COMUNE DI GUSSAGO
Provincia di Brescia
Autori:
Fulvio Schiavone (Insegnante di Geologia e Scienze naturali),
Gruppo Sentieri Gussago: Angelo Gnocchi, Pierluigi Franzoni, Alfredo Boroni.
Coordinamento editoriale: Giovanna Ferlucci - Giorgio Mazzini
Impaginazione: Rita Cò
Un particolare ringraziamento a:
AGESCI Gussago, Angeli Teresa, Bolpagni Angelo, Botti Sperandio, Cunego Franco, Derada
Matteo, Drera Vittorio, Dusi Oliviero, Famiglia Marchina Ermanno, Faroni Rinetta, Gentili Elena, Giacomuzzi Chiara, Goffelli Caterina, Gozio Riccardo, Medani Ettore, Moliterni Arianna,
Montini Laura, Palamidese Livio, Quaresmini Andrea, Reboldi Arcidio, Reboldi Luigi, Tassi
Gianfranco, Vinetti Giovanni.
Mariotti Goffredo (Professore di Geologia all’Università La Sapienza di Roma)
Banca Popolare Commercio Industria - Agenzia di Gussago
© Copyright Comune di Gussago
Via Peracchia, 3 - Gussago
Tel. 0302522919 - Fax 0302520911
Maggio 2003
Realizzazione e stampa:
Società Editrice Vannini a r.l.
Via Mandolossa, 117/A - 25064 Gussago (BS)
Tel. 030213374 - Fax 030314078
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Presentazione
N
egli ultimi anni si è scritto molto su Gussago, di volta in volta è stata ricostruita
una parte di storia, di arte o di cultura a testimonianza della crescita e dello sviluppo che hanno portato il nostro paese a diventare una comunità ricca di valori
sociali e morali. Mancava però un lavoro organico sul territorio che portasse a conoscere, e
quindi ad amare, le nostre ridenti colline, la verde pianura e le gorgoglianti sorgenti che rendono Gussago un paese davvero speciale.
La posizione geografica di questo nostro bel paese è veramente singolare grazie alle colline che lo “incoronano” a nord e alla pianura che si adagia verso sud, interrotta qua e là da
bassi rilievi con versanti dolci e sinuosi. Anche i torrenti, le seriole, le sorgenti, la ricca varietà di piante e fiori più o meno rari e le numerose specie di fauna presenti nelle diverse fasce territoriali rappresentano un mondo ricco e variegato che vale la pena di scoprire “passo
dopo passo” con lo stesso entusiasmo e slancio che già ci era stato suggerito dall’opuscolo
“Quattro passi per Gussago”, curato da Rinetta Faroni, col quale ci sono state presentate le
bellezze artistiche del paese, inserite in precisi contesti storici.
Con questo libro vogliamo proporre una “immersione” nelle bellezze naturali che certo
non mancano sul nostro territorio, ciascuno di noi potrà avventurarsi alla scoperta di ambienti
diversi l’uno dall’altro, profumati da viole e sambuco, colorati da splendide orchidee, echeggianti di melodiosi richiami d’allodola e di striduli gracidar di raganelle. Non sarà meno intrigante lasciarsi catturare dalla scoperta di querce e gelsi centenari, da percorsi tracciati dai
cinghiali, da ammoniti e brachiopodi imprigionati nelle rocce più antiche o da ambienti accattivanti come quelli dei “Büs e préfond” che rappresentano fenomeni carsici sconosciuti a
molti gussaghesi.
Gli autori hanno scelto di utilizzare un linguaggio semplice e chiaro, pur rispettando la
precisione e la correttezza scientifica, con l’intento di produrre un’opera a carattere divulgativo, rivolta particolarmente ai giovani delle nostre scuole ma non solo, che possa incuriosire e sollecitare i percorsi della conoscenza.
Pagine di natura scritte a più mani senza la pretesa di esaurire gli argomenti legati alla
geologia, alla paleontologia, alla flora e alla fauna di Gussago; pagine che hanno come denominatore comune l’amore per il grande dono ricevuto: un territorio meraviglioso che ciascuno di noi ha il diritto di fruire e il dovere di rispettare.
Buona passeggiata, quindi!
L’Assessore alla Cultura
Giovanna Ferlucci
Il Sindaco
Bruno Marchina
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PRIMA PARTE
IL TERRITORIO
Elementi per la conoscenza
e l’orientamento nel territorio
Premessa
I
l territorio di Gussago è un punto di raccordo tra il paesaggio collinare e la Pianura Padana. A Nord prevalgono i colli, la continuazione meridionale dei monti valtrumpini, che
proprio a Gussago affondano in modo spettacolare nelle alluvioni della piana. Nel settore meridionale domina la pianura che degrada a sud con pendenze minime.
L’assetto fondamentale delle colline è determinato dalla successione di rocce calcaree
marine ben stratificate che appaiono ripiegate, contorte o frantumate per le deformazioni subite durante il sollevamento delle Alpi dal mare.
La morfologia generale risulta modellata dagli agenti meteorici e fisici che esercitano una
forte erosione e una parziale soluzione delle rocce, specialmente dove scarseggia la copertura arborea. Un sistema di fonti, alimentate dalla infiltrazione delle acque piovane, dà origine ad alcuni canali che continuano a scavare le valli di modesta entità.
Le rocce più antiche si rinvengono a Ronco di Gussago ed in prossimità della cava
del Medolo, le rocce più recenti costituiscono i colli esterni ma si ritrovano anche lungo
la strada che sale a Brione.
La pianura è riempita da materiale alluvionale, come ciottoli, sabbie ed argille provenienti
dall’erosione dei colli, e dall’accumulo dei sedimenti fluvio-glaciali che hanno facilitato il ricoprimento di tutta la pianura.
La copertura vegetale dei colli è caratterizzata da tipiche piante decidue e nella fascia più
esterna si è instaurata una vegetazione termofila e sub-mediterranea simile a quella presente
tra i laghi del Benaco e del Sebino. Proprio la particolare posizione del territorio ha consentito lo sviluppo della coltivazione della vite, fiore all’occhiello dell’agricoltura gussaghese.
Il sottobosco presenta una discreta varietà di felci e di arbusti e una discreta ricchezza di funghi. Molte sono le piante rare e protette da decreti regionali e un numero discreto di orchidee si possono incontrare specialmente nelle zone assolate.
Per quanto riguarda gli animali si segnalano diverse specie di anfibi, rettili e mammiferi
che occupano ambienti specifici. Anche per gli uccelli esiste una discreta varietà sia di quelli stanziali che migratori. Moltissimi sono gli insetti che con le loro livree colorano ogni angolo del territorio.
Dall’alto della frazione di Barche (Brione) è possibile osser vare l’allineamento dei colli gussaghesi (Foto 1)
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MORFOLOGIA
Gussago è situato a 9,5 km nordovest dalla città di Brescia, nella zona
della Franciacorta orientale, e confina
con ben otto Comuni: a nord con
Brione e Villa Carcina, ad est con
Concesio e Cellatica, a sud con Brescia e Roncadelle a ovest con Castegnato, Rodengo Saiano e Ome.
Il centro del Comune, piazza Vittorio Veneto situata ai piedi della gradinata della Parrocchiale Santa Maria
Assunta, si trova a 45° 35’575 di latitudine nord, a 2° 17’832 di longitudine est ed è a metri 186 s.l.m.; il territorio raggiunge un’altimetria massima
di 865 metri s.l.m., sotto la cima del
monte Magnoli, minima di 127 metri,
in località Mandolossa al vertice dei
confini con Brescia e Roncadelle.
La superficie territoriale è di
24,65 kmq, di forma allungata da nord
a sud (simile alla Corsica o alla Sardegna), con i vertici quasi perfettamente in asse, rappresentati a nord dal
rio Stalet (poco sopra Piazzole - confine con Brione), a sud dalla SS 11
Brescia-Milano (confine con RoncaTerrazzamenti a vigneto (Foto 2)
delle e Brescia), distanti tra loro circa
9,35 km. La direttrice est-ovest misura nel punto più ampio circa 3,70 km con il punto posto
più ad est in loc.Camaldoli (vertice sud-est della stradina che costeggia la cinta, in confine
con Concesio) ed a ovest al ponticello che oltrepassa il torrente Gandovere, lungo la pista ciclabile Brescia-Paratico (in confine con Rodengo Saiano).
Il territorio di Gussago è caratterizzato da:
• una parte settentrionale, che occupa circa 10,83 kmq, formata da rilievi collinari-montuosi che formano un ampio anfiteatro disposto tra colline, dai ripidi
versanti, intersecate da valli e solchi vallivi più o meno profondi;
• una parte meridionale, di circa 13,82 kmq, completamente pianeggiante, da cui
spiccano solo la collinetta di Sale (186 mt) ed il Monticello di Sale (166 mt ).
Questa caratteristica fa sì che nel nostro Comune siano presenti numerosi ambienti ricchi
di particolarità molto diverse tra loro. L’abitato del paese, un tempo articolato in varie frazioni, si è notevolmente sviluppato ed ora si presenta senza soluzione di continuità.
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ZONA COLLINARE-MONTUOSA
Questa zona fa parte delle prealpi lombarde, è solcata inizialmente dal Rio del Cristò, che
nasce in territorio di Brione, snodandosi poi nell’omonima valle fino alla località Caricato re, in seguito dal torrente La Canale che scorre per circa 4 km lungo la valle di Navezze. I
due torrenti dividono in senso Nord-Sud i due versanti principali delle colline gussaghesi.
Il gruppo collinare-montuoso ad ovest, spartiacque naturale con i comuni di Brione,
Ome e Rodengo Saiano, è caratterizzato da una fascia collinare incisa in maniera regolare e
quasi geometrica da ripide vallette, su cui spiccano delle colme che diminuiscono di quota
man mano ci si avvicina all’abitato di Ronco. Partendo da nord troviamo la Colma Alta
(mt 670,6) che posta esattamente sul confine con Brione ne sovrasta la piccola frazione di
Barche; poco più a sud la Valle Volpione, molto profonda e ripida scende incassata tra il dos so Andreolo e l’omonima loc.Volpione, fino al Caricatore. Prima di arrivare al monte Col metto (mt 615), attraversato dal confine Gussago-Ome e che dista in linea d’aria dalla Col ma Alta circa 1200 metri, scende la Valle Gavezzana, più ampia della precedente, che confluisce nella valle di Navezze esattamente in località Ponte di ferro (püt de fer). I versanti che
la racchiudono portano il nome di dosso di Mezzane (quello di sinistra) e Gavezzana (quello di destra); a sud e parallela scorre la valle Morta che dalle pendici del dosso dei Cugni (mt
599), posto al vertice tra il confine con i Comuni di Ome e Rodengo Saiano, scende tra due
versanti molto diversi tra loro: ampio e degradante il sinistro che si sviluppa in loc. Ronco ni, ripido e stretto il destro che si slancia dal pianoro della Tesa di Sopra (mt 458), confluendo a valle all’altezza di vicolo Mincio. Infine troviamo il monte Breda (mt 402) ed il
dosso Mirabella (mt 381) che possiamo immaginare come un promontorio che divide la parte terminale della valle di Navezze a est e la conca di Ronco a ovest; quest’ultima, racchiusa tra il monte Breda e lo spartiacque che scende dal dosso dei Cugni, è solcata da tre ripide
vallette: Rio Rino, Rio Ronco e Rio Valle Bianca che confluiscono nei terrazzamenti posti
a monte dell’abitato della frazione. A completamento di questo gruppo collinare, anche se fisicamente separato, troviamo il colle Barbisone, meglio conosciuto come collina della Santissima, che, con i suoi 277 metri, è posto al centro del territorio comunale e ne è il simbolo naturale. Esso, vista la sua facile individuazione anche da lunghe distanze, rappresenta un
punto di riferimento chiaro e riconoscibile da ogni punto cardinale. Oltre all’importanza storico-culturale questa collina ha un notevole valore ambientale–naturalistico.
Il gruppo collinare-montuoso ad est, è più esteso e complesso del precedente, la parte
più a nord è formata dai versanti del monte Pernice (mt 899) e del monte Magnoli (mt 877),
entrambi posti fuori dal territorio di Gussago e precisamente sul confine tra i Comuni di
Brione e Villa Carcina. Poco a sud della cima del monte Magnoli, lungo la cresta ed all’intersezione tra i confini di Brione, Gussago e Villa Carcina si trova il punto più in quota del
nostro territorio, a 860 metri s.l.m. Il confine di Gussago, con i Comuni di Villa Carcina prima e Concesio dopo, si sviluppa lungo lo spartiacque naturale con la Val Trompia, degradando fino al Passo della Forcella (mt 310) passando per la Sella dell’Oca (mt 803), il Dos so Croce (mt 736), la forcella di Quarone di Sopra (mt 696) e il dosso di Quarone di Sotto
(mt 783), nelle vicinanze dei quali sorgono le omonime cascine, il monte Navazzone
(mt 522) su cui si erge l’eremo dei Camaldoli che ha dato, nel tempo, il nome alla zona. Da
notare che, lungo la fascia sommitale sopra descritta, la pendenza del terreno non è eccessiva, ciò è testimoniato dalla presenza di ampi spazi coltivati a prato ed in alcuni casi di piccoli altopiani come il Pianone nei pressi di Sella dell’Oca o la zona dei Camaldoli. Questa
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particolarità non si riscontra nella fascia che scende verso le frazioni di Civine e di Navezze,
incisa da numerose valli e vallette dai ripidi versanti che ora andremo a descrivere.
La fascia compresa tra Piazzole e la strada che sale a Civine, che potremmo definire come il versante sinistro orografico della Valle del Cristò, degrada in maniera ripida ma regolare, solcata a nord dal Rio Stalet che si unisce al Rio del Cristò, successivamente da alcuni
piccoli solchi vallivi ed infine a sud dalla Valle Fontane, che scende dalla soprastante frazione di Civine. In località Caricatore, la Valle del Cristò si unisce alla Val Gandine, in questo punto ha origine il torrente La Canale. Tratteremo successivamente l’aspetto idrologico
e l’importante funzione dell’alveo di queste valli, soprattutto per la captazione delle acque
a carattere torrentizio durante i temporali. La Val Gandine, racchiusa tra i monti di Civine,
Quarone di Sopra e Pian San Martino, corre in direzione est-ovest creando un bacino in cui
confluiscono vallette molto ripide ed incise: a nord le valli Grumello, Altarone e Calcarola,
a sud la Valle dei Lumini ed il Rio Lalasse. Parallela, ma molto più piccola della precedente, la Val San Martino scende dall’omonimo Pian S. Martino e si immette anch’essa nella
valle di Navezze. La Valle del Faido, compresa tra i monti di Pian San Martino, Quarone di
Mezzo e il Dosso dei Roccoli (detto anche Filone Baita), si sviluppa parallela alla Val Gan dine e anch’essa forma un ampio bacino in cui confluiscono numerosi solchi vallivi che ne
incidono i ripidi versanti, e, di rimpetto alla Val Morta, scende fino all’abitato di Navezze.
Delimitata dal Filone Baita e dal monte Navazzone, la Val Volpera, posta in direzione nordest / sud-ovest, sbocca a nord dell’abitato di Piè del Dosso; parte del suo versante destro orografico, che dà direttamente sulla pianura, è caratterizzato da un pendio regolare esposto a
sud, denominato “Volpera”, che degrada fino a valle, ad ovest è delimitato dalla piccola Val le di Cascina Rocca, che con direzione nord-sud ha origine poco a valle dell’omonima Cascina posta a 372 metri di altitudine. Questa valletta sbocca a nord di via Sovernighe coprendo un dislivello di soli 150 metri. Vale la pena di citare la Valle di Camaldoli che ha origine a sud del monte Quarone di Sotto nei pressi dell’omonima cascina, per poi scendere in
direzione sud-est fino alla frazione di San Vigilio di Concesio.
Il gruppo collinare est si estende a sud del passo della Forcella con la collina della Stel la, da cui si diramano due promontori dove si interrompe questa fascia collinare: quello a
nord che culmina con la collinetta di San Rocco e quello a sud, sul cui spartiacque passa il
confine tra Gussago e Cellatica, che degrada fino alla pianura in loc. Caporalino; i loro versanti, coperti di terrazzamenti, racchiudono la conca nella quale è adagiato l’abitato della frazione di Casaglio.
ZONA PIANEGGIANTE E IDROLOGIA
Copre tutta la parte centrale e meridionale del territorio comunale, essa si estende con
continuità da una quota che va dai 190 metri s.l.m. delle aree pedecollinari ai 127 metri s.l.m.
della zona Mandolossa e contribuisce a formare la Pianura Padana. L’omogeneità della
morfologia di questa vasta area pianeggiante non richiede particolari descrizioni, tuttavia essa conserva interessanti ambienti tipici della pianura legati alla ricca presenza di sorgive e canali irrigui ed è caratterizzata dalla presenza di alcuni corsi d’acqua che andiamo ora a descrivere.
L’idrologia del territorio di Gussago è costituita solo da corsi d’acqua a carattere torrentizio o da seriole. Il torrente più importante è La Canale che riceve tutte le acque sorgive e
torrenziali prodotte da piogge e temporali della zona montuoso-collinare che scendono a val11
le lungo il greto delle numerose valli e vallette che abbiamo descritto, escluso il versante collinare sovrastante la frazione di Ronco. E’perciò evidente la funzione di protezione del paese da allagamenti, svolta da questo torrente che come già citato ha origine in località Cari catore, dalla confluenza delle Valli del Cristò e Gandine. Il torrente percorre tutta la Valle di
Navezze per poi sboccare in pianura dopo aver attraversato il centro abitato del paese, in lo calità Caporalino lascia il territorio di Gussago, attraversa quello di Cellatica e in località
Bodutto rientra a Gussago correndo lungo il confine, prima con Cellatica e poi con Brescia;
infine, al ponte della Mandolossa, si unisce al torrente Gandovere per poi sfociare nel fiume
Mella.
Il torrente Vaila nasce nella conca di Ronco, a sud del cimitero, il suo percorso ha direzione nord-sud, passa a ovest del colle Barbisone (Santissima), mantenendosi quasi sempre
in aperta campagna attraversa longitudinalmente tutta la zona pianeggiante dividendola in
due; nel tratto finale piega in direzione est e per alcune centinaia di metri corre parallelo al
torrente Gandovere nel quale affluisce all’altezza di via Ponte Gandovere.
Il torrente Gandovere, che nasce nella Valle del Fus nel Comune di Brione, passa attraverso i Comuni di Ome e Rodengo Saiano, e proveniente da quest’ultimo, all’altezza del ponticello in legno dove corre la pista ciclabile Brescia-Paratico, entra nel territorio di Gussago
e prosegue in direzione sud, marcando il confine con Rodengo Saiano, attraversa poi la SP
45, prosegue fino ad incrociare la SS 510 Brescia-Iseo. A questo punto si divide in due rami:
uno piega a sud-ovest e prosegue nel Comune di Castegnato; l’altro piega in direzione sudest e prosegue costeggiando la Brescia-Iseo, fino in località Mandolossa dove, riceve la acque del torrente La Canale e si immette nel Comune di Roncadelle fino a confluire nel fiume Mella.
Il torrente Molinazzo nasce nella zona di Caporalino e precisamente nell’omonima loca lità Molinazzo, riceve le acque sorgive ed irrigue della zona est di Gussago e della zona limitrofa di Cellatica. Ha anch’esso un percorso in direzione nord-sud che si sviluppa zigzagando attraverso la campagna tra Gussago e Cellatica, costeggiando alcune località contraddistinte dalla presenza di alcune cascine: Cascina Bosco, Cascina Gallo, Cascina Lodine e
Cascina Marze; in località Bodutto si immette nel torrente Gandovere.
Sono, inoltre, tuttora esistenti alcune seriole che conservano parte del loro percorso originario, la più importante e visibile è sicuramente la storica Seriola che parte da Navezze,
alimentata dalle acque della sorgente Gordo (Gùrt) a cui si aggiungono quelle della sorgente
Batoccolo, attraversa tutta la valle di Navezze, mantenendosi per buoni tratti a cielo aperto;
viene poi intubata fino ad ovest del colle Barbisone (Santissima), dove forma una rete irrigua per la campagna.
SORGENTI
Completiamo il capitolo dedicato all’idrologia con il tema delle sorgenti. Come potremo vedere nei capitoli successivi, le formazioni geologiche presenti nel sottosuolo e la morfologia
del nostro territorio determinano la presenza di un gran numero di sorgenti carsiche nell’area collinare e di risorgive in pianura.
Premesso che numerose sorgenti e risorgive, ancora vive nei ricordi di molti, sono inevitabilmente scomparse nel tempo a seguito di urbanizzazioni o perchè intubate, ci limiteremo a
citare solo quelle esistenti e visitabili.
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L’elencazione che segue è tratta dal libro “Sulle tracce del tempo” di Rinetta Faroni ed è
frutto di una dettagliata ricerca effettuata dall’autrice. Tale lavoro è stato per l’occasione ripreso e integrato.
• Sorgente nel terreno sotto Sella dell’Oca;
• piccola sorgente a nord di Civine, posta sul lato nord della strada che porta in loc. Ri viere, dove si vedono ancora i resti di un serbatoio in cemento;
• sorgente della Val Gandine, posta in un luogo molto suggestivo raggiungibile seguendo
il sentiero s3; da un tubo conficcato nel terreno sgorga tutto l’anno una buona quantità
d’acqua, la sorgente dissetò per anni gli abitanti di Civine che vi si recavano ad attingere
con il “gambù”, caratteristico bastone ricurvo da tenere sulla spalla, alle cui estremità erano appesi i secchi;
• sorgente del Cudöl in Val Gandine, si tratta di una risorgiva carsica che sbocca da una
balza rocciosa, aumenta di molto la portata in occasione di intense piogge e temporali;
• sorgente Corno al Caricatore, sotto la Val Gandine; azionò per anni la ruota del maglio
(fucina di un fabbro) posta a circa 50 metri dalla sorgente, a mezza costa (ancora oggi case del Mài), prima di essere utilizzata per l’acquedotto comunale nei primi anni del secolo scorso;
• piccola sorgente di Piazzole all’interno del parco naturalistico, forma un piccolo stagno
con rigagnolo;
• polla d’acqua al Canalino, al di là de La Canale, un tempo fonte per il piccolo gruppo di
case in loco;
• sorgente del Gùrt, Gordo, sempre in valle di Navezze, ricca di acque in ogni stagione;
da qui fu derivata la Seriola o Serioletta, il canale che metteva in moto le ruote dei mulini di Navezze;
• piccola sorgente del Faido, tra gli anfratti della valletta posta più a sud, ancora meta di
brevi escursioni;
• piccola sorgente in valle Morta sita al centro della valle, il filo d’acqua che fuoriesce si
perde nel terreno;
• piccola sorgente in valle Gavezzana, esile filo d’acqua che scorre lungo gli strati rocciosi del fondo valle;
• sorgente del Batoccolo, in fondo alla strada omonima di fronte alla chiesa di Navezze,
ricca di acqua ben visibile nella vasca di raccolta e nei canaletti tra i vigneti;
• polla verso la Rocca, in direzione di Piedeldosso, a sud di Navezze;
• sorgente in valle di Cascina Rocca posta sul fondo valle, l’acqua è raccolta in una piccola pozza delimitata da un bordo in pietre, un tempo abbeveratoio per il bestiame;
• sorgente in Val Volpera, sotto i Camaldoli, ancora evidente e costante, forma una piccola pozza;
• sorgente Fontanelle, sotto i Camaldoli, verso la cascina Variani;
• sorgente Duai, nei vigneti sotto la Stella, sul versante nord che si affaccia sulla Forcella,
forma un piccolo ruscello che scorre in mezzo ai vigneti;
• polla d’acqua nei vigneti Venturelli alla Manica;
• sorgente nel parco di villa Chinelli, della quale alimenta tuttora le vasche;
• sorgente del Tru (buco), in via Sovernighe a Piedeldosso, che ora passa limpida e fresca
ad alimentare il lavatoio;
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sorgente del Santolino in proprietà già Averoldi; qui l’acqua forma un laghetto; un tempo metteva in moto la ruota che azionava un sistema di pompe per mandare l’acqua in alto, verso la torre passerera al centro del terreno e rinviata per caduta ad una fontana con
zampilli in un belvedere rialzato di 10 m, nelle vicinanze;
sorgiva nei terreni Valetti, a sud del cimitero, che alimenta il torrente Vaila;
a Ronco, sorgente del Còp (dal coppo che ne accompagnava l’uscita dal terreno) posta
nel vigneto ai piedi di Val della Volpe e Val Bianca;
sempre a Ronco, la sorgente dei “Muntì”, dopo la villa Salvi;
polla d’acqua alla cascina Gallo (èl Gàlo), ad est del Barco.
GEOLOGIA
IL TEMPO GEOLOGICO
Che età hanno le rocce dei colli di Gussago? E’la domanda spontanea che si pone il naturalista in erba quando s’inoltra nello studio e nella conoscenza del territorio. Le rocce più
antiche sono del Mesozoico, l’età dei dinosauri, i grandi rettili che affascinano adulti e bambini. Questa era comincia circa 240 milioni di anni fa ed è divisa in tre periodi: il più antico
è detto Triassico, l’intermedio è il Giurassico e l’ultimo si chiama Cretacico e finisce circa
65 milioni di anni fa.
Durante questi periodi si sviluppò un gran numero di organismi animali e vegetali, molti
dei quali sparirono in circostanze poco note alla fine dell’era stessa, forse per gli effetti devastanti di un grosso meteorite, oppure per il cambiamento climatico ed ambientale dovuto
a grandi effusioni laviche che sconvolsero i sistemi biologici dell’epoca.
La storia delle rocce di Gussago si sviluppa nell’arco di tre ere geologiche. Comincia
proprio nel Giurassico (Era Mesozoica), circa 190 milioni d’anni fa, continua nell’era successiva denominata Cenozoica e comprende inoltre gli ultimi 2 milioni di anni, corrispondenti all’Era Neozoica.
Era
Periodo
Intervallo
(in milioni di anni)
Durata
(in milioni di anni)
Cretaceo
135 - 65
70
* Giurassico
195 - 135
60
Triassico
240 - 195
45
Cenozoico o Terziario
Mesozoico
*Indica il periodo della formazione delle rocce presenti nel territorio di Gussago - (Fig.1)
I MARI ANTICHI E LE TERRE
La geografia attuale è il risultato della continua trasformazione nel tempo dei mari e dei
continenti. Circa 300 milioni di anni fa i continenti erano molto più vicini tra di loro, a formare un macrocontinente: il Pangea, letteralmente terre tutte unite. L’Africa, il Sud-America, l’India, il Madagascar, l’Australia e l’Antartide ne costituivano la parte meridionale mentre l’Europa, il Nord-America, la Groenlandia e l’Asia, più o meno saldate assieme, erano
nell’emisfero boreale. Un oceano, la Tetide, era frapposto tra questi due blocchi e si estendeva dall’area del Portogallo, passava per la zona dove si trova attualmente l’Italia prolungandosi per il Medio Oriente sino a raggiungere l’Indonesia. Le Alpi e le Prealpi lombarde,
di cui il territorio di Gussago fa parte, si trovavano sotto la superficie del mare e nei fondali marini si depositavano i sedimenti che costituiranno le future catene montuose. La Tetide è perdurata per più di 150 milioni di anni e gli spessori dei materiali sedimentati lentamente
si sono accresciuti durante questo lungo arco di tempo. I due blocchi che costituivano il Pan-
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gea, nel frattempo, hanno cominciato a suddividersi in più frammenti e quello che costituirà
l’attuale Africa si è avvicinato all’Europa a tal punto che le rocce sedimentarie conservate nel
fondo dell’oceano si sono ristrette in spazi sempre più ridotti sino a sollevarsi dal mare, formando diversi edifici montuosi come ad esempio le Alpi. La Tetide ridimensionata da questi
movimenti della crosta non è sparita del tutto, ma ha dato origine al mar Mediterraneo, al mar
Nero e ad una parte del mar delle Antille.
Disposizione della Tetide all’inizio del Mesozoico (Fig.2)
LA NOSTRA STORIA
Le rocce di Gussago raccontano una parte di questa storia, ma come può essere letta e come è inserita nelle vicende della Tetide?
Andiamo indietro nel tempo a 190 milioni di anni fa, quando il nostro territorio era un
piccolo settore dei fondali della Tetide. Millimetro dopo millimetro, in acque relativamente basse, si sono depositati calcari di vari colori e nel volgere dei milioni di anni hanno raggiunto spessori di 600/700 metri. Con il trascorrere del tempo però il mare ha cambiato fisionomia, si è approfondito oltre i 4000 metri e in questi nuovi fondali hanno trovato spazio
rocce più resistenti come le selci. Le forti compressioni dei continenti in movimento l’uno
contro l’altro hanno giocato un ruolo importante verso la fine dell’Era Mesozoica, periodo in
cui il mare ha risentito di quanto stava avvenendo a livello globale ed ha ripreso ad oscillare favorendo di nuovo la sedimentazione dei calcari dapprima bianchi e poi di vari colori:
rosso, giallo, rosa ed ocra, colorazioni dovute alla presenza di materiali argillosi. Questo fenomeno, cioè l’arricchimento di argilla, fa supporre che nelle immediate vicinanze dove si
stavano formando le rocce di Gussago fossero presenti aree continentali emerse che apportavano nel mare grandi quantitativi di questo materiale.
L’area collinare di Gussago era già emersa dal mare 30 milioni d’anni fa, probabilmente con una fisionomia diversa dalla attuale e lungo la fascia che guardava la pianura si
estendeva un golfo, un rimasuglio della vecchia Tetide. Nel periodo successivo si sono avvicendati da una parte il continuo sollevamento delle Prealpi e dall’altra l’erosione dei colli,
fenomeni che hanno colmato il golfo marino, esteso sino agli Appennini, a formare la Pianura Padana.
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ELEMENTI SEMPLICI DI GEOLOGIA
Ecco alcuni elementi fondamentali
della geologia che un geologo in erba
deve sapere.
Lo strato è l’unità di base delle rocce.
Un corpo roccioso presenta molti strati
distinti tra loro da limiti di discontinuità
nette, lo spessore di ognuno di essi può
variare da pochi centimetri sino a qualche
decimetro. Uno strato può estendersi su
una vasta area tanto da consentire il suo
ritrovamento anche in zone distanti. In
genere gli strati sembrano disposti a caso,
invece la loro struttura è determinata dai
complessi movimenti verificatisi durante
il sollevamento delle montagne.
Altro elemento caratteristico della
geologia sono le pieghe. Gli strati si
presentano deformati per fenomeni di
compressione ed assumono caratteristiche forme arcuate, che possono essere
piccole, ma anche molto grandi, infatti
possono essere individuate su aree estese. In una piega si distinguono il punto
di massima curvatura, la cerniera e i
due fianchi ai lati della cerniera.
Tutte le rocce di Gussago sono
deformate a costituire una grande piega,
la cui cerniera è situata a Navezze, il suo
fianco meridionale sprofonda a sud nella Pianura Padana e il fianco settentrionale prosegue per Brione e Polaveno,
per come si può vedere nella ricostruzione della figura 5.
Ultimo elemento da considerare sono le faglie, fratture molto estese che separano in due parti i corpi rocciosi. I
blocchi così frammentati subiscono dei
movimenti relativi che tendono ad abbassare un settore e a sollevare l’altro.
Le faglie sono molto frequenti nelle zone collinari e montuose, ma non sono
facilmente osservabili. Una faglia, ad
esempio, è presente al limite tra i colli e
la pianura che ha consentito lo sprofondamento dell’area di Piedeldosso.
Le rocce dei colli si presentano quasi sempre stratificate (Foto 3)
Struttura di una piega (Fig.3)
BLOCCO ORIGINARIO
FAGLIA
La faglia è un piano di scivolamento di due blocchi rocciosi,
uno dei quali tende a salire e l’altro a scendere (Fig.4)
17
Le rocce delle colline di Gussago.Si osserva una evidente struttura a piega con una probabile faglia in prossimità
della pianura (Fig.5)
LE ROCCE E LE FORMAZIONI
Questa parte descrittiva ha lo scopo di far conoscere al lettore la diversità delle rocce
presenti nel territorio in modo da facilitarne, per quanto sia possibile, il riconoscimento.
Spesso si osservano le rocce senza particolare attenzione e si ha la sensazione che esse sia no tutte molto simili. Invece l’occhio esperto riesce a distinguere le diversità e nello stesso
tempo le somiglianze.
