pavimento. Il pavimento che si calpesta rappresenta ancora il popolo, con il cui lavoro la Chiesa viene nutrita e sostenuta” (Durand, I, 28). 17 A nche se in una chiesa il pavimento non è il primo elemento che uno nota, esso è comunque di fondamentale importanza. I morti sono stati a lungo seppelliti nelle chiese e spesso i pavimenti includono tracce di tombe o lastre tombali, e comunque anche essi venivano talvolta particolarmente curati in quanto considerati come “piani-terra” dell’universo e per questo decorati con elementi metaforici. In tal senso un esempio notevole è quello del labirinto della cattedrale di Chartres. Il labirinto di Chartres, opera del XII secolo, è una figura geometrica circolare inscritta in larghezza sul pavimento della navata centrale. Rappresenta un percorso continuo lungo 261,5 m. che va dall’esterno all’interno del cerchio, con una successione di curve e archi di cerchio concentrici. Una delle sue particolarità è che i percorsi, sia dal centro che dal perimetro, presentano la stessa successione di curve e archi. Alcuni pensano che il labirinto rappresenti un cammino simbolico che porta l’uomo dalla terra a Dio e il centro della figura rappresenta appunto la città di Dio; altri ritengono che si tratti di un percorso che permette il cammino interiore per giungere a Dio attraverso la preghiera, questa culmina proprio nella rosa a sei petali che alcuni credono essere l’emblema della preghiera del Padre nostro. Il percorso del labirinto non consiste solo nell’andare verso il centro, ma anche a ripartire da lì. Il pellegrino è invitato a seguire la linea tracciata davanti a lui, in modo da salire verso il coro della cattedrale, verso oriente, cioè la luce. I labirinti possono essere anche considerati una sorta di pellegrinaggi simbolici tant’è che venivano anche chiamati “cammini di Gerusalemme”. In Francia i labirinti furono particolarmente diffusi; celebri quelli delle cattedrali di Reims, Sens, Arras, Amiens, Auxerre, alcuni dei quali scomparsi Sepolture N el Medioevo tutte le sepolture avevano luogo nelle chiese o in aree cimiteriali nelle immediate vicinanze di esse. Ma il disporre di una tomba propria e talvolta perfino monumentale era possibile solo per gli appartenenti ai ceti più agiati. Essere sepolti poi addirittura in cattedrali con tanto di sepolcro, talvolta sontuoso, questo era riservato a re, a papi, a prelati (cardinali, vescovi…), a nobili e/o a ricchi borghesi. Si dovrebbero menzionare tutte le cattedrali perché ognuna ospita qualche illustre sepoltura, tuttavia alcune si distinguono per essere dei veri e propri concentrati di sepolture di alto rango: Spira con i suoi imperatori; Saint-Denis con i suoi re di Francia; Palermo con una varietà di sovrani normanno, svevi e aragonesi; Granada con i “re cattolici” (Ferdinando e Isabella); Napoli con i re angioini… Cripta “Le cripte, o volte sotterranee che si scavano in certe chiese, sono gli eremiti che conducono una vita più ritirata che gli altri uomini” (Durand, I, 19). L a cripta è uno spazio sotterraneo destinato alla sepoltura e con funzione di cappella. In origine vi venivano sotterrati i corpi santi, pratica che divenne sempre meno co- 18 mune nel corso del XII secolo; ma non manca l’eccezione che conferma la regola: il corpo di Thomas Becket giace nella cripta della cattedrale di Canterbury. Celebri, tra le tante, sono le cripte della cattedrale di Chartres. Architetti - mastri costruttori - maestranze varie “L’architetto, poeta e capomastro, riassumeva nella sua persona la scultura che gli cesellava le facciate, la pittura che gli miniava le vetrate, la musica che metteva in moto le campane” (Victor Hugo, Notre Dame de Paris, Libro V, cap. II) C ome i teologi edificano i fedeli, cioè la Chiesa riunita, gli architetti edificano la chiesa di pietra. Architetti: dottori in pietra. Dal XII secolo l’architetto comincia ad avere un ruolo rilevante come esperto della costruzione, ma anche come organizzatore del lavoro, progettista, capomastro, uomo di polivalenti capacità; disegna la pianta, trova le soluzioni per l’elevazione, ne prevede le conseguenze, coordina il lavoro di scultori, pittori, vetrai… Tra i più antichi documentati, brilla la figura di Lanfranco (tra XI e XII secolo) “artefice” del duomo di Modena. Il mastro costruttore proveniva di solito dalle fila degli operai impegnati nel lavoro di costruzione; egli stesso sapeva svolgere la maggior parte del lavoro, di cui conosceva a fondo non solo gli aspetti progettuali, ma anche i problemi tecnici implicati nella costruzione pratica; godeva del rispetto di tutti. Alcuni dei mastri costruttori erano così famosi ai loro tempi che i loro nomi venivano incisi su parti peculiari della cattedrale. Villard de Honnecourt (XIII secolo) è stato un architetto francese, noto soprattutto per il Livre de portraiture, una raccolta di disegni, corredati da annotazioni, fondamentale per la conoscenza dell’architettura gotica. La precisione degli schemi, la qualità degli schizzi, la perfetta corrispondenza delle piante sono straordinarie. La costruzione di una cattedrale era un’impresa tale che si protraeva nel tempo e vedeva quindi il succedersi di più architetti. Un esempio per tutti è quello della cattedrale di Parigi: Jean de Chelles vi fu attivo dal 1258 al 1265; a lui succedette Pierre de Montreuil, già architetto della SainteChapelle. Gli archi furono completati da Jean Ravy, che estese l’opera di rafforzamento all’intero coro ed alle facciate laterali. Altri ancora vi lavorarono come Jean Ravhoey e Raymond du Temple. In Italia è celebre Giovanni Pisano che fu capomastro del duomo di Siena dal 1285 al 1296; questi raggiunse tale prestigio da ottenere vari riconoscimenti e benefici dalla cittadinanza senese, tra i quali il condono di una pesante condanna; egli è celebre anche per la realizzazione del pulpito del duomo di Pisa. Noto è anche Lorenzo Maitani capomastro del duomo di Orvieto dal 1310 al 1330. Non sempre i nomi degli architetti sono noti e celebri, talvolta rimangono ignoti. Curioso e simpatico è il caso di Venezia dove all’interno del grande arcone della porta centrale è rappresentato il cosiddetto “architetto ignoto”. Egli è raffigurato nelle vesti di un saggio orientale con il turbante: greci, infatti, erano gli architetti chiamati a costruire la Basilica dal doge Contarini. Esso appare seduto per sottolinearne il livello di dignità, e porta anche una stampella, segno di infermità fisica. In ciò è accomunato alla grande tradizione mitica greca e nordica che consentiva all’homo faber di raggiungere altissimi livelli ma lo obbligava a pagarne in qualche modo lo scotto con l’infermità. L’architetto è poi rappresentato nell’atto di mangiarsi un dito: la leggenda attribuisce questa espressione di disappunto alla punizione che il doge gli avrebbe dato dopo che, alle sue congratulazioni per la grande opera realizzata, l’architetto aveva risposto: “Avrei potuto farla meglio”; per questo atto di orgoglio era stato punito. Nel Medioevo la distinzione tra capomastro (“capo dei maestri”) ed architetto non era necessariamente così netta. Molte erano le maestranze impiegate per la realizzazione di un edificio così imponente come una cattedrale. Maestranze varie Calcinai: addetti alla preparazione della malta. Carpentieri: responsabili di tutte le fasi che prevedevano l’impiego del legno (dalle cèntine alle coperture e così via). Fabbri: addetti alla fonditura ed alla forgiatura dei materiali in ferro. Intonacatori: rivestivano le superfici dei muri con l’intonaco. 19 Imbianchini: stendevano sulle superfici intonacate uno strato di pittura bianca. Muratori: addetti alla posa dei blocchi di pietra o dei mattoni. Piastrellisti: detti pavimentari perché si occupavano della zona di calpestio. Pittori: addetti alla realizzazione delle decorazioni all’interno degli edifici religiosi. Portatori: addetti al trasporto dei vari materiali da una parte all’altra. Scalpellini: addetti alla lavorazione delle pietre. Vetrai: Impegnati nel processo di edificazione erano anche i cavapietra, i sabbionieri, i fornaciai che producevano la calce, i fabbricanti di tegole e mattoni, i carrettieri ecc. Le maestranze erano retribuite secondo il loro grado di specializzazione ed il salario poteva comprendere o meno il pasto quotidiano. In linea di massima i compensi non erano elevati e le condizioni di lavoro erano dure e soggette a precarietà. Tante cattedrali tante storie. È ovvio che le tante, infinite cattedrali d’Europa hanno ciascuna una propria storia; nell’impossibilità di seguirle tutte, ci limitiamo a qualche significativo esempio. Un caso del tutto particolare è quello della basilica di San Marco a Venezia, dove confluirono elementi romanici, bizantini e, successivamente, gotici. Sino alla caduta della Repubblica Serenissima è stata la chiesa palatina dell’attiguo palazzo Ducale. Ha assunto il titolo di cattedrale a partire dal 1807, quando fu qui trasferito dall’antica cattedrale di San Pietro di Castello. La chiesa fu edificata per accogliere le reliquie di san Marco trafugate, secondo la tradizione, da Alessandria d’Egitto nell’827. La basilica attuale risale ad una ricostruzione iniziata dal doge Domenico Contarini nel 1063. Essa fu ed è la concretizzazione identitaria della città, nel tempo sempre più autonoma, ricca e potente repubblica marinara In quanto chiesa di Stato, la basilica era retta dal doge e non dipendeva dal patriarca, e ciò fino a quando divenne ufficialmente cattedrale. La basilica-cattedrale si distingue anche per la sua simbologia numerica. Dio, la Trinità sono identificati con il numero tre o, geometricamente, con un triangolo. Il mondo, in antico, si identificava invece con il numero quattro, con i quattro punti cardinali. La figura che si racchiude in quattro punti è deformabile: si possono ottenere, infatti, un rettangolo, un rombo, un trapezio. E ciò che è deformabile è anche instabile, mentre il triangolo resta sempre tale. La basilica di San Marco si identifica con il cinque, le cinque cupole. Quella centrale è del Cristo storico. Esiste un significato simbolico di ciò: l’arrivo di Cristo “divinizza” il creato così come la cupola centrale divide in quattro triangoli il quadrato dato dalle quattro cupole esterne. E in questo modo anche il quadrato-creato diventa indeformabile. S. Giacomo di Compostela è un caso tipico di cattedrale-santuario; una cattedrale fatta apposta per la custodia delle reliquie del Santo e per accogliere pellegrini. Ad essa si accede attraverso il Portico del la Gloria capolavoro della scultura romanica, costruito per volere di re Ferdinando II di León tra il 1168 e il 1188, ad opera del Maestro Matteo. Tutto il portale — ispirato alle Sacre Scritture — trasmette con plastica qualità rappresentativa il percorso che conduce l’uomo a partecipare della gloria di Cristo, rappresentato in Maestà nella lunetta, attorniato dai Quattro Evangelisti, con i popoli nello sfondo, e da personaggi che mostrano gli strumenti della Passione. In tutto il complesso raffigurativo del Portico si può leggere la storia dell’umanità, salvata da Cristo, articolata in quattro livelli. 