Associazione Teatrale
Pescara Colli
affiliata
Domenica 30 marzo 2014
L’Associazione Teatrale PerStareInsieme organizza l’ottava gita, nella quale si abbinano
religione, cultura e spettacolo. Nel ringraziarvi per la partecipazione a questo importante
appuntamento culturale, vi auguriamo una buona giornata con la speranza che il
programma che è stato predisposto sia di vostro gradimento.
Questo semplice opuscolo per le notizie generali sui luoghi da visitare, sul programma e su
quanto ci è sembrato utile sottoporre alla vostra attenzione.
Affinché possa essere garantita una buona riuscita dell’evento, è necessario attenersi agli
orari ed al programma sotto riportati. Per qualsiasi informazione ed esigenza rivolgersi a
Ferdinando (cell. 3401483349) o Gianni (cell. 3357691590). Grazie e buona giornata a tutti.
PROGRAMMA
Ore 6,30 – Partenza da Via Di Sotto (Piazzale Conad).
Ore 9,30 – Arrivo a Montecassino – Visita guidata al Museo
Ore 10,30 – S. Messa in gregoriano (facoltativa)
Ore 11,30 – Visita guidata al monastero
Ore 12,30 – Pranzo al sacco condiviso in un locale messo a disposizione dal
monastero
Ore 14,30 – Partenza per Ostia Lido
Ore 16,45 – Arrivo al Teatro Nino Manfredi per ritirare i biglietti al botteghino.
Ore 17,30 – Spettacolo teatrale Grisù, Giuseppe e Maria
Ore 20,00 circa – Partenza da Ostia.
Ore 23,30 circa – Rientro a Pescara.
È prevista una sosta lungo il percorso. Si chiede il rispetto scrupoloso degli orari.
L’abbazia benedettina di Montecassino
nel Lazio meridionale è ubicata sulla sommità
dell’omonimo
monte.
La
località
di
Montecassino fu raggiunta verso il 529 da s.
Benedetto, proveniente da Subiaco. Qui egli
trascorse gli ultimi anni della sua vita,
scrivendo la regola e organizzando il luogo in
modo da accogliere i monaci che vi affluivano;
ivi poi fu seppellito con la sorella Scolastica.
Distrutta dai longobardi nel 577, e rifugiatisi i
monaci in Roma, M., rovinata e deserta, fu solo
sede di poveri eremiti.
Tornati i monaci con Petronace, nel
717, M. fu ricostruita e conobbe un periodo di
benessere economico e di progresso culturale
che si prolungò fino alla seconda metà del sec.
9°, quando, pur essendo stata cinta di mura,
M. sotto l’abate Bertario fu di nuovo distrutta dai saraceni di Agropoli (22 ott. 883). I monaci, fuggiti con il
loro archivio e il prezioso codice della regola, trovarono rifugio a Teano, ma vi patirono vessazioni e
spoliazioni da parte dei principi longobardi della zona; inoltre un terribile incendio (896) distrusse il
monastero di Teano.
Papa Agapito II, seguendo il consiglio di Oddone di Cluny, dispose il ripristino dell’abbazia a M.,
che fu realizzato dall’abate Aligerno (950). Iniziò così per M. un periodo di grande prosperità, a cui si
accompagnarono rilievo politico e splendore artistico e che raggiunse il culmine con l’abate Desiderio (105885), poi papa Vittore III. Nel sec. 12° M., pur coinvolta nelle lotte tra papi, antipapi e normanni, riuscì a
mantenere la sua prosperità e la sua altezza culturale. Fidato appoggio di papi nell’Italia meridionale, si
attirò, tra l’altro, le ire di Federico II che, scacciati i monaci, la trasformò in fortezza (1230).
Il monastero risorse con l’abate Bernardo Aiglerio che poté ripopolarlo di monaci e dare un assetto
al patrimonio; ma una nuova crisi si aprì nel sec. 14°, dopo che nel 1321 Giovanni XXII ordinò che l’abbazia
divenisse cattedrale, l’abate vescovo e i monaci canonici.
Per oltre quarant’anni M. (distrutta da un terremoto nel 1349) e i suoi beni rimasero abbandonati a
sé stessi fino al 1367, quando M. fu restituita ai suoi antichi ordinamenti: continuò tuttavia una grave
situazione di disordine anche per la difficile e caotica vita politica di quegli anni a causa delle lotte tra angioini
e durazzeschi. La situazione peggiorò ancora alla metà del secolo 15°, con gli abati commendatari, che
considerarono M. solo una fonte di copiose rendite. Federatasi nel 1504 con la Congregazione di s. Giustina di
Padova (che prese allora il nome di Congregazione cassinese), M., sotto il governo di abati triennali, conobbe
una vivace attività artistica ed edilizia, specialmente al tempo degli abati Ignazio Squarcialupi di Firenze (tra
il 1510 e il 1526), Girolamo Sclocchetto da Piacenza (1541-45) e Angelo da Faggis (tra il 1559 e il 1575).
Assicurato l’ordine nell’Italia meridionale dal governo vicereale spagnolo, furono iniziati a M.
grandi lavori edilizi, che durarono con molte interruzioni fino al 1727, quando fu consacrata da Benedetto
XIII la nuova grande basilica. Danneggiata dai soldati francesi nel 1799, riordinata da Giuseppe Bonaparte,
allora re di Napoli (1806), M. tornò dopo il 1815 alla sua tranquillità.