Le rocce di Gussago sono di origine sedimentaria, verosimilmente calcari perché la sostanza fondamentale è il carbonato di calcio, e tutte di origine marina in quanto l’ambiente di sedimentazione è stato proprio il mare. Nel nostro territorio sono sette i tipi di rocce
presenti; esse prendono il nome da località bresciane e, dalla più antica alla più recente, sono così denominate:
• FORMAZIONE DEL CALCARE DI DOMARO O CALCARE DEL MEDOLO È la formazione più antica costituita da calcari di colore chiaro o grigio con una percentuale di argilla. E’molto ricca di ammoniti spesso impregnate di minerali di ferro che conferisce una colorazione ocra e marroncino ai fossili. Questi calcari, comuni nelle Prealpi
bresciane, hanno permesso una raccolta straordinaria di ammoniti, apprezzate sin dal secolo scorso.
Nel territorio comunale il calcare di Domaro si ritrova intorno alla ex cava del Medolo,
e nel settore di Ronco di Gussago.
•
18
FORMAZIONE DI CONCESIO - Questa formazione è successiva alla precedente: in
termini pratici vuol dire che si è depositata nel mare qualche milione di anni dopo. E’costituita anch’essa da calcari marnosi grigiastri con lenti di selce. La fauna fossile comprende ammoniti e belemniti.
Si incontra nella valle di Navezze e a Ronco di Gussago.
La cava del Medolo è ricca di rocce molto antiche (Foto 4)
• SELCIFERO LOMBARDO - Questa formazione è completamente diversa dalle precedenti in quanto è
formata da sedimenti molto ricchi di
selce, una sostanza chimica derivata
dai gusci dei microrganismi, come i
radiolari, oppure dalle impalcature
scheletriche delle spugne. Alla morte
di questi organismi i gusci si depositano sotto forma di notevoli accumuli. Questa roccia, rispetto ad un calcare normale, si distingue facilmente
per la varietà dei colori e la notevole
durezza. Anche l’uomo primitivo la
usava per la sua formidabile resistenza!
Si ritrova verso la parte alta della
salita per Brione.
I geologi costruiscono le scale rappresentative delle rocce
secondo grafici in cui le più antiche sono poste in basso e le
recenti verso l’alto ( F i g .6 )
19
•
MAIOLICA – E’una formazione tipica del Cretacico, costituita da calcari biancastri ben stratificati che alla rottura, con un colpo di martello,
creano una frattura concoide (da provare!). Questi tipi di calcari sono diffusi in molte parti della penisola italiana, dalle Marche alla Sicilia e anche al di fuori dell’Italia.
Nella nostra area è ben visibile lungo la tangenziale che porta a Concesio, nella zona tra le due gallerie.
Qui si osservano strati di calcare
biancastro, con alternanze di selce e
di calcari scuri che appena rotti emanano il tipico odore di gas. A volte si
possono rinvenire resti di pesci! Fossili interessanti e abbastanza comuni
sono gli aptici, gli opercoli delle ammoniti che servivano a chiudere l’apertura della conchiglia. Difficili da
vedere ad occhio nudo, ma interessanti, sono le calpionelle, microrganismi planctonici che vivevano nell’antico mare.
•
•
20
SCAGLIA LOMBARDA - Ultima
formazione del Mesozoico è la Scaglia Lombarda molto diffusa nelle
Alpi e negli Appennini. Sono i calcari colorati delle colline della Santis sima e della Stella ricchi di fossili
microscopici, le globotruncane,
estinte alla fine dell’Era Mesozoica.
Interessanti sono piccoli frammenti
di resti vegetali planctonici che provenienti dalle terre emerse si accumulavano all’interno dei sedimenti
marini.
CONGLOMERATO DI MONTE
ORFANO - La collinetta di Sale offre l’opportunità di farci scoprire
l’avvento di una nuova era più recente e diversa dalla precedente, il Cenozoico. Il conglomerato del colle,
Le radiolariti si presentano di vari colori (Foto 5)
La Maiolica è un calcare biancastro ricco di noduli e lenti di
selce (Foto 6)
Le calpionelle, microrganismi dalla forma di calice, abbondavano nei mari del Cretaceo. In sezione sembrano quasi forcelle per minuscole fionde (Fig.7)
che ha un’età di circa 20 milioni di
anni, appartiene ad un periodo di
questa era, il Miocene. Potrebbe trattarsi di materiale eroso ai piedi di alte scogliere oppure di sedimenti trasportati da fiumi che in quel periodo
sfociavano nel mare.
• LE ALLUVIONI DELLA PIANURA PADANA - Pur non essendo interessanti, come invece lo sono le
formazioni sopra segnalate e distribuite nei colli, le alluvioni della pianura sono un aggregato molto vario
di sedimenti incoerenti e sciolti che
riempiono l’area pianeggiante. Da un
punto di vista petrografico sono rappresentate da sabbie, argille e materiali con grani di maggiori dimensioni come i ciottoli. L’accumulo è dovuto principalmente all’erosione dei
colli, che antichi fiumi e modesti canali hanno trascinato a valle. Anche
le vicende glaciali verificatesi nell’ultimo milione di anni hanno contribuito al trasporto di materiali
strappati alle montagne e alla loro sedimentazione in pianura. Si può così
dire che le alluvioni della pianura sono di origine fluvio-glaciale.
Le globotruncane, come microscopiche astronavi, solcano i
mari del Cretaceo (Foto 7)
La Scaglia lombarda è un calcare marnoso rosato (Foto 8)
Nella collina di Sale pre valgono conglomerati misti a sabbia ed argilla (Foto 9)
21
LE ALLUVIONI DELLE PIANURE
Dalle sezioni dei pozzi di emungimento dell’acqua del comune di Gussago, siti in via Staffoli,si ottengono ottime informazione sugli strati,soggiacenti la pianura, che si sono sedimentati nell’ultimo milione
di anni (Fig.8)
22
LA PALEONTOLOGIA
IN ANNO DOMINI
Nel marzo del 1908 a Navezze si stava procedendo all’ingrandimento del sagrato della
Chiesa e si stavano effettuando gli scavi preliminari per approfondire il livello di calpestio
su cui sarebbe stato appoggiato il nuovo selciato. Per caso vennero ritrovate alcune ossa e
denti di vertebrati che il prof. Pagani dell’Università di Padova riconobbe come appartenenti ad un giovane rinoceronte. Le ricerche ripresero l’anno seguente con uno scavo sistematico e si ritrovarono tutti i resti del rinoceronte insieme a due cervi di specie diverse e
agli scheletri di un cinghiale, di un lupo e di un istrice.
L’autore ipotizzò che si trattassero di carcasse di vertebrati trasportate dalle piene del
torrente La Canale e depositate in quel punto
dove la morfologia dell’area creava un angolo
di accumulo. L’età di questi mammiferi era abbastanza recente, meno di un milione di anni,
ma la scoperta rese evidente che le faune del
tempo erano ricche di mammiferi, erbivori e
carnivori, distribuiti in modo uniforme anche
in altre aree dell’Italia e dell’Europa. Probabilmente variazioni climatiche ed ambientali portarono all’estinzione di questa originale fauna
antica. La presenza di vertebrati nel bresciano
è confermata dai fossili del Museo di Gavardo
dove ci sono delle complete ricostruzioni dell’orso delle caverne. Qualche anno fa, presso
l’alveo dell’Oglio ad Orzinuovi, è stato ritrovato un dente di elefante, liberato dai sedimenti ghiaiosi dalle piene del fiume. Si pensa
che siano molti i reperti fossili, ancora nasco- Disposizione dei resti di vertebrati ritrovati a Navezze
sti nella coltre alluvionale della pianura, che (da Pagani,disegno modificato) (Fig.9)
attendono di essere recuperati.
DUE PAROLE SULLA FOSSILIZZAZIONE
La fossilizzazione è un processo che permette alle parti dure di un organismo di conservarsi per molto tempo. E’un processo lungo che richiede migliaia di anni ed avviene assai di
rado. I paleontologi ritengono che una piccola parte, forse meno del 3/4%, delle specie vissute nel passato abbia lasciato tracce della loro esistenza. Questo valore così limitato dipende dalle condizioni necessarie a creare un fossile:
❏ innanzitutto l’organismo deve avere parti dure, quali scheletri ossei, conchiglie e parti chitinose;
❏ alla morte dell’organismo, la carcassa in tempi rapidi deve essere ricoperta da sedimenti
fini per impedire la decomposizione completa.
23
Queste estreme condizioni impediscono agli invertebrati dal corpo molle, come le meduse, i
vermi o i lombrichi, di fossilizzarsi. Gli animali terrestri invece se non sono ricoperti in breve da materiale sedimentario, dopo la morte sono facile preda dei carnivori e completamente distrutti dai batteri decompositori. L’acqua piovana infine completa la distruzione dissolvendo la tenace struttura della ossa. Stessa sorte subiscono i vegetali e gli animali marini. Sono pochi perciò i reperti fossili rispetto alle innumerevoli specie esistite sulla Terra. Dopo la
decomposizione delle parti molli cosa succede ai pochi resti di un organismo ricoperto dai
sedimenti? Il processo più semplice da spiegare è la litificazione, un continuo scambio chimico tra le sostanze presenti nel sedimento e le parti conservate dell’organismo. In definitiva solo le parti dure, quali i gusci, le ossa scheletriche, i denti e le strutture chitinose o legnose, possono conservarsi nel tempo.
I FOSSILI DEL TERRITORIO
GLI INVERTEBRATI
Il territorio di Gussago, nonostante sia costituito da un’area esigua rispetto alla struttura
collinare che va dal lago d’Iseo al lago di Garda, presenta interessanti fossili dell’Era Mesozoica. Sono per lo più invertebrati marini, che si possono facilmente reperire con un po’di
pazienza e di fortuna. Di seguito sono segnalate le caratteristiche essenziali di alcuni di questi gruppi, allo scopo di conoscerne l’organizzazione generale e la biologia e di poterli riconoscere nelle rocce.
Nel territorio comunale i fossili marini si ritrovano all’interno delle rocce (Foto 10)
24
LE AMMONITI
Chi si interessa di fossili conosce le ammoniti, un gruppo di molluschi provvisti di conchiglia (cefalopodi) in cui viveva un organismo molto simile a una seppia perché provvisto
di tentacoli. Abitavano i mari e gli oceani, galleggiando nelle acque in modo perfetto e spingendosi lontano dalle coste. La conchiglia avvolta a spirale, come le corna del dio egizio
Ammon (che ne ha dato il nome), era suddivisa in tante camere e l’animaletto viveva sempre nell’ultima, la più spaziosa. Le camerette interne riempite d’aria o d’acqua fungevano da
organo regolatore per accedere nelle profondità del mare oppure per risalire in superficie,
come fa attualmente il Nautilus, abitante dell’Oceano Indiano e del Pacifico. Il Nautilus è l’unico superstite, imparentato con le ammoniti, salvatosi dall’estinzione alla fine dell’Era Mesozoica. La storia delle ammoniti è molto antica: le prime forme si sono sviluppate circa 400
milioni di anni fa nel Paleozoico e, dopo momenti di grande attività biologica alternati ad altri periodi di crisi, sono scomparse definitivamente alla fine del Mesozoico.
I modelli interni delle ammoniti si rinvengono principalmente nei calcari di Monte
Domaro, nella ex cava del Medolo
e nell’area di Ronco di Gussago.
Possono avere una colorazione giallo-ocra per l’impregnazione degli
ossidi di ferro che interessa tutto il
fossile o parte della conchiglia. I tipi di ammoniti che si rinvengono
più frequentemente sono tre. Il primo presenta un guscio che si avvolge su se stesso e ogni giro della conchiglia ricopre tutti i precedenti; in
pratica si vede solo l’ultimo giro,
come il genere Plylloceras. Di queste ammoniti se ne rinvengono in
discrete quantità.
Il secondo, il più diffuso, presenta un guscio che si avvolge su se
stesso e i giri interni rimangono
scoperti; la conchiglia è ornamentata, come il genere Arieticeras.
Infine il terzo tipo, di sicuro il
più raro, presenta un guscio che si
avvolge velocemente lasciando liberi i giri interni come nel caso di
Lytoceras (6 cm).
Il Nautilus, il cefalopode imparentato alle ammoniti, è l’unico sopravvissuto alle grandi estinzioni passate. Vive negli Oceani Indiano e Pacifico (Foto 11)
25
GLI APTICI
Sono resti fossili (6 cm) a forma di lamella che fanno pensare a frammenti di
gusci, ma in realtà si tratta degli opercoli
originali delle ammoniti. Alla morte di
questi cefalopodi, l’opercolo si staccava
depositandosi nei fanghi calcarei. La composizione chimica, diversa rispetto ai gusci delle ammoniti, impediva che gli aptici si fossilizzassero insieme alle conchiglie.
Ammonite, Philloceras sp.(7 cm) (Foto 12)
Si ritrovano con una certa fr equenza
nella Maiolica e negli scisti ad Aptici del
Selcifero.
LE BELEMNITI
Anche questi erano molluschi cefalopodi
contemporanei delle ammoniti con le quali hanno condiviso la sorte, quella cioè di
estinguersi alla fine dell’Era Mesozoica.
Avevano la conchiglia interna, allungata
come uno pseudoscheletro a sostegno del
corpo molle. Di esse si conserva il rostro
cilindrico ed appuntito simile a un sigaro
che la fantasia popolare ha collegato ai
fulmini scagliati dal cielo (dal greco belemnon, folgore).
Si possono ritrovare nel calcare di
Domaro e nella Formazione di Concesio.
I B RACHIOPODI
A prima vista si potrebbero confondere
con i bivalvi (le cozze per intenderci), ma
osservando la conchiglia si nota che il piano di simmetria non passa tra le due valve,
come appunto nei bivalvi, ma sul dorso
della conchiglia, che risulta essere asimmetrica, con le due valve disuguali. La
conformazione delle parti molli interne,
decisamente più complessa, li differenzia
ancor di più. Possono formare discreti
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Ammonite, Arieticeras sp.(4 cm) (Foto 13)
Ammonite, L ytoceras sp.(5 cm) (Foto 14)
Un aptico (6 cm) (Foto 15)
accumuli in ambiente marino di scogliera su cui si ancorano o si infossano nei sedimenti.
I brachiopodi sono presenti con un numero limitato di specie nei nostri mari, ma abbondavano nel Paleozoico e nel Mesozoico.
Si ritrovano nel Calcare di Concesio e nella Maiolica.
Guscio di Brachiopode:il piano di simmetria divide a
metà le due valve della conchiglia (Figura 10)
Una belemnite (5 cm) (Foto 16)
Terre rosse (Foto 17)
27
IL CARSISMO
FENOMENI CARSICI SUPERFICIALI
Il carsismo è un fenomeno tipico delle rocce calcaree che tende attraverso processi di soluzione e di erosione a distruggere la roccia. Il carbonato di calcio, il costituente principale
dei calcari, reagendo con l’acqua meteorica ricca di anidride carbonica si trasforma in un
composto chimico solubile, per cui strati di roccia resistente si dissolvono lasciando un paesaggio tipico, ricco di forme bizzarre e di straordinaria bellezza. Il carsismo ha forme ipogee,
vale a dire sotterranee, con lo sviluppo di grotte, canali di collegamento e pozzi. Le forme
epigee invece sono superficiali, ma anch’esse risultano appariscenti come gli inghiottitoi, i
campi solcati e le doline. Chi vuol vedere il carsismo nelle sue forme più complete può recarsi a visitare le grotte in diverse regioni d’Italia. Per i viaggiatori meno intraprendenti il vicino colle della Maddalena e l’altopiano di Serle possono essere punti di riferimento per il
carsismo locale. Nel comune di Gussago, specialmente nel settore dove si ritrovano i calcari, il carsismo interessa piccole aree separate tra di loro e talvolta situate all’interno
del bosco. Sembra quasi un carsismo in miniatura, ma è interessante perché sono presenti tutte le manifestazioni di altre aree più note.
Una zona dove si può osservare il carsismo superficiale è l’area della Val Gandine, raggiungibile facilmente dalla strada per Civine. Il sentiero per raggiungere la zona carsica si
imbocca dopo alcune curve della strada principale e conduce in breve in un’area di calcari
bianchi. Innanzitutto, lungo il percorso dove la vegetazione risulta un po’più diradata, sono
presenti discreti accumuli di brecce di calcare bianco create dall’erosione sulla roccia madre e modellate dal continuo trasporto verso il fondo valle. Sono posti alla rinfusa come le
pietraie della Val Carrobio a Sant’Eufemia.
Calcari superficiali stratificati (Foto 18)
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In località Quarone sono presenti doline di discreta grandezza. (Foto 19)
Gli sfiatatoi, fori di modeste dimensioni a prima vista fanno pensare all’ingresso di tane di
animali, ma la conformazione di queste microcavità, tra blocchi di calcare variamente erosi, li
rende inconfondibili. Attraverso questi fori l’acqua piovana entra nel substrato roccioso alimentando la falda acquifera dei colli. Interessante notare che l’aria che fuoriesce da queste cavità ha
una temperatura costante, a tal punto che può sembrare fresca d’estate e calda d’inverno!
Altro aspetto del carsismo superficiale sono dei blocchi a spigoli taglienti, dalla forma bizzarra quasi piramidale, creati sia per l’azione erosiva delle acque che per la dissoluzione chimica. Queste forme ricordano i rilievi ruiniformi del Carso e sono sparsi tra gli alberi del bosco.
Sulle lastre di roccia calcarea si notano canali di scorrimento delle acque, detti microlapiez,
corrispondenti a scanalature più o meno ampie separate da creste, create dall’azione erosiva
delle acque di dilavamento.
Un fenomeno del carsismo superficiale presente a Quarone sono le doline, depressioni
ellittiche o pseudo-circolari di dimensioni talvolta discrete. Si restringono verso il basso acquisendo una forma ad imbuto. In genere digradano lentamente verso il fondo e nella zona
centrale è quasi sempre presente un inghiottitoio, una fessura che incanala l’acqua piovana
all’interno della struttura calcarea.
FENOMENI CARSICI SOTTERRANEI
I fenomeni sotterranei o ipogei sono di sicuro più spettacolari: sono le grotte che si sviluppano principalmente nei settori calcarei del bresciano, come il colle della Maddalena, ma
anche nell’area comunale di Gussago. L’azione erosiva delle acque, combinata con gli attacchi chimici, ingrandisce sempre di più le grotte, mentre il carbonato di calcio presente nelle
acque percolanti favorisce la creazione delle stalattiti e delle stalagmiti, rendendo ancor più
vario e fantastico il paesaggio carsico.
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BÜS E PREFÒND
n° catastale
Nome
80 Lo-BS
81 Lo-BS
Büs del Diàol
Büs de la Marta
55 Lo-BS
84 Lo-BS
199 Lo-BS
236 Lo-BS
327 Lo-BS
340 Lo-BS
760 Lo-BS
Località
Val Gandine - ramo destro
Quarone di Sotto
Camaldoli (Concesio)
Prefònd Soradùr
Dosso Croce
(Villa Carcina)
Prefònd de Quarù
Strada Civine-Quarone
Prefònd de le Stàle
Dolina Quercia verde
loc. Pianone
Büsa de Andrèa
Gussago - Riviere
Perdimènt di Follo
Loc. Follo
Prefònd al Buscù
Valle del Cristò
Grotta di Val Cristò
Valle del Cristò
Ex miniera di Val Volpera
Val Volpera
Buco artificiale del Follo
Loc. Follo
Büs del Martör
Loc. Follo
Buco della Valle di
Valle di Camaldoli
Camaldoli
Büs del Cudöl
Val Gandine - ramo sx
Büs del Tru
Via Sovernighe
Grotticella di
Loc.Pian
Pian San Martino
San Martino
Grotticella di Altarone
Dosso Altarone
o Buca degli Inglesi
altitudine longitudine
s.l.m.
est
latitudine
nord
610
680
2°17’3”
2°16’38” 45
45°37’5”
°36’35”
710
2°16’41”
45°34’28”
700
775
2°16’59”
2°16’50”
45°37’11”
45°37’24”
705
275
365
350
330
208
210
555
2°17’24”
2°18’10”,18
2°18’6”,79
2°18’5”,66
2°17’5”,66
2°18’5”,66
2°18’5”,66
2°16’29”,14
45°37’38”
45°35’55”,13
45°37’32”,43
45°37’30”,81
45°36’4”,05
45°35’53”,51
45°35’54”,32
45°36’28”,36
605
202
495
2°17’06’’,9
2°17’39’’,23
2°17’39’’,23
45°37’05’’.6
45°35’54’’,32
45°36’38’’,91
482
2°17’19’’,06
45°37’18’’,5
Grotte, cunicoli ed anfratti presenti nel territorio di Gussago
Come abbiamo potuto vedere nei paragrafi dedicati alla geologia, le particolari formazioni rocciose che costituiscono il sottosuolo di porzioni del nostro territorio presentano fenomeni carsici. Nel comune di Gussago sono presenti infatti una ventina di grotte, che sicuramente non possono essere paragonate, per dimensioni o per la bellezza delle concrezioni,
alle grotte delle più famose ed importanti aree carsiche della Lombardia, ma che tuttavia,
tranne in due casi, sono a tutti gli effetti cavità di origine carsica.
Büs e Prefònd sono le parole bresciane con cui vengono definiti grotte, buche, pozzi e cunicoli, il più delle volte fungono da prefisso alle singolari denominazioni di queste cavità naturali, normalmente legate a fatti, storie e leggende che nell’immaginazione popolare hanno da
sempre stimolato paura e curiosità, come del resto avviene per tutti quei fenomeni poco conosciuti. Per l’occasione si è tentato di effettuare una ricerca a 360 gradi sul “carsismo gussaghese”, seguendo due filoni: uno di carattere tecnico, relativo alla individuazione e descrizione delle varie grotte, ed uno di tipo storico-culturale, che riguarda invece curiosità e leggende
che legano queste grotte alla storia della nostra comunità. L’obbiettivo è quello di ricostruire un
quadro generale, e non per soli esperti, su Büs e Prefònd di casa nostra. Di ogni grotta seguirà
una breve relazione accompagnata da qualche schizzo per aiutare il lettore a capirne meglio la
struttura. Il lavoro svolto non ha la pretesa di essere esaustivo dell’argomento.
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Si raccomanda a quanti incuriositi da questa lettura e stimolati a esplorare le
grotte descritte di limitarsi a visitarne l’imbocco, se non accompagnati da
persone esperte. Per l’esplorazione di alcune di esse è infatti necessaria ido nea attrezzatura e una buona conoscenza delle tecniche di speleologia.
Ex miniera di Val Volpera
Poche persone sono a conoscenza del fatto che a Gussago esista una realtà mineraria anche se dismessa ormai da notevole tempo. In Val Volpera, ai piedi del monte Navazzone,
meglio conosciuto come collina dei Camaldoli, sono ancora ben riconoscibili l’ampia trivellazione verticale ed i resti di alcune infrastrutture, celati nella vegetazione. Anche se non si
tratta di una grotta naturale abbiamo ritenuto interessante dedicare spazio a questa “cavità”
ed all’attività ad essa legata, attorno alla quale, nel fluire degli anni, sono sorte molte leggende e si sono fatte le congetture più curiose, che come spesso accade di veritiero hanno ben
poco. Da uno studio effettuato nel primo dopoguerra (1946–47) da Franco Cunego apprendiamo notizie e dati quanto mai singolari e interessanti che riproponiamo nei passi salienti:
“Nei dintorni di Brescia, e precisamente nella zona di Val Volpera nei pressi di Gussago,
da tempo è nota la presenza di scisti bituminosi ittiolici, il cui sfruttamento venne iniziato at torno al 1928 e di cui fu presentata proprio in quel periodo un’accurata relazione dal prof.
Arturo Cozzaglio. Rilevata la concessione della S. A. Mineraria Bresciana, furono continua ti i lavori ma solo per un breve tempo; i costi di produzione superavano di gran lunga gli uti li di realizzo del materiale estratto, che tuttavia alle analisi dava ottimi risultati con percen tuali di bitume variabile dal 10% al 13%...
L’indagine geologica eseguita dal prof. Cozzaglio mirava soprattutto a dimostrare non
trattarsi di un fenomeno isolato poiché eguali affioramenti di rocce impregnate di bitume
erano rilevabili sul versante opposto, nei pressi di San Vigilio e lateralmente sia sulla stra da della Forcella che in alcuni punti del Dosso dei Camaldoli…. La zona della Val Volpera,
dove si iniziarono alcuni anni fa i lavori di estrazione della roccia bituminosa, è sede di un
grande anticlinale… Il bitume è salito attraverso le fessure degli strati superiori e questo la scia supporre, in profondità, un bacino di estensione e potenziale di gran lunga maggiore che
può essere sede di un vero e proprio giacimento di petrolio… Sarebbe una sorpresa per le
persone che a Gussago ancora ricordano “la cerca del carbone”.
Era una strana abitudine, bisognava arrancare per un sentiero appena tracciato in una
direzione della Stella,… tornavano alla sera con alcuni sassi scuri: gli scisti della Val Vol pera, roba di poco conto, ma che bruciava! Ne sono passati degli anni, ora in quel punto è
sorta una strada e lassù una piccola miniera, frutto dell’iniziativa di un imprenditore di la vori stradali, il Signor Luigi Salvi… Volle tentare un esperimento rilevando nel 1946 la con cessione dal S. A. Mineraria Bresciana e attorno al pozzo, da anni abbandonato, lavorava no alcuni operai con mezzi rudimentali e risultati non proprio incoraggianti… Gli scisti ri dotti in graniglia sarebbero dovuti servire per pavimentazioni stradali… la proporzione tra
costi e rese in materiale avrebbero fatto abbandonare l’iniziativa a chiunque… Ma in breve
tempo alla strada con piazzale per manovra (tuttora visibile) si provvide per l’energia ad al ta tensione per l’installazione di un moderno montacarichi con benna, alla costruzione di
una baracca–magazzino ed all’impianto di un compressore per perforatrici. I lavori esegui ti a tutt’oggi comprendono, oltre che alla galleria che raggiunge i 25 metri di profondità, una
serie di diramazione per complessivi 38 metri lineari… Procedendo i lavori in profondità, la
31
roccia ricavata è a percentuale sempre maggiore di bitume, raggiungendo in alcuni cam pioni il 48%!… L’estrazione industriale di alcuni minerali da rocce idrocarburate è ovunque
applicata e rappresenta una vera e propria risorsa nazionale… C’è da augurarsi che l’ini ziativa del Signor Salvi a Gussago venga appoggiata… onde assodare se la nostra provin cia è quel grande bacino petrolifero che sembra veramente essere!”
Così si scriveva negli anni 1947-48. La ricerca degli oli minerali si concluse ben presto e
gli scavi furono sospesi. Attualmente l’imbocco ed il pozzo dell’ex miniera sono visibili,
ma una visita all’interno è possibile solo con attrezzatura da speleologia e con le dovute precauzioni. Le impalcature in legno che conducevano in fondo al pozzo, presenti fino alla fine degli anni sessanta, sono andate totalmente distrutte. La profondità differisce leggermente dai dati originari a causa, probabilmente, dei detriti accumulatosi nel tempo. La discesa si effettua da una breccia nel muretto (massi pericolosamente instabili!) e, superando
la parete artificiale di contenimento, si raggiunge il fondo occupato da voluminoso deposito
detritico che probabilmente ha ostruito la parte finale della trivellazione (perforazione), qui
sono presenti una folta colonia di salamandre ed alcune rane depigmentate.
E’in questo ambiente che maggiormente sono presenti gli affioramenti di rocce idrocarburate con alto tenore di bitume, dall’inconfondibile colore nerastro. Dal pavimento dipartono due cunicoli comunicanti: il primo immette in una sala oblunga caratterizzata da densi depositi di fango limaccioso che sfocia in un laghetto; con il secondo, parallelo al precedente, si perviene in un’ampia galleria articolata orizzontalmente al cui centro spicca il sopra citato laghetto il cui fondo costituisce il massimo dislivello e conclude la perforazione.
Anche queste diramazioni si presentano intensamente fangose: singolarmente si possono osservare deposizioni melmose sino sotto alla volta soprastante. E’ pertanto ragionevole ipotizzare che, a seguito di violenti temporali o di periodi di pioggia particolarmente intensi,
l’acqua percolante invada completamente le gallerie trasformandole in un grande serbatoio.
Buco artificiale del Follo
Presso la località Follo, in frazione Navezze, ai piedi della collina Mirabella (monte Bre da), sono visibili già dal sottostante centro abitato alcune balze rocciose formate da calcari
riferibili alle maioliche giurassiche, le cui bancate costituiscono uno spettacolo singolare per
lo spessore e la vistosa inclinazione che ne fa intuire l’immersione. Posta ai piedi della balza rocciosa, a ridosso delle ultime case ed in proprietà privata, si trova questa piccola ca verna, che fino a poco tempo fa era visibile già dalla sottostante via Navezze, mentre attualmente risulta parzialmente nascosta dalla vegetazione che crescendo ne ha occultato l’accesso. Realizzata artificialmente negli anni cinquanta nell’ambito di più estesi lavori realizzati per verificare la convenienza estrattiva della calce, venne ben presto abbandonata poiché
lo sfruttamento non assicurava certezze economiche. Si tratta di un “foro” squadrato che
penetra orizzontalmente in direzione ovest, percirca quattro metri, sotto le rocce maioliche del colle Mirabella.
Questa modesta galleria artificiale, non registrata nel catasto, viene spesso confusa col
Büs del Diàol (sito altrove e di cui parleremo successivamente), e le vengono erroneamente
attribuite le relative leggende popolari ricche di fantasie, paure e superstizioni.
Büs del Martör
Posto sempre sopra la località Follo, nel medesimo sito ed a poche decine di metri dal
buco artificiale del Follo, si trova il Büs del Martör. Alla base del costone, sul pianoro erboso, è situata questa piccola cavernetta dalla sezione regolare, ovoidale e alla quale si ac32
Büs del Martör (Fig.11)
cede attraverso un esile foro orizzontale. Anch’essa si sviluppa nelle rocce maioliche giurassiche sotto la collina Mirabella. L’interno, leggermente discendente, è occupato da brecciame incoerente, si conclude dopo circa cinque metri con un piccolo meandro fratturato non
percorribile.
Se speleologicamente è trascurabile, considerate le contenute dimensioni e lo scarso interesse geologico, va valutata come fenomeno carsogeno “nostrano”, a pochi metri dall’abitato.
Non esistono fonti circa l’origine del nome.
Perdimènt di Follo
Questa grotta si trova nella stessa area delle precedenti. Un centinaio di metri a monte della balza rocciosa che sovrasta l’antico abitato del Follo, lungo le pendici est della collina Mirabella (monte Breda). La cavità è raggiungibile seguendo una traccia di sentiero che si sviluppa tra la folta vegetazione che copre il versante della collina. L’imbocco si presenta come un’angusta fessura nella roccia maiolica (Giurassico-Mesozoico) che dà accesso al
vano principale con un salto di quattro metri. L’interno, semplice e modesto (asfittico),
delle dimensioni di 7 metri per 6, offre brecciame al suolo, assenza di concrezioni calcitiche
e dipartendosi verso nord, chiude con una camera di 1 metro quadrato.
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Registrata al catasto speleologico con il numero “327 Lo BS”, pur risultando speleologicamente trascurabile, è comunque una curiosità carsica a pochissimi passi dal centro abitato.
Per anni è stata irreperibile poiché celata dalla folta vegetazione, si pensava addirittura che
l’imbocco fosse stato ostruito con massi.
Suggestiva anche la toponomastica: “perdimento” che suppone lo sviluppo di questa
grotta all’infinito ed essere ricettacolo di qualsiasi negatività, le esigue dimensioni induco no ad escludere ogni relazione tra queste ipotesi e la realtà.
