la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.7 – luglio/agosto 2010 La biblioteca di Mario De Micheli in via Senato Italo Mazza, Matteo Tosi, Anna e Gioxe De Micheli I diari del Duce: occhi su gerarchi e Gran Consiglio I libri di Borges ne raccontano vita e pensiero Matteo Noja e Laura Mariani Conti la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.7/13 – MILANO, LUGLIO/AGOSTO 2010 Sommario 4 I diari di Mussolini in BvS / 4 I GERARCHI VISTI DA VICINO 14 Il “fondo De Micheli” in BvS ALLA RICERCA DI UNO SPAZIO ADEGUATO di Italo Mazza 18 Il “fondo De Micheli” in BvS/2 POESIA E CRITICA D’ARTE, ECCO LA SUA EREDITÀ di Matteo Tosi 22 Il “fondo De Micheli” in BvS/3 * L’ADA E IL MARIO, LA VITA DEI NOSTRI GENITORI di Anna e Gioxe De Micheli 28 BvS: il libro ritrovato UNA BIBLIA DI FINE ’400 E LA SUA STORIA di Annette Popel Pozzo 33 inSEDICESIMO – le rubriche IL TEATRO DI VERDURA E PHILIPPE DAVERIO, ASTE, CATALOGHI, L’INTERVISTA, RECENSIONI, APPUNTAMENTI E MOSTRE 50 I racconti di una biblioteca IN POCHI VOLUMI, UN’INTERA ENCICLOPEDIA BORGESIANA di Laura Mariani Conti e Matteo Noja 65 L’Erasmo: pagine scelte ** R.L. STEVENSON, LO SCRITTORE AVVOLTO DI FELICITÀ di Attilio Brilli 68 Libri illustrati in BvS LA “BYBLIS” DELLA ILLUSTRAZIONE FRANCESE, UNA RACCOLTA DE LUXE / 2 di Chiara Nicolini 77 BvS: un’utopia sempre in fieri RECENTI ACQUISIZIONI DELLA NOSTRA BIBLIOTECA di Chiara Bonfatti, Arianna Calò, Giacomo Corvaglia e Annette Popel Pozzo 80 La pagina dei lettori BIBLIOFILIA A CHIARE LETTERE * tratto dal catalogo La Donazione Ada e Mario De Micheli della Biblioteca Comunale di Trezzo sull’Adda ** tratto da l’Erasmo n.29 gennaio-marzo 2006, Ambiguità della felicità Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Chiara Bonfatti sala Campanella Arianna Calò sala consultazione Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Marcello Dell’Utri conservatore Margherita Dell’Utri sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’Archivio e del Fondo Moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del Fondo Antico Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2010 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Angelo Crespi Ufficio di redazione Matteo Tosi Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento responsabile pubblicità Margherita Savarese Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Zhou Zhiwei, Ritratto di Mario De Micheli, 1999 Errata Corrige: a pagina 32 dello scorso numero (giugno 2010), all’interno dell’intervista dedicata a Pablo Echaurren, abbiamo erroneamente denominato Renato lo storico editore e libraio antiquario Roberto Palazzi. Ce ne scusiamo con i lettori. Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale ome annunciato nello scorso numero, questa estate la nostra Biblioteca si arricchisce di un altro prestigioso fondo librario – appartenuto al noto storico dell’arte Mario De Micheli e alla sua consorte –, che iniziamo a presentarvi già in queste pagine. Un ulteriore fiore all’occhiello anche per il nostro “bollettino”, quindi, che grazie alle novità già presentate negli scorsi numeri (dal fondo Malaparte ai diari di Mussolini), è riuscito a conquistarsi l’attenzione di appassionati e curiosi lettori. Bibliofili o semplici amanti della lettura che crescono di mese in mese, manifestando il loro interesse e la loro voglia di leggerci anche al di fuori di Milano e degli spazi limitati C della Biblioteca di via Senato. Per loro – e per un numero di interessati che speriamo possa crescere ancora – abbiamo così deciso di sperimentare una sorta di servizio di abbonamento a queste nostre pagine, che ci ripromettiamo di continuare a regalare a chiunque ne faccia richiesta, in cambio della sola copertura delle spese di spedizione, consistenti in 20 euro per i 10 numeri di ogni annata, ferma restando la completa gratuità della rivista per chi passa a ritirarla presso la nostra sede. Chi fosse interessato, trova tempistiche e modalità della sottoscrizione a fine fascicolo, nella pagina già abitualmente riservata al dialogo con i nostri lettori. luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 I diari di Mussolini in BvS / 4 I GERARCHI VISTI DA VICINO Giudizi a ruota libera: «è ora della verità anche se scotta» a notizia è di questi giorni: la prestigiosa casa editrice Bompiani stamperà in autunno i cinque diari di Mussolini. Saranno in libreria con una cadenza di 4-5 mesi a partire dall’agenda del 1939. L’Editore non s’impegna a dare alcun certificato di autenticità, ma presenterà gli scritti così come sono, con qualche utile nota, lasciando che il comune lettore ne giudichi il grado di veridicità. L Questa è forse la quarta e ultima occasione per il nostro “bollettino” di presentare in anteprima alcune pagine significative. In questo numero doppio si mette in evidenza la capacità di Mussolini di giudicare le persone a lui più vicine, a partire dai generali Graziani e Badoglio, per finire con i gerarchi visti durante la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 7 dicembre 1939, l’ultima effettuata prima di quella fatidica del 25 luglio 1943. 6 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 7 dicembre 1939 Stasera alle 22 si è riunito il Gran Consiglio del fascismo – C’erano tutti ed io li ho osservati ad uno ad uno. Validi? Alcuni si, altri no, altri fanno numero, e ci sono perché c’erano – altri sono a doppio rovescio e sono i peggio – Vediamoli da vicino, come li ho visti io: Balbo – un grand’uomo – solido, forte e franco io lo apprezzo perché dice ciò che pensa anche se offende – De Bono si è cristallizzato in un sistema che non ammette nessuna innovazione – De Vecchi (a parte il fisico che mi è sempre stato particolarmente antipatico) è un prepotente un despota a scartamento ridotto pronto però a trasformarsi in un individuo pericoloso – e c’è Grandi eccellente simulatore, anche costui si è creato un epicentro di supremazia un piccolo dominio privato, ma intendiamoci è un giullare perfetto tipico e untuoso – Suardo ecco questo è colui dal quale non si possono prevedere delle delusioni – è molto signore equilibrio onestà fiducia – Non così posso pensare di Federzoni più versato all’intrigo, un modo di agire non perfettamente chiaro – ed ecco Farinacci – se io fossi un vendicativo o un vero tiranno (come qualcuno vagheggia) me lo sarei già levato di mezzo - ma io da buon romagnolo stringo la mano anche ai miei nemici, li tengo d’occhio ma li lascio dove sono. Farinacci è pericoloso ha falsato il fascismo di Mussolini per farsene uno a modo suo programmato sulla violenza e sul ricatto – 8 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 15 gennaio 1938 Una giornata senza particolare rilievo – vorrei fermare il pensiero su alcuni personaggi – il generale Graziani Gran soldato rigidi principi disciplina ferrea – Non ladro – troppo evoluto per esserlo – Altro temperamento altro stile al confronto Badoglio stratega apprezzabile non invidia altri che potrebbero pareggiarlo – Non ha simpatia per i tedeschi – Non teme confronti – Il fisico rispecchia perfettamente il carattere – Alto prestante naso un po’ pronunciato labbra tese in un atteggiamento perennemente sdegnato anche quando non lo è – volto smagrito capellatura abbondante sciolta – Atteggiamento atto al comando che manifesta per abitudine e anche per tendenza personale – 17 e 18 gennaio 1938 Ancora attenzione rivolta ai personaggi che animano il mondo d’oggi – Il generale Badoglio Ritengo che più bravo nell’arte militare fosse un improvvisatore fortunato a causa della sua intraprendenza riuscì a porsi in prima linea e a ottenere i posti migliori – Di fronte esprime una devozione così intensa un senso di confidenza un rispetto proprio esagerato ma invero s’abbandona a critica spietata improperi volgarità – è di una falsità quasi perfetta – Dopo la repentina partenza dall’Etiopia dove non voleva affrontare le conseguenze di qualche nucleo ribelle – si premunì bentosto di arraffare quanto più potè delle rimaste ricchezze del Negus – prese tutto – tutto quanto poteva assumere valore – luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Un’avidità spinta all’eccesso – un istinto irriducibile verso il possesso – verso il ladroneggio – Un ladro matricolato – Egli non poteva abbandonare qualcosa – doveva provare il gusto e il piacere di prendere roba d’altri – L’aspetto fisico mi è sempre stato odioso Un muso smussato gola piena naso schiacciato occhi stretti, stizzati – rivolti all’ingiù – espressione per niente intelligente – Un brutto plebeo vestito a festa – fumatore accanito – sedentario – sportivo solo nel monotono gioco delle bocce – C’è altro? ma si c’è altro – Non è mai esaurita la classifica di un tale individuo – Per ora basta così – 9 19 e 20 gennaio 1938 Anche oggi voglio continuare la rassegna dei personaggi del regime – Oggi l’attenzione va su uno meno noto e meno importante: De Vecchi di Val Cismon – Cesare Maria – Bel nome eh! Vanno di moda i conti o altri quarti di nobiltà – e quanti ve ne sono di improvvisati – Chi è questo De Vecchi? È stato uno del gruppo che ha dato avvio al fascismo un quadrumviro. È venuto a Roma nell’ora fatale. Poi ha operato con mezzi autonomi ed è stato un violento un prepotente – sì – uno spietato. A Torino fece le spedizioni punitive con larga esibizione di mezzi repressivi – Poi… poi si è convertito si è santificato – Religiosissimo genuflettente amico – tanto amico di vescovi preti monache di tutte le classi – 10 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Benefattore con la consorte – prodigo di opere di bene – In Somalia dove ebbe carica primaria si tirava dietro un codazzo di preti ogni volta che usciva in pubblico. I missionari della Consolata dimentichi del suo passato – perdonanti santificavano i suoi passi – Ciò si ripete a Rodi. Il piccolissimo sovrano voleva sempre residenze particolari e vi veniva inviato per levarselo di mezzo – per regolare la sua presenza e quella dell’intrigante metà a molti chilometri dall’Italia – Ora dov’è? Sotto la cotta di qualche prelato e adocchia il momento buono per fare qualche colpo – No – non sono inferocito verso qualcuno di quelli che mi sono stati vicini – ma è ora della verità anche se scotta. Italo Balbo passeranno gli anni il tempo coprirà il tempo ma il suo nome non verrà mai dimenticato – Grande aviatore protagonista delle più eccezionali imprese internazionali – nelle quali raggiunse subito i più ambiti traguardi – Invidia? eh! sì un po’… ho sempre amato il volo e mi sono sentito piccolo di fronte a lui – È stato nominato governatore della Libia – il compito non è facile ma di grande prestigio – e il comandante Balbo lo conduce con estrema perizia – Vi è diffusa l’opinione che mi sia nemico – No – non può essermi nemico. Egli la pensa a modo suo io al mio Talvolta i nostri intenti non coincidono però non tali da suscitare una inimicizia Il fisico? Eh! è un bell’uomo un tipo d’effetto può essere soddisfatto – I suoi successi verso un raro e primissimo personaggio femminile di elevata bellezza sono noti non soltanto a me – I suoi romantici incontri della beltà durante una protocollare visita alla Libia – 21 e 22 gennaio 1938 Voglio ancora parlare di un uomo eccezionale uno dei migliori – anche se dotato di molta superbia - tª%JTOFZtª%JTOFZ1JYBStª1MBZ&OU.POEP)PNF&OU t5."UMBOUZDB4Q""OJNBUFE4FSJFTª"UMBOUZDB4Q".PPOTDPPQ4"4"MMSJHIUTSFT DPODFQUDBSEBOEVTFECZ)JEEFO$JUZ(BNFTVOEFSMJDFOTFXXXCFMMBTBSBDPNtª(JPDIJ1SF[JPTJ4QBBOE.BSBUIPO TFSWFE tª)JEEFO$JUZ(BNFT*ODªoDPODFQUDBSE"MMSJHIUTSFTFSWFE#&--"4"3"JTBUSBEFNBSLPG 14 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Il “fondo De Micheli” in BvS ALLA RICERCA DI UNO SPAZIO ADEGUATO Come e perché il Comune di Trezzo ci affida il prezioso lascito ITALO MAZZA* on atto formale siglato lo scorso giugno, il Comune di Trezzo sull’Adda ha affidato in custodia , per la durata di cinquant’anni rinnovabili, alla Fondazione Biblioteca di Via Senato il fondo De Micheli. La raccolta si compone di circa 26.000 volumi e opuscoli (di cui 22.420 catalogati in SBN), circa 157 testate non catalogate (inventario a stampa), fotografie, diapositive, manoscritti e dattiloscritti vari: in sostanza, la libreria personale e gli strumenti di lavoro accumulati nell’arco di una vita dal noto storico e critico d’arte Mario de Micheli (Genova 1914- Milano 2004). C Il trasferimento del bene è motivato dall’impossibilità di mantenerlo, particolarmente in un periodo di congiuntura come quello presente, ma soprattutto dalla volontà di promuoverlo e valorizzarlo al meglio in una delle sedi milanesi più prestigiose, la più idonea a gestirlo, accanto ad altri importanti fondi del Novecento in suo possesso (Impresa, Malaparte, Gobetti, Mussolini ecc.). Vi è la certezza che a Milano una simile raccolta possa finalmente avere il riscontro dovuto da parte di A sinistra: Franco Francese, De Micheli che legge Majakowskij, 1955. A destra: Gioxe De Micheli, Ex-libris storici, studiosi e addetti ai lavori; riscontro che invece in due anni d’apertura al pubblico è risultato quasi insignificante nella Biblioteca comunale dov’era conservata, se paragonato agli ingenti investimenti per adattare il piccolo ente all’accoglimento del bene. A me, nuovo assessore alla cultura del Comune di Trezzo sull’Adda, è data l’opportunità di tracciare una breve cronologia dei fatti che accompagnano questa vicenda rivelatasi per Trezzo un vero e proprio caso: “l’affaire De Micheli”! Occorre retrocedere al secolo scorso per focalizzare una precisa strategia politica insinuatasi nel tessuto culturale. Dal 1960, per circa tre lustri, l’unica manifestazione artistica in paese era gestita dalla sezione culturale comunista “Gruppo Amici de l’Unità”, cioè un concorso di pittura estemporanea presieduto dall’Onorevole Raffaele De Grada. Com’è noto, Mario de Micheli fu tra i fondatori del “Movimento Corrente”, cui aderiranno lo stesso De Grada e gli artisti ugualmente iscritti al PCI presenti in quella giuria (ritrovati ampiamente documentati nel fondo). Nel 1970 la Sinistra sale al potere e spiana la strada all’accoglimento del bene. Negli anni a seguire lo storico dell’arte incominciò a frequentare la nostra Biblioteca, presenziando anche in alcune mostre del Gruppo Artisti Trezzesi, che man mano si sovrappose al pre- 16 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 cedente, sostituendolo nel 1977 ed accogliendo al suo interno anche esponenti della DC: da ora l’associazione si professerà apolitica. Si arriva al 1985 e l’Amministrazione di Centro Sinistra concepirà una sorta di dare/avere, ovvero un alloggio al De Micheli da abitare fino alla morte in cambio del suo “patrimonio librario e artistico” (per artistico si intendano i 69 disegni sul tema della Resistenza e la grafica, staccati dal fondo e destinati in custodia alla Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente). Ma è difficile pensare che lo storico eleggesse Trezzo a seconda residenza solo per motivi sentimentali (vi era nata sua madre), o che la Comunità desiderasse tanto un simile dono da un signore (ovviamente senza togliere merito a niente e a nessuno) che la maggior parte dei cittadini conosce solo oggi, grazie alle informazioni dei giornali locali intorno al rifiuto dell’integrazione degli eredi. Ad ogni buon conto il congegno fu costruito bene e l’accordo fu siglato, dopo che un sindacalista e un insegnante, componenti della Commissione della Biblioteca comunale Alessandro Manzoni, si recarono nello studio milanese di De Micheli ed espressero «parere lusingato per l’attenzione ed il privilegio che il noto scrittore ci riservava». L’alloggio si tradusse in un’abitazione più che diDE MICHELI STESSO AUSPICAVA UNA SISTEMAZIONE DEFINITIVA PER LA COLLEZIONE La Quadreria Crivelli, un «dono prezioso» e scoperte di grande valore artistico che si sono man mano rivelate, grazie anche alla collaborazione dei restauratori, ci permettono di giungere alla sistemazione definitiva della Pinacoteca Comunale, ambientata nel complesso degli arredi della Villa, affinché si ricostruisca l’unità stilistica di questo nostro monumento che è di proprietà pubblica e quindi a servizio della cittadinanza”. Queste le parole del sindaco Colombo, stampate in occasione della prima esposizione della quadreria Crivelli nella primavera del 1975. “L Già allora, il primo cittadino anticipava le attuali concezioni in campo museale, quelle di lasciare una collezione nell’ambiente originario, nel nostro caso, la casa del collezionista. E se costui era don Vitaliano dei marchesi Crivelli (18061873), si capisce di che abitazione si tratti e quale straordinaria raccolta di dipinti abbia potuto mettere insieme il suo ospite. La dimora, acquistata dal Comune nel 1966, viene adibita a Biblioteca Comunale, il salone d’onore e due stanze del piano superiore si riservano per occasioni espositive. In questo periodo, l’edificio vive la stagione migliore, mantenendo la dignità di una tra le ville di delizia più belle del paese, con l’entrata principale ancora in asse al viale, tutta la mobilia di casa presente e il doveroso “silenzio” che s’addice a una Biblioteca. In questa rara atmosfera vengono esposti i circa 50 dipinti della collezione ed è facile intuire il consenso che la rassegna riscuota anche in ambito regionale. A mostra finita, le opere sono chiuse in una stanza della villa, per riapparire al pubblico nell’estate del 1990 al Castello. A presentarle è Mario De Micheli, che ne luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 gnitosa nel Centro storico, cui seguirono onorificenze cittadine e in ultimo il sepolcreto nel nostro cimitero. L’anno successivo si attivarono i lavori per adeguare villa Crivelli (sede della biblioteca), ultimati nel 1988 con il riattamento dell’annessa foresteria a contatto dove venne alloggiato il fondo, traducendosi in uno spazio pari a circa la metà del piano superiore dell’immobile, così da configurarsi non come una sezione del piccolo ente, bensì come una biblioteca nella biblioteca. Di qui i disagi funzionali che ne derivarono subito, costringendo a un’interazione forzata personale e fruitori, già penalizzati dall’esclusione del salone d’onore adibito al Consiglio comunale. Il 1° maggio del 1989, la donazione venne inaugurata in pompa magna, ma fu aperta alla consultazione solo nel novembre 2008. L’onere della sola catalogazione impegnò soldi e risorse per circa 20 anni. Fu l’unico grande progetto culturale che occupò due bibliotecari (uno fece in tempo ad andare in pensione), funzionari di pari categoria e specialisti assunti a tempo determinato, senza contare un gruppo di generose volontarie che appresero a confezionare ogni tipo di contenitore per opuscoli, manoscritti, fotografie ecc. Ma la storia continua e si complica. Nel 2007, gli eredi De Micheli decisero di integrare la donazione con esorta “una sistemazione definitiva”, in quanto”eredità che Trezzo ha ricevuto quale dono prezioso del suo passato”. Dopodiché, purtroppo, vengono confinate in un deposito esterno non adeguato. Fa eccezione la tela di Giuseppe Bossi (Incontro di Edipo cieco con le figlie) che, date le dimensioni (cm.495x290), rimane nell’originaria collocazione sul muro di centro del salone d’onore. A raggiungere l’Edipo nella villa, sempre nello stesso anno, sono ancora quattro dipinti: due “tribolate Pomone” di Agostino Comerio (Andromeda allo scoglio, Maria Maddalena penitente) collocate nell’atrio d’ingresso, e due delicatissime marine del Settecento piemontese, che prendono posto sul pregevole scalone. Il restauro della tela del Bossi è affidato al Laboratorio Nicola di Aramengo d’Asti, grazie al contributo della Fondazione Falk, mentre l’intervento sulle quattro opere alla C.R.D. di Lazzate, grazie al contributo dei Trezzesi: Adda Nastri, Satri, Eco Zinder, Pro Loco. Una quinta opera, restaurata ancora dalla C.R.D., è donata dalla Classe 1962, ma attende ancora d’essere mostrata. Trattasi di uno straordinario dipinto su tavola raffigurante una Madonna con Bambino di scuola leonardesca (vedi foto sopra), che «rivela la dipendenza diretta dalla Vergine delle Rocce, noto dipinto di Leonardo realizzato tra il 1483 e il 1486, durante il suo primo soggiorno milanese e successivamente replicato». Oggi, la nostra volontà desidera concretizzare gli auspici di chi ci ha preceduto, ovvero di vedere finalmente esposta l’intera collezione Crivelli nelle stanze della Biblioteca. Un tributo che dobbiamo ai cittadini e alla Cultura tutta. La quadreria spazia in un arco temporale di quattro secoli, comparando per certi periodi scuole e ambiti pittorici del nord e centro Italia, e annoverando autori come Carcano, Fontebasso, Grimaldi, Comerio, Bossi, Scrosati o d’attribuzione come Romanino, Migliara, Canella, Magnasco, comprendendo temi, caratteri e generi, di lettura e interesse universale. 18 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 «buona parte della collezione di opere d’arte appartenuta al genitore», costituita da circa 800 pezzi tra dipinti, sculture e disegni. Nell’agosto stesso, si deliberò di accettarne la custodia temporanea, divenuta definitiva nel maggio 2009 con impegno formale (ma le opere finirono in uno scantinato). Il Comune accettò la condizione degli eredi di impegnarsi a «individuare uno spazio museale, atto ad accogliere ed esporre la collezione», dove sarebbe confluito anche il fondo. come ha scritto certa Stampa –, nel secondo restituendo le opere agli eredi come da contratto modale, precisamente ottemperando all’ultimo punto delle condizioni, là dove si legge che «per qualsiasi ragione il Comune non ritenesse, o non fosse in grado, di realizzare il museo ne darà tempestiva comunicazione alla famiglia de Micheli, nella cui piena disponibilità dovrà ritornare la collezione, salvo che non venga individuata, di comune accordo, una diversa destinazione». E nemmeno Villa Crivelli verrà abbandonata al suo destino. Anzi, la sede della Biblioteca riceverà anche un compito più vicino alla sua storia, tornando a ospitare la quadreria del suo più antico e illustre abitante, don Vitaliano dei marchesi Crivelli (1806-1873), una splendida collezione pittorica (vedi box in queste stesse pagine) che racchiude quattro secoli di storia dell’arte. E già i contestati lavori di smantellamento del fondo De Micheli sono stati di buon auspicio in questo senso. Da alcune scaffalature “dimenticate”, infatti, sono tornati alla luce centinaia di antichi volumi appartenuti allo stesso marchese Crivelli, all’ingegner Angelo Gardenghi e ad Anna Fontana Orsi, ultima abitante del Castello visconteo: un’altra scoperta tutta da studiare. * Italo Mazza, Assessore alla cultura del Comune di Trezzo sull’Adda S’innescò così lo studio di prefattibilità per «rilanciare il ruolo di Trezzo e del suo Centro Storico», derivando il museo nel parco stesso della biblioteca, vero e proprio ecomostro, stimato qualcosa più di dieci milioni di euro, oscurante la veduta di una delle ville storiche più belle del paese, divenuto nel frattempo città. A concludere questa lunga vicenda e a ridimensionarla alle effettive disponibilità della cassa comunale intervengono però le elezioni comunali del giugno 2009. La nuova Amministrazione decide diversamente sia per il fondo, sia per l’integrazione degli eredi. Nel primo caso affidando il bene in custodia e non «volendosene liberare» o, peggio, «buttandolo via» – luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 Il “fondo De Micheli” in BvS / 2 POESIA E CRITICA D’ARTE, ECCO LA SUA EREDITÀ Tra i suoi libri, le sue foto e le sue carte c’è un mondo da esplorare MATTEO TOSI eve ben esserci qualcuno che ci vuole male, se a ogni annuncio o quasi della Biblioteca di via Senato seguono giorni - se non settimane - di polemiche, e teorie di articoli dal tono sospettoso e indagatore su svariati media di portata nazionale e non. E l’impressione di non essere particolarmente graditi a qualcuno si rafforza in virtù delle polemiche stesse, o meglio delle loro ragioni, troppo spesso così diverse tra loro, di volta in volta, per poter essere tutte vere o quantomeno verosimili, diciamo “sincere”. E così, dopo le accuse di aver impunemente cercato di rivalutare l’immagine pubblica di Mussolini attraverso l’acquisto e la pubblicazione dei suoi diari, ecco che la nostra recente acquisizione del fondo De Micheli, testè affidatoci dal Comune di Trezzo sull’Adda, ha subito fornito l’occasione a qualcuno per sospettarci di voler tramare insieme alla suddetta istituzione nel tentativo di adombrare la memoria del “compagno De Micheli”. E se prima la cosa era aggravata dall’aver strapagato delle agende che qualcuno voleva false e mendaci a tutti i costi, questa volta il dolo maggiore starebbe nell’aver portato a casa una sorta di autentico vangelo della critica senza spendere il becco di un quattrino. Ma forse, questi cultori della dietrologia a tutti i costi, a furia di pensare al complotto non sono più in grado di fare i conti con la realtà e D con il buon senso, e pensano davvero che il Comune di Trezzo si sia voluto disfare di un patrimonio così prezioso per pura battaglia ideologica e che la Biblioteca di via Senato abbia offerto i propri scantinati più umidi e polverosi per comprometterlo definitivamente. La realtà delle cose, invece, dice