1) Le basi delle colonne descrivono il dramma dell’esistenza umana ricorrendo a simboli propri della cultura medievale che utilizzava raffigurazioni animalesche caricate di vari significati; 2) si vuole che le colonne rappresentino le vie che conducono l’uomo alla conoscenza del Mistero; 3) sono raffigurati gli araldi e i messaggeri di Cristo, cioè profeti ed apostoli; 4) la vita eterna, cioè il regno di Cristo. Un’altra cattedrale che fu ambita meta di pellegrinaggi è quella di Canterbury, prima cattedrale gotica d’Inghilterra. Colonia e Chartres sono tra l’altro celebri per la conservazione di reliquie peculiari: la prima conserva l’arca con i resti dei Re Magi portati da Milano dall’imperatore Federico Barbarossa; la seconda custodisce il velo della Vergine offerto nell’876 alla cattedrale dall’imperatore Carlo il Calvo [cfr. Calendario dell’Avvento 2012]. La Spagna — che vide per lungo tempo la compresenza d e l l a religione mussulmana e di quella cristiana — presenta casi di trasformazione di moschee in cattedrali come accadde 20 Santa Maria del Monte (1^ parte) A cura di Mauro Vallini Il Santuario di Santa Maria del Monte, visibile da gran parte della provincia di Varese, è il riferimento spirituale dei varesini che nel passato vi compivano pellegrinaggi annuali; nel Seicento venne allestito il Sacro Monte, un cammino sacro contornato da cappelle dedicate ai misteri del Rosario. S La storia fruttando l’elevata posizione è probabile che già i Romani avessero eretto una torre d’avvistamento che poteva far parte del sistema difensivo approntato in tarda età imperiale contro le scorrerie dei Barbari. è altrettanto probabile che il fortilizio di S. Maria venisse occupato dai Longobardi. La tradizione vuole che S. Ambrogio vi sconfiggesse gli Ariani nel 389 e questa potrebbe essere un’indicazione della presenza dei Longobardi che ancora nel VII secolo erano ariani e che soprattutto nelle campagne lo rimasero a lungo.. Un’altra indicazione della presenza dei longobardi è la venerazione alla Madonna della Cintura, un culto tipicamente longobardo. Una pergamena del 974 cita per la prima volta la chiesa di S. Maria, precisando la sua dipendenza da S. Vittore di Varese e un documento del 974 conferma l’esistenza del castello “ecclesia S. Mariae sita castro Monte Vellate” Il castello di S. Maria, ora inglobato nel santuario e nel borgo e non più visibile, assunse una notevole importanza nelle lotte tra impero e papato e di riflesso nel conflitto tra l’antica nobiltà di origine franco – longobarda (filo imperiale) che si contrapponeva all’espansione dell’Arcivescovo e del Comune di Milano. La rocca di S. Maria dipendeva formalmente dall’arcivescovo che l’aveva subordinata a Varese, borgo commerciale e di antica ortodossia, per controllarla meglio. Quando nel 1042 fu eletto arcivescovo Guido de Bianche da Velate (candidato filo imperiale) e soprattutto gli successe Gotofredo Castiglioni che fu scacciato dal popolo milanese, la rocca di S. Maria divenne il fulcro dell’opposizione a Milano. Ancora una volta la rocca si consegnò alle truppe di Federico Barbarossa, scatenando le ire dell’arcivescovo che rifiutò di riconoscere il privilegio che il prevosto di S. Maria venisse eletto tra il clero varesino. 21 È possibile che dopo l’avvento al potere della famiglia Visconti a Milano, il castello di S. Maria abbia cominciato a perdere la sua importanza strategica o sia stato addirittura smantellato in ossequio alla politica viscontea di privare gli eventuali oppositori dei fortilizi dove arroccarsi. Nel secolo XV S. Maria viene descritta come un luogo selvaggio dove venivano a rifugiarsi le romite in cerca di vita solitaria e di penitenza. Fu quindi in questo contesto che, verso la metà del XV secolo, giunse Caterina da Pallanza alla quale si unirono altre pie donne, tra le quali, da Busto Arsizio, Giuliana da Verghera. Furono queste le prime monache alle quali, nel 1474, il Papa Sisto IV concesse di fondare un convento secondo la regola delle agostiniane. Intorno al 1472 i lavori per ampliare la chiesa, inadeguata alla crescente fama della venerata Madonna Nera che richiamava numerosi pellegrini da tutta la regione: Galeazzo Maria Sforza diede l’incarico a Bartolomeo Gadio di Cremona al quale si unì dal 1473 Benedetto Ferrini, già al servizio degli Sforza dal 1453. Nel 1502 la chiesa di S. Maria perse la sua autonomia e venne annessa al monastero delle agostiniane. Nel corso del ‘500 la devozione alla Madonna Nera continuò a crescere e i pellegrini salivano al Santuario affrontando uno scomodo sentiero. Fu così che dal 1570 si cominciò a pensare di realizzare una salita più agevole e poi addirittura un Sacro Monte, come quello di Varallo e di Orta, cioè un luogo ove si potesse esprimere la devozione ai quindici misteri del Rosario, in pieno spirito controriformistico e come baluardo contro i vicini Protestanti d’oltral-pe. Prese l’iniziativa il padre cappuccino Giovanni Battista A-guggiari, appoggiato dalla badessa del convento Tecla Maria Cid, parente di Francesco Cid, alto funzionario spagnolo vicino a Filippo III. Fu così che il 25 marzo 1605 venne posta la prima pietra. Il progetto e la direzione di lavori furono affidati all’architetto varesino Giuseppe Bernasconi. Nel 1680 l’opera poteva dirsi conclusa, anche se la decorazione delle cappelle proseguì per tutto il Settecento ad opera dei maggiori artisti lombardi dell’epoca. 22 La visita La strada da Varese si inerpica per un pendio cosparso di ville e villette finché non compare il grande arco d’ingresso al viale. Sulla sinistra si trova la chiesa dell’Immacolata Concezione eretta tra il 1604 e il 1609 su progetto del BERNASCONI. Preceduta da pronao nel cui timpano è la lapide con la dedica alla Madonna e la data di consacrazione, la chiesa ha pianta quadrata ed è sormontata da un tiburio circolare coronato da lanternino cieco, cioè senza finestre. All’interno vi è la statua in cotto dipinto dell’Immacolata Concezione, circondata da due emicicli di angeli affrescati (1624) dai fratelli LAMPUGNANO di Legnano. Nelle otto nicchie delle pareti si trovano le statue in terracotta dei dottori della Chiesa, opera di Francesco SILVA, che lavorò alla Fabbrica del Rosario dal 1617 al 1641. Si giunge quindi al primo arco da dove inizia la Via Sacra. Questo monumentale arco reca sulla sommità la statua della Madonna e ai lati le statue dei Santi Domenico e Francesco, eseguite da Giuseppe ROSNATI nel 1687. Nella tabella di coronamento si legge “transite ad me”. Il percorso si estende per 2,2 km partendo da 585 m della prima cappella sino agli 880 m del Santuario. Sul percorso vi sono quattordici cappelle e la quindicesima è il Santuario stesso. Tutte celebrano i quindici misteri del Rosario. Le cappelle furono sottoposte ad un discutibile restauro nel 1926 ad opera del pittore POLONI e solo un recente intervento (1991) ha consentito di ripristinare gli affreschi in modo più aderente agli originari. Oltre all’arco sopra descritto, un secondo divide tra le prime cinque cappelle dedicate ai misteri gaudiosi dalle seconde cinque dedicate ai misteri dolorosi e un terzo arco divide queste ultime dalle altre dedicate ai misteri gloriosi. La strada è costituita da una larga carreggiata ciottolata e fiancheggiata da muretti che si inerpica sulla costa della montagna, con slarghi meditativi che offrono vasti panorami sul lago di Varese e le colline sottostanti. Superato l’arco, si incontra, sulla sinistra, la Fontana della Samaritana, la prima delle fonti dove il pellegrino poteva dissetarsi. Qui sgorga l’acqua che giunge da lontano, attraverso tubature in cotto che furono commissionate ad un certo Mastro BERNASCONI di Riva San Vitale. La fontana è così chiamata per l’affresco, forse del LAMPUGNANI, raffigurante la Samaritana che disseta Gesù. Sulla destra è invece ritratto Padre AGUGGIARI, il promotore del Sacro Monte. Oggi, a causa dell’inquinamento della falda freatica, l’acqua della fontana non è potabile. 23 Di fronte alla fontana sorge la prima cappella, dedicata all’Annunciazione. Iniziata nel 1605 e consacrata nel 1609, è una delle più belle e curate cappelle della Via Sacra. Riproduce un tempio classico di stile ionico mentre la cella rappresenta la casa di Loreto della Madonna. All’interno è rappresentata la scena dell’Annunciazione. Le statue della Madonna e dell’Arcangelo Raffaele sono opera (1610) di Domenico PRESTINARI e furono donate dai cittadini di Orta, ove sorge un altro Sacro Monte. Proseguendo per il viale pavimentato dal bel ciottolato che ha resistito egregiamente per cinque secoli, si giunge in breve alla seconda cappella, dedicata alla Visitazione. È questa l’unica cappella senza pronao, forse perché mancava lo spazio dove costruirlo. L’edificio ha ancora forme classicheggianti, con eleganti colonne ioniche sulla facciata e paraste sempre ioniche sui lati. Sulla parete verso meridione si trova una meridiana. All’interno è rappresentata la scena della visita della Madonna ad Elisabetta che era in attesa del futuro Battista. Le statue in terracotta dipinta sono di Paolo MORBIO mentre gli affreschi furono eseguiti nel 1624 da Giovan Paolo GHIANDA che frequentò la bottega del MORAZZONE. La terza cappella dedicata alla Natività, si riconosce per il discutibile affresco della Fuga in Egitto dipinto nel 1983 da Renato GOTTUSO al posto di un affresco irrimediabilmente rovinato del NUVOLONE. L’edificio è in stile ionico. All’esterno si notano la statua di San Giovanni Battista, opera del ticinese Martino RETTI e a destra quella di San Luca, realizzata da Martino SALA. Il grande finestrone è protetto da una griglia in ferro battuto sopra la quale vi è una lunetta affrescata dal NUVOLONE. All’interno è rappresentata la scena della Natività di Gesù. Le statue in cotto sono di Martino RETTI. Gli affreschi alle pareti furono eseguiti nel 1658 del NUVOLONE mentre gli affreschi della cupola sono di autore anonimo. La quarta cappella è dedicata alla presentazione di Gesù al tempio. 