N° 20 Settembre Novembre 2009 Camminiamo insieme Periodico della Comunità dei Santi Pietro e Paolo in Castrezzato Camminiamo insieme Periodico della Comunità dei Santi Pietro e Paolo in Castrezzato Numero 20 - Settembre Novembre 2009 Collaboratori di questo numero: Mons. Mario Stoppani, Don Claudio Chiecca, Mons. Vittorio Formenti, p. Gabriele Ferrari, p. Lorenzo Agosti, Adriano Bianchi, Enrico Pepe, Bruno Ferrero, Massimo Sala, Silvana Brianza, Giuliana e Ivan, Umberto Folena, Ufficio catechistico diocesano di Brescia, Associazione AIDO Fotografie di Erika Zani Impaginazione Giuseppe Sisinni Stampa G.A.R. di Ruffini s.r.l. - Castrezzato (BS) In copertina La copertina di questo numero del Bollettino riproduce una lastra di ferro dipinta che fa parte dell’arredo sacro della nostra Chiesa. Ritrovata nel fondaco della Sacrestia, è stata recentemente restaurata dal nostro concittadino prof. Giorgio Manenti. Si tratta molto probabilmente di un cartello sacro che serviva ad avvisare i fedeli quando era esposto il Santissimo Sacramento per l’adorazione e per le S.S. Quarantore. Raffigura il classico ostensorio , incorniciato da una ghirlanda di spighe di frumento e di grappoli d’uva. Alla base la scritta latina: VENITE ADOREMUS, cioè VENITE ADORIAMO! L’Eucaristia è al centro della vita cristiana ed anche delle linee pastorali della nostra Diocesi per quest’anno. Il Vescovo ha inviato ai diocesani una lettera pastorale dal titolo “Un solo pane, un unico corpo”. Cosa dice a noi il valore supremo dell’Eucaristia? L’Eucaristia chiede maturazione per essere testimoni. Il cristiano deve crescere armonicamente nelle tre dimensioni della persona: avere, essere e donare. L’avere in funzione dell’essere e quindi della crescita personale; l’essere in vista del dono e quindi della fecondità della vita. Percorrendo questo itinerario l’uomo cammina verso una sempre più piena somiglianza con Dio. È un processo di maturazione che coinvolge la nostra libertà, ma che ha origine nell’amore di Dio Creatore, nella grazia di Cristo, nella forza dello Spirito Santo. Viviamo intensamente il Mistero dell’Eucaristia e non tralasciamo mai la messa domenicale, sorgente inesauribile di vita nuova e vera scuola di una nuova umanità che fa propria la logica di Cristo, la logica del dono di sè. (d.M.) 2 n. 20 settembre - novembre 2009 Camminiamo insieme Sommario 3 5 7 9 12 15 19 21 28 36 42 50 Lettera del Parroco Un solo Pane, un unico Corpo Enciclica del Papa Verità nella carità Riflessioni Benedetto XVI, un Pontefice poco amato? Lettera pastorale Inizio e compimento Anno sacerdotale Curato d’Ars, prete d’avanguardia Vita cristiana La famiglia e l’iniziazione cristiana dei figli Storia della Chiesa La Vergine Maria nell’antica tradizione carmelitana Famiglia Come fare amare la scuola Spazio Missioni Etiopia 2009 Anniversari Monsignor Alessandro Galli Spazio oratorio E... state in oratorio Anagrafe parrocchiale Matrimoni, battesimi, defunti Lettera del Parroco Riflessioni sul mistero eucaristico Un solo Pane, un unico Corpo C arissimi, il nostro Vescovo Luciano ci invita quest’anno a mettere al centro della nostra vita cristiana il mistero eucaristico. “Un solo Pane, un unico corpo”. Per noi credenti di Castrezzato è quasi un riprendere il discorso vitale dei Festoni del 2007: Dall’albero della Croce il frutto dell’Eucaristia e dall’Eucaristia lo stile della Comunità cristiana. Se non sbaglio, era stato P. Aldino Cazzago ad illustrarci con la maestria del teologo il tema dei Festoni, all’inizio della Quaresima di quell’anno. Permettete che in questo dialogo quale vuole essere appunto la Lettera del Parroco nel Bollettino, punti l’attenzione sulla fisionomia spirituale ed umana che deve avere la nostra Comunità parrocchiale, che deve trovare nell’Eucaristia la sua fonte e il suo modello. Siamo all’inizio del nuovo Anno pastorale e dobbiamo sostare un momento per prendere la direzione giusta del nostro essere Chiesa. È opportuno che ci soffermiamo un momento a riflettere sulla qualità delle proposte pastorali, sulle mete che ci proponiamo e sui risultati ottenuti. È questo un dovere fondamentale per il parroco e i sacerdoti collaboratori, ma pure per il Consiglio pastorale e i collaboratori pastorali in genere ( catechisti, ministri straordinari della S.Comunione, comunità educativa dell’Oratorio ecc...). C’è infatti il pericolo di fermarsi alle cose da fare, oppure di curare principalmente gli aspetti più appariscenti della vita parrocchiale e mettere in secondo piano gli obiettivi primari che sono quelli di annunciare il Cristo e di mettere le persone nelle condizioni favorevoli per manifestare la conversione a Dio nel “sì” della fede.Tenterò- nel mio ruolo di parroco- di riassumere in alcuni punti fermi gli obiettivi che ci devono stare a cuore. 1 - È utile chiederci in quale ottica ci mettiamo. Ai presbiteri (i preti) deve stare a cuore l’impostazione complessiva del “fare pastorale” cioè del guidare la parrocchia in ordine alla fede e alla vita cristiana, offrendo sempre ai parrocchiani un’impostazione trasparente del ministero sacro di cui sono stati investiti e per il quale sono stati inviati. Il ministero del sa- cerdote non deve offuscare né sostituirsi all’azione misteriosa dello Spirito, al primato della grazia e alla centralità visibile di Cristo e del suo Vangelo. Questa trasparenza del ministero presbiterale saprà scoprire alcune false o incomplete attese della gente che vuole spesso “strutture e cose visibili” anziché formazione delle coscienze e cammini autentici di conversione a Dio e di fede vissuta. I tranelli e gli equivoci della vita pastorale non sono pochi e rischiamo tutti di caderci dentro: preti e laici! Sono i tranelli del prete “che piace alla gente” o che viene accettato per le sue doti personali e non perchè è “ambasciatore” di un Maestro povero e crocifisso...Il pastore è portatore di doni non suoi, ma che gli sono dati per edificare il Corpo di Cristo, la Chiesa che è la famiglia di Dio. Su questa premessa basilare occorre tutti vigilare. 2 - La parrocchia funziona se converte i cuori a Dio e se fa maturare le coscienze sui parametri di Cristo e del suo vangelo. L’evangelizzatore spesso “se ne va piangendo, gettando la Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 3 Lettera del Parroco semente” come dice il salmo. I frutti non sono sempre visibili e poi chi scruta il cuore è il Signore. 3 - Non vanno confusi i mezzi con i fini e i contenuti. I primi possono cambiare, i secondi sono immutabili e sono fissati per sempre dalla Rivelazione divina. San Paolo diceva:”Se qualcuno vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema!”. A dare efficacia alla parola umana dell’apostolo è la forza dello Spirito. 4 - Il primato permanente va dato alla Parola di Dio. Essa dev’essere degnamente proclamata e spiegata sapientemente dal ministro, fatta gustare, assimilata. Senza Parola di Dio non c’è alcun rinnovamento nella Chiesa. L’annuncio della Parola di Dio nella sede liturgica gode di una particolare solennità. Alla stessa Parola va legato strettamente il Sacramento (soprattutto il Battesimo e l’Eucaristia) e dobbiamo avvertire tutti l’urgenza di mettere in pratica quanto è stato proclamato. I fedeli devono dare ai presbiteri la possibilità di soffermarsi sulla Parola di Dio, di meditarla e “ruminarla” , per poter poi annunciarla agli altri. I cristiani devono essere aiutati a permettere ai loro preti di non anteporre nulla a questo ministero che è la fonte di tutto il resto. 5 - Sui contenuti e sul ministero della fede bisogna essere giustamente rigorosi per dare vita a nuove generazioni di cristiani meno superficiali di quelli attuali. Anche qui a Castrezzato, sotto l’infarinatura di una fede tradizionale si nascondono contraddizioni, incoerenze e vuoti di contenuto circa la fede. 4 n. 20 settembre - novembre 2009 Urge far conoscere le “insondabili ricchezze di Cristo”.Occorre essere rispettosi delle disposizioni generali della Chiesa in ordine all’evangelizzazione, alla catechesi, ai sacramenti. 6 - Senza unità e vera comunione tra noi , non c’è esperienza cristiana autentica. Gesù dice: “vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”. Ciò che non costruisce comunione vera nella verità, non può venire da Dio. Le sensibilità diverse possono essere superate solo dall’amore condiviso verso lo stesso Cristo,Maestro e Modello dell’umanità riconciliata. È impossibile che i cristiani non si vogliano bene tra loro se amano davvero Cristo e se Lui è la Legge suprema. Il perdono reciproco è il balsamo che rimargina ogni possibile ferita reciproca. 7 - L’abbandono e la trascuratezza di molti verso la s.Messa domenicale deve preoccuparci tutti. L’abbandono massiccio e repentino dell’Eucaristia domenicale per tanti giovani/ adolescenti/ragazzi deve interrogarci. È la famiglia nel suo insieme che deve fare un cammino di vita cristiana. Quanto è bello e promettente vedere tanti genitori che partecipano alle proposte di fede nel campo della catechesi : questo dovrebbe avvenire anche per la messa! Perdendo sistematicamente la messa , si perde un po’ alla volta anche la fede. Il problema certo non è solo nostro, ma di moltissime parrocchie. Non c’è da rallegrarci : essere ammalati in tanti , non vuol dire stare bene!L’Eucaristia è il cardine della vita cristiana. Che molti ragazzi – fatta la prima comunione e la cresima non si Camminiamo insieme vedano più in parrocchia, fa risaltare in maniera palese che la catechesi è erroneamente vissuta unicamente in funzione di ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Occorre cambiare rotta. Ed anche gli adulti devono precedere i bambini nel dare esempi di vita cristiana. 8 - Infine è evidente che preti e laici devono lavorare insieme per il Regno di Dio. C’è un’interazione tra presbiteri e organismi pastorali concreti (CPP/ CPAE/ Oratorio ecc...) Essi vanno continuamente stimolati a crescere e a maturare. Personalismi e contrapposizioni pregiudiziali sono cattivi consiglieri. Soprattutto il Consiglio pastorale dev’essere un osservatorio evangelicamente motivato ed essere in grado di fare una lettura realistica della situazione spirituale della parrocchia e ricercare i rimedi necessari. I sacerdoti- da parte loro- devono essere voci libere e coraggiose nel guidare e formare i propri fratelli e chiunque voglia venire a contatto con la vita cristiana. Occorre passare da una misura minimalista della vita cristiana ( quale spesso emerge dal vissuto dei cristiani) ad uno slancio evangelizzatore nuovo che permetta a molti di “venire in contatto con le insondabili ricchezze di Cristo, con “iniezioni di speranza” e scelte concrete possibili e condivise. Molti sarebbero ancora i punti sui quali soffermarci. Questi però mi sembrano quelli prioritari da tener presenti nell’immediato futuro. Il Signore sia dinanzi a noi nel guidarci Vostro don Mario Enciclica del Papa Leggendo la nuova enciclica sociale Tutto l’uomo, tutti gli uomini Verità nella carità A nnunciata da tempo, “Caritas in veritate” era attesa. Attuale oggi come risposta alla situazione di crisi che tocca direttamente molta gente anche qui da noi. Di solito noi parliamo dei paesi più poveri come di realtà lontane da noi, ma questa volta la crisi batte alle porte delle nostre case e sono molti quelli che ne devono portare le conseguenze. biare il proprio stile di vita e la scala dei suoi valori. “Caritas in veritate” ci ricorda che né il mercato né lo stato né gli interessi di qualcuno possono ignorare e violare i diritti dell’uomo. La centralità della persona umana imprime una nuova visione a tutto il problema del progresso umano e sociale. Il Papa non si nasconde la situazione attuale del mondo, dove le persone, molte persone, soffrono per uno sviluppo e per un’economia che sono pensate non per promuove Una questione mondiale Il discorso sullo sviluppo quindi non riguarda solo certi paesi, ma tocca anche noi. La parola di Benedetto XVI interpella tutti, ricchi e poveri, europei e africani, americani e asiatici e australiani, davvero tutti. Mai come oggi è vero che “la questione sociale è diventata una questione mondiale” (14), che riguarda tutti. Perciò la chiesa continua a insegnare la sua dottrina sociale adattandola alle attese del momento. Certamente questa lettera non piacerà a tutti. Chi non vuole cambiare la propria maniera di vivere, chi crede che denaro e guadagno siano tutto, chi non rispetta la vita, chi pensa che la chiesa dovrebbe parlare solo di “religione”... non sarà entusiasta di questa “lettera”. Ma coloro che si impegnano per una nuova società fondata sulla “carità nella verità” vi riconoscerà un aiuto provvidenziale per cam- Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 5 Enciclica del Papa re l’uomo, ma solo per produrre di più, guadagnare di più, mostrare la propria superiorità anche a prezzo di calpestare gli altri. E ci mostra che, anche per coloro che sono usciti dal sottosviluppo, la “carità nella verità” - cioè Gesù e il suo vangelo - è la strada per non finire nella disumanità. Tutto deve essere rimesso al servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, perché lo sviluppo è autentico quando è integrale e raggiunge l’uomo in tutte le sue dimensioni, materiali e spirituali, personali e comunitarie; e di tutti gli uomini, non solo di quelli che ne sono protagonisti. l colpi alla porta... Un’altra idea che il Papa sviluppa e che attraversa tutta la “lettera” è che il mondo deve sentirsi, come del resto Dio lo vuole, una grande famiglia di fratelli. La globalizzazione può aiutare a sentirsi fratelli, legati nello stesso destino, 6 n. 20 settembre - novembre 2009 corresponsabili di tutti. Purtroppo “mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano” (75). Il Papa ci ricorda che l’attività economica non è in grado di risolvere tutti i problemi sociali applicando solo la logica del mercato. Essa deve essere guidata dalla ricerca del bene comune, abbandonando la logica dell’egoismo personale o collettivo, per essere “strutturata e dalla logica del dono” (36). Questo aspetto può cambiare il rigido sistema del mercato e umanizzare lo sviluppo, l’economia, la finanza, eliminando quei comportamenti che hanno portato alle crisi attuali. Insieme ai poveri della terra Un’altra idea che attraversa tutta l’enciclica è l’attenzione ai più Camminiamo insieme poveri. Il Papa, sia che parli dello sviluppo o del commercio o della necessaria apertura dei mercati, sia che tratti della globalizzazione o della formazione allo sviluppo, richiama sempre “lo scandalo di disuguaglianze clamorose” (22). Se si vuole costruire un mondo nuovo nella giustizia, nella pace e nella salvaguardia del creato, bisognerà ripartire sempre dagli ultimi, dai più poveri, tenendo presente la loro condizione e operando per la loro promozione. Solo in questo modo lo sviluppo del mondo sarà vero e l’umanità potrà camminare, insieme. Altrimenti i poveri non solo saranno trascurati (e già sarebbe un peccato che grida vendetta al Cielo), ma finiranno per diventare un peso che rallenta il possibile sviluppo di tutta la famiglia umana. Il Papa ha scritto questa lettera a tutti noi. Non sarà il caso che rispondiamo? p. Gabriele Ferrari Riflessioni Un grande teologo, eppure avversato Benedetto XVI un pontefice poco amato? L a generazione dei quarantenni di oggi, pensando alla figura di un Papa, fa immediato riferimento mentale a Giovanni Paolo II. Lo hanno conosciuto da bambini, e sono stati accompagnati lungo la strada della loro crescita dalle cronache di una vita tutta dedita alla comunicazione del messaggio cristiano nel mondo attraverso viaggi memorabili e folle acclamanti. Ne deriva la scontatezza del confronto tra il precedente e l’attuale Pontefice. Ma anche i genitori sanno bene che i loro stessi figli non