che, nonostante il tempo, le risorse umane e i soldi spesi negli anni, la Biblioteca “Alessandro Manzoni” della cittadina lombarda non sia riuscita a offrire al fondo (librario e non solo) ricevuto in dono dai coniugi De Micheli il giusto spolvero e l’adeguata accessibilità da parte di studenti, appassionati e studiosi, e che la nuova giunta abbia così pensato di trovargli una sistemazione più adeguata al suo pregio, cercando di riportarlo in quella Milano che fu il centro vibrante della vita e del lavoro di Mario De Micheli, che proprio all’ombra della Madonnina si laureò, aderì al gruppo di “Corrente”, scrisse, curò mostre e ottenne una cattedra di Storia dell’arte e della letteratura italiana e una di Sociologia dell’arte e della cultura (entrambe presso la facoltà di Architettura del Politecnico). L’altra evidenza, poi, quella forse più sgradita ai “nostri”, è che un’istituzione che pone la cultura al centro del proprio agire, non può che infischiarsene del colore e della provenienza delle opere di valore, e 20 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 che la Biblioteca di via Senato ha dimostrato ancora una volta di muoversi e di impegnarsi in questa direzione, mettendo a disposizione spazi, persone e risorse economiche in virtù della serietà di questo lascito e non della sua “appartenenza”. Se anche, infatti, la nostra Fondazione ha ricevuto in custodia a titolo gratuito il Fondo di Mario e Ada De Micheli per i prossimi cinquant’anni, non si può non sottolineare che gli oltre 26.000 volumi e opuscoli (quasi tutti già catalogati), a meno di un mese dal loro arrivo in via Senato sono già stati sistemati in una nuova ala della Biblioteca, appositamente ristrutturata e climatizzata, a disposizione di quanti vorranno conoscerli, studiarli e approfondirli. E ancora, che è invece già iniziato il nostro specifico lavoro di catalogazione delle numerosissime testate censite nel Fondo, così come dei vari manoscritti e dattiloscritti, mentre si sta già cercando di organizzare per il prossimo autunno “l’assalto” all’altrettanto imponente raccolta di fotografie e diapositive che, spesso senza indicazioni né didascalie, ritraggono opere d’arte, artisti e letterati provenienti da tutta Italia e non solo. ta quella di mettere a disposizione di tanti possibili lettori un tesoro di conoscenza raccolto in almeno cinquant’anni di vita. Abbiamo cioè deciso che non fosse giusto conservare privatamente un tale tesoro, anche perchè questo era un modo per continuare in quell’azione culturale che è stata ed è tuttora un aspetto fondamentale del nostro impegno civile». La speranza che ci anima, in sostanza, è quella di aver concluso un “affare” utile sia al Comune di Trezzo (che, come spiega Italo Mazza nelle pagine che precedono questo articolo, potrà così destinare le sale della Villa Crivelli all’esposizione dell’omonima Quadreria) sia alla nostra Biblioteca, e il tutto senza aver tradito lo spirito di De Micheli e del suo lascito. Perché tanto quanto siamo certi di poter rendere un buon servizio alla divulgazione e alla valorizzazione di questo Fondo, così pensiamo che la biblioteca privata di De Micheli e il suo archivio personale renderanno un ottimo servizio al prestigio dei nostri spazi e all’incremento della loro attività di studio e di ricerca, rendendo ancora più completa e interessante la nostra documentazione artistica e letteraria sul Novecento italiano, già recentemente arricchitasi dell’Archivio di Curzio Malaparte. Senza voler peccare di presunzione, insomma, ci piace sottolineare, oltre alla nostra assoluta indipendenza rispetto alle cose della politica e alle beghe ideologiche, anche la nostra presumibile adeguatezza all’idea che convinse Mario De Micheli e sua moglie Ada a lasciare a disposizione della collettività la loro biblioteca: «L’idea che ci ha guidato - scrissero infatti in occasione della loro donazione al Comune di Trezzo - è sta- Anche solo a una prima “occhiata”, infatti, il nostro nuovo ospite promette materiale a profusione e infiniti spunti per possibili studi, pubblicazioni e mostre non solo bibliografiche, in grado sia di fare il punto su certi aspetti della cultura italiana del Dopoguerra sia di aprire nuovi spazi di confronto con altri Paesi europei, luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Da sinistra: dedica di Tristan Tzara in Une Route seul soleil, Comité national des èscrivains, 1944; Renato Guttuso, in Mario De Micheli, Testa o croce,1972 soprattutto quelli appartenenti all’ex blocco sovietico e quindi, forse, ancora meno noti ai più. La militanza politica di Mario De Micheli, insomma, così come il suo essere stato per più di un decennio il critico di riferimento de “l’Unità” e il mentore di molti artisti cosiddetti “impegnati” non ci spaventa affatto. E anzi ci stimola, perché è proprio la forte identità della raccolta a costituirne il più interessante elemento distintivo. Come scrive anche Magda Bettini nell’introduzione al catalogo della mostra che inaugurò la donazione trezzese, infatti, «l’affascinante trama di rimandi e richiami che si svolge tra le diverse tipologie di materiali presenti facilmente conduce a percorsi suggestivi che da un disegno conducono a un saggio e poi a una fotografia e, ancora, a una lettera; una trama che connette persone, luoghi, tempi in combinazioni a volte sorprendenti. Ma per consentire tali percorsi di ricerca è nostro compito fornire gli strumenti al lavoro». E questa sarà anche la nostra sfida. Scoprire l’autore che sta dietro a questa biblioteca e renderlo intellegibile a molti, se non a tutti. Perché basta avanzare tra gli scaffali che la ospitano per capire che questa è una vera e propria “biblioteca d’autore”. E non solo perché De Micheli sia stato anche e soprattutto un autore molto prolifico (di monografie, cataloghi, saggi, articoli e testi poetici), ma in particolar modo perché dietro a ogni libro, a ogni opuscolo e a ogni immagine si legge la sua firma come “plasmatore” della raccolta, come estensore di un messaggio e di un progetto, quasi che la biblioteca fosse la sua biografia e ogni volume raccolto una pagina più o meno importante, comunque necessaria. Certo, nella vastità e nella diversità della raccolta, qualcosa conta meno di altro e qualcosa potrebbe quasi apparire in eccesso, superfluo, contraddittorio. Ma conoscendo la storia di De Micheli e la sua biografia, oltre che il suo pensiero, quest’idea è subito da scartare. La sua fama di storico e critico è legata soprattutto alle arti visive e in particolare al disegno e alla pittura, e di conseguenza il corpus della sua raccolta è costituito principalmente da monografie di artisti, da cataloghi di mostre e contributi critici collezionati in giro per l’Italia e per il mondo, e da almeno altrettanti suoi o a sua cura. Dagli studi monografici dedicati a Picasso, Courbet, Fattori, Manzù, Martini, Marino Marini e Siqueiros (ma anche a un’infinità di giovani da scoprire o di “grandi vecchi” da rivalutare al più presto) al notissimo “Le avanguardie artistiche del Novecento” - tradotto e pubblicato ancora oggi ai quattro angoli del Globo - e ad altri saggi “antologici” più specifici come “L’arte tra anarchia fascismo e rivoluzione”, “La protesta dell’Espressionismo”, “La fuda degli Dei” o “Realismo e Poesia”. Titolo, questo, che sembra risultare sempre più significativo nelle ricerche condotte sull’attività di Mario De Micheli. Perché forse è proprio in questo incontro tra il realismo e la poesia, tra la forza evocatrice della figurazione e l’intima potenza dell’introspezione li- 22 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Renato Guttuso, Ritratto di Mario De Micheli e Antonello Trombadori, 1951 rica che si scorge la sua lezione più autentica. «Spesso, frequentando artisti che all’inizio della loro carriera hanno incontrato Mario De Micheli» scrive Attilio Pizzigoni nel già citato catalogo dedicato alla Donazione - «mi è capitato di constatare come nei loro ricordi ci fosse la memoria di un libro di poesie consigliato, o quella di una poesia a cui Mario li aveva condotti per ritrovare se stessi e per mettere a punto il senso della propria ricerca». Anche più avanti, infatti, e forse lungo tutto il suo percorso, De Micheli predicò la necessaria vocazione dell’artista a una pluralità di linguaggi in grado di renderlo insensibile alle mode e ai gusti del momento, ma sempre indicando la poesia come possibile «luogo di sintesi dei valori, della conoscenza e dell’interpretazione della realtà», tema su cui si confrontò a lungo in particolare con i suoi amici di “Corrente”, da De Grada a Treccani e da Guttuso a Migneco, da Quasimodo a Manzù. Non a caso, dunque, la sua primissima pubblicazione fu un agile volumetto di poesie di Paul Eluard a cui lui affiancò alcuni disegni di Pablo Picasso o, ancora, le sue traduzioni più celebrate furono quelle del “poeta-pittore” Majakovskij. A stretto confronto con le immagini o meno, la poesia restò sempre e comunque il suo primo amore (nel 1938 si era laureato con una tesi sui poeti Surrealisti), a cui si dedicò sia come autore sia come critico. E di tutto questo rimane testimonianza tra gli scaffali della sua donazione, anzi una testimonianza quasi più “qualificata” di quella inerente i temi dell’arte figurativa. Molti meno i libri e gli opuscoli poetici collezionati, ma tutti di altissima qualità e molti recanti affettuose dediche degli stessi autori, tra cui spiccano, accanto a Majakovskij, quelli di diversi autori dell’Est europeo che De Micheli tradusse per primo, svelandoli al pubblico italiano, Atila Joseph in testa. Potevamo davvero lasciarcelo scappare? luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Il “fondo De Micheli” in BvS / 3 L’ADA E IL MARIO, LA VITA DEI NOSTRI GENITORI I figli di De Micheli raccontano l’arte della loro famiglia ANNA E GIOXE DE MICHELI L’ Ada e il Mario si conoscono nel 1938 a Milano alla sua attività: uno su Picasso, corredato dalle poesie che l’Università Cattolica. L’Ada, una bella ragazza Eluard aveva dedicato al grande artista, e uno su Manzù. bruna arrivata da Parma dove viveva con la famiLa seconda edizione del Picasso sarà sequestrata dalla cenglia, era nata a Poggio Rusco in provincia di Mantova. La sura fascista, mentre il Manzù uscirà nelle edizioni di madre era maestra e il padre cappellaio. Corrente, il movimento milanese a cui ha aderito. Il Mario è un bel giovanotto biondo con gli occhi L’Ada e il Mario nel ’41 si sposano e nel ’42 nasce azzurri - pare che gli occhi azzurri piacquero molto all’Anna. Per vivere insegnano, fanno supplenze, danno l’Ada - ed è approdato a Milano dopo uno strano percorlezioni private. Tutto attorno c’è la guerra. Entrano in so che lo aveva portato dalla nativa Genova, a Gubbio e a contatto con il gruppo di Eugenio Curiel e prendono atRoma, dove aveva intrapreso gli studi di Tomistica. Neltivamente parte alla Resistenza. la città ligure, la mamma Pierina, che era nata a Trezzo, Dopo che una bomba ha colpito la loro casa in via aveva un carretto di frutta e verdura, e il padre, profugo Cerva - che allora si chiamava via Degli Arditi - si trasferidalla Dalmazia, era tagliatore di tomaie. Soldi ce n’erano scono a Sormano di Santa Valeria, ospiti della famiglia pochi e il Mario, come i giovani poTestori. Da qui, dove tra l’altro arriva veri di un tempo, «aveva studiato da nna e Gioxe De Micheli, la notizia della morte dei genitori di prete». Ada sotto il bombardamento inglese figli di Ada e Mario, A Milano i due ragazzi divendi Parma, organizzano l’espatrio hanno scritto questo testo tano ben presto innamorati e antifaclandestino degli ebrei verso la Svizper il catalogo “La Donazione scisti. zera attraverso gli impervi sentieri Ada e Mario De Micheli della I loro amici sono Ernesto Trecdegli “spalloni”. I loro nomi sono ora Biblioteca Comunale di Trezzo cani, Raffaele De Grada, Giacomo scolpiti nel Muro dei Giusti a Gerusull’Adda”, stampato poco più Manzù, Alfonso Gatto, Salvatore salemme. di due anni fa per inaugurare Quasimodo. Poi, una notte - pare in seguito a le sale ristrutturate del fondo Malgrado l’oscurantismo del una spiata - i fascisti irrompono nella trezzese e in occasione di una regime sono anni di grande fermento loro casa. In quei giorni il Mario sta mostra intitolata “Ritratti culturale; gli amici discutono, protraducendo, dal Coriolano di Thomas di Ada e Mario dalla collezione gettano, sognano l’Europa, il surreaEliot, la Marcia trionfale. Sul tavolo le De Micheli” (da cui proviene lismo, il cubismo, Eluard, Breton, Picamicie nere trovano dei fogli il cui la quasi totalità delle immagini casso, Tristan Tzara. E progettano testo così recita: qui riportate), tenutasi dall’8 possibili strategie contro il potere. novembre 2008 all’8 febbraio All’inizio degli anni Quaranta il Cosa viene per primo? Puoi vede2009 presso il Castello Visconteo Mario pubblica due libri che aprono re? Diccelo. Sono di Trezzo sull’Adda. A 24 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Sopra: Max Hamlet Sauvage, Il poeta De Micheli e la Musa, 1955; nella pagina a fianco dall’alto: Renato Guttuso, De Micheli cantando..., 1951; Bruno Cassinari, Ritratto di Mario De Micheli, 1946 5.800.000 fucili e carabine 102.000 mitragliatrici 28.000 mortai da trincea 53.000 cannoni pesanti e da campagna store di Como che intercede a favore di quel «sognatore dedito solo ai suoi studi e assolutamente innocuo«. Il Mario è salvo. Non posso dire quanti proiettili, mine e spolette, 13.000 aeroplani 24.000 motori d’aeroplano 50.000 carri di munizioni e ora 55.000 carri militari Il.000 cucine da campo 1.150 forni da campo* Il 25 Aprile del ’45 l’Ada e il Mario sono a Milano con il fazzoletto rosso al collo. L’immediato Dopoguerra è tutto un intreccio di lavoro culturale, di grande idealità, di rinnovati progetti, la pittura, la poesia, il “Partito”. Ed è per il “Partito” che, nel 194 7, accettano di andare a insegnare in Jugoslavia nelle scuole della minoranza italiana. Nel gennaio nasce il Gioxe. Suo padrino sarà un grande e sodale amico, il pittore Gabriele Mucchi. Poco dopo ci trasferiamo tutti a Fiume, ma bastano pochi mesi per capire che c’è qualcosa che non va in quel Paese che si dice “socialista” . L’Ada e il Mario denunciano pubblicamente i soprusi e le intimidazioni contro quegli italiani che optano per il ritorno in patria e criticano la «congiura del silen- Il Mario è arrestato e rischia la fucilazione immediata, ma l’Ada, che al momento dell’irruzione è riuscita a nascondersi addosso i documenti veramente compromettenti, il mattino dopo porta al capo della polizia il testo originale di Eliot, prova che l’elenco di armi è solo la traduzione di un testo del grande poeta americano, e poi riesce a farsi ricevere e a commuovere l’amante del que- luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano zio» verso le voci dissenzienti. Ce n’è abbastanza per guadagnarsi il sospetto e l’ostilità del regime. Abbiamo ritrovato tra le carte di nostro padre un suo testo del ‘49, purtroppo incompiuto, che ben evidenzia quel clima: [...] cercavo criticamente di rendermi conto di quanto accadeva intorno a me. Ma c’era ancora molta nebbia nella mia analisi. Troppe cose non riuscivo a spiegare [...]. C’era il problema degli abitanti istriani di nazionalità italiana che volevano usufruire del diritto di opzione. Con la buona stagione e con l’approssimarsi del termine del diritto di opzione, molta gente partiva quasi ogni giorno dalla città. Non si trattava più di persone compromesse col fascismo oppure di irriducibili sciovinisti, di nostalgici dannunziani, ma di famiglie operaie, di piccoli artigiani, di miseri impiegati. Queste partenze erano tristi. Perché questa gente fuggiva da una terra dove si stava costruendo il socialismo? [...] E quale era l’atteggiamento delle autorità popolari nei confronti di questi optanti? Era un atteggiamento di violenza materiale e morale. Si diffuse attorno un’aggressiva collera nazionalistica [...]. In questo stato di cose le nostre critiche presero un tono diretto. Parlai con i responsabili dell’Unione degli Italiani d’Istria e di Fiume, denunciai l’ostilità diffusa ad arte contro le famiglie che avevano esercitato il diritto d’opzione. Tutto fu inutile. Soltanto ottenni che la diffidenza intorno a noi aumentasse, che iniziasse, col metodo dell’isolamento, la neutralizzazione del nostro atteggiamento critico. Il nostro disagio politico e morale diventava sempre più profondo. Un giorno mia moglie si levò in piedi ad una assemblea dei sindacati e chiese ragione del vuoto che si era creato intorno a noi [...] disse, tra lo stupore generale di un’assemblea disabituata ad una libera forma critica, che il metodo del silenzio era un gravissimo errore, che i rapporti tra compagni dovevano regolarsi su di una aperta franchezza [.. .], che si chiarisse senza reticenze il giudizio negativo che sembrava pesare sulle nostre scelte. L’intervento di mia moglie finì nel silenzio. Allora, per la prima volta ebbi l’impressione che tutti fossero imbavagliati da un’intima paura. Quando il presidente dell’assemblea riepilogò il contenuto dei vari interventi, non fece cenno a quanto mia moglie aveva detto. Per la seconda volta allora mia moglie si alzò e chiese perché il presidente non avesse risposto a quanto lei aveva esposto. 25 26 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Ma anche questa volta il presidente non rispose, in preda ad un evidente imbarazzo, chiuse i lavori dell’assemblea [...]. Dopo il XX Congresso del PCUS e la rottura di Tito con l’Unione Sovietica, i comunisti italiani in Jugoslavia vengono accusati di un inesistente complotto. Una notte la polizia politica, l’UBA, irrompe nella nostra casa e arresta il Mario. Vogliono sapere da lui i nomi dei cospiratori e costringerlo ad ammettere l’esistenza del complotto. Per giorni lo privano del sonno. Il Mario non ammette nulla e non fa nomi, i cospiratori non esistono perche non c’è nessun complotto. Lo terranno nove mesi in una minuscola cella in compagnia solo delle cimici. Cerca di non lasciarsi abbattere, si impone di fare qualche esercizio di ginnastica tutti i giorni e, sostenuto dalla sua prodigiosa memoria, recita ad alta voce i versi di Carducci e la Divina Commedia. Fuori ci tolgono le tessere per gli alimentari e sospendono l’insegnamento all’Ada. La situazione è disperante: fame, malattie, amara disillusione. Ci aiutano gli operai di una fabbrica vicina alla nostra casa che passando lanciano di nascosto nel giardinetto dei cartoccetti con un po’ di pane nero e di lardo. Dall’Italia arriva qualche pacco spedito dalla nonna Pierina. L’Ada vende la sua vera, l’anello con il brillantino, la catenina d’oro e si inventa l’impossibile per trovare qualcosa da mangiare, senza dimenticarsi del suo compagno in carcere al quale riesce a far arrivare, assieme a una copia di Moby Dick, una tenera lettera d’amore dove, per amore, nasconde la drammatica situazione sua e dei figli. «Perché siamo venuti in questo paese se ci sono ancora i fascisti?» chiede l’Anna a sua mamma. Privati anche dei passaporti, dopo alcuni tentativi di fuga, compreso un fallito imbarco su un piccolo peschereccio genovese, alla fine, nascosti in un camion, nel ’49 riusciamo a tornare a Milano. Nella casa di viale Abruzzi la nostra vita ricomincia e nel 1953, a Palazzo Reale - che porta ancora le ferite dei bombardamenti - il Mario è tra i curatori e allestisce l’indimenticabile grande mostra di Picasso. Ma gli anni che vanno dal ’50 al ’60 sono ancora difficili. Il magro stiDall’alto: Ada De Micheli negli anni Sessanta; Gioxe De Micheli, ritratto di Mario, 1984; della pagina a fianco Patrizia Comand, Ritratto di Mario e Ada de Micheli, 1995 luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 pendio che percepisce da “l’Unità” per cui tiene la Cronaca d’arte non basta certo per sostenere tutta la famiglia. Ancora una volta l’Ada, che già insegna Lettere alla “Manzoni”, provvede. Collabora con la radio, dove tiene una rubrica pedagogica, con la televisione con dei programmi per “La TV dei ragazzi” e alla fine della giornata insegna anche alle “serali”. Intanto il Mario scrive: libri, saggi, presentazioni che non si fa mai pagare -, e certo i suoi scritti, i suoi studi, ne fanno uno dei più importanti critici e storici dell’arte italiani. È di quegli anni Le avanguardie artistiche del Novecento, un libro che, giunto alla quarantunesima edizione e tradotto in mezzo mondo, è diventato, nel suo genere, un vero caso letterario. Ma essenzialmente il Mario è un critico militante, un critico, cioè, che “vive” con gli artisti, li appoggia, sprona, conforta, cresce assieme a loro e al loro lavoro; come quando, in quegli anni, difende e valorizza la pittura dei “ragazzi” che in seguito, con felice definizione, Marco Valsecchi avrebbe chiamato del «realismo esistenziale». Il talento di un giovane artista lo entusiasma, la tenacia di un vecchio artista lo commuove. Per loro scrive, cerca contatti con galleristi e mercanti, trova persino il possibile collezionista, scopre e promuove giovani talenti ancora sconosciuti, organizza mostre. Certo non è interessato alle “cose” della moda-mercato-potere; l’arte, la cultura sono per lui la risposta “alta” ai nodi dell’esistenza, per questo lavora, operando attraverso una scelta di campo ben definita ma lontana da dogmatismi ideologici o settarismi. Ricordiamo che a Torino, nel 1964, alla galleria Viotti presenta, per la prima volta dal Dopoguerra, una scelta di disegni satirici di Mario Sironi. La mostra sarà duramente criticata “a sinistra”. Il Mario risponde che «la forza poetica e la drammaticitàà di Sironi ben poco hanno a che fare con la retorica e il trionfalismo becero fascista», e che al centro del suo lavoro vi è una profonda riflessione sulla condizione umana, ed è questo che conta veramente. un critico di fama e di successo. Sono gli anni delle sue grandi mostre: Siqueiros a Firenze (1976), Orozco a Siena (1981), Marino Marini a Venezia (1983), Arturo Martini a Milano (1989), Henry Moore ancora a Milano (1989); delle prestigiose monografie: Picasso, Manzù, Guttuso e della Cattedra di Sociologia dell’Arte al Politecnico di Milano. Ma contemporaneamente continua a occuparsi attivamente degli artisti più giovani ed esordienti o di quelli meno giovani e più appartati o addirittura colpevolmente dimenticati da critica e mercato. Ne scrive, organizza mostre, li incoraggia a tenere duro. Ricordiamo le sue visite a Eso Peluzzi, isolato, poetico e sensibilissimo pittore ottantenne, “stanato” tra le montagne liguri. Per lui trova contatti ed estimatori. L’Ada lo segue e approva, il suo Mario con gli occhi azzurri. Ecco, abbiamo voluto raccontare brevemente queste cose - altri parleranno del ruolo di Mario De Micheli nella cultura italiana perche se c’è stata una cosa che ha contraddistinto la vita dei nostri genitori, questa è stata la loro «fame e sete di giustizia». Per questo hanno sempre messo al secondo posto il loro interesse personale e sempre in accordo tra loro, uniti e solidali, anche nelle più dure avversitàà, forti del coraggio di vivere. Questa “fame e sete di giustizia” e l’amore per la cultura sono ora “dentro” i libri della loro gigantesca biblioteca, nei tanti documenti, nelle opere d’arte che ora, per loro volontà, sono diventati patrimonio della collettività di Trezzo. Trezzo, questo porto sicuro, dove anche grazie alla sensibilitàà e all’impegno dei suoi amministratori, questa nave carica di testimonianze ha calato l’ancora. Sono le testimonianze di una vita ben spesa e un esempio per noi figli, per i nipoti Marianna e Gionata, per i tanti amici che li hanno conosciuti e seguiti con affetto e per chi li conoscerà attraverso le parole dei poeti sulle pagine, nei segni di penna sui fogli e nelle pennellate di colore sulle tele dei pittori, nell’impronta del pollice dello scultore impressa nella creta. «Il segno dell’uomo», come amava dire il Mario. Dalla fine degli anni Sessanta in poi arriva finalmente un po’ di tranquillitàà economica, il Mario è ormai * Non si è potuta usare la traduzione di nostro padre, sequestrata dai fascisti, si è utilizzata quindi quella di Roberto Sanesi, edizioni Bompiani. 