la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno II
n.7 – luglio/agosto 2010
La biblioteca di
Mario De Micheli
in via Senato
Italo Mazza, Matteo Tosi,
Anna e Gioxe De Micheli
I diari del Duce:
occhi su gerarchi
e Gran Consiglio
I libri di Borges
ne raccontano
vita e pensiero
Matteo Noja
e Laura Mariani Conti
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.7/13 – MILANO, LUGLIO/AGOSTO 2010
Sommario
4 I diari di Mussolini in BvS / 4
I GERARCHI VISTI DA
VICINO
14 Il “fondo De Micheli” in BvS
ALLA RICERCA DI UNO
SPAZIO ADEGUATO
di Italo Mazza
18 Il “fondo De Micheli” in BvS/2
POESIA E CRITICA D’ARTE,
ECCO LA SUA EREDITÀ
di Matteo Tosi
22 Il “fondo De Micheli” in BvS/3 *
L’ADA E IL MARIO, LA VITA
DEI NOSTRI GENITORI
di Anna e Gioxe De Micheli
28 BvS: il libro ritrovato
UNA BIBLIA DI FINE ’400
E LA SUA STORIA
di Annette Popel Pozzo
33 inSEDICESIMO – le rubriche
IL TEATRO DI VERDURA
E PHILIPPE DAVERIO,
ASTE, CATALOGHI,
L’INTERVISTA,
RECENSIONI,
APPUNTAMENTI E MOSTRE
50 I racconti di una biblioteca
IN POCHI VOLUMI,
UN’INTERA
ENCICLOPEDIA
BORGESIANA
di Laura Mariani Conti
e Matteo Noja
65 L’Erasmo: pagine scelte **
R.L. STEVENSON,
LO SCRITTORE
AVVOLTO DI FELICITÀ
di Attilio Brilli
68 Libri illustrati in BvS
LA “BYBLIS” DELLA
ILLUSTRAZIONE FRANCESE,
UNA RACCOLTA DE LUXE / 2
di Chiara Nicolini
77 BvS: un’utopia sempre in fieri
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA NOSTRA BIBLIOTECA
di Chiara Bonfatti,
Arianna Calò,
Giacomo Corvaglia
e Annette Popel Pozzo
80 La pagina dei lettori
BIBLIOFILIA
A CHIARE LETTERE
* tratto dal catalogo La Donazione Ada e Mario De Micheli
della Biblioteca Comunale di Trezzo sull’Adda
** tratto da l’Erasmo n.29 gennaio-marzo 2006, Ambiguità della felicità
Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
Marcello Dell’Utri (presidente)
Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel,
Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli,
Carlo Tognoli
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Collegio dei Revisori dei conti
Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
Francesco Antonio Giampaolo
Fondazione Biblioteca di via Senato
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Chiara Bonfatti sala Campanella
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Giacomo Corvaglia sala consultazione
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Malaparte
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e del Fondo Moderno
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Stampato in Italia
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Bollettino mensile della
Biblioteca di via Senato Milano
distribuito gratuitamente
Fotolito e stampa
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Referenze fotografiche
Saporetti Immagini d’Arte Snc,
Milano
L’editore si dichiara disponibile
a regolare eventuali diritti
per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire
la fonte
Immagine in copertina:
Zhou Zhiwei,
Ritratto di Mario De Micheli,
1999
Errata Corrige: a pagina 32
dello scorso numero (giugno 2010),
all’interno dell’intervista dedicata
a Pablo Echaurren, abbiamo
erroneamente denominato
Renato lo storico editore e libraio
antiquario Roberto Palazzi.
Ce ne scusiamo con i lettori.
Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
ome annunciato nello scorso numero,
questa estate la nostra Biblioteca si
arricchisce di un altro prestigioso fondo
librario – appartenuto al noto storico dell’arte
Mario De Micheli e alla sua consorte –,
che iniziamo a presentarvi già in queste pagine.
Un ulteriore fiore all’occhiello anche
per il nostro “bollettino”, quindi, che grazie
alle novità già presentate negli scorsi numeri
(dal fondo Malaparte ai diari di Mussolini),
è riuscito a conquistarsi l’attenzione
di appassionati e curiosi lettori.
Bibliofili o semplici amanti della lettura
che crescono di mese in mese, manifestando
il loro interesse e la loro voglia di leggerci anche
al di fuori di Milano e degli spazi limitati
C
della Biblioteca di via Senato.
Per loro – e per un numero di interessati
che speriamo possa crescere ancora – abbiamo
così deciso di sperimentare una sorta di servizio
di abbonamento a queste nostre pagine,
che ci ripromettiamo di continuare a regalare
a chiunque ne faccia richiesta, in cambio
della sola copertura delle spese di spedizione,
consistenti in 20 euro per i 10 numeri
di ogni annata, ferma restando la completa
gratuità della rivista per chi passa a ritirarla
presso la nostra sede.
Chi fosse interessato, trova tempistiche
e modalità della sottoscrizione a fine fascicolo,
nella pagina già abitualmente riservata al dialogo
con i nostri lettori.
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
I diari di Mussolini in BvS / 4
I GERARCHI VISTI DA
VICINO
Giudizi a ruota libera: «è ora della verità anche se scotta»
a notizia è di questi giorni: la prestigiosa
casa editrice Bompiani stamperà
in autunno i cinque diari di Mussolini.
Saranno in libreria con una cadenza
di 4-5 mesi a partire dall’agenda del 1939.
L’Editore non s’impegna a dare alcun
certificato di autenticità, ma presenterà
gli scritti così come sono, con qualche utile nota,
lasciando che il comune lettore ne giudichi
il grado di veridicità.
L
Questa è forse la quarta e ultima occasione
per il nostro “bollettino” di presentare
in anteprima alcune pagine significative.
In questo numero doppio si mette in
evidenza la capacità di Mussolini di giudicare
le persone a lui più vicine, a partire dai generali
Graziani e Badoglio, per finire con i gerarchi
visti durante la seduta del Gran Consiglio del
Fascismo del 7 dicembre 1939, l’ultima effettuata
prima di quella fatidica del 25 luglio 1943.
6
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
7 dicembre 1939
Stasera alle 22 si è riunito il Gran Consiglio
del fascismo – C’erano tutti ed io li ho osservati
ad uno ad uno.
Validi?
Alcuni si, altri no, altri fanno numero, e ci sono
perché c’erano – altri sono a doppio rovescio e sono
i peggio –
Vediamoli da vicino, come li ho visti io:
Balbo – un grand’uomo – solido, forte
e franco io lo apprezzo perché dice ciò che pensa
anche se offende –
De Bono si è cristallizzato in un sistema
che non ammette nessuna innovazione – De Vecchi
(a parte il fisico che mi è sempre stato
particolarmente antipatico) è un prepotente
un despota a scartamento ridotto pronto però
a trasformarsi in un individuo pericoloso –
e c’è Grandi eccellente simulatore, anche
costui si è creato un epicentro di supremazia un
piccolo dominio privato, ma intendiamoci è un
giullare perfetto tipico e untuoso –
Suardo ecco questo è colui dal quale non si
possono prevedere delle delusioni – è molto signore
equilibrio onestà fiducia –
Non così posso pensare di Federzoni
più versato all’intrigo, un modo di agire
non perfettamente chiaro –
ed ecco Farinacci – se io fossi un vendicativo
o un vero tiranno (come qualcuno vagheggia)
me lo sarei già levato di mezzo - ma io da buon
romagnolo stringo la mano anche ai miei nemici,
li tengo d’occhio ma li lascio dove sono.
Farinacci è pericoloso ha falsato il fascismo
di Mussolini per farsene uno a modo suo
programmato sulla violenza e sul ricatto –
8
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
15 gennaio 1938
Una giornata senza particolare rilievo –
vorrei fermare il pensiero su alcuni personaggi –
il generale Graziani Gran soldato rigidi principi
disciplina ferrea –
Non ladro – troppo evoluto per esserlo –
Altro temperamento altro stile al confronto
Badoglio stratega apprezzabile non invidia altri
che potrebbero pareggiarlo –
Non ha simpatia per i tedeschi – Non teme
confronti – Il fisico rispecchia perfettamente
il carattere –
Alto prestante naso un po’ pronunciato
labbra tese in un atteggiamento perennemente
sdegnato anche quando non lo è – volto smagrito
capellatura abbondante sciolta –
Atteggiamento atto al comando
che manifesta per abitudine e anche per tendenza
personale –
17 e 18 gennaio 1938
Ancora attenzione rivolta ai personaggi
che animano il mondo d’oggi –
Il generale Badoglio Ritengo che più bravo
nell’arte militare fosse un improvvisatore
fortunato a causa della sua intraprendenza riuscì
a porsi in prima linea e a ottenere i posti
migliori –
Di fronte esprime una devozione così
intensa un senso di confidenza un rispetto proprio
esagerato ma invero s’abbandona a critica
spietata improperi volgarità – è di una falsità
quasi perfetta –
Dopo la repentina partenza dall’Etiopia
dove non voleva affrontare le conseguenze
di qualche nucleo ribelle – si premunì bentosto
di arraffare quanto più potè delle rimaste
ricchezze del Negus – prese tutto – tutto quanto
poteva assumere valore –
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Un’avidità spinta all’eccesso – un istinto
irriducibile verso il possesso – verso il
ladroneggio –
Un ladro matricolato – Egli non poteva
abbandonare qualcosa – doveva provare il gusto
e il piacere di prendere roba d’altri –
L’aspetto fisico mi è sempre stato odioso
Un muso smussato gola piena naso
schiacciato occhi stretti, stizzati – rivolti all’ingiù
– espressione per niente intelligente –
Un brutto plebeo vestito a festa – fumatore
accanito – sedentario – sportivo solo nel monotono
gioco delle bocce –
C’è altro? ma si c’è altro –
Non è mai esaurita la classifica di un tale
individuo –
Per ora basta così –
9
19 e 20 gennaio 1938
Anche oggi voglio continuare la rassegna
dei personaggi del regime –
Oggi l’attenzione va su uno meno noto
e meno importante:
De Vecchi di Val Cismon – Cesare Maria –
Bel nome eh! Vanno di moda i conti o altri
quarti di nobiltà – e quanti ve ne sono di
improvvisati –
Chi è questo De Vecchi? È stato uno
del gruppo che ha dato avvio al fascismo un
quadrumviro. È venuto a Roma nell’ora fatale.
Poi ha operato con mezzi autonomi ed è stato
un violento un prepotente – sì – uno spietato.
A Torino fece le spedizioni punitive con larga
esibizione di mezzi repressivi –
Poi… poi si è convertito si è santificato –
Religiosissimo genuflettente amico – tanto
amico di vescovi preti monache di tutte le classi –
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Benefattore con la consorte – prodigo di opere
di bene –
In Somalia dove ebbe carica primaria
si tirava dietro un codazzo di preti ogni volta che
usciva in pubblico. I missionari della Consolata
dimentichi del suo passato – perdonanti
santificavano i suoi passi –
Ciò si ripete a Rodi. Il piccolissimo sovrano
voleva sempre residenze particolari e vi veniva
inviato per levarselo di mezzo – per regolare la sua
presenza e quella dell’intrigante metà a molti
chilometri dall’Italia –
Ora dov’è? Sotto la cotta di qualche prelato e
adocchia il momento buono per fare qualche colpo –
No – non sono inferocito verso qualcuno
di quelli che mi sono stati vicini – ma è ora
della verità anche se scotta.
Italo Balbo passeranno gli anni il tempo
coprirà il tempo ma il suo nome non verrà mai
dimenticato –
Grande aviatore protagonista delle più
eccezionali imprese internazionali – nelle quali
raggiunse subito i più ambiti traguardi –
Invidia? eh! sì un po’… ho sempre amato
il volo e mi sono sentito piccolo di fronte a lui –
È stato nominato governatore della Libia –
il compito non è facile ma di grande prestigio –
e il comandante Balbo lo conduce con estrema
perizia –
Vi è diffusa l’opinione che mi sia nemico –
No – non può essermi nemico. Egli la pensa
a modo suo io al mio
Talvolta i nostri intenti non coincidono però
non tali da suscitare una inimicizia
Il fisico?
Eh! è un bell’uomo un tipo d’effetto può essere
soddisfatto – I suoi successi verso un raro e
primissimo personaggio femminile di elevata
bellezza sono noti non soltanto a me –
I suoi romantici incontri della beltà durante
una protocollare visita alla Libia –
21 e 22 gennaio 1938
Voglio ancora parlare di un uomo eccezionale
uno dei migliori – anche se dotato di molta
superbia -
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Il “fondo De Micheli” in BvS
ALLA RICERCA DI UNO
SPAZIO ADEGUATO
Come e perché il Comune di Trezzo ci affida il prezioso lascito
ITALO MAZZA*
on atto formale siglato lo scorso giugno, il Comune di Trezzo sull’Adda ha affidato in custodia ,
per la durata di cinquant’anni rinnovabili, alla
Fondazione Biblioteca di Via Senato il fondo De Micheli.
La raccolta si compone di circa 26.000 volumi e
opuscoli (di cui 22.420 catalogati in SBN), circa 157 testate non catalogate (inventario a stampa), fotografie,
diapositive, manoscritti e dattiloscritti vari: in sostanza,
la libreria personale e gli strumenti di lavoro accumulati
nell’arco di una vita dal noto storico e critico d’arte Mario de Micheli (Genova 1914- Milano 2004).
C
Il trasferimento del bene è motivato dall’impossibilità di mantenerlo, particolarmente in un periodo di
congiuntura come quello presente,
ma soprattutto dalla volontà di promuoverlo e valorizzarlo al meglio in
una delle sedi milanesi più prestigiose, la più idonea a gestirlo, accanto ad altri importanti fondi del Novecento in suo possesso (Impresa,
Malaparte, Gobetti, Mussolini
ecc.).
Vi è la certezza che a Milano
una simile raccolta possa finalmente
avere il riscontro dovuto da parte di
A sinistra: Franco Francese,
De Micheli che legge Majakowskij, 1955.
A destra: Gioxe De Micheli, Ex-libris
storici, studiosi e addetti ai lavori; riscontro che invece
in due anni d’apertura al pubblico è risultato quasi insignificante nella Biblioteca comunale dov’era conservata, se paragonato agli ingenti investimenti per adattare il
piccolo ente all’accoglimento del bene.
A me, nuovo assessore alla cultura del Comune di
Trezzo sull’Adda, è data l’opportunità di tracciare una
breve cronologia dei fatti che accompagnano questa vicenda rivelatasi per Trezzo un vero e proprio caso: “l’affaire De Micheli”! Occorre retrocedere al secolo scorso
per focalizzare una precisa strategia politica insinuatasi
nel tessuto culturale.
Dal 1960, per circa tre lustri, l’unica manifestazione artistica in paese era gestita dalla sezione culturale
comunista “Gruppo Amici de l’Unità”, cioè un concorso di pittura estemporanea presieduto dall’Onorevole Raffaele De
Grada. Com’è noto, Mario de Micheli fu tra i fondatori del “Movimento Corrente”, cui aderiranno lo
stesso De Grada e gli artisti ugualmente iscritti al PCI presenti in
quella giuria (ritrovati ampiamente
documentati nel fondo).
Nel 1970 la Sinistra sale al potere e spiana la strada all’accoglimento del bene. Negli anni a seguire lo storico dell’arte incominciò a
frequentare la nostra Biblioteca,
presenziando anche in alcune mostre del Gruppo Artisti Trezzesi,
che man mano si sovrappose al pre-
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
cedente, sostituendolo nel 1977 ed accogliendo al suo
interno anche esponenti della DC: da ora l’associazione
si professerà apolitica. Si arriva al 1985 e l’Amministrazione di Centro Sinistra concepirà una sorta di dare/avere, ovvero un alloggio al De Micheli da abitare fino alla
morte in cambio del suo “patrimonio librario e artistico”
(per artistico si intendano i 69 disegni sul tema della Resistenza e la grafica, staccati dal fondo e destinati in custodia alla Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente). Ma è difficile pensare che lo storico eleggesse
Trezzo a seconda residenza solo per motivi sentimentali
(vi era nata sua madre), o che la Comunità desiderasse
tanto un simile dono da un signore (ovviamente senza
togliere merito a niente e a nessuno) che la maggior parte dei cittadini conosce solo oggi, grazie alle informazioni dei giornali locali intorno al rifiuto dell’integrazione degli eredi.
Ad ogni buon conto il congegno fu costruito bene
e l’accordo fu siglato, dopo che un sindacalista e un insegnante, componenti della Commissione della Biblioteca comunale Alessandro Manzoni, si recarono nello studio milanese di De Micheli ed espressero «parere lusingato per l’attenzione ed il privilegio che il noto scrittore
ci riservava».
L’alloggio si tradusse in un’abitazione più che diDE MICHELI STESSO AUSPICAVA UNA SISTEMAZIONE DEFINITIVA PER LA COLLEZIONE
La Quadreria Crivelli, un «dono prezioso»
e scoperte di grande valore
artistico che si sono man
mano rivelate, grazie anche
alla collaborazione dei restauratori, ci
permettono di giungere alla sistemazione
definitiva della Pinacoteca Comunale,
ambientata nel complesso degli arredi
della Villa, affinché si ricostruisca l’unità
stilistica di questo nostro monumento che
è di proprietà pubblica e quindi a servizio
della cittadinanza”. Queste le parole del
sindaco Colombo, stampate in occasione
della prima esposizione della quadreria
Crivelli nella primavera del 1975.
“L
Già allora, il primo cittadino anticipava le attuali concezioni in campo
museale, quelle di lasciare una collezione
nell’ambiente originario, nel nostro caso,
la casa del collezionista. E se costui era don
Vitaliano dei marchesi Crivelli (18061873), si capisce di che abitazione si tratti
e quale straordinaria raccolta di dipinti
abbia potuto mettere insieme il suo ospite.
La dimora, acquistata dal Comune nel 1966, viene adibita a Biblioteca Comunale, il salone d’onore e due
stanze del piano superiore si riservano
per occasioni espositive. In questo periodo,
l’edificio vive la stagione migliore, mantenendo la dignità di una tra le ville di
delizia più belle del paese, con l’entrata
principale ancora in asse al viale, tutta la
mobilia di casa presente e il doveroso
“silenzio” che s’addice a una Biblioteca.
In questa rara atmosfera vengono
esposti i circa 50 dipinti della collezione ed
è facile intuire il consenso che la rassegna
riscuota anche in ambito regionale. A
mostra finita, le opere sono chiuse in una
stanza della villa, per riapparire al pubblico nell’estate del 1990 al Castello. A
presentarle è Mario De Micheli, che ne
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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gnitosa nel Centro storico, cui seguirono onorificenze
cittadine e in ultimo il sepolcreto nel nostro cimitero.
L’anno successivo si attivarono i lavori per adeguare villa Crivelli (sede della biblioteca), ultimati nel 1988
con il riattamento dell’annessa foresteria a contatto dove venne alloggiato il fondo, traducendosi in uno spazio
pari a circa la metà del piano superiore dell’immobile,
così da configurarsi non come una sezione del piccolo
ente, bensì come una biblioteca nella biblioteca.
Di qui i disagi funzionali che ne derivarono subito,
costringendo a un’interazione forzata personale e fruitori, già penalizzati dall’esclusione del salone d’onore
adibito al Consiglio comunale. Il 1° maggio del 1989, la
donazione venne inaugurata in pompa magna, ma fu
aperta alla consultazione solo nel novembre 2008.
L’onere della sola catalogazione impegnò soldi e
risorse per circa 20 anni. Fu l’unico grande progetto
culturale che occupò due bibliotecari (uno fece in tempo ad andare in pensione), funzionari di pari categoria e
specialisti assunti a tempo determinato, senza contare
un gruppo di generose volontarie che appresero a confezionare ogni tipo di contenitore per opuscoli, manoscritti, fotografie ecc.
Ma la storia continua e si complica. Nel 2007, gli
eredi De Micheli decisero di integrare la donazione con
esorta “una sistemazione definitiva”, in
quanto”eredità che Trezzo ha ricevuto
quale dono prezioso del suo passato”.
Dopodiché, purtroppo, vengono confinate in un deposito esterno non adeguato.
Fa eccezione la tela di Giuseppe
Bossi (Incontro di Edipo cieco con le figlie)
che, date le dimensioni (cm.495x290),
rimane nell’originaria collocazione sul
muro di centro del salone d’onore. A raggiungere l’Edipo nella villa, sempre nello
stesso anno, sono ancora quattro dipinti:
due “tribolate Pomone” di Agostino
Comerio (Andromeda allo scoglio,
Maria Maddalena penitente) collocate
nell’atrio d’ingresso, e due delicatissime
marine del Settecento piemontese, che
prendono posto sul pregevole scalone.
Il restauro della tela del Bossi è affidato al Laboratorio Nicola di Aramengo d’Asti, grazie al contributo della Fondazione Falk, mentre l’intervento sulle
quattro opere alla C.R.D. di Lazzate,
grazie al contributo dei Trezzesi: Adda
Nastri, Satri, Eco Zinder, Pro Loco. Una
quinta opera, restaurata ancora dalla
C.R.D., è donata dalla Classe 1962, ma
attende ancora d’essere mostrata. Trattasi di uno straordinario dipinto su tavola
raffigurante una Madonna con Bambino di scuola leonardesca (vedi foto sopra),
che «rivela la dipendenza diretta dalla
Vergine delle Rocce, noto dipinto di
Leonardo realizzato tra il 1483 e il
1486, durante il suo primo soggiorno
milanese e successivamente replicato».
Oggi, la nostra volontà desidera
concretizzare gli auspici di chi ci ha preceduto, ovvero di vedere finalmente esposta
l’intera collezione Crivelli nelle stanze
della Biblioteca. Un tributo che dobbiamo
ai cittadini e alla Cultura tutta. La
quadreria spazia in un arco temporale di
quattro secoli, comparando per certi periodi scuole e ambiti pittorici del nord e centro Italia, e annoverando autori come
Carcano, Fontebasso, Grimaldi, Comerio, Bossi, Scrosati o d’attribuzione come
Romanino, Migliara, Canella, Magnasco, comprendendo temi, caratteri e
generi, di lettura e interesse universale.
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
«buona parte della collezione di opere d’arte appartenuta al genitore», costituita da circa 800 pezzi tra dipinti, sculture e disegni. Nell’agosto stesso, si deliberò di
accettarne la custodia temporanea, divenuta definitiva
nel maggio 2009 con impegno formale (ma le opere finirono in uno scantinato).
Il Comune accettò la condizione degli eredi di impegnarsi a «individuare uno spazio museale, atto ad accogliere ed esporre la collezione», dove sarebbe confluito anche il fondo.
come ha scritto certa Stampa –, nel secondo restituendo
le opere agli eredi come da contratto modale, precisamente ottemperando all’ultimo punto delle condizioni,
là dove si legge che «per qualsiasi ragione il Comune
non ritenesse, o non fosse in grado, di realizzare il museo ne darà tempestiva comunicazione alla famiglia de
Micheli, nella cui piena disponibilità dovrà ritornare la
collezione, salvo che non venga individuata, di comune
accordo, una diversa destinazione».
E nemmeno Villa Crivelli verrà abbandonata al
suo destino. Anzi, la sede della Biblioteca riceverà anche
un compito più vicino alla sua storia, tornando a ospitare la quadreria del suo più antico e illustre abitante, don
Vitaliano dei marchesi Crivelli (1806-1873), una splendida collezione pittorica (vedi box in queste stesse pagine) che racchiude quattro secoli di storia dell’arte.
E già i contestati lavori di smantellamento del fondo De Micheli sono stati di buon auspicio in questo senso. Da alcune scaffalature “dimenticate”, infatti, sono
tornati alla luce centinaia di antichi volumi appartenuti
allo stesso marchese Crivelli, all’ingegner Angelo Gardenghi e ad Anna Fontana Orsi, ultima abitante del Castello visconteo: un’altra scoperta tutta da studiare.
* Italo Mazza, Assessore alla cultura
del Comune di Trezzo sull’Adda
S’innescò così lo studio di prefattibilità per «rilanciare il ruolo di Trezzo e del suo Centro Storico», derivando il museo nel parco stesso della biblioteca, vero e
proprio ecomostro, stimato qualcosa più di dieci milioni di euro, oscurante la veduta di una delle ville storiche
più belle del paese, divenuto nel frattempo città.
A concludere questa lunga vicenda e a ridimensionarla alle effettive disponibilità della cassa comunale intervengono però le elezioni comunali del giugno 2009.
La nuova Amministrazione decide diversamente sia per
il fondo, sia per l’integrazione degli eredi.
Nel primo caso affidando il bene in custodia e non
«volendosene liberare» o, peggio, «buttandolo via» –
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Il “fondo De Micheli” in BvS / 2
POESIA E CRITICA D’ARTE,
ECCO LA SUA EREDITÀ
Tra i suoi libri, le sue foto e le sue carte c’è un mondo da esplorare
MATTEO TOSI
eve ben esserci qualcuno che ci vuole male, se a
ogni annuncio o quasi della Biblioteca di via
Senato seguono giorni - se non settimane - di
polemiche, e teorie di articoli dal tono sospettoso e indagatore su svariati media di portata nazionale e non. E
l’impressione di non essere particolarmente graditi a
qualcuno si rafforza in virtù delle polemiche stesse, o
meglio delle loro ragioni, troppo spesso così diverse tra
loro, di volta in volta, per poter essere tutte vere o quantomeno verosimili, diciamo “sincere”.
E così, dopo le accuse di aver impunemente cercato di rivalutare l’immagine pubblica di Mussolini attraverso l’acquisto e la pubblicazione dei suoi diari, ecco
che la nostra recente acquisizione del fondo De Micheli, testè affidatoci dal Comune di
Trezzo sull’Adda, ha subito fornito
l’occasione a qualcuno per sospettarci di voler tramare insieme alla
suddetta istituzione nel tentativo di
adombrare la memoria del “compagno De Micheli”. E se prima la cosa
era aggravata dall’aver strapagato
delle agende che qualcuno voleva
false e mendaci a tutti i costi, questa
volta il dolo maggiore starebbe nell’aver portato a casa una sorta di autentico vangelo della critica senza
spendere il becco di un quattrino.
Ma forse, questi cultori della
dietrologia a tutti i costi, a furia di
pensare al complotto non sono più
in grado di fare i conti con la realtà e
D
con il buon senso, e pensano davvero che il Comune di
Trezzo si sia voluto disfare di un patrimonio così prezioso per pura battaglia ideologica e che la Biblioteca di
via Senato abbia offerto i propri scantinati più umidi e
polverosi per comprometterlo definitivamente.
La realtà delle cose, invece, dice che, nonostante il
tempo, le risorse umane e i soldi spesi negli anni, la Biblioteca “Alessandro Manzoni” della cittadina lombarda non
sia riuscita a offrire al fondo (librario e non solo) ricevuto
in dono dai coniugi De Micheli il giusto spolvero e l’adeguata accessibilità da parte di studenti, appassionati e studiosi, e che la nuova giunta abbia così pensato di trovargli
una sistemazione più adeguata al suo
pregio, cercando di riportarlo in
quella Milano che fu il centro vibrante della vita e del lavoro di Mario De
Micheli, che proprio all’ombra della
Madonnina si laureò, aderì al gruppo
di “Corrente”, scrisse, curò mostre e
ottenne una cattedra di Storia dell’arte e della letteratura italiana e una di
Sociologia dell’arte e della cultura
(entrambe presso la facoltà di Architettura del Politecnico).