sono mai fotocopie: ognuno è dotato di personalità propria e caratterizzante. I funerali del Papa polacco ne hanno attestato il tasso di popolarità. L’attuale Pontefice, sarebbe inutile negarlo, presenta invece una popolarità ancora tutta in salita, anche tra i credenti, per non dire una pregiudiziale ostilità. Basta leggere i titoli e gli interventi della grande stampa mondiale che fa tanto testo per determinare le opinioni correnti. Contro Benedetto XVI si esercitano costantemente l’ipercritica, il fastidio, il disagio dinanzi al suo magistero e alla sua persona. Si pensi al caso eclatante della “lectio magistralis” da lui tenuta a Ratisbona, dove semplicemente ribadì la tesi che ogni religione, compresa quella musulmana, non deve mai essere finalizzata alla violenza, ma unicamente alla pace e al dialogo. L’intero mondo arabo si inalberò, ma con il sostegno anche di molti saggisti e giornalisti liberal del fronte laico. La campagna mediatica tendente a screditare il Papa trova sovente alimento nelle più stravaganti interpretazioni date agli interventi di un Pontefice già definito come Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 7 Riflessioni il rottweiler del suo predecessore, inflessibile e freddo controllore della dottrina cattolica. Uno scrittore tedesco, R. Neuhaus, ha invece definito Papa Ratzinger “uomo di grande gentilezza, di profonda intensità spirituale, di grande curiosità intellettuale e, soprattutto, di serena tranquillità interna”. Ho la presunzione di confermare e sottoscrivere queste espressioni. I suoi due segretari privati affermano che, da poliglotta e grande teologo autore di settecentotrenta titoli tra libri e opuscoli, egli ha la capacità straordinaria di interloquire in colloqui privati con straordinaria competenza anche in campi delle scienze umane come la medicina, l’ingegneria, l’arte. Eppure i sarcasmi e gli insulti nei suoi confronti da parte dei media non si contano. Ciò denota un’acredine di antico stampo, una volontà di rivincita nei confronti non tanto di un uomo, ma contro la Chiesa da lui presieduta nella carità, la quale non si stanca di proporre i suoi temi di morale familiare e di etica civile, che tanto fastidio suscitano in una mentalità permeata di libertarismo ad ogni 8 n. 20 settembre - novembre 2009 costo. Benedetto XVI continua -lo ha fatto anche con la recente enciclica “Caritas in veritate”- ad offrire un progetto etico che mira alla formazione della persona nel suo complesso, un progetto culturale e spirituale chiaro e fermo nella dottrina ispiratrice, pur se indulgente verso le cadute dei singoli individui. Il senso comune di molti fedeli, grazie a Dio, sa scorgere nelle sue esortazioni, che non sono mai costrizioni, la lotta ad una quotidianità dominata dalla schiavitù del denaro, della tossicodipendenza, della violenza sui deboli, del rifiuto preconcetto alla vita, dell’affievolimento del senso dell’umanità e della solidarietà. A ben guardare, tra coloro che gettano discredito sul Papa ci sono persone che si sono distinte per essere state culturalmente e operativamente conniventi con regimi totalitari, mentre oggi accusano di totalitarismo la Chiesa, impegnata nel mondo intero nella difesa dei diritti umani e testimone credibile in favore degli indifesi e dei poveri. Sono impressionanti le cifre di coloro che, nel mondo intero, poveri, ammalati, disabili, orfani, reietti Camminiamo insieme della società, anche in nazioni ove la presenza cristiana è di assoluta minoranza, trovano rifugio il più delle volte gratuito nelle strutture rette da diocesi e parrocchie, da religiosi e religiose, con l’apporto fattivo e determinante di tanti generosi volontari. Di tali attività, della sussidiarietà e dei servizi sociali prestati dalla Chiesa i “laici” non ne parlano mai, se non per enfatizzare qualche inevitabile errore legato alla debolezza delle persone. Ma, si sa, la foresta che cresce non fa mai rumore… Anche in Italia tale fronte laico ha radicalizzato da tempo il suo confronto con la Chiesa. I suoi rappresentanti si compiacciono di descrivere regolarmente una Chiesa ed un cattolicesimo in difficoltà. Quanti di loro vorrebbero assistere al funerale della Chiesa! Piccoli untorelli, verrebbe da affermare con manzoniana memoria. Tranquilli: la Chiesa, pur se non invitata, quale esperta di umanità assisterà anche ai funerali di costoro, perché fondata sulla parola di Cristo: le forze del male non prevarranno. Don Vittorio Lettera pastorale Da “La Voce del Popolo” un commento alla lettera pastorale del Vescovo Monari Inizio e compimento A l centro l’eucaristia: il dramma d’amore di Dio, la vita benedetta, spezzata, data, consumata dagli uomini perché possano avere “vita in abbondanza.” (Gv 10,,10). II cibo degli angeli il pane del cammino, il mistero di Dio fatto dalla Chiesa e che fa la Chiesa, la sua presenza, il suo vero corpo che fa di noi un unico corpo (1Cor 10,14-17). Ha scelto l’eucaristia, quindi, il vescovo Luciano per indicarci il cammino da seguire nel prossimo anno pastorale, in continuità con il disegno di riflettere sulle dimensioni fondamentali della vita cristiana: parola di Dio, eucaristia e comunità. Pertanto non progetti pastorali, seppur necessari nella vita della comunità ecclesiale, ma il suo tesoro, la fonte, il culmine perché da lì “tutto abbia il suo inizio e il suo compimento” e la nostra vita di uomini e donne possa essere trasformata da Gesù eucaristia in vita eucaristica. Ma come accogliere questa indicazione del nostro Pastore? Anzitutto vivendo in pienezza la Messa domenicale. “È domenica mattina – dice il Vescovo –. Il mondo sembra quieto; molti dormono ancora per ricuperare le ore della sera. E tuttavia quando un suono di campane si diffonde nell’aria, da molte case, come rispondendo a una chiamata, escono persone che si dirigono verso la chiesa. Sono vestite bene, come se andassero a un ricevimento; camminano svelte, come se qualcuno le stesse aspettando e non volessero far tardi”. È anche un po’ poeta mons. Luciano all’inizio della lette- La copertina della lettera pastorale per l’anno 2009-2010 inviata dal Vescovo di Brescia, Luciano Monari. Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 9 Lettera pastorale ra: “Oggi è un giorno speciale; per questo ci alziamo lieti; per questo ascoltiamo il suono delle campane come fosse un appello rivolto a noi e usciamo di casa; per questo ‘con timore e gioia grande’ (Mt 28,8) ci avviamo verso la chiesa. Per fare che cosa? Per ringraziare, lodare, benedire, esaltare, glorificare, cantare, gioire insieme”. Vivere e celebrare, quindi, degnamente e con gioia l’eucaristia, soprattutto quella domenicale, quella che fa della parrocchia una comunità e che ci trasforma attraverso la lode e il ringraziamento del Signore nel suo corpo, il corpo di Gesù sacrificato per amore. Anche l’immagine dell’Ecce Homo di Antonello da Messina, scelta come icona per quest’anno, ci aiuta in questo percorso. La tradizio- ne dell’imago pietatis, presente in tante nostre chiese, ce lo rammenta: il pezzo di pane che adoriamo è veramente quel corpo fatto di carne e sangue offerto, morto e risorto per noi. Da questo pane siamo generati a una vita eucaristica dove il “donare” diviene il verbo supremo per entrare in relazione con gli altri, per operare nella città, per vivere le fragilità e le fatiche della vita, per impegnarci per il futuro, per tutto il tempo che Dio ci concederà di stare in questa storia. C’è la storia e la quotidianità nella lettera di quest’anno. Ma ciò che è per noi cristiani così prezioso cosa può dire anche alla più vasta comunità degli uomini? Cosa dice alla città, all’educazione, alla società tutta il valore supremo dell’eucaristia? L’interrogativo ha generato negli Classe 1939 10 n. 20 settembre - novembre 2009 Camminiamo insieme organismi diocesani una riflessione. Ne è nato uno stile nuovo per portare la lettera a tutti, non solo ai cristiani di Brescia, ma nell’Agorà, nella piazza, usando i linguaggi universali dell’arte, della musica, del teatro. Toccando anche fisicamente la provincia e i luoghi della città per far percepire che dentro quel Dono c’è un valore per tutti. Vivremo, perciò, l’Agorà della diocesi di Brescia, ma tante altre agorà potranno nascere per esprimere la passione per il Vangelo e la bellezza della testimonianza nelle parrocchie, nelle associazioni e nelle zone pastorali per suscitare in tutti quella speranza che desideriamo condividere. Adriano Bianchi Anno Sacerdotale In occasione del 150° dalla morte del S. Curato d’Ars Anno Sacerdotale Lo ha indetto il papa Benedetto XVI — I sacerdoti incaricati non di dire molte parole, ma di annunciare l’unica Parola di salvezza — Dio è la sola ricchezza che gli uomini cercano in un prete. I l 16 marzo scorso il papa Benedetto XVI, parlando ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione del Clero, ha annunciato la proclamazione di uno speciale «Anno Sacerdotale», che andrà dal 19 giugno prossimo fino al 19 giugno 2010, in considerazione del 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, «vero esempio di Pastore a servizio del gregge di Cristo». Poprio quell’umile prete francese diceva: «Se avessi già un piede in cielo e mi si venisse a dire di tornare sulla terra per lavorare alla conversione di un peccatore, tornerei volentieri. E se fosse necessario per questo restare qui fino alla fine del mondo, alzarmi a mezzanotte e soffrire come soffro, accetterei con tutto il cuore». La sua convinta immedesimazione alla missione di Cristo lo costituisce insigne esempio per ogni sacerdote. In ogni caso la notizia di questo evento non è di quelle che occupano la prima pagina dei giornali. Tuttavia, solo chi segue distrattamente o con superficialità l’opera dell’attuale sommo pontefice, ha potuto stupirsi dell’indizione di un anno sacerdotale, che avrà come tema: «Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote». I vescovi, sottolinea il Papa, devono essere solleciti «verso i loro primi collaboratori, sia coltivando relazioni umane veramente paterne, sia preoccupandosi della loro formazione permanente, soprattutto sotto il profilo dottrinale». E papa Ratzinger, questa sollecitudine l’ha mostrata fin dall’inizio del suo pontificato. Non sono man- cate le occasioni, e sono state numerose, nelle quali ha dimostrato una particolare attenzione verso i sacerdoti: ascoltando le loro preoccupazioni e offrendo preziose indicazioni per la custodia della propria vocazione e per il fecondo esercizio della loro missione. Come non ricordare le parole che ha rivolto al clero romano già il 13 maggio 2005, ribadendo la necessità di tornare all’origine del ministero? «Questa radice, come ben sappiamo, è una sola: Gesù Cristo Signore... Ma questo Gesù non ha nulla che gli appartenga in proprio, è tutto interamente del Padre e per il Padre. Perciò Egli dice che la sua dottrina non è sua, ma di colui che lo ha mandato: il Figlio da solo non può fare nulla». E su questa immagine ha descritto la vita del prete: «Questa, cari amici, è anche la vera natura del nostro sacerdozio. In realtà, tutto ciò che è costitutivo del nostro ministero non può essere il prodotto delle nostre capacità personali... Siamo mandati non ad annunciare noi stessi o nostre opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in Lui, la misura del vero umanesimo. Siamo incaricati non di dire molte parole, ma di farci eco e portatori di una sola “Parola”, che è il Verbo di Dio fatto carne per la nostra salvezza». E questo il Papa lo ha ribadito anche il 16 marzo scorso: «Nessuno annuncia o porta se stesso, ma dentro ed attraverso la propria umanità ogni sacerdote deve essere ben consapevole di portare un Altro, Dio stesso, al mondo. Dio è la sola ricchezza che, in definitiva, gli uomini desiderano trovare in un sacerdote». Nella Francia delle chiese «spogliate» Giovanni Maria Vianney fu mandato in un villaggio dove, a detta del suo Vescovo, a Dio si pensava ben poco. Eppure, quel paese di 230 anime si trovò come travolto da un turbine di decine di migliaia di pellegrini l’anno. Dall’una di notte si mettevano in coda, aspettando. Non era stato un seminarista brillante, faticava, l’ex contadino, col latino. Ma ripeteva, a Messa, additando il Tabernacolo: «Lui è qui!». E ne era così visibilmente certo, e raggiante, che la gente non chiedeva altro. Bastava. Era, davvero, la sola ricchezza che cercavano, in un povero prete. Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 11 Anno Sacerdotale A 150 anni dalla morte Curato d’Ars prete d’avanguardia Nell’Anno Sacerdotale, la figura di Giovanni Maria Vianney, patrono dei parroci, è stata indicata da Benedetto XVI come modello. I tempi erano tristi per la Francia durante il secondo Terrore. A Dardilly la chiesa parrocchiale era stata chiusa e ogni attività di culto interdetta: lì nacque Giovanni Maria Vianney. Nella prima comunione, celebrata in un casolare 12 n. 20 settembre - novembre 2009 di campagna durante una messa clandestina, gli fiorì in cuore il desiderio di diventare sacerdote. L’idea sembrava utopica: era impossibile istruirsi; ma un coraggioso sacerdote, Carlo Balley, aveva aperto una scuola parrocchiale Camminiamo insieme per i candidati al sacerdozio. L’alunno Giovanni era un caso umanamente quasi disperato: aveva più di 20 anni e conosceva a mala pena i primi rudimenti della lettura e della scrittura. Il Balley ne apprezzò il candore d’anima e la tenacia contadina e lo ammise alla sua scuola. Non fu facile per il giovane seguire le lezioni, soprattutto quelle di latino, mentre riusciva molto bene nell’apprendere e nel mettere in pratica le parole del Vangelo. La tenacia di ambedue ottenne l’impossibile: il 13 agosto del 1815 il Vianney fu ordinato sacerdote, a condizione che restasse sotto la guida del Balley e non esercitasse il ministero delle confessioni. Per i due sacerdoti seguirono tre anni di convivenza meravigliosa. Quando però il parroco morì, la curia non ritenne opportuno lasciare nelle mani del Vianney la cura di quella parrocchia importante e lo nominò cappellano di un piccolo villaggio con 40 case e 270 abitanti: Ars. Il paesino non brillava certo per santità: c’era ancora fede, ma nascosta sotto la cenere dell’ignoranza religiosa e di una pratica morale discutibile. Il giovane sacerdote iniziò il suo lavoro mettendo un po’ di ordine nella chiesetta e prendendo contatto con i suoi parrocchiani. Li andava a trovare nelle case e nei Anno Sacerdotale campi, conversava su come andava il raccolto e sulla salute degli animali e così rompeva il ghiaccio e costruiva amicizie. In breve tempo conobbe vizi e virtù della sua gente. Gli uomini, costretti dal bisogno più che dall’ideologia rivoluzionaria, la domenica mattina preferivano andare al lavoro nei campi e al pomeriggio affollavano le quattro bettole del paese, tra risse e bestemmie, sperperando i pochi soldi di cui disponevano. Le ragazze non avevano il necessario per sposarsi e non avevano possibilità di imparare un mestiere: sapevano solo pascolare le poche pecore della famiglia e raccogliere fieno per l’inverno. Nei giorni solenni il motivo principale di incontro erano le feste da ballo che si protraevano fino al mattino a lume di candela. Fu allora che il curato coniò una famosa frase: «Lasciate per 20 anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie!». Non tutto era così nero. Don Vianney aveva osservato un contadino che ogni sera, tornando dal lavoro, lasciava gli attrezzi fuori della chiesa, entrava e restava seduto in silenzio per lungo tempo. Un giorno gli si avvicinò: «Cosa fate qui, buon uomo, in silenzio?». Il contadino, stupito per la domanda, gli rispose: «Sto davanti al mio Signore: lui guarda me ed io guardo lui». Per il “curato” il primo compito era quello di pregare. Se gli uomini erano nelle bettole