1 luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 BvS: il libro ritrovato UNA BIBLIA DI FINE ’400 E LA SUA STORIA L’incunabolo proveniente dalla “bibliothèque d’un amateur” ANNETTE POPEL POZZO er un bibliofilo, il momento più emozionante è tenere in mano un libro che combini la rarità e la celebrità dell’edizione con la storia vissuta e l’importanza del concreto esemplare. Proprio questo doppio aspetto affascina di un tomo appartenente al Fondo antico della Biblioteca di via Senato: la Biblia latina stampata nel 1479 da Nicolas Jenson a Venezia (Goff B563; HC 3073*; IGI 1659; BMC V 180; BSBInk B-434; GW 4238). L’edizione in folio di 452 carte contenente il testo su due colonne segue una prima edizione del 1476, uscita sempre dai torchi del Jenson che, nato nel 1420 nello Champagne, fu in un primo momento incisore della zecca di Carlo VII, e apprese poi l’arte tipografica a Magonza per stabilirsi alla fine degli anni Sessanta a Venezia dove collaborò con Giovanni da Spira e nel 1470 aprì una tipografia propria. Viene ricordato soprattutto per aver inventato bellissimi caratteri (il suo primo carattere tondo per la stampa non gotica fu usato nell’edizione di Eusebio di Cesarea, De Evangelica Praeparatione del 1470). Produsse solo o in società con la vedova di Giovanni da Spira e con Johannes de Colonia circa 150 edizioni. Dalla sua officina uscirono diversi capolavori dell’arte tipografica: a lui si deve, con le Horae ad usum Romanum del 1474, la prima edizione in 16mo P stampata a Venezia; due anni dopo, nel 1476, pubblicò su commissione dei banchieri fiorentini Strozzi la famosa prima edizione volgare a cura di Cristoforo Landino della Historia Naturalis del Plinio. La tipografia di Jenson fu rilevata nel 1480 da Andrea Torresano d’Asola, e i suoi caratteri vennero in seguito usati dalla Tipografia Aldina. La copia della Biblia latina della nostra Biblioteca è rubricata in blu e rosso, contiene un capolettera illuminato e soprattutto sul recto delle carte a2 e a5 due grandi miniature su 10 e 18 righe che raffigurano San Gerolamo (fig.4) e Dio Creatore (fig.1) con una rara veduta dell’universo. L’esemplare reca l’ex libris araldico del conte russo Dimitrij Petrovič de Boutourlin (anche nella variante: Buturlin o Boutourline, 1763-1829, fig.3 il suo ex libris). Appartenente a una nota famiglia aristocratica, il conte, oltre a essere senatore e consigliere segreto, fu per alcuni anni direttore dell’Ermitage a San Pietroburgo e collezionista e bibliofilo di fama internazionale. La sua biografia intellettuale rispecchia la Russia di fine Settecento, ispirata all’Illuminismo francese, quando la corte di Caterina II di Russia era in piena ammira2 zione per Voltaire, Diderot e D’A- 30 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 lembert. Parente di noti personaggi russi dell’epoca e ben inserito negli ambienti culturali, il conte dà un approccio enciclopedico alla sua educazione e s’interessa di botanica, chimica, letteratura e teatro, costituendo nella sua dimora a Mosca una delle più belle e importanti biblioteche del Paese, della quale abbiamo una descrizione da parte del viaggiatore inglese Edward Daniel Clarke (1769-1822): «La bibliothèque, le jardin botanique et le museum du comte Botterline, sont peut-être les choses les plus curieuses à voir en Europe. Ce seigneur possède non seulement les exemplaires les plus rares des classiques; mais il a de quelques auteurs, et particulièrement de Virgile, un si grand nombre d’éditions que d’elles seules on pourrait former une bibliothèque […] Le comte possède presque toutes les éditions princeps; et sa collection des ouvrages imprimés durant le XV siècle monte à près de six mille volumes» (traduzione dall’inglese Voyages en Russie, en Tartarie et en Turquie, Parigi, Buisson e Bertrand, 1813, p. 201-202). Del resto, anche le memorie del figlio Michail (pubblicate nel 2001 a Lucca con il titolo Memorie del conte Michail Dmitrievitch Boutourline) trasmettono l’immagine di un conte in mezzo ai libri e circondato da visitatori, librai e studiosi. Trasferitosi definitivamente con tutta la famiglia in Toscana a Firenze (Palazzo Bouturlin, via de’ Servi 15) nel 1817, Boutourlin in soli quindici anni forma una seconda biblioteca che conta 33.000 volumi, e che è sì inferiore per quantità rispetto alla prima biblioteca, ma di qualità più pregiata e importante. Entrato in contatto con lo storico dell’arte nonché direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia Leopoldo Cicognara (1767-1834) e con il pittore e esperto di antichità Michele Arcangelo Migliarini, il conte fece venire a Firenze il bibliografo e libraio francese Étienne Audin de Rians, al quale si devono il Catalogue des éditions aldines qui se trouvent chez Étienne Audin libraire (Firenze: Batelli, 1821 e 1827 in tiratura limitata su carta speciale, edizioni entrambe presenti presso la nostra Biblioteca) e un’edizione delle Poesie di Ieronimo Savonarola (Firenze: Baracchi, 1847). Sopravvissuto in poche copie, un primo catalogo della raccolta, Catalogue de la bibliothèque de Mr. le Comte D. Boutourlin, venne stampato a San Pietroburgo già nel 1794. Seguì un secondo catalogo, intitolato Catalogue des livres de la bibliothèque de S.E.M. le Comte de Boutourlin, curato da Antoine-Alexandre Barbier (bibliotecario anche di Napoleone) e da Marie-CharlesJoseph de Pougens (Parigi, 1805). Molto più completo del primo, riporta più di 40.000 titoli tra manoscritti, incunaboli e edizioni in latino, francese, italiano e inglese dal quindicesimo al diciottesimo secolo. È grazie a questo catalogo, che oggi abbiamo notizie della prima biblioteca Boutourlin, che venne distrutta nel 1812 durante l’incendio di Mosca, provocato dal maresciallo Kutusov all’arrivo di Napoleone. Audin de Rians fu il curatore del catalogo della seconda biblioteca, che uscì soltanto due anni dopo la morte del conte, nel 1831, a Firenze: Catalogue de la bibliothèque de son Exc. M. le Comte D. Boutourlin. Stampato privatamente in sole 200 copie (anche di questo la nostra Biblioteca conserva una copia, fig.2), il catalogo rivela una straordinaria ricchezza: «Il y a peu de Bibliothèques d’Amateurs qui présentent une réunion pareille de livres précieux, tant manuscrits qu’imprimés, et d’une aussi parfaite conservation: on y trouve des manuscrits très anciens ou richement enluminés, et quelques autographes, plusieurs éditions du XV siècle inconnues ou d’une extrême rareté, des superbes grecs et grandspapiers parmi les Aldes, des éditions des Giunti inconnues, la Collection des Bodoni complète, et celle des Classiques italiens d’une très vaste étendue; plusieurs volumes sont encore dans leurs couvertures primitives et non rognés, et les re- Ritratto del conte Boutourlin (Fedor Rokotov, 1793) luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 liures modernes sont faites avec élégance et presque toutes en maroquin ou en cuir de Russie». Audin de Rians ricorda che il catalogo presenta una classificazione particolare, poiché «il nous a semblé plus convenable de former des Classes séparées des Collections, afin de faire ressortir d’avantage ces dernières, comme étant la partie la plus intéressante de la Bibliothèque». Contrariamente alla più diffusa divisione per argomento o autore, il catalogo si divide infatti per classi di collezioni: 244 manoscritti, quasi 1.000 incunaboli, più di 400 edizioni aldine (compresi gli incunaboli), circa 400 bodoniane, quasi 2.000 classici italiani citati dalla Crusca e soltanto in fine una parte divisa tra teologia, scienze e arti (con numerose opere di botanica, stimate dal Boutourlin), letteratura e storia (con opere di archeologia e numismatica, care all’amico Migliarini). Questo tipo di classificazione testimonia l’interesse posto dal conte nella formazione della sua biblioteca, ma riflette anche la prospettiva del curatore Audin de Rians, che aveva già al suo attivo gli studi già citati sulle edizioni aldine e Savonarola. Oltre a rarità par excellence (ricordiamo tra i manoscritti la Retorica di Cicero dell’inizio del quindicesimo secolo appartenuta a Gino di Neri Capponi, numero 70, e una Divina Commedia del quattordicesimo secolo alle armi del marchese Manfredo Malaspina, numero 89) il conte sembra prevalentemente interessato allo sviluppo della stampa in Italia collezionando incunaboli, aldine e bodoniane, guardando soprattutto alla correttezza e all’eleganza tipografica delle edizioni. Uno studio più dettagliato degli incunaboli posseduti da Boutourlin rivela la stessa tendenza. Ovviamente non manca con il Lattanzio in prima edizione del 1465 il primo libro con data stampato in Italia presso Sweynheym & Pannartz (anche una delle sole quattro edizioni stampate a Subiaco), ma generalmente il conte favorisce edizioni rinomate come dimostrano le numerose altre edizioni stampate da Sweynheym & Pannartz e quelle stampate da Nicolas Jenson – come la nostra Biblia latina, che viene descritta sotto il numero 234: «Biblia latina. – Venetiis, Nicol. Ienson, 1479. infol. dos de m. r. Très bel exemp. avec ornemens peints en or et en couleurs». Anche la già citata edizione di Eusebio di Cesarea del 1470 – primo caso del tondo jensoniano – compare sotto il numero 15. 3 Molti sono gli autori classici, ma non mancano gli italiani celebri, con la quinta edizione della Divina Commedia e la prima con commento, a cura di Cristoforo Berardi di Pesaro del 1477 (Venezia, Vindelino da Spira, numero 175) o l’edizione di Brescia a cura di Bonino de’ Bonini del 1487, che viene considerata una tra le più importanti edizioni di Dante del Quattrocento e la prima ad avere sia l’Inferno che il Purgatorio completamente illustrati. Non dimentichiamo poi i cinquanta e più incunaboli di opere di Savonarola elencati a parte. Tra le aldine spiccano diversi incunaboli in princeps (presenti naturalmente l’Hypnerotomachia di Polifilo del 1499 e le Epistole di Caterina da Siena del 1500 contenenti la prima apparizione del carattere corsivo), mentre tra le edizioni bodoniane non mancano la Serie di caratteri greci del 1788 (“Exemp. en papier vél.”), l’Oratio Dominica in CLV linguas del 1806 e il noto Manuale tipografico a cura della vedova del 1818. La sezione dei classici italiani viene definita da Audin de Rians «comme puivant servir à la compilation d’un vocabulaire de la langue italienne». Inoltre lo stes- 32 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 4 so curatore aveva già proposto un suo Catalogo di edizioni classiche italiane citate da Gamba, Colombo, e Poggiali (Firenze: Pezzati, 1821; Biblioteca di via Senato) che propone la stessa idea di raggruppamento. Ma come succede ed è successo a tante biblioteche private, il catalogo riflette soltanto un’integrità già smarrita, visto che la famiglia per motivi economici ne aveva già deciso la vendita subito dopo la morte del conte. La biblioteca fu venduta in tre puntate dal 1839 al 1841 presso la casa d’asta parigina Silvestre. Il Catalogue de la bibliotheque de feu M. le comte D. Boutourlin in tre volumi, anch’esso curato da Audin de Rians, si presenta questa volta secondo una classificazione più canonica e tradizionale. Nel primo volume, sotto il numero 10, figura appunto la Biblia latina della nostra Biblioteca «Biblia (latina, ex versione D. Hieronymi). Venetiis, opera atque impensa Nicolai Ienson Gallici, 1479, in-fol. dos de m. r. Superbe exemplaire, avec deux belles miniatures et les initiales en couleurs». Annunciata come «bibliothèque, qui était visitée par tous les étrangers qui passaient par Florence, avait acquis une réputation européenne», una grande parte viene acquistata dalla Bodleian Library di Oxford e dal bibliofilo fiorentino Guglielmo Libri (una parte dei manoscritti in conseguenza collezione Ashburnham e dal 1884 Biblioteca Medicea Laurenziana). Non senza mestizia, nel Manuel du libraire et l’amateur des livres del 1860, Brunet ricorda che molti libri del conte «ont été vendus à des prix très-médiocres» (volume 1, 1860, 1643). luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO IL TEATRO DI VERDURA, PHILIPPE DAVERIO, ASTE, CATALOGHI, L’INTERVISTA D’AUTORE, RECENSIONI, APPUNTAMENTI E MOSTRE UN AGOSTO DI FRESCHE PROPOSTE Il nostro Teatro di Verdura non vi dà tregua nemmeno a ferragosto, siete tutti invitati di matteo tosi ome di consueto, anche quest’anno, una volta arrivati al giro di boa ne abbiamo viste di tutti i colori al Teatro di Verdura. Abbiamo già sfogliato alcuni “Libri in scena” tra i più gustosi, incontrando Carroll, Pasolini, Grossman, Wilde e Cechov, fino all’ultima serata di luglio, dedicata al “misterioso mito” di J.D. Salinger e del suo Cauldfield, a pochi mesi dalla scomparsa del più segreto tra gli scrittori a stelle e strisce. E prima, ancora, abbiamo ascoltato Rossini e abbiamo saltato e ballato con le Sorelle Marinetti, abbiamo sbirciato tra le lettere private della Duse e di D’Annunzio, e ci siamo fatti incantare da liriche melodie ispirate alla luna e all’amore e all’avventura. Abbiamo vissuto una vita intera, insomma, ma chi conosce almeno un po’ la Biblioteca di via Senato e il suo Teatro di Verdura sa che nemmeno l’arrivo di agosto può nulla contro la nostra voglia di stare insieme e di regalarci qualche piacevole serata anche nel cuore bollente della città. Gli spettacoli agostani, anzi, si aprono anche senza prenotazione a chiunque sia appena tornato o in attesa di partire, e nel frattempo abbia voglia di fare qualche altro viaggio. Si parte mercoledì C 4 con “Il principe”, ma non quello di Machiavelli, bensì Amleto, o meglio un Amleto nuovo, sospeso tra Stoppard, Shakespeare e la nostra quotidianità. E poi una serie di appuntamenti legati a doppio filo con le mostre e le altre attività della nostra Biblioteca, interrotti solo mercoledì 18 da Roberto Sironi e dal suo “Swing, manouches e bauscia”, un vero e proprio spettacolo musicale più che un semplice concerto. Ma torniamo a noi: venerdì 6, a seguito della bella mostra di libri e foto che avevamo dedicato a Pier Paolo Pasolini, ecco un “primo studio” del suo incompiuto e discussissimo “Petrolio” a cura di Enrico Zacchero; mercoledì 11, invece, in concomitanza con la grande mostra biblio-documentaria dedicata a Curzio Malaparte andrà in onda il suo “La pelle” diretto da Liliana Cavani nel 1981, con Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni e Burt Lancaster; mercoledì 25 sarà la volta dei “nostri” diari di Mussolini, letti da Antonio Zanoletti e commentati da Ugo Finetti; venerdì 27 ancora Malaparte, con l’adattamento scenico di “Anche le donne hanno perso la guerra”, curato da Levanteatro per la regia di Renato Baldi; un’altra serata “autoreferenziale” il 1° settembre, ancora con i diari di Mussolini e la stessa formula di presentazione, prima dell’ultimo appuntamento, lunedì 20, con il cinema di Malaparte, questa volta anche nei panni di regista per il suo “Il Cristo proibito” del 1951. Ma tra il 1° e il 20 settembre, diciamo per le fatidiche giornate del rientro, non mancano affatto le proposte interessanti, anzi. Su tutte, il “Don Chisciotte” con Corrado D’Elia (il 10), uno spettacolo sull’anoressia, “Quasi perfetta”, pensato da Valeria Cavalli e Claudio Intropido per i più e meno giovani, e almeno un paio di altre serate dedicate ai ragazzi. 34 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 LA PAROLA A PHILIPPE DAVERIO Caos e caso sono necessari per “servirsi” dei libri, ma allora si chiamano Provvidenza di matteo tosi ome abbiamo già fatto per le due conferenze legate alla mostra sulla vita e le opere di Curzio Malaparte, e anche per l’appuntamento a tutta poesia con Davide Rondoni, anche questa volta proviamo a raccontare una delle ultime serate che hanno animato il nostro “Teatro di Verdura” anche agli amici che non sono di Milano o che, comunque, non hanno potuto essere con noi per l’occasione. La scelta, questo mese, è caduta sulla chiacchierata che Philippe Daverio ha scelto di fare con il nostro pubblico sotto il titolo “Leggere sì, ma perché?” Insieme alle tante pagine che portiamo in scena ogni estate, infatti, l’incontro con l’eclettico critico d’arte (e sempre più one man show) ci è servito per parlare di libri in assoluto e per provare a capire se esista un modo C più o meno fruttuoso di rapportarci a essi. «Certo - dice Daverio -, ma la prima cosa è rifuggire ogni ordine, esattamente il contrario di quello che si fa qui e in ogni altra biblioteca. Le librerie private, a uso personale, devono essere il regno del caos e della casualità di catalogazione, perché solo così si concede ai libri, o meglio al libro, di esprimere tutte le sue potenzialità, e cioè di lasciarsi scoprire come per sbaglio e di lasciarsi sfogliare alla rinfusa, capitando inevitabilmente sulla pagina che fa al caso nostro». È il libro, insomma, che suggerisce la ricerca, ed è sempre lui a dare la soluzione, a patto che si affidi anima e corpo al suo intuito, accontentandosi di qualche pagina o di qualche suggestione, che poi saprà trovare il proprio compimento sotto qualche altra copertina. Perché il segreto, continua Daverio «è comprarli, non leggerli, e disperderli, non ritirarli». E la sua teoria è condita da convincenti esempi di provvidenza quotidiana, di volumetti scoperti per caso in qualche posto e, sempre per caso, nel momento giusto per connettersi con altre pagine e dare i loro frutti. Poi legge qualche pagina (alternando inglese, francese, tedesco e spagnolo) e regala qualche altra chicca della sua esperienza, una fortuna riservata però «solo ai non secchioni, a quelli che si accontentano di qualche brano e non pretendono di sapere tutto e subito». Questo, almeno, per quello che riguarda i libri che possono esserci utili, ossia la saggistica, la poesia e le cosiddette “references”, con tanto di sviolinata per le note a piè di pagina. Quanto ai romanzi, invece, «quelli sì che sono pericolosi - guardate Don Chisciotte che fine ha fatto a leggere tanto -, perché al di là dell’apparente levità sono solo i romanzi a essere davvero formativi e fondamentali per il nostro essere. E allora vanno letti dall’inizio alla fine, ma solo pochi, solo quelli fatti apposta per noi». luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 35 INCANTI DI FINE ESTATE E OLTRE Nord Europa e USA già preparano la ripresa: dritte per non farsi cogliere alla sprovvista di annette popel pozzo Il periodo estivo - soprattutto con l’agosto privo di appuntamenti si presenta più tranquillo rispetto ad altri mesi. In anteprima, allora, qualche appuntamento autunnale. IL 16 SETTEMBRE, LONDRA Asta - Modern and Contemporary Prints Info: www.sothebys.com DAL 16 AL 19 SETTEMBRE, PARIGI Asta - Bibliophile Sale (Godalming) including Cricket books & ephemera Info: www.bloomsburyauctions.com Asta - estampes et dessins de la Chine et du Japon, provenant de la collection d’Huguette Berès, livres anciens et modernes Info: www.pba-auctions.com IL 14 SETTEMBRE, LONDRA, L’1 E IL 2 OTTOBRE, Asta - Modern and Contemporary Prints Info: www.christies.com Asta – Bücher, Autografen, Manuskripte, Alte Künstlergrafik, Dekorative Grafik, Moderne und zeitgenössische Grafik Info: http://www.venator-hanstein.de IL 12 AGOSTO, GODALMING SOUTH KENSINGTON IL 15 SETTEMBRE, LONDRA, KING STREET Asta - Old Master, Modern & Contemporary Prints Info: www.christies.com COLONIA L’1 E IL 2 OTTOBRE, PFORZHEIM Asta – Bücher, Grafik und Kunst Info: http://www.kiefer.de IL 7 OTTOBRE, NEW YORK Asta – Photographs Info: www.christies.com IL 12 E 13 OTTOBRE, PARIGI Asta - Bibliothèque d’un érudit bibliophile: Rome et l’Italie Info: www.sothebys.com IL 15 OTTOBRE, NEW YORK Asta - The James S. Copley Library: Magnificent American, Historical Documents: Second Selection Info: www.sotheby.som IL 15 OTTOBRE, NEW YORK Asta - The James S. Copley Library: The Henry Strachey Papers Info: www.sothebys.com OUT LOOK SU BOLOGNA DAL 20 AL 26 SETTEMBRE DOVE SI INCONTRANO I GOTHA DELL’ANTICO onsiderando il fatto che questo settembre, dopo vent’anni, si terrà nuovamente il XXXIX Congresso LILA/ILAB e la XXIII Mostra Internazionale del Libro Antico e Moderno di Pregio in settembre in Italia e precisamente a Bologna, ci permettiamo qualche osservazione in anteprima: dopo il Congresso che prevede visite a Bologna, Ravenna, Modena e Ferrara dal lunedì al C giovedì (comprese le visite alle biblioteche Malatestiana, Classense, Estense, Archiginnasio), la Mostra si terrà dal 24 al 26 settembre e verrà allestita al Palazzo di Re Enzo a Bologna. Sono confermati un centinaio di espositori provenienti dall’Italia e dall’estero. Per informazioni, cfr. il sito dell’ALAI (http://www.alai.it/iniziative/bologna/ _index.htm). 36 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 DUE RARITÀ DI BORROMEO E UN MANUALE DI LEGATORIA IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Susanne Schulz-Falster Catalogue Sixteen Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo MACCLESFIELD, L’ENNESIMO ESCLUSIVO INCANTO Maggs Bros. Ltd. Catalogue 1440: Books from the Library of the Earls of Macclesfield Tutti ricordano la gigantesca vendita della biblioteca dei conti di Macclesfield, avvenuta in numerose puntate dal 2004 al 2008 presso Sotheby’s a Londra. Maggs di Londra ha appena presentato un catalogo di 240 libri, tutti provenienti dalla biblioteca Macclesfield e quasi nessun titolo già oggetto di una vendita in asta passata. Come indicato in una breve introduzione, il catalogo riflette «the multiform interests of the library, encompassing classical texts, works on the military arts, a (very) few works on scientific nature, works of modern literature and history, some collections of emblems, and some items on the study of languages». Sempre desiderate e non sempre facili da rintracciare le edizioni cinquecentesche stampate da John Wolfe a Londra di autori italiani, spesso con note tipografiche false: da Maggs siano le Quatro comedie di Pietro Aretino (Londra, Wolfe, 1588, £900) e le Historie di Niccolò Machiavelli (Piacenza, Giolito de Ferrari [i.e. Londra, Wolfe], 1587, £700). Segnaliamo anche una copia della poco comune prima edizione della Plutosofia di Filippo Gesualdo (Padova, Meietti, 1592, £3.000 in legatura inglese del 1700 circa). L’edizione che in Italia viene censita in meno di venti esemplari, riguarda una Biblioteca della memoria. Sul funzionamento della memoria invece la prima edizione di Cosmo Rosselli, Thesaurus artificiosae memoriae, stampata a Venezia presso Antonio Padovani nel 1579 in una eccezionale fresca copia (pergamena floscia coeva, £5.000). Naturalmente tutti i volumi offerti da Maggs recano il celebre exlibris araldico dei conti di Macclesfield. Maggs Bros. Ltd. 50 Berkeley Square, London W1J 5BA www.maggs.com Interessanti per la storia di Milano due edizioni di Carlo Borromeo, legate insieme: Veri sentimenti di san Carlo Borromeo intorno al teatro tratti dalle sue lettere (Roma, Giovanni Zempel, 1753) e Opusculum de choreis et spectaculis in festis diebus non exhibendis (Roma, Pagliarini, 1753). Le due opere relativamente sconosciute e censite soltanto in poche biblioteche italiane riflettono bene l’opposizione di Carlo Borromeo al teatro. Nella discussione sulla moralità di spettacoli teatrali, il santo chiaramente suggerisce ai fedeli di «fuggire li ridotti e le bettole, le feste». Insiste nel «santificare le feste». Le due opere in miscellanea in una legatura coeva di pelle marmorizzata in offerta a £850. La libraia, nota generalmente per opere curiose e insolite, offre nel presente catalogo anche un interessante manuale sull’arte della legatoria (Ernst Wilhelm Greve, Hand- und Lehrbuch der Buchbinde und Futteralmache-Kunst, Berlino: Hayn per Maurer, 1822-1823, 2 volumi). Questa rara prima edizione in forma di epistole con tavole illustrative è in vendita per £4.800. Greve stesso fu legatore a Berlino. Susanne Schulz-Falster Rare Books 22 Compton Terrace, London N1 2UN www.schulz-falster.com luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja LE AVANGUARDIE STORICHE E TUTTO IL NOVECENTO Giorgio Maffei Libri rari sulle arti del ’900 Il noto libraio torinese Giorgio Maffei ci invita per mail a visitare il suo sito. Aderiamo all’invito ma constatiamo che l’ultimo catalogo presente risale al dicembre dello scorso anno. Tanto per lustrarci gli occhi, diamo un’occhiata alla vetrina, organizzata ordinatamente per argomenti. I libri sono belli, alcuni veramente rari, quasi mitici. Rigorosamente sono senza prezzo: forse è un bene per non indurre in tentazione, per non far nascere inutili desideri. Partiamo dalle “Avanguardie storiche”, dove L’anguria lirica [RomaSavona, Edizioni futuriste di PoesiaLitolatta, 1934] di Bruno Munari e Tullio D’Albisola precede tutti gli altri; sempre di Munari, più sotto, Il Cantastorie di Campari. V raccolta con 27 figurazioni grafiche di Bruno Munari [Milano, Campari (Raffaello Bertieri), 1932] un capolavoro dell’arte grafica italiana del ’900. Per la sezione “Arte del ’900”, ci colpisce la serie completa dei bollettini “Arte Concreta” del MAC. Movimento Arte Concreta: quindici libretti quadrati, stampati a Milano dal Movimento a cura di Bruno Munari [ancora lui!, ma la sua importanza per le arti del XX secolo è capitale] e Gianni Monnet. Contengono litografie, serigrafie, collage e interventi manuali dei vari artisti. In fondo alla vetrina, un catalogo stampato a Torino da Foa nel 1927, Artistes Italiens Contemporaines, che contiene opere di Carrà, Casorati, Chessa, De Chirico, Funi, Martini, Menzio, Ponti, Oppo, Severini, Sironi, Soffici, Tosi e Wildt. Tra i “Libri d’artista”, colpisce per la veste austera, semplicemente tipografica, il libro di Pistoletto Le ultime parole famose [Torino, stampato in proprio, 1967], uno dei documenti di fondazione del movimento dell’Arte Povera: «…l’uomo ha sempre tentato lo sdoppiamento di se stesso per cercare di conoscersi. Il riconoscere la propria immagine nello stagno d’acqua come nello specchio, è forse una delle prime vere allucinazioni a cui l’uomo è andato incontro…». Per l’Architettura e design segnaliamo il testo fondamentale di Gio Ponti La casa all’italiana [Milano, Editoriale Domus, 1933], mentre per la fotografia segnaliamo l’importante Fotografia. Prima rassegna dell’attività fotografica in Italia di E. F. Scopinich [Milano, Gruppo editoriale Domus, 1943], uno dei primi studi sulla nuova fotografia italiana, che prende in esame opere di Bragaglia, Emmer, Cavalli, Carboni, Luxardo, Mollino, Veronesi e l’immancabile Munari. Per la sezione letteraria, oltre alle opere dei vari componenti del Gruppo 63, va segnalata la non comune prima edizione de Il Gattopardo [Milano, Feltrinelli, 1958] e l’opera del poeta milanese Emilio Villa Heurarium [Roma, 37 Edizioni Ex, 1961]; milanese di Affori [1914-2003], Villa non fu amato dalla critica accademica ma ebbe un ruolo di grandissima importanza per le avanguardie letterarie e artistiche della seconda metà del Novecento: sperimentatore accanito di forme poetiche e di lingue vere e inventate [va ricordata la sua profonda conoscenza delle lingue semitiche e paleogreche e le sue traduzioni dell’Odissea, del poema accadico Enuma eli e il lavoro, mai concluso, di interpretazione di molti passi della Bibbia, soprattutto del Pentateuco] fu per molti poeti e pittori punto di riferimento fondamentale. Per il “Cinema” va citato il libro di Jean Epstein Bonjour Cinema [Paris, Éditions de la Sirene, 1921], tra i primi testi critici dell’arte cinematografica; nella sezione dedicata alle “Riviste”, si segnalano i due fascicoli di “Azimuth” [Milano, 1959-1960] la rivista diretta da Piero Manzoni e Enrico Castellani e tutto il pubblicato della “Internationale situationniste” [Paris, 1958-1969, dal n. 1 al n. 12 più l’unico numero pubblicato dalla sezione italiana] diretta da Guy Debord. Tra i “Documenti e autografi”, oltre a una lettera di D’Annunzio a Orio Vergani del 14 marzo 1929 di due pagine, va segnalato un manifesto dal titolo Excursion & Visites Dada del 1921, stampato a Parigi e scritto da Breton, Eluard, Picabia, Arp, Aragon, Tzara e altri. Per la sezione “Controcultura”, un testo di Rauol Vaneigem Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations [Paris, Gallimard, 1967], libro che ha influenzato i giovani degli anni Settanta. Giorgio Maffei via San Francesco da Paola, 13 – Torino Tel. e fax 011/889234 – cell. 335.7026472 Email: [email protected] www.giorgiomaffei.it L’impegno di Med 6.000 spot gr iaset per il sociale atuiti all’anno 6.000 i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale. Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività. 250 i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa. Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno, utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale. 3 società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione, realizzazione e promozione di eventi per la raccolta fondi da destinare a progetti di interesse collettivo. 40 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 L’intervista d’autore FRANCO MARIA RICCI, IN ARTE FMR: NEL SEGNO DI BODONI di luigi mascheroni o hanno definito «il più grande editore d’arte del mondo» (Le Figaro), i suoi libri sofisticati nero e oro fanno impazzire gli appassionati, e la sua rivista d’arte FMR è stata per oltre vent’anni un oggetto di culto. Il gusto per la bellezza del “corpo” della scrittura, per la qualità dei materiali, per la perfezione dell’impaginazione, per tutto ciò insomma che fa la “veste” di un oggetto di lettura, lo ha accompagnato tutta la vita: nella sua professione di editore e nella sua passione di bibliofilo. Il nome Franco Maria Ricci, in Italia e nel mondo, vale come sinonimo di “libro di qualità”. Per quarant’anni i libri li ha stampati, da sempre li colleziona. Ora, a 73 anni, senza più l’impegno della casa editrice si diverte a costruire nella campagna di Fontanellato, a Parma, un gigantesco labirinto, che sarà pronto l’anno prossimo: otto ettari di superficie, un quadrato di 300 metri per lato, tre chilometri di percorso totale sotto gallerie vegetali alte cinque metri e realizzate con 60mila bambù. Un’opera colossale e pazzesca dove troveranno posto anche la sua “stravagante” raccolta d’arte (500 opere che vanno dalle sculture di Gian Lorenzo Bernini ai dipinti di Antonio Ligabue) e la biblioteca personale, altrettanto unica ed eccentrica. L Come ha iniziato a collezionare libri? Facendomeli da solo. Avevo più o meno 25 anni, e lavoravo come grafico e designer per banche e aziende, pubbliche e private. Inventavo loghi, brochure, manifesti… Essendo di Parma, scoprii presto il mio “concittadino” Giambattista Bodoni, il più grande incisore, tipografo e stampatore che l’Italia abbia mai avuto, celebre in tutto il mondo per i caratteri tipografici - Bodoni, appunto - da lui inventati alla fine del Settecento. Mi sembrarono subito caratteri perfetti anche per la pubblicità… Comunque, mi innamorai del lavoro di Bodoni, e mi misi a cercare la sua opera più famosa, il Manuale Tipografico, pubblicato postumo, nel 1818, che contiene più di 600 incisioni, caratteri latini ed esotici, tutti disegnati da lui. Non riuscii a trovarne una copia da acquistare, e così decisi di ristamparmelo. E divenne editore… Fu un azzardo. Guadagnavo bene come grafico, ma mi servivano parecchi soldi per realizzare questa impresa. Qualcosa me lo feci prestare, qualcosa riuscii ad averlo come finanziamento dal Ministero della Pubblica istruzione ancora non c'era il Ministero dei Beni culturali: era il 1962-63. Ottenni il permesso di utilizzare il materiale "bodoniano" custodito nella Biblioteca Palatina di Parma, e cominciai a lavorare: misi su una piccola officina tipografica, andavo a Fabriano per cercare la carta migliore, in Belgio per l'inchiostro, studiavo l’arte di Bodoni… e dopo un anno e mezzo, era il '65, l'avevo finito. Stupendo. Però, io che ne volevo una copia, me ne ritrovai stampate 900. E adesso cosa ci faccio, mi chiesi? E cosa fece? Mandai una lettera a tutte le principali biblioteche del mondo, dicendo che ero un giovane editore-tipografo e che avevo ristampato il Manuale di Bodoni. E visto che si trattava di un libro ormai sparito dal mercato, introvabile, in un mese ricevetti 400 ordini, nonostante avessi fissato un prezzo decisamente alto: 500 dollari. Oltre a farmi decidere di diventare editore, quel volume provocò una "reazione" di amicizia nei miei confronti inimmaginabile: anni dopo andai a New York a presentare un libro e il direttore della Public Library mi venne luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano a prendere personalmente all'aeroporto. E la stessa cosa la fece, un'altra volta, il direttore della Biblioteca del Congresso, a Washington. Diventai famoso nell’ambiente… Gli altri facevano libri da mille lire per riuscire a vendere, lei invece da 500 dollari e tutti la cercavano… Capii presto che fare l'editore poteva essere un gioco anche redditizio, e continuai. Con Bodoni, naturalmente: il mio secondo libro fu la ristampa della famosa Oratio Dominica stampata da Bodoni nel 1806: contiene la traduzione in 155 lingue del Padre Nostro, anche in tartaro, in etrusco, in ebraico, in cinese… e costituisce il più vasto catalogo alfabetico e di caratteri tipografici mai pubblicato fino ad allora. La “mia” Oratio Dominica uscì nel 1966. Poi capii che non potevo ristampare tutta la vita Bodoni, e allora feci una collana d’arte, “I segni dell’uomo”, una serie di volumi per i quali stampavo l’opera d’arte a colori su carta patinata e poi la incollavo su carta di Fabriano. Dopo nacquero altre collane: “Morgana”, “Quadreria”, “Iconographia”… E "La Biblioteca di Babele”, “La biblioteca blu”, “Guide Impossibili”. Nel 1972 inizia la pubblicazione della Enciclopedia di Diderot e D'Alambert in 18 volumi. Nel 1982 fonda la rivista FMR, intanto raccoglie libri e opere d’arte… Ma lei come si definisce: editore, designer, collezionista, bibliofilo? Non so esattamente cosa sono: mai saputo. Invidio chi può dire: “Sono un ingegnere”, “Sono un medico"… Non so chi sono, ma so che sono uno che ha la passione per i libri. Quando la mia casa editrice funzionava bene, iniziai a comprare i libri originali di Bodoni, il mio maestro. Oggi ne ho più di mille, e possiedo anche diverse copie dello stesso volume. Alla fine, con gli anni, del famoso Manuale tipografico sono riuscito ad acquistarne tre copie. E oltre a Bodoni cosa c'è nella sua libreria? I volumi dell’editore Alberto Tallone, di cui ho la raccolta quasi completa, poi circa 1.500 libri di storia dell’arte, cataloghi e testi critici. Poi saggi storici, e molta letteratura Chi è il vero bibliofilo? La bibliofilia implica l’amare i libri senza bisogno di leggerli. Come capita con un libro di Bodoni: lo posso amare per la sua perfezione come oggetto o per la meraviglia dei caratteri e dei disegni, senza per forza capirne il contenuto… Il vero bibliofilo considera il libro alla stessa stregua di una scultura o un’architettura, è quasi un fatto di design. 41 A parte la gloriosa Franco Maria Ricci, quale è la sua casa editrice preferita? Tra gli editori italiani la grafica più bella e pura rimane quella di Einaudi. Sono libri impaginati bene, con dei bei caratteri, i margini giusti… La maggior parte degli editori non sa fare i margini, forse per risparmiare sono sempre troppo stretti… Io ho sempre detto: meglio spendere mille lire in più ma fare le cose bene. E il gigantesco labirinto che sta costruendo a Fontannelato che rapporto ha con il suo amore per i libri? Un rapporto strettissimo: il labirinto è un elemento culturale che attraversa tutte le grandi civiltà: l'età greco-romana, il Medioevo, il Settecento, l’Ottocento, ogni volta cambiando fisionomia e modo di presentarsi. Jorge Luis Borges, di cui sono stato molto amico, e che fu mio ospite nella casa di campagna a Parma, aveva una vera passione-ossessione per i labirinti. Una volta gli dissi: un giorno costruirò il labirinto più grande del mondo. E lui mi rispose: «Il labirinto più grande del mondo c’è già: è il deserto». Allora il mio sarà il secondo. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Scrittori rapaci e lettere assediate, ragazzi e guru che si raccontano, e i 100 di Pannunzio di matteo noja e matteo tosi LA LETTERATURA? UNA TERRA DI SPIETATI MANIGOLDI Vi sono criminali che non spargono sangue, che non assaltano gli sportelli delle banche o che raggirano ignare vecchiette. Vi sono criminali che non urlano e non strepitano, che non si sporcano le mani, che senza piedi di porco o grimaldelli rubano ai propri simili: sono gli scrittori. Secondo Charles Nodier, nella Repubblica delle lettere vi sono, sin dai tempi più remoti, più criminali che altrove. Ogni autore, anche il più originale, alla fine ha rubato, plagiato, copiato qualcosa da qualche altro suo collega. Il problema è che la materia letteraria è talmente evanescente, fatta di fantasie e sogni (o incubi) che sono comuni tanto agli scrittori che ai lettori, che è difficile individuare il colpevole e molte volte anche il delitto. Grazie a questo immaginario collettivo inscritto nei libri, ogni autore attinge a piene mani a quella che è la tradizione come, senza ritegno, anche a quella che è la sua contemporaneità; al proposito Georges de Scudéry scriveva «Ciò che è studio nel caso degli antichi, è furto nel caso dei moderni». Nodier in questo libretto, che esce per la prima volta in Italia nella traduzione di Andrea L. Carboni (il titolo originale è Questions de littérature légale. Du plagiat. De la supposition d’auteurs, des supercheries qui ont rapport aux livres. Ouvrage qui peut servir de suite au Dictionnaire des anonymes et a tout les bibliographies, Paris, Barba Libraire, 1812) afferma che in letteratura nessuno mai si è astenuto dall’imitazione o dalla citazione non dichiarata. «Virgilio ha imitato Omero; Racine, i tragici greci; Molière, Plauto; Boileau, Giovenale e Orazio…», così infatti comincia. In brevi capitoli passa dall’imitazione alla citazione, dall’allusione al vero e proprio plagio, dalla contraffazione al cambio di titolo, attraverso una serie di nomi che popolano l’Olimpo delle lettere. Da Molière a Cyrano de Bergerac, da Corneille a Montaigne, da Pascal a Voltaire. Egli stesso, confermando le convinzioni esposte in questo saggio, nei suoi primi scritti imitò Crébillon e Goethe, e si ispirò a Cazotte e Bérard nel suo melodramma Le Vampire (1820). Forse Nodier, da bibliofilo attento, era rimasto colpito dall’opera di Barbier – di cui il suo saggio voleva essere un seguito –, quel Dictionnaire des ouvrages anonymes et pseudonymes composes, traduits ou publies en francais, avec les noms des auteurs, traducteurs et editeurs; accompagne de notes historiques et critiques; par Antoine-Alexandre Barbier, bibliothecaire du Conseil d’Etat [Paris, Imprimerie bibliographique, Rue Git-lecoeur, 1806-1809; la seconda edizione è del 1822-1827], che elencava in quattro ponderosi volumi l’insieme delle opere rimaste anonime, i cui autori avevano voluto abbandonare nel mare magnum della letteratura e del pensiero, senza firma alcuna, in balia di furti, plagi e copiature. Charles Nodier (1780-1844) lessicografo, bibliotecario e scrittore, fu un bambino prodigio: all’età di dieci anni compose due discorsi ispirati agli ideali giacobini. Col passare del tempo, l’essere figlio di un magistrato del Terrore, sempre pronto a giudicare ma soprattutto a giustiziare, lo portò ad allontanarsi dalla Rivoluzione e a diventare un fervente realista, scagliando invettive contro la Rivoluzione prima e poi contro Napoleone. Diventato bibliotecario all’Arsenal (la biblioteca del conte di Artois, il futuro re reazionario Carlo X) trasformò il suo ufficio in un cenacolo luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano letterario dove, dal 1824 al 1827, mosse i primi passi il romanticismo francese. A lui e al suo sostegno furono riconoscenti Vigny, Musset e Hugo. Nodier fu tra i più prolifici autori in lingua francese e i suoi scritti toccarono una serie infinita di argomenti: dall’uso delle antenne negli insetti a una bibliografia entomologica, dalle imprecazioni di Pitagora a un dizionario universale della lingua francese, dalla storia delle società segrete nell’esercito ai ricordi della Rivoluzione e del tempo di Napoleone, dai fenomeni del sonno a Francesco Colonna. I suoi racconti, sempre improntati a una visione fantastica e onirica (scrisse anche il saggio Du fantastique en littérature), anticiparono temi cari al surrealismo e anche alla psicologia. Bibliofilo incallito, nel 1834 fondò il “Bulletin du Bibliophile”. Charles Nodier, Crimini letterari, Palermo, :duepunti edizioni, 2010 (Terrain vague. 27); pp.112, €9,00 TOGLIAMO LA LETTERATURA DALLA SCUOLA, SUBITO! Se l’accusa rivolta da Charles Nodier al mondo delle lettere riguardava direttamente gli scrittori e le loro “furberie”, Davide Rondoni (che gli amici della Biblioteca di via Senato conoscono soprattutto come poeta) prova invece a difendere gli autori, e soprattutto a salvaguardarne patrimonio ed eredità, puntando il dito contro la scuola e forse ancor più contro il disinteresse generale che “concede” a questa istituzione di umiliare tutti i più grandi capolavori della storia della letteratura senza nemmeno provare a porvi rimedio. Di certo non c’è alcun sospetto di dòlo, né l’intenzione di ipotizzarlo o dimostrarlo, ma il dato di fatto da cui parte Rondoni per questa sua provocazione è effettivamente sotto gli occhi di tutti: l’apatia e il distacco con cui i nostri ragazzi, costretti a leggerli o ancor peggio a studiarli, affrontano i testi chiave della nostra cultura, italiana e occidentale tutta. DICIOTTO STORIE “UNDER VENTI”: SCUOLA E LETTERATURA IN UN’ALTRA PROSPETTIVA a provocazione di Davide Rondoni (qui sopra) trova una prima risposta, forse assertiva, in una nuova iniziativa lanciata agli studenti delle scuole di Prato e Firenze. Un concorso letterario intitolato “ArtediParole” - con tema “amori stretti” che oggi sfocia in un libello contenente i 18 migliori racconti L 43 in concorso (“Amori stretti”, 18 storie under 20, Mauro Pagliai editore, Firenze 2010, pp.136, €10,00). Colpisce, oltre al valore delle composizioni, la varietà con cui questi giovani autori hanno affrontato il tema di un amore stretto, facendo affiorare spunti e idee originali legati alla realtà e in ogni caso emblematici dei sogni spesso infranti dei giovani di oggi: il dolore e l'estasi; l'angoscia e la solitudine, ma anche la speranza e la felicità, sebbene effimera. L'amore, con tutte le sue declinazioni. Il problema non è certo nuovo, e - come scrive lo stesso Rondoni - forse è stato ingigantito proprio dai continui (ma fittizi) tentativi di porvi soluzione, con i salotti televisivi che si chiedono se la colpa non sia della televisione, i politici e gli aspiranti tali che guardano alle responsabilità della politica e gli intellettuali, anche loro, che si pongono questioni solo ed esclusivamente autoreferenziali. Per l’autore di questo provocatorio phamplet, allora, tocca invertire la rotta drasticamente, perché la letteratura è l’unico bene antropologico del paese, e va difeso a tutti i costi. Visto che la scuola la sta distruggendo, dunque - complici anche gli stessi scrittori che vi passano solo per firmare autografi o ricevere omaggi -, preoccupandosi solo di salvare le cattedre ma senza curarsi del gusto, non resta altra soluzione che sospendere l’insegnamento della letteratura o, quantomeno, renderlo facoltativo. Non perché se ne possa fare a meno, naturalmente, ma nella speranza che qualcuno finalmente si accorga davvero della sua fondamentale importanza. Davide Rondoni, Contro la letteratura, il Saggiatore, Milano 2010, pp. 96, €12,00 44 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 IN VIAGGIO CON DUCCIO TRA LE MAGIE DELL’ARTE SACRA «La grande tavola, finita, ora troneggia sull’altare maggiore della cattedrale, a Siena, patria mia, città dagli scudi bianchi e neri, che sembrano eterni. Una grande processione e musiche celestiali l’hanno accompagnata per le vie della città, e chierici, e profumi, e nuvole di incenso. Io, Duccio, figlio di Buoninsegna, con tutti i miei famigli, la seguivo nella moltitudine, piangendo per l’orgoglio di averla fatta così». Con queste parole, semplici ma accorate, Duccio di Buoninsegna commentava l’inaugurazione ufficiale della sua “Maestà” (a cui lavorò quasi senza sosta per tre anni, dal 1308 al 1311) e la sua posa sull’altare maggiore della splendida Cattedrale di Siena. Un’avventura dello spirito che oggi possiamo rivivere grazie a La foglia d'oro, l’ultimo lavoro di Francesca Fumi Gambi Gado, che, affascinata dal magnetismo dell’opera, ha scelto di passare proprio attraverso di essa per guidarci in un suggestivo viaggio nel Medioevo più fantastico, una vera e propria discesa nei territori dell'arte sacra, vista con gli occhi dell’immortale pittore senese. Storica dell'arte e studiosa di araldica ed emblematica, l’autrice ripercorre l'immaginario itinerario che ispirò Duccio nella preparazione della grande tavola, delineando ogni aspetto che ne caratterizza lo stile: le eleganze finissime, le influenze orientali, il ritmo quasi musicale della composizione, le trasparenze, i ricami filati in oro, i colori profondi e densi, e soprattutto la cura estrema per il particolare. Il tutto, come riassunto in un itinerario mentale quasi sussurrato, profondamente spirituale, che sembra suggerire la chiave NEL CENTENARIO DELLA NASCITA, TUTTO QUELLO CHE SI PUÒ SAPERE SU MARIO PANNUNZIO, GIORNALISTA AUTENTICO comparso in quel caldo Sessantotto che avrebbe fatto fatica ad apprezzare, Mario Pannunzio, per tutti lo storico direttore del settimanale “Il S Mondo” (1949-1966), nasceva a Lucca un secolo fa. Il “dovuto” omaggio ai suoi 100 (Mario Pannunzio. Da Longanesi al “Mondo”, Rubbettino, Soveria Mannelli -CZ- 2010), arriva, allora, grazie alla cura di Pier Franco Quaglieni, che raccoglie più voci (Pierluigi Battista, Marcello Staglieno, Mirella Serri, Girolamo Cotroneo, Angiolo Bandinelli, Carla Sodini, Guglielmo Gallino e un inedito di Mario Soldati) e ne racconta gli aspetti meno noti: la sua adesione ai partiti Liberale e Radicale, il suo rapporto con Longanesi e Benedetti, il saggio su Tocqueville e la direzione (44-47) di “Risorgimento liberale”. per svelare quale messaggio si celi nell'opera dell'artista senese: forse proprio la celebre preghiera alla Vergine posta alla base del trono. Francesca Fumi Gambi Gado, “La foglia d'oro. Il Segreto della Maestà di Duccio” (testo bilingue in italiano e inglese), ed. Polistampa, Firenze 2010, pp.80, €12,00 IL RE DELLA COMUNICAZIONE MONDIALE SI RACCONTA Esattamente quarant’anni fa, nel 1970, Charles Saatchi fondò quella che in breve divenne la più importante agenzia pubblicitaria del mondo, la Saatchi & Saatchi, e poi, quasi allo stesso modo si dedicò al mondo dell’arte contemporanea, divenendo uno dei talent-scout più influenti e ascoltati. Paradossalmente refrattario alle interviste, oggi il re della comunicazione mondiale si racconta proprio accettando di rispondere a 200 domande postegli nel tempo. Ovviamente, a modo suo. Charles Saatchi, “Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolico”, Phaidon, Londra 2010, pp.176, €9,95 luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 APPUNTAMENTI CON GLI AUTORI E CON LE PAGINE SCRITTE Falò per Pavese, tutto Salgari e altri corsi di matteo tosi FUOCHI SULLE COLLINE PER RICORDARE CESARE PAVESE Da mercoledì 4 agosto a venerdì 13, quattordici comuni del Cuneese e dell’Astigiano celbrano la memoria di Cesare Pavese con un cartellone di eventi, concerti, degustazioni e letture che partono proprio dal paese natale dello scrittore, Santo Stefano Belbo, dove si inaugura la “Notte dei Falò sulle colline di Cesare Pavese”. Un omaggio al suo libro più conosciuto, ovviamente, ma anche il ritorno a quella tradizione contadina di festeggiare l’estate accendendo grandi fuochi attorno cui riunire l’intera comunità. Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz, si esibirà insieme agli GnuQuartet in un reading-concerto che darà il la agli altri appuntamenti “scenici”, tutti accompagnati da assaggi di vini e profdotti locali, che nelle serate successive toccheranno le terre di Coazzolo e San Marzano Oliveto (5), Cassinasco e Moasca (6), Canelli (7), Calosso (8), Castigliole d’Asti e Canelli (10), Montegrosso d’Asti e Nizza Monferrato (13), aderenti al “Parco Culturale Piemonte Paesaggio Umano”. Info: www.fondazionelibro.it HOLDEN: TREKKING ESTIVO E UN ANNO DI SEMINARI La torinese “Scuola Holden”, istituzione didattica di scrittura e storytelling fondata da Alessandro Baricco, lancia questa estate due assolute novità, una per la fine di agosto e l’altra per l’anno scolastico a venire. Da giovedì 26 agosto a domenica 29, l’appuntamento è con un “trekking letterario” in valle d’Aosta, organizzato insieme alla Comunità montana del Monte Cervino. La mitica cima si lascerà ammirare da un itinerario senza difficoltà di rilievo che ripercorre il vecchio sentiero della “Gran Balconata” con l’aggiunta di una nuova parte che percorre la base del Monte Zerbion fino al Col di Joux e al Col Tzecore. Si mangia, si dorme e si legge tra baite, alpeggi e rifugi, in compagnia di un’insolita guida, lo scrittore Davide Longo. 