Prefònd al Buscù
Partendo dalla base Scout di Piazzole e percorrendo il profondo solco vallivo della Valle
del Cristò che tra dirupi e forre discende verso il Caricatore, sulla destra orografica una vistosa bancata rocciosa segnala la vicinanza di questo fenomeno carsogeno naturale, visitabile solo con idonea attrezzatura da speleologia. Poco più in alto dell’alveo, uno scivolo di terriccio imbutiforme e alquanto instabile, contornato da castagni, immette in una ampia fessura (5-6 metri) separata centralmente da un grosso masso che, al primo impatto, appare
decisamente precario. L’interno della grotta è costituito da un ambiente articolato e terroso, fortemente discendente che sovrasta il fondo finale caratterizzato da caos di massi al suolo (-15 mt). Un sottile ed accidentato pertugio, che diviene dopo pochi metri impraticabile,
determina la massima profondità, a meno 18 metri, che è anche il punto assorbente della cavità stessa (siamo molto probabilmente al livello del fondo della Valle del Cristò). Forma zione geologica: Aaleniano (Dogger) – Toarciano (Lias) del Giurassico (2° periodo del Mesozoico) riferibili alla formazione di Concesio. Registrata al catasto speleologico con il numero “340 Lo BS”.
Considerata l’ubicazione non proprio proibitiva, curiosamente sembra che la grotta sia
stata scoperta casualmente da Don Giovanni Fogazzi in escursione con dei ragazzi tra gli
anni “50 e “60.
Grotta di Val Cristò
L’ubicazione di questa grotta è a poche decine di metri del Prefònd al Buscù, sempre in
Valle del Cristò; sulla destra orografica, è collocato l’ingresso di questa cavità scoperta solo
recentemente (1996) da Livio Palamidese. Alla base di una suggestiva rupe, si rende visibile
un esile spiraglio che alita (aspira in inverno), frutto di una risoluta disostruzione e di un successivo allargamento, teso a migliorare l’accessibilità, possibile però esclusivamente ad esperti con attrezzatura speleologica. L’ingresso è costituito da un leggero scivolo terroso che si
getta in un pozzo verticale lungo 9 metri, il cui fondo presenta sedimenti argillosi, mentre
le pareti offrono forme di erosione e lame (insidiose!). Segue una breve strettoia che con un
salto di 3 metri immette in un ambiente la cui base è occupata da brecciame e spigoli vivi e
da depositi fangosi di argilla. Il meandro continua con un canale di volta (forma erosiva) lambendo un masso quanto mai instabile. Poco dopo si innalza un camino di quattro metri la cui
parte sommitale costituisce prosecuzione intransitabile e… inesplorata! Il cunicolo di fondo
prosegue nelle argille, mentre un debole arrivo di acqua, che genera una pozza, rende scomodo il transito verso il fondo della cavità (-18,5 metri) composto in prevalenza da sabbia e argille. Un camino ascendente di quattro metri e un cunicolo orizzontale, entrambi non percorribili, sembrano concludere attualmente gli sviluppi della grotta. Formazione geologica: formazione di Concesio. Registrata al catasto speleologico con il numero “760 Lo BS”, questa
grotta ben si presta ad uscite didattiche/preparatorie di corsi speleologici.
Vista la scoperta recente non ha particolari storie e leggende.
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Grotta di Val Cristò (Fig.12)
Buco dei Camaldoli
Questa cavità, non registrata nel catasto, è facilmente individuabile nella Valle dei Ca maldoli, che ampia e profonda capta le acque meteoriche convogliandole lungo il versante
che scende verso San Vigilio, poco più a nord della recinzione muraria dell’ex convento posto in località Camaldoli, sul monte Navazzone. Sulla destra orografica del valzello, due
grossi carpini bianchi delimitano lo scivolo imbutiforme la cui struttura terrosa appare quanto mai instabile. Verso il fondo, a 7,8 metri di profondità, alcuni banchi di roccia maiolica
(Giurassico – era Mesozoica) si aprono con un sottile meandro molto sinuoso ed accidentato, percorribile solo per un breve tratto, poiché si tramuta in fessura impraticabile alta meno
di 30 cm che funge da inghiottitoio delle acque piovane.
I terrazzani ed i cacciatori del posto conoscevano da sempre questa depressione per pau ra di cadute accidentali di persone o animali.
Büs del Diàol
Salendo dalla frazione di Civine, poco prima di raggiungere la località Quarone di Sopra
e la caratteristica dolina degradante a ovest (verso il Caricatore), a valle della strada parte un
canale che percorre il ramo destro della Val Gandine, esso indica l’itinerario da seguire per
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individuare l’ingresso del Büs del Diàol. Si tratta di una condotta freatica che dal solco della valle entra in direzione est sotto l’altopiano di Quarone per circa settanta metri, seguendo un andamento prima in leggera salita e poi in leggera discesa, completamente percorribile senza particolari attrezzature, coprendo un dislivello di circa 3-4 metri. L’imbocco, posto
nel solco vallivo dell’accidentato canale, si presenta piano, di facile accesso e di aspetto assai originale: ricorda vagamente l’orrido antro dell’inferno di Belzebù! Si accede all’interno
tramite la comoda galleria di sezione e di andamento tortuoso. Percorsi i primi venti metri,
leggermente in salita, trovasi un piccolo vano che si apre sulla sinistra e permette una comoda sosta. Seguono poi una ventina di metri in lieve discesa, caratterizzati da una noiosa fanghiglia che, a tratti, rallenta l’esplorazione. Indi si continua per circa 15 metri pianeggianti
che costituiscono la parte più bassa della grotta, in questo tratto si forma spesso una pozzanghera di acqua stagnante che obbliga ad acrobatiche manovre per non “finirci dentro”. Un ultimo tratto di 10-15 metri, tende nuovamente a salire e, gradualmente, si restringe verso la
parte terminale obbligando a strisciare in un angusto pertugio che sbuca poi in una saletta
ostruita da frana. Fra l’abbondante fauna che popola questa caverna figurano Anellidi, Aracnidi, Crostacei, Miriapodi, Coleotteri, Ortotteri ecc. La formazione geologica è costituita
dalla formazione di Concesio. Registrata al catasto speleologico con il numero “80 Lo BS”.
Nella fantasia popolare questa grotta ha sempre suscitato paura e timore per l’alone di
mistero che aleggia attorno ad essa. Negli anni sono fiorite numerose leggende di briganti e
assassini che, dopo sanguinose scorribande, vi trovavano rifugio; altre narrazioni la vole vano dimora di diavoli e streghe dediti a riti infernali.
Büs del Cudöl
L’ingresso del Büs del Cudöl è posto in luogo scomodo e difficilmente raggiungibile, nelle vicinanze della sorgente di Val Gandine, alla confluenza di due valzelli, risalendo il ramo
sinistro della valle medesima che porta sotto Quarone di Sopra. In un ambiente di consecutivi dirupi, sulla sinistra orografica del canale, una propaggine rocciosa rende ben visibile
l’ingresso di questa cavità dall’andamento prettamente orizzontale. Impostata su una
frattura (scollamento) della roccia carbonatica, si addentra con un meandro di circa 12 metri avente sezione irregolare. Il proseguimento del penoso cunicolo risulta inibito alla transitabilità (sondato per circa 3 metri) e un’opera di disostruzione appare poco attuabile. Geomorfologicamente i sovrastanti pendii montuosi, sono caratterizzati da rocce degradate e
quanto mai instabili; l’alta densità di fenomeni carsogeni da verificare, potrebbe riservare
inattese sorprese (scoperte). Ad eccezione dei valzelli, a scorrimento intermittente, non esiste idrografia superficiale, anche in occasione di violenti nubifragi, in quanto l’assorbimento delle fessurazioni è capillare. Anche se conosciuto da tempo, il Büs del Cudöl non risulta
registrato nel catasto speleologico.
Poco distante dalla grotta, da tempi assai remoti è conosciuta una risorgenza carsica di no tevole interesse. Posta più a valle e sulla destra orografica del canale, assume il nome di “Cudöl
di Val Gandine” (toponomastica appresa dagli anziani residenti), che a seguito di intensi tem porali o lunghi periodi piovosi, emette una quantità di acqua tale da generare rumore poco ras sicurante! Principale fonte che alimenta la portata delle acque in Val Gandine. La leggenda re cita che se il serbatoio di Val Gandine tracimasse, nessuno troverebbe scampo!
Prefònd de Quarù
Percorrendo la carrareccia che da Civine sale verso la località Quarone di Sopra (già nota come Quarone dei Cavalli) in prossimità dei prati pianeggianti, ai margini di un castagne36
to e a pochi metri a monte della strada, è facilmente individuabile l’ingresso di un pozzo ad
andamento prevalentemente verticale, la cui profondità è di circa 12 – 13 metri. Si tratta del Prefònd de Quarù, grotta registrata al catasto speleologico con il numero “84 Lo BS”.
La struttura di questa cavità è piuttosto semplice, caratterizzata da una parete verticale che
presenta bancate di roccia maiolica molto gradinate, ornate in alcuni punti da deposizioni calcitiche che offrono singolari aspetti del mondo ipogeo. La totale assenza di estensioni orizzontali preclude perentoriamente futuri sviluppi della cavità stessa. Anche questa grotta non
è visitabile senza idonea attrezzatura, la comoda posizione e la conformazione la rendono
però un’ottima “palestra” per lezioni didattiche/preparatorie di corsi speleologici. Grotta conosciuta fin dai tempi remoti, data la posizione ed il facile accesso, e per il pericolo di cadute accidentali. Sovente la si confonde con il Büs de la Marta ubicato altrove.
Prefònd de le Stàle
Pervenuti a Quarone di Sopra e proseguendo verso Sella dell’Oca, un poco prima di raggiungere la parte sommitale, sulla destra della comoda carrareccia, si rende visibile da lontano una maestosa quercia sempreverde (Quercia crenata, probabilmente unica a Gussago), quasi volesse segnalare autorevolmente la località Pianone, caratterizzata da un appostamento di
caccia e da ridenti prati terrazzati. Percorsi pochi metri verso nord, in direzione di una macchia densamente vegetata, compare sorprendentemente una vasta dolina al centro della quale
si apre l’ingresso di questa formazione carsica. Non si tratta certamente di una grotta complessa o labirintica, anche se in passato venne studiata, poiché funge da punto idrovoro molto assorbente, e valenti biologi ci dedicarono tempo ed energie. Da una relazione del
28.03.1939 apprendiamo che: “Pavan vi è stato attratto dalla voce dell’esistenza di un pozzo
molto profondo, e vi ha trovato invece una cavità di poco conto: trattasi di un inghiottitoio che
si apre eccentricamente sul fondo di una dolina. Si trova a un centinaio di metri ad est di “Le
Stalle”, a quota 775 metri circa. Ha l’aspetto di fessura larga meno di 1 metro, nella quale si
scende su un fondo inclinato, con corda per una profondità di 10 metri circa. All’estremità termina per interramento. Cavità fredda!”. Formazione geologica costituita da rocce di maiolica
inframezzata da strati di selci. Registrata al catasto speleologico con il numero “199 Lo BS”.
Legati a questa grotta esistono inoltre fatti e vicissitudini di notevole interesse storico:
pare infatti che durante la II guerra mondiale negli anfratti rocciosi avessero trovato rifugio
alcuni soldati inglesi onde sfuggire ai persistenti rastrellamenti.
Büsà de Andrèa
Percorrendo la strada che da Civine conduce a Riviere e proseguendo poi verso le località
Gerot, Colma e Sella dell’Oca, alcune edificazioni indicano l’approssimarsi della valle Alta rone (degradando, confluisce con la principale Val Gandine). E’ sul lato a valle della strada,
lungo il fianco boscoso di questo pendio, a pochi metri dal solco vallivo, che è possibile individuare la caverna in oggetto, le cui dimensioni risultano quanto mai contenute. L’ampio ingresso, sormontato da vistose ceppaie che affondano le radici nelle fratture della selce,
prospetta una prosecuzione pianeggiante che non si protrae oltre i 7,5 metri. L’unico vano
della cavità è originato da stratificazioni orizzontali di Selcifero Lombardo (la così detta
“preda funghera”) inframezzate da banchi biancastri di roccia calcarea. Gli strati di selce bruno-verdastri formano una serie di venature orizzontali dall’aspetto decisamente precario ma
molto suggestivo. Registrata al catasto speleologico con il numero “236 Lo BS”. L’instancabile Corrado Allegretti, responsabile del Gruppo Grotte Brescia per più di 40 anni, la visitò
nel settembre 1949 per ricerche faunistiche e per effettuare il relativo rilievo topografico.
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Gli anziani di Civine e Brione rammentano che la caverna, negli anni in cui in montagna
stanziavano gli armenti, veniva utilizzata come riparo naturale contro le intemperie. Fu usa ta anche dai prigionieri alleati durante la seconda guerra mondiale.
Prefònd Soradùr - Büs de le Stale Longhe – “Picamos”
Questa grotta è situata lungo il versante est del Dosso Croce, posto a nord di Quarone di So pra, dove si incrociano i confini dei comuni di Concesio, Gussago e Villa Carcina. Anche se per
pochi metri ubicata fuori dal territorio di Gussago questa cavità appartiene al vasto fenomeno
carsico che caratterizza l’altopiano di Quarone. Si è ritenuto parlare anche del Prefònd Soradùr
per la particolare bellezza delle formazioni che ne coprono le pareti rocciose e per l’intensa attività di esplorazione effettuatavi dagli Scuot di Gussago, che la battezzarono familiarmente
“antro dei Picamos”. L’ingresso, sito nella rigogliosa vegetazione che ricopre il versante della
collina, si presenta come la bocca di un pozzo che si apre in un piccolo spiazzo nei pressi di
un carpino nero, il cui tronco funge da sicuro ancoraggio all’attrezzatura speleologica indispensabile per effettuare la discesa. La complessa conformazione della grotta ne richiede una
descrizione schematica e coordinata con uno schizzo della stessa: la prima parte è costituita da
un pozzo (C), a circa metà del pozzo si trova l’imbocco di un cunicolo laterale (D). Il pozzo ter-
Prefònd Soradùr (Fig.13)
38
Interno del Prefònd Soradùr: vano G. (Foto 20)
mina in una sala (E) relativamente concrezionata. Da qui un esile foro immette in un secondo
pozzo (A) sul cui fondo si ha la massima profondità della grotta. Ritorniamo all’angusto imbocco del cunicolo (D) che dà accesso ad un tunnel riccamente concrezionato che si tuffa in un
terzo pozzo (F), il tunnel dà anche accesso alle sale (G – H) caratterizzate da ornamenti di stalattiti – stalagmiti – cannule di rara bellezza e da uno stillicidio molto intenso. Dalle sale (G –
H) si diramano alcune piccole faglie nonché l’ingresso di un tortuoso pozzo (M) dall’andamento molto accidentato e chiuso da un fondo frazionato in banchi di roccia maiolica.
Registrata al catasto speleologico con il numero “55 Lo BS”.
Anche questa cavità carsica è stata oggetto di visite e esplorazioni da parte di famosi spe leologi tra i quali Allegretti Corrado uno dei padri fondatori della speleologia bresciana ac compagnatovi dagli Scout di Gussago.
Büs de la Marta – pozzo dell’inferno
Questa grotta, nota da moltissimo tempo, si trova nel territorio del comune di Concesio, a poche decine di metri dal confine con Gussago; merita tuttavia di essere presentata perché anch’essa appartiene al carsismo dell’altopiano di Quarone, ed in particolare per le interessanti quanto romanzesche vicende che ne originarono il toponimo e entrarono a far parte
della storia della frazione di Civine.
Il Büs de la Marta è ubicato poco a valle dei lussureggianti prati di Quarone di Sotto, l’apertura si apre sul versante che volge verso i Camaldoli e l’individuazione si rivela sovente
enigmatica. Il bosco densamente vegetato di castagni e carpini, la zona poco frequentata e
l’assenza di riferimenti antropici ne favoriscono l’occultamento naturale. L’ingresso si pre39
senta con una depressione imbutiforme e terrosa del diametro di 3 – 4 metri, fortemente
discendente verso uno stretto cunicolo, e tende a riempirsi di fogliame e terriccio che ne
ostruiscono l’imbocco. La visita all’ingresso della cavità è possibile esclusivamente con
attrezzatura da speleologia, e spesso deve essere preceduta da un energico intervento di pulizia per liberarne l’accesso. Il cunicolo iniziale immette in una angusta concamerazione sovrastata da un grosso macigno in precario equilibrio. La concamerazione si affaccia su un
pozzo perfettamente verticale profondo 15 metri e del diametro di circa 3 metri che costituisce la parte più voluminosa della grotta.
Sulle parerti del baratro sono visibilmente diffusi strati di selcifero lombardo, bruno/verdastri, che con la marna e calcari rossastri intercalano le bianche rocce carbonatiche. Gli strati selciosi si presentano in spessori variabili, da pochi centimetri a quasi 20 cm, con pronunciamenti estroflessi rispetto alla roccia calcarea circostante. Gli strati di selce verde presenti nelle pareti formano una serie di piccoli cornicioni dall’aspetto suggestivo, oppure sono presenti sotto forma di sfere dal diametro variabile creando uno spettacolo che raramente
capita di osservare. Il fondo del pozzo è coperto da brecciame a spigoli vivi e presenta forme di erosione probabilmente favorita da un costante stillicidio, il che induce ragionevolmente a ipotizzare che la grotta funga da punto assorbente dell’area sovrastante. Dal fondo
del pozzo in direzione sud-est si sviluppa in leggera discesa un cunicolo percorribile per circa 7 metri che poi si restringe divenendo impraticabile. A sud si diparte una frattura trasversale che forma uno stretto ed accidentato meandro discendente, di difficile percorribilità, dal
pavimento e pareti ricoperte da abbondanti depositi fangosi.
Registrata al catasto speleologico con il numero “81 Lo BS”, anche questa grotta venne
esplorata e studiata da famosi ricercatori e speleologi della prima metà del 900 di cui riportiamo alcune interessanti annotazioni che testimoniano, tra le altre cose, la travagliata storia
di questa cavità.
15/06/24 Trevisani – accertamento – viene accompagnato ad un baratro ricoperto di travi
e lastre sotto Quaroncino;
28/12/29 Ghidini – visita imbocco – ricerca faticosa, individuato foro strettissimo, non
penetrabile, soffia aria tiepida, bocca chiusa con massi;
17/02/39 Pavan – sopralluogo con il Prof. Panizza del seminario di Camaldoli, cavità sita nella proprietà del vescovo di Mantova – viene attuata disostruzione e ampliamento dell’imbocco mediante mine (!!), per ricerche idriche (approvvigionamento acqua per il seminario). Risultato negativo, imbocco nuovamente ostruito.
Riportiamo infine alcuni cenni sulla leggenda, tratta da fatti realmente accaduti sui monti di Quarone verso la fine del 700, che racconta di due giovani innamorati: “Marta, una ra gazza delle Civine, e Ariboldo soldato ricercato della repubblica di Venezia, sono ostacola ti nel loro amore da un signorotto di San Vigilio invaghitosi della bella giovane. Durante la
vicenda, Marta precipita accidentalmente nella grotta, allora chiamata “pozzo dell’infer no”, Ariboldo credendola morta è costretto alla fuga. Marta esce miracolosamente illesa
dalla rovinosa caduta nella grotta che da allora venne appunto chiamata “Büs de la Mar ta”. La storia ha lieto fine e si conclude con il matrimonio dei due protagonisti, ricalcando
la trama di altri romanzi del 1800.”
A chi volesse approfondire questo interessante racconto suggeriamo di leggere il romanzo intitolato “Marta della buca”, di Giovanni Federici, il lettore avrà l’occasione di fare un
piacevole viaggio nella storia percorrendo luoghi che in duecento anni, tutto sommato, non
sono cambiati di molto.
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Grotta della sorgente del Tru
Singolare e curiosa la risorgiva del Tru , il cui toponimo deriva probabilmente dal fran cese trou (buco) che ne richiama per l’appunto l’aspetto esterno e che si trova nell’antico
borgo di via Sovernighe, a Piedeldosso.
Questa particolare falda carsica è anche probabilmente uno sfogo di acque meteoriche, poiché in occasione di abbondanti piogge aumenta di molto la sua portata.
Il Tru è quasi sconosciuto ai più giovani, sono invece ancora bene impresse nella memoria dei più anziani le piene provocate dal getto d’acqua in concomitanza di forti precipitazioni, esso fuoriusciva violento dal foro andando addirittura a raggiungere la porticina di rimpetto per poi scorrere lungo la strada in mezzo alle case, trascinando a volte pezzetti di ferro pestato che si pensava fossero scarti del maglio e delle fonderie della Val Trompia.
Nel 1989, in occasione della sistemazione delle fognature della zona, vennero realizzate delle opere di incanalazione anche delle acque del “capriccioso” Tru, che da allora cessarono di invadere la strada, ma che tutt’oggi i residenti di via Sovernighe sentono rombare durante le piene.
L’ingresso, ubicato in proprietà privata, è costituito da un pozzetto di ispezione che tramite uno stretto tubo in cemento immette in una cameretta in calcestruzzo. Il fondo della came-
Grotta della sorgente del Tru (Fig.14)
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retta è occupato da una piccola vasca di sedimentazione mentre nella parete nord si trova
un’apertura che si affaccia su uno stretto pozzo verticale, profondo circa 6 metri dal livello
dell’acqua sottostante, di cui i primi 4 sono rivestiti da tubi in cemento dal diametro di 70 cm
che poggiano su una strozzatura della roccia, mentre il restante tratto è rimasto naturale. La
parte terminale del pozzo è costituita da una piccola grotta di circa 2 x 1,5 metri dalle parerti
rocciose formate da strati di calcare bianco intercalato regolarmente da strisce più sottili di selce, simili a quelle presenti nella ex miniera della Val Volpera. Gli strati rocciosi presentano
un’inclinazione molto forte di circa 50° e si immergono direttamente nell’acqua, che normalmente si mantiene a questa quota. La direzione degli strati rocciosi e la profondità dell’acqua
indicano il proseguimento discendente del pozzo verso nord, ed è pertanto ipotizzabile uno
sviluppo in tale direzione, tuttavia non è per il momento possibile fare accertamenti in quanto sarebbe necessario l’impiego di specifica attrezzatura subacquea da speleologia.
Le pareti del pozzo sono ricoperte da un leggero strato di depositi fangosi che testimoniano come durante i temporali tutto il pozzo venga invaso dalle acque meteoriche provenienti da una falda sotterranea.
Questa cavità non è registrata al catasto speleologico anche se viene brevemente citata in
quanto fu oggetto di interesse da parte di alcuni speleologi bresciani che verso la fine degli
anni venti ne raccolsero notizie riportate di seguito: “Foro presso casa Colonna = Ghidini
raccoglie notizia il 28.12.1929 presso casa Colonna a Gussago esiste foro che in tempo di
grandi precipitazioni emette getto d’acqua notevole e violento, tale da raggiungere anche
porticina dirimpetto, a parecchi metri di distanza.”
Da una ricerca della maestra Teresa Angeli risulta che: “Questa sorgente viene da sotto i
monti Roccoli e Baita, e giunge dalla Val Trompia perché nelle piene, quando scorreva in
superficie era cosparsa di pezzetti di ferro pestato, scarto del maglio e delle fonderie della
Val Trompia. Nella parte sotterranea della “prima Gussago”, in via Sovernighe, c’è una
stanza, una caverna con pareti di roccia e sul basso nasce l’acqua, in forte quantità, della
sorgente Tru. Tale grotta fu visitata negli anni passati dagli scout e nel 1989 dai tecnici in
occasione della progettazione per l’incanalamento delle acque sorgive al fine di evitare l’al lagamento della strada. La grande grotta, a sud, presenta un muricciolo costruito dall’uomo
perché il bestiame si abbeverasse senza invadere la grotta. I costruttori della “seconda Gus sago” (l’attuale) fecero come si fa oggi, abbatterono le vecchie case cadenti, livellarono il
terreno che restò più alto e ricostruirono, e per conservare la sorgente la lasciarono scorre re nei fossi sotterranei; alla grotta fecero un camino che arrivava al livello stradale attuale
con un’apertura (buco) perché quando la grotta si riempiva di acqua, questa potesse uscire
senza portare rovina. Allora l’acqua era pulita e venivano anche da fuori a prenderla per i
malati, la raccoglievano da un pertugio che c’era nella casa. Fuori c’era pure una pozza e
ci si abbeverava il bestiame e sul muricciolo di protezione si sedevano i vecchi la sera a par lare mentre i ragazzi correvano lieti nella strada senza autoveicoli. L’acqua entrava nel la vatoio dove lavavano tutte le massaie di Piedeldosso ……”
Grotticella di Pian San Martino
Si tratta di una cavità molto particolare, situata una decina di metri a valle del comodo
sentiero che conduce in loc. Pian San Martino, circa duecento metri prima di giungere all’omonima cascina. Tra il fitto bosco che copre il pendio degradante verso la sottostante loc.
Canalino, nei pressi di una singolare ceppaia di Acero montano, si scorge la parte superiore
della bancata rocciosa in cui si sviluppa questo anfratto. La grotta è caratterizzata dalla presenza di un grosso masso, che staccatosi dalla volta si è adagiato sul pavimento occupando
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gran parte del vano. Ne deriva una angusta fessura che in diagonale penetra per circa tre metri in direzione est sotto il versante della collina. Sul fondo della fessura si trova un piccolo
vano da cui si diramano: a est uno stretto camino ascendente di circa due metri, ricoperto da
concrezioni e cannule che ne testimoniano l’origine carsica anche se attualmente non vi è
presenza di acqua; a sud-est uno stretto e breve cunicolo ascendente non percorribile e a
nord; verso il basso si dirama un secondo cunicolo non percorribile ma che, sondato, pare
prosegua per alcuni metri.
Formazione geologica: conglomerato di rocce calcaree nella prima parte e della formazione di Concesio nella seconda. Viste le ridotte dimensioni, speleologicamente non è possibile considerare questa cavità una vera e propria grotta, tant’è che nonostante sia nota da
sempre non è registrata al catasto speleologico. Abbiamo comunque ritenuto importante citarla in quanto costituisce esempio in miniatura di fenomeno carsico, tutto sommato facilmente visitabile.
Grotticella di Altarone o Buca degli Inglesi
Questa cavità dalle modeste dimensioni si trova in un luogo di scomodo accesso posto
lungo il dosso che dalla località Altarone, dove sono ubicate le omonime cascine Altarone di
Sopra e Altarone di Sotto, scende ripido nella sottostante Val Gandine.
Risalendo il pendio, coperto da una fitta vegetazione, si raggiunge un’evidente bancata
rocciosa esposta in direzione sud, alta circa tre metri e larga una decina, nella quale è incavato questo anfratto che si presenta come una piccola stanzetta larga circa 3 metri e profonda 2,5 metri, dall’andamento est–ovest che ne determina l’ottimo mimetismo. Le pareti interne sono coperte da alcune concrezioni fossili e nel soffitto è presente un leggero stillicidio
che alimenta alcune piccolissime stalattiti. La formazione geologica è quella di Concesio con
presenza di rocce selcifere. Le numerose impronte di cinghiale, visibili nel fango del pavimento, testimoniano l’assidua presenza di questo animale che abitualmente durante il giorno
rimane rintanato in luoghi impervi e isolati come questo. Si è notata inoltre la presenza di
penne di gallina, probabilmente abbandonate da volpi, che sporadicamente frequentano questo luogo. Spostata di alcuni metri in direzione nord, dietro lo sperone roccioso che funge da
parete della grotta, è presente una nicchia che non sembra abbia collegamento con l’antro principale. Viste le modeste dimensioni, anche questo anfratto di origine carsica non è da considerare una vera e propria grotta e non risulta registrato al catasto speleologico.
La cavità in questione riveste invece un notevole interesse storico per le vicende che vi si
svolsero durante la II guerra mondiale, poiché anche in questi anfratti rocciosi rimasero na scosti i soldati inglesi che per parecchi mesi sfuggirono ai rastrellamenti spostandosi di con tinuo su questi monti, dove guidati e rifocillati dagli abitanti della zona si rifugiavano in al cune delle grotte ivi presenti.
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ITINERARI E CURIOSITA’
Dopo aver illustrato il territorio da un punto di vista geologico e paleontologico vengono proposti due itinerari sviluppati in modo da coinvolgere una buona parte dell’area comunale. Infatti il primo segue una direttrice Nord-Sud, l’altro è trasversale al precedente secondo un orientamento Est-Ovest; i due percorsi sono stati studiati in modo che servano al
naturalista in erba per osservare e riconoscere le rocce, le strutture geologiche ed eventualmente i fossili di quasi tutto il territorio. Potrà capitare che durante le peregrinazioni siano
scoperti aspetti non segnalati. Ciò non significa una dimenticanza da parte dell’autore, ma
piuttosto che l’osservazione e la comprensione dei fenomeni geologici, sollecitate da questo opuscolo, hanno portato “l’esploratore” a guardare la natura con l’occhio di chi ha voglia di scoprire e di comprendere i segreti celati nelle rocce. Di sicuro all’inizio si farà fatica a capire il “linguaggio geologico”, ma con il tempo e l’abitudine ad indagare, le passeggiate per i colli diventeranno un banco di prova per verificare quanto sia stato immagazzinato ed assimilato.
Il primo itinerario parte da Sale e si articola sino all’imbocco della valle di Navezze per
giungere alla cava del Medolo ed infine su a Brione. Il secondo invece parte dal Colle
della Stella e tagliando per il settore delle gallerie giunge sino a Ronco di Gussago. Per
ogni sosta si evidenzieranno la caratteristiche geologiche e paleontologiche e la even tuale storia che si può decifrare. Si prenderanno in considerazione quegli affioramenti
più facili da raggiungere, evitando di entrare nei boschi dove l’osservazione diventa dif ficile per la fitta vegetazione.
PRIMO ITINERARIO
LA COLLINA DI SALE
Chi guarda questo dosso che si solleva di poche decine di metri dal livello della pianura,
non immagina che rappresenti la sommità di una struttura geologica più estesa, nascosta nelle alluvioni. In effetti è l’altura più meridionale delle colline di Gussago che si collega andando verso Nord alle altre ondulazioni visibili in direzione della Santissima. La collina di
Sale ha molte analogie con la collina della Badia di Brescia e con il Monte Orfano di Coccaglio: anche questi infatti si sollevano sulla pianura, a differenza delle zone adiacenti immerse nei conglomerati della piana. Da un punto di vista delle litologie si notano accumuli
di conglomerato, di ciottoli separati, di sabbie ed argille ben compatte. Non sono mai stati
segnalati fossili, che però si incontrano nei colli indicati in precedenza, specie nei livelli più
argillosi, ricchi in prevalenza di fossili marini e subordinatamente di piante fossili terrestri.
Al Colle della Badia infatti è stata rinvenuta una flora abbastanza diversificata dell’era Cenozoica. Questi tipi di materiali si sono depositati circa 20 milioni di anni fa in prossimità di
antiche spiagge, dove alcuni fiumi scendendo verso il mare, contribuivano a depositare foglie e resti vegetali nei sedimenti più fini.
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LA SANTISSIMA, IL COLLE ROSA
L’altura si eleva ad un’altezza di 277 metri, è formata esclusivamente dalla scaglia lombarda ricca di globotruncane, i foraminiferi plantonici che sparirono alla fine dell’era Mesozoica. Ciò che si nota salendo da diversi punti è il colore rosa o salmone degli strati di calcare, intercalati spesso da elementi fini come le sabbie o le argille. Questa colorazione dipende dalla presenza di materiale argilloso proveniente dalle terre emerse che si mescolava
al calcare marino.
Collina della Santissima (Colle Barbisone) (Foto 21)
IL SAGRATO DELLA CHIESA DI NAVEZZE
La valle di Navezze comincia nella zona di raccordo con la SP 19: in questo punto è possibile osservare la posizione verticale degli strati e le complesse ondulazioni createsi durante il processo di formazione dei colli. Appena la si imbocca ci si accorge subito di un rapido
restringimento della valle con pareti ripide su entrambi i versanti. Le case della frazione sono infatti a ridosso della strada principale che si allunga in modo serpentiforme. La mancanza di fiumi di una certa portata ha impedito una forte erosione delle rocce e quindi un allargamento ulteriore. Ci fermiamo in prossimità della chiesa per cercare di individuare il punto
dove furono trovati i resti fossili dei vertebrati mammiferi. Osservando la parte retrostante
della chiesa si vede lo spuntone segnalato dal Prof. Pagani, ai cui piedi giacevano in modo
sparso le ossa e gli scheletri dei mammiferi, e il sagrato che risulta essere un metro più basso rispetto al materiale franato lungo il colle. E’probabile che i fossili siano stati raccolti nel
materiale sbancato per creare questo dislivello.
