N° 20 Settembre Novembre 2009
Camminiamo insieme
Periodico della Comunità dei Santi Pietro e Paolo in Castrezzato
Camminiamo insieme
Periodico della Comunità
dei Santi Pietro e Paolo in Castrezzato
Numero 20 - Settembre Novembre 2009
Collaboratori di questo numero: Mons. Mario Stoppani, Don Claudio Chiecca, Mons. Vittorio Formenti, p. Gabriele Ferrari, p. Lorenzo Agosti, Adriano Bianchi, Enrico Pepe, Bruno Ferrero, Massimo
Sala, Silvana Brianza, Giuliana e Ivan, Umberto Folena, Ufficio catechistico diocesano di Brescia,
Associazione AIDO
Fotografie di Erika Zani
Impaginazione Giuseppe Sisinni
Stampa G.A.R. di Ruffini s.r.l. - Castrezzato (BS)
In copertina
La copertina di questo numero del Bollettino riproduce una lastra di ferro dipinta che fa parte dell’arredo
sacro della nostra Chiesa.
Ritrovata nel fondaco della
Sacrestia, è stata recentemente restaurata dal nostro concittadino prof. Giorgio Manenti. Si
tratta molto probabilmente di un
cartello sacro che serviva ad avvisare i fedeli quando era esposto il
Santissimo Sacramento per l’adorazione e per le S.S. Quarantore.
Raffigura il classico ostensorio ,
incorniciato da una ghirlanda di
spighe di frumento e di grappoli d’uva. Alla base la scritta latina:
VENITE ADOREMUS, cioè VENITE
ADORIAMO! L’Eucaristia è al centro della vita cristiana ed anche
delle linee pastorali della nostra
Diocesi per quest’anno. Il Vescovo
ha inviato ai diocesani una lettera
pastorale dal titolo “Un solo pane,
un unico corpo”. Cosa dice a noi
il valore supremo dell’Eucaristia?
L’Eucaristia chiede maturazione
per essere testimoni. Il cristiano
deve crescere armonicamente nelle tre dimensioni della persona:
avere, essere e donare. L’avere in
funzione dell’essere e quindi della
crescita personale; l’essere in vista
del dono e quindi della fecondità
della vita. Percorrendo questo itinerario l’uomo cammina verso una
sempre più piena somiglianza con
Dio. È un processo di maturazione che coinvolge la nostra libertà,
ma che ha origine nell’amore di
Dio Creatore, nella grazia di Cristo, nella forza dello Spirito Santo.
Viviamo intensamente il Mistero
dell’Eucaristia e non tralasciamo
mai la messa domenicale, sorgente inesauribile di vita nuova e vera
scuola di una nuova umanità che
fa propria la logica di Cristo, la logica del dono di sè. (d.M.)
2
n. 20 settembre - novembre 2009
Camminiamo insieme
Sommario
3
5
7
9
12
15
19
21
28
36
42
50
Lettera del Parroco
Un solo Pane, un unico Corpo
Enciclica del Papa
Verità nella carità
Riflessioni
Benedetto XVI, un Pontefice poco amato?
Lettera pastorale
Inizio e compimento
Anno sacerdotale
Curato d’Ars, prete d’avanguardia
Vita cristiana
La famiglia e l’iniziazione cristiana dei figli
Storia della Chiesa
La Vergine Maria nell’antica
tradizione carmelitana
Famiglia
Come fare amare la scuola
Spazio Missioni
Etiopia 2009
Anniversari
Monsignor Alessandro Galli
Spazio oratorio
E... state in oratorio
Anagrafe parrocchiale
Matrimoni, battesimi, defunti
Lettera del Parroco
Riflessioni sul mistero eucaristico
Un solo Pane,
un unico Corpo
C
arissimi,
il nostro Vescovo Luciano ci
invita quest’anno a mettere
al centro della nostra vita cristiana il
mistero eucaristico. “Un solo Pane,
un unico corpo”. Per noi credenti
di Castrezzato è quasi un riprendere il discorso vitale dei Festoni
del 2007: Dall’albero della Croce
il frutto dell’Eucaristia e dall’Eucaristia lo stile della Comunità
cristiana. Se non sbaglio, era stato
P. Aldino Cazzago ad illustrarci con
la maestria del teologo il tema dei
Festoni, all’inizio della Quaresima
di quell’anno. Permettete che in
questo dialogo quale vuole essere
appunto la Lettera del Parroco nel
Bollettino, punti l’attenzione sulla fisionomia spirituale ed umana
che deve avere la nostra Comunità parrocchiale, che deve trovare
nell’Eucaristia la sua fonte e il suo
modello. Siamo all’inizio del nuovo Anno pastorale e dobbiamo sostare un momento per prendere la
direzione giusta del nostro essere
Chiesa. È opportuno che ci soffermiamo un momento a riflettere
sulla qualità delle proposte pastorali, sulle mete che ci proponiamo
e sui risultati ottenuti. È questo un
dovere fondamentale per il parroco e i sacerdoti collaboratori, ma
pure per il Consiglio pastorale e i
collaboratori pastorali in genere (
catechisti, ministri straordinari della S.Comunione, comunità educativa dell’Oratorio ecc...). C’è infatti
il pericolo di fermarsi alle cose da
fare, oppure di curare principalmente gli aspetti più appariscenti
della vita parrocchiale e mettere in
secondo piano gli obiettivi primari che sono quelli di annunciare il
Cristo e di mettere le persone nelle condizioni favorevoli per manifestare la conversione a Dio nel “sì”
della fede.Tenterò- nel mio ruolo
di parroco- di riassumere in alcuni
punti fermi gli obiettivi che ci devono stare a cuore.
1 - È utile chiederci in quale ottica ci mettiamo. Ai presbiteri (i
preti) deve stare a cuore l’impostazione complessiva del
“fare pastorale” cioè del guidare la parrocchia in ordine alla
fede e alla vita cristiana, offrendo sempre ai parrocchiani
un’impostazione trasparente
del ministero sacro di cui sono
stati investiti e per il quale sono
stati inviati. Il ministero del sa-
cerdote non deve offuscare né
sostituirsi all’azione misteriosa
dello Spirito, al primato della
grazia e alla centralità visibile di
Cristo e del suo Vangelo. Questa trasparenza del ministero
presbiterale saprà scoprire alcune false o incomplete attese
della gente che vuole spesso
“strutture e cose visibili” anziché formazione delle coscienze
e cammini autentici di conversione a Dio e di fede vissuta. I
tranelli e gli equivoci della vita
pastorale non sono pochi e rischiamo tutti di caderci dentro:
preti e laici! Sono i tranelli del
prete “che piace alla gente” o
che viene accettato per le sue
doti personali e non perchè è
“ambasciatore” di un Maestro
povero e crocifisso...Il pastore è
portatore di doni non suoi, ma
che gli sono dati per edificare
il Corpo di Cristo, la Chiesa che
è la famiglia di Dio. Su questa
premessa basilare occorre tutti
vigilare.
2 - La parrocchia funziona se converte i cuori a Dio e se fa maturare le coscienze sui parametri di Cristo e del suo vangelo.
L’evangelizzatore spesso “se
ne va piangendo, gettando la
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 3
Lettera del Parroco
semente” come dice il salmo. I
frutti non sono sempre visibili
e poi chi scruta il cuore è il Signore.
3 - Non vanno confusi i mezzi con
i fini e i contenuti. I primi possono cambiare, i secondi sono
immutabili e sono fissati per
sempre dalla Rivelazione divina. San Paolo diceva:”Se qualcuno vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi
abbiamo annunziato, sia anatema!”. A dare efficacia alla parola
umana dell’apostolo è la forza
dello Spirito.
4 - Il primato permanente va dato
alla Parola di Dio. Essa dev’essere degnamente proclamata e
spiegata sapientemente dal ministro, fatta gustare, assimilata.
Senza Parola di Dio non c’è alcun rinnovamento nella Chiesa.
L’annuncio della Parola di Dio
nella sede liturgica gode di una
particolare solennità. Alla stessa Parola va legato strettamente il Sacramento (soprattutto il
Battesimo e l’Eucaristia) e dobbiamo avvertire tutti l’urgenza
di mettere in pratica quanto è
stato proclamato. I fedeli devono dare ai presbiteri la possibilità di soffermarsi sulla Parola di
Dio, di meditarla e “ruminarla” ,
per poter poi annunciarla agli
altri. I cristiani devono essere
aiutati a permettere ai loro preti di non anteporre nulla a questo ministero che è la fonte di
tutto il resto.
5 - Sui contenuti e sul ministero
della fede bisogna essere giustamente rigorosi per dare vita
a nuove generazioni di cristiani
meno superficiali di quelli attuali. Anche qui a Castrezzato,
sotto l’infarinatura di una fede
tradizionale si nascondono
contraddizioni, incoerenze e
vuoti di contenuto circa la fede.
4
n. 20 settembre - novembre 2009
Urge far conoscere le “insondabili ricchezze di Cristo”.Occorre
essere rispettosi delle disposizioni generali della Chiesa in
ordine all’evangelizzazione, alla
catechesi, ai sacramenti.
6 - Senza unità e vera comunione tra noi , non c’è esperienza
cristiana autentica. Gesù dice:
“vi riconosceranno come miei
discepoli se avrete amore gli
uni per gli altri”. Ciò che non
costruisce comunione vera
nella verità, non può venire
da Dio. Le sensibilità diverse
possono essere superate solo
dall’amore condiviso verso lo
stesso Cristo,Maestro e Modello dell’umanità riconciliata. È
impossibile che i cristiani non
si vogliano bene tra loro se
amano davvero Cristo e se Lui
è la Legge suprema. Il perdono reciproco è il balsamo che
rimargina ogni possibile ferita
reciproca.
7 - L’abbandono e la trascuratezza
di molti verso la s.Messa domenicale deve preoccuparci
tutti. L’abbandono massiccio
e repentino dell’Eucaristia domenicale per tanti giovani/
adolescenti/ragazzi deve interrogarci. È la famiglia nel suo
insieme che deve fare un cammino di vita cristiana. Quanto
è bello e promettente vedere
tanti genitori che partecipano
alle proposte di fede nel campo della catechesi : questo dovrebbe avvenire anche per la
messa! Perdendo sistematicamente la messa , si perde un po’
alla volta anche la fede. Il problema certo non è solo nostro,
ma di moltissime parrocchie.
Non c’è da rallegrarci : essere
ammalati in tanti , non vuol
dire stare bene!L’Eucaristia è il
cardine della vita cristiana. Che
molti ragazzi – fatta la prima
comunione e la cresima non si
Camminiamo insieme
vedano più in parrocchia, fa risaltare in maniera palese che la
catechesi è erroneamente vissuta unicamente in funzione di
ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Occorre cambiare rotta. Ed anche gli adulti
devono precedere i bambini
nel dare esempi di vita cristiana.
8 - Infine è evidente che preti e laici devono lavorare insieme per
il Regno di Dio. C’è un’interazione tra presbiteri e organismi
pastorali concreti (CPP/ CPAE/
Oratorio ecc...) Essi vanno continuamente stimolati a crescere e a maturare. Personalismi e
contrapposizioni pregiudiziali
sono cattivi consiglieri. Soprattutto il Consiglio pastorale dev’essere un osservatorio
evangelicamente motivato ed
essere in grado di fare una lettura realistica della situazione
spirituale della parrocchia e ricercare i rimedi necessari. I sacerdoti- da parte loro- devono
essere voci libere e coraggiose
nel guidare e formare i propri
fratelli e chiunque voglia venire
a contatto con la vita cristiana.
Occorre passare da una misura
minimalista della vita cristiana
( quale spesso emerge dal vissuto dei cristiani) ad uno slancio evangelizzatore nuovo che
permetta a molti di “venire in
contatto con le insondabili ricchezze di Cristo, con “iniezioni
di speranza” e scelte concrete
possibili e condivise.
Molti sarebbero ancora i punti sui
quali soffermarci. Questi però mi
sembrano quelli prioritari da tener
presenti nell’immediato futuro. Il
Signore sia dinanzi a noi nel guidarci
Vostro don Mario
Enciclica del Papa
Leggendo la nuova enciclica sociale
Tutto l’uomo,
tutti gli uomini
Verità nella carità
A
nnunciata da tempo, “Caritas in veritate” era attesa.
Attuale oggi come risposta
alla situazione di crisi che tocca
direttamente molta gente anche
qui da noi. Di solito noi parliamo
dei paesi più poveri come di realtà
lontane da noi, ma questa volta la
crisi batte alle porte delle nostre
case e sono molti quelli che ne devono portare le conseguenze.
biare il proprio stile di vita e la scala dei suoi valori.
“Caritas in veritate” ci ricorda che
né il mercato né lo stato né gli interessi di qualcuno possono ignorare e violare i diritti dell’uomo. La
centralità della persona umana
imprime una nuova visione a tutto
il problema del progresso umano
e sociale. Il Papa non si nasconde
la situazione attuale del mondo,
dove le persone, molte persone,
soffrono per uno sviluppo e per
un’economia che sono pensate
non per promuove
Una questione mondiale
Il discorso sullo sviluppo quindi
non riguarda solo certi paesi, ma
tocca anche noi. La parola di Benedetto XVI interpella tutti, ricchi
e poveri, europei e africani, americani e asiatici e australiani, davvero tutti. Mai come oggi è vero che
“la questione sociale è diventata
una questione mondiale” (14), che
riguarda tutti. Perciò la chiesa continua a insegnare la sua dottrina
sociale adattandola alle attese del
momento.
Certamente questa lettera non
piacerà a tutti. Chi non vuole cambiare la propria maniera di vivere,
chi crede che denaro e guadagno
siano tutto, chi non rispetta la vita,
chi pensa che la chiesa dovrebbe
parlare solo di “religione”... non
sarà entusiasta di questa “lettera”.
Ma coloro che si impegnano per
una nuova società fondata sulla
“carità nella verità” vi riconoscerà
un aiuto provvidenziale per cam-
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 5
Enciclica del Papa
re l’uomo, ma solo per produrre di
più, guadagnare di più, mostrare la
propria superiorità anche a prezzo
di calpestare gli altri.
E ci mostra che, anche per coloro
che sono usciti dal sottosviluppo,
la “carità nella verità” - cioè Gesù e
il suo vangelo - è la strada per non
finire nella disumanità. Tutto deve
essere rimesso al servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, perché lo sviluppo è autentico quando è integrale e raggiunge l’uomo in tutte
le sue dimensioni, materiali e spirituali, personali e comunitarie; e di
tutti gli uomini, non solo di quelli
che ne sono protagonisti.
l colpi alla porta...
Un’altra idea che il Papa sviluppa
e che attraversa tutta la “lettera” è
che il mondo deve sentirsi, come
del resto Dio lo vuole, una grande famiglia di fratelli. La globalizzazione può aiutare a sentirsi
fratelli, legati nello stesso destino,
6
n. 20 settembre - novembre 2009
corresponsabili di tutti. Purtroppo
“mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza,
il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per
una coscienza ormai incapace di
riconoscere l’umano” (75).
Il Papa ci ricorda che l’attività economica non è in grado di risolvere
tutti i problemi sociali applicando
solo la logica del mercato. Essa
deve essere guidata dalla ricerca
del bene comune, abbandonando
la logica dell’egoismo personale o
collettivo, per essere “strutturata
e dalla logica del dono” (36). Questo aspetto può cambiare il rigido
sistema del mercato e umanizzare
lo sviluppo, l’economia, la finanza,
eliminando quei comportamenti
che hanno portato alle crisi attuali.
Insieme ai poveri della terra
Un’altra idea che attraversa tutta l’enciclica è l’attenzione ai più
Camminiamo insieme
poveri. Il Papa, sia che parli dello
sviluppo o del commercio o della
necessaria apertura dei mercati,
sia che tratti della globalizzazione
o della formazione allo sviluppo,
richiama sempre “lo scandalo di
disuguaglianze clamorose” (22).
Se si vuole costruire un mondo
nuovo nella giustizia, nella pace e
nella salvaguardia del creato, bisognerà ripartire sempre dagli ultimi,
dai più poveri, tenendo presente
la loro condizione e operando per
la loro promozione.
Solo in questo modo lo sviluppo
del mondo sarà vero e l’umanità
potrà camminare, insieme. Altrimenti i poveri non solo saranno
trascurati (e già sarebbe un peccato che grida vendetta al Cielo), ma
finiranno per diventare un peso
che rallenta il possibile sviluppo di
tutta la famiglia umana.
Il Papa ha scritto questa lettera a
tutti noi. Non sarà il caso che rispondiamo?
p. Gabriele Ferrari
Riflessioni
Un grande teologo, eppure avversato
Benedetto XVI
un pontefice poco amato?
L
a generazione dei quarantenni di oggi, pensando alla
figura di un Papa, fa immediato riferimento mentale a Giovanni
Paolo II. Lo hanno conosciuto da
bambini, e sono stati accompagnati lungo la strada della loro
crescita dalle cronache di una vita
tutta dedita alla comunicazione
del messaggio cristiano nel mondo attraverso viaggi memorabili
e folle acclamanti. Ne deriva la
scontatezza del confronto tra il
precedente e l’attuale Pontefice.