Ridotto a essere soltanto un grande complesso di edifici, M. fu dal 1866 dichiarato monumento
nazionale e affidato alla custodia degli stessi monaci.
In seguito, nel corso della Seconda guerra mondiale, gli Alleati, dopo aver tentato invano di
sfondare la linea Gustav, nei giorni 15, 17, 18 febbr. 1944 bombardarono M. con massicce incursioni aeree e
ridussero a un ammasso di rovine il secolare complesso di edifici, dal quale però erano stati posti in salvo in
precedenza i più importanti cimeli bibliografici e l’archivio al completo. Quest’opera di distruzione non giovò
affatto agli Alleati, e anzi quelle macerie furono immediatamente sfruttate dai tedeschi come validissimi punti
d’appoggio per la loro difesa, che fu piegata solo nel maggio 1944. Cospicuo il sacrificio dei polacchi del corpo
d’armata Anders (oltre 3000 morti, sepolti in un cimitero militare sul M.).
La ricostruzione, iniziata subito dopo la fine della guerra, ha potuto essere effettuata grazie all’aiuto
del governo italiano e di privati americani, ed è stata eseguita con l’intento di dare una riproduzione esatta
delle architetture distrutte.
(Enciclopedia Treccani)
IL CHIOSTRO DI INGRESSO
È uno dei due ingressi all'abbazia. L'altro è
la porta sotto la Torre Romana abitata da
San Benedetto che, attraverso il Corridoio
degli Ospiti, porta al Chiostro del
Bramante.
All'ultimo piano della Torre Romana vi è l'appartamento Papale.
Bellissima è la grande statua bronzea del 1952 di Attilio Selva rappresentante la morte di San
Benedetto e donata all'abbazia dal Cancelliere Tedesco Adenauer.
San Benedetto morì a Montecassino il 21 marzo del 547 "in piedi sorretto da due monaci dopo
aver ricevuto l'Eucarestia" (dalla biografia di San Gregorio Magno). Sotto il porticato si passerà
davanti al mosaico del Cristo tra Madonna e San Martino disegnato da Frate Vignarelli. Usciti
dal Chiostro di Ingresso si entra nel
CHIOSTRO DEL BRAMANTE.
L'originale fu veramente disegnato nel
1595 dal Bramante. Il chiostro è largo 30
mt e lungo 40 mt gradinata compresa. Nel
chiostro ci sono due statue una di San
Benedetto
e
una
di
Santa
Scolastica. Quasi a ripetere il miracolo
accaduto alla Cattedrale di Colonia ... la
statua di San Benedetto, fatta da Padre
Campi di Carrara nel 1735, è scampata ai
bombardamenti del 1944. Il loggiato che
da sulla valle del Liri ha il suggestivo nome di Loggia del Paradiso. Dalla loggia guardando a
destra si vede il Cimitero di Guerra Polacco.
CHIOSTRO DEI BENEFATTORI
Il disegno originale di questo chiostro è
attribuito ad Antonio da Sangallo il Giovane
e la sua versione originale risale al 1513. Nei
suoi porticati sono presenti (dal 1666) 24
grandi statue di Papi, Santi o Re che nei
secoli hanno contribuito a rendere ancor più
bella questa bellissima abbazia.
LA BASILICA
La
ricostruzione
della
Basilica
di
Montecassino è stata una delle opere emblema
del dopoguerra Italiano. Con pazienza
Benedettina anzi Certosina tutto è stato
ricostruito come prima cercando (ma forse
questa è solo una leggenda) di riutilizzare i
materiali recuperabili per i marmi dei
pavimenti e le intarsiature dei decori alle
pareti. Ovviamente
gli
affreschi
che
decoravano la volta della navata centrale e le cappelle insieme a molte tele sono andati perduti
per sempre, ma, anche se la cosa può sembrare incredibile dopo 1250 tonnellate di bombe,
qualcosa si è salvato quasi integra.
Sono "sopravvissuti" e quindi originali:
- l'urna bronzea con le spoglie mortali di San Benedetto a Santa Scolastica (ritrovata con una
bomba inesplosa conficcata tra i gradini!)
- la porta centrale di ingresso che risale all'epoca dell'abate Desiderio (che diventò poi Papa
Vittore III). Le altre due porte laterali sono del 1954
- il tabernacolo della terza cappella di N. Salvi
- parte del coro ligneo dietro l'altare maggiore
- il dipinto su rame di G. Cesari Dietro l'altare maggiore, tra due bei angeli, si trova il bellissimo
coro ligneo (come detto in parte scampato ai bombardamenti) con il grande organo a canne. la
volta del Coro è stata dipinta da R. Stefanelli nel 1984 con affreschi rappresentanti
predicazioni di San Benedetto, di San Paolo e di San Giovanni Battista. Sulla sinistra, ben
riconoscibile dalle "sei palle dello stemma dei Medici" si vede la tomba di Piero dei Medici
figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello di Papa Leone X
Nella Basilica si trovano ben undici cappelle:
- Cappella San Gregorio Magno
- Cappella di San Giuseppe La cappella del SS. Sacramento il cui Tabernacolo di N. Salvi è
"sopravvissuto" al bombardamento
- Cappella del SS. Sacramento
- Cappella del Santo abate Bertario martire nell'incursione dei saraceni del 883
- Cappella delle reliquie
- Cappella della Pietà
- Cappella della Vergine Maria Assunta
- Cappella di San Vittore III
- Cappella dei Santi Pietro e Paolo
- Cappella di San Giovanni Battista
- Cappella dei Santi Arcangeli Gabriele e Raffaele
Molti degli affreschi che abbelliscono la Basilica di Montecassino sono stati disegnati negli anni
'70 del '900 da Piero Annigoni. La cupola con gli affreschi di Piero Annigoni.
