I Quaderni
III
di
Daniela Pampaloni
Non sono libri, non sono opuscoli ma semplici quaderni di appunti del “mio laboratorio del pensare e del fare” che vuole essere
“partecipato” a tutti i cittadini attivi, pensanti, nonviolenti.
Daniela Pampaloni è dirigente scolastica all’Istituto Comprensivo “G. Mariti” di Fauglia e presidente della Fondazione
Fiorentina per la ricerca e l’innovazione pedagogica-didattica
“Idana Pescioli Onlus”.
Ha una lunga esperienza politico-amministrativa svolta nei comuni di Calcinaia e Pontedera (PI).
Da più di venti anni è a fianco del popolo Saharawi che vive in
campi profughi nel sud dell’Algeria.
Premessa
Questo terzo quaderno di appunti lo rivolgo agli insegnanti
di ogni scuola che sono accanto ai bambini ed ai ragazzi quotidianamente.
Lo dedico in particolare ai “miei insegnanti”, a quelli cioè
che lavorano con me ogni giorno e che faticano a far si che
la scuola – nonostante tutti - resti per i più piccoli, gli adolescenti ed i giovani scuola di qualità. Di fatto è questa la grande utopia, la scommessa culturale a cui dobbiamo tendere
“una scuola per tutti e per ciascuno che sia vera scuola di
socializzazione, di apprendimento, di crescita affettiva.”
In questi anni il quadro culturale, e spesso didattico che fa
da cornice alla scuola italiana è desolante ma io non ho voglia di parlare dei problemi e dei mali della scuola di oggi
– l’ho già fatto e lo faccio in molte occasioni – voglio invece
ragionare sugli aspetti positivi che dobbiamo/possiamo far
emergere nella scuola che vogliamo. Conosco moltissimi insegnanti che hanno come mission del proprio lavoro quella
che io definisco “la scuola di qualità”; è dal loro lavoro educativo, dalle loro esperienze didattiche che proverò ad evidenziare alcuni concetti che sono, per me, struttura portante
del far bene scuola oggi.
Per questo “non è una utopia” ma è agire quotidiano, concre-
tezza del fare unito al pensiero politico, all’idea di bambino
e di scuola, alla ricerca azione come metodologia di lavoro
didattico, all’autovalutazione e alla risposta sociale.
Tutto questo sempre nella direzione della costruzione della
nonviolenza attiva come scelta di vita, come azione concreta, come necessità profonda per stare in relazione con tante
altre persone.
Nel novembre 2009 ho ricevuto questa mail “cara Daniela,
oggi siamo andati alla scuola primaria Danilo Dolci per un
incontro con i bambini delle classi prime, seconde e terze.
Abbiamo visto insegnanti motivati…. E siamo rimasti piacevolmente sorpresi della meravigliosa strutturazione dello
spazio: aule senza cattedra (miracolo!!!), tavoli per bambini
che favoriscono la socializzazione ed il lavoro a gruppi, gli
angoli lettura, gli spazi per ogni bambino dove poter riporre
la loro roba e cosi via. Se non fossimo andati in pensione ci
saremmo volentieri trasferiti in una delle scuole gestite da
te”. (Umberto e Daniela)
Questa email ha stimolato il cervello, il cuore e la mano a riprendere carta e penna per scrivere questo terzo quadernino
di appunti del “mio laboratorio del pensare e del fare”.
Il punto di forza della scuola: gli insegnanti
S
ono loro, le maestre, e le professoresse e i loro colleghi maschi, il cardine portante della struttura scuola.
Con il cuore ed il cervello, con gli occhi e con la voce, con
le parole e con il corpo stanno con i bambini, con gli adolescenti e i giovani per molte ore al giorno in uno spazio
appositamente strutturato.
E loro, i piccini e i ragazzini, considerano gli insegnanti
amici, consiglieri, punti di riferimento affettivo, guide per la
crescita ma anche esattamente il contrario a seconda delle
relazione che stabiliscono.
Le relazioni positive quindi, fra adulti e bambini sono una
delle architravi fondamentali per fare una buona scuola.
Ma Maria, “la prof.” (scelgo un nome che mi piace e che
non identifica nessuna prof.ssa Maria che conosco) in quale
contesto culturale e sociale esercita la propria professione?
Ha la consapevolezza di essere il cardine delle attività della
classe e della scuola? Si pone il problema di appartenere
alla comunità nella quale insegna? Dipende da molti fattori
e faccio alcuni esempi concreti.
Maria (1) è una insegnante precaria con nomina annuale.
Ama la scuola dove ha avuto la prima nomina perché lì
ha trovato un gruppo di docenti “vecchi” che l’hanno ben
accolta. Ogni anno, rinunciando anche a sedi più vicine a
casa, torna nella scuola a cui sente di appartenere. Sta, a
pari, in un gruppo di adulti che ha forti relazioni professionali; regala ore di lavoro aggiuntivo ai ragazzi per approfondimenti culturali e/o recuperi di competenze non acquisite;
sente la fatica ma ha un ruolo riconosciuto che esercita con
soddisfazione. Riscuote non più di 1200 euro; si porta lo
stereo da casa per far ascoltare conversazioni di lingua ai
ragazzi perché la scuola ne ha in dotazione una sola unità
e spesso è già utilizzato in altre classi; mangia un panino a
scuola insieme alle colleghe quando rientra il pomeriggio e
non è di turno a mensa con i ragazzi; è sempre presente alle
feste ed alle iniziative della scuola. Questa Maria (1) insegna in una scuola che ha una identità sul territorio e lei sa
di appartenere a questa comunità con la quale ha condiviso
anche “la Carta dei Valori e dei Comportamenti”.