290 euro il costo complessivo e 15 i posti disponibili. Per l’anno a venire, invece, ecco la prima edizione di “Fondamenta”, un cartellone di 8 week end a tutta letteratura tra lezioni e laboratori che si svolgeranno nello storico palazzo liberty in corso Dante, a Torino. Trenta i posti disponibili, preferibilmente per over 32, con tre borse di studio (una per una mamma, una per un residente in Abruzzo e una per l’iscritto che vive più lontano da Torino) previste per assistere agli interventi di Jonathan Coe, Bruno Fornara, Alessandro Baricco, Domenico Starnone, Livio Milanesio, Gabriele Vacis, Luca tremolada, Gino Ventriglia, Alessandro Cosso, Stefano Tealdi, Andrea Tomaselli, Ernesto Franco, Evelina Santangelo, Fabio Geda, Hamid Ziarati, Marcello Fois e Davide Ferrario, e per essere protagonisti insieme a loro delle storie da scrivere “work in progress”. Iscrizioni entro il 4 settembre. Info: www.scuolaholden.it IL “NAGATAMPO” E SALGARI IN 25 LEZIONI, A BOLOGNA Le iscrizioni a questo “corso” scadono il 30 settembre, ma le lezioni, gratutite, saranno tutte a numero chiuso, quindi iniziamo a segnalarlo per tempoì. L’appuntamento è con il professor Antonio Faeti, che dal 18 ottobre al 9 maggio 2011 dedicherà 25 lunedì pomeriggi allo studio di Emilio Salgari. Info: www.fondazionecarisbo.it 46 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 ANDANDO PER MOSTRE La poesia di Marco Nereo Rotelli, quella della Merini e qualche carta tra passato e presente ADONIS E MARCO NEREO ROTELLI “DI-SEGNI D’ORIENTE E D’OCCIDENTE” MILANO, PALAZZO REALE, FINO AL 29 SETTEMBRE Info: tel. 02/54276 di matteo tosi VERSI POETICI IN FORMA DI QUADRI, SCULTURE, MANIFESTI oetry - Parola d’artista” è il titolo scelto da Marco Nereo Rotelli per il suo multiforme intervento di questa estate nel cuore di Milano, da Palazzo Reale a piazza Duomo e da corso Buenos Aires alla Rotonda della Besana. Non una semplice mostra, quindi, né una kermesse di appuntamenti strettamente “visivi”, ma una serie di esposizioni e performances anche estemporanee dove la poesia o meglio il verbo poetico, il verso, la fa da padrone. Insieme a lui, senza dubbio nella sede più prestigiosa di tutto questo cartellone, un altro artista con il pallino della lirica (o viceversa), il grande poeta arabo Adonis “P che affianca i lavori di Rotelli esposti a Palazzo reale con una serie di trenta collages “poetici”: un’esplorazione nel segno della scrittura, con forme calligrafiche trattate pittoricamente che si intrecciano a tracce di stoffe, fiori essiccati, lane pressate sul foglio che contrastano in maniera netta con i segni secchi e concettuali di Rotelli, in un confronto concepito sul concetto di “affinità delle differenze” come paradossale segno di unione tra Oriente e Occidente. Appena fuori dal palazzo, in Piazzetta Reale, Le pietre sono parole, un’installazione di Marco Nereo Rotelli con 12 grandi massi grezzi in marmo di Carrara scolpiti con i versi, tra gli altri, di Adonis, Yang Lian, Roberto Mussapi, Andrea Zanzotto, Séamus Heaney, Yves Bonnefoy e Wole Soynka, mentre in corso Buenos Aires le parole di Fernanda Pivano, a un anno dalla scomparsa, prendono forma su dieci striscioni. Alla Rotonda della Besana, poi, la vera e propria antologica di Rotelli, Parola dipinta, mentre l’intera città sarà costellata da affissioni di manifesti “pubblicitari” con i ritratti fotografici di 14 grandi poeti milanesi (scelti insieme a Roberto Mussapi) attraversati dal tratto pittorico del sempre più eclettico artista veneziano. luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 MARILYN E MERINI ANCORA INSIEME, OMAGGIO AL BELLO I DISEGNI DEL MAITANI PER IL DUOMO DI ORVIETO, FORSE I PIÙ ANTICHI DEL MONDO are proprio che questa sia l’estate della poesia, anche in materia di arti visive. E così, mentre Milano si riempie delle liriche “scritte” da Adonis e Marco Nereo Rotelli, anche le chicchissime coste di Sardegna tornano alla lirica. Nel variegato omaggio che l’MdM Museum di Porto Cervo dedica alla bellezza come valore supremo, infatti, spicca la presenza di Alda Merini, immortalata negli scatti di Giuliano Grittini, per oltre vent’anni amico della poetessa e suo fotografo ufficiale. arte dai disegni originali della facciata della Cattedrale orvietana la splendida mostra che il Museo dell’Opera del Duomo dedica a Lorenzo Maitani, architetto senese che, esattamente 700 anni fa, giunse a Orvieto con l’incarico di P P dare forma definitiva alla chiesa più prestigiosa della città, che aveva l’onere e onore di conservare il “Sacro Lino”. I disegni esposti, inchiostri su pergamena, forse gli originali più antichi di tutta la storia dell’architettura, qui si accompagnano ad altri do- La mostra (“Ultimo atto d’amore / The final act of love”), organizzata in collaborazione con il Vastello Pozzi e Spirale Arte (milanesi entrambi) proporre un viaggio intorno al tema della bellezza, nel suo doppio registro di bellezza interiore ed esteriore, attraverso attraverso dipinti, disegni, incisioni, fotografie e documenti “di vita vissuta”. Protagonisti principali, insieme alla somma Merini e al già citato Grittini, anche Mimmo Rotella e il mito di Marilyn Monroe, che proprio la Merini cumenti e opere di pari valore (fino al 13 novembre; info: tel. 0763/ 343592 www.opsm.it). omaggiò in una sua famosa poesia per quella sua bellezza luminosa e dolente NUORO: IL GIOVANE ARTISTA (E NON SOLO) PIÙ ESPLOSIVO D’AMERICA NASCONDE UN’INSOSPETTABILE PASSIONE PER I LIBRI a iniziato presto a far parlare di sé Ed Templeton. E oggi, nemmeno quarantenne, vanta una carriera di oltre tre lustri ed è universalmente considerato il Warhol - o meglio il Ba-squiat - del XXI secolo. La sua America, infatti, ritratta con i segni della street art, ma anche della fotografia e del design, è quella delle periferie oscure e H senza mezze misure, che ha conosciuto come promessa e poi stella dello skateboard. Sportivo e artista, ma anche pubblicitario e creatore di moda, Templeton racconta con la sua arte la stessa caleidoscopica varietà che esprime con la sua vita, come dimostra la grande mostra dedicatagli dal Man di Nuoro (Il cimitero della ragione, fino al 3 ottobre; info: 0784/252110). Singolare che in tutta questa frenesia, le persone a lui care siano sempre ritratte tra i libri. al tempo stesso. “L’incontro” tra le due stelle della mostra è definitivamente suggellato proprio da Mimmo Rotella, con Marilyn. Bellezza eterna, una serie di décollage ispirati proprio alle poesia che la Merini dedicò alla diva Hollywoodia. Il percorso espositivo, poi, inizia proprio nel segno deella poetessa, con diverse opere documentarie sulla Merini: fotografie, un video e alcuni libri, tra cui La presenza di Orfeo, sua prima raccolta di poesie edita da Arturo Schwarz Editore del 1953. 48 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 LA GRAFICA PUBBLICITARIA GIAPPONESE DEL XXI SECOLO MEMORIA CONDIVISA E AMORI “CLASSICI” NEGLI INTIMI SCATTI DI BRUNO CATTANI ffiches e manifesti pubblicitari, da noi sono assurti al livello di opere d’arte con una certa frequenza, specie ultimamente, ma quasi sempre in riferimento agli albori di questo linguaggio, con una grande attenzione dedicata ai maestri del liberty, del décò e del futurismo o, al massimo, con qualche personale dedicata ai grandi maestri del nostro Dopoguerra. La grande mostra che va in scena presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, invece, pesca nella più recente produzione grafica nipponica, limitando la propria ricerca esclusivamente al decennio in via di conclusione, per dare conto di come i intitola “Memorie” l’esposizione curata da Sandro Parmiggiani e dedicata agli ultimi cinque anni di ricerca del fotografo Bruno Cattani (fino al 26 settembre, Castelnuovo ne’ Monti - RE -, Palazzo Ducale; info: 0522/610111) A S che si è lasciato coinvolgere in questo viaggio all’interno della coscienza/conoscenza di ognuno di noi dopo essere stato chiamato nel 2004 dal Comune di Reggio Emilia a indagare proprio il tema della cosiddetta “memoria condivisa”. il Paese della modernità per eccellenza sappia ancora attingere dalla propria tradizione e, paradossalmente, proprio per uno dei linguaggi tipici della contemporaneità più stringente, quello pubblicitario. “Graphic Design dal Giappone. 100 poster 2001 - 2010” (dal 28 agosto al 17 ottobre, a cura di Rossella Menegazzo, Galleria di Piazza San Marco 71/c; info: www.bevilacqualamasa.it - tel. 041/5207797) porta quindi a Venezia i frutti più selezionati di una tradizione millenaria, scelti tra le migliaia di opere ANCORA UN OMAGGIO AL SOL LEVANTE E UN RICORDO DELLE BOMBE NELLE “NUVOLE SACRE” DI ROBERTO CODA ZABETTA un altro racconto meta-letterario la mostra che Roberto Coda Zabetta porta nelle stanze di Palazzo Reale a Milano (“Nuvole Sacre”, fino al 29 agosto; www.comune.milano.it/ palazzoreale) . Un altro omaggio alla storia fiera e disperata del Giappone sconvolto dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, impreziosito È dall’eccezionale presenza del rarissimo video “Navel and A-Bomb", del 1960, diretto dal grande fotografo Eikoh Hosoe e interpretato dal ballerino e performer Tatsumi Hiji- kata, fondatore della danza “Butoh”, nata proprio come ribellione della generazione che ha vissuto la Bomba sulla propria pelle. Opera che dialoga con le 15 grandi tele dell’artista marchigiano, dove il suo gesto plastico e istintivo per la prima volta prende la forma di nuovla, di fungo, dopo essere stato grida di volti disperati. Nel foyer del teatro Bismantova, poi, altri 30 scatti per una sezione dedicata al tema dell’eros nella stauaria classica. presentate ogni anno per l’assegnazione dei premi più prestigiosi. Tra questi, in occasione del sessantacinquesimo anniversario delle tragedia di Hiroshima e Nagasaki, anche una raffinata selezione dei manifesti che ogni anno i designer nipponici preparano con grande senso di responsabilità per ricordare la tragedia atomica che mise in ginocchio il Paese sul finire della Seconda guerra mondiale. Sia le campagne vere e proprie, sia i cosiddetti “Hiroshima Appeals” sono a firma tanto di maestri già affermati quanto di giovani promesse. 49 SHARON STONE WEARS ROSE COLLECTION - WWW.DAMIANI.COM luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano MILANO: VIA MONTENAPOLEONE • ROMA: VIA CONDOTTI • FIRENZE: VIA DE’ TORNABUONI • VENEZIA: SALIZADA SAN MOISÈ SAN MARCO • NAPOLI: VIA FILANGIERI • PORTO CERVO: PIAZZETTA PORTOCERVO • TORINO: VIA ROMA • VERONA: VIA MAZZINI • BOLOGNA: VIA FARINI • IN TUTTI I NEGOZI ROCCA E IN SELEZIONATE GIOIELLERIE luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 I racconti di una biblioteca In pochi volumi, un’intera enciclopedia borgesiana Vita e pensiero del grande scrittore attraverso i “suoi” libri MATTEO NOJA E LAURA MARIANI CONTI E dietro i miti e le maschere, l’anima che è sola. Jorge Luis Borges a memoria mi riconduce indietro, fino a una sera di circa sessant’anni fa, nella biblioteca di mio padre, a Buenos Aires. La vedo, vedo la luce a gas, potrei posare la mano sugli scaffali. So bene dove trovare le Mille e una notte di Richard Burton e la Conquista del Perù di William Prescott, anche se la biblioteca non esiste più». [J.L. Borges, L’invenzione della poesia] «L Un giovane commesso della libreria internazionale Pygmalion di Buenos Aires, Alberto Manguel, dal 1964 al 1968, con altre persone si alternò, nelle serate libere, come lettore per il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, ormai completamente cieco. Nel suo Con Borges [Milano, Adelphi, 2005], Manguel racconta alcuni aneddoti di questa sua esperienza felice e feconda. Ricorda, tra l’altro, come i visitatori della casa di calle Maipu 994 a Buenos Aires, dove lo scrittore viveva con la madre or- mai novantenne, rimanessero delusi nel constatare quanti pochi libri avesse conservato. Le poche librerie alle pareti ospitavano soprattutto enciclopedie e dizionari di cui Borges era comunque orgoglioso: il dizionario Bompiani degli autori e personaggi, l’Encyclopaedia Britannica [undicesima edizione, comprata d’occasione nel 1929 con il secondo premio di un concorso letterario – 3000 pesos, somma allora considerevole –, vinto con il libro di poesie Cuaderno de San Martin], il mitico Brockhaus. Borges amava ricordare che da bambino spesso accompagnava il padre alla Biblioteca Nazionale; timido qual era, si limitava a prendere dagli scaffali aperti qualche tomo della Britannica. Che gioia quella volta che ebbe la fortuna di aprire il tomo “DeDr” nel quale conobbe contemporaneamente i druidi, i drusi e Dryden. Anche se oggi le enciclopedie non si usano quasi più, sostituite da maneggevoli cd rom o dvd, chi ha avuto l’esperienza di consultarne una “di carta” non può scordare, oltre al piacere di addentrarsi in argomenti sconosciuti e imparare a ogni rigo cose nuove e sbalorditive, il piacere fisi- co di sfogliare quelle pagine croccanti, scorrere le mani su quegli immacolati fogli, campi arati dalle lettere impresse dal torchio, solitamente su due colonne, segnare a dito su carte geografiche talmente precise e minuziose da far pensare d’essere immaginarie rappresentazioni di mondi sognati e paralleli. E le figure a piena pagina con i costumi degli uomini, le razze degli animali – dai sempre affascinanti felini alle mostruose creature degli abissi –, i fiori dai variegati colori, esaltati dall’allora preziosa cromolitografia; infine, misteriose e intriganti nella loro piccola presenza, le incisioni in bianco e nero, inserite tra i testi, che raffiguravano oggetti sconosciuti presentati nella loro utilità quotidiana, volti di uomini le cui gesta ci parevano remote, vedute di città e paesi che nel loro chiaroscuro risplendevano solo della luce riflessa degli occhi del lettore. Manguel ci informa che i libri in casa Borges non erano molti: andata dispersa la biblioteca paterna («la cosa più importante della mia vita»), allo scrittore non interessò mai collezionare né tanto meno accumulare libri: si accontentava di leggerli, 52 magari alla Biblioteca Nazionale, dove per anni fu direttore. Anche se ammetteva di avere immaginato il paradiso come una biblioteca, «sub specie bibliothecae», confessava altresì che, secondo lui, le parole potevano soltanto «simulare la sapienza». Senza volerlo, intendeva dire che i libri non erano importanti. Forse, inconsciamente, accomunava i libri agli specchi che aborriva per la loro capacità moltiplicatoria, quasi copulatoria e generativa: a essi, sommessamente, potevano apparentarsi anche i libri, nel loro continuo, infinito generare storie e personaggi. Nella nostra Biblioteca, però, a dispetto di quanto detto sopra, si conservano alcuni volumi che appartennero a Borges e alla sua famiglia. Fanno parte di una collezione denominata appunto Fondo Borges che comprende, oltre all’importante manoscritto originale delle Ruinas circulares, circa 500 tra libri scritti da o su Borges e le riviste cui collaborò. I libri scritti da Borges sono per lo più in edizione originale, molti con dedica autografa, altri con sue annotazioni per le successive edizioni. Vi sono numerose traduzioni in inglese, francese e italiano in prima edizione. Numerosi anche i libri, in edizione originale, che riportano i suoi prologhi o prefazioni. I volumi furono raccolti negli anni ’80-’90 dal nipote dello scrittore, Miguel de Torre (figlio di Norah Borges e Guillermo de Torre), che li acquistò in ogni dove – nei mercatini, presso le librerie antiquarie di tutto il mondo, nelle aste – nel tentativo di ricostituire la biblioteca del “tio” e vennero dispersi agli inizi del 2000 in un’importante vendita all’incanto a New York. la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Convenendo con Borges che ogni biblioteca, grande o piccola che sia, rappresenti una veridica biografia del lettore che l’ha raccolta, compiliamo un elenco sommario di alcuni di questi libri, cercando di suggerire aspetti della vita e del pensiero del grande scrittore bonaerense poco conosciuti. H. Armaignac, Voyages dans les Pampas de la République argentine par le Dr. H. Armaignac Lauréat de la Faculté et de l’Académie de Médecine de Paris, Secrétaire de la Société de Géographie Commerciale de Bordeaux Tours: Alfred Mame et Fils Éditeurs, 1883 Al foglio di sguardia del piatto posteriore firma e annotazione autografa di Borges cui seguono alcune di altra mano [Miguel de Torre?]. La firma di Borges riporta la data: Buenos Aires 1934. Le annotazioni riguardano pagine contenenti passi dove è citato il colonnello Borges: p. 352 [«Celui qui occupait alors ce poste important était le colonel Borges. Cet officier distingué, dont je devins plus tard l’ami intime…»], 385 [«Dans les premiers jours du mois suivant, le colonel Borges m’envoya l’ordre de me rendre immédiatement à Junin»], 403 [«Le colonel Borges, qui nous avait rejoint avec quelques gardes nationaux…»] e una annotazione bibliografica per una notizia di p. 397 [«Néanmoins je pus me procurer une demi-douzaine de crânes…»]: «En pág. 397: cfr. J.B. Davis, Catalog of the Skulls, págs. 60, 61». Pastor S. Obligado, Tradiciones argentinas por el Doctor P. Obligado membro correspondente de la Real Aca- demia Española Abogado de la Universidad de Buenos Aires. Edición ilustrada Barcelona: Montaner y Simón Editores, 1903 Al recto della prima carta, la firma di Borges con la dicitura «Buenos Aires»; al verso della stessa carta la firma di Miguel de Torre con la data «L: 1968». Al frontespizio sotto il titolo «Tradiciones argentinas», a matita, la dicitura «(Selección)»; poco sotto il nome dell’autore viene scritto per esteso a matita: «P.astor Servando». All’indice piccole note manoscritte [probabilmente di Borges] sul contenuto dei singoli capitoli. Numerose sottolineature e evidenziazioni a matita nel testo. Ex libris di Miguel de Torre. Pastor Obligado [1818-1870] avvocato, politico e militare argentino, fu il 24º governatore della provincia di Buenos Aires all’epoca della secessione della Confederazione Argentina, dopo la caduta di Juan Manuel de Rosas. Borges sosteneva che tutte le letterature cominciano con l’epica e non con la poesia intimistica o sentimentale. Per la letteratura argentina egli vedeva nella letteratura gauchesca l’autentico e fondante momento epico: si trattava senza dubbio di una letteratura d’ispirazione rurale, nei suoi propositi agiografica, ma era un genere letterario scritto da intellettuali per dei “cittadini” ancora in cerca di legittimazione. In un continente come quello sudamericano di storia recente e non ancora definita, per uno scrittore che come lui aveva conosciuto e amato la poesia di Omero e Virgilio, delle saghe nordiche e di quelle mesopotamiche, si trattava una volta per tutte di definire il concetto di epica. luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano E Borges riconobbe nelle narrazioni delle pampas, delle guerre d’indipendenza e delle lotte dei gauchos contro gli indios, lo stesso spirito che aveva animato l’Odissea, l’Eneide e tutti i racconti epici, fino alla poesia di Whitman. Borges discendeva, per parte di padre e di madre, da uomini che lottarono per l’indipendenza argentina e che presero parte attiva alle guerre civili del Rio de la Plata. Dalla famiglia materna: Francisco Narciso Laprida, presidente del Congresso di Tucumán che, nel 1816, proclamò l’indipendenza delle Province Unite dell’America del Sud (gli dedicherà il Poéma conjetural); il colonnello Isidoro Suárez valoroso combattente (a lui dedicherà Página para recordar al colonel Suárez, vencedor de Junín); Isidoro Acevedo de Laprida, il nonno, che contrastò e combattè il dittatore Rosas dal 1835 al 1852, sino alla vittoria (per lui scrisse La otra muerte). Dalla famiglia paterna: Jeronimo Luis de Córdoba, fondatore della più cattolica città argentina che porta lo stesso nome; Francisco Borges, il nonno, che combattè durante le guerre civili per difendere le regioni di confine e fu ucciso in battaglia nel 1874; sua moglie, Fanny Haslam, nata in Inghilterra, che, prima dello spagnolo, insegnò a parlare inglese al piccolo Jorge, che per questo in famiglia veniva chiamato affettuosamente Georgie. Tra gli scrittori della letteratura gauchesca che Borges vedeva come propri avi, al pari dei generali e dei colonnelli, erano: Aniceto il Gallo [pseudonimo di Hilario Ascasubi, 1807-1875] autore di Santos Vega, Estanislao del Campo [1834-1880] autore del Fausto Criollo, Bartolomé Hidalgo [1788-1822 o 23] e natural- mente José Hernández [1834-1886] autore del famoso Martín Fierro. André Beaunier, Les plus détestables bonshommes Paris: Librairie Plon, 1912 Al frontespizio doppia firma di possesso di Jorge Luis Borges in inchiostro nero, una datata 1923, e una con citazione da p. 169: «l’art pour l’art»; altra citazione da p. 225 scritta da Jorge Luis Borges sulla parte interna della copertina inferiore: «les individus et possédaient un immense trésor qui constituait une force inquiétante». Le frasi citate sono sottolineate nel testo. André Beaunier [1869-1925], romanziere e critico francese. Un ancora giovane Borges ebbe a scrivere sulla rivista “Proa” che «per l’uomo e più ancora per l’adolescente sulle cui spalle riposa tutto ciò che l’universo ha d’arrogante e d’audace, un nuovo poema, un nuovo romanzo possono essere, come l’Atlantide, una formidabile avventura intima». Negli anni dello sperimentali- 53 smo e delle avanguardie, egli sposò più volte l’idea di un’“arte per l’arte”, che potesse bastare a se stessa. Nel 1924, quando lui e la sorella Norah e molti altri giovani intellettuali cominciarono a collaborare alla rivista “Martín Fierro”, perseguivano un’idea di arte moderna argentina che fosse contemporanea e affine a quella europea. Col passare degli anni, Borges andò a sostituire la propria figura di autore e artista fine a se stesso, con quella di “lettore”, anticipando alcune prese di posizione di critici come Roland Barthes. Col tempo affinò l’idea di una letteratura aderente a una classicità ben riconosciuta. «L’arte dovrebbe assomigliare a Itaca – essere fatta di verde eternità e non di prodigi». E.M. Butler, Rainer Maria Rilke Buenos Aires: Editorial Poseidon [Sebastián Amorrortu e Hijos], 1943 Al frontespizio nota manoscritta di Jorge Luis Borges: «Este libro me lo regalò Eduardo, | mas de la mitad, del volumen, es secular». Con il libro è custodito un foglietto di pergamena, al recto del quale è una poesia di Rilke [Der Schauende] scritta in stile calligrafico da Norah Borges e al verso la nota di Jorge Luis Borges: «Regalo de Norah». Norah era il soprannome imposto da Jorge alla sorella Leonor Fanny Borges Acevedo [1901-1998], che fu pittrice e critica dell’arte argentina. Così il fratello maggiore la ricordava: «In tutti i nostri giochi lei era sempre il capo, io quello che arri- 54 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Les pays de langue anglaise disent ‘Charlie’, les Français ‘Charlot’. Et tout cela n’empêche – ni n’aide – Charlie Chaplin d’être un comedien exquis, humoriste et fou!». Frase che è sottolineata a p. 215. Altre sottolineature alle pp. 114-115, 274, 277-278, 363. vava dopo, il timido, il sottomesso. Saliva sui tetti, si arrampicava sugli alberi su per i rami, io la seguivo con meno entusiasmo che paura». Compì la sua formazione in Europa, tra Ginevra, con lo scultore Maurice Sarkisoff, e Lugano con Arnaldo Bossi, che la avvicinò all’espressionismo e le insegnò la tecnica della xilografia. In Spagna col fratello, frequentò gli ambienti delle avanguardie. Tornata in patria si legò al gruppo artistico di Florida, contrapposto a quello di Boedo. Si sposò con il critico e poeta spagnolo Guillermo de Torre, che Jorge le presentò in Spagna negli anni Venti. Per molti anni Norah si dedicò all’illustrazione di libri di amici, oltre che a quelli del fratello. Nella casa di calle Maipù, Borges conservava (accanto a una incisione di Piranesi raffigurante strane rovine circolari) un dipinto della sorella, L’Annunciazione, che considerava, e non era il solo, un capolavoro. Le Cinéma des origines a nos jours. Préface par Henri Fescourt Al frontespizio, sotto ai titoli, nota manoscritta che dice «Este libro me lo regaló Garcia Mellid Jorge Luis Borges 1933». Trasversale, sul margine destro della pagina del frontespizio, altra nota manoscritta di Borges che riporta una frase sottolineata a p. 363: «363 - “Avant-Garde” Le Ciné-Club de France, le premier à Paris, projeta en séance privée Le Cuirassé Potemkine interdit par la censure. A Paris, d’autres clubs suivirent l’exemple de la “Tribune Libre”: “Le Club de l’Écran”, “La Lanterne Magique”, “Le Phare Tournant”. “Les Spectateurs d’avant-garde” et “L’Effort”». Sul recto della prima carta dopo p. 366, sotto la notizia dell’Achevé d’Imprimer, un’altra nota manoscritta di Borges: «215 – Louis Dellue rédigeant, en 1919, un court portrait de Charlie Chaplin, écrit simplement: “Ce petit acteur anglais né à Paris est devenu un très grand artiste américain. Les pays de langue espagnole l’ont baptisé ‘Carleto’. Atilio Eugenio García Mellid, così il nome completo del donatore del libro, nacque a Buenos Aires nel 1901 e vi morì nel 1972. Insegnante, diplomatico, giornalista e storico, agli esordi si dedicò alla poesia. Come giornalista fu direttore di “Itinerario de América”, della rivista “Biblos”, edita dalla Cámara del Libro e diretta prima di lui dallo scrittore Julio Cortázar; diresse anche “Selección. Cuadernos mensuales de cultura” alla quale Borges collaborò con recensioni librarie e cinematografiche. García Mellid aderì in seguito al peronismo, cosa che probabilmente lo allontanò dall’amico, sempre dichiaratamente avverso al governo di Peron. Borges, infatti, per le sue pubbliche esternazioni poco riguardose nei confronti del dittatore, da funzionario di una piccola biblioteca di quartiere, fu “promosso” a ispettore di polli e conigli [“inspector de pollos, gallinas y conejos”] in un mercato rionale. Borges amava molto andare al cinema; anche quando era ormai cieco, si faceva accompagnare da amici, amiche e conoscenti perché gli raccontassero il film. Si recava più volte a vedere lo stesso film, ma accompagnato da persone diverse perché voleva confrontarne sensazioni e opinioni. È nel 1930 che Borges inizia la folgorante carriera di critico cinema- luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano tografico dilettante. Comincia sulle pagine di una giovane rivista di Buenos Aires, “Urbe”, con una rubrica dal titolo “El Cineasta”; continuerà poi su quelle più prestigiose di “Sur”, di cui curerà la sezione dedicata ai film. La passione per il cinema, nella redazione della rivista non aveva contagiato solo Borges: Victoria Ocampo, fondatrice della rivista e della casa editrice omonima, aveva cercato di portare in Argentina il famoso regista russo S.M. Eisenstein per realizzare un grande film sull’epopea di Martín Fierro. Non riuscendo a trovare tutti i fondi necessari, il regista si fermò in Messico. “Sur” si accontentò di pubblicare solo alcune fotografie tratte dal celebre ¡Qué viva México! Nei numeri 2 e 3 [maggio e giugno 1933] della rivista diretta da García Mellid [presenti nel nostro Fondo] pubblicò dieci brevi recensioni a film diversi: notevoli quella a King Kong – il primo del 1933, realizzato dagli americani E.B. Schoedsack e M.C. Cooper –, dove Borges sottolinea come l’attrice Fay Wray riesca a distruggere tanto il gigantesco gorilla quanto tutto il film, e quella a Lady Lou. She done him wrong dove esalta senza mezzi termini la fisicità di Mae West, preferendola a quella di dive certo non meno