Suoi sono gli affreschi della cupola e dei quattro montanti ove sono rappresentati i quattro voti
che giurano i monaci:
- La castità rappresentata dal monaco con in mano una lampada
- La povertà rappresentata dal monaco con nella mano destra la Croce e che lascia cadere il
denaro
- L'obbiedenza rappresentata dal monaco che ascolta
- La stabilità rappresentata dal monaco con in mano l'ancora
- Il voto dell'obbiedienza ed il voto della povertà
Sempre di Piero Annigoni è il grande affresco da circa 50 mq sulla facciata di ingresso alla
Basilica.
L'affresco eseguito nel 1979 rappresenta la "Gloria di San Benedetto"Nell'affresco si individuano in primo piano tre Papi:
- a destra Papa Gregorio Magno
- al centro Papa Paolo VI
- a sinistra Papa Vittore III già abate Desiderio Papa Gregorio Magno - Papa Paolo Vi Papa Vittore III
Infine, in basso sulla destra, come d'uso in molti quadri rinascimentali c'è l'autoritratto
dell'artista nell'atto di dipingere.
LA CRIPTA
Per un lungo corridoio stellato si scende verso la cripta che fu realizzata nel 1544 con uno scavo
nella viva roccia della montagna.
Per questo motivo che, durante il
bombardamento del 15 febbraio 1944, chi era
nella cripta si salvò in quanto le bombe non
riuscirono a distruggerla. La volta centrale
della Cripta ... integralmente ricostruita a
seguito del bombardamento
Scesi nella cripta si trovano sostanzialmente
tre ambienti:
- la cappella centrale con le statue fuse nel 1959 di San Benedetto e Santa Scolastica
- la cappella di San Mauro
- la cappella di San Placido
Specifichiamo che i due sarcofagi presenti nelle nicchie della cappella centrale non contengono i
resti dei due grandi Santi che invece conservati sono sotto l'altare maggiore della Basilica.
Cappella di San Placido
Bellissime sono le varie scene della vita di San Benedetto e del monachesimo occidentale
"leggibili" un po' dappertutto nella cripta.
Durante la Santa Messa la visita alla cripta è interdetta.
Una curiosità tutti i bassorilievi che fasciano la cripta sono in granito di Svezia.
Della battaglia, anzi, delle battaglie (furono ben
quattro!) che si combatterono attorno
all’Abbazia dal 12 gennaio al 12 maggio del 1944 ormai si sa già tutto. Pertanto in questo
spazio si riportano alcune notizie meno note.
Abate o battaglione?
Il generale neozelandese (Bernard Freyberg) tuttavia perorò la propria causa nei confronti del
proprio superiore, il maresciallo inglese Harold Alexander comandante del 15° gruppo di
armate in Italia. Lo fece attraverso un’argomentazione tragicomica, costituita da
un’intercettazione radio mal compresa dagli interpreti inglesi. La conversazione tra due gruppi
di soldati tedeschi recitava "Wo ist der Abt.? Ist er noch im Kloster?". L’ufficiale dell’intelligence
inglese tradusse "Dov’è il gruppo? E’ sempre nel convento?". E qui casca l’asino, nel vero senso
dell’espressione. Lo zelante soldato dell’intelligence alleata pensò subito che l’abbreviazione
"Abt.", corrispondesse al vocabolo femminile tedesco abteilung, la cui traduzione italiana è
battaglione. Peccato che, nell’eccitazione del momento, non gli sfiorasse minimamente la
mente il pensiero che la sigla tedesca potesse essere tradotta con il vocabolo più logico e
cioè abate, che è di genere maschile. Questo errore grammaticale, apparentemente
insignificante, ha decretato la polverizzazione del monastero di Montecassino. Ma c’è un altro
particolare ancora più sconcertante e paradossale. Il generale "Gertie" Tuker, comandante
a
della 4 divisione indiana, inviò un rapporto al suo superiore Freyberg dai toni esilaranti. "Dopo
essermi dato molto da fare – scrisse Tuker – e aver cercato in numerose librerie e bancarelle di
Napoli, finalmente ho trovato un libro del 1879 che fornisce diversi dettagli della costruzione
del monastero di Montecassino". Come dire, alla vigilia di un’importantissima operazione
militare gli alti ufficiali inglesi si erano rivolti ai rigattieri del capoluogo partenopeo per cercare
di conoscere i particolari del loro obiettivo. da Marco Liguori - http://www.ilportaledelsud.org
PIÙ DELLE PAROLE BASTANO IMMAGINI E NUMERI
Pensare che Cristiani abbiano deciso di
distruggere volontariamente una delle
più importanti (per lo scrivente la più
importante) abbazia Europea è un atto senza
giustificazione. Probabilmente il
bombardamento dell'abbazia di
Montecassino è il peggior atto sacrilego
verso la Cristianità del XX secolo.