Maria (2) viene da un’altra regione, ha una nomina annuale avuta dopo un mese dall’inizio della scuola; quando
arriva a scegliere tra i posti a disposizione non conosce i
luoghi dove sono ubicate le scuole. Sceglie a caso e al mattino seguente prende servizio in un luogo sconosciuto. Non
ha casa, cerca fra i colleghi una stanza dove dormire, va a
finire in un agriturismo, i primi giorni mangia un panino
sulla panchina davanti al comune. E’ spaesata, confusa, insicura, ha una mamma lontana già anziana e un orario a
scuola che lei non condivide.
Ma è arrivata per ultima e ha trovato l’insegnante unico (o
quasi) in tutte le classi. Maria (2) prova ad adeguarsi ma ci
sta stretta; la scuola nella quale lavora per 1200 euro non le
appartiene, è una scuola lontana dal suo contesto di vita e
questa precarietà la agita ulteriormente. Si ammala, rientra, si rimette a casa, i genitori dei bambini delle classi nelle
quali insegna si agitano, cercano di parlarle, le relazioni si
inaspriscono. Maria (2) sta male.
E i bambini e le bambine con cui dovrebbe stabilire una
relazione educativa importante?
Maria (3) arriva da una grande isola lontana, è una supplente temporanea su un posto di lingua inglese occupato da
una docente di Napoli in astensione facoltativa dal lavoro
per maternità. La titolare, proprio perché è in astensione
facoltativa sceglie di richiederla mese per mese lasciando
Maria (3) in uno stato di incertezza tale che non può permettersi di portare i figli dalla sua isola qui insieme a Lei.
Se avesse avuto una supplenza annuale continuativa il marito, per il lavoro che fa, avrebbe avuto la possibilità di essere
temporaneamente spostato nella zona di lavoro della moglie e quindi trasferire tutta la famiglia per un anno.
Ma non è stato così, la precarietà della supplenza le ha impedito di stabilizzarsi e quindi appena può scappa giù per
riabbracciare i figli e al primo raffreddore rimane a casa.
Nel frattempo non si nomina la supplente della supplente e
i bambini non svolgono per periodi molto lunghi l’attività
di inglese. Ma che dire a Maria (3) che appare un’insegnante preparata e disponibile ma con il cuore e la testa lontani?
Come può appartenere ad un contesto scolastico se sa che
l’anno prossimo andrà di nuovo via e vive con disagio la
lontananza dai figli.
Questa è ancora oggi la storia di molte insegnanti nelle
scuole italiane: precarietà, insicurezza, incertezza. Ma che
responsabilità hanno Maria (1), Maria (2) e Maria (3) di
tutto questo?
E i bambini e gli adolescenti che attendono con trepidazione
di conoscere i loro maestri e i loro professori per instaurarci
relazioni forti, positive, di fiducia che responsabilità hanno
delle difficoltà degli adulti?
Sembra questa una spirale che si attorciglia su se stessa e che
purtroppo influisce molto sulla qualità della vita scolastica.
Ho detto all’inizio “gli insegnanti sono il cardine della struttura scuola” ed è da questo aspetto che voglio riprendere per
guardare avanti.
Ma quando si può dire che Maria (1) e le sue colleghe sono
insegnanti preparate?
Molti, da secoli, hanno scritto delineando la figura del “bravo docente”; io mi soffermerò solo su un aspetto: un docente
è tale quando sa lavorare in gruppo, quando sa costruire “la
comunità educante”. Per la mia idea di scuola questo è un
punto importante da cui discende tutto il resto: rigore metodologico, capacità di ricerca, rispetto delle conoscenze e dei
saperi degli studenti, spirito critico, gusto estetico e principi
etici, coerenza, coraggio di rischiare, accettazione del nuovo
e rifiuto di qualsiasi forma di discriminazione, capacità di
riflessione critica (Paulo Freire).
Oggi, più di sempre, i bambini hanno bisogno di comunità
educanti; sono troppo soli nel mondo reale e nel nuovo mon-
do virtuale; sono soli di fronte alla loro crescita intellettuale,
sociale, affettiva.
La scuola è il luogo per rispondere a questi bisogni/diritti
dei bambini.
La scuola risponde solo se è “comunità”.
Essere comunità è un elenco infinito di azioni: provo a delinearne alcune per dare concretezza al concetto di “comunità” e per sostenere con forza che si può fare.
La scuola è il luogo dell’incontro di adulti e di ragazzi, è
uno spazio fisico ben determinato in cui per un tempo più
o meno lungo adulti e ragazzi condividono emozioni, informazioni, esperienze, costruendo relazioni. Tutto questo nello spazio aula che diventa comunità se ha un fine condiviso:
apprendere e crescere in salute, in libertà, in pace.
In ogni aula ci sono adulti diversi e ragazzi diversi che hanno diritto ad un percorso formativo qualificato che valorizzi
i loro punti di forza e le loro inclinazioni personali.
E in ogni scuola ci sono tante aule ed in ogni istituto ci sono
tante scuole. Come si diventa quindi tutti insieme “Comunità educante” che stabilisce relazioni attive con l’extrascuola
(famiglie, enti locali, associazioni, parrocchie) che è/o dovrebbe essere altrettanto educante?
Racconto la mia esperienza di dirigente scolastica: una
esperienza pensata, progettata, gestita, verificata; la racconto
perché sento il bisogno di confrontarla con altre esperienze
uguali e diverse che ci sono anche nel territorio nel quale
vivo e lavoro.
Non a caso il progetto culturale dell’istituto comprensivo
statale “Giovanni Mariti” dove lavoro da quasi 15 anni si
chiama “Fuori dal Guscio”. Il Guscio è un involucro protettivo, sicuro, riparato ma isola, chiude, separa. Casa e scuola
sono gusci importanti ma se sono chiusi all’interno implodono; i bambini e gli adulti per respirare, per crescere, per
vivere hanno bisogno di uscire ed entrare, scoprire ed avere
certezze, essere curiosi e nello stesso tempo sicuri.