24 Di articolate ed eleganti forme, questa cappella, eretta tra il 1617 ed il 1621) è circondata da un porticato anulare dal quale si godeva una splendida vista, ora impedita dall’alta vegetazione. Nel passato, il Sacro Monte era meno soffocato dalle piante e si poteva riconoscere da lontano l’andamento del viale e le cappelle che culminavano con il Santuario, costituendo una presenza visibile alla devozione mariana. Sul timpano dell’arco centrale spicca lo stemma degli Omodei, patroni della cappella. All’interno, le statue sono del ticinese Francesco SILVA DA MORBIO che le eseguì nel 1617. Gli affreschi (1661) del pittore milanese Giovanni GHISOLFI cercano di creare un’illusoria e più vasta prospettiva del tempio dove si svolge la scena. La quinta cappella, dedicata alla disputa di Gesù con i sacerdoti della sinagoga, fu iniziata nel 1607 e terminata nel 1623. Si distingue per le sue complesse forme che appaiono ancora più imponenti per chi sale verso il Santuario. La bella facciata, preceduta da un classico pronao a colonne e pilastri ionici, è chiusa da una lunetta recante la cartella con la dedicazione, mentre, più in alto, appare il circolare tiburio. Le statue sono opera di Francesco SILVA ma furono dipinte dal Nuvolone nel 1651, al quale si devono gli affreschi realizzati entro le belle architetture prospettiche di Francesco VILLA. Continuando la salita, si giunge al secondo arco che introduce alle cinque cappelle che celebrano i misteri dolorosi; eretto tra il 1620 ed il 1654. fu dedicato a San Carlo la cui statua (opera di Carlo Antonio Buono) fu posta in cima al timpano. Sulla destra si trova la seconda fontana (1654) Tratto da “la Provincia di Varese – Arte Turismo Natura” di Stefano Bianchi Macchione editore 1997 25 Quei religiosi tesori del vecchio “Borgo Varesino”. P Franco Pedroletti asseggiando per il centro cittadino, per la precisione in quel nucleo che anticamente ne componeva il “Borgo”, ho notato particolari che mi hanno incuriosito; sono andato pertanto oltre nell’indagare e fare ricerche scoprendo quante interessanti opere d’arte religiose dedicate al culto Varese abbia posseduto e, alcune, ancor oggi possiede, a smentita di coloro che sostengono che la città ben poco abbia di storico. Causa il passar dei secoli e le disattenzioni degli uomini molto, infatti, è andato perduto ma tracce ancor esistono a dimostrazione di una storia che è notevole. Bello è stato quindi il conoscere, oltre alla centrale Basilica di San Vittore, quali nei secoli passati siano state le altre chiese che, per le loro ridotte dimensioni venivano chiamate “Oratori”. Purtroppo, del lungo elenco, poche sono le sopravvissute causa soppressioni napoleoniche e asburgiche nonché di modifiche dell’assetto edilizio dell’antico “Borgo” prima e della città poi. Quattro son quindi le rimaste: quella di San Martino (risalente al 1600), di San Giuseppe (sorta nel 1504), di Sant’ Antonio (del tardo ‘400) e infine di Santa Marta (l’attuale Battistero) la più antica del XII-XIII secolo. Localizzando le scomparse, si può partire da quella che è oggi la Via Vetera, lì esisteva la piccola chiesa di St. Maria Assunta (risalente al 1200 e già facente parte di un vecchio convento denominato degli “Umiliati”, all’oggi ne rimangono sol alcuni elementi incorporati in case di abitazione. Da Via Vetera, verso Via Dandolo ecco che lì pur esisteva quella di San Carlo (costruita alla fine del 1700 a ricordo e devozione del Santo che per tre volte ebbe a visitare il Borgo). Evidenti tracce son contenute all’oggi in case di abitazione. Poco lontano, nell’attuale Piazza Carducci, in un luogo di culto denominato “Casa dei Frati Gesuiti”; tal sito conteneva una chiesetta detta di “ognissanti” i cui resti ancora esistono in strutture abitate, significativo ne è l’esistete porticato con colonne. Nei pressi, in Corso Matteotti, di quel che era il grandioso convento delle monache benedettine di S:Antonino (1585) ne rimangono il magnifico chiostro e il decorato refettorio 26 (oggi Sala Veratti), nel mentre le due chiese che di esso convento facevano parte son state modificate in negozi e proprio in questi ultimi evidenti ne sono tuttora le antiche tracce. Più avanti, sempre in Corso Matteotti, confinante con la retrostante Via Albuzzi, trovavasi la super decorata chiesa di San Rocco (risalente al 1500) protettore degli appestati. Alla sua soppressione, pregevoli dipinti, stucchi e affreschi, asportati, finirono in diversi luoghi, per lo più in case di facoltosi borghesi. Ben visibile ne rimane la sola struttura dell’antica abside il cui retro si affaccia appunto verso Via Albuzzi; a lato di detta abside ancor oggi se ne può notare la porta laterale che fungeva da ingresso secondario, ornata da artistiche figure di putti sorridenti, il rimanente è in luoghi d’abitazione. Passando a quella che è l’attuale Piazza Giovane Italia, nell’edificio di quel che era il vecchio ospedale, più precisamente nell’angolo che dà in Via Donizetti, sorgeva la chiesetta di San Giovanni Evangelista, scomparsa, come invece modificata ne è la poco distante altrettanto piccola chiesa di San Lorenzo, eretta verso la metà del 1400, ai tempi luogo di sepoltura dei deceduti nel vicino ospedale. Chiesa all’inizio del 1800 sconsacrata e in parte demolita per far posto alla prima scuola pubblica maschile del Borgo indi trasformata in abitazioni. Di essa rimane una parte posta sul lato ovest, ristrutturata. In piazza San Vittore, nelle vicinanze della Basilica, nell’edificio che fa angolo con Via Al buzzi, esisteva la chiesa detta di San Domenico (anno di costruzione 1652), importante ne è tuttora il colonnato inglobato all’interno di negozi, unica fra le piccole chiese oratoriali a possedere un piccolo campanile recentemente demolito a seguito di ristrutturazione dell’edificio. Proseguendo, in quel che oggi appare la Via Marconi, in una piccola piazzetta (scomparsa) si trovava la chiesa-oratorio di San Cristoforo di data imprecisata. Queste le chiese-oratoriali poste nel “Borgo” per lo più affidate a “Confraternite”, non più esistenti, nel mentre per le altre quattro chiese tuttora aperte al culto interessanti ne sono i particolari: Chiesa di San Martino, la stessa già faceva parte di un complesso conventuale (soppresso) detto delle “Umiliate di Santa Caterina”. Chiesa di Santa Marta (poi Battistero di S:Giovanni Battista), ove tradizione narra che tal edificio fu eretto tra il XII e il XIII secolo per volere della regina longobarda Teodolinda e del marito Agilulfo. Chiesa di San Giuseppe, splendido gioiello del centro cittadino munito di pregevoli opere, nonché alla Motta chiesa di St. Antonio, protettore degli animali, famosa per il tipico falò ben augurante che si tiene la vigilia di ogni 17 gennaio. – Va inoltre detto che all’esterno del “Borgo” sorgevano altri complessi religiosi di notevole entità quali: il convento francescano “San Francesco” a Biumo (sorto intorno al 1224); dei “Riformati dell’Annunciata” ad ovest sulla strada milanese (1468); dei “Cappuccini” a Casbeno (1562); e dei “Benedettini” a nord (1244); a questi si aggiunsero quelli dei “Gerolimini (1734) e dei “Gesuiti” (1737) ad ovest. Superstiti ne sono in parte quello di S. Francesco a Biumo trasformato in residenza signorile e dei Cappuccini a Casbeno entrato a far parte di un complesso scolastico. Una lunga storia di artistici edifici e religiose tradizioni che la città possiede e che meriterebbero una approfondita descrizione a memoria e conoscenza di chi nella città vive. 27 Gli ospiti della Fondazione Molina raccontano. C Giuseppina Guidi Vallini ome già promesso nel precedente numero del periodico “La Voce”, la Fondazione Molina ci ha fatto pervenire il racconto “sono un radio amatore” narrato da Gabriele Santini durante l’attività di animazione “letterulando”. Rngraziamo la Fondazione Molina per la collaborazione e introduciamo qui di seguito il racconto di Gabriele SANTINI. A Sono un radioamatore lcuni anni fa un amico di famiglia ebbe un grave incidente stradale e fu ricoverato all’Ospedale di Circolo. Non avendo nessuno che potesse assisterlo, mio padre si occupò di lui e lo aiutò in tutti i modi. Quando guarì, Alberto, non sapendo come sdebitarsi per i molti favori ricevuti, mi chiese se mi sarebbe piaciuto fare il radioamatore e, visto il mio immediato entusiasmo, mi regalò una prima attrezzatura completa: radio ricetrasmittente, microfono, cuffia e antenna. Ma questo non bastava, dovetti studiare molto per fare un esame di teoria a Milano e, dopo averlo superato, potei fare la domanda al Ministero. Non vi so dire la mia gioia, quando ottenni la licenza e diventai radioamatore! Ero felice: poter comunicare con tutto il mondo mi dava un gran senso di libertà e ampliava i miei orizzonti! Era emozionante parlare con persone lontane ed essere di aiuto in molti casi. Ricordo una sera particolare: ricevetti da un altro radioamatore, che aveva le batterie della sua attrezzatura scariche, la segnalazione di un grave incidente, avvenuto in Liguria sul monte Beigua. Io avvisai ambulanze e carabinieri che subito intervennero, salvando vite umane. Devo ricordare che allora non c’erano i comodi telefonini che ormai collegano con facilità tutto il mondo! Per questo mio intervento ricevetti come ringraziamento una bella coppa d’argento che ancora conservo. Un giorno si collegò con me un italo giapponese che viveva a Tokio: era un neurochirurgo. Mi parlò molto del suo ospedale, spiegandomi che lì si facevano operazioni particolari adatte a risolvere alcuni problemi degli spastici. Io rimasi molto colpito e riferii tutto ad un mio amico che soffriva di questa patologia. Giovanni si mise in contatto con lui e, saputo che il suo caso poteva essere curato, si recò in Giappone. Il neurochirurgo lo sottopose ad un intervento davvero particolare: con un ago speciale trattato a 250° sotto zero, riuscì a riattivargli tutte le cellule malate. Il mio amico tornò a Varese guarito e non vi dico quanto mi ringraziò. Ebbi contatti anche con un astronomo tedesco che riusciva ad inviarmi messaggi solo di sera. Mi parlava con entusiasmo del suo lavoro e mi consigliava di osservare la volta celeste, spiegandomi posizioni e particolarità dei vari astri e pianeti. Pensando a lui, mi ritrovo spesso ad ammirare il firmamento e a viaggiare col pensiero tra le galassie, chiedendomi se Dio lì si nasconde. Ci si sente piccoli come granelli di sabbia davanti all’immenso universo! Anche qui al Molina ho portato la mia attrezzatura, così ho potuto e, spero di poter continuare, a collegarmi con tutto il mondo. Il radioamatore, infatti, oltrepassa ogni confine e instaura rapporti di amicizia con persone appartenenti ad aree e a culture diverse, al di là di ogni frontiera politica e delle differenze di colore, razza e religione. 28 Come è cambiato il modo di vivere. A Franco Pedroletti Varese, sfrecciando nella centralissima via Bagaini, pochi salutano oggi il magnifico Cinema Vittoria – così battezzato dal suo fondatore che si auspicava la vittoria dell’Italia nella grande guerra, all’epoca in corso e, dove la gente, negli anni 50, faceva la fila per l’apertura delle h.13,30. Né donano un inchino di capo al Lyceum, suo gemello, nella vicina via Carrobbio. Storici luoghi di aggregazione sociale – con i loro sedili dal design particolare – dove ci si frequentava, sostando per uno scambio di pareri dopo le proiezioni: così come sicuramente avveniva anche al Politeama e al Nuovo. Ma l’imperante tecnologia, non sempre gemella sincera del progresso, negli anni ’60 ci ha suggerito di rinchiuderci in casa, di investire in un televisore (in bianco e nero, e a due canali), seguita – come vuole la ricetta della rottamazione – dal salto al modello a colore, con finanche sei o sette canali, pullulanti di pubblicità. Di lì a poco, siamo rimasti incantati dalla videocassetta e annesso registratore. Sopraffatti, ci siamo arresi sempre più ad essere meno inclini ad uscire di casa a socializzare fra i nostri simili. Via il video e avanti con il digitale, lo schermo al plasma, i canali via cavo, lo “streaming”, la rete “internet” con la programmazione “on demand”, anche su “smartphone” e “tablet”. tralasciando per ora il non affatto trascurabile danno collaterale che è l’imbarbarimento della lingua di Dante. Per partecipare al circo allestito a suon di pubblicità e parole rubate, paghiamo un prezzo. A parte i vari abbonamenti confezionati ad arte per farci comprare contenuti di cui il 90°/° non viene mai