LA CAVA DEL MEDOLO
L’area della cava, attualmente, è completamente trasformata, le vecchie strutture murarie
sono state recuperate ad uso residenziale, mentre la zona estrattiva presenta le caratteristiche
di una cava abbandonata. All’interno si vedono le pareti di calcare grigio e azzurrino da cui
si distaccano materiale fine e blocchi che rotolano ai piedi delle pareti. L’interesse di questa
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cava è molteplice: innanzitutto sono presenti molti
tipi di fossili. Si possono trovare ammoniti, belemniti, e conchiglie di altri organismi marini. Altro
aspetto importante è che nel settore a nord della cava si trova la Formazione del Medolo, le rocce più
antiche e a sinistra si rinviene la Formazione di
Concesio, in pratica è il punto di contatto tra le due
formazioni. Altro aspetto fondamentale è che lungo
la strada sterrata che sale alla zona della cava si notano strati di calcare (80 cm circa di spessore) alternati a materiale più argilloso spesso pochi cm. Il
significato che i geologi danno a questa strana alternanza è che durante la sedimentazione del calcare sopraggiungeva da zone limitrofe materiale trasportato dal continente o da frane sottomarine. Sulla parte alta della cava è presente uno strato particolare. A differenza di quanto si vede tutto attorno
questo livello risulta essere di calcare molto compatto e ben cementato ed assai ricco di fossili di
marini. Si tratta di un pezzo di una antica piattaforma marina impostata in superficie per il sollevamento del fondale dell’oceano che ha favorito
una così abbondante vita di scogliera. Si può osservare lo strato anche risalendo (con un po’ di attenzione!) il piccolo sentiero che costeggia a nord la
stessa cava.
Nella cava del Medolo è possibile osser vare
gli strati del calcare medoloide (Foto 22)
Lungo la strada per salire a Brione si ritrovano pieghe dalla forma particolare (Foto 23)
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LA GRANDE PIEGA A GINOCCHIO
Alcuni effetti della formazione delle montagne si vedono negli strati contorti, frantumati
e piegati, come quelli presenti nelle colline del Comune. Salendo per Brione si osserva dopo i primi tornanti una piega dalla forma particolarissima. I geologi la chiamano piega a gi nocchio in quanto sembra assumere la configurazione delle ginocchia quando si è seduti su
una sedia. Infatti i fianchi sono ripiegati tra di loro a formare un angolo di 90°, proprio come l’angolatura caratteristica. Gli strati prima della piega sembrano mantenere un andamento abbastanza rettilineo, poi cambiano del tutto l’orientamento, si incurvano e diventano verticali immergendosi verso il basso. Proseguendo verso l’alto in direzione di Brione gli strati evidenziano maggiormente la loro stratificazione e cominciano ad apparire significativi livelli di selce marina che si forma per la presenza di organismi e microrganismi dal guscio siliceo. Superato il Parco Naturalistico di Piazzole si è già nel territorio di Brione, ma noi continuiamo il viaggio per scoprire altri aspetti e curiosità geologiche presenti nel tratto superiore della valle.
LE RADIOLARITI: ROCCE DI OCEANI MOLTO PROFONDI
Poche curve prima del bivio Barche-Brione, si nota sulla sinistra uno slargo, in cui si può
accedere facilmente, con la presenza di strane rocce multicolori miste ad argille e a materiale terrigeno. Si tratta delle radiolariti molto comuni in questi colli che raggiungono spessori
complessivi intorno ai 100/150 metri. L’interesse è legato alla loro formazione all’interno del
mare. La selce si origina, come già detto, dai gusci dei radiolari costituiti da silicio. La prevalenza di queste rocce rispetto ad altri tipi indica che la loro sedimentazione è avvenuta in
un mare profondo, di sicuro superiore a 4000 metri. Ci troviamo in prossimità di un fondale
molto profondo della Tetide che gli sconvolgimenti legati alla nascita delle Alpi hanno sollevato a questa altezza. Proseguendo per la strada asfaltata si incontra il calcare bianco chiamato Maiolica, lo stesso che si ritrova lungo le gallerie di Gussago. Ciò è possibile per la
struttura ripiegata dell’area che riporta verso l’alto gli strati di calcare situati a Piedeldosso.
La dolina di Barche (Foto 24)
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LA DOLINA AL CONFINE DEL COMUNE
La dolina di cui si parla si trova in località Barche nel territorio comunale di Ome, ma
è talmente vicina al confine di Gussago che vale la pena andare a visitarla. Si trova dopo le
ultime case della frazione Barche e vi si giunge seguendo un piccolo sentiero. Si tratta di una
depressione ad imbuto di forma subcircolare di una ottantina di metri di diametro, i cui fianchi scendono verso il fondo che si presenta relativamente piatto, come una scodella. L’inghiottitoio che convoglia le acque piovane nelle cavità sotterranee non è visibile perché ricoperto da materiale fine ed argilloso.
Termina qui il primo itinerario durante il quale sono stati messi in risalto gli aspetti essenziali e più interessanti dell’area, molto altro rimane comunque da scoprire e da raccontare.
SECONDO ITINERARIO
LA STELLA
Il colle della Stella dal punto di vista geologico è una struttura molto simile a quello della Santissima. Entrambi rappresentano la fine del sistema collinare oltre la quale si estende
la pianura. Il colle della Stella però non è isolato ma si prolunga con la collina terminale di
Cellatica, a formare un dosso allungato in direzione est. A livello di litologia prevalgono i
calcari marnosi del colle gemello, ricchi di materiale terrigeno, di microrganismi fossili e di
minuscoli pezzetti vegetali. Anche se distanziati di qualche centinaio di metri i due colli segnalati collegano le loro radici sotto la coltre alluvionale.
EX MINIERA VAL VOLPERA
Struttura dell’ex miniera della Val Volpera (fig.15)
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La località si raggiunge facilmente da Piedeldosso. Lungo il sentiero principale, dopo
qualche centinaio di metri dal suo imbocco, si giunge ad una rete di recinzione che circonda
il già citato pozzo scavato negli anni passati per le ricerche di bitume (pag. 31). Proseguendo
lungo il fondo valle, si giunge in una zona disastrata, dove negli ultimi anni si è originata una
frana. L’interesse sta nel materiale crollato, molto ricco di aptici di diverse grandezze. Chi si
accinge a curiosare dovrebbe comunque fare molta attenzione per evitare incidenti pericolosi.
LE DOLINE DI QUARONE DI SOPRA
Molte delle forme del carsismo superficiale si osservano salendo dai Camaldoli per
giungere in Quarone. Poco a valle della cascina, si notano una grande dolina di un centinaio di metri ripiena di alberi e, nelle immediate vicinanze, cinque piccole cavità molto simili a minuscole doline. Col tempo, il progressivo allargamento delle stesse favorirà la distruzione delle pareti di separazione e la formazione di conche multiple collegate tra di loro,
note con il nome slavo di uvala.
GLI AFFIORAMENTI DELLA MAIOLICA
Lungo la tangenziale SP 19, nel tratto compreso tra le due gallerie, si osserva il calcare
bianco della formazione della Maiolica nella sua manifestazione caratteristica. Ciò che si nota è la conformazione degli strati che si presentano contorti con orientamenti variabili, generatasi durante la formazione dei colli gussaghesi. Ogni tanto la presenza di livelli di calcari più scuri testimoniano episodi di scarsa circolazione delle acque nei sedimenti che hanno
impedito la completa ossidazione dei resti organici. Rompendo con un martello pezzi di questa roccia più nera si sente un forte odore di idrocarburi. In questi strati si ritrovano con una
certa frequenza aptici e subordinati brachiopodi. Interessanti sono i noduli di selce e straterelli più o meno estesi.
LE GROTTE DI QUARONE
La località in questione presenta una serie di grotte più o meno conosciute, di cui si è già
parlato in precedenza nel capitolo dedicato al carsismo. Alcune sono nel territorio del nostro
Comune, altre invece sono localizzate nelle immediate vicinanze. Occorre comunque fare
molta attenzione a rintracciarle e alla stesso tempo usare un po’di accortezza nel visitarle.
L’AREA DI RONCO
L’area ad occidente della valle di Navezze risulta essere la continuità morfologica naturale dei colli gussaghesi che si estendono ad Ovest. Da un punto di vista della disposizione delle rocce si nota invece una grande diversità. Infatti in questo settore prevalgono le rocce
più antiche, vale a dire i calcari di Monte Domaro e di Concesio con tutte le caratteristiche già presentate in precedenza. Questo aspetto particolare deriva da un innalzamento degli
strati più profondi, che sono sollevati alla medesima altezza della Maiolica, o di rocce più recenti dell’area della Stella e del Quarone. Chi visiterà tutta questa zona, a partire da via Pia marta, potrà osservare la conformazione degli strati molto piegati e contorti, a conferma che
il sollevamento dei colli è avvenuto in modo traumatico, come d’altronde è possibile osservare anche in altre parti quando strati marini abbastanza regolari vengono innalzati a diverse altezze durante la formazione delle montagne.
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C URIOSITÀ
MATERIALE DEI MURI A SECCO
Andando in giro per le strade del Comune e per i sentieri dei boschi si possono osservare i
muri di contenimento e le palizzate a secco che dividono le diverse proprietà. Ci si può divertire a riconoscere il materiale che compone i diversi blocchetti sovrapposti: in base all’area, prevalgono pezzi di calcare di Domaro o di Concesio, di radiolariti, di maiolica o di scaglia.
IL BITUME DELLA VAL VOLPERA
Nella Val Volpera si conoscono da molto tempo piccoli strati bituminosi che erano stati
oggetto di studi per poter praticare l’estrazione di questo prezioso idrocarburo, come già riportato. L’origine del bitume e degli idrocarburi in genere è da collegare alla mancanza di ossigeno che impediva la distruzione dei resti organici. E’molto probabile che l’episodio di Gussago sia da collegare ad un breve momento di scarsa ossigenazione delle acque marine che ne
ha favorito la genesi, come peraltro si è verificato anche in altri settori delle Prealpi e degli
Appennini. Al di là dell’aspetto economico gli strati bituminosi hanno sempre riservato sorprese perché all’interno si possono ritrovare resti di pesci e di vertebrati marini.
LE TERRE ROSSE
Chi va in giro per le colline di Gussago avrà notato che spesso i calcari sono ricoperti da materiale terrigeno rosso-ocra, disposto a lenti, più o meno esteso. La presenza non è casuale,
ma è il risultato dell’alterazione dei calcari stessi da parte delle acque meteoriche che sciolgono lo stesso calcare, lasciando che si accumulino minerali insolubili quali ossidi ed idrossidi ferrosi. La terra in questo modo si arricchisce di argilla rosso-vivo, la colorazione tipica
degli ossidi di ferro. Queste terre rosse sono importanti perché nel residuo si possono ritrovare fossili di ammoniti dal tipico colore rosso ocra.
LE LENTI SCURE NELLA MAIOLICA
La Maiolica, il calcare formatosi all’inizio del Cretacico si presenta quasi sempre biancastro o grigio, con lenti o grossi noduli di selce. Di tanto in tanto però, osservando gli affioramenti lungo le gallerie, si notano strati scuri di modesto spessore, intercalati a grossi banconi
di calcare. Come per il bitume occorre considerare che la loro deposizione è legata ad episodi
di scarsa ossigenazione, che impedivano la normale distruzione dei resti organici. In tal modo
i calcari si arricchivano di sostanza scura
che dà la tonalità a questi livelli di calcare.
LA CALCITE
Qualche volta rompendo un pezzo di
calcare si rimane meravigliati per la presenza di piccoli cristalli distribuiti in modo omogeneo che brillano come diamanti
alla luce del sole. Si potrebbe quasi pensare che il nostro territorio sia ricco di
questo minerale! Invece si tratta di calcite,
minerale di carbonato di calcio, che l’acqua percolante deposita all’interno di piccole cavità della roccia.
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Gli strati neri bituminosi sono frequenti nella Maiolica (Foto 25)
SECONDA PARTE
FLORA E FAUNA
Elementi per la conoscenza
di piante e animali del territorio
FLORA
TIPOLOGIA SPECIFICA DI ALCUNE ZONE
Nel territorio di Gussago sono presenti numerose e variegate specie botaniche tipiche
delle zone di pianura, dei bassi rilievi collinari e del territorio sub-montano prealpino.
La secolare opera dell’uomo, la morfologia del territorio, la notevole variabilità dei ti pi di terreno ed in particolare del sub-strato, nonché la varietà dei microclimi presenti,
costituiscono i fattori principali che hanno fatto sì che in un territorio relativamente
esteso vi sia la presenza di specie tipiche di aerali diversi che, sulle nostre colline, non
di rado crescono associate, confondendo ed intrecciando le diverse aree botaniche. Per
i motivi sopra esposti, è spesso difficile collocare in fasce territoriali omogenee (per
esempio tenendo conto della quota s.l.m.) i diversi habitat, dove solitamente crescono
determinate specie.
In questo capitolo intendiamo descrive alcune zone, facilmente individuabili e raggiun gibili da tutti, dove sia possibile identificare un insieme di piante tipiche di un specifico
habitat e che ne rappresentino un esempio sufficientemente chiaro.
LOC.
B OSCO - Pianura
La campagna di pianura, che si estende nella zona sud del territorio gussaghese, è sicuramente l’area che più di tutte è stata modificata dalla presenza umana. I campi da sempre coltivati a rotazione o a vigneto sono lavorati ancora più intensivamente ai nostri giorni e occupano gran parte del territorio pianeggiante di Gussago. Tuttavia gli ampi spazi, una fitta rete
di fossi e canali irrigui alimentati da seriole e le numerose sorgenti che garantiscono la presenza d’acqua durante tutto l’anno costituiscono un ambiente agreste che dal punto di vista
botanico ha conservato parecchie peculiarità invariate nel tempo.
Pianura gussaghese (Foto 26)
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La località Bosco è una vasta zona agricola posta ad est di viale Italia e via Mandolossa,
si estende fino al confine con Cellatica, dove la campagna prosegue (loc. Marze) verso la
Fantasina e Torriccella. E’ raggiungibile imboccando l’omonima via Bosco, una stradina
campestre, posta appena a nord dei capannoni di via Donatori di Sangue, oppure più a sud
imboccando via G. Galilei. La numerose stradine e capezzagne offrono diverse possibilità e
varianti per una piacevole passeggiata immersi nella campagna, dove possiamo incontrare le
seguenti principali piante:
❐ ai lati delle stradine e nell’impianto arboreo di alcuni appostamenti di caccia, alcuni begli esemplari di Farnia e, più rari, di Carpino bianco crescono slanciati con ampi palchi;
❐ lungo le ripe che dividono gli appezzamenti abbondano filari di Robinia e Platano, quest’ultimo spesso cresce anche sulle sponde di fossi e canali irrigui;
❐ qualche Pioppo solitario svetta imponente con la sua fitta chioma tra le “piane”;
❐ alcuni esemplari di Olmo, sopravvissuti all’epidemia che alcuni anni fa ha decimato la
popolazione di questa specie, crescono sulle ripe che costeggiano il percorso unitamente
a cespugliose e ombrose macchie di Sambuco;
❐ lungo le umide rive di fossi e di canali possiamo osservare il Sanguinello, l’Ontano ne ro ed il Salice;
❐ la costante presenza d’acqua nei vasi irrigui suddetti costituisce l’ambiente ideale dove
crescono copiosi il Giaggiolo d’acqua, l’Iris d’acqua, la Tifa, la Lenticchia d’acqua, il
Larice (carèze, un tempo usato per l’impagliatura delle sedie) ed il Crescione.
COLLINA SANTISSIMA - Microclima particolare
Il colle Barbisone, meglio conosciuto come la collina della Santissima, sulla sommità del
quale si trova l’omonima costruzione ex convento dominicano, si erge isolato dal resto della zona collinare del nostro territorio. E’ possibile compiere il periplo di questa collina, seguendo il percorso vita ciclo-pedonale, che si sviluppa alla base delle pendici, oltre che raggiungere a piedi la sommità attraverso la strada che sale da piazza V. Veneto. Ha una forma
grosso modo circolare, interrotta da una profonda ed ampia insenatura ad anfiteatro aperta in
direzione sud – sud-est, riparata dai freddi venti di tramontana. In questa porzione di collina
troviamo un microclima particolarmente mite nel periodo invernale, unico a Gussago e zone
limitrofe, che consente la sopravvivenza di una pianta tipicamente mediterranea come il Cap pero, che cresce nel muro di sostegno del Taglietto. Altrettanto interessante, anche se non così eccezionale e rara, è la presenza, sul versante ovest, di una piccola stazione floreale dove
crescono numerose specie di orchidee spontanee.
VAL VOLPERA - Versante soleggiato
Con il toponimo di Volpera viene identificato il versante sud del monte Roccoli, che partendo dallo spartiacque con la valle del Faido degrada fino sul fondo dell’omonima Val Vol pera, posta a monte della frazione di Piedeldosso. Quest’area è limitata a nord, come abbiamo detto, dal crinale del monte Roccoli, a est ed a sud dalla Val Volpera e ad ovest dalla val letta di cascina Rocca. Si tratta di un versante di media pendenza, che degrada in maniera regolare e costante in direzione sud, con esposizione molto soleggiata. Ben visibile da più punti del paese, è caratterizzato da vistosi resti di muri a secco longitudinali che tagliano il dorso della collina da monte a valle, detti in bresciano Müràche, e nella parte pedecollinare dai
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caratteristici terrazzamenti trasversali, un tempo coltivati a vite. Alcune foto di inizio ‘900
mostrano i pendii del monte Roccoli tenuti a prato, con rare macchie alberate, mentre oggi li
vediamo quasi totalmente ricoperti di alberi. Questo significa che nell’arco di circa un secolo, nonostante la ceduazione, il progressivo abbandono della coltivazione e dell’allevamento, su quest’area, ha consentito un lento ma inarrestabile rimboschimento.
La bassa altitudine, l’esposizione particolarmente soleggiata che garantisce un clima caldo, l’assenza di corsi d’acqua e sorgenti, il terreno calcareo ed asciutto, creano un habitat ideale per le piante termo-xerofile, ossia dei climi caldi-asciutti. La Val Volpera si può
visitare percorrendo il sentiero s1 della Guida ai Sentieri di Gussago, che parte da via Sovernighe e compie in senso orario un ampio giro di circa tre chilometri attraverso boschi cedui e cespuglieti, intervallati da piccole radure che offrono scorci panoramici sulla pianura.
Lungo questa passeggiata di circa due ore possiamo osservare numerose specie che ora
andremo a descrivere:
❐ Roverella, Orniello e Carpinella, costituiscono l’impianto arboreo principale di questi
boschi;
❐ alberelli e arbusti cespugliosi di Corniolo, Biancospino, Prugnolo, Lantana, Sangui nello e Rosa Canina formano delle fitte macchie e siepi delicatamente colorate nel periodo primaverile e cariche di bacche in autunno;
❐ i cespugli di Rovo, Ginestra, Dondolina, Ligustro ed in particolare di Scotano e Pugito po occupano principalmente le zone di raccordo tra il bosco di latifoglie e le radure, anche se non di rado formano il sottobosco nei punti meno ombrosi;
❐ nelle radure, in mezzo alle macchie arbustive o sotto le latifoglie fioriscono il Giglio Ros so, il Croco, alcune specie di Orchidee e l’Elleboro Fetido.
Val Volpera (Foto 27)
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VAL GANDINE - Umido
La Val Gandine si trova al centro di un’ampia conca caratterizzata da ripidi versanti incisi da valli e vallette che confluiscono a raggiera nel ramo principale. Nei prolungati periodi
di pioggia o durante i temporali, riceve le acque di scolo di questa vasta area, diventando un
vero e proprio torrente che sfocia a sua volta nel torrente La Canale all’altezza del Carica tore. Delimitato a nord dal versante che scende da Civine, a est dall’altopiano di Quarone ed
a sud dallo spartiacque di Pian San Martino che lo divide dalla valle del Faido, questo bacino imbrifero è tagliato in due dalla Val Gandine che si sviluppa con direzione da est a ovest.
Il toponimo Gandine, come del resto molti altri del nostro territorio, si presume possa derivare dal termine longobardo “Ganda“ cumulo di sassi o di rocce frantumate, oppure sempre
dal longobardo “Gaghi” che significa bosco. La Val Gandine è raggiungibile da più sentieri,
tuttavia suggeriamo di visitarla percorrendo il tracciato s3, che tocca i luoghi più significativi di quest’area e permette di osservare le più interessanti specie arboree che andremo a segnalare.
La costante presenza d’acqua, garantita dal naturale displuvio ed in particolare da alcune
importanti sorgive carsiche (come il Cudöl di Gandine, la sorgente di Gandine e la sorgente
Corno), la quota s.l.m., la posizione geografica con scarsa esposizione al sole, il terreno umido ed il clima fresco sono gli elementi che creano, in particolare a ridosso dei solchi vallivi,
l’habitat ideale di boschi misti di latifoglia.
❐ I boschi sono costituiti prevalentemente da Acero di Monte, Rovere, Carpino bianco, Ca stagno, e nei terreni più umidi Ontano e Salicone;
❐ all’ombra degli alberi sopra citatati, crescono alberelli e arbusti di Nocciolo, Nespolo,
Sorbo montano e Sambuco;
❐ nel sottobosco la parte del leone spetta alle felci, cespugli di Felce maschio spiccano un
po’ovunque nell’ombra di questa zona;
❐ tra i numerosi affioramenti rocciosi che caratterizzano questa zona abbonda la Lingua cer vina, sulle umide rupi dei salti rocciosi delle vallette e all’imbocco di grotte e anfratti della
zona crescono copiosi i ciuffi di Capelvenere, non mancano il Bucaneve, la Rosa di natale
e la Fegatella ed alcune specie di orchidee, che con la loro fioritura vivacizzano l’ambiente.
IL DOSSO DI MEZZANE - LOC. CARDELLI E ANDREOLO
Con il toponimo di Mezzane e Andreolo vengono definiti i due dossi che scendono parallelamente, separati da un piccolo ma inciso solco vallivo, dalla piccola colma posta in loc.
Magnoli nella frazione Barche di Brione fino nella valle di Navezze, rispettivamente all’altezza della loc. Medolo (ex fabbrica della calce) e del Caricatore. L’area è delimitata a nord
dalla Val Volpione, a est dalla sottostante valle di Navezze, a sud dalla Val del Goi e dalla Val
Gavezzana ed a ovest dal soprastante spartiacque naturale, costituito dal crinale che dalla
Colma Alta giunge al Monte Colmetto. Questa fetta di collina gussaghese è esposta ad est ed
è caratterizzata da un versante piuttosto ripido che copre un dislivello di circa 300 mt. E’possibile visitare questa zona percorrendo il panoramico sentiero s4 che si sviluppa in senso orario
risalendo il dosso di Mezzane, aggirando la piccola colma posta sullo spartiacque e poi scende
parallelamente al tracciato di salita costeggiando il dosso Andreolo.
Nel complesso questa porzione di territorio presenta delle condizioni ambientali e tipologie di terreno abbastanza eterogenee che permettono la presenza di fasce arboree molto di56
verse. Tuttavia, l’assenza di corsi d’acqua, l’inclinazione del
terreno che favorisce un rapido
displuvio, il terreno piuttosto
povero, acido e sassoso che garantisce un buon drenaggio, determinano in alcuni settori l’habitat ideale per tre particolari
specie di sempreverdi: l’Agrifo glio, il Ginepro e l’Erica scopa.
Tralasciamo quindi l’elenco delle numerose piante che possiamo incontrare, perché già segnalate in altre zone, per soffermarci invece sulle tre specie sopra citate.
L’Agrifoglio si trova nelle
zone più in quota, in particolare
nella prima parte di discesa dove alcuni begli esemplari adulti
crescono in mezzo ad un bosco
di Robinia. Spiccano vistosamente, soprattutto nel periodo
invernale, grazie alle bacche
rosso vivo ancora attaccate alla
pianta.
Un po’ più in basso, in mezzo a bosco ceduo di latifoglie,
fitte macchie di Ginepro crescono ai bordi del sentiero, possiamo ammirare questi veri e proSentiero lungo il dosso di Mezzane (Foto 28)
pri gineprai che emanano il caratteristico odore resinoso. E’inoltre interessante osservare che spesso alla base degli arbusti vi sono le evidenti tracce del terreno rimosso dai cinghiali alla ricerca dei piccoli tartufi
che si celano tra le radici dei Ginepri.
Sparsa in punti diversi del percorso, dove spesso cresce associata al Ginepro con cui forma delle suggestive macchie, abbonda anche l’Erica Scopa. Essa cresce indifferentemente in
macchie, boschi cedui o piccole radure; in quest’area segnaliamo la bella stazione posta quasi alla fine della salita del dosso di Mezzane, nei pressi della piccola colma. Nonostante un recente incendio abbia danneggiato gli esemplari più grandi, i folti cespugli si stanno rinnovando e nel periodo primaverile, durante la fittissima fioritura bianca, assumono un aspetto piumoso. Successivamente, quando comincia l’impollinazione, scotendo le fronde si sollevano
vere e proprie nuvole di polline.
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ALTOPIANO DI QUARONE
La zona collinare, posta a ridosso del confine nord-est di Gussago con i Comuni di Brione, Villa Carcina e Concesio è l’area più in quota del nostro territorio. Questo ampio crinale, spartiacque naturale con la Val Trompia, degrada dolcemente in direzione sud e lo possiamo considerare un unico altopiano. Esso tocca numerose località: Colma, Sella dell’Oca,
Pianone, Dosso Croce, Sella di Quarone, Quarone di Mezzo e Quarone di Sotto, che, se pur
distinte dal punto di vista toponomastico, presentano una spiccata omogeneità territoriale di
tipo sub-montano. Per questo motivo chiameremo convenzionalmente quest’area altopiano
di Quarone. Per raggiungere questa zona si consiglia di salire dalla sottostante frazione di Civine o dalla strada dei Camaldoli, seguendo il sentiero s9 o il sentiero provinciale 3V, una
volta giunti in quota è possibile effettuare a scelta percorsi diversi ed alternativi che consentono numerose varianti.
L’altopiano di Quarone è caratterizzato da ampi prati intervallati da spazi cespugliati, da
vasti boschi di latifoglie in cui troviamo pozze d’acqua che creano angoli suggestivi e dai secolari castagni che troneggiano ai bordi dei prati. Anche qui troviamo una situazione estremamente variegata dal punto di vista botanico, sia per l’allevamento e la silvicoltura praticata per secoli, sia per le recenti piantumazioni di specie non spontanee. La quota elevata, il
terreno né troppo umido né troppo secco ed il clima fresco rendono particolare questo ambiente e favoriscono alcune specie che ora andremo a citare, descrivendo due piccole e caratteristiche zone che geograficamente si trovano rispettivamente ai vertici nord e sud di quest’area sub-montana.
Sella dell’Oca è la piccola sella che divide il crinale che scende dal monte Magnoli e il
dosso su cui sorge l’omonima costruzione, che sovrasta da un lato i prati ed i boschi del Pia -
Bosco di betulle nei pressi di Sella dell’Oca (Foto 29)
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Pozza del Paradiso (Foto 30)
none e dall’altro i ripidi versanti della Val Trompia sopra Villa Carcina. In quest’area segnaliamo due angoli molto interessanti:
❐ il primo, nel tratto che costeggia la stradina che dalla loc. Pianone, porta in direzione nord
verso Magnoli, dove, ai bordi dei prati, cresce copiosa la Felce Aquilina e, nelle immediate vicinanze, possiamo ammirare una bella stazione di Faggi;
❐ il secondo, molto suggestivo, è il boschetto di Betulle posto sul crinale dello spartiacque
a lato della casa (in terreno privato), tappezzato da gradevoli cuscini di Erica carnea dalla caratteristica fioritura colore rosa-violetto; questo piccolo angolo diviene fiabesco in
tarda estate quando si riempie di macchie di Amanita muscaria, dagli inconfondibili cappelli rossi punteggiati di bianco.
La Pozza del Paradiso, il cui nome trae origine da un’interessante storia legata a fatti realmente accaduti alla fine del settecento (Büs de la Marta - capitolo delle grotte), è un piccolo
stagno che crea un angolo veramente gradevole degno del toponimo. E’posta in un luogo molto particolare, nel mezzo della sella che separa i dossi di Quarone di Mezzo a sud-ovest e Qua rone di Sotto a nord-est ed a cavallo tra due varzelli: quello che scende in direzione sud e che
dà origine alla Valle di Camaldoli e quello che scende a nord e prosegue nella Val Gandine.
La Vegetazione circostante è costituita da alberi di Carpino Bianco, Betulla, Castagno, Ace ro di Monte, all’interno crescono piante acquatiche, in particolare lo sparganium erectum:
nel periodo estivo volteggiano diverse specie di libellule, si notano gerridi (ragni d’acqua),
lumache d’acqua e ditischi.
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ALBERI
ACER CAMPESTRE - L OPPIO
denominazione scientifica: Acer Campestre - famiglia Aceraceae
denominazione italiana: Oppio, Loppio
denominazione bresciana: Àser, Òpol
Albero o arbusto alto sino a 20 metri cresce nei boschi mesofili da 0 a 800 metri su suolo ricco, viene coltivato nelle siepi e terreni coltivi. Specie Europea Caucasica molto diffusa, in Italia, è mancante in alta montagna e nella fascia mediterranea. Tronco e rami con corteccia giallo-rosea, verde bruna nei rami di un anno. I rami presentano quasi sempre ali sugherose. Foglie con picciolo lungo quasi quanto la lamina, quest’ultima palmata con cinque lobi ottusi e
con denti laterali nulli. Infiorescenza formata da corimbi eretti, pubescenti, formatisi assieme
alle foglie. Fioritura maggio - giugno. Frutti leggermente pelosi o glabri di color giallognolo con
le ali divergenti a 180°.
Questo albero cresce sulle nostre colline sparso un po’ovunque in mezzo a boschi di altre specie. Nei pressi della cascina Rocca lungo il sentiero s1 ne possiamo ammirarne un bell’esemplare dalle ragguardevoli dimensioni, alto circa 20 metri, sicuramente tra i più grandi
della nostra zona.
ALNUS GLUTINOSA - O NTANO
denominazione scientifica: Alnus Glutinosa - famiglia Betulaceae
denominazione italiana: Ontano nero - Ontano comune
denominazione bresciana: Onés, Ontà
Albero con chioma ovata-piramidale (conica), alto
sino a 20 metri con il tronco slanciato e la ramificazione sporgente, espansa e rada, anche se
spesso lo vediamo crescere con portamento arbustivo o a ceppaia perché tagliato periodicamente . I
rami sono fragili e quelli giovani sono vischiosi.
Specie Paleotemperata diffuso su tutto il territorio
italiano, cresce in boschi a cespugleti lungo i corsi
d’acqua e acquitrini o in zone fresche ed umide, fino a 1200 metri; vive fino a 100-150 anni.
Corteccia grigio-verde-bruna negli esemplari giovani, che con l’età diventa completamente grigia,
ricoperta da lenticelle fessurate., gemme brevemente peduncolate e rotondeggianti di 6-10 mm.
Foglie caduche alterne, vischiose, obovate e rotondeggianti di 6-10 cm, con dentature grossolane,
base cuneata, apice spesso inciso con 7-8 nervature per lato.
Fioritura febbraio – aprile prima della fogliazione,
gli amenti maschili e femminili coesistono sulla medesima pianta. L’infiorescenza porta amenti maOntano (Foto 31)
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schili penduli color giallo rossastro e amenti femminili ovoidi rossicci. Frutti strobili ovali, legnosi, marroni; a maturazione liberano dei semi alati.
L’apparato radicale aspira l’acqua in eccesso, presente nel terreno, contribuendo a bonificarlo e a consolidare le zone paludose. Il legno dell’Ontano, all’aria, è poco resistente e si
altera facilmente tuttavia viene impiegato in artigianato per la fabbricazione di zoccoli e
spazzole, la segatura è usata per affumicare carni e pesci, con i tannini estratti dalla corteccia si conciano cuoio e pelli, si producono inchiostri e tinture. Nell’acqua questo legno è invece molto resistente, quasi imputrescibile, tant’è che nella preistoria veniva utilizzato per la
costruzione delle palafitte. La leggenda vuole che le fondamenta di Venezia siano state costruite con tronchi di Ontano. Un ramo di Ontano sistemato nel pollaio aiuta a tenere lontani i parassiti. La corteccia dei rami giovani e le foglie hanno proprietà medicinali contro febbre, reumatismi e ulcere. In alcune leggende dei paesi del Nord Europa si narra che l’Onta no consentisse alle maghe di resuscitare i morti.
