N. 54 marzo 2008
ORGANO DELLA PASTORALE SANITARIA DELLA DIOCESI DI ROMA
N. 54 marzo 2008
SOMMARIO
A Pasqua è di casa la Speranza
Organo
della Pastorale
Sanitaria
della Diocesi
di Roma
Direzione, Redazione
e Amministrazione
Vicariato di Roma
P.zza S. Giovanni in Laterano, 6/a
00184 Roma
Tel. 06/69886227 - Fax 06/69886182
E-mail:
[email protected]
Sito: www.vicariatusurbis.org/sanita
Direttore:
# Armando Brambilla
Direttore Responsabile:
Angelo Zema
Coordinamento Redazionale:
Dr. Sergio Mancinelli
Comitato di Redazione:
Don Sergio Mangiavacchi,
Padre Carmelo Vitrugno,
Elide Rosati
Maria Adelaide Fioravanti
Amministrazione:
Dott. Vincenzo Galizia
Editore:
Diocesi di Roma
Piazza S. Giovanni in Laterano, 6/a
00184 Roma
Tel. 06/69886227 - FAX 06/69886182
Versamenti sul conto corrente postale
n. 31232002
Specificando la causale:
“Pastorale Sanitaria 22-6-791”
Periodicoù Trimestrale Registrato
al Tribunale di Roma
Reg. Stampa n. 200 del 12.4.95
PAG
3
Santo Cranio
4
La malattia nello specchio dei salmi
5
La presenza della chiesa
dove l’uomo soffre
9
La forza della croce - Ai piedi della croce 10
Dispersioni delle Ceneri: si al funerale
cristiano se il defunto è credente
13
Saluto ad un cappellano che va in pensione
Alla III divisione dell’Ospedale CTO
14
Gli oratori per la terza età
15
Riflessioni sul convegno ecclesiale
di Verona all’Ospedale S. Pertini
16
Inserto “Spe Salvi”
L’occhio del volontario
17
Verbale della prima riunione della
nuova Consulta Diocesana
della Pastorale Sanitaria
18
Madonna della salute
Un gesto di solidarietà
20
SOS Alzheimer
21
La fiducia in Dio “più grande
del nostro cuore”
22
Finco - Le lacrime
24
Marcello Candia: un missionario
laico sulla via della santità
25
Mese di maggio, mese di Maria
27
Lo stato Vegetativo Permanente
28
L’ospedale di S. Giovanni Battista
dei genovesi
29
Finito di stampare il 21 febbraio 2008
per i tipi della PrimeGraf
Tel. 062428352 (r.a.) - Fax 062411356
ABBONAMENTO ANNUO:
Socio sostenitore:
G 51,00
Comunità o Istituti: G 26,00
Ordinario:
G 16,00
E-mail: [email protected]
Sono sottoscrivibili abbonamenti cumulativi.
2
P
A asqua
è di casa
la speranza
castro mi da sicurezza “cosicché” non devo temere alcun male” (Sal 23) era questa la nuova speranza che sorgeva sopra
la vita dei credenti».
Il buon pastore si è fatto carico della grande nemica del genere umano, la morte. Questa è la più grande speranza per l’uomo di
ogni tempo. La nostra fede ha qui il suo fondamento. Guardiamo a Colui che hanno trafitto per i nostri peccati, Lui, l’Agnello senza macchia, e pastore delle nostre anime. La
fede cristiana ha il suo fondamento in questo evento che è la Pasqua di morte e di risurrezione di Gesù. Dice ancora il Papa Benedetto XVI al n. 26 che: «La vera grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo
Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora “sino alla fine” “fino al pieno com-
N
ella sua seconda Enciclica dal titolo “Spe
Salvi” il Papa Benedetto XVI, riprendendo
una frase della lettera di S. Paolo ai Romani
(8,24) “nella speranza siamo stati salvati”,
ci dice che la speranza cristiana si fonda sulla redenzione operata da Dio in Gesù Cristo
morto e risorto. E’ in Gesù, colui che ha fatto della sua vita un dono totale al Padre e ai
fratelli, che troviamo la nostra speranza.
La Pasqua di Gesù è la
vita donata che risorPerché cercate tra i morti colui
ge. Per cui la Pasqua non
che è vivo? Non è qui! È risorto.
è la festa della primavera o del mandorlo in fiore, ma è la festa della vita secondo Dio, vita che
è stata servizio e non dominio, vita di umiltà e
fedeltà al progetto di Dio
e non fuga per timore
della morte, è la festa
della vita che risplende
sulla croce ed è per questo che Dio Padre l’ha
fatta risorgere trasformandola in vita eterna.
Dice il Santo Padre al n.
6 della “Spe Salvi” «Il
vero pastore è colui
che conosce anche la via che passa per la pimento» (Gv 13,1 e 19,30). Chi viene tocvalle della morte; colui che anche sulla cato dall’amore comincia a intuire che
strada dell’ultima solitudine, nella quale cosa propriamente sarebbe “vita”. Conessuno può accompagnarmi, cammina mincia a intuire che cosa vuole dire la pacon me guardandomi per attraversarla: rola di speranza che abbiamo incontrato
Egli stesso ha percorso questa strada, è nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto
disceso nel regno della morte, l’ha vinta la “vita eterna” – la vita vera che, inteed è tornato per accompagnare noi ora e ramente e senza minaccia, in tutto piedarci certezza che, insieme con Lui, un nezza è semplicemente vita. Gesù che di
passaggio lo si trova. La consapevolezza sè ha detto di essere venuto perché abche esiste Colui che anche nella morte mi biamo la vita e l’abbiamo in pienezza e
accompagna e con il “bastone e il suo vin- abbondanza (Gv 10,10), ci ha anche spie-
3
ranio
Santo
anto C
ranio
gato che cosa significa “vita”: “Questa è
la vita eterna: che conoscano te, l’unico
vero Dio, e colui che ha mandato, Gesù
Cristo” (Gv 17,3). La pienezza della vita,
anche quando è segnata dalla malattia e dalla sofferenza, è relazione con Colui che è la
sorgente della vita vera, perché ha vinto la
morte ed è risorto. Se siamo in relazione con
Lui che non muore più, siamo dentro la vita eterna, nonostante la precarietà.
L’Essere in comunione con Gesù risorto vuol
dire essere per gli altri.
La vita di comunione con Gesù ci impegna
ad essere per gli altri, soprattutto per quelli
che sono sulla croce del dolore.
Vivere la Pasqua vuol dire partecipare alla
bontà di Dio. Questo deve spingerci a sentire la responsabilità per gli altri. La speranza per la vita dopo la morte non ci allontana dagli impegni del quotidiano, anzi
ci spinge ancora di più a rendere presente
in ogni momento e in ogni angolo della terra la vita nuova che Cristo ha portato con la
sua Pasqua. E’ in virtù di questa speranza
pasquale che dobbiamo prodigarci per gli
ammalati e i sofferenti, per i familiari, per
tutti coloro che sono segnati dal dolore.
Dio nostra speranza, è colui che si è manifestato come il Dio di carità in Gesù Cristo
morto e risorto per noi. Il regno da lui instaurato nella Pasqua del Signore ha bisogno
di essere esplicato anche attraverso il nostro
piccolo o grande contributo d’amore. Il suo
amore per noi è la garanzia che la nostra speranza poggia su solide basi e che noi possiamo donarlo agli altri.
Gesù ritiene fatto a se ciò che noi facciamo
al più piccolo dei fratelli. E in questo noi
rendiamo credibile la sua Pasqua di dono e
d’amore.
Illuminati da questo meraviglioso evento
viviamo la responsabilità della nostra vita
come impegno di speranza, portando la pace che Cristo ha comunicato la sera di Pasqua ai suoi discepoli e che continuamente
dispensa a coloro che hanno il cuore aperto alla buona novella il Vangelo della vita.
Buona Pasqua.
Otre vecchio, quante generazioni di cellule nel tuo corpo mortale?
Quante nazioni istologiche a difesa della tua unità strutturale?
Veste vecchia, quante le regioni scapolari ed i colli che tengono ancora separati i volti dalle mani?
Quanti i cammini claudicanti e quanti i
dolori che affliggono le tue stanche regioni vertebrali?
Uomo vecchio, perché continui a riempire i tuoi otri di vino secolare?
Perché spalanchi le porte alte del tuo capo ai cinque sensi mortali?
Perché preferisci la prigione e il ministero del male?
Perché cuci e ricuci, con rattoppi sempre
nuovi la tua presunta integrità tessutale?
Dimmi ancora, perché non riesci ad inginocchiarti umilmente dinanzi a tuo PADRE?
Perché sei restio ad aprire la porta della
tua bocca al suo Verbo e Signore?
Perché non ti vuoi comunicare al suo sangue ed al suo pane?
Uomo nuovo, sta attento poi a non arrestarti al banchetto nuziale.
Rammenta che dopo cena passa il calice del vino.
Non fare come gli undici che, per tradimento o per paura, non videro lo stagno
diventare fiume, la morte vita ed il sangue cadaverico mare.
Uomo redento, ora sai che sei mistero di
luna, sei luna, che sul suo corpo riflette
la grande luce solare della risurrezione.
Dott. Lio
? Armando Brambilla
Vescovo Ausiliare di Roma
Delegato per la Pastorale Sanitaria
4
Perirono nell’erba che non ne serba segno
l’occhio non trova il luogo,
ma Dio, con il suo libro irrevocabile, richiamerà ogni volto
(E. Dickinson)
1. Il senso globale dei salmi del malato
persona tramite la malattia, rimozione
che diviene assenza di parole o menzogna o ingannevole e illusoria consolazione in coloro che sono vicini al malato, i
Salmi sanno far accedere alla dignità del
linguaggio la sofferenza della malattia e
l’esperienza del lutto”.
L’ipotesi di lettura che guida la presente ricerca si propone di assumere l’evocazione
che un corretto approccio alla peculiare “lin-
Il salterio biblico mostra la possibilità di
“dire” una situazione di sofferenza umana
nelle sue molteplici forme investigate in modo approfondito dalla ricerca psicologica
contemporanea, sulla scia della celebre analisi di Elisabeth Kübler Ross che, come noto, ha distinto, nella reazione del malato alla sua grave patologia e all’approssimarsi
LA MALATTIA
NELLO
DEI
SPECCHIO
SALMI
della morte, alcune fasi:
il rifiuto della propria condizione e l’isolamento, la collera, la trattativa e il patteggiamento, la depressione, l’accettazione, la pace.
Posto a confronto con il fenomeno della caduta del linguaggio e della parola che non
di rado si sperimenta accanto al malato,
spesso con sintomo di reale partecipazione
affettiva da parte di chi gli è accanto e di
rispetto del suo patire, e dello spaesamento nella stessa persona sofferente, privata
del senso e dei valori sui quali ha costruito la sua vita nella piena attività ed integrità
fisico-psichica, la raccolta dei Salmi attesta una certa “affabilità” dell’esperienza
del soffrire. Nelle antiche preghiere di
Israele, a più riprese, il malato racconta di
sé a se stesso, agli altri e a Dio. Come afferma lucidamente Luciano Manicardi, “di
fronte alla modernissima incapacità di
esprimere i propri sentimenti nella malattia e all’avvicinarsi della morte, e alla rimozione del pensiero stesso della
morte che fa irruzione nella vita di una
gua” e “codice simbolico” del salterio, può
rilanciare all’uomo contemporaneo. Il taglio del discorso, inoltre, non vuole in prima battuta, assumere la figura di un astratto moralismo, quanto piuttosto dell’ascolto
di una testimonianza del passato nella sua
capacità di interpretare il nostro presente,
senza per questo inclinare verso una precipitosa scoperta di un “senso biblico” o di
un “senso cristiano” della malattia a monte dell’accostamento con il testo che condensa le voci oranti e supplici di un’umanità lontana, ma per certi versi sorprendentemente vicina alle parole dell’uomo di sempre. L’affiorare di un significato della malattia, connesso alla fede biblica e cristiana,
giova ricordarlo, non è disponibile a priori,
quanto, piuttosto, avviene dentro l’esperienza del patire di ciascuno, in cui la concreta situazione del dolente si incontra con
l’azione dello Spirito Santo mai predeterminabile o programmabile. All’interno di
questo percorso personale, i Salmi biblici
possono diventare anche oggi una significativa testimonianza di come affronta-
5
re, nella fede, la malattia e una preziosa no una “figura simbolica” per cui la maguida per la preghiera di chi soffre.
lattia effettiva diventa raffigurazione di
Tentativi di individuazione nel salterio di aspetti radicali della condizione umana in
Salmi di malattia e guarigione sono stati cui essa non è mai vissuta come semplice
prodotti nella ricerca esegetica contempo- evento biologico, ma in continuità con il
ranea, anche se autorevoli studiosi, come senso della vita, “più precisamente, quaClaus Westermann, hanno negato la speci- le momento che minaccia quel senso delficità di un tale gruppo di testi, riconducen- la vita che in prima battuta appariva ovdoli entro lo schema generale della lamen- vio e subito persuasivo”.