L’altra evidenza, poi, quella
forse più sgradita ai “nostri”, è che
un’istituzione che pone la cultura al
centro del proprio agire, non può
che infischiarsene del colore e della
provenienza delle opere di valore, e
20
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
che la Biblioteca di via Senato ha dimostrato ancora una
volta di muoversi e di impegnarsi in questa direzione,
mettendo a disposizione spazi, persone e risorse economiche in virtù della serietà di questo lascito e non
della sua “appartenenza”.
Se anche, infatti, la nostra Fondazione ha ricevuto
in custodia a titolo gratuito il Fondo di Mario e Ada De
Micheli per i prossimi cinquant’anni, non si può non sottolineare che gli oltre 26.000 volumi e opuscoli (quasi tutti già catalogati), a meno di un mese dal loro arrivo in via
Senato sono già stati sistemati in una nuova ala della Biblioteca, appositamente ristrutturata e climatizzata, a
disposizione di quanti vorranno conoscerli, studiarli e
approfondirli. E ancora, che è invece già iniziato il nostro
specifico lavoro di catalogazione delle numerosissime testate censite nel Fondo, così come dei vari manoscritti e
dattiloscritti, mentre si sta già cercando di organizzare
per il prossimo autunno “l’assalto” all’altrettanto imponente raccolta di fotografie e diapositive che, spesso senza
indicazioni né didascalie, ritraggono opere d’arte, artisti
e letterati provenienti da tutta Italia e non solo.
ta quella di mettere a disposizione di tanti possibili lettori un tesoro di conoscenza raccolto in almeno cinquant’anni di vita. Abbiamo cioè deciso che non fosse
giusto conservare privatamente un tale tesoro, anche
perchè questo era un modo per continuare in quell’azione culturale che è stata ed è tuttora un aspetto fondamentale del nostro impegno civile».
La speranza che ci anima, in sostanza, è quella di
aver concluso un “affare” utile sia al Comune di Trezzo
(che, come spiega Italo Mazza nelle pagine che precedono questo articolo, potrà così destinare le sale della
Villa Crivelli all’esposizione dell’omonima Quadreria)
sia alla nostra Biblioteca, e il tutto senza aver tradito lo
spirito di De Micheli e del suo lascito. Perché tanto
quanto siamo certi di poter rendere un buon servizio alla divulgazione e alla valorizzazione di questo Fondo,
così pensiamo che la biblioteca privata di De Micheli e
il suo archivio personale renderanno un ottimo servizio
al prestigio dei nostri spazi e all’incremento della loro
attività di studio e di ricerca, rendendo ancora più completa e interessante la nostra documentazione artistica
e letteraria sul Novecento italiano, già recentemente
arricchitasi dell’Archivio di Curzio Malaparte.
Senza voler peccare di presunzione, insomma, ci
piace sottolineare, oltre alla nostra assoluta indipendenza rispetto alle cose della politica e alle beghe ideologiche, anche la nostra presumibile adeguatezza all’idea che convinse Mario De Micheli e sua moglie Ada a
lasciare a disposizione della collettività la loro biblioteca: «L’idea che ci ha guidato - scrissero infatti in occasione della loro donazione al Comune di Trezzo - è sta-
Anche solo a una prima “occhiata”, infatti, il nostro nuovo ospite promette materiale a profusione e infiniti spunti per possibili studi, pubblicazioni e mostre
non solo bibliografiche, in grado sia di fare il punto su
certi aspetti della cultura italiana del Dopoguerra sia di
aprire nuovi spazi di confronto con altri Paesi europei,
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Da sinistra: dedica di Tristan Tzara in Une Route seul soleil, Comité national des èscrivains, 1944;
Renato Guttuso, in Mario De Micheli, Testa o croce,1972
soprattutto quelli appartenenti all’ex blocco sovietico e
quindi, forse, ancora meno noti ai più.
La militanza politica di Mario De Micheli, insomma, così come il suo essere stato per più di un decennio il
critico di riferimento de “l’Unità” e il mentore di molti
artisti cosiddetti “impegnati” non ci spaventa affatto. E
anzi ci stimola, perché è proprio la forte identità della raccolta a costituirne il più interessante elemento distintivo.
Come scrive anche Magda Bettini nell’introduzione al
catalogo della mostra che inaugurò la donazione trezzese, infatti, «l’affascinante trama di rimandi e richiami che
si svolge tra le diverse tipologie di materiali presenti facilmente conduce a percorsi suggestivi che da un disegno
conducono a un saggio e poi a una fotografia e, ancora, a
una lettera; una trama che connette persone, luoghi, tempi in combinazioni a volte sorprendenti. Ma per consentire tali percorsi di ricerca è nostro compito fornire gli
strumenti al lavoro». E questa sarà anche la nostra sfida.
Scoprire l’autore che sta dietro a questa biblioteca
e renderlo intellegibile a molti, se non a tutti.
Perché basta avanzare tra gli scaffali che la ospitano per capire che questa è una vera e propria “biblioteca
d’autore”. E non solo perché De Micheli sia stato anche
e soprattutto un autore molto prolifico (di monografie,
cataloghi, saggi, articoli e testi poetici), ma in particolar
modo perché dietro a ogni libro, a ogni opuscolo e a
ogni immagine si legge la sua firma come “plasmatore”
della raccolta, come estensore di un messaggio e di un
progetto, quasi che la biblioteca fosse la sua biografia e
ogni volume raccolto una pagina più o meno importante, comunque necessaria.
Certo, nella vastità e nella diversità della raccolta,
qualcosa conta meno di altro e qualcosa potrebbe quasi
apparire in eccesso, superfluo, contraddittorio. Ma conoscendo la storia di De Micheli e la sua biografia, oltre
che il suo pensiero, quest’idea è subito da scartare.
La sua fama di storico e critico è legata soprattutto
alle arti visive e in particolare al disegno e alla pittura, e di
conseguenza il corpus della sua raccolta è costituito principalmente da monografie di artisti, da cataloghi di mostre e contributi critici collezionati in giro per l’Italia e per
il mondo, e da almeno altrettanti suoi o a sua cura. Dagli
studi monografici dedicati a Picasso, Courbet, Fattori,
Manzù, Martini, Marino Marini e Siqueiros (ma anche a
un’infinità di giovani da scoprire o di “grandi vecchi” da
rivalutare al più presto) al notissimo “Le avanguardie artistiche del Novecento” - tradotto e pubblicato ancora
oggi ai quattro angoli del Globo - e ad altri saggi “antologici” più specifici come “L’arte tra anarchia fascismo e rivoluzione”, “La protesta dell’Espressionismo”, “La fuda
degli Dei” o “Realismo e Poesia”.
Titolo, questo, che sembra risultare sempre più
significativo nelle ricerche condotte sull’attività di Mario De Micheli. Perché forse è proprio in questo incontro tra il realismo e la poesia, tra la forza evocatrice della figurazione e l’intima potenza dell’introspezione li-
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Renato Guttuso, Ritratto di Mario De Micheli e Antonello Trombadori, 1951
rica che si scorge la sua lezione più autentica.
«Spesso, frequentando artisti che all’inizio della
loro carriera hanno incontrato Mario De Micheli» scrive Attilio Pizzigoni nel già citato catalogo dedicato
alla Donazione - «mi è capitato di constatare come nei
loro ricordi ci fosse la memoria di un libro di poesie
consigliato, o quella di una poesia a cui Mario li aveva
condotti per ritrovare se stessi e per mettere a punto il
senso della propria ricerca».
Anche più avanti, infatti, e forse lungo tutto il suo
percorso, De Micheli predicò la necessaria vocazione
dell’artista a una pluralità di linguaggi in grado di renderlo insensibile alle mode e ai gusti del momento, ma sempre indicando la poesia come possibile «luogo di sintesi
dei valori, della conoscenza e dell’interpretazione della
realtà», tema su cui si confrontò a lungo in particolare
con i suoi amici di “Corrente”, da De Grada a Treccani e
da Guttuso a Migneco, da Quasimodo a Manzù. Non a
caso, dunque, la sua primissima pubblicazione fu un agile
volumetto di poesie di Paul Eluard a cui lui affiancò alcuni disegni di Pablo Picasso o, ancora, le sue traduzioni più
celebrate furono quelle del “poeta-pittore” Majakovskij.
A stretto confronto con le immagini o meno, la
poesia restò sempre e comunque il suo primo amore
(nel 1938 si era laureato con una tesi sui poeti Surrealisti), a cui si dedicò sia come autore sia come critico. E di
tutto questo rimane testimonianza tra gli scaffali della
sua donazione, anzi una testimonianza quasi più “qualificata” di quella inerente i temi dell’arte figurativa.
Molti meno i libri e gli opuscoli poetici collezionati, ma
tutti di altissima qualità e molti recanti affettuose dediche degli stessi autori, tra cui spiccano, accanto a Majakovskij, quelli di diversi autori dell’Est europeo che De
Micheli tradusse per primo, svelandoli al pubblico italiano, Atila Joseph in testa.
Potevamo davvero lasciarcelo scappare?
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Il “fondo De Micheli” in BvS / 3
L’ADA E IL MARIO, LA VITA
DEI NOSTRI GENITORI
I figli di De Micheli raccontano l’arte della loro famiglia
ANNA E GIOXE DE MICHELI
L’
Ada e il Mario si conoscono nel 1938 a Milano alla sua attività: uno su Picasso, corredato dalle poesie che
l’Università Cattolica. L’Ada, una bella ragazza
Eluard aveva dedicato al grande artista, e uno su Manzù.
bruna arrivata da Parma dove viveva con la famiLa seconda edizione del Picasso sarà sequestrata dalla cenglia, era nata a Poggio Rusco in provincia di Mantova. La
sura fascista, mentre il Manzù uscirà nelle edizioni di
madre era maestra e il padre cappellaio.
Corrente, il movimento milanese a cui ha aderito.
Il Mario è un bel giovanotto biondo con gli occhi
L’Ada e il Mario nel ’41 si sposano e nel ’42 nasce
azzurri - pare che gli occhi azzurri piacquero molto all’Anna. Per vivere insegnano, fanno supplenze, danno
l’Ada - ed è approdato a Milano dopo uno strano percorlezioni private. Tutto attorno c’è la guerra. Entrano in
so che lo aveva portato dalla nativa Genova, a Gubbio e a
contatto con il gruppo di Eugenio Curiel e prendono atRoma, dove aveva intrapreso gli studi di Tomistica. Neltivamente parte alla Resistenza.
la città ligure, la mamma Pierina, che era nata a Trezzo,
Dopo che una bomba ha colpito la loro casa in via
aveva un carretto di frutta e verdura, e il padre, profugo
Cerva - che allora si chiamava via Degli Arditi - si trasferidalla Dalmazia, era tagliatore di tomaie. Soldi ce n’erano
scono a Sormano di Santa Valeria, ospiti della famiglia
pochi e il Mario, come i giovani poTestori. Da qui, dove tra l’altro arriva
veri di un tempo, «aveva studiato da
nna e Gioxe De Micheli,
la notizia della morte dei genitori di
prete».
Ada sotto il bombardamento inglese
figli di Ada e Mario,
A Milano i due ragazzi divendi Parma, organizzano l’espatrio
hanno scritto questo testo
tano ben presto innamorati e antifaclandestino degli ebrei verso la Svizper il catalogo “La Donazione
scisti.
zera attraverso gli impervi sentieri
Ada e Mario De Micheli della
I loro amici sono Ernesto Trecdegli “spalloni”. I loro nomi sono ora
Biblioteca Comunale di Trezzo
cani, Raffaele De Grada, Giacomo
scolpiti nel Muro dei Giusti a Gerusull’Adda”, stampato poco più
Manzù, Alfonso Gatto, Salvatore
salemme.
di due anni fa per inaugurare
Quasimodo.
Poi, una notte - pare in seguito a
le sale ristrutturate del fondo
Malgrado l’oscurantismo del
una spiata - i fascisti irrompono nella
trezzese e in occasione di una
regime sono anni di grande fermento
loro casa. In quei giorni il Mario sta
mostra intitolata “Ritratti
culturale; gli amici discutono, protraducendo, dal Coriolano di Thomas
di Ada e Mario dalla collezione
gettano, sognano l’Europa, il surreaEliot, la Marcia trionfale. Sul tavolo le
De Micheli” (da cui proviene
lismo, il cubismo, Eluard, Breton, Picamicie nere trovano dei fogli il cui
la quasi totalità delle immagini
casso, Tristan Tzara. E progettano
testo così recita:
qui riportate), tenutasi dall’8
possibili strategie contro il potere.
novembre 2008 all’8 febbraio
All’inizio degli anni Quaranta il
Cosa viene per primo? Puoi vede2009 presso il Castello Visconteo
Mario pubblica due libri che aprono
re? Diccelo. Sono
di Trezzo sull’Adda.
A
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Sopra: Max Hamlet Sauvage, Il poeta De Micheli e la Musa, 1955; nella pagina a fianco dall’alto: Renato Guttuso,
De Micheli cantando..., 1951; Bruno Cassinari, Ritratto di Mario De Micheli, 1946
5.800.000 fucili e carabine
102.000 mitragliatrici
28.000 mortai da trincea
53.000 cannoni pesanti e da campagna
store di Como che intercede a favore di quel «sognatore
dedito solo ai suoi studi e assolutamente innocuo«. Il
Mario è salvo.
Non posso dire quanti proiettili, mine e spolette,
13.000 aeroplani
24.000 motori d’aeroplano
50.000 carri di munizioni
e ora 55.000 carri militari
Il.000 cucine da campo
1.150 forni da campo*
Il 25 Aprile del ’45 l’Ada e il Mario sono a Milano
con il fazzoletto rosso al collo.
L’immediato Dopoguerra è tutto un intreccio di lavoro culturale, di grande idealità, di rinnovati progetti, la
pittura, la poesia, il “Partito”.
Ed è per il “Partito” che, nel 194 7, accettano di andare a insegnare in Jugoslavia nelle scuole della minoranza italiana. Nel gennaio nasce il Gioxe. Suo padrino sarà
un grande e sodale amico, il pittore Gabriele Mucchi.
Poco dopo ci trasferiamo tutti a Fiume, ma bastano pochi
mesi per capire che c’è qualcosa che non va in quel Paese
che si dice “socialista” .
L’Ada e il Mario denunciano pubblicamente i soprusi e le intimidazioni contro quegli italiani che optano
per il ritorno in patria e criticano la «congiura del silen-
Il Mario è arrestato e rischia la fucilazione immediata, ma l’Ada, che al momento dell’irruzione è riuscita a
nascondersi addosso i documenti veramente compromettenti, il mattino dopo porta al capo della polizia il testo originale di Eliot, prova che l’elenco di armi è solo la
traduzione di un testo del grande poeta americano, e poi
riesce a farsi ricevere e a commuovere l’amante del que-
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
zio» verso le voci dissenzienti.
Ce n’è abbastanza per guadagnarsi il sospetto e l’ostilità del regime.
Abbiamo ritrovato tra le carte di nostro padre un
suo testo del ‘49, purtroppo incompiuto, che ben evidenzia quel clima:
[...] cercavo criticamente di rendermi conto di quanto
accadeva intorno a me. Ma c’era ancora molta nebbia nella
mia analisi. Troppe cose non riuscivo a spiegare [...].
C’era il problema degli abitanti istriani di nazionalità
italiana che volevano usufruire del diritto di opzione. Con la
buona stagione e con l’approssimarsi del termine del diritto di
opzione, molta gente partiva quasi ogni giorno dalla città.
Non si trattava più di persone compromesse col fascismo oppure
di irriducibili sciovinisti, di nostalgici dannunziani, ma di famiglie operaie, di piccoli artigiani, di miseri impiegati. Queste
partenze erano tristi.
Perché questa gente fuggiva da una terra dove si stava
costruendo il socialismo? [...] E quale era l’atteggiamento delle
autorità popolari nei confronti di questi optanti?
Era un atteggiamento di violenza materiale e morale.
Si diffuse attorno un’aggressiva collera nazionalistica [...]. In
questo stato di cose le nostre critiche presero un tono diretto.
Parlai con i responsabili dell’Unione degli Italiani d’Istria e di Fiume, denunciai l’ostilità diffusa ad arte contro le
famiglie che avevano esercitato il diritto d’opzione. Tutto fu
inutile. Soltanto ottenni che la diffidenza intorno a noi aumentasse, che iniziasse, col metodo dell’isolamento, la neutralizzazione del nostro atteggiamento critico. Il nostro disagio
politico e morale diventava sempre più profondo.
Un giorno mia moglie si levò in piedi ad una assemblea
dei sindacati e chiese ragione del vuoto che si era creato intorno
a noi [...] disse, tra lo stupore generale di un’assemblea disabituata ad una libera forma critica, che il metodo del silenzio era
un gravissimo errore, che i rapporti tra compagni dovevano
regolarsi su di una aperta franchezza [.. .], che si chiarisse senza reticenze il giudizio negativo che sembrava pesare sulle nostre scelte.
L’intervento di mia moglie finì nel silenzio. Allora, per
la prima volta ebbi l’impressione che tutti fossero imbavagliati
da un’intima paura.
Quando il presidente dell’assemblea riepilogò il contenuto dei vari interventi, non fece cenno a quanto mia moglie
aveva detto. Per la seconda volta allora mia moglie si alzò e
chiese perché il presidente non avesse risposto a quanto lei aveva
esposto.
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Ma anche questa volta il presidente non rispose, in preda
ad un evidente imbarazzo, chiuse i lavori dell’assemblea [...].
Dopo il XX Congresso del PCUS e la rottura di Tito con l’Unione Sovietica, i comunisti italiani in Jugoslavia vengono accusati di un inesistente complotto. Una
notte la polizia politica, l’UBA, irrompe nella nostra casa
e arresta il Mario. Vogliono sapere da lui i nomi dei cospiratori e costringerlo ad ammettere l’esistenza del
complotto. Per giorni lo privano del sonno. Il Mario non
ammette nulla e non fa nomi, i cospiratori non esistono
perche non c’è nessun complotto. Lo terranno nove mesi in una minuscola cella in compagnia solo delle cimici.
Cerca di non lasciarsi abbattere, si impone di fare qualche esercizio di ginnastica tutti i giorni e, sostenuto dalla
sua prodigiosa memoria, recita ad alta voce i versi di Carducci e la Divina Commedia. Fuori ci tolgono le tessere
per gli alimentari e sospendono l’insegnamento all’Ada.
La situazione è disperante: fame, malattie, amara disillusione. Ci aiutano gli operai di una fabbrica vicina alla nostra casa che passando lanciano di nascosto nel giardinetto dei cartoccetti con un po’ di pane nero e di lardo. Dall’Italia arriva qualche pacco spedito dalla nonna Pierina.
L’Ada vende la sua vera, l’anello con il brillantino, la catenina d’oro e si inventa l’impossibile per trovare qualcosa
da mangiare, senza dimenticarsi del suo compagno in
carcere al quale riesce a far arrivare, assieme a una copia
di Moby Dick, una tenera lettera d’amore dove, per amore, nasconde la drammatica situazione sua e dei figli.
«Perché siamo venuti in questo paese se ci sono ancora i fascisti?» chiede l’Anna a sua mamma.
Privati anche dei passaporti, dopo alcuni tentativi
di fuga, compreso un fallito imbarco su un piccolo peschereccio genovese, alla fine, nascosti in un camion, nel
’49 riusciamo a tornare a Milano.
Nella casa di viale Abruzzi la nostra vita ricomincia
e nel 1953, a Palazzo Reale - che porta ancora le ferite dei
bombardamenti - il Mario è tra i curatori e allestisce
l’indimenticabile grande mostra di Picasso. Ma gli anni
che vanno dal ’50 al ’60 sono ancora difficili. Il magro stiDall’alto: Ada De Micheli negli anni Sessanta; Gioxe De
Micheli, ritratto di Mario, 1984; della pagina a fianco
Patrizia Comand, Ritratto di Mario e Ada de Micheli, 1995
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pendio che percepisce da “l’Unità” per cui tiene la Cronaca d’arte non basta certo per sostenere tutta la famiglia.
Ancora una volta l’Ada, che già insegna Lettere alla
“Manzoni”, provvede. Collabora con la radio, dove tiene
una rubrica pedagogica, con la televisione con dei programmi per “La TV dei ragazzi” e alla fine della giornata
insegna anche alle “serali”.
Intanto il Mario scrive: libri, saggi, presentazioni che non si fa mai pagare -, e certo i suoi scritti, i suoi studi,
ne fanno uno dei più importanti critici e storici dell’arte
italiani. È di quegli anni Le avanguardie artistiche del Novecento, un libro che, giunto alla quarantunesima edizione e
tradotto in mezzo mondo, è diventato, nel suo genere, un
vero caso letterario.
Ma essenzialmente il Mario è un critico militante, un critico, cioè, che “vive” con gli artisti, li appoggia, sprona, conforta, cresce
assieme a loro e al loro lavoro; come
quando, in quegli anni, difende e valorizza la pittura dei “ragazzi” che
in seguito, con felice definizione,
Marco Valsecchi avrebbe chiamato del «realismo esistenziale». Il
talento di un giovane artista lo entusiasma, la tenacia di un vecchio
artista lo commuove.
Per loro scrive, cerca contatti
con galleristi e mercanti, trova persino
il possibile collezionista, scopre e promuove giovani talenti ancora sconosciuti, organizza mostre. Certo non è interessato alle “cose”
della moda-mercato-potere; l’arte, la cultura sono per lui
la risposta “alta” ai nodi dell’esistenza, per questo lavora,
operando attraverso una scelta di campo ben definita ma
lontana da dogmatismi ideologici o settarismi. Ricordiamo che a Torino, nel 1964, alla galleria Viotti presenta, per
la prima volta dal Dopoguerra, una scelta di disegni satirici di Mario Sironi. La mostra sarà duramente criticata “a
sinistra”. Il Mario risponde che «la forza poetica e la drammaticitàà di Sironi ben poco hanno a che fare con la retorica e il trionfalismo becero fascista», e che al centro del suo
lavoro vi è una profonda riflessione sulla condizione umana, ed è questo che conta veramente.
un critico di fama e di successo. Sono gli anni delle sue
grandi mostre: Siqueiros a Firenze (1976), Orozco a Siena
(1981), Marino Marini a Venezia (1983), Arturo Martini a
Milano (1989), Henry Moore ancora a Milano (1989);
delle prestigiose monografie: Picasso, Manzù, Guttuso e
della Cattedra di Sociologia dell’Arte al Politecnico di Milano. Ma contemporaneamente continua a occuparsi attivamente degli artisti più giovani ed esordienti o di quelli
meno giovani e più appartati o addirittura colpevolmente
dimenticati da critica e mercato. Ne scrive, organizza mostre, li incoraggia a tenere duro. Ricordiamo le sue visite a
Eso Peluzzi, isolato, poetico e sensibilissimo pittore ottantenne, “stanato” tra le montagne liguri. Per lui trova
contatti ed estimatori. L’Ada lo segue e approva, il suo Mario con gli occhi azzurri.
Ecco, abbiamo voluto raccontare
brevemente queste cose - altri parleranno del ruolo di Mario De Micheli nella cultura italiana perche se c’è stata
una cosa che ha contraddistinto la
vita dei nostri genitori, questa è
stata la loro «fame e sete di giustizia». Per questo hanno sempre
messo al secondo posto il loro interesse personale e sempre in
accordo tra loro, uniti e solidali,
anche nelle più dure avversitàà, forti
del coraggio di vivere.
Questa “fame e sete di giustizia” e
l’amore per la cultura sono ora “dentro” i libri
della loro gigantesca biblioteca, nei tanti documenti,
nelle opere d’arte che ora, per loro volontà, sono diventati
patrimonio della collettività di Trezzo. Trezzo, questo
porto sicuro, dove anche grazie alla sensibilitàà e all’impegno dei suoi amministratori, questa nave carica di testimonianze ha calato l’ancora. Sono le testimonianze di una
vita ben spesa e un esempio per noi figli, per i nipoti Marianna e Gionata, per i tanti amici che li hanno conosciuti e
seguiti con affetto e per chi li conoscerà attraverso le parole dei poeti sulle pagine, nei segni di penna sui fogli e nelle
pennellate di colore sulle tele dei pittori, nell’impronta del
pollice dello scultore impressa nella creta.
«Il segno dell’uomo», come amava dire il Mario.
Dalla fine degli anni Sessanta in poi arriva finalmente un po’ di tranquillitàà economica, il Mario è ormai
* Non si è potuta usare la traduzione di nostro padre, sequestrata
dai fascisti, si è utilizzata quindi quella di Roberto Sanesi, edizioni
Bompiani.
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luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: il libro ritrovato
UNA BIBLIA DI FINE ’400
E LA SUA STORIA
L’incunabolo proveniente dalla “bibliothèque d’un amateur”
ANNETTE POPEL POZZO
er un bibliofilo, il momento più emozionante è
tenere in mano un libro che combini la rarità e
la celebrità dell’edizione con la storia vissuta e
l’importanza del concreto esemplare. Proprio questo
doppio aspetto affascina di un tomo appartenente al
Fondo antico della Biblioteca di via Senato: la Biblia
latina stampata nel 1479 da Nicolas Jenson a Venezia
(Goff B563; HC 3073*; IGI 1659; BMC V 180; BSBInk B-434; GW 4238). L’edizione in folio di 452 carte
contenente il testo su due colonne segue una prima
edizione del 1476, uscita sempre dai torchi del Jenson
che, nato nel 1420 nello Champagne, fu in un primo
momento incisore della zecca di Carlo VII, e apprese
poi l’arte tipografica a Magonza
per stabilirsi alla fine degli anni
Sessanta a Venezia dove collaborò
con Giovanni da Spira e nel 1470
aprì una tipografia propria.
Viene ricordato soprattutto
per aver inventato bellissimi caratteri (il suo primo carattere tondo
per la stampa non gotica fu usato
nell’edizione di Eusebio di
Cesarea, De Evangelica Praeparatione del 1470). Produsse solo o in
società con la vedova di Giovanni
da Spira e con Johannes de Colonia
circa 150 edizioni. Dalla sua officina uscirono diversi capolavori dell’arte tipografica: a lui si deve, con
le Horae ad usum Romanum del
1474, la prima edizione in 16mo
P
stampata a Venezia; due anni dopo, nel 1476, pubblicò
su commissione dei banchieri fiorentini Strozzi la famosa prima edizione volgare a cura di Cristoforo
Landino della Historia Naturalis del Plinio. La tipografia di Jenson fu rilevata nel 1480 da Andrea
Torresano d’Asola, e i suoi caratteri vennero in seguito
usati dalla Tipografia Aldina.
La copia della Biblia latina della nostra Biblioteca
è rubricata in blu e rosso, contiene un capolettera illuminato e soprattutto sul recto delle carte a2 e a5 due
grandi miniature su 10 e 18 righe che raffigurano San
Gerolamo (fig.4) e Dio Creatore
(fig.1) con una rara veduta dell’universo. L’esemplare reca l’ex libris
araldico del conte russo Dimitrij
Petrovič de Boutourlin (anche nella
variante: Buturlin o Boutourline,
1763-1829, fig.3 il suo ex libris).