a bestemmiare, lui era in ginocchio davanti al Santissimo ad adorare e preparare il catechismo per bambini e adulti: il Signore gli avrebbe ispirato le parole giuste, più dei libri. Poi, la penitenza non era difficile praticarla, perché ad Ars la vita era grama per tutti ed egli, che aveva un po’ di patate cotte e un pizzico di sale, era un uomo fortunato! Per scrupolo aveva aggiunto alcune pratiche un po’ esagerate, che pregiudicarono la sua salute: “eccessi di gioventù”, dirà lui stesso più tardi. Preghiera e penitenza non erano fine a sé stesse. Vedendo la miseria materiale e morale in cui versavano tante ragazze, creò per loro una scuola, dove trovavano cibo, istruzione e imparavano un mestiere: la chiamò “Provvidenza”. Per gli adulti creò due associazioni: una per le donne e un’altra per gli uomini, impegnando tutti in attività di culto e caritative. Lentamente la fisionomia della parrocchia cominciò a mutare e la fama di quel prete, noto solo per la scarsa preparazione intellettuale, oltrepassò i confini di Ars. Persino nei mercati si udivano contadini che dicevano: «Nessun prete ci ha Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 13 Anno Sacerdotale mai parlato come il nostro curato!». Egli stesso in un momento di entusiasmo si lasciò sfuggire: «Fratelli miei, Ars non è più Ars!», aggiungendo che il piccolo cimitero del paese era pieno di santi. sparge perfino la notizia che ad Ars avvenivano fatti miracolosi: e, in effetti, le conversioni che si verificavano nel confessionale erano di questo timbro. Il Vianney le attribuiva a santa Filomena, ma intanto le persone accorrevano numerose per depositare nel cuore del “santo curato” il fardello dei loro peccati. E anche chi veniva in cerca di guarigioni tornava a casa rinfrancato nello spirito. Si sparsero pure notizie diffamanti, perché tanti non riuscivano a credere che un prete di campagna, considerato un buono a nulla, potesse operare prodigi. Le male lingue arrivarono al vescovo, il quale ordinò un’inchiesta canonica che portò alla luce l’infondatezza delle accuse e servì per accrescere l’af- 14 n. 20 settembre - novembre 2009 flusso dei pellegrini ad Ars. Nel 1845 vi fu mandato anche il famoso Lacordaire che, dopo aver ascoltato la predica del Vianney, gli disse: «Voi mi avete insegnato a conoscere lo Spirito Santo». E il Vianney, dopo averlo fatto parlare in chiesa al suo popolo, commentava con arguzia: «Si dice che talvolta gli estremi si toccano. Questo si è verificato ieri sul pulpito di Ars: si è vista la sublime scienza e l’alta ignoranza». A chi gli chiedeva un giudizio sulla predicazione del parroco ignorantello, Lacordaire rispondeva: «Sarebbe da augurarsi che tutti i parroci di campagna predicassero bene come lui». Camminiamo insieme Enrico Pepe Vita Cristiana Compito della famiglia introdurre i figli all’esperienza cristiana La famiglia e l’iniziazione cristiana dei figli N elle Linee pastorali è riservata una parte al tema della famiglia nel suo compito di introdurre i figli dentro il cuore della esperienza cristiana. Il motivo che giustifica questa particolare attenzione al tema è evidente. Dal momento che la Diocesi si è proposta, come obiettivo principale del primo decennio del 2000, il rinnovamento della prassi dell’Iniziazione cristiana e considerando che i primi responsabili dell’educazione - anche cristiana - dei figli sono i genitori, è ovvio riservare una specifica riflessione sul compito della famiglia nell’accompagnare i figli a diventare discepoli di Gesù. Questo infatti significa essere cristiani: riconoscere che Gesù è Dio e fare di lui, del suo Vangelo e del suo esempio, il riferimento della propria vita; diventare, cioè, suoi discepoli. le, la capacità di relazioni, la cura della salute, ... I genitori si premurano di fornire ai figli questi beni proprio perché ne riconoscono l’importanza per la propria stessa esperienza. E per mettere in grado i figli di usufruire di questi beni si danno da fare, affrontano sacrifici, non lesinano tempo ed energie. Lo fanno con piacere, con gusto; anche se non sempre ritorna facile e comodo. Ma riconoscono che, an- 1. Un desiderio e un impegno Mi sembra naturale che di fronte a questo compito i genitori cristiani si sentano anzitutto felici e nello stesso tempo fieri di proporre ai figli quanto apprezzano come il valore più importante della propria vita che essi hanno già sperimentato e goduto in precedenza. Consapevoli che il patrimonio della fede è un bene prezioso essi non vogliono privarne i figli. E’ quanto si verifica normalmente per tanti altri aspetti della vita: la preparazione scolastica e cultura- Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 15 Vita Cristiana che quando risulta meno agevole e più faticoso, è comunque un loro compito specifico. E’ un compito: e i genitori ne sentono la responsabilità. Così anche a proposito della vita cristiana: al bisogno interiore di trasmettere ai figli qualcosa estremamente apprezzabile qual è il patrimonio della fede, si aggiunge il senso di responsabilità motivato dal bene che si vuole ai figli, e dal bene che l’adesione al Signore Gesù può offrire a loro. Risulta evidente, a questo punto, che il problema della Iniziazione cristiana riguarda prima di tutto i genitori. Questi, prima di tutto, devono essere convinti che è un bene essere discepoli di Gesù, e lo dimostrano sotto gli occhi dei figli con l’esempio della propria vita coerente con il messaggio evangelico. Quando nasce un figlio, i genitori si interrogano: dobbiamo chiedere per lui il Battesimo? Ma questa domanda – qualunque sia 16 n. 20 settembre - novembre 2009 la risposta: positiva o negativa – è campata nel vuoto se essi prima non si interrogano riguardo a se stessi: che cosa significa per noi il Battesimo? E come valutiamo, nel suo complesso, la nostra esperienza di persone cristiane? 2. Famiglia e parrocchia insieme Solo dopo aver chiarito questi interrogativi, vale la pena che i genitori chiedano il Battesimo alla Chiesa; consapevoli che non si diventa cristiani per discendenza naturale ma per aggregazione alla comunità dei discepoli di Gesù, la quale soltanto è depositaria della memoria di Lui e della grazia dei Sacramenti. Consapevoli, cioè, di chiedere un dono che solo Dio può dare attraverso la mediazione della Chiesa. E la Chiesa, nella sua espressione visibile e accessibile della comunità parrocchiale, è ben lieta di soddisfare la richiesta dei genitori e di accompagnarsi a loro nell’educare alla fede Camminiamo insieme i figli. Perché questa è la ragione d’essere della Chiesa: continuare nella storia la presenza di Gesù che vuole offrire ad ogni uomo la salvezza, la grazia, cioè, di essere figlio di Dio e di condividere il suo amore e la sua beatitudine eternamente. I genitori chiedono alla Chiesa ciò che sta loro a cuore per i propri figli; e la Chiesa dà loro ciò che sta a cuore più di ogni altra cosa anche a lei. Per cui c’è una convergenza tra famiglia e parrocchia, che, con le sue proposte (catechesi, oratorio, esperienze di preghiera e carità, disamina dei problemi attuali alla luce del Vangelo, ...), si mette a servizio della famiglia per il buon esito dell’educazione cristiana delle nuove generazioni. E da questa convergenza di interesse è auspicabile che nasca una appassionata collaborazione, a tutto vantaggio della famiglia stessa e della società. il parroco Vita Cristiana Iniziazione cristiana: a che punto siamo del cammino A vere il progetto significa avere una guida sicura. Il progetto di ICFR (Iniziazione Cristiana Fanciulli e Ragazzi) ha come scopo ultimo di formare e crescere la mentalità di fede, che nasce dall’incontro con Cristo e rende la persona capace di leggere evangelicamente le sfide del nostro tempo e di offrire, con motivazioni e con l’esempio, risposte cristiane ai bisogni dell’uomo moderno. Il progetto educa a vivere la Chiesa e ad essere partecipi e corresponsabili nel costruire una comunità che crede, spera e ama. Due sono i cardini del progetto: - L’anno dedicato ai genitori (il primo). Oggi è necessario per gli adulti rimotivare la propria fede ed è determinante collaborare per educare i ragazzi alla fede. Se veramente, come genitori e come comunità, vogliamo “il bene” dei nostri ragazzi dobbiamo avere una perfetta sintonia nella chiarezza delle finalità del cammino che proponiamo, nella coerenza delle nostre scelte e dei nostri comportamenti, nella convinzione e nella gioia con cui li accompagniamo in questi anni. - La ricezione dei sacramenti. Nell’unica celebrazione i ragazzi ricevono prima il sacramento della Cresima e poi l’Eucaristia. I ragazzi, infatti, non vanno a catechismo per “fare la Cresima”, ma per imparare a partecipare all’Eu- caristia nel giorno del Signore, che è la massima espressione della nostra fede cattolica. “Non bisogna mai dimenticare che veniamo battezzati e cresimati in ordine all’Eucaristia. Tale dato implica l’impegno di favorire nella prassi pastorale una comprensione più unitaria del percorso di iniziazione cristiana. Il sacramento del Battesimo, con il quale siamo resi conformi a Cristo, incorporati nella Chiesa e resi figli di Dio, costituisce la porta di accesso a tutti i Sacramenti. La santissima Eucaristia porta a pienezza l’iniziazione cristiana e si pone come centro e fine di tutta la vita sacramentale”. Benedetto XVI nell’Esortazione Apostolica “Sacramentum caritatis” (n.17) Presentiamo l’obiettivo dei vari anni per aiutare a cogliere il senso globale del progetto della chiesa bresciana di Iniziazione Cristiana dei Fanciulli e dei Ragazzi (ICFR). Gruppo Betlemme (1° anno) Gli incontri del primo anno si pongono come obiettivo di offrire ai genitori l’opportunità di riappropriarsi della fede da adulti e di sintonizzarsi sul cammino da proporre ai figli. Sono incontri “obbligatori” al fine di iscrivere i figli al cammino di IC. L’obbligo non è dettato da questioni “fiscali o cervellotiche” ma dal dovere che abbiamo di educare, in perfetta sinergia e unità d’intenti, alla fede della Chiesa cattolica. Bisogna che noi adulti evitiamo tassativamente le contraddizioni cioè che in casa i ragazzi ascoltino o vedano esattamente il contrario di ciò che è stato loro detto o richiesto in parrocchia. Nell’educazione alla fede tale contraddizione, voluta o abituale, è un “crimine educativo” perché disorienta e deforma la coscienza del ragazzo. Raccomandiamo ai genitori interessati di aver presente il calendario degli incontri e di disporsi a viverli con serena e attiva partecipazione. Gruppo Nazaret (2° anno) I fanciulli cominciano li cammino di iniziazione alla vita Cristiana. Questo è l’anno della prima evangelizzazione: partendo dal presupposto che parecchi fanciulli, pur essendo stati battezzati, non sono stati educati alla fede cattolica, si tratta di fare il primo annuncio dl Vangelo con l’intento di introdurre al desiderio, alla conoscenza e all’accoglienza di Gesù, che ci fa conoscere e incontrare il mistero di Dio. Il primo periodo è dedicato alla formazione del gruppo e il resto dell’anno alla scoperta di Gesù. L’itinerario di quest’anno ha come rito di passaggio il rinnovo, in forma solenne, delle promesse battesimali. Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 17 Vita Cristiana Gruppo Cafarnao (3° anno) Continua per i fanciulli il cammino di prima evangelizzazione, con un passo importante: conoscere Dio come Padre. Nell’itinerario di quest’anno, i fanciulli scoprono che Gesù è venuto a parlarci di Dio che è Padre buono, misericordioso e ci vuole riunire in una sola famiglia. Se tutti gli uomini volessero chiamare Dio “Padre” e pregarlo con la preghiera che Gesù ci ha insegnato “Padre nostro...” l’umanità sarebbe un’unica famiglia! L’itinerario, che ha come momento significativo la consegna della preghiera del Padre nostro e come rito di passaggio la celebrazione del sacramento della Riconciliazione. Gruppo Gerusalemme (4° anno) Il gruppo si chiama con questo nome perché a Gerusalemme Cristo muore e risorge decretando la fine dell’Antica Alleanza e l’inizio della Nuova Alleanza. Infatti Gerusalemme era la città dei Re, Salomone vi costruì il tempio maestoso, vi portò l’Arca dell’alleanza e la rese la capitale religiosa dove confluiscono tutti i popoli per adorare Dio e celebrare le feste solenni. È la città della gioia e della letizia, dice il profeta Isaia (35,10). S.Paolo la definisce la “madre” dei cristiani (Gal 4,26) la loro città (Fil 3,20). L’itinerario di quest’anno ha come obiettivo di far conoscere e sperimentare ai ragazzi la storia della salvezza “tra promessa e compimento” cioè percorrere la storia dalle origini (creazione del mondo) fino a Gesù Cristo rispondendo alle domande fondamentali: perché fu creato il mondo, perché esiste il male,... I ragazzi sono aiutati a lavorare con il libro della Bibbia in mano, imparando anche le modalità di uso. L’itinerario ha come rito di passaggio la domanda dei ragazzi (e dei loro genitori) di ammissione tra i 18 n. 20 settembre - novembre 2009 candidati ai sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia. Gruppo Emmaus (5° anno) Emmaus è il villaggio vicino a Gerusalemme dove erano diretti due discepoli, la sera di Pasqua e hanno riconosciuto Gesù mentre spezzava il pane. Il racconto si trova nel vangelo di Luca al cap. 24 (si raccomanda di meditarlo!). L’itinerario di quest’anno porterà i ragazzi a ricevere il sacramento della Cresima nella celebrazione in cui riceveranno anche la prima Eucaristia. Per loro è una tappa molto importante perché entrano a far parte attiva e responsabile della comunità parrocchiale e della Chiesa cattolica, che vive e cresce con l’Eucaristia celebrata ogni domenica. Gruppo Antiochia (post cresima) Per i ragazzi che hanno appena ricevuto i sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia incomincia ora il “tempo della mistagogia” cioè il tempo in cui sono aiutati ad agire secondo i misteri (sacramenti) ricevuti, a vivere da cristiani trasformando la grazia dei sacramenti in uno stile di vita conforme a Cristo. È tutta la personalità (intelligenza, volontà, affettività, corporeità...) cha va cresciuta e maturata all’insegna delle virtù teologali (fede, speranza, carità) e cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Perché il nome Antiochia? “Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (Atti 11,26) Come pure da Antiochia parte la missione di Paolo, ormai diventato “cristiano” (Atti 13,2-3) Ufficio catechistico diocesano Ai genitori del gruppo Betlemme Un invito a vivere quest’anno, per loro obbligatorio, con il desiderio e l’onestà interiore di pensare insieme un corretto cammino di Iniziazione Cristiana dei figli. Coltiviamo un sogno sui nostri ragazzi: possano vivere egregiamente la loro vita di cristiani, di figli e di cittadini impegnandosi seriamente nel dovere e nel servizio! Sappiamo che i ragazzi, nei loro comportamenti e nelle loro scelte di vita sono lo specchio della “concezione di vita” di noi adulti. Di fatto quando accusiamo il mondo giovanile accusiamo noi stessi. Il giovane di oggi è il bimbo di ieri. Domanda cruciale: cosa abbiamo dato noi “ieri” a questi ragazzi di oggi? Decidiamo di non riempirli di cose, di non parcheggiarli davanti alla TV o ai videogiochi, di non accontentarli in tutto, ma di dare loro delle regole, di giocare con loro, di pregare con loro e soprattutto di insegnare loro a “pensare”! In questo anno intendiamo offrire la possibilità ai voi genitori di riflettere su queste situazioni e condividere un progetto educativo. Abbiamo la possibilità di avere l’oratorio come luogo di riferimento per far maturare ai ragazzi un senso grande di vita. Ma, carissimi genitori, bisogna esserci fisicamente (per un confronto diretto) con la testa (per pensare insieme) e con il cuore (perché l’educazione è cosa del cuore). Il cammino del