Le scuole -queste scuole- sono gusci solidi, importanti, sicuri
che non vogliono chiudersi ma aprirsi a tutte le esperienze
educative, gli stimoli culturali, le relazioni forti che stanno
fuori e che con noi possono confrontarsi, dialogare, contaminare, scoprire.
I gusci sono comunità e i docenti svolgono un ruolo centrale
per render queste comunità accoglienti, intellettualmente robuste, creative, ricche di esperienze.
Ma come far diventare i tanti docenti soggetti attivi della
comunità/istituto educante?
Tre sono gli aspetti / le direzioni di lavoro adoperate per costruire con gli adulti la comunità educante: la formazione
continua, la partecipazione alle scelte, la condivisione di idee,
valori, comportamenti. Per costruire la “Carta dei Valori e
dei Comportamenti dei docenti dell’istituto” ho avuto l’aiuto di un esperto della comunicazione che ha fatto emergere
-con metodologie appropriate- le idee di bambino e di scuola
di ogni insegnante - nessuno escluso – dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di 1° grado facendole raggruppare
prima scuola per scuola ed infine in un unico documento
delineando così la Carta dell’Istituto. Essa è stata approvata
nel Collegio dei Docenti e naturalmente ridiscussa anno per
anno con i docenti in arrivo nell’istituto. Certamente a Maria
(1) è possibile chiederne la condivisione mentre a Maria (2)
e a Maria (3) è doveroso dare una informazione precisa e
dettagliata dei “valori” dell’istituto ma è irrispettoso nei loro
confronti pensare che con le situazioni precarie di vita e di
lavoro che vivono possano sentirsi appartenenti alla comunità dell’istituto. Uno dei mali attuali della scuola italiana è
quindi la precarietà del personale docente e gli spostamenti
che avvengono anno per anno in molte scuole in percentuali
altissime a danno della continuità del lavoro con i ragazzi.
Non è questo il caso dell’istituto “Mariti” dove i trasferimenti avvengono in percentuali che oscillano ogni anno tra l’uno
e il tre per cento.
Forse lavorare sulla comunità degli adulti aiuta a costruire
l’appartenenza e la voglia di restare?
Anche la partecipazione alle scelte pedagogiche e culturali
dell’istituto favorisce l’appartenenza ad un determinato contesto educativo.
“Io penso e agisco per………. accanto agli altri” attraverso le
forme di democrazia partecipata determinata con una organizzazione capillare che favorisce la partecipazione .
Coordinatori organizzativi e coordinatori didattici in ogni
plesso scolastico, consigli di classe /interclasse/intersezione
con ordini del giorno predefiniti, funzioni strumentali non
rituali, comitato tecnico – scientifico, collegi docenti di settore ed infine il collegio docenti unitario sono i soggetti ed i
luoghi con cui ed in cui si determinano le scelte di classe, di
plesso e collettive.
Come dirigente ho un ruolo determinante sia nell’organizzazione delle forme partecipative sia nella definizione del
progetto culturale e pedagogico dell’istituto sia, infine, nella
verifica dei risultati nella direzione degli apprendimenti dei
singoli ragazzi e nella risposta sociale sul territorio.
Ruolo complesso quello del dirigente, che oscilla fra la parte
cosiddetta “burocratica”- che pure deve essere efficiente per
far funzionare al meglio l’istituto, la parte “maieutica” che
occorre per far funzionare le relazioni interne ed esterne e la
parte di “politica culturale” che determina le scelte, gli indirizzi di lavoro e la verifica dei risultati.
Il ruolo che mi sono assunta nei confronti dei docenti è simile
a quello che loro dovrebbero tenere nei confronti dei ragazzi:
promuovere, sostenere, accogliere, stimolare, proporre, guidare, scegliere, inventare. Sono azioni indispensabili per una
direzione di lavoro attenta alle persone a cui bisogna affiancare azioni quali decidere, assumersi responsabilità, rispondere
socialmente del lavoro effettuato.
A tutti i docenti che mi stanno accanto chiedo impegno, rigore etico e scientifico, creatività, cooperazione, solidarietà ma
in primo luogo lo chiedo a me stessa.
So di essere un esempio e questa cosa è già una grande responsabilità rispetto ai centotrenta (circa) docenti che ogni
anno lavorano nelle scuole di questo istituto.
Una comunità di lavoro attenta ad avere una porta aperta per
uscire Fuori dal Guscio la si costruisce anche attraverso le
attività di formazione che la scuola organizza. Molto sarebbe da dire sulla formazione universitaria iniziale dei docenti, sulla loro scarsa consapevolezza del metodo della ricerca azione, sulla non conoscenza dei bambini di oggi, sulla
pratica della nonviolenza come modalità di relazione. Sono
giovani volenterosi ma poco creativi; ripetono modalità di insegnamento che loro hanno vissuto in prima persona: lezioni
frontali, zaini pieni di quaderni “disciplinari” e tante schede
appiccicate sui tanti quaderni dalle foderine di diversi colori
poi ancora schemi orari rigidi e spazi aula anonimi. Smontare tutto questo dando senso pedagogico al lavoro di ricerca
quotidiano richiede un’attività di formazione capillare fatta
di studio approfondito e di ricerca sul campo.
Una formazione che ogni istituto ha il dovere di organizzare
anche in quasi totale mancanza di risorse come sta succedendo in questi anni. Come fare quindi?
Come sempre racconto le esperienze costruite negli anni
all’istituto”Mariti”.
L’attività di formazione in servizio uguale per tutto il collegio ha senso solo se è veramente di carattere generale, “di
impostazione” . Gli incontri “Al caffè della scuola” – (con
caffè, dolci e/o frutta – quando è possibile) sono in genere incontri collettivi perché affrontano temi culturali non strettamente legati alla didattica delle discipline ma importanti per
uscire dal Guscio dell’insegnamento delle singole materie e
spaziare in argomenti culturali che aiutano a “capire meglio”
i bambini ed i ragazzi di oggi.