appariscenti come Jean Harlow e la mitica Marlène. Per quanto riguarda Chaplin, suo vero, grande mito cinematografico, memorabile la recensione uscita nell’inverno 1931 sulla rivista “Sur” a Luci della città, che Borges stronca senza timori e pudori [recensione inserita nel capitolo Film di Discusión, volume presente nel Fondo in prima edizione – Buenos Aires, M. Gleizer Editor, 1932 – nell’esemplare impre- ziosito dalle annotazioni autografe di Borges per la seconda edizione]. Dante Alighieri, La Vita Nuova. Nel Sesto centenario della morte di Dante Alighieri Bergamo: Istituto Italiano d’Arti Grafiche, 1921 Al frontespizio, sotto il riquadro miniato che racchiude il titolo, la seguente frase autografa di Borges: «Esta hermosa edición de la Vita Nuova, me fuí obsequiado por Profesor Angel Battistesa [sic], quién tanto ha leído y querido los que yo quiero y leo Jorge Luis Borges». A Buenos Aires, Borges amava spostarsi in tram. Fu prendendo il tram numero 7, lungo il tragitto che lo portava avanti e indietro dal lavoro in una piccola biblioteca, che imparò l’italiano leggendo la Divina Commedia in un’edizione bilingue: «Tutto cominciò poco prima della dittatura. Lavoravo come impiegato in una biblioteca del quartiere di Almagro. Abitavo all’angolo delle vie Las Heras e Pueyrredon, con lenti e solitari 55 tram dovevo percorrere il lungo tragitto che va da questo quartiere settentrionale sino al sud di Almagro dov’era situata la biblioteca, all’incrocio della avenue La Plata e la via Carlos-Calvo. Il caso (ma il caso non esiste, ciò che chiamiamo caso non è che la nostra ignoranza della complessa macchinazione della causalità), il caso, dunque, mi fece trovare tre piccoli volumi nella Libreria Mitchell, oggi scomparsa e che mi evoca molti ricordi. Questi tre volumi erano i tomi dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, tradotti in inglese da Carlyle, non Thomas Carlyle di cui parlerò poi. Erano dei libri maneggevoli, stampati dall’editore Dent. Li tenevo in tasca. Su una pagina il testo italiano e sull’altra la traduzione letterale in inglese. Avevo architettato questo modus operandi: leggevo prima un verso, una terzina, nella versione in prosa inglese; poi leggevo lo stesso verso, la stessa terzina in italiano; procedevo così sino alla fine del canto. Poi leggevo tutto il canto di seguito, prima in inglese e poi in italiano. In questa prima lettura ho capito che le traduzioni non possono essere che un succedaneo dell’originale. La traduzione non può essere che un tramite, uno stimolo per avvicinare il lettore all’originale; soprattutto se si tratta di una traduzione spagnola». «La Divina Commedia è un libro che bisogna leggere. Non ci si può privare del meglio che la letteratura può offrire, sarebbe come condannarsi a uno strano ascetismo. Perché privarsi della felicità di leggere la Divina Commedia? Inoltre, non si tratta di una lettura difficile. Ciò che è difficile è ciò che sta dietro le parole: le opinioni, le discussioni; ma il libro in sé è cristallino. C’è il perso- 56 naggio centrale, Dante, che è senza dubbio uno dei più vivi della letteratura, poi gli altri personaggi». Tra gli episodi del Poema che Borges amava ricordare, certamente era quello di Paolo e Francesca, dove evidenziava nei versi di Dante una certa qual amorosa invidia, benevola verso i protagonisti della vicenda, che nasceva dal rammarico di non aver provato un amore così forte e coinvolgente: «Infinitamente esistette Beatrice per Dante, Dante pochissimo, forse nulla, per Beatrice; tutti noi propendiamo per pietà, per venerazione, a dimenticare questa compassionevole discordia indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo i casi del suo illusorio incontro e penso a due amanti che l’Alighieri sognò nell’uragano del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicità che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti per sempre nel suo Inferno (Questi, che mai da me non fia diviso…). Con spaventoso amore, con ansia, con ammirazione, con invidia». E l’episodio di Ulisse, dove nell’eroe greco egli vedeva proprio Dante: «… Dante ha sentito che Ulisse, in qualche modo, era lui. Non so se ciò l’ha sentito in maniera cosciente ma poco importa. Egli afferma, in una terzina della Divina Commedia, che a nessuno è permesso conoscere il giudizio della Provvidenza. Nessuno può prevedere il giudizio della Provvidenza, nessuno può sapere chi sarà dannato e chi sarà salvato. Ma lui, ha osato, sul piano poetico, prevedere questo giudizio. Ci mostra dei dannati e degli eletti. Doveva ben sapere che questo modo di procedere non poteva essere alieno da pericoli; non poteva ignorare di la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 aver oltrepassato l’indecifrabile provvidenza di Dio». Juan W. Gez, El dr. Juan Crisóstomo Lafinur. Estudio biográfico y recopilación de sus poesías Buenos Aires: Cabaut y Cía. Editores, 1907 Alla prima carta bianca, firma di possesso di Guillermo Juan Borges (cugino di Borges) e timbro di possesso di “Jorge Borges - hijo”; ex libris, firma di Miguel de Torre Borges e sue annotazioni riguardo alle precedenti firme. Al frontespizio firma autografa di Jorge Guillermo Borges, padre di Jorge Luis, con annotazioni di M. de Torre. A p. 128 correzione a penna attribuita a Jorge Luis Borges da una nota manoscritta al frontespizio [di Miguel de Torre]: mortal per inmortal. Alcune sottolineature a matita nel testo, tra cui, a p. 12 e 116, là dove si parla di Carmen Lafinur de Borges, sorella di Crisóstomo e madre del colonnello Francisco Borges. Juan Crisóstomo Lafinur [1797-1824], poeta neoclassico argentino, fu anche filosofo e insegnante. Di temperamento rivoluzionario, Lafinur in patria venne identificato con il prototipo del poeta romantico: la sua morte a 26 anni per le ferite riportate in seguito a una caduta da cavallo ne fu testimonianza inconfutabile. Era fratello di Carmen Lafinur de Borges, bisnonna dello scrittore e madre del colonnello Francisco. A Lafinur Borges dedicherà ne La moneta di ferro una bella poesia: Il volume di Locke, gli scaffali, La luce del cortile a scacchi e lucido, E la mano che scrive, lenta, il verso: Il pallido giglio agli allori. Quando, la sera, evoco il fluttuante Corteo delle mie ombre, vedo spade Pubbliche e battaglie lacerate; Con Lei, Lafinur, è un’altra cosa. La vedo che discute lungamente Con mio padre, di filosofia, E respinge l’ingannevole teoria Di certe forme eterne nella mente. Dall’altra parte del già incerto specchio L’immagino mentre medita su questa [idea. [traduzione di Cesco Vian] Paul Groussac, Los que pasaban. José Manuel Estrada – Pedro Goyena – Nicolás Avellaneda – Carlos Pellegrini – Roque Sáenz Peña Buenos Aires: Jésus Menéndez Librero Editor [Impr. y Casa Edit. “Coni”], 1919 Al frontespizio firma autografa di Jorge Luis Borges. All’occhietto, alcune note manoscritte «La Verde, 11, 146, 174 | Eliseo Acevedo, 144 | Cnel. F. Borges, 148 | Florencio del Mármol, Noticias y documentos sobre la revolución de 1874, 147». Nel testo, numerose sottolineature a matita, riferimenti bibliografici e altre note, probabilmente di Miguel de Torre. Al verso del frontespizio, incollato, un ritaglio di giornale con il prologo di Borges a Crítica literaria di P. Groussac. Ex libris di Miguel de Torre. Paul-François Groussac [18481929], di origine francese, conosciuto e molto temuto nell’ambiente letterario argentino, fu amico di Borges che nei suoi scritti critici apprezzò soprattutto la spietatezza e il sarcasmo fulminante. Curiosamente Borges e Groussac furono entrambi, in epoche diverse, direttori della Biblioteca Naziona- luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano le di Buenos Aires e divennero ciechi mentre ricoprivano questa carica. Borges curò e scrisse i prologhi a diversi testi di Groussac; tra questi un’antologia delle sue opere migliori [Jorge Luis Borges selecciona lo mejor de Paul Groussac, Buenos Aires, Editorial Fraterna, 1981; il prologo è alle pag. IV-XI] che è presente nel nostro fondo. «Avrebbe voluto essere famoso nella sua patria e nella sua lingua madre; lo fu in una lingua che padroneggiava, ma che mai lo soddisfece appieno e in paesi lontani che egli considerava come terre d’esilio. Suo compito vero fu quello d’insegnare il rigore e l’ironia francesi a un continente in erba. Scrisse, non senza una certa qual amarezza: “Esser celebri in America del Sud, è come continuare a essere sconosciuti”». «La sensazione scomoda che nelle prime nazioni dell’Europa, o negli Stati Uniti, Groussac sarebbe stato uno scrittore quasi impercettibile, farà sì che molti argentini gli neghino preminenza nella nostra smantellata repubblica, essa però gli spetta». Reginald Heber, The Poetical Works of Reginald Heber Philadelphia: E. H. Butler & Co., 1858 Sul frontespizio a stampa, perpendicolare ai testi, nota manoscritta in inchiostro di Jorge Luis Borges: «Este libro me lo regalò Norah», seguita dalla firma. Reginald Heber [1783-1826] fu vescovo anglicano a Calcutta: viene ricordato soprattutto per essere stato scrittore di inni sacri. Durante le lotte per l’indipendenza indiana, Gandhi citò un verso dal suo inno From Greenland’s icy mountains come esempio della prepotenza dei missionari cristiani nei confonti dei nativi indiani, fossero hindu, buddhisti o altro. Il libro è illustrato da molte incisioni che ritraggono le bellezze naturali di quei luoghi, e per questo, forse, fu regalato da Norah al fratello. Abel Hermant, Le Caravanserail. Scènes de la Vie Cosmopolite Paris: Librairie Alphonse Lemerre, 1917 Al frontespizio doppia firma di possesso di Jorge Luis Borges, una datata 1923. Sempre al frontespizio due note manoscritte di Borges in inchiostro che riprendono frasi sottolineate a p. 7 [«– Toi? Tu as une santé de fer! – Je suis tres malade!»] e a p. 104 [«Je l’aurais parié!»]. Al recto dell’ultima carta un’annotazione da p. 281 di una frase che è anche la fine del libro: «Il y a la guerre… Il y a la guerre…». Numerose altre sottolineature ed evidenziazioni a penna nel testo. Timbri d’appartenenza della “Biblioteca de Ricardo Olivera”. Abel Hermant [1862-1950] scrittore francese che il 15 dicembre 1945 fu condannato con l’accusa di collaborazionismo con la Germania nazista e di conseguenza espulso dall’Accademia di Francia. Venne graziato e liberato nel 1948. Agli inizi del 1914, la famiglia Borges, vale a dire i genitori, Jorge Luis e la sorella Norah, insieme alla nonna materna, partirono per l’Europa. Scopo principale del viaggio era la ricerca di un buon oculista che potesse salvare la vista al padre, di- 57 ventato pressoché cieco. Dopo aver visitato Londra e Parigi (città, questa, che, contrariamente a quanto succederà a molti suoi connazionali, non entrerà mai nel cuore e nella fantasia dello scrittore), si stabilirono in Svizzera, a Ginevra. Qui Borges fu iscritto come studente esterno al collegio Calvino; pur con molti problemi, imparò il francese. Strinse amicizia con due compagni di origine polacca – Simon Jichlinski e Maurice Abramowicz – che lo introdussero alla poesia di Rimbaud. Da Rimbaud si addentrò nella letteratura francese, leggendo alla rinfusa Daudet, Gyp, Hugo, Maupassant, Rémy de Gourmont, Baudelaire, Verlaine. Parallelamente, con una certa nostalgia, rilesse il Martín Fierro, i libri di Ascasubi, di Eduardo Gutiérrez, di Evaristo Carriego, di Leopoldo Lugones; e inoltre il Prométhée di Eduardo Wilde, Amaliadi Mármol, la storia dell’Argentina di Vicente Fidel López, il libro su Rosas di Ramos Mejía. Nel frattempo, non trascurava gli autori inglesi cominciando a leggere Carlyle e Chesterton, autori suoi prediletti (solo Carlyle ripudierà in seguito, accusandolo di aver inventato il nazismo). In piena prima guerra mondiale, visitò il Nord Italia restando affascinato da Verona e Venezia. Durante tutto questo periodo la sua unica avventura fu l’apprendimento della lingua tedesca da autodidatta, con il solo ausilio di un dizionario e di un libro di poesie di Heine: potè così finalmente leggere l’amato Schopenhauer nell’originale: «Oggi, se dovessi riferirmi a un solo filosofo, è lui che sceglierei. Se l’enigma dell’universo può esser rivelato con delle parole, è in mezzo alle sue opere che troverei quelle parole». luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Sempre in tedesco incontrò per la prima volta un poeta cui rimarrà legato per tutta la vita: Walt Whitman, che lesse nella traduzione di Johannes Schlaff. Ascher Zelik Hochman, Diccionario de bolsillo Hebreo-Idisch-Español. Contiene siete mil vocablos hebreos, traducidos al Idish y Español All’occhietto, firma di Jorge Luis Borges, 1954. Questo piccolo dizionario ci permette di ricordare quanto Borges fosse affascinato dalla cultura e soprattutto dalla lingua ebraica. Vedeva nel suo alfabeto la matrice ideale di tutti gli alfabeti: per lui la “lingua dello Spirito Santo” non poteva che essere l’idioma originario. La cabala, per lui dottrina molto importante e ben presente, nasceva dall’alfabeto ebraico e dall’infinito computo combinatorio del valore delle sue lettere. «Chi non ha mai giocato a immaginare i propri antenati, preistoria della nostra carne e del nostro sangue? Io ho giocato spesso e spesso non mi è dispiaciuto d’immaginarmi ebreo. Si tratta di un’avventura sedentaria e frugale che non fa male a nessuno, meno che meno alla reputazione di Israele, dato che il mio giudaismo è senza parole, come le Canzoni di Mendelssohn. Nel numero del 30 gennaio, la rivista “Crisol” ha voluto celebrare questa retrospettiva speranza evocando la mia “ascendenza giudaica maliziosamente occultata” (il participio e l’avverbio mi deliziano)». Così Borges cominciava un articolo dal titolo Io, un ebreo sulla rivista “Megáfono” diretta da Sigfrido Radaelli [2ª epoca, n. 12, aprile 1934]. Proseguiva con un esame del- l’origine dei patronimi degli avventurieri arrivati dall’Europa dopo la Conquista, e nel cognome di un suo antenato, il catalano don Pedro Azevedo [inizi ’700], gli sarebbe piaciuto riconoscere una qualche ascendenza ebraica. L’articolo terminava però stroncando ogni ottimismo: «Sono riconoscente a “Crisol” d’avermi stimolato in questa ricerca ma ormai si affievolisce la speranza di una alleanza con la Tavola delle propiziazioni o con il Mare di bronzo, con Heine, Gleizer, i dieci Séphirot, l’Ecclesiaste o Charlie Chaplin». Durante gli anni della seconda guerra mondiale, Borges si espresse contro Hitler e il nazismo, così come contro il fascismo. Nel prologo al libro di Carlos M. Grünberg [Mester de Judería, Buenos Aires, Editorial Argirópolis, 1940, presente nel nostro Fondo; il prologo è alle pag. XIXVI], Borges scrive: «…l’antisemita Adolf Hitler comanda in Europa e ha imitatori qui da noi. Nelle lucide pagine di questo libro, Grünberg confuta con veemente passione i miti e le falsità che quell’impostore e i suoi seguaci hanno predicato al mondo. Malgrado il patibolo e la forca, il rogo inquisitorio e il revolver nazista, malgrado i crimini accumulati da una pratica secolare, l’antisemitismo non si libera dal ridicolo. A Buenos Aires ancor più che a Berlino. In Germania, la cui lingua letteraria si basa sulla versione di testi ebraici trasmessa da Lutero, Hitler non fa altro che esacerbare un odio preesistente; l’antisemitismo argentino viene a essere un facsimile confuso che ignora l’aspetto etnico e quello storico». Tra i suoi racconti maggiori senza dubbio è L’Aleph, che dà anche il titolo alla raccolta che lo compren- 59 de – libro presente nel Fondo in prima edizione [Editorial Losada S.A., 1949, con dedica autografa a Francisco Luis Bernardez] e nella seconda [sempre Losada S.A., 1952, con dedica autografa a Guillermo, probabilmente de Torre] –: aleph come la prima lettera dell’alfabeto ebraico. Il racconto sapientemente articolato [dedicato all’amica scrittrice Estela Canto], narra di un uomo che alla morte dell’avvenente donna da lui amata, Beatriz Viterbo, viene invitato dal cugino di lei, Carlos Argentino Daneri, poeta e amico ma rivale in amore, a scendere nella cantina della casa di Beatriz. Lì, sdraiandosi per terra e fissando un preciso punto sotto il diciannovesimo gradino della scala, avrebbe potuto assistere a uno spettacolo eccezionale: avrebbe potuto contemplare contemporaneamente tutto il mondo e ciò che in esso stava succedendo. Per questo racconto Alberto Manguel ci indica due fonti possibili: la prima quella della visione di San Benedetto da Norcia che, poco prima di morire intorno al 547, distolse lo sguardo dalle sue preghiere e nell’oscurità fuori della sua finestra vide che «tutto il mondo sembrava condensarsi in un raggio di sole e gli fosse così presentato davanti agli occhi» [cfr. T.F. Lindsay, St. Benedikt, His Life and His Work, London 1949]; la seconda, invece, è un racconto del rabbino Nachman di Brezlav, nel quale è descritta una mappa che mostra «i mondi in tutti i tempi, e qualsiasi cosa mai avvenuta sulla terra vi stava segnata perché si potesse leggerla […]. Là si trovava ogni cosa come è stata nel momento in cui il mondo fu creato, come era una volta e come è oggi» [Martin Buber, Die Geschichten des Rabbi 60 Nachman, Frankfurt am Mein 1906]. Ma il racconto ha un altro, curioso predecessore che Borges potrebbe aver letto in Svizzera durante uno dei suoi soggiorni in Europa: Amphiorama ou La vue du monde des montagnes de La Spezia. Phénomène inconnu et, pour la première fois, observé et décrit par F.W.C. Trafford [Lausanne, s.n. 1874; verrà ristampato, ampliato e con una tavola, a Zurigo da Orell Füssli nello stesso anno e successivamente molte altre volte in vari luoghi]. In questo opuscolo, la vicenda di una visione contemporanea di tutto il globo è narrata in modo sorprendente da un naturalista inglese, Francis Trafford. Durante un’escursione sul monte Castellana, sopra Porto Venere nelle Cinque Terre, in una giornata di completa bonaccia, lo scienziato racconta di aver avuto un’esperienza allucinatoria durante la quale riesce a vedere contemporaneamente, e dallo stesso punto di vista, tutte le terre del nostro pianeta e tutto ciò che vi accade. Dalle isole toscane, prime a comparire nitide e precise davanti a lui, la visione si al- la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 larga sorprendentemente alle coste iberiche, dalle montagne dell’Atlante a tutta l’Africa e, oltre le impervie montagne del Caucaso, all’India, all’Estremo Oriente e a destra, alle coste dell’America del Nord come del Sud, e così via. La narrazione è incalzante, ricca di particolari minuziosi. Alla fine della lettura si rimane un po’ storditi: probabilmente come rimase l’uomo che ce lo racconta. A posteriori sorprendono due cose: la prima, che Trafford nel racconto descriva precisamente le coste della Groenlandia coperte dai ghiacci, e che, nella seconda edizione, ne disegni una mappa orientata sul meridiano di La Spezia delineando perfettamente le coste dell’isola dello Spitzberg non ancora del tutto conosciute; la seconda, che in cima al monte Castellana ci sia da tempo un osservatorio della Marina Militare chiuso da un recinto nel quale non si può entrare. Secondo Borges, ogni scrittore sceglie i suoi precursori: chissà se anche il lettore può farlo in vece sua? Leopoldo Marechal, Aguiluchas. Poemas Buenos Aires: Manuel Gleizer, 1922 Sulla pagina dell’occhietto, nota manoscritta di Jorge Luis Borges: «– Y lo arrojó a las aguas… – 99 | Jorge - Luis | 1923». La frase riprende la fine di una poesia a p. 99 [El canto rodado]; la firma è sottolineata da un tratto che si conclude all’estremità destra con una croce. Leopoldo Marechal [19001970], scrittore, poeta e drammaturgo argentino nacque a Buenos Aires da una famiglia di origini francesi. Il libro è la sua opera prima e testimonia dell’amicizia con Borges e della condivisione di idee letterarie d’avanguardia che derivavano dall’esperienza dell’ultraismo. Nel 1926 riuscì a raggiungere l’Europa dove incontrò Ramón Gomez de la Serna, Ortega y Gasset, conobbe Picasso e altri pittori. Ritornato nel 1929 in Europa si stabilì a Parigi dove cominciò a scrivere il romanzo più importante della sua vita letteraria che completerà e stamperà nel 1948: Adán Buenosayres, racconto allegorico del viaggio del poeta Adán in una metafisica, quasi infernale Buenos Aires. Il romanzo fece scalpore perché ne erano protagonisti gli intellettuali argentini, i compagni e gli amici della gioventù dello scrittore, descritti in modo vagamente dissacratorio e nascosti dietro piccoli travestimenti: il pittore Xul Solar nel romanzo è l’astrologo Schultze, Raúl Scalabrini Ortiz è invece il “petizo” Bernini, Jacobo Fijman si cela sotto le spoglie del filosofo Samuel Tesler; oltre ovviamente all’imprescindibile Borges [nel libro si chiama Luis Pereda] che nella vicenda è in compagnia del cugino Guillermo Juan Borges; ma molti altri scrittori sono celati in quel romanzo che, ispirato alle colorate e metafisiche visioni del pittore Xul Solar, narra di un viaggio iniziatico alla scoperta di una città utopica, viaggio che richiama per alcuni versi quello di Dante nella Commedia. Alfonso Martínez de Toledo, Arcipreste de Talavera, Corvacho, o Reprobación del amor mundano. Edición, prólogo y notas por Martín de Riquier Correspondiente de la Real Academia Española luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Barcelona: Selecciones Bibliófilas [Talleres Gráficos S.A.D.A.G.], 1949 Al frontespizio firma e nota manoscritta di Borges che riproduce una frase sottolineata a p. 133 «133 ¡Ay, puta Marica, rrostros de golosa, que tú me as lançado por puertas!». La scritta è perpendicolare ai titoli e la firma è nell’angolo a destra in basso, in diagonale. Alfonso Martínez de Toledo [1398-1470?] meglio conosciuto come l’Arcipreste de Talavera scrisse El Corbacho o Reprobación del amor mundano [1438, il titolo è ispirato al Corbaccio di Boccaccio] come invettiva contro la lussuria e l’amore mondano, descrivendo con dovizia di particolari gli effetti perniciosi che l’amore carnale provocherebbe nello spirito e nel corpo dell’uomo. Borges più volte si innamorò; la lista delle donne per cui spasimò è abbastanza lunga: Estela Canto, Elsa Astete de Millán [con cui infelicemente si sposò], Haydée Lange, María Esther Vásquez, Ulrike von Kühlmann, Silvina Bullrich, Beatriz Bibiloni Webster de Bullrich, Sara Diehl de Moreno Hueyo, Margot Guerriero, Cecilia Ingenieros, María Kodama [sua ultima compagna e, forse, sua seconda moglie, cosa dubbia dato che non ottenne mai il divorzio da Elsa Astete]. Egli affermò che il destino dell’eroe moderno non era quello di tornare a Itaca o di conquistare il Sacro Graal; molto spesso nell’arte, come nella vita, il suo eroe non riusciva neanche a immaginare o a sognare, meno che mai frequentare, la donna perfetta che lo potesse rendere felice. 61 Manuel Mujica Laínez, Vida de Aniceto el Gallo [Hilario Ascasubi] Buenos Aires: Emecé Editores S.A. [Imprenta Lopez], 1943 Alla prima carta dedica autografa dell’Autore: «A Jorge Luis Borges con la admiración – y no la de las dedicatorias, si no la auténtica de Manuel Mujica Laínez 1944». Al verso della prima carta, firma di Miguel de Torre e la data “L: 1967”. All’occhietto, una sigla non comprensibile, e una data, “1964”. Ex libris di Miguel de Torre. Manuel Mujica Laínez, La casa Buenos Aires: Editorial Sudamericana [Compañía Impresora Argentina S.A.], [1954] Alla prima carta bianca dedica autografa dell’Autore: «A Leonor Acevedo de Borges y a Georgie Borges, a la encantadora amiga y al gran escritor, esta casa en cuya psicológica arquitectura tal vez reconocerán rasgos de otras casas, de otros tiempos, de otras sombras y luces fantasmales. Con el afecto de Manucho. 