tazione individuale. Seguendo la distinzio- Le parole della preghiera contenute nei salne di Seybold, tuttavia, è possibile una ti- mi non fanno semplicemente riferimento a
pologizzazione dei salmi di malattia e gua- malattie individuabili attraverso la sintorigione in tre gruppi:
matologia corporea, ma tendono ad asso– Primo gruppo (con certezza testi di que- ciare quest’ultima a situazioni di peccato,
sto tipo): Salmi 38; 41; 88
di estremo pericolo che sembrano minare,
– Secondo gruppo
in modo irreversibile,
(molto probabiltutti gli equilibri esimente di questo tistenziali precedentepo): Salmi 30; 39;
mente raggiunti dal69; 102; 103 e Is
l’orante, posto seria38, 9-20)
mente di fronte alla
– Terzo gruppo (con
morte. “È infatti aluna certa probabil’interno della granlità di questo tipo):
de polarità morteSalmi 6; 13; 32;
vita che va situata la
51; 91; ed anche:
malattia, una pola31; 35; 71; 73.
rità che fa appello a
Non va preventivaJHWH, quale unico
mente dimenticato
signore, colui che
che il testo attuale di
determina la vita e
ciascun salmo, seconla morte”. La mordo interpretazioni acte, nella visione oricreditate, è frutto di
ginaria dell’antroun intervento di rimapologia biblica, è inI salmi: faro di luce per la vita.
neggiamento di mateterruzione del rapriali grezzi (forse suppliche di oranti con- porto vitale che lega l’uomo a Dio, sepasegnate ai sacerdoti del santuario) in vista randolo definitivamente da lui e reledella costruzione di prodotti stereotipi, fun- gandolo nel luogo buio (She’ol) della nonzionali all’espressione della pietà indivi- relazione, che squalifica l’esistenza della
duale e al culto ufficiale, in cui probabil- sua qualità specifica e non solo la priva
mente non è assente anche la resa in forma del vivere biologico. Così, in modo intui“ortodossa” di temi e espressioni letterarie tivo, ogni realtà che interrompe, o minacesterni alla fede mosaica appartenenti, piut- cia di interrompere, la relazione vitale uotosto, alle “superstizioni” arcaiche della tra- mo-Dio, cade sotto la supplica dell’orante
dizione religiosa contestuale. Questa ope- biblico (malattia, rifiuto, prigionia, ecc.). La
razione, comunque, non occulta, il debito preghiera dei Salmi, nell’umano manifeoriginario che i salmi possono avere con starsi della parola di lamento, diventa apesperienze singole di malattia, ulteriormente pello a non spegnere tale relazione, a non
elaborate fino ad assumere l’aspetto di recidere, sul limitare di una drammatica posun’ermeneutica di situazioni antropologi- sibilità, il nesso esistenziale da cui la vita
che universali. I testi salmici così divengo- dell’uomo prende senso. Parallelamente la
6
guarigione è vista non solo come riabilita- ché ogni tentativo di espressione forse sazione del corpo, ma più profondamente del- rebbe inadeguato o incompreso, per quella vita del singolo in tutte le sue relazioni la forma tipica di incomunicabilità che la
costitutive. Il riacquisto della salute com- sofferenza porta con sé. Il mutismo divenporta per l’uomo biblico la reintegrazio- ta una forma di reazione nei confronti dei
ne nella trama di quei legami che signifi- “nemici”, per affidarsi completamente al
cano e qualificano la vita, a cominciare Signore: “Io, come un sordo, non ascolda quello con Dio, ma anche con se stes- to / e come un muto non apro la bocca”
so, con gli altri, con la società, con la co- (Sal 38, 13-16).
munità cultuale.
“In ogni caso, i Salmi attestano l’imporLa malattia nell’orante salmico, pur gene- tanza dell’espressione dei propri sentirando un concitato interrogarsi fino alle menti, e anzitutto la collera e la protepieghe più profonde del cuore e un inda- sta, il lamento e l’accusa: di fatto, si tratgare – a volte minuzioso – sulla sintoma- ta già di un momento in cui il malato retologia corporea, indirizza piuttosto ad una cupera potere sulla sua vita, offre una
qualità del volere umano:
dimostrazione di vita“vivere la malattia dalità, reagisce alla malatvanti a Dio”, per riprentia”. La voce dell’orante
dere il senso dell’esistenresta, anche nella malatza la cui evidenza sembra
tia, rivolta a Dio; tale voormai irrimediabilmente
ce “per quanto scandaperduta.
losa possa sembrare, diLa parola supplice nella
viene così momento che
malattia assume gamme
aiuta il malato a leggere
ricchissime di possibilità
se stesso e ad affrontare
espressive, che si innestala malattia, e diviene anno sul codice fondamenche preghiera, cioè ritale del lamento, del gesposta al messaggio insimito, del grido e del pianto nella malattia. Un
to: “ascolta la voce del
messaggio, difficile da
mio pianto” (Sal 6, 9);
decifrare e da ascoltare,
“non essere sordo alle
ma che ha a che fare con
mie lacrime” (Sal 39, 13).
il Dio, Signore della viCome mi è dolce navigare nel
L’orante dice di “sé”, racta, della malattia e della
tuo mare o Dio!
conta del suo caso, con
morte”. Così nei Salmi il
ricchezza di particolari; come ogni uomo grido della preghiera può diventare l’ulavverte questo bisogno di esprimere, di ren- tima forma del “perdere la vita”, l’utidere consapevole a sé, agli altri, a Dio la lizzazione delle energie residue per consua particolare situazione. Non manca an- tinuare a cercare il rapporto con Dio. Gli
che una forma particolare e umanissima di ultimi frammenti dell’esistenza sono speparola: quella che sgorga dalla rabbia e dal- si per l’estremo dei tanti “rischi” che sono
la protesta, che accusa, senza ritegno nel propri del vivere: “perdere la vita nel chiemanifestare il suo dolore, e che si cristal- dere la vita, perdere la vita nello speralizza nell’esperienza dell’essere “abban- re la vita”. Sono grida che “hanno un vadonato” da Dio, espressione quest’ulti- lore terapeutico ed esorcizzano la morma che sintetizza per l’uomo biblico il te, per il semplice fatto che la riconoscodolore radicale, la radice ultima di ogni no” nel suo potere aggressivo e disgredolore. Un’ulteriore modulazione del lin- gante, senza censurarla e senza rimuoverguaggio, quasi paradossale, è anche il mu- la nella sua realtà, operazione quest’ultima
tismo, il chiudersi della bocca ad ogni pa- che sembra caratterizzare, piuttosto, la culrola, fino a farla rimanere dentro di sé, per- tura contemporanea.
7
2. Salmo 13 “Fino a quando?”
Nella sua brevità il Salmo 13 è un modello
esemplare dei temi dei salmi di malattia, anche se propriamente è catalogato nella forma generica di “lamentazione individuale”. Il testo mostra una stesura sobria, forse frutto di uno sfoltimento, fino alla formulazione essenziale, di un ampio campionario di parole e situazioni presenti nei testi più elaborati.
Ciò che colpisce immediatamente in apertura è la quadruplice domanda, parola lanciata a Dio, che mostra lo sfinimento del dolore e la ricerca di un evento che possa interrompere la sequenza del tempo di sofferenza: “Fino a quando?” (vv. 2-3).
Le prime due domande sono dirette a Dio,
là dove il dolore del sofferente, secondo il
suo universo religioso, quello del teorema
della retribuzione – che lega la malattia ad
una colpa o peccato particolare commesso
– può avere origine: “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?”,
“mi nasconderai il tuo volto?”. Il lamentarsi sgorga da una relazione, quella con
Dio, che per l’orante è ragione di vita, è
senso del vivere umano e dunque è il senso messo in luce dalla sua vita precedente
che, in questo drammatico frangente, sem-
La tua parola Signore è la scala
per salire la vetta del dolore.
bra definitivamente compromesso.
La terza domanda, sempre rivolta a Dio, fa
parlare il corpo dell’uomo ammalato: “Fino a quando proverò affanni, tristezza nel
cuore ogni momento?”, suggerendo il tema del rapporto che intercorre tra l’uomo e
la sua patologia rivelata dai segni del corpo.
La quarta domanda, “Fino a quando su di
me trionferà il nemico?”, introduce una
terza categoria: il malato e gli altri, attraverso la messa in scena della figura del “nemico”, un “personaggio” che copre in modo pervasivo il salterio del malato.
Il dolore di cui si parla in questo testo non
è solo quello sintomatico, percepito da sensi resi più acuti dall’irrompere e dal permanere nella malattia, ma come ricorda Westermann è “il disordine in un essere sano, considerato in tutto il suo insieme, che
si manifesta in primo luogo […] nei rapporti di un essere vivente: nei rapporti di
colui che si lamenta con Dio, con se stesso e con gli altri”.
La domanda espressa nel lamento è seguita
(vv. 4-5) dall’invocazione e dalla preghiera,
che colma la distanza tra l’uomo e il suo Dio.
Nello sviluppo della preghiera al v. 4 JHWH
è apostrofato dall’orante, nella sua fede personale e individuale, come “mio Dio” – così in una quarantina di passi del salterio – e
dunque viene svelato il carattere estremo del-
Parlami ancora o Dio dal tuo monte santo.
8
La presenza della
la situazione patita, che fa della preghiera una
questione di vita o di morte, rivelando insieme il crudo paradosso che l’attraversa: “Chi
dice “mio Dio” è stupito di come sia possibile vivere sul piano collettivo nella comunione con Dio costituita dall’alleanza,
e al tempo stesso sentirsi abbandonato da
Dio sul piano individuale”.
Il v. 6 mostra un cambiamento ed innesta il
registro della confessione di fiducia, cui fa
seguito una promessa. Tale cambiamento
può essere segno di una guarigione avvenuta (e dunque è da intendere come todah,
lode di ringraziamento), oppure di un intervento esterno (un oracolo sacerdotale?)
di rafforzamento della coscienza dell’orante nella sua difficile situazione.
La compenetrazione di lamento e lode (nel
caso esaminato espressa solo in voto), è una
caratteristica propria di quasi tutti i salmi di
malati. Essa dà ragione della verità circa la
propria vita in cui questi due registri sono
entrambi presenti. Lamento e lode insieme
restituiscono la realistica percezione dell’esistenza umana: “il lamento è accompagnato dalla lode, la lode dal lamento.
Il lamento senza la lode è la disperazione, l’assenza di speranza; la lode senza
lamento è compiacimento, arroganza”. A
questo proposito è dunque importante mantenere, anche per l’esperienza contemporanea di preghiera, questa tensione e compenetrazione di lamento e lode, conservandone, come ricorda Paul Ricoeur, tutto il suo
carattere “agonistico”: “Visto dal suo punto d’arrivo, il movimento dal lamento alla lode sembra svolgersi all’interno di un
unico “essere-con-Dio”. Vista invece dal
punto di partenza la preghiera è un movimento che parte dal silenzio di Dio, senza lasciare mai il carattere di lotta per ritrovare la fiducia”.
La semplice struttura di questo breve salmo
articola in modo limpido la preghiera dentro
una situazione di prova e malattia e ci pone
di fronte ai protagonisti di ogni salmo di malato: l’io orante (che al v. 6 protesta la sua fedeltà e la sua fede); il Tu divino (vv. 2-3);
l’altro, il terzo (qui il “nemico”: vv. 4-5).
(continua)
Pier Davide Guenzi
Chiesa
dove l’uomo soffre
L
a rapida trasformazione della società, il
conseguente rimodellamento dell'agire
umano, additati come le cause principali della trasnazionalizzazione delle malattie,
non hanno colto la Chiesa cattolica impreparata. Presente con le sue istituzioni sanitarie nei cinque continenti, soprattutto laddove i focolai delle malattie sono più insistenti e dove è più necessaria un'opera di prevenzione, essa rappresenta una realtà nella
lotta contro le malattie infettive. Da una recente statistica commissionata dal Pontificio
Consiglio per la Pastorale della salute si evince che oltre il 65% delle strutture sanitarie
cattoliche sparse nel mondo si occupano di
pazienti con malattie infettive. In questi ultimi anni si è notevolmente intensificata la
lotta contro la tubercolosi: 2-3 milioni di neonati ogni anno nel mondo ne sono afflitti e
tra gli adulti si registrano ogni anno dai 7 ai
10 milioni di nuovi casi. In Africa e in Asia
la situazione è drammatica, almeno il 3% della popolazione è tubercolotica. Se ne prendono cura in particolare Fatebenefratelli e
Camilliani. Comunque il 59,9% dei centri sanitari cattolici offrono assistenza specifica.