“Gli sviluppi della neuroscienze” “ La robotica nella scuola”
“filosofando” “i giovani visti da Don ….”, “cibo e conflitti” sono i temi possibili, che affrontiamo quest’anno “al caffè
della scuola”. Ci sono stati negli anni e sono ripresi negli ultimi mesi incontri per gruppi più ristretti in luoghi – spesso
agriturismi – facilitanti l’apprendimento e le relazioni fra gli
adulti. Cito come ultimi esempi l’incontro di tutti i docenti
della scuola secondaria di primo grado con la Pat Patford,
un’antropologa belga che con due giorni di intenso lavoro ci
ha aiutato a riflettere su come costruire relazioni fra adulti e
fra adulti e ragazzi in direzione nonviolenta.
Con un piccolo gruppo di docenti di scuola primaria è stato
invece l’incontro sempre in un agriturismo nell’entroterra maremmana per ragionare sugli sviluppi della rete delle scuole
“Senza zaino”.
Luoghi diversi, belli e accoglienti per pensare la scuola come
luogo di relazioni e di promozione culturale.
E poi infine la formazione per gruppi diversi, su problemi diversi con obiettivi diversi ma tutti legati da un filo conduttore
“il filo rosso del pensare e del fare” che ci caratterizza e stimola o determina l’appartenenza all’istituto.
Da qui anche l’appoggio all’autoformazione seria, qualificata, che ha una ricaduta di crescita culturale su tutto l’istituto.
Ed infine tutti i docenti più anziani “che aiutano i più giovani” ad inserirsi, ad approfondire, ad entrare nella didattica
non rituale delle nostre scuole.
E la comunità di intenti e di pratiche dei docenti nasce, si consolida, si amplia a partire da queste esperienze.
Vado volentieri a scuola ogni mattina?
Q
uesta domanda che i bambini ed i ragazzi qualche volta si fanno è per me un obiettivo prioritario che nasce
dalla consapevolezza di questo assunto teorico “se i ragazzi
si sentono motivati a venire a scuola sono disponibili ad apprendere”.
E la finalità del nostro lavoro è un livello alto di apprendimento per tutti e un buon ricordo della scuola di base da
ciascuno dei mille e cinquanta fra bambini e ragazzi che frequentano oggi le scuole di questo istituto. E’ possibile coinvolgerli tutti? E’ nostro dovere di docenti coinvolgerli tutti.
Ma come?
Non esistono ricette o strategie magiche, esistono metodi di
ricerca, percorsi di lavoro, esperienze innovative che possono aiutare ad andare nella direzione indicata “la comunità
di intenti e di pratiche delle bambine e dei bambini, delle
ragazzine e dei ragazzini”.
Nel documento dell’Istituto Nazionale di Valutazione del
Sistema Educativo di Istruzione (INVALSI) pubblicato nel
giugno 2010 “quadro di riferimento teorico della valutazione
del sistema scolastico e della scuola” si pone grande attenzione all’attitudine ed al comportamento degli studenti.
Le assenze, la percentuale di ingresso alla seconda ora, la
votazione riportata al termine del 1° ciclo, i ritardi e gli anticipi rispetto alle età teoriche di frequenza, le ripetenze e gli
abbandoni sono indicatori per la valutazione delle scuole e
sono strettamente legati alla motivazione e all’impegno nello
studio.
I ragazzi, come gli adulti, quando arrivano a scuola si portano
dietro un percorso di vita fatto di esperienze, di conoscenze,
di affetti, di relazioni che non possono rimanere sulla porta
della scuola come se il nuovo contesto nel quale entrano in
punta di piedi fosse asettico, privo di storia, decontestualizzato, guscio vuoto. E’ esattamente vero il contrario: quando
entrano i bambini sono ricchi di entusiasmi, di curiosità, di
energia positiva; loro, i piccoli o gli adolescenti sono il punto di partenza di ogni lavoro educativo e percorso didattico;
dal loro coinvolgimento passa il buon risultato rispetto agli
apprendimenti.
Considerando tutto quanto fin qui ricordato le scuole di
questo istituto lavorano sin dalla scuola dell’infanzia su tre
concetti/azioni che diventano anche indicatori oggetto di valutazione all’interno della voce “comportamento” sia nella
scuola primaria che in quella secondaria di primo grado: Autonomia, Responsabilità, Comunità.
Ma come promuovere questi tre concetti? Quali azioni mettere in atto dentro e fuori la scuola in sinergia con il lavoro
educativo dei genitori?
Essere autonomi è il risultato di azioni complesse che si sviluppano a partire dagli obiettivi educativi che un team di docenti, un consiglio di classe, un collegio docenti all’interno
del proprio progetto culturale si danno. Per un bambino di
tre anni essere autonomo può significare “andare al bagno
da solo” e se è appena più grande “legarsi le scarpe”, a otto
“fare da solo la cartella senza dimenticare gli oggetti necessari per stare a scuola il giorno dopo” oppure a dieci anni
“andare a scuola da soli magari attraverso percorsi sicuri”
ed infine a dodici anni “essere capaci di organizzarsi i tempi
dello studio e dello svago”.
Queste azioni/manifestazioni di autonomia sono solo una
parte, una piccola parte seppure importante della nostra idea
di bambino/ragazzo autonomo a scuola.
L’obiettivo che ci siamo prefissi è “l’autonomia negli apprendimenti” cioè la capacità di ogni bambino/ragazzo di organizzarsi un proprio percorso di apprendimento a partire dai
propri bisogni, dalle proprie motivazioni, dai propri tempi.
Per il raggiungimento di questo obiettivo c’è ancora della
strada da fare.
