Associazione Teatrale Pescara Colli affiliata Domenica 30 marzo 2014 L’Associazione Teatrale PerStareInsieme organizza l’ottava gita, nella quale si abbinano religione, cultura e spettacolo. Nel ringraziarvi per la partecipazione a questo importante appuntamento culturale, vi auguriamo una buona giornata con la speranza che il programma che è stato predisposto sia di vostro gradimento. Questo semplice opuscolo per le notizie generali sui luoghi da visitare, sul programma e su quanto ci è sembrato utile sottoporre alla vostra attenzione. Affinché possa essere garantita una buona riuscita dell’evento, è necessario attenersi agli orari ed al programma sotto riportati. Per qualsiasi informazione ed esigenza rivolgersi a Ferdinando (cell. 3401483349) o Gianni (cell. 3357691590). Grazie e buona giornata a tutti. PROGRAMMA Ore 6,30 – Partenza da Via Di Sotto (Piazzale Conad). Ore 9,30 – Arrivo a Montecassino – Visita guidata al Museo Ore 10,30 – S. Messa in gregoriano (facoltativa) Ore 11,30 – Visita guidata al monastero Ore 12,30 – Pranzo al sacco condiviso in un locale messo a disposizione dal monastero Ore 14,30 – Partenza per Ostia Lido Ore 16,45 – Arrivo al Teatro Nino Manfredi per ritirare i biglietti al botteghino. Ore 17,30 – Spettacolo teatrale Grisù, Giuseppe e Maria Ore 20,00 circa – Partenza da Ostia. Ore 23,30 circa – Rientro a Pescara. È prevista una sosta lungo il percorso. Si chiede il rispetto scrupoloso degli orari. L’abbazia benedettina di Montecassino nel Lazio meridionale è ubicata sulla sommità dell’omonimo monte. La località di Montecassino fu raggiunta verso il 529 da s. Benedetto, proveniente da Subiaco. Qui egli trascorse gli ultimi anni della sua vita, scrivendo la regola e organizzando il luogo in modo da accogliere i monaci che vi affluivano; ivi poi fu seppellito con la sorella Scolastica. Distrutta dai longobardi nel 577, e rifugiatisi i monaci in Roma, M., rovinata e deserta, fu solo sede di poveri eremiti. Tornati i monaci con Petronace, nel 717, M. fu ricostruita e conobbe un periodo di benessere economico e di progresso culturale che si prolungò fino alla seconda metà del sec. 9°, quando, pur essendo stata cinta di mura, M. sotto l’abate Bertario fu di nuovo distrutta dai saraceni di Agropoli (22 ott. 883). I monaci, fuggiti con il loro archivio e il prezioso codice della regola, trovarono rifugio a Teano, ma vi patirono vessazioni e spoliazioni da parte dei principi longobardi della zona; inoltre un terribile incendio (896) distrusse il monastero di Teano. Papa Agapito II, seguendo il consiglio di Oddone di Cluny, dispose il ripristino dell’abbazia a M., che fu realizzato dall’abate Aligerno (950). Iniziò così per M. un periodo di grande prosperità, a cui si accompagnarono rilievo politico e splendore artistico e che raggiunse il culmine con l’abate Desiderio (105885), poi papa Vittore III. Nel sec. 12° M., pur coinvolta nelle lotte tra papi, antipapi e normanni, riuscì a mantenere la sua prosperità e la sua altezza culturale. Fidato appoggio di papi nell’Italia meridionale, si attirò, tra l’altro, le ire di Federico II che, scacciati i monaci, la trasformò in fortezza (1230). Il monastero risorse con l’abate Bernardo Aiglerio che poté ripopolarlo di monaci e dare un assetto al patrimonio; ma una nuova crisi si aprì nel sec. 14°, dopo che nel 1321 Giovanni XXII ordinò che l’abbazia divenisse cattedrale, l’abate vescovo e i monaci canonici. Per oltre quarant’anni M. (distrutta da un terremoto nel 1349) e i suoi beni rimasero abbandonati a sé stessi fino al 1367, quando M. fu restituita ai suoi antichi ordinamenti: continuò tuttavia una grave situazione di disordine anche per la difficile e caotica vita politica di quegli anni a causa delle lotte tra angioini e durazzeschi. La situazione peggiorò ancora alla metà del secolo 15°, con gli abati commendatari, che considerarono M. solo una fonte di copiose rendite. Federatasi nel 1504 con la Congregazione di s. Giustina di Padova (che prese allora il nome di Congregazione cassinese), M., sotto il governo di abati triennali, conobbe una vivace attività artistica ed edilizia, specialmente al tempo degli abati Ignazio Squarcialupi di Firenze (tra il 1510 e il 1526), Girolamo Sclocchetto da Piacenza (1541-45) e Angelo da Faggis (tra il 1559 e il 1575). Assicurato l’ordine nell’Italia meridionale dal governo vicereale spagnolo, furono iniziati a M. grandi lavori edilizi, che durarono con molte interruzioni fino al 1727, quando fu consacrata da Benedetto XIII la nuova grande basilica. Danneggiata dai soldati francesi nel 1799, riordinata da Giuseppe Bonaparte, allora re di Napoli (1806), M. tornò dopo il 1815 alla sua tranquillità. Ridotto a essere soltanto un grande complesso di edifici, M. fu dal 1866 dichiarato monumento nazionale e affidato alla custodia degli stessi monaci. In seguito, nel corso della Seconda guerra mondiale, gli Alleati, dopo aver tentato invano di sfondare la linea Gustav, nei giorni 15, 17, 18 febbr. 