Questa specie, un tempo molto diffusa soprattutto nelle zone paludose di pianura che nei
secoli vennero bonificate, è ancora presente lungo gli argini di alcuni fossi e canali della campagna gussaghese e in collina nelle vallette più fresche e umide, dove alligna frammisto a Sa licone, Frangola e Lingua Cervina.
BETULA PENDULA ROTH - BETULLA
denominazione scientifica: Betula Pendula Roth - famiglia Betulaceae
denominazione italiana: Betulla
denominazione bresciana: Béola
Albero a foglie caduche, elegante, fusto eretto alto sino a 30 metri. Specie Eurosiberiana, presente nell’Italia Centrosettentrionale. Cresce in boschi umidi, sabbiosi, ciottolosi, acidi e torbosi, da 500 a 2000 metri, spontaneo oppure coltivato per ornamento. Corteccia bianca con desquamature. Rami generalmente lunghi, esili, penduli e rugosi. Foglia verde rombotriangolare,
con denti grossolani con doppia dentatura. Lamina superiore glutinosa da giovane e poi glabra,
lamina inferiore ghiandolosa e con peli sulla nervatura. Amenti maschili penduli, lunghi 3-6 cm;
1-3 cm i femminili; si presentano dapprima eretti, snelli, poi penduli. Fioritura aprile - maggio. frutti con nucula stretta.
Gemme, foglie, corteccia e linfa hanno proprietà cicatrizzanti, diuretiche, depurative ed
antisettiche. Il legno tenero e bianco è sempre stato utilizzato, in carpenteria, per fabbricare
oggetti di artigianato e per gli sci, i primi costruiti nei paesi scandinavi. Dalle desquamature
della corteccia vengono estratte sostanze usate per la concia del pellame, per la produzione
di tinture e per confezionare profumi.
Come il faggio cresce spontanea sui terreni più alti e freschi, tuttavia presente in numero
cospicuo forma anche dei boschetti che richiamano paesaggi scandinavi, molto caratteristico è quello nei pressi di Sella dell’Oca.
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CARPINUS BETULUS - CARPINO BIANCO.
denominazione scientifica: Carpinus Betulus - famiglia Corilaceae
denominazione italiana: Carpino Bianco, Carpino Comune
denominazione bresciana: Càrpen, Càrpen dei ròcoi
Albero con chioma tondeggiante più sviluppata in altezza che in larghezza, a foglie caduche, alto sino a 25 metri. Specie Centro
Europea e Caucasica, diffusa in tutta la penisola italiana eccetto nelle isole, cresce nei
boschi mesofili, cedui misti della zona climatica del castagno e del faggio, sopporta l’adduggiamento e preferisce terreni sciolti, silicei, si adatta anche a quelli magri. Tronco
eretto con corteccia grigio-bruna, liscia con
fratture trasversali, bruno-rossastri i rami giovani. Foglie con picciolo di 1 cm circa, dentate, lamina ellittica con apice acuto, dal colore
verde intenso la pagina superiore e più chiara la pagina inferiore, assumono bei colori in
autunno. Gemme rossastre. Amenti maschili
penduli da 2-4 cm; amenti femminili terminali lunghi 1-2 cm con stami rossi che formano
un’infruttescenza pendula.Fioritura maggio giugno. Il frutto ha caratteristici gruppi di barrette trilobate con una piccola nocciola dura,
piriforme, solcata.
Sopporta molto bene potature e capitozzature, per questo viene coltivato per siepi, tese,
Carpino Bianco (Foto 32)
roccoli e parchi, proprio per le forme magnifiche che può assumere e mantenere. Il legno ottimo come legna da ardere è ricercato per torneria, un tempo veniva impiegato per la costruzione dei gioghi, da quest’uso prende probabilmente origine il suo nome latino “Carpinus” derivato appunto dal celtico “car” (legno) e
“pen” (testa).
Albero caratteristico per i suoi rami contorti e per il fogliame che perde solo in inverno
inoltrato, il Carpino spesso costituisce l’elemento essenziale dell’impianto arboreo di tese e
roccoli. Un chiaro esempio di quanto detto è la “Tesa”, raggiungibile seguendo il sentiero s5.
CASTANEA SATIVA - CASTAGNO
denominazione scientifica: Castanea Sativa - famiglia Fagaceae
denominazione italiana: Castagno
denominazione bresciana: Castègno, Castègn
Altezza della pianta dai 5 ai 30 metri, albero a foglie caduche può vivere oltre i 1.000 anni.Specie Sud Est Europea, presente in tutta Italia, è uno dei costituenti principali dei boschi di collina e montagna fino a 1.300 metri. Cresce nei boschi generalmente su terreni acidi, silicei,
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profondi e drenati, non vegeta nei terreni calcarei.Fusto e rami con corteccia liscia nei primi anni con lenticelle trasverse e poi fessurate longitudinalmente in liste larghe 2-4 cm.Gli esemplari più vecchi hanno un tronco massiccio e spesso dotato di ampi rami che formano imponenti
palchi. Foglie dentate a mo’ di sega con lamina
disposta in un solo piano, lucide sopra e con peli corti lanosi sotto. Picciolo lungo 2 cm circa. La
caratteristica fioritura gialliccia avviene nel periodo aprile - maggio - giugno. Amenti maschili in
gruppi eretti, con qualche fiore femminile alla base. Frutti spinosi con quattro valve contenenti 13 castagne; gustosi e commestibili, maturano da
fine agosto a novembre a seconda, della qualità.
Infiorescenza di Castagno (Foto 33)
Pianta che ha costituito anche per la comunità gussaghese una delle principali risorse economiche di montagna; dopo aver perso molto della sua importanza anche per la moria causata dal cancro della corteccia, negli ultimi anni ha superato la malattia: si sta assistendo ad
alcuni interessanti recuperi di vecchi castagneti e/o ad impianto di nuovi.
Oltre ai pregiati frutti, questo albero è sfruttato anche per la produzione di paleria destinata al sostegno di viti, piante da frutto, realizzazione di recinzioni, utilizzando i polloni o i
giovani alberi di 5-8 anni. Un tempo con il legno di Castagno venivano costruiti numerosi
attrezzi ed oggetti necessari alla vita campestre: manici di zappa e di badile, spine per botti.
Il legno è inoltre usato anche per la fabbricazione di mobili. La corteccia, le foglie, gli amenti ed i preziosi frutti sono usati in erboristeria per le proprietà di astringente, sedativo, tonico
e remineralizzante. Oltre che nei numerosi castagneti, il castagno cresce un po’ovunque nel
territorio comunale, mescolato ad altre specie nei boschi mantenuti a ceduo.
CORNUS MAX L. - C ORNIOLO
denominazione scientifica: Cornus Max L. - famiglia Cornaceae
denominazione italiana: Corniolo
denominazione bresciana: Cornàl
Piccolo albero caducifoglio che può crescere anche ad arbusto, alto da 1 a 8 metri. Specie S.E.
Europea Pontica. Diffuso su tutto il territorio italiano nei boschi di latifoglia fino a 1400 metri.
Corteccia grigia con spaccature rossastre, rami
giovani quadrangolari. Le gemme sono avvolte
da due squame, foglie opposte da ovali ad ellittiche, acuminate, da 3-5 x 6-8 cm, con vistose
nervature su ambo i lati.Infiorescenza gialla, dal
diametro di 1 cm circa, composta da 10-25 fiori
con petali ripiegati verso il basso. Brattee giallorosate. Fioritura febbraio - marzo. Frutto (drupa)
detto corniolo, carnoso, ovoidale, lungo 1,5 cm,
liscio, lucido, rosso a maturità in estate inoltrata.
Con il duro e resistente legno del Corniolo
venivano realizzati i denti dei rastrelli, mentre le
Corniolo in fioritura (Foto 34)
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corniole (i frutti) avevano un impiego alimentare: trasformate in marmellata o conservate in
salamoia. A Gussago è presente nelle aree meno elevate nei boschi misti di Orniello, Carpi nella e Roverella, dove si confonde con il prugnolo ed il biancospino. E’ comunque facilmente riconoscibile in primavera per la sua inconfondibile fioritura gialla.
CORNUS SANGUINEA L. - S ANGUINELLO
denominazione scientifica: Cornus Sanguinea L. - famiglia Cornaceae
denominazione italiana: Sanguinello
denominazione bresciana: Sanguanì
Piccolo arbusto caducifoglio, cespuglioso, alto
sino a 4 metri. Specie Euroasiatica temperata
presente su tutto il territorio italiano, nei boschi di
latifoglia fino a 1300 metri. Corteccia verde kaki,
rosso scuro nei rami giovani, con due angoli appena accennati. Foglie opposte, intere, ellittiche,
ricurve, di 4-10 cm, con 3-4 vistose nervature su
ciascun lato; pubescenti di sotto sulle nervature,
verde pallido, e in autunno rosso scuro. Gemme
senza squame, fioritura da fine aprile a giugno,
infiorescenza nomerosa a corimbo, 4-6 cm. di
diametro; 4 petali stretti, molto patenti, bianchi,
lunghi 4-6 mm.Drupa amara, sferica 5-7 mm, zigrinata, lucida, nero porpora.
Molto usato per siepi oltre che dai contadini
per fare scope, cresce nelle stesse aree del Cor Fiori del Sanguinello (Foto 35)
niolo e con i sui cespugli contribuisce a formare
gran parte dei boschi che coprono le nostre colline. Percorrendo la campagna gussaghese possiamo vedere folte siepi di Sanguinello che costeggiano le stradine e le ripe.
CRATEGUS MONOGINA JACQ. - B IANCOSPINO
denominazione scientifica: Crategus Monogina Jacq. - famiglia Rosaceae
denominazione italiana: Biancospino
denominazione bresciana: Pignatìnà, Spì
Arbusto o piccolo albero caducifoglio alto sino a 6 metri, può raggiungere i 500 anni di vita.
Specie Paleotemperata presente su tutto il territorio italiano, in boschi xerofili, depradati, cespuglieti, coltivato per siepi da 0 a 1200 metri.Corteccia bruno rossiccia che si desquama.Rami giovani scuri con spine da 1 a 2 cm. Foglia più chiara sotto, molto variabile, con 1-4 incisioni profonde. Base con contorno ovale o rombico, lobi allungati con 2-4 dentelli all’apice. Infiorescenza a corimbo. Fiori da 8-15 mm di diametro, con assi lanosi e pubescenti. Petali bianchi,
stili. Fioritura maggio - giugno. Frutto commestibile (nel nostro dialetto detto “pignatìnà” per la
caratteristica forma a pentolino), ovoidale dalla polpa farinosa, 6-10 mm di diametro, da rosso
vivo a rosso porporino lucido, ha un solo seme; la maturazione avviene in tarda estate.
Questo alberello cespuglioso, dotato di legno durissimo e spine acuminate, mantiene tuttavia un aspetto fresco e delicato. Nella preistoria era riserva alimentare anche per l’uomo, come
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testimoniato dal ritrovamento di noccioli in alcuni siti archeologici risalenti a quell’epoca. Molto diffuso ed utilizzato nelle isole Britanniche per formare siepi, è protagonista in alcune leggende di quei luoghi dove, protetto da fate e folletti è salutato dagli uomini che gli danno il
buongiorno con un inchino e togliendosi il cappello. Il Biancospino riveste un importante ruolo anche nell’habitat di numerose specie animali, in particolare per gli uccelli che tra i sui spinosi cespugli trovano un luogo sicuro per nidificare, mentre i frutti rappresentato un’abbondante riserva alimentare. Da sempre usato per le sue proprietà diuretiche ed astringenti, solo negli ultimi decenni è stata scoperta la sua particolare ed efficace azione cardiaca.
Cresce nelle aree meno elevate ed in terreni particolarmente asciutti, può essere confuso con
il Prugnolo con cui condivide lo stesso areale. Tuttavia, un facile quanto curioso particolare permette a chiunque di distinguerli: mentre il Prugnolo fiorisce nel periodo marzo-aprile per poi ricoprirsi di foglie, nel Biancospino prima germogliano le foglie e successivamente, nel periodo
maggio-giugno ha luogo la fioritura bianca che spicca nei boschi ormai completamente verdi.
FAGUS SYLVATICA - FAGGIO
denominazione scientifica: Fagus Selvatica - famiglia: Fagaceae
denominazione italiana: Faggio
denominazione bresciana: Fai, Fò, Fasöl
Grande albero a foglie caduche alto sino a 40
metri, è uno dei più begli alberi europei. Specie
Centro Europea, diffusa in tutta Italia, in particolare sulle Alpi e sugli Appennini centro-settentrionali.Cresce nei boschi mesofili fino a 2000 metri.
Coltivato per ornamento nei giardini e nei parchi.
Tronco diritto e con corteccia grigio scuro metallico che nei rami sino ai tre anni è bruna, lucida,
glabra. Foglie con lamina ellittica arrotondate alla
base, margine con crenature ottuse: sopra lucide
e glabre;sotto ricoperte da peli rossi.Picciolo lungo 10-15 mm. Gli amenti maschili sono numerosi
e penduli, color rossastro;i femminili poco vistosi.
Fioritura da maggio a giugno. I frutti detti “faggiole”sono ricoperti da aculei sottili, formano 4-5 valve a maturità.
Faggiole (Foto 36)
Tipica latifoglia di montagna, forma estesi boschi cedui e qualche fustaia che creano fitti tetti all’ombra dei quali difficilmente cresce vegetazione erbacea, predilige un clima umido, temperato, ama l’ombra e sopporta l’adduggiamento. Vuole terreni fertili, umiferi, profondi, freschi. Il legname è pregiato. La corteccia dei giovani rami ed il legno possiedono proprietà medicinali come astringente, antisettico e febbrifugo. Il Faggio, poco presente nel nostro territorio, cresce sui terreni più alti e freschi. Ne troviamo alcuni esemplari nella zona che da Sella
dell’Oca scende a sud verso Quarone e a nord verso Brione; anche se meno numerosi, alcuni
esemplari crescono a ceppaia sul ripido versante sinistro della Val Gandine. Molto interessanti, per il fatto che crescono ad una quota molto bassa, sono due esemplari solitari che si trovano rispettivamente in loc. Piazzole, ed il loc. Faido pochi metri a monte della sorgente.
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FRAXINUS ORNUS - FRASSINO, ORNIELLO
denominazione scientifica: Fraxinus Ornus - famiglia Oleaceae
denominazione italiana: Orno, Orniello, Frassino da manna
denominazione bresciana: Frasén
Albero a chioma rotondeggiante, normalmente
alto 10 metri può raggiungere un’altezza di 20
metri, anche se spesso si presenta cespuglioso;
da non confondere con la specie Fraxinus excel sior Frassino comune di dimensioni più grandi.
Specie Euro Mediterranea Pontica, presente in
tutta Italia, cresce in boscaglie, boschi misti, luoghi rocciosi;predilige terreni con substrato calcareo con le esposizioni più calde, resiste alla siccità e si adatta a terreni superficiali, sopporta
temperature rigide fino a 25° sotto zero. Tronco
con corteccia grigio-scuro, liscio-opaca, compatta, rami opposti dal colore grigio-verdastro da
giovani. Foglie caduche, opposte, paripennate
con 5-9 foglioline, da lanceolate ad ovate, fineParticolare dell’infiorescenza (Foto 37)
mente dentate e picciolettate irregolarmente. Fiorescenza conica color bianco crema, profumata. Fiori con 4 petali nastriformi. Fioritura aprile maggio. Frutti (samara) lunghi 2-2,5 cm circa, appuntiti e incisi.Seme lungo 10 mm circa.
Nell’Italia Meridionale ed in Sicilia viene coltivata una varietà di Frassino da cui viene
estratta la manna (mannite) una sostanza zuccherina che viene impiegata in medicina. Semi,
foglie e corteccia hanno proprietà astringenti, diuretiche, lassative, sudorifere e toniche e come la manna sono usate in erboristeria.
Il legno particolarmente flessibile e resistente, veniva utilizzato per la costruzione degli sci,
attualmente è richiesto per lavori artigianali, particolarmente in ebanisteria e lavori di tornitura.
Il Frassino cresce abbondante nelle aree meno elevate delle nostre colline misto alla Carpinella
ed alla Roverella. Possiamo vedere numerose fasce arboree dove è copiosamente presente.
ILEX AQUIFOLIUM - AGRIFOGLIO
denominazione scientifica: Ilex Aquifolium - famiglia Aquifoliaceae
denominazione italiana: Agrifoglio
denominazione bresciana: Scanfòi
Noto arbusto o piccolo albero sempreverde, alto sino a 10-15 metri con una longevità di 300 anni. Specie Sub-Mediterranea e Sub-Atlantica diffusa su tutto il territorio italiano, si trova nei sottoboschi più freschi di latifoglie dove raramente forma dei boschi puri, predilige terreni poveri o
privi di calcare. Ha una crescita lenta ad arbusto, anche se in condizioni ambientali particolarmente favorevoli assume portamento arboreo. Il tronco dal legno molto duro ha corteccia liscia
di colore verde bruno che tende al grigio negli esemplari adulti.Rami giovani, verdi o porporini,
glabri. Foglie sempreverdi con lamina verde lucente e coriacea, bordo ondulato generalmente
con aculei pungenti. Picciolo allargato lungo circa 2 cm con fiori carnosi unisessuali di circa 8
mm di diametro.Colore bianco nei femminili, orlati di rosso nei maschili. Fioritura da aprile - maggio.Bacca (drupa) subsferica color rosso, giunge a maturazione nel periodo settembre-ottobre,
contiene 4-5 semi velenosi.
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Pianta molto popolare i cui rami ricoperti dalle caratteristiche foglie verde lucido che contrastano con le
bacche rosse sono utilizzati per gli addobbi natalizi.
Viene coltivato per formare siepi o in parchi e giardini
per ornamento. I suoi frutti rappresentano una riserva
alimentare per numerose specie di uccelli, in particolare
tordi e merli, che sono immuni alla tossicità delle bacche. Le foglie e la corteccia, ricche di tannino e ilicina,
sono utilizzate in erboristeria come antispasmodico,
emolliente, febbrifugo e tonico.
In territorio gussaghese questa “pianta minore” vive
nelle zone più alte e fresche, sui suoli un po’ aridi. Ne
possiamo ammirare dei begli esemplari che risaltano,
soprattutto del periodo invernale, in mezzo al bosco, dove spicca il rosso dei frutti maturi, nella zona sottostante Pian San Martino e lungo dosso Andrelo poco sotto
la loc. Barche.
Agrifoglio (Foto 38)
MESPILUS GERMANICA L. - N ESPOLO
denominazione scientifica: Mespilus Germanica L. - famiglia Rosaceae
denominazione italiana: Nespolo
denominazione bresciana: Nèspol
Arbusto o piccolo albero caducifoglio a chioma
espansa, alto sino a 6 metri. Specie Europea
Pontica, presente su tutto il territorio italiano,
in boschi di latifoglia, su terreno subacido. E’
coltivato per i frutti gustosi e molto digeribili.
Corteccia desquamante in placche verticali.
Rami spesso spinosi, pubescenti quelli giovani. Foglie subsessili, lanceolate lunghe 6-12
cm, finemente dentate, sopra quasi glabre,
sotto più pallide e pubescenti. Fiore isolato,
molto appariscente, grande 3-4 cm, petali
bianchi 10-12 mm, sessile, annidato fra le foglie. Sepali lesiniformi di 10-16 mm. Fioritura
maggio - giugno. Frutto color bruno, globoso,
con apice depresso, circondato da lunghi sepali 2-3 cm che giunge a maturazione nel periodo autunno-inverno.
Fiore del Nespolo (Foto 39)
Nel medioevo i suoi frutti erano usati come rimedio per la febbre, col tempo si sono scoperte anche la sue proprietà diuretiche ed astringenti efficaci per la regolazione intestinale.
Pure i noccioli, la corteccia ed i fiori appassiti ricchi di tannino, acidi, zuccheri e vitamina C
sono impiegati in erboristeria. Il Nespolo, che per crescere spontaneamente ha bisogno di terreni abbastanza freschi, nel nostro territorio è presente, sparso in diverse aree, in boschi misti dove spicca nel periodo della sua fioritura.
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OSTRYA CARPINIFOLIA SCOOP. - C ARPINO NERO / CARPINELLA
denominazione scientifica: Ostrya Carpinifolia Scoop. - famiglia Corilaceae
denominazione italiana: Carpino Nero, Carpinella
denominazione bresciana: Taèrò
Albero caducifoglio alto sino a 15 metri dalla chioma ampia, arrotondata od ovoidale. Specie
Circumboreale-Pontica, presente su tutto il territorio italiano; cresce sia in pianura che in collina su terreno calcareo, roccioso e debolmente acido; non sopporta i terreni troppo umidi ed è
invece resistente alla siccità. Generalmente forma boschi misti associato a Roverella ed Or niello.Tronco diritto e lineare con corteccia bruno-grigia, compatta, liscia, con lenticelle nulle e
puntiformi, con l’invecchiamento dell’albero tende a fessurizzarsi in placche grigie. Foglia obovata, lanceolata, acuminata, seghettata o con denti aguzzi;sulla pagina superiore pubescente
da giovane, lunga 4-6 cm e con 10-15 nervature per lato. Gemme fusiformi. Fioritura aprile maggio. Amenti maschili, cilindrici, penduli, lunghi 4-8 cm. Amenti femminili, cilindrici-ovoidali,
penduli con brattee di 4-9 mm molto simili ai frutti del Luppolo. Nucula da 3 a 4 mm.
Più frugale del Carpino bianco, vegeta bene anche nei terreni calcarei superficiali, il suo
legno serve per torneria e si usa come legno da ardere. Questa specie, che come abbiamo detto cresce spesso associata a Orniello e Roverella, è componente importante dei boschi cedui
che coprono i versanti meno elevati delle colline gussaghesi.
QUERCE
La quercia è una pianta molto diffusa e conosciuta, ne esistono numerose specie che spesso occupando lo stesso areale, tendono ad ibridarsi dando origine ad esemplari di difficile
identificazione. Anche nel nostro territorio questo genere è abbondantemente diffuso principalmente con la presenza di quattro specie: Roverella, Rovere, Farnia e Cerro. Inoltre in parchi e giardini, coltivato come albero ornamentale, troviamo anche il Leccio, specie mediterranea, ed infine in località Pianone (posta a metà strada tra Quarone e Sella dell’Oca) cresce
maestoso un esemplare di Quercia Crenata (Ruer verdò), rarissimo ibrido originato dall’incrocio del Cerro e della Quercia da Sughero.
La quercia è considerata il re degli alberi, è sinonimo di forza, la sua storia è molto ricca ed antica e ne troviamo traccia in numerose civiltà del passato: i Greci credevano che fosse l’albero prediletto da Zeus e che fosse stato proprio il padre degli dei a piantare una quercia come primo albero sulla terra; i Romani ornavano il capo con corone di quercia ai cittadini meritevoli ed ai guerrieri più valorosi; il sacro bosco di Mamre dove il Signore apparve ad Abramo annunciandogli la nascita del figlio Isacco è descritto nella Bibbia come
un querceto; anche nella cultura celtica la quercia era sacra, i Druidi la veneravano. Sono
poi numerose le leggende e curiosità legate a questo albero: la mitica Tavola Rotonda di re
Artù e dei suoi cavalieri, che aveva un diametro di 33 metri e che poteva ospitare 140 persone,era stata costruita con il legno di cento querce provenienti dalla foresta di Ingle Wood;
il bosco incantato di Pimpol, in Bretagna, dove dimorava il mago Merlino era formato da
querce secolari.
La quercia ha sempre avuto numerosi impieghi sia per la compattezza e resistenza del suo
legno sia per le proprietà medicinali della corteccia, delle ghiande e delle foglie. Il legno era
largamente usato per la costruzione di navi, travi, piloni per impalcature, pavimenti, mobili,
scale, botti per l’invecchiamento di vini distillati, traversine ferroviarie, attrezzi agricoli e da
cucina oltre che come combustibile, sia come legna da ardere che per la produzione di car68
bone. Le selve glandarie nelle foreste di Farnie e Cerri, che un tempo coprivano anche la
Pianura Padana, erano sfruttate per l’abbondante presenza di ghiande per l’allevamento di
maiali allo stato semibrado; le ghiande venivano usate dall’uomo per fare il pane durante le
carestie, in medicina, per le proprietà astringenti, antisettiche e febbrifughe come rimedio a
febbre, geloni, intossicazioni, dissenteria ed emorragie.
Di seguito tratteremo singolarmente alcune delle querce sopra elencate che per la verità
sono molto simili tra loro, tanto che in alcuni casi ne risulta difficile l’identificazione
anche per gli esperti. Con un po’di attenzione, però, è possibile notare alcuni caratteri
distintivi che consentono di riconoscere le diverse specie.
QUERCUS CERRIS - C ERRO
denominazione scientifica: Quercus Cerris - famiglia Fagaceae
denominazione italiana: Cerro, Quercia lombarda
denominazione bresciana: Ruer femina de mont, Seradel
Pianta chiomosa, caducifoglia, che può raggiungere 35 metri, longeva fino a 200 anni. Specie
N. Euromediterranea presente su tutto il territorio italiano prevalentemente sulla fascia appenninica da 100 a 1000 metri, anche se nei secoli scorsi abbondava nei boschi della Pianura Padana. Cresce nei boschi, su suolo subacido e calcareo, coltivata nei parchi ed anche per ornamento.Tronco slanciato con corteccia g rigiastra desquamante a piastre compatte sui bordi,
con i caratteristici solchi rossastri. I numerosi rami formano una chioma ampia con cima arrotondata. Foglie caduche con picciolo 5-7 mm; lamina dapprima opaca, lucida in seguito, ruvida sopra, di sotto con peli lanosi color grigio bruno. Le foglie sono lobate o incise con 10-14 lobi, a punte strette o con denti grandi, margine molto variabile specialmente nei germogli.I Fiori maschili sono raggruppati in amenti cilindrici, i femminili, leggermente peduncolati, si sviluppano singoli o a piccoli gruppi da 2 a 5.Fioritura da aprile a maggio. Frutti con cupola emisferica con squame (fino a 1 cm) lineari, patenti, filiformi, che coprono per metà la ghianda lunga
2-3 cm, maturazione biennale.
Il Cerro è una delle tre principali specie del genere Quercus presenti sulle nostre colline.
La cerreta (Sareda) più estesa nel nostro territorio è sicuramente quella che si trova sul fianco ovest del monte Navezzone (Camaldoli) e dà il toponimo alla zona compresa tra la Vià del
Termen e il fondo della Val Volpera come ancora riportato nelle carte topografiche del 1900.
Alcuni esemplari di Cerro formano l’impianto arboreo di appostamenti di caccia; fra questi
uno dei più maestosi è sicuramente quello che possiamo ammirare poco a monte della ca scina Rocca, ben visibile anche dal centro di Gussago.
QUERCUS PETRAEA - R OVERE/QUERCIA
denominazione scientifica: Quercus Petraea - famiglia Fagaceae
denominazione italiana: Rovere, Quercia
denominazione bresciana: Rùer
Albero slanciato e maestoso a chioma aperta, caducifoglio, alto sino a 40 metri, longevità che
varia da 500 a 1000 anni. Specie Europea (Subatlantica) presente su tutto il territorio italiano,
in boschi di collina e di mezza montagna, preferibilmente su terreni freschi sufficientemente
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umidi e non eccessivamente acidi, sino a
1000 metri. Tronco robusto e lineare con corteccia grigio, bruna, con screpolature longitudinali. Corteccia dei rami bruno-rossastra,
con lenticelle trasversali di 1 mm nel primo
anno, grigio-bruna negli anni successivi. Foglia glabra con picciolo di 10-18 mm, lamina
obovata, base cuneata, apice arrotondato,
con 5-7 lobi poco profondi, più larghi che lunghi, arrotondati. Fiori maschili raggruppati in
infiorescenze giallognole, i femminili si sviluppano singoli o a gruppi;si presentano sia sessili che brevemente peduncolati, fioritura aprile - maggio. Frutti sessili, a gruppi di 2-6
(ghiande), ovali o subsferiche, con capsula ricoprente circa un terzo della ghianda, formata da squame lanceolate.
Rovere (Foto 40)
A Gussago è presente nei terreni più freschi e a quote più elevate rispetto alla Roverella.
QUERCUS PUBESCENS - R OVERELLA
denominazione scientifica: Quercus Pubescens - famiglia Fagaceae
denominazione italiana: Roverella, Quercia Lanugginosa, Quercia Pubescente
denominazione bresciana: Seradèl, Rùer, Gianda, Darmèla
Arbusto o piccolo albero a foglie caduche che raggiunge i
20 metri con una longevità di circa 500 anni. Specie Sud
Est Europea diffusa in tutto il territorio nazionale. Cresce
nei boschi e cespuglieti aridi, generalmente su terreni calcarei ed asciutti da 0 a 1200 metri. Dal tronco molto contorto partono numerosi rami che si sviluppano a corona
emisferica formando la caratteristica chioma ampia, dalla
cima arrotondata, che contraddistingue questa piccola
quercia. Il tronco adulto è ricoperto da screpolature longitudinali, mentre i rami giovani sono coperti da un feltro,
denso di peli biancastri. Foglie con 10-12 lobi incisi a volte
anche profondamente; lamina verde-scura sopra, sotto
densamente pelosa e vellutata da giovane e quasi glabra
appena raggiunta la dimensione definitiva.Le foglie si staccano dall’albero quasi alla fine dell’inverno, hanno un picciolo lungo 5-15 cm.Fioritura da aprile – maggio;frutti sessili, raramente su breve peduncolo, le squame della cupola
che copre quasi la metà del frutto sono strettamente appressate.
Germoglio della Roverella (Foto 41)
Presente nelle aree meno elevate su tutto l’arco delle colline gussaghesi, la Roverella è sicuramente la specie più diffusa.
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QUERCUS ROBUR - FARNIA
denominazione scientifica: Quercus Robur - famiglia Fagaceae
denominazione italiana: Rovere, Quercia
denominazione bresciana: Rùer, Gianda
Albero maestoso a chioma ampia, caducifoglio, alto sino a 50 metri, è sicuramente il più
longevo tra le querce fin qui trattate, esistono esemplari di 2000 anni. Specie autoctona
dell’Europa centrale presente su tutto il territorio italiano dove è la quercia più diffusa.Predilige terreni freschi fertili e drenanti, sino a 1000 metri. Tronco robusto con corteccia grigia, solcata da spesse creste longitudinali. I grossi e contorti rami che si divaricano dal
tronco formano un grande palco che caratterizza il maestoso portamento della Farnia.Foglia con picciolo corto, lamina obovata, di colore verde scuro, con 5-7 lobi per lato piuttosto incisi.Fiori maschili in amenti giallognoli, i femminili sono dotati di lunghi peduncoli, fioritura aprile - maggio. Frutti a gruppi di 3 (ghiande), cilindrici su lunghi peduncoli, con capsula scagliosa ricoprente un terzo della ghianda.
A Gussago è piuttosto diffusa, è ben identificabile in pianura dove numerosi esemplari
crescono ai lati delle stradine e lungo le ripe di campagna.
SAMBUCUS NIGRA L. - S AMBUCO
denominazione scientifica: Sambucus Nigra L. - famiglia Caprifoliaceae
denominazione italiana: Sambuco
denominazione bresciana: Sambüch
Arbusto molto ramoso alto sino a 9 metri, con odore fetido. Specie Europea-Carsica, presente
su tutto il territorio italiano, cresce in luoghi umidi, nelle siepi e terreni incolti da 0 a 1400 metri. Corteccia bruna con solchi longitudinali profondi sino a 8 mm. Rami giovani molli con midollo bianco, la corteccia è verde con lenticelle longitudinali. Foglie caduche, picciolate con 57 foglioline opposte oblunghe e dentate, se strofinate emanano un odore forte e sgradevole. Le
gemme sbocciano a fine inverno. Fioritura aprile - giugno. Inflorescenza bianca ombrelliforme
con diametro da 20-35 cm composta da fiori con corolla larga 5 mm, 5 lobi arrotondati e 5 stami che portano a maturazione 5 frutti subsferici, lucidi, carnosi, generalmente di colore neroviolaceo dal diametro di 5 mm. circa con peduncoli sessili, hanno un sapore acidulo.