Appartenente a una nota famiglia aristocratica, il conte, oltre a
essere senatore e consigliere segreto, fu per alcuni anni direttore dell’Ermitage a San Pietroburgo e collezionista e bibliofilo di fama internazionale. La sua biografia intellettuale rispecchia la Russia di fine
Settecento, ispirata all’Illuminismo
francese, quando la corte di Caterina II di Russia era in piena ammira2
zione per Voltaire, Diderot e D’A-
30
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
lembert. Parente di noti personaggi russi dell’epoca e
ben inserito negli ambienti culturali, il conte dà un approccio enciclopedico alla sua educazione e s’interessa
di botanica, chimica, letteratura e teatro, costituendo
nella sua dimora a Mosca una delle più belle e importanti biblioteche del Paese, della quale abbiamo una descrizione da parte del viaggiatore inglese Edward Daniel Clarke (1769-1822): «La bibliothèque, le jardin
botanique et le museum du comte Botterline, sont
peut-être les choses les plus curieuses à voir en Europe.
Ce seigneur possède non seulement les exemplaires les
plus rares des classiques; mais il a de quelques auteurs,
et particulièrement de Virgile, un si grand nombre d’éditions que d’elles seules on pourrait former une bibliothèque […] Le comte possède presque toutes les
éditions princeps; et sa collection des ouvrages imprimés durant le XV siècle monte à près de six mille volumes» (traduzione dall’inglese Voyages en Russie, en Tartarie et en Turquie, Parigi, Buisson e Bertrand, 1813, p.
201-202). Del resto, anche le memorie del figlio Michail (pubblicate nel 2001 a Lucca con il titolo Memorie
del conte Michail Dmitrievitch Boutourline) trasmettono
l’immagine di un conte in mezzo ai libri e circondato da
visitatori, librai e studiosi.
Trasferitosi definitivamente con tutta la famiglia
in Toscana a Firenze (Palazzo Bouturlin, via de’ Servi
15) nel 1817, Boutourlin in soli quindici anni forma una
seconda biblioteca che conta 33.000 volumi, e che è sì
inferiore per quantità rispetto alla prima biblioteca, ma
di qualità più pregiata e importante.
Entrato in contatto con lo storico dell’arte nonché direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia
Leopoldo Cicognara (1767-1834) e con il pittore e
esperto di antichità Michele Arcangelo Migliarini, il
conte fece venire a Firenze il bibliografo e libraio francese Étienne Audin de Rians, al quale si devono il Catalogue des éditions aldines qui se trouvent chez Étienne Audin
libraire (Firenze: Batelli, 1821 e 1827 in tiratura limitata su carta speciale, edizioni entrambe presenti presso
la nostra Biblioteca) e un’edizione delle Poesie di Ieronimo Savonarola (Firenze: Baracchi, 1847).
Sopravvissuto in poche copie, un primo catalogo
della raccolta, Catalogue de la bibliothèque de Mr. le Comte
D. Boutourlin, venne stampato a San Pietroburgo già
nel 1794. Seguì un secondo catalogo, intitolato Catalogue des livres de
la bibliothèque de S.E.M. le Comte de
Boutourlin, curato da Antoine-Alexandre Barbier (bibliotecario anche
di Napoleone) e da Marie-CharlesJoseph de Pougens (Parigi, 1805).
Molto più completo del primo, riporta più di 40.000 titoli tra
manoscritti, incunaboli e edizioni in
latino, francese, italiano e inglese
dal quindicesimo al diciottesimo secolo. È grazie a questo catalogo, che
oggi abbiamo notizie della prima biblioteca Boutourlin, che venne distrutta nel 1812 durante l’incendio
di Mosca, provocato dal maresciallo
Kutusov all’arrivo di Napoleone.
Audin de Rians fu il curatore del catalogo della seconda biblioteca, che uscì soltanto due anni dopo la
morte del conte, nel 1831, a Firenze: Catalogue de la bibliothèque de son Exc. M. le Comte D. Boutourlin. Stampato privatamente in sole 200 copie (anche di questo la
nostra Biblioteca conserva una copia, fig.2), il catalogo
rivela una straordinaria ricchezza: «Il y a peu de Bibliothèques d’Amateurs qui présentent une réunion pareille de livres précieux, tant manuscrits qu’imprimés, et
d’une aussi parfaite conservation: on y trouve des manuscrits très anciens ou richement
enluminés, et quelques autographes, plusieurs éditions du XV siècle inconnues ou d’une extrême rareté, des superbes grecs et grandspapiers parmi les Aldes, des éditions des Giunti inconnues, la Collection des Bodoni complète, et celle des Classiques italiens d’une très
vaste étendue; plusieurs volumes
sont encore dans leurs couvertures
primitives et non rognés, et les re-
Ritratto del conte Boutourlin
(Fedor Rokotov, 1793)
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
liures modernes sont faites avec élégance et presque
toutes en maroquin ou en cuir de Russie». Audin de
Rians ricorda che il catalogo presenta una classificazione particolare, poiché «il nous a semblé plus convenable de former des Classes séparées des Collections, afin
de faire ressortir d’avantage ces dernières, comme
étant la partie la plus intéressante de la Bibliothèque».
Contrariamente alla più diffusa divisione per argomento o autore, il catalogo si divide infatti per classi
di collezioni: 244 manoscritti, quasi 1.000 incunaboli,
più di 400 edizioni aldine (compresi gli incunaboli),
circa 400 bodoniane, quasi 2.000 classici italiani citati
dalla Crusca e soltanto in fine una parte divisa tra teologia, scienze e arti (con numerose opere di botanica, stimate dal Boutourlin), letteratura e storia (con opere di
archeologia e numismatica, care all’amico Migliarini).
Questo tipo di classificazione testimonia l’interesse posto dal conte nella formazione della sua biblioteca, ma riflette anche la prospettiva del curatore Audin
de Rians, che aveva già al suo attivo gli studi già citati
sulle edizioni aldine e Savonarola. Oltre a rarità par excellence (ricordiamo tra i manoscritti la Retorica di Cicero dell’inizio del quindicesimo secolo appartenuta a
Gino di Neri Capponi, numero 70, e una Divina Commedia del quattordicesimo secolo alle armi del marchese Manfredo Malaspina, numero 89) il conte sembra
prevalentemente interessato allo sviluppo della stampa
in Italia collezionando incunaboli, aldine e bodoniane,
guardando soprattutto alla correttezza e all’eleganza
tipografica delle edizioni.
Uno studio più dettagliato degli incunaboli posseduti da Boutourlin rivela la stessa tendenza. Ovviamente non manca con il Lattanzio in prima edizione
del 1465 il primo libro con data stampato in Italia presso Sweynheym & Pannartz (anche una delle sole quattro edizioni stampate a Subiaco), ma generalmente il
conte favorisce edizioni rinomate come dimostrano le
numerose altre edizioni stampate da Sweynheym &
Pannartz e quelle stampate da Nicolas Jenson – come la
nostra Biblia latina, che viene descritta sotto il numero
234: «Biblia latina. – Venetiis, Nicol. Ienson, 1479. infol. dos de m. r. Très bel exemp. avec ornemens peints en or et
en couleurs». Anche la già citata edizione di Eusebio di
Cesarea del 1470 – primo caso del tondo jensoniano –
compare sotto il numero 15.
3
Molti sono gli autori classici, ma non mancano gli
italiani celebri, con la quinta edizione della Divina
Commedia e la prima con commento, a cura di Cristoforo Berardi di Pesaro del 1477 (Venezia, Vindelino da
Spira, numero 175) o l’edizione di Brescia a cura di Bonino de’ Bonini del 1487, che viene considerata una tra
le più importanti edizioni di Dante del Quattrocento e
la prima ad avere sia l’Inferno che il Purgatorio completamente illustrati. Non dimentichiamo poi i cinquanta
e più incunaboli di opere di Savonarola elencati a parte.
Tra le aldine spiccano diversi incunaboli in princeps (presenti naturalmente l’Hypnerotomachia di Polifilo del 1499 e le Epistole di Caterina da Siena del 1500
contenenti la prima apparizione del carattere corsivo),
mentre tra le edizioni bodoniane non mancano la Serie
di caratteri greci del 1788 (“Exemp. en papier vél.”), l’Oratio Dominica in CLV linguas del 1806 e il noto Manuale
tipografico a cura della vedova del 1818.
La sezione dei classici italiani viene definita da
Audin de Rians «comme puivant servir à la compilation
d’un vocabulaire de la langue italienne». Inoltre lo stes-
32
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
4
so curatore aveva già proposto un suo Catalogo di edizioni classiche italiane citate da Gamba, Colombo, e Poggiali
(Firenze: Pezzati, 1821; Biblioteca di via Senato) che
propone la stessa idea di raggruppamento.
Ma come succede ed è successo a tante biblioteche private, il catalogo riflette soltanto un’integrità già
smarrita, visto che la famiglia per motivi economici ne
aveva già deciso la vendita subito dopo la morte del
conte. La biblioteca fu venduta in tre puntate dal 1839
al 1841 presso la casa d’asta parigina Silvestre. Il Catalogue de la bibliotheque de feu M. le comte D. Boutourlin in tre
volumi, anch’esso curato da Audin de Rians, si presenta
questa volta secondo una classificazione più canonica e
tradizionale.
Nel primo volume, sotto il numero 10, figura appunto la Biblia latina della nostra Biblioteca «Biblia (latina, ex versione D. Hieronymi). Venetiis, opera atque
impensa Nicolai Ienson Gallici, 1479, in-fol. dos de m. r.
Superbe exemplaire, avec deux belles miniatures et les
initiales en couleurs».
Annunciata come «bibliothèque, qui était visitée
par tous les étrangers qui passaient par Florence, avait acquis une réputation européenne», una grande parte viene acquistata dalla Bodleian Library di Oxford e dal bibliofilo fiorentino Guglielmo Libri (una parte dei manoscritti in conseguenza collezione Ashburnham e dal 1884
Biblioteca Medicea Laurenziana). Non senza mestizia,
nel Manuel du libraire et l’amateur des livres del 1860, Brunet ricorda che molti libri del conte «ont été vendus à des
prix très-médiocres» (volume 1, 1860, 1643).
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
IL TEATRO DI VERDURA, PHILIPPE DAVERIO, ASTE, CATALOGHI,
L’INTERVISTA D’AUTORE, RECENSIONI, APPUNTAMENTI E MOSTRE
UN AGOSTO DI FRESCHE PROPOSTE
Il nostro Teatro di Verdura non vi dà tregua
nemmeno a ferragosto, siete tutti invitati
di matteo tosi
ome di consueto, anche
quest’anno, una volta arrivati
al giro di boa ne abbiamo viste
di tutti i colori al Teatro di Verdura.
Abbiamo già sfogliato alcuni “Libri
in scena” tra i più gustosi, incontrando
Carroll, Pasolini, Grossman, Wilde
e Cechov, fino all’ultima serata di luglio,
dedicata al “misterioso mito”
di J.D. Salinger e del suo Cauldfield,
a pochi mesi dalla scomparsa del più
segreto tra gli scrittori a stelle e strisce.
E prima, ancora, abbiamo ascoltato
Rossini e abbiamo saltato e ballato
con le Sorelle Marinetti, abbiamo
sbirciato tra le lettere private della Duse
e di D’Annunzio, e ci siamo fatti
incantare da liriche melodie ispirate
alla luna e all’amore e all’avventura.
Abbiamo vissuto una vita intera,
insomma, ma chi conosce almeno
un po’ la Biblioteca di via Senato
e il suo Teatro di Verdura sa che
nemmeno l’arrivo di agosto può nulla
contro la nostra voglia di stare insieme
e di regalarci qualche piacevole serata
anche nel cuore bollente della città.
Gli spettacoli agostani, anzi, si aprono
anche senza prenotazione a chiunque
sia appena tornato o in attesa di partire,
e nel frattempo abbia voglia di fare
qualche altro viaggio. Si parte mercoledì
C
4 con “Il principe”, ma non quello
di Machiavelli, bensì Amleto, o meglio
un Amleto nuovo, sospeso tra Stoppard,
Shakespeare e la nostra quotidianità.
E poi una serie di appuntamenti
legati a doppio filo con le mostre e le
altre attività della nostra Biblioteca,
interrotti solo mercoledì 18 da Roberto
Sironi e dal suo “Swing, manouches
e bauscia”, un vero e proprio spettacolo
musicale più che un semplice concerto.
Ma torniamo a noi: venerdì 6, a seguito
della bella mostra di libri e foto che
avevamo dedicato a Pier Paolo Pasolini,
ecco un “primo studio” del suo
incompiuto e discussissimo “Petrolio”
a cura di Enrico Zacchero; mercoledì 11,
invece, in concomitanza con la grande
mostra biblio-documentaria dedicata
a Curzio Malaparte andrà in onda il suo
“La pelle” diretto da Liliana Cavani
nel 1981, con Claudia Cardinale,
Marcello Mastroianni e Burt Lancaster;
mercoledì 25 sarà la volta dei “nostri”
diari di Mussolini, letti da Antonio
Zanoletti e commentati da Ugo Finetti;
venerdì 27 ancora Malaparte,
con l’adattamento scenico di “Anche
le donne hanno perso la guerra”, curato
da Levanteatro per la regia di Renato
Baldi; un’altra serata “autoreferenziale”
il 1° settembre, ancora con i diari
di Mussolini e la stessa formula
di presentazione, prima dell’ultimo
appuntamento, lunedì 20, con il cinema
di Malaparte, questa volta anche
nei panni di regista per il suo “Il Cristo
proibito” del 1951.
Ma tra il 1° e il 20 settembre,
diciamo per le fatidiche giornate
del rientro, non mancano affatto
le proposte interessanti, anzi. Su tutte,
il “Don Chisciotte” con Corrado D’Elia
(il 10), uno spettacolo sull’anoressia,
“Quasi perfetta”, pensato da Valeria
Cavalli e Claudio Intropido per i più
e meno giovani, e almeno un paio
di altre serate dedicate ai ragazzi.
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
LA PAROLA A PHILIPPE DAVERIO
Caos e caso sono necessari per “servirsi”
dei libri, ma allora si chiamano Provvidenza
di matteo tosi
ome abbiamo già fatto per le due
conferenze legate alla mostra
sulla vita e le opere di Curzio
Malaparte, e anche per l’appuntamento
a tutta poesia con Davide Rondoni,
anche questa volta proviamo
a raccontare una delle ultime serate
che hanno animato il nostro “Teatro
di Verdura” anche agli amici che
non sono di Milano o che, comunque,
non hanno potuto essere con noi
per l’occasione.
La scelta, questo mese, è caduta
sulla chiacchierata che Philippe Daverio
ha scelto di fare con il nostro pubblico
sotto il titolo “Leggere sì, ma perché?”
Insieme alle tante pagine che portiamo
in scena ogni estate, infatti, l’incontro
con l’eclettico critico d’arte (e sempre
più one man show) ci è servito
per parlare di libri in assoluto e
per provare a capire se esista un modo
C
più o meno fruttuoso di rapportarci
a essi. «Certo - dice Daverio -, ma la
prima cosa è rifuggire ogni ordine,
esattamente il contrario di quello
che si fa qui e in ogni altra biblioteca.
Le librerie private, a uso personale,
devono essere il regno del caos e della
casualità di catalogazione, perché solo
così si concede ai libri, o meglio al libro,
di esprimere tutte le sue potenzialità,
e cioè di lasciarsi scoprire come
per sbaglio e di lasciarsi sfogliare alla
rinfusa, capitando inevitabilmente sulla
pagina che fa al caso nostro».
È il libro, insomma, che suggerisce
la ricerca, ed è sempre lui a dare
la soluzione, a patto che si affidi anima
e corpo al suo intuito, accontentandosi
di qualche pagina o di qualche
suggestione, che poi saprà trovare
il proprio compimento sotto qualche
altra copertina. Perché il segreto,
continua Daverio «è comprarli, non
leggerli, e disperderli, non ritirarli».
E la sua teoria è condita da convincenti
esempi di provvidenza quotidiana,
di volumetti scoperti per caso
in qualche posto e, sempre per caso,
nel momento giusto per connettersi
con altre pagine e dare i loro frutti. Poi
legge qualche pagina (alternando
inglese, francese, tedesco e spagnolo)
e regala qualche altra chicca della sua
esperienza, una fortuna riservata però
«solo ai non secchioni, a quelli che si
accontentano di qualche brano e non
pretendono di sapere tutto e subito».
Questo, almeno, per quello che
riguarda i libri che possono esserci utili,
ossia la saggistica, la poesia
e le cosiddette “references”, con tanto
di sviolinata per le note a piè di pagina.
Quanto ai romanzi, invece, «quelli
sì che sono pericolosi - guardate Don
Chisciotte che fine ha fatto a leggere
tanto -, perché al di là dell’apparente
levità sono solo i romanzi a essere
davvero formativi e fondamentali
per il nostro essere. E allora vanno letti
dall’inizio alla fine, ma solo pochi, solo
quelli fatti apposta per noi».
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
35
INCANTI DI FINE ESTATE E OLTRE
Nord Europa e USA già preparano la ripresa:
dritte per non farsi cogliere alla sprovvista
di annette popel pozzo
Il periodo estivo - soprattutto
con l’agosto privo di appuntamenti si presenta più tranquillo rispetto
ad altri mesi. In anteprima, allora,
qualche appuntamento autunnale.
IL 16 SETTEMBRE, LONDRA
Asta - Modern and Contemporary Prints
Info: www.sothebys.com
DAL 16 AL 19 SETTEMBRE,
PARIGI
Asta - Bibliophile Sale (Godalming)
including Cricket books & ephemera
Info: www.bloomsburyauctions.com
Asta - estampes et dessins de la Chine
et du Japon, provenant de la collection
d’Huguette Berès, livres anciens et
modernes
Info: www.pba-auctions.com
IL 14 SETTEMBRE, LONDRA,
L’1 E IL 2 OTTOBRE,
Asta - Modern and Contemporary Prints
Info: www.christies.com
Asta – Bücher, Autografen, Manuskripte,
Alte Künstlergrafik, Dekorative Grafik,
Moderne und zeitgenössische Grafik
Info: http://www.venator-hanstein.de
IL 12 AGOSTO, GODALMING
SOUTH KENSINGTON
IL 15 SETTEMBRE, LONDRA,
KING STREET
Asta - Old Master, Modern &
Contemporary Prints
Info: www.christies.com
COLONIA
L’1 E IL 2 OTTOBRE,
PFORZHEIM
Asta – Bücher, Grafik und Kunst
Info: http://www.kiefer.de
IL 7 OTTOBRE, NEW YORK
Asta – Photographs
Info: www.christies.com
IL 12 E 13 OTTOBRE,
PARIGI
Asta - Bibliothèque d’un érudit
bibliophile: Rome et l’Italie
Info: www.sothebys.com
IL 15 OTTOBRE, NEW YORK
Asta - The James S. Copley Library:
Magnificent American, Historical
Documents: Second Selection
Info: www.sotheby.som
IL 15 OTTOBRE, NEW YORK
Asta - The James S. Copley Library: The
Henry Strachey Papers
Info: www.sothebys.com
OUT LOOK SU BOLOGNA DAL 20 AL 26 SETTEMBRE
DOVE SI INCONTRANO I GOTHA DELL’ANTICO
onsiderando il fatto che questo
settembre, dopo vent’anni,
si terrà nuovamente il XXXIX
Congresso LILA/ILAB e la XXIII Mostra
Internazionale del Libro Antico
e Moderno di Pregio in settembre
in Italia e precisamente a Bologna, ci
permettiamo qualche osservazione in
anteprima: dopo il Congresso che
prevede visite a Bologna, Ravenna,
Modena e Ferrara dal lunedì al
C
giovedì (comprese le visite alle
biblioteche Malatestiana, Classense,
Estense, Archiginnasio), la Mostra
si terrà dal 24 al 26 settembre
e verrà allestita al Palazzo di Re Enzo
a Bologna. Sono confermati un
centinaio di espositori provenienti
dall’Italia e dall’estero. Per
informazioni, cfr. il sito dell’ALAI
(http://www.alai.it/iniziative/bologna/
_index.htm).
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
DUE RARITÀ DI BORROMEO
E UN MANUALE DI LEGATORIA
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Susanne Schulz-Falster
Catalogue Sixteen
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
MACCLESFIELD, L’ENNESIMO
ESCLUSIVO INCANTO
Maggs Bros. Ltd.
Catalogue 1440: Books from the Library
of the Earls of Macclesfield
Tutti ricordano la gigantesca
vendita della biblioteca dei conti
di Macclesfield, avvenuta in numerose
puntate dal 2004 al 2008 presso
Sotheby’s a Londra.
Maggs di Londra ha appena
presentato un catalogo di 240 libri, tutti
provenienti dalla biblioteca Macclesfield
e quasi nessun titolo già oggetto di una
vendita in asta passata. Come indicato
in una breve introduzione, il catalogo
riflette «the multiform interests of the
library, encompassing classical texts,
works on the military arts, a (very) few
works on scientific nature, works of
modern literature and history, some
collections of emblems, and some items
on the study of languages».
Sempre desiderate e non sempre
facili da rintracciare le edizioni
cinquecentesche stampate da John
Wolfe a Londra di autori italiani, spesso
con note tipografiche false: da Maggs
siano le Quatro comedie di Pietro
Aretino (Londra, Wolfe, 1588, £900) e le
Historie di Niccolò Machiavelli
(Piacenza, Giolito de Ferrari [i.e. Londra,
Wolfe], 1587, £700). Segnaliamo anche
una copia della poco comune prima
edizione della Plutosofia di Filippo
Gesualdo (Padova, Meietti, 1592, £3.000
in legatura inglese del 1700 circa).
L’edizione che in Italia viene
censita in meno di venti esemplari,
riguarda una Biblioteca della memoria.
Sul funzionamento della memoria
invece la prima edizione di Cosmo
Rosselli, Thesaurus artificiosae
memoriae, stampata a Venezia presso
Antonio Padovani nel 1579 in una
eccezionale fresca copia (pergamena
floscia coeva, £5.000).
Naturalmente tutti i volumi
offerti da Maggs recano il celebre exlibris araldico dei conti di Macclesfield.
Maggs Bros. Ltd.
50 Berkeley Square, London W1J 5BA
www.maggs.com
Interessanti per la storia di Milano
due edizioni di Carlo Borromeo, legate
insieme: Veri sentimenti di san Carlo
Borromeo intorno al teatro tratti dalle sue
lettere (Roma, Giovanni Zempel, 1753)
e Opusculum de choreis et spectaculis
in festis diebus non exhibendis (Roma,
Pagliarini, 1753). Le due opere
relativamente sconosciute e censite
soltanto in poche biblioteche italiane
riflettono bene l’opposizione di Carlo
Borromeo al teatro. Nella discussione
sulla moralità di spettacoli teatrali,
il santo chiaramente suggerisce ai fedeli
di «fuggire li ridotti e le bettole, le feste».
Insiste nel «santificare le feste». Le due
opere in miscellanea in una legatura
coeva di pelle marmorizzata in offerta
a £850. La libraia, nota generalmente
per opere curiose e insolite, offre nel
presente catalogo anche un interessante
manuale sull’arte della legatoria (Ernst
Wilhelm Greve, Hand- und Lehrbuch der
Buchbinde und Futteralmache-Kunst,
Berlino: Hayn per Maurer, 1822-1823, 2
volumi). Questa rara prima edizione
in forma di epistole con tavole illustrative
è in vendita per £4.800. Greve stesso
fu legatore a Berlino.
Susanne Schulz-Falster
Rare Books
22 Compton Terrace, London N1 2UN
www.schulz-falster.com
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
LE AVANGUARDIE STORICHE
E TUTTO IL NOVECENTO
Giorgio Maffei
Libri rari sulle arti del ’900
Il noto libraio torinese Giorgio
Maffei ci invita per mail a visitare il suo
sito. Aderiamo all’invito ma constatiamo
che l’ultimo catalogo presente risale
al dicembre dello scorso anno. Tanto
per lustrarci gli occhi, diamo un’occhiata
alla vetrina, organizzata ordinatamente
per argomenti. I libri sono belli, alcuni
veramente rari, quasi mitici.
Rigorosamente sono senza prezzo: forse
è un bene per non indurre in tentazione,
per non far nascere inutili desideri.
Partiamo dalle “Avanguardie
storiche”, dove L’anguria lirica [RomaSavona, Edizioni futuriste di PoesiaLitolatta, 1934] di Bruno Munari e Tullio
D’Albisola precede tutti gli altri; sempre
di Munari, più sotto, Il Cantastorie
di Campari. V raccolta con 27 figurazioni
grafiche di Bruno Munari [Milano,
Campari (Raffaello Bertieri), 1932] un
capolavoro dell’arte grafica italiana del
’900.
Per la sezione “Arte del ’900”, ci
colpisce la serie completa dei bollettini
“Arte Concreta” del MAC. Movimento
Arte Concreta: quindici libretti quadrati,
stampati a Milano dal Movimento a cura
di Bruno Munari [ancora lui!, ma la sua
importanza per le arti del XX secolo è
capitale] e Gianni Monnet. Contengono
litografie, serigrafie, collage e interventi
manuali dei vari artisti. In fondo alla
vetrina, un catalogo stampato a Torino
da Foa nel 1927, Artistes Italiens
Contemporaines, che contiene opere di
Carrà, Casorati, Chessa, De Chirico, Funi,
Martini, Menzio, Ponti, Oppo, Severini,
Sironi, Soffici, Tosi e Wildt.
Tra i “Libri d’artista”, colpisce per la
veste austera, semplicemente tipografica,
il libro di Pistoletto Le ultime parole
famose [Torino, stampato in proprio,
1967], uno dei documenti di fondazione
del movimento dell’Arte Povera:
«…l’uomo ha sempre tentato lo
sdoppiamento di se stesso per cercare
di conoscersi. Il riconoscere la propria
immagine nello stagno d’acqua come
nello specchio, è forse una delle prime
vere allucinazioni a cui l’uomo è andato
incontro…».
Per l’Architettura e design
segnaliamo il testo fondamentale di Gio
Ponti La casa all’italiana [Milano,
Editoriale Domus, 1933], mentre per la
fotografia segnaliamo l’importante
Fotografia. Prima rassegna dell’attività
fotografica in Italia di E. F. Scopinich
[Milano, Gruppo editoriale Domus, 1943],
uno dei primi studi sulla nuova
fotografia italiana, che prende in esame
opere di Bragaglia, Emmer, Cavalli,
Carboni, Luxardo, Mollino, Veronesi
e l’immancabile Munari.
Per la sezione letteraria, oltre alle
opere dei vari componenti del Gruppo
63, va segnalata la non comune prima
edizione de Il Gattopardo [Milano,
Feltrinelli, 1958] e l’opera del poeta
milanese Emilio Villa Heurarium [Roma,
37
Edizioni Ex, 1961]; milanese di Affori
[1914-2003], Villa non fu amato dalla
critica accademica ma ebbe un ruolo
di grandissima importanza per le
avanguardie letterarie e artistiche della
seconda metà del Novecento:
sperimentatore accanito di forme
poetiche e di lingue vere e inventate [va
ricordata la sua profonda conoscenza
delle lingue semitiche e paleogreche
e le sue traduzioni dell’Odissea, del
poema accadico Enuma eli e il lavoro,
mai concluso, di interpretazione di molti
passi della Bibbia, soprattutto del
Pentateuco] fu per molti poeti e pittori
punto di riferimento fondamentale.