1944 bombardarono M. con massicce incursioni aeree e ridussero a un ammasso di rovine il secolare complesso di edifici, dal quale però erano stati posti in salvo in precedenza i più importanti cimeli bibliografici e l’archivio al completo. Quest’opera di distruzione non giovò affatto agli Alleati, e anzi quelle macerie furono immediatamente sfruttate dai tedeschi come validissimi punti d’appoggio per la loro difesa, che fu piegata solo nel maggio 1944. Cospicuo il sacrificio dei polacchi del corpo d’armata Anders (oltre 3000 morti, sepolti in un cimitero militare sul M.). La ricostruzione, iniziata subito dopo la fine della guerra, ha potuto essere effettuata grazie all’aiuto del governo italiano e di privati americani, ed è stata eseguita con l’intento di dare una riproduzione esatta delle architetture distrutte. (Enciclopedia Treccani) IL CHIOSTRO DI INGRESSO È uno dei due ingressi all'abbazia. L'altro è la porta sotto la Torre Romana abitata da San Benedetto che, attraverso il Corridoio degli Ospiti, porta al Chiostro del Bramante. All'ultimo piano della Torre Romana vi è l'appartamento Papale. Bellissima è la grande statua bronzea del 1952 di Attilio Selva rappresentante la morte di San Benedetto e donata all'abbazia dal Cancelliere Tedesco Adenauer. San Benedetto morì a Montecassino il 21 marzo del 547 "in piedi sorretto da due monaci dopo aver ricevuto l'Eucarestia" (dalla biografia di San Gregorio Magno). Sotto il porticato si passerà davanti al mosaico del Cristo tra Madonna e San Martino disegnato da Frate Vignarelli. Usciti dal Chiostro di Ingresso si entra nel CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L'originale fu veramente disegnato nel 1595 dal Bramante. Il chiostro è largo 30 mt e lungo 40 mt gradinata compresa. Nel chiostro ci sono due statue una di San Benedetto e una di Santa Scolastica. Quasi a ripetere il miracolo accaduto alla Cattedrale di Colonia ... la statua di San Benedetto, fatta da Padre Campi di Carrara nel 1735, è scampata ai bombardamenti del 1944. Il loggiato che da sulla valle del Liri ha il suggestivo nome di Loggia del Paradiso. Dalla loggia guardando a destra si vede il Cimitero di Guerra Polacco. CHIOSTRO DEI BENEFATTORI Il disegno originale di questo chiostro è attribuito ad Antonio da Sangallo il Giovane e la sua versione originale risale al 1513. Nei suoi porticati sono presenti (dal 1666) 24 grandi statue di Papi, Santi o Re che nei secoli hanno contribuito a rendere ancor più bella questa bellissima abbazia. LA BASILICA La ricostruzione della Basilica di Montecassino è stata una delle opere emblema del dopoguerra Italiano. Con pazienza Benedettina anzi Certosina tutto è stato ricostruito come prima cercando (ma forse questa è solo una leggenda) di riutilizzare i materiali recuperabili per i marmi dei pavimenti e le intarsiature dei decori alle pareti. Ovviamente gli affreschi che decoravano la volta della navata centrale e le cappelle insieme a molte tele sono andati perduti per sempre, ma, anche se la cosa può sembrare incredibile dopo 1250 tonnellate di bombe, qualcosa si è salvato quasi integra. Sono "sopravvissuti" e quindi originali: - l'urna bronzea con le spoglie mortali di San Benedetto a Santa Scolastica (ritrovata con una bomba inesplosa conficcata tra i gradini!) - la porta centrale di ingresso che risale all'epoca dell'abate Desiderio (che diventò poi Papa Vittore III). Le altre due porte laterali sono del 1954 - il tabernacolo della terza cappella di N. Salvi - parte del coro ligneo dietro l'altare maggiore - il dipinto su rame di G. Cesari Dietro l'altare maggiore, tra due bei angeli, si trova il bellissimo coro ligneo (come detto in parte scampato ai bombardamenti) con il grande organo a canne. la volta del Coro è stata dipinta da R. Stefanelli nel 1984 con affreschi rappresentanti predicazioni di San Benedetto, di San Paolo e di San Giovanni Battista. Sulla sinistra, ben riconoscibile dalle "sei palle dello stemma dei Medici" si vede la tomba di Piero dei Medici figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello di Papa Leone X Nella Basilica si trovano ben undici cappelle: - Cappella San Gregorio Magno - Cappella di San Giuseppe La cappella del SS. Sacramento il cui Tabernacolo di N. Salvi è "sopravvissuto" al bombardamento - Cappella del SS. Sacramento - Cappella del Santo abate Bertario martire