Ma la cosa più scellerata è la giustificazione
data molti anni dopo dal Generale
Alexander: “Il bombardamento dell'Abbazia di Montecassino era necessario più per
l'effetto che avrebbe avuto sul morale degli attaccanti che per ragioni puramente
materiali. Quando i soldati combattono per una causa giusta e sono pronti ad esporsi
alla morte ed alle mutiliazioni in questa lotta, mattoni e calce, per venerabili che siano,
non possono prevalere sulle vite umane. Nel contesto generale della battaglia di
Cassino come si poteva lasciare intatta una struttura che dominava il campo di
battaglia”.
Ad oggi non si sa esattamente quante furono le perdite complessive nel corso delle quattro
battaglie di Montecassino, perché questo numero ancora aumenta, visto che si continuano a
recuperare corpi di soldati morti. E' comunque realistico pensare a circa 107'000 soldati caduti
provenienti da 32 nazioni diverse, di cui almeno: 24'000 Tedeschi, 22'000 Americani, 22'000
Britannici, 7'200 Francesi, 4'000 Polacchi (dato della sola quarta battaglia),3'000 Maori
Neozelandesi (dato della sola terza battaglia),1'700 Indiani (dato della sola terza battaglia)
Civili a parte, anche noi Italiani avemmo le nostre perdite con 398 soldati appartenenti al corpo
di liberazione.
Il teatro Nino Manfredi nasce da un`idea di un
gruppo di residenti ad Ostia Lido e appassionati di
teatro, che per gestire questo spazio, si
consociano e danno vita alla GE.SER.T.e C.
S.R.L.(gestione servizi teatrali e culturali).
Rilevano la struttura in via dei Pallottini, 10, che per tanti anni ha funzionato come
cinema ed incaricano l'architetto Beniamino Lavorato e l'ing. Attilio De' Rossi per la
ristrutturazione. Si ricavano così 300 comodi posti a sedere, tra platea e galleria, e una
sala esposizionecirca 100 mq.
Il teatro è fornito di un impianto luci e audio di primo ordine, in modo da soddisfare
qualsiasi esigenza anche per la programmazione musicale.
Per un teatro che per capienza è tra i primi nella capitale, ci vuole un nome
importante; ecco così l`idea di chiamarlo Nino Manfredi (primo in Italia), e per questo,
dobbiamo un ringraziamento particolare
alla sig.ra Erminia Manfredi per la sua
disponibilità e cortesia.
Oggi il teatro Nino Manfredi è un "polo
culturale", che utilizza le sue sale anche
per promuovere convegni, mostre di
pittura e scultura, presentazione di libri
ecc.
Riteniamo doveroso ringraziare tutto il
pubblico che ci ha da subito sostenuto
con entusiasmo e ha dimostrato di
apprezzare la nostra iniziativa (basti pensare che la scorsa stagione ci sono stati oltre
1600 abbonati e circa 40.000 presenze).
Il nostro grazie va in particolar modo a loro. E a loro chiediamo di continuare a
seguirci, anche esprimendo suggerimenti o critiche, e magari di diventare sempre più
numerosi.
Lo scopo è far diventare il "Nino
Manfredi" un`abitudine, cosicché
ognuno possa sentirlo un po` come
il suo teatro.
Siam
o
negli
anni
50.
Nell
a sagrestia di una piccola
chiesa di Pozzuoli il parroco
Don Ciro cerca di risolvere i
piccoli grandi problemi dei
suoi fedeli. Rosa moglie di un
minatore emigrato a
Marcinelle in Belgio, aspetta
il sesto figlio ed è indecisa se
permettere o meno al
primogenito di accettare un
ingaggio a Milano come
calciatore.
Filomena, sorella di Rosa, a
detta di tutti, seria ed
illibata, confessa invece di
essere incinta del farmacista
Eduardo sposato e con figli.
Vincenzo invalido e bislacco,
sfrattato
dall’orfanotrofio
che ha chiuso viene assunto
come sagrestano.
Don Ciro cerca di escogitare
un espediente per salvare
l’onore di Filomena e fra
bugie a fin di bene, piccoli innocenti ricatti, consigli più o meno saggi e sfuriate al sagrestano
scemo, riesce almeno in parte a risolvere la faccenda.
Gianni Clementi firma questo divertente lavoro che ricorda le atmosfere della migliore
commedia napoletana. E’ un affresco genuino e dolceamaro di un’Italia sparita nelle pieghe del
tempo, un’Italia dall’umanità tenera e ingenua in cui sentimenti e reputazione valevano più del
denaro.
Affiatatissima la divertente e collaudata coppia Paolo Triestino Nicola Pistoia rispettivamente
nei panni di don Ciro e dell’esilarante sagrestano Vincenzo. Molto apprezzata la toccante
interpretazione di Crescenza Guarnieri nella parte di Rosa e davvero divertente Sandra Caruso
nel ruolo della sorella combinaguai Filomena.
Nicola Pistoia firma la regia di questa commedia che scorre piacevolmente regalando al
pubblico quasi due ore di divertimento all'insegna dei buoni sentimenti e del buon gusto.