Anche se comunemente è considerata una pianta ornamentale, ed a tale scopo disposta a
siepe lungo i confini di campi e strade di campagna, il Sambuco ha sempre avuto molteplici
impieghi, soprattutto in campo medico per le numerose proprietà medicinali dei suoi fiori,
frutti, foglie e corteccia. Inoltre con i frutti, ricchi di vitamina C, si confeziona un’ottima
marmellata, il succo del frutto maturo fungeva da inchiostro nei giochi dei bambini. I fiori
erano utilizzati, in passato, per produrre uno sciroppo adatto contro la tosse e ottimo dissetante diluito nell’acqua, oppure per lo stoccaggio delle mele, alternando nei contenitori strati di fiori di Sambuco a strati dei frutti da conservare. I rami tagliati, scortecciati e fatti seccare divenivano dei resistenti e leggeri manici di badile. Ritrovamenti risalenti all’età della
pietra testimoniano la lunga storia di questa pianta e dei suoi numerosi utilizzi da parte dell’uomo fin dai tempi antichi. Si pensa che il suo nome derivi dalla “sambuca”, uno strumento a corde con struttura in legno usato da Greci e Romani.
A Gussago cresce sparso un po’ovunque sia in pianura che in collina.
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ARBUSTI
COTYNUS COGGYGRIA SCOOP. - S COTANO
denominazione scientifica: Cotynus Coggygria - famiglia Anacardiaceae
denominazione italiana: Scotano
denominazione bresciana: Rös
Arbusto di odore resinoso caducifoglio con chioma tondeggiante alto
sino a 2-3 metr i. Specie sud-Euro pea presente nell’Italia Settentrionale in cespuglieti e terreni calcarei
ed assolati. Fusto e rami glabri di
colore grigio rossastri. Foglie con
lamina subrotonda con picciolo 3-6
cm, colore verde chiaro, che in autunno assume un bel rosso vivace.
Le gemme appuntite sono di colore
verdastro. Fioritura maggio-giugno.
Infiorescenza a pannocchia, ramificata, piumosa, rada, lunga 15-20
cm ricoperta di peli.
Scotano in autunno (Foto 42)
I fitti cespugli di Scotano abbondano sui versanti più assolati delle nostre colline anche se
tendono a diradarsi man mano che ci si alza di quota. Questa specie arbustiva sopporta molto bene le potature e riesce a svilupparsi anche radente al terreno tanto da formare in alcuni casi dei
veri e propri cuscini che spiccano nel periodo autunnale per il loro intenso colore rosso.
ERICA ARBOREA - ERICA, SCOPONE
denominazione scientifica: Erica Arborea - famiglia Ericaceae
denominazione italiana: Erica, Scopone
denominazione bresciana: Agöst
Arbusto sempreverde denso e con
aspetto piumoso, alto da 1 a 5 metri.
Specie Steno Mediterranea presente su tutto il territorio italiano dove
cresce su suoli acidificati, in macchie, boschi cedui e garighe. Fusto
contorto con corteccia rossastra, i
rami esterni lanosi di colore bianco.
Foglie aghiformi sempreverdi con
una linea bianca sotto, generalmente in verticilli di quattro. Fiori nella
parte superiore dei rami laterali spiciformi, peduncolati 3 mm con bratteola verso la metà.Calice bianco 24 mm campanulato con brevi lobi.
Antere bruno-rossastre con appendice sporgente dal calice 2-3 mm.
Fioritura da marzo - maggio.
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Erica arborea in fiore (Foto 43)
I fitti rami vengono usati per la costruzione di scope, anche se ai nostri giorni questo tipo di produzione ha lasciato spazio a materiali più economici.
Cresce nello stesso habitat del Ginepro, con il quale forma delle stupende macchie sempreverdi, possiamo ammirare numerosi arbusti di Erica Arborea lungo il sentiero s2; nel tratto che sale verso Pian San Martino.
JUNIPERUS COMMUNIS L. - G INEPRO
denominazione scientifica: Juniperus Communis L. - famiglia Cupressaceae
denominazione italiana: Ginepro
denominazione bresciana: Zèner
Arbusto o alberello cespuglioso alto da 50 centimetri a 6
metri, sempreverde. Specie
CircunBoreale, presente in
tutto il nostro territorio nazionale; cresce nei boschi o nei
prati aridi e sassosi, da 0 a fino a 2500 metri, anche se in
altitudine, per sopravvivere al
clima molto rigido, assume
forme molto contorte. Il tronco ha la corteccia grigio-rossastro, desquamante nei rami
di circa 8 anni. Foglie aghiformi acuminate, in verticilli da
tre, con una striscia glauca
sulla parte superiore quasi
Cespuglio di Ginepro (Foto 44)
piana; grigio-verdi sulla parte
inferiore. I fiori maschili di colore giallastro con coni solitari a forma cilindrica, fiori femminili di colore verdastro. Fioritura febbraio - aprile. I frutti, detti galbuli, sono delle pseudo-bacche dal caratteristico odore resinoso
e dal sapore acre-dolciastro; sono ricoperti da una patina opaca ed hanno colore verde glauco da giovani, blu violetto a maturazione, che avviene in due anni. Forma ovoide 5-8 mm di diametro, generalmente con tre semi triangolari.
Il nome di questa specie trae origine dal particolare sapore dei suoi frutti, deriva infatti
dal celtico juneprus che significa acre. Le bacche del Ginepro, in epoca medioevale, erano
considerate, in maniera esagerata, un vero portento per la guarigione di numerosi malanni,
un vero toccasana in grado di operare miracoli. Questa specie ha, di fatto, proprietà di aperitivo, depurativo, diuretico, rubefacente e per questo viene usata tutt’oggi in erboristeria. Comunque le bacche di ginepro conservano un ruolo importante in cucina dove sono ingrediente essenziale in alcune ricette, servono anche per la preparazione del gin e per affumicare il prosciutto.
Sempreverde presente su tutto il nostro territorio i cui cespugli, che a volte formano delle fitte macchie impenetrabili, sono facilmente riconoscibili e costeggiano alcuni tratti di sentieri, in particolare del n. S4 che da Barche scende al Caricatore.
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PRUNUS SPINOSA L. - P RUGNOLO
denominazione scientifica: Prunus Spinosa - famiglia Rosaceae
denominazione italiana: Prugnolo
denominazione bresciana: Brognöl
Pianta arbustiva decidua, con rami intricati, spinosa, alta sino a 4 metri che vive in media 60
anni.Specie Europea Caucasica, presente su tutto il territorio da 0 a 1500 metri, cresce in boschi cedui siepi e cespugliati. Fusto quasi inesistente e rami distesi di colore bruno rossastro,
rami laterali brevi, induriti e spinosi. Foglie alterne con picciolo breve, lamina ellittica più o meno romboidale, color verde smorto, più chiare e lanuginose sulla pagina inferiore. Fioritura marzo-aprile, prima della comparsa della foglia. Fiori dal diametro di 1 cm circa, petali bianchi su
peduncoli corti. Frutti sferici cm 1-1,5 circa, colore blu-nerastro ricoperti da una pruina biancastra, sapore acidulo, con un nocciolo globoso.
Questa pianta molto rustica e cespugliosa offre il luogo ideale per la nidificazione di molti
uccelli; i suoi frutti, che rimangono attaccati all’albero anche dopo la caduta delle foglie, contengono sostanze tanniniche, per questo sono usati in erboristeria, unitamente alla corteccia, alle foglie ed ai fiori in bocciolo, per le loro proprietà astringenti, depurative, diuretiche e toniche. Le foglie essiccate vengono a volte mescolate con il tabacco, dai fumatori di pipa.
Cresce nello stesso areale del Biancospino con cui spesso forma delle macchie impenetrabili che possiamo osservare ai lati di numerosi sentieri.
ROSA CANINA L.S.L. – R OSA SELVATICA
denominazione scientifica: Rosa Canina - famiglia Rosaceae
denominazione italiana: Rosa Selvatica
denominazione bresciana: Brüzacül, Rösa salvàdega
Arbusti decidui, con spine arcuate e molto dure,
alto sino a 3 metri. Specie Paleotemperata presente su tutto il territorio, in boscaglie, radure e
siepi da 0 a 1500 metri. Fusto verdastro, rami
glabri e spinosi. Foglie imparipennate composte
da 5-7 foglioline ellittiche ovate con dentatura
seghettata. Fioritura da maggio a luglio, fiori
composti da 5 petali bilobi di colore rosa-bianchi
con sepali riflessi e rapidamente caduchi. Il frutto è ovale-sferico-piriforme 1-2 cm di colore rosso e racchiude un achenio peloso.
La rosa canina è spesso utilizzata nei vivai come selvatico d’innesto. I fiori, le foglie ed i frutFiore Rosa Canina (Foto 45)
ti di questo arbusto sono ricchi di vitamine, tannino e pectine, per questo vengono efficacemente usati in farmacopea come rimedio contro
numerosi disturbi, in particolare: angoscia, astenia, fatica, emorragia, piaga, scottatura e parassitosi. Persino le galle midollari, prodotte da un insetto parassita della rosa canina, sono
ricchissime di tannino ed hanno proprietà toniche ed astringenti.
A Gussago questo arbusto è presente sia in pianura che in collina, nelle zone meno elevate. Lo possiamo ammirare particolarmente in primavera avanzata, nel periodo della fiori-
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tura durante la quale forma delle delicate macchie di colore rosa pallido, ed in autunno per il
vivace colore dei falsi frutti, chiamati cinorrodonti, che rimangono sui rami anche dopo la
caduta delle foglie.
RUSCUS ACULEATUS - PUNGITOPO
denominazione scientifica: Ruscus Aculeatus - famiglia Liliaceae
denominazione italiana: Pungitopo
denominazione bresciana: Spinasöréch
Pianta cespugliosa sempreverde alta da 15 a 60 centimetri.Specie Euro Mediterranea, presente su tutto il territorio italiano dove cresce nelle leccete, boschi caduchi
da 0 a 700 metri. Essenza poco esigente che si adatta
anche a terreni aridi, secchi, calcarei e magri. Steli cilindrici, legnosi, persistenti, di colore verde scuro con striature. I rami (cladodi) appiattiti sono simili a foglie. Subsessili a forma ovata, lanceolati con all’apice una spina
acuta e con 6-7 nervature per lato. Brattea alla base del
cladodio a forma di squama appena visibile. I fiori sono
molto piccoli, posti al centro dei cladodi (rami);dioici, dotati di tre sepali e tre tepali bruno verdastri, a forma più o
meno rettangolare; fioritura da settembre a aprile. Il frutto è una bacca sferica, polposa color rosso scarlatto,
contenente uno o due semi grandi e di colore giallo. L’apparato radicale è costituito da un rizoma molto nodoso,
obliquo e strisciante, di colore bianco-grigiastro da cui
partono le fitte radici. I nuovi germogli di gusto amaro sono buoni, commestibili, considerati nel bresciano una
leccornia.
Bacca di Pungitopo (Foto 46)
L’utilità del pungitopo era conosciuta fin dall’epoca dell’antica Grecia, dove era già denominata Ruscus. Le sue efficaci proprietà di diuretico, febbrifugo e vaso-protettore, sono
tutt’oggi apprezzate in erboristeria come rimedio a edema, emorroidi, flebite, gotta, ittero e
varici. Il rizoma del Pungitopo è inoltre utilizzato per la preparazione dello “sciroppo delle
cinque radici” unitamente ai rizomi di asparago, prezzemolo, finocchio selvatico e sedano
selvatico.
Essendo una delle piante più frugali e resistenti cresce un po’ovunque; a margine dei numerosi percorsi collinari, cespugli di Pungitopo ci allietano il cammino.
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FIORI
GALANTUS NIVALIS - CAMPANELLINO,
BUCANEVE
denominazione scientifica: Galantus Nivalis - famiglia Amaryllidaceae
denominazione italiana: Campanellino, Bucaneve
denominazione bresciana: Campanilì, Bucaneve
Pianta a fioritura precoce, alta 10-20 centimetri.Specie
Europeo Caucasica è presente in tutta Italia, eccetto in
Sardegna, cresce nei boschi, prati umidi e freschi, da 0
a 1300 metri. Bulbo ovoide dal diametro di 1-2 cm color
verde lucido.Fiore uno, generalmente pendulo, con peduncolo lungo 10-20 cm. Fioritura nel periodo febbraio aprile.Capsula carnosa, ovoidale.I petali interni sono 10
mm più brevi degli esterni e misurano 20 mm circa.
Hanno punte verdi, si vedono solo a fiore aperto.
I bulbi del bucaneve sono tossici, in passato venivano talvolta confusi con quelli dell’erba cipollina,
provocando vomito e dissenteria a chi ne faceva uso.
Non è raro imbattersi in questo grazioso fiore il cui
nome si attribuisce erroneamente alla Rosa di Natale.
Campanellino,Bucaneve (Foto 47)
HELLEBORUS NIGER - ELLEBORO, ROSA DI NATALE
denominazione scientifica: Helleborus Niger - famiglia Ranuncolaceae
denominazione italiana: Elleboro, Rosa di Natale
denominazione bresciana: Bucaneve
Foglie e fiori alti 15-30 centimetri. Specie Centro Euro pea, cresce nel sottobosco misto dell’Italia Settentrionale e Centro-Meridionale, dai 200 ai 1100 metri. La
fioritura inizia prestissimo, infatti a Natale abbiamo numerosi esemplari in fiore.Foglie color verde scuro con
piccioli (1-3 cm) portanti 5-9 foglioline dentate, nella
metà apicale. Scapo floreale robusto liscio con 1-2
bratteole, portante generalmente 1-2 fiori, raramente
tre. Fiore normalmente con cinque petali con colorazione rosea, oblanceolati, spatolati con 6-7 follicoli.
E’ una pianta tossica in tutte le sue parti. Questa
Rosa di Natale (Foto 48)
specie cresce abbondante su tutta l’area montana di
Gussago dove è chiamata erroneamente bucaneve. Vale la pena di accennare a due specie distinte ma simili alla Rosa di Natale: l’Helleborus Foetidum (Elleboro Fetido) e l’Helleborus
Viridis (Elleboro Verde). Entrambi diffusi nel nostro territorio, anche se in genere crescono
in una fascia territoriale meno elevata del loro più popolare parente, hanno caratteristiche che
li contraddistinguono: il primo rilascia un odore molto intenso che si accentua divenendo appunto “fetido” se ne spezziamo o strofiniamo le foglie; il secondo ha un fiore di colore verde che si confonde con il resto della pianta.
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HEPATICA NOBILIS – ANEMONE FEGATELLA
denominazione scientifica: Hepatica Nobilis - famiglia Ranuncolaceae
denominazione italiana: Anemone fegatella
denominazione bresciana: Anemone fegatella
Pianta perenne senza fusto, alta da 8 a 20 centimetri.Specie circumboreale presente su tutto il
territorio nazionale, eccetto che in Sicilia e Sardegna, da 0 a 2000 metri. Molto rara in pianur a
è invece diffusa in collina e montagna, su terreni calcarei, nei sottoboschi umidi e freschi di caducifoglie, aghifoglie e siepi. Foglie tutte basali
con picciolo 5-15 cm, lamine suddivise in tre lobi poco profondi dalla caratteristica forma a cuore, pagina inferiore color violetto. I Fiori sono numerosi con 6-8 petali color violetto - azzurro con
apice arrotondato e con brattee intere ovali, verdi simili a sepali. La fioritura ha luogo nel periodo febbraio – maggio e i singoli fiori sopr avvivono solamente otto giorni. L’apparato radicale è
costituito da un rizoma obliquo e scuro.
Anemone fegatella (Foto 49)
La fegatella, sconosciuta nell’antichità, venne usata come pianta medicinale a partire dal
XV secolo per curare le malattie del fegato, se ne utilizzavano le foglie essiccate, dalla inconfondibile forma del fegato umano; da ciò trae origine il nome della pianta stessa: “epatica”. Questa pianta ha inoltre proprietà astringenti, diuretiche e cicatrizzanti, le foglie essiccate fanno parte degli ingredienti per la produzione di un vino diuretico che viene anche applicato alle ferite per favorirne la cicatrizzazione.
A Gussago è piuttosto diffusa ed è facile imbattersi in questa pianta tipica del sottobosco
delle nostre colline.
IRIS GRAMINEA L. – I RIS GRAMIGNA
denominazione scientifica: Iris Graminea - famiglia iridaceae
denominazione italiana: Iris gramigna
denominazione bresciana: Iris selvatico
Specie S.E. Europea (sub-pontico) presente nell’Italia settentrionale cresce in boscaglie e radure
da 0 a 800 metri. Rizoma legnoso 5 mm circa,
scuro. Scapo eretto appiattito. Foglie simili a fili
d’erba eretta, larghe 5-9 mm., più lunghe dello
scapo. Fioritura maggio-giugno. Fiore con petali
rivolto verso il basso, con lamine piccole venata
di color violetto e giallo nel mezzo. Lamine interne spatolate, retase di colore violetto.
A Gussago questa specie è diffusa un po’
ovunque dove spicca fra il sottobosco, nel periodo della fioritura.
Iris gramigna (Foto 50)
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PULSATILLA MONTANA - PULSATILLA DI MONTE
denominazione scientifica: Pulsatilla Montana Reichb - famiglia Ranuncolaceae
denominazione italiana: Pulsatilla di Monte, Barbone
denominazione bresciana: Barbone
Pianta alta 10-25 centimetri, si allunga fino a 40 centimetri nell’infruttescenza. Cresce nei prati aridi del
centro e del nord Italia. Fusto eretto con peli bianchi
lunghi 3 mm circa, foglie basali profondamente intagliate in lunghi e stretti segmenti con picciolo di 5-12
cm e lamina triangolare. Foglie caulinari con circa 15
lancine strettissime e lunghe. Fiore pendulo con in
media 6 petali da color blu a viola; dapprima campanulato, in seguito aperto in forma stellare. Stami color giallo-oro. Fioritura marzo - aprile. Tutta la pianta
è interamente villosa compresa la parte esterna del
fiore.
Pulsatilla di monte (Foto 51)
La Pulsatilla Montana è un fiore che cresce abbondante nei ripidi prati attraversati dal sentiero s1 sopra cascina Rocca, ed è presente in discreto numero anche nei pressi della loc. Quarone ed in altri luoghi limitrofi.
VINCA MINOR – PERVINCA
denominazione scientifica: Vinca Minor - famiglia Apocynaceae
denominazione italiana: Pervinca
denominazione bresciana: Pervincö, Èrba martìlina
Pianta perenne, sempreverde, alta da 15 a 20 centimetri, con fusto strisciante che può raggiungere i
3 metri. Specie Medio Europea Caucasica presente su quasi tutto il territorio nazionale in particolare nelle zone mediterranee e subalpine fino a
1300 metri, cresce in luoghi erbosi, nei boschi e
lungo le siepi.Foglie opposte, ovali ed ellittiche, di
colore verde lucido. I fiori, sono posti su corti rametti, hanno 5 petali di colore molto particolare. La
fioritura ha luogo nel periodo febbraio – maggio e
in alcuni casi si ripete nel periodo autunnale.I rari
frutti sono dotati di un doppio follicolo con numerosi semi.
Pervinca (Foto 52)
E’molto interessante l’origine del nome di questa pianta, “Vinca” si ipotizza derivi dal latino “vincire” legare, con riferimento alla capacità di sopravvivenza. In epoca medioevale i
suoi fiori erano usati per distillare filtri d’amore, nel XVI secolo era consigliata per la cura
di epistassi ed angina. Attualmente la pervinca è apprezzata in erboristeria come tonico amaro e come stimolante dell’appetito, inoltre, recenti studi hanno individuato un alcaloide (la
vincamina) in grado di abbassare la pressione arteriosa e dilatare i vasi.
Gli estesi tappeti sempreverdi, da cui a fine inverno spuntano i delicati fiori blu-violetto,
rallegrano il sottobosco di varie aree delle nostre colline.
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VIOLA ODORATA - VIOLA MAMMOLA
denominazione scientifica: Viola Odorata - famiglia Violaceae
denominazione italiana: Viola Mammola, Viola
denominazione bresciana: Viöla
Pianta a rosetta basale con stoloni lunghi striscianti, radicanti al primo anno, con fioritura al
secondo, alta da 10 a 15 centimetri. Specie Eu ro mediterranea, è presente in tutta Italia dove si
trova normalmente nei vitigni, ai margini della
strada, nei boschi, nelle siepi, sui pendii, da 0 a
1200 metri. Foglia con lamina reneiforme arrotondata, con brevi frange. Peduncolo floreale
portante oltre al fiore una bratteola nella parte
superiore. Petali viola-scuri, violetto o bianchi,
profumatissimi. Sperone lungo 5-7 mm, capsula
fruttifera subsferica con peli corti. Fioritura da
febbraio - aprile.
Viola mammola (Foto 53)
Questo fiore profumatissimo e dall’apparente aspetto delicato, è in realtà una pianta molto resistente che cresce un po’ovunque e tende a propagarsi copiosamente La viola mammola
era conosciuta fin dall’antichità quando ci si cingeva il capo con corone di piantine intrecciate per superare indigestioni e sbronze. Nell’antica Grecia i fiori venivano sapientemente
distillati per produrre delicati profumi. Nel Medioevo, probabilmente divulgato da medici
arabi, si diffuse l’uso della viola mammola in medicina per la proprietà emetica della “violina” contenuta nelle sue radici. Lo sciroppo di viola mammola, usato ancora ai nostri giorni,
era già utilizzato nel XVI secolo. In erboristeria fiori, foglie, radice e semi vengono usati come rimedio a bronchite, intossicazione, screpolature e tosse. Anche nel campo dell’astrologia la viola è protagonista, essa viene infatti associata ai sagittari, ritenuti individui amanti
della primavera e della vita all’aria aperta.
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FELCI
Le felci hanno molte specie diffuse in tutto il mondo e, sono nell’immagine comune sinonimo di ambienti freschi e terreni umidi. Piante molto particolari, hanno tutte in comune
un ciclo riproduttivo che si sviluppa in due fasi distinte e successive: in primavera, i teneri
germogli dalla forma a riccio, posti a livello del terreno, si trasformano nel giro di poche settimane in ciuffi di fronde costituite da numerosi lobi a lato della nervatura centrale, sul rovescio dei quali sono attaccati gli sporangi che contengono le spore; alla fine dell’estate la
membrana degli sporangi si apre e le spore si disseminano sul terreno pronte a dare origine
ad una nuova piantina, assicurando così la riproduzione della specie.
Nel nostro territorio sono presenti principalmente quattro specie di felce: la felce maschio
e la felce aquilina che con le loro ampie fronde formano dei veri e propri cespugli, la lingua
cervina ed il capelvenere, meno vistosi sia per le dimensioni più ridotte, sia per la caratteristica ubicazione dei luoghi in cui crescono.
ADIANTUM CAPILLUS VENERIS L. - C APELVENERE
denominazione scientifica: Adiantum Capillus Veneris L. - famiglia Adiantaceae
denominazione italiana: Capelvenere
denominazione bresciana: Caèl dè Vènère
E’ una pianta pantropicale dall’aspetto molto gradevole ed elegante. Presente su tutto il territorio italiano da 0 a 1500 metri, cresce gregaria su rupi umide, in buchi di grotte, presso sorgenti e fontane, nei terreni calcarei e tufacei con stillicidio. Alta da 10 a 40 centimetri si sviluppa a cespi.Foglie delicate, bipennatosette con pinnule cuneate e flabellate o romboidali da 1 a
3 cm, su peduncoli e piccioli molto sottili, neri e flessuosi. Nelle pieghe del bordo esterno delle
foglie sono presenti gli sporangi, la sporatura avviene tra giugno e novembre. Rizoma strisciante scuro-nerastro ricoperto di scaglie.
Sia il nome scientifico che il nome comune di questa specie sono legati ad alcune sue interessanti caratteristiche: “capelvenere” infatti e legato alla forma dei sottilissimi piccioli delle foglie, simili appunto ai capelli; inoltre questa pianta viene usata in erboristeria contro la
caduta dei capelli: “Adiantum” invece deriva dal greco “adiantos” (che non si bagna), effettivamente le foglie del capelvenere rimangono asciutte alla rugiada e anche sotto la pioggia
in quanto le gocce d’acqua scivolano via dalla loro superficie.
Già nel XVII secolo erano note le proprietà officinali di questa piccola felce, era infatti
usata per curare le malattie dei polmoni e per preparare una bevanda a base di tè e latte caldi chiamata “bavarese”.
Possiamo trovare eleganti ciuffi di Capelvenere in prossimità delle sorgenti o sulle pareti rocciose dei solchi vallivi più incisi e profondi, in prossimità di alcune delle grotte esistenti
sulle nostre colline. Si possono osservare queste piantine sul tufo tra il muschio delle fontane del Parco Richiedei.
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DRYOPTERIS FILIX MAX - FELCE MASCHIO
denominazione scientifica: Dryopteris Filix Max - famiglia Aspidiaceae
denominazione italiana: Felce, Felce Maschio
denominazione bresciana: Felès
E’ una pianta chiomosa, alta 30 - 90 centimetri. Specie Sub. Cosmop. cresce su tutto il territorio italiano nei boschi umidi e nelle vallette da 0 a 2000 metri, sopra il livello del mare. Rizoma
legnoso, avvolto da squame brune lignificate. Foglie a forma triangolare con picciolo breve, ricoperto da squame color ferrugineo, con lamine pennatosette. Sporatura tra luglio - settembre.
Lamina con la superficie inferiore ricoperta da piccoli sori rotondi.
Questa pianta era conosciuta fin dall’antichità per la proprietà antiparassitaria del rizoma
che contiene una sostanza in grado di eliminare la tenia. Anche le foglie trovano impiego in
erboristeria per le proprietà detergenti.
A Gussago è presente nei terreni più alti e freschi e nelle zone più in ombra delle vallette che solcano i versanti di tutto l’arco collinare.
Germoglio (Foto 54)
Cespugli preso la sorgente di Val Gandine (Foto 55)
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PHYLLITTIS SCOLOPENDRIUM (L.) NEW.MAN. – LINGUA CERVINA
denominazione scientifica: Phyllittis Scolopendrium (L.) New.man. famiglia Aspleniaceae
denominazione italiana: Lingua Cervina
denominazione bresciana: Lenguò Cervinò
E’ una pianta perenne, sempreverde, alta da 20
a 90 centimetri. Specie circumboreale-tempera ta, presente su tutto il territorio nazionale, cresce
copiosa nelle sue stazioni in rupi ombrose, all’imbocco di buchi e grotticelle su terreno umido
e preferibilmente calcareo da 0 a 1500 metri. Foglie a ciuffi, intere e robuste dotate di picciolo di
1-2 cm ricoperto da un feltro di lamine scariose,
hanno colore verde brillante con pagina superiore glabra, pagina inferiore con sori obliqui da entrambi i lati da 3 x 20 mm, base cuoriforme con
apice appuntito. Sporatura da gennaio a dicembre, più intensa durante l’estate. L’apparato radicale è costituito da un rizoma verticale di colore
rossastro, fibroso e squamoso.
Lingua cervina (Foto 56)
Anche questa felce è una pianta officinale, un tempo era usata per curare blocchi intestinali, disturbi del fegato e della milza, mentre ai giorni nostri è utilizzata per le proprietà
astringenti ed emollienti delle foglie. In omeopatia viene consigliata una tintura prodotta dalla pianta; in fisioterapia è noto l’infuso di foglie di scolopendrio in acqua o latte. Questa pianta è inoltre uno degli ingredienti della tisana chiamata “tè svizzero” e dello sciroppo officinale di cicoria.
Anche a Gussago possiamo trovare questa felce nei sottoboschi particolarmente umidi ed
in particolare agli ingressi di cavità o grotte, non è raro vederla crescere tra i muri umidi e
cadenti di vecchie costruzioni abbandonate.
PTERIDIUM AQUILINUM (L.) KUHN - FELCE AQUILINA
denominazione scientifica: Pteridium Aquilinum (L.) Kuhn - famiglia Hypolepidaceae
denominazione italiana: Felce Aquilina
denominazione bresciana: Sparès de selès
E’ una pianta cosmopolita presente su tutto il territorio italiano da 0 a 2100 metrii, cresce nei
boschi, brughiere e radure incolte su terreno silicioso. Gambo slanciato, alto da 50 a 120 centimetri. Foglia con pagina superiore glabra e quella inferiore villosa, con lamina a contorni triangolari 3-8 per 4-10. Pinnula divisa in segmenti con margine quasi sempre intero, o diviso o lobato. Sori lineari ricoperti dal margine revoluto delle foglie. Sporatura da maggio a novembre.
Più alta e lanciata della felce maschio, da cui si distingue soprattutto per la forma delle
foglie opposte rispetto al gambo, forma che richiama le ali dell’aquila in volo. Cresce abbondante nel sottobosco e spesso forma delle fitte macchie all’apparenza impenetrabili.
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ORCHIDEE
La famiglia delle orchidaceae, con le sue oltre 20.000 specie riunite in 500 generi, è la più
vasta del regno vegetale. Il maggior numero di specie è presente nelle regioni tropicali. In
Europa esistono circa 200 specie, delle quali 120 sono presenti in Italia, dal livello del mare
(orchis incarnata), agli alti prati alpini (chamaeorchis alpina). Apparato radicale: tubero, rizoma e stolonifero. Fusto non ramificato. Foglie basali 2 - 0 a rosetta a cauline, più o meno
guainanti, talora squamiformi, sempre più ridotte, dalla base all’apice, lungo l’infiorescenza (brattea). Fiore costituito da tepali, sepali, labello, sperone ovario e brattea floreale.
Sul versante ovest della collina della Santissima, che si affaccia verso l’abbazia olivetana di
Rodengo Saiano, esiste una piccola stazione floreale, di circa un ettaro, dove crescono 13 specie
diverse: Ophrys Sphegodes, Ophrys Benacènsis, Ophrys Apifera, Ophrys Insectifera, Orchis
Morio, Orchis Simia, Limodorum Abortivum, Listera Ovata, Cephalanthera Longifolia, Cepha lanthera Damasionum, Platanthera Bifolia, Gymuadenia Conopsea, Anacàmptis Pyramidalis.
ANACÀMPTIS PYRÀMIDALIS L.C. RICH – ORCHIDEA PIRAMIDALE
denominazione scientifica: Anacàmptis Pyràmidalis - famiglia Orchidaceae
denominazione italiana: orchidea piramidale
denominazione bresciana: orchidea piramidale
Fusto cilindrico eretto con foglie fino all’infiorescenza, alto sino a 50 centimetri.Specie Euromediterranea presente su tutto il territorio italiano da 0 a 1.400 metri, in prati
aridi e umidi ed in radure. Foglie lunari con punta acuta,
ridotte le cauline, strette al fusto brattee color violaceo.
Fioritura da maggio a luglio. Infiorescenza conica in seguito globosa.Labello trilobo con due lamelli petaloidi. Tepali esterni patenti ovato lanceolati, gli interni: lunghi
quanto i primi. Corolle color rosa violacea sbiancata.
Orchidea piramidale (Foto 57)
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OPHRYS INSECTIFERA L. – ORCHIDEA MUSCIFERA
denominazione scientifica: Ophrys Insectifera - famiglia Orchidaceae
denominazione italiana: orchidea muscifera
denominazione bresciana: orchidea muscifera
Fusto alto 25 - 40 centimetri, con 4-15 fiori. Specie Europea presente sul territorio settentrionale in terreni incolti, luoghi asciutti e macchie. Fioritura maggio - giugno. Tepali esterni verdi,
gli interni lunghi metafiliformi color bruno. Labello quasi piano, trilobo con lobo mediano bilobo.
Vellutato bruno, con specchio azzurognolo glabro.
Il labello dell’orchidea imita nelle forme e nel profumo una femmina di Gorytes Mystaceus (una
vespa solitaria che nidifica nel terreno) predisposta all’accoppiamento, permettendo così l’impollinazione.
SPIRÀNTHES SPIRÀLIS (L.) CHEVALL
denominazione scientifica: Spirànthes Spiràlis - famiglia Orchidaceae
denominazione italiana: viticcini
denominazione bresciana: orchidea spiralata
Fusto alto 15-30 centimetri.Con infiorescenza spiralata. Specie Europeo-Caucasica cresce in
pinete e prati aridi da 500 a 900 metri.La rosetta di foglie basali si sviluppa lateralmente al fusto fiorifero, privo di foglie ma con alcune scaglie. Fioritura settembre – ottobre. Infiorescenza
densa, spiralata, bianco verdastro; labello ottuso. I suoi fiori bianco verdastri sembrano fatti di
ghiaccio. Questa orchidea chiude con la sua fioritura la stagione delle orchidee.