nell'incursione dei saraceni del 883 - Cappella delle reliquie - Cappella della Pietà - Cappella della Vergine Maria Assunta - Cappella di San Vittore III - Cappella dei Santi Pietro e Paolo - Cappella di San Giovanni Battista - Cappella dei Santi Arcangeli Gabriele e Raffaele Molti degli affreschi che abbelliscono la Basilica di Montecassino sono stati disegnati negli anni '70 del '900 da Piero Annigoni. La cupola con gli affreschi di Piero Annigoni. Suoi sono gli affreschi della cupola e dei quattro montanti ove sono rappresentati i quattro voti che giurano i monaci: - La castità rappresentata dal monaco con in mano una lampada - La povertà rappresentata dal monaco con nella mano destra la Croce e che lascia cadere il denaro - L'obbiedenza rappresentata dal monaco che ascolta - La stabilità rappresentata dal monaco con in mano l'ancora - Il voto dell'obbiedienza ed il voto della povertà Sempre di Piero Annigoni è il grande affresco da circa 50 mq sulla facciata di ingresso alla Basilica. L'affresco eseguito nel 1979 rappresenta la "Gloria di San Benedetto"Nell'affresco si individuano in primo piano tre Papi: - a destra Papa Gregorio Magno - al centro Papa Paolo VI - a sinistra Papa Vittore III già abate Desiderio Papa Gregorio Magno - Papa Paolo Vi Papa Vittore III Infine, in basso sulla destra, come d'uso in molti quadri rinascimentali c'è l'autoritratto dell'artista nell'atto di dipingere. LA CRIPTA Per un lungo corridoio stellato si scende verso la cripta che fu realizzata nel 1544 con uno scavo nella viva roccia della montagna. Per questo motivo che, durante il bombardamento del 15 febbraio 1944, chi era nella cripta si salvò in quanto le bombe non riuscirono a distruggerla. La volta centrale della Cripta ... integralmente ricostruita a seguito del bombardamento Scesi nella cripta si trovano sostanzialmente tre ambienti: - la cappella centrale con le statue fuse nel 1959 di San Benedetto e Santa Scolastica - la cappella di San Mauro - la cappella di San Placido Specifichiamo che i due sarcofagi presenti nelle nicchie della cappella centrale non contengono i resti dei due grandi Santi che invece conservati sono sotto l'altare maggiore della Basilica. Cappella di San Placido Bellissime sono le varie scene della vita di San Benedetto e del monachesimo occidentale "leggibili" un po' dappertutto nella cripta. Durante la Santa Messa la visita alla cripta è interdetta. Una curiosità tutti i bassorilievi che fasciano la cripta sono in granito di Svezia. Della battaglia, anzi, delle battaglie (furono ben quattro!) che si combatterono attorno all’Abbazia dal 12 gennaio al 12 maggio del 1944 ormai si sa già tutto. Pertanto in questo spazio si riportano alcune notizie meno note. Abate o battaglione? Il generale neozelandese (Bernard Freyberg) tuttavia perorò la propria causa nei confronti del proprio superiore, il maresciallo inglese Harold Alexander comandante del 15° gruppo di armate in Italia. Lo fece attraverso un’argomentazione tragicomica, costituita da un’intercettazione radio mal compresa dagli interpreti inglesi. La conversazione tra due gruppi di soldati tedeschi recitava "Wo ist der Abt.? Ist er noch im Kloster?". L’ufficiale dell’intelligence inglese tradusse "Dov’è il gruppo? E’ sempre nel convento?". E qui casca l’asino, nel vero senso dell’espressione. Lo zelante soldato dell’intelligence alleata pensò subito che l’abbreviazione "Abt.", corrispondesse al vocabolo femminile tedesco abteilung, la cui traduzione italiana è battaglione. Peccato che, nell’eccitazione del momento, non gli sfiorasse minimamente la mente il pensiero che la sigla tedesca potesse essere tradotta con il vocabolo più logico e cioè abate, che è di genere maschile. Questo errore grammaticale, apparentemente insignificante, ha decretato la polverizzazione del monastero di Montecassino. Ma c’è un altro particolare ancora più sconcertante e paradossale. Il generale "Gertie" Tuker, comandante a della 4 divisione indiana, inviò un rapporto al suo superiore Freyberg dai toni esilaranti. "Dopo essermi dato molto da fare – scrisse Tuker – e aver cercato in numerose librerie e bancarelle di Napoli, finalmente ho trovato un libro del 1879 che fornisce diversi dettagli della costruzione del monastero di Montecassino". Come dire, alla vigilia di un’importantissima operazione militare gli alti ufficiali inglesi si erano rivolti ai rigattieri del capoluogo partenopeo per cercare di conoscere i particolari del loro obiettivo. da Marco Liguori - http://www.ilportaledelsud.org PIÙ DELLE PAROLE BASTANO IMMAGINI E NUMERI Pensare che Cristiani abbiano deciso di distruggere volontariamente una delle più importanti (per lo