Ma anche i genitori sanno bene
che i loro stessi figli non sono mai
fotocopie: ognuno è dotato di personalità propria e caratterizzante. I
funerali del Papa polacco ne hanno attestato il tasso di popolarità.
L’attuale Pontefice, sarebbe inutile
negarlo, presenta invece una popolarità ancora tutta in salita, anche tra i credenti, per non dire una
pregiudiziale ostilità. Basta leggere i titoli e gli interventi della grande stampa mondiale che fa tanto
testo per determinare le opinioni
correnti. Contro Benedetto XVI si
esercitano costantemente l’ipercritica, il fastidio, il disagio dinanzi
al suo magistero e alla sua persona. Si pensi al caso eclatante della
“lectio magistralis” da lui tenuta a
Ratisbona, dove semplicemente
ribadì la tesi che ogni religione,
compresa quella musulmana, non
deve mai essere finalizzata alla
violenza, ma unicamente alla pace
e al dialogo. L’intero mondo arabo
si inalberò, ma con il sostegno anche di molti saggisti e giornalisti
liberal del fronte laico.
La campagna mediatica tendente
a screditare il Papa trova sovente
alimento nelle più stravaganti interpretazioni date agli interventi
di un Pontefice già definito come
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 7
Riflessioni
il rottweiler del suo predecessore,
inflessibile e freddo controllore
della dottrina cattolica. Uno scrittore tedesco, R. Neuhaus, ha invece definito Papa Ratzinger “uomo
di grande gentilezza, di profonda
intensità spirituale, di grande curiosità intellettuale e, soprattutto,
di serena tranquillità interna”. Ho
la presunzione di confermare e
sottoscrivere queste espressioni. I
suoi due segretari privati affermano che, da poliglotta e grande teologo autore di settecentotrenta
titoli tra libri e opuscoli, egli ha la
capacità straordinaria di interloquire in colloqui privati con straordinaria competenza anche in
campi delle scienze umane come
la medicina, l’ingegneria, l’arte.
Eppure i sarcasmi e gli insulti nei
suoi confronti da parte dei media non si contano. Ciò denota
un’acredine di antico stampo, una
volontà di rivincita nei confronti
non tanto di un uomo, ma contro
la Chiesa da lui presieduta nella
carità, la quale non si stanca di
proporre i suoi temi di morale familiare e di etica civile, che tanto
fastidio suscitano in una mentalità
permeata di libertarismo ad ogni
8
n. 20 settembre - novembre 2009
costo. Benedetto XVI continua -lo
ha fatto anche con la recente enciclica “Caritas in veritate”- ad offrire un progetto etico che mira alla
formazione della persona nel suo
complesso, un progetto culturale
e spirituale chiaro e fermo nella
dottrina ispiratrice, pur se indulgente verso le cadute dei singoli
individui. Il senso comune di molti fedeli, grazie a Dio, sa scorgere
nelle sue esortazioni, che non
sono mai costrizioni, la lotta ad
una quotidianità dominata dalla
schiavitù del denaro, della tossicodipendenza, della violenza sui
deboli, del rifiuto preconcetto alla
vita, dell’affievolimento del senso
dell’umanità e della solidarietà. A
ben guardare, tra coloro che gettano discredito sul Papa ci sono
persone che si sono distinte per
essere state culturalmente e operativamente conniventi con regimi
totalitari, mentre oggi accusano di
totalitarismo la Chiesa, impegnata
nel mondo intero nella difesa dei
diritti umani e testimone credibile
in favore degli indifesi e dei poveri.
Sono impressionanti le cifre di coloro che, nel mondo intero, poveri,
ammalati, disabili, orfani, reietti
Camminiamo insieme
della società, anche in nazioni ove
la presenza cristiana è di assoluta
minoranza, trovano rifugio il più
delle volte gratuito nelle strutture
rette da diocesi e parrocchie, da
religiosi e religiose, con l’apporto fattivo e determinante di tanti
generosi volontari. Di tali attività,
della sussidiarietà e dei servizi sociali prestati dalla Chiesa i “laici”
non ne parlano mai, se non per
enfatizzare qualche inevitabile
errore legato alla debolezza delle
persone. Ma, si sa, la foresta che
cresce non fa mai rumore…
Anche in Italia tale fronte laico
ha radicalizzato da tempo il suo
confronto con la Chiesa. I suoi rappresentanti si compiacciono di descrivere regolarmente una Chiesa
ed un cattolicesimo in difficoltà.
Quanti di loro vorrebbero assistere
al funerale della Chiesa! Piccoli untorelli, verrebbe da affermare con
manzoniana memoria. Tranquilli:
la Chiesa, pur se non invitata, quale esperta di umanità assisterà anche ai funerali di costoro, perché
fondata sulla parola di Cristo: le
forze del male non prevarranno.
Don Vittorio
Lettera pastorale
Da “La Voce del Popolo” un commento alla lettera pastorale del Vescovo Monari
Inizio e compimento
A
l centro l’eucaristia: il dramma d’amore di Dio, la vita
benedetta, spezzata, data,
consumata dagli uomini perché
possano avere “vita in abbondanza.” (Gv 10,,10). II cibo degli angeli
il pane del cammino, il mistero di
Dio fatto dalla Chiesa e che fa la
Chiesa, la sua presenza, il suo vero
corpo che fa di noi un unico corpo
(1Cor 10,14-17). Ha scelto l’eucaristia, quindi, il vescovo Luciano per
indicarci il cammino da seguire nel
prossimo anno pastorale, in continuità con il disegno di riflettere
sulle dimensioni fondamentali
della vita cristiana: parola di Dio,
eucaristia e comunità. Pertanto
non progetti pastorali, seppur necessari nella vita della comunità
ecclesiale, ma il suo tesoro, la fonte, il culmine perché da lì “tutto
abbia il suo inizio e il suo compimento” e la nostra vita di uomini
e donne possa essere trasformata
da Gesù eucaristia in vita eucaristica. Ma come accogliere questa
indicazione del nostro Pastore?
Anzitutto vivendo in pienezza la
Messa domenicale. “È domenica
mattina – dice il Vescovo –. Il mondo sembra quieto; molti dormono
ancora per ricuperare le ore della
sera. E tuttavia quando un suono
di campane si diffonde nell’aria,
da molte case, come rispondendo
a una chiamata, escono persone
che si dirigono verso la chiesa.
Sono vestite bene, come se andassero a un ricevimento; camminano svelte, come se qualcuno le
stesse aspettando e non volessero far tardi”. È anche un po’ poeta
mons. Luciano all’inizio della lette-
La copertina della lettera pastorale per l’anno 2009-2010 inviata dal Vescovo di
Brescia, Luciano Monari.
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 9
Lettera pastorale
ra: “Oggi è un giorno speciale; per
questo ci alziamo lieti; per questo
ascoltiamo il suono delle campane
come fosse un appello rivolto a noi
e usciamo di casa; per questo ‘con
timore e gioia grande’ (Mt 28,8) ci
avviamo verso la chiesa. Per fare
che cosa? Per ringraziare, lodare, benedire, esaltare, glorificare,
cantare, gioire insieme”. Vivere e
celebrare, quindi, degnamente e
con gioia l’eucaristia, soprattutto
quella domenicale, quella che fa
della parrocchia una comunità e
che ci trasforma attraverso la lode
e il ringraziamento del Signore nel
suo corpo, il corpo di Gesù sacrificato per amore.
Anche l’immagine dell’Ecce Homo
di Antonello da Messina, scelta
come icona per quest’anno, ci aiuta in questo percorso. La tradizio-
ne dell’imago pietatis, presente in
tante nostre chiese, ce lo rammenta: il pezzo di pane che adoriamo
è veramente quel corpo fatto di
carne e sangue offerto, morto e risorto per noi. Da questo pane siamo generati a una vita eucaristica
dove il “donare” diviene il verbo supremo per entrare in relazione con
gli altri, per operare nella città, per
vivere le fragilità e le fatiche della
vita, per impegnarci per il futuro,
per tutto il tempo che Dio ci concederà di stare in questa storia. C’è la
storia e la quotidianità nella lettera di quest’anno. Ma ciò che è per
noi cristiani così prezioso cosa può
dire anche alla più vasta comunità
degli uomini? Cosa dice alla città,
all’educazione, alla società tutta
il valore supremo dell’eucaristia?
L’interrogativo ha generato negli
Classe 1939
10
n. 20 settembre - novembre 2009
Camminiamo insieme
organismi diocesani una riflessione. Ne è nato uno stile nuovo per
portare la lettera a tutti, non solo
ai cristiani di Brescia, ma nell’Agorà, nella piazza, usando i linguaggi
universali dell’arte, della musica,
del teatro. Toccando anche fisicamente la provincia e i luoghi della
città per far percepire che dentro
quel Dono c’è un valore per tutti.
Vivremo, perciò, l’Agorà della diocesi di Brescia, ma tante altre agorà
potranno nascere per esprimere la
passione per il Vangelo e la bellezza della testimonianza nelle parrocchie, nelle associazioni e nelle
zone pastorali per suscitare in tutti
quella speranza che desideriamo
condividere.
Adriano Bianchi
Anno Sacerdotale
In occasione del 150° dalla morte del S. Curato d’Ars
Anno Sacerdotale
Lo ha indetto il papa Benedetto XVI — I sacerdoti incaricati non di dire molte
parole, ma di annunciare l’unica Parola di salvezza — Dio è la sola ricchezza
che gli uomini cercano in un prete.
I
l 16 marzo scorso il papa Benedetto XVI, parlando ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione del Clero, ha annunciato
la proclamazione di uno speciale
«Anno Sacerdotale», che andrà
dal 19 giugno prossimo fino al 19
giugno 2010, in considerazione del 150° anniversario della
morte del Santo Curato d’Ars,
Giovanni Maria Vianney, «vero
esempio di Pastore a servizio
del gregge di Cristo».
Poprio quell’umile prete francese diceva: «Se avessi già un
piede in cielo e mi si venisse a
dire di tornare sulla terra per
lavorare alla conversione di un
peccatore, tornerei volentieri.
E se fosse necessario per questo restare qui fino alla fine del
mondo, alzarmi a mezzanotte e
soffrire come soffro, accetterei
con tutto il cuore». La sua convinta immedesimazione alla
missione di Cristo lo costituisce
insigne esempio per ogni sacerdote.
In ogni caso la notizia di questo
evento non è di quelle che occupano la prima pagina dei giornali.
Tuttavia, solo chi segue distrattamente o con superficialità l’opera
dell’attuale sommo pontefice, ha
potuto stupirsi dell’indizione di un
anno sacerdotale, che avrà come
tema: «Fedeltà di Cristo, fedeltà
del sacerdote».
I vescovi, sottolinea il Papa, devono essere solleciti «verso i loro
primi collaboratori, sia coltivando
relazioni umane veramente paterne, sia preoccupandosi della loro
formazione permanente, soprattutto sotto il profilo dottrinale». E
papa Ratzinger, questa sollecitudine l’ha mostrata fin dall’inizio del
suo pontificato. Non sono man-
cate le occasioni, e sono state numerose, nelle quali ha dimostrato
una particolare attenzione verso i
sacerdoti: ascoltando le loro preoccupazioni e offrendo preziose
indicazioni per la custodia della
propria vocazione e per il fecondo
esercizio della loro missione.
Come non ricordare le parole che
ha rivolto al clero romano già il 13
maggio 2005, ribadendo la necessità di tornare all’origine del ministero? «Questa radice, come ben
sappiamo, è una sola: Gesù Cristo
Signore... Ma questo Gesù non ha
nulla che gli appartenga in proprio, è tutto interamente del Padre
e per il Padre. Perciò Egli dice che
la sua dottrina non è sua, ma di colui che lo ha mandato: il Figlio da
solo non può fare nulla».
E su questa immagine ha descritto la vita del prete: «Questa, cari
amici, è anche la vera natura del
nostro sacerdozio. In realtà, tutto ciò che è costitutivo del nostro ministero non può essere il
prodotto delle nostre capacità
personali... Siamo mandati non
ad annunciare noi stessi o nostre
opinioni personali, ma il mistero
di Cristo e, in Lui, la misura del
vero umanesimo. Siamo incaricati non di dire molte parole,
ma di farci eco e portatori di
una sola “Parola”, che è il Verbo
di Dio fatto carne per la nostra
salvezza».
E questo il Papa lo ha ribadito
anche il 16 marzo scorso: «Nessuno annuncia o porta se stesso, ma dentro ed attraverso la
propria umanità ogni sacerdote deve essere ben consapevole di portare un Altro, Dio
stesso, al mondo. Dio è la sola
ricchezza che, in definitiva, gli
uomini desiderano trovare in
un sacerdote».
Nella Francia delle chiese «spogliate» Giovanni Maria Vianney
fu mandato in un villaggio dove,
a detta del suo Vescovo, a Dio si
pensava ben poco. Eppure, quel
paese di 230 anime si trovò come
travolto da un turbine di decine
di migliaia di pellegrini l’anno.
Dall’una di notte si mettevano in
coda, aspettando. Non era stato un
seminarista brillante, faticava, l’ex
contadino, col latino. Ma ripeteva,
a Messa, additando il Tabernacolo:
«Lui è qui!». E ne era così visibilmente certo, e raggiante, che la
gente non chiedeva altro. Bastava.
Era, davvero, la sola ricchezza che
cercavano, in un povero prete.
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 11
Anno Sacerdotale
A 150 anni dalla morte
Curato d’Ars
prete d’avanguardia
Nell’Anno Sacerdotale, la figura di Giovanni Maria Vianney, patrono dei parroci,
è stata indicata da Benedetto XVI come modello.
I
tempi erano tristi per la Francia
durante il secondo Terrore. A
Dardilly la chiesa parrocchiale
era stata chiusa e ogni attività di
culto interdetta: lì nacque Giovanni Maria Vianney. Nella prima comunione, celebrata in un casolare
12
n. 20 settembre - novembre 2009
di campagna durante una messa clandestina, gli fiorì in cuore il
desiderio di diventare sacerdote.
L’idea sembrava utopica: era impossibile istruirsi; ma un coraggioso sacerdote, Carlo Balley, aveva
aperto una scuola parrocchiale
Camminiamo insieme
per i candidati al sacerdozio.
L’alunno Giovanni era un caso
umanamente quasi disperato:
aveva più di 20 anni e conosceva
a mala pena i primi rudimenti della lettura e della scrittura. Il Balley
ne apprezzò il candore d’anima e
la tenacia contadina e lo ammise
alla sua scuola. Non fu facile per il
giovane seguire le lezioni, soprattutto quelle di latino, mentre riusciva molto bene nell’apprendere
e nel mettere in pratica le parole
del Vangelo.
La tenacia di ambedue ottenne
l’impossibile: il 13 agosto del 1815
il Vianney fu ordinato sacerdote,
a condizione che restasse sotto la
guida del Balley e non esercitasse
il ministero delle confessioni. Per i
due sacerdoti seguirono tre anni
di convivenza meravigliosa.
Quando però il parroco morì, la curia non ritenne opportuno lasciare
nelle mani del Vianney la cura di
quella parrocchia importante e lo
nominò cappellano di un piccolo
villaggio con 40 case e 270 abitanti: Ars. Il paesino non brillava certo
per santità: c’era ancora fede, ma
nascosta sotto la cenere dell’ignoranza religiosa e di una pratica
morale discutibile.
Il giovane sacerdote iniziò il suo
lavoro mettendo un po’ di ordine
nella chiesetta e prendendo contatto con i suoi parrocchiani. Li
andava a trovare nelle case e nei
Anno Sacerdotale
campi, conversava su come andava il raccolto e sulla salute degli
animali e così rompeva il ghiaccio
e costruiva amicizie. In breve tempo conobbe vizi e virtù della sua
gente.
Gli uomini, costretti dal bisogno
più che dall’ideologia rivoluzionaria, la domenica mattina preferivano andare al lavoro nei campi
e al pomeriggio affollavano le
quattro bettole del paese, tra risse
e bestemmie, sperperando i pochi
soldi di cui disponevano. Le ragazze non avevano il necessario per
sposarsi e non avevano possibilità
di imparare un mestiere: sapevano solo pascolare le poche pecore
della famiglia e raccogliere fieno
per l’inverno. Nei giorni solenni
il motivo principale di incontro
erano le feste da ballo che si protraevano fino al mattino a lume di
candela.
Fu allora che il curato coniò una
famosa frase: «Lasciate per 20 anni
una parrocchia senza prete e vi si
adoreranno le bestie!».
Non tutto era così nero. Don Vianney aveva osservato un contadino
che ogni sera, tornando dal lavoro,
lasciava gli attrezzi fuori della chiesa, entrava e restava seduto in silenzio per lungo tempo. Un giorno
gli si avvicinò: «Cosa fate qui, buon
uomo, in silenzio?». Il contadino,
stupito per la domanda, gli rispose: «Sto davanti al mio Signore: lui
guarda me ed io guardo lui».