gruppo Betlemme è interessante perché mette i genitori nella condizione di ripensare insieme la propria fede per offrire poi ai bambini la prospettiva di una concreta iniziazione alla vita cristiana. Camminiamo insieme Storia della Chiesa Alle origini dell’Ordine dei Carmelitani La Vergine Maria nell’antica tradizione carmelitana L’ Ordine carmelitano trae le sue lontane origini dall’esperienza di vita contemplativa che alcuni eremiti intrapresero alla fine del XII secolo sul Monte Carmelo, una montagna particolarmente cara alla storia del popolo d’Israele. Il Carmelo è un massiccio montuoso abbastanza modesto come dimensioni, che raggiunge un’altitudine di circa 550 metri e si estende per una ventina di chilometri. Esso prolunga i monti della Samaria e termina con un promontorio che si protende verso il Mar Mediterraneo. Oggi, adagiata ai contrafforti del Carmelo, sorge la città di Haifa, una delle più importanti dell’attuale Israele. Nella Bibbia il Monte Carmelo è l’immagine della bellezza e della prosperità. La vegetazione era molto abbondante e i suoi pendii erano molto produttivi. Il Carmelo soffriva meno di altre regioni della siccità, grazie alla vicinanza del mare. D’altronde il nome “Carmelo” proviene da una radice etimologica che significa “giardino”. Nel primo Libro dei Re è narrato l’episodio che rese celebre la montagna del Carmelo. In esso si racconta della lotta che il profeta Elia (IX sec. a. C.) intraprese contro i sacerdoti di Baal per stabilire quale fosse il vero Dio da invocare. La siccità mortale che aveva colpito Israele terminò solo quando il sacrificio di Elia, offerto con vera fede, ristabilì l’alleanza tra il Dio di Abramo e il popolo eletto (1Re, 18). Da allora, nella simbologia biblica, il Monte Carmelo diventa un luogo di alta spiritualità, immagine della fedeltà di Dio e della sua provvidenza. Il Carmelo conserve- Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 19 Storia della Chiesa rà nel corso dei secoli la sua particolare vocazione, di “Monte della decisione” [per Dio] e di “Monte dei veri profeti”. Verso la fine del XII secolo, su questa stessa montagna, alcuni eremiti, uniti da una unica «Regola» di vita, consacrarono la propria vita a Dio nella preghiera e nel lavoro. Essi trascorrevano gran parte della proprio giornata in singole celle scavate nella roccia poco distanti una dall’altra e si ritrovavano, però, assieme per i numerosi momenti di preghiera e per i pasti. Da subito essi capirono che la Vergine Maria rappresentava l’icona riassuntiva della vita totalmente consacrata a Dio e perciò della loro stessa vita. Non è un caso che la prima chiesa che gli eremiti costruirono sul Monte Carmelo fu dedicata proprio alla Vergine Santa. Quella loro scelta ebbe ben presto una forte risonanza se il fatto fu degno di essere menzionato in una «guida» per i pellegrini in Terra Santa, scritta attorno al 1230: «Sul fianco del Monte Carmelo vi è un luogo delizioso, in cui vivono gli eremiti latini, che si chiamano Frati del Carmelo. Vi è una piccola chiesa della Beata Vergine. L’acqua buona, che scaturisce dalle rocce, abbonda in quei luoghi». Per quel tempo il titolo scelto per la chiesa, in altre parole la sua dedicazione, comportava anche un concreto coinvolgimento della vita di chi si metteva a «servizio» di quella chiesa e del santo a cui la chiesa era dedicata. Un secondo particolare illustra ancor meglio il legame spirituale di quegli eremiti con la Vergine Maria. Il loro stesso nome trasse origine proprio dal titolo della loro prima chiesetta: «Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo». Se l’eremita, come diceva la «Regola» (capitolo 2), doveva trascorrere la 20 n. 20 settembre - novembre 2009 propria vita «nell’ossequio di Gesù Cristo», questo doveva svolgersi in una stretta parentela spirituale con colei che più di ogni altra creatura aveva servito lo stesso Signore Gesù: la Vergine Maria. Proprio perché questa parentela mariana era così intensamente percepita e vissuta, quei primi eremiti giunsero a chiamare Maria «sorella» e conseguentemente a sentirsi suoi spirituali «fratelli». Dal Monte Carmelo all’Europa Tra gli eremiti questa parentela mariana non venne meno quando verso la fine del secolo XIII essi furono costretti a fuggire in Europa dove trovarono, ormai diffusi, gli Ordini mendicanti come i Francescani e i Domenicani, anch’essi segnati da una forte spiritualità mariana. In una sorta di competizione spirituale con questi Ordini, anche quello Carmelitano continuò a sviluppare ulteriormente la propria devozione mariana. Alla fine del XIV secolo nei conventi carmelitani ogni momento della Liturgia delle Ore (Lodi, Mattutino, Ora media, Vespri e Compieta) era preceduto dalla corrispettiva ora dell’«Ufficio della Madonna». La giornata si concludeva sempre con il canto della Salve Regina. Nelle città dove si apriva un nuovo convento le chiese annesse erano sempre dedicate alla Vergine Santa e in particolar modo alla Vergine colta nel mistero dell’Annuncia- Camminiamo insieme zione. Ovviamente le feste mariane del calendario liturgico erano celebrate dai religiosi carmelitani con particolare solennità. Fin dalla metà del XIV secolo l’Ordine Carmelitano si schierò in favore della verità della Immacolata Concezione di Maria, verità che sarà definitivamente proclamata con la definizione dogmatica nel 1854. Poco dopo la metà del 1400 la devozione mariana nel Carmelo trovò una sintesi mirabile nei testi del carmelitano e letterato fiammingo Arnoldo Bostio, amico di Erasmo da Rotterdam. A suo giudizio il religioso carmelitano deve amare, imitare e invocare Maria perché ella è la creatura che più di ogni altra può intercedere presso il Figlio di Dio per qualsiasi grazia. Dopo Dio, Maria è ciò che di più luminoso e puro si possa immaginare. È «incomparabilmente bella e in essa si fonde ogni dono e grazia della natura, è sopra ogni altra persona piena di grazia, amorevole». È «di gran lunga la più splendida di tutte le creature … e la gloria del Carmelo». «Amare Lei è virtù somma, essere da Lei amato è somma felicità. Su via, con rinnovato fervore, adegua i tuoi passi alle sue virtù. Nessun giorno, nessuna notte, nessun cammino, nessun studio, nessuna conversazione, nessuna allegrezza, nessuna fatica, nessun riposo trascorri senza il suo affettuoso ricordo». In un prossimo articolo racconteremo come i grandi santi carmelitani hanno vissuto il loro rapporto spirituale con la Vergine Maria. P. Aldino Cazzago – carmelitano Famiglia Dieci modi per comprendere, aiutare e motivare i figli Come far amare la scuola L a verità è semplice e implacabile: se un ragazzo va a scuola malvolentieri e vive la scuola come una specie di condanna ai lavori forzati, c’è qualcosa di sbagliato in lui o nei suoi genitori o nella istituzione scolastica. o in tutti e tre. Apprendere per l’essere umano equivale a vivere: è un’attività gioiosa ed entusiasmante. Significa impadronirsi delle chiavi della realtà, crescere, ingrandirsi. Dovrebbe essere la risposta a un bisogno reale e quindi procurare una reale soddisfazione. E invece è un’attività che gode di cattiva reputazione. «Non ne ho più voglia!» per quanti ragazzi è un grido di battaglia, una battaglia persa, una serie di magnifiche possibilità buttate, ore sprecate: la più bella fetta di vita affogata nella noia. Non sentire gusto né piacere nell’apprendere è una specie di delitto: quante belle intelligenze finiscono così tra i rifiuti, quante si trascinano moribonde. Al piacere di apprendere molti sostituiscono il piacere di sapere: non è la stessa cosa. Non basta possedere le ali, bisogna imparare a volare. L’ostacolo più ingombrante sta nella mente degli adulti. La famiglia non è innocente. Il piacere di imparare dipende dall’eccel lenza della trasmissione di stimoli intellettuali e creativi a partire dagli anni zero. Scuola e famiglia si stanno facendo scavalcare da un insieme caotico di impulsi elettronici, televisivi e ambientali consumati automaticamente e che creano solo confusione. Un bambino non può aver voglia di leggere i libri di scuola se i suoi genitori accendono la televisione appena lavoro. La preparazione migliore per un buon anno scolastico è una vera e profonda motivazione. Ma non si motiva nessuno con prediche, minacce, insistenze, ricatti affettivi, castighi o tentativi di corruzione. Un vero motivatore deve tenere presenti almeno dieci “chiavi di riuscita”: La vita deve essere presentata come un dono di cui si è responsabili. È il primo grande regalo del cristianesimo: non si può vivere a casaccio. È importantissimo riscoprire il significato di vocazione, che si trasforma in sentimento della propria unicità e nella gioiosa scoperta di attitudini e capacità. Per questo ogni bambino deve sentirsi “unico”, bisogna guardarsi dal fare paragonimetterlo in competizione con altri ferire il suo amor proprio. Non dimentichiamo mai che i piccoli hanno bisogno di essere guardati, considerati, circondati di sicurezza affettiva e di parole che li aiutino a inserirsi nell’umanità a pieno titolo. La scoperta di essere un mix unico di qualità porta a una convinzione: ciascuno di noi ha un compito, una missione tutta sua, da scoprire e coltivare. Aiutare i ragazzi ad avere una “visione” del futuro, a figurarsi una meta e rendersi conto che le ore di scuola sono gradini che portano verso la realizzazione concreta di un sogno. Deve esistere una coerenza tra l’universo della famiglia e quello della scuola, perché le disci- Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 21 Famiglia pline scolastiche non sembrino troppo astratte ed estranee alla realtà. Far capire quanto “servono”. È di somma importanza evitare discorsi negativi sulla scuola e sugli insegnanti. Ci pensano già fin troppo i mezzi di comunicazione a divulgare una scuola allo sfascio, fornendo alibi per il disimpegno a studenti e famiglie. Sapere chiaramente che le difficoltà scolastiche generano sofferenza nei ragazzi. Si sentono rifiutati dal sistema, mor- 22 n. 20 settembre - novembre 2009 tificati nei confronti dei compagni, avviliti per la delusione dei genitori. Occorre intervenire con decisione sui punti deboli, accorgersi subito delle difficoltà di concentrazione e comprensione, della fatica a tenere il passo di compagni e insegnanti. padronirsi del sapere e degli strumenti per divenire adulti. Un po’ come una pianta ha bisogno di acqua, di terra e di sole per crescere e produrre frutti. Anche la pazienza è una virtù da insegnare: consente di mettere basi che resisteranno nel tempo. La motivazione è contagiosa. Insegnanti e genitori appassionati trasmettono passione, entusiasmo e curiosità per scoperte e interessi. È indispensabile trasmettere il gusto dello sforzo, che non è innato: si impara. Ogni apprendimento necessita di sforzo e applicazione. Il bambino incomincia inanellando grandi sforzi per camminare, parlare, mantenersi pulito... e neanche se ne accorge, perché la sua fatica è accompagnata da una soddisfazione immediata. A scuola, la soddisfazione è lontana nel tempo. I peggio piazzati sono i “principini”, i bambini abituati a ottenere sempre tutto e ad avere la soddisfazione immediata dei loro desideri: per loro è quasi impossibile sopportare lo sforzo e la fatica della scuola. Il successo scolastico si costruisce sempre in famiglia. Creare situazioni motivanti: novità e non abitudine; possibilità di fare scelte; suscitare domande e non fornire solo risposte; qualche realizzazione concreta anche piccola, ma personale e adeguata all’età. Donare la forza necessaria per non scoraggiarsi. I tempi scolastici sono lunghi e ai ragazzi sembrano interminabili. Bisogna parlarne con onestà: lo scopo della scuola non è il conseguimento di un titolo per ottenere un posto di lavoro, ma l’opportunità di im- Camminiamo insieme Bruno Ferrero Famiglia Dipendenza da sostanze eccitanti e droghe Quel vizio che non è un vizio B rutto vizio, la droga. Brutta qualsiasi forma di dipendenza. La droga poi cambia volto, si adatta, inganna. Negli anni Sessanta era associata alla rivolta giovanile ed era il simbolo della libertà, della controcultura, della lotta alle convenzioni borghesi. Le droghe più consumate erano marijuana e acidi e servivano a viaggiare, a sognare, a esplorare altri mondi o luoghi inesplorati della propria anima... o almeno così si illudeva chi ne faceva uso. Negli anni Settanta e Ottanta cambia tutto: la droga principe, la droga assassina, diventa l’eroina e serve a fuggire, a placare la fatica, la delusione e il dolore di vivere, ad anestetizzarsi e assopirsi. Con la fine degli anni Ottanta, e poi i Novanta e il Duemila si cambia ancora. Nessuna velleità di trasformare il mondo con una nuova cultura; nessuna ansia di fuga; bisogna produrre e divertirsi, essere brillanti ed efficienti. Scocca l’ora di una droga in fondo antica, che da privilegio di una élite diventa prodotto di massa: la cocaina, e con essa tutti gli stimolanti, a cominciare dall’ecstasy e i suoi cugini da discoteca. Brutto vizio, specialmente se non è più considerato un vizio. Il manager, lo showman, il politico che fa uso sporadico di cocaina in determinate circostanze è forse considerato un «vizioso» o un «tossicomane»? No. E a che cosa pensano gli italiani che, intervistati, denunciano il pericolo delle «sostanze psicotrope»? Che cos’è una «droga»? E quali pe- ricoli comporta? Secondo il Rapporto mondiale 2008 dell’Unodc, l’Ufficio dell’Onu per la lotta alla droga e al crimine, il 5 per cento della popolazione mondiale ha assunto droghe nel 2007 e lo 0,6 (26 milioni di individui in tutto) vive in condizione di forte dipendenza. Ma a far pensare sono le morti. I decessi causati da uso di droghe illegali sono 200 mila. Tanti. Ma pochi se paragonati a quelli per eccesso di alcol, 2 milioni e mezzo, o ai 5 milioni di morti per tabacco. E in Italia? I morti per droga calano, dai 606 del 2007 ai 502 del 2008. Una piccola e tragica strage, nulla però se confrontata all’abuso di alcol, la vera piaga italiana. Qui i dati variano, pur restando preoccupanti. Per l’Istat gli italiani che hanno comportamenti a rischio sono 8 milioni e mezzo, tra cui 6 e mezzo maschi. La novità degli ultimi anni è il binge drinking, l’assunzione fuori pasto di più di sei bevande alcoliche in un’unica occasione: a ubriacarsi sarebbero il 22 per cento dei maschi tra i 18 e i 24 anni e il 46 per cento degli over 65. Le cifre dell’Istituto superiore di sanità sono agghiaccianti: si ubriacherebbe il 65 per cento dei maschi (42 tra gli under 18) e il 34 per cento delle femmine. Stando alla relazione del sottogretario Eugenia Roccella in vista della prima Conferenza nazionale sull’alcol del 20-21 ottobre 2008, ad abusare di alcol sono il 19 per cento degli under 18. Il vizio c’è, raramente è considerato «droga» ma uccide molto di più. I giovani uccisi dall’alcol in Europa sono 195 mila all’anno, il 25 per cento del totale. Bisogna però pensare che il 46 per cento dei decessi di giovani tra i 15 e i 24 anni è causato da incidenti stradali, la maggior parte per guida in stato di ebbrezza. E molti suicidi vanno associati all’abuso di alcol. La diffusione delle droghe viene collegata dagli italiani alla caduta di valori. Corretto. Ma l’alcolismo era una piaga – in gran parte tollerata – già in epoche remote, quando pare che i «valori» tenessero. Forse il «nuovo vizio» della droga non è poi così «nuovo» e ha a che fare pure con un demone che ci portiamo dentro, e con il quale ci ostiniamo a non voler fare i conti. Umberto Folena Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 23 Spazio Missioni Dal campo di lavoro di Giuliana e Ivan Etiopia 2009 È difficile a distanza di pochi giorni dal rientro raccontare un’esperienza in Africa di questo genere. Ripensare e riordinare tali e tanti pensieri ed emozioni in