scrivente la più importante) abbazia Europea è un atto senza giustificazione. Probabilmente il bombardamento dell'abbazia di Montecassino è il peggior atto sacrilego verso la Cristianità del XX secolo. Ma la cosa più scellerata è la giustificazione data molti anni dopo dal Generale Alexander: “Il bombardamento dell'Abbazia di Montecassino era necessario più per l'effetto che avrebbe avuto sul morale degli attaccanti che per ragioni puramente materiali. Quando i soldati combattono per una causa giusta e sono pronti ad esporsi alla morte ed alle mutiliazioni in questa lotta, mattoni e calce, per venerabili che siano, non possono prevalere sulle vite umane. Nel contesto generale della battaglia di Cassino come si poteva lasciare intatta una struttura che dominava il campo di battaglia”. Ad oggi non si sa esattamente quante furono le perdite complessive nel corso delle quattro battaglie di Montecassino, perché questo numero ancora aumenta, visto che si continuano a recuperare corpi di soldati morti. E' comunque realistico pensare a circa 107'000 soldati caduti provenienti da 32 nazioni diverse, di cui almeno: 24'000 Tedeschi, 22'000 Americani, 22'000 Britannici, 7'200 Francesi, 4'000 Polacchi (dato della sola quarta battaglia),3'000 Maori Neozelandesi (dato della sola terza battaglia),1'700 Indiani (dato della sola terza battaglia) Civili a parte, anche noi Italiani avemmo le nostre perdite con 398 soldati appartenenti al corpo di liberazione. Il teatro Nino Manfredi nasce da un`idea di un gruppo di residenti ad Ostia Lido e appassionati di teatro, che per gestire questo spazio, si consociano e danno vita alla GE.SER.T.e C. S.R.L.(gestione servizi teatrali e culturali). Rilevano la struttura in via dei Pallottini, 10, che per tanti anni ha funzionato come cinema ed incaricano l'architetto Beniamino Lavorato e l'ing. Attilio De' Rossi per la ristrutturazione. Si ricavano così 300 comodi posti a sedere, tra platea e galleria, e una sala esposizionecirca 100 mq. Il teatro è fornito di un impianto luci e audio di primo ordine, in modo da soddisfare qualsiasi esigenza anche per la programmazione musicale. Per un teatro che per capienza è tra i primi nella capitale, ci vuole un nome importante; ecco così l`idea di chiamarlo Nino Manfredi (primo in Italia), e per questo, dobbiamo un ringraziamento particolare alla sig.ra Erminia Manfredi per la sua disponibilità e cortesia. Oggi il teatro Nino Manfredi è un "polo culturale", che utilizza le sue sale anche per promuovere convegni, mostre di pittura e scultura, presentazione di libri ecc. Riteniamo doveroso ringraziare tutto il pubblico che ci ha da subito sostenuto con entusiasmo e ha dimostrato di apprezzare la nostra iniziativa (basti pensare che la scorsa stagione ci sono stati oltre 1600 abbonati e circa 40.000 presenze). Il nostro grazie va in particolar modo a loro. E a loro chiediamo di continuare a seguirci, anche esprimendo suggerimenti o critiche, e magari di diventare sempre più numerosi. Lo scopo è far diventare il "Nino Manfredi" un`abitudine, cosicché ognuno possa sentirlo un po` come il suo teatro. Siam o negli anni 50. Nell a sagrestia di una piccola chiesa di Pozzuoli il parroco Don Ciro cerca di risolvere i piccoli grandi problemi dei suoi fedeli. Rosa moglie di un minatore emigrato a Marcinelle in Belgio, aspetta il sesto figlio ed è indecisa se permettere o meno al primogenito di accettare un ingaggio a Milano come calciatore. Filomena, sorella di Rosa, a detta di tutti, seria ed illibata, confessa invece di essere incinta del farmacista Eduardo sposato e con figli. Vincenzo invalido e bislacco, sfrattato dall’orfanotrofio che ha chiuso viene assunto come sagrestano. Don Ciro cerca di escogitare un espediente per salvare l’onore di Filomena e fra bugie a fin di bene, piccoli innocenti ricatti, consigli più o meno saggi e sfuriate al sagrestano scemo, riesce almeno in parte a risolvere la faccenda. Gianni Clementi firma questo divertente lavoro che ricorda le atmosfere della migliore commedia napoletana. E’ un affresco genuino e dolceamaro di un’Italia sparita nelle pieghe del tempo, un’Italia dall’umanità tenera e ingenua in cui sentimenti e reputazione valevano più del denaro. Affiatatissima la divertente e collaudata coppia Paolo Triestino Nicola Pistoia rispettivamente nei panni di don Ciro e dell’esilarante sagrestano Vincenzo. Molto apprezzata la toccante interpretazione di Crescenza Guarnieri nella parte di Rosa e davvero divertente Sandra Caruso nel ruolo della sorella combinaguai Filomena. Nicola Pistoia firma la regia di questa commedia che scorre piacevolmente regalando al pubblico quasi due ore di divertimento all'insegna