Due le azioni didattiche principali che facciamo per rendere i ragazzi autonomi nella costruzione del proprio percorso
di apprendimento: la prima riguarda il contesto, cioè la predisposizione dello spazio/aula e dei materiali didattici utili
agli apprendimenti; la seconda riguarda la progettazione degli itinerari di lavoro a cui i ragazzi devono partecipare con
consapevolezza.
Lo spazio/aula predisposto accuratamente per favorire l’autonomia nel lavoro è una delle grandi riflessioni avviate e sostenute con la rete delle scuole del progetto” Senza Zaino”.
Per le scuole primarie dell’istituto “Mariti” da alcuni anni
non si parla più di “progetto Senza Zaino” ma di scelte condivise da tutto il collegio e realizzate in tutte le classi; è il
nostro metodo di lavoro didattico quotidiano.
Alcuni esempi di didattica “per l’autonomia”: sin da piccoli nella scuola dell’infanzia ma in particolar modo a partire
dalla classe prima della scuola primaria i bambini possono
andare in bagno quando ne hanno bisogno e regolano il flusso dell’uscita dall’aula con un semplice semaforo: se è rosso
c’è un compagno e bisogna attendere, con il verde il bagno
è libero. La libertà di poter scegliere quando andare riduce
l’andare ed il venire dei bambini; ognuno diventa autonomo
e responsabile delle proprie piccole scelte. Così si cresce.
I ritmi di lavoro individuali dei bambini sono ovviamente
diversi e tutti da rispettare; per questo è importante inserire
nello spazio/aula attrezzato tanto e vario materiale didattico
strutturato per giochi matematici e linguistici, schedari autocorrettivi (modello schedari MCE) in modo che i bambini
possano decidere in autonomia in quale attività impegnarsi
consapevoli delle conoscenze che hanno e di quelle che decidono di approfondire.
E poi i libri da leggere o da sfogliare predisposti vicino all’
agorà e i computer da usare “liberamente” . Questo è un contesto che stimola gli apprendimenti (lo ha dimostrato anche
una recente ricerca dell’Università di Firenze condotta dalle Professoresse Pintor e Menesini nelle scuole del progetto
“Senza Zaino”). E ancora: nessuna classe delle quattro scuole primarie dell’istituto ha un tavolo per ogni singolo bambino, da noi – anche nella scuola dell’infanzia – i bambini
si siedono in cinque massimo sei attorno a tavoli quadrati
piuttosto grandi e nella scuola secondaria alcune classi adoperano tavoli singoli ma raggruppati in 4/5 postazioni.
Questa, che a molti appare una banalità, è a parer mio una
scelta fondamentale per fare scuola nella direzione più volte
delineata: i ragazzi mentre lavorano dialogano, si scambiano
idee, informazioni, si aiutano a vicenda, collaborano, si copiano e apprendono. Lavorare ogni mattina in questo contesto
collaborativo va oltre il lavoro del piccolo gruppo e del lavoro
a coppie che pure sono da incentivare per sviluppare anche
l’Autonomia e la Responsabilità. Lavorare in questo contesto
significa già essere comunità “di intenti e di pratiche”.
Ma accanto allo spazio pensato, progettato e costruito serve
programmare le attività coinvolgendo gli alunni considerando insieme i tempi di realizzazione e i conseguenti obiettivi
di apprendimento.
Questa è una bella finalità da perseguire con forza, coerenza, perseveranza. Cresce l’autonomia, cresce la motivazione,
cresce l’autostima, crescono le conoscenze e le competenze,
cresce la responsabilità di ogni singolo ragazzo rispetto alla
scuola .
E la Responsabilità è l’altro concetto/azione su cui impostiamo il lavoro didattico. Autonomia e Responsabilità sono
strettamente collegate nella didattica quotidiana. Quanto più
un ragazzo partecipa alla progettazione dei propri apprendimenti, tanto più riesce a scegliere l’attività da fare a seguito
dell’input dell’insegnante (che cosa possiamo fare per…….è
una delle domande stimolo aperte che I. Pescioli ha inserito
nelle proposte operative del proprio metodo).
Quanto più riesce ad organizzarsi tempi di lavoro e materiali
da utilizzare tanto più assume responsabilità a portare a termine il proprio lavoro (scelto e non imposto) sia nei confronti
di se stesso, sia rispetto agli adulti che a lui stanno vicino.
Ogni persona – adulto o bambino – assume delle responsabilità se ha la consapevolezza di appartenere ad un contesto
organizzato condiviso.
Vorrei qui trascrivere integralmente un pezzo di Idana Pescioli tratto dal libro “La scuola dell’utopia ovvero il progetto
partecipato”, Bulzoni editore, 2001, dove racconta la sua
esperienza di giovane maestra negli anni dal 1953 al 1959 a
Settignano in provincia di Firenze.
Il titolo del racconto è: “Dalle leggi di classe ai piani di lavoro
libero: la “Libertà” per i ragazzi di allora e l’autovalutazione”.
“A questo punto non posso tralasciare un flash sulla
vita ricca e densa di significati e valori nella scuola fra gli olivi:
riguardo ad attività importanti…. ma ben diverse dallo studio sui libri. Si tratta delle azioni e ‘condotte’ di ogni giorno
nel rapporto dei bambini fra loro e con gli adulti più vicini o
lontani: ma senza ‘prediche’ né ‘sentenze’ date dall’esterno
con ‘giudizi’ e ‘voti’ (tanto meno castighi e premi). Ovvero
sono gli atteggiamenti e i comportamenti manifesti di ora in
ora: precisati e stabiliti come validi per tutti, ma sempre tramite una ricerca ed un dibattito comune in risposta ai problemi
veri emersi nel quotidiano. E affrontati di volta in volta con
discussioni in classe e con interventi di tutti da cui uscivano
per l’appunto chiariti certi limiti come regole da rispettare, trovate dai bambini stessi fino dalla seconda classe e chiamate leggi. Leggi da loro scritte in caratteri larghi e ordinati su
grandi fogli che venivano appesi sulla parete, bene in vista di
tutti e per tutti.