Per il “Cinema” va citato il libro
di Jean Epstein Bonjour Cinema [Paris,
Éditions de la Sirene, 1921], tra i primi
testi critici dell’arte cinematografica;
nella sezione dedicata alle “Riviste”,
si segnalano i due fascicoli di “Azimuth”
[Milano, 1959-1960] la rivista diretta
da Piero Manzoni e Enrico Castellani
e tutto il pubblicato della “Internationale
situationniste” [Paris, 1958-1969,
dal n. 1 al n. 12 più l’unico numero
pubblicato dalla sezione italiana] diretta
da Guy Debord.
Tra i “Documenti e autografi”, oltre
a una lettera di D’Annunzio a Orio
Vergani del 14 marzo 1929 di due
pagine, va segnalato un manifesto dal
titolo Excursion & Visites Dada del 1921,
stampato a Parigi e scritto da Breton,
Eluard, Picabia, Arp, Aragon, Tzara e altri.
Per la sezione “Controcultura”,
un testo di Rauol Vaneigem Traité
de savoir-vivre à l’usage des jeunes
générations [Paris, Gallimard, 1967],
libro che ha influenzato i giovani degli
anni Settanta.
Giorgio Maffei
via San Francesco da Paola, 13 – Torino
Tel. e fax 011/889234 – cell. 335.7026472
Email: [email protected]
www.giorgiomaffei.it
L’impegno di Med
6.000 spot gr
iaset per il sociale
atuiti all’anno
6.000
i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con
Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale.
Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti
no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività.
250
i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa.
Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno,
utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare
l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale.
3
società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite
nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione,
realizzazione e promozione di eventi per la raccolta
fondi da destinare a progetti di interesse collettivo.
40
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
L’intervista d’autore
FRANCO MARIA RICCI, IN ARTE
FMR: NEL SEGNO DI BODONI
di luigi mascheroni
o hanno definito «il più grande
editore d’arte del mondo»
(Le Figaro), i suoi libri sofisticati
nero e oro fanno impazzire
gli appassionati, e la sua rivista d’arte
FMR è stata per oltre vent’anni
un oggetto di culto. Il gusto per la
bellezza del “corpo” della scrittura,
per la qualità dei materiali, per la
perfezione dell’impaginazione,
per tutto ciò insomma che fa
la “veste” di un oggetto di lettura,
lo ha accompagnato tutta la vita: nella
sua professione di editore
e nella sua passione di bibliofilo.
Il nome Franco Maria Ricci,
in Italia e nel mondo, vale come
sinonimo di “libro di qualità”.
Per quarant’anni i libri li ha stampati,
da sempre li colleziona. Ora, a 73 anni,
senza più l’impegno della casa editrice
si diverte a costruire nella campagna
di Fontanellato, a Parma,
un gigantesco labirinto, che sarà
pronto l’anno prossimo: otto ettari
di superficie, un quadrato di 300 metri
per lato, tre chilometri di percorso
totale sotto gallerie vegetali alte
cinque metri e realizzate con 60mila
bambù. Un’opera colossale e pazzesca
dove troveranno posto anche la sua
“stravagante” raccolta d’arte (500
opere che vanno dalle sculture di Gian
Lorenzo Bernini ai dipinti di Antonio
Ligabue) e la biblioteca personale,
altrettanto unica ed eccentrica.
L
Come ha iniziato a collezionare
libri?
Facendomeli da solo. Avevo più o
meno 25 anni, e lavoravo come grafico e
designer per banche e aziende, pubbliche
e private. Inventavo loghi, brochure,
manifesti… Essendo di Parma, scoprii
presto il mio “concittadino” Giambattista
Bodoni, il più grande incisore, tipografo
e stampatore che l’Italia abbia mai
avuto, celebre in tutto il mondo per
i caratteri tipografici - Bodoni, appunto
- da lui inventati alla fine del Settecento.
Mi sembrarono subito caratteri perfetti
anche per la pubblicità… Comunque, mi
innamorai del lavoro di Bodoni, e mi misi
a cercare la sua opera più famosa,
il Manuale Tipografico, pubblicato
postumo, nel 1818, che contiene più
di 600 incisioni, caratteri latini ed esotici,
tutti disegnati da lui. Non riuscii
a trovarne una copia da acquistare,
e così decisi di ristamparmelo.
E divenne editore…
Fu un azzardo. Guadagnavo bene
come grafico, ma mi servivano parecchi
soldi per realizzare questa impresa.
Qualcosa me lo feci prestare, qualcosa
riuscii ad averlo come finanziamento
dal Ministero della Pubblica istruzione ancora non c'era il Ministero dei Beni
culturali: era il 1962-63. Ottenni
il permesso di utilizzare il materiale
"bodoniano" custodito nella Biblioteca
Palatina di Parma, e cominciai a lavorare:
misi su una piccola officina tipografica,
andavo a Fabriano per cercare la carta
migliore, in Belgio per l'inchiostro,
studiavo l’arte di Bodoni… e dopo un anno
e mezzo, era il '65, l'avevo finito.
Stupendo. Però, io che ne volevo
una copia, me ne ritrovai stampate 900.
E adesso cosa ci faccio, mi chiesi?
E cosa fece?
Mandai una lettera a tutte le
principali biblioteche del mondo, dicendo
che ero un giovane editore-tipografo
e che avevo ristampato il Manuale
di Bodoni. E visto che si trattava di un libro
ormai sparito dal mercato, introvabile, in
un mese ricevetti 400 ordini, nonostante
avessi fissato un prezzo decisamente alto:
500 dollari. Oltre a farmi decidere
di diventare editore, quel volume provocò
una "reazione" di amicizia nei miei
confronti inimmaginabile: anni dopo
andai a New York a presentare un libro
e il direttore della Public Library mi venne
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
a prendere personalmente all'aeroporto.
E la stessa cosa la fece, un'altra volta,
il direttore della Biblioteca del Congresso,
a Washington. Diventai famoso
nell’ambiente…
Gli altri facevano libri da mille
lire per riuscire a vendere, lei invece da
500 dollari e tutti la cercavano…
Capii presto che fare l'editore
poteva essere un gioco anche redditizio,
e continuai. Con Bodoni, naturalmente:
il mio secondo libro fu la ristampa della
famosa Oratio Dominica stampata da
Bodoni nel 1806: contiene la traduzione
in 155 lingue del Padre Nostro, anche in
tartaro, in etrusco, in ebraico, in cinese…
e costituisce il più vasto catalogo
alfabetico e di caratteri tipografici mai
pubblicato fino ad allora. La “mia” Oratio
Dominica uscì nel 1966. Poi capii che non
potevo ristampare tutta la vita Bodoni,
e allora feci una collana d’arte, “I segni
dell’uomo”, una serie di volumi per i quali
stampavo l’opera d’arte a colori su carta
patinata e poi la incollavo su carta di
Fabriano. Dopo nacquero altre collane:
“Morgana”, “Quadreria”, “Iconographia”…
E "La Biblioteca di Babele”, “La
biblioteca blu”, “Guide Impossibili”. Nel
1972 inizia la pubblicazione della
Enciclopedia di Diderot e D'Alambert
in 18 volumi. Nel 1982 fonda
la rivista FMR, intanto raccoglie libri
e opere d’arte… Ma lei come
si definisce: editore, designer,
collezionista, bibliofilo?
Non so esattamente cosa sono:
mai saputo. Invidio chi può dire: “Sono
un ingegnere”, “Sono un medico"… Non so
chi sono, ma so che sono uno che ha
la passione per i libri. Quando la mia casa
editrice funzionava bene, iniziai
a comprare i libri originali di Bodoni, il mio
maestro. Oggi ne ho più di mille,
e possiedo anche diverse copie dello stesso
volume. Alla fine, con gli anni, del famoso
Manuale tipografico sono riuscito
ad acquistarne tre copie.
E oltre a Bodoni cosa c'è nella
sua libreria?
I volumi dell’editore Alberto Tallone,
di cui ho la raccolta quasi completa, poi
circa 1.500 libri di storia dell’arte,
cataloghi e testi critici. Poi saggi storici,
e molta letteratura
Chi è il vero bibliofilo?
La bibliofilia implica l’amare i libri
senza bisogno di leggerli. Come capita con
un libro di Bodoni: lo posso amare
per la sua perfezione come oggetto o per
la meraviglia dei caratteri e dei disegni,
senza per forza capirne il contenuto…
Il vero bibliofilo considera il libro alla
stessa stregua di una scultura o
un’architettura, è quasi un fatto di design.
41
A parte la gloriosa Franco Maria
Ricci, quale è la sua casa editrice
preferita?
Tra gli editori italiani la grafica più
bella e pura rimane quella di Einaudi. Sono
libri impaginati bene, con dei bei caratteri,
i margini giusti… La maggior parte degli
editori non sa fare i margini, forse per
risparmiare sono sempre troppo stretti…
Io ho sempre detto: meglio spendere mille
lire in più ma fare le cose bene.
E il gigantesco labirinto che sta
costruendo a Fontannelato
che rapporto ha con il suo amore
per i libri?
Un rapporto strettissimo: il
labirinto è un elemento culturale che
attraversa tutte le grandi civiltà: l'età
greco-romana, il Medioevo, il Settecento,
l’Ottocento, ogni volta cambiando
fisionomia e modo di presentarsi. Jorge
Luis Borges, di cui sono stato molto
amico, e che fu mio ospite nella casa
di campagna a Parma, aveva una vera
passione-ossessione per i labirinti.
Una volta gli dissi: un giorno costruirò
il labirinto più grande del mondo. E lui
mi rispose: «Il labirinto più grande
del mondo c’è già: è il deserto».
Allora il mio sarà il secondo.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Scrittori rapaci e lettere assediate, ragazzi e
guru che si raccontano, e i 100 di Pannunzio
di matteo noja e matteo tosi
LA LETTERATURA? UNA TERRA
DI SPIETATI MANIGOLDI
Vi sono criminali che non
spargono sangue, che non assaltano
gli sportelli delle banche o che raggirano
ignare vecchiette. Vi sono criminali
che non urlano e non strepitano, che
non si sporcano le mani, che senza piedi
di porco o grimaldelli rubano ai propri
simili: sono gli scrittori.
Secondo Charles Nodier, nella
Repubblica delle lettere vi sono,
sin dai tempi più remoti, più criminali
che altrove. Ogni autore, anche il più
originale, alla fine ha rubato, plagiato,
copiato qualcosa da qualche altro suo
collega. Il problema è che la materia
letteraria è talmente evanescente, fatta
di fantasie e sogni (o incubi) che sono
comuni tanto agli scrittori che ai lettori,
che è difficile individuare il colpevole
e molte volte anche il delitto.
Grazie a questo immaginario
collettivo inscritto nei libri, ogni autore
attinge a piene mani a quella che è la
tradizione come, senza ritegno, anche a
quella che è la sua contemporaneità; al
proposito Georges de Scudéry scriveva
«Ciò che è studio nel caso degli antichi,
è furto nel caso dei moderni».
Nodier in questo libretto, che esce
per la prima volta in Italia nella
traduzione di Andrea L. Carboni (il titolo
originale è Questions de littérature
légale. Du plagiat. De la supposition
d’auteurs, des supercheries qui ont
rapport aux livres. Ouvrage qui peut
servir de suite au Dictionnaire des
anonymes et a tout les bibliographies,
Paris, Barba Libraire, 1812) afferma
che in letteratura nessuno mai
si è astenuto dall’imitazione
o dalla citazione non dichiarata.
«Virgilio ha imitato Omero;
Racine, i tragici greci; Molière, Plauto;
Boileau, Giovenale e Orazio…», così
infatti comincia. In brevi capitoli passa
dall’imitazione alla citazione,
dall’allusione al vero e proprio plagio,
dalla contraffazione al cambio di titolo,
attraverso una serie di nomi
che popolano l’Olimpo delle lettere.
Da Molière a Cyrano de Bergerac,
da Corneille a Montaigne, da Pascal
a Voltaire. Egli stesso, confermando
le convinzioni esposte in questo saggio,
nei suoi primi scritti imitò Crébillon
e Goethe, e si ispirò a Cazotte e Bérard
nel suo melodramma Le Vampire (1820).
Forse Nodier, da bibliofilo attento,
era rimasto colpito dall’opera di Barbier
– di cui il suo saggio voleva essere
un seguito –, quel Dictionnaire des
ouvrages anonymes et pseudonymes
composes, traduits ou publies en
francais, avec les noms des auteurs,
traducteurs et editeurs; accompagne de
notes historiques et critiques; par
Antoine-Alexandre Barbier,
bibliothecaire du Conseil d’Etat [Paris,
Imprimerie bibliographique, Rue Git-lecoeur, 1806-1809; la seconda edizione è
del 1822-1827], che elencava in quattro
ponderosi volumi l’insieme delle opere
rimaste anonime, i cui autori avevano
voluto abbandonare nel mare magnum
della letteratura e del pensiero,
senza firma alcuna, in balia di furti,
plagi e copiature.
Charles Nodier (1780-1844)
lessicografo, bibliotecario e scrittore,
fu un bambino prodigio: all’età di dieci
anni compose due discorsi ispirati
agli ideali giacobini.
Col passare del tempo, l’essere
figlio di un magistrato del Terrore,
sempre pronto a giudicare ma
soprattutto a giustiziare, lo portò ad
allontanarsi dalla Rivoluzione e a
diventare un fervente realista, scagliando
invettive contro la Rivoluzione prima e
poi contro Napoleone.
Diventato bibliotecario all’Arsenal
(la biblioteca del conte di Artois,
il futuro re reazionario Carlo X)
trasformò il suo ufficio in un cenacolo
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
letterario dove, dal 1824 al 1827, mosse
i primi passi il romanticismo francese.
A lui e al suo sostegno furono
riconoscenti Vigny, Musset e Hugo.
Nodier fu tra i più prolifici autori
in lingua francese e i suoi scritti
toccarono una serie infinita
di argomenti: dall’uso delle antenne
negli insetti a una bibliografia
entomologica, dalle imprecazioni
di Pitagora a un dizionario universale
della lingua francese, dalla storia
delle società segrete nell’esercito
ai ricordi della Rivoluzione e del tempo
di Napoleone, dai fenomeni del sonno
a Francesco Colonna.
I suoi racconti, sempre improntati
a una visione fantastica e onirica
(scrisse anche il saggio Du fantastique
en littérature), anticiparono temi cari
al surrealismo e anche alla psicologia.
Bibliofilo incallito, nel 1834 fondò
il “Bulletin du Bibliophile”.
Charles Nodier, Crimini letterari,
Palermo, :duepunti edizioni, 2010
(Terrain vague. 27); pp.112, €9,00
TOGLIAMO LA LETTERATURA
DALLA SCUOLA, SUBITO!
Se l’accusa rivolta da Charles
Nodier al mondo delle lettere riguardava
direttamente gli scrittori e le loro
“furberie”, Davide Rondoni (che gli amici
della Biblioteca di via Senato conoscono
soprattutto come poeta) prova invece
a difendere gli autori, e soprattutto a
salvaguardarne patrimonio ed eredità,
puntando il dito contro la scuola e forse
ancor più contro il disinteresse generale
che “concede” a questa istituzione
di umiliare tutti i più grandi capolavori
della storia della letteratura senza
nemmeno provare a porvi rimedio.
Di certo non c’è alcun sospetto di
dòlo, né l’intenzione di ipotizzarlo
o dimostrarlo, ma il dato di fatto da cui
parte Rondoni per questa
sua provocazione è effettivamente sotto
gli occhi di tutti: l’apatia e il distacco con
cui i nostri ragazzi, costretti a leggerli
o ancor peggio a studiarli, affrontano
i testi chiave della nostra cultura, italiana
e occidentale tutta.
DICIOTTO STORIE “UNDER VENTI”: SCUOLA
E LETTERATURA IN UN’ALTRA PROSPETTIVA
a provocazione
di Davide Rondoni
(qui sopra) trova
una prima risposta,
forse assertiva, in una
nuova iniziativa
lanciata agli studenti
delle scuole di Prato
e Firenze. Un concorso
letterario intitolato
“ArtediParole” - con
tema “amori stretti” che oggi sfocia in un
libello contenente i 18
migliori racconti
L
43
in concorso (“Amori
stretti”, 18 storie under
20, Mauro Pagliai
editore, Firenze 2010,
pp.136, €10,00).
Colpisce, oltre
al valore delle
composizioni, la varietà
con cui questi giovani
autori hanno affrontato
il tema di un amore
stretto, facendo
affiorare spunti e idee
originali legati alla
realtà e in ogni caso
emblematici dei sogni
spesso infranti
dei giovani di oggi:
il dolore e l'estasi;
l'angoscia e la
solitudine, ma anche
la speranza e la felicità,
sebbene effimera.
L'amore, con tutte
le sue declinazioni.
Il problema non è certo nuovo,
e - come scrive lo stesso Rondoni - forse
è stato ingigantito proprio dai continui
(ma fittizi) tentativi di porvi soluzione,
con i salotti televisivi che si chiedono
se la colpa non sia della televisione,
i politici e gli aspiranti tali che guardano
alle responsabilità della politica e gli
intellettuali, anche loro, che si pongono
questioni solo ed esclusivamente
autoreferenziali. Per l’autore di questo
provocatorio phamplet, allora, tocca
invertire la rotta drasticamente, perché la
letteratura è l’unico bene antropologico
del paese, e va difeso a tutti i costi.
Visto che la scuola la sta
distruggendo, dunque - complici anche
gli stessi scrittori che vi passano solo per
firmare autografi o ricevere omaggi -,
preoccupandosi solo di salvare
le cattedre ma senza curarsi del gusto,
non resta altra soluzione che sospendere
l’insegnamento della letteratura o,
quantomeno, renderlo facoltativo.
Non perché se ne possa fare a meno,
naturalmente, ma nella speranza che
qualcuno finalmente si accorga davvero
della sua fondamentale importanza.
Davide Rondoni, Contro la letteratura,
il Saggiatore, Milano 2010,
pp. 96, €12,00
44
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
IN VIAGGIO CON DUCCIO TRA
LE MAGIE DELL’ARTE SACRA
«La grande tavola, finita,
ora troneggia sull’altare maggiore
della cattedrale, a Siena, patria mia, città
dagli scudi bianchi e neri, che sembrano
eterni. Una grande processione e
musiche celestiali l’hanno accompagnata
per le vie della città, e chierici, e profumi,
e nuvole di incenso. Io, Duccio, figlio
di Buoninsegna, con tutti i miei famigli,
la seguivo nella moltitudine, piangendo
per l’orgoglio di averla fatta così».
Con queste parole, semplici
ma accorate, Duccio di Buoninsegna
commentava l’inaugurazione ufficiale
della sua “Maestà” (a cui lavorò quasi
senza sosta per tre anni, dal 1308 al
1311) e la sua posa sull’altare maggiore
della splendida Cattedrale di Siena.
Un’avventura dello spirito che oggi
possiamo rivivere grazie a La foglia d'oro,
l’ultimo lavoro di Francesca Fumi Gambi
Gado, che, affascinata dal magnetismo
dell’opera, ha scelto di passare proprio
attraverso di essa per guidarci in un
suggestivo viaggio nel Medioevo più
fantastico, una vera e propria discesa nei
territori dell'arte sacra, vista con gli occhi
dell’immortale pittore senese.
Storica dell'arte e studiosa
di araldica ed emblematica, l’autrice
ripercorre l'immaginario itinerario che
ispirò Duccio nella preparazione della
grande tavola, delineando ogni aspetto
che ne caratterizza lo stile: le eleganze
finissime, le influenze orientali, il ritmo
quasi musicale della composizione, le
trasparenze, i ricami filati in oro, i colori
profondi e densi, e soprattutto la cura
estrema per il particolare. Il tutto, come
riassunto in un itinerario mentale quasi
sussurrato, profondamente spirituale,
che sembra suggerire la chiave
NEL CENTENARIO DELLA NASCITA, TUTTO QUELLO CHE SI PUÒ
SAPERE SU MARIO PANNUNZIO, GIORNALISTA AUTENTICO
comparso in quel
caldo Sessantotto
che avrebbe fatto
fatica ad apprezzare,
Mario Pannunzio, per
tutti lo storico direttore
del settimanale “Il
S
Mondo” (1949-1966),
nasceva a Lucca un
secolo fa. Il “dovuto”
omaggio ai suoi 100
(Mario Pannunzio. Da
Longanesi al “Mondo”,
Rubbettino, Soveria
Mannelli -CZ- 2010),
arriva, allora, grazie alla
cura di Pier Franco
Quaglieni, che raccoglie
più voci (Pierluigi
Battista, Marcello
Staglieno, Mirella Serri,
Girolamo Cotroneo,
Angiolo Bandinelli,
Carla Sodini, Guglielmo
Gallino e un inedito di
Mario Soldati) e ne
racconta gli aspetti
meno noti: la sua
adesione ai partiti
Liberale e Radicale,
il suo rapporto con
Longanesi e Benedetti,
il saggio su Tocqueville
e la direzione (44-47) di
“Risorgimento liberale”.
per svelare quale messaggio si celi
nell'opera dell'artista senese: forse
proprio la celebre preghiera alla Vergine
posta alla base del trono.
Francesca Fumi Gambi Gado,
“La foglia d'oro. Il Segreto della
Maestà di Duccio” (testo bilingue
in italiano e inglese), ed. Polistampa,
Firenze 2010, pp.80, €12,00
IL RE DELLA COMUNICAZIONE
MONDIALE SI RACCONTA
Esattamente quarant’anni fa,
nel 1970, Charles Saatchi fondò quella
che in breve divenne la più importante
agenzia pubblicitaria del mondo,
la Saatchi & Saatchi, e poi, quasi allo
stesso modo si dedicò al mondo dell’arte
contemporanea, divenendo uno
dei talent-scout più influenti e ascoltati.
Paradossalmente refrattario alle
interviste, oggi il re della comunicazione
mondiale si racconta proprio accettando
di rispondere a 200 domande postegli
nel tempo. Ovviamente, a modo suo.
Charles Saatchi, “Mi chiamo Charles
Saatchi e sono un artolico”, Phaidon,
Londra 2010, pp.176, €9,95
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
45
APPUNTAMENTI CON GLI AUTORI
E CON LE PAGINE SCRITTE
Falò per Pavese, tutto Salgari e altri corsi
di matteo tosi
FUOCHI SULLE COLLINE PER
RICORDARE CESARE PAVESE
Da mercoledì 4 agosto a venerdì
13, quattordici comuni del Cuneese
e dell’Astigiano celbrano la memoria
di Cesare Pavese con un cartellone
di eventi, concerti, degustazioni e letture
che partono proprio dal paese natale
dello scrittore, Santo Stefano Belbo, dove
si inaugura la “Notte dei Falò sulle colline
di Cesare Pavese”. Un omaggio al suo
libro più conosciuto, ovviamente,
ma anche il ritorno a quella tradizione
contadina di festeggiare l’estate
accendendo grandi fuochi attorno
cui riunire l’intera comunità.
Cristiano Godano, leader
dei Marlene Kuntz, si esibirà insieme
agli GnuQuartet in un reading-concerto
che darà il la agli altri appuntamenti
“scenici”, tutti accompagnati da assaggi
di vini e profdotti locali, che nelle serate
successive toccheranno le terre
di Coazzolo e San Marzano Oliveto (5),
Cassinasco e Moasca (6), Canelli (7),
Calosso (8), Castigliole d’Asti e Canelli
(10), Montegrosso d’Asti e Nizza
Monferrato (13), aderenti al “Parco
Culturale Piemonte Paesaggio Umano”.
Info: www.fondazionelibro.it
HOLDEN: TREKKING ESTIVO
E UN ANNO DI SEMINARI
La torinese “Scuola Holden”,
istituzione didattica di scrittura
e storytelling fondata da Alessandro
Baricco, lancia questa estate due
assolute novità, una per la fine di agosto
e l’altra per l’anno scolastico a venire.
Da giovedì 26 agosto a domenica
29, l’appuntamento è con un “trekking
letterario” in valle d’Aosta, organizzato
insieme alla Comunità montana
del Monte Cervino. La mitica cima
si lascerà ammirare da un itinerario
senza difficoltà di rilievo che ripercorre
il vecchio sentiero della “Gran Balconata”
con l’aggiunta di una nuova parte
che percorre la base del Monte Zerbion
fino al Col di Joux e al Col Tzecore.
Si mangia, si dorme e si legge
tra baite, alpeggi e rifugi, in compagnia
di un’insolita guida, lo scrittore Davide
Longo. 290 euro il costo complessivo
e 15 i posti disponibili.
Per l’anno a venire, invece,
ecco la prima edizione di “Fondamenta”,
un cartellone di 8 week end a tutta
letteratura tra lezioni e laboratori che si
svolgeranno nello storico palazzo liberty
in corso Dante, a Torino.
Trenta i posti disponibili,
preferibilmente per over 32, con tre
borse di studio (una per una mamma,
una per un residente in Abruzzo e una
per l’iscritto che vive più lontano
da Torino) previste per assistere agli
interventi di Jonathan Coe, Bruno
Fornara, Alessandro Baricco, Domenico
Starnone, Livio Milanesio, Gabriele Vacis,
Luca tremolada, Gino Ventriglia,
Alessandro Cosso, Stefano Tealdi, Andrea
Tomaselli, Ernesto Franco, Evelina
Santangelo, Fabio Geda, Hamid Ziarati,
Marcello Fois e Davide Ferrario,
e per essere protagonisti insieme a loro
delle storie da scrivere “work in progress”.
Iscrizioni entro il 4 settembre.
Info: www.scuolaholden.it
IL “NAGATAMPO” E SALGARI
IN 25 LEZIONI, A BOLOGNA
Le iscrizioni a questo “corso”
scadono il 30 settembre, ma le lezioni,
gratutite, saranno tutte a numero chiuso,
quindi iniziamo a segnalarlo per tempoì.
L’appuntamento è con il professor
Antonio Faeti, che dal 18 ottobre al 9
maggio 2011 dedicherà 25 lunedì
pomeriggi allo studio di Emilio Salgari.
Info: www.fondazionecarisbo.it
46
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
ANDANDO PER MOSTRE
La poesia di Marco Nereo Rotelli, quella della
Merini e qualche carta tra passato e presente
ADONIS E MARCO NEREO
ROTELLI “DI-SEGNI
D’ORIENTE E D’OCCIDENTE”
MILANO, PALAZZO REALE,
FINO AL 29 SETTEMBRE
Info: tel. 02/54276
di matteo tosi
VERSI POETICI IN FORMA DI
QUADRI, SCULTURE, MANIFESTI
oetry - Parola d’artista”
è il titolo scelto da Marco
Nereo Rotelli per il suo
multiforme intervento di questa estate
nel cuore di Milano, da Palazzo Reale
a piazza Duomo e da corso Buenos
Aires alla Rotonda della Besana.
Non una semplice mostra, quindi,
né una kermesse di appuntamenti
strettamente “visivi”, ma una serie
di esposizioni e performances anche
estemporanee dove la poesia o meglio il
verbo poetico, il verso, la fa da padrone.
Insieme a lui, senza dubbio
nella sede più prestigiosa di tutto
questo cartellone, un altro artista
con il pallino della lirica (o viceversa),
il grande poeta arabo Adonis
“P
che affianca i lavori di Rotelli esposti
a Palazzo reale con una serie di trenta
collages “poetici”: un’esplorazione
nel segno della scrittura, con forme
calligrafiche trattate pittoricamente
che si intrecciano a tracce di stoffe, fiori
essiccati, lane pressate sul foglio
che contrastano in maniera netta
con i segni secchi e concettuali
di Rotelli, in un confronto concepito
sul concetto di “affinità delle differenze”
come paradossale segno di unione
tra Oriente e Occidente.