Ilda Ippoliti da: http://tuttoteatro.blogspot.it
La scrittura di Gianni Clementi, ironica, estremamente umana ed attuale,
regala l’ennesimo grande testo con “Grisù, Giuseppe e Maria" che diviene
spettacolo di sicuro affidamento e dai notevoli consensi, grazie alla premiata
ed affiatata coppia Paolo Triestino - Nicola Pistoia, già apprezzati nel lavoro,
sempre di Clementi, "Ben Hur", protagonisti della divertente commedia in
scena, per la stagione di prosa del Teatro Vitaliano Brancati di Catania,
diretto da Tuccio Musumeci. “Grisù, Giuseppe e Maria" è un testo di
apprezzabile scrittura, capace di suscitare emozioni, risate ed anche tante
riflessioni, ma sulla scena diventa uno spettacolo esilarante, commovente,
ricco di trovate e dal linguaggio semplice, espressivo, grazie soprattutto alla
regia di Nicola Pistoia che mantiene la pièce, nei due atti, estremamente
scorrevole e mai lenta ed alla interpretazione di grande efficacia ed
espressività dello stesso Pistoia, nei panni dello strampalato sagrestano
Vincenzo e di Paolo
Triestino nel ruolo
del povero parroco
don
Ciro.
Ad
affiancare
i
due
esilaranti
protagonisti anche
Franca
Abategiovanni
e
Sandra Caruso (le
due sorelle Rosa e
Filomena) e Diego
Gueci (il farmacista
don Eduardo), tutti
perfettamente calati
nei loro ruoli. La
vicenda portata è
ambientata
nell’Italia povera e
appassionata di fine
anni Cinquanta e si
svolge
nella
sagrestia di una
parrocchia
di
Pozzuoli, dove Don
Ciro, con virtù e vizi
come
tutti
gli
uomini, rende viva
la
sacrestia/palcosceni
co dove si muovono
insieme al goffo
farmacista laureato
e playboy di seconda professione, le sorelle donna Rosa (moglie di un
minatore emigrato a Marcinelle in Belgio, che aspetta il sesto figlio ed è
indecisa se permettere o meno al primogenito di accettare un ingaggio a
Milano come calciatore) e donna Filomena, zitella apparentemente santa
(incinta del farmacista Eduardo, sposato e con figli). In questo contesto si
Paolodall’orfanotrofio,
Triestino
muove anche Vincenzo, invalido e sfrattato
assunto come
sagrestano in prova. Don Ciro cerca di escogitare un espediente per salvare
l’onore di Filomena e fra bugie a fin di bene, innocenti ricatti, consigli più o
meno saggi e sfuriate al sagrestano scemo, riesce in qualche modo, tra le
risate anche amare del pubblico, a risolvere la faccenda. Ma a parte le gag,
il linguaggio napoletano particolarmente colorato delle due sorelle, a
coinvolgere il pubblico, scatenando risate, sorrisi ed emozioni, sono la
Paolo Triestino
bravura di Paolo Triestino (davvero azzeccato nel ruolo di don Ciro) e di
Nicola Triestino, il buffo sagrestano Vincenzo. Il testo fa anche riferimento
al problema dell’analfabetismo di quegli anni ed alla tragedia dell'8 agosto
del 1956 di Marcinelle, la miniera in Belgio, in cui morirono 262 minatori, di
cui 136 italiani. Ancora una volta, quindi, un testo di Gianni Clementi regala
una serata di spensieratezza, di emozioni e di risate e nel caso specifico di
“Grisù, Giuseppe e Maria", trasporta lo spettatore, in quasi due ore che
passano in un attimo, ad un’Italia dove i sogni si affidavano spesso al
pallone, ai treni da prendere con le valige di cartone, ad una canzone o
anche ad una miniera lontana. Straordinario, ripetiamo il testo, semplice e
complicato come è la vita, scritto in modo impeccabile da Gianni Clementi
(nato a Roma nel 1956 e giunto allo spettacolo alla fine degli anni ’80) la cui
elegante, composta e mai sguaiata comicità, è resa in modo superlativo
dalla coppia Pistoia-Triestino e da tutto il cast. Lo spettacolo racchiude
ricordi e avvenimenti di un popolo di fine anni Cinquanta che vive nella
miseria, ma l’autore ed in scena l’intero cast, raccontano questo mondo con
il sorriso, facendo divertire ed emozionare lo spettatore. Applausi convinti
alla fine per un vero e proprio affresco di un’Italia di sogni, di desideri, di
ingenuità ed emozioni, che oggi non c’è più. Le scene sono di Francesco
Montanaro, i costumi di Isabella Rizza, le luci Marco Laudando. “Mettere in
scena “Grisù, Giuseppe e Maria” – raccontano Paolo Triestino ed il regista ed
interprete Nicola Pistoia - ci è parsa un’ azione naturale, semplice. La
piacevolezza che abbamo provato sin dalla prima lettura del testo, ha fatto
si che il resto venisse tutto da sé. Abbiamo a che fare con una scrittura
dove troviamo tutto: vizi, virtù, gioie, tragedie e cliché. Gli uomini e le
donne del nostro quotidiano si trovano allo specchio”.