Per il “curato” il primo compito era
quello di pregare. Se gli uomini
erano nelle bettole a bestemmiare, lui era in ginocchio davanti al
Santissimo ad adorare e preparare
il catechismo per bambini e adulti: il Signore gli avrebbe ispirato
le parole giuste, più dei libri. Poi,
la penitenza non era difficile praticarla, perché ad Ars la vita era
grama per tutti ed egli, che aveva
un po’ di patate cotte e un pizzico
di sale, era un uomo fortunato! Per
scrupolo aveva aggiunto alcune
pratiche un po’ esagerate, che pregiudicarono la sua salute: “eccessi
di gioventù”, dirà lui stesso più tardi.
Preghiera e penitenza non erano
fine a sé stesse. Vedendo la miseria
materiale e morale in cui versavano tante ragazze, creò per loro una
scuola, dove trovavano cibo, istruzione e imparavano un mestiere:
la chiamò “Provvidenza”. Per gli
adulti creò due associazioni: una
per le donne e un’altra per gli uomini, impegnando tutti in attività
di culto e caritative.
Lentamente la fisionomia della
parrocchia cominciò a mutare e la
fama di quel prete, noto solo per la
scarsa preparazione intellettuale,
oltrepassò i confini di Ars. Persino
nei mercati si udivano contadini
che dicevano: «Nessun prete ci ha
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 13
Anno Sacerdotale
mai parlato come il nostro curato!». Egli stesso in un momento di
entusiasmo si lasciò sfuggire: «Fratelli miei, Ars non è più Ars!», aggiungendo che il piccolo cimitero
del paese era pieno di santi.
sparge perfino la notizia che ad
Ars avvenivano fatti miracolosi: e,
in effetti, le conversioni che si verificavano nel confessionale erano di questo timbro. Il Vianney le
attribuiva a santa Filomena, ma
intanto le persone accorrevano
numerose per depositare nel cuore del “santo curato” il fardello dei
loro peccati. E anche chi veniva in
cerca di guarigioni tornava a casa
rinfrancato nello spirito.
Si sparsero pure notizie diffamanti,
perché tanti non riuscivano a credere che un prete di campagna,
considerato un buono a nulla, potesse operare prodigi. Le male lingue arrivarono al vescovo, il quale
ordinò un’inchiesta canonica che
portò alla luce l’infondatezza delle
accuse e servì per accrescere l’af-
14
n. 20 settembre - novembre 2009
flusso dei pellegrini ad
Ars.
Nel 1845 vi fu mandato
anche il famoso Lacordaire che, dopo aver ascoltato la predica del Vianney,
gli disse: «Voi mi avete
insegnato a conoscere
lo Spirito Santo». E il Vianney, dopo averlo fatto
parlare in chiesa al suo
popolo,
commentava
con arguzia: «Si dice che
talvolta gli estremi si toccano. Questo si è verificato ieri sul pulpito di Ars: si
è vista la sublime scienza
e l’alta ignoranza». A chi
gli chiedeva un giudizio
sulla predicazione del
parroco
ignorantello,
Lacordaire rispondeva:
«Sarebbe da augurarsi
che tutti i parroci di campagna predicassero bene
come lui».
Camminiamo insieme
Enrico Pepe
Vita Cristiana
Compito della famiglia introdurre i figli all’esperienza cristiana
La famiglia
e l’iniziazione cristiana dei figli
N
elle Linee pastorali è riservata una parte al tema della famiglia nel suo compito
di introdurre i figli dentro il cuore
della esperienza cristiana. Il motivo che giustifica questa particolare
attenzione al tema è evidente. Dal
momento che la Diocesi si è proposta, come obiettivo principale
del primo decennio del 2000, il
rinnovamento della prassi dell’Iniziazione cristiana e considerando
che i primi responsabili dell’educazione - anche cristiana - dei figli
sono i genitori, è ovvio riservare
una specifica riflessione sul compito della famiglia nell’accompagnare i figli a diventare discepoli di
Gesù. Questo infatti significa essere cristiani: riconoscere che Gesù è
Dio e fare di lui, del suo Vangelo e
del suo esempio, il riferimento della propria vita; diventare, cioè, suoi
discepoli.
le, la capacità di relazioni, la cura
della salute, ... I genitori si premurano di fornire ai figli questi beni
proprio perché ne riconoscono
l’importanza per la propria stessa
esperienza. E per mettere in grado
i figli di usufruire di questi beni si
danno da fare, affrontano sacrifici,
non lesinano tempo ed energie. Lo
fanno con piacere, con gusto; anche se non sempre ritorna facile e
comodo. Ma riconoscono che, an-
1. Un desiderio e un impegno
Mi sembra naturale che di fronte a
questo compito i genitori cristiani
si sentano anzitutto felici e nello
stesso tempo fieri di proporre ai
figli quanto apprezzano come il
valore più importante della propria vita che essi hanno già sperimentato e goduto in precedenza.
Consapevoli che il patrimonio
della fede è un bene prezioso
essi non vogliono privarne i figli.
E’ quanto si verifica normalmente
per tanti altri aspetti della vita: la
preparazione scolastica e cultura-
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 15
Vita Cristiana
che quando risulta meno agevole
e più faticoso, è comunque un loro
compito specifico. E’ un compito: e
i genitori ne sentono la responsabilità. Così anche a proposito della
vita cristiana: al bisogno interiore di trasmettere ai figli qualcosa
estremamente apprezzabile qual
è il patrimonio della fede, si aggiunge il senso di responsabilità
motivato dal bene che si vuole ai
figli, e dal bene che l’adesione al
Signore Gesù può offrire a loro.
Risulta evidente, a questo punto,
che il problema della Iniziazione
cristiana riguarda prima di tutto
i genitori. Questi, prima di tutto,
devono essere convinti che è un
bene essere discepoli di Gesù, e lo
dimostrano sotto gli occhi dei figli
con l’esempio della propria vita
coerente con il messaggio evangelico. Quando nasce un figlio, i
genitori si interrogano: dobbiamo
chiedere per lui il Battesimo? Ma
questa domanda – qualunque sia
16
n. 20 settembre - novembre 2009
la risposta: positiva o negativa – è
campata nel vuoto se essi prima
non si interrogano riguardo a se
stessi: che cosa significa per noi il
Battesimo? E come valutiamo, nel
suo complesso, la nostra esperienza di persone cristiane?
2. Famiglia e parrocchia insieme
Solo dopo aver chiarito questi interrogativi, vale la pena che i genitori
chiedano il Battesimo alla Chiesa;
consapevoli che non si diventa cristiani per discendenza naturale ma
per aggregazione alla comunità dei
discepoli di Gesù, la quale soltanto
è depositaria della memoria di Lui
e della grazia dei Sacramenti. Consapevoli, cioè, di chiedere un dono
che solo Dio può dare attraverso la
mediazione della Chiesa. E la Chiesa, nella sua espressione visibile e
accessibile della comunità parrocchiale, è ben lieta di soddisfare la
richiesta dei genitori e di accompagnarsi a loro nell’educare alla fede
Camminiamo insieme
i figli. Perché questa è la ragione
d’essere della Chiesa: continuare
nella storia la presenza di Gesù che
vuole offrire ad ogni uomo la salvezza, la grazia, cioè, di essere figlio
di Dio e di condividere il suo amore
e la sua beatitudine eternamente.
I genitori chiedono alla Chiesa ciò
che sta loro a cuore per i propri figli; e la Chiesa dà loro ciò che sta a
cuore più di ogni altra cosa anche
a lei. Per cui c’è una convergenza
tra famiglia e parrocchia, che, con
le sue proposte (catechesi, oratorio, esperienze di preghiera e carità, disamina dei problemi attuali
alla luce del Vangelo, ...), si mette a
servizio della famiglia per il buon
esito dell’educazione cristiana delle nuove generazioni. E da questa
convergenza di interesse è auspicabile che nasca una appassionata
collaborazione, a tutto vantaggio
della famiglia stessa e della società.
il parroco
Vita Cristiana
Iniziazione cristiana:
a che punto siamo del cammino
A
vere il progetto significa
avere una guida sicura. Il
progetto di ICFR (Iniziazione Cristiana Fanciulli e Ragazzi)
ha come scopo ultimo di formare e crescere la mentalità di fede,
che nasce dall’incontro con Cristo
e rende la persona capace di leggere evangelicamente le sfide del
nostro tempo e di offrire, con motivazioni e con l’esempio, risposte
cristiane ai bisogni dell’uomo moderno. Il progetto educa a vivere
la Chiesa e ad essere partecipi e
corresponsabili nel costruire una
comunità che crede, spera e ama.
Due sono i cardini del progetto:
- L’anno dedicato ai genitori (il
primo). Oggi è necessario per
gli adulti rimotivare la propria
fede ed è determinante collaborare per educare i ragazzi
alla fede. Se veramente, come
genitori e come comunità, vogliamo “il bene” dei nostri ragazzi dobbiamo avere una perfetta sintonia nella chiarezza
delle finalità del cammino che
proponiamo, nella coerenza
delle nostre scelte e dei nostri
comportamenti, nella convinzione e nella gioia con cui li accompagniamo in questi anni.
- La ricezione dei sacramenti.
Nell’unica celebrazione i ragazzi ricevono prima il sacramento
della Cresima e poi l’Eucaristia.
I ragazzi, infatti, non vanno a catechismo per “fare la Cresima”, ma
per imparare a partecipare all’Eu-
caristia nel giorno del Signore, che
è la massima espressione della nostra fede cattolica.
“Non bisogna mai dimenticare che
veniamo battezzati e cresimati in
ordine all’Eucaristia. Tale dato implica l’impegno di favorire nella
prassi pastorale una comprensione
più unitaria del percorso di iniziazione cristiana.
Il sacramento del Battesimo, con il
quale siamo resi conformi a Cristo,
incorporati nella Chiesa e resi figli di
Dio, costituisce la porta di accesso a
tutti i Sacramenti. La santissima Eucaristia porta a pienezza l’iniziazione cristiana e si pone come centro e
fine di tutta la vita sacramentale”.
Benedetto XVI nell’Esortazione
Apostolica “Sacramentum caritatis” (n.17)
Presentiamo l’obiettivo dei vari
anni per aiutare a cogliere il senso
globale del progetto della chiesa
bresciana di Iniziazione Cristiana
dei Fanciulli e dei Ragazzi (ICFR).
Gruppo Betlemme (1° anno)
Gli incontri del primo anno si
pongono come obiettivo di offrire ai genitori l’opportunità di
riappropriarsi della fede da adulti e di sintonizzarsi sul cammino
da proporre ai figli. Sono incontri
“obbligatori” al fine di iscrivere i
figli al cammino di IC. L’obbligo
non è dettato da questioni “fiscali
o cervellotiche” ma dal dovere che
abbiamo di educare, in perfetta
sinergia e unità d’intenti, alla fede
della Chiesa cattolica. Bisogna che
noi adulti evitiamo tassativamente le contraddizioni cioè che in
casa i ragazzi ascoltino o vedano
esattamente il contrario di ciò che
è stato loro detto o richiesto in
parrocchia.
Nell’educazione alla fede tale contraddizione, voluta o abituale, è un
“crimine educativo” perché disorienta e deforma la coscienza del
ragazzo.
Raccomandiamo ai genitori interessati di aver presente il calendario degli incontri e di disporsi a
viverli con serena e attiva partecipazione.
Gruppo Nazaret (2° anno)
I fanciulli cominciano li cammino
di iniziazione alla vita Cristiana.
Questo è l’anno della prima evangelizzazione: partendo dal presupposto che parecchi fanciulli, pur
essendo stati battezzati, non sono
stati educati alla fede cattolica, si
tratta di fare il primo annuncio dl
Vangelo con l’intento di introdurre al desiderio, alla conoscenza e
all’accoglienza di Gesù, che ci fa
conoscere e incontrare il mistero
di Dio.
Il primo periodo è dedicato alla
formazione del gruppo e il resto
dell’anno alla scoperta di Gesù.
L’itinerario di quest’anno ha come
rito di passaggio il rinnovo, in forma solenne, delle promesse battesimali.
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 17
Vita Cristiana
Gruppo Cafarnao (3° anno)
Continua per i fanciulli il cammino di prima evangelizzazione, con
un passo importante: conoscere
Dio come Padre. Nell’itinerario di
quest’anno, i fanciulli scoprono
che Gesù è venuto a parlarci di Dio
che è Padre buono, misericordioso
e ci vuole riunire in una sola famiglia. Se tutti gli uomini volessero
chiamare Dio “Padre” e pregarlo
con la preghiera che Gesù ci ha insegnato “Padre nostro...” l’umanità
sarebbe un’unica famiglia!
L’itinerario, che ha come momento significativo la consegna della
preghiera del Padre nostro e come
rito di passaggio la celebrazione
del sacramento della Riconciliazione.
Gruppo Gerusalemme (4° anno)
Il gruppo si chiama con questo
nome perché a Gerusalemme Cristo muore e risorge decretando la
fine dell’Antica Alleanza e l’inizio
della Nuova Alleanza. Infatti Gerusalemme era la città dei Re, Salomone vi costruì il tempio maestoso, vi portò l’Arca dell’alleanza e la
rese la capitale religiosa dove confluiscono tutti i popoli per adorare
Dio e celebrare le feste solenni. È
la città della gioia e della letizia,
dice il profeta Isaia (35,10). S.Paolo
la definisce la “madre” dei cristiani (Gal 4,26) la loro città (Fil 3,20).
L’itinerario di quest’anno ha come
obiettivo di far conoscere e sperimentare ai ragazzi la storia della
salvezza “tra promessa e compimento” cioè percorrere la storia
dalle origini (creazione del mondo) fino a Gesù Cristo rispondendo alle domande fondamentali:
perché fu creato il mondo, perché
esiste il male,...
I ragazzi sono aiutati a lavorare con
il libro della Bibbia in mano, imparando anche le modalità di uso.
L’itinerario ha come rito di passaggio la domanda dei ragazzi (e dei
loro genitori) di ammissione tra i
18
n. 20 settembre - novembre 2009
candidati ai sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia.
Gruppo Emmaus (5° anno)
Emmaus è il villaggio vicino a
Gerusalemme dove erano diretti
due discepoli, la sera di Pasqua e
hanno riconosciuto Gesù mentre
spezzava il pane.
Il racconto si trova nel vangelo di
Luca al cap. 24 (si raccomanda di
meditarlo!).
L’itinerario di quest’anno porterà
i ragazzi a ricevere il sacramento
della Cresima nella celebrazione
in cui riceveranno anche la prima
Eucaristia. Per loro è una tappa
molto importante perché entrano
a far parte attiva e responsabile
della comunità parrocchiale e della Chiesa cattolica, che vive e cresce con l’Eucaristia celebrata ogni
domenica.
Gruppo Antiochia (post cresima)
Per i ragazzi che hanno appena ricevuto i sacramenti della Cresima
e dell’Eucaristia incomincia ora il
“tempo della mistagogia” cioè il
tempo in cui sono aiutati ad agire
secondo i misteri (sacramenti) ricevuti, a vivere da cristiani trasformando la grazia dei sacramenti in
uno stile di vita conforme a Cristo.
È tutta la personalità (intelligenza,
volontà, affettività, corporeità...)
cha va cresciuta e maturata all’insegna delle virtù teologali (fede,
speranza, carità) e cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Perché il nome Antiochia?
“Ad Antiochia per la prima volta i
discepoli furono chiamati cristiani”
(Atti 11,26) Come pure da Antiochia
parte la missione di Paolo, ormai
diventato “cristiano” (Atti 13,2-3)
Ufficio catechistico diocesano
Ai genitori del gruppo Betlemme
Un invito a vivere quest’anno, per loro obbligatorio, con il desiderio e
l’onestà interiore di pensare insieme un corretto cammino di Iniziazione
Cristiana dei figli.
Coltiviamo un sogno sui nostri ragazzi: possano vivere egregiamente la loro vita di cristiani, di figli e di cittadini impegnandosi seriamente nel dovere e nel servizio!
Sappiamo che i ragazzi, nei loro comportamenti e nelle loro scelte
di vita sono lo specchio della “concezione di vita” di noi adulti. Di
fatto quando accusiamo il mondo giovanile accusiamo noi stessi. Il
giovane di oggi è il bimbo di ieri. Domanda cruciale: cosa abbiamo
dato noi “ieri” a questi ragazzi di oggi?
Decidiamo di non riempirli di cose, di non parcheggiarli davanti alla
TV o ai videogiochi, di non accontentarli in tutto, ma di dare loro
delle regole, di giocare con loro, di pregare con loro e soprattutto di
insegnare loro a “pensare”!
In questo anno intendiamo offrire la possibilità ai voi genitori di riflettere su queste situazioni e condividere un progetto educativo.
Abbiamo la possibilità di avere l’oratorio come luogo di riferimento
per far maturare ai ragazzi un senso grande di vita. Ma, carissimi genitori, bisogna esserci fisicamente (per un confronto diretto) con la
testa (per pensare insieme) e con il cuore (perché l’educazione è cosa
del cuore). Il cammino del gruppo Betlemme è interessante perché
mette i genitori nella condizione di ripensare insieme la propria fede
per offrire poi ai bambini la prospettiva di una concreta iniziazione
alla vita cristiana.