Segni preoccupanti di recrudescenza anche
per la malaria, data in crescita in Asia, ebola e virus di Nipah. La Chiesa cerca di fronteggiare queste situazioni puntando soprattutto sulla prevenzione. Nell'82% delle strutture si organizzano infatti corsi di formazione con il duplice obiettivo di insegnare a riconoscere tempestivamente le malattie e a
fare prevenzione attraverso l'igiene e i comportamenti personali. Un'attenzione particolare viene poi data a programmi di salute per
i bambini (nel 54% degli istituti), per le donne (nel 41,7% degli istituti), soprattutto per
quanto riguarda i rischi di gravidanza, e per
lo studio di problemi nutrizionali. I risultati
migliori sono stati comunque ottenuti in quel
90% di centri sanitari cattolici nei quali si
fronteggia l'AIDS attraverso azioni di prevenzione e sperimentazioni cliniche.
9
La forza
della croce
nuto a visitarmi nella notte, nel silenzio e
voleva avere un incontro intimo con me.
In principio l’ho sentita come una parola
dura e come molto spesso mi era capitato
per altre situazioni, ho visto che questa pa-
Ai piedi della
un mese e mezzo paralizzato in
Hounpassato
letto dell’ospedale Sant’Andrea e altri
29 gennaio 2007 era inverno, ma era una bellissima giornata, faceva quasi caldo. Sembrava che mio marito stesse in piena salute,
ma invece stava malissimo.
La vita sembrava a dir poco perfetta e scorreva freneticamente.
Dalla sera alla mattina Gianmarco si è trovato immobilizzato a letto ed io nel giro di
poche ore mi sono trovata con il cercare affannosamente una soluzione per non farlo
soffrire. Io che da lui sono stata sempre trattata come una principessa, all’improvviso
dovevo prendere in mano la situazione e sentivo fortemente che non avevo molto tempo
da perdere.
Quando mi trovavo fisicamente lontano da
Gianmarco riuscivo a percepire quanto lui
stava peggio e quanto i dolori erano più forti. Ho sempre avuto una profonda comunione con lui, ci bastava davvero uno sguardo,
uno sfiorarsi per capirci.
Se mi avessero detto che io avrei dovuto vivere tutto quello che ho vissuto, io avrei risposto che sarei morta e invece... invece ce
l’ho fatta, ma di certo non grazie alla mie piccole forze, ma tutto è stato grazia di Dio. Ho
sentito una forza dentro di me che mi veniva davvero solo dal cielo. Ogni giorno, mentre percorrevo il tragitto in salita dal parcheggio per l’auto al reparto dove stava Gianmarco, pensavo al calvario. Ogni giorno diventava davvero più faticoso e lungo, le gambe sempre più pesanti, ma salendo pregavo
silenziosamente e continuamente. Ero in comunione con Dio così come ero in comunione con mio marito. Chiedevo aiuto a Maria, prendevo esempio dal Suo stare ai piedi
della Croce e nel fare la volontà del Padre.
sette mesi di sofferenza, per dire forse oggi, che è passato tutto. Nella notte del 29
gennaio 2007 a mezzanotte circa, mentre
ancora stavo nel soggiorno di casa, all’improvviso sentii una fitta in basso a sinistra
nella schiena, come se una spada mi penetrasse dentro.
Non riuscivo più a muovermi, ero paralizzato, dopo circa mezz’ora aiutandomi con
dei piccoli massaggi nella parte dolorante,
riuscì ad alzarmi ed a fatica ad andare al piano di sopra a letto, passai tutta la notte sofferente fino alla mattina, quando all’improvviso cominciai a sentire delle scosse
che dal basso della schiena si irradiavano
verso l’alto, mi sembrava di essere stato collegato alla corrente ad alta tensione. Ogni
cinque minuti partivano scosse, giorno e
notte, ed anche se provavo a rimanere immobile, continuavano senza sosta e nonostante fossi paralizzato con la schiena saltavo per la loro intensità, sembravano attacchi epilettici, senza sosta tutto il giorno,
con le scosse saliva anche la temperatura
che arrivava a 40. Dopo una settimana allettato il giorno 3 febbraio mi recai al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea dove iniziò il nostro pellegrinaggio.
In questo grande santuario ho vissuto
profonde esperienze che in passato avevo
condiviso per altre persone a me care, ma
che mai avevo vissuto in prima persona,
inoltre durante questo tempo, Dio mi ha donato delle parole che illuminavano ogni mia
giornata e che ancora oggi custodisco nel
mio cuore.
Prima parola di vita: “vegliate, dunque,
perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (Mt. 24,42). Ho ripensato
a quando sono iniziati i dolori, Dio era ve-
10
rola mi trovava in una situazione di inadeguatezza, vedevo come ancora non mi sentivo pronto alla venuta di Gesù, a partecipare al suo banchetto nuziale, ero “come
una vergine stolta”, credevo che per con-
vertirmi ci sarebbe stato ancora tempo nella mia vita e invece forse era giunta l’ora.
Passato il primo periodo di grande sofferenza fisica e a volte di sconforto, nel quale con fatica riuscivo ad invocare il Signore [la forza veniva dai piccoli vasi di olio
(Mt. 25,4) che avevo conservato], iniziava
un tempo di grazia in cui tutto mi parlava
dell’amore di Dio e illuminava la storia che
Lui voleva realizzare con me.
Seconda parola di vita: “voi fratelli, non
siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno”
(1 Ts 5,4-5). Se era giunta la mia ora, Dio
mi dava un tempo di purificazione, nel quale potevo prepararmi a questo meraviglioso incontro, consapevole che Dio nella mia
vita aveva fatto sempre tutto bene; cominciai a vivere tutte le piccole cose della giornata come doni di Dio; ogni giorno il Signore mi faceva tanti regali che anche prima di questo tempo mi donava, ma che non
avevo mai riconosciuto ed apprezzato.
Terza parola di vita: “Se uno viene a me
e non odia suo padre, sua madre, la moglie,
i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi
non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo”
(Lc 15,26-27). In passato avevo potuto pregare, aderire e vedere come era vera questa
parola nella mia vita, ma in quel momento
di sofferenza Dio me la illuminava in maniera diversa, proprio in considerazione di
quello che stavo vivendo. Il mistero della
croce di fronte al quale tante volte anche
nella condivisione di altri fratelli avevo abbracciato per fede, per obbedienza, per amore, ora mi si rivelava in maniera diversa; la
croce che inizialmente è sempre un mistero incomprensibile, quando l’abbracci, poco a poco, ti si rivela e ti apre un mondo meraviglioso. Ma l’esperienza che ho fatto, è
che la croce, è stata una via e quindi qualcosa che conduce da qualche parte e non
certamente contro un muro. L’invito di Gesù è stato per me di portare la croce, e quindi a camminare e nonostante fossi paralizzato in un letto, sdraiato, potevo avere lo
sguardo rivolto al cielo, non certo a subirla
Dio mi ha fatto sempre sentire la sua tenerezza attraverso l’amore di chi mi era accanto,
compresi molti dottori e professori conosciuti
in ospedale.
Ogni mattina era meraviglioso ritrovare il
sorriso di Gianmarco nel suo letto di sofferenze ed io che avevo voglia di piangere sul
suo petto, come avevo sempre fatto, avevo
la forza invece di rispondere con un altro sorriso, di sostenerlo.
Mio marito ha vissuto la malattia soffrendo
ed offrendo tutto a Dio, senza mai dirmelo,
ma testimoniandolo con il suo esempio. Io
lo guardavo e vedevo in lui un angelo.
Mi sono spesso chiesta perché Dio abbia permesso tutto ciò, la risposta non la posso dare, ma ho sperimentato che anche attraverso
la croce, può realizzarsi un bellissimo progetto di salvezza di Dio per la nostra famiglia, sentivo che Dio permetteva tutto ciò per
il nostro bene.
Dio ci ha fatto fermare, ci ha fatto vedere
dove la nostra vita stava andando, quali fossero le nostre priorità, i nostri obiettivi. Ci
ha donato occhi nuovi e la grazia di ricominciare a vivere per una seconda volta. Si
perché io mi sento rinata e lo stesso Gianmarco.
Ringrazio Dio perché mi ha dato la possibilità di capire che non ci devono essere più
frasi non dette, abbracci e gesti non fatti o
rimandati... mi ha insegnato a vivere l’oggi,
la vita ordinaria in maniera straordinaria.
Dio dandoci questo grande dolore, ci ha donato un bellissimo regalo, magari incartato
male, ma vi assicuro un meraviglioso dono!!!
Giuditta Capra
(moglie di Gianmarco)
11
o rimanerci sotto, schiacciato e paralizzato mo posto, era una vita vissuta nella frenesia,
dal suo peso. Meraviglioso è vedere (nono- correndo appresso alle cose, condividendo
stante la mia fragilità, paura ed incapacità quasi per nulla le cose quotidiane, ritmi di
di resistere alla sofferenza fisica) di essere lavoro esagerati che in fondo facevano vecapace di portare la mia croce, avendo ca- dere come io avevo sempre voluto essere il
pito che alla fine è la croce che mi portava. Dio della mia storia e non vivevo da creatuQuarta parola di vita: “Quindi se un mem- ra, sapendo che c’è un Padre che ha cura di
bro soffre, tutte le membra soffrono insie- me e provvede Lui a tutte le mie necessità.
me” (1 Cor. 12,26). L’esperienza della cro- Oggi benedico Dio per questo tempo di sofce è venuta a ricordarmi che nessuna rela- ferenza che ho vissuto, ogni giorno ho vizione vera può essere costruita se non nella sto presente a fianco a me Gesù, che ha concondivisione dei pesi come delle gioie in uno diviso e sorretto le mie croci e non mi ha lascambio incessante e questo l’ho visto a co- sciato mai solo.
minciare dalla mia famiglia, chiesa dome- Ringrazio Dio per il cappellano don Antostica, in mia moglie
nino che ogni giorno
costantemente presenmi donava una parola
te; con i miei genitori
e non mi lasciava sene familiari. La condiza il corpo di Gesù.
visione ha dato
Ringrazio Dio per i diprofondità, verità,
versi compagni di
gioia, ai nostri rapporstanza che mi ha doti, con l’esercizio delnato tra cui Sergio,
la pazienza, dell’imOnofrio e Mauro in
pegno, della fedeltà,
cui si è mostrato come
dell’ascolto; è stata
un Gesù sofferente,
questa una vera via
ma vittorioso.
crucis, il cammino
Ringrazio Dio per gli
della croce che porta
angeli che mi ha manalla vita. Poi la grazia
dato: l’arcangelo Rafdi poter far parte delfaele (Prof. D’Amelio)
la Chiesa, di avere una
che il Signore lo ricolcomunità fatta di frami di beni per la genetelli che Dio ha chiarosità che ha mostrato
mato a stare insieme,
nel dare la vita per i
non perché si sono
malati e per la sua cascelti l’uno con l’altro
pacità di parlare al
a proprio piacere ma
cuore delle persone;
È la croce la vittoria sul male.
si sono trovati e, nol’angelo Bruno Lanostante le fragilità e
ganà con la sua solamiserie di ciascuno, si sentono un solo cor- rità; gli angeli Loredana e Maria infermiepo, che durante la mia sofferenza ha prega- re alla risonanza magnetica.
to e ha sofferto con me e con mia moglie Oggi vivo con la certezza che questa sofGiuditta.
ferenza che ho vissuto porta frutti di vita
Quinta parola di vita: “E chi di voi, per eterna nel mio matrimonio e con la consaquanto si dia da fare, può aggiungere un’o- pevolezza che “Ciò che è stoltezza di Dio
ra sola alla sua vita? E perché vi affannate è più sapiente degli uomini, e ciò che è deper il vestito? Osservate come crescono i gi- bolezza di Dio è più forte degli uomini”.
gli del campo: non lavorano e non filano” (1 Cor. 1,24-25).
(Mt. 6,27-28). Questo tempo di sofferenza
ha parlato alla mia vita di prima in cui anGianmarco Capra
che se cercavo di mettere sempre Dio al pri(marito di Giuditta)
12
DISPERSIONE
DISPERSIONE DELLE
DELLE CENERI:
CENERI: SÌ
SÌ AL
AL FUNERALE
FUNERALE
CRISTIANO
CRISTIANO SE
SE IL
IL DEFUNTO
DEFUNTO ÈÈ CREDENTE
CREDENTE
Dice il diritto canonico: le esequie ecclesiastiche vanno celebrate per tutti i fedeli,
anche per chi chiede siano disperse le proprie ceneri, a meno che tale scelta sia
stata fatta per ragioni contrarie alla fede cristiana
L
a cremazione o incinerazione dei cadaveri è
una prassi antichissima che, con la diffusione del cristianesimo, decadde in favore dell’inumazione ad imitazione della sepoltura
di Cristo. La cremazione fu reintrodotta in
Italia in epoca napoleonica per ragioni igieniche e, purtroppo, assunta dall’anticlericalismo allora imperante come segno di avversione nei confronti della Chiesa e della
sua dottrina. Atteggiamento che costrinse la
Chiesa a negare le esequie cristiane a quanti avessero scelto la cremazione (cf Cic del
1917, can. 1240, 5). Prendendo atto delle mutate circostanze fin dal 1963 l’allora Sant’Uffizio concede il funerale cristiano anche a
chi sceglie di far cremare il proprio cadavere purché sia chiaro che tale scelta non
sia fatta contro la fede cristiana. Questa
prassi è accolta dal Rito delle Esequie (1969;
trad. it. 1974) pur ribadendo “la preferenza
della Chiesa per la sepoltura dei corpi, come il Signore stesso volle essere sepolto” (n.