1954». Al frontespizio, accanto al titolo, una nota a matita, riporta tra parentesi le date “18851953”, periodo in cui si svolge l’azione del romanzo; un’altra nota all’occhietto riporta la sigla di Miguel de Torre e la data “L: 1970”. Manucho era lo pseudonimo di Manuel Mujica Láinez [1910-1984] scrittore, biografo, critico d’arte e giornalista. Il suo capolavoro è considerato il romanzo Bomarzo [Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1962], presente nel nostro Fondo con dedica autografa a Norah e Guillermo de Torre. A Manucho, Borges dedica una poesia nella Moneta di ferro: Isaac Luria afferma che l’eterna Scrittura Ha tanti significati quanti sono i lettori. [Ogni Versione è vera e fu prestabilita Da Colui che è il lettore, il libro e la [lettura. La tua versione della patria, coi suoi fasti e [fulgori, Entra nella mia vaga ombra come se [entrasse il giorno E l’ode si fa beffa dell’Ode. (La mia Non è che nostalgia di rustici coltelli E d’antico coraggio). Già il Canto si fa [tremito, E contenute a stento dal carcere del verso, Sorgono le moltitudini del futuro e diverso Regno che sarà tuo, il loro giubilo e pianto. Manuel Mujica Láinez, un tempo [abbiamo avuto Una patria – ti ricordi –, ed entrambi la [perdemmo. [traduzione di Cesco Vian] Francisco de Quevedo Villegas, Obras ineditas de Don Francisco de Quevedo Villegas Caballero del Habito de Santiago, Segretario de su Magestad, y Se- 62 ñors de la Villa de la Torre de Juan Abad [unito con] Anacreon Castellano con paraphrasi y comentarios por don Francisco Gomez de Quevedo Madrid: En la Imprenta de Sancha, 1794 Al primo frontespizio, una annotazione manoscritta di Borges riporta alcuni versi dalla p. 43 del secondo libro: «Dadme acá muchachas | el vaso que os pido, | beberé sediento | hasta el Dios del vino. | Porque ya de seco | el calor prolixo | dela sed que paso, me bebe á mí mismo» [versi che a p. 43, Oda XXI, sono sottolineati con lo stesso inchiostro della nota]. In calce a p. 160 del secondo libro una nota manoscritta di Jorge Luis Borges riprende altri versi che sono sottolineati a p. 129: «129 – Y en la Oda 3. de los Olimpios, Epode último dice esto mismo: | El agua se aventaja | á esotros elementos: | y despues es el oro | lo mejor de la tierra.» [sempre con lo stesso inchiostro della prima citazione]. Francisco Gómez de Quevedo y Santibáñez Villegas [1580-1645] nobile, politico e scrittore del Siglo de Oro. Curiosamente Borges non amava Quevedo, anche se ne ammirava lo stile. Nel prologo al volume dei Classici Emecé dedicato a Quevedo, Prosa y verso [Buenos Aires, Emecé Editores S.A., 1948; selezione dei testi e note di J. L. Borges e Adolfo Bioy Casares; prologo di Borges alle pp. 716; precede i testi la Vida de Quevedo di Don Pablo Antonio de Tarsia; il volume è presente nel Fondo], Borges si interroga sulla «strana gloria parziale» toccata in sorte al grande poeta spagnolo. Da Omero a Dante, da Shakespeare a Kafka, tutti gli la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 scrittori di fama universale hanno «coniato la moneta di un simbolo», Quevedo no. Concludendo, sentenziava: «La grandezza di Quevedo è verbale». Nel 1984, parlando con Osvaldo Ferrari dai microfoni della radio municipale di Buenos Aires proprio su Quevedo, Borges finiva il suo intervento dicendo: «Si potrebbe pensare che una poesia corrisponda a un’emozione, o al suo tema, ma è un nuovo oggetto, un oggetto verbale, che viene aggiunto al mondo. Scrissi una poesia, che si intitola L’altra tigre, nella quale mi propongo di descrivere una tigre. Dopo averla descritta, mi accorgo che non ho dato vita alla tigre, ma a un oggetto verbale, a una costruzione, a un edificio di parole; e allora prendo a parlare dell’altra tigre. Ma, mentre parlo, la nuova tigre si va facendo artificiale quanto la prima, e alla fine mi trovo solo nella sera, nella vasta sera della Biblioteca Nazionale, cercando l’altra tigre, quella che non è nella poesia. Credo sia una delle mie cose meglio riuscite; si assiste in essa al sorgere di una catena dagli infiniti anelli, e ciascuno di essi è una tigre, ma una tigre dall’esistenza puramente verbale». Guillermo de Torre, Guillaume Apollinaire. Estudio preliminar y páginas escogidas por Guillermo de Torre. 33 reproducciones Buenos Aires: Editorial Poseidon [Imprenta de Sebastián Amorrortu e Hijos], 1946 All’occhietto, dedica autografa dell’Autore a Jorge L. Borges e a sua madre [rispettivamente cognato e suocera]: «A Jorge y a su madre, o la madre de todos nosotros, muy cari- ñosamente Guillermo». In calce firma di possesso di Miguel de Torre Borges. Lasciata la Svizzera alla fine della prima guerra mondiale, i Borges si recarono in Spagna: dapprima a Barcellona e quindi nelle Baleari, a Palma. Qui Jorge Luis entrò in contatto con i giovani poeti maiorchini Juan Alomar, Miguel Angel Colomar, i fratelli Vives e soprattutto Jacobo Sureda [1901-1935] che lo ospitò nella proprietà di famiglia alla certosa di Valldemosa, nei pressi di Palma: con il curato della certosa, Borges riprese a leggere e a studiare il latino. A Ginevra l’amico Abramowicz pubblicò nel numero di agosto del suo giornale “La Feuille”, il primo articolo del giovane critico Jorge Luis Borges, dedicato agli scrittori spagnoli Ruiz Amado, Azorín e Pío Baroja [Chronique des lettres espagnoles. Trois nouveaux livres: Pío Baroja: Momentum catastrophicum. Azorín: Entre España y Francia. Ruiz Amado: Apología del cristianismo]. Jorge Luis scrisse anche un “racconto mitico” su un lupo mannaro, inviato alla rivista popolare di Madrid “La Esfera” ma rifiutato, oltre a dei versi sulla rivoluzione russa, Ritmi rossi, che poi non pubblicherà; nel frattempo continuava la lettura appassionata di Walt Whitman, verso il quale manterrà per tutta la vita una profonda ammirazione [Guillermo de Torre ricorderà il suo arrivo in Spagna: «Arrivò ebbro di Whitman, bardato di Stirner, seguendo le tracce di Romain Rolland»]. A Siviglia si avvicinò al gruppo che faceva capo alla rivista Grecia, capitanato da Isaac del Vando Villar, di ispirazione ultraista. Nel numero di luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano dicembre pubblicò per la prima volta una poesia: Himno del mar, che gli valse il titolo di “cantore del mare”. A Madrid reincontrò Guillermo de Torre e conobbe Rafael Cansinos Asséns [1882-1964], l’inventore dell’ultraismo, che subito battezzò come maestro: «Ciò che era più notevole in Cansinos era che egli viveva unicamente per la letteratura, senza sognare né il denaro né la fama». Incontrò anche Ramón Gómez de la Serna, con il quale però non entrò in sintonia. La frequentazione più stretta del periodo l’ebbe comunque con Guillermo de Torre, anche perché questi poi sposerà Norah e dopo il 1936 deciderà di trasferirsi in Argentina definitivamente. Guillermo [1900-1971] prima di dedicarsi alla critica letteraria e artistica e all’insegnamento, giovanissimo girò l’Europa per conoscer i maggiori esponenti delle avanguardie che allora si andavano diffondendo; si legò soprattutto a Tristan Tzara. Fondò con Cansinos Asséns il movimento dell’ultraismo. Si fece conoscere con un libro di poesie, Helices [Madrid, Editorial Mundo Latino, 1923], una raccolta di poesie sperimentali, un vero e proprio campionario di “poesie iconiche” alla maniera di quelle futuriste o dei Calligrammes di Apollinaire. Rimane lapidario il giudizio espresso da Borges su questa opera prima, in una lettera del 1923: «Migliaia di sdrucciole, un’infinità di cianfrusaglie: aeroplani, rotaie, trolley, idroplani, arcobaleni, ascensori, segni zodiacali, semafori… Io mi sento vecchio, accademico, consumato, quando mi capita tra le mani un libro così». Il grande critico Gerardo Diego [1896-1987], nume tutelare della poesia spagnola di quegli anni, lo inserì nelle antologie dedicate alla Ge- 63 nerazione del ’27, insieme a Pedro Salinas, Jorge Guillén, Federico García Lorca, Vicente Aleixandre, Dámaso Alonso, Rafael Alberti. Il nipote Miguel, figlio di Guillermo, ricorda, parlando delle loro inconciliabili differenze: «tutto ciò che è umano era praticamente estraneo ai rapporti tra i due cognati». I due si sopportavano male, soprattutto a causa della scarsa considerazione che il poeta mostrava nei confronti del cognato, anche se Georgie continuava a chiamarlo el Cuñadisimo. A chi gli chiedeva com’era il suo rapporto con Guillermo, diventato completamente sordo con gli anni, Borges rispondeva divertito: «Buonissimo. Quando passeggiamo insieme, io non lo vedo e lui non mi sente». Borges, Jorge [Guillermo, padre di J. L.], El Caudillo. Novela 64 [Palma de Mallorca]: [Imprenta Juan Guasp Reinés], 1921 Al recto della prima carta, una nota in matita riporta l’indicazione del tipografo e del luogo di stampa; al verso, sempre in matita, una nota svela il nome [Aurorita] che compare nella dedica. Al frontespizio, dedica dell’Autore a Aurora de Haedo de Haedo: «Para Aurorita con afecto Jorge». Unica edizione dell’unico romanzo scritto dal padre di Borges. «Mio padre era molto intelligente e, come tutti gli uomini intelligenti, molto buono». In uno scarabocchio fatto a cinque anni, tra le figure incerte di alcuni animali feroci, queste parole: «Tigre, leone, papà, leopardo». Minuscolo elenco di una precoce quanto efficace mitologia: tra le fiere, a tutelare l’infanzia, il padre. Jorge Guillermo Borges Haslam [1874-1938], avvocato, era «un filosofo anarchico – discepolo di Spencer – allo stesso tempo insegnante di psicologia alla Scuola normale di lingue straniere, dove teneva le sue lezioni in inglese, servendosi del piccolo libro di psicologia di William James». A dieci anni Jorge Luis tradusse il Principe felice di Oscar Wilde e la sua traduzione venne pubblicata sul quotidiano di Buenos Aires “El País”: essendo la traduzione firmata Jorge Borges molti credettero si trattasse del padre. Il fraintendimento inorgoglì entrambi. Jorge Guillermo pubblicò a proprie spese questo romanzo durante il periodo di permanenza in Spagna. «Scrisse anche (e distrusse) un libro di saggi, e pubblicò una tra- la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 duzione dell’Omar Khayyâm di Fitzgerald, con la stessa metrica dell’originale. Distrusse un libro di racconti orientali sul tipo delle Mille e una notte, e un dramma, Hacia la nada [Verso il nulla], la storia di un uomo che veniva deluso dal figlio. Pubblicò dei bei sonetti nello stile del poeta argentino Enrique Banchs. Fin da quando ero bambino, da quando cioè lui divenne cieco, era stato tacitamente stabilito che avrei fatto mio quel destino letterario che le circostanze avevano negato a mio padre. Ci si aspettava che io diventassi uno scrittore, e simili cose non dette sono ben più importanti di quelle di cui si parla soltanto». Morì ormai cieco nel 1938: «All’inizio del 1938 muore suo padre, il primigenio e più indimenticabile dei suoi mentori nel campo della letteratura e della filosofia, colui che l’introdusse nel paradiso dei bibliofili da cui nessun angelo vendicatore lo caccerà mai più» [F. Savater, Borges, Bari-Roma, Laterza, 2005]. Gautier, Théophile, Avatar. Cuarta edición Valencia: Pascual Aguilar Editor, [ca. 1897] All’occhietto dedica autografa di Jorge Borges alla futura moglie Leonor Acevedo [genitori di Jorge Luis Borges]: «A Leonor Acevedo de su amigo Jorge Borges». Al verso del primo foglio di sguardia, una nota manoscritta probabilmente di Miguel de Torre «ca. 1897 Encuadernación de Leonor, con sus iniciales». Ex libris di Miguel de Torre. Discendente da una famiglia di antico ceppo argentino e uruguaiano, Leonor Acevedo Suárez [1876- 1975] fu sempre per il figlio Georgie «…una compagna – specialmente negli ultimi anni, da quando sono diventato cieco – e un’amica comprensiva e indulgente. Mi ha fatto da segretaria per molti anni, rispondendo alle mie lettere, scrivendo sotto mia dettatura, e anche accompagnandomi nei viaggi che ho fatto nel nostro paese e all’estero. Ed è stata lei, anche se un tempo non me ne rendevo conto, che nel suo modo silenzioso ed efficiente ha favorito al mia carriera letteraria». «Credo di aver ereditato da mia madre la qualità di pensare tutto il bene possibile degli altri e anche il suo forte senso dell’amicizia. Lei è stata sempre molto ospitale. Da quando con l’aiuto di mio padre, ha imparato l’inglese, ha letto quasi esclusivamente libri scritti in quella lingua. Dopo la morte di mio padre, riuscendole difficile fissare l’attenzione sulla carta stampata, si cimentò nella traduzione di La commedia umana di William Saroyan per costringere se stessa a concentrarsi. La traduzione fu pubblicata e mia madre ebbe encomi e ringraziamenti da parte di un’associazione di armeni di Buenos Aires. Più tardi tradusse qualche racconto di Hawthorne e uno dei libri sull’arte di Herbert Read, ed è lei che ha fatto qualcuna delle traduzioni di Melville, di Virginia Woolf e di Faulkner che sono considerate mie». Molti altri i volumi del nostro Fondo dedicato a Borges che potremmo elencare, ma preferiamo fermarci qui, rimandando a un’altra occasione un nuovo racconto sulla biblioteca di Borges. Convinti che, in ogni biblioteca, ogni libro è sempre una promessa, un prologo di tutti gli altri libri. luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 l’Erasmo: pagine scelte R.L. Stevenson, lo scrittore avvolto di felicità Il mondo e i sogni di un grande creatore di storie ATTILIO BRILLI a casa di uno scrittore felice dovrebbe essere in simbiosi con la sua arte, facendosene per così dire talamo e culla. E se per uno scrittore la felicità, come la sofferenza, ha la medesima sostanza dell’atto creativo, la casa ne diventa ad un tempo il testimone muto e la manifestazione tangibile. Naturalmente ci sono delle esigenze primarie e assolutamente irrinunciabili per uno scrittore. La sua stanza di lavoro, raccomanda R.L. Stevenson nell’inedita versione di interior designer, deve disporre di almeno cinque tavoli, dei quali uno dedicato alle opere in corso, quello accanto ai libri di consultazione corrente, un altro ai manoscritti e alle bozze, un altro ancora agli atlanti e alle mappe, l’ultimo infine da tenere sgombro per ogni evenienza. Le librerie dovranno svolgersi tutto attorno ai tavoli come una barriera corallina, giungendo all’altezza della cintola e non oltre, per permettere alle sovrastanti pareti di sciorinare carte topografiche e incisioni del Canaletto. L Girolamo Nerli, Robert Louis Stevenson, 1892; olio su tela. Edimburgo, Scottish National Portrait Gallery La filosofia dell’arredamento di Stevenson non manca di suggestione. I suoi cultori vi possono sfiorare con le dita le rilegature in morbida vacchetta degli autori che gli sono più cari: Shakespeare, Molière, Montaigne, Sterne… ma anche Il conte di Montecristo e Il visconte di Bragelonne. O i pittori prediletti, se in fondo a un corridoio o nella penombra di un sottoscala ci lascia intravedere un piccolo Tiziano che rifulge come un rubino nella cornice d’oro, e altrove un lago e una cascata di Corot. E ne sono attratti gli amanti del giardinaggio, sorpresi da un inebriante orto dei sensi: «Si ha da coltivare il giardino con il fiuto, poiché gli occhi sanno cavarsela da soli; e non bisogna dimenticare l’udito: un giardino senza uccelli assomiglia al cortile di un carcere». Farvi a meno del sussidio immaginoso di un torrente che si possa guadare a piedi, o attraversare su un ponticello, equivarrebbe a lasciarsi chiudere in faccia la porta dell’Eden. La casa nella sua interezza coopera a tal punto all’attività dello scrittore, che anche l’ozio acquista una sua produttività fantastica: «Una giornata trascorsa su un divano con cuscini a volontà, offre i diversivi di un viaggio». Per un simile viaggiatore sedentario, mappe e carte topografiche saranno ovunque sott’occhio, poiché i corsi cilestrini dei fiumi, le chiazze verdognole delle foreste, le scogliere, i fondali, i fari, le rotte e le sagome delle navi, le rubriche dei cartigli stimolano al massimo grado l’immaginazione. A tal punto, che la stessa casa si articola in termini topografici, e i fatidici cinque tavoli dello studio si cangiano in altrettanti fantastici approdi: L’isola del tesoro non è forse nata da un’isola immaginaria, disegnata giuocando con il figliastro Lloyd Osbourne? 66 Come in ogni casa che si rispetti, la parte più affascinante e segreta è la soffitta, mitico recesso dell’infanzia ove si torna per lasciare libero corso alle fantasticherie. È qui che lo scrittore esercita al più alto grado l’immaginazione modellando paesi di creta o di stucco, giuocando con i soldatini di piombo e prefigurando interminabili storie: «I due eserciti di cinquecento unità, tra fanti e cavalieri, sono stipati in due scatole; altre cassette contengono le munizioni, i gessetti di diversi colori per tracciare le strade ed i fiumi, le asticelle per le misure. […] Si trascorrono ore felici e, se si può contare su un valido avversario, un giuoco del genere può durare un mese inte- la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 ro». Non c’è da dubitarne, dal momento che l’inventore dello Strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde non può che prediligere come avversario il proprio doppio. Sul plastico dell’immaginazione, ove spazio e tempo sfumano nella più arbitraria indeterminatezza, si possono simulare gli accadimenti più incredibili, far scoccare coincidenze improbabili, sfidare l’alea del destino sul suo stesso terreno. Il giuoco diventa allora tutt’uno con l’immaginazione: esca e fiamma. Ma al piano di sotto ci sono i cinque tavoli che costituiscono il campo di una non meno impegnativa battaglia: l’arte di tradurre la ventura che travolge gli eroi in un linguaggio di cui solo l’autore può decidere il grado di levità e di rarefazione. L’inquilino di questa ideale dimora ci aveva abituato da tempo a tendere l’orecchio allo scricchiolio della penna, vale a dire al suo lungo apprendistato di scrittore, alla strenua diuturna simulazione degli stili altrui per carpirne la cifra segreta. «Ogni volta che mi imbattevo in un libro che mi piaceva – racconta Stevenson –, mi mettevo subito a imitarne l’autore. Ero conscio delle difficoltà, eppure provavo e riprovavo finché, dopo una serie di tentativi, cominciavo ad avere una nozione del ritmo, dell’armonia, della costruzione del periodo e dell’interdipendenza delle parti. Sono stato un assiduo luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 A sinistra: John Constable, Il giardino di Golding Constable, 1815; olio su tavola, Ipswich, Borough Council Museums and Galleries A destra: Paul Gauguin, Sentiero a Papete, 1891; olio su tela, 115,5 x 88,5 cm. Toledo (Ohio), Museum of Art imitatore di Hazlitt, di Lamb, di Wordsworth, di Baudelaire». Quando cominciamo a renderci conto che la casa ideale è un sogno ad occhi aperti, più chiara si rivela la sua valenza di metafora dell’arte dello scrivere, del tessere storie con la più felice improntitudine inventiva. Perché per uno come Stevenson, che ha scritto i propri libri più ariosi e intimamente felici in canoa nei fiumi del Belgio e della Francia, a dorso di mulo sulle Cévennes, nella stiva di un piroscafo di emigranti, nella miniera abbandonata di Silverado, in treno attraverso le sconfinate pianure americane, in una goletta dei mari del Sud (e con questo non facciamo che parafrasare i titoli dei suoi libri di viaggio), la casa altro non è che il sogno di un sogno. Essa ha la felice, impalpabile levità della sua arte narrativa. Solo negli ultimi anni trascorsi a Samoa, il più nomade degli scrittori può realizzare il sogno a lungo cullato e godersi una vera casa. Una casa che, sintomaticamente, descrive e ridescrive agli amici nelle lettere da Vailima, a Henry James come a Sidney Colvin, mentre appende alle pareti le copertine dei suoi libri e le stampe di Piranesi, infila i fucili bruniti nella rastrelliera con il lucchetto e sistema i libri dalle costole laccate contro l’umidità nelle scansie della minuscola biblioteca. Ma anche quella casa d’assi, incassata nel verde e dominante una vista sconfinata sui mari del Sud, per una volta tanto concreta e reale, partecipa della natura del sogno, perché nel clima tropicale è sempre sul punto di essere divorata da una natura aggressiva e vorace, faticosamente tenuta a bada «a colpi d’ascia e a suon di dollari». Fu comunque l’ultima effettiva dimora, l’effimero ancoraggio di uno che sapeva abitare case inesistenti e trovare sempre e comunque la felicità nel narrare storie anche sotto le stelle. Storie di viaggi che Stevenson percorre, verrebbe da dire, senza l’ingombro del corpo, incurante delle più proibitive condizioni climatiche e ambientali; storie tene- brose tramite le quali il lato oscuro della vita acquista nell’artificio una sua traslucida trasparenza. Nella prima serie di storie che diede alle stampe, Le nuove Mille e una notte, c’è un racconto che ha per protagonista un povero attore di strada, un girovago cantafavole appagato e felice della propria vita grama, uno che sa preservare il piacere dell’esercizio dell’arte anche nell’indifferenza e nel disprezzo degli altri, che sa coltivare l’intima felicità dell’esistere anche nei momenti più ardui. Di Stevenson si può dire proprio quello che Stevenson diceva di lui, e cioè che «volava alto sulle difficoltà della vita, come un aquilone portato dal vento». 1 luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 BvS: libri illustrati La “Byblis” dell’illustrazione francese, una raccolta de luxe Il ricercato trimestrale ispirato ai tesori della Chalcographie / 2 CHIARA NICOLINI vevo terminato la prima parte della mia analisi di “Byblis”. Mirroir des Arts du Livre et de l’Estampe, rivista francese pubblicata a Parigi da Albert Morancé tra il 1922 e il 1931, con un breve accenno a un articolo sulle legature di Pierre Legrain apparso nel numero XIII del 1925. Uno dei numeri successivi di Byblis, il XVI, si apre con uno straordinario pezzo sull’illustratore belga Frans Masereel, scritto da Léon Balzagette. Non sappiamo molto di Balzagette, se non che fu biografo e traduttore di Walt Whitman, e che, se il fondatore e direttore di Byblis, Pierre Gusman, gli aveva chiesto di contribuire alla rivista, era perché lo riteneva all’altezza degli altri sceltissimi collaboratori. Probabilmente, visto che Balzagette era amico di Stefan Zweig, e che questi era a sua volta amico di Masereel, non è da escludersi che Balzagette conoscesse Masereel. In ogni caso, il suo commento sull’arte dell’illustratore belga è così puntuale, pregnante e attuale da sembrare scritto appena ieri. Nel 1925, Masereel aveva già raggiunto una fama internazionale A grazie ai suoi libri di immagini senza testo, nei quali il racconto è affidato a una sequenza di vigorose xilografie in bianco e nero. Si tratta di Mon Livre d’Heures (Ginevra, Chez l’Auteur, 1919), Le Soleil (Ginevra, Éditions du Sablier, 1919), Histoire sans paroles (Ginevra, Éditions du Sablier, 1920), e de L’Idée (Parigi, Ollendorff, 1920), di cui la Biblioteca di via Senato possiede preziose copie, e dei quali abbiamo già avuto occasione di parlare (“La Biblioteca di via Senato” n. 6, ottobre 2009, pp. 48-51). In Frans Masereel imagier, illustrato da due xilografie originali firmate (FIGG. 1-2), Balzagette mette subito a fuoco l’eccezionalità dello stile grafico di Masereel, sempre riconoscibile a prima vista per l’accento volutamente primitivo e violento, che ricorda certi personaggi e scenografie del mondo teatrale. La sua visione – scrive Balzagette – «ritaglia nella stoffa del reale immagini il cui vigore cattura tutta la fisicità e, al tempo stesso, tutto il misticismo delle cose. Ma ciò che più sorprende nell’opera di Masereel sono gli sfondi sempre diversi e originali, e il fatto che egli non tema di affrontare soggetti poco nobili, ma, anzi, riesca a trovare ogni volta un modo per nobilitare la volgarità». 7 L’analisi di Balzagette si concentra soprattutto su un altro libro per immagini di Masereel, La Ville, pubblicato dallo stesso editore di Byblis, Albert Morancé, nel 1925. 