dei buoni sentimenti e del buon gusto. Ilda Ippoliti da: http://tuttoteatro.blogspot.it La scrittura di Gianni Clementi, ironica, estremamente umana ed attuale, regala l’ennesimo grande testo con “Grisù, Giuseppe e Maria" che diviene spettacolo di sicuro affidamento e dai notevoli consensi, grazie alla premiata ed affiatata coppia Paolo Triestino - Nicola Pistoia, già apprezzati nel lavoro, sempre di Clementi, "Ben Hur", protagonisti della divertente commedia in scena, per la stagione di prosa del Teatro Vitaliano Brancati di Catania, diretto da Tuccio Musumeci. “Grisù, Giuseppe e Maria" è un testo di apprezzabile scrittura, capace di suscitare emozioni, risate ed anche tante riflessioni, ma sulla scena diventa uno spettacolo esilarante, commovente, ricco di trovate e dal linguaggio semplice, espressivo, grazie soprattutto alla regia di Nicola Pistoia che mantiene la pièce, nei due atti, estremamente scorrevole e mai lenta ed alla interpretazione di grande efficacia ed espressività dello stesso Pistoia, nei panni dello strampalato sagrestano Vincenzo e di Paolo Triestino nel ruolo del povero parroco don Ciro. Ad affiancare i due esilaranti protagonisti anche Franca Abategiovanni e Sandra Caruso (le due sorelle Rosa e Filomena) e Diego Gueci (il farmacista don Eduardo), tutti perfettamente calati nei loro ruoli. La vicenda portata è ambientata nell’Italia povera e appassionata di fine anni Cinquanta e si svolge nella sagrestia di una parrocchia di Pozzuoli, dove Don Ciro, con virtù e vizi come tutti gli uomini, rende viva la sacrestia/palcosceni co dove si muovono insieme al goffo farmacista laureato e playboy di seconda professione, le sorelle donna Rosa (moglie di un minatore emigrato a Marcinelle in Belgio, che aspetta il sesto figlio ed è indecisa se permettere o meno al primogenito di accettare un ingaggio a Milano come calciatore) e donna Filomena, zitella apparentemente santa (incinta del farmacista Eduardo, sposato e con figli). In questo contesto si Paolodall’orfanotrofio, Triestino muove anche Vincenzo, invalido e sfrattato assunto come sagrestano in prova. Don Ciro cerca di escogitare un espediente per salvare l’onore di Filomena e fra bugie a fin di bene, innocenti ricatti, consigli più o meno saggi e sfuriate al sagrestano scemo, riesce in qualche modo, tra le risate anche amare del pubblico, a risolvere la faccenda. Ma a parte le gag, il linguaggio napoletano particolarmente colorato delle due sorelle, a coinvolgere il pubblico, scatenando risate, sorrisi ed emozioni, sono la Paolo Triestino bravura di Paolo Triestino (davvero azzeccato nel ruolo di don Ciro) e di Nicola Triestino, il buffo sagrestano Vincenzo. Il testo fa anche riferimento al problema dell’analfabetismo di quegli anni ed alla tragedia dell'8 agosto del 1956 di Marcinelle, la miniera in Belgio, in cui morirono 262 minatori, di cui 136 italiani. Ancora una volta, quindi, un testo di Gianni Clementi regala una serata di spensieratezza, di emozioni e di risate e nel caso specifico di “Grisù, Giuseppe e Maria", trasporta lo spettatore, in quasi due ore che passano in un attimo, ad un’Italia dove i sogni si affidavano spesso al pallone, ai treni da prendere con le valige di cartone, ad una canzone o anche ad una miniera lontana. Straordinario, ripetiamo il testo, semplice e complicato come è la vita, scritto in modo impeccabile da Gianni Clementi (nato a Roma nel 1956 e giunto allo spettacolo alla fine degli anni ’80) la cui elegante, composta e mai sguaiata comicità, è resa in modo superlativo dalla coppia Pistoia-Triestino e da tutto il cast. Lo spettacolo racchiude ricordi e avvenimenti di un popolo di fine anni Cinquanta che vive nella miseria, ma l’autore ed in scena l’intero cast, raccontano questo mondo con il sorriso, facendo divertire ed emozionare lo spettatore. Applausi convinti alla fine per un vero e proprio affresco di un’Italia di sogni, di desideri, di ingenuità ed emozioni, che oggi non c’è più. Le scene sono di Francesco Montanaro, i costumi di Isabella Rizza, le luci Marco Laudando. “Mettere in scena “Grisù, Giuseppe e Maria” – raccontano Paolo Triestino ed il regista ed interprete Nicola Pistoia - ci è parsa un’ azione naturale, semplice. La piacevolezza che abbamo provato sin dalla prima lettura del testo, ha fatto si che il resto venisse tutto da sé. Abbiamo a che fare con una scrittura dove troviamo tutto: vizi, virtù, gioie, tragedie e cliché. Gli uomini e le donne del nostro quotidiano si trovano allo specchio”. Maurizio Giordano da: www.dramma.it Giornale di Sicilia, 15 gennaio 2012} CATANIA (gi.gi.).