Camminiamo insieme
Storia della Chiesa
Alle origini dell’Ordine dei Carmelitani
La Vergine Maria
nell’antica tradizione carmelitana
L’
Ordine carmelitano trae le
sue lontane origini dall’esperienza di vita contemplativa
che alcuni eremiti intrapresero alla
fine del XII secolo sul Monte Carmelo, una montagna particolarmente cara alla storia del popolo
d’Israele. Il Carmelo è un massiccio
montuoso abbastanza modesto
come dimensioni, che raggiunge
un’altitudine di circa 550 metri e si
estende per una ventina di chilometri. Esso prolunga i monti della
Samaria e termina con un promontorio che si protende verso il
Mar Mediterraneo. Oggi, adagiata
ai contrafforti del Carmelo, sorge
la città di Haifa, una delle più importanti dell’attuale Israele.
Nella Bibbia il Monte Carmelo è
l’immagine della bellezza e della prosperità. La vegetazione era
molto abbondante e i suoi pendii
erano molto produttivi. Il Carmelo
soffriva meno di altre regioni della siccità, grazie alla vicinanza del
mare. D’altronde il nome “Carmelo” proviene da una radice etimologica che significa “giardino”.
Nel primo Libro dei Re è narrato l’episodio che rese celebre la
montagna del Carmelo. In esso si
racconta della lotta che il profeta
Elia (IX sec. a. C.) intraprese contro i sacerdoti di Baal per stabilire
quale fosse il vero Dio da invocare.
La siccità mortale che aveva colpito Israele terminò solo quando il
sacrificio di Elia, offerto con vera
fede, ristabilì l’alleanza tra il Dio
di Abramo e il popolo eletto (1Re,
18). Da allora, nella simbologia biblica, il Monte Carmelo diventa un
luogo di alta spiritualità, immagine della fedeltà di Dio e della sua
provvidenza. Il Carmelo conserve-
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 19
Storia della Chiesa
rà nel corso dei secoli la sua particolare vocazione, di “Monte della
decisione” [per Dio] e di “Monte
dei veri profeti”.
Verso la fine del XII secolo, su questa stessa montagna, alcuni eremiti, uniti da una unica «Regola» di
vita, consacrarono la propria vita
a Dio nella preghiera e nel lavoro.
Essi trascorrevano gran parte della
proprio giornata in singole celle
scavate nella roccia poco distanti
una dall’altra e si ritrovavano, però,
assieme per i numerosi momenti
di preghiera e per i pasti. Da subito essi capirono che la Vergine Maria rappresentava
l’icona riassuntiva della
vita totalmente consacrata a Dio e perciò della loro
stessa vita. Non è un caso
che la prima chiesa che
gli eremiti costruirono sul
Monte Carmelo fu dedicata proprio alla Vergine
Santa. Quella loro scelta
ebbe ben presto una forte
risonanza se il fatto fu degno di essere menzionato
in una «guida» per i pellegrini in
Terra Santa, scritta attorno al 1230:
«Sul fianco del Monte Carmelo vi
è un luogo delizioso, in cui vivono
gli eremiti latini, che si chiamano
Frati del Carmelo. Vi è una piccola
chiesa della Beata Vergine. L’acqua
buona, che scaturisce dalle rocce,
abbonda in quei luoghi».
Per quel tempo il titolo scelto per
la chiesa, in altre parole la sua dedicazione, comportava anche un
concreto coinvolgimento della
vita di chi si metteva a «servizio»
di quella chiesa e del santo a cui la
chiesa era dedicata.
Un secondo particolare illustra ancor meglio il legame spirituale di
quegli eremiti con la Vergine Maria.
Il loro stesso nome trasse origine
proprio dal titolo della loro prima
chiesetta: «Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo». Se
l’eremita, come diceva la «Regola»
(capitolo 2), doveva trascorrere la
20
n. 20 settembre - novembre 2009
propria vita «nell’ossequio di Gesù
Cristo», questo doveva svolgersi
in una stretta parentela spirituale
con colei che più di ogni altra creatura aveva servito lo stesso Signore Gesù: la Vergine Maria. Proprio
perché questa parentela mariana
era così intensamente percepita
e vissuta, quei primi eremiti giunsero a chiamare Maria «sorella» e
conseguentemente a sentirsi suoi
spirituali «fratelli».
Dal Monte Carmelo all’Europa
Tra gli eremiti questa parentela
mariana non venne meno quando
verso la fine del secolo XIII essi furono costretti a fuggire in Europa
dove trovarono, ormai diffusi, gli
Ordini mendicanti come i Francescani e i Domenicani, anch’essi
segnati da una forte spiritualità
mariana. In una sorta di competizione spirituale con questi Ordini,
anche quello Carmelitano continuò a sviluppare ulteriormente la
propria devozione mariana. Alla
fine del XIV secolo nei conventi
carmelitani ogni momento della
Liturgia delle Ore (Lodi, Mattutino, Ora media, Vespri e Compieta)
era preceduto dalla corrispettiva
ora dell’«Ufficio della Madonna».
La giornata si concludeva sempre
con il canto della Salve Regina.
Nelle città dove si apriva un nuovo
convento le chiese annesse erano
sempre dedicate alla Vergine Santa e in particolar modo alla Vergine
colta nel mistero dell’Annuncia-
Camminiamo insieme
zione. Ovviamente le feste mariane del calendario liturgico erano
celebrate dai religiosi carmelitani
con particolare solennità. Fin dalla
metà del XIV secolo l’Ordine Carmelitano si schierò in favore della
verità della Immacolata Concezione di Maria, verità che sarà definitivamente proclamata con la definizione dogmatica nel 1854.
Poco dopo la metà del 1400 la devozione mariana nel Carmelo trovò una sintesi mirabile nei testi del
carmelitano e letterato fiammingo
Arnoldo Bostio, amico di Erasmo
da Rotterdam. A suo giudizio il religioso carmelitano
deve amare, imitare e invocare Maria perché ella è la
creatura che più di ogni altra può intercedere presso
il Figlio di Dio per qualsiasi
grazia. Dopo Dio, Maria è
ciò che di più luminoso e
puro si possa immaginare. È «incomparabilmente
bella e in essa si fonde ogni
dono e grazia della natura,
è sopra ogni altra persona
piena di grazia, amorevole». È «di
gran lunga la più splendida di tutte le creature … e la gloria del Carmelo». «Amare Lei è virtù somma,
essere da Lei amato è somma felicità. Su via, con rinnovato fervore,
adegua i tuoi passi alle sue virtù.
Nessun giorno, nessuna notte,
nessun cammino, nessun studio,
nessuna conversazione, nessuna
allegrezza, nessuna fatica, nessun
riposo trascorri senza il suo affettuoso ricordo».
In un prossimo articolo racconteremo come i grandi santi carmelitani hanno vissuto il loro rapporto
spirituale con la Vergine Maria.
P. Aldino Cazzago – carmelitano
Famiglia
Dieci modi per comprendere, aiutare e motivare i figli
Come far amare la scuola
L
a verità è semplice e implacabile: se un ragazzo va a
scuola malvolentieri e vive
la scuola come una specie di condanna ai lavori forzati, c’è qualcosa
di sbagliato in lui o nei suoi genitori o nella istituzione scolastica.
o in tutti e tre. Apprendere per
l’essere umano equivale a vivere:
è un’attività gioiosa ed entusiasmante. Significa impadronirsi
delle chiavi della realtà, crescere,
ingrandirsi. Dovrebbe essere la risposta a un bisogno reale e quindi
procurare una reale soddisfazione.
E invece è un’attività che gode di
cattiva reputazione. «Non ne ho
più voglia!» per quanti ragazzi è
un grido di battaglia, una battaglia persa, una serie di magnifiche
possibilità buttate, ore sprecate: la
più bella fetta di vita affogata nella
noia. Non sentire gusto né piacere nell’apprendere è una specie di
delitto: quante belle intelligenze
finiscono così tra i rifiuti, quante si
trascinano moribonde. Al piacere
di apprendere molti sostituiscono
il piacere di sapere: non è la stessa
cosa. Non basta possedere le ali,
bisogna imparare a volare.
L’ostacolo più ingombrante sta
nella mente degli adulti. La famiglia non è innocente. Il piacere di
imparare dipende dall’eccel
lenza della trasmissione di stimoli
intellettuali e creativi a partire dagli anni zero. Scuola e famiglia si
stanno facendo scavalcare da un
insieme caotico di impulsi elettronici, televisivi e ambientali consumati automaticamente
e che creano solo confusione. Un
bambino non può aver voglia di
leggere i libri di scuola se i suoi
genitori accendono la televisione
appena lavoro. La preparazione
migliore per un buon anno scolastico è una vera e profonda motivazione. Ma non si motiva nessuno
con prediche, minacce, insistenze,
ricatti affettivi, castighi o tentativi
di corruzione. Un vero motivatore
deve tenere presenti almeno dieci
“chiavi di riuscita”:
„ La vita deve essere presentata
come un dono di cui si è responsabili. È il primo grande
regalo del cristianesimo: non si
può vivere a casaccio.
„ È importantissimo riscoprire il
significato di vocazione, che si
trasforma in sentimento della
propria unicità e nella gioiosa
scoperta di attitudini e capacità. Per questo ogni bambino
deve sentirsi “unico”, bisogna
guardarsi dal fare paragonimetterlo in competizione con
altri ferire il suo amor proprio.
Non dimentichiamo mai che i
piccoli hanno bisogno di essere guardati, considerati, circondati di sicurezza affettiva e di
parole che li aiutino a inserirsi
nell’umanità a pieno titolo.
„ La scoperta di essere un mix
unico di qualità porta a una
convinzione: ciascuno di noi ha
un compito, una missione tutta
sua, da scoprire e coltivare.
„ Aiutare i ragazzi ad avere una
“visione” del futuro, a figurarsi
una meta e rendersi conto che
le ore di scuola sono gradini
che portano verso la realizzazione concreta di un sogno.
„ Deve esistere una coerenza tra
l’universo della famiglia e quello della scuola, perché le disci-
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 21
Famiglia
pline scolastiche non sembrino
troppo astratte ed estranee alla
realtà. Far capire quanto “servono”. È di somma importanza
evitare discorsi negativi sulla
scuola e sugli insegnanti. Ci
pensano già fin troppo i mezzi
di comunicazione a divulgare
una scuola allo sfascio, fornendo alibi per il disimpegno a studenti e famiglie.
„ Sapere chiaramente che le difficoltà scolastiche generano
sofferenza nei ragazzi. Si sentono rifiutati dal sistema, mor-
22
n. 20 settembre - novembre 2009
tificati nei confronti dei compagni, avviliti per la delusione
dei genitori. Occorre intervenire con decisione sui punti
deboli, accorgersi subito delle
difficoltà di concentrazione e
comprensione, della fatica a
tenere il passo di compagni e
insegnanti.
padronirsi del sapere e degli
strumenti per divenire adulti.
Un po’ come una pianta ha
bisogno di acqua, di terra e di
sole per crescere e produrre
frutti. Anche la pazienza è una
virtù da insegnare: consente di
mettere basi che resisteranno
nel tempo.
„ La motivazione è contagiosa.
Insegnanti e genitori appassionati trasmettono passione,
entusiasmo e curiosità per scoperte e interessi.
„ È indispensabile trasmettere il
gusto dello sforzo, che non è
innato: si impara. Ogni apprendimento necessita di sforzo e
applicazione. Il bambino incomincia inanellando grandi sforzi per camminare, parlare, mantenersi pulito... e neanche se ne
accorge, perché la sua fatica è
accompagnata da una soddisfazione immediata. A scuola,
la soddisfazione è lontana nel
tempo. I peggio piazzati sono
i “principini”, i bambini abituati
a ottenere sempre tutto e ad
avere la soddisfazione immediata dei loro desideri: per loro
è quasi impossibile sopportare
lo sforzo e la fatica della scuola.
Il successo scolastico si costruisce sempre in famiglia.
„ Creare situazioni motivanti: novità e non abitudine; possibilità
di fare scelte; suscitare domande e non fornire solo risposte;
qualche realizzazione concreta
anche piccola, ma personale e
adeguata all’età.
„ Donare la forza necessaria
per non scoraggiarsi. I tempi
scolastici sono lunghi e ai ragazzi sembrano interminabili.
Bisogna parlarne con onestà:
lo scopo della scuola non è il
conseguimento di un titolo
per ottenere un posto di lavoro, ma l’opportunità di im-
Camminiamo insieme
Bruno Ferrero
Famiglia
Dipendenza da sostanze eccitanti e droghe
Quel vizio che
non è un vizio
B
rutto vizio, la droga. Brutta
qualsiasi forma di dipendenza. La droga poi cambia volto, si adatta, inganna. Negli anni
Sessanta era associata alla rivolta
giovanile ed era il simbolo della
libertà, della controcultura, della
lotta alle convenzioni borghesi. Le
droghe più consumate erano marijuana e acidi e servivano a viaggiare, a sognare, a esplorare altri
mondi o luoghi inesplorati della
propria anima... o almeno così si illudeva chi ne faceva uso. Negli anni
Settanta e Ottanta cambia tutto: la
droga principe, la droga assassina,
diventa l’eroina e serve a fuggire,
a placare la fatica, la delusione e il
dolore di vivere, ad anestetizzarsi e
assopirsi. Con la fine degli anni Ottanta, e poi i Novanta e il Duemila
si cambia ancora. Nessuna velleità
di trasformare il mondo con una
nuova cultura; nessuna ansia di
fuga; bisogna produrre e divertirsi,
essere brillanti ed efficienti. Scocca
l’ora di una droga in fondo antica,
che da privilegio di una élite diventa prodotto di massa: la cocaina, e
con essa tutti gli stimolanti, a cominciare dall’ecstasy e i suoi cugini
da discoteca.
Brutto vizio, specialmente se non è
più considerato un vizio. Il manager,
lo showman, il politico che fa uso
sporadico di cocaina in determinate circostanze è forse considerato
un «vizioso» o un «tossicomane»?
No. E a che cosa pensano gli italiani
che, intervistati, denunciano il pericolo delle «sostanze psicotrope»?
Che cos’è una «droga»? E quali pe-
ricoli comporta?
Secondo il Rapporto mondiale
2008 dell’Unodc, l’Ufficio dell’Onu
per la lotta alla droga e al crimine,
il 5 per cento della popolazione
mondiale ha assunto droghe nel
2007 e lo 0,6 (26 milioni di individui
in tutto) vive in condizione di forte
dipendenza. Ma a far pensare sono
le morti. I decessi causati da uso di
droghe illegali sono 200 mila. Tanti.
Ma pochi se paragonati a quelli per
eccesso di alcol, 2 milioni e mezzo,
o ai 5 milioni di morti per tabacco.
E in Italia? I morti per droga calano,
dai 606 del 2007 ai 502 del 2008.
Una piccola e tragica strage, nulla
però se confrontata all’abuso di alcol, la vera piaga italiana. Qui i dati
variano, pur restando preoccupanti. Per l’Istat gli italiani che hanno
comportamenti a rischio sono 8
milioni e mezzo, tra cui 6 e mezzo
maschi. La novità degli ultimi anni
è il binge drinking, l’assunzione
fuori pasto di più di sei bevande
alcoliche in un’unica occasione: a
ubriacarsi sarebbero il 22 per cento dei maschi tra i 18 e i 24 anni e
il 46 per cento degli over 65. Le cifre dell’Istituto superiore di sanità
sono agghiaccianti: si ubriacherebbe il 65 per cento dei maschi (42 tra
gli under 18) e il 34 per cento delle
femmine. Stando alla relazione del
sottogretario Eugenia Roccella in
vista della prima Conferenza nazionale sull’alcol del 20-21 ottobre
2008, ad abusare di alcol sono il 19
per cento degli under 18.
Il vizio c’è, raramente è considerato «droga» ma uccide molto di
più. I giovani uccisi dall’alcol in Europa sono 195 mila all’anno, il 25
per cento del totale. Bisogna però
pensare che il 46 per cento dei decessi di giovani tra i 15 e i 24 anni
è causato da incidenti stradali, la
maggior parte per guida in stato di
ebbrezza. E molti suicidi vanno associati all’abuso di alcol.
La diffusione delle droghe viene
collegata dagli italiani alla caduta
di valori. Corretto. Ma l’alcolismo
era una piaga – in gran parte tollerata – già in epoche remote, quando pare che i «valori» tenessero.
Forse il «nuovo vizio» della droga
non è poi così «nuovo» e ha a che
fare pure con un demone che ci
portiamo dentro, e con il quale ci
ostiniamo a non voler fare i conti.
Umberto Folena
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 23
Spazio Missioni
Dal campo di lavoro di Giuliana e Ivan
Etiopia 2009
È
difficile a distanza di pochi
giorni dal rientro raccontare un’esperienza in Africa di
questo genere. Ripensare e riordinare tali e tanti pensieri ed emozioni in modo da renderli leggibili.
Venti giorni intensi di contatti
umani di cui io onestamente avevo perso la freschezza a distanza
di un solo anno dal precedente
viaggio, a causa della voracità con
cui viviamo il tempo delle nostre
giornate.