usufruito, di peggio è che paghiamo un prezzo amaro sociale: l’atomizzazione della società, ottenuta non con la bomba atomica, ma con la più amena carta di credito, la nostra, per giunta, fomentando in noi un forte senso di inadeguatezza. Risultato ottenuto magistralmente abusando delle nostre emozioni, tirandoci su per poi buttarci giù. Prima, con gioia, ingoiamo tutti gli aggiornamenti tecnologici proposti, poi, esaurita l’estasi iniziale dei beni che abbiamo acquistati, siamo frustrati dal perfido gioco pilotato dell’obsolescenza programmata, anche se oggi designer, progettisti e pubblicitari preferiscono usare l’espressione più elegante “ciclo di vita del prodotto”. Siamo così giunti alla presenza di un fenomeno ai limiti del criminale, di una strategia produttiva progettata da stuoli di ingegneri e ricercatori, prima pagati per inventare prodotti di lunga vita, ma ora premiati per presentare soluzioni di breve durata. Come, ad esempio, inserire in una stampante un microchip che ne blocca l’utilizzo dopo un numero predeterminato di stampe; saldare rigidamente il cestello della lavatrice alla cassa esterna per rendere impossibile la sostituzione del solo cestello quando dopo “x” mila rotazioni, si rifiuta di funzionare più; dotare dispositivi elettronici di batterie al litio che scadano dopo un solo anno di vita e che non possono essere sostituite. Sono solo alcuni esempi dei comportamenti dei signori cui (anzitempo) continuiamo a dare i nostri soldi, si che, col sorriso, protendiamo il braccio per arrendere la carta di credito – l’arma preferita di chi promuove l’altrui indebitamento. La stessa arma con cui il titolare 29 avrebbe potuto portare la famiglia al cinema per vedere più film meravigliosi o al teatro per una rappresentazione oppure in libreria per acquistare un libro dal titolo un po’ più impegnativo di quello scritto dall’ultima “velina” televisiva: e la banalità procede a ritmo serrato. È che nella società contemporanea, cerchiamo quasi istintivamente di risolvere i nostri problemi, e soprattutto i nostri momenti di noia, di vuoto, o di semplice inattività, stendendo il braccino per acchiappare qualche cosa di esterno a noi. Il tutto ammiccando con inganno le mille cose con cui ci siamo circondati e che si spacciano per portabandiera del benessere ma che raramente si rivelano all’altezza del compito. Più verosimilmente, l’antidoto al nostro malessere potrà solo trovarsi all’interno di noi e ognuno, a modo suo, lo deve tirare fuori. Come? Chi riesce a isolarsi, quantomeno parzialmente, dall’assordante richiamo del consumismo e dalla frenesia dello shopping (futile), ha già probabilmente visto molto chiaramente che il sistema economico odierno, costruito su basi offensive per la nostra intelligenza, è concepito per costringerci a vagare nelle tenebre dell’ignoranza. Per un popolo barricato in casa, ad una simile condanna epica, un rimedio a basso costo esiste: quello di dialogare con i greci, che, parlando dei drammi vissuti duemilacinquecento anni fa dai cittadini di Atene, di Tebe o di Sparta, parlavano di noi, oggi. Il premio può ben essere un momento di pace interiore, un’opportunità per scoprire forze innate che non si pensava di possedere in un approccio al dialogo. La verità è che gli antichi ci accompagnano sempre, e sono ancora una presenza indispensabile nella nostra vita moderna, come conviene ad un popolo colto e civile. Ed a proposito di “cultura e civiltà” (riferita a quel che vien definito un odierno progresso) mi sorge un dubbio, quale? Son i “selvaggi” che han copiato usi e costumi dei “cosiddetti civili”, oppure sono i “civili” che han copiato dai “cosiddetti selvaggi”? Guardandoci attorno, cosa si scopre? Oggi “imperano” i tatuaggi. Orbene, nel mentre per i “selvaggi”, ciò, da sempre, ha costituito una (loro) tradizionale cultura espressa (solo) su specifiche parti del corpo, i cosiddetti “civili” l’han invece copiata qual titolo di una “moda corrente”, oltretutto mal espressa su ogni parte del corpo a volte anche in maniera esagerata, indisponente per chi osserva e pur senza significato alcuno. Altro esempio sono i “suoni”. Per i “selvaggi” certi suoni, da sempre, han indicato o un richiamo nell’imminenza di un pericolo,oppure tradizionali danze per ben determinate cerimonie. I cosiddetti “civili”, invece, li han imitati, alternandoli senza alcun altro fine che non sia quello di creare un nuovo genere di rumorosità che abbia a rompere la noia di un silenzio. Dai “suoni” alle “danze” il passo è breve: ritmate e ben eseguite nelle loro tradizioni quelle dei “selvaggi” (per di più in attenti costumi); confusionali, grottesche e in movimenti del tutto scimmieschi (sotto luci irreali) quelle adottate dai “civili”. Fermiamoci qui, perché del tutto basta e ne avanza nel (forse) capire qual sia il modo di vivere dell’oggi. Nel futuro, qual altre novità ci propinerà il “progresso” per sempre più rimbecillire un genere umano che crede di esser giunto ad un alto grado di “civiltà”?.- 30 Sezione “Saggi e Riflessioni” I Aspettando il Natale Maria Luisa Henry l centro della città è illuminato da una miriade di lampadine colorate che formano vari disegni. I negozi, aperti per l’occasione, sono addobbati con eccezionale bravura e fantasia. Nonostante una leggera nebbiolina e un’aria assai pungente, molte persone sono in giro, chi entra nei negozi per il regalo dell’ultima ora magari dimenticato, altri si fermano per scambiarsi gli Auguri di Buone Feste ed alcuni invece, entrano in un bar per bersi un caffè o una cioccolata calda. Fra questi, ci sono pure io che gingillo di qua e di la in attesa di entrare in Chiesa per la Messa di Mezzanotte. Guardo l’ora sul campanile della Chiesa, manca ancora mezz’ora, decido di incamminarmi, entrare in Chiesa e trovare in tempo un posto per sedermi. Mi dirigo verso l’entrata principale quando una lieve musica natalizia mi giunge all’orecchio; è il suono di un piffero. Guardo intorno, ma non vedo nessuno. Incuriosita, giro intorno alla Chiesa e davanti ad un’entrata laterale, illuminata da un lampione, scorgo in un angolo un ragazzino seduto con la gambe incrociate, ai suoi piedi dorme un cagnolino tutto rannicchiato e un cestino di paglia è in attesa di qualche soldino. Mi fermo a guardarlo attentamente mentre lui prosegue a suonare gli inni natalizi. In testa, ha un berretto di lana calato sulla fronte, una sciarpa avvolta intorno al collo, un cappotto più grande di lui gli copre anche una parte delle gambe, infine guardo le sue mani, un paio di guanti di lana dove sono state tagliate le dita per poter suonare il suo piffero. Il ragazzino sembra non accorgersi della mia presenza, tiene gli occhi abbassati, Il lampione illumina il suo viso, le gote sono arrossate dal freddo, le ciglia, bagnate dalla nebbiolina che scende sempre più, luccicano come la brina sui rami dando riflessi argentati. Nel cestino di paglia ora ci sono alcune monete posate sul fondo, sono proprio pochine, la maggior parte delle persone passano con indifferenza ed entrano in chiesa, anzi, alcuni addirittura corrono, mi chiedo, perché? Come svegliatami da un sogno, guardo l’orologio, è già passata la mezzanotte: il Bambinello è già nato! Le campane suonano per annunciare il lieto evento, il ragazzino ha smesso di suonare il piffero e mi guarda. Due occhi color blu cobalto si posano su di me, dal berretto di lana sono usciti dispettosi, dei riccioli biondi, un leggero sorriso appare sul suo viso pallido. Mi chiedo: perché entrare in Chiesa, ormai è tardi. Mossa da un desiderio indescrivibile, mi avvicino al ragazzino, ma il cagnolino sospettoso, si alza pronto a difendere il suo padroncino; lo accarezzo per rassicurarlo, poi, rivolta al ragazzino gli dico: in cinque minuti siamo a casa mia, vuoi venire? Potrai riscaldarti e ti preparerò qualcosa da mangiare, poi, se vuoi, puoi tornare fuori, oppure fermarti per la notte e se devi avvertire qualcuno, potrai farlo! Senza rispondere, egli ritira il suo cestino di paglia e mette in tasca quelle poche 31 monete, prende in braccio il suo cagnolino e con voce tremola chiede: e lui? Gli sorrido dicendogli che c’è posto e da mangiare anche per lui. Mano nella mano, ci incamminiamo. L’appartamento è piccolo ma grazioso, non manca niente. Appena entrata, accendo il grande albero di natale messo in un angolo e il cammino ancora acceso diffonde calore; per sicurezza, aggiungo un ciocco di legno e mentre tolgo cappotto e stivali mi viene in mente che non so neppure il nome del ragazzino, allora gli dico: io mi chiamo Maria, e tu? Angelo, mi chiamo Angelo e lui, (indicando il cagnolino), si chiama Puffo. Intanto anche Angelo si spoglia; resto incantata, una chioma di riccioli color oro incornicia il suo volto, sembra davvero un Angelo! Un attimo che sembra un’eternità. Gli chiedo allora se vuole mangiare subito oppure fare un bel bagno caldo, Angelo risponde: ho patito tanta fame che posso aspettare ancora un po’, preferisco il bagno caldo. Gli preparo un bel bagno caldo con i sali profumati, gli lascio biancheria e indumenti puliti e un accappatoio per asciugarsi. Quando tutto è pronto lo chiamo: Angelo, vieni, intanto io preparo qualcosa, cosa preferisci? E lui: qualunque cosa va bene! Mentre vado in cucina, penso: per fortuna che ho sempre tutto il necessario per quando viene a trovarmi mio nipote, dell’età più o meno di Angelo. Preparo la tavola, c’è un po’ di tutto: pane, biscotti, marmellata, burro, cioccolato e anche il panettone mentre sul gas, il latte si riscalda. Una cosa pelosa si striscia sulle mie gambe, faccio un salto, guardo e…ma è Puffo, poverino ha fame pure lui!… e con che occhi mi guarda! Cerco in fretta il sacchetto dei croccantini che tengo sempre per darli ai cani affamati abbandonati da padroni incoscienti, eccoli, finalmente, prendo una ciotola e la riempio, vedo Puffo che scodinzolando s’avvicina alla ciotola e incomincia a mangiare con gusto, accanto gli metto un’altra ciotola con del latte. Proprio in quel momento arriva Angelo, vede il suo cagnolino ben accudito, con enfasi mi abbraccia e mi bacia, ringraziandomi. Si mette a tavola, comincia a mangiare anche lui con gran appetito ed io con lui. Sazi, ripongo ogni cosa, Angelo e Puffo sono andati verso il camino, si stendono sul grande soffice tappetto, io li raggiungo e timorosa gli chiedo: hai deciso di rimanere… oh!.. Angelo sorride e rivolto a Puffo dice: tu cosa ne pensi? In tutta risposta, Puffo si sdraia completamente a pancia in su, chiude gli occhi e strofina il muso al suo padroncino. Maria, se tu ci vuoi, credo proprio che rimarremo. Sento le lacrime agli occhi, mi avvicino al camino e aggiungo dell’altra legna, cerco di non farmi vedere e asciugo una lacrima che piano, piano scivola sul mio viso. La legna scoppietta allegra e le scintille salgono in alto verso la cappa, mi giro e vedo che entrambi si sono addormentati. Senza fare rumore vado a prendere cuscini e coperte pesanti, con delicatezza metto un cuscino sotto la testa di Angelo e lo copro bene. Mi sdraio vicino a loro e penso: ho perso la messa per la prima volta ma ne è valsa la pena, non sono pentita, anzi, sono la persona più felice del mondo. Guardo ancora il piccolo Angelo che è già nei sogni degli innocenti, guardo Puffo che piano, piano si è introdotto sotto la coperta di Angelo, sorrido, mi distendo accanto a loro, appoggio la testa sul cuscino, mi copro bene e lentamente scivolo in un sonno profondo. 