15). Nel 2001 il Parlamento italiano ha promulgato la legge 130 con la quale permette
ai familiari di custodire in casa le ceneri dei
loro congiunti defunti e ne autorizza anche
l’eventuale dispersione negli spazi cimiteriali come in altri spazi legalmente stabiliti.
Il sussidio pastorale pubblicato dalla Commissione episcopale per la liturgia nello scorso novembre, per accompagnare il Rito delle Esequie, tra le altre proposte di preghiera
subito dopo la morte, per la veglia, per la
chiusura della bara e per il momento della
sepoltura al cimitero, offre anche orientamenti pastorali e testi di preghiera adatti per
i funerali in caso di cremazione (cf Proclamiamo la tua risurrezione, pp. 113-148).
Orientamenti e testi di cui si sentiva il bisogno poiché non sono previsti dal rituale attuale. Fra le novità emerge la possibilità di
celebrare le esequie anche in presenza dell’urna cineraria: ciò avviene eccezionalmente
quando per ragioni pratiche i riti esequiali
non possono aver luogo prima della cremazione. Il gruppo di lavoro incaricato di redi-
gere il sussidio sotto la guida della CEI si è
trovato di fronte alla diffusione di una prassi del tutto conforme alla legge civile ma che
va oltre la semplice cremazione: la dispersione delle ceneri. Una scelta che potrebbe
“sottintendere motivazioni o mentalità panteistiche o naturalistiche”, ma che soprattutto sembra essere l’ultimo atto di quella diffusa tendenza ad occultare la morte fino ad
abolirne anche la memoria. “Il cristiano, per
il quale deve essere familiare e sereno il pensiero della morte, non deve aderire interiormente al fenomeno dell’intolleranza verso i morti” (Direttorio su pietà popolare e liturgia 259).
È soprattutto la preoccupazione di perdere il
luogo comune della memoria che sta all’origine dell’orientamento espresso dal sussidio:
“Avvalersi della facoltà di spargere le ceneri, di conservare l’urna cineraria in un
luogo diverso dal cimitero o prassi simili,
è comunemente considerato segno di una
scelta compiuta per ragioni contrarie alla
fede cristiana e pertanto comporta la privazione delle esequie ecclesiastiche (can.
1184, § 1, 2)” (p. 117). Poiché questo testo è
contenuto in un semplice sussidio non costituisce una “norma” nel senso pieno di questo termine. Si tratta piuttosto di un orientamento pedagogico che cerca di dissuadere
da certe scelte. Scelte che, se “comunemente”, cioè in generale, possono far supporre
ragioni contrarie alla fede cristiana, nei singoli casi ciò deve essere verificato per non
arrivare ad assumere posizioni che vanno ben
oltre la norma e le intenzioni della persona
defunta.
Chiarificatore è il canonico, “le esequie ecclesiastiche vengono celebrate per tutti i
fedeli, anche coloro che hanno scelto la dispersione delle proprie ceneri, a meno che
tale scelta sia stata fatta per ragioni contrarie alla fede cristiana”.
Silvano Sirboni
parroco e liturgista, docente presso
lo Studio interdiocesano di Alessandria
13
Saluto ad un cappellano che va in pensione
Grazie don Lino.
Voglio iniziare con questa semplice parola, forse troppo ermetica e concisa, ma che racchiude in sé il significato profondo di questa mia lettera. Questa volta, caro Lino, non basta un semplice augurio natalizio. Dal
don Lino Brazzo
profondo del cuore sgorga questo accorato saluto ad un amico che si accinge ad andare in pensione.
Volevo anzitutto dirti grazie per la tua presenza costante e silenziosa all’Ospedale CTO
fin dal 1992 che mi ha sorretto e accompagnato per tutti questi anni, sostegno forte carico di "humanitas" cristiana. Ho sempre trovato in te quell'impulso a non arrendermi mai,
nella gioia della famiglia come nel lavoro quotidiano, e a portare passo passo il fardello
della croce di Gesù. A te volgo il mio sguardo ogni giorno, quando indosso il camice bianco ed entro in corsia, scorgendo un amico, un uomo umile; l'umiltà è la gioia nello svolgere il proprio lavoro, una missione che il Signore Dio ci ha affidato e che bisogna realizzare facendo fruttare i nostri talenti.
Tu ne hai tanti Lino e li hai dispensati, in maniera gratuita e generosa a tutti noi, tutti i
giorni.
Dio è presente, anche quando non ci pensiamo, è fedele anche quando lo ripudiamo, proprio perché è fedele a sé stesso ed al suo amore. Tu ne sei stato il testimone silenzioso e
fattivo, spesso dimenticato, troppe volte bistrattato. Solo il Signore conosce quanti cuori hai confortato e quante lacrime hai asciugato con la tua pazienza, la tua parola e la tua
preghiera.
Tu sei stato, figlio della famiglia paolina, il missionario di Cristo; e noi, che cerchiamo
di esserlo, con difficoltà ed approssimazione, dedichiamo noi stessi al prossimo con carità e sacrificio, trovando riparo, conforto nella preghiera e nella reciproca virtù dell'amicizia più vera.
Sei stato il mio “Virgilio” quando mi “ritrovai per una selva oscura”, faro nei momenti
più bui, più difficili, saggio consigliere e amico fidato, mano invisibile che mi ha sempre guidato.
Colgo l'occasione per augurarti, insieme alla famiglia del CTO, un tempo lieto e carico
d'amore cristiano, perché il messaggio della Parola, luce di Verità, prolifichi nel terreno
vivo e fecondo dei cuori.
Con profonda stima ed affetto.
Dott. Dante Palombi
Alla III divisione
dell’Ospedale CTO
cidente un anno di dolore e preoccupazioni
nel quale non vedevo nessun miglioramento.
Parlando con i dottori le sensazioni di abbonando e di paura si fecero più lievi.
Mi spiegarono nei dettagli la lunga strada da
percorre insieme.
Grazie alla bravura del dottor Cammarano
e della sua equipe ho affrontato tre operazioni e sono andate tutte a buon fine.
Non mi sono mai sentita abbandonata, mi
hanno sempre assistito dal primo giorno fino alla guarigione avvenuta a distanza di un
anno. Hanno saputo risolvere ogni tipo di
complicazione e sono rimasta molto colpita
Ciao, mi chiamo Desirè Santori, sono una
ragazza di 20 anni. È trascorso l’anno dalla prima volta che ho messo piede in questo reparto.
Ricordo bene quel giorno: entrai qui, nella
terza divisione, con molti dubbi e poca speranza. Avevo infatti una forte infezione al femore e i postumi di una operazione andata
male. Era passato un anno dal mio brutto in-
14
Gli oratori per la terza età
Il progetto degli “Oratori per la Terza Età”
continua nella sua opera. Finalmente quest’anno abbiamo raggiunto l’obiettivo che
ci siamo proposti sin dal principio: gli Oratori per la Terza Età sono divenuti dei veri e propri “Centri diurni per anziani
fragili” nelle parrocchie dove vivono. Nati come centri diurni a favore delle sole religiose anziane, lentamente e a fatica sono
stati aperti anche ai parrocchiani, con beneficio per tutti. Oggi, queste piccole esperienze risultano ben radicate sia nelle comunità religiose sia nelle parrocchie. Gli
Oratori per la Terza Età si trovano presso le Figlie di San Paolo alla Montagnola, nella Casa “Santa Luisa” delle Figlie
della Carità, in via Pompeo Magno, nella comunità delle Suore di Santa Dorotea
della Frassinetti a Tor de’ Cenci e dalle
Suore della Carità a Civitavecchia. Gli
“Oratori per la Terza Età” hanno fornito assistenza diretta ad anziani (religiosi e laici)
“fragili” o affetti da demenza, con programmi di riattivazione cognitiva e motoria, secondo le modalità proprie del centro
diurno. Grazie al provvidenziale incontro
con la “Fondazione Amedeo Cacciò” che ci
ha aiutato economicamente, è stato inoltre
possibile prendere in carico venticinque an-
ziani indigenti con programmi di assistenza domiciliare diretta. Questo ulteriore progetto ci ha inoltre permesso di cooperare da
vicino con le altre associazioni, operanti nelle parrocchie, quali la Caritas, la Comunità
di Sant’Egidio e la Famiglia Vincenziana.
Tutto questo tende al nostro obiettivo finale di creare una rete cattolica di aiuto e
solidarietà a favore degli anziani “fragili”, secondo le tecniche e le modalità organizzative della moderna geriatria.
L’Associazione ha sostenuto tutte le spese
per le attività di animazione e di riabilitazione cognitiva e motoria, fornite da personale qualificato. Tutte le attività sono state
offerte a titolo gratuito. Il Progetto si è avvalso della collaborazione e della supervisione scientifica del Centro di Medicina dell’Invecchiamento dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore.
Dott. Luca Cipriani
dalla passione che mettono nel loro lavoro
e dalla precisione con la quale affrontano anche la più piccola cosa.
Grazie, perché finalmente sono guarita e posso ricominciare a vivere normalmente...
Grazie, per avermi ridato speranza...
Grazie, per tutto ma soprattutto GRAZIE
DI ESISTERE!!!!!
Grazie al dottor Cammarano, al dottor De
Santis, al dottor De Peppo, al dottor De Marinis, alla dottoressa Alberti, al dottor Fabiani, a suor Guglielmina e suor Anna e a
tutte le infermiere (non meno importanti).
Vi stimo molto e non vi scorderò mai.
Con affetto.
Roma, novembre 2007
Desirè Santori
Associazione Simeone ed Anna onlus
Via Cristoforo Colombo, 436
00145 Roma
Telefono 06.5413756-3384483349
e-mail: [email protected]
Cara Terza divisione, ho visto con i miei occhi tutti i sacrifici che avete fatto, dopo il taglio di personale e che avete subito, a cominciare dai lunghi turni di lavoro alle tante
operazioni che affrontate nonostante il vostro numero sia diminuito.
Ma io so che voi tutti siete incredibili. Vorrei dirvi grazie ogni giorno ma soprattutto
Grazie, perché dopo 2 anni ho ritrovato la
felicità...
15
Riflessioni sul convegno ecclesiale di verona
all’Ospedale S. Pertini
Nel IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona tenutosi l’ottobre dello scorso anno si è sentito il bisogno
dei laici di entrare a far parte con più impegno nella vita della Chiesa, non tanto nell’aiuto pratico ma nella necessità di impegnarsi in un cammino di ricerca personale e comunitaria con corsi di formazione finalizzati alla conoscenza della Parola di Dio ed esperienze interpersonali che testimoniano la concretezza della stessa.
Lino Lamantia
Ho letto con attenzione e interesse il lungo e articolato discorso del Papa, dal quale ho tratto due insegnamenti:
il primo ci induce a riflettere sul sacrificio di Gesù per la salvezza del mondo, il secondo ci indica i comportamenti di ogni cristiano nella società per rendere visibile il grande dono della Fede.
“...Nell’Ultima Cena Gesù ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformando così
questa morte nel dono di sè, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva”.
“La nostra vocazione e il compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia
e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo”.
Francesca Gaeta
Difficile fare una scelta tra i vari e tanti argomenti discussi nel IV Convegno Ecclesiale di Verona ma quello
che maggiormente mi ha interessato per i suoi approfondimenti è stata la relazione sul rapporto tra culturaprogresso e fede. “La cultura deve essere in grado di afferrare, interpretare e orientare ciò che determina e
scandisce l’essenziale in ogni stagione della storia. La cultura però ha anhe la funzione di definire quelle visioni che sono indispensabili per costruire il futuro in tutti i campi dell’agire umano, in ogni ambito della realtà”.
Il contributo specifico dei cristiani è quello di guardare avanti, di vivere e competere col presente nella coerenza delle proprie convinzioni e della nostra identità.
Maria Teresa Capolongo
“Le grandi sfide di questi anni esigono cristiani che cerchino la santità”
Si tratta pertanto di riproporre a tutti con convinzione quella misura alta della vita cristiana ordinaria che è la
santità, come ci ha chiesto Giovanni Paolo II al termine del grande Giubileo, “l’unica misura secondo cui vale la pena di essere cristiani, rimarcando come a questa richiesta non ci siano per noi alternative praticabili.