Ecco la stesura in Quarta: sia delle ‘Leggi’ sia dei modi
del ‘lavoro libero’. Scritture riviste discusse e avvenimenti
emersi all’attenzione della ‘comunità’. Ad esempio, il problema del lavoro da fare a casa si presenta ora – dopo tre anni
di scuola senza ‘compiti’- e viene risolto di mese in mese. A
seconda dei bisogni che i bambini portano a coscienza via
via: in tempi diversi, ma con una consapevolezza crescente
riguardo ai problemi –risorgenti di giorno in giorno – sulla
conquista della libertà. E quindi in parallelo alle loro autovalutazioni espresse da ognuno – a fine settimana – nel gruppo
classe.
Le leggi della nostra famiglia
1. Nella nostra famiglia bisogna essere tutti sempre puliti ed ordinati.
2. Bisogna rispettare le pareti, le finestre, le porte, la lavagna, i mobili e tutti gli oggetti che abbiamo a scuola.
3. Bisogna rispettare le piante che abbiamo intorno a
noi.
4. Quando entriamo ed usciamo e sempre in ogni posto
bisogna camminare per bene, senza correre.
5. Ogni bambino può parlare liberamente, ma chiedendo la parola e non interrompendo nessuno.
6. Nella nostra famiglia ci vogliamo tutti bene e anche
quando lavoriamo ci aiutiamo l’uno con l’altro.
7. Ora noi siamo in Quarta e a casa bisogna lavorare molto di più per diventare più bravi e più svelti in tutto.
I bambini liberi
- I bambini liberi sono quelli che sanno comandarsi da soli,
sempre, anche quando non c’è la maestra ad aiutarli.
- I bambini liberi lavorano liberamente: fanno tutto ciò che
vogliono purchè interessi alla nostra famiglia e serva per le
ricerche e gli studi che ci siamo impegnati a fare col piano di
lavoro.
- I bambini liberi quando lavorano da soli non disturbano gli
altri e discutono a voce molto bassa.
Il rapporto della maestra con i bambini e dei bambini
fra loro e con gli oggetti della scuola – così come il rapporto di
ognuno con se stesso – era basato sul metodo che la maestra
chiamava della libertà. Più precisamente il metodo del lavoro
libero su progetto della classe. Ovvero come piano di lavoro libero
(settimanale, di ogni bambino) dopo che, all’inizio di ogni
mese, era stato discusso e deciso tutti insieme – poi fissato
sulla lavagna a ricordo per tutti - il piano di lavoro mensile.
Proprio questo progetto di classe era il riferimento importante indispensabile rassicurante per ognuno di noi (maestra e bambini). Giacchè prevedeva le attività da svolgere
da tutti (e per scelta da ognuno: da solo o in coppia o in
piccolo gruppo) in risposta alle necessità o urgenze: quali problemi veri emergenti nella vita ricca e complessa della nostra
scuola. Problemi da risolvere sempre con il cervello: per arrivare
prima di tutto a saper vedere e pensare (capire), quindi a saper dire (parlare… dopo aver ben pensato) e fare ( più cose
intelligenti possibile) con gli altri. Cioè insieme e accanto a
bambini e adulti che – lavorando con noi – diventano amici
(vogliono bene a noi e noi a loro).
Ciò avviene nelle più varie occasioni e situazioni di
attività e di vita a scuola. Sia riguardo ai lavori da fare in aula
con le mani e con l’osservazione attenta della realtà quotidiana che coinvolge tutti (in questo caso, vengono eletti dalla
classe – su richiesta di ognuno – i responsabili degli incarichi
(che durano un mese, per lo più a coppia, a maggiore garanzia della realizzazione dell’impegno assunto).
Sia in merito agli argomenti da affrontare con studi e ricerche in più ambiti delle conoscenze (sulla Natura come sulle
Arti e sulle Scienze) e dei comportamenti (gli impegni presi di
fronte a tutti). Ciò per portare avanti una ricerca da punti di
vista differenti ma tutti collegati, come si è visto sopra: a proposito degli uomini importanti (nei vari periodi storici).
Cioè sia le conoscenze sia i comportamenti, nel lavoro
libero sono considerati vere e proprie conquiste che richiedono
sforzo ed impegno: ma che alla fine danno la soddisfazione
e la gioia di riuscire sempre e in tutto. Giacchè senza voti, i
livelli sono differenti ma tutti alti: per ognuno che ha partecipato con il suo entusiasmo e la sua voglia, con il suo cammino di lotta e di vittoria di fronte a se stesso. E in cose concrete
che via via bisognava fare - era urgente farle – per allargare
ed approfondire i nostri desideri e interessi più vivi verso la
Natura e la Cultura: così come si sono manifestati in classe:
Anche con scritti su parete: già in Seconda. Appunto, con la
ricerca partecipata da tutti.
Per documentare tutto questo metto qui qualche
esempio ……….in particolare la definizione della libertà :
solo qualche esempio, a seconda di come alcune bambine
e alcuni ragazzi l’hanno considerata – dopo l’esperienza di
cinque anni di vita in comune – nella riflessione scritta… a
seguito di una giornata “andata male” con la supplente (che
non voleva lasciarli lavorare ai loro progetti):
Per essere liberi bisogna sapere quello che si fa per
aiutare tutti i nostri compagni (Marta);
La libertà vuol dire essere responsabili di noi stessi
(Roberta);
Quando un bambino progredisce è libero. Progredire
vuol dire che un bambino va avanti e è più contento, è gioioso e non fa brutti scherzi (Amelia);
Un bambino libero non si approfitta mai di chi è più
debole, anzi lo difende; quando promette una cosa la mantiene e non ritorna indietro. Un ragazzo libero sa rispettare le
leggi stabilite da lui e dai suoi compagni (Simonetta);
Quando un bambino non è libero è come schiavo di
se stesso e allora deve chiedere alla signorina cosa deve fare
(Wilma);
Il lavoro libero è una cosa sacra. Il lavoro libero è una
legge da rispettare che dice di lavorare in silenzio e senza
disturbare i compagni. I bambini liberi sono quelli che dopo
lunghe lotte sono riusciti a raggiungere la libertà (Antonio);
La differenza tra il bambino libero e quello comandato è questa: il bambino libero sa comandarsi da sé mentre
quell’altro è come un bambino di pochi anni che deve essere
vigilato. Quel bambino che diventa libero fa il piano di lavoro
e questo dura una settimana e il sabato si vede se abbiamo
lavorato bene (Giovanni).”