32 I Troppo azzardo Laura Franzini l giro di affari di Lotto, Gratta e vinci, Slot & Co aumenta, imprese e stato ci guadagnano e i cittadini? Il Banco vince sempre L’esplosione del gioco d’azzardo, negli ultimi anni può sembrare un problema marginale, visti quelli più grandi che ci circondano in questi tempi. Invece non lo è, sia per i numeri, un milione di giocatori e un giro d’affari di 79 miliardi di euro, sia perché è sintomo di una società malata, con uno Stato che non fa abbastanza per sollevarla. Soprattutto chi è in difficoltà e non vede vie d’uscita, si attacca alla speranza del miracolo della vincita milionaria che può mettere a posto le cose per sempre. I giovanissimi e gli anziani sono i più a rischio, così come i meno abbienti: più sono povero, più sogno di diventare ricco, più gioco. E lo Stato che fa? Incentiva il sogno, lasciando briglie sciolte nel settore, gestito anche in modo poco pulito e introducendo di anno in anno nuove offerte di gioco d’azzardo pubblico che solo nel 2011 ha fatto guadagnare all’erario 8,7 miliardi di euro. Allo stesso tempo, però, è stato costretto a fare i conti con il triste risvolto della medaglia e far rientrare tra le malattie conclamate quella folle dipendenza dal gioco, la ludopatia, che sta mettendo in crisi famiglie già disastrate e che costa anche alla società (dunque a tutti noi). 38 mila l’anno, tra ambulatori, ospedali, assenteismo, calo della produttività, è la stima del conto da pagare per ogni malato di ludopatia. Perché non vietare la pubblicità come per il fumo? Invece abbiamo il paradosso di una pubblicità martellante che ipocritamente invita a “giocare il giusto” Bisogna proteggere meglio i minori con soluzioni tecniche che impediscano loro di giocare e si deve imporre un vero limite al proliferare di nuove sale, visto che il “gioco diffuso”, il facile accesso a slot machine e simili, è il primo gradino per cadere nella dipendenza. Ma come si fa a tarpare le ali all’unico settore dell’economia che va a gonfie vele? Va sottolineato che lo Stato, come sul fumo, è in conflitto con se stesso: guadagna molto sulla vendita e deve pagare meno per le ricadute sulla salute. Ma dimentica un compito e una precisa responsabilità di chi regola la vita pubblica: che deve occuparsi del pubblico interesse, della prevenzione e della crescita culturale dei cittadini. Sembra di essere di fronte all’ennesima tassa che pagano sempre gli stessi in cambio di niente. 33 Forse è finita la stagione del consumismo S Chi vive sperando muore…cantando! Laura Franzini tiamo attraversando una bufera economica, ma viviamo nella speranza che il nuovo anno sia migliore di quello passato. Speranza nella ripresa, speranza che ognuno di noi sia messo nelle condizioni di fare bene il proprio dovere. I sacrifici imposti ci obbligheranno a fare i conti con la realtà, orientando i comportamenti, speriamo, verso una sana sobrietà. Per i nostri bisogni e desideri il mercato è il nostro campo di battaglia, il teatro in cui si svolge la nostra lotta per trovare nuovi e adeguati modi per relazionarci con il mondo e i suoi problemi, per affermare stili di vita. E di una cosa dobbiamo convincerci, e non solo perché la crisi ci ha tolto disponibilità economica: è finito il tempo del consumismo scriteriato, dell’acquisto a tutti i costi. Sentiamo dire da molte persone che la ripresa dei consumi è il motore per far ripartire l’economia. Ma quali consumi? E quale economia? Abbiamo letto e partecipato a code infinite all’apertura di supermercati che offrivano sconti iperbolici. Le città sono invase da promozioni di ogni tipo, dai giocattoli alle scarpe, dall’abbigliamento ai prodotti per la casa. Le famiglie hanno pochi soldi e si cerca di farglieli spendere attirandole con prezzi scontatissimi, per svuotare magazzini e negozi che tracimano di merci inutilmente abbondanti. Ma attenzione, approfittare degli sconti e dei saldi non significa diventare vittime e l’illusione di risparmiare, spesso ci fa spendere molto di più perché compriamo cose che non ci servono. Lo sanno bene gli organizzatori del marketing, che alimentano la febbre degli acquisti con un gran repertorio di trucchetti, per farci comprare un’infinità di cose di cui non abbiamo assolutamente bisogno. Ci dettano i tempi: “attenzione, solo fino a sabato!” e ci danno ansie: “solo pochi pezzi”, come se ogni occasione persa, non potesse più tornare; ci ingolosiscono con firme a prezzi dimezzati, ma il nome di una marca non è per forza sinonimo di qualità, né di buon gusto. In compenso, spesso sorvolano su quelli che comunque devono rimanere le nostre garanzie e i nostri diritti. Risparmiare sugli acquisti, comprare prodotti di buona qualità a buon prezzo va benissimo. Ma un conto è comprare una lavatrice perché si è rotta e un conto è la mania che ha assalito tutti negli ultimi anni dell’usa e getta. Speriamo che la ripresa economica consenta un miglior tenore di vita, ma puntando su valori e gratificazioni diverse dall’orgia consumistica della quale non si dovrebbe sentire per niente la mancanza. 34 Le prime volte A Silvana Cola vete mai provato a pensare a tutte le prime volte che avete affrontato una nuova esperien za? Le prime riguardano sempre l’infanzia, il primo giorno di scuola, il primo Natale che ricordiamo perché noi allora eravamo molto ingenui e credevamo veramente a Gesù bambino, a Babbo Natale e la vigilia eravamo così emozionati e trepidanti che la mamma doveva calmarci mentre aspettavamo ansiosi di vedere apparire Babbo Natale. Il primo giorno di scuola c’erano bambini che piangevano, non volevano entrare in quell’edificio sconosciuto, si attaccavano alle gonne della mamma, ci voleva tutta la sua pazienza e quella della maestra per convincerli ad entrare in classe. Io ricordo con emozione la prima volta che vidi il mare, abitando a Milano non avevo, sino ad allora, visto neanche un lago; di notte sognavo ad occhi aperti di stare su una barchetta e di essere capace di remare, qualche cartolina colorata me ne aveva dato una vaga idea. Poi finalmente, a quindici anni, andai in Romagna e vidi per la prima volta il mare. Ricordo che, rimanendo per lungo tempo seduta sulla riva ad ammirare quella distesa azzurra, meravigliata continuavo a fissare l’orizzonte cercando la sua fine, ma non la vedevo, mi sembrava fosse una distesa infinita, sentivo il mare come un’entità viva al punto tale che, il giorno del rientro, mi alzai all’alba e andai sulla spiaggia a salutarlo, ricordo che lo feci a voce alta come se salutassi un caro amico, provavo un’emozione strana, sembrava che il mare mi abbracciasse e con le sue onde mi sussurrasse anche lui il suo saluto. A diciassette anni presi per la prima volta il treno da sola per raggiungere gli zii in Romagna; anche quella fu una prima esperienza che non ho dimenticato. Adesso –lo so- i giovani cominciano a viaggiare soli molto prima, vanno all’estero, vanno a vivere in altre città con i compagni di studio, ma vi assicuro che per quei tempi, vedere una ragazzina da sola su un treno, faceva una certa impressione. Quando arrivai a destinazione, ricordo che due militari mi aiutarono a posare la valigia sulla banchina. Mi sentivo molto importante, era una vittoria, feci subito un telegramma a casa per tranquillizzare i miei genitori, poi mi godetti il soggiorno. Non mi inquietava più il pensiero del ritorno mentre all’andata un certo timore mi aveva accompagnato. Un altro ricordo riguarda una carrozza. Da bambina ricordo che oltre i tram e le automobili, si potevano vedere transitare anche le carrozze trainate dai cavalli. Prima della guerra avevo per qualche anno studiato pianoforte, così una sera con la zia pure lei musicista, prendemmo una carrozza a cavalli per recarci all’ospedale militare di Baggio. Emozionatissima suonai “La voce del cuore” e “il piccolo montanaro” Chissà se riuscii a strimpellarli in modo egregio? Di tutta la serata mi ricordo un militare dalla testa completamente fasciata, seduto in prima fila che, quando finii di suonare, si avvicinò al palco e mi volle prendere in braccio, forse gli ricordavo la sua bambina lontana. E fu bellissimo tornare a casa con la carrozza; mi sembrava di vivere in una favola, mi sentivo una principessa, contribuiva a sentirmi così anche il magnifico abito che indossavo, l’aveva confezionato mia madre per quell’occasione speciale. Ma quante sono le prime volte? Sono innumerevoli: la prima delusione, il primo sguardo d’ammirazione, l’orgoglio di portare in famiglia il primo stipendio. E come dimenticare la prima volta che sono andata alla Scala per assistere ad uno spettacolo. Avevo mangiato un panino dopo il lavoro e poi, emozionatissima, ho varcato per la prima volta quel teatro che desideravo vedere da sempre. Ricordo che rappresentavano “La forza del destino” e quella fu la prima volta che vidi un’opera e ascoltai la meravigliosa musica di Giuseppe Verdi. Ci sono tornata innumerevoli volte alla Scala, ma quella sera lontana è rimasta indimenticabile. E vi sembra che non parli della prima volta che sono entrata al Centro Diurno Integrato? Mi hanno aiutato tutti come fossero affezionati parenti; dentro di me c’è un profondo ringraziamento per tutti e spero di non ingannarmi se penso di poter contare su di loro e di poter fare anch’io, nel mio piccolo, qualcosa per loro. 35 S Popular Canticum Ivan Paraluppi cocciato da un rap uggioso come la pioggerella autunnale, quella sera torrida, mi allontanai dall’albergo romagnolo da tre stelle un po’ scarse, e mi diressi lemme lemme in beata solitudine verso il mare in bonaccia. Si fa veramente forte in certi momenti il desiderio di sentire “la voce del silenzio”. Erano pressappoco le ventidue di una sera dolce, tersa e quasi illume di fine agosto, e sulla spiaggia non c’era anima viva. Una piccola falce di luna mandava un lievissimo bagliore sulle infinite file di ombrelloni chiusi, e sul mormorio delle placide onde che con il loro leggero sciabordio, creavano una stretta via scura un poco più solida e calpestabile. Una miriade di puntini luminosi vicini e lontani sulla costa senza fine, stavano animando le ultime sere del mondo spensierato agostano, dove per qualche settimana il popolo “anta”, si sforza di scordare problemi ed acciacchi. Stavo camminando sulla stretta via scura del bagnasciuga, accompagnato dalle mie istantanee mentali latenti nel sub-conscio, quando iniziò improvvisamente come un leggero soffio sussurrato, un ponentino che pian piano andò rinforzandosi, diventando poi una specie di vento nel quale mi sembrava di distinguere le note di: “portami via con te” suonato da mille violini; quel vento mi stava portando una moltitudine di ragazze festanti che erano le canzonette della mia lontana gioventù. Tirava quel gaio gruppo, una biondina capricciosa e garibaldina che avvicinandosi mi sussurrò in un orecchio: “non ti scordar di me”; quante volte ti ho cantato con sentimento, anche se non sono Beniamino Gigli. La seconda, mi offrì delle fragole in un cappellino: “Le fragole sono ricche di ferro, ed il medico me le ha proibite”, replicai. La terza, mi cantò “rose rosse per te ho comprato stasera”, “c’è poca luce stasera, va finire che mi pungo”, protestai. “Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar”, si mise a cantare un’altra; “con cento lire non si poté mai andare da nessuna parte e poi adesso c’è l’euro che conta ancora meno”, cercai di spiegarle. Un’altra ancora, agitando con grazia la gonnellina intorno intonò: “Era alto così, era grosso così, lo chiamavano bombolo“, “cosa vuoi – le risposi – con lo scoppio del benessere di bomboli e bombole ce n’è in giro un’infinità, ormai sono rimasti in linea soltanto gli extracomunitari di recente arrivo”. Infine, una graziosa ciumachella si mise a cantare: “i te vurria vasà”; “stai calma – le dissi – mi sembra che stia arrivando qualcuno!” Era proprio un gran bel concerto e mi venne voglia di trascinare una sdraio verso il bagnasciuga per godermi lo spettacolo, ma un uomo burbero spuntato dal buio come un pensiero fastidioso, ruppe l’incanto e mi chiese: “chi le ha detto di trascinare una sdraio fin qua? E poi sarebbe anche ora che la smettesse di fare casino!” 