modo da renderli leggibili. Venti giorni intensi di contatti umani di cui io onestamente avevo perso la freschezza a distanza di un solo anno dal precedente viaggio, a causa della voracità con cui viviamo il tempo delle nostre giornate. È difficile ripeto, ma altrettanto piacevole farlo per voi del Gruppo Missionario di Castrezzato che ci siete stati vicini prima della partenza, raccogliendo i fondi che abbiamo consegnato di persona nelle mani delle suore Combo- 28 n. 20 settembre - novembre 2009 niane della missione di Getema nella zona di Nekemte (nell’ovest Etiopia), tali fondi sono serviti per portare avanti i lavori del centro sanitario che affiancherà l’erigendo ospedale della regione. Siamo arrivati a destinazione la notte di domenica 9 Agosto dopo un viaggio aereo estenuante e altre dieci ore in jeep, attraverso un paesaggio per noi tutti sorprendentemente inconsueto e inaspettato, infatti è la stagione delle piogge, tutta l’Etiopia è verde ed ovattata dalla nebbia, proprio due termini che mentalmente (verde, nebbia) difficilmente si associano all’Africa. Mentre quello che vediamo ai bordi del percorso che da Addis Abeba ci porta a Getema è una serie Camminiamo insieme di fotogrammi molto riconoscibili: costruzioni sbilenche adibite ai più svariati impieghi (negozi, generi alimentari, calzolai, abitazioni, punti di ristoro orgogliosamente siglati bar...) capanne, baracche addossate le une alle altre; bambini vestiti di stracci o abiti logori intenti alle loro cose (lucidare scarpe, vendere pannocchie abbrustolite, condurre al pascolo gli animali... altro che giochi pedagogici!); donne cariche di neonati o dalle spalle coperte di legna; vecchi seduti per chiacchierare o errabondi senza meta. Tutti comunque si fermano e si voltano a salutare, i bambini gridano e rincorrono più veloci che possono la macchina. In prossimità delle piccole città più strutturate, tutto questo brulicare di persone si mescola alle auto e ai furgoni sgangherati, ai piccoli taxi blu e bianchi che vanno zigzagando in mezzo alle persone, senza. traiettorie precise. Forse il senso di libertà e di respiro è una delle prime cose che si percepisce quando si affrontano gli ambienti africani, proprio per questo casuale muoversi di cose e persone; per l’assenza di griglie e di binari che invece noi affrontiamo quotidianamente, nei quali ci muoviamo come i personaggi meccanici di un presepio; niente marciapiedi, niente parcheggi (blu, bianchi, gialli...) pochissima segnaletica stradale, niente aiuole o siepi rasate con precisione chirurgica; niente puffi di cemento, sbarre, dossi, rastrelliere per bici, fioriere, niente panchine dalle forme spaziali, lampioni, lampioncini, faretti, giochi di luce, fontane, sculture indecifrabili... Ho chiamato “percorso” queste dieci ore che rispetto alla capitale ci separano dalla missione perché il nostro concetto di “strada” mal si addice a questo nastro di asfalto incerto; la segnaletica è ridotta all’essenziale, qualche cartello che segnala i ponti sui torrenti, le cur- Spazio Missioni ve pericolose e un paio di bizzarri limiti di velocità con indicato 85. L’asfalto si alterna poi ad una striscia di fango rosso pieno di buche piene d’acqua che rendono ancora più difficile valutarne la pericolosità; giungiamo comunque a destinazione senza problemi. La stradina di accesso alla missione presenta ai lati due vasti campi, uno per l’erba delle mucche e uno per l’ortaglia; in fondo lo spazio si allarga come una specie di aia dal fondo un po’ incerto, di fronte un portico (per il ricovero di varie attrezzature) che prosegue con un magazzino-officina e una stalletta per i conigli e le granaglie; sui lati di quest’aia la casa dove si alloggia con le varie stanze, la cucina, l’ufficio e l’infermeria di suor Laura; sul lato opposto uno stabile per la scuola cucito di suor Vincenza e lo stabile a cui lavoreremo per il centro sanitario, dietro come sfondo lo splendido panorama della vallata verdeggiante. Attorno alle strutture della missione si trova una quantità enorme di materiali, disposti in zone individuate razionalmente ma accatastati in maniera caotica; anche questo rispecchia il fermento della vita che le suore portano quotidianamente all’interno di questa comunità: cisterne per l’acqua piovana, i banchi e le sedie da ripristinare per la scuola, la fossa per la manutenzione meccanica dei mezzi, una moto per le emergenze o gli interventi più impegnativi, uno scaldabagno e una sega circolare da sistemare , gli alveari per le api, carriole, mucchi di fieno, di letame, le pietre per costruzione, cataste di legna, tettoie provvisorie per il cemento, pali, tubi... un’infinità di cose, come infinite sono le idee delle suore, decine di progetti per rendere autosufficiente la gente della comunità. Alcune attività già ben avviate come la scuola di tessitura, cucito e ricamo per le giovani donne; il microcredito per chi vuo- le iniziare un’attività artigianale. Alcune in fase di sperimentazione come l’allevamento delle mucche, la coltivazione del caffé, l’apicoltura per la produzione di miele. Altre allo stadio di “intenzione” come la coltivazione e vendita di kiwi e piante da frutto in genere... il tutto in attesa di tempi migliori, soldi e condizioni favorevoli. Entriamo così nel vivo dei lavori, la vita che ci aspetta di giorno in giorno. I gruppi precedenti hanno completato la struttura del centro, noi uomini ci siamo occupati quindi dei pavimenti (qui si intende un fondo di sabbia e cemento rossiccio lisciato a spatola), del rivestimento dei bagni, del fissaggio di alcuni infissi e dei marciapiedi esterni per evitare di camminare nel fango che in questa stagione è ovunque. La pioggia cade copiosa a più riprese tutti i giorni, lavoriamo all’interno spesso, ma il problema è la preparazione dei materiali all’esterno. Siamo nel fango ma felici di esserlo fianco a fianco con i lavoratori locali, volenterosi e attivi; nessuno si lamenta, da parte loro perché possiamo semplicisticamente dire ‘che sono abituati, ed avere un impiego è una benedizione, da parte nostra perché ci contagia la loro allegria e ci pervade un senso del pratico, nulla è fatto per pura estetica ma al contrario tutto perché serve così... (perché il pavimento in cemento è pratico ed economico da fare, tenere e lavare, perché qualcuno avrà piedi asciutti e si ricorderà di noi curvi in mezzo alla malta...). Abbiamo stretto una forte amicizia con i manovali di colore, sono sempre loro che ci accolgono al mattino “good morning” (“faia buldani, in lingua locale oromo) e nel pomeriggio “good afternoon” faia oldani in oromo); il saluto è sempre accompagnato dalla stretta di mano e dal colpo spalla a spalla. Un’amicizia genuina, nulla è cambiato nei nostri confronti anche dopo aver saputo che noi non avremmo potuto lasciare loro direttamente abiti e calzature (per evitare favoritismi le suore preferiscono distribuirli di volta in volta in base alle reali esigenze). Ne avremo la prova la sera della festa di saluto per la nostra partenza , quando tutti improvviseranno Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 29 Spazio Missioni una danza tribale in nostro onore molto coinvolgente. Le donne del gruppo invece hanno avuto modo di vivere in prima persona la realtà del centro sanitario, l’altro aspetto duro del campo di lavoro in Africa, più duro di quello fisico secondo me perché tocca l’aspetto emotivo e umano. Bambini deformi per la poliomielite o per parti azzardati, per incidenti e traumi non curati. Piedi gonfi al punto da confondersi in un tutt’uno con le ginocchia (elefantiasis). Bambini denutriti fino all’inverosimile, donne affette da tiroidismo con un gozzo grosso come una palla da tennis. Due giorni a settimana abbiamo assistito anche noi dal cantiere vicino, al lento peregrinare di questi casi umani, mesti e malfermi sulle stampelle attendere per ore sotto la pioggia per farsi visitare. Le ragazze al fianco di suor Laura e della sua collaboratrice di colore hanno constatato anche quanta pazienza ci voglia per convincere dei bambini ad un semplice bagno, spesso presi da pianti isterici. Per i casi più complessi, cateratte e gozzo da tiroide, malattie infettive, arti fortemente compromessi, viene fissato un appuntamento per più persone in modo da organizzare il ricovero in un determinato giorno, cosi da ridurre i viaggi e le spese per il trasferimento all’ospedale più attrezzato con l’ambulanza della missione. Molti di questi casi raggiungono livelli di gravità preoccupante per il fisico, a causa dell’ignoranza delle normali regole d’igiene e prevenzione, associate alle precarie condizioni economiche e spesso anche a credenze aberranti, che portano alcuni a farsi “curare” da stregoni o affini con riti magici. Tutte le cure che le suore forniscono non sono comunque gratuite, è una questione crudele per certi aspetti ma obbligatoria per altri; necessaria per il proseguimen- 30 n. 20 settembre - novembre 2009 to e la sopravvivenza del centro sanitario oltre che per un’azione educativa. Queste persone devono capire che tutto deve essere conquistato anche con le proprie mani e le proprie fatiche. Per questo ogni prestazione sanitaria viene retribuita dai singoli in vari modi, chi non ha soldi lascia della legna, delle uova, della farina o qualsiasi altra cosa. La nostra esperienza è stata un crescendo emotivo, che ha raggiunto il culmine in occasione della festa di ringraziamento prima della nostra partenza. Suor Laura ha coinvolto e trascinato tutti, donne, bambini, operai proprio nella casa che abbiamo costruito; dopo il discorso e la benedizione di rito ci siamo seduti sulle sedie disposte intorno alle pareti, per mangiare i piatti tipici che avevano preparato. Come già era successo in Kenya, il rapporto di questi bambini bisognosi con il cibo balza all’occhio in maniera sconcertante; di fianco ho una splendida bambina che segue con gli occhi vispi le nostre scherzose rappresentazioni, le parodie degli uni e degli altri e nello stesso tempo mangia con volontà tutto quello che è riuscita a raccogliere in un piatto stracolmo... non guarda mai quello che prende dal piatto (sa che è pieno come non gli è mai capitato e forse teme che sia. solo un sogno). Con una mano tiene il piatto e con l’altra si riempie la bocca, piccoli bocconi alla rinfusa senza distinzione tra carne, verdura, pane o altro...guarda noi che facciamo casino e mangia, automaticamente la mano scende al piatto sulle ginocchia e torna alla bocca con qualcosa... un paio di volte si è trovata in bocca l’osso di una costoletta. che aveva spolpato in precedenza, ora. lo rifinisce bene con insistenza, poi un po’ di anghera (il loro tipico sostituto del pane)... poi mi guarda mentre batto le mani e urlo “urrà” (per uno) “urrà” (per l’altro) ecc.ecc. È il Camminiamo insieme ritratto dell’innocenza e della beatitudine...finché il piatto è vuoto e lucido come l’osso della costoletta di prima...la suora mi chiama per espone le mie considerazioni e due parole sull’esperienza li, così perdo di vista la bambina. Sulla porta c’è un altro bambino che si protende in punta di piedi verso suor Lidia, che sta distribuendo pop-corn... ne prende più che può con una mano e li mette nel risvolto della maglietta lacera e sporca che indossa, deve farcene stare più che può prima che suor Lidia li finisca, per poi mangiarseli in santa pace in qualche angolo sicuro... il magone stringe la gola e adesso è l’animo che si è ridotto come l’osso masticato di prima. I ragazzi che hanno lavorato con noi in questi giorni improvvisano una danza tribale in nostro onore, le si fondono tra loro con potenza e il canto raggiunge un pathos che da brividi e carica, trasmette gioia pura; infatti a breve siamo li nel mezzo anche noi a. urlare. L’imprevedibile di un campo di lavoro è proprio l’incontro con l’altro, l’altro che ti sta di fronte e l’altro che scopri in te. “Il viaggio diventa allora un modo per smettere di dare tutto per scontato e continuare a imparare a rimettersi in discussione, per trovare un senso di pienezza e di scoperta anche nelle cose più ordinarie.” * Un’esperienza indimenticabile, resa possibile anche grazie a voi, i vostri gesti di generosità. hanno lasciato un grande segno che rimarrà indelebile e per il quale non sarete mai ringraziati abbastanza. Rimane un ultimo sforzo da fare, convincere tutti quelli scettici che vanno dicendo: “a cosa serve...?” “chissà dove finiscono tutte queste cose...?” “che si diano da fare ...!”, spronare anche loro a seguire questo esempio. Giuliana e Ivan Spazio Missioni Luglio-Agosto 2009 Appunti sul viaggio in Ecuador T ento un resoconto del viaggio missionario in Ecuador con alcuni miei compagni di messa -Sono partito con una certa sofferenza, essendo appena deceduto il carissimo amico don Luigi Gregori, cui ero molto legato, avendo trascorso insieme fraternamente dieci anni di ministero a Rovato. -Dopo una settimana di permanenza in Ecuador,avendo già visitato Quito, la Zona della Sierra e dei Laghi e poi le Galapagos e Portoviejo,verso il 2 di agosto, sarei tornato volentieri a casa, dato che difficilmente mi sono allontanato dalla Parrocchia oltre i 7/10 giorni. Ma il dovere della fraternità con i confratelli di messa ha richiesto che io mi adeguassi a loro fin dall’inizio. -Contemporaneamente il pensiero dei malati gravi che avevo lasciato in parrocchia alla mia partenza, mi affliggeva non poco. Li avevo già preparati al passo estremo, ma so di quanto conforto è la presenza del parroco, anche per i famigliari, al momento del trapasso . Alcuni di essi, durante la mia assenza sono deceduti. Li voglio ancora ricordare personalmente, con affetto. Ciò premesso, vengo alla esposizione delle esperienze, con alcune riflessioni tratte da questo viaggio. Segnalerò quelle positive, che hanno dato un apporto di crescita e sono state una provocazione costruttiva per me e – credo- anche per i miei confratelli. -Innanzi tutto il dato umano e cul- turale. Come si vive in Ecuador? Quali sono i tratti salienti dell’umanità che vive in Ecuador? I giorni di permanenza sono stati pochi, ma le esperienze incontrate sono state significative e incisive. Elenco le principali: l’ottimismo e il realismo del Vescovo Voltolini. La realtà – anche là - non è priva di elementi problematici, sia sul versante umano che ecclesiale. Egli li affronta con intraprendenza e determinazione, curando molto i contatti personali con preti, religiose, laici e gente comune. La Curia e la Casa episcopale sono aperte ai collaboratori di ogni tipo perché ciascuno si senta di casa. La vicinanza della Cattedrale rende visibile e fruibile la sua presenza di Pastore e di Guida della Diocesi. Visitando alcune parrocchie rurali abbiamo constatato la povertà dei mezzi e delle strutture; il problema delle lunghe distanze e delle strade disastrate della provincia del Manabì, la scar- sità del clero rispetto alle necessità ecc… I Parroci sono generalmente giovani e soli, con molte comunità da seguire. Non mancano alcune defezioni da parte dei sacerdoti e delle religiose, motivate anche dalla solitudine e dalla difficoltà della popolazione locale a comprendere il senso del celibato e della consacrazione verginale. La preghiera e la collaborazione dei diversi cristiani e la vicinanza tra preti e laici, sono le risorse più valide per superare il pericolo della stanchezza, dello scoraggiamento e dell’abbandono,delle difficoltà economiche, pastorali e umane. Abbiamo rilevato la positività dell’opera del Mato Grosso: dove ci sono i loro volontari le cose vanno decisamente meglio ( vedi S. Lorenzo). Per quanto riguarda i preti, l’essere in pochi, spesso poveri e lontani per la distanza, rende più fraterni i rapporti e indi- Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 31 Spazio Missioni spensabile il trovarsi