Maurizio Giordano da: www.dramma.it
Giornale di Sicilia, 15 gennaio 2012}
CATANIA (gi.gi.).- Paolo Triestino
e Nicola Pistoia sono due
Nicola Pistoia
formidabili attori, due "caratteri"
come si dice in gergo, in grado di
far ridere, commuovere e riflettere
le platee più refrattarie. E'
successo con Ben Hur, in cui i due
affrontavano
i
temi
dell'immigrazione e del razzismo,
succede
adesso
con Grisù,
Giuseppe e Maria, con la scrittura
sempre felice di Gianni Clementi,
in cui Triestino veste i panni del
parroco della Chiesa Santa Maria
Assunta di Pozzuoli e di Pistoia
(che cura pure la regia) quelli del
sagrestano Vincenzo dal passo
claudicante e con la mano destra
di legno coperta da un guanto
nero o bianco. I fatti si svolgono
sempre in una realistica sagrestia
( la scena è di Francesco
Montanaro, i costumi di Isabella
Rizza) mentre la realtà esterna è
quella d'una Italia analfabeta,
povera e passionale degli anni '50
che si esalta per le giocate d'uno
Skoglund
o
d'un
Lorenzi
dell'Internazionale o per le vittorie
ciclistiche al tour de France di
Coppi e Bartali. Questo sacro
luogo diventa una sorta di agorà privata per la donna Rosa di Franca Abategiovanni e
la donna Filomena di Sandra Caruso, due sanguigne sorelle napoletane, inguaiate e
ingravidate non dai rispettivi mariti che se ne stanno a lavorare nelle miniere belghe di
Marcinelle, ma da occasionali rapporti senza coinvolgimenti sentimentali, regolarmente
confessati a quel sant'uomo che è il Don Ciro di Triestino che riesce sempre a mettere
una pezza ai loro problemi. La tragedia belga causata dal grisù, il gas che ucciderà l'8
agosto del 1956 ben 120 italiani, compresi i mariti di quelle due donne, è solo sfiorata,
ma è sufficiente per far riflettere gli spettatori nell'intervallo del primo tempo. La
commedia prosegue poi con ritmi da farsa a lieto fine con l'entrata in scena del
farmacista don Eduardo di Diego Gueci e si conclude felicemente grazie agli
escamotage del geniale parroco che salverà la reputazioni delle due donne e con un
piccolo dramma nel finale quando il sagrestano, dopo aver realizzato il suo sogno di
dire messa, metterà un piede in fallo sul bordo del proscenio e cadrà rovinosamente
sulle gambe d'una signora in prima fila, fortunatamente, senza essersi fatto male,
salvato forse da quella trinità del titolo e da tutto il pubblico del Teatro Brancati che non
la smetteva di applaudire questo spettacolo che verrà replicato sino al 29 gennaio.
Gigi Giacobbe da: www.sipario.it
Una piccola realtà, Pozzuoli anni
’50, fa da sfondo allo spettacolo
“Grisù, Giuseppe e Maria” andato in
scena al Teatro Brancati di Catania.
La sagrestia di una chiesa è il luogo
delle confessioni di due sorelle:
donna Rosa (Franca Abategiovanni)
sposata con tanto di prole e con il
marito emigrato in Belgio per lavoro
e donna Filomena (Sandra Caruso)
agli occhi di tutti castigata ragazza
di provincia. Rosa e Filomena
essendo analfabete si recano spesso
da Don Ciro (Paolo Triestino) per
farsi leggere lettere private, così
quest’ultimo viene a conoscenza di
segreti “indicibili” delle sue povere
pecorelle smarrite. Altra figura
importante della commedia è quella
di Vincenzo (Nicola Pistoia) neosacrestano con smanie di carriera e
un po’ tardo d’intelletto. Quando
donna
Filomena
andrà,
Sandra Caruso
supplichevole d’aiuto, da Don Ciro,
per una gravidanza di dubbia paternità, quest’ultimo si dovrà prodigare per
rimettere ogni cosa al suo posto. L’opera è firmata da Gianni Clementi, già
noto al cartellone del Brancati (Ben Hur stagione 2010-2011) e
prossimamente in scena con lo spettacolo “Sugo finto”. Autore
contemporaneo tra i più rappresentati, promotore del dialetto romano
sciolto dai pregiudizi che lo ancorano alle fiction e agli stornelli, in questa
opera invece si avvale del napoletano, lingua che adora: «la storia che
avevo in mente non poteva che svolgersi nel napoletano – spiega – con quei
colori e quei suoni inconfondibili». Fondamentale l’assistenza dell’unica
puteolana verace, Sandra Caruso, che ha avuto la funzione di coach, visto
che i protagonisti sono due attori romani. Una bella sfida, ad esempio, per
Nicola Pistoia che è riuscito a far convergere i ruoli di attore e di regista con
straordinaria capacità. Il suo personaggio, zoppo e monco di mano, è
certamente il più particolare e l’attore ha evitato magistralmente di farlo
diventare una vera e propria macchietta. La sua è una comicità garbata,
semplice, un servo di Dio che non sa cantare l’Alleluja e poi adempie
malvolentieri ai suoi compiti intonando “Guaglione”. Un orfano cresciuto
dalle suore e accolto da Don Ciro con estrema carità e che lo ispirerà per la
carriera di prete. Paolo Triestino, invece, veste i panni di un prete laico,
estremamente moderno per quel contesto, ma allo stesso tempo, disposto a
tutto pur di salvare le apparenze dagli scandali innescati dalla sua
parrocchiana.