Appena fuori dal palazzo,
in Piazzetta Reale, Le pietre sono parole,
un’installazione di Marco Nereo Rotelli
con 12 grandi massi grezzi in marmo
di Carrara scolpiti con i versi, tra gli
altri, di Adonis, Yang Lian, Roberto
Mussapi, Andrea Zanzotto, Séamus
Heaney, Yves Bonnefoy e Wole Soynka,
mentre in corso Buenos Aires le parole
di Fernanda Pivano, a un anno dalla
scomparsa, prendono forma su dieci
striscioni.
Alla Rotonda della Besana, poi,
la vera e propria antologica di Rotelli,
Parola dipinta, mentre l’intera città sarà
costellata da affissioni di manifesti
“pubblicitari” con i ritratti fotografici
di 14 grandi poeti milanesi (scelti
insieme a Roberto Mussapi) attraversati
dal tratto pittorico del sempre
più eclettico artista veneziano.
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
47
MARILYN E MERINI ANCORA
INSIEME, OMAGGIO AL BELLO
I DISEGNI DEL MAITANI PER IL DUOMO
DI ORVIETO, FORSE I PIÙ ANTICHI DEL MONDO
are proprio che questa sia l’estate
della poesia, anche in materia
di arti visive. E così, mentre
Milano si riempie delle liriche “scritte”
da Adonis e Marco Nereo Rotelli, anche
le chicchissime coste di Sardegna
tornano alla lirica.
Nel variegato omaggio che l’MdM
Museum di Porto Cervo dedica
alla bellezza come valore supremo,
infatti, spicca la presenza di Alda Merini,
immortalata negli scatti di Giuliano
Grittini, per oltre vent’anni amico
della poetessa e suo fotografo ufficiale.
arte dai disegni originali della facciata della Cattedrale
orvietana la splendida
mostra che il Museo dell’Opera del Duomo dedica
a Lorenzo Maitani, architetto senese che, esattamente 700 anni fa, giunse
a Orvieto con l’incarico di
P
P
dare forma definitiva alla
chiesa più prestigiosa della città, che aveva l’onere e
onore di conservare il “Sacro Lino”. I disegni esposti,
inchiostri su pergamena,
forse gli originali più antichi di tutta la storia dell’architettura, qui si accompagnano ad altri do-
La mostra (“Ultimo atto d’amore /
The final act of love”), organizzata
in collaborazione con il Vastello Pozzi
e Spirale Arte (milanesi entrambi)
proporre un viaggio intorno al tema
della bellezza, nel suo doppio registro
di bellezza interiore ed esteriore,
attraverso attraverso dipinti, disegni,
incisioni, fotografie e documenti
“di vita vissuta”.
Protagonisti principali, insieme
alla somma Merini e al già citato
Grittini, anche Mimmo Rotella e il mito
di Marilyn Monroe, che proprio la Merini
cumenti e opere di pari valore (fino al 13 novembre;
info: tel. 0763/ 343592
www.opsm.it).
omaggiò in una sua famosa poesia per
quella sua bellezza luminosa e dolente
NUORO: IL GIOVANE ARTISTA (E NON SOLO) PIÙ ESPLOSIVO
D’AMERICA NASCONDE UN’INSOSPETTABILE PASSIONE PER I LIBRI
a iniziato presto
a far parlare di sé
Ed Templeton. E
oggi, nemmeno quarantenne, vanta una carriera di oltre tre lustri ed è
universalmente considerato il Warhol - o meglio il Ba-squiat - del
XXI secolo. La sua America, infatti, ritratta con
i segni della street art,
ma anche della fotografia e del design, è quella
delle periferie oscure e
H
senza mezze misure, che
ha conosciuto come
promessa e poi stella
dello skateboard.
Sportivo e artista,
ma anche pubblicitario e
creatore di moda, Templeton racconta con la
sua arte la stessa caleidoscopica varietà che
esprime con la sua vita,
come dimostra la grande
mostra dedicatagli dal
Man di Nuoro (Il cimitero della ragione, fino al 3
ottobre;
info:
0784/252110). Singolare che in tutta questa
frenesia, le persone a lui
care siano sempre ritratte tra i libri.
al tempo stesso. “L’incontro” tra le due
stelle della mostra è definitivamente
suggellato proprio da Mimmo Rotella,
con Marilyn. Bellezza eterna, una serie di
décollage ispirati proprio alle poesia che
la Merini dedicò alla diva Hollywoodia.
Il percorso espositivo, poi, inizia
proprio nel segno deella poetessa,
con diverse opere documentarie sulla
Merini: fotografie, un video e alcuni libri,
tra cui La presenza di Orfeo, sua prima
raccolta di poesie edita da Arturo
Schwarz Editore del 1953.
48
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
LA GRAFICA PUBBLICITARIA
GIAPPONESE DEL XXI SECOLO
MEMORIA CONDIVISA E AMORI “CLASSICI”
NEGLI INTIMI SCATTI DI BRUNO CATTANI
ffiches e manifesti pubblicitari,
da noi sono assurti al livello
di opere d’arte con una certa
frequenza, specie ultimamente, ma quasi
sempre in riferimento agli albori
di questo linguaggio, con una grande
attenzione dedicata ai maestri del liberty,
del décò e del futurismo o, al massimo,
con qualche personale dedicata ai grandi
maestri del nostro Dopoguerra.
La grande mostra che va in scena
presso la Fondazione Bevilacqua
La Masa di Venezia, invece, pesca nella
più recente produzione grafica nipponica,
limitando la propria ricerca
esclusivamente al decennio in via
di conclusione, per dare conto di come
i intitola “Memorie” l’esposizione
curata da Sandro
Parmiggiani e dedicata
agli ultimi cinque anni di
ricerca del fotografo Bruno Cattani (fino al 26 settembre, Castelnuovo ne’
Monti - RE -, Palazzo Ducale; info: 0522/610111)
A
S
che si è lasciato coinvolgere in questo viaggio all’interno della coscienza/conoscenza di ognuno
di noi dopo essere stato
chiamato nel 2004 dal
Comune di Reggio Emilia
a indagare proprio il tema
della cosiddetta “memoria condivisa”.
il Paese della modernità per eccellenza
sappia ancora attingere dalla propria
tradizione e, paradossalmente, proprio
per uno dei linguaggi tipici della
contemporaneità più stringente, quello
pubblicitario.
“Graphic Design dal Giappone. 100
poster 2001 - 2010” (dal 28 agosto al 17
ottobre, a cura di Rossella Menegazzo,
Galleria di Piazza San Marco 71/c; info:
www.bevilacqualamasa.it - tel.
041/5207797) porta quindi a Venezia i
frutti più selezionati di una tradizione
millenaria, scelti tra le migliaia di opere
ANCORA UN OMAGGIO AL SOL LEVANTE E UN RICORDO DELLE
BOMBE NELLE “NUVOLE SACRE” DI ROBERTO CODA ZABETTA
un altro racconto
meta-letterario la
mostra che Roberto
Coda Zabetta porta nelle
stanze di Palazzo Reale a
Milano (“Nuvole Sacre”,
fino al 29 agosto;
www.comune.milano.it/
palazzoreale) . Un altro
omaggio alla storia fiera e
disperata del Giappone
sconvolto dalle bombe
atomiche su Hiroshima e
Nagasaki, impreziosito
È
dall’eccezionale presenza
del rarissimo video “Navel and A-Bomb", del
1960, diretto dal grande
fotografo Eikoh Hosoe e
interpretato dal ballerino
e performer Tatsumi Hiji-
kata, fondatore della
danza “Butoh”, nata proprio come ribellione della
generazione che ha vissuto la Bomba sulla propria
pelle. Opera che dialoga
con le 15 grandi tele dell’artista marchigiano, dove il suo gesto plastico e
istintivo per la prima volta prende la forma di
nuovla, di fungo, dopo
essere stato grida di volti
disperati.
Nel foyer del teatro
Bismantova, poi, altri 30
scatti per una sezione dedicata al tema dell’eros
nella stauaria classica.
presentate ogni anno per l’assegnazione
dei premi più prestigiosi. Tra questi, in
occasione del sessantacinquesimo
anniversario delle tragedia di Hiroshima e
Nagasaki, anche una raffinata selezione
dei manifesti che ogni anno i designer
nipponici preparano con grande senso di
responsabilità per ricordare la tragedia
atomica che mise in ginocchio il Paese sul
finire della Seconda guerra mondiale.
Sia le campagne vere e proprie, sia
i cosiddetti “Hiroshima Appeals” sono
a firma tanto di maestri già affermati
quanto di giovani promesse.
49
SHARON STONE WEARS ROSE COLLECTION - WWW.DAMIANI.COM
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
MILANO: VIA MONTENAPOLEONE • ROMA: VIA CONDOTTI • FIRENZE: VIA DE’ TORNABUONI • VENEZIA: SALIZADA
SAN MOISÈ SAN MARCO • NAPOLI: VIA FILANGIERI • PORTO CERVO: PIAZZETTA PORTOCERVO • TORINO:
VIA ROMA • VERONA: VIA MAZZINI • BOLOGNA: VIA FARINI • IN TUTTI I NEGOZI ROCCA E IN SELEZIONATE GIOIELLERIE
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
I racconti di una biblioteca
In pochi volumi, un’intera
enciclopedia borgesiana
Vita e pensiero del grande scrittore attraverso i “suoi” libri
MATTEO NOJA
E LAURA MARIANI CONTI
E dietro i miti e le maschere,
l’anima che è sola.
Jorge Luis Borges
a memoria mi riconduce indietro, fino a una
sera di circa sessant’anni fa, nella biblioteca di mio padre, a
Buenos Aires. La vedo, vedo la luce a
gas, potrei posare la mano sugli scaffali. So bene dove trovare le Mille e
una notte di Richard Burton e la Conquista del Perù di William Prescott,
anche se la biblioteca non esiste più».
[J.L. Borges, L’invenzione della poesia]
«L
Un giovane commesso della libreria internazionale Pygmalion di
Buenos Aires, Alberto Manguel, dal
1964 al 1968, con altre persone si alternò, nelle serate libere, come lettore per il grande scrittore argentino
Jorge Luis Borges, ormai completamente cieco.
Nel suo Con Borges [Milano,
Adelphi, 2005], Manguel racconta
alcuni aneddoti di questa sua esperienza felice e feconda. Ricorda, tra
l’altro, come i visitatori della casa di
calle Maipu 994 a Buenos Aires, dove lo scrittore viveva con la madre or-
mai novantenne, rimanessero delusi
nel constatare quanti pochi libri
avesse conservato. Le poche librerie
alle pareti ospitavano soprattutto enciclopedie e dizionari di cui Borges
era comunque orgoglioso: il dizionario Bompiani degli autori e personaggi, l’Encyclopaedia Britannica [undicesima edizione, comprata d’occasione nel 1929 con il secondo premio
di un concorso letterario – 3000 pesos, somma allora considerevole –,
vinto con il libro di poesie Cuaderno
de San Martin], il mitico Brockhaus.
Borges amava ricordare che da
bambino spesso accompagnava il padre alla Biblioteca Nazionale; timido
qual era, si limitava a prendere dagli
scaffali aperti qualche tomo della
Britannica. Che gioia quella volta che
ebbe la fortuna di aprire il tomo “DeDr” nel quale conobbe contemporaneamente i druidi, i drusi e Dryden.
Anche se oggi le enciclopedie
non si usano quasi più, sostituite da
maneggevoli cd rom o dvd, chi ha
avuto l’esperienza di consultarne una
“di carta” non può scordare, oltre al
piacere di addentrarsi in argomenti
sconosciuti e imparare a ogni rigo cose nuove e sbalorditive, il piacere fisi-
co di sfogliare quelle pagine croccanti, scorrere le mani su quegli immacolati fogli, campi arati dalle lettere
impresse dal torchio, solitamente su
due colonne, segnare a dito su carte
geografiche talmente precise e minuziose da far pensare d’essere immaginarie rappresentazioni di mondi sognati e paralleli. E le figure a piena pagina con i costumi degli uomini,
le razze degli animali – dai sempre affascinanti felini alle mostruose creature degli abissi –, i fiori dai variegati
colori, esaltati dall’allora preziosa
cromolitografia; infine, misteriose e
intriganti nella loro piccola presenza,
le incisioni in bianco e nero, inserite
tra i testi, che raffiguravano oggetti
sconosciuti presentati nella loro utilità quotidiana, volti di uomini le cui
gesta ci parevano remote, vedute di
città e paesi che nel loro chiaroscuro
risplendevano solo della luce riflessa
degli occhi del lettore.
Manguel ci informa che i libri
in casa Borges non erano molti: andata dispersa la biblioteca paterna
(«la cosa più importante della mia vita»), allo scrittore non interessò mai
collezionare né tanto meno accumulare libri: si accontentava di leggerli,
52
magari alla Biblioteca Nazionale,
dove per anni fu direttore.
Anche se ammetteva di avere
immaginato il paradiso come una biblioteca, «sub specie bibliothecae»,
confessava altresì che, secondo lui, le
parole potevano soltanto «simulare
la sapienza». Senza volerlo, intendeva dire che i libri non erano importanti. Forse, inconsciamente, accomunava i libri agli specchi che aborriva per la loro capacità moltiplicatoria, quasi copulatoria e generativa: a
essi, sommessamente, potevano apparentarsi anche i libri, nel loro continuo, infinito generare storie e personaggi.
Nella nostra Biblioteca, però, a
dispetto di quanto detto sopra, si
conservano alcuni volumi che appartennero a Borges e alla sua famiglia.
Fanno parte di una collezione denominata appunto Fondo Borges che
comprende, oltre all’importante
manoscritto originale delle Ruinas
circulares, circa 500 tra libri scritti da
o su Borges e le riviste cui collaborò.
I libri scritti da Borges sono per
lo più in edizione originale, molti
con dedica autografa, altri con sue
annotazioni per le successive edizioni. Vi sono numerose traduzioni in
inglese, francese e italiano in prima
edizione. Numerosi anche i libri, in
edizione originale, che riportano i
suoi prologhi o prefazioni.
I volumi furono raccolti negli
anni ’80-’90 dal nipote dello scrittore, Miguel de Torre (figlio di Norah
Borges e Guillermo de Torre), che li
acquistò in ogni dove – nei mercatini,
presso le librerie antiquarie di tutto il
mondo, nelle aste – nel tentativo di
ricostituire la biblioteca del “tio” e
vennero dispersi agli inizi del 2000 in
un’importante vendita all’incanto a
New York.
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Convenendo con Borges che
ogni biblioteca, grande o piccola che
sia, rappresenti una veridica biografia del lettore che l’ha raccolta, compiliamo un elenco sommario di alcuni di questi libri, cercando di suggerire aspetti della vita e del pensiero del
grande scrittore bonaerense poco
conosciuti.
H. Armaignac, Voyages dans les
Pampas de la République argentine par
le Dr. H. Armaignac Lauréat de la Faculté et de l’Académie de Médecine de
Paris, Secrétaire de la Société de Géographie Commerciale de Bordeaux
Tours: Alfred Mame et Fils
Éditeurs, 1883
Al foglio di sguardia del piatto
posteriore firma e annotazione autografa di Borges cui seguono alcune di
altra mano [Miguel de Torre?]. La
firma di Borges riporta la data: Buenos Aires 1934. Le annotazioni riguardano pagine contenenti passi
dove è citato il colonnello Borges: p.
352 [«Celui qui occupait alors ce poste important était le colonel Borges.
Cet officier distingué, dont je devins
plus tard l’ami intime…»], 385
[«Dans les premiers jours du mois
suivant, le colonel Borges m’envoya
l’ordre de me rendre immédiatement
à Junin»], 403 [«Le colonel Borges,
qui nous avait rejoint avec quelques
gardes nationaux…»] e una annotazione bibliografica per una notizia di
p. 397 [«Néanmoins je pus me procurer une demi-douzaine de crânes…»]: «En pág. 397: cfr. J.B. Davis, Catalog of the Skulls, págs. 60, 61».
Pastor S. Obligado, Tradiciones
argentinas por el Doctor P. Obligado
membro correspondente de la Real Aca-
demia Española Abogado de la Universidad de Buenos Aires. Edición ilustrada
Barcelona: Montaner y Simón
Editores, 1903
Al recto della prima carta, la firma di Borges con la dicitura «Buenos
Aires»; al verso della stessa carta la
firma di Miguel de Torre con la data
«L: 1968». Al frontespizio sotto il titolo «Tradiciones argentinas», a matita, la dicitura «(Selección)»; poco
sotto il nome dell’autore viene scritto per esteso a matita: «P.astor Servando». All’indice piccole note manoscritte [probabilmente di Borges]
sul contenuto dei singoli capitoli.
Numerose sottolineature e evidenziazioni a matita nel testo.
Ex libris di Miguel de Torre.
Pastor Obligado [1818-1870]
avvocato, politico e militare argentino, fu il 24º governatore della provincia di Buenos Aires all’epoca della
secessione della Confederazione Argentina, dopo la caduta di Juan Manuel de Rosas.
Borges sosteneva che tutte le
letterature cominciano con l’epica e
non con la poesia intimistica o sentimentale. Per la letteratura argentina
egli vedeva nella letteratura gauchesca l’autentico e fondante momento
epico: si trattava senza dubbio di una
letteratura d’ispirazione rurale, nei
suoi propositi agiografica, ma era un
genere letterario scritto da intellettuali per dei “cittadini” ancora in cerca di legittimazione.
In un continente come quello
sudamericano di storia recente e non
ancora definita, per uno scrittore che
come lui aveva conosciuto e amato la
poesia di Omero e Virgilio, delle saghe nordiche e di quelle mesopotamiche, si trattava una volta per tutte
di definire il concetto di epica.
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
E Borges riconobbe nelle narrazioni delle pampas, delle guerre
d’indipendenza e delle lotte dei gauchos contro gli indios, lo stesso spirito che aveva animato l’Odissea, l’Eneide e tutti i racconti epici, fino alla
poesia di Whitman.
Borges discendeva, per parte di
padre e di madre, da uomini che lottarono per l’indipendenza argentina
e che presero parte attiva alle guerre
civili del Rio de la Plata. Dalla famiglia materna: Francisco Narciso Laprida, presidente del Congresso di
Tucumán che, nel 1816, proclamò
l’indipendenza delle Province Unite
dell’America del Sud (gli dedicherà il
Poéma conjetural); il colonnello Isidoro Suárez valoroso combattente (a
lui dedicherà Página para recordar al
colonel Suárez, vencedor de Junín); Isidoro Acevedo de Laprida, il nonno,
che contrastò e combattè il dittatore
Rosas dal 1835 al 1852, sino alla vittoria (per lui scrisse La otra muerte).
Dalla famiglia paterna: Jeronimo
Luis de Córdoba, fondatore della più
cattolica città argentina che porta lo
stesso nome; Francisco Borges, il
nonno, che combattè durante le
guerre civili per difendere le regioni
di confine e fu ucciso in battaglia nel
1874; sua moglie, Fanny Haslam, nata in Inghilterra, che, prima dello
spagnolo, insegnò a parlare inglese al
piccolo Jorge, che per questo in famiglia veniva chiamato affettuosamente Georgie.
Tra gli scrittori della letteratura gauchesca che Borges vedeva come propri avi, al pari dei generali e
dei colonnelli, erano: Aniceto il Gallo [pseudonimo di Hilario Ascasubi,
1807-1875] autore di Santos Vega,
Estanislao del Campo [1834-1880]
autore del Fausto Criollo, Bartolomé
Hidalgo [1788-1822 o 23] e natural-
mente José Hernández [1834-1886]
autore del famoso Martín Fierro.
André Beaunier, Les plus détestables bonshommes
Paris: Librairie Plon, 1912
Al frontespizio doppia firma di
possesso di Jorge Luis Borges in inchiostro nero, una datata 1923, e una
con citazione da p. 169: «l’art pour
l’art»; altra citazione da p. 225 scritta
da Jorge Luis Borges sulla parte interna della copertina inferiore: «les
individus et possédaient un immense
trésor qui constituait une force inquiétante». Le frasi citate sono sottolineate nel testo.
André Beaunier [1869-1925],
romanziere e critico francese.
Un ancora giovane Borges ebbe a scrivere sulla rivista “Proa” che
«per l’uomo e più ancora per l’adolescente sulle cui spalle riposa tutto
ciò che l’universo ha d’arrogante e
d’audace, un nuovo poema, un nuovo romanzo possono essere, come
l’Atlantide, una formidabile avventura intima».
Negli anni dello sperimentali-
53
smo e delle avanguardie, egli sposò
più volte l’idea di un’“arte per l’arte”,
che potesse bastare a se stessa. Nel
1924, quando lui e la sorella Norah e
molti altri giovani intellettuali cominciarono a collaborare alla rivista
“Martín Fierro”, perseguivano un’idea di arte moderna argentina che
fosse contemporanea e affine a quella
europea.
Col passare degli anni, Borges
andò a sostituire la propria figura di
autore e artista fine a se stesso, con
quella di “lettore”, anticipando alcune prese di posizione di critici come
Roland Barthes.
Col tempo affinò l’idea di una
letteratura aderente a una classicità
ben riconosciuta.
«L’arte dovrebbe assomigliare
a Itaca – essere fatta di verde eternità
e non di prodigi».
E.M. Butler, Rainer Maria Rilke
Buenos Aires: Editorial Poseidon [Sebastián Amorrortu e Hijos],
1943
Al frontespizio nota manoscritta di Jorge Luis Borges: «Este libro me lo regalò Eduardo, | mas de la
mitad, del volumen, es secular».
Con il libro è custodito un foglietto di pergamena, al recto del
quale è una poesia di Rilke [Der
Schauende] scritta in stile calligrafico da Norah Borges e al verso la nota
di Jorge Luis Borges: «Regalo de
Norah».
Norah era il soprannome imposto da Jorge alla sorella Leonor
Fanny Borges Acevedo [1901-1998],
che fu pittrice e critica dell’arte argentina.
Così il fratello maggiore la ricordava: «In tutti i nostri giochi lei
era sempre il capo, io quello che arri-
54
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Les pays de langue anglaise disent
‘Charlie’, les Français ‘Charlot’. Et
tout cela n’empêche – ni n’aide –
Charlie Chaplin d’être un comedien
exquis, humoriste et fou!». Frase che
è sottolineata a p. 215.
Altre sottolineature alle pp.
114-115, 274, 277-278, 363.
vava dopo, il timido, il sottomesso.
Saliva sui tetti, si arrampicava sugli
alberi su per i rami, io la seguivo con
meno entusiasmo che paura».
Compì la sua formazione in
Europa, tra Ginevra, con lo scultore
Maurice Sarkisoff, e Lugano con Arnaldo Bossi, che la avvicinò all’espressionismo e le insegnò la tecnica
della xilografia. In Spagna col fratello, frequentò gli ambienti delle avanguardie. Tornata in patria si legò al
gruppo artistico di Florida, contrapposto a quello di Boedo.
Si sposò con il critico e poeta
spagnolo Guillermo de Torre, che
Jorge le presentò in Spagna negli anni Venti. Per molti anni Norah si dedicò all’illustrazione di libri di amici,
oltre che a quelli del fratello.
Nella casa di calle Maipù, Borges conservava (accanto a una incisione di Piranesi raffigurante strane
rovine circolari) un dipinto della sorella, L’Annunciazione, che considerava, e non era il solo, un capolavoro.
Le Cinéma des origines a nos jours.
Préface par Henri Fescourt
Al frontespizio, sotto ai titoli,
nota manoscritta che dice «Este libro me lo regaló Garcia Mellid Jorge
Luis Borges 1933». Trasversale, sul
margine destro della pagina del frontespizio, altra nota manoscritta di
Borges che riporta una frase sottolineata a p. 363: «363 - “Avant-Garde”
Le Ciné-Club de France, le premier
à Paris, projeta en séance privée Le
Cuirassé Potemkine interdit par la
censure. A Paris, d’autres clubs suivirent l’exemple de la “Tribune Libre”:
“Le Club de l’Écran”, “La Lanterne
Magique”, “Le Phare Tournant”.
“Les Spectateurs d’avant-garde” et
“L’Effort”». Sul recto della prima
carta dopo p. 366, sotto la notizia dell’Achevé d’Imprimer, un’altra nota
manoscritta di Borges: «215 – Louis
Dellue rédigeant, en 1919, un court
portrait de Charlie Chaplin, écrit
simplement: “Ce petit acteur anglais
né à Paris est devenu un très grand artiste américain. Les pays de langue
espagnole l’ont baptisé ‘Carleto’.
Atilio Eugenio García Mellid,
così il nome completo del donatore
del libro, nacque a Buenos Aires nel
1901 e vi morì nel 1972. Insegnante,
diplomatico, giornalista e storico, agli
esordi si dedicò alla poesia. Come
giornalista fu direttore di “Itinerario
de América”, della rivista “Biblos”,
edita dalla Cámara del Libro e diretta
prima di lui dallo scrittore Julio Cortázar; diresse anche “Selección. Cuadernos mensuales de cultura” alla
quale Borges collaborò con recensioni librarie e cinematografiche.
García Mellid aderì in seguito
al peronismo, cosa che probabilmente lo allontanò dall’amico, sempre dichiaratamente avverso al governo di
Peron. Borges, infatti, per le sue
pubbliche esternazioni poco riguardose nei confronti del dittatore, da
funzionario di una piccola biblioteca
di quartiere, fu “promosso” a ispettore di polli e conigli [“inspector de
pollos, gallinas y conejos”] in un
mercato rionale.
Borges amava molto andare al
cinema; anche quando era ormai
cieco, si faceva accompagnare da
amici, amiche e conoscenti perché
gli raccontassero il film. Si recava
più volte a vedere lo stesso film, ma
accompagnato da persone diverse
perché voleva confrontarne sensazioni e opinioni.
È nel 1930 che Borges inizia la
folgorante carriera di critico cinema-
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
tografico dilettante. Comincia sulle
pagine di una giovane rivista di Buenos Aires, “Urbe”, con una rubrica
dal titolo “El Cineasta”; continuerà
poi su quelle più prestigiose di
“Sur”, di cui curerà la sezione dedicata ai film. La passione per il cinema, nella redazione della rivista non
aveva contagiato solo Borges: Victoria Ocampo, fondatrice della rivista e della casa editrice omonima,
aveva cercato di portare in Argentina il famoso regista russo S.M. Eisenstein per realizzare un grande
film sull’epopea di Martín Fierro.
Non riuscendo a trovare tutti i fondi
necessari, il regista si fermò in Messico. “Sur” si accontentò di pubblicare solo alcune fotografie tratte dal
celebre ¡Qué viva México!
Nei numeri 2 e 3 [maggio e giugno 1933] della rivista diretta da
García Mellid [presenti nel nostro
Fondo] pubblicò dieci brevi recensioni a film diversi: notevoli quella a
King Kong – il primo del 1933, realizzato dagli americani E.B. Schoedsack e M.C. Cooper –, dove Borges
sottolinea come l’attrice Fay Wray
riesca a distruggere tanto il gigantesco gorilla quanto tutto il film, e
quella a Lady Lou. She done him wrong
dove esalta senza mezzi termini la fisicità di Mae West, preferendola a
quella di dive certo non meno appariscenti come Jean Harlow e la mitica Marlène.