- Paolo Triestino e Nicola Pistoia sono due Nicola Pistoia formidabili attori, due "caratteri" come si dice in gergo, in grado di far ridere, commuovere e riflettere le platee più refrattarie. E' successo con Ben Hur, in cui i due affrontavano i temi dell'immigrazione e del razzismo, succede adesso con Grisù, Giuseppe e Maria, con la scrittura sempre felice di Gianni Clementi, in cui Triestino veste i panni del parroco della Chiesa Santa Maria Assunta di Pozzuoli e di Pistoia (che cura pure la regia) quelli del sagrestano Vincenzo dal passo claudicante e con la mano destra di legno coperta da un guanto nero o bianco. I fatti si svolgono sempre in una realistica sagrestia ( la scena è di Francesco Montanaro, i costumi di Isabella Rizza) mentre la realtà esterna è quella d'una Italia analfabeta, povera e passionale degli anni '50 che si esalta per le giocate d'uno Skoglund o d'un Lorenzi dell'Internazionale o per le vittorie ciclistiche al tour de France di Coppi e Bartali. Questo sacro luogo diventa una sorta di agorà privata per la donna Rosa di Franca Abategiovanni e la donna Filomena di Sandra Caruso, due sanguigne sorelle napoletane, inguaiate e ingravidate non dai rispettivi mariti che se ne stanno a lavorare nelle miniere belghe di Marcinelle, ma da occasionali rapporti senza coinvolgimenti sentimentali, regolarmente confessati a quel sant'uomo che è il Don Ciro di Triestino che riesce sempre a mettere una pezza ai loro problemi. La tragedia belga causata dal grisù, il gas che ucciderà l'8 agosto del 1956 ben 120 italiani, compresi i mariti di quelle due donne, è solo sfiorata, ma è sufficiente per far riflettere gli spettatori nell'intervallo del primo tempo. La commedia prosegue poi con ritmi da farsa a lieto fine con l'entrata in scena del farmacista don Eduardo di Diego Gueci e si conclude felicemente grazie agli escamotage del geniale parroco che salverà la reputazioni delle due donne e con un piccolo dramma nel finale quando il sagrestano, dopo aver realizzato il suo sogno di dire messa, metterà un piede in fallo sul bordo del proscenio e cadrà rovinosamente sulle gambe d'una signora in prima fila, fortunatamente, senza essersi fatto male, salvato forse da quella trinità del titolo e da tutto il pubblico del Teatro Brancati che non la smetteva di applaudire questo spettacolo che verrà replicato sino al 29 gennaio. Gigi Giacobbe da: www.sipario.it Una piccola realtà, Pozzuoli anni ’50, fa da sfondo allo spettacolo “Grisù, Giuseppe e Maria” andato in scena al Teatro Brancati di Catania. La sagrestia di una chiesa è il luogo delle confessioni di due sorelle: donna Rosa (Franca Abategiovanni) sposata con tanto di prole e con il marito emigrato in Belgio per lavoro e donna Filomena (Sandra Caruso) agli occhi di tutti castigata ragazza di provincia. Rosa e Filomena essendo analfabete si recano spesso da Don Ciro (Paolo Triestino) per farsi leggere lettere private, così quest’ultimo viene a conoscenza di segreti “indicibili” delle sue povere pecorelle smarrite. Altra figura importante della commedia è quella di Vincenzo (Nicola Pistoia) neosacrestano con smanie di carriera e un po’ tardo d’intelletto. Quando donna Filomena andrà, Sandra Caruso supplichevole d’aiuto, da Don Ciro, per una gravidanza di dubbia paternità, quest’ultimo si dovrà prodigare per rimettere ogni cosa al suo posto. L’opera è firmata da Gianni Clementi, già noto al cartellone del Brancati (Ben Hur stagione 2010-2011) e prossimamente in scena con lo spettacolo “Sugo finto”. Autore contemporaneo tra i più rappresentati, promotore del dialetto romano sciolto dai pregiudizi che lo ancorano alle fiction e agli stornelli, in questa opera invece si avvale del napoletano, lingua che adora: «la storia che avevo in mente non poteva che svolgersi nel napoletano – spiega – con quei colori e quei suoni inconfondibili». Fondamentale l’assistenza dell’unica puteolana verace, Sandra Caruso, che ha avuto la funzione di coach, visto che i protagonisti sono due attori romani. Una bella sfida, ad esempio, per Nicola Pistoia che è riuscito a far convergere i ruoli di attore e di regista con straordinaria capacità. Il suo personaggio, zoppo e monco di mano, è certamente il più particolare e l’attore ha evitato magistralmente di farlo diventare una vera e propria macchietta. La sua è una comicità garbata, semplice, un servo di Dio che non sa cantare l’Alleluja e poi adempie malvolentieri ai suoi compiti intonando “Guaglione”. Un orfano cresciuto dalle suore e accolto da Don Ciro con estrema carità e che lo ispirerà per la carriera di prete. Paolo Triestino, invece, veste i panni di un prete laico, estremamente moderno per quel contesto, ma allo stesso tempo, disposto a tutto pur di salvare le apparenze dagli