Il cammino verso la santità non è altro che il lasciar crescere in noi quell’incontro con la persona di Cristo” che
dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva (Benedetto XVI - Deus Caritas est).
Anna Maria Ditta
Perché l’uomo si formi nella sua pienezza è necessario che la coscienza, l’affetto e la responsabilità siano una
cosa sola. La coscienza è per conoscere se stesso, per comprendere i perché, per sentirsi in unione con gli altri, per uscire dall’individualismo e avere il coraggio di superare i propri limiti.
L’affetto è riconoscere i sentimenti, distinguere l’amore dalla passione, gestire la propria emotività e essere capaci di aprire il cuore agli altri. La responsabilità è la capacità dell’uomo di essere testimone di vita e di speranza
per le nuove generazioni. Solo unendo questi tre elementi l’uomo sarà
realizzato nella sua formazione di persona.
La Chiesa della speranza, ha la chiave per
Maria Teresa Dominici
entrare in comunicazione con le persone
di questo tempo: è quella dell’amore, con
Il messaggio di speranza che siamo chiamati a rendere attuale
le sue infinite declinazioni esistenziali.
con il nostro comportamento si concretizza con: l’ascolto, l’atCome dice il Papa, i giovani possono osatenzione, l’incontro e il dialogo con le speranze delle donne
re l’amore, coltivare i propri talenti non soe degli uomini del nostro tempo. Nonostante le tante delusioni
lo per conquistare una posizione sociale,
ci sono segnali di speranza che attendono di diventare realtà.
ma anche per aiutare gli altri a crescere, sviL’azione dei cristiani deve orientarsi a ricercare, cogliere, valuppare le proprie capacità non soltanto
lorizzare, custodire e alimentare i luoghi della speranza.
per diventare più competitivi e produttivi,
L’impegno, nella costruzione del percorso di speranza, sul piama per essere testimoni della carità.
no politico e sociale si fonderà sul lavoro, la famiglia, il contraProprio la consapevolezza dell’amore di
sto alle povertà e alle disuguaglianze, il superamento delle diDio deve indurli a vivere la loro esperienversità territoriali.
za di fede nella gioia e deve vederli impeSe veramente ognuno farà la sua parte darà una forte speranza
gnati a trasmettere anche agli altri la gioia
ad un mondo che attende un cambiamento vero, sano, cristiano.
della fede.
Tamara Di Francesco
Angela Tofano
L’occhio del volontario
Sei gennaio duemilaotto. Festa dell’Epifania della Famiglia ospedaliera. Festa consolidata negli anni e divenuta uno dei pilastri delle attività ricreativo-culturali dell’Associazione Volontariato Pastorale S. Elia
Profeta (Asvep) con lo
slogan “L’arte a servizio della salute” come
prevenzione, cura e riabilitazione per la salute globale della persona e della persona malata.
Lavoro impegnativo
già dalla fase di pianificazione, che coincide
con la programmazione dell’anno pastorale
a settembre.
Sulla carta tutto è stato previsto e programmato... poi arriva il
giorno fatidico. Le persone arrivano a frotte... i visi dei bambini stupiti e meravigliati
quando incontrano le befane che distribui-
scono doni... i genitori che si rilassano
ascoltando musica... i malati, ospiti privilegiati, che dimenticano di essere in ospedale... si respira un’aria diversa... ci si scambiano battute e sorrisi...
e così via fino al termine... quando i volontari tirano il fiato. Volontari consapevoli anche
del fatto che forse non
tutto è filato liscio. Tutto è migliorabile ma
l’amore con il quale è
stato preparato questo
evento credo traspaia
dagli occhi di ogni volontario. Un piccolo
peccato di orgoglio:
l’aver contribuito a dare una diversa chiave di
lettura alla malattia, in
particolare al tempo del ricovero in ospedale!
Luisa Angiolosanto
Volontaria Asvep, Ospedale Sandro Pertini
DAL 29 APRILE AL 6 MAGGIO PELLEGRINAGGIO DEGLI OPERATORI SANITARI
SULLE ORME DI S. PAOLO A CIPRO
ISCRIZIONE PRESSO L’OPERA ROMANA PELLEGRINAGGI
Via della Pigna, 13/a – 00186 Roma – Tel. 06.69896.1 / Fax 06.6988.0513
Uffici di San Pietro nel Palazzo dei Propilei
Piazza Pio XII, 9 – 00193 Roma – Tel. 06.6988.5800 / Fax 06.6988.5673
Uffici di San Giovanni nel Palazzo Lateranense
Piazza di Porta S. Giovanni, 6 – 00184 Roma – Tel. 06.6988.6295 / Fax 06.6988.6492
Sito internet: www.orpnet.org – e-mail: [email protected]
Domenica 18 maggio 2008 – ore 16,00
presso il teatro della parrocchia della Natività (Via Gallia, Roma)
l’11A Edizione del Premio
“IL BUON SAMARITANO”
Verrà assegnato a tutti coloro che hanno operato con particolare impegno e fede cristiana
a favore dei malati e dei sofferenti. Coloro che sono interessati a segnalare qualche persona
o famiglia meritevole, sono invitati a far giungere al Centro per la Pastorale Sanitaria
(Piazza S. Giovanni in Laterano, 6 – Vicariato di Roma) il nome, l’indirizzo
della persona o famiglia (e della Parrocchia di appartenenza)
17 per l’assegnazione del premio.
e una breve scheda con le motivazioni
Verbale della prima riunione della nuova Consulta
Ordine del giorno:
– Attuazione del piano pastorale ( cosa è stato realizzato nelle realtà associative degli
ospedali);
– Avviamento di una nuova indagine da parte del Centro pastorale tra i malati e gli operatori sanitari;
– Possibili iniziative per la giornata mondiale del malato (11 febbraio 2008);
– Varie ed eventuali.
Il Presidente della Consulta, S. E. Mons. Armando Brambilla, dichiara aperta la riunione, dopo la preghiera comunitaria, nomina
a Segretaria della Consulta Maria Giuseppina Astorino, appartenente all’Associazione Sanitari ACOS.
Segue la presentazione dei nuovi membri
presenti. Il Vescovo descrive il Vademecum
per gli ambienti sanitari realizzato per l’anno pastorale 2007-2008. Questo opuscolo,
stilato secondo le indicazioni del programma pastorale Diocesano, ha la finalità di annunciare Gesù Cristo “Gesù il Signore della vita, del tempo e della storia” nella pastorale degli ambienti sanitari e di “educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza”. Nella parte attuativa del piano pastorale viene sottolineata la centralità della
persona ammalata ponendo particolare attenzione alle fragilità di tipo fisico, economico, ambientale, sociale e spirituale del
paziente. A tale proposito l’impegno della
pastorale sanitaria prevede l’azione sinergica della cappellania ospedaliera con le
strutture parrocchiali e di territorio, per realizzare, una pastorale d’ambiente.
A riguardo della Consulta Diocesana di pastorale sanitaria Mons. Brambilla ritiene necessario che i componenti della Consulta riflettano sulle condizioni attuali della sanità
regionale e rivedano il documento “Riforma sanitaria e diaconia per la salute”, già
pubblicato dieci anni orsono dalla precedente Consulta, al fine di prepararne una
nuova edizione aggiornata che contenga anche proposte operative dirette sia agli ambiti delle strutture sanitarie che a quelle politiche. Per questa propone che si costituisca un gruppo ristretto di lavoro che raccolga le osservazioni di tutti e prepari una
bozza da discutere nella prossima riunione.
Comunica infine che si sta per aprire un “tavolo di lavoro” cui parteciperanno tutte le
strutture sanitarie cattoliche della regione.
Rappresentanti alla
consulta diocesana delle
varie realtà sanitarie
Dott. Sergio MANCINELLI
Collaboratore Medico del Vescovo per
la Pastorale Sanitaria
Dott.ssa Maria Giuseppina ASTORINO
Rappresentante A.C.O.S.
e Segretaria Consulta Diocesana
Rappresentanti per i Cappellani
Don Carlo ABBATE
Hospice Villa Speranza
Don Nunzio CURRAO
Policlinico Universitario Agostino Gemelli
Don Telesforo KOWALSKI
Policlinico Umberto I°
Mons. Sergio MANGIAVACCHI
Ospedale Oftalmico
Padre Carmelo VITRUGNO
Ospedale Sandro Pertini
Don Epifanio DI LEONARDO
Policlinico Militare Celio
Mons. Franco CECE
Consiglio Pastorale Diocesano
Don Emilian DIAC
Consiglio Pastorale Diocesano
Rappresentanti per le Suore
Suor Avelina BAIOY
Ospedale S. Giovanni
18
Diocesana della Pastorale Sanitaria 9 gennaio 2008
Dà quindi la parola ai presenti.
Il Dott. Antonino Bagnato, Presidente del
Forum delle Associazioni Cattoliche Sanitarie regionali, descrive le attività del Forum in merito ai corsi di formazione ECM,
effettuati negli ultimi tre anni. Invita i presenti a farsi portavoce affinché tutti possano partecipare al prossimo corso che si
terrà il 6 - 7 - 8 marzo presso l’Università Lateranense.
Don Nunzio Currao precisa che, nonoSuor Stanislaa DELL’OSBEL
Ospedale Sant’Eugenio
Suor Emilia PIRONE
Ospedale S. Carlo
Suor Beatrice SANDRI
Casa di Cura Mater Misericordiae
Suor Ancykutty SEBASTIAN
Casa Suore S.O.M.
Suor Conception TAVAREZ
Ospedale San Pietro
Rappresentanti per le Associazioni
di volontariato
Sig.ra Miranda ANDREINI
Rappresentante A.V.O.G. - Associazione
Volontariato Ospedaliero Gemelli
Dott.ssa Rosalia GALLUZZO
dell’A.V.O.G.
Sig.ra Lucia DI CHIO
dell’Opera Ospedaliera S. Vincenzo
Sig.ra Marina OGGIONI
dell’A.R.V.A.S.
Dott.ssa Luigia PITASCIO
dell’A.V.O. - Associazione Volontari
Ospedalieri
Sig.ra Anna Maria DITTA
dell’A.S.V.E.P. - Associazione Volontari
Ospedale Sandro Pertini
Sig.ra Giuseppina FIORAMONTI
del Centro Volontari Sofferenza
Rappresentanti per le Associazioni
di categoria
Dott. Antonino BAGNATO
del FORUM Associazioni Sanitarie
stante la grande complessità della realtà sanitaria odierna, la missione della Consulta
consiste primariamente nell’evangelizzare
il mondo della sanità e nel trovare i modi
per far giungere a tutti, specialmente ai più
bisognosi, un messaggio di speranza cristiana. Nei termini operativi propone di partire con una rilettura del documento “Riforma sanitaria e diaconia per la salute”, in
sinergia con la base delle associazioni rappresentate. In seguito si potrà procedere con
Cattoliche della Regione e dell’A.M.C.I.
- Associazione Medici Cattolici romani
Dott.ssa Maria COLAMONICO
dell’A.C.O.S. - Associazione Cattolica
Operatori Sanitari
Dott. Giuseppe FATTORI
dell’Associazione Farmacisti Cattolici Italiani
e Sig. Eugenio DRAGONI
Farmacisti Cattolici romani
Prof. Tonino CANTELMI
dell’A.I.P.P.C. - Associazione Italiana
Psicologi Psichiatri Cattolici
Dott. Duilio BAGNARELLI
di Diaconia Medica Missionaria
Sig. Lucio CATALANO
degli Infermieri
Sig.ra Maria Teresa DEL PRINCIPE
dell’I.P.A.S.V.I. - Scuola Infermieri Celio
Dott. Ciro FUSCO
dei Medici di Base
Dott.ssa Maria Grazia GIORDANO
dell’Associazione S.O.S. Alzheimer
Dott. Alessandro PINNA
Rappresentante U.N.I.T.A.L.S.I.
Dott. Sergio Maria DE GIOVANNI
dell’A.I.L. Associazione Italiana
Laringectomizzati
Dott. Salvatore GERACI
della Caritas Diocesana di Roma
Dott. Ermes LUPARIA
della Sez. Sanitaria dei Salvatoriani
Dott. Francesco MATTIOCCO
dei Diaconi permanenti
Sig. Corrado STILLO
dell’Osservatorio Tutela e Sviluppo dei
Diritti del malato
Padre Luciano SANDRIN
Preside Ist. Int.le di Teologia Pastorale
Sanitaria - Camillianum
19
proposte concrete di operatività e di formazione per realizzare sempre di più e meglio
l’evangelizzazione nell’ambito sanitario.