Il teatro di Clementi è reale e
Franca Abategiovanni
concreto; la vicenda comica ha anche
dei tratti estremamente luttuosi nel
suo ricordare la tragedia di Marcinelle
(Belgio): l’8 agosto 1956 un incendio
si propaga dal pozzo centrale della
miniera di carbone, 262 minatori su
274 perdono la vita, 136 sono italiani.
Il Grisù che campeggia nel titolo non
è altro che un gas inodore e incolore
presente nelle miniere di carbone e
zolfo. Gli accenti grotteschi della
povertà e della disperazione si hanno
nel monologo ad inizio secondo atto di
donna Rosa, la poveretta, rimasta
vedova, racconta l’esperienza del
viaggio per i funerali del marito come
un evento “in” (“Pè ‘a primma vota
dint’a
vita
me
songo
sentuta
importante”).
Ma
non
può
abbandonarsi al dolore Rosa, che ha
l’urgenza di sei bocche da sfamare. La
sua riverenza nei confronti del
benessere e del denaro si percepisce
nitidamente: il figlio maggiore viene
chiamato come calciatore a Milano, un vero sogno che si realizza, un sogno
ad occhi aperti per l’Italia del dopoguerra, in anni di ricostruzione e anche di
estrema miseria, ma lei preferisce fargli fare il mestiere di venditore di
gelati all’ippodromo, per averlo vicino e, forse, per paura. Eppure tale svolta
porterebbe davvero ad un riscatto sociale per tutta la famiglia, ma Rosa e il
figlio si accontentano di una sofferta licenza elementare, ottenuta con il
supporto di Don Ciro che ha fatto da intermediario con il direttore della
scuola. Rosa è completamente disillusa sulle aspettative di vita della sua
famiglia, sente come se tutto quel possibile benessere non le fosse dovuto,
e questo nonostante la tragedia che l’ha colpita. In questo caso più che in
altri è una magra consolazione quel misero pezzo di carta, vista la fine che
toccherà al giovane ragazzo destinato ad una esistenza di rinunce. Sulle
spalle di donna Rosa grava anche il peso di un nuovo bambino in arrivo oltre
alla responsabilità di accudire anche il figlio illegittimo della sorella. Don Ciro
intanto pattuisce con il presunto padre di quest’ultimo bambino, il
farmacista interpretato da Diego Gueci, una mensilità che servirà a
mantenere la creatura. Donna Rosa accetta di buon grado la proposta del
prete perché sospetta che il piccolo sia in realtà frutto di una relazione tra la
sorella e il marito da poco scomparso. E come in ogni commedia degli
equivoci che si rispetti, mentre Don Ciro crede di essere riuscito a
mantenere integro l’onore della sua parrocchiana, il finale a sorpresa ci
rivela che il padre del nascituro non è nessuno dei due sospettati. Le donne
di questa commedia vivono la loro sessualità in modo libero, soprattutto
Filomena che non manca di concedersi continue scappatelle, salvo poi
temere lo scandalo in un’Italia probabilmente non troppo diversa da quella
dei nostri giorni, ma anche pronta ad accettare con una certa dose di
ingenuità colossali bugie spacciate per verità. Ed è così che donna Rosa si
ritrova madre di due gemelli, uno bianco e l’altro nero (“Isacco e Grisù, ’na
mela e nu piezzo ‘e carbone”): un “fatto” che nessuno mette in discussione.
In conclusione, uno spettacolo dalle tinte delicate che quattro magnifici
attori conducono in porto con incredibile bravura.
Laura Cavallaro, 30 gennaio 2012 da: www.dietrolequinteonline.it/
STRALCI DI RECENSIONI
... Eccola, una commedia all’italiana
ghiotta e ridicola, un testo-affresco (per
famiglie, ogni età
ed intellettuali) che offre uno squarcio
degli anni ’50 visti in sagrestia... tra
Alleluia, lettere
cafone e confidenze scottanti e metafore
non capite, il groviglio si risolve con
sorpresa finale e
con meriti degli splendidi attori...
Rodolfo di Giammarco – La Repubblica
Diego Gueci
Franca Abategiovanni
...vedendo gli attori capirete perché certo
teatro può diventare un’ottima terapia
per superare (o diluire) le angherie
quotidiane che ci affliggono, ci si sbellica
dalle risate, senza le battute beote o
volgari a cui ricorre gran parte della
comicità contemporanea... una bella pagina di
palcoscenico che consigliamo senza riserve.
Gianfranco Quadrini – L’ Avanti!
... un affresco di un’Italia che non c’è più. Un testo scritto benissimo da Gianni
Clementi, delicato, ironico, commovente.... Magistrale
DiegoPaolo
GueciTriestino ed al suo fianco
Nicola Pistoia, l’altro asso di un duo garantito... Crescenza Guarnieri è una donna Rosa
che riesce a commuovere, toccando corde dimenticate e silenti...... Due atti in un
napoletano accessibile che mantiene intatti i colori dell’anima.
Alessandra Bernocco – Europa
... Il testo di Clementi strizza l’occhio al teatro ed agli umori di Eduardo.. Teatro
popolare
esaltato da toni agrodolci e situazioni imprevedibili, servito al meglio da un gruppo di
attori affiatati ed in parte, nel quale eccelle la coppia già protagonista dell’ottimo
Muratori, Triestino-Pistoia ( qui anche regista, con bei ritmi adeguati )... mentre
Crescenza Guarnieri dà al suo personaggio di madre una verità singolare ... Franca
Abategiovanni e Diego Gueci completano benissimo il cast...