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FUNGHI
Nel nostro territorio sono presenti numerose specie di funghi, da sempre i fungaioli locali (“fonser”) si contendono le “poste” più conosciute, cercando di anticipare sul tempo la concorrenza. In alcuni casi, invece, mantengono rigorosamente il segreto sulla localizzazione di
angoli di bosco dove ovuli, russole e porcini, anche nelle stagioni meno propizie, non mancano. Vogliamo quindi dedicare un breve spazio anche al mondo dei funghi, partendo con alcuni cenni di carattere generale.
Quello che comunemente viene chiamato fungo è il frutto di una pianta che vive generalmente nel terreno o nel legno. E’una pianta priva di clorofilla, foglie e fiori e che non necessita di luce, è formata da una fitta ragnatela di filamenti che si sviluppano nel substrato
del terreno, detta “micelio”. I “miceli”, a differenza degli altri vegetali, non hanno la funzione clorofilliana e pertanto per nutrirsi hanno bisogno direttamente di sostanze organiche, un
po’come gli animali. A seconda del modo di nutrirsi, i funghi vengono distinti in tre diverse
classificazioni.
❐ Simbioniti: conducono una vita di mutualismo con altri organismi viventi, ossia si legano ad una pianta con cui si scambiano reciprocamente vantaggi, vivendo in simbiosi. Esistono due tipi di simbiosi: i Licheni, una associazione tra il fungo ed un’alga; la Miccorizia che invece è data dall’associazione del fungo con la radice di una pianta. In questo
caso il legame tra pianta e fungo è vitale per entrambe le specie, mentre la pianta cede al
fungo le sostanze nutritive necessarie (zuccheri), il fungo, o meglio il micelio, funge da
apparato radicale suppletivo della pianta, assorbendo su terreni particolarmente poveri,
acqua e sali minerali necessari alla sua sopravvivenza (es. Porcini, Amaniti).
❐ Saprofiti: si nutrono di sostanze organiche, animali o vegetali non viventi, in decomposizione, fungendo da spazzini del bosco (Lepista, nuda, coprinus).
❐ Parassiti: vivono di sostanze animali o vegetali viventi. In questo caso il fungo contribuisce alla selezione delle specie attaccate (chiodino polipori).
E’facilmente intuibile l’importanza dei funghi nell’ecosistema del bosco e quindi capire che
la loro raccolta non deve avvenire in maniera selvaggia …
BOLETUS AERUS – P ORCINO
denominazione scientifica: Boletus Aerus Bull: Fr.
denominazione italiana: Porcino
denominazione bresciana: Neghèr
Boletus (fungo di zolla) Aerus deriva da Ares (color
bronzo).
Cappello:da 6-20 centimetri in varie tonalità del bruno, vellutato, non viscido, con zone irregolari scure,
su fondo più pallido a forma ondulata.
Tuboli: biancastri, poi giallo verdastri ed infine olivastri, lunghi fino a 20 mm.
Pori: piccoli e fitti, prima chiusi, biancastri, poi giallastri.
Gambo:cm. 7-15 x 3-6, sodo, ingrossato, panciuto alla base, poi cilindrico, ricoperto da una reticolatura
pallida a piccole vene, più colorata nel fungo adulto.
Porcino (Foto 58)
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Carne: odore e sapore gradevole, bianca, soda, non colorata sotto le cubicole del cappello.
Spore: bruno oliva, fusiformi 12-16 x 4-5 micron.
Cresce in boschi misti e latifoglie tra maggio e ottobre.
Commestibilità: eccellente.
AMANITA CAESAREA (SCOP. F R.) PERSOON – OVOLO BUONO
denominazione scientifica: Amanita Caesarea (Scop. Fr.) Persoon
denominazione italiana: Ovolo Buono
denominazione bresciana: Ros
Il nome deriva da Amanita (fungo) Caesarea (di
Cesare, per la particolare bontà). E’ un fungo
simbionte.
Cappello: da 20-80 centimetri, carnoso, dapprima chiuso in un involucro bianco come un uovo,
poi quasi sferico, successivamente ovoidale ed
infine aperto, di colore arancione vivo. Margine
regolare, ma con orlo solcato in corrispondenza
delle lamelle, la cuticola è leggermente viscosa,
facilmente staccabile dal cappello.
Lamelle:libere, molto fitte alte, larghe un po’ventricose, con lamellule giallo dorato.
Gambo: cm.8-15 x 2-3, carnoso, ingrossato alla
base, finemente lanuginoso, cotonoso di un bel
Ovolo buono (Foto 59)
colore giallo dorato prima, poi fustoloso, ricoperto alla base da una volva molto ampia e sviluppata, di colore bianco.
Anello: ampio, cascante, membranaceo, lungamente e fittamente alzato, color giallo.
Carne: compatta, più fibrosa nel gambo, bianca gialla sotto le tubicole del cappello, di sapore
gradevole e odore quasi nullo.
Spore: bianche e leggermente gialle, ellittiche ovoidali 6-14 x 6-7 micron.
Cresce in boschi cedui, sotto i cespugli e le querce nel periodo estivo, predilige zone calde e
secche.
Commestibilità: eccellente, soprattutto crudo.
AMANITA PHALLOIDES (VAILL: FR.) LINK – TIGNOSA VERDOGNOLA
denominazione scientifica: Amanita Phalloides (Vaill: Fr.) Link
denominazione italiana: Tignosa Verdognola
denominazione bresciana: Boler de la saèta
Il nome deriva da Amanita (fungo) phalloides (a forma di fallo). E’ un fungo simbionte.
Cappello: da 4-15 cm, dapprima emisferico-ovoidale, poi spianato, viscoso con l’umidità, generalmente di colore olivastro, o verde giallastro, biancastro, percorso radialmente da minutissime fibrille, orlo liscio.
Lamelle: libere, nettamente staccate dal gambo, fitte ineguali, larghe, arrotondate, bianche o
con riflessi verdastri.
Gambo: cm.7-12 x 1-2, cilindrico, ingrossato alla base, bulboso, attenuato verso l’alto, dapprima pieno poi farcito, midolloso, biancastro, decorato da bande cangianti, sericee a zig-zag giallo olivastre.Volva ampia a sacco semilibera membranacea bianca.
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Anello: collocato molto in alto, cascante a gonnellino, quasi liscio o leggermente striato, sottile
e bianco.
Carne: bianca, prima soda poi molliccia, leggermente sfumata di verdastro sotto la cuticola del
cappello, un po’maleodorante. Sapore quasi nullo un po’ acidulo.
Spore: bianche, sub-globose, ellissoidali, 8-11 x
7-9 micron.
Cresce sotto le latifoglie, in particolare noccioli, castagni e querce nel periodo estivo-autunnale.
Commestibilità: velenoso mortale, danneggia spesso irreversibilmente il fegato, causando in molti casi la morte.
Tignosa verdognola (Foto 58)
ARMILLARIA MELLEA (UQHL: FR.) KUMMER – CHIODINO
denominazione scientifica: Armillaria Mellea (Uqhl: Fr.) Kummer
denominazione italiana: Chiodino
denominazione bresciana: Ciodèl
Il nome deriva da armillaria (per il nome del tipo di anello di cui è fornito questo fungo) mellea
(color del miele). E’ un fungo saprofita.
Cappello:da 4-7 centimetri, abbastanza carnoso, prima emisferico e conico, quasi sempre leggermente umbovato, poi convesso o più o meno aperto, di color giallo miele di intensità diverse, bruno grigioverdastro, o bruno fulvo, segnato da fiocchi scagliosi eretti, meno intensi al margine, leggermente ondulato alla fine.
Lamelle:non molto fitte, ineguali, poco larghe, adnate, lungamente decorrenti per un dentino e
per la striatura sul gambo, biancastre, giallo brunastre ed infine macchiate, maculate di bruno
rossastro.
Gambo:cm.6-12 x 1-2, cilindrico o ingrossato alla base, dapprima tenace fibroso, legnoso, poi
cavo e farcito, sempre più chiaro dal basso verso l’alto, fioccosità disordinata al di sotto dell’anello, striato sopra, per la decorrenza delle lamelle.
Anello persistente e grosso, striato sopra, bianco fiocoso sotto.
Carne: biancastra, soda coriacea nel gambo odore fungineo sapore amarognolo.
Cresce a cespi, parassita sul legno degli alberi di diverse specie di latifoglie nel periodo autunnale.
Commestibilità: buono dopo la cottura, da non consumarsi crudo.
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RARITÀ
CAPPARIS SPINOSA - C APPERO
denominazione scientifica: Capparis Spinosa - famiglia Capparidaceae
denominazione italiana: Cappero
denominazione bresciana: Cappero
Arbusto basso prostrato spinoso. Specie Eu roasiatica (sub-tropicale) presente su tutto il
territorio in zone di clima mediterraneo, su r upi marittime e muri da 0 a 1000 metri. Rami
ascendenti lisci con spine. Foglie con picciolo
3-10 mm, ovali sub-rotonde carnose glauche.
Fioritura maggio luglio. Fiori bianchi con stami
violetti, sono di breve durata. I grandi frutti
scoppiano liberando dei semi di color porpora
lucenti. I boccioli commestibili (capperi) vengono utilizzati come alimento aromatico, si
conservano sotto sale o in salamoia.
Questa specie tipicamente mediterranea non
Fiore di cappero (Foto 61)
sopporterebbe le temperature rigide che caratterizzano la nostra stagione invernale, ma
la profonda ed ampia insenatura ad anfiteatro, che caratterizza il versante sud della collina della Santissima, risulta riparata dai freddi venti di tramontana e ciò favorisce un microclima particolarmente mite nel periodo invernale, (unico a Gussago e zone limitrofe)
che consente la sopravvivenza di alcuni arbusti di questa bellissima pianta che crescono
nel muro di sostegno del “Taglietto”.
CISTUS SALVIFOLIUS - C ISTO FEMMINA
denominazione scientifica: Cistus salvifolius - famiglia Cistaceae
denominazione italiana: Cisto femmina, Scornabecco
denominazione bresciana: Cisto
E’ una pianta aromatica sempreverde, cespugliosa,
alta sino a 2,5 mt. Cresce in leccete, macchie, garighe, su terreno silicioso. Specie Steno Mediterranea,
è presente su tutto il territorio italiano eccetto il Trentino. Fusto e rami color verde grigiastro con abbondanti peli stellati. Foglie morbide rugose simili a quel le della salvia, color grigio-verde, leggermente più
chiare nella lamina inferiore, con nervatura pennata.
Forma ovale ellittica con picciuolo di 2-4 mm. Fiori
bianchi con cinque petali, sepali 6-7 con peduncolo di
3-10 cm.Pianta rara nell’ovest Bresciano (localizzata
in Franciacorta). Fioritura da aprile - maggio.
A Gussago abbiamo una bella stazione sulla collina
che dalla loc. Tesa di sopra degrada verso Mirabella.
Questa stazione è stata segnalata, anni or sono, dal
botanico Marchina Ermanno.
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Cisto femmina (Foto 62)
QUERCUS CRENATA
denominazione scientifica: Quercus Crenata - famiglia Fagaceae
denominazione italiana: Quercia crenata
denominazione bresciana: Ruer verdò
Ibrido prodotto dall’incrocio delle
specie Quercus Cerris (cerro) e
Quercus Suber (quercia da sughero)
Possiamo ammirare un bell’esemplare di questa specie rarissima in
località Pianone a metà strada tra
Quarone e Sella dell’Oca. Alto circa
22 mt e con un palco largo 12 mt tagliato a ventaglio in quanto forma
l’impianto arboreo di un appostamento di caccia, ha un tronco possente che a 1 metro da terra misura
una circonferenza di 310 cm. Lo
spessore della corteccia sugherosa
è di 5-6 cm e si presenta con profonde solcature verticali. La foglia ha
caratteristiche intermedie tra le due
specie che originano questo ibrido
particolare, lunghe 7-11 cm ellittiche
oblunghe appuntite, seghettate con
5-7 punte, leggermente pubescenti.
Dotate di 6-7 nervature per lato, durante il periodo invernale sono verdi
e secche a metà. Fioritura AprileMaggio. Produce pochissime ghiande che difficilmente raggiungono la
maturazione completa.
Quercia crenata (Foto 63)
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DIZIONARIETTO
achenio =
adduggiamento =
allignare =
amenti =
areale =
frutto secco, con un solo seme, che a maturità non si apre naturalmente
condizione di una pianta sovrastata dall’ombra prodotta da altre piante più alte
crescere, svilupparsi, diffondersi
spiga di fiori sessili unisessuali
territorio comprendente tutte le località dove una specie o un genere cresce allo stato naturale.
bosco misto =
formato da più specie
bosco puro =
formato da una sola specie
caduca =
che cade in autunno (foglia)
caducifogli =
piante legnose che perdono le foglie (in autunno)
ceduo =
bosco o pianta soggetti a taglio periodico
corimbi =
infiorescenza con i peduncoli inseriti in punti diversi dall’asse principale, tanto più
brevi quanto si avvicinano all’apice
depresso =
organo schiacciato
drupa =
frutto carnoso munito di nocciolo
edafico-pedologiche =
rapporto fra le piante e il substrato
follicolo =
frutto secco che a maturità si apre naturalmente fessurizzandosi longitudinalmente
fustaia =
bosco costituito da piante d’alto fusto provenienti da seme
glabro =
totalmente privo di peli
glanuloso o glandoloso = organo provvisto di glandole nelle quali ha luogo una secrezione
glauco =
di colore verde - azzurognolo
lenticella =
piccola escrescenza sporgente sotto la corteccia
lenticolare =
che ha forma discoidale e biconvessa (es. seme di lenticchia)
longitudinale =
sviluppo in altezza delle piante
mesofila =
riferito a pianta che predilige ambienti né troppo umidi né troppo secchi
obovato =
organo a contorno ovale, ma con la parte più larga opposta a quella su cui è inserito
pubescente =
organo ricoperto di peli corti minuti, morbidi
pruina =
rivestimento ceroso biancastro proprio delle prugne
scapo =
fusto radicale, portante fiori
sessile =
organo privo di picciolo e peduncolo
soro =
insieme di sporangi
speci frugali =
che si adattano a terreni poco fertili
sporangi =
involucro membranoso che contiene le spore
stazione =
zona, località, ambiente climatico
strobili =
come cono, è l’asse allungato che nelle conifere reca gli organi maschili e femminili
termofila =
pianta che vegeta in condizioni di temperatura elevata - legata al clima più caldo
termo-xerofili =
dei climi caldo-asciutti
terreno acido =
ricco di sostanze acide
terreni limosi =
sciolti ma fertili, con un po’di limo o argilla (come quello del Nilo)
terreni sciolti =
poco compatti come quelli sabbiosi.
xerico =
ambiente caratterizzato da suoli secchi e da scarsa umidità atmosferica dove vivono
piante delle “xerofile”
xerofila =
pianta che predilige ambiente xerico
valve =
pareti esterne dei frutti secchi che si aprono più o meno profondamente a maturità
verticillo =
gruppo di almeno tre organi inseriti su un’asse comune nello stesso punto
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FAUNA
ASPETTI GENERALI
Nell’ambito del territorio Gussaghese vi sono ambienti che favoriscono la presenza di una
fauna variegata composta da un buon numero di specie.
Numerosi sono gli uccelli che nidificano in loco quali: il merlo, la ghiandaia, l’averla minore, l’averla capirossa, il fringuello, la capinera, il cardellino, la cornacchia grigia, il gheppio, l’alloco, il cucolo, l’usignolo, la tortora, il rigogolo, l’upupa; nonché la presenza di uccelli stanziali come il fagiano e la starna. Durante il periodo migratorio vi si soffermano: il
prispolone, il tordo bottaccio, il tordo sassello, la cesena, la tordela, il pettirosso, la balia nera, la passera scopaiola, il lui, il regolo, il saltimpalo, lo stiaccino, il fanello, lo scricchiolo,
il lucarino, le cincie, il frosone, la peppola, gli zigoli, la beccaccia, il codirosso, il beccafico,
il crociere, il colombaccio, ecc. Inoltre negli ultimi anni sono divenuti più frequenti gli avvistamenti di poiane e falchi.
Tra i mammiferi sono presenti; la volpe, la faina, la martora, la donnola, il riccio, il ghiro, il nocciolino, le arvicole, la talpa, la lepre (la cui presenza è assicurata dai periodici lanci di ripopolamento), il cinghiale, ed in casi eccezionali anche il capriolo, ecc.
Non mancano i rettili più comuni come la vipera aspide, il biacco, il saettone, il colubro
d’esculapio, la biscia d’acqua dal collare, la coronella austriaca, l’orbettino, il ramarro ed
altre lucertole più diffuse; gli anfibi, quali: rane, rospi, la salamandra pezzata, la salamandra nera, alcuni tritoni; i molluschi, come: la chiocciola comune, la cepea dei boschi, le limacce.
Il gambero d’acqua dolce è ancora presente in alcuni corsi d’acqua .
Tra la fauna minore, assai abbondante, non poche sono le specie di insetti rari o particolarmente attraenti : coleotteri, ragni, libellule, farfalle, cimici, vespe, cavallette, ecc.
Nel presente capitolo vengono descritte alcune delle specie sopra elencate. A differenza
delle piante, gli animali del bosco il più delle volte risultano molto difficili da osservare, essi concedono solo rare e casuali apparizioni. Tuttavia è facile trovare resti e tracce che segnalano la loro presenza.
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UCCELLI
ALLODOLA (ALAUDA ARVENSIS)
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Alaudidi
Nome dialettale: Sàrlóda
Principale rappresentante della famiglia degli alaudidi,
uccello di medie dimensioni del peso di 30/40 grammi,
colonizza i terreni asciutti, ghiaiosi e sabbiosi, rifugge
quelli umidi e irrigui;nidifica per terra, costruendo il nido in un avvallamento del terreno, fa due o tre nidificazioni nel corso della stagione deponendo 4 o 5 uova per volta, la cova dura 12 giorni. Solo piccolissimi
particolari permettono la distinzione dei due sessi: il
maschio esplica il suo canto melodioso volando alto nel
cielo, il colore delle sue piume è molto mimetico, la parte superiore è marrone chiaro screziato e imita alla perfezione la terra smossa, la parte inferiore del corpo è
quasi bianca, le zampe sono lunghe, da uccello terricolo ( non lo si vedrà mai appoggiato sui rami di un albero).Le ali sono di buona estensione, da grande volatore.
Allodola (Foto 64)
AVERLA CAPIROSSA (LANIUS SENATOR)
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Lanidi
Nome dialettale: Gazarèt - Engànol
Giunge a Gussago quando la vegetazione è nel suo
massimo splendore, agli inizi di maggio, dopo aver
svernato in Africa. È uccello di piccole dimensioni un
po’ più grosso del passero domestico, deve il suo nome
alla colorazione color porpora della testa e del dorso nell’esemplare maschio che ha il petto bianco, ali
e coda bianche e nere;la femmina invece ha colori più
mimetici, marrone chiaro screziato di bianco. È considerato uccello predatore per il suo becco simile a quello dei rapaci, ma molto probabilmente la nostra averla
è solamente insettivora. Fa coincidere le nidificazioni, due all’anno, con lo sfalcio dei prati per avere magAverla Capirossa (Foto 65)
giori possibilità di reperire insetti, costruisce il nido quasi esclusivamente nei vigneti, all’incrocio dei tralci delle viti; i giovani dell’anno hanno i colori della femmina. È uccello arboricolo, frequenta le siepi,
le alberature di confine dei terreni, piccoli boschetti e i vigneti. Il numero dei soggetti nidificanti
nelle nostre zone è purtroppo in forte diminuzione, a causa di un’anomala predazione dei nidi
da parte delle cornacchie, che in questi ultimi anni sono aumentate a dismisura, e a seguito dell’uso di insetticidi nei vigneti. È uccello abbastanza timido e schivo non sopporta di essere disturbato, è forse l’unico uccello assieme al rigogolo che non frequenta luoghi urbani.
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Nemici naturali: Gufi, civette e corvidi.
Dove osservarlo: nidifica nei vigneti a lato del percorso ciclabile, quindi è visibile, nella sua
livrea nuziale, nei mesi estivi posato sulla sommità di qualche tutore, dalla quale controlla il
suo territorio.
BALIA NERA (MUSCICAPA HYPOLEUCA)
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Muscicapidi
Nome dialettale: Alì - Alèt
Verso la metà del mese di agosto, dopo i primi temporali che rinfrescano il clima estivo, giungono da noi i primi esemplari di balia nera, è il primo segnale che l’estate sta finendo, la sua
migrazione durerà fino alla fine di settembre, compiendo nella prima decade di questo mese
una vera e propria invasione dei nostri territori:ogni siepe, giardino, vigna, castagneto, filare di
pioppi ne è popolato. Uccello di piccole dimensioni, pesa circa 15 grammi, è prettamente insettivoro, frequenta tutti gli ambienti, non è difficile osservarlo catturare insetti in volo.
Durante il passo autunnale è impossibile distinguere il maschio dalla femmina, hanno piumaggio simile, in primavera, durante il ripasso, il maschio porta la veste nuziale, le sue penne
che in autunno erano grigio oliva diventano di un nero brillante, le parti che erano grigio chiaro diventano di un bianco candido.
Alcuni esemplari sono ancora da noi alla metà di maggio, le nidificazioni sulle alpi sono rarissime, fa un’unica nidificazione deponendo 4 o 6 uova, già alla fine di luglio comincia a lasciare i quartieri di nidificazione per spostarsi verso il sud.
Specie affine e nidificante da noi è il pigliamosche, quasi identico alla balia nera ha colori meno appariscenti e tendenti al grigio, in dialetto viene chiamato griset, nidifica prevalentemente
nei vigneti, il suo nome latino è muscicapa albicollis, non è difficile osservarlo in estate posato
sui fili di sostegno delle viti.
BECCACCIA (SCOLAPAX RUSTICOLA)
Ordine : Caradriformi
Famiglia: Scolopacidi
Nome dialettale: Àrsia o Àrsa
Uccello di grosse dimensioni che può raggiungere i
450 grammi di peso, è il maggiore rappresentante della famiglia degli scolopacidi. E’ dotato di un mimetismo quasi perfetto nell’ambiente autunnale – invernale: il colore del suo piumaggio è un misto di marrone,
nero, ocra e bianco con barrature longitudinali e trasversali, chiare e scure.
Mangia sia di giorno che di notte, possiede organi di
senso acutissimi e un becco lungo fino a 70 millimetri, dotato in punta di sensori che gli permettono di cogliere la presenza, nel terreno o sotto le foglie, di lom brichi o piccoli insetti.Si nutre quasi esclusivamente di
Beccaccia (Foto 66)
lombrichi che strappa dal terreno col suo lungo becco e di qualche insetto che ricerca rovistando tra le foglie cadute. Durante il giorno frequenta quasi esclusivamente il bosco che abbandona la sera,
pochi minuti prima del buio, per recarsi in spazi più aperti dove passa la notte alla ricerca di
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lombrichi e forse anche per riposare; all’alba, seguendo lo stesso itinerario della sera precedente, ritorna nel bosco.
In questo modo sembra sfuggire ai suoi nemici naturali quali il gufo reale. Per evitare la predazione dei rapaci diurni che cacciano in volo, compie le sue migrazioni, verso il Nord Africa,
di notte orientandosi con la luna o le stelle. Non nidifica nel comune di Gussago dove giunge durante il passo autunnale nel periodo ottobre - novembre, alcuni individui riescono ad eludere cani e cacciatori e riescono persino a svernare sui versanti più soleggiati delle nostre colline. Essendo la sua alimentazione legata al lombrico, teme e rifugge le forti gelate che induriscono il terreno e rendono inservibile il suo lungo becco. È uccello solitario e solo in primavera all’epoca della risalita verso le aree di nidificazione lo si può osservare in coppia.
Nemici naturali: il gufo reale, l’astore e lo sparviero.
Dove osservarla: sul percorso ciclabile nella parte nord della collina della Santissima la si
può vedere in volo al mattino prestissimo o alla sera all’imbrunire nei mesi di ottobre, novembre, febbraio e marzo.
CARDELLINO (CARDUELIS CARDUELIS)
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Fringillidi
Nome dialettale: Raarì
Principale rappresentante del gruppo carduelis, il cardellino è uno degli uccelli più diffusi sul territorio italiano. Quasi esclusivamente granivoro, deve il suo nome all’abitudine di cibarsi dei semi dei cardi. E’ uccello di piccole dimensioni dal piumaggio molto colorato: giallo, rosso, nero, marrone e bianco fanno parte della sua livrea; maschio e femmina sono simili, il
maschio ha la macchia rossa della faccia più estesa.
Nidifica da noi costruendo il nido anche sulle conifere
dei nostri giardini, due nidificazioni annue, finito il
periodo della riproduzione diventa fortemente gregario, sempre alla ricerca di cibo. Ultimante, grazie alla
Cardellino (Foto 67)
diffusione della coltivazione del girasole, anche da noi
ha trovato una fonte di cibo non indifferente e assieme
al cugino verdone (carduelis cloris) crea non pochi problemi a questo genere di coltura.In mancanza del girasole va alla ricerca dei prati stabili dove abbonda la centaurea pratensis per cibarsi dei suoi semi. E’ un uccello solare che ama gli spazi aperti i terreni asciutti e preferibilmente incolti, durante l’inverno frequenta volentieri i versanti soleggiati delle nostre colline.
Altro parente stretto del cardellino che ha preso a colonizzare il nostro ambiente di pianura e
della collina è il verzellino (serinus serinus), sconosciuto da noi fino a non molti anni fa, uccello di piccolissime dimensioni somigliante al lucherino (carduelis spinus), ha abitudini molto
simili a quelle del cardellino:nidifica nei vigneti e frequenta gli stessi ambienti nutrendosi delle
stesse essenze.
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CODIROSSO (PHOENICURUS PHOENICURUS)
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Turdidi
Nome dialettale: Cua rossa, Carosì
Uccelletto molto simpatico che frequenta i nostri giardini e i nostri orti, è uccello che non sverna a Gussago dove però arriva alla fine di aprile per nidificare:
luoghi prediletti sono i buchi dei vecchi muri.Il maschio
in estate ha colori molto vivaci, coda rossa, gola nera
e testa bianca, groppone grigio azzurro, petto rossiccio e pancia chiara, la femmina invece ha colori più mimetici, tendenti al marrone chiaro, la coda è comunque rossa; i giovani avranno i colori della femmina.
Uccello prettamente insettivoro, frequenta i giardini
appena sfalciati, oppure perlustra gli alberi alla ricerca
di insetti; nella nostra campagna è quasi assente,
Codirosso (Foto 68)
qualche esemplare nidifica nei muri a secco della collina. Nel mese di settembre i nostri ospiti ci lasciano,
nella campagna compaiono esemplari che stanno compiendo la migrazione che li porterà in
Africa per svernare.
Ai primi di novembre nella nostra campagna arriva però un codirosso meno freddoloso:è il codirosso spazzacamino, il suo nome scientifico è Phoenicurus ochruros, è di colore nero fumo salvo la solita coda rossa; nidifica sulla montagna ad altitudini anche elevate, lo si può osservare nei pascoli alpini sulla sommità di qualche pietra, fa il nido nelle baite o nei fienili di
montagna.
COLOMBACCIO (COLUMBA PALUMBUS)
Ordine: Columbiformi
Famiglia: Columbidi
Nome dialettale: Colombáss
Da qualche anno a questa parte una piccola colonia di
colombacci si è insediata a ridosso dell’abitato della frazione Sale, probabilmente nidificano sui grandi alberi delle ville padronali presenti nella zona.Non sono molti, una
decina, ma contribuiscono a dare un tocco di classe alla
nostra fauna. Il colombaccio è uccello molto bello ed elegante, ha il piumaggio color grigio azzurro con tonalità rosa, collarino bianco e l’inconfondibile spettro alare bianco
che lo distingue dai piccioni domestici.È uccello di grosse dimensioni, grande volatore, ha apertura alare di 70
cm e lunghezza del corpo di 40 cm può pesare otre 500
grammi. Si nutre prevalentemente di granaglie, il suo
piatto forte dovrebbe essere il frutto delle querce, la
ghianda, ma ultimamente ha preferito optare per granoColombaccio (Foto 69)
turco e girasole. Non è difficile vederlo in estate posato a
terra a beccare i germogli di qualche tenera erba, è il momento migliore per poterlo osservare
con l’ausilio di un buon binocolo perché è sempre molto diffidente e non è facile avvicinarlo.
Non passa l’inverno nelle nostre zone, teme il freddo intenso, negli ultimi anni però alcune
popolazioni di colombacci nord europei hanno acquisito l’abitudine di svernare nella Pianura
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Padana. Durante la migrazione è fortemente gregario, non è difficile vedere, nelle mattine di
ottobre sulle rotte di migrazione che da noi vanno da est verso ovest, numerosi stormi composti da qualche decina di individui. Pare che le variazioni climatiche degli ultimi anni abbiano ritardato il periodo di passo di questi uccelli, un tempo era la prima decade di ottobre il periodo
di punta, ora non è difficile vederne anche alla fine di ottobre, in notevole quantità.
Un altro columbide è arrivato in tempi recenti: è la tortora dal collare orientale; i primi
esemplari si sono visti a Gussago una ventina di anni fa, quasi in sordina hanno colonizzato
i giardini delle nostre abitazioni nidificando su pini e cedri del libano. Non è difficile vedere questa tortora appollaiata sulle antenne televisive, per alimentarsi si reca nella campagna,
ma molto spesso ruba il becchime a polli e galline. Assieme ai passeri, ai colombacci, ai cardellini, ai verzellini, ai verdoni fa combutta per saccheggiare le coltivazioni di girasole; fortunatamente quasi tutte le coltivazioni di girasole da noi sono a perdere, pagate ai contadini
con i soldi dei cacciatori per foraggiare la selvaggina.
A Gussago nidifica un’altra tortora, quella detta comunemente africana, quella del collare ha
origini asiatiche. La tortora africana ( streptopelia turtur) è animale solare ed estivo, rifugge freddo ed umidità, arriva assieme agli altri uccelli estivi ai primi di maggio, contrariamente all’altra tortora questa è rimasta selvatica, raramente si introduce nell’abitato; nidifica
sugli alti alberi della campagna, pioppi o robinie; è specie in forte regresso numerico nonostante le abbondanti disponibilità alimentari, forse non riesce a difendere i nidacei dalla predazione da parte delle cornacchie.
CORNACCHIA GRIGIA (CORVUS CORONE CORNIX)
Ordine: Passeriforni
Famiglia: Corvidi
Nome dialettale: Cornácia, Gróla
Fino ad una ventina di anni fa era quasi impossibile vedere nella campagna gussaghese un
esemplare di cornacchia grigia o una gazza ladra, oggi invece sono centinaia gli esemplari di
cornacchia grigia che popolano il nostro territorio, quasi esclusivamente in pianura;alla sera si
radunano e volano verso il monte Pi Castello nel Comune di Brescia dove passano la notte.
È specie nidificante nel nostro Comune, costruisce il nido fatto di un intreccio di rametti secchi
sui rami più alti dei pioppi, ma alcune coppie sono stanziate nei parchi urbani e nidificano sui
cedri del Libano.
È specie onnivora, gregaria e dotata di notevole intelligenza, dannosa per tutte le specie di
piccoli uccelli, uno dei suoi passatempi preferiti è la ricerca e il saccheggio dei nidi di merli, fringuelli, cardellini, verdoni, tortore, averle; sono state viste predare piccoli di lepre, ghiri, piccoli
di fagiano e starna, sono una vera calamità. Unica loro attività utile all’uomo è la predazione
dei piccoli roditori che popolano i prati, arvicole e toporagni.Con grande destrezza individua
i filari del granoturco appena seminato o già germogliato, beccandone a dismisura, con grande disappunto degli agricoltori. In estate è possibile osservare le cornacchie intente a sfogliare le pannocchie del granoturco ormai vicino alla maturazione e beccarne i teneri semi;hanno
anche acquisito l’abitudine di forare col loro forte becco gli involucri di plastica delle balle di fieno che si vedono allineate nei campi, provocando la putrefazione del contenuto perché viene
a mancare la tenuta stagna. Non si conosce il motivo di questo comportamento, forse è solo
curiosità di voler capire cosa c’è in quei contenitori, allineati nei campi, dal vago odore caramellato.
In autunno si cibano prevalentemente del granoturco che rimane sul terreno dopo il raccolto, è
forse l’unica stagione in cui non fanno danni, hanno anche imparato a cibarsi delle noci, che
rompono battendole su di una pietra o sulla sommità di qualche grosso tutore delle viti.