insieme. - Nel suo ministero il Vescovo insiste particolarmente sulla centralità della Parola di Dio e l’Eucaristia domenicale. - La pietà popolare, particolarmente incline al folklore e alle manifestazioni esterne, va continuamente guidata, per evitare il pericolo della deriva nell’esteriorità o nella magia. Una sera(vigilia della Festa di S. Maria degli Angeli abbiamo partecipato alla sagra serale (messa e bancarelle ecc…) Folla strabocchevole! - Le messe celebrate in cattedrale sono particolarmente curata dall’Arcivescovo in persona e dai suoi collaboratori. Pertanto sono vissute con entusiasmo e sostenute dai vari ministeri(lettori,ministr anti,accoliti, cantori, suono dell’organo e solisti. - Concelebrando con il Vescovo nella domenica 2 agosto ho avuto l’onore di essere presentato ai fedeli come canonico della Cattedrale del Buon Pastore di Portoviejo, in un clima molto familiare. - La cultura equatoriana ama i bambini. La popolazione giovanile è molto alta. - Il Seminario S. Pedro è molto curato dal Vescovo, dagli educatori e dalle Suore. I giovani seminaristi vivono con impegno la liturgia, la preparazione al ministero nello studio delle scienze filosofiche, pedagogiche e teologiche e il contatto con le parrocchie. Questi giovani vengono da luoghi e contesti diversi; alcuni anche da altre diocesi. Il vescovo visita spesso il seminario e lo segue con premura. La frequenza al Seminario è gratuita, essendo i seminaristi generalmente provenienti da famiglie povere e non in grado di pagare una retta. La vita in Seminario contempla anche alcune ore di lavoro manuale. -L’Ecuador è terra di lussureggiante vegetazione, ma anche di aridità 32 n. 20 settembre - novembre 2009 e secchezza tremende (soprattutto il Manabì). Alcune città storiche hanno (come Quito o Guayaquil) hanno conosciuto nell’ultimo secolo un ampliamento vertiginoso, ed un notevole sviluppo industriale, pur mantenendo l’impronta del passato nel centro storico; città moderne e piene di vita. Altre sono ancora immerse in una povertà endemica e la popolazione cerca di sopravvivere con piccoli mercati familiari. Conclusione: Questo viaggio in Ecuador è stato molto interessante da tutti i punti di vista. Stando insieme ad altri compagni di messa, abbiamo rivissuto gli anni passati insieme nel periodo della preparazione al sacerdozio. Rientrando a Castrezzato mi sono sentito ancor più motivato ad essere prete, a operare con fiducia, con coraggio, con speranza, certo che il mio ministero è utile ed è accompagnato dalla grazia. Le giovani Chiese Missionarie ci stimolano a non lamentarci delle nostre situazioni; ad essere intraprendenti e determinati nel nostro agire pastorale, convinti che il Signore è con noi e ci benedice. La Vergine Maria è la salvezza dell’America latina. L’umile fede dei poveri di Dio, è tenace. Maria è davvero la Madre dei Figli di Dio, del Popolo di Dio sparso su tutta la terra. Don Mario (N.B. Queste noterelle sono state stese nel viaggio aereo di ritorno) Camminiamo insieme Cronaca degi eventi salienti Appena giungi a Quito il 25 luglio, visita veloce alla città storica, alle sue Piazze e alle famose chiese storiche e a due case delle Ancelle della Carità di Brescia, impegnate in parrocchia (Lagataso) e in una casa di accoglienza per Ragazze. Escursione turistica alla zona di montagna ed ai laghi di origine vulcanica. Dal lunedì successivo : partenza e visita alle Galapagos, isole incantevoli da tutti i punti di vista: geologico, faunistico, turistico, ambientale ecc. Flora e fauna unica al mondo (tartarughe terrestri e marittime, leoni marini, delfini, balene, iguane marine e terrestri ecc… Permanenza di tre giorni all’isola di S. Cruz, da dove si partiva per le varie escursioni per terra e per mare (a mezzo di un grosso motoscafo che sfrecciava come una saetta..) Come prete mi ha commosso, all’Isola di Santa Fè, la visita al Parroco di una parrocchia piccolissima ma isolata dell’arciplelagro, che era impegnato in quei giorni a preparare all’ordinazione presbiterale il primo giovane autoctono delle Galapagos. Chiese la benedizione a tutti noi e alla domanda “Che cosa facesse in una parrocchia sperduta come la sua, rispose “Prego per tutto il mondo. Il mio unico lavoro è la preghiera!” Viveva in ambienti piccolissimi e poverissimi, felice e pieno di fede. Siamo poi scesi nel Manabì, a Portoviejo, ospiti di Mons. Lorenzo Voltolini. Casa dell’Arcivescovo, cattedrale con le tavole di L. SALVETTI, mercato,chiesa della Mercede, chiesa dell’adorazione ricavata dall’ex-cattedrale, visita alla radio diocesana, partecipazione all’invito della cerimonia di ingresso del nuovo parroco di Picoaxa, Santuario di Montecristo, e visita al Mausoleo del Presidente Al faro, partecipazione alla Sagra della Madonna degli Angeli in periferia della città, Cucita, messa domeni- Spazio Missioni cale delle ore 8 in cattedrale, visita a Guayaquil (Cattedrale, orto botanico ecc), Santuario S. Narcisa presso Nobol, escursione alla costa del Pacifico: S. Vicente (dove opera il bresciano don Piccioli, Portolopez, Canoa, S. Lorenzo sul mare. Per due giorni poi abbiamo visitato Esmeraldas con i relativi pueblios e barrios dove operano i fratelli e sorelle Cottolenghini (P. Antonio parroco svizzero e suor Giusj, bresciana di Rudiano con Sr Alda, Sr Anna ed una suora locale. Ci siamo incontrati anche con il vescovo locale mons. Eugenio nativo di Pamplona, comboniano: mente coraggiosa e acuta, lucida circa le problematiche sociali e religiose che affliggono Esmeraldas (terrorismo-guerriglia a motivo della vicinanza con la Colombia. Abbiamo visitato alcune abitazioni tipopalafitta, piantate su fogne a cielo aperto presso il rio! Le Suore sono molto apprezzate dalla gente del posto. Le loro istituzioni educative (Scuole) e Dispensario sono segno concreto della vicinanza della chiesa ai poveri. La casa delle Suore è situata in un quartiere afflitto dalla piaga della delinquenza e dell’illegalità. Le stesse suore sono state recentemente bersaglio di un assalto notturno a fini di furto da parte dei ladrones. Negli ultimi tre giorni siamo tornati a Quito, proprio nel giorno della festa del bicentenario dell’indipendenza (1809-2009): manifestazioni folkloristiche in piazza e visita al Convento di S. Agostino, nella cui sala capitolare è avvenuto il primo incontro- accordo dei Patrioti che volevano la separazione di Quito dalla Spagna. La sala è un vero capolavoro dell’arte pittorica,di intaglio, di doratura. Delle Suore colombiane per l’ospitalità presso la Casa sacerdotale della Conferenza episcopale equatoriale. Un mattino abbiamo visitato il celebre Santuario Mariano del Quinche, accolti benevolmente dal P. Leon Dacosta sostegno. Il pranzo dalle suore della Casa sacerdotale il trasporto in aeroporto a Quito hanno chiuso il nostro viaggio/pellegrinaggio in terra ecuadoriana. Abbiamo ringraziato e salutato con affetto Mons. Arcivescovo Lorenzo, promettendoci ad invicem un ricordo costante nella preghiera. e dal Rettore del santuario. La festa annuale del santuario si tiene ogni anno il 21 di novembre, festa della Presentazione di Maria al Tempio, con una sterminata moltitudine di fedeli (circa 500 mila che salgono da Quito e zona circostante). Il santuario ebbe il titolo di Basilica Minore da papa Giovanni XXIII nel 1959. Visita turistica alla zona montagnosa dei bagni termali di Sapallaca. Fatto il bagno in acque caldissime e freddissime . La località si trova ad oltre 3000 metri di altitudine. Infine, l’ultima mattinata disponibile, il 12 agosto, è stata dedicata ad una escursione in funivia sulle montagne del Pinchincha a 4.100 metri di altitudine, prospicienti Quito, da dove si gode un favoloso panorama sull’intera città che si estende per oltre 50 km di lunghezza. Giunti in quota abbiamo percorso alcuni sentieri, fin verso la parte alta, senza raggiungere la sommità di quello che era l’antico vulcano. A quell’altezza, si sperimentava la mancanza di fiato per il rarefarsi dell’ossigeno. Presso la stazione di arrivo della funivia, è stata costruita in questi anni una splendida, ampia cappella da poco inaugurata, dedicata alla Dolorosa (La beata Vergine, raffigurata in un quadro con le sette spade trafiggenti il cuore, molto venerata dai quitegni.) Secondo la tradizione questa immagine mosse gli occhi, in un momento molto critico della storia di Quito, come prodigio e In fede sac. Mario Stoppani, Parroco di Castrezzato(Brescia). Canonico onorario della cattedrale di Portoviejo Ps. Noterelle stese in aereo, nel viaggio di ritorno. Approfondimenti 11 agosto 2009: Visita al Santuario nazionale de El Quinche. Guidati da Mons. Lorenzo, siamo saliti, a mezzo di un modesto furgoncino lillipuziano, al Pinchincha, dove è situato il santuario di Nuestra Senora di El Quinche: santuario veneratissimo dai quitegni e da tutto l’Ecuador. Il culto verso Maria Santissima è qui antichissimo. La statua che è venerata è del sec. XV e proviene da un’altra località. Qui trasportata dalla devozione dei fedeli, diede prodigi ed ancor più crebbe la devozione popolare. La festa – come si diceva sopra - è in corrispondenza della Presentazione della B. Vergine al tempio, il 21 novembre, ed è solennizzata da una grande processione con una moltitudine enorme di fedeli che salgono dalla valle verso il santuario. Appena giunti siamo stati accolti amabilmente da P. Leòn di anni 84 e 61 di messa. Mi sono confessato da lui, un po’ in latino e un po’ in spagnolo, e poi abbiamo concelebrato la S. Messa, presieduta da mons. Lorenzo. I fedeli presenti, semplici, poveri e devoti (una povera donna, molto malata, prima della messa ha chiesto a tutti una benedizione) Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 33 Spazio Missioni entravano a gruppetti e pregavano con fede la Beata Vergine. Nella confessione e nella S. Messa ho riconfermato i buoni propositi già presi da tempo e sempre da me trascurati. Kirie, eleison… O Maria, madre mia, custodisci la mia vocazione ed accompagnami nel mio sacerdozio. Tu sai che devo tutto a Te, o Madre mia. Ave, Maria….Mi ha vivamente colpito, nella visita al Santuario, il comportamento della gente comune che entrava a pregare: uomini, donne, bambini, malati. Quanto grande era la loro devozione e la loro povertà. Dice Gesù “Se non diventerete come i bambini, nella semplicità del cuore e della vita, non entrerete nel Regno dei Cieli” e ancora “Questa vedova, povera, ha dato più di tutti, perché ha dato tutto quanto aveva per vivere”. Impressioni generali e riassuntive del viaggio (Ecuador 25 luglio - 12 agosto 2009) Premessa: È difficile esprimere le reazioni, i sentimenti e le riflessioni fatte in questi19 giorni di permanenza in Ecuador. Certamente la sensibilità di noi preti nell’entrare nel vivo della realtà umana e religiosa di questo popolo ci ha fatto vedere le situazioni e le persone in un certo modo: insomma ci ha un po’ condizionato. Alcuni rilievi - penso - dobbiamo dare come assodati. 1 - I missionari presenti (tra cui mons. Lorenzo) prendono la realtà così com’è per “insaporirla” con la Parola di Dio e l’annuncio di Cristo. Seminano semi vivi e forti del Regno. 2 - L’unione tra i presbiteri, il vescovo e i laici e il personale pastorale e gestionale dellaCuria è buona. I rapporti tra loro sono semplificati e fraterni. La casa del vescovo è aperta a tutti. 3 - Colpisce nell’insieme l’alta per- centuale dei bambini e dei giovani. La vita della Chiesa e della Liturgia sembra qui più partecipata a livello di ministeri (Lettori – cantori - guide per la preghiera - accoliti ecc…) Le fatiche, anche fisiche dei missionari, sono notevoli. Il clima è “tosto”. Gli spostamenti su strada sono sfibranti. 4 - La povertà è estrema in alcune aree di questa terra – popolazione rurale, pescatori, coltivatori- in un clima tropicale per certi versi insoffribile e invivibile; in alcune altre aree urbane e non, vi è un tripudio di natura, di arte, di industria umana. Lo stipendio medio qui, è di circa € 250, anche se il costo della vita è basso. 5 - L’opera dei Volontari del Mato Grosso è qui in America Latina utilissima,incisiva, efficace, di grande sostegno all’opera stessa dei missionari sia nell’ambito della promozione umana che dell’evangelizzazione ed animazione delle comunità (Vedi a S. Lorenzo). Le loro famiglie sono esemplari. 6 - La guida pastorale di mons. Lorenzo è serena,attiva, spigliata e coinvolgente. Il Seminario è ben condotto e non mancano i buoni risultati, anche se le defezioni sacerdotali non mancano neanche qui, e sono un grave cruccio per il vescovo. L’isolamento, l’abbandono della preghiera, le difficoltà pastorali ne sono la causa principale. Conclusione: L’esperienza di questa originale “vacanza pastorale” di noi sei ordinati del 1974 è stata bellissima, fraterna, gioiosa e fruttuosa. Il Signore ci conservi a lungo a servizio del Suo Regno e benedica il lavoro e le fatiche di Mons Lorenzo. Lavoro gravoso, ma accompagnato da tanti frutti, in una terra afflitti da tanti mali, dentro e fuori il paese - ma pur sempre benedetta da Dio per la sua natura e i suoi abitanti. d. M. S. 34 n. 20 settembre - novembre 2009 Camminiamo insieme Ringraziamenti Il diacono Massimo destinato alla comunità parrocchiale di Trenzano Grazie È curioso notare come sei anni fa iniziavo il mio ministero diaconale tenendo le omelie delle S. Messe della domenica inerenti il brano di Marco dove si evidenziava la guarigione del sordomuto da parte del Maestro e ora concludo il mio ministero diaconale a Castrezzato, per iniziare a Trenzano il mio servizio al Signore nei fratelli, proprio nella domenica in cui la liturgia propone lo stesso Vangelo. Ed é intimamente bello che il Signore mi faccia sentire la stessa emozione, lo stesso desiderio che questo ”Effatà”, apriti, continui ad aprirmi alla comprensione della Sua volontà, della Sua parola, alla Sua misericordia da vivere sempre intensamente a servizio di chiunque incontri. Mi ricordo che allora chiedevo una piccola preghiera perché questa “emozione” potesse essere vissuta con voi, che potessi essere uno strumento, seppur piccolo e misero, nelle mani del Signore: e il Signore, grande bontà, ha esaudito questo, sovvrabbondando nella Sua misericordia. Mi ha permesso di poterlo incontrare, di poterlo accarrezzare, di poter pregare con Lui, di poterlo ascoltare, di potermi confidare a cuore aperto con Lui, di vederlo nella gioia e nella sofferenza, di piangere con Lui, di accompagnarlo nella Sua morte e questo é potuto accadere attraverso le persone che ho incontraro, laiche e ordinate, attraverso voi che mi avete permesso di poter “sentire” in modo chiaro la Sua voce, di poter sperimentare la gioia di essere fratelli e sorelle in Cristo, di vivere momenti di crescita di vita e di fede indimenticabili. Ora, implorando attraverso l’intercessione della Beata Vergine Maria Regina degli Angeli e dei Santi Pietro e Paolo Apostoli, la benedizione, su tutta la comunità di Dio Padre, vi chiedo solo una piccola preghiera garantendovi che sarete sempre nel mio cuore e nelle mie preghiere. Grazie. Uniti nella preghiera, uniti in Cristo, un abbraccio Massimo Grazie Massimo! Tutta la Comunità parrocchiale ringrazia il Diacono Massimo per il servizio svolto in questi 6 anni come diacono permanente dal 2003 al 2009. È stato un servizio molteplice, in vari settori della pastorale, che lo ha senza dubbio temprato a consolidare la sua preparazione a servizio di Cristo e dei fratelli. I Sacerdoti, i catechisti, i malati lo ringraziano cordialmente. Massimo dal 13 settembre è a servizio della vicina parrocchia di Trenzano, rimasta da anni priva del Curato. Lo accompagniamo con la preghiera e gli porgiamo i migliori auguri di buon inserimento nel nuovo campo di lavoro! Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 35 Anniversari Nel trentennale della scomparsa il ricordo di alcuni parrocchiani Monsignor Alessandro Galli D on Sandro, semplicemente don Sandro, con un appellativo spogliato da ogni titolo gerarchico, così veniva chiamato dai castrezzatesi, ogni fine settimana, quando immancabilmente ricompariva in paese, dopo aver trascorso i giorni feriali a Brescia, impegnato nel ruolo di insegnante presso l’”Arici”, il prestigioso liceo classico paritario. Aveva radici profonde in Castrezzato, paese che egli amava profondamente: qui era nato in un angolo del “Ravellino” e qui aveva i parenti più stretti, presso cui dimorava. In tanti lo rivedevano volentieri per salutarlo e scambiare con lui qualche battuta; lo apprezzavano per la sua parola un poco forbita e non certo semplice da capire, quando il parroco di allora, don Bonfadini, gli lasciava il pulpito per le solennità religiose o quando guidava la riflessione domenicale sulla parola di Dio; lo si aspettava per la sua perizia nel suonare l’organo e nel guidare il coro parrocchiale; i suoi più cari amici lo volevano gradito ospite alla loro tavola oppure al bar a giocare a carte, in un clima di grande affabilità e di calorosa semplicità. Il signor Angelo Loda lo ricorda così “Avevo circa dodici anni e facevo parte del coro di voci bianche; da don Sandro ho appreso i rudimenti del canto che ancora oggi, a distanza di tanti anni, pratico con grande passione. A quel tempo era nata una feconda col- 36 n. 20 settembre - novembre 2009 laborazione tra lui e don Arturo Moladori; questi esercitava separatamente, durante la settimana, le varie categorie di voci, le bianche, i tenori, i bassi e via di seguito; il fine settimana, poi, arrivava don Sandro che riuniva i gruppi e armonizzava il tutto in un contesto corale; l’uno si avvantaggiava del lavoro dell’altro in una sintonia estremamente preziosa. Ricordo la bravura, il rigore e l’impegno che don Sandro profondeva in questo ruolo; capitava che a volte si infuriasse, avvampando di rabbia di fronte al nostro disimpegno; da noi esigeva grinta, precisione, impegno, tutte le medesime qualità che egli stesso ci offriva nelle sue esecuzioni. Tuttavia, egli sapeva smorzare questi momenti di tensione con quelle battutine divertenti e un poco scherzose con cui ci prendeva in giro e che agevolavano la nostra relazione con lui che percepivamo al di sopra di noi per autorevolezza e valore. Aveva una bella voce da tenore e spesso ci proponeva degli a-solo indimenticabili. Per me, è stato un modello, un maestro, un uomo di una fortissima personalità: lo rivedo come se fosse qui, ancora oggi come un tempo, dirigere e nel contempo suonare: le mani impegnate sulla tastiera e con tutto la sua mimica facciale e con tutto il suo corpo ci guida in modo da fornire esecuzioni rispondenti al suo stile. La signora Bruna Ferri e il fratello, il cui padre era intimo amico di don Camminiamo insieme Sandro, mi forniscono una preziosa testimonianza circa la figura familiare e quotidiana del sacerdote. Ricordano che gli amici gli dicevano che dopo essere stato professore per una settimana a Brescia, il sabato e la domenica doveva venire qui in paese a ricevere lezioni di carte: dopo “aver fatto scuola agli altri, ora vieni qui da noi a scuola di carte”, come se dagli amici avesse avuto ricevere rincalzi per migliorare la propria capacità nel gioco della “cicia”, ovvero la scopa. Era spesso ospite gradito alla loro tavola e lui stesso richiedeva alla padrona di casa delle prelibatezze del tutto bresciane, quali la “soppressa”,oppure il salame messo sotto grasso; insomma era una buona forchetta come si suol dire! A tavola sapeva essere un buon conversatore, intrattenendo i presenti su varie questioni e, dato che amava viaggiare, spesso riferiva di fatti strani o di dati culturali desunti da queste esperienze. Bruna mi racconta “Io ero stata una sua allieva, mi aveva aiutato in Latino, lingua che lui conosceva alla perfezione; mi raccontava di viaggi a Londra e a Parigi, organizzati da lui medesimo per gruppi di studenti, stimolando in me la voglia di conoscere e di scoprire il mondo; mi consigliava libri da leggere aprendomi la mente verso la cultura. Tuttavia, nonostante la profonda preparazione culturale posseduta, egli era in grado di spogliarsi dall’aura di esperto, di professore capace e colto, per mettersi in dialogo con delle persone semplici e Anniversari per nulla acculturate come i suoi amici e compaesani. Sapeva “scendere” a conversazioni semplici e su questioni concrete, riconoscendo in modo estremamente consapevole di essere privilegiato rispetto a loro che erano stati destinati ad un’esistenza decisamente più impegnativa e dura rispetto a lui. Ne apprezzava, condividendole, alcune doti quali la semplicità, il senso del dovere, la fatica del vivere. Certo le sue omelie domenicali non venivano capite pienamente da tutti i castrezzatesi, perchè troppo impegnative sia nel contenuto, sia sul piano formale; non erano certo frutto di snobismo da parte sua, ma intimamente correlate alla profonda e radicata cultura. A volte capitava che in modo sottile e un poco mascherato andasse a toccare temi spinosi connessi alla situazione amministrativa locale; allora le sue prediche terminavano con la citazione evangelica “Chi ha orecchi per intendere, intenda.” e questo tutti lo potevano capire! Da parte mia ritengo che lui sia stato la persona più importante, al di fuori dalla famiglia, per la mia formazione umana e professionale: professore severo e rigido, mai dimenticato, mi ha fornito inconsciamente un modello di comportamento nell’ambito scolastico, in cui lavoro da tanti anni. Percepivo la sua autorevolezza, il suo carattere forte contraddistinto da impennate di rabbia e da controlli serrati a cui non potevo sottrarmi; temevo le sue sfuriate e mi piegavo allo studio. Ora riconosco il senso di queste scelte comportamentali. Mi piace pensarlo “in qualche luogo” con la sua immancabile tonaca, seduto attorno ad una mensa imbandita, intento ad intrecciare cordiali conversazioni con i suoi amici di allora, mio padre, il signor Bruschi, il signor Maraschini e tante altre persone ormai quasi tutte scomparse”. La signora Franca del “Bar Portici” mi offre di don Sandro un’altra testimonianza curiosa, risalente al periodo degli anni sessanta/ settanta, quando lei gestiva negli attuali locali il bar A.C.L.I., un ambiente pubblico con annessa la segreteria dell’Associazione dei Lavoratori Cattolici, dove si rinnovavano tesseramenti e si compilavano pratiche di pensionamento ed altro. “Tutte le domeniche pomeriggio, immancabilmente dopo la “Dottrina”, si affacciava al vano della porta e tra il serio e il faceto mi chiedeva se avessi partecipato alla S. Messa festiva; io, ormai avvezza a quella richiesta, rispondevo che sicura- mente c’ero stata alla messa. Era quasi un gioco tra me e quel sacerdote che esprimeva in tal modo una sorta di sensibilità nei confronti della mia situazione familiare e lavorativa: era ben difficile che io potessi allontanarmi dal bancone su cui ero costretta a zampettare tutta la giornata! Il suo posto era sempre lo stesso, allo stesso tavolino, con gli stessi compagni di gioco: Vincenzo, Giuseppe, detto Pì, Giacomo, amici pazienti che sapevano gestire la personalità irruente del sacerdote, soprattutto nei momenti di sconfitta quando, perdendo un poco le staffe, accusava il suo dirimpettaio di non aver colto l’occasione per una possibile Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 37 Anniversari vittoria. Si concentrava a tal punto nel condurre “la cicia” che quando gli portavo l’ immancabile tazzina di caffé, mi chiedeva se potessi io aprirgli la bustina e versargli il contenuto nella tazza. Capivo quanto poteva essere importante per lui vincere, dato che succedeva non troppo frequentemente a causa della bravura dei suoi avversari. Attorno ai giocatori si accalcava un folla di curiosi che alle loro spalle si animavano vocianti nel seguire le sorti del gioco. Ogni tanto si sentiva qualche colpo sul tavolo, espressione di un grande disappunto; allora alzavo lo sguardo e vedevo lui, rosso in viso avvampare di rabbia per non aver vinto. Sembrava che una tensione accumulata trovasse una sorta di sfogo in quegli atteggiamenti; gli altri, rispettosi dell’uomo e del ruolo, lo apostrofavano dicendo che a Castrezzato doveva ancora andare a scuola per poter vincere! Era una persona simpatica, nel suo genere: spesso, la vincita della partita consisteva in caramelle e quando spettava a lui, non la ritirava lasciandola al banco.” Anche un suo assiduo compare di gioco, il signor Vincenzo Cuneo, ricorda il carattere sanguigno e le reazioni strepitose di don Sandro quando risultava perdente nel gioco della “bigia”; allora lui lo apostrofava così “Don Sandro, tu sei un grande professore di scuola, ma alle carte devi ancora imparare tante cose!” E il sacerdote, a malincuore, ammetteva che ne aveva ancora di strada da percorrere per orientarsi nei labirinti delle strategie di gioco. Vincenzo racconta “Era un uomo affabile, ma dal forte temperamento, capace di un’irruenza per nulla celata che gli faceva ribollire il sangue. Ricordo che lo assistevo durante la S. Messa domenicale, quando lui, seduto all’organo, allora posizionato dietro l’altare maggiore della nostra chiesa parrocchiale, mi faceva cenno di girare la pagina dello spartito; dovevo farlo con assoluta puntualità e precisione per non disturbare l’esecuzione dei brani musicali da lui riprodotti sempre con perizia e genialità. I suoi finali, quando l’armonia delle note si smorzava lentamente lun- 102 anni portati benissimo A Paolina Platto, classe 1907, gli auguri di tutta la redazione affinchè continui ad allietare con la sua presenza familiari e conoscenti. Sotto: l’atto di battesimo custodito nell’archivio parrocchiale 38 n. 20 settembre - novembre 2009 Camminiamo insieme go la navata lasciando spazio al silenzio, erano sempre in grado di commuovere la gente impressionata dalla sua bravura. Ricordo con una certa commozione quando durante il mio matrimonio ha cantato con la sua voce da tenore l’Ave Maria: un grande spettacolo, indimenticabile!” Ad un tratto, gli occhi di Vincenzo si inumidiscono e la sua voce diventa tremula: ricorda il momento in cui lui stesso, con le sue mani, ha chiuso nella bara il caro amico sacerdote, sigillando quel coperchio che ha sì oscurato per sempre un volto familiare, ma non certo spezzato il calore del loro vincolo d’amicizia. Da parte mia, pur non avendo conosciuto personalmente mons. Sandro Galli, attraverso le parole di queste persone che me ne hanno rivelato l’aspetto più quotidiano, mi pare di scorgere in lui la figura di un uomo che beatamente sia rimasto fedele a se stesso, alla scintilla di unicità che giace in ciascuno di noi. Silvana Brianza Anniversari “Sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe” (vangelo di Matteo) Le provocazioni dal ricordo della mia professione religiosa E ra il 15 settembre del 1969 quando, conseguito il diploma di maturità e concluso l’anno di noviziato, emettevo la professione religiosa nella Congregazione dei Figli di Maria Immacolata – Pavoniani. Sono passati quarant’anni da quel giorno. Mentre ringrazio il Signore con tutto il cuore per la vocazione a cui mi ha chiamato, rivedo quello che Lui ha compiuto nella mia vita. Nato e cresciuto in questo paese, fin da ragazzo il mio orizzonte si è allargato, quando ho accolto l’invito ad entrare nel seminario dei Pavoniani. Senza mai dimenticare le radici della mia origine, la mia esperienza si è arricchita di tante altre prospettive. E ho cercato soprattutto di capire come potevo realizzare la mia vita. benevolenza e con la sua grazia, mi chiamava a consacrarmi a Lui. E ho detto il mio sì. Ho emesso allora la professione religiosa dei voti di castità, di povertà e di obbedienza secondo il carisma pavoniano, che ho identificato e ho accolto come mia vocazione. In seguito (nel 1975) sono diventato anche sacerdote, ma la radice della mia vocazione sta nella consacrazione religiosa, nell’essermi fatto pavoniano, accogliendo il progetto di Dio. I tre voti religiosi I voti religiosi esprimono un’appartenenza e una dedizione totale al Signore e al servizio dei fratelli, secondo il carisma che si è abbracciato. La castità richiede di amare il Signore con cuore indiviso; la povertà esige di avere il Signore come proprio tesoro, rinunciando al possesso personale dei beni terreni; l’obbedienza porta ad aderire con piena disponibilità alla volontà di Dio. Così è vissuto il Signore Gesù. Ogni vita è vocazione Accanto alla strada più comune che è quella del matrimonio e dell’impegno come laici nella società, il Signore chiama alcuni battezzati a seguirlo e a donare la propria vita su strade particolari, che sono quella della consacrazione, aperta ad uomini e donne, e quella del sacerdozio ministeriale e del diaconato. La propria vocazione è dove, con l’aiuto del Signore, si può amare di più, si può donare di più. Così, nel mio cammino di formazione e di ricerca vocazionale, ho compreso che il Signore, nella sua Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 39 Anniversari Questa è stata anche la vocazione di Maria, sua Madre. La persona consacrata, imitando Cristo più da vicino, testimonia che Dio merita di stare al primo posto nella vita del cristiano e che tutti gli altri valori (compresi il matrimonio, il possesso dei beni, l’uso autonomo della libertà) sono relativi all’assoluto di Dio. La persona consacrata inoltre mette tutta la propria vita al servizio di Dio e al servizio dei fratelli, all’interno della Chiesa e per il bene della società: pensiamo ai monasteri di clausura, alle missioni, alla formazione cristiana, alle attività educative, all’assistenza dei malati… Le vocazioni consacrate a Castrezzato Come è documentato, ad esempio, nel libro sull’oratorio del 1998, anche nella nostra comunità parrocchiale di Castrezzato, accanto alle vocazioni di sacerdoti diocesani (d. Lucio Cuneo, d. Osvaldo Mingotti, d. Sabino Gaspari, d. Vittorio Formenti e il diacono Massimo Sala), sono fiorite numerose vocazioni consacrate, soprattutto femminili (le suore di varie Congregazioni religiose), ma anche maschili: oltre a me ricordo p. Matteo Fogliata (Rogazionista), p. Aldino Cazzago (Carmelitano) e p. Sergio Targa (Saveriano). Ultimamente però questa fioritura sembra esaurita. Ma il Signore non ha smesso e non smette di chiamare qualche giovane (uomo o donna) a seguirlo e a servirlo, donando la propria vita in una vocazione di speciale consacrazione. 