Don Carlo Abbate ribadisce anche lui il
primato dell’evangelizzazione sulla politica; considera che è persona l’embrione umano tanto quanto colui che vive (e muore), in
malattia, disabilità, difficoltà, povertà, abbandono, nei nosocomi e nelle case della
nostra città.
La Signora Maria Colamonico apprezza
molto l’iniziativa del tavolo delle strutture
sanitarie cattoliche illustrate dal Vescovo e
ritiene che si possa coinvolgere questo nuovo organismo anche nella revisione del documento sulla Pastorale sanitaria.
La Signora Arabella Miraglia sollecita le
strutture cattoliche a riappropriarsi del loro
specifico ruolo di sanità ispirata al Vangelo e a diffondere lo spirito cristiano attraverso gli operatori sanitari.
Il Signor Corrado Stillo ritiene che la Consulta possa giocare un ruolo profetico sottolineando la centralità e la dignità della persona ammalata.
Don Telesforo Kowalsky sollecita tutti i
componenti del gruppo a comunicare di più
tra loro anche attraverso telefono, fax e posta elettronica.
Suor Avelina Baioy comunica l’esperienza di preghiera e di conforto ai malati che
si va sempre più diffondendo tra gli operatori sanitari della sua struttura di appartenenza, l’Ospedale S. Giovanni.
La Signora Maria Giuseppina Astorino
propone che gli appartenenti alla Consulta di
Pastorale sanitaria rileggano il documento insieme ai membri delle associazioni rappresentate e propongano le modifiche necessarie. In tal modo si solleciterà un maggiore
coinvolgimento degli operatori di base.
Si costituisce infine il gruppo di lavoro incaricato della revisione del documento sulla Pastorale sanitaria composto da: Abbate,
Astorino, Bagnato, Catalano, Colamonico,
Currao, Miraglia, Stillo.
La riunione termina alle ore 18.20 con la
preghiera.
Madonna della salute
Presso la casa di
cura delle Ancelle dell’Incarnazione “Salus Infirmorum”, si è festeggiata
la ricorrenza della festa della Madonna della salute.
La celebrazione Eucaristica è stata presieduta da Sua Eccellenza Mons. Armando
Brambilla. Gli operatori sanitari presenti
nella struttura insieme ai malati e dirigenti hanno partecipato, con viva emozione,
alla funzione religiosa.
Il Vescovo, testimoniando il costante impegno di pastore d’anime si è recato nei reparti per la visita ai sofferenti, per offrire
una parola di conforto, un messaggio di speranza. “Ero ammalato e siete venuti a visitarmi”: recitano le Sacre Scritture. Sua
Eccellenza Mons. Brambilla, con una presenza attiva, ripercorre la strada dell’evangelizzazione, un’esempio tangibile di una
religiosità destinata a lasciare un’impronta nel cuore dei presenti, sia degli operatori sanitari che dei pazienti. Una testimonianza vera di fede e spiritualità.
Dott. Lanfranco Luzi
Un gesto di solidarietà
Alla Casa di Cura Villa Fulvia và il mio
ringraziamento per aver scelto di donare a
Medici Senza Frontiere la somma destinata ai tradizionali regali natalizi.
Un gesto di solidarietà che potrà dare speranza a chi non ne ha.
I nostri operatori umanitari potranno curare, assistere, vaccinare, portare acqua potabile, riabilitare strutture e restituire dignità a queste popolazioni.
Anche a nome di tutti i nostri operatori umanitari, i più sinceri auguri.
Maria Giuseppina Astorino
D.ssa Raffaella Ravinetto
La Segretaria
Presidente MSF Italia
20
Lunedì 14 gennaio u.s., l’Associazione SOS
Alzheimer e la Caritas diocesana di Roma, settore Volontariato, in collaborazione con il Centro del Sacro Cuore di Roma (Via BardanzelViale Bruno Rizzieri, 120 - 00173 Roma
lu, 83) hanno inaugurato il primo Salotto
www.sosalzheimer.it
Alzheimer della Capitale.
(presso Parrocchia SS. Gioacchino ed Anna)
Info: 06.72910175 - Per le urgenze: 333.2611370
L’Associazione SOS Alzheimer ha inteso coPer la corrispondenza:
sì creare su Roma un punto di incontro per maAssociazione SOS Alzheimer - Casella Postale 19078
lati e familiari, dove mettere a disposizione il
Cinecittà Est - 00173 Roma
proprio know how medico-scientifico, il proprio personale O.M.A. - Operatore per i Malati di Alzheimer e per le demenze e dei volontari per accogliere pazienti affetti da demenza e familiari in un ambiente curato nel design e nella capacità di ospitalità.
Con cadenza settimanale si ripeteranno gli incontri ogni lunedì dalle 15,30 alle 17,30 e si tratterà di
appuntamenti tematici per i familiari che potranno rivolgere domande a medici specialisti. Nel frattempo, si sperimenteranno tecniche e strategie di riabilitazione cognitiva come la musicoterapia, la psico danza terapia, la logopedia, la reminescence therapy sui familiari pazienti.
Ad oggi, le presenze al salotto possono ritenersi importanti, soprattutto per i familiari interessati che
possono ricevere tutte quelle informazioni sulla malattia e sulle sue manifestazioni che altrove non
trovano. Lo stesso Comune di Roma, ha sottolineato la validità dell’iniziativa, inserendo la notizia
sul proprio sito istituzionale.
Le famiglie interessate possono, in caso di bisogno, recarsi al Salotto Alzheimer o rivolgersi all’Associazione SOS Alzheimer.
Maria Grazia Giordano
SOS Alzheimer
Associazione SOS Alzheimer
CHI SIAMO
L’associazione “SOS Alzheimer” riceve il
pubblico nei giorni:
SOS Alzheimer è un’associazione di volontariato con sede a Roma (Viale Bruno
Rizzieri, 120), la cui missione è: ottenere le
cure adeguate per i malati affetti dal Morbo di Alzheimer e da tutte le forme di demenze senili e degenerative e l’appropriato sostegno alle famiglie.
Per raggiungere tale missione, SOS Alzheimer si proprone come interlocutore e portavoce dei malati e dei loro familiari presso le Istituzioni pubbliche e private.
dal LUNEDÌ al VENERDÌ
dalle 9,30 alle 12,00
il MARTEDÌ
dalle 16,00 alle 19,00
CENTRO DI ASCOLTO PISCOLOGICO
con la Dott.ssa Ivana Buccione
psicologa e psicoterapeuta
I NOSTRI SERVIZI
I NOSTRI OBIETTIVI
z Visite c/o il Centro UVA di zona;
z Visite mediche neurologiche, geriatriche;
z Visite preventive di medicina di base;
z Si possono richiedere supporti psicologici per i familiari dei pazienti;
z Si può richiedere assistenza domiciliare
e di fisioterapisti;
z Consulenza legale e fiscale;
z Si può richiedere l’intervento di volontari per il disbrigo di pratiche quotidiane;
z Magazine SOS Alzheimer ed altre pubblicazioni tematiche;
z “Salotto Alzheimer”, in collaborazione
con Caritas romana, sezione Volontariato e Centro del Sacro Cuore di Roma (Via Bardanzellu, 83 - Roma. Tutti i lunedì dalle ore 15,30 alle 17,30).
z Garantire un approccio globale ed integrato in tutte le fasi della malattia;
z Qualificare ed estendere la rete nell’area
romana dei servizi, attraverso il sostegno
alle famiglie, l’assistenza domiciliare, i
centri diurni, le strutture residenziali e le
strutture temporanee di sollievo;
z Valorizzare e sostenere il ruolo delle famiglie e delle Associazioni dei familiari,
riconoscendo i bisogni specifici dei caregivers;
z Dare centralità al malato e ai suoi bisogni
nel proprio ambiente di vita;
z Formare personale specializzato (O.M.A.)
in grado di supportare il malato ed il caregiver/familiare, formandolo ed informandolo.
21
Dio creò l’uomo per la felicità.
LA FIDUCIA IN DIO
“Più
“Più grande
grande del
del nostro
nostro cuore”
cuore” (1
(1 Gv
Gv 3,20)
3,20)
N
NEL TEMPO DELLA SOFFERENZA
esistenziale e abusiamo della libertà. Ci illudiamo di realizzare noi stessi in beni apparenti o parziali, mettendoci in contraddizione con noi stessi, con gli altri e con Dio,
origine e senso ultimo del nostro essere.
ella vita di chi soffre, come di chi gli sta a
fianco, ha una estrema importanza l’atteggiamento della “fiducia”: in noi stessi, negli altri e in Dio, ultimo fondamento di ogni
fiducia. La sua forza creatrice e risanante
sta alla base di tutta la nostra vita in ogni
sua fase: vita che è cammino di maturazione di una “coscienza” che si apre alla “fiducia”. In particolare, il tempo della sofferenza fisica e morale ci spinge a lottare contro di essa per vincerla e, insieme, ci stimola
a rientrare e a raccoglierci in noi stessi: a
prendere coscienza del nostro io, attraversando i molteplici condizionamenti interiori ed esteriori.
COSCIENZA E FIDUCIA
“Devi” importi di fare il bene evitando il male. Una coscienza morale autenticamente
umana non può essere innanzitutto e solamente questo “devi”, inteso come violenza
psicologica sulla coscienza propria e altrui.
Non può essere un tribunale dispotico che
costringe ad agire, senza convinzione personale, facendo e inseguendo il bene, il meglio, l’ottimo in modo alienante, ossessivo
per sentirci perfetti osservanti della Legge,
della Norma morale e superiori agli altri.
La retta coscienza è innanzitutto “fiducia” nel lasciarsi attirare dal volto positivo
e persuasivo della verità e del bene, dalla
“gioia” del bene, man mano che viene sperimentata nell’“apprendistato” della vita.
È un cammino, che sia pure lentamente e
faticosamente, ci fa maturare come uomini
che non sono schiavi o sudditi di un sovrano celeste, rna figli di Dio che è loro Padre,
Madre e Amico. Essi agiscono per convinzione e liberamente (“signori di se stessi”)
vivendo l’amore come dono di sè, accoglienza, servizio, seguendo Gesù SignoreServitore (Gv 13): sotto la guida dello Spirito, che muove dal di dentro e non sotto la
pressione e la costrizione della paura, delle
passioni e dell’ambiente, come ricorda S.
Tommaso seguendo S. Paolo.
COSCIENZA IN CAMMINO
Tutte le persone umane sono unite in profondità dalla “coscienza morale”, che precede
ogni altra scelta, anche la stessa fondamentale “scelta religiosa”, aprendoci ad essa. È
un cammino in cui impariamo per esperienza
a distinguere in concreto il bene dal male, come ci ricorda S. Ireneo. Il bene “morale” è
ciò di cui ha bisogno il nostro essere per realizzarsi, per raggiungere il suo fine veramente
e adeguatamente. Da qui nasce il “dovere”,
l’imperativo di compiere il bene e di progredire “sempre più” in esso, evitando il
male e andando verso il meglio e l’ottimo.
Alla base della coscienza, unita alla libertà,
c’è il nostro essere uomini capaci di aprirci alla verità, all’amore, a Dio: ma allo stesso tempo siamo fragili, esposti all’errore e
al peccato, perché creature necessariamente limitate e contingenti. Siamo noi a creare il peccato, o male morale – da non
confondere con l’errore non volontario –
quando non accettiamo la nostra fragilità
UNA COSCIENZA RASSERENATA
Il cammino della autentica religiosità e della vera fede in Dio non nasce primariamente
22
dal senso del peccato e della colpa, anche
se poi interviene una esaltazione della misericordia, che in certo modo sottovaluta la
positività della creazione, “ferita” ma non
distrutta dal peccato. Il cammino nasce innanzitutto dall’“apertura fiduciosa” – più
o meno consapevole – verso la verità e l’amore, unita alla esperienza della fragilità
esistenziale, che ci spinge ad andare oltre
noi stessi verso Dio. Su questa base sorge
poi l’autentico “senso del peccato”: peccato che è soprattutto – come insegna S. Ireneo – rifiuto della nostra concreta fragilità
creaturale (la passibilità e la corruttibilità
della “carne”) per mancanza di fiducia nella bontà del suo Creatore.
È giusto il “senso di colpa” come rimprovero della coscienza per la nostra libera scelta del male morale. In fondo, sia l’esaltazione come la condanna “assolute” sono espressione di megalomania (di onnipotenza) nel
bene e nel male: della pretesa di rimuovere
il nostro limite e la nostra complessità di creature, sia nella virtù come nel peccato (volontario) e nell’errore (non volontario).
solute dinnanzi alla nostra essenziale vulnerabilità umana. La tranquillizzante fiducia nella bontà di Dio, nella sua Grazia, la
fiduciosa audacia (la “parrhesia”) di essere suoi figli ci liberano dalla amarezza, da
un certo rancore inconscio contro noi stessi, gli altri e Dio, causato dalla delusione
delle nostre pretese.