36 Piccola storia tragicomica T Ivan Paraluppi ipico clima autunnale. È sera, sono le diciotto e trenta ed è finito su tele 2000, il rosario delle diciotto. Il sermone finale dà al cuore un senso di pace e di amore, ma la prospettiva di un bel risottino ai cipollotti, diluito da un bicchierino di lambrusco grasparossa, dà addirittura un senso di felicità; per cui mi dirigo con passo deciso verso l’ultimo paradiso terrestre che ho ancora disponibile: la cucina. Ma prima di entrare nel vivo del discorso, devo fare un passo indietro parlando di un’abitudine di mia moglie; lei sostiene, e forse ha ragione, che la cucina va molto arieggiata per motivi salutari, per cui a motivo di tale convinzione, spalanca sempre anche i pensili contro le ante dei quali, io mi ci incorno con frequenza quasi quotidiana. Lei non rischia niente perché essendo una spanna più bassa, ci transita sotto tranquillamente, ma non è tutto qui! C’è pure il problema delle quattro tapparelle che danno sul balcone, lei le abbassa al suo livello, così il sole non scolorisce troppo la stoffa del divano ed io, che per natura sono distratto e poco incline alle genuflessioni, sul balcone non ci vado più. Come anzidetto; dopo il rosario, quella sera mi diressi con passo deciso in cucina spostandomi verso il lavandino per rinfrescarmi le mani; mi incornai secco contro un’anta del pensile aperta a baionetta. A quel punto vidi la lampada led della cappa dondolare ed infiacchirsi. “Cosa stai blaterando – mi chiese mia moglie, ed aggiunse – diamine, abbiamo appena recitato il rosario!” Anch’io le risposi, e poi non ricordo bene cosa aggiunsi, avevo la cervice sconvolta da migliaia di puntini e palline che giravano vorticosamente. Poi capii che mia moglie aveva in mano il telefonino; stava parlando con mio figlio e gli diceva: “tuo padre è fuori come un balcone! Mi sta dicendo che la fata turchina è morta, la strega cattiva è morta, mangiafuoco ha spento il gas e Icaro si è incollato le ali col silicone! ....sì la pastiglia della pressione l’ha presa, ma ha preso anche una brutta botta nella testa!..Cosa faccio!..Ah!..acqua fredda?..Ha un bernoccolo alto un dito con su una virgola rossa..ah..tu dici di stare tranquilla che dopo gli passa?” … E poi passò; il risottino e qualche bicchierino calmante di lambrusco rischiararono l’orizzonte. Dopo un’altra mezz’oretta il tintinnare delle stoviglie nel lavandino, mi fece capire che un altro giorno, né bello, né brutto se ne era andato; domani è un altro giorno e si vedrà di mantenersi a galla nonostante i ceffoni che la vita ci elargisce quotidianamente. 37 Il Papa “comunista” M Ivan Paraluppi a quale comunismo? Quello di Marx ed Engel o quello di Stalin selle purghe politiche e dei Gulag? I conservatori nord-americani, e non solo, dovrebbero essere un poco più precisi, perché, leggendo Marx ed Engel con attenzione, si può parlare di giustizia sociale, anche se con qualche distinguo. Ad esempio laddove in Marx si sostiene che la proprietà privata è un furto. Può essere anche vero quando è frutto di azioni illecite, ma chi si è fatto casa propria pagando con sacrifici e tasse dal progetto fino all’ultimo mattone, che furto può commettere? Ciò è soltanto per dire che in ogni ideologia c’è sempre qualcosa di sbagliato. Esaminando la Storia russa del secolo scorso, dove si sviluppò il fenomeno comunista, non lo si può confondere con le lotte sociali operaie che, quando non sono strumentalizzate politicamente, sono le benvenute. Purtroppo anche nelle ideologie più nobili c’è magari, dormiente molto a fondo, la radice maligna del totalitarismo. È una bestia, un parassita paziente e pericoloso che, come i funghi velenosi, sembra proprio buono, ma poi lentamente ammazza anche qualche raccoglitore che si ritiene competente. Parlando con il dovuto rispetto di una grande ideologia religiosa, quella cristiana, cosa è successo nell’arco di venti secoli? Purtroppo, analizzando le brutture che stanno emergendo perfino nelle sue alte sfere, c’è da rabbrividire … altro che comunismo! A Roma, in Vaticano, sono custoditi i testi più antiche e credibili riguardanti la storia di Gesù. Sono i quattro Vangeli che dovrebbero essere la guida del Cristianesimo. In quei testi non c’è una sola parola che possa essere considerata di violenza nei confronti di qualcuno; si parla solo di pace e di amore. I primi cristiani si facevano sbranare nel Colosseo senza rinnegare la propria fede, porgendo l’altra guancia. Fra loro attuavano un “comunismo” che aveva tutte le caratteristiche della vera giustizia sociale, cosa riportata dagli storici più attendibili. Ma poi cos’è successo? è una storia di lento degrado di base, specialmente in quei suoi uomini guida, fautori di quelle crociate, radici di un odio che non si è ancora assopito in qualche fede sorella. Il Vaticano, negli ultimi cento anni, si è impegnato molto nella nobile battaglia contro la pena di morte che nello Stato della Chiesa cattolica fu praticato fino ai tempi di Pio IX. Evidentemente ogni ordinamento politico o religioso impiega un sacco di tempo per uscire dalle pastoie dell’imbarbarimento, e poi, con il mutare di epoche e personaggi, può succedere che nell’animo umano si formino delle infermità che sanno di porcilaia. Sto pensando a quell’ex sacerdote, di origine varesina, che si spretò schifato dalla sporcizia imperante nel clero filippino, mutandosi in ristoratore e che ora purtroppo è finito nelle mani di estremisti islamici, altra bella gente, a proposito di fede religiosa! Un uomo onesto che gira nelle sfarzose sale vaticane con la maschera antigas si è guadagnato la qualifica di “Papa comunista” soltanto perché sostiene che chi ha troppo dovrebbe aiutare chi non ha nulla e, quando conclude i suoi sermoni con la frase “Non scordatevi di pregare per me!” occorre sperare che non gli offrano qualche piatto di “funghi speciali”. 38 Sezione “L’angolo della Poesia” Poesie di Maria Luisa P Cara mamma arole nuove non riesco a trovare per esprimere l’amore che ho avuto da te posso dire solo… …sei stata grande… MAMMA. I Ricordo l‘amica Pinuccia mprovvisamente te ne sei andata, ora vaghi nell’infinito cielo, libera e senza pensieri. Sei stata una vicina preziosa, in te, ho trovato l’amica sincera a cui potersi confidare o semplicemente parlare di tutto un po’. Anche se non venivo spesso a trovarti a casa, bastava affacciarmi alla finestra quando uscivi in giardino e ti gridavo: …tutto bene?… e sì,…. tu rispondevi, due chiacchiere e poi ognuna rientrava in casa ai propri lavori domestici. Ora, mi affaccio ancora alla finestra, so di non vederti ma lo stesso dico… Ciao Pinuccia! 39 U All’improvviso na notte all’improvviso sei apparso nei miei sogni proibiti nella irrealtà sentivo la tua presenza. Una musicalità di parole inebriavano la mia mente sentivo un amore profondo una felicità immensa faceva vibrare il mio cuore. Un improvviso grido di gioia saliva in cielo interrompendo quell’incanto mi sono svegliata… ed ero sola. Maria Luisa Henry Poesie di Lidia Adelia È Natale U na nuvola passa e copre la stella cometa… In lontananza si sente il fiato delle zampogne nella preghiera più umile e virile che accompagna la melodia… “Tu scendi dalle stelle o Re del Cielo”. Beato colui che ha avuto buon orecchio in buona musica note e parole si alzano al cielo come una festa. Lacrime S ono lacrime di gioia che in questo stato d’animo mi commuove. Su asciuga le lacrime 40 non piangere più ma sorridi alla felicità di tua nipote che oggi si sposa e sull’altare dirà il suo Sì. Calabria È notte fonda una stella d’argento brilla nel firmamento la guardo e penso a te madre mia. Mi dicono che eri bellissima non ti ho conosciuta e a te dedico quella stella. Yari Ho disegnato per te questo specie di cuore… non sono brava in disegno ma in quel piccolo scarabocchio c’è tutto il mio amore per te Nonna Lidia. Vorrei Vorrei avere tanta ricchezza da lasciare in eredità alla mia famiglia ma purtroppo non ne ho in cambio lascio la ricchezza del mio profondo amore. Lidia Adelia Onorato 41 Poesie di Silvana Guardami Guardami mentre cerco la tua immagine, la cerco nell’infinito, vorrei mi sorridessi, vorrei mi prendessi per mano. Guardami mentre cerco nel cielo una risposta, la cerco con tutto il mio essere, mi sembra si nasconda dietro una nuvola. Non è vero, non riesco a leggerla. Nel mio cuore è silenzio. Guardami, ti prego, forse almeno rivedrò il tuo sorriso e finalmente mi darò una risposta. Pace D ietro le persiane semiaperte nell’ombra guardo con desiderio l’imbrunire. Sfumano i contorni delle case Sfumano gli orizzonti e con loro sfumano i miei pensieri. Rumori di umani vibrano attorno, si apre una porta, un’altra si chiude su un tetto tubano due piccioni. Si placa un giorno ricco di eventi, qualcuno gioioso, qualcuno doloroso, gli uomini non sanno stare in pace. Vorrei che all’imbrunire tutti guardassero il cielo cercando la loro stella, la loro guida e avessero un unico desiderio, vivere in pace. Silvana Cola 42 Bambino Gesù asciuga ogni lacrima A cura di Mauro Vallini Quella che ho qui trascritto è più una preghiera che una poesia, quasi un messaggio affidato alle onde del mare in una bottiglia o ai venti per navigare nei cieli fino a raggiungere Dio. Una preghiera contro le ingiustizie e le guerre che il Papa Santo rivolge al Signore. A sciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli! Accarezza il malato e l’anziano! Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace! I nvita i popoli, misericordioso Gesù, ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione, dall’ignoranza e dall’indifferenza, dalla discriminazione e dall’intolleranza. S ei tu, Divino Bambino di Betlemme, che ci salvi, liberandoci dal peccato. Sei tu il vero e unico Salvatore, che l’umanità spesso cerca a tentoni. D io della pace, dono di pace per l’intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia. Sii tu la nostra pace e la nostra gioia! Giovanni Paolo II 43 Sezione “Gocce di scienze” Abies Alba – Abete bianco Mauro Vallini È una pianta molto antica, presente sulla terra già cinquantacinque milioni di anni fa e assai longeva (può raggiungere anche gli 800 anni d'età). Da un punto di vista sistematico appartiene al genere Abies e alla specie alba famiglia PINACEAE. Il nome “Abies” deriva dal latino "abire", andarsene, dal senso di allontanamento dal terreno in riferimento alla grande altezza che può essere raggiunta da alcune specie. Portamento e chioma Albero con portamento eretto e di grandi dimensioni. Può raggiungere i 50 m di altezza e i 3 m di diametro, con un’età fino a 300 anni e più. Il fusto è diritto e cilindrico. Spoglio per una notevole parte della sua lunghezza quando in bosco fitto, con folti rami fin dalla base del fusto se l’esemplare è isolato. La chioma è meno folta di quella dell'abete rosso e lascia perciò al sottobosco maggiore possibilità di espandersi. È sempreverde, slanciata, di forma piramidale nel periodo giovanile, ma che tende ad un arresto dell’accrescimento apicale con il conseguente sviluppo di rami laterali per formare una struttura simile ad un nido di cicogne. È di colore verde cupo e presenta riflessi argentei dovuti al colore della pagina inferiore degli aghi. Foglie A forma di ago, persistono sulla pianta anche una decina d'anni, sono piatte, di color verde scuro sopra e argentee sotto. Sono disposte a spirale sui rametti, ma, per torsione della loro base, tendono a collocarsi sullo stesso piano, assumendo il caratteristico aspetto “a pettine”, ad eccezione dei rami fertili e di quasi tutti i rami alti dove, invece, assumono una disposizione “a spazzola”. Si nota la disposizione “a pettine” nel ramo e la forma appiattita. Gli aghi sono appiattiti, diritti o anche leggermente incurvati, lunghi 2 – 3 cm e larghi 2 – 3 mm, arrotondati all’apice. Sono di colore verde lucente, con una depressione centrale nella pagina superiore a cui corrisponde la nervatura centrale in quella inferiore. La pagina inferiore è di colore argenteo per la presenza di due linee bianche e cerose. Fiori La pianta è monoica cioè possiede contemporaneamente fiori maschili e fiori femminili. Quelli maschili (a sinistra) sono a forma di piccoli amenti di colore giallo per l’abbondante polline, disposti raccolti 44 negli apici dei rami. Compaiono in primavera al di sotto dei rami di un anno, nella parte centrale o superiore della chioma. Quelli femminili (a destra) sono a forma di coni o strobili, cilindrico – ovali, di colore rosso violetto. Compaiono in primavera, sono portati eretti nella parte superiore del ramo di un anno e si trovano in rami situati nella parte superiore della chioma Pigne o strobili: Come tutte le Gimnosperme, la pianta è priva di frutti; i semi sono prodotti direttamente dagli strobili. Gli strobili sono eretti, di forma quasi cilindrica, di colore verde da giovani e rosso – bruni a maturazione, con squame legnose arrotondate e fittamente imbricate. Le brattee si staccano a maturità lasciando sull’albero l’asse nudo (Rachide). Tronco e corteccia: Il tronco è grigio bruno chiaro, da cui appunto il nome di Abete bianco. La corteccia è di color grigio argenteo nelle parti più giovani, prima liscia poi a superficie scabrosa, spesso con bolle di resina più o meno abbondanti, che, se schiacciate, tendono a rilasciare la resina. Nelle piante adulte diviene più spessa e si screpola a placche e tende a fessurarsi, specialmente nella parte inferiore del fusto. Si presenta di colore più scuro nel tronco e più chiaro nei rami laterali. Legno: Con caratteristiche simili all’abete rosso (Picea abies), presenta un colore meno rosato e venature più evidenziate. È di colore giallo chiaro, è robusto e molto leggero, quasi senza resina. Ha modesta durezza, buona compattezza e scarsa porosità. È utilizzato soprattutto per rivestimenti e pavimentazioni. Habitat: È una specie tipicamente europea. Presenta un nucleo alpino e centro europeo, da cui si originano tre prolungamenti: uno nord orientale che dai Sudeti si spinge a sud fino alle Alpi transilvaniche, uno centrale che, dalle Alpi Giulie si spinge nella penisola Balcanica, fino a comprendere tutta la Grecia e qualche nucleo isolato in Asia Minore, ed uno sud occidentale che percorre tutto l’Appennino fino alla Calabria. Nuclei isolati si trovano in Normandia, nei Pirenei ed in Corsica. In Italia, sulle Alpi, è maggiormente diffuso nel settore veneto; sull’Appennino le abetine sono distribu-ite soprattutto in tre aree geografiche: Appennino tosco – emiliano, monti della Laga, Basento ed Aspromonte. È una specie piuttosto esigente e richiede climi con elevata piovosità, con elevata umidità atmosferica e limitate escursioni termiche. È molto sensibile alle gelate tardive, tollera bene l’ombra ed ha tendenza a formare boschi misti soprattutto con il faggio. 45 Cibo è cultura Laura Franzini – fonte: mensile della Coop S Perché mangiamo? embrerebbe una domanda oziosa, addirittura stupida: perché mangiamo? In realtà le cose sono più complicate di quanto sembrano. Mangiamo per vivere, è chiaro. Il cibo è il nostro carburante. È la fame ad avvertirci: attenzione, il motore è in riserva. Ma subito si innescano altre motivazioni, altre suggestioni, la golosità, tanto per cominciare, il piacere. Il mangiare dà soddisfazione. Mangiare bene è meglio che mangiare male. Difatti gli uomini hanno sempre cercato di farlo, inventando piatti e ricette nutrienti, sì, ma anche piacevoli. Inventando l’arte della cucina che più di ogni altra cosa distingue gli uomini dagli animali. Poi, si mangia per star bene. Il rapporto fra cibo e salute è sempre stato al centro della riflessione dietetica e gastronomica: di una dietetica che diventava gastronomia, dettando le regole per ottenere – dai modi di cottura, dalla combinazione degli ingredienti, dagli accostamenti di prodotti – soluzioni utili al benessere e al piacere (ciò che piace fa bene). Infine, si mangia per comunicare. Il cibo è strumento di relazione per eccellenza. La convivialità, la condivisione, la ritualità della tavola (una ritualità leggera, quotidiana) sono sempre stati, in ogni società, il cuore del vivere insieme. Ecco perché il “convivio” si chiama così: vuol dire “vivere insieme”. L’uomo che Aristotele definiva “animale sociale” ha sempre desiderato mangiare assieme agli altri per scopi che non sono solamente nutrizionali ma, appunto, relazionali. Ci sono però degli illustri scienziati secondo i quali “presto abbandoneremo gli odori e le scomodità della cucina ”riducendo il nostro pasto a una compressa tutto compreso”, cioè una compressa al sapore di niente che darà al nostro corpo i nutrimenti giusti: proteine, vitamine e un pizzico di sali minerali. È il progetto “IRON MAN” (un nome che dice tutto) allo studio nei laboratori NESTLE’ in Svizzera. Spiegano i ricercatori che una capsula simile ad un chicco di caffè, personalizzata a seconda dei bisogni di ciascuno, contenente una miscela di nutrienti essenziali, basterà a nutrirci, liberandoci finalmente dalla schiavitù della cucina dei pasti. Insomma resterà più tempo per lavorare e coltivare i propri interessi. Il problema è che i “bisogni” non sono solamente nutrizionali. La relazione con gli altri è un bisogno. Il cibo è ben altro che una combinazione di sostanze chimiche. Per concludere, un buon pranzetto in allegra compagnia di parenti o amici, mangiando cibi gustosi, è sempre uno dei pochi piaceri della vita. Ecco i ceci di Cicereale Questo piccolo legume originario dell’Asia occidentale e arrivato da noi migliaia di anni fa, ha trovato un territorio favorevole sulle piccole colline che circondano il paese di Cicereale, abbarbicato sui primi contrafforti del Cilento, in provincia di Salerno. È una pianta piccola che non necessita di acqua durante la coltivazione e che cresce nelle condizioni climatiche più difficili; per questo la sua coltivazione è molto diffusa in India e in Pakistan. In Italia la sua coltivazione è molto ridotta e rimane legata alle tradizioni agricole del Sud Italia, ma in un passato non molto lontano i ceci si alternavano comunemente al grano e agli altri cereali, apportando alla dieta dei contadini un’alta percentuale di proteine. Ancora oggi, nei terreni di Cicereale, si produce una varietà locale di piccoli ceci rotondi, dal colore leggermente più dorato rispetto a quelli comuni e si conserva per molto tempo e tende ad ingrossarsi notevolmente in fase di cottura. Per coltivarli si seguono i criteri dell’agricoltura biologica, non si usano concimi chimici e non si fa irrigazione. La raccolta, alla fine di luglio, è molto faticosa. Quando il seme è maturo, le piante, ormai secche, vengono estirpate in campo e lasciate in loco ad asciugare finché non sono abbastanza secche per la trebbiatura. Si appoggiano le piante su sacchi di iuta, si battono con grossi bastoni di legno oppure si trebbiano con una piccola trebbiatura a mano. Ricetta di “humus di ceci”: 1. 4 manciate di ceci lasciati a mollo una notte; 2. succo di ½ limone; 46 3. 2 cucchiaini di sesamo tostato; 4. sale q.b. -1/2 spicchio d’aglio; 5. curry q.b. Passare il tutto al passaverdura e servire con verdure crude tagliate a julienne oppure su fette di pane arabo. Le dosi si possono variare a seconda dei propri gusti. Alcune erbe della salute D Giuseppina Guidi Vallini –dal calendario “Pane di Sant’Antonio” i solito queste erbe si usano molto per cucinare, per dare profumo alle nostre pietanze. Esse però, sono anche medicamentose e possono essere utilizzate per determinate affezioni e darci un gradito benessere. In questo articolo ne elenco alcune: basilico, biancospino,menta, mirtilli, origano, ortica e nei prossimi mesi ne indicherò altre. Basilico – utile per la digestione: versare 250 ml. di acqua bollente su 10 g. di foglie – lasciare riposare per 10 – 15 minuti e berne una tazza al bisogno. Contro l’insonnia mettere 15 g. di fiori in 250 g. di acqua bollente e berne una tazza prima di coricarsi; oppure mettere un cucchiaio di foglie fresche in una tazza di acqua bollente per 15 minuti e berne una tazza mezz’ora prima di coricarsi. Biancospino – A maggio fioriscono i biancospini. Per l’ipertensione: mettere 4 g. di fiori in 250 g. di acqua bollente per 15 minuti e berne una tazza prima di coricarsi. Per le palpitazioni: mettere 5 g. di fiori in acqua bollente per 5, 10 minuti e ottenere un infuso da bere. Menta – le foglie di menta hanno proprietà digestive, antinfiammatorie, antisettiche, Per l’emicrania: mettere 5 foglie in 250 g. di acqua bollente per 10 minuti e prenderne una tazza prima di distendersi in un luogo buio e tranquillo. Per la nausea: berne una tazza al bisogno. Mirtilli – Protettori della vista In caso di diarrea: far bollire 40 g. di mirtilli in 500 ml. di acqua per 10 minuti e berne a piccole dosi nel corso della giornata. Per l’infiammazione della bocca: (gengiviti, stomatiti)masticare qualche frutto trattenendo il più a lungo possibile il succo in bocca, oppure metterne una manciata a bollire in un litro di acqua per qualche minuto – lasciare raffreddare e effettuare sciacqui ripetuti. Origano – ha proprietà medicamentose Per curare la tosse e le affezioni delle vie respiratorie: mettere 2 cucchiai di foglie e sommità fiorite in 250 ml. di acqua bollente per 10 minuti – berne 2 tazze al giorno. Ortica – Lessata e condita come insalata è ricca di minerali. Per i reumatismi e i dolori articolari: bollire 2 cucchiai di foglie in 250 ml. di acqua per 5 minuti – berne una tazza al mattino ed una alla sera. 47 Sezione “Rubriche e avvisi” Attività svolte dall’A.V.A. Gara a bocce individuale maschile e femminile Settembre 2015 CLASSIFICA FEMMINILE 1° Class. 