Il mio compito di Dirigente Scolastica, che accanto a Idana
Pescioli mi sono formata come insegnante e cittadina, è quello di fare azioni educative affinchè l’intero istituto diventi
una “grande famiglia” nella quale le parole libertà, autovalutazione, progetto partecipato….diventino azioni quotidiane
degli adulti e dei bambini che qui vivono e crescono.
E sempre in relazione ai concetti di Autonomia, Responsabilità che sviluppano la Comunità, il progetto culturale “Fuori
dal Guscio” prevede l’istituzione in ogni plesso scolastico
di scuola primaria e scuola secondaria di I° grado del Consiglio dei Rappresentanti degli Alunni (CRA), che permette la
partecipazione attiva e consapevole dei bambini e dei ragazzi alle scelte per l’organizzazione degli spazi collettivi, dei
tempi delle attività comuni, delle regole democratiche che
le varie scuole si danno. L’elezione ed il funzionamento dei
diversi CRA sono disciplinati da alcune procedure di lavoro
comune. Interessanti i contenuti delle riunioni del CRA; ne
riporto alcuni:
– “Molto dicono che il problema principale è il chiasso a
mensa. Bisogna trovare delle forme per far rispettare le regole” Rappresentante di V classe.
– “Erika e Chiara, le rappresentanti di 1a classe hanno preso
proprio da sole una stupenda inziativa. Loro avevano trovato
in giardino, dei rametti spezzati e un pò tanta sporcizia allora
hanno fatto dei volantini con disegni tutti belli e colorati per
far capire a tutti i bambini che la natura va rispettata. Abbiamo
deciso di dare i volantini a tutte le classi così li attacchiamo”.
Esercitare democraticamente la partecipazione dei ragazzi
nella vita quotidiana di ogni giorno impegna gli insegnanti
pian piano a ripensare atteggiamenti e comportamenti che
sviluppano “autorevolezza”.
Colgo nel tempo una acquisizione maggiore da parte dei docenti dell’importanza dell’ascolto reciproco, del dialogo costante, dell’attenzione alle piccole richieste fatte dai ragazzi.
Là dove questi comportamenti degli adulti sono più evidenti,
soprattutto nella scuola secondaria di primo grado, i ragazzi
assumono comportamenti più autonomi, più responsabili e
la comunità-classe è un luogo di collaborazione in cui si trascorrono con impegno le ore di scuola.
Al contrario, quando l’adulto esprime poca autorevolezza,
non dialoga, si chiude nell’insegnamento rituale della propria lezione disciplinare, i ragazzi fanno fatica a mantenere la motivazione ad andare a scuola attivamente. E’ certo
che la motivazione dei ragazzi oggi allo studio costante, alla
frequenza regolare, alla collaborazione attiva non dipende
esclusivamente dai docenti di quella classe o di quella scuola
ma anche dal ruolo che esercitano i genitori nella costruzione di una scuola “come comunità di intenti e di pratiche”.
Che cosa posso fare come genitore
per stare accanto a mio figlio a scuola?
R
iporto , per dare concretezza ad un’idea di scuola
che hanno molti genitori di questo istituto, alcuni stralci di
una lettera che ho trovato appesa nei primi giorni del mese di
novembre 2010 alla bacheca genitori della scuola primaria D.
Dolci di Cenaia.
“Cari bambini, cari genitori,
alla riunione di giovedì 4 novembre, in cui abbiamo deciso di fare dei
laboratori prima ed un mercatino poi di raccolta fondi per la nostra
scuola, la discussione non poteva scivolare sulla triste situazione della scuola pubblica italiana. Abbiamo così dichiarato la nostra ferma
volontà di difendere e sostenere la nostra piccola ma significativa realtà scolastica.
Questa scuola ha fatto propri tanti principi educativi creando per i
nostri figli una vera comunità emancipante e profondamente formativa. Noi vogliamo portare all’attenzione pubblica la nostra esperienza e vogliamo difendere questo valore collettivo…..
…… Raccoglieremo delle ricette, una per ciascun bambino, la più particolare che conoscete in famiglia……. La cucina, il cibo rappresentano simbolicamente il cuore della realtà familiare, l’origine di ciascuno
di noi; la scuola, il nostro libro di ricette, il massimo dell’espansione,
dell’emancipazione di ciascuno dei nostri bambini….. simbolicamente riuniti in una raccolta globale di tutte le realtà particolari. Ciò che fa
la nostra scuola accogliendoli ogni giorno, persone con le loro particolarità, le loro intelligenze, le loro creatività, le loro individualità in una
collettività forte in cui condividono tutto: informazioni, elaborazioni,
umori, cibo, anche il materiale scolastico. Tutte le ricette ……saranno
riunite in un librettino che avrà delle pagine di presentazione della nostra realtà scolastica, dei suoi punti di forza, dei suoi valori profondi.”
Questa lettera-appello a fare un’attività tutti insieme per raccogliere fondi per la scuola mette in evidenza quei concetti-valori
che come Istituto agiamo da diversi anni: L’appartenenza ad
un luogo ed a un gruppo con il quale condividiamo idee, valori
ed esperienze, l’identità che questo luogo ha e manifesta attraverso simboli e linguaggi educativi, la collettività delle persone
che condividono tutto.