Giovanni Antonucci – Il Giornale
... se accettate un consiglio andate a vedere Grisù, Giuseppe e Maria.. la pièce si fa
ammirare
per i perfetti tempi comici... quella formata da Triestino e Pistoia è una coppia che
funziona a
meraviglia sul palco...
Luca Vido – Il Giorno
... sulla scia di Eduardo... la bravura e la verve dell’intera compagnia dà pieno sapore
ad una pièce ben scritta, ritratto di un’Italia che non c’è più...
Simona Spaventa – La Repubblica
… si ride, si fraintende, si respirano atmosfere eduardiane e ci si commuove…
Paola Polidoro – Il Messaggero
… una commedia agrodolce dove si ride ( molto ), ci si commuove ( volentieri ), si
viene catturati nella rete della trama ( fitta e intricata ) , ci si lascia sorprendere (
evviva ) dalle cordeumane dei personaggi, si pensa ( nostalgicamente ) ad un’Italia che
non c’è più. Il tutto reso possibile dalla bravura degli interpreti…
Laura Novelli – Il Giornale
… Triestino superstar.. Pistoia a metà tra Totò e Peppino.. da buttarsi via dal ridere!
Rossella Battisti – L’Unità
... Dopo il bel successo di pubblico e critica ottenuto con Muratori ecco di nuovo
Triestino e Pistoia... omaggio ad un teatro popolare e farsesco servito al meglio da un
gruppo di attori affiatati ed in parte che regalano sorrisi e malinconia...
Claudio Fontanini – Italia Sera
Nell’ambito delle attività sociali e culturali della Parrocchia di S. Giovanni Battista e S.
Benedetto Abate di Pescara Colli si è legalmente costituita l’Associazione Teatrale PerStareInsieme”
È un’associazione senza scopi di lucro, rivolta in modo particolare ai parrocchiani ed ha come
finalità quella di creare fra i suoi componenti un positivo clima di condivisione di esperienze che
conduca alla scoperta dell’importanza dello stare bene insieme,attraverso la fruizione dei migliori
spettacoli teatrali rappresentati sul territorio, l’analisi e la comprensione del linguaggio e delle
tecniche teatrali, l’allestimento di spettacoli teatrali dialettali e in lingua.
Commedie e spettacoli rappresentati dal luglio 2008 ad oggi
Lu ziprete – da Eduardo Scarpetta (7 repliche)
La cantata dei pastori – da Andrea Perrucci (2 repliche)
Lu diavule e l’acqua sande – da Camillo Vittici (11 repliche)
La condanna dell’Innocente – di Alberto Cinquino (3 repliche)
…e volò libero – di Carmine Ricciardi
Titillo – da E. Scarpetta (4 repliche)
La fattura – di Evaldo e Isabella Verì (9 repliche)
Lu testamente – di Michele Ciulli (13 repliche)
Natale in casa Bongiorno di C. Natili e C.Giustini (7 repliche)
La scommessa e Gennareniello da E. De Filippo (2 repliche)
La compagnia si diverte – farse e sketchs di autori vari (9 repliche)
Cose turche – di Samy Fayad (6 repliche)
Terra di nessuno – di Evaldo Verì (5 repliche)
La vazzije – di Michele Ciulli (4 repliche)
Laboratori teatrali per bambini (3 spettacoli per 4 repliche)
Laboratori teatrali per ragazzi (2 spettacoli per 4 repliche)
Altre attività culturali Cineforum sul film La strada di Federico Fellini
6 Gite teatrali: a Roma per assistere agli spettacoli La strada con Venturiello e Tosca al Teatro
Valle, a Il piacere dell’onestà e Le allegre comari di Windsor con Leo Gullotta, al Teatro Eliseo a
Perugia al Teatro Morlacchi per L’inganno con Glauco Mauri e Roberto Sturno, a Civitavecchia al
Teatro Traiano per Il borghese gentiluomo con Venturielllo e Tosca, a Ostia al Teatro Nino
Manfredi per Fausto e gli Sciacalli con Pistoia e Triestino, a Roma al Teatro Vittoria per Rumori
fuori scena compagnia Attori & Tecnici.
Attività sociali Destinazione dell’incasso netto di uno spettacolo in beneficenza ad una famiglia
aquilana colpita dal terremoto, di due spettacoli all’AISLA, e di tre spettacoli alla Caritas
Parrocchiale.
Info: Carmine Ricciardi (presidente) cell. 3489353713
Recapito: c/o Carmine Ricciardi - Strada Colle Scorrano 15 - 65125 Pescara Colli
e-mail: [email protected] - WEB: www.perstareinsieme.it
Siamo anche su facebook dove potete informarvi sulle nostre attività
Prossimamente
La fattura
atto unico in due quadri di Evaldo e Isabella Verì da G. D’Annunzio
La vazzìjə
commedia dialettale in due atti di Michele Ciulli
Terra di nessuno
commedia in due quadri di Evaldo e Isabella Verì
Li ’rrustellə di la scutranzìnzərə commedia dialettale in due atti di Ferdinando Giammarini
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Ostia - Teatro Nino Manfredi