È difficile ripeto, ma altrettanto
piacevole farlo per voi del Gruppo
Missionario di Castrezzato che ci
siete stati vicini prima della partenza, raccogliendo i fondi che
abbiamo consegnato di persona
nelle mani delle suore Combo-
28
n. 20 settembre - novembre 2009
niane della missione di Getema
nella zona di Nekemte (nell’ovest
Etiopia), tali fondi sono serviti per
portare avanti i lavori del centro
sanitario che affiancherà l’erigendo ospedale della regione.
Siamo arrivati a destinazione la
notte di domenica 9 Agosto dopo
un viaggio aereo estenuante e altre
dieci ore in jeep, attraverso un paesaggio per noi tutti sorprendentemente inconsueto e inaspettato,
infatti è la stagione delle piogge,
tutta l’Etiopia è verde ed ovattata
dalla nebbia, proprio due termini
che mentalmente (verde, nebbia)
difficilmente si associano all’Africa.
Mentre quello che vediamo ai bordi del percorso che da Addis Abeba ci porta a Getema è una serie
Camminiamo insieme
di fotogrammi molto riconoscibili:
costruzioni sbilenche adibite ai
più svariati impieghi (negozi, generi alimentari, calzolai, abitazioni,
punti di ristoro orgogliosamente
siglati bar...) capanne, baracche
addossate le une alle altre; bambini vestiti di stracci o abiti logori
intenti alle loro cose (lucidare scarpe, vendere pannocchie abbrustolite, condurre al pascolo gli animali... altro che giochi pedagogici!);
donne cariche di neonati o dalle
spalle coperte di legna; vecchi seduti per chiacchierare o errabondi senza meta. Tutti comunque si
fermano e si voltano a salutare, i
bambini gridano e rincorrono più
veloci che possono la macchina. In
prossimità delle piccole città più
strutturate, tutto questo brulicare
di persone si mescola alle auto e ai
furgoni sgangherati, ai piccoli taxi
blu e bianchi che vanno zigzagando in mezzo alle persone, senza.
traiettorie precise.
Forse il senso di libertà e di respiro è una delle prime cose che si
percepisce quando si affrontano
gli ambienti africani, proprio per
questo casuale muoversi di cose
e persone; per l’assenza di griglie
e di binari che invece noi affrontiamo quotidianamente, nei quali
ci muoviamo come i personaggi
meccanici di un presepio; niente marciapiedi, niente parcheggi
(blu, bianchi, gialli...) pochissima
segnaletica stradale, niente aiuole
o siepi rasate con precisione chirurgica; niente puffi di cemento,
sbarre, dossi, rastrelliere per bici,
fioriere, niente panchine dalle forme spaziali, lampioni, lampioncini, faretti, giochi di luce, fontane,
sculture indecifrabili...
Ho chiamato “percorso” queste
dieci ore che rispetto alla capitale
ci separano dalla missione perché
il nostro concetto di “strada” mal
si addice a questo nastro di asfalto incerto; la segnaletica è ridotta
all’essenziale, qualche cartello che
segnala i ponti sui torrenti, le cur-
Spazio Missioni
ve pericolose e un paio di bizzarri
limiti di velocità con indicato 85.
L’asfalto si alterna poi ad una striscia di fango rosso pieno di buche
piene d’acqua che rendono ancora più difficile valutarne la pericolosità; giungiamo comunque a destinazione senza problemi.
La stradina di accesso alla missione presenta ai lati due vasti campi,
uno per l’erba delle mucche e uno
per l’ortaglia; in fondo lo spazio si
allarga come una specie di aia dal
fondo un po’ incerto, di fronte un
portico (per il ricovero di varie attrezzature) che prosegue con un
magazzino-officina e una stalletta
per i conigli e le granaglie; sui lati
di quest’aia la casa dove si alloggia
con le varie stanze, la cucina, l’ufficio e l’infermeria di suor Laura;
sul lato opposto uno stabile per
la scuola cucito di suor Vincenza
e lo stabile a cui lavoreremo per il
centro sanitario, dietro come sfondo lo splendido panorama della
vallata verdeggiante. Attorno alle
strutture della missione si trova
una quantità enorme di materiali,
disposti in zone individuate razionalmente ma accatastati in maniera caotica; anche questo rispecchia il fermento della vita che le
suore portano quotidianamente
all’interno di questa comunità: cisterne per l’acqua piovana, i banchi e le sedie da ripristinare per la
scuola, la fossa per la manutenzione meccanica dei mezzi, una moto
per le emergenze o gli interventi
più impegnativi, uno scaldabagno
e una sega circolare da sistemare ,
gli alveari per le api, carriole, mucchi di fieno, di letame, le pietre
per costruzione, cataste di legna,
tettoie provvisorie per il cemento, pali, tubi... un’infinità di cose,
come infinite sono le idee delle
suore, decine di progetti per rendere autosufficiente la gente della
comunità. Alcune attività già ben
avviate come la scuola di tessitura, cucito e ricamo per le giovani
donne; il microcredito per chi vuo-
le iniziare un’attività artigianale.
Alcune in fase di sperimentazione
come l’allevamento delle mucche,
la coltivazione del caffé, l’apicoltura per la produzione di miele. Altre
allo stadio di “intenzione” come
la coltivazione e vendita di kiwi e
piante da frutto in genere... il tutto
in attesa di tempi migliori, soldi e
condizioni favorevoli.
Entriamo così nel vivo dei lavori,
la vita che ci aspetta di giorno in
giorno.
I gruppi precedenti hanno completato la struttura del centro, noi
uomini ci siamo occupati quindi
dei pavimenti (qui si intende un
fondo di sabbia e cemento rossiccio lisciato a spatola), del rivestimento dei bagni, del fissaggio
di alcuni infissi e dei marciapiedi
esterni per evitare di camminare
nel fango che in questa stagione
è ovunque. La pioggia cade copiosa a più riprese tutti i giorni,
lavoriamo all’interno spesso, ma
il problema è la preparazione dei
materiali all’esterno. Siamo nel
fango ma felici di esserlo fianco a
fianco con i lavoratori locali, volenterosi e attivi; nessuno si lamenta,
da parte loro perché possiamo
semplicisticamente dire ‘che sono
abituati, ed avere un impiego è
una benedizione, da parte nostra
perché ci contagia la loro allegria
e ci pervade un senso del pratico,
nulla è fatto per pura estetica ma al
contrario tutto perché serve così...
(perché il pavimento in cemento
è pratico ed economico da fare,
tenere e lavare, perché qualcuno
avrà piedi asciutti e si ricorderà di
noi curvi in mezzo alla malta...).
Abbiamo stretto una forte amicizia con i manovali di colore, sono
sempre loro che ci accolgono al
mattino “good morning” (“faia buldani, in lingua locale oromo) e nel
pomeriggio “good afternoon” faia
oldani in oromo); il saluto è sempre accompagnato dalla stretta di
mano e dal colpo spalla a spalla.
Un’amicizia genuina, nulla è cambiato nei nostri confronti anche
dopo aver saputo che noi non
avremmo potuto lasciare loro direttamente abiti e calzature (per
evitare favoritismi le suore preferiscono distribuirli di volta in volta in base alle reali esigenze). Ne
avremo la prova la sera della festa
di saluto per la nostra partenza
, quando tutti improvviseranno
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 29
Spazio Missioni
una danza tribale in nostro onore
molto coinvolgente.
Le donne del gruppo invece hanno avuto modo di vivere in prima
persona la realtà del centro sanitario, l’altro aspetto duro del campo di lavoro in Africa, più duro di
quello fisico secondo me perché
tocca l’aspetto emotivo e umano.
Bambini deformi per la poliomielite o per parti azzardati, per incidenti e traumi non curati. Piedi
gonfi al punto da confondersi in
un tutt’uno con le ginocchia (elefantiasis). Bambini denutriti fino
all’inverosimile, donne affette da
tiroidismo con un gozzo grosso
come una palla da tennis.
Due giorni a settimana abbiamo
assistito anche noi dal cantiere vicino, al lento peregrinare di questi
casi umani, mesti e malfermi sulle
stampelle attendere per ore sotto
la pioggia per farsi visitare. Le ragazze al fianco di suor Laura e della
sua collaboratrice di colore hanno
constatato anche quanta pazienza
ci voglia per convincere dei bambini ad un semplice bagno, spesso
presi da pianti isterici.
Per i casi più complessi, cateratte e
gozzo da tiroide, malattie infettive,
arti fortemente compromessi, viene fissato un appuntamento per
più persone in modo da organizzare il ricovero in un determinato
giorno, cosi da ridurre i viaggi e le
spese per il trasferimento all’ospedale più attrezzato con l’ambulanza della missione. Molti di questi
casi raggiungono livelli di gravità
preoccupante per il fisico, a causa
dell’ignoranza delle normali regole d’igiene e prevenzione, associate alle precarie condizioni economiche e spesso anche a credenze
aberranti, che portano alcuni a farsi “curare” da stregoni o affini con
riti magici.
Tutte le cure che le suore forniscono non sono comunque gratuite,
è una questione crudele per certi
aspetti ma obbligatoria per altri;
necessaria per il proseguimen-
30
n. 20 settembre - novembre 2009
to e la sopravvivenza del centro
sanitario oltre che per un’azione
educativa. Queste persone devono capire che tutto deve essere
conquistato anche con le proprie
mani e le proprie fatiche. Per questo ogni prestazione
sanitaria viene retribuita dai singoli in vari modi, chi non ha soldi
lascia della legna, delle uova, della
farina o qualsiasi altra cosa.
La nostra esperienza è stata un crescendo emotivo, che ha raggiunto
il culmine in occasione della festa
di ringraziamento prima della nostra partenza. Suor Laura ha coinvolto e trascinato tutti, donne,
bambini, operai proprio nella casa
che abbiamo costruito; dopo il discorso e la benedizione di rito ci
siamo seduti sulle sedie disposte
intorno alle pareti, per mangiare i
piatti tipici che avevano preparato.
Come già era successo in Kenya, il
rapporto di questi bambini bisognosi con il cibo balza all’occhio
in maniera sconcertante; di fianco
ho una splendida bambina che
segue con gli occhi vispi le nostre
scherzose rappresentazioni, le parodie degli uni e degli altri e nello
stesso tempo mangia con volontà
tutto quello che è riuscita a raccogliere in un piatto stracolmo... non
guarda mai quello che prende dal
piatto (sa che è pieno come non
gli è mai capitato e forse teme che
sia. solo un sogno). Con una mano
tiene il piatto e con l’altra si riempie la bocca, piccoli bocconi alla
rinfusa senza distinzione tra carne,
verdura, pane o altro...guarda noi
che facciamo casino e mangia, automaticamente la mano scende al
piatto sulle ginocchia e torna alla
bocca con qualcosa... un paio di
volte si è trovata in bocca l’osso di
una costoletta. che aveva spolpato in precedenza, ora. lo rifinisce
bene con insistenza, poi un po’
di anghera (il loro tipico sostituto
del pane)... poi mi guarda mentre batto le mani e urlo “urrà” (per
uno) “urrà” (per l’altro) ecc.ecc. È il
Camminiamo insieme
ritratto dell’innocenza e della beatitudine...finché il piatto è vuoto e
lucido come l’osso della costoletta
di prima...la suora mi chiama per
espone le mie considerazioni e
due parole sull’esperienza li, così
perdo di vista la bambina. Sulla
porta c’è un altro bambino che si
protende in punta di piedi verso
suor Lidia, che sta distribuendo
pop-corn... ne prende più che può
con una mano e li mette nel risvolto della maglietta lacera e sporca
che indossa, deve farcene stare
più che può prima che suor Lidia li
finisca, per poi mangiarseli in santa pace in qualche angolo sicuro...
il magone stringe la gola e adesso è l’animo che si è ridotto come
l’osso masticato di prima.
I ragazzi che hanno lavorato con
noi in questi giorni improvvisano
una danza tribale in nostro onore,
le si fondono tra loro con potenza
e il canto raggiunge un pathos che
da brividi e carica, trasmette gioia pura; infatti a breve siamo li nel
mezzo anche noi a. urlare.
L’imprevedibile di un campo di
lavoro è proprio l’incontro con
l’altro, l’altro che ti sta di fronte e
l’altro che scopri in te.
“Il viaggio diventa allora un modo
per smettere di dare tutto per
scontato e continuare a imparare a rimettersi in discussione, per
trovare un senso di pienezza e di
scoperta anche nelle cose più ordinarie.” *
Un’esperienza
indimenticabile,
resa possibile anche grazie a voi,
i vostri gesti di generosità. hanno
lasciato un grande segno che rimarrà indelebile e per il quale non
sarete mai ringraziati abbastanza.
Rimane un ultimo sforzo da fare,
convincere tutti quelli scettici che
vanno dicendo: “a cosa serve...?”
“chissà dove finiscono tutte queste cose...?” “che si diano da fare
...!”, spronare anche loro a seguire
questo esempio.
Giuliana e Ivan
Spazio Missioni
Luglio-Agosto 2009
Appunti sul viaggio in Ecuador
T
ento un resoconto del viaggio missionario in Ecuador
con alcuni miei compagni di
messa
-Sono partito con una certa sofferenza, essendo appena deceduto
il carissimo amico don Luigi Gregori, cui ero molto legato, avendo
trascorso insieme fraternamente
dieci anni di ministero a Rovato.
-Dopo una settimana di permanenza in Ecuador,avendo già visitato Quito, la Zona della Sierra
e dei Laghi e poi le Galapagos e
Portoviejo,verso il 2 di agosto, sarei tornato volentieri a casa, dato
che difficilmente mi sono allontanato dalla Parrocchia oltre i 7/10
giorni. Ma il dovere della fraternità
con i confratelli di messa ha richiesto che io mi adeguassi a loro fin
dall’inizio.
-Contemporaneamente il pensiero
dei malati gravi che avevo lasciato
in parrocchia alla mia partenza, mi
affliggeva non poco. Li avevo già
preparati al passo estremo, ma so
di quanto conforto è la presenza
del parroco, anche per i famigliari,
al momento del trapasso . Alcuni di
essi, durante la mia assenza sono
deceduti. Li voglio ancora ricordare personalmente, con affetto.
Ciò premesso, vengo alla esposizione delle esperienze, con alcune
riflessioni tratte da questo viaggio. Segnalerò quelle positive, che
hanno dato un apporto di crescita
e sono state una provocazione costruttiva per me e – credo- anche
per i miei confratelli.
-Innanzi tutto il dato umano e cul-
turale. Come si vive in Ecuador?
Quali sono i tratti salienti dell’umanità che vive in Ecuador? I giorni di
permanenza sono stati pochi, ma
le esperienze incontrate sono state significative e incisive. Elenco le
principali: l’ottimismo e il realismo
del Vescovo Voltolini. La realtà –
anche là - non è priva di elementi
problematici, sia sul versante umano che ecclesiale. Egli li affronta
con intraprendenza e determinazione, curando molto i contatti
personali con preti, religiose, laici
e gente comune. La Curia e la Casa
episcopale sono aperte ai collaboratori di ogni tipo perché ciascuno
si senta di casa. La vicinanza della
Cattedrale rende visibile e fruibile
la sua presenza di Pastore e di Guida della Diocesi. Visitando alcune
parrocchie rurali abbiamo constatato la povertà dei mezzi e delle
strutture; il problema delle lunghe
distanze e delle strade disastrate
della provincia del Manabì, la scar-
sità del clero rispetto alle necessità
ecc…
I Parroci sono generalmente giovani e soli, con molte comunità
da seguire. Non mancano alcune
defezioni da parte dei sacerdoti
e delle religiose, motivate anche
dalla solitudine e dalla difficoltà
della popolazione locale a comprendere il senso del celibato e
della consacrazione verginale.
La preghiera e la collaborazione
dei diversi cristiani e la vicinanza
tra preti e laici, sono le risorse più
valide per superare il pericolo della
stanchezza, dello scoraggiamento
e dell’abbandono,delle difficoltà
economiche, pastorali e umane.
Abbiamo rilevato la positività
dell’opera del Mato Grosso: dove
ci sono i loro volontari le cose
vanno decisamente meglio ( vedi
S. Lorenzo). Per quanto riguarda i
preti, l’essere in pochi, spesso
poveri e lontani per la distanza,
rende più fraterni i rapporti e indi-
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 31
Spazio Missioni
spensabile il trovarsi insieme.
- Nel suo ministero il Vescovo insiste particolarmente sulla centralità della Parola di Dio e l’Eucaristia
domenicale.
- La pietà popolare, particolarmente incline al folklore e alle manifestazioni esterne, va continuamente guidata, per evitare il pericolo
della deriva nell’esteriorità o nella
magia.
Una sera(vigilia della Festa di S.
Maria degli Angeli abbiamo partecipato alla sagra serale (messa
e bancarelle ecc…) Folla strabocchevole!
- Le messe celebrate in cattedrale sono particolarmente curata
dall’Arcivescovo in persona e dai
suoi collaboratori. Pertanto sono
vissute con entusiasmo e sostenute dai vari ministeri(lettori,ministr
anti,accoliti, cantori, suono dell’organo e solisti.
- Concelebrando con il Vescovo
nella domenica 2 agosto ho avuto l’onore di essere presentato ai
fedeli come canonico della Cattedrale del Buon Pastore di Portoviejo, in un clima molto familiare.