scandali innescati dalla sua parrocchiana. Il teatro di Clementi è reale e Franca Abategiovanni concreto; la vicenda comica ha anche dei tratti estremamente luttuosi nel suo ricordare la tragedia di Marcinelle (Belgio): l’8 agosto 1956 un incendio si propaga dal pozzo centrale della miniera di carbone, 262 minatori su 274 perdono la vita, 136 sono italiani. Il Grisù che campeggia nel titolo non è altro che un gas inodore e incolore presente nelle miniere di carbone e zolfo. Gli accenti grotteschi della povertà e della disperazione si hanno nel monologo ad inizio secondo atto di donna Rosa, la poveretta, rimasta vedova, racconta l’esperienza del viaggio per i funerali del marito come un evento “in” (“Pè ‘a primma vota dint’a vita me songo sentuta importante”). Ma non può abbandonarsi al dolore Rosa, che ha l’urgenza di sei bocche da sfamare. La sua riverenza nei confronti del benessere e del denaro si percepisce nitidamente: il figlio maggiore viene chiamato come calciatore a Milano, un vero sogno che si realizza, un sogno ad occhi aperti per l’Italia del dopoguerra, in anni di ricostruzione e anche di estrema miseria, ma lei preferisce fargli fare il mestiere di venditore di gelati all’ippodromo, per averlo vicino e, forse, per paura. Eppure tale svolta porterebbe davvero ad un riscatto sociale per tutta la famiglia, ma Rosa e il figlio si accontentano di una sofferta licenza elementare, ottenuta con il supporto di Don Ciro che ha fatto da intermediario con il direttore della scuola. Rosa è completamente disillusa sulle aspettative di vita della sua famiglia, sente come se tutto quel possibile benessere non le fosse dovuto, e questo nonostante la tragedia che l’ha colpita. In questo caso più che in altri è una magra consolazione quel misero pezzo di carta, vista la fine che toccherà al giovane ragazzo destinato ad una esistenza di rinunce. Sulle spalle di donna Rosa grava anche il peso di un nuovo bambino in arrivo oltre alla responsabilità di accudire anche il figlio illegittimo della sorella. Don Ciro intanto pattuisce con il presunto padre di quest’ultimo bambino, il farmacista interpretato da Diego Gueci, una mensilità che servirà a mantenere la creatura. Donna Rosa accetta di buon grado la proposta del prete perché sospetta che il piccolo sia in realtà frutto di una relazione tra la sorella e il marito da poco scomparso. E come in ogni commedia degli equivoci che si rispetti, mentre Don Ciro crede di essere riuscito a mantenere integro l’onore della sua parrocchiana, il finale a sorpresa ci rivela che il padre del nascituro non è nessuno dei due sospettati. Le donne di questa commedia vivono la loro sessualità in modo libero, soprattutto Filomena che non manca di concedersi continue scappatelle, salvo poi temere lo scandalo in un’Italia probabilmente non troppo diversa da quella dei nostri giorni, ma anche pronta ad accettare con una certa dose di ingenuità colossali bugie spacciate per verità. Ed è così che donna Rosa si ritrova madre di due gemelli, uno bianco e l’altro nero (“Isacco e Grisù, ’na mela e nu piezzo ‘e carbone”): un “fatto” che nessuno mette in discussione. In conclusione, uno spettacolo dalle tinte delicate che quattro magnifici attori conducono in porto con incredibile bravura. Laura Cavallaro, 30 gennaio 2012 da: www.dietrolequinteonline.it/ STRALCI DI RECENSIONI ... Eccola, una commedia all’italiana ghiotta e ridicola, un testo-affresco (per famiglie, ogni età ed intellettuali) che offre uno squarcio degli anni ’50 visti in sagrestia... tra Alleluia, lettere cafone e confidenze scottanti e metafore non capite, il groviglio si risolve con sorpresa finale e con meriti degli splendidi attori... Rodolfo di Giammarco – La Repubblica Diego Gueci Franca Abategiovanni ...vedendo gli attori capirete perché certo teatro può diventare un’ottima terapia per superare (o diluire) le angherie quotidiane che ci affliggono, ci si sbellica dalle risate, senza le battute beote o volgari a cui ricorre gran parte della comicità contemporanea... una bella pagina di palcoscenico che consigliamo senza riserve. Gianfranco Quadrini – L’ Avanti! ... un affresco di un’Italia che non c’è più. Un testo scritto benissimo da Gianni Clementi, delicato, ironico, commovente.... Magistrale DiegoPaolo GueciTriestino ed al suo fianco Nicola Pistoia, l’altro asso di un duo garantito... Crescenza Guarnieri è una donna Rosa che riesce a commuovere, toccando corde dimenticate e silenti...... Due atti in un napoletano accessibile che mantiene intatti i colori dell’anima. Alessandra Bernocco – Europa ... Il testo di Clementi strizza l’occhio al teatro ed agli umori di Eduardo.. Teatro popolare esaltato da