Senza farci violenza, con il dono del suo Spirito, Dio ci attira a sè, aprendoci il cuore perché operi il bene, liberamente, per amore:
secondo la “misura” della nostra particolare condizione di creature, uniche e irrepetibili nella concretezza della nostra storia. Come nota, con pronfonda umanità, S. Tom-
L’UNICO ASSOLUTO
Attraverso gli eventi Dio, nella storia della
salvezza, si rivela interiormente incontrandosi con la coscienza, con il “cuore” degli
uomini: ieri come oggi. L’esperienza religiosa dell’umanità – culminante nell’accoglienza della Rivelazione in Cristo – è un
apprendere, un essere “educati” alla fiducia in Dio come Amore, che ci precede, ci
sostiene, ci accompagna, ci accoglie. Un
Dio che ci ama comunque, uno per uno, insieme, in tutto e nonostante tutto, incondizionatamente.
Questa fiducia (o “fede”) non annulla la nostra coscienza morale e responsabilità, che
ci approva per il bene e ci accusa per il male. Invece la trasforma, la pacifica, la fa come “respirare” in profondità, guarendola
dalle pretese ossessive e utopistiche di efficienza, di perfezione a tutti i costi: a livello etico-spirituale e, di riflesso, anche comunitario e socio-politico. Pretese che nascono dalla illusione, sempre poi puntualmente delusa, di crearci delle sicurezze as-
Non ho molto da darti, mio Dio,
ma vorrei che quel poco fosse tutto.
maso: “dobbiamo andare a Dio credendo,
sperando, amando Secundum mensuram
nostrae conditionis” (S. Theol. I-II, 64, 4).
Respiriamo così la fiducia della coscienza
in “Dio più grande del nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri” (Gv 3,20).
Possiamo allora vivere positivamente ogni
situazione, anche la nostra “infermità”
umana, fisica e spirituale, senza restarne prigionieri. Possiamo combattere contro il male per vincerlo con la forza del bene, trasfornandolo in ogni caso in momento di
crescita nel cammino “verso la piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).
Don Carmelo Nigro
Cappellano Ospedale “S. Lucia”
23
L’
le
L
A
C
R
I
M
E
Per informazioni:
www.finco.org
www.giornataincontinenza.com
[email protected]
Numero verde: 800.050415
ore 9,00 - 11,00
giorni lavorativi
incontinenza urinaria è un problema molto diffuso nei paesi industrializzati ed è
difficile valutare con precisione quale sia la dimensione “reale” del problema, il
numero delle persone coinvolte ed i costi sociali diretti e indiretti. Solo in Italia si stima
che gli incontinenti siano 5 milioni, di cui 3
milioni di donne.
L’incapacità più o meno grave di urinare a
tempo e luogo ha un impatto sociale devastante, che incide pesantemente sulla qualità
della vita della persona colpita, sia per il vissuto soggettivo che per i rapporti interpersonali. E sul piano psicologico spesso compaiono depressione e perdita dell’autostima,
cui si accompagnano apatia, senso di colpa e
negazione interpersonale.
Per tali motivazioni nel 1999 è nata la Federazione Italiana Incontinenti (Finco), un’associazione di volontariato che riunisce i cittadini che soffrono di incontinenza urinaria e
più in generale dei disturbi del pavimento pelvico, i medici che si interessano a tali problematiche, gli infermieri specialisti della riabilitazione dell’incontinenza, le ostetriche, i fisioterapisti e i cittadini sensibili a tali problematiche. La Finco si adopera per favorire una
diagnosi precoce e il trattamento tempestivo,
ad esempio eliminando nelle donne il senso
di vergogna e incoraggiandole a cercare aiuto. L’Associazione fornisce gratuitamente
informazioni socio-sanitarie, consulenze di
esperti, tutela dei diritti e collabora con le istituzioni a tutti i livelli.
Obiettivo della Federazione è anche sensibilizzare al problema la cittadinanza, le istituzioni e i mass-media, e nel 2006 è riuscita ad
istituire la Giornata nazionale per la prevenzione e la cura dell’incontinenza, sancita da una
Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri. “L’evento, si svolge ogni anno il 28 giugno e vede gli ambulatori accreditati Finco
aperti ai pazienti per visite gratuite. Dal 2007
la FINCO organizza “Corsi formativi (E.C.M.)
per i professionisti dell’incontinenza”.
“Un viso lavato dalle lacrime è indicibilmente bello”. Sant’Atanasio ricorda di
sant’Antonio, eremita del deserto, che piangeva su di sé per giorni interi. La conseguenza era che “il volto di sant’Antonio aveva una
bellezza sorprendente. Egli non si agitava mai,
la sua anima viveva una pace assoluta”. In
realtà sul nostro occhio passa sempre un velo
di lacrime, il cosidetto “film lacrimale”, prodotto da quattro piccole ghiandole poste ai lati degli occhi. Ma, al di là del fenomeno fisico, la lacrima ha uno straordinario valore
simbolico dai significati molteplici. Manifesta, infatti, la sofferenza facendola quasi brillare nel suo mistero, ma esprime anche la felicità tant’è vero che si è coniata la locuzione
“piangere di gioia”. Ma, come ricordano i
due testi sopra citati (la prima frase è del discorso ascetico di S. Efrem del IV sec. e l’altra è tratta dalla vita di S. Antonio scritta da
S. Atanasio nel 357), c’è anche il pianto di
conversione. Il famoso scrittore ottocentesco
francese François René de Chateaubriand scriveva semplicemente così per descrivere il suo
ritorno alla fede: “J’ai pleuré et j’ai cru” ho
pianto e ho creduto. Il pianto spesso libera, fa
quasi evaporare il grumo di amarezza che è in
noi ed è per questo che, dopo aver versato lacrime, ci si sente un po’ sollevati. La persona
ha spesso vergogna di farsi vedere mentre
piange; in realtà questo è un segno di umanità
e, nel caso del pentimento, è il principio della liberazione dal male e del perdono, come è
accaduto in quella notte a S. Pietro, quando,
dopo che i suoi occhi si erano incrociati con
quelli di Gesù, aveva “pianto amaramente”. Il
nostro volto e non solo l’occhio si purifica e
rivela una riacquistata serenità interiore, una
pace e una nuova bellezza.
Gianfranco Ravasi
da Avvenire del 4 novembre 2007
24
n
el 1975 il più importante settimanale illustrato brasiliano, “Manchete” di Rio de Janeiro, gli dedicò un lungo servizio intitolato: “L’uomo più buono del Brasile”, che
diceva: “Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i
loro capitali allo scopo di guadagnarne
altri. Marcello Candia, ricco industriale
milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con
uno scopo ben diverso: per aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975”.
Marcello Candia (1916-1983): ha dimostrato
con la vita che anche un ricco può entrare
nel Regno dei Cieli. Il 12 gennaio 1991, su
brica di acido carbonico fondata all’inizio
del secolo e la diresse per vent’anni con successo. Ma Dio lo chiamava ad essere “l’industriale della carità”. Fin da giovane studente (tre lauree: in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l’industria paterna (che potenziò costruendo altri stabilimenti) e le opere di carità nella sua
Milano, fra le quali il “Collegio degli studenti d’Oltremare” voluto dal Card. Montini e fondato in collaborazione col prof.
Giuseppe Lazzati.
Candia sentiva profondamente anche la
chiamata alle missioni. Dopo la II Guerra
mondiale fonda la scuola di medicina per
missionari presso l’Università di Milano,
l’Alam (Associazione in aiuto alle missioni), la rivista trimestrale “La Missione” e
Marcello Candia: un missionario
laico sulla via della santità
proposta della “Fondazione dottor Marcello Candia”, l’allora Arcivescovo di Milano,
Card. Carlo Maria Martini, istituiva il tribunale diocesano per la sua canonizzazione e così lo definiva: “Marcello Candia è
un modello di laico impegnato, dedito, coraggioso, capace di prendere sul serio la
parola di Gesù, creativo, capace di mettere la sua professionalità a servizio degli ultimi. È dunque per noi un testimone straordinario, un cristiano esemplare
di questa fine del secondo millennio, un
modello nel nome del quale vorremmo
avviarci verso il terzo millennio, per incominciarlo con speranza”. L’8 febbraio
1994, chiudendo il processo diocesano, il
Cardinale Martini diceva: “La Chiesa ambrosiana esprime ufficialmente il desiderio di poter un giorno annoverare tra i
suoi santi e beati questo suo figlio”.
appoggia vari organismi di laicato missionario che stavano nascendo in quel tempo:
l’Ummi, il Cuamm, l’Afi, il Celim, l’Afmm,
l’invio in Brasile dei volontari laici di Gioventù Studentesca (di Don Luigi Giussani):
è stato uno dei primi e più appassionati promotori del laicato missionario in Italia.
Dopo una visita a Mons. Aristide Pirovano,
missionario del Pime e Vescovo di Macapà
alle foci del Rio delle Amazzoni, Marcello
sogna di abbandonare tutto per seguirlo in
Amazzonia e fondarvi un ospedale. Nel
1964, a 48 anni di età (non si era sposato
per seguire la chiamata di Dio), vende le sue
industrie e va con i missionari a Macapà
spendendo i suoi averi e la sua stessa vita
per aiutare i poveri.
L’attività di Candia era travolgente, l’ha consumato anzitempo: ha avuto tre infarti e un’operazione al cuore, è morto di cancro al fegato per le sofferenze patite nello svolgere la
sua opera in Brasile. In 18 anni di vita in
Amazzonia fondò e finanziò, seguendole
sempre da vicino, 14 opere di carità, di educazione, di assistenza ai più poveri, fra le
Chi era Marcello Candia?
Figlio di un industriale milanese (nato a Portici, presso Napoli), ereditò dal padre la fab-
25
cia in fronte e gli dice: “Ho sentito tanto
parlare di lei...”. Marcello raccontava poi
l’incontro e ripeteva: “Quel bacio mi ha
portato fortuna, è stata una benedizione
del Signore per tutte le opere di carità in
Amazzonia”.
Don Divo Barsotti, che ha conosciuto bene
il dottor Candia, ha detto dopo la sua morte: “Mi è sembrato un’anima senza ombre.
Ho conosciuto tante anime sante, forse saranno anche più sante di lui, però per tutte le altre qualche riserva l’ho sempre avuta, mentre non ho mai avuto riserve per
Marcello Candia, un’anima così semplice, così luminosa, così delicata... Molti
l’hanno deluso, si è sentito, in fondo, non
dico tradito ma non capito. Lo si vedeva
come un utopista: lo si amava, ma in fondo ce se ne guardava. Non si poteva attaccare la sua limpidezza di vita, la sua vita
religiosa, la sua preghiera, ma forse sentiva che gli altri lo trattavano come un bambino, lo credevano un ingenuo. Io so una
cosa: che appena morto tutti hanno compreso la grandezza di quest’anima... La cosa che più mi meravigliava era il suo contatto con i poveri, con i lebbrosi, con i malati. Ricordo quando sono stato a Marituba con lui, i malati non si accorgevano più
di essere malati, c’era un tale spirito di serenità, di gioia nel vederlo, molto semplice, una festa tranquilla, serena, tra fratelli. La sua famiglia erano i malati, i lebbrosi: quando parlavi con lui di malati, di
poveri, di lebbrosi, s’illuminava, si sentiva che li teneva, nel cuore, erano una cosa sola con lui”.
quali il più grande ospedale dell’Amazzonia brasiliana a Macapà (negli anni Sessanta) e anche due Carmeli di clausura, perché voleva che tutte le sue opere fossero fondate sulla fede e la preghiera.
C’è un aspetto nella vita di Marcello che lo
rende un modello quanto mai attuale per un
mondo come il nostro. Non era un paternalista, ma nemmeno un “pauperista”. Aveva
un grande rispetto del denaro, che sentiva come dono di Dio per fare del bene: ne aveva
e ne riceveva molto e sapeva amministrarlo
bene, ma lo usava tutto per gli altri, non per
se stesso. Una delle sue frasi preferite era:
“Chi ha ricevuto molto deve dare molto”.
Il Vescovo di Macapà succeduto a Mons. Pirovano, Mons. Giuseppe Maritano, ha testimoniato: “Voleva che l’ospedale fosse per
i poveri, perché questo era l’unico scopo
per il quale l’aveva costruito. Diceva sempre: ‘Se c’è un malato povero e uno ricco,
prima ospitiamo il povero e poi, se c’e posto, il ricco, che può rivolgersi all’ospedale governativo’. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev’essere per
forza passivo. Se è in attivo vuol dire che
non è più missionario e per i poveri”.