- La cultura equatoriana ama i
bambini. La popolazione giovanile è molto alta.
- Il Seminario S. Pedro è molto curato dal Vescovo, dagli educatori e
dalle Suore. I giovani seminaristi
vivono con impegno la liturgia,
la preparazione al ministero nello studio delle scienze filosofiche,
pedagogiche e teologiche e il
contatto con le parrocchie. Questi
giovani vengono da luoghi e contesti diversi; alcuni anche da altre
diocesi. Il vescovo visita spesso il
seminario e lo segue con premura.
La frequenza al Seminario è gratuita, essendo i seminaristi generalmente provenienti da famiglie
povere e non in grado di pagare
una retta. La vita in Seminario contempla anche alcune ore di lavoro
manuale.
-L’Ecuador è terra di lussureggiante vegetazione, ma anche di aridità
32
n. 20 settembre - novembre 2009
e secchezza tremende (soprattutto il Manabì). Alcune città storiche
hanno (come Quito o Guayaquil)
hanno conosciuto nell’ultimo secolo un ampliamento vertiginoso,
ed un notevole sviluppo industriale, pur mantenendo l’impronta
del passato nel centro storico; città moderne e piene di vita. Altre
sono ancora immerse in una povertà endemica e la popolazione
cerca di sopravvivere con piccoli
mercati familiari.
Conclusione: Questo viaggio in
Ecuador è stato molto interessante
da tutti i punti di vista. Stando insieme ad altri compagni di messa,
abbiamo rivissuto gli anni passati
insieme nel periodo della preparazione al sacerdozio. Rientrando
a Castrezzato mi sono sentito ancor più motivato ad essere prete, a
operare con fiducia, con coraggio,
con speranza, certo che il mio ministero è utile ed è accompagnato
dalla grazia.
Le giovani Chiese Missionarie ci
stimolano a non lamentarci delle
nostre situazioni; ad essere intraprendenti e determinati nel nostro agire pastorale, convinti che
il Signore è con noi e ci benedice. La Vergine Maria è la salvezza
dell’America latina. L’umile fede
dei poveri di Dio, è tenace. Maria
è davvero la Madre dei Figli di Dio,
del Popolo di Dio sparso su tutta
la terra.
Don Mario
(N.B. Queste noterelle sono state stese
nel viaggio aereo di ritorno)
Camminiamo insieme
Cronaca degi eventi salienti
Appena giungi a Quito il 25 luglio,
visita veloce alla città storica, alle
sue Piazze e alle famose chiese
storiche e a due case delle Ancelle
della Carità di Brescia, impegnate
in parrocchia (Lagataso) e in una
casa di accoglienza per Ragazze.
Escursione turistica alla zona di
montagna ed ai laghi di origine
vulcanica.
Dal lunedì successivo : partenza e
visita alle Galapagos, isole incantevoli da tutti i punti di vista: geologico, faunistico, turistico, ambientale ecc. Flora e fauna unica al
mondo (tartarughe terrestri e marittime, leoni marini, delfini, balene, iguane marine e terrestri ecc…
Permanenza di tre giorni all’isola
di S. Cruz, da dove si partiva per
le varie escursioni per terra e per
mare (a mezzo di un grosso motoscafo che sfrecciava come una saetta..) Come prete mi ha commosso, all’Isola di Santa Fè, la visita al
Parroco di una parrocchia piccolissima ma isolata dell’arciplelagro,
che era impegnato in quei giorni
a preparare all’ordinazione presbiterale il primo giovane autoctono
delle Galapagos. Chiese la benedizione a tutti noi e alla domanda
“Che cosa facesse in una parrocchia sperduta come la sua, rispose
“Prego per tutto il mondo. Il mio
unico lavoro è la preghiera!” Viveva in ambienti piccolissimi e poverissimi, felice e pieno di fede.
Siamo poi scesi nel Manabì, a Portoviejo, ospiti di Mons. Lorenzo
Voltolini. Casa dell’Arcivescovo,
cattedrale con le tavole di L. SALVETTI, mercato,chiesa della Mercede, chiesa dell’adorazione ricavata dall’ex-cattedrale, visita alla
radio diocesana, partecipazione
all’invito della cerimonia di ingresso del nuovo parroco di Picoaxa,
Santuario di Montecristo, e visita
al Mausoleo del Presidente Al faro,
partecipazione alla Sagra della
Madonna degli Angeli in periferia
della città, Cucita, messa domeni-
Spazio Missioni
cale delle ore 8 in cattedrale, visita
a Guayaquil (Cattedrale, orto botanico ecc), Santuario S. Narcisa
presso Nobol, escursione alla costa del Pacifico: S. Vicente (dove
opera il bresciano don Piccioli,
Portolopez, Canoa, S. Lorenzo sul
mare. Per due giorni poi abbiamo
visitato Esmeraldas con i relativi
pueblios e barrios dove operano
i fratelli e sorelle Cottolenghini (P.
Antonio parroco svizzero e suor
Giusj, bresciana di Rudiano con Sr
Alda, Sr Anna ed una suora locale.
Ci siamo incontrati anche con il vescovo locale mons. Eugenio nativo
di Pamplona, comboniano: mente
coraggiosa e acuta, lucida circa le
problematiche sociali e religiose
che affliggono Esmeraldas (terrorismo-guerriglia a motivo della
vicinanza con la Colombia. Abbiamo visitato alcune abitazioni tipopalafitta, piantate su fogne a cielo
aperto presso il rio! Le Suore sono
molto apprezzate dalla gente del
posto. Le loro istituzioni educative
(Scuole) e Dispensario sono segno concreto della vicinanza della
chiesa ai poveri. La casa delle Suore è situata in un quartiere afflitto
dalla piaga della delinquenza e
dell’illegalità. Le stesse suore sono
state recentemente bersaglio di
un assalto notturno a fini di furto
da parte dei ladrones.
Negli ultimi tre giorni siamo tornati a Quito, proprio nel giorno della
festa del bicentenario dell’indipendenza (1809-2009): manifestazioni
folkloristiche in piazza e visita al
Convento di S. Agostino, nella cui
sala capitolare è avvenuto il primo
incontro- accordo dei Patrioti che
volevano la separazione di Quito
dalla Spagna. La sala è un vero capolavoro dell’arte pittorica,di intaglio, di doratura. Delle Suore colombiane per l’ospitalità presso la
Casa sacerdotale della Conferenza
episcopale equatoriale. Un mattino abbiamo visitato il celebre Santuario Mariano del Quinche, accolti
benevolmente dal P. Leon Dacosta
sostegno.
Il pranzo dalle suore della Casa sacerdotale il trasporto in aeroporto a Quito hanno chiuso il nostro
viaggio/pellegrinaggio in terra
ecuadoriana. Abbiamo ringraziato
e salutato con affetto Mons. Arcivescovo Lorenzo, promettendoci
ad invicem un ricordo costante
nella preghiera.
e dal Rettore del santuario. La festa
annuale del santuario si tiene ogni
anno il 21 di novembre, festa della
Presentazione di Maria al Tempio,
con una sterminata moltitudine
di fedeli (circa 500 mila che salgono da Quito e zona circostante). Il
santuario ebbe il titolo di Basilica
Minore da papa Giovanni XXIII nel
1959.
Visita turistica alla zona montagnosa dei bagni termali di Sapallaca.
Fatto il bagno in acque caldissime
e freddissime . La località si trova
ad oltre 3000 metri di altitudine.
Infine, l’ultima mattinata disponibile, il 12 agosto, è stata dedicata
ad una escursione in funivia sulle
montagne del Pinchincha a 4.100
metri di altitudine, prospicienti
Quito, da dove si gode un favoloso panorama sull’intera città che
si estende per oltre 50 km di lunghezza. Giunti in quota abbiamo
percorso alcuni sentieri, fin verso
la parte alta, senza raggiungere la
sommità di quello che era l’antico
vulcano. A quell’altezza, si sperimentava la mancanza di fiato per
il rarefarsi dell’ossigeno. Presso la
stazione di arrivo della funivia, è
stata costruita in questi anni una
splendida, ampia cappella da poco
inaugurata, dedicata alla Dolorosa
(La beata Vergine, raffigurata in un
quadro con le sette spade trafiggenti il cuore, molto venerata dai
quitegni.) Secondo la tradizione
questa immagine mosse gli occhi,
in un momento molto critico della storia di Quito, come prodigio e
In fede sac. Mario Stoppani, Parroco di Castrezzato(Brescia).
Canonico onorario della cattedrale di Portoviejo
Ps. Noterelle stese in aereo, nel
viaggio di ritorno.
Approfondimenti
11 agosto 2009: Visita al Santuario
nazionale de El Quinche.
Guidati da Mons. Lorenzo, siamo
saliti, a mezzo di un modesto furgoncino lillipuziano, al Pinchincha,
dove è situato il santuario di Nuestra Senora di El Quinche: santuario veneratissimo dai quitegni e da
tutto l’Ecuador. Il culto verso Maria Santissima è qui antichissimo.
La statua che è venerata è del sec.
XV e proviene da un’altra località.
Qui trasportata dalla devozione
dei fedeli, diede prodigi ed ancor
più crebbe la devozione popolare.
La festa – come si diceva sopra - è
in corrispondenza della Presentazione della B. Vergine al tempio,
il 21 novembre, ed è solennizzata
da una grande processione con
una moltitudine enorme di fedeli che salgono dalla valle verso il
santuario. Appena giunti siamo
stati accolti amabilmente da P.
Leòn di anni 84 e 61 di messa. Mi
sono confessato da lui, un po’ in
latino e un po’ in spagnolo, e poi
abbiamo concelebrato la S. Messa, presieduta da mons. Lorenzo.
I fedeli presenti, semplici, poveri
e devoti (una povera donna, molto malata, prima della messa ha
chiesto a tutti una benedizione)
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 33
Spazio Missioni
entravano a gruppetti e pregavano con fede la Beata Vergine. Nella confessione e nella S. Messa ho
riconfermato i buoni propositi già
presi da tempo e sempre da me
trascurati. Kirie, eleison… O Maria,
madre mia, custodisci la mia vocazione ed accompagnami nel mio
sacerdozio. Tu sai che devo tutto
a Te, o Madre mia. Ave, Maria….Mi
ha vivamente colpito, nella visita
al Santuario, il comportamento
della gente comune che entrava a
pregare: uomini, donne, bambini,
malati. Quanto grande era la loro
devozione e la loro povertà. Dice
Gesù “Se non diventerete come i
bambini, nella semplicità del cuore e della vita, non entrerete nel
Regno dei Cieli” e ancora “Questa
vedova, povera, ha dato più di
tutti, perché ha dato tutto quanto
aveva per vivere”.
Impressioni generali e riassuntive del viaggio
(Ecuador 25 luglio - 12 agosto
2009)
Premessa: È difficile esprimere le
reazioni, i sentimenti e le riflessioni fatte in questi19 giorni di permanenza in Ecuador. Certamente
la sensibilità di noi preti nell’entrare nel vivo della realtà umana e religiosa di questo popolo ci ha fatto
vedere le situazioni e le persone
in un certo modo: insomma ci ha
un po’ condizionato. Alcuni rilievi - penso - dobbiamo dare come
assodati.
1 - I missionari presenti (tra cui
mons. Lorenzo) prendono la realtà
così com’è per “insaporirla” con la
Parola di Dio e l’annuncio di Cristo.
Seminano semi vivi e forti del Regno.
2 - L’unione tra i presbiteri, il vescovo e i laici e il personale pastorale
e gestionale dellaCuria è buona. I
rapporti tra loro sono semplificati
e fraterni. La casa del vescovo è
aperta a tutti.
3 - Colpisce nell’insieme l’alta per-
centuale dei bambini e dei giovani. La vita della Chiesa e della Liturgia sembra qui più partecipata a
livello di ministeri (Lettori – cantori - guide per la preghiera - accoliti
ecc…) Le fatiche, anche fisiche dei
missionari, sono notevoli. Il clima
è “tosto”. Gli spostamenti su strada
sono sfibranti.
4 - La povertà è estrema in alcune
aree di questa terra – popolazione rurale, pescatori, coltivatori- in
un clima tropicale per certi versi
insoffribile e invivibile; in alcune
altre aree urbane e non, vi è un
tripudio di natura, di arte, di industria umana. Lo stipendio medio
qui, è di circa € 250, anche se il costo della vita è basso.
5 - L’opera dei Volontari del Mato
Grosso è qui in America Latina
utilissima,incisiva, efficace, di
grande sostegno all’opera stessa
dei missionari sia nell’ambito della
promozione umana che dell’evangelizzazione ed animazione delle
comunità (Vedi a S. Lorenzo). Le
loro famiglie sono esemplari.
6 - La guida pastorale di mons. Lorenzo è serena,attiva, spigliata e
coinvolgente. Il Seminario è ben
condotto e non mancano i buoni
risultati, anche se le defezioni sacerdotali non mancano neanche
qui, e sono un grave cruccio per il
vescovo. L’isolamento, l’abbandono della preghiera, le difficoltà pastorali ne sono la causa principale.
Conclusione: L’esperienza di questa originale “vacanza pastorale”
di noi sei ordinati del 1974 è stata bellissima, fraterna, gioiosa e
fruttuosa. Il Signore ci conservi a
lungo a servizio del Suo Regno e
benedica il lavoro e le fatiche di
Mons Lorenzo. Lavoro gravoso, ma
accompagnato da tanti frutti, in
una terra afflitti da tanti mali, dentro e fuori il paese - ma pur sempre
benedetta da Dio per la sua natura
e i suoi abitanti.
d. M. S.
34
n. 20 settembre - novembre 2009
Camminiamo insieme
Ringraziamenti
Il diacono Massimo destinato alla comunità parrocchiale di Trenzano
Grazie
È curioso notare come sei anni fa
iniziavo il mio ministero diaconale
tenendo le omelie delle S. Messe
della domenica inerenti il brano di
Marco dove si evidenziava la guarigione del sordomuto da parte
del Maestro e ora concludo il mio
ministero diaconale a Castrezzato,
per iniziare a Trenzano il mio servizio al Signore nei fratelli, proprio
nella domenica in cui la liturgia
propone lo stesso Vangelo. Ed é
intimamente bello che il Signore
mi faccia sentire la stessa emozione, lo stesso desiderio che questo
”Effatà”, apriti, continui ad aprirmi
alla comprensione della Sua volontà, della Sua parola, alla Sua
misericordia da vivere sempre intensamente a servizio di chiunque
incontri.
Mi ricordo che allora chiedevo una
piccola preghiera perché questa
“emozione” potesse essere vissuta con voi, che potessi essere uno
strumento, seppur piccolo e misero, nelle mani del Signore: e il Signore, grande bontà, ha esaudito
questo, sovvrabbondando nella
Sua misericordia.
Mi ha permesso di poterlo incontrare, di poterlo accarrezzare, di
poter pregare con Lui, di poterlo
ascoltare, di potermi confidare a
cuore aperto con Lui, di vederlo
nella gioia e nella sofferenza, di
piangere con Lui, di accompagnarlo nella Sua morte e questo
é potuto accadere attraverso le
persone che ho incontraro, laiche
e ordinate, attraverso voi che mi
avete permesso di poter “sentire”
in modo chiaro la Sua voce, di poter sperimentare la gioia di essere
fratelli e sorelle in Cristo, di vivere
momenti di crescita di vita e di
fede indimenticabili.
Ora, implorando attraverso l’intercessione della Beata Vergine Maria Regina degli Angeli e dei Santi
Pietro e Paolo Apostoli, la benedizione, su tutta la comunità di Dio
Padre, vi chiedo solo una piccola
preghiera garantendovi che sarete
sempre nel mio cuore e nelle mie
preghiere.
Grazie.
Uniti nella preghiera, uniti in Cristo, un abbraccio
Massimo
Grazie Massimo!
Tutta la Comunità parrocchiale
ringrazia il Diacono Massimo
per il servizio svolto in questi
6 anni come diacono permanente dal 2003 al 2009.
È stato un servizio molteplice,
in vari settori della pastorale,
che lo ha senza dubbio temprato a consolidare la sua preparazione a servizio di Cristo
e dei fratelli. I Sacerdoti, i catechisti, i malati lo ringraziano
cordialmente.
Massimo dal 13 settembre è a
servizio della vicina parrocchia
di Trenzano, rimasta da anni
priva del Curato. Lo accompagniamo con la preghiera e gli
porgiamo i migliori auguri di
buon inserimento nel nuovo
campo di lavoro!
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 35
Anniversari
Nel trentennale della scomparsa il ricordo di alcuni parrocchiani
Monsignor Alessandro Galli
D
on Sandro, semplicemente don Sandro, con un
appellativo spogliato da
ogni titolo gerarchico, così veniva
chiamato dai castrezzatesi, ogni
fine settimana, quando immancabilmente ricompariva in paese,
dopo aver trascorso i giorni feriali
a Brescia, impegnato nel ruolo di
insegnante presso l’”Arici”, il prestigioso liceo classico paritario.
Aveva radici profonde in Castrezzato, paese che egli amava profondamente: qui era nato in un
angolo del “Ravellino” e qui aveva
i parenti più stretti, presso cui dimorava.