Per quanto riguarda Chaplin,
suo vero, grande mito cinematografico, memorabile la recensione uscita
nell’inverno 1931 sulla rivista “Sur” a
Luci della città, che Borges stronca
senza timori e pudori [recensione inserita nel capitolo Film di Discusión,
volume presente nel Fondo in prima
edizione – Buenos Aires, M. Gleizer
Editor, 1932 – nell’esemplare impre-
ziosito dalle annotazioni autografe di
Borges per la seconda edizione].
Dante Alighieri, La Vita Nuova. Nel Sesto centenario della morte di
Dante Alighieri
Bergamo: Istituto Italiano
d’Arti Grafiche, 1921
Al frontespizio, sotto il riquadro miniato che racchiude il titolo, la
seguente frase autografa di Borges:
«Esta hermosa edición de la Vita
Nuova, me fuí obsequiado por Profesor Angel Battistesa [sic], quién
tanto ha leído y querido los que yo
quiero y leo Jorge Luis Borges».
A Buenos Aires, Borges amava
spostarsi in tram. Fu prendendo il
tram numero 7, lungo il tragitto che
lo portava avanti e indietro dal lavoro
in una piccola biblioteca, che imparò
l’italiano leggendo la Divina Commedia in un’edizione bilingue: «Tutto
cominciò poco prima della dittatura.
Lavoravo come impiegato in una biblioteca del quartiere di Almagro.
Abitavo all’angolo delle vie Las Heras e Pueyrredon, con lenti e solitari
55
tram dovevo percorrere il lungo tragitto che va da questo quartiere settentrionale sino al sud di Almagro
dov’era situata la biblioteca, all’incrocio della avenue La Plata e la via
Carlos-Calvo. Il caso (ma il caso non
esiste, ciò che chiamiamo caso non è
che la nostra ignoranza della complessa macchinazione della causalità), il caso, dunque, mi fece trovare
tre piccoli volumi nella Libreria Mitchell, oggi scomparsa e che mi evoca
molti ricordi. Questi tre volumi erano i tomi dell’Inferno, del Purgatorio e
del Paradiso, tradotti in inglese da
Carlyle, non Thomas Carlyle di cui
parlerò poi. Erano dei libri maneggevoli, stampati dall’editore Dent. Li
tenevo in tasca. Su una pagina il testo
italiano e sull’altra la traduzione letterale in inglese. Avevo architettato
questo modus operandi: leggevo prima
un verso, una terzina, nella versione
in prosa inglese; poi leggevo lo stesso
verso, la stessa terzina in italiano;
procedevo così sino alla fine del canto. Poi leggevo tutto il canto di seguito, prima in inglese e poi in italiano.
In questa prima lettura ho capito che
le traduzioni non possono essere che
un succedaneo dell’originale. La traduzione non può essere che un tramite, uno stimolo per avvicinare il lettore all’originale; soprattutto se si tratta
di una traduzione spagnola».
«La Divina Commedia è un libro che bisogna leggere. Non ci si
può privare del meglio che la letteratura può offrire, sarebbe come condannarsi a uno strano ascetismo.
Perché privarsi della felicità di leggere la Divina Commedia? Inoltre, non
si tratta di una lettura difficile. Ciò
che è difficile è ciò che sta dietro le
parole: le opinioni, le discussioni; ma
il libro in sé è cristallino. C’è il perso-
56
naggio centrale, Dante, che è senza
dubbio uno dei più vivi della letteratura, poi gli altri personaggi».
Tra gli episodi del Poema che
Borges amava ricordare, certamente
era quello di Paolo e Francesca, dove
evidenziava nei versi di Dante una
certa qual amorosa invidia, benevola
verso i protagonisti della vicenda,
che nasceva dal rammarico di non
aver provato un amore così forte e
coinvolgente: «Infinitamente esistette Beatrice per Dante, Dante pochissimo, forse nulla, per Beatrice;
tutti noi propendiamo per pietà, per
venerazione, a dimenticare questa
compassionevole discordia indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo i casi del suo illusorio incontro
e penso a due amanti che l’Alighieri
sognò nell’uragano del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo
volle, di quella felicità che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti
per sempre nel suo Inferno (Questi,
che mai da me non fia diviso…). Con
spaventoso amore, con ansia, con
ammirazione, con invidia».
E l’episodio di Ulisse, dove nell’eroe greco egli vedeva proprio
Dante: «… Dante ha sentito che
Ulisse, in qualche modo, era lui. Non
so se ciò l’ha sentito in maniera cosciente ma poco importa. Egli afferma, in una terzina della Divina Commedia, che a nessuno è permesso conoscere il giudizio della Provvidenza. Nessuno può prevedere il giudizio della Provvidenza, nessuno può
sapere chi sarà dannato e chi sarà salvato. Ma lui, ha osato, sul piano poetico, prevedere questo giudizio. Ci
mostra dei dannati e degli eletti. Doveva ben sapere che questo modo di
procedere non poteva essere alieno
da pericoli; non poteva ignorare di
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
aver oltrepassato l’indecifrabile
provvidenza di Dio».
Juan W. Gez, El dr. Juan Crisóstomo Lafinur. Estudio biográfico y recopilación de sus poesías
Buenos Aires: Cabaut y Cía.
Editores, 1907
Alla prima carta bianca, firma
di possesso di Guillermo Juan Borges (cugino di Borges) e timbro di
possesso di “Jorge Borges - hijo”; ex
libris, firma di Miguel de Torre Borges e sue annotazioni riguardo alle
precedenti firme.
Al frontespizio firma autografa
di Jorge Guillermo Borges, padre di
Jorge Luis, con annotazioni di M. de
Torre. A p. 128 correzione a penna
attribuita a Jorge Luis Borges da una
nota manoscritta al frontespizio [di
Miguel de Torre]: mortal per inmortal. Alcune sottolineature a matita
nel testo, tra cui, a p. 12 e 116, là dove
si parla di Carmen Lafinur de Borges, sorella di Crisóstomo e madre
del colonnello Francisco Borges.
Juan Crisóstomo Lafinur
[1797-1824], poeta neoclassico argentino, fu anche filosofo e insegnante. Di temperamento rivoluzionario,
Lafinur in patria venne identificato
con il prototipo del poeta romantico:
la sua morte a 26 anni per le ferite riportate in seguito a una caduta da cavallo ne fu testimonianza inconfutabile. Era fratello di Carmen Lafinur
de Borges, bisnonna dello scrittore e
madre del colonnello Francisco. A
Lafinur Borges dedicherà ne La moneta di ferro una bella poesia:
Il volume di Locke, gli scaffali,
La luce del cortile a scacchi e lucido,
E la mano che scrive, lenta, il verso:
Il pallido giglio agli allori.
Quando, la sera, evoco il fluttuante
Corteo delle mie ombre, vedo spade
Pubbliche e battaglie lacerate;
Con Lei, Lafinur, è un’altra cosa.
La vedo che discute lungamente
Con mio padre, di filosofia,
E respinge l’ingannevole teoria
Di certe forme eterne nella mente.
Dall’altra parte del già incerto specchio
L’immagino mentre medita su questa
[idea.
[traduzione di Cesco Vian]
Paul Groussac, Los que pasaban.
José Manuel Estrada – Pedro Goyena –
Nicolás Avellaneda – Carlos Pellegrini –
Roque Sáenz Peña
Buenos Aires: Jésus Menéndez
Librero Editor [Impr. y Casa Edit.
“Coni”], 1919
Al frontespizio firma autografa
di Jorge Luis Borges. All’occhietto,
alcune note manoscritte «La Verde,
11, 146, 174 | Eliseo Acevedo, 144 |
Cnel. F. Borges, 148 | Florencio del
Mármol, Noticias y documentos sobre la
revolución de 1874, 147». Nel testo,
numerose sottolineature a matita, riferimenti bibliografici e altre note,
probabilmente di Miguel de Torre.
Al verso del frontespizio, incollato, un ritaglio di giornale con il
prologo di Borges a Crítica literaria di
P. Groussac.
Ex libris di Miguel de Torre.
Paul-François Groussac [18481929], di origine francese, conosciuto e molto temuto nell’ambiente letterario argentino, fu amico di Borges
che nei suoi scritti critici apprezzò soprattutto la spietatezza e il sarcasmo
fulminante.
Curiosamente Borges e Groussac furono entrambi, in epoche diverse, direttori della Biblioteca Naziona-
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le di Buenos Aires e divennero ciechi
mentre ricoprivano questa carica.
Borges curò e scrisse i prologhi a diversi testi di Groussac; tra
questi un’antologia delle sue opere
migliori [Jorge Luis Borges selecciona
lo mejor de Paul Groussac, Buenos Aires, Editorial Fraterna, 1981; il prologo è alle pag. IV-XI] che è presente
nel nostro fondo.
«Avrebbe voluto essere famoso
nella sua patria e nella sua lingua madre; lo fu in una lingua che padroneggiava, ma che mai lo soddisfece appieno e in paesi lontani che egli considerava come terre d’esilio. Suo
compito vero fu quello d’insegnare il
rigore e l’ironia francesi a un continente in erba. Scrisse, non senza una
certa qual amarezza: “Esser celebri
in America del Sud, è come continuare a essere sconosciuti”».
«La sensazione scomoda che
nelle prime nazioni dell’Europa, o
negli Stati Uniti, Groussac sarebbe
stato uno scrittore quasi impercettibile, farà sì che molti argentini gli
neghino preminenza nella nostra
smantellata repubblica, essa però
gli spetta».
Reginald Heber, The Poetical
Works of Reginald Heber
Philadelphia: E. H. Butler &
Co., 1858
Sul frontespizio a stampa, perpendicolare ai testi, nota manoscritta
in inchiostro di Jorge Luis Borges:
«Este libro me lo regalò Norah», seguita dalla firma.
Reginald Heber [1783-1826]
fu vescovo anglicano a Calcutta: viene ricordato soprattutto per essere
stato scrittore di inni sacri. Durante
le lotte per l’indipendenza indiana,
Gandhi citò un verso dal suo inno
From Greenland’s icy mountains come
esempio della prepotenza dei missionari cristiani nei confonti dei nativi
indiani, fossero hindu, buddhisti o
altro.
Il libro è illustrato da molte incisioni che ritraggono le bellezze naturali di quei luoghi, e per questo,
forse, fu regalato da Norah al fratello.
Abel Hermant, Le Caravanserail. Scènes de la Vie Cosmopolite
Paris: Librairie Alphonse Lemerre, 1917
Al frontespizio doppia firma di
possesso di Jorge Luis Borges, una
datata 1923. Sempre al frontespizio
due note manoscritte di Borges in inchiostro che riprendono frasi sottolineate a p. 7 [«– Toi? Tu as une santé
de fer! – Je suis tres malade!»] e a p.
104 [«Je l’aurais parié!»]. Al recto
dell’ultima carta un’annotazione da
p. 281 di una frase che è anche la fine
del libro: «Il y a la guerre… Il y a la
guerre…». Numerose altre sottolineature ed evidenziazioni a penna
nel testo.
Timbri d’appartenenza della
“Biblioteca de Ricardo Olivera”.
Abel Hermant [1862-1950]
scrittore francese che il 15 dicembre
1945 fu condannato con l’accusa di
collaborazionismo con la Germania
nazista e di conseguenza espulso dall’Accademia di Francia. Venne graziato e liberato nel 1948.
Agli inizi del 1914, la famiglia
Borges, vale a dire i genitori, Jorge
Luis e la sorella Norah, insieme alla
nonna materna, partirono per l’Europa. Scopo principale del viaggio
era la ricerca di un buon oculista che
potesse salvare la vista al padre, di-
57
ventato pressoché cieco. Dopo aver
visitato Londra e Parigi (città, questa, che, contrariamente a quanto
succederà a molti suoi connazionali,
non entrerà mai nel cuore e nella fantasia dello scrittore), si stabilirono in
Svizzera, a Ginevra.
Qui Borges fu iscritto come
studente esterno al collegio Calvino;
pur con molti problemi, imparò il
francese. Strinse amicizia con due
compagni di origine polacca – Simon
Jichlinski e Maurice Abramowicz –
che lo introdussero alla poesia di
Rimbaud. Da Rimbaud si addentrò
nella letteratura francese, leggendo
alla rinfusa Daudet, Gyp, Hugo,
Maupassant, Rémy de Gourmont,
Baudelaire, Verlaine. Parallelamente, con una certa nostalgia, rilesse il
Martín Fierro, i libri di Ascasubi, di
Eduardo Gutiérrez, di Evaristo Carriego, di Leopoldo Lugones; e inoltre
il Prométhée di Eduardo Wilde, Amaliadi Mármol, la storia dell’Argentina
di Vicente Fidel López, il libro su Rosas di Ramos Mejía. Nel frattempo,
non trascurava gli autori inglesi cominciando a leggere Carlyle e Chesterton, autori suoi prediletti (solo
Carlyle ripudierà in seguito, accusandolo di aver inventato il nazismo).
In piena prima guerra mondiale, visitò il Nord Italia restando affascinato da Verona e Venezia.
Durante tutto questo periodo
la sua unica avventura fu l’apprendimento della lingua tedesca da autodidatta, con il solo ausilio di un dizionario e di un libro di poesie di Heine:
potè così finalmente leggere l’amato
Schopenhauer nell’originale: «Oggi, se dovessi riferirmi a un solo filosofo, è lui che sceglierei. Se l’enigma
dell’universo può esser rivelato con
delle parole, è in mezzo alle sue opere
che troverei quelle parole».
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sempre in tedesco incontrò
per la prima volta un poeta cui rimarrà legato per tutta la vita: Walt Whitman, che lesse nella traduzione di Johannes Schlaff.
Ascher Zelik Hochman, Diccionario de bolsillo Hebreo-Idisch-Español. Contiene siete mil vocablos hebreos,
traducidos al Idish y Español
All’occhietto, firma di Jorge
Luis Borges, 1954.
Questo piccolo dizionario ci
permette di ricordare quanto Borges
fosse affascinato dalla cultura e soprattutto dalla lingua ebraica. Vedeva nel suo alfabeto la matrice ideale di
tutti gli alfabeti: per lui la “lingua dello Spirito Santo” non poteva che essere l’idioma originario. La cabala,
per lui dottrina molto importante e
ben presente, nasceva dall’alfabeto
ebraico e dall’infinito computo combinatorio del valore delle sue lettere.
«Chi non ha mai giocato a immaginare i propri antenati, preistoria della nostra carne e del nostro
sangue? Io ho giocato spesso e spesso
non mi è dispiaciuto d’immaginarmi
ebreo. Si tratta di un’avventura sedentaria e frugale che non fa male a
nessuno, meno che meno alla reputazione di Israele, dato che il mio giudaismo è senza parole, come le Canzoni di Mendelssohn. Nel numero
del 30 gennaio, la rivista “Crisol” ha
voluto celebrare questa retrospettiva
speranza evocando la mia “ascendenza giudaica maliziosamente occultata” (il participio e l’avverbio mi
deliziano)». Così Borges cominciava
un articolo dal titolo Io, un ebreo sulla
rivista “Megáfono” diretta da Sigfrido Radaelli [2ª epoca, n. 12, aprile
1934]. Proseguiva con un esame del-
l’origine dei patronimi degli avventurieri arrivati dall’Europa dopo la
Conquista, e nel cognome di un suo
antenato, il catalano don Pedro Azevedo [inizi ’700], gli sarebbe piaciuto
riconoscere una qualche ascendenza
ebraica. L’articolo terminava però
stroncando ogni ottimismo: «Sono
riconoscente a “Crisol” d’avermi stimolato in questa ricerca ma ormai si
affievolisce la speranza di una alleanza con la Tavola delle propiziazioni o
con il Mare di bronzo, con Heine,
Gleizer, i dieci Séphirot, l’Ecclesiaste o Charlie Chaplin».
Durante gli anni della seconda
guerra mondiale, Borges si espresse
contro Hitler e il nazismo, così come
contro il fascismo. Nel prologo al libro di Carlos M. Grünberg [Mester
de Judería, Buenos Aires, Editorial
Argirópolis, 1940, presente nel nostro Fondo; il prologo è alle pag. XIXVI], Borges scrive: «…l’antisemita
Adolf Hitler comanda in Europa e ha
imitatori qui da noi. Nelle lucide pagine di questo libro, Grünberg confuta con veemente passione i miti e le
falsità che quell’impostore e i suoi seguaci hanno predicato al mondo.
Malgrado il patibolo e la forca,
il rogo inquisitorio e il revolver nazista, malgrado i crimini accumulati da
una pratica secolare, l’antisemitismo
non si libera dal ridicolo. A Buenos
Aires ancor più che a Berlino. In
Germania, la cui lingua letteraria si
basa sulla versione di testi ebraici trasmessa da Lutero, Hitler non fa altro
che esacerbare un odio preesistente;
l’antisemitismo argentino viene a essere un facsimile confuso che ignora
l’aspetto etnico e quello storico».
Tra i suoi racconti maggiori
senza dubbio è L’Aleph, che dà anche
il titolo alla raccolta che lo compren-
59
de – libro presente nel Fondo in prima edizione [Editorial Losada S.A.,
1949, con dedica autografa a Francisco Luis Bernardez] e nella seconda
[sempre Losada S.A., 1952, con dedica autografa a Guillermo, probabilmente de Torre] –: aleph come la
prima lettera dell’alfabeto ebraico.
Il racconto sapientemente articolato [dedicato all’amica scrittrice
Estela Canto], narra di un uomo che
alla morte dell’avvenente donna da
lui amata, Beatriz Viterbo, viene invitato dal cugino di lei, Carlos Argentino Daneri, poeta e amico ma rivale in amore, a scendere nella cantina della casa di Beatriz. Lì, sdraiandosi per terra e fissando un preciso
punto sotto il diciannovesimo gradino della scala, avrebbe potuto assistere a uno spettacolo eccezionale:
avrebbe potuto contemplare contemporaneamente tutto il mondo e
ciò che in esso stava succedendo.
Per questo racconto Alberto
Manguel ci indica due fonti possibili: la prima quella della visione di San
Benedetto da Norcia che, poco prima di morire intorno al 547, distolse
lo sguardo dalle sue preghiere e nell’oscurità fuori della sua finestra vide
che «tutto il mondo sembrava condensarsi in un raggio di sole e gli fosse così presentato davanti agli occhi» [cfr. T.F. Lindsay, St. Benedikt,
His Life and His Work, London
1949]; la seconda, invece, è un racconto del rabbino Nachman di
Brezlav, nel quale è descritta una
mappa che mostra «i mondi in tutti i
tempi, e qualsiasi cosa mai avvenuta
sulla terra vi stava segnata perché si
potesse leggerla […]. Là si trovava
ogni cosa come è stata nel momento
in cui il mondo fu creato, come era
una volta e come è oggi» [Martin
Buber, Die Geschichten des Rabbi
60
Nachman, Frankfurt am Mein 1906].
Ma il racconto ha un altro, curioso predecessore che Borges potrebbe aver letto in Svizzera durante
uno dei suoi soggiorni in Europa:
Amphiorama ou La vue du monde des
montagnes de La Spezia. Phénomène
inconnu et, pour la première fois, observé
et décrit par F.W.C. Trafford [Lausanne, s.n. 1874; verrà ristampato, ampliato e con una tavola, a Zurigo da
Orell Füssli nello stesso anno e successivamente molte altre volte in vari
luoghi]. In questo opuscolo, la vicenda di una visione contemporanea di
tutto il globo è narrata in modo sorprendente da un naturalista inglese,
Francis Trafford. Durante un’escursione sul monte Castellana, sopra
Porto Venere nelle Cinque Terre, in
una giornata di completa bonaccia,
lo scienziato racconta di aver avuto
un’esperienza allucinatoria durante
la quale riesce a vedere contemporaneamente, e dallo stesso punto di vista, tutte le terre del nostro pianeta e
tutto ciò che vi accade. Dalle isole toscane, prime a comparire nitide e
precise davanti a lui, la visione si al-
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larga sorprendentemente alle coste
iberiche, dalle montagne dell’Atlante a tutta l’Africa e, oltre le impervie
montagne del Caucaso, all’India, all’Estremo Oriente e a destra, alle coste dell’America del Nord come del
Sud, e così via.
La narrazione è incalzante, ricca di particolari minuziosi. Alla fine
della lettura si rimane un po’ storditi:
probabilmente come rimase l’uomo
che ce lo racconta.
A posteriori sorprendono due
cose: la prima, che Trafford nel racconto descriva precisamente le coste
della Groenlandia coperte dai
ghiacci, e che, nella seconda edizione, ne disegni una mappa orientata
sul meridiano di La Spezia delineando perfettamente le coste dell’isola
dello Spitzberg non ancora del tutto
conosciute; la seconda, che in cima al
monte Castellana ci sia da tempo un
osservatorio della Marina Militare
chiuso da un recinto nel quale non si
può entrare.
Secondo Borges, ogni scrittore
sceglie i suoi precursori: chissà se anche il lettore può farlo in vece sua?
Leopoldo Marechal, Aguiluchas. Poemas
Buenos Aires: Manuel Gleizer,
1922
Sulla pagina dell’occhietto,
nota manoscritta di Jorge Luis Borges: «– Y lo arrojó a las aguas… – 99 |
Jorge - Luis | 1923». La frase riprende la fine di una poesia a p. 99 [El canto rodado]; la firma è sottolineata da
un tratto che si conclude all’estremità destra con una croce.
Leopoldo Marechal [19001970], scrittore, poeta e drammaturgo argentino nacque a Buenos Aires
da una famiglia di origini francesi. Il
libro è la sua opera prima e testimonia
dell’amicizia con Borges e della condivisione di idee letterarie d’avanguardia che derivavano dall’esperienza dell’ultraismo. Nel 1926 riuscì
a raggiungere l’Europa dove incontrò Ramón Gomez de la Serna, Ortega y Gasset, conobbe Picasso e altri
pittori. Ritornato nel 1929 in Europa
si stabilì a Parigi dove cominciò a
scrivere il romanzo più importante
della sua vita letteraria che completerà e stamperà nel 1948: Adán Buenosayres, racconto allegorico del viaggio del poeta Adán in una metafisica,
quasi infernale Buenos Aires. Il romanzo fece scalpore perché ne erano
protagonisti gli intellettuali argentini, i compagni e gli amici della gioventù dello scrittore, descritti in modo vagamente dissacratorio e nascosti dietro piccoli travestimenti: il pittore Xul Solar nel romanzo è l’astrologo Schultze, Raúl Scalabrini Ortiz
è invece il “petizo” Bernini, Jacobo
Fijman si cela sotto le spoglie del filosofo Samuel Tesler; oltre ovviamente
all’imprescindibile Borges [nel libro
si chiama Luis Pereda] che nella vicenda è in compagnia del cugino
Guillermo Juan Borges; ma molti altri scrittori sono celati in quel romanzo che, ispirato alle colorate e metafisiche visioni del pittore Xul Solar,
narra di un viaggio iniziatico alla scoperta di una città utopica, viaggio che
richiama per alcuni versi quello di
Dante nella Commedia.
Alfonso Martínez de Toledo,
Arcipreste de Talavera, Corvacho, o
Reprobación del amor mundano. Edición, prólogo y notas por Martín de Riquier Correspondiente de la Real Academia Española
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Barcelona: Selecciones Bibliófilas [Talleres Gráficos S.A.D.A.G.],
1949
Al frontespizio firma e nota
manoscritta di Borges che riproduce
una frase sottolineata a p. 133 «133 ¡Ay, puta Marica, rrostros de golosa,
que tú me as lançado por puertas!».
La scritta è perpendicolare ai titoli e
la firma è nell’angolo a destra in basso, in diagonale.
Alfonso Martínez de Toledo
[1398-1470?] meglio conosciuto come l’Arcipreste de Talavera scrisse El
Corbacho o Reprobación del amor mundano [1438, il titolo è ispirato al Corbaccio di Boccaccio] come invettiva
contro la lussuria e l’amore mondano, descrivendo con dovizia di particolari gli effetti perniciosi che l’amore carnale provocherebbe nello spirito e nel corpo dell’uomo.
Borges più volte si innamorò; la
lista delle donne per cui spasimò è
abbastanza lunga: Estela Canto, Elsa
Astete de Millán [con cui infelicemente si sposò], Haydée Lange, María Esther Vásquez, Ulrike von
Kühlmann, Silvina Bullrich, Beatriz
Bibiloni Webster de Bullrich, Sara
Diehl de Moreno Hueyo, Margot
Guerriero, Cecilia Ingenieros, María Kodama [sua ultima compagna e,
forse, sua seconda moglie, cosa dubbia dato che non ottenne mai il divorzio da Elsa Astete].
Egli affermò che il destino dell’eroe moderno non era quello di tornare a Itaca o di conquistare il Sacro
Graal; molto spesso nell’arte, come
nella vita, il suo eroe non riusciva
neanche a immaginare o a sognare,
meno che mai frequentare, la donna
perfetta che lo potesse rendere felice.
61
Manuel Mujica Laínez, Vida de
Aniceto el Gallo [Hilario Ascasubi]
Buenos Aires: Emecé Editores
S.A. [Imprenta Lopez], 1943
Alla prima carta dedica autografa dell’Autore: «A Jorge Luis
Borges con la admiración – y no la de
las dedicatorias, si no la auténtica de
Manuel Mujica Laínez 1944». Al
verso della prima carta, firma di Miguel de Torre e la data “L: 1967”. All’occhietto, una sigla non comprensibile, e una data, “1964”.
Ex libris di Miguel de Torre.
Manuel Mujica Laínez, La casa
Buenos Aires: Editorial Sudamericana [Compañía Impresora Argentina S.A.], [1954]
Alla prima carta bianca dedica
autografa dell’Autore: «A Leonor
Acevedo de Borges y a Georgie
Borges, a la encantadora amiga y al
gran escritor, esta casa en cuya psicológica arquitectura tal vez reconocerán rasgos de otras casas, de
otros tiempos, de otras sombras y
luces fantasmales. Con el afecto de
Manucho. 1954». Al frontespizio,
accanto al titolo, una nota a matita,
riporta tra parentesi le date “18851953”, periodo in cui si svolge l’azione del romanzo; un’altra nota
all’occhietto riporta la sigla di Miguel de Torre e la data “L: 1970”.
Manucho era lo pseudonimo di
Manuel Mujica Láinez [1910-1984]
scrittore, biografo, critico d’arte e
giornalista. Il suo capolavoro è considerato il romanzo Bomarzo [Buenos
Aires, Editorial Sudamericana,
1962], presente nel nostro Fondo
con dedica autografa a Norah e Guillermo de Torre.
A Manucho, Borges dedica una
poesia nella Moneta di ferro:
Isaac Luria afferma che l’eterna Scrittura
Ha tanti significati quanti sono i lettori.
[Ogni
Versione è vera e fu prestabilita
Da Colui che è il lettore, il libro e la
[lettura.
La tua versione della patria, coi suoi fasti e
[fulgori,
Entra nella mia vaga ombra come se
[entrasse il giorno
E l’ode si fa beffa dell’Ode. (La mia
Non è che nostalgia di rustici coltelli
E d’antico coraggio). Già il Canto si fa
[tremito,
E contenute a stento dal carcere del verso,
Sorgono le moltitudini del futuro e diverso
Regno che sarà tuo, il loro giubilo e pianto.
Manuel Mujica Láinez, un tempo
[abbiamo avuto
Una patria – ti ricordi –, ed entrambi la
[perdemmo.