toni agrodolci e situazioni imprevedibili, servito al meglio da un gruppo di attori affiatati ed in parte, nel quale eccelle la coppia già protagonista dell’ottimo Muratori, Triestino-Pistoia ( qui anche regista, con bei ritmi adeguati )... mentre Crescenza Guarnieri dà al suo personaggio di madre una verità singolare ... Franca Abategiovanni e Diego Gueci completano benissimo il cast... Giovanni Antonucci – Il Giornale ... se accettate un consiglio andate a vedere Grisù, Giuseppe e Maria.. la pièce si fa ammirare per i perfetti tempi comici... quella formata da Triestino e Pistoia è una coppia che funziona a meraviglia sul palco... Luca Vido – Il Giorno ... sulla scia di Eduardo... la bravura e la verve dell’intera compagnia dà pieno sapore ad una pièce ben scritta, ritratto di un’Italia che non c’è più... Simona Spaventa – La Repubblica … si ride, si fraintende, si respirano atmosfere eduardiane e ci si commuove… Paola Polidoro – Il Messaggero … una commedia agrodolce dove si ride ( molto ), ci si commuove ( volentieri ), si viene catturati nella rete della trama ( fitta e intricata ) , ci si lascia sorprendere ( evviva ) dalle cordeumane dei personaggi, si pensa ( nostalgicamente ) ad un’Italia che non c’è più. Il tutto reso possibile dalla bravura degli interpreti… Laura Novelli – Il Giornale … Triestino superstar.. Pistoia a metà tra Totò e Peppino.. da buttarsi via dal ridere! Rossella Battisti – L’Unità ... Dopo il bel successo di pubblico e critica ottenuto con Muratori ecco di nuovo Triestino e Pistoia... omaggio ad un teatro popolare e farsesco servito al meglio da un gruppo di attori affiatati ed in parte che regalano sorrisi e malinconia... Claudio Fontanini – Italia Sera Nell’ambito delle attività sociali e culturali della Parrocchia di S. Giovanni Battista e S. Benedetto Abate di Pescara Colli si è legalmente costituita l’Associazione Teatrale PerStareInsieme” È un’associazione senza scopi di lucro, rivolta in modo particolare ai parrocchiani ed ha come finalità quella di creare fra i suoi componenti un positivo clima di condivisione di esperienze che conduca alla scoperta dell’importanza dello stare bene insieme,attraverso la fruizione dei migliori spettacoli teatrali rappresentati sul territorio, l’analisi e la comprensione del linguaggio e delle tecniche teatrali, l’allestimento di spettacoli teatrali dialettali e in lingua. Commedie e spettacoli rappresentati dal luglio 2008 ad oggi Lu ziprete – da Eduardo Scarpetta (7 repliche) La cantata dei pastori – da Andrea Perrucci (2 repliche) Lu diavule e l’acqua sande – da Camillo Vittici (11 repliche) La condanna dell’Innocente – di Alberto Cinquino (3 repliche) …e volò libero – di Carmine Ricciardi Titillo – da E. Scarpetta (4 repliche) La fattura – di Evaldo e Isabella Verì (9 repliche) Lu testamente – di Michele Ciulli (13 repliche) Natale in casa Bongiorno di C. Natili e C.Giustini (7 repliche) La scommessa e Gennareniello da E. De Filippo (2 repliche) La compagnia si diverte – farse e sketchs di autori vari (9 repliche) Cose turche – di Samy Fayad (6 repliche) Terra di nessuno – di Evaldo Verì (5 repliche) La vazzije – di Michele Ciulli (4 repliche) Laboratori teatrali per bambini (3 spettacoli per 4 repliche) Laboratori teatrali per ragazzi (2 spettacoli per 4 repliche) Altre attività culturali Cineforum sul film La strada di Federico Fellini 6 Gite teatrali: a Roma per assistere agli spettacoli La strada con Venturiello e Tosca al Teatro Valle, a Il piacere dell’onestà e Le allegre comari di Windsor con Leo Gullotta, al Teatro Eliseo a Perugia al Teatro Morlacchi per L’inganno con Glauco Mauri e Roberto Sturno, a Civitavecchia al Teatro Traiano per Il borghese gentiluomo con Venturielllo e Tosca, a Ostia al Teatro Nino Manfredi per Fausto e gli Sciacalli con Pistoia e Triestino, a Roma al Teatro Vittoria per Rumori fuori scena compagnia Attori & Tecnici. Attività sociali Destinazione dell’incasso netto di uno spettacolo in beneficenza ad una famiglia aquilana colpita dal terremoto, di due spettacoli all’AISLA, e di tre spettacoli alla Caritas Parrocchiale. Info: Carmine Ricciardi (presidente) cell. 3489353713 Recapito: c/o Carmine Ricciardi - Strada Colle Scorrano 15 - 65125 Pescara Colli e-mail: [email protected] - WEB: www.perstareinsieme.it Siamo anche su facebook dove potete informarvi sulle nostre attività Prossimamente La fattura atto unico in due quadri di Evaldo e Isabella Verì da G. D’Annunzio La vazzìjə commedia dialettale in due atti di Michele Ciulli Terra di nessuno commedia in due quadri di Evaldo e Isabella Verì Li ’rrustellə di la scutranzìnzərə commedia dialettale in due atti di Ferdinando Giammarini