40 n. 20 settembre - novembre 2009 Il futuro della comunità cristiana Ogni comunità cristiana deve farsi carico del suo futuro e del futuro del vangelo e della missione della Chiesa, anche favorendo il sorgere di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, maschile e femminile. Anzitutto con la preghiera, come ci ha raccomandato lo stesso Signore Gesù: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! (Mt 9, 37-38). E poi con una vita di fede solida, coerente, fedele al vangelo, animata da carità autentica e da solidarietà, capace di proporre un modello di vita alternativo alla mentalità materialista, consumista ed edonistica tanto diffusa nel mondo di oggi. La fede cristiana è impegnativa, ma è bella, perché dà senso pieno all’esistenza. Ci fa sentire amati da Dio, ci fa cogliere che la nostra vita è un dono di Dio, da realizzare come risposta al suo progetto di amore. Se cerchiamo di vivere così la nostra fede, se educhiamo i nostri ragazzi e i nostri giovani a viverla così, con l’esempio prima che con le parole, certamente chi è chiamato dal Signore al sacerdozio o alla vita consacrata si troverà incoraggiato nell’essere disponibile e nel rispondere il suo sì. La vocazione pavoniana Celebrare domenica 20 settembre a Castrezzato l’anniversario della mia professione religiosa, oltre che ringraziare il Signore, significa per me testimoniare la bellezza della fede cristiana, la bellezza di ogni Camminiamo insieme vocazione consacrata, la bellezza della vocazione pavoniana a cui il Signore mi ha chiamato. All’origine della Congregazione dei Pavoniani c’è un dono fatto dallo Spirito del Signore al sacerdote Lodovico Pavoni (1784-1849), che a Brescia nella prima metà dell’Ottocento ha dedicato tutta la sua vita alla formazione cristiana e professionale dei giovani maggiormente toccati dalla povertà ed esposti al rischio del fallimento. L’educazione della gioventù, sulla scia del beato Lodovico Pavoni, continua ad essere la missione fondamentale della Congregazione da lui fondata, presente in diverse nazioni del mondo. L’educazione della gioventù è il compito più urgente dell’umanità di oggi, a cui la Chiesa dà un suo contributo insostituibile, annunciando Cristo e portando il suo vangelo e il suo amore. La Congregazione a cui appartengo, sostenuta dalla protezione di Maria Immacolata, partecipa a questa missione tanto necessaria e attuale. Io spero che anche nelle comunità cristiane della Chiesa di Brescia, come nella nostra parrocchia di Castrezzato, ci siano ancora giovani che rispondono alla chiamata del Signore, seguendo l’esempio del beato Lodovico Pavoni e dedicandosi a tempo pieno (come sacerdoti o come consacrati laici) al compito educativo delle nuove generazioni. Di vita ce n’è una sola. E a che vale la vita se non la si dona? padre Lorenzo Agosti Anniversari Domenica 15 novembre 2009 Festa del Ringraziamento A conclusione dell’annata agricola torna anche quest’anno la Festa del ringraziamento, sostenuta e animata dai nostri agricoltori. Vogliamo ringraziare il Signore per i frutti della terra e del lavoro umano. Anche se il Signore ci dona la sua benedizione, non tutto va sempre per il verso giusto. Questo non ci deve portare a dubitare dell’amore di Dio, ma ad impegnarci per i risultati ed a fare la nostra parte per collaborare con la provvidenza. È questa un’occasione non solo per trovarci insieme e scambiare qualche valutazione sui problemi del mondo agricolo, ma anche per motivare come cristiani le nostre fatiche e le nostre preoccupazioni. L’attuale, grave crisi internazionale tocca pesantemente il mondo del lavoro e ci stimola alla sobrietà. Invitiamo pertanto non solo gli agricoltori, ma anche i lavoratori di ogni settore a non mancare a questo simpatico appuntamento annuale. Programma Domenica 15 novembre Ore 10,15 Ritrovo con i trattori nel parcheggio dell’Oratorio. Ore 10,30 Partenza del corteo verso la Piazza della chiesa, dove verrà impartita la benedizione e si pregherà per la sicurezza sul posto di lavoro. Ore 11,00 S. Messa solenne condecorata dalla Corale “Don Arturo Moladori”. Ore 12,30 Pranzo alla Colombera (possono partecipare anche i simpatizzanti e i famigliari). N.B. Per la prenotazione del pranzo contattare Parma Francesco- Via Barussa (tel 030- 71 46 339- ore pasti)oppure Angelo Biloni- Via Campagna ( cell. 338 70 51680), entro l’11 novembre, festa di S. Martino. Profilo di Suor Teresina Sala Teresina Sala nasce a Castrezzato (BS) il 9 novembre 1932, primogenita di una numerosa famiglia; quattro giorni dopo riceve il sacramento del Battesimo e nel marzo del 1943 quello della Cresima. Nel marzo del 1950 bussa alla porta delle Suore delle Poverelle di Bergamo ed inizia il cammino di formazione che la porterà ad emettere la prima Professione il 1 ottobre 1952 e ad assumere il nome di sr ANNALICE; nel 1958 emetterà sua Professione definitiva tra le suore del Beato Luigi Maria Palazzolo La sua “passione” apostolica sono i bambini e le attività pastorali in parrocchia; svolge così il suo ministero educativo prima a Piovene (VI) e poi a Cene e S. Tommaso (BG). Dal 1978 al 1997 è missionaria tra gli emigranti in Belgio (19781989) e Francia (1989 -1997). Dal 1997 vive la sua missionarietà in Costa d’Avorio, prima ad Agnibilekrou e poi a Mafferè. Quest’estate è stata in Italia per il consueto periodo di riposo ed è ripartita per la missione solo il 31 agosto scorso, vivace e pimpante più che mai, come lo era la mattina del 21 settembre, iniziando come al solito la sua giornata in mezzo ai bambini e alle mamme della grande e bella scuola materna, oggetto delle sue cure particolari. Il Signore l’ha chiamata da lì, sul suo posto quotidiano di servizio e di annuncio; colpita da una grave emorragia non ha più ripreso conoscenza, preparandosi così nel silenzio all’incontro definitivo con il suo Signore. Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 41 Vita in Parrocchia Trentacinquesimo dalla fondazione della sede locale AIDO Festa del donatore R icorre quest’anno il trentacinquesimo anniversario della fondazione dell’associazione locale dell’AIDO e per tale occasione è in corso di preparazione una festa che si tiene ogni anno in un diverso paese della provincia bresciana. Per la ricorrenza è stata scelta come sede per la “festa del donatore” Castrezzato e la manifestazione avrà luogo nella giornata di domenica 18 ottobre 2009. Si tratta di una grande opportunità che viene offerta al paese, poiché questa risulta essere una valida occasione per pubblicizzare, non solo le finalità dell’associazione ma anche l’operato a livello locale e provinciale. Nel corso della festa, 48 n. 20 settembre - novembre 2009 che coinvolgerà le autorità civili, religiose e la popolazione tutta, saranno invitate le famiglie di tutti i donatori della provincia e sarà loro dato un riconoscimento, più che altro simbolico, nella speranza che sempre più persone prendano ad esempio il gesto della donazione. Saranno presenti anche i responsabili dell’ AIDO provinciale e regionale che, insieme ai presidenti delle associazioni di tutta la provincia, saranno accolti da banda musicale e majorettes. Il programma dell’evento prevede l’apertura della manifestazione presso l’auditorium dell’oratorio, venerdì 16 ottobre alle ore 20.30, con una conferenza sul tema della Camminiamo insieme donazione e la presentazione di alcune testimonianze sul trapianto di organi. Domenica 18 ottobre poi, sempre presso l’oratorio, i partecipanti verranno accolti e si assisterà ad una cerimonia di riconoscimento verso i familiari dei donatori della provincia. Insieme poi, partendo dall’oratorio, tutti si recheranno in corteo verso la piazza S. Maria degli Angeli in un clima di festa e solidarietà. Seguirà una solenne celebrazione religiosa presso la Chiesa parrocchiale animata dai volontari dell’AIDO perché anche attraverso la preghiera si vuole riflettere sull’importanza del gesto della donazione e ringraziare per ciò che ogni giorno viene donato al prossimo. Naturalmente non può mancare il banchetto che vedrà riuniti i partecipanti intorno ad una tavola ben imbandita e, a seguire, il momento dei “discorsi” e dei riconoscimenti. Questa sarà una giornata molto impegnativa, non solo per quanti si occuperanno dell’organizzazione e della realizzazione del programma previsto per la giornata ma anche per la popolazione che, speriamo sappia rispondere con la giusta partecipazione e sensibilità a tale evento. È nostra viva speranza che questa giornata possa anche essere un momento di gratificazione per l’impegno, la volontà e la sincerità d’animo con i quali si sono sempre adoperati i volontari dell’AIDO. Vita in Parrocchia Una vita dedicata agli altri Deceduta improvvisamente Suor Teresina Sala (1932- 2009) L a nostra concittadina Suor Teresa Sala, che era appena rientrata in Costa D’Avorio dopo un periodo di cura e di riposo in Italia, è stata colpita da improvviso, gravissimo malore, che l’ha portata subito in terapia intensiva mentre lavorava nella sua missione. Nell’ospedale di Abijan la situazione è apparsa subito disperata. I famigliari sono stati avvertiti subito dalla Madre Generale delle Suore delle Poverelle e dopo pochi giorni di sofferta attesa, Suor Teresa ha reso la sua anima a Dio il giorno 23 settembre, festa liturgica di san Pio da Pietrelcina. Espletate le pratiche per il trasporto della salma, in Italia, i funerali saranno celebrati in parrocchia in data da definire. Suor Teresa, ultimamente, prima di partire aveva rivolto un caloroso saluto a tutte le messe della domenica, manifestando il suo entusiasmo e la sua gioia nel rientrare a servizio della sua missione, dove seguiva soprattutto le mamme e i bambini. In questa foto recente, la vediamo con una consorella, in compagnia dei suoi ”tesori”, felice di spendersi per i fratelli più poveri dell’Africa. Ai famigliari porgiamo a nome di tutta la Parrocchia le condoglianze più sincere. La morte di Suor Teresa è un improvviso, grave lutto. Sappiamo quanto poche vocazioni ci siano. Chi sostituirà queste gloriose lavoratrici nelle Missioni? Il Signore accolga il sacrificio di queste sorelle e ci doni vocazioni sante. Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 49 Anagrafe parrocchiale Anagrafe parrocchiale Rinati in Cristo (battesimi) Nella luce di Cristo (defunti) Briola Pietro Angelo di Carlo e Sintoni Simona Greco Rebecca di Luigi e Savoldelli Alessandra Domeniconi Andrea di Roberto e Supporta Anna Danesi Alessia di Faustino e Petraglia Gelsomina Vagni Martina di Claudio e Bianchi Serena Massetti Valentina di Maurizio e Mehmeti Gevahire Baresi Gabriele di Davide e Colosio Francesca Lorini Rebecca di Cristian e Salvoni Lorena Colosimo Beatrice di Saverio e Perini Caterina Biloni Federico di Angelo e Einazzi Pierangela Cucchi Melissa di Giuseppe e Maccarinelli Flavia Festa Mario di anni 87 Zini Maria (Rosi) di anni 92 Bellotti Maria di anni 89 Cavalli Bianca di anni 75 Pagani Elisa di anni 66 Formenti Andrea Paolo di anni 61 Noli Giovanni di anni 74 Barboglio Luigia di anni 92 Galbiati Maria Ester di anni 85 Zotti Agostino di anni 96 Magoni Pietro di anni 96 Suor Teresa Sala di anni 76 Guerrini Angelo di anni 86 Uniti per sempre (matrimoni) Venturi Rinaldo con Andreis Elisa Gaffurimi Alessandro con Sala Francesca Roncali Simone con Vergnahi Silvia Pagani Ezio con Andrini Laura Breda Erik con Coelli Francesca Goffi Stefano con Baresi Silvia Marini Marco Severino con Gualina Francesca N.B. A riguardo dei matrimoni è fatto divieto assoluto di spargere con i mortaretti strisce di carta colorata nella piazza a causa della impossibilità di raccoglierle da parte dei volontari della chiesa e degli addetti alla pulizia delle strade. Si raccomanda agli sposi di far rispettare questa norma. Grazie. 50 n. 20 settembre - novembre 2009 Camminiamo insieme Calendario liturgico Calendario liturgico pastorale OTTOBRE 2009 Mese missionario- Mese del Rosario 01 Santa Teresina di Gesù Bambino - Patrona delle Missioni. 02 Festa degli Angeli Custodi. Primo venerdì del mese Dopo la messa del mattino Adorazione del Santissimo in chiesa. 04 Domenica 27a del Tempo ordinario e festa di San Francesco d’Assisi Patrono d’Italia. 07 Festa liturgica della B. Vergine Maria del Rosario. Ore 9,30 S Messa animata dai devoti del S. Rosario. 09 Venerdì: ore 20,30 Incontro genitori e padrini dei battezzandi di domenica 11 ottobre (In chiesa) (Confessione e prove) 10 Memoria di S. Daniele Comboni, bresciano, vescovo missionario Fondatore dei Camboniani. Ore 11 Nozze di Biloni Davide con Calabria Anna. 11 Domenica 28a del Tempo ordinario. Festa esterna della Madonna del S. Rosario. Messe con orario festivo. Ore 11 S. Messa di XX° di Ordinazione di P.SERGIO TARGA. Seguono Battesimi comunitari Ore 14,30: S. Rosario. Liturgia della Parola con Unzione degli Infermi. Ore 18,00: S. Messa seguita dalla Processione con la Statua della Madonna del Rosario. Itinerario: Chiesa - Via IV Novembre - Via Circonvallazione Nord - Via B. Cavalli - Via Torri - Chiesa parrocchiale. Il gruppo del Rosario anima la processione. 14 Mercoledì: Ore 20,45 Convocazione Del Consiglio Pastorale 15 Memoria di S. Teresa d’Avila. 17 Memoria di S. Ignazio d’Antiochia martire. 18 Domenica 29a del Tempo ordinario. Giornata Missionaria Mondiale. Festa del Donatore nel 35° Anniversario AIDO a Castrezzato( vedi programma) Ore 11: S. Messa animata dall’Associazione AIDO. N.B. Tutte le offerte di questa domenica sono devolute alle Pontificie Opere Missionarie. 25 Domenica 30a del Tempo ordinario. Solennità della Dedicazione della Chiesa Parrocchiale di Castrezzato (1785) 28 Festa dei Santi Apostoli Simone e Giuda. 30 Venerdì: Ore 8,30 - 9,30 Confessioni delle Donne. 31 Vigilia dei Santi. Ore 15,00 - 17,30 Confessioni per tutti Ore 18,00 Messa festiva della vigilia. NOVEMBRE 2008 Mese del culto dei defunti 01 Domenica Solennità di tutti i Santi - Orario festivo SS Messe. Ore 14,30 Processione al cimitero Ore 15: Santa Messa pro populo al Cimitero Ore 20,30 In chiesa veglia di preghiera in suffragio dei Fedeli Defunti. Siamo tutti invitati. 02 Lunedì - Commemorazione dei fedeli defunti. S. Messe in chiesa: Ore 8,00/ 9,30/17,00 S. Messe al Cimitero Ore 15,00 e ore 20,00. N.B. Indulgenza plenaria a chi visita il cimitero dal 2 all’8 novembre e prega per i Defunti. Occorre essere in grazia di Dio, confessati e comunicati. Dal 3 all’11 novembre ha luogo l’Ottavario dei Defunti. 04 Festa di San Carlo Borromeo vescovo di Milano. 08 Domenica 32a del Tempo ordinario. Visita del Papa Benedetto XVI a Brescia (vedi programma) Ore 11: Festa dei Combattenti in parrocchia. 09 Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense. 10 S. Leone Magno, Papa. 11 S. Martino vescovo. Fine dell’ Ottavario dei Morti. 15 Domenica 33a del Tempo ordinario. Giornata del Ringraziamento (vedi programma). 17 S. Elisabetta di Ungheria. 18 Festa della Dedicazione delle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo a Roma. 21 Festa della Presentazione della B. Vergine Maria. 22 Solennità di Cristo Re dell’Universo. Domenica 34a del Tempo ordinario. Ore 14,30 Vespri- Benedizione e Atto di consacrazione a Cristo Re (Indulgenza plenaria) 29 1a Domenica di Avvento. Inizio del Nuovo Anno Liturgico. 30 Festa di S.Andrea Apostolo. Camminiamo insieme n. 20 settembre - novembre 2009 51 BENEDETTO XVI VISITA BRESCIA DOMENICA 8 NOVEMBRE 2009 L ’annuncio del Vescovo Luciano Monari: “Nel trentesimo anniversario della morte di Papa Paolo VI, Benedetto XVI verrà a Brescia domenica 8 novembre p.v. Il Papa attuale ha sempre avuto affetto e riconoscenza al Papa bresciano, dal quale fu creato cardinale e arcivescovo di Monaco nel 1977. La giornata del Papa a Brescia sarà intensa e coinvolgerà tutti, anche il programma dovrà tener conto delle condizioni di età del Pontefice. Accogliere il Papa, concelebrare con lui, ci permetterà di professare pubblicamente la fede in Cristo; riconoscere in lui Pietro, centro di unità del collegio apostolico; di rinnovare l’amore e il senso di appartenenza alla Chiesa. Significherà riscoprire la gioia e la fierezza di quello che siamo, di quello che il Signore fa di noi: Comunità credente e missionaria. Vi chiedo di preparare questa visita con la preghiera e nell’approfondimento del ministero del Papa nella Chiesa e nel mondo. Raccomando a tutti i diocesani che sono in grado di partecipare , di essere presenti a questo avvenimento ecclesiale di prim’ordine. Programma di Domenica 8 novembre 2009 Ore 9,30 GHEDI Papa Benedetto giungerà all’aeroporto militare. Lungo il tragitto per Brescia è prevista una breve sosta nella chiesa di Botticino per venerare il corpo di Sant’Arcangelo Tadini, bresciano. Ore 10,30 BRESCIA Concelebrazione eucaristica in Piazza Paolo VI Recita dell’Angelus. Ore 13,30 Pranzo e riposo presso il Centro pastorale Paolo VI Ore 16,45 CONCESIO Visita alla Casa natale di Papa Montini ed inaugurazione della nuova sede del Centro di ricerca e studi di Paolo VI°. Ore 18,45 CONCESIO Visita alla chiesa parrocchiale di Sa Ore 19,00 GHEDI Partenza dall’aeroporto militare per Roma Settembre 1973