“La scuola è la mia casa” sostiene con forza un grande amico
della scuola italiana e la cucina è il cuore della casa come affermano giustamente questi genitori. Ed il ricettario raccoglie,
mette insieme i cibi di tutti i diversi componenti della famiglia/
scuola per farne una comunità. Più ricette riunite fanno il cuore della cucina, più bambini fanno il cuore dell’aula e più aule
la scuola: il luogo del cooperare, del condividere.
Ma tutto questo come sempre non nasce per caso: serve innanzitutto un lavoro per l’accoglienza che si manifesta nella
cura delle informazioni, nella cura delle relazioni, nella pratica dell’ascolto reciproco, nella sospensione del giudizio, nella
condivisione delle esperienze.
Serve poi un grande lavoro che offra stimoli culturali di qualità agli adulti prima ancora (o in contemporanea) che ai
bambini.
Stimoli di qualità che aiutino i genitori a riflettere, a pensare
a come stanno accanto ai loro figli, a cosa dicono loro e nello
stesso tempo a conoscere, a percorre gli spazi dove i ragazzi
trascorrono molte ore della loro giornata.
E come sempre faccio un esempio concreto: le scuole dell’Istituto Mariti hanno scelto da molti anni di investire pensieri ed
azioni per sostenere un tempo scuola lungo per tutti gli ordini
di scuola. Il nostro slogan “una scuola aperta tutto il giorno
per tutto l’anno e per tutta la vita” che si concretizza in azioni
educative articolate su tempi scuola - i più lunghi possibili- ha
avuto bisogno della consapevolezza dei genitori che più scuola
corrispondeva anche a più stimoli culturali, a più approfondimenti disciplinari, a più attività sportiva, a tempi più flessibili
per l’apprendimento e per la socializzazione.
E per dare consapevolezza prima e raccogliere consenso poi
dalle famiglie è stato sempre necessario puntare sulla qualità
dei percorsi culturali ed educativi realizzati in ogni scuola e
in ogni classe dell’istituto.
Un’offerta culturale sostanziata non solo di attività didattiche improntate sul metodo della ricerca ma che tenesse conto della vivibilità degli spazi educanti, della flessibilità dei
tempi di apprendimento e della costruzione di relazioni forti
e significative fra coloro che abitano la scuola.
I genitori, almeno una grande maggioranza, vive questo clima e la lettera “spontanea” dei genitori della scuola di Ce­
naia lo dimostra.
Tutto questo non sarebbe possibile se non ci fossero questi
insegnanti.
Ricordo anche un’altra lettera (che si trova integralmente
nel sito dell’Istituto) scritta da una mamma di un ragazzino
dislessico e disgrafico che dopo aver frequentato per alcuni
anni una scuola di un istituto vicino decise di portare il proprio figlio alla scuola primaria di Lorenzana.
La lettera si commenta da sola e l’Istituto che la riceve alla
fine del percorso scolastico del ragazzo con consapevolezza
e soddisfazione afferma “non è una utopia”.
Ed infine
Ho volutamente tralasciato,in questo terzo quadernino di appunti, di raccontare la costruzione faticosa e complessa ma
ricca di stimoli, della comunità di intenti con il territorio dei
cinque comuni nel quale sono ubicate le scuole, perché ho
cercato di fermare la mia attenzione e quella di chi legge sul
guscio/scuola, sull’articolarsi delle relazioni fra bambini, tra
bambini ed adulti ed infine degli adulti tra di loro.
Sono convinta che solo con un guscio/scuola forte delle sue
relazioni interne che ha ben definita la propria identità culturale e che ha sviluppato un corretto senso di appartenenza
in coloro che “abitano la scuola”, è possibile stabilire con
coerenza e continuità relazioni importanti con tutte le agenzie formative del territorio senza lasciarsi trascinare dalla
corrente di un’acqua sospinta dal vento che soffia a giorni
diversi e in direzioni diverse.
Identità e Appartenenza aiutano a costruire una Comunità
che pensa ed agisce in direzione nonviolenta.
Ed è questa la prima profonda sfida culturale della scuola
oggi che non si sovrappone all’acquisizione delle competenze di base delle varie discipline né impedisce il contrasto alla
dispersione scolastica ma ne è il motore che mette in movimento tutto questo in classe ogni mattina con i ragazzi o
nelle riunioni periodiche degli insegnanti e con i genitori.
A scuola e solo a scuola si può imparare a vivere la libertà
dei pensieri e delle azioni come assunzione di responsabilità
dentro una rete di relazioni affettive e sociali forti.
Chiudo utilizzando ancora uno scritto di Idana Pescioli rivolgendolo a tutti i docenti ai quali ho dedicato sin dall’inizio
queste riflessioni.
Ecco quello del maestro è (secondo me) uno dei mestieri
più belli-esaltanti-gratificanti che esistano al mondo:
collocato com’è fra l’artigianato e le arti. Quello che può
giungere
alle più alte vette di libertà e responsabilità: ed a livelli
più o meno alti di rapporto di nonviolenza attiva.
Purchè l’adulto operi con sensibilità e preparazione
a costruire con i bambini forme concrete di cultura: e parta
sempre
da quell’immenso fascio di potenzialità logiche e creative
dei bambini stessi.
www.iscomar.it
Il quaderno n° III viene regalato a 2,00 Euro per raccogliere
piccoli contributi per l’Associazione Culturale e Solidale “Crescere insieme” che ha progetti di cooperazione a sostegno dei
bambini Saharawi nei campi profughi del deserto Algerino.
Stampato presso
Tipografia Bandecchi & Vivaldi, Pontedera
gennaio 2011
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Testo "una comunità di intenti e di pratiche si può costruire"