70 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 3 La Ville, serie di xilografie che ritraggono scene metropolitane, è una kermesse senza fine. Passanti ignari, motori rombanti, torrenti di luci, negozi, piazze, teatri, uffici, movimento furioso, grida, un uomo fermo in una stanza dove i minuti cadono come gocce nel silenzio. Ognuna di queste xilografie esprime l’inquietudine dell’umanità alla perenne ricerca di nuovi dei – nuove maschere da indossare, nuove macchine da comprare, nuove seducenti insegne luminose (FIG. 2). L’estremo realismo delle immagini di Masereel è dato dalla matrice teatrale della sua ispirazione, e dal suo potente istinto drammatico. Per lui tutta la vita è uno spettacolo e la sua arte mostra parecchie affinità con le più recenti produzioni cinematografiche – nota Balzagette. Il suo spirito grandguignolesco rende la sua interpretazione della vita moderna assolutamente unica. I suoi racconti senza parole sono capolavori «où, tous les textes 2 oubliés, il n’a que ses petites rectangles de bois pour réaliser une oeuvre qui tient du théâtre, du film et du poème». Nessuno degli altri maestri della xilografia proposti da Byblis può competere per genialità con Masereel. Tuttavia, alcuni di loro hanno comunque saputo creare immagini di grande impatto estetico, ad esempio René Quillivic, Pierre-Eugène Vibert, André Deslignères, e l’artista russo Jean Lébédeff. La vague (FIG. 3) è una delle due tavole che accompagnano l’articolo René Quillivic graveur Breton (1929, pp. 36-41), in cui Charles Chassé analizza l’influenza dell’attività di scultore di Quillivic, e delle sue origini bretoni, sulla sua arte xilografica. Quillivic, che fu anche pittore e ceramista, reintrodusse l’uso del granito nella scultura – fino ad allora considerato materiale per artigiani – e fissò i canoni della rappresentazione del monumento ai caduti per la libertà. Come intagliatore, non fece mai uso né del rame, né del legno di testa, perché non era interessato al dettaglio. Amava invece il legno di filo, che con la sua morbidezza gli permetteva di scolpire ampie zone di neri e di bianchi, e di dare così la sensazione del volume e del rilievo. «Personaggi, fiumi, onde sembra- luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 71 no uscire dalla pagina» – scrive Chassé – «Quando ritrae un faro, si ha l’impressione di potervi girare attorno». Oltre alla plasticità, l’altra caratteristica delle xilografie di Quillivic è il ritmo grafico. Ne La vague, che appartiene a una serie di 12 incisioni intitolate Histoire de la Mer, le onde sono definite da linee quasi parallele che si arricciano una sull’altra al termine della loro galoppata; la barca segue l’andamento di queste linee linee, come pure la fitta pioggia lungo il bordo superiore dell’immagine. Non così i remi dei pescatori, che si oppongono al movimento delle onde, dando un senso di equilibrio all’intera composizione. Sono geometrie liriche che solo un discendente dei Celti poteva produrre, un Bretone – nota Chassé – al quale gli avi hanno trasmesso la capacità di meditare sulle forze naturali per trasformarle in decorazione pura. Se Quillivic seppe cogliere la personalità del mare, Pierre-Eugène Vibert fu, secondo MattheyClaudet, un «decifratore di anime» (Pierre-Eugène Vibert illustrateur, 1928, pp. 73-75). Nato nel 1875 a Ginvera, studiò a Parigi e, una volta rientrato in Svizzera, divenne professore all’École de Beaux Arts della sua città. Matthey-Claudet lo definisce uno dei migliori illustratori dell’epoca e uno degli artefici della rinascita della xilografia. Fu scoperto dal famoso editore Edouard Pelletan, che gli affidò l’illustrazione di due brevi testi di Anatole France. In seguito, un’altra nota casa editrice dell’epoca, Crès, gli commissionò 4 una serie di ritratti per i 45 volumi della serie “Maîtres du Livre”, tutti caratterizzati da un’intensa penetrazione psicologica, come quello di Léon Bloy qui riprodotto (FIG. 4). Ma Vibert amava anche la natura e illustrò parecchi libri di sog getto paesaggistico/bucolico, che Matthey-Claudet propone di paragonare a quelli figurati dal celebre artista settecentesco Jean Jacques François Le Barbier. Nell’arte xilografica di André Deslignères (1927, pp. 11-16), la poesia della campagna non si incarna in pastori, ninfe e ghirlande: emerge spontaneamente dalla rappresentazione icastica di cose semplici e reali, come un albero, due covoni, un contadino che lavora la terra sotto a un cielo immenso (Le Laboureur, FIG. 5). L’insieme ha la 6 luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 73 5 magnificenza di una georgica virgiliana – scrive Maurice Genevoix, autore dell’articolo. Con Jean Lébédeff si ritorna invece a uno stile xilografico di taglio primitivo: L’adoration des Mages (FIG. 6) che accompagna l’articolo Jean Lébédeff tailleur d’ymaiges [sic] (1930, pp. 115-118) di JeanPaul Dubray sembra quasi un’incisione medioevale. Lébédeff nacque in un piccolo paese russo. Iniziò a dedicarsi alla xilografia quando riuscì finalmente ad andare a Parigi. Dubray definisce la sua arte dolorosa e terribile, e il suo modo d’intagliare il legno quasi feroce; lo paragona a Rodin, Wagner, Manet e Turner: come loro, Lébédeff fu, senza rendersene conto, un rivoluzionario – un creatore assoluto. La fioritura dell’arte xilografica in Italia nelle prime decadi del Novecento è analizzata da Gusman in uno scritto apparso nel 1927, La gravure sur bois moderne en Italie (pp. 122-126), adornato da riproduzioni di Adolfo De Carolis (FIG. 7). Secondo Gusman, l’oblio in cui era caduta questa tecnica ebbe termine con l’edizione definitiva dei Promessi Sposi pubblicata nel 1840 e illustrata da 450 xilografie realizzate su disegni di Franceso Gonin e altri, tutte incise da artisti francesi. La produzione dell’opera, che fu stampata da un tipografo parigino su carta e con inchiostro francesi, costò all’imprenditore Luigi Sacchi 80.000 franchi, somma considerevole per l’epoca. Ma il vero rinnovamento della xilografia in Italia iniziò nel 1902, con la pubblicazione della Francesca da Rimini di D’Annunzio interamente stampata da matrici lignee incise da De Carolis, cui Gusman attribuisce l’invenzione di uno stile nazionale. Il direttore di Byblis cita anche discepoli di De Carolis quali Bruno da Osimo e 74 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 8 Giulio Cisari, ed elogia pubblicazioni come la rivista L’Eroica, fondata nel 1911, e Gli adornatori del libro in Italia 1923-1925 di Cesare Ratta, che definisce «superbe ouvrage». La Biblioteca di via Senato possiede copie di tutte le opere appena menzionate. Sempre nel 1927, proprio alle pagine che precedono l’articolo di Gusman, appare un altro studio sull’arte dell’incisione in Italia, La Chalcographie Royale de Rome, scritto dall’allora direttore Attilio Rossi. La storia della Regia Calcografia ebbe inizio intorno al 1730, quando si sparse la notizia che l’ultimo discendente degli editori de’ Rossi, Lorenzo Filippo, avrebbe venduto ad acquirenti inglesi, per un prezzo di 60.000 scudi, la superba collezio- ne di rami assemblata dalla sua famiglia nel corso del secolo. Contrario all’idea di vedere un tale patrimonio svanire oltre ai confini dell’Italia, e deciso a valorizzare una raccolta che mostrava, attraverso l’opera dei più grandi incisori del XVI secolo, tutta la magnificenza di Roma, il 15 febbraio 1738 il Governo Pontificio acquistò la collezione per 45.000 scudi, con un atto approvato da Clemente XII. Questo primo nucleo della Regia Calcografia venne notevolmente ampliato nel corso dell’Ottocento con acquisizioni di vario tipo, la più importante della quali fu, nel 1840, una raccolta di 1423 tavole incise da Piranesi. All’epoca della scrittura dell’articolo, la Calcografia possedeva 19.623 rami. [Attualmente le matrici ammontano a 23.000, il che fa della Calcografia la 8 più grande collezione di rami al mondo – cfr. www.grafica.beniculturali.it/calcogra.htm]. Madame de Pompadour artiste et graveur: è stato quando sono capitata su questo articolo di Gusman (n. XVII, 1926, pp. 18-30) che ho improvvisamente realizzato quanto scarso fosse il contributo femminile a Byblis. Tra gli oltre cento autori che collaborarono alla rivista c’è una sola donna, la bibliotecaria M.elle J. Duportal, autrice di tre lunghi pezzi su incisori del XVI e XVII secolo. In dieci anni di pubblicazione, solo tre artiste ebbero l’onore di comparire tra le pagine di Byblis: la sopraccitata Madame de Pompadour, la pittrice americana Mary Cassatt, e l’illustratrice francese luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 Mariette Lydis. Della Pompadour, Gusman restituisce un ritratto molto celebrativo: le descrive come mecenate e musa, donna di grande fascino e cultura, abile musicista. Iniziò a dedicarsi all’incisione (FIGG. 8-9) quando Luigi XV, di cui era stata l’amante, la fece trasferire in un meraviglioso appartamento situato nella parte nord della residenza di Versailles. Là, circondata da sete e arazzi preziosi, da quadri e sculture, e da libri rilegati con il suo stemma (la vendita del 1766 ne registrò 3.525), Madame de Pompadour non solo prese a collaborare con l’incisore del re, Jacques Gray, ma allestì anche una sua stamperia privata, con la quale pubblicò opere a carattere per lo più religioso destinate a una circolazione privata, che portavano al frontespizio il luogo di stampa “Au Nord”. Di Mary Cassatt, Georges Denoinville elogia la capacità di creare incantevoli immagini, dipinte e incise, di madri con i loro bambini: sono ritratti totalmente privi di sentimentalismo, così intensi da assurgere a simbolo dell’amore materno. La stessa purezza anima le illustrazioni realizzate da Mariette Lydis per il Dialogue des Courtisanes di Luciano (Govone, 1930), anche se in questo caso protagonista è l’amore sensuale. Eppure non vi è nulla di osceno nelle litografie a colori che adornano il libro: il suo apparato illustrativo è, secondo Maurice Boissais, autore dell’articolo (1931, pp. 75-79), un inno alla giovinezza e a un’epoca pagana nella quale la ri- 75 10 cerca dell’amore e del piacere era naturale e totalmente avulsa dall’idea di peccato (FIG. 10, Dialogue de Cleonarium et de Leoena). La carriera artistica di Mariette Lydis ebbe iniziò quando, ragazzina, sfogliò una copia del Corano e decise di illustrarne i paesaggi. Fu così brava che un critico attribuì l’opera a un miniatore persiano. Tuttavia, scrive Boissais, la critica appare fortemente imbarazzata di fronte alla sua arte, perché le sue immagini hanno un solo punto in comune: non si assomigliano per nulla né nella tecnica, né nel modo di trattare il soggetto, né nello spirito che le anima. Alcune appaiono mascoline e intellettuali, altre esprimono un’acuta sensibilità femminile, altre ancora sono un’orgia decorativa quasi indecifrabile. 76 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Nel suo saggio Les Femmes Bibliophiles de France (Paris, Damascane Morgand, 1886), E. Quantin-Bauchart cita almeno centoventi nomi di nobildonne che possedettero biblioteche; ma si affretta ad aggiungere: quasi tutte consideravano i libri graziosi soprammobili e ne ignoravano totalmente i contenuti. Per fortuna, a un certo punto del suo scritto, de Crauzat interviene in difesa delle donne ricordando alcune vere bibliofile del passato, come Madame de Pompadour, e menzionando la nutrita presenza femminile all’interno delle società bibliofile francesi dei primi del Novecento. Mette inoltre in luce il recente e innovativo contributo femminile ad un’arte che era stata per secoli campo d’azione esclusivamente maschile: la legatura. L’articolo è infatti corredato da una serie di tavole in bianco e nero che riproducono splendide legature di Madeleine Gras e altre celebri legatrici dell’epoca (FIG. 11). 11 In ogni caso, Boissais definisce Mariette Lydis un’artista eccezionale, il che è un grande passo avanti rispetto a certe opinioni riportate da E. de Crauzat in un articolato studio sul rapporto tra le donne e i libri intitolato Les femmes, la bibliophilie et la reliure (1928, pp. 138-151). Le donne di oggi guidano, fanno le aviatrici, l’avvocato, il medico, e presto voteranno – dice de Crauzat. Eppure, anche se ogni epoca ha avuto le sue scrittrici, la bibliofilia sembra restare una prerogativa quasi esclusivamente maschile. Anzi, a partire da Richard de Bury, che nel suo celebre Philobiblon descrive le donne come «bestie bipedi» sempre pronte a scambiare i libri con oggetti di uso domestico più utili e preziosi, il gentil sesso è spesso stato considerato nemico dei libri, quando non addirittura un vero pericolo, peggiore del fuoco e dell’acqua. Secondo de Crauzat, pure il grande bibliofilo francese Octave Uzanne avrebbe detto che le donne e la bibliofilia vivono agli antipodi. In qualità di amante del libro come oggetto ma anche famelica lettrice, nonché collezionista squattrinata, mi sento di replicare «Monsieur, ça n’est pas toujours vrai». Sul “bestie bipedi” di Richard de Bury non commento. Ma solo perché ha scritto uno dei testi più belli di tutti i tempi sull’amore per i libri e credo che questo possa ben valergli il mio perdono. luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 77 BvS: un’utopia sempre in fieri Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Da un’Eneide commentata del ’500 a un’anastatica degli Essais Chiara Bonfatti, Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri e Annette Popel Pozzo [Balbis, Giovan Battista?]. Censura d’un libro intitolato il vero Dispotismo fatta ad istanza d’un ministro regio residente alla corte di Roma, da un vescovo di Lombardia. S.l., s.n., s.d. Edizione considerata estremamente rara con nessuna copia censita in Italia e una sola copia all’estero, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi. Come rivela una notizia nell’Europa letteraria del 1771, l’opera fu scritta dall’ambasciatore piemontese presso il Vaticano, Giovan Battista Balbis, come reazione negativa all’opera di Giuseppe Gorani, Il vero despotismo, pubblicata a Londra (i. e. Ginevra) nel 1770. Corradi, Sebastiano (ca. 15101556). Sebastiani Corradi Commentarius, in quo P. Virgilij Maronis liber primus Aeneidos explicatur. Firenze, Lorenzo Torrentino, 1555. Unica edizione uscita dai torchi del Torrentino. L’autore, fondatore dell’Accademia degli Accesi a Reggio Emilia e noto grammatico, pubblicò nel 1552 presso Torrentino un suo Commentarius, in quo M. T. Ciceronis De claris oratoribus liber. Davila, Enrico Caterino (1576-1631). Historia delle guerre civili di Francia, di Henrico Caterino Davila, nella quale si contengono le operationi di quattro re Francesco II. Carlo IX. Henrico III. & Henrico IIII., cognominato il Grande. Venezia, Tommaso Baglioni, 1630. Prima edizione. L’Autore che fu militare, scrittore e storico italiano, deve i suoi due nomi al ricordo che il padre del Davila ebbe per Enrico III re di Francia e per la regina Caterina de’ Medici. Passò alcuni anni alla corte di Parigi, prima di ritornare nel 1599 a Padova dove si mise al servizio della Repubblica di Venezia. A Parma, nel 1606, frequentò l’Accademia degli Innominati e si inimicò con Tommaso Stigliani a causa di opinioni letterarie. Nel duello che ne seguì ferì gravemente lo Stigliani. Leopardi nella sua Crestomazia italiana loda il linguaggio del Davila. Frizzi, Antonio (1736-1800). La Salameide poemetto giocoso con le note. Venezia, Guglielmo Zerletti, 1772. Prima edizione della Salameide che si compone di quattro canti, in cui sono elogiati tutti i prodotti del maiale, introdotta da un’antiporta incisa che ritrae l’assortito banco del “pizzicagnolo” del tempo. Si tratta di un curioso poemetto di argomento gastronomico dell’Autore ferrarese. Gregory, John (1724-1773). Legato di un padre a sue figlie del sig. Gregory tradotto dall’inglese in occasione delle faustissime nozze del N.H.F. Lorenzo Sangiantoffetti e della N. D. Lucrezia Nani. Padova, Stamperia Penada, 1792. Edizione a cura di Francesco Fanzago (1764-1836), illustre medico padovano. Si tratta con ogni probabilità della prima edizione in italiano, stampata in poche copie per le nozze Sangiantoffetti e Nani, del testo inglese Father’s legacy to his daughters di John Gregory. Non sono censite copie della presente edizione in Italia. Lamberti, Luigi (1759-1813). Osservazioni sopra alcune lezioni della 78 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 Iliade di Omero del cav. L. Lamberti membro del R. Istituto. Milano, Stamperia Reale, 1813. Luigi Lamberti, grecista e direttore della Biblioteca Braidense, successore di Parini alla cattedra di eloquenza di Brera, concepì questo commento ai passi più difficili dell’Iliade come il completamento all’edizione Bodoniana dell’Iliade (1810, 3 voll. in-folio) dal medesimo curata. L’edizione del Bodoni era stata finanziata da Eugène de Beauharnais, figliastro di Napoleone, viceré del Regno d’Italia appena costituito presso la Villa Reale di Monza. È al medesimo che Lamberti dedica questo colto e raffinato lavoro, edito con altrettanta eleganza tipografica. Egli aderisce in ambito letterario alla nuova chiamata alle Arti, sorta per celebrare la nuova era napoleonica, orientata all’antiquaria e alla romanità, dando luogo a prestigiose versioni dei classici. Machiavelli, Niccolò (14691527). Nicolai Machiavelli Florentini Princeps, ex Sylvestri Telii Fulginatis traductione diligenter emendatus. ... Quibus denuo accessit Antonii Possevini iudicium de Nicolai Machiavelli & Ioannis Bodini scriptis. Francoforte sul Meno, Lazarus Zetzner, 1608. Prima edizione uscita dai torchi di Zetzner. L’opera segue la traduzione di Sylvester Telius con un nuovo appendice di Antonio Possevino. Moniglia, Giovanni Andrea (1624-1700). Delle poesie dramatiche di Giovann’Andrea Moniglia Accademico della Crusca. Firenze, Vincenzo Vangelisti, 1689-1690. 3 volumi. Prima edizione dell’opera completa contenente anche qualche opera in princeps. L’Autore, anche medico della granduchessa Vittoria Della Rovere, compose numerosi intermezzi, drammi e poesie. Delle sue opere musicali vengono soprattutto ricordate l’Ercole in Tebe, e il Podestà di Colognole, con le quali contribuì allo sviluppo della commedia musicale in Italia. La presente edizione contiene 25 tavole incise a doppia pagina raffiguranti scenari teatrali. Montaigne, Michel Eyquem NUOVA ACQUISIZIONE DEL FONDO IMPRESA Ermenegildo Zegna – Cento anni di tessuti, innovazione, qualità e stile, Milano, Skira 2010 ubblicato in occasione dei cento anni della prestigiosa azienda biellese. L’anniversario è stato celebrato, nel giugno scorso, anche con una interessante mostra alla Triennale di Milano. Sfogliando il libro, si percepisce come questa grande famiglia abbia mantenuto fede negli anni al progetto P del fondatore, che «aveva avuto tempo per tutto: per la produzione e per la distribuzione del suo prodotto su scala mondiale, per la sistemazione della sua gente in un organico complesso di lavoro e di vita civile, per la valorizzazione dell’ambiente naturale che lo circondava». (Piero Chiara, Oltre l’Orizzonte, 1985) Laura Mariani Conti de (1532-1592). Discorsi morali politici et militari. Napoli, Istituto italiano per gli studi filosofici, 2009. Ristampa anastatica della prima traduzione italiana degli Essais di Ferrara, 1590. Contiene una nota introduttiva di Eugenio Canone e Margherita Palumbo. Piazza, Marco. Il fine della Rivoluzione ossia il trionfo di Dio nella pace. Cantico scritturale di Marco Piazza giureconsulto ed avvocato veneto. Venezia, Stamperia Parolari, 1814. Prima edizione dell’opera nella quale l’Autore si schiera contro la Rivoluzione e lo stesso Napoleone. Si tratta di un “Cantico spirituale” del giureconsulto e avvocato veneziano dedicato all’Imperatore d’Austria Francesco I. Marco Piazza fu autore di numerosi opuscoli di argomento economico che rientrano nella vasta produzione economico-politica tipica del triennio rivoluzionario. Sansovino, Francesco (15211583). Dell’historia universale dell’origine et imperio de Turchi raccolta da m. Francesco Sansovino. Libri tre. Ne quali si contengono le leggi, gli offici, i costumi di quella natione così in tempo di pace come di guerra. Oltre a ciò tutte le guerre fatte da loro per terra & per mare in diverse parti del mondo. Con le vite particolari de i principi Otomanni cominciando dal primo che fondò il regno fino al presente sultan Solimano. Venezia, Francesco Rampazetto e Francesco Sansovino, 1564. Seconda edizione, pubblicata quattro anni dopo la princeps sempre dai torchi di Sansovino. Nelle carte di paratesto il Sansovino offre un elenco degli autori di riferimento per la stesura della luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano sua opera, ovvero Giovanni Antonio Menavino, Teodoro Spandugnino, Papa Pio II, Andrea Cambini, Paolo Giovio, Iacopo Fontano, il segretario d’Ungheria, Marino Bechichemo, Bartolomeo Georgievits, Cristoforo Richerio e l’arcivescovo di Metellino. Esemplare proveniente dalla raccolta del bibliofilo Luigi Serra, duca di Cassano e marchese di Rivadebro (17471825), con il suo ex-libris inciso da Raphael Morghen (1758-1833). Sberti, Anton Bonaventura (1731-1816). Catalogo di alcuni altri padovani celebri ne’ loro secoli diretto al sig. ab. Denina accademico di Berlino e socio dell’Accad. di Padova. Padova, Conzatti, 1796. Prima edizione dell’opera nella quale l’Autore cataloga, ordinandoli in base alla loro qualifica, illustri cittadini padovani. Continuando e ampliando la celebre Lettera d’un padovano al ... Denina di Melchiorre Cesarotti, come si evince dalla stessa Prefazione, lo Sberti offre un elenco esauriente delle più celebri personalità patavine delle arti letterarie, della poesia, nonché della medicina, botanica e giurisprudenza. Il Catalogo si trova legato assieme alla continuazione, sempre in prima edizione, Aggiunta al catalogo dei padovani celebri ne’ loro secoli stampato in Padova 1796. in 8. S.l. [i.e. Padova?], [nessun editore], s.d. [post 1796]. Scilla, Agostino (1629-1700). De corporibus marinis lapidescentibus quae defossa reperiuntur auctore Augustino Scilla addita dissertatione Fabii Columnae De glossopetris editio altera emendatior. Roma, Angelo Rotili & Filippo Bacchelli & Venanzio Monaldini, 1752. Terza edizione latina con 32 tavole incise su rame, identica alla seconda, di La vana speculazione disingannata del senso (Napoli, 1670; la prima edizione della versione latina, anonima, è del 1747). Importante studio sui fossili marini del Sud Italia ed uno dei primi lavori geologici riguardanti la teoria del Diluvio, richiamato da Leibniz nello scritto Protogaea sive de prima facie Telluris. L’opera, fra l’altro, confuta sia la tesi della crescita dei metalli nelle miniere sia l’idea (sostenuta in particolare da Athanasius Kircher) che i fossili siano creati dalla natura come simboli dotati di significato. La presente edizione contiene anche una dissertazione di Fabio Colonna (1567-1640) sulle glossopetre, ritenute sino ad allora (secondo una tradizione che risale a Plinio il Vecchio) lingue di serpente pietrificate; il Colonna dimostra per la prima volta che esse sono in realtà denti di squalo fossili. Lo scritto del Colonna era apparso precedentemente nel 1616 all’interno del suo volume De Purpura. Agostino Scilla viene anche ricordato come noto pittore siciliano. Nel Duomo di Siracusa si trovano affreschi suoi. Tissot, Samuel Auguste André David (1728-1797). De la santé des gens de lettres, par m. Tissot, doct. & prof. en Médecine, de la Soc. Roy. des Scienc. de Londres, de l’Acad. Méd. Phys. de Basle, de la Soc. Econom. de Berne. Losanna e Lione, François Grasset & C. e Benoit Duplain, 1775. L’opera si basa su una lettura inaugurale fatta da Tissot in qualità di professore di medicina come appuntamento onorario per l’Accade- 79 mia di Losanna. L’Autore cerca di investigare le problematiche inerenti alla salute degli intellettuali e tra i tanti consigli che dispensa, si sofferma anche ad indicare gli alimenti utiles e quelli nuisibles, i rimedi contro il raffreddamento dei piedi e i dolori alla testa, ecc. Là dove la prevenzione non può più a nulla servire, Tissot inizia a preparare l’uomo di lettere all’atteggiamento da osservare: «Il faut qu’il oublie qu’il y a des sciences & des livres; la porte de son cabinet doit être fermée pour lui, & il doit se livrer uniquement au repos, à la gaieté, aux plaisirs de la campagne, & devenir ce que la Nature a fait les hommes, laboureur ou jardinier» (p. 235-236). Tomasini, Giacomo Filippo (1595-1655). Iacobi Philippi Tomasini Patavini episcopi æmoniensis Petrarcha redivivus, integram poetæ celeberrimi vitam iconibus ære cælatis exhibens. Accessit nobilissimæ feminæ Lauræ brevis historia. Editio altera correcta & aucta. Cui addita poetæ vita Paulo Vergerio, anonymo, Iannozzo Manetto, Leonardo Aretino, et Ludovico Beccadello auctoribus. Item, V. C. Fortunii Liceti ad Epist. Tomasini de Petrarchæ cognominis ortographia responsum. Padova, Paolo Frambotto, 1650. Edizione impreziosita da incisioni in rame che raffigurano la Vallisclusa con Arquà Petrarca, il Petrarca, Laura, la celebre fontana, la casa del Petrarca e la planimetria della stessa, il gatto, la lapide e il monumento del poeta, ecc. L’opera contiene anche 6 incisioni calcografiche numerate raffiguranti immagini simbolico-mitologiche del Petrarca (la fenice, Petrarca e il cigno, ecc). 80 la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010 La pagina dei lettori Bibliofilia a chiare lettere La mostra di agosto 2009, le nostre pubblicazioni e i vostri lasciti Ho saputo che lo scorso anno presso la vostra Fondazione si è tenuta una mostra bibliografica intitolata a Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Esiste un catalogo di quella mostra? Stefano Bergamaschi La Mostra bibliografica Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia è stata organizzata in occasione del Congresso mondiale dell’IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions) che si è svolto a Milano nell’agosto 2009. Come le altre biblioteche milanesi, anche la nostra Fondazione ha voluto rendere omaggio all’evento attraverso una mostra che aveva l’intento di presentare il fondo più rappresentativo della biblioteca – l’Utopia – attraverso le rarissime prime edizioni di due “grandi” di cui possediamo l’Opera omnia pressoché completa. Tuttavia, il catalogo di tale mostra non è ancora stato realizzato. Dopo aver già pubblicato nel 2001 l’ormai esaurito catalogo su Tommaso Campanella non escludiamo uno studio simile su entrambi i filosofi in futuro. Tutte le pubblicazione della Fondazione Biblioteca di via Senato possono essere acquistate presso il Bookshop della Sala Esposizioni della nostra sede in via Senato 14. È inoltre possibile fare esplicita richiesta di spedizione del volume desiderato a seguito di un pagamento bancario anticipato (comprese le spese di spedizione) e dell’invio tramite fax della ricevuta del bonifico. Le nostre pubblicazioni possono inoltre essere ordinate presso le librerie della rete distributiva di Mondadori. Se volete scrivere: [email protected] Tutti i numeri sono scaricabili in formato pdf dal sito www.bibliotecadiviasenato.it Sarei interessata ad alcune pubblicazioni della vostra Fondazione. Dove possono essere acquistate? Francesca Luppi Mi piacerebbe poter cedere alla vostra Fondazione parte della mia biblioteca personale. Quali sono i vostri requisiti per accettare la donazione? Fabio Ceruti La Fondazione è solita accettare con grande piacere ed estrema gratitudine le donazioni di privati, sempre però contestualmente allo statuto della biblioteca e in sintonia con i fondi che essa possiede. Naturalmente, le valutazioni in merito a eventuali lasciti possono variare da caso a caso. Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri annuali. Versamento a mezzo bonifico intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato via Senato 14 - Milano” presso Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Segrate IBAN: IT 60 K 01030 20600 000001941807 ARMANDO TESTA T H E R E A L E X P E R I E N C E w w w. l a v a z z a . c o m