In tanti lo rivedevano volentieri per
salutarlo e scambiare con lui qualche battuta; lo apprezzavano per
la sua parola un poco forbita e non
certo semplice da capire, quando
il parroco di allora, don Bonfadini,
gli lasciava il pulpito per le solennità religiose o quando guidava la
riflessione domenicale sulla parola di Dio; lo si aspettava per la sua
perizia nel suonare l’organo e nel
guidare il coro parrocchiale; i suoi
più cari amici lo volevano gradito
ospite alla loro tavola oppure al
bar a giocare a carte, in un clima
di grande affabilità e di calorosa
semplicità.
Il signor Angelo Loda lo ricorda
così “Avevo circa dodici anni e facevo parte del coro di voci bianche; da don Sandro ho appreso i
rudimenti del canto che ancora
oggi, a distanza di tanti anni, pratico con grande passione. A quel
tempo era nata una feconda col-
36
n. 20 settembre - novembre 2009
laborazione tra lui e don Arturo
Moladori; questi esercitava separatamente, durante la settimana,
le varie categorie di voci, le bianche, i tenori, i bassi e via di seguito;
il fine settimana, poi, arrivava don
Sandro che riuniva i gruppi e armonizzava il tutto in un contesto
corale; l’uno si avvantaggiava del
lavoro dell’altro in una sintonia
estremamente preziosa. Ricordo
la bravura, il rigore e l’impegno
che don Sandro profondeva in
questo ruolo; capitava che a volte
si infuriasse, avvampando di rabbia di fronte al nostro disimpegno;
da noi esigeva grinta, precisione,
impegno, tutte le medesime qualità che egli stesso ci offriva nelle
sue esecuzioni. Tuttavia, egli sapeva smorzare questi momenti di
tensione con quelle battutine divertenti e un poco scherzose con
cui ci prendeva in giro e che agevolavano la nostra relazione con
lui che percepivamo al di sopra
di noi per autorevolezza e valore.
Aveva una bella voce da tenore e
spesso ci proponeva degli a-solo
indimenticabili. Per me, è stato un
modello, un maestro, un uomo di
una fortissima personalità: lo rivedo come se fosse qui, ancora oggi
come un tempo, dirigere e nel
contempo suonare: le mani impegnate sulla tastiera e con tutto la
sua mimica facciale e con tutto il
suo corpo ci guida in modo da fornire esecuzioni rispondenti al suo
stile.
La signora Bruna Ferri e il fratello, il
cui padre era intimo amico di don
Camminiamo insieme
Sandro, mi forniscono una preziosa testimonianza circa la figura familiare e quotidiana del sacerdote.
Ricordano che gli amici gli dicevano che dopo essere stato professore per una settimana a Brescia, il
sabato e la domenica doveva venire qui in paese a ricevere lezioni di
carte: dopo “aver fatto scuola agli
altri, ora vieni qui da noi a scuola di
carte”, come se dagli amici avesse
avuto ricevere rincalzi per migliorare la propria capacità nel gioco
della “cicia”, ovvero la scopa.
Era spesso ospite gradito alla loro
tavola e lui stesso richiedeva alla
padrona di casa delle prelibatezze del tutto bresciane, quali la
“soppressa”,oppure il salame messo sotto grasso; insomma era una
buona forchetta come si suol dire!
A tavola sapeva essere un buon
conversatore, intrattenendo i presenti su varie questioni e, dato che
amava viaggiare, spesso riferiva
di fatti strani o di dati culturali desunti da queste esperienze. Bruna
mi racconta “Io ero stata una sua
allieva, mi aveva aiutato in Latino,
lingua che lui conosceva alla perfezione; mi raccontava di viaggi a
Londra e a Parigi, organizzati da lui
medesimo per gruppi di studenti,
stimolando in me la voglia di conoscere e di scoprire il mondo; mi
consigliava libri da leggere aprendomi la mente verso la cultura.
Tuttavia, nonostante la profonda
preparazione culturale posseduta, egli era in grado di spogliarsi
dall’aura di esperto, di professore
capace e colto, per mettersi in dialogo con delle persone semplici e
Anniversari
per nulla acculturate come i suoi
amici e compaesani. Sapeva “scendere” a conversazioni semplici e su
questioni concrete, riconoscendo
in modo estremamente consapevole di essere privilegiato rispetto
a loro che erano stati destinati ad
un’esistenza decisamente più impegnativa e dura rispetto a lui. Ne
apprezzava, condividendole, alcune doti quali la semplicità, il senso
del dovere, la fatica del vivere.
Certo le sue omelie domenicali
non venivano capite pienamente
da tutti i castrezzatesi, perchè troppo impegnative sia nel contenuto,
sia sul piano formale; non erano
certo frutto di snobismo da parte sua, ma intimamente correlate
alla profonda e radicata cultura. A
volte capitava che in modo sottile
e un poco mascherato andasse a
toccare temi spinosi connessi alla
situazione amministrativa locale;
allora le sue prediche terminavano con la citazione evangelica “Chi
ha orecchi per intendere, intenda.”
e questo tutti lo potevano capire!
Da parte mia ritengo che lui sia
stato la persona più importante,
al di fuori dalla famiglia, per la mia
formazione umana e professionale: professore severo e rigido, mai
dimenticato, mi ha fornito inconsciamente un modello di comportamento nell’ambito scolastico, in
cui lavoro da tanti anni. Percepivo
la sua autorevolezza, il suo carattere forte contraddistinto da impennate di rabbia e da controlli serrati
a cui non potevo sottrarmi; temevo le sue sfuriate e mi piegavo allo
studio. Ora riconosco il senso di
queste scelte comportamentali.
Mi piace pensarlo “in qualche luogo” con la sua immancabile tonaca, seduto attorno ad una mensa
imbandita, intento ad intrecciare
cordiali conversazioni con i suoi
amici di allora, mio padre, il signor
Bruschi, il signor Maraschini e tante altre persone ormai quasi tutte
scomparse”.
La signora Franca del “Bar Portici”
mi offre di don Sandro un’altra
testimonianza curiosa, risalente
al periodo degli anni sessanta/
settanta, quando lei gestiva negli attuali locali il bar A.C.L.I., un
ambiente pubblico con annessa
la segreteria dell’Associazione dei
Lavoratori Cattolici, dove si rinnovavano tesseramenti e si compilavano pratiche di pensionamento
ed altro.
“Tutte le domeniche pomeriggio,
immancabilmente dopo la “Dottrina”, si affacciava al vano della porta
e tra il serio e il faceto mi chiedeva
se avessi partecipato alla S. Messa
festiva; io, ormai avvezza a quella
richiesta, rispondevo che sicura-
mente c’ero stata alla messa. Era
quasi un gioco tra me e quel sacerdote che esprimeva in tal modo
una sorta di sensibilità nei confronti della mia situazione familiare e lavorativa: era ben difficile che
io potessi allontanarmi dal bancone su cui ero costretta a zampettare tutta la giornata! Il suo posto
era sempre lo stesso, allo stesso
tavolino, con gli stessi compagni
di gioco: Vincenzo, Giuseppe, detto Pì, Giacomo, amici pazienti che
sapevano gestire la personalità irruente del sacerdote, soprattutto
nei momenti di sconfitta quando,
perdendo un poco le staffe, accusava il suo dirimpettaio di non aver
colto l’occasione per una possibile
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 37
Anniversari
vittoria. Si concentrava a tal punto
nel condurre “la cicia” che quando
gli portavo l’ immancabile tazzina
di caffé, mi chiedeva se potessi io
aprirgli la bustina e versargli il contenuto nella tazza. Capivo quanto
poteva essere importante per lui
vincere, dato che succedeva non
troppo frequentemente a causa
della bravura dei suoi avversari.
Attorno ai giocatori si accalcava un
folla di curiosi che alle loro spalle
si animavano vocianti nel seguire le sorti del gioco. Ogni tanto si
sentiva qualche colpo sul tavolo,
espressione di un grande disappunto; allora alzavo lo sguardo e
vedevo lui, rosso in viso avvampare di rabbia per non aver vinto.
Sembrava che una tensione accumulata trovasse una sorta di sfogo
in quegli atteggiamenti; gli altri,
rispettosi dell’uomo e del ruolo, lo
apostrofavano dicendo che a Castrezzato doveva ancora andare a
scuola per poter vincere! Era una
persona simpatica, nel suo genere: spesso, la vincita della partita
consisteva in caramelle e quando
spettava a lui, non la ritirava lasciandola al banco.”
Anche un suo assiduo compare di
gioco, il signor Vincenzo Cuneo,
ricorda il carattere sanguigno e
le reazioni strepitose di don Sandro quando risultava perdente
nel gioco della “bigia”; allora lui
lo apostrofava così “Don Sandro,
tu sei un grande professore di
scuola, ma alle carte devi ancora
imparare tante cose!” E il sacerdote, a malincuore, ammetteva che
ne aveva ancora di strada da percorrere per orientarsi nei labirinti
delle strategie di gioco. Vincenzo
racconta “Era un uomo affabile,
ma dal forte temperamento, capace di un’irruenza per nulla celata
che gli faceva ribollire il sangue.
Ricordo che lo assistevo durante
la S. Messa domenicale, quando
lui, seduto all’organo, allora posizionato dietro l’altare maggiore
della nostra chiesa parrocchiale,
mi faceva cenno di girare la pagina dello spartito; dovevo farlo con
assoluta puntualità e precisione
per non disturbare l’esecuzione
dei brani musicali da lui riprodotti sempre con perizia e genialità. I
suoi finali, quando l’armonia delle
note si smorzava lentamente lun-
102 anni portati benissimo
A Paolina Platto, classe 1907, gli auguri di tutta la redazione
affinchè continui ad allietare con la sua presenza familiari e
conoscenti.
Sotto: l’atto di battesimo custodito nell’archivio parrocchiale
38
n. 20 settembre - novembre 2009
Camminiamo insieme
go la navata lasciando spazio al
silenzio, erano sempre in grado
di commuovere la gente impressionata dalla sua bravura. Ricordo
con una certa commozione quando durante il mio matrimonio ha
cantato con la sua voce da tenore
l’Ave Maria: un grande spettacolo,
indimenticabile!”
Ad un tratto, gli occhi di Vincenzo
si inumidiscono e la sua voce diventa tremula: ricorda il momento
in cui lui stesso, con le sue mani,
ha chiuso nella bara il caro amico
sacerdote, sigillando quel coperchio che ha sì oscurato per sempre
un volto familiare, ma non certo
spezzato il calore del loro vincolo
d’amicizia.
Da parte mia, pur non avendo conosciuto personalmente mons.
Sandro Galli, attraverso le parole
di queste persone che me ne hanno rivelato l’aspetto più quotidiano, mi pare di scorgere in lui la figura di un uomo che beatamente
sia rimasto fedele a se stesso, alla
scintilla di unicità che giace in ciascuno di noi.
Silvana Brianza
Anniversari
“Sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe” (vangelo di Matteo)
Le provocazioni dal ricordo
della mia professione religiosa
E
ra il 15 settembre del 1969
quando, conseguito il diploma di maturità e concluso
l’anno di noviziato, emettevo la
professione religiosa nella Congregazione dei Figli di Maria Immacolata – Pavoniani. Sono passati
quarant’anni da quel giorno. Mentre ringrazio il Signore con tutto il
cuore per la vocazione a cui mi ha
chiamato, rivedo quello che Lui ha
compiuto nella mia vita.
Nato e cresciuto in questo paese,
fin da ragazzo il mio orizzonte si è
allargato, quando ho accolto l’invito ad entrare nel seminario dei
Pavoniani. Senza mai dimenticare
le radici della mia origine, la mia
esperienza si è arricchita di tante
altre prospettive. E ho cercato soprattutto di capire come potevo
realizzare la mia vita.
benevolenza e con la sua grazia,
mi chiamava a consacrarmi a Lui. E
ho detto il mio sì. Ho emesso allora
la professione religiosa dei voti di
castità, di povertà e di obbedienza secondo il carisma pavoniano,
che ho identificato e ho accolto
come mia vocazione. In seguito
(nel 1975) sono diventato anche
sacerdote, ma la radice della mia
vocazione sta nella consacrazione
religiosa, nell’essermi fatto pavoniano, accogliendo il progetto di
Dio.
I tre voti religiosi
I voti religiosi esprimono un’appartenenza e una dedizione totale
al Signore e al servizio dei fratelli,
secondo il carisma che si è abbracciato. La castità richiede di amare
il Signore con cuore indiviso; la
povertà esige di avere il Signore
come proprio tesoro, rinunciando
al possesso personale dei beni terreni; l’obbedienza porta ad aderire
con piena disponibilità alla volontà di Dio.
Così è vissuto il Signore Gesù.
Ogni vita è vocazione
Accanto alla strada più comune
che è quella del matrimonio e
dell’impegno come laici nella società, il Signore chiama alcuni battezzati a seguirlo e a donare la propria vita su strade particolari, che
sono quella della consacrazione,
aperta ad uomini e donne, e quella del sacerdozio ministeriale e del
diaconato. La propria vocazione
è dove, con l’aiuto del Signore, si
può amare di più, si può donare di
più.
Così, nel mio cammino di formazione e di ricerca vocazionale, ho
compreso che il Signore, nella sua
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 39
Anniversari
Questa è stata anche la vocazione
di Maria, sua Madre.
La persona consacrata, imitando
Cristo più da vicino, testimonia
che Dio merita di stare al primo
posto nella vita del cristiano e che
tutti gli altri valori (compresi il matrimonio, il possesso dei beni, l’uso
autonomo della libertà) sono relativi all’assoluto di Dio. La persona
consacrata inoltre mette tutta la
propria vita al servizio di Dio e al
servizio dei fratelli, all’interno della Chiesa e per il bene della società: pensiamo ai monasteri di clausura, alle missioni, alla formazione
cristiana, alle attività educative,
all’assistenza dei malati…
Le vocazioni consacrate a Castrezzato
Come è documentato, ad esempio,
nel libro sull’oratorio del 1998, anche nella nostra comunità parrocchiale di Castrezzato, accanto alle
vocazioni di sacerdoti diocesani (d.
Lucio Cuneo, d. Osvaldo Mingotti,
d. Sabino Gaspari, d. Vittorio Formenti e il diacono Massimo Sala),
sono fiorite numerose vocazioni
consacrate, soprattutto femminili
(le suore di varie Congregazioni
religiose), ma anche maschili: oltre a me ricordo p. Matteo Fogliata
(Rogazionista), p. Aldino Cazzago
(Carmelitano) e p. Sergio Targa
(Saveriano). Ultimamente però
questa fioritura sembra esaurita.
Ma il Signore non ha smesso e non
smette di chiamare qualche giovane (uomo o donna) a seguirlo e a
servirlo, donando la propria vita in
una vocazione di speciale consacrazione.
40
n. 20 settembre - novembre 2009
Il futuro della comunità cristiana
Ogni comunità cristiana deve farsi
carico del suo futuro e del futuro
del vangelo e della missione della
Chiesa, anche favorendo il sorgere
di vocazioni al sacerdozio e alla vita
consacrata, maschile e femminile.
Anzitutto con la preghiera, come ci
ha raccomandato lo stesso Signore
Gesù: “La messe è abbondante, ma
sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché
mandi operai nella sua messe! (Mt
9, 37-38). E poi con una vita di fede
solida, coerente, fedele al vangelo, animata da carità autentica e
da solidarietà, capace di proporre
un modello di vita alternativo alla
mentalità materialista, consumista ed edonistica tanto diffusa nel
mondo di oggi.
La fede cristiana è impegnativa,
ma è bella, perché dà senso pieno all’esistenza. Ci fa sentire amati
da Dio, ci fa cogliere che la nostra
vita è un dono di Dio, da realizzare come risposta al suo progetto
di amore. Se cerchiamo di vivere
così la nostra fede, se educhiamo
i nostri ragazzi e i nostri giovani a
viverla così, con l’esempio prima
che con le parole, certamente chi
è chiamato dal Signore al sacerdozio o alla vita consacrata si troverà
incoraggiato nell’essere disponibile e nel rispondere il suo sì.
La vocazione pavoniana
Celebrare domenica 20 settembre
a Castrezzato l’anniversario della
mia professione religiosa, oltre che
ringraziare il Signore, significa per
me testimoniare la bellezza della
fede cristiana, la bellezza di ogni
Camminiamo insieme
vocazione consacrata, la bellezza
della vocazione pavoniana a cui il
Signore mi ha chiamato. All’origine
della Congregazione dei Pavoniani c’è un dono fatto dallo Spirito
del Signore al sacerdote Lodovico
Pavoni (1784-1849), che a Brescia
nella prima metà dell’Ottocento
ha dedicato tutta la sua vita alla
formazione cristiana e professionale dei giovani maggiormente
toccati dalla povertà ed esposti al
rischio del fallimento. L’educazione della gioventù, sulla scia del beato Lodovico Pavoni, continua ad
essere la missione fondamentale
della Congregazione da lui fondata, presente in diverse nazioni del
mondo.