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Ne è consentita la caccia, ma non sono facili prede. In natura non ha praticamente nemici,
nemmeno i falchi più grossi azzardano un attacco, verrebbero assaliti dall’intero gruppo, anzi
non è difficile vedere nel cielo un falco o una poiana che vengono attaccati e cacciati da un
gruppo di cornacchie. Le aumentate disponibilità alimentari (la cornacchia assieme ai gabbiani è un visitatore abituale delle discariche di rifiuti, ripulisce le strade da tutte le carogne di animali che vengono schiacciati dalle automobili) e le mutate condizioni ambientali stanno facendo la fortuna di questa specie, purtroppo a discapito di altre.
PETTIROSSO (ERITHACUS RUBECOLA)
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Turdidi
Dialetto: Sbesèt, Salta - martì
Il pettirosso è il più piccolo rappresentante della famiglia dei turdidi, e dopo il tordo è sicuramente il più numeroso e conosciuto, la sua consistenza numerica durante il periodo del passo è inferiore solo a quella di
fringuelli, peppole e lucherini.
Arriva nelle nostre zone già alla fine di settembre e
colonizza tutti gli ambienti dove può trovare un minimo
di riparo e sussistenza, si nutre prevalentemente di
bacche selvatiche, piccoli frutti, insetti e lombrichi.
Uccellino molto territoriale occupa anche orti e giardini, dove trova cibo in abbondanza.
Da poco tempo, alcune coppie nidificano anche nel
Pettirosso (Foto 70)
territorio di Gussago, sicuramente nella valle del
Faido a Navezze e in località Quarone.
Alcuni esemplari svernano nel territorio gussaghese scegliendo i versanti soleggiati delle nostre colline oppure i giardini delle abitazioni, trovano riparo notturno in fienili o nei buchi di vecchi muri.È uccello molto curioso che non teme la presenza dell’uomo, anzi se lo incontrate durante un’escursione nel bosco si fermerà ad osservarvi.
Nemici naturali: tutti i rapaci notturni.
Dove osservarlo: nei mesi autunnali, lungo le fitte siepi che costeggiano il Periplo della Santissima.
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MAMMIFERI
CAPRIOLO (CAPREOLUS CAPREOLUS)
Ordine: Artiodattili
Famiglia: Cervidi
Nome dialettale: Cavriol
In tutta l’Italia continentale stiamo assistendo ad una
espansione numerica degli ungulati, favorita dalla
scomparsa dalla collina e dalla montagna delle attività umane;se da un lato questo porta ad un dissesto
territoriale di non poco conto, dissesto di ordine geologico, dall’altro si crea una maggiore disponibilità alimentare e di territorio per tutti gli ungulati.
I primi avvistamenti di capriolo sul nostro territorio risalgono agli inizi degli anni 80 in località Quarone e
Roccoli; altri avvistamenti si sono succeduti negli anni in località Tesa di Sopra. Nel novembre del 2001,
dopo una settimana di freddo intenso, alcuni esemplari sono giunti sulle nostre colline, probabilmente
provenienti dalle falde del Monte Guglielmo;un esemplare femmina è sceso nell’abitato di Ronco, entrato
nel giardino di un’abitazione:è stato catturato dalla forestale e liberato in località Roccoli.
Capriolo (Foto 71)
Il capriolo, in origine, era animale di pianura o della
bassa collina, teme il freddo intenso e le forti nevicate;nei vicini Paesi dell’Est europeo con clima simile al nostro è comunissimo nella pianura anche coltivata.
CINGHIALE (SUS SCROFA)
Ordine: Artiodattili
Famiglia: Suidi
Nome dialettale: Singhial
Compare quasi improvvisamente sulle nostre colline agli inizi degli anni ’80, probabilmente
qualche esemplare è sconfinato da noi dalla vicina Valle Trompia, dove sembra che alcuni
esemplari fossero fuggiti da un allevamento. Negli anni successivi alcune femmine gravide furono liberate per ripopolamento, nel giro di pochi anni questo suide ha colonizzato tutte le nostre colline e montagne, incentivato anche dall’abbandono della collina da parte dell’uomo. Infatti, i boschi cedui non sono più tagliati, il bosco invecchia e la produzione di castagne e ghiande aumenta a dismisura fornendo a questi animali riserve di cibo quasi illimitate.
Nelle nostre zone, il cinghiale non ha nessun nemico naturale, solo l’uomo lo caccia per contenerne il numero: nei mesi estivi l’Amministrazione Provinciale incarica tecnici specializzati
per censire il numero di animali presenti sul territorio, viene usato il metodo del rilievo delle impronte, in base a questo censimento viene stabilita la quota di animali che deve essere abbattuta durante la stagione venatoria. La caccia a questo animale si apre il 1° di novembre, viene
effettuata con la tecnica della battuta, con l’ausilio di cani addestrati a stanare questi animali.
Nella nostra zona è operante una sola squadra di cinghialai che può operare entro confini ben
precisi, stabiliti dall’Amministrazione Provinciale, che comprendono i monti dei Comuni di Iseo,
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Polaveno, Ome, Monticelli Brusati, Brione, Rodengo Saiano, Gussago e Villa Carcina. Nel
2002, in questo territorio è stata censita una popolazione di cinghiali stimata in 350/400 unità,
l’anno prima era stato previsto un piano di abbattimento di 120 unità.
Il cinghiale è il capostipite del maiale comune se si accoppia con esso produce ibridi fecondi,
i nostri cinghiali non brillano per purezza di razza, quasi certamente sono ibridati con qualche
maiale. E’ comunque un animale forte, intelligente, di non facile cattura, sa mettere a dura
prova cani e cacciatori e spesso crea qualche problema all’agricoltura della collina; è animale
onnivoro che si ciba di tutto quanto è commestibile: rovista con il suo potente grugno i prati
alla ricerca dei piccoli tuberi dei crocus e delle orchidee, arrecando notevole danno alla cotica
erbosa; scuote le piante da frutto per far cadere a terra i frutti e cibarsene; patate e granoturco sono la sua passione. Fortunatamente non è ancora sconfinato nella nostra pianura:la S.P.
19 fa da barriera alle sue scorribande notturne. Il maschio dei nostri cinghiali può superare i
100 kg di peso, il periodo degli amori viene in autunno, dopo una gestazione di circa 120
giorni la femmina partorisce da 4 a 10 piccoli col tipico manto striato longitudinalmente.Vederlo in attività durante il giorno è quasi impossibile, sta rintanato nei fitti roveti delle nostre valli più impervie: Val Gandine, Val Volpera, i boschi a nord della Tesa di Sopra; di notte esce per
le sue scorribande. Di giorno, in estate, è possibile vedere la femmina con i piccoli, se molestata in questa situazione può attaccare anche l’uomo rendendosi pericolosa.
LEPRE COMUNE ( L EPUS EUROPAEUS)
Ordine: Lagomorfi
Famiglia: Leporidi
Nome dialettale: Legòr
La lepre che abita le nostre contrade è la lepre comune europea. Animale molto versatile in grado di colonizzare tutti gli ambienti fino a circa 2000 metri, oltre i quali può convivere con la lepre bianca variabile. Non teme
il caldo torr ido, il freddo intenso, la neve alta.
Ha pelo color rosso-marrone, screziato di
nero, solo la pancia e la coda sono bianche
mentre la punta delle orecchie, che sono di
notevoli dimensioni, è nera. Può essere
scambiata per un coniglio, ma una attenta
osservazione rileva zampe posteriori molto
Lepre (Foto 72)
più lunghe, orecchie più grandi, forma generale più snella e slanciata.
La lepre è uno dei pochi animali che non costruisce il nido né cerca una tana, di gior no
dorme accovacciata nell’erba alta, fidandosi ciecamente del suo mimetismo. Un’altra arma di
difesa contro i predatori, che con la lepre non possono competere, è la velocità di fuga che
per brevi tratti può raggiungere i 70 km orari. Ha abitudini prevalentemente notturne, è erbivora, si nutre quasi esclusivamente di leguminose, erba medica, trifoglio, ladino e di qualche
piccola ginestra: nei mesi invernali può provocare qualche danno all’agricoltura rosicchiando
la corteccia degli alberi da frutto, principalmente meli e peri. La femmina può partorire da 1
a 5 piccoli, 4 o 5 volte all’anno, in pr imavera e in estate, ma sono stati osservati parti anche in autunno e in inve rn o. Depone i piccoli sul terreno nascondendoli nell’erba, distanziati
l’uno dall’altro di qualche decina di metri, per evitare eventuali predazioni collettive. I piccoli
vengono allattati ogni 6 ore per circa 20-25 giorni, poi diventano autonomi e cominciano a brucare l’erba.
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Nemici naturali: la volpe, i gatti inselvatichiti e le cornacchie che ne catturano i piccoli; il
gufo reale che attacca soprattutto individui adulti nel cuore della notte; l’uomo che la caccia
senza tregua con l’ausilio dei cani segugi.
Dove osservarla: date le abitudini notturne non è facile la sua osservazione, ma in primavera o in estate si può incontrare in pieno giorno una femmina che fa il giro per allattare i suoi
piccoli, per gli spostamenti usa le carrarecce di campagna.
VOLPE (VULPES VULPES)
Ordine: Carnivori
Famiglia: Canidi
Nome dialettale: Volp
Presente su tutto il territorio del comune di
Gussago, la volpe è l’unico canide selvatico rimasto nel nord d’Italia.È un predatore dotato
di buone doti fisiche; organi di senso molto
sviluppati e un’intelligenza non comune le
permettono di adattarsi e di avere successo in
qualsiasi ambiente. Ha abitudini prevalentemente notturne, le sue prede più comuni sono
i toporagni, le arvicole, i topi, piccoli e giovani di
lepre, non rifiuta di cibarsi anche di frutti selvatici e coltivati, è onnivora come i nostri cani domestici.
Alla fine dell’inverno le femmine hanno il loro
ciclo annuale di calore, in questo periodo i maschi lottano fra di loro per conquistare una
Volpe (Foto 73)
femmina per l’accoppiamento. Le coppie si
formano da noi il mese di febbraio, dopo 60 giorni di gestazione la femmina partorisce i piccoli, da uno a sei, all’interno della sua tana migliore. Dopo 40 o 50 giorni di lattazione i piccoli necessitano di un’alimentazione di origine animale, è in questo periodo che le volpi diventano delle vere ladre: predano pollai, conigliere, catturano lepri e fagiani.In autunno i giovani sono già indipendenti e abbandonano il territorio occupato dai loro genitori.Il corpo ha forma affusolata ed è coperto da una folta pelliccia di colore rossastro, la caratteristica coda è lunga e
folta, le zampe sono di colore scuro o quasi nere in qualche esemplare. La femmina pesa 8-10
kg, il maschio 10-15.
Nel nostro territorio, le tane delle volpi sono localizzate sulle colline, di notte le abbandonano per cacciare in pianura.
Nemici naturali: nel nostro territorio non ha nemici naturali.
Dove osservarla: pur essendo l’animale più difficile da osservare, la si può a volte incrociare di notte lungo le stradine di campagna o di collina; la sua presenza è però segnalata dalle
orme particolarmente evidenti sulla neve.
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ANFIBI E RETTILI
Queste due classi di vertebrati sono stati i primi a colonizzare in modo più o meno integrale le terre emerse con una serie di trasformazioni anatomiche e fisiologiche che hanno permesso loro un buon adattamento. I primi a staccarsi dalle acque e ad invadere la terra sono
stati gli anfibi circa 400 milioni di anni fa (Era Paleozoica), ma non hanno mai ottenuto un
evidente successo evolutivo perché condizionati a ritornare all’acqua per lo sviluppo delle
uova e della larva. I rettili, al contrario, riuscirono in pieno a “conquistare le terre” perché
provvisti di un uovo capace di svilupparsi in ambiente secco e subaereo. Per questo motivo,
dalla fine dell’Era Paleozoica in poi sono stati sempre presenti e nel Mesozoico dettero prova di grande “abilità” formando un impressionante numero di specie, alcune delle quali
straordinarie e gigantesche come ad esempio i dinosauri.
Tutti questi animali nonostante la loro importanza nella storia dell’evoluzione e nello
studio degli ambienti naturali, trovano pochi estimatori e difensori. Timore ed ignoranza
prevalgono sulla simpatia a tal punto che sono sempre evitati e trattati come esseri viscidi
e nauseanti.
Durante le passeggiate nel territorio comunale si possono incontrare con una certa frequenza diversi anfibi e rettili che, silenziosi e solitari o qualche volta rumorosi a nascondersi tra l’erba alta, tendono ad abitare ambienti idonei al loro modo di vita. Gli anfibi preferiscono l’umidità e si ripararano dalla luce per il costante pericolo della disidratazione che impedirebbe l’assorbimento dell’ossigeno da parte della pelle. Infatti una certa quantità di questo gas entra nel circolo sanguigno attraverso l’epidermide. Gli adattamenti acquisiti per evitare tale inconveniente sono diversi e vanno dalla vita acquatica sino alla vita notturna, oppure questi animali si infossano in buche più o meno profonde. Tutti comunque in primavera si ritrovano in rigagnoli, paludi o pozze effimere per l’accoppiamento che porta alla deposizione di una grande quantità di uova. Gli anfibi in Italia sono di due tipi, quelli senza
coda, cioè rane, rospi e raganelle che appartengono agli anuri, e gli urodeli che mantengono la coda e sono le salamandre e i tritoni. A livello biologico hanno una forma larvale tipicamente acquatica (il girino per intenderci) che respira con le branchie e possiede la coda per
meglio muoversi nel mezzo liquido. Con la metamorfosi si sviluppano i polmoni, regrediscono le branchie e si formano gli arti e nelle rane sparisce la coda. Possono a questo punto
abbandonare l’acqua per la terraferma, continuando a mantenere il contatto con gli stagni solo sporadicamente.
I rettili attuali sono terrestri, ma condizionati dalla temperatura corporea che non è costante, hanno bisogno di riscaldare il proprio corpo durante le ore calde della giornata e all’alba ed al tramonto sono quasi sempre inattivi. In inverno vanno tutti in letargo. Ai rettili
appartengono i sauri, cioè le lucertole dotate di zampe e gli ofidi dal corpo allungato e serpentiforme. Sono rintracciabili ai margini dei boschi e delle petraie, ma anche in prossimità
di laghetti e pozze d’acqua dove si appostano per catturare anfibi o piccoli mammiferi che
vanno per dissetarsi. Alcuni si possono incontrare negli ambienti urbani specialmente dove
sono presenti anfratti e cataste di legna per nascondersi.
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RAGANELLA (HYLAARBOREA )
Ordine : Anuri
Famiglia: Ilidi
Nome dialettale: Raganéló
Questa piccola rana si può osser vare sulle foglie larghe degli alberi, da cui raramente scende
a terra.La parte dorsale del corpo è di colore verde mentre la parte ventrale è bianca.Le punte delle dita sono dotate di piccoli rigonfiamenti adesivi a disco con cui si arrampicano con
estrema facilità sui tronchi e sui rami per catturare gli insetti in volo. Si accoppia in acqua dopo aver rumorosamente ricercato il partner con rapidi crac,crac,crac.
RANA TEMPORARIA (RANA TEMPORARIA)
Ordine : Anuri
Famiglia: Ranidi
Nome dialettale: Campèr
Nel territorio sono segnalati diversi tipi di rane, le
quali si differenziano dai rospi per avere un corpo più slanciato e la pelle liscia.Si muovono agilmente e con ottimi balzi sulla terraferma e sono
abili nuotatrici. Si classificano in rane verdi e rane rosse. Tra quelle rosse è presente la Rana
Temporaria dal colore di fondo bruno rossastro e
un tipico segno di V rovesciata tra le spalle. Tipicamente terragnola abita una grande varietà di
ambienti e la si incontra in acqua nei periodi dell’accoppiamento.
Rana temporaria (Foto 74)
ROSPO COMUNE (BUFO BUFO )
Ordine : Anuri
Famiglia: Bufonidi
Nome dialettale: Rapat
Altro rospo abbastanza comune si incontra al crepuscolo quando esce dal suo nascondiglio
abituale, costituito da sassi o buche scavate nel terreno. Il corpo di colore bruno o marrone è
ricoperto di ghiandole mucipare e verruche e può raggiungere anche i 20 cm in altezza.
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ROSPO SMERALDINO (BUFO VIRIDIS )
Ordine : Anuri
Famiglia: Bufonidi
Nome dialettale: Rapat
Il rospo smeraldino non è il maschio delle rane,
ma una specie a se stante dal corpo tozzo con
piccole verruche ed escrescenze. Quasi sempre
notturno emette dei versi simili a quelli di un grillo per farsi riconoscere dai propri simili. E’ uno
dei rari casi di anfibi che predilige ambienti secchi, come i prati e i giardini, dove procede a saltelli veloci quando viene inseguito. Il maschio (altezza 8 cm) è sempre più piccolo della femmina
che depone una grande quantità di uova. Si nutre di insetti ed altri invertebrati. Si può incontrare frequentemente nei nostri giardini.
Rospo smeraldino (Foto 75)
SALAMANDRA PEZZATA (SALAMANDRA SALAMANDRA)
Ordine: Caudati
Famiglia: Salamandridi
Nome dialettale: Beso cagnò
Questo urodelo è facile da riconoscere. Lungo
circa 25 cm da adulto, si presenta nero lucente
con macchie gialle talvolta allungate e con la
pelle impregnata di abbondante secrezione, irritante per i predatori. E’ notturno e lo si può incontrare dopo un’abbondante pioggia o all’imbrunire, quasi sempre vicino a pozze d’acqua,
dove le femmine partoriscono una trentina di larve branchiate. In primavera si ritrova un gran numero di partorienti nelle pozze e nelle vallette
più umide del territorio.
Nelle aree di Quarone, Brione e Polaveno è segnalata la presenza della più rara salamandra
alpina o nera (Salamandra atra) che si differenzia per essere completamente nera e di dimensioni ridotte.
Salamandra (Foto 76)
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LUCERTOLA MURAIOLA (LACERTA- PODARCIS
MURALIS)
Ordine : Squamati
Famiglia: Lacertidi
Nome dialettale: Luserta
Specie tipicamente arrampicatrice si osserva tra
vecchie muraglie e muri a secco nonché tra cumuli di pietre e abbarbicata tra la vegetazione
dei dirupi. E’ la più comune lucertola bruna che
si trova nei giardini delle abitazioni e all’interno
dei centri urbani. Molto attiva ed agile, ingaggia
lotte per la padronanza del territorio e durante i
periodi degli accoppiamenti;depone sino ad una
decina di uova 2-3 volte l’anno. Spesso, per difesa, abbandona la coda che si stacca e che ricresce nel giro di pochi giorni.
Lucertola muraiola (Foto 77)
RAMARRO (LACERTA VIRIDIS)
Ordine : Squamati
Famiglia: Lacertidi
Nome dialettale: Lusertù
Il corpo di questo elegante sauro è quasi il doppio di quello di una lucertola normale dalla quale si differenzia anche per il colore verde-vivo; è
presente in ogni ambiente anche se preferisce
aree con fitta vegetazione cespugliosa.Il ramarro caccia prevalentemente invertebrati, ma anche uova e nidiacei di piccoli uccelli. E’ oviparo
e la femmina può deporre sino ad una ventina di
uova. Gli accoppiamenti seguono rocambolesche zuffe tra maschi ed inseguimenti prolungati.
Ramarro (Foto 78)
ORBETTINO (ANGUIS FRAGILISS)
Ordine : Squamati
Famiglia: Anguidi
Nome dialettale: Hiborgula
Il corpo serpentiforme farebbe credere ad una specie di ofide, invece si tratta di un sauro privo di arti di cui conserva i rudimenti all’interno. Come le lucertole è dotato di palpebre e di coda autotomica, capace cioè di amputarsi spontaneamente per difesa. Preferisce gli ambienti
umidi, ma si rinviene dappertutto, disdegnando le ore più calde del giorno. Si muove lentamente sempre vigile catturando invertebrati di cui è ghiotto. Tende a scaldarsi rimanendo sotto pietre od oggetti caldi piuttosto che direttamente dal sole. Le femmine partoriscono direttamente fino ad una ventina di piccoli già attivi sin dall’inizio.
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BIACCO MAGGIORE (COLUBER VIRIDIFLAVIS)
Ordine : Squamati
Famiglia: Colubridi
Nome dialettale: Bès bastüner
Serpente slanciato molto attivo, lungo anche sino a due metri, dalla colorazione verde-giallastra in parte oscurata dalla pigmentazione nera di fondo. Estremamente aggressivo quando è
catturato, morde freneticamente ma non possiede veleno, per cui risulta innocuo. L’alimentazione è assai varia e comprende nidiacei di uccelli, rane e lucertole non disdegnando piccoli
mammiferi. Aggredisce e si nutre di vipere, essendo immune al loro veleno. Le femmine depongono una quindicina di uova in primavera. Predilige ambienti secchi e ricchi di vegetazione, quali margini di bosco, zone cespugliose e boschi aperti.Il biacco maggiore, superati gli ottanta cm, diventa tutto nero. I piccoli di biacco sono molto comuni negli orti e nei giardini.
BISCIA D’ACQUA DAL COLLARE (NATRIX NATRIX)
Ordine : Squamati
Famiglia: Colubridi
Nome dialettale: Bèso d’acquó
Colorazione da marrone a verde olivastro, ma talvolta anche grigio-nera con il caratteristico collare scuro; può raggiungere i due metri di lunghezza, specialmente la femmina. Presente in
prossimità di pozze e rigagnoli do ve può cacciare in modo molto sicuro, è comune però in tutti gli ambienti. Abbastanza tranquilla non attacca se disturbata, ma può fischiare ed emettere
gocce di un liquido fetido dalla ghiandola anale, per scoraggiare gli aggressori, e in certi casi
può fingersi morta sino a far uscire gocce di sangue dalla bocca. Gli accoppiamenti avvengono con un groviglio di maschi ed una sola femmina che depone una cinquantina di uova.La biscia produce un veleno potente che non può essere inoculato per la mancanza di denti adatti per l’uso.
SAETTONE (ELAPHE LONGISSIMA )
Ordine : Squamati
Famiglia: Colubridi
Nome dialettale: Andó
Grande serpente che può arrivare sino a due
metri circa di lunghezza, dalla colorazione grigio,
verde-oliva, mattone, abitante di zone aride, soleggiate ed asciutte. Si arrampica con grande
abilità sugli alberi per predare uccelli e nidiacei
che vengono soffocati tra le spire. E’ il vero serpente costrittore italiano! Oviparo, le femmine
depongono una quindicina di uova biancastre.
Molto particolari sono i corteggiamenti e gli accoppiamenti che somigliano a danze con movimenti ritmati ed eleganti. Il morso, anche se privo di veleno, può risultare pericoloso in quanto
può trasmettere la rabbia.
Saettone (Foto 79)
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VIPERA COMUNE (VIPERA ASPIS )
Ordine: Squamati
Famiglia: Viperidi
Nome dialettale: Viperó
Piccola, mai superiore ai 70 cm, ha il corpo tozzo con una coda relativamente corta. Diurna,
può occasionalmente muoversi al buio se il clima
lo permette. Vive ai margini di boscaglie, paludi e
litorali sabbiosi; è stata comunque incontrata un
po’in tutti gli ambienti. Gli accoppiamenti avvengono in primavera dopo violenti e rumorosi duelli:strano a dirsi ma il perdente si accoppia prima
del vincitore e nel medesimo punto dove è avvenuta la lotta prenuziale! Il significato di ciò è tutto da scoprire. Le femmine verso la fine dell’estate partoriscono una decina di viperini che si
Vipera comune (Foto 80)
rendono subito autonomi. Lucertole e piccoli
mammiferi sono il pasto quotidiano. Pur evitando
la presenza dell’uomo con una salutare e veloce sparizione, se messa alle strette si dimostra
combattente ed aggressiva: il suo veleno è simile a quello della vipera dal corno (assente nella nostra area).Risulta meno pericolosa della stessa solo perché inocula intorno ai 5 mg di veleno mentre la dose letale media per l’uomo e di circa 15 mg.Attenzione a sollevare sassi perché durante le ore più calde trova riparo tra le pietre.
GAMBERO DI FIUME E ACQUA DOLCE (AUSTROPOTAMOBIUS PALLIPES)
Ordine: Decapodi
Sottordine: Eucaridi
Nome dialettale: Gambér
Crostaceo di color bruno-marrone, con cefaloto race coperto da una corazza e l’addome suddiviso in anelli, è dotato di antenne lunghe 4-5 cm.
Lo sviluppo è diretto senza fase larvale. Le uova
restano aggrappate all’addome dell’adulto per il
periodo di incubazione. Con l’aumento corporeo
perdono le placche crostacee e le rimpiazzano
con altre nuove e maggiorate, questo si ripete
per tutta la loro esistenza. Si cibano di carogne:
pesci e altri animali caduti casualmente in acqua, ma sopratutto di lombrichi acquatici intersecati tra le radici di crescione e di altre piante acquatiche.Vivono in acqua sorgiva pulita e corrente. Molto ricercati per la loro gustosa polpa.
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Gambero di fiume e acqua dolce (Foto 81)
INSETTI
COCCINELLA (COCCINELLA SETTEMPUNCTATA)
Ordine: Coleotteri
Famiglia: Coccinellidi
Nome dialettale: Caterina
Coccinella dai sette punti neri variabili per forma
e grandezza, a volte quasi assenti sulle elitre. Le
uova di color giallo vengono deposte sulle foglie,
diventando poi lar ve predatrici dal colore grigioblu con macchie gialle e nere. Si cibano, come
l’insetto adulto, di afidi distruggendone intere colonie.Terminato lo sviluppo aderiscono con l’addome alle foglie, entrando in ninfosi. Si trasformano così in ninfa, di color arancione con macchie e striature nere. Dopo circa una settimana
sfarfallano in nuovi adulti, questo per una sola
generazione annua. Gli adulti svernanti hanno
una colorazione giallastra rispetto alla rosso vivo
della generazione estiva. Durante l’inverno queCoccinella (Foto 82)
sti insetti sopravvivono in colonie rifugiate sotto
pietre, cortecce e in fessure.
La coccinella dai sette punti neri essendo predatrice di afidi è molto utile e svolge un
ruolo importante nell’economia agricola e forestale.
DORIFORA DELLE PATATE (LEPTINOTARSA DECEMLINEATA)
Ordine: Coleotteri
Famiglia: Crisomelidi
Nome dialettale: Catirina de le patate
E’ un insetto molto comune, difficile a confondere con altre specie per le 10 striature nere poste
sulle elitre, i gusci che proteggono le ali di colore giallo oro. Si trova soprattutto sulle piante di
patata, tabacco e stramonio. Depone delle uova
color giallastro, a gruppi e incollate alle foglie.
Nascono poi delle lar ve color rosso vivo con dei
puntini neri al lato dell’addome. Crescono rapidamente e dopo tre mute assumono una livrea
color arancione. Termina lo sviluppo in ninfosi
sotto terra per due settimane, al fine delle quali
sfarfallano e la nuova farfalla è pronta all’accoppiamento. Il ciclo di riproduzione si ripete per due
o più volte l’anno.
Dorifora delle patate (Foto 83)
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RAGNO SPINOSO (HERIAEUS HIRTUS)
Ordine: Araneidi
Famiglia: Tomisidi
Nome dialettale: Ragn
Lungo circa 6 mm il maschio e circa 10 mm la
femmina, che come nella maggior parte dei ragni è più grande del maschio.
Predilige trascorrere il tempo di caccia su vegetali pelosi, in particolare modo l’erba Viperina
(Echium vulgare) sulla quale si mimetizza benissimo. Il corpo è color verde brillante con motivi
bianchi, e con un eccezionale sviluppo del sistema pelifero bianco, dal quale prende in nome di
Hirtus.
Dotato di lunghe e sottili zampe, caratteristica
dei tomisidi, questo ragno non costruisce ragnatele e caccia con appostamento. Presente un po’
ovunque lo si vede muovere con la caratteristica
andatura a spostamenti laterali.
Ragno spinoso (Foto 84)
VANESSA ATALANTA (VANESSA ATALANTA)
Ordine: Lepidotteri
Famiglia: Ninfalidi
Nome dialettale: Farfalò
Questa farfalla ha una diffusione cosmopolita.
Apertura alare 50-60 mm. La pagina superiore
delle ali è color nero di fondo con una fascia rossa obliqua e delle macchie bianche sulle ali anteriori, una fascia rosso arancio sul margine posteriore e dei segni bruni atti a funzione mimetizzante.Posizione assunta normalmente:con ali
chiuse e all’insù. I bruchi, di color nero con strisce gialle sulla schiena, si nutrono in gran parte
di ortiche.
Si può osservare nei prati e pascoli oltre che in
orti e giardini dei centri abitati.Presente tutta l’estate e in autunno con due o tre generazioni an nuali.
108
Vanessa (Foto 85)
BIBLIOGRAFIA
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Berruti G., Geologia del territorio bresciano. Itinerari geologici dal pedemontano al passo
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Sandro Pignatti, Flora d’Italia. Editrice Edagricole.
Alessandro Ferrari e Giorgio Voghi, Segreti e virtù delle piante medicinali. Officine grafiche
F.lli Stianti.
Rinetta Faroni, Sulle tracce del tempo. Tipolitografia Queriniana Brescia, 1993.
Marchina Ermanno dispensa.
Guida dei mammiferi d’Europa. Corbet - Ovenden.
Guida degli uccelli d’Europa. Peterson-Mountfort - Hollon.
Uccelli, mammiferi e tradizioni di caccia nel bresciano. Giuliano P. Salvini.
109
INDICE FOTOGRAFIE E FIGURE
Gnocchi Angelo. Foto 1 - 4 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 19 - 21 - 23 - 24 - 26 - 27 - 28 - 29
- 30 - 33 - 36 - 37 - 38 - 41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 55 56 - 57 - 60 - 61 - 62 - 63 - 74 - 75 - 76 - 77 - 78 - 80 - 81 - 82 - 83 - 84 - 85;
Schiavoni Fulvio. Foto 2 - 3 - 5 - 6 - 8 - 9 - 10 - 17 - 18 - 22 - 25;
Mariotti Goffredo. Foto 7;
Franzoni Pierluigi. Foto 20;
Paletti Alberto. Foto 32 - 34 - 39;
Marchina Ermanno. Foto 31 - 35 - 40 - 54 - 58 - 59 - 79;
Archivio Medani Ettore. Foto 64 - 65 - 66 - 68 - 69 - 70 - 71 - 72 - 73.
Vinetti Giovanni. Figura 1;
Moliterni Arianna. Figura 2 - 4 - 5 - 6 - 7 - 9 - 10;
Franzoni Pierluigi. Figura 11 - 12 - 13 - 14 - 15;
Gentili Elena. Figura 3;
Giacomuzzi Chiara. Figura 8;
Montini Laura. Figura 16.
110
INDICE
Presentazione
PRIMA PARTE
Il territorio
Pag.
3
Elementi generali per la conoscenza e l’orientamento nel territorio
“
5
Morfologia
- Zona collinare montuosa - Zona pianeggiante e idrologia
- Sorgenti
“
9
Geologia
- Il tempo geologico - I mari antichi e le terre -La nostra storia
- Elementi semplici di geologia - Le rocce e le formazioni
“
15
Paleontologia
- In anno domini - Due parole sulla fossilizzazione
- I fossili del territorio - Il carsismo
“
23
Itinerari e curiosità
- Primo itinerario - Secondo itinerario - Curiosità
“
44
“
51
Flora: Tipologia specifica di alcune zone
“
• Loc. Bosco - Pianura • Collina Santissima - Microclima particolare
• Val Volpera - Versante soleggiato • Val Gandine - Umido
• Il Dosso di Mezzane - Loc. Cardelli e Andreolo • Altopiano di Quarone
Alberi
“
Arbusti
“
Fiori
“
Felci
“
Orchidee
“
Funghi
“
Rarità
“
Dizionarietto
“
53
SECONDA PARTE
Flora e Fauna
Elementi per la conoscenza di piante e animali del territorio
Fauna: aspetti generali
Uccelli
Mammiferi
Anfibi e rettili
Insetti
60
72
76
80
83
85
88
90
“
“
“
“
“
53
92
98
101
107
Bibliografia
“
109
Indice fotografie e figure
“
110
111
Scarica

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