2° Class 3° Calss. BAZZANI CANU DEL PERCIO Angela Pupa Tina CLASSIFICA MASCHILE 1° Class. 2° Class 3° Calss. CAVALLI ANTONINI MAGANUCO Osvaldo Giovanni Giovanni 48 Attività svolte dal C.D.I. Una giornata di festa al CDI Giuseppina Guidi Vallini Avevo notato un certo sussurrare tra i vari operatori del CDI e avevo intuito che, molto probabilmente, si stava organizzando qualcosa di particolare per festeggiare una persona che, proprio il giorno del suo compleanno, (il 7/9) si era resa irreperibile perché questo giorno coincideva con l’inizio della sua settimana di vacanza. Si, proprio Filippo che non aveva potuto così partecipare il 9/9 ai festeggiamenti riservati a ben 6 ospiti del CDI, nati nel periodo settembre-ottobre. Tutto procedeva come al solito durante l’ora di pranzo ma, al termine di questo, è iniziato lo spostamento di tavoli e sedie per lasciare un largo spazio a disposizione di molti ballerini e precisamente i conduttori dei corsi di ballo istituiti dal CDI: Wanda, Osvaldo, Lucia, Romeo, Franca e gli appassionati del ballo Marisa, Stefano, Mariuccia, Miranda e lo stesso Filippo che, al suono della fisarmonica suonata con grande maestria e passione dal’operatore Fazio e al suono di dischi portati da Wanda, hanno saputo intrattenere gli ospiti con balli di vario genere. Anche gli ospiti, con grande gioia, hanno partecipato a questo insolito intrattenimento, ballando con entusiasmo balli lenti ma anche balli moderni creando un clima di allegria e serenità. Al termine di questa giornata, un piccolo rinfresco ai partecipanti offerto da Filippo che ha così voluto festeggiare assieme agli ospiti il suo compleanno. Gruppo Teatri – AMO CDI Varese Giuseppina Guidi Vallini Il giorno mercoledì 23 settembre 2015, alle ore 14,15, è stata presentata nella sala del CDI alla presenza degli ospiti, dal gruppo Teatri AMO, la seguente commedia “Non ti conosco più”, con l’adattamento in due atti di CARLO PILATI. Si elencano qui di seguito i personaggi ed interpreti: Avv. Paolo Malpieri Carlo Pilati Luisa Malpieri Daniela Burali Prof. Alberto Spinelli Vittorio Burali Francesco (maggiordomo)Eugenio Pigato Ambrogio (autista) Alfredo Treppiedi Adele (cuoca) Marisa Giusti Clotilde Laurance Mariella Bergamaschi Evelina Laurance Simonetta Nicora Luisella (segretaria) Mariacristina Capanna Le scene sono state realizzate da Vittorio Burali i Costumi da Marisa Giusti L’aiuto regia da Mariacristina Capanna La regia da Carlo Pilati. Gli ospiti del CDI e il pubblico tutto hanno applaudito, apprezzando questa iniziativa di cui sono rimasti soddisfatti, nella speranza di poter nel futuro godere di analoghi spettacoli. Una lode particolare ai vari interpreti, alla scenografia e alla regia. 49 Il gruppo teatrale Cristina e Carlo Marisa ed Eugenio Vittorio e Daniela Simonetta, Alfredo e Mariella 50 FEDERAZIONE AITA Nascita – scopi – attività – obiettivi. Come già comunicato precedentemente, sono socia e volontaria dell’AITA e frequento le riunioni del lunedì mattina che si svolgono presso la sede dei gruppi di volontariato di via Maspero, instaurando con la sezione di Varese un rapporto di collaborazione con la redazione del periodico la “Voce” dell’AVA. Devo confessare che non avevo idea di quale fosse il problema dell’afasia e, naturalmente, mi sono documentata per chiarirmi quale aiuto potessi dare alle persone che avevano questo handicap. Ho conosciuto diverse persone con cui ho cercato di instaurare rapporti di amicizia prendendo consapevolezza dei loro limiti e delle loro capacità. Ho preso visione di un libro di poesie, create da uno dei soci afasici: Giuseppe Paganetti, trovandole molto profonde e significative ed ho chiesto, in un clima di collaborazione, se alcune potessero essere pubblicate sul nostro periodico e, avutane autorizzazione, nel settore dei lettori di questi mesi di novembre-dicembre, ne sono pubblicate 2: una, “Straniero”, inserita nel libro “Migrorio”, l’altra, ideata ultimamente, dopo l’ictus che ha colpito Paganetti, dopo la pubblicazione delle sue poesie, intitolata “Vivi”. Mi è parso giusto, a questo punto, comunicare ai lettori della “Voce” la motivazione per cui è sorta l’AITA, gli scopi che intende perseguire e le attività che sta svolgendo. L’ Giuseppina Guidi Vallini Associazione ITaliana Afasici (AITA) si è costituita per venire incontro alle molte sollecitazioni giunte dai pazienti afasici e dai loro familiari. Essa si prefigge di promuovere la conoscenza dell’afasia e dei problemi ad essa collegati, nell’intento di alleviare le difficoltà a cui vanno incontro l’afasico e l’ambiente familiare. 51 L’afasia è un disturbo del linguaggio, generalmente localizzato nella metà sinistra del cervello, le cui conseguenze sono: la difficoltà di parlare, di leggere, di ricordare un fatto appena avvenuto, di riconoscere una persona o di risolvere un’operazione matematica. Questi disturbi che colpiscono soggetti di tutte le età, sono più o meno gravi a seconda della grandezza della lesione, nel parlare, nello scrivere, nel leggere. Nell’adulto l’afasia può insorgere a causa di disturbi circolatori (trombosi, emorragie, embolie) di traumi cranici, di neoplasie cerebrali, di malattie infiammatorie (encefalite) o degenerative (malattia di Alzheimer o altre forme di demenza), del sistema nervoso centrale. Pur conservando spesso intatte le loro facoltà intellettive, alcune persone afasiche perdono in modo permanente la capacità di usare il linguaggio anche per le necessità elementari della vita quotidiana. Il paziente afasico ha bisogno di un supporto complesso fornitogli da coloro che hanno con lui un rapporto professionale (medici, neuropsicologi, logopedisti, assistenti sociali) dai familiari, amici e colleghi che si dedicano a lui come volontari, garantendogli l’aiuto di cui ha bisogno nella vita di tutti i giorni. Ovviamente occorre l’informazione opportuna sul tipo di disturbo di cui soffre e sul modo migliore per aiutarlo a superare le sue difficoltà di rapporto e a recuperare la propria autosufficienza. L’AITA svolge la sua attività in varie regioni d’Italia e precisamente: Abruzzo – Campania – Emilia Romagna – Lazio – Lombardia – Marche –Piemonte – Puglia – Sardegna – Sicilia – Toscana – Veneto. In Lombardia, in particolare, accoglienza delle persone colpite, gruppi di conversazione, gruppo di auto-mutuo aiuto, cartonaggio, lettura, visione films, gioco delle carte, allenamento per coristi, visite guidate a musei o città d’arte. Gli incontri si svolgono il lunedì e il mercoledì mattina dalle 9 alle 12 nella sede del gruppo Volontari, di via Maspero. Gli obiettivi dell’AITA lombarda sono: recuperare la propria autonomia e il rapporto con gli altri. ricostruire quella rete di relazione che l’afasico ha perso. aiutare a diventare più consapevoli delle proprie risorse, tramite un ambiente confidenziale,comunicativo, amichevole, dove tutti possano parlare pur con le loro difficoltà. saper aspettare e ascoltare con scambievole tolleranza. creare un ambiente protetto che aiuti l’afasico a sentirsi più sicuro. 52 Lezione di politica economica (Umorismo…) H (Adriana Pierantoni) o trovato per caso questa lezione di politica economica. Che ne dite? SOCIALISMO Possiedi due mucche. Il tuo vicino di casa ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui. COMUNISMO Possiedi due mucche. Il governo te le prende tutte e due e ti fornisce il latte secondo i tuoi bisogni. FASCISMO Possiedi due mucche. Il governo te le prende tutte e due e ti vende il latte. NAZISMO Possiedi due mucche. Il governo ti prende la vacca bianca e uccide quella nera. 53 DITTATURA Possiedi due mucche. La polizia te le confisca tutte e due e poi ti fucila. DEMOCRAZIA Possiedi due mucche. Si va al voto per decidere a chi spetta il latte. DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA Possiedi due mucche. Quindi si vota per chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte. ANARCHIA Possiedi due mucche. Lasci che si organizzino in autogestione. CAPITALISMO Possiedi due mucche. Allora ne vendi una per comprare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento. CAPITALISMO SELVAGGIO Possiedi due mucche. Fai macellare la prima ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche. Alla fine licenzi l’operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca per sfinimento. 54 BERLUSCONISMO Possiedi due mucche. Ne vendi 3 alla tua società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla sua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con la partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e, nell’operazione, guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche, vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche. Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l’opzione di acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perché sporcano e puzzano. Quando poi stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio. MONTISMO Possiedi due mucche. Tu le mantieni e il governo si prende il latte e ti mette anche una tassa su: la stalla, la mangiatoia, la produzione. Praticamente a te rimane lo sterco. Intanto, però, è in approvazione un disegno di legge sulla tassazione dei rifiuti. RENZISMO Possiedi due mucche. Tu le mantieni e il governo generosamente ti lascia tutto il latte, in cambio comunque, ti cancella tutte le pensioni possibili: passate, presenti e future in quanto il latte deve bastare perché nutrimento completo di tutto! 55 A In ricordo di Alda Giuseppina Guidi Vallini lda, un donnino minuto, riservato, educato, gli occhi di una dolcezza infinita, che ha frequentato per anni come ospite i Centri Diurni Integrati di via Maspero e di Avi- gno. Personalmente l’ho conosciuta agli inizi del mio volontariato, ha partecipato agli incontri sul tema delle favole e delle fiabe e si è instaurato tra noi un rapporto di affettuosa amicizia. Ogni volta che l’incontravo lei mi abbracciava calorosamente riempiendo il mio cuore di gioia. A 98 anni è venuta a mancare senza raggiungere, purtroppo, il traguardo che si prefiggeva dei 100 anni. Il 17/10 di quest’anno avrebbe proprio compiuto i 100 anni e la figlia, che le è stata sempre vicina e che nell’ultimo periodo l’ha assistita con tanto amore, ha voluto condividere con noi questa data e festeggiarla come se lei fosse ancora presente tra noi. Ha anche portato una torta da distribuire tra i commensali ospiti del CDI di via Maspero. Un evento eccezionale va ad ogni modo segnalato. Per iniziativa di Peppo, gli ospiti del Centro di via Maspero assieme agli ospiti del Centro di Avigno hanno intonato insieme –tramite cellulare – il canto augurale “Tanti auguri a Alda” Penso che Alda, in Paradiso, tra gli angeli, abbia accolto con gran godimento il nostro augurio e che possa vegliare su tutti noi per il proseguire sereno della nostra futura esistenza.