L’educazione della gioventù è il
compito più urgente dell’umanità
di oggi, a cui la Chiesa dà un suo
contributo insostituibile, annunciando Cristo e portando il suo
vangelo e il suo amore. La Congregazione a cui appartengo, sostenuta dalla protezione di Maria Immacolata, partecipa a questa missione
tanto necessaria e attuale.
Io spero che anche nelle comunità cristiane della Chiesa di Brescia,
come nella nostra parrocchia di
Castrezzato, ci siano ancora giovani che rispondono alla chiamata
del Signore, seguendo l’esempio
del beato Lodovico Pavoni e dedicandosi a tempo pieno (come
sacerdoti o come consacrati laici)
al compito educativo delle nuove
generazioni.
Di vita ce n’è una sola. E a che vale
la vita se non la si dona?
padre Lorenzo Agosti
Anniversari
Domenica 15 novembre 2009
Festa del Ringraziamento
A
conclusione dell’annata agricola torna anche quest’anno la Festa
del ringraziamento, sostenuta e animata dai nostri agricoltori.
Vogliamo ringraziare il Signore per i frutti della terra e del lavoro
umano. Anche se il Signore ci dona la sua benedizione, non tutto va sempre per il verso giusto. Questo non ci deve portare a dubitare dell’amore
di Dio, ma ad impegnarci per i risultati ed a fare la nostra parte per collaborare con la provvidenza. È questa un’occasione non solo per trovarci
insieme e scambiare qualche valutazione sui problemi del mondo agricolo, ma anche per motivare come cristiani le nostre fatiche e le nostre
preoccupazioni. L’attuale, grave crisi internazionale tocca pesantemente
il mondo del lavoro e ci stimola alla sobrietà. Invitiamo pertanto non
solo gli agricoltori, ma anche i lavoratori di ogni settore a non mancare a
questo simpatico appuntamento annuale.
Programma
Domenica 15 novembre
Ore 10,15
Ritrovo con i trattori nel parcheggio dell’Oratorio.
Ore 10,30
Partenza del corteo verso la Piazza della chiesa, dove
verrà impartita la benedizione e si pregherà per la sicurezza sul posto di lavoro.
Ore 11,00
S. Messa solenne condecorata dalla Corale “Don Arturo
Moladori”.
Ore 12,30
Pranzo alla Colombera (possono partecipare anche i
simpatizzanti e i famigliari).
N.B. Per la prenotazione del pranzo contattare Parma Francesco- Via
Barussa (tel 030- 71 46 339- ore pasti)oppure Angelo Biloni- Via Campagna ( cell. 338 70 51680), entro l’11 novembre, festa di S. Martino.
Profilo di Suor
Teresina Sala
Teresina Sala nasce a Castrezzato (BS) il 9 novembre 1932,
primogenita di una numerosa
famiglia; quattro giorni dopo
riceve il sacramento del Battesimo e nel marzo del 1943 quello
della Cresima.
Nel marzo del 1950 bussa alla
porta delle Suore delle Poverelle
di Bergamo ed inizia il cammino
di formazione che la porterà ad
emettere la prima Professione
il 1 ottobre 1952 e ad assumere il nome di sr ANNALICE; nel
1958 emetterà sua Professione
definitiva tra le suore del Beato
Luigi Maria Palazzolo
La sua “passione” apostolica
sono i bambini e le attività pastorali in parrocchia; svolge così
il suo ministero educativo prima a Piovene (VI) e poi a Cene e
S. Tommaso (BG).
Dal 1978 al 1997 è missionaria
tra gli emigranti in Belgio (19781989) e Francia (1989 -1997). Dal
1997 vive la sua missionarietà in
Costa d’Avorio, prima ad Agnibilekrou e poi a Mafferè.
Quest’estate è stata in Italia per
il consueto periodo di riposo ed
è ripartita per la missione solo il
31 agosto scorso, vivace e pimpante più che mai, come lo era
la mattina del 21 settembre,
iniziando come al solito la sua
giornata in mezzo ai bambini e
alle mamme della grande e bella scuola materna, oggetto delle sue cure particolari.
Il Signore l’ha chiamata da lì, sul
suo posto quotidiano di servizio e di annuncio; colpita da una
grave emorragia non ha più ripreso conoscenza, preparandosi così nel silenzio all’incontro
definitivo con il suo Signore.
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 41
Vita in Parrocchia
Trentacinquesimo dalla fondazione della sede locale AIDO
Festa del donatore
R
icorre quest’anno il trentacinquesimo
anniversario
della fondazione dell’associazione locale dell’AIDO e per tale
occasione è in corso di preparazione una festa che si tiene ogni anno
in un diverso paese della provincia
bresciana. Per la ricorrenza è stata
scelta come sede per la “festa del
donatore” Castrezzato e la manifestazione avrà luogo nella giornata
di domenica 18 ottobre 2009. Si
tratta di una grande opportunità
che viene offerta al paese, poiché
questa risulta essere una valida
occasione per pubblicizzare, non
solo le finalità dell’associazione
ma anche l’operato a livello locale
e provinciale. Nel corso della festa,
48
n. 20 settembre - novembre 2009
che coinvolgerà le autorità civili,
religiose e la popolazione tutta,
saranno invitate le famiglie di tutti i donatori della provincia e sarà
loro dato un riconoscimento, più
che altro simbolico, nella speranza
che sempre più persone prendano ad esempio il gesto della donazione. Saranno presenti anche i
responsabili dell’ AIDO provinciale
e regionale che, insieme ai presidenti delle associazioni di tutta la
provincia, saranno accolti da banda musicale e majorettes.
Il programma dell’evento prevede
l’apertura della manifestazione
presso l’auditorium dell’oratorio,
venerdì 16 ottobre alle ore 20.30,
con una conferenza sul tema della
Camminiamo insieme
donazione e la presentazione di
alcune testimonianze sul trapianto di organi.
Domenica 18 ottobre poi, sempre
presso l’oratorio, i partecipanti
verranno accolti e si assisterà ad
una cerimonia di riconoscimento
verso i familiari dei donatori della
provincia. Insieme poi, partendo
dall’oratorio, tutti si recheranno
in corteo verso la piazza S. Maria
degli Angeli in un clima di festa e
solidarietà.
Seguirà una solenne celebrazione religiosa presso la Chiesa parrocchiale animata dai volontari
dell’AIDO perché anche attraverso la preghiera si vuole riflettere
sull’importanza del gesto della
donazione e ringraziare per ciò
che ogni giorno viene donato al
prossimo. Naturalmente non può
mancare il banchetto che vedrà riuniti i partecipanti intorno ad una
tavola ben imbandita e, a seguire,
il momento dei “discorsi” e dei riconoscimenti.
Questa sarà una giornata molto
impegnativa, non solo per quanti
si occuperanno dell’organizzazione e della realizzazione del programma previsto per la giornata
ma anche per la popolazione che,
speriamo sappia rispondere con la
giusta partecipazione e sensibilità
a tale evento. È nostra viva speranza che questa giornata possa anche essere un momento di gratificazione per l’impegno, la volontà
e la sincerità d’animo con i quali si
sono sempre adoperati i volontari
dell’AIDO.
Vita in Parrocchia
Una vita dedicata agli altri
Deceduta improvvisamente
Suor Teresina Sala (1932- 2009)
L
a nostra concittadina Suor
Teresa Sala, che era appena
rientrata in Costa D’Avorio
dopo un periodo di cura e di riposo in Italia, è stata colpita da improvviso, gravissimo malore, che
l’ha portata subito in terapia intensiva mentre lavorava nella sua
missione. Nell’ospedale di Abijan
la situazione è apparsa subito disperata. I famigliari sono stati avvertiti subito dalla Madre Generale
delle Suore delle Poverelle e dopo
pochi giorni di sofferta attesa,
Suor Teresa ha reso la sua anima
a Dio il giorno 23 settembre, festa
liturgica di san Pio da Pietrelcina.
Espletate le pratiche per il trasporto della salma, in Italia, i funerali
saranno celebrati in parrocchia in
data da definire.
Suor Teresa, ultimamente, prima
di partire aveva rivolto un caloroso saluto a tutte le messe della domenica, manifestando il suo entusiasmo e la sua gioia nel rientrare
a servizio della sua missione, dove
seguiva soprattutto le mamme e
i bambini. In questa foto recente,
la vediamo con una consorella, in
compagnia dei suoi ”tesori”, felice
di spendersi per i fratelli più poveri
dell’Africa.
Ai famigliari porgiamo a nome di
tutta la Parrocchia le condoglianze
più sincere.
La morte di Suor Teresa è un improvviso, grave lutto. Sappiamo
quanto poche vocazioni ci siano.
Chi sostituirà queste gloriose lavoratrici nelle Missioni? Il Signore accolga il sacrificio di queste sorelle
e ci doni vocazioni sante.
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 49
Anagrafe parrocchiale
Anagrafe parrocchiale
Rinati in Cristo (battesimi)
Nella luce di Cristo (defunti)
Briola Pietro Angelo
di Carlo e Sintoni Simona
Greco Rebecca
di Luigi e Savoldelli Alessandra
Domeniconi Andrea
di Roberto e Supporta Anna
Danesi Alessia
di Faustino e Petraglia Gelsomina
Vagni Martina
di Claudio e Bianchi Serena
Massetti Valentina
di Maurizio e Mehmeti Gevahire
Baresi Gabriele
di Davide e Colosio Francesca
Lorini Rebecca
di Cristian e Salvoni Lorena
Colosimo Beatrice
di Saverio e Perini Caterina
Biloni Federico
di Angelo e Einazzi Pierangela
Cucchi Melissa
di Giuseppe e Maccarinelli Flavia
Festa Mario di anni 87
Zini Maria (Rosi) di anni 92
Bellotti Maria di anni 89
Cavalli Bianca di anni 75
Pagani Elisa di anni 66
Formenti Andrea Paolo di anni 61
Noli Giovanni di anni 74
Barboglio Luigia di anni 92
Galbiati Maria Ester di anni 85
Zotti Agostino di anni 96
Magoni Pietro di anni 96
Suor Teresa Sala di anni 76
Guerrini Angelo di anni 86
Uniti per sempre (matrimoni)
Venturi Rinaldo con Andreis Elisa
Gaffurimi Alessandro con Sala Francesca
Roncali Simone con Vergnahi Silvia
Pagani Ezio con Andrini Laura
Breda Erik con Coelli Francesca
Goffi Stefano con Baresi Silvia
Marini Marco Severino con Gualina Francesca
N.B. A riguardo dei matrimoni è fatto divieto assoluto
di spargere con i mortaretti strisce di carta colorata
nella piazza a causa della impossibilità di raccoglierle
da parte dei volontari della chiesa e degli addetti alla
pulizia delle strade.
Si raccomanda agli sposi di far rispettare questa norma. Grazie.
50
n. 20 settembre - novembre 2009
Camminiamo insieme
Calendario liturgico
Calendario liturgico pastorale
OTTOBRE 2009
Mese missionario- Mese del Rosario
01 Santa Teresina di Gesù Bambino - Patrona delle
Missioni.
02 Festa degli Angeli Custodi. Primo venerdì del mese
Dopo la messa del mattino Adorazione del Santissimo in chiesa.
04 Domenica 27a del Tempo ordinario e festa di San
Francesco d’Assisi Patrono d’Italia.
07 Festa liturgica della B. Vergine Maria del Rosario.
Ore 9,30 S Messa animata dai devoti del S. Rosario.
09 Venerdì: ore 20,30 Incontro genitori e padrini dei
battezzandi di domenica 11 ottobre (In chiesa)
(Confessione e prove)
10 Memoria di S. Daniele Comboni, bresciano, vescovo missionario Fondatore dei Camboniani.
Ore 11 Nozze di Biloni Davide con Calabria Anna.
11 Domenica 28a del Tempo ordinario. Festa esterna
della Madonna del S. Rosario.
Messe con orario festivo.
Ore 11 S. Messa di XX° di Ordinazione di P.SERGIO
TARGA. Seguono Battesimi comunitari
Ore 14,30: S. Rosario. Liturgia della Parola con Unzione degli Infermi.
Ore 18,00: S. Messa seguita dalla Processione con la
Statua della Madonna del Rosario.
Itinerario: Chiesa - Via IV Novembre - Via Circonvallazione Nord - Via B. Cavalli - Via Torri - Chiesa parrocchiale. Il gruppo del Rosario anima la processione.
14 Mercoledì: Ore 20,45 Convocazione Del Consiglio
Pastorale
15 Memoria di S. Teresa d’Avila.
17 Memoria di S. Ignazio d’Antiochia martire.
18 Domenica 29a del Tempo ordinario.
Giornata Missionaria Mondiale.
Festa del Donatore nel 35° Anniversario AIDO a Castrezzato( vedi programma)
Ore 11: S. Messa animata dall’Associazione AIDO.
N.B. Tutte le offerte di questa domenica sono devolute alle Pontificie Opere Missionarie.
25 Domenica 30a del Tempo ordinario.
Solennità della Dedicazione della Chiesa Parrocchiale di Castrezzato (1785)
28 Festa dei Santi Apostoli Simone e Giuda.
30 Venerdì: Ore 8,30 - 9,30 Confessioni delle Donne.
31 Vigilia dei Santi.
Ore 15,00 - 17,30 Confessioni per tutti
Ore 18,00 Messa festiva della vigilia.
NOVEMBRE 2008
Mese del culto dei defunti
01 Domenica Solennità di tutti i Santi - Orario festivo
SS Messe.
Ore 14,30 Processione al cimitero
Ore 15: Santa Messa pro populo al Cimitero
Ore 20,30 In chiesa veglia di preghiera in suffragio
dei Fedeli Defunti. Siamo tutti invitati.
02 Lunedì - Commemorazione dei fedeli defunti.
S. Messe in chiesa: Ore 8,00/ 9,30/17,00
S. Messe al Cimitero Ore 15,00 e ore 20,00.
N.B. Indulgenza plenaria a chi visita il cimitero dal 2
all’8 novembre e prega per i Defunti. Occorre essere in grazia di Dio, confessati e comunicati.
Dal 3 all’11 novembre ha luogo l’Ottavario dei Defunti.
04 Festa di San Carlo Borromeo vescovo di Milano.
08 Domenica 32a del Tempo ordinario.
Visita del Papa Benedetto XVI a Brescia (vedi programma)
Ore 11: Festa dei Combattenti in parrocchia.
09 Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense.
10 S. Leone Magno, Papa.
11 S. Martino vescovo. Fine dell’ Ottavario dei Morti.
15 Domenica 33a del Tempo ordinario.
Giornata del Ringraziamento (vedi programma).
17 S. Elisabetta di Ungheria.
18 Festa della Dedicazione delle Basiliche dei Santi
Pietro e Paolo a Roma.
21 Festa della Presentazione della B. Vergine Maria.
22 Solennità di Cristo Re dell’Universo. Domenica 34a
del Tempo ordinario.
Ore 14,30 Vespri- Benedizione e Atto di consacrazione a Cristo Re (Indulgenza plenaria)
29 1a Domenica di Avvento. Inizio del Nuovo Anno Liturgico.
30 Festa di S.Andrea Apostolo.
Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 51
BENEDETTO XVI VISITA BRESCIA
DOMENICA 8 NOVEMBRE 2009
L
’annuncio del Vescovo Luciano Monari: “Nel trentesimo anniversario della morte di Papa Paolo VI, Benedetto
XVI verrà a Brescia domenica 8 novembre p.v. Il Papa attuale ha sempre avuto affetto e riconoscenza al Papa
bresciano, dal quale fu creato cardinale e arcivescovo di Monaco nel 1977.
La giornata del Papa a Brescia sarà intensa e coinvolgerà tutti, anche il programma dovrà tener conto delle condizioni
di età del Pontefice. Accogliere il Papa, concelebrare con lui, ci permetterà di professare pubblicamente la fede in
Cristo; riconoscere in lui Pietro, centro di unità del collegio apostolico; di rinnovare l’amore e il senso di appartenenza
alla Chiesa. Significherà riscoprire la gioia e la fierezza di quello che siamo, di quello che il Signore fa di noi: Comunità
credente e missionaria. Vi chiedo di preparare questa visita con la preghiera e nell’approfondimento del ministero del
Papa nella Chiesa e nel mondo. Raccomando a tutti i diocesani che sono in grado di partecipare , di essere presenti
a questo avvenimento ecclesiale di prim’ordine.
Programma di Domenica 8 novembre 2009
Ore 9,30 GHEDI
Papa Benedetto giungerà all’aeroporto militare.
Lungo il tragitto per Brescia è prevista una breve sosta nella chiesa di
Botticino per venerare il corpo di Sant’Arcangelo Tadini, bresciano.
Ore 10,30 BRESCIA
Concelebrazione eucaristica in Piazza Paolo VI
Recita dell’Angelus.
Ore 13,30
Pranzo e riposo presso il Centro pastorale Paolo VI
Ore 16,45 CONCESIO
Visita alla Casa natale di Papa Montini ed inaugurazione della nuova sede del Centro di ricerca e studi di
Paolo VI°.
Ore 18,45 CONCESIO
Visita alla chiesa parrocchiale di Sa
Ore 19,00 GHEDI
Partenza dall’aeroporto militare per Roma
Settembre 1973
Scarica

N° 20 Settembre Novembre 2009