[traduzione di Cesco Vian]
Francisco de Quevedo Villegas, Obras ineditas de Don Francisco de
Quevedo Villegas
Caballero del Habito de Santiago, Segretario de su Magestad, y Se-
62
ñors de la Villa de la Torre de Juan
Abad [unito con]
Anacreon Castellano con
paraphrasi y comentarios por don Francisco Gomez de Quevedo
Madrid: En la Imprenta de
Sancha, 1794
Al primo frontespizio, una annotazione manoscritta di Borges riporta alcuni versi dalla p. 43 del secondo libro: «Dadme acá muchachas | el vaso que os pido, | beberé
sediento | hasta el Dios del vino. |
Porque ya de seco | el calor prolixo |
dela sed que paso, me bebe á mí mismo» [versi che a p. 43, Oda XXI, sono sottolineati con lo stesso inchiostro della nota]. In calce a p. 160 del
secondo libro una nota manoscritta
di Jorge Luis Borges riprende altri
versi che sono sottolineati a p. 129:
«129 – Y en la Oda 3. de los Olimpios, Epode último dice esto mismo:
| El agua se aventaja | á esotros elementos: | y despues es el oro | lo mejor de la tierra.» [sempre con lo stesso
inchiostro della prima citazione].
Francisco Gómez de Quevedo
y Santibáñez Villegas [1580-1645]
nobile, politico e scrittore del Siglo
de Oro.
Curiosamente Borges non
amava Quevedo, anche se ne ammirava lo stile.
Nel prologo al volume dei
Classici Emecé dedicato a Quevedo,
Prosa y verso [Buenos Aires, Emecé
Editores S.A., 1948; selezione dei testi e note di J. L. Borges e Adolfo Bioy
Casares; prologo di Borges alle pp. 716; precede i testi la Vida de Quevedo
di Don Pablo Antonio de Tarsia; il
volume è presente nel Fondo], Borges si interroga sulla «strana gloria
parziale» toccata in sorte al grande
poeta spagnolo. Da Omero a Dante,
da Shakespeare a Kafka, tutti gli
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
scrittori di fama universale hanno
«coniato la moneta di un simbolo»,
Quevedo no. Concludendo, sentenziava: «La grandezza di Quevedo è
verbale».
Nel 1984, parlando con Osvaldo Ferrari dai microfoni della radio
municipale di Buenos Aires proprio
su Quevedo, Borges finiva il suo intervento dicendo: «Si potrebbe pensare che una poesia corrisponda a
un’emozione, o al suo tema, ma è un
nuovo oggetto, un oggetto verbale,
che viene aggiunto al mondo. Scrissi
una poesia, che si intitola L’altra tigre,
nella quale mi propongo di descrivere una tigre. Dopo averla descritta,
mi accorgo che non ho dato vita alla
tigre, ma a un oggetto verbale, a una
costruzione, a un edificio di parole; e
allora prendo a parlare dell’altra tigre. Ma, mentre parlo, la nuova tigre
si va facendo artificiale quanto la prima, e alla fine mi trovo solo nella sera,
nella vasta sera della Biblioteca Nazionale, cercando l’altra tigre, quella
che non è nella poesia. Credo sia una
delle mie cose meglio riuscite; si assiste in essa al sorgere di una catena dagli infiniti anelli, e ciascuno di essi è
una tigre, ma una tigre dall’esistenza
puramente verbale».
Guillermo de Torre, Guillaume
Apollinaire. Estudio preliminar y páginas escogidas por Guillermo de Torre. 33
reproducciones
Buenos Aires: Editorial Poseidon [Imprenta de Sebastián Amorrortu e Hijos], 1946
All’occhietto, dedica autografa
dell’Autore a Jorge L. Borges e a sua
madre [rispettivamente cognato e
suocera]: «A Jorge y a su madre, o la
madre de todos nosotros, muy cari-
ñosamente Guillermo».
In calce firma di possesso di
Miguel de Torre Borges.
Lasciata la Svizzera alla fine
della prima guerra mondiale, i Borges si recarono in Spagna: dapprima
a Barcellona e quindi nelle Baleari, a
Palma. Qui Jorge Luis entrò in contatto con i giovani poeti maiorchini
Juan Alomar, Miguel Angel Colomar, i fratelli Vives e soprattutto Jacobo Sureda [1901-1935] che lo
ospitò nella proprietà di famiglia alla certosa di Valldemosa, nei pressi
di Palma: con il curato della certosa,
Borges riprese a leggere e a studiare
il latino.
A Ginevra l’amico Abramowicz pubblicò nel numero di agosto
del suo giornale “La Feuille”, il primo articolo del giovane critico Jorge
Luis Borges, dedicato agli scrittori
spagnoli Ruiz Amado, Azorín e Pío
Baroja [Chronique des lettres espagnoles. Trois nouveaux livres: Pío Baroja:
Momentum catastrophicum. Azorín:
Entre España y Francia. Ruiz Amado:
Apología del cristianismo].
Jorge Luis scrisse anche un
“racconto mitico” su un lupo mannaro, inviato alla rivista popolare di
Madrid “La Esfera” ma rifiutato, oltre a dei versi sulla rivoluzione russa,
Ritmi rossi, che poi non pubblicherà;
nel frattempo continuava la lettura
appassionata di Walt Whitman, verso il quale manterrà per tutta la vita
una profonda ammirazione [Guillermo de Torre ricorderà il suo arrivo
in Spagna: «Arrivò ebbro di Whitman, bardato di Stirner, seguendo le
tracce di Romain Rolland»].
A Siviglia si avvicinò al gruppo
che faceva capo alla rivista Grecia, capitanato da Isaac del Vando Villar, di
ispirazione ultraista. Nel numero di
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
dicembre pubblicò per la prima volta
una poesia: Himno del mar, che gli
valse il titolo di “cantore del mare”.
A Madrid reincontrò Guillermo de Torre e conobbe Rafael Cansinos Asséns [1882-1964], l’inventore
dell’ultraismo, che subito battezzò
come maestro: «Ciò che era più notevole in Cansinos era che egli viveva
unicamente per la letteratura, senza
sognare né il denaro né la fama».
Incontrò anche Ramón Gómez de la Serna, con il quale però non
entrò in sintonia.
La frequentazione più stretta
del periodo l’ebbe comunque con
Guillermo de Torre, anche perché
questi poi sposerà Norah e dopo il
1936 deciderà di trasferirsi in Argentina definitivamente.
Guillermo [1900-1971] prima
di dedicarsi alla critica letteraria e artistica e all’insegnamento, giovanissimo girò l’Europa per conoscer i
maggiori esponenti delle avanguardie che allora si andavano diffondendo; si legò soprattutto a Tristan Tzara. Fondò con Cansinos Asséns il
movimento dell’ultraismo. Si fece
conoscere con un libro di poesie, Helices [Madrid, Editorial Mundo Latino, 1923], una raccolta di poesie sperimentali, un vero e proprio campionario di “poesie iconiche” alla maniera di quelle futuriste o dei Calligrammes di Apollinaire. Rimane lapidario il giudizio espresso da Borges
su questa opera prima, in una lettera
del 1923: «Migliaia di sdrucciole,
un’infinità di cianfrusaglie: aeroplani, rotaie, trolley, idroplani, arcobaleni, ascensori, segni zodiacali, semafori… Io mi sento vecchio, accademico, consumato, quando mi capita tra le mani un libro così».
Il grande critico Gerardo Diego [1896-1987], nume tutelare della
poesia spagnola di quegli anni, lo inserì nelle antologie dedicate alla Ge-
63
nerazione del ’27, insieme a Pedro
Salinas, Jorge Guillén, Federico
García Lorca, Vicente Aleixandre,
Dámaso Alonso, Rafael Alberti.
Il nipote Miguel, figlio di Guillermo, ricorda, parlando delle loro
inconciliabili differenze: «tutto ciò
che è umano era praticamente estraneo ai rapporti tra i due cognati». I
due si sopportavano male, soprattutto a causa della scarsa considerazione
che il poeta mostrava nei confronti
del cognato, anche se Georgie continuava a chiamarlo el Cuñadisimo. A
chi gli chiedeva com’era il suo rapporto con Guillermo, diventato
completamente sordo con gli anni,
Borges rispondeva divertito: «Buonissimo. Quando passeggiamo insieme, io non lo vedo e lui non mi sente».
Borges, Jorge [Guillermo, padre di J. L.], El Caudillo. Novela
64
[Palma de Mallorca]: [Imprenta Juan Guasp Reinés], 1921
Al recto della prima carta, una
nota in matita riporta l’indicazione
del tipografo e del luogo di stampa; al
verso, sempre in matita, una nota
svela il nome [Aurorita] che compare
nella dedica. Al frontespizio, dedica
dell’Autore a Aurora de Haedo de
Haedo: «Para Aurorita con afecto
Jorge».
Unica edizione dell’unico romanzo scritto dal padre di Borges.
«Mio padre era molto intelligente e, come tutti gli uomini intelligenti, molto buono».
In uno scarabocchio fatto a cinque anni, tra le figure incerte di alcuni animali feroci, queste parole: «Tigre, leone, papà, leopardo». Minuscolo elenco di una precoce quanto
efficace mitologia: tra le fiere, a tutelare l’infanzia, il padre.
Jorge Guillermo Borges Haslam [1874-1938], avvocato, era «un
filosofo anarchico – discepolo di
Spencer – allo stesso tempo insegnante di psicologia alla Scuola normale di lingue straniere, dove teneva
le sue lezioni in inglese, servendosi
del piccolo libro di psicologia di William James».
A dieci anni Jorge Luis tradusse
il Principe felice di Oscar Wilde e la sua
traduzione venne pubblicata sul
quotidiano di Buenos Aires “El
País”: essendo la traduzione firmata
Jorge Borges molti credettero si trattasse del padre. Il fraintendimento
inorgoglì entrambi.
Jorge Guillermo pubblicò a
proprie spese questo romanzo durante il periodo di permanenza in
Spagna. «Scrisse anche (e distrusse)
un libro di saggi, e pubblicò una tra-
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duzione dell’Omar Khayyâm di
Fitzgerald, con la stessa metrica dell’originale. Distrusse un libro di racconti orientali sul tipo delle Mille e
una notte, e un dramma, Hacia la nada
[Verso il nulla], la storia di un uomo
che veniva deluso dal figlio. Pubblicò
dei bei sonetti nello stile del poeta argentino Enrique Banchs. Fin da
quando ero bambino, da quando cioè
lui divenne cieco, era stato tacitamente stabilito che avrei fatto mio
quel destino letterario che le circostanze avevano negato a mio padre.
Ci si aspettava che io diventassi uno
scrittore, e simili cose non dette sono
ben più importanti di quelle di cui si
parla soltanto».
Morì ormai cieco nel 1938:
«All’inizio del 1938 muore suo padre, il primigenio e più indimenticabile dei suoi mentori nel campo della
letteratura e della filosofia, colui che
l’introdusse nel paradiso dei bibliofili da cui nessun angelo vendicatore lo
caccerà mai più» [F. Savater, Borges,
Bari-Roma, Laterza, 2005].
Gautier, Théophile, Avatar.
Cuarta edición
Valencia: Pascual Aguilar Editor, [ca. 1897]
All’occhietto dedica autografa
di Jorge Borges alla futura moglie
Leonor Acevedo [genitori di Jorge
Luis Borges]: «A Leonor Acevedo de
su amigo Jorge Borges». Al verso del
primo foglio di sguardia, una nota
manoscritta probabilmente di Miguel de Torre «ca. 1897 Encuadernación de Leonor, con sus iniciales».
Ex libris di Miguel de Torre.
Discendente da una famiglia di
antico ceppo argentino e uruguaiano, Leonor Acevedo Suárez [1876-
1975] fu sempre per il figlio Georgie
«…una compagna – specialmente
negli ultimi anni, da quando sono diventato cieco – e un’amica comprensiva e indulgente. Mi ha fatto da segretaria per molti anni, rispondendo
alle mie lettere, scrivendo sotto mia
dettatura, e anche accompagnandomi nei viaggi che ho fatto nel nostro
paese e all’estero. Ed è stata lei, anche
se un tempo non me ne rendevo conto, che nel suo modo silenzioso ed efficiente ha favorito al mia carriera
letteraria».
«Credo di aver ereditato da
mia madre la qualità di pensare tutto
il bene possibile degli altri e anche il
suo forte senso dell’amicizia. Lei è
stata sempre molto ospitale. Da
quando con l’aiuto di mio padre, ha
imparato l’inglese, ha letto quasi
esclusivamente libri scritti in quella
lingua. Dopo la morte di mio padre,
riuscendole difficile fissare l’attenzione sulla carta stampata, si cimentò
nella traduzione di La commedia umana di William Saroyan per costringere se stessa a concentrarsi. La traduzione fu pubblicata e mia madre ebbe
encomi e ringraziamenti da parte di
un’associazione di armeni di Buenos
Aires. Più tardi tradusse qualche racconto di Hawthorne e uno dei libri
sull’arte di Herbert Read, ed è lei che
ha fatto qualcuna delle traduzioni di
Melville, di Virginia Woolf e di
Faulkner che sono considerate mie».
Molti altri i volumi del nostro
Fondo dedicato a Borges che potremmo elencare, ma preferiamo
fermarci qui, rimandando a un’altra
occasione un nuovo racconto sulla
biblioteca di Borges.
Convinti che, in ogni biblioteca, ogni libro è sempre una promessa, un prologo di tutti gli altri libri.
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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l’Erasmo: pagine scelte
R.L. Stevenson, lo scrittore
avvolto di felicità
Il mondo e i sogni di un grande creatore di storie
ATTILIO BRILLI
a casa di uno scrittore felice
dovrebbe essere in simbiosi
con la sua arte, facendosene
per così dire talamo e culla. E se per
uno scrittore la felicità, come la sofferenza, ha la medesima sostanza
dell’atto creativo, la casa ne diventa
ad un tempo il testimone muto e la
manifestazione tangibile. Naturalmente ci sono delle esigenze primarie e assolutamente irrinunciabili
per uno scrittore. La sua stanza di lavoro, raccomanda R.L. Stevenson
nell’inedita versione di interior designer, deve disporre di almeno cinque tavoli, dei quali uno dedicato alle opere in corso, quello accanto ai libri di consultazione corrente, un altro ai manoscritti e alle bozze, un altro ancora agli atlanti e alle mappe,
l’ultimo infine da tenere sgombro
per ogni evenienza. Le librerie dovranno svolgersi tutto attorno ai tavoli come una barriera corallina,
giungendo all’altezza della cintola e
non oltre, per permettere alle sovrastanti pareti di sciorinare carte topografiche e incisioni del Canaletto.
L
Girolamo Nerli, Robert Louis Stevenson,
1892; olio su tela. Edimburgo, Scottish
National Portrait Gallery
La filosofia dell’arredamento
di Stevenson non manca di suggestione. I suoi cultori vi possono sfiorare con le dita le rilegature in morbida vacchetta degli autori che gli
sono più cari: Shakespeare, Molière,
Montaigne, Sterne… ma anche Il
conte di Montecristo e Il visconte di
Bragelonne.
O i pittori prediletti, se in fondo a un corridoio o nella penombra
di un sottoscala ci lascia intravedere
un piccolo Tiziano che rifulge come
un rubino nella cornice d’oro, e altrove un lago e una cascata di Corot.
E ne sono attratti gli amanti del giardinaggio, sorpresi da un inebriante
orto dei sensi: «Si ha da coltivare il
giardino con il fiuto, poiché gli occhi
sanno cavarsela da soli; e non bisogna dimenticare l’udito: un giardino
senza uccelli assomiglia al cortile di
un carcere». Farvi a meno del sussidio immaginoso di un torrente che si
possa guadare a piedi, o attraversare
su un ponticello, equivarrebbe a lasciarsi chiudere in faccia la porta dell’Eden.
La casa nella sua interezza coopera a tal punto all’attività dello
scrittore, che anche l’ozio acquista
una sua produttività fantastica:
«Una giornata trascorsa su un divano con cuscini a volontà, offre i diversivi di un viaggio». Per un simile
viaggiatore sedentario, mappe e carte topografiche saranno ovunque
sott’occhio, poiché i corsi cilestrini
dei fiumi, le chiazze verdognole delle foreste, le scogliere, i fondali, i fari, le rotte e le sagome delle navi, le
rubriche dei cartigli stimolano al
massimo grado l’immaginazione. A
tal punto, che la stessa casa si articola
in termini topografici, e i fatidici
cinque tavoli dello studio si cangiano in altrettanti fantastici approdi:
L’isola del tesoro non è forse nata da
un’isola immaginaria, disegnata
giuocando con il figliastro Lloyd
Osbourne?
66
Come in ogni casa che si rispetti, la parte più affascinante e segreta è la soffitta, mitico recesso dell’infanzia ove si torna per lasciare libero corso alle fantasticherie. È qui
che lo scrittore esercita al più alto
grado l’immaginazione modellando
paesi di creta o di stucco, giuocando
con i soldatini di piombo e prefigurando interminabili storie: «I due
eserciti di cinquecento unità, tra
fanti e cavalieri, sono stipati in due
scatole; altre cassette contengono le
munizioni, i gessetti di diversi colori
per tracciare le strade ed i fiumi, le
asticelle per le misure. […] Si trascorrono ore felici e, se si può contare su un valido avversario, un giuoco
del genere può durare un mese inte-
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
ro». Non c’è da dubitarne, dal momento che l’inventore dello Strano
caso del dottor Jekill e del signor
Hyde non può che prediligere come
avversario il proprio doppio.
Sul plastico dell’immaginazione, ove spazio e tempo sfumano nella più arbitraria indeterminatezza, si
possono simulare gli accadimenti
più incredibili, far scoccare coincidenze improbabili, sfidare l’alea del
destino sul suo stesso terreno. Il
giuoco diventa allora tutt’uno con
l’immaginazione: esca e fiamma. Ma
al piano di sotto ci sono i cinque tavoli che costituiscono il campo di
una non meno impegnativa battaglia: l’arte di tradurre la ventura che
travolge gli eroi in un linguaggio di
cui solo l’autore può decidere il grado di levità e di rarefazione.
L’inquilino di questa ideale dimora ci aveva abituato da tempo a
tendere l’orecchio allo scricchiolio
della penna, vale a dire al suo lungo
apprendistato di scrittore, alla strenua diuturna simulazione degli stili
altrui per carpirne la cifra segreta.
«Ogni volta che mi imbattevo in un
libro che mi piaceva – racconta Stevenson –, mi mettevo subito a imitarne l’autore. Ero conscio delle difficoltà, eppure provavo e riprovavo
finché, dopo una serie di tentativi,
cominciavo ad avere una nozione del
ritmo, dell’armonia, della costruzione del periodo e dell’interdipendenza delle parti. Sono stato un assiduo
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A sinistra: John Constable,
Il giardino di Golding Constable, 1815;
olio su tavola, Ipswich, Borough
Council Museums and Galleries
A destra: Paul Gauguin,
Sentiero a Papete, 1891; olio su tela,
115,5 x 88,5 cm. Toledo (Ohio),
Museum of Art
imitatore di Hazlitt, di Lamb, di
Wordsworth, di Baudelaire».
Quando cominciamo a renderci conto che la casa ideale è un sogno ad occhi aperti, più chiara si rivela la sua valenza di metafora dell’arte dello scrivere, del tessere storie con la più felice improntitudine
inventiva. Perché per uno come Stevenson, che ha scritto i propri libri
più ariosi e intimamente felici in canoa nei fiumi del Belgio e della Francia, a dorso di mulo sulle Cévennes,
nella stiva di un piroscafo di emigranti, nella miniera abbandonata di
Silverado, in treno attraverso le
sconfinate pianure americane, in
una goletta dei mari del Sud (e con
questo non facciamo che parafrasare
i titoli dei suoi libri di viaggio), la casa altro non è che il sogno di un sogno. Essa ha la felice, impalpabile levità della sua arte narrativa.
Solo negli ultimi anni trascorsi
a Samoa, il più nomade degli scrittori può realizzare il sogno a lungo cullato e godersi una vera casa. Una casa
che, sintomaticamente, descrive e
ridescrive agli amici nelle lettere da
Vailima, a Henry James come a Sidney Colvin, mentre appende alle pareti le copertine dei suoi libri e le
stampe di Piranesi, infila i fucili bruniti nella rastrelliera con il lucchetto
e sistema i libri dalle costole laccate
contro l’umidità nelle scansie della
minuscola biblioteca. Ma anche
quella casa d’assi, incassata nel verde
e dominante una vista sconfinata sui
mari del Sud, per una volta tanto
concreta e reale, partecipa della natura del sogno, perché nel clima tropicale è sempre sul punto di essere
divorata da una natura aggressiva e
vorace, faticosamente tenuta a bada
«a colpi d’ascia e a suon di dollari».
Fu comunque l’ultima effettiva dimora, l’effimero ancoraggio di uno
che sapeva abitare case inesistenti e
trovare sempre e comunque la felicità nel narrare storie anche sotto le
stelle. Storie di viaggi che Stevenson
percorre, verrebbe da dire, senza
l’ingombro del corpo, incurante
delle più proibitive condizioni climatiche e ambientali; storie tene-
brose tramite le quali il lato oscuro
della vita acquista nell’artificio una
sua traslucida trasparenza.
Nella prima serie di storie che
diede alle stampe, Le nuove Mille e
una notte, c’è un racconto che ha per
protagonista un povero attore di
strada, un girovago cantafavole appagato e felice della propria vita grama, uno che sa preservare il piacere
dell’esercizio dell’arte anche nell’indifferenza e nel disprezzo degli altri,
che sa coltivare l’intima felicità dell’esistere anche nei momenti più ardui. Di Stevenson si può dire proprio quello che Stevenson diceva di
lui, e cioè che «volava alto sulle difficoltà della vita, come un aquilone
portato dal vento».
1
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BvS: libri illustrati
La “Byblis” dell’illustrazione
francese, una raccolta de luxe
Il ricercato trimestrale ispirato ai tesori della Chalcographie / 2
CHIARA NICOLINI
vevo terminato la prima parte della mia analisi di
“Byblis”. Mirroir des Arts du
Livre et de l’Estampe, rivista francese
pubblicata a Parigi da Albert Morancé tra il 1922 e il 1931, con un
breve accenno a un articolo sulle legature di Pierre Legrain apparso
nel numero XIII del 1925. Uno dei
numeri successivi di Byblis, il XVI,
si apre con uno straordinario pezzo
sull’illustratore belga Frans Masereel, scritto da Léon Balzagette.
Non sappiamo molto di Balzagette,
se non che fu biografo e traduttore
di Walt Whitman, e che, se il fondatore e direttore di Byblis, Pierre
Gusman, gli aveva chiesto di contribuire alla rivista, era perché lo riteneva all’altezza degli altri sceltissimi collaboratori.
Probabilmente, visto che Balzagette era amico di Stefan Zweig,
e che questi era a sua volta amico di
Masereel, non è da escludersi che
Balzagette conoscesse Masereel. In
ogni caso, il suo commento sull’arte dell’illustratore belga è così puntuale, pregnante e attuale da sembrare scritto appena ieri.
Nel 1925, Masereel aveva già
raggiunto una fama internazionale
A
grazie ai suoi libri di immagini senza testo, nei quali il racconto è affidato a una sequenza di vigorose xilografie in bianco e nero. Si tratta di
Mon Livre d’Heures (Ginevra, Chez
l’Auteur, 1919), Le Soleil (Ginevra,
Éditions du Sablier, 1919), Histoire
sans paroles (Ginevra, Éditions du
Sablier, 1920), e de L’Idée (Parigi,
Ollendorff, 1920), di cui la Biblioteca di via Senato possiede preziose
copie, e dei quali abbiamo già avuto
occasione di parlare (“La Biblioteca di via Senato” n. 6, ottobre 2009,
pp. 48-51).
In Frans Masereel imagier, illustrato da due xilografie originali
firmate (FIGG. 1-2), Balzagette
mette subito a fuoco l’eccezionalità
dello stile grafico di Masereel, sempre riconoscibile a prima vista per
l’accento volutamente primitivo e
violento, che ricorda certi personaggi e scenografie del mondo teatrale. La sua visione – scrive Balzagette – «ritaglia nella stoffa del reale immagini il cui vigore cattura
tutta la fisicità e, al tempo stesso,
tutto il misticismo delle cose. Ma
ciò che più sorprende nell’opera di
Masereel sono gli sfondi sempre diversi e originali, e il fatto che egli
non tema di affrontare soggetti poco nobili, ma, anzi, riesca a trovare
ogni volta un modo per nobilitare
la volgarità».
7
L’analisi di Balzagette si concentra soprattutto su un altro libro
per immagini di Masereel, La Ville,
pubblicato dallo stesso editore di
Byblis, Albert Morancé, nel 1925.
70
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
3
La Ville, serie di xilografie che
ritraggono scene metropolitane, è
una kermesse senza fine. Passanti
ignari, motori rombanti, torrenti di
luci, negozi, piazze, teatri, uffici,
movimento furioso, grida, un uomo fermo in una stanza dove i minuti cadono come gocce nel silenzio. Ognuna di queste xilografie
esprime l’inquietudine dell’umanità alla perenne ricerca di nuovi dei –
nuove maschere da indossare, nuove macchine da comprare, nuove
seducenti insegne luminose (FIG.
2). L’estremo realismo delle immagini di Masereel è dato dalla matrice teatrale della sua ispirazione, e
dal suo potente istinto drammatico. Per lui tutta la vita è uno spettacolo e la sua arte mostra parecchie
affinità con le più recenti produzioni cinematografiche – nota Balzagette.
Il suo spirito grandguignolesco rende la sua interpretazione
della vita moderna assolutamente
unica. I suoi racconti senza parole
sono capolavori «où, tous les textes
2
oubliés, il n’a que ses petites rectangles de bois pour réaliser une oeuvre qui tient du théâtre, du film et
du poème».
Nessuno degli altri maestri
della xilografia proposti da Byblis
può competere per genialità con
Masereel. Tuttavia, alcuni di loro
hanno comunque saputo creare
immagini di grande impatto estetico, ad esempio René Quillivic,
Pierre-Eugène Vibert, André Deslignères, e l’artista russo Jean Lébédeff.
La vague (FIG. 3) è una delle
due tavole che accompagnano l’articolo René Quillivic graveur Breton
(1929, pp. 36-41), in cui Charles
Chassé analizza l’influenza dell’attività di scultore di Quillivic, e delle
sue origini bretoni, sulla sua arte xilografica. Quillivic, che fu anche
pittore e ceramista, reintrodusse
l’uso del granito nella scultura – fino ad allora considerato materiale
per artigiani – e fissò i canoni della
rappresentazione del monumento
ai caduti per la libertà.
Come intagliatore, non fece
mai uso né del rame, né del legno di
testa, perché non era interessato al
dettaglio. Amava invece il legno di
filo, che con la sua morbidezza gli
permetteva di scolpire ampie zone
di neri e di bianchi, e di dare così la
sensazione del volume e del rilievo.
«Personaggi, fiumi, onde sembra-
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no uscire dalla pagina» – scrive
Chassé – «Quando ritrae un faro, si
ha l’impressione di potervi girare
attorno».
Oltre alla plasticità, l’altra caratteristica delle xilografie di Quillivic è il ritmo grafico. Ne La vague,
che appartiene a una serie di 12 incisioni intitolate Histoire de la Mer,
le onde sono definite da linee quasi
parallele che si arricciano una sull’altra al termine della loro galoppata; la barca segue l’andamento di
queste linee linee, come pure la fitta pioggia lungo il bordo superiore
dell’immagine. Non così i remi dei
pescatori, che si oppongono al movimento delle onde, dando un senso di equilibrio all’intera composizione. Sono geometrie liriche che
solo un discendente dei Celti poteva produrre, un Bretone – nota
Chassé – al quale gli avi hanno trasmesso la capacità di meditare sulle
forze naturali per trasformarle in
decorazione pura.
Se Quillivic seppe cogliere la
personalità del mare, Pierre-Eugène Vibert fu, secondo MattheyClaudet, un «decifratore di anime»
(Pierre-Eugène Vibert illustrateur,
1928, pp. 73-75). Nato nel 1875 a
Ginvera, studiò a Parigi e, una volta
rientrato in Svizzera, divenne professore all’École de Beaux Arts della sua città.
Matthey-Claudet lo definisce
uno dei migliori illustratori dell’epoca e uno degli artefici della rinascita della xilografia. Fu scoperto
dal famoso editore Edouard Pelletan, che gli affidò l’illustrazione di
due brevi testi di Anatole France. In
seguito, un’altra nota casa editrice
dell’epoca, Crès, gli commissionò
4
una serie di ritratti per i 45 volumi
della serie “Maîtres du Livre”, tutti
caratterizzati da un’intensa penetrazione psicologica, come quello
di Léon Bloy qui riprodotto (FIG.
4). Ma Vibert amava anche la natura e illustrò parecchi libri di sog
getto paesaggistico/bucolico, che
Matthey-Claudet propone di paragonare a quelli figurati dal celebre
artista settecentesco Jean Jacques
François Le Barbier.
Nell’arte xilografica di André
Deslignères (1927, pp. 11-16), la
poesia della campagna non si incarna in pastori, ninfe e ghirlande:
emerge spontaneamente dalla rappresentazione icastica di cose semplici e reali, come un albero, due
covoni, un contadino che lavora la
terra sotto a un cielo immenso (Le
Laboureur, FIG. 5). L’insieme ha la
6
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
73
5
magnificenza di una georgica virgiliana – scrive Maurice Genevoix,
autore dell’articolo.
Con Jean Lébédeff si ritorna
invece a uno stile xilografico di taglio primitivo: L’adoration des Mages (FIG. 6) che accompagna l’articolo Jean Lébédeff tailleur d’ymaiges
[sic] (1930, pp. 115-118) di JeanPaul Dubray sembra quasi un’incisione medioevale.
Lébédeff nacque in un piccolo paese russo. Iniziò a dedicarsi alla xilografia quando riuscì finalmente ad andare a Parigi. Dubray
definisce la sua arte dolorosa e terribile, e il suo modo d’intagliare il
legno quasi feroce; lo paragona a
Rodin, Wagner, Manet e Turner:
come loro, Lébédeff fu, senza rendersene conto, un rivoluzionario –
un creatore assoluto.
La fioritura dell’arte xilografica in Italia nelle prime decadi del
Novecento è analizzata da Gusman
in uno scritto apparso nel 1927, La
gravure sur bois moderne en Italie (pp.
122-126), adornato da riproduzioni di Adolfo De Carolis (FIG. 7).
Secondo Gusman, l’oblio in
cui era caduta questa tecnica ebbe
termine con l’edizione definitiva
dei Promessi Sposi pubblicata nel
1840 e illustrata da 450 xilografie
realizzate su disegni di Franceso
Gonin e altri, tutte incise da artisti
francesi. La produzione dell’opera,
che fu stampata da un tipografo parigino su carta e con inchiostro
francesi, costò all’imprenditore
Luigi Sacchi 80.000 franchi, somma considerevole per l’epoca.
Ma il vero rinnovamento della xilografia in Italia iniziò nel
1902, con la pubblicazione della
Francesca da Rimini di D’Annunzio
interamente stampata da matrici lignee incise da De Carolis, cui Gusman attribuisce l’invenzione di
uno stile nazionale. Il direttore di
Byblis cita anche discepoli di De
Carolis quali Bruno da Osimo e
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8
Giulio Cisari, ed elogia pubblicazioni come la rivista L’Eroica, fondata nel 1911, e Gli adornatori del libro in Italia 1923-1925 di Cesare
Ratta, che definisce «superbe ouvrage». La Biblioteca di via Senato
possiede copie di tutte le opere appena menzionate.
Sempre nel 1927, proprio alle
pagine che precedono l’articolo di
Gusman, appare un altro studio
sull’arte dell’incisione in Italia, La
Chalcographie Royale de Rome, scritto dall’allora direttore Attilio Rossi. La storia della Regia Calcografia
ebbe inizio intorno al 1730, quando
si sparse la notizia che l’ultimo discendente degli editori de’ Rossi,
Lorenzo Filippo, avrebbe venduto
ad acquirenti inglesi, per un prezzo
di 60.000 scudi, la superba collezio-
ne di rami assemblata dalla sua famiglia nel corso del secolo. Contrario all’idea di vedere un tale patrimonio svanire oltre ai confini
dell’Italia, e deciso a valorizzare
una raccolta che mostrava, attraverso l’opera dei più grandi incisori
del XVI secolo, tutta la magnificenza di Roma, il 15 febbraio 1738
il Governo Pontificio acquistò la
collezione per 45.000 scudi, con un
atto approvato da Clemente XII.
Questo primo nucleo della
Regia Calcografia venne notevolmente ampliato nel corso dell’Ottocento con acquisizioni di vario tipo, la più importante della quali fu,
nel 1840, una raccolta di 1423 tavole incise da Piranesi. All’epoca della
scrittura dell’articolo, la Calcografia possedeva 19.623 rami. [Attualmente le matrici ammontano a
23.000, il che fa della Calcografia la
8
più grande collezione di rami al
mondo – cfr. www.grafica.beniculturali.it/calcogra.htm].
Madame de Pompadour artiste
et graveur: è stato quando sono capitata su questo articolo di Gusman
(n. XVII, 1926, pp. 18-30) che ho
improvvisamente realizzato quanto scarso fosse il contributo femminile a Byblis. Tra gli oltre cento autori che collaborarono alla rivista
c’è una sola donna, la bibliotecaria
M.elle J. Duportal, autrice di tre
lunghi pezzi su incisori del XVI e
XVII secolo.
In dieci anni di pubblicazione, solo tre artiste ebbero l’onore di
comparire tra le pagine di Byblis: la
sopraccitata Madame de Pompadour, la pittrice americana Mary
Cassatt, e l’illustratrice francese
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
9
Mariette Lydis. Della Pompadour,
Gusman restituisce un ritratto
molto celebrativo: le descrive come
mecenate e musa, donna di grande
fascino e cultura, abile musicista.
Iniziò a dedicarsi all’incisione
(FIGG. 8-9) quando Luigi XV, di
cui era stata l’amante, la fece trasferire in un meraviglioso appartamento situato nella parte nord della
residenza di Versailles. Là, circondata da sete e arazzi preziosi, da
quadri e sculture, e da libri rilegati
con il suo stemma (la vendita del
1766 ne registrò 3.525), Madame
de Pompadour non solo prese a collaborare con l’incisore del re, Jacques Gray, ma allestì anche una sua
stamperia privata, con la quale pubblicò opere a carattere per lo più religioso destinate a una circolazione
privata, che portavano al frontespizio il luogo di stampa “Au Nord”.
Di Mary Cassatt, Georges
Denoinville elogia la capacità di
creare incantevoli immagini, dipinte e incise, di madri con i loro
bambini: sono ritratti totalmente
privi di sentimentalismo, così intensi da assurgere a simbolo dell’amore materno.
La stessa purezza anima le illustrazioni realizzate da Mariette
Lydis per il Dialogue des Courtisanes
di Luciano (Govone, 1930), anche
se in questo caso protagonista è l’amore sensuale.
Eppure non vi è nulla di osceno nelle litografie a colori che adornano il libro: il suo apparato illustrativo è, secondo Maurice Boissais, autore dell’articolo (1931, pp.
75-79), un inno alla giovinezza e a
un’epoca pagana nella quale la ri-
75
10
cerca dell’amore e del piacere era
naturale e totalmente avulsa dall’idea di peccato (FIG. 10, Dialogue
de Cleonarium et de Leoena). La carriera artistica di Mariette Lydis ebbe iniziò quando, ragazzina, sfogliò
una copia del Corano e decise di illustrarne i paesaggi. Fu così brava
che un critico attribuì l’opera a un
miniatore persiano. Tuttavia, scrive Boissais, la critica appare fortemente imbarazzata di fronte alla
sua arte, perché le sue immagini
hanno un solo punto in comune:
non si assomigliano per nulla né
nella tecnica, né nel modo di trattare il soggetto, né nello spirito che le
anima.
Alcune appaiono mascoline e
intellettuali, altre esprimono un’acuta sensibilità femminile, altre ancora sono un’orgia decorativa quasi
indecifrabile.
76
la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Nel suo saggio Les Femmes Bibliophiles de France (Paris, Damascane Morgand, 1886), E. Quantin-Bauchart cita almeno centoventi nomi di nobildonne che possedettero biblioteche; ma si affretta
ad aggiungere: quasi tutte consideravano i libri graziosi soprammobili e ne ignoravano totalmente i contenuti.
Per fortuna, a un certo punto
del suo scritto, de Crauzat interviene in difesa delle donne ricordando
alcune vere bibliofile del passato,
come Madame de Pompadour, e
menzionando la nutrita presenza
femminile all’interno delle società
bibliofile francesi dei primi del Novecento. Mette inoltre in luce il recente e innovativo contributo femminile ad un’arte che era stata per
secoli campo d’azione esclusivamente maschile: la legatura.
L’articolo è infatti corredato
da una serie di tavole in bianco e nero che riproducono splendide legature di Madeleine Gras e altre celebri legatrici dell’epoca (FIG. 11).
11
In ogni caso, Boissais definisce Mariette Lydis un’artista eccezionale, il che è un grande passo
avanti rispetto a certe opinioni riportate da E. de Crauzat in un articolato studio sul rapporto tra le
donne e i libri intitolato Les femmes,
la bibliophilie et la reliure (1928, pp.
138-151).
Le donne di oggi guidano,
fanno le aviatrici, l’avvocato, il medico, e presto voteranno – dice de
Crauzat. Eppure, anche se ogni
epoca ha avuto le sue scrittrici, la
bibliofilia sembra restare una prerogativa quasi esclusivamente maschile. Anzi, a partire da Richard de
Bury, che nel suo celebre Philobiblon descrive le donne come «bestie
bipedi» sempre pronte a scambiare
i libri con oggetti di uso domestico
più utili e preziosi, il gentil sesso è
spesso stato considerato nemico
dei libri, quando non addirittura un
vero pericolo, peggiore del fuoco e
dell’acqua.
Secondo de Crauzat, pure il
grande bibliofilo francese Octave
Uzanne avrebbe detto che le donne
e la bibliofilia vivono agli antipodi.
In qualità di amante del libro come
oggetto ma anche famelica lettrice,
nonché collezionista squattrinata,
mi sento di replicare «Monsieur, ça
n’est pas toujours vrai». Sul “bestie
bipedi” di Richard de Bury non
commento. Ma solo perché ha
scritto uno dei testi più belli di tutti
i tempi sull’amore per i libri e credo
che questo possa ben valergli il mio
perdono.
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BvS: un’utopia sempre in fieri
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Da un’Eneide commentata del ’500 a un’anastatica degli Essais
Chiara Bonfatti, Arianna Calò,
Giacomo Corvaglia, Margherita
Dell’Utri e Annette Popel Pozzo
[Balbis, Giovan Battista?].
Censura d’un libro intitolato il vero Dispotismo fatta ad istanza d’un ministro
regio residente alla corte di Roma, da un
vescovo di Lombardia. S.l., s.n., s.d.
Edizione considerata estremamente rara con nessuna copia censita in Italia e una sola copia all’estero,
presso la Bibliothèque Nationale di
Parigi. Come rivela una notizia
nell’Europa letteraria del 1771, l’opera fu scritta dall’ambasciatore piemontese presso il Vaticano, Giovan
Battista Balbis, come reazione negativa all’opera di Giuseppe Gorani, Il
vero despotismo, pubblicata a Londra
(i. e. Ginevra) nel 1770.
Corradi, Sebastiano (ca. 15101556). Sebastiani Corradi Commentarius, in quo P. Virgilij Maronis liber
primus Aeneidos explicatur. Firenze,
Lorenzo Torrentino, 1555.
Unica edizione uscita dai torchi del Torrentino. L’autore, fondatore dell’Accademia degli Accesi a
Reggio Emilia e noto grammatico,
pubblicò nel 1552 presso Torrentino
un suo Commentarius, in quo M. T. Ciceronis De claris oratoribus liber.
Davila, Enrico Caterino
(1576-1631). Historia delle guerre civili di Francia, di Henrico Caterino
Davila, nella quale si contengono le operationi di quattro re Francesco II. Carlo
IX. Henrico III. & Henrico IIII., cognominato il Grande. Venezia, Tommaso
Baglioni, 1630.
Prima edizione. L’Autore che
fu militare, scrittore e storico italiano, deve i suoi due nomi al ricordo
che il padre del Davila ebbe per Enrico III re di Francia e per la regina
Caterina de’ Medici. Passò alcuni
anni alla corte di Parigi, prima di ritornare nel 1599 a Padova dove si
mise al servizio della Repubblica di
Venezia. A Parma, nel 1606, frequentò l’Accademia degli Innominati e si inimicò con Tommaso Stigliani a causa di opinioni letterarie.
Nel duello che ne seguì ferì gravemente lo Stigliani. Leopardi nella
sua Crestomazia italiana loda il linguaggio del Davila.
Frizzi, Antonio (1736-1800).
La Salameide poemetto giocoso con le note. Venezia, Guglielmo Zerletti,
1772.
Prima edizione della Salameide che si compone di quattro canti,
in cui sono elogiati tutti i prodotti
del maiale, introdotta da un’antiporta incisa che ritrae l’assortito
banco del “pizzicagnolo” del tempo.
Si tratta di un curioso poemetto di
argomento gastronomico dell’Autore ferrarese.
Gregory, John (1724-1773).
Legato di un padre a sue figlie del sig.
Gregory tradotto dall’inglese in occasione delle faustissime nozze del N.H.F.
Lorenzo Sangiantoffetti e della N. D.
Lucrezia Nani. Padova, Stamperia
Penada, 1792.
Edizione a cura di Francesco
Fanzago (1764-1836), illustre medico padovano. Si tratta con ogni probabilità della prima edizione in italiano, stampata in poche copie per le
nozze Sangiantoffetti e Nani, del testo inglese Father’s legacy to his
daughters di John Gregory. Non sono censite copie della presente edizione in Italia.
Lamberti, Luigi (1759-1813).
Osservazioni sopra alcune lezioni della
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
Iliade di Omero del cav. L. Lamberti
membro del R. Istituto. Milano, Stamperia Reale, 1813.
Luigi Lamberti, grecista e direttore della Biblioteca Braidense,
successore di Parini alla cattedra di
eloquenza di Brera, concepì questo
commento ai passi più difficili dell’Iliade come il completamento all’edizione Bodoniana dell’Iliade
(1810, 3 voll. in-folio) dal medesimo curata. L’edizione del Bodoni
era stata finanziata da Eugène de
Beauharnais, figliastro di Napoleone, viceré del Regno d’Italia appena
costituito presso la Villa Reale di
Monza. È al medesimo che Lamberti dedica questo colto e raffinato
lavoro, edito con altrettanta eleganza tipografica. Egli aderisce in
ambito letterario alla nuova chiamata alle Arti, sorta per celebrare la
nuova era napoleonica, orientata
all’antiquaria e alla romanità, dando luogo a prestigiose versioni dei
classici.
Machiavelli, Niccolò (14691527). Nicolai Machiavelli Florentini
Princeps, ex Sylvestri Telii Fulginatis
traductione diligenter emendatus. ...
Quibus denuo accessit Antonii Possevini
iudicium de Nicolai Machiavelli &
Ioannis Bodini scriptis. Francoforte
sul Meno, Lazarus Zetzner, 1608.
Prima edizione uscita dai torchi di Zetzner. L’opera segue la traduzione di Sylvester Telius con un
nuovo appendice di Antonio Possevino.
Moniglia, Giovanni Andrea
(1624-1700). Delle poesie dramatiche
di Giovann’Andrea Moniglia Accademico della Crusca. Firenze, Vincenzo
Vangelisti, 1689-1690. 3 volumi.
Prima edizione dell’opera
completa contenente anche qualche opera in princeps. L’Autore, anche medico della granduchessa Vittoria Della Rovere, compose numerosi intermezzi, drammi e poesie.
Delle sue opere musicali vengono
soprattutto ricordate l’Ercole in
Tebe, e il Podestà di Colognole, con le
quali contribuì allo sviluppo della
commedia musicale in Italia. La
presente edizione contiene 25 tavole incise a doppia pagina raffiguranti scenari teatrali.
Montaigne, Michel Eyquem
NUOVA ACQUISIZIONE DEL FONDO IMPRESA
Ermenegildo Zegna – Cento anni di tessuti, innovazione,
qualità e stile, Milano, Skira 2010
ubblicato in occasione dei cento
anni della prestigiosa azienda
biellese.
L’anniversario è stato celebrato,
nel giugno scorso, anche con una interessante mostra alla Triennale di Milano.
Sfogliando il libro, si percepisce
come questa grande famiglia abbia
mantenuto fede negli anni al progetto
P
del fondatore, che «aveva avuto tempo
per tutto: per la produzione e per la
distribuzione del suo prodotto su scala
mondiale, per la sistemazione della sua
gente in un organico complesso di lavoro e di vita civile, per la valorizzazione dell’ambiente naturale che lo circondava». (Piero Chiara, Oltre l’Orizzonte, 1985)
Laura Mariani Conti
de (1532-1592). Discorsi morali politici et militari. Napoli, Istituto italiano per gli studi filosofici, 2009.
Ristampa anastatica della prima traduzione italiana degli Essais di
Ferrara, 1590. Contiene una nota
introduttiva di Eugenio Canone e
Margherita Palumbo.
Piazza, Marco. Il fine della Rivoluzione ossia il trionfo di Dio nella pace. Cantico scritturale di Marco Piazza
giureconsulto ed avvocato veneto. Venezia, Stamperia Parolari, 1814.
Prima edizione dell’opera
nella quale l’Autore si schiera contro la Rivoluzione e lo stesso Napoleone. Si tratta di un “Cantico spirituale” del giureconsulto e avvocato
veneziano dedicato all’Imperatore
d’Austria Francesco I. Marco Piazza fu autore di numerosi opuscoli di
argomento economico che rientrano nella vasta produzione economico-politica tipica del triennio rivoluzionario.
Sansovino, Francesco (15211583). Dell’historia universale dell’origine et imperio de Turchi raccolta da
m. Francesco Sansovino. Libri tre. Ne
quali si contengono le leggi, gli offici, i
costumi di quella natione così in tempo di
pace come di guerra. Oltre a ciò tutte le
guerre fatte da loro per terra & per mare
in diverse parti del mondo. Con le vite
particolari de i principi Otomanni cominciando dal primo che fondò il regno fino al presente sultan Solimano.
Venezia, Francesco Rampazetto e
Francesco Sansovino, 1564.
Seconda edizione, pubblicata quattro anni dopo la princeps
sempre dai torchi di Sansovino.
Nelle carte di paratesto il Sansovino offre un elenco degli autori
di riferimento per la stesura della
luglio / agosto 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
sua opera, ovvero Giovanni Antonio Menavino, Teodoro Spandugnino, Papa Pio II, Andrea Cambini, Paolo Giovio, Iacopo Fontano,
il segretario d’Ungheria, Marino
Bechichemo, Bartolomeo Georgievits, Cristoforo Richerio e l’arcivescovo di Metellino. Esemplare
proveniente dalla raccolta del bibliofilo Luigi Serra, duca di Cassano e marchese di Rivadebro (17471825), con il suo ex-libris inciso da
Raphael Morghen (1758-1833).
Sberti, Anton Bonaventura
(1731-1816). Catalogo di alcuni altri
padovani celebri ne’ loro secoli diretto al
sig. ab. Denina accademico di Berlino e
socio dell’Accad. di Padova. Padova,
Conzatti, 1796.
Prima edizione dell’opera nella quale l’Autore cataloga, ordinandoli in base alla loro qualifica, illustri
cittadini padovani. Continuando e
ampliando la celebre Lettera d’un padovano al ... Denina di Melchiorre
Cesarotti, come si evince dalla stessa
Prefazione, lo Sberti offre un elenco
esauriente delle più celebri personalità patavine delle arti letterarie, della poesia, nonché della medicina,
botanica e giurisprudenza. Il Catalogo si trova legato assieme alla continuazione, sempre in prima edizione,
Aggiunta al catalogo dei padovani celebri ne’ loro secoli stampato in Padova
1796. in 8. S.l. [i.e. Padova?], [nessun editore], s.d. [post 1796].
Scilla, Agostino (1629-1700).
De corporibus marinis lapidescentibus
quae defossa reperiuntur auctore Augustino Scilla addita dissertatione Fabii
Columnae De glossopetris editio altera
emendatior. Roma, Angelo Rotili &
Filippo Bacchelli & Venanzio Monaldini, 1752.
Terza edizione latina con 32
tavole incise su rame, identica alla
seconda, di La vana speculazione disingannata del senso (Napoli, 1670; la
prima edizione della versione latina, anonima, è del 1747). Importante studio sui fossili marini del
Sud Italia ed uno dei primi lavori
geologici riguardanti la teoria del
Diluvio, richiamato da Leibniz
nello scritto Protogaea sive de prima
facie Telluris. L’opera, fra l’altro,
confuta sia la tesi della crescita dei
metalli nelle miniere sia l’idea (sostenuta in particolare da Athanasius Kircher) che i fossili siano
creati dalla natura come simboli
dotati di significato. La presente
edizione contiene anche una dissertazione di Fabio Colonna
(1567-1640) sulle glossopetre, ritenute sino ad allora (secondo una
tradizione che risale a Plinio il Vecchio) lingue di serpente pietrificate; il Colonna dimostra per la prima
volta che esse sono in realtà denti di
squalo fossili. Lo scritto del Colonna era apparso precedentemente
nel 1616 all’interno del suo volume
De Purpura. Agostino Scilla viene
anche ricordato come noto pittore
siciliano. Nel Duomo di Siracusa si
trovano affreschi suoi.
Tissot, Samuel Auguste André
David (1728-1797). De la santé des
gens de lettres, par m. Tissot, doct. &
prof. en Médecine, de la Soc. Roy. des
Scienc. de Londres, de l’Acad. Méd.
Phys. de Basle, de la Soc. Econom. de
Berne. Losanna e Lione, François
Grasset & C. e Benoit Duplain,
1775.
L’opera si basa su una lettura
inaugurale fatta da Tissot in qualità
di professore di medicina come appuntamento onorario per l’Accade-
79
mia di Losanna. L’Autore cerca di
investigare le problematiche inerenti alla salute degli intellettuali e
tra i tanti consigli che dispensa, si
sofferma anche ad indicare gli alimenti utiles e quelli nuisibles, i rimedi
contro il raffreddamento dei piedi e i
dolori alla testa, ecc. Là dove la prevenzione non può più a nulla servire,
Tissot inizia a preparare l’uomo di
lettere all’atteggiamento da osservare: «Il faut qu’il oublie qu’il y a des
sciences & des livres; la porte de son
cabinet doit être fermée pour lui, &
il doit se livrer uniquement au repos,
à la gaieté, aux plaisirs de la campagne, & devenir ce que la Nature a fait
les hommes, laboureur ou jardinier»
(p. 235-236).
Tomasini, Giacomo Filippo
(1595-1655). Iacobi Philippi Tomasini Patavini episcopi æmoniensis Petrarcha redivivus, integram poetæ celeberrimi vitam iconibus ære cælatis
exhibens. Accessit nobilissimæ feminæ
Lauræ brevis historia. Editio altera
correcta & aucta. Cui addita poetæ vita
Paulo Vergerio, anonymo, Iannozzo
Manetto, Leonardo Aretino, et Ludovico Beccadello auctoribus. Item, V. C.
Fortunii Liceti ad Epist. Tomasini de
Petrarchæ cognominis ortographia responsum. Padova, Paolo Frambotto, 1650.
Edizione impreziosita da incisioni in rame che raffigurano la
Vallisclusa con Arquà Petrarca, il
Petrarca, Laura, la celebre fontana,
la casa del Petrarca e la planimetria
della stessa, il gatto, la lapide e il
monumento del poeta, ecc. L’opera
contiene anche 6 incisioni calcografiche numerate raffiguranti immagini simbolico-mitologiche del
Petrarca (la fenice, Petrarca e il cigno, ecc).
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la Biblioteca di via Senato Milano – luglio / agosto 2010
La pagina dei lettori
Bibliofilia a chiare lettere
La mostra di agosto 2009, le nostre pubblicazioni e i vostri lasciti
Ho saputo che lo scorso anno presso la vostra Fondazione si è tenuta una
mostra bibliografica intitolata a Giordano Bruno e Tommaso Campanella.
Esiste un catalogo di quella mostra?
Stefano Bergamaschi
La Mostra bibliografica
Giordano Bruno e Tommaso
Campanella: Opera omnia è stata
organizzata in occasione del Congresso mondiale dell’IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions) che si è
svolto a Milano nell’agosto 2009.
Come le altre biblioteche milanesi,
anche la nostra Fondazione ha voluto rendere omaggio all’evento attraverso una mostra che aveva l’intento di presentare il fondo più rappresentativo della biblioteca – l’Utopia – attraverso le rarissime prime edizioni di due “grandi” di cui
possediamo l’Opera omnia pressoché completa. Tuttavia, il catalogo
di tale mostra non è ancora stato
realizzato. Dopo aver già pubblicato nel 2001 l’ormai esaurito catalogo su Tommaso Campanella
non escludiamo uno studio simile
su entrambi i filosofi in futuro.
Tutte le pubblicazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato possono essere acquistate presso il
Bookshop della Sala Esposizioni
della nostra sede in via Senato 14.
È inoltre possibile fare esplicita richiesta di spedizione del volume desiderato a seguito di un pagamento
bancario anticipato (comprese le
spese di spedizione) e dell’invio tramite fax della ricevuta del bonifico.
Le nostre pubblicazioni possono
inoltre essere ordinate presso le librerie della rete distributiva di
Mondadori.
Se volete scrivere:
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Tutti i numeri sono scaricabili
in formato pdf dal sito
www.bibliotecadiviasenato.it
Sarei interessata ad alcune pubblicazioni della vostra Fondazione. Dove possono essere acquistate?
Francesca Luppi
Mi piacerebbe poter cedere alla
vostra Fondazione parte della mia biblioteca personale. Quali sono i vostri
requisiti per accettare la donazione?
Fabio Ceruti
La Fondazione è solita accettare con grande piacere ed estrema
gratitudine le donazioni di privati,
sempre però contestualmente allo
statuto della biblioteca e in sintonia
con i fondi che essa possiede. Naturalmente, le valutazioni in merito
a eventuali lasciti possono variare
da caso a caso.
Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca
in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta
rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri annuali.
Versamento a mezzo bonifico intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato via Senato 14 - Milano” presso Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Segrate
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ARMANDO TESTA
T H E
R E A L
E X P E R I E N C E
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