Sono stato varie volte in Amazzonia e ricordo il lebbrosario di Marituba (presso
Belém), il primo visitato da un Papa, Giovanni Paolo II, l’8 luglio 1980. Giornata memorabile, sotto un sole fulminante (48 gradi all’ombra, all’aperto). Il Papa guarda e
ascolta quella folla di lebbrosi e di fedeli
venuti da Belém, da Macapà e da varie parti dell’Amazzonia, che cantano e gridano la
loro gioia; dopo un po’ chiede a Mons. Aristide Pirovano che gli è vicino: “Ma insomma, dov’è Marcello Candia?”. Non era
sul palco, sotto la tenda con le autorità, ma
sotto il sole rovente, senza cappello, dietro
a un uomo in carrozzella: tentava, sventolando un ventaglio, di mitigare l’afa al suo
amico Adalucio Calado, presidente della comunità dei lebbrosi, senza mani, senza piedi e senza naso, incaricato di dare il benvenuto a Giovanni Paolo II a nome degli 800
pazienti del lebbrosario.
Finite le cerimonie ufficiali, il Papa scende
in mezzo ai lebbrosi, li abbraccia uno per
uno e quando è di fronte a Marcello lo ba-
Cos’è rimasto del dottor Candia
nel Brasile dei poveri?
Le trenta e più opere che la Fondazione Candia mantiene, fra le quali due conventi di
clausura delle Carmelitane voluti da Marcello. Quello di Macapà è il primo nell’immensa Amazzonia brasiliana (13 volte più
grande dell’Italia). Ma soprattutto è rimasto il ricordo vivo di un uomo buono, un
modello di vita cristiana e di amore ai poveri. Adalucio Calado prima che morisse,
si commuoveva nel ricordare Marcello:
26
“Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi,
rifiutati da tutti”.
Ho chiesto ad Adalucio perché gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello
Candia un santo. “Perché faceva tutto per
amore di Dio. Non cercava nulla per sé ma
tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati,
noi hanseniani. Era eroico nella sua do-
nazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a
spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un
motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per
amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un
uomo così buono, quanto più buono
dev’essere Dio!”.
Piero Gheddo
Mese di maggio mese di Maria
CREDDO MARIANO
Credo in Maria SS.ma madre
di Cristoe perciò della chiesa.
E ci credo fermamente,
con tutta la mente e con il cuore.
Credo nella sua maternità
divina, nella sua perpetua
Verginità, nella sua Immacolata
Concezione, nella sua missione
corredentrice, accanto
al Figlio Redentore.
Credo nella sua Assunzione
e glorificazione celeste
in corpo ed anima; e in Maria
è immagine della chiesa e che
dovrà avere il suo compimento
nell’età futura ed eterna.
Credo nella sua maternità
spirituale ed ecclesiale
e nella sua regalità reale,
di misericordia e di pace.
Credo nella sua missione
di Madre nella Chiesa,
nella sua potente intercessione,
per lo sviluppo della vita
nelle anime.
Credo nella sua presenza
di amore accanto a ciascuna
creatura, come madre,
maestra di fede,
ausiliatrice e mediatrice.
Credo nel trionfo finale
ed universale di Cristo
e del Cuore Immacolato
di Maria, nell’oggi
della storia perché
questa è la sua ora!
La Madonnella
der Cantone
Decus et Presidium
LA
MADONNINA
DER CORTILE
In arto, sur cantone, imporverata,
d’un vicolo in quer de l’Esquilino,
c’è sta ‘na madonnella addolorata
e sotto ce sta scritto ner latino
‘na frase ch’è mijore de ‘n sermone
e che vordì: “decoro e protezione”.
Ce stà ‘n’immacolata ner tempietto
ner cortile de casa, fra du’ pini,
dove se po’ gioca’ puro ar carcetto;
ma ‘na vorta, carcianno, i regazzini,
arivò sur tempietto ‘na pallata,
ruppe er vetro e sporcò l’immacolata.
Tutt’è silenzio attorno, è Feragosto,
è annata fora la popolazione,
ner vicolo c’è sola e ha preso posto
davanti a la Madonna der cantone,
‘na vecchietta pe’ fa’ le devozzioni
recitanno er Rosario e l’orazzioni.
Scapporno i regazzini pe’ paura
meno Simone, detto er piccoletto,
c’annò da la Madonna e co’ gran cura
er viso je pulì cor fazzoletto
e dicennoje prima d’annà via:
“Te chiedo scusa Madonnina mia”.
Poco prima ch’ariva la caciara,
se sente la Madonna addolorata
che dice co ‘na voce bella e chiara,
rivorta a la vecchietta, trasognata:
“te ringrazio de core fija mia
d’avemme fatto bona compagnia”.
Allora s’animò la Madonnina
piena de luce come er Paradiso,
era propio der celo la regina,
mosse le mani e co’ un ber soriso,
fece co’ tanto amore e tenerezza
sur viso de Simone ‘na carezza.
27
Elio Cesari
Elio Cesari
(detto Cesaretto)
(detto Cesaretto)
Lo Stato Vegetativo Permanente
S
(Aspetti Clinici e Considerazioni Etiche)
econdo le più prestigiose Associazioni Professionali Nordamericane, la definizione
dello SVP - Stato Vegetativo Permanente può essere così sintetizzata: “È uno stato
di incoscienza ad occhi aperti, nel quale
il paziente ha periodi di veglia e cicli sonno/veglia fisiologici, ma non è mai consapevole di se, nè dell’ambiente circostante”. Clinicamente è presente una condizione di incoscienza vigile, occhi aperti, movimento masticatorio
non finalizzato, attività motoria afinalistica degli arti
conseguente a riflessi retrattivi reattivi allo stimolo nocicettivo (doloroso). È conservato il ciclo sonno/veglia,
sono presenti riso spontaneo,
movimento rotatorio oculare conseguente a stimoli sonori o ad oggetti in movimento, emissione incomprensibile vocale, movimenti spastici, perdita di feci e
urine. Sono conservate la termoregolazione, la funzione
cardio-respiratoria, la funzione gastrointestinale ma
con compromissione della
masticazione e della deglutizione (alimentazione parenterale). La diagnosi è clinica
anche se coadiuvata da indagini strumentali (Tac, Rmn,
Pet). Il prognostico è sfavorevole quando lo stato vegetativo persiste oltre i tre mesi in presenza di
anossia ischemica e da dodici mesi in presenza di trauma cranico. L’assistenza è volta alla prevenzione dei decubiti, l’igiene personale, le infezioni, le flebiti profonde, le
sintomatologie retrattive dell’apparato muscolo-scheletrico, la riabilitazione mirata
per il recupero dello stato di coscienza, la
emodialisi e la ventilazione meccanica. Se
nella fase ospedaliera le condizioni cliniche
miglioreranno il paziente potrà tornare a casa per essere affidato alla cura dei familiari che dovrà prevedere l’igiene della persona e la nutrizione enterale. A nostro avviso
l’opzione clinica dovrà sempre scegliere per
questi pazienti il valore della
vita, perché essi si trovano in
una situazione stabile ma non
riescono ad alimentarsi da soli. Se vengono sospesi artificialmente il cibo e i liquidi,
muoiono, e la causa della morte non sarà attribuibile alla malattia ma unicamente alla inanizione e alla disidratazione.
La somministrazione dei così detti mezzi minimali (alimentazione, idratazione ecc.)
destinati a mantenere in vita, rappresentano un “mezzo naturale” e non un “atto
medico”, così che il suo uso
considerato “ordinario e
proporzionato”, e in quanto
tale obbligatorio. In chiave
laica, la stessa giurisprudenza
prevalente italiana (Pretura,
Corte d’Appello) ha sempre
respinto la richiesta per la sospensione della nutrizione e
della idratazione, scorgendo in
essa un atto di eutanasia, così
assimilando la propria condotta a quella del Magistero
della Chiesa. La Congregazione per la
Dottrina della Fede rispondendo ai quesiti posti dalla Conferenza Episcopale Statunitense circa l’opportunità di sospendere nei
pazienti in stato vegetativo permanente il
nutrimento e l’idratazione anche con l’impossibilità certa di recuperare la coscienza
28
ancorché con il parere espresso con certezza morale da medici competenti, ha formulato giudizio negativo con la motivazione che “un paziente in Stato Vegetativo Permanente è una persona, con la sua dignità
umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo,
anche per vie artificiali”. La stessa Congregazione non ha escluso alcune eccezioni quali: l'impossibilità di somministrare l’alimentazione e l’idratazione artificiali in regioni isolate o di estrema povertà, la liceità
di interrompere l’alimentazione e l’idratazione quando “per complicazioni sopraggiunte il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo ed i liquidi, diventando così del tutto inutile la loro somministrazio-
ne”, la liceità della interruzione allorché
“l’alimentazione e l’idratazione possono
comportare per il paziente una eccessiva
gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze nell’uso di
ausili strumentali”. In base a quanto abbiamo esposto, riteniamo del tutto pretestuose
le affermazioni di non accettabilità nei confronti dei pareri espressi dal Magistero, da
parte di una sigla che rappresenterebbe i medici pubblici, in realtà esigua minoranza di
fronte alla maggioranza dei medici italiani
rimasti deontologicamente fedeli al giuramento ad Ippocrate, che sempre hanno condiviso i principi etici e morali promossi dalla Società Civile e difesi dal Magistero della Chiesa Cattolica.
Dr. Sergio Mancinelli
Antichi ospedali romani minori
L’OSPEDALE DI
SAN GIOVANNI BATTISTA
DEI GENOVESI
T
allora in Roma l'ospedale dei Lombardi
ma anche quello degli Spagnoli o dei Portoghesi, e così via, nei quali principalmente
– ma non sempre esclusivamente – gli assistiti appartenevano ai paesi di riferimento. In questa fattispecie ricadeva pure l'ospedale di San Giovanni Battista dei Genovesi, nei pressi del porto di Ripa Grande, del quale andremo ora a riassumere la
gloriosa vicenda. Per far ciò ci avvarremo,
come guida principale o fil rouge, di un
prezioso quanto raro lavoro pubblicato nel
2004 ma reperibile agevolmente sul web
(Maria Luigia Ronco Valenti – Un angolo
di Liguria nel cuore di Trastevere) ma anche di numerosi altri documenti che qui è
impossibile citare per esteso.
Verso la fine del Quattrocento un facoltoso
ra il XV ed il XVI secolo a Roma era tutto un fiorire di istituzioni sanitarie, soprattutto per iniziativa delle Confraternite, le quali identificavano nell'assistenza
medica il modo ideale per conseguire i propri fini devozionali. Va però precisato che,
salvo alcuni casi particolari, l'ospedale pur
essendo così denominato assumeva – più
spesso – un aspetto ed un ruolo polifunzionale: era, sì, un ospedale nel senso classico, ma nel contempo era anche ambulatorio medico, ospizio per anziani e indigenti, ricovero per pellegrini, luogo di assistenza sociale. Oltre a ciò, tali ospedali
erano magari espressione di sodalizi a carattere cosiddetto "nazionale", ossia sorti
per iniziativa di comunità originarie di altre città italiane o di paesi stranieri. Ecco
29
teva contare su una propria farmacia o spezieria interna, assai fornita, ma era autosufficiente anche in alcuni approvvigionamenti
di base come latte, frutta e verdura. Anzi v'è
chi afferma che il meraviglioso chiostro –
attribuito a Baccio Pontelli – servisse pure
da orto per la coltivazione delle piante officinali necessarie alle preparazioni. I ricoverati avevano diritto ad una divisa di panno blu ed al trattamento sanitario comprendente i farmaci, le terapie, il vitto, il letto
con relativa biancheria. Non si ha notizia
certa circa i posti disponibili, ma sembra
che non dovessero essere inferiori ai trenta/quaranta.
L'alimentazione si basava soprattutto su cereali, farro, semolino, latte, carne, mandorle e perfino uva passa, mentre non si trova
menzione di altri alimenti proteici come ad
esempio le uova. Il pesce era sempre presente in abbondanza, poiché il rifornimento era assicurato dagli stessi compagni dei
marinai ricoverati. Le bevande, oltre all'acqua e le tisane, comprendevano anche il vino di Ischia. L'assistenza sanitaria era di
prim'ordine. Il medico doveva visitare gli
infermi due volte al giorno e relazionare ai
superiori, ma anche ai familiari, circa l'andamento delle terapie. Illustri clinici furono sempre ai vertici dell'istituzione, come
ad esempio Bartolomeo degli Emanuelli –
archiatra di papa Innocenzo VIII e innovatore della scienza medica – oppure Cesare
Macchiati da Fermo, primario dal 1668 al
1675, che fu un celebrato docente universi-
E in che ospedale ha praticato lei, prima di venire qui?
genovese, Meliaduce Cicala, aveva ormai
raggiunto altissime cariche nell'ambito dell'amministrazione pontificia, tanto che quando morì – a soli 51 anni, nel 1481 – fu sepolto nella stessa basilica di San Pietro. Molto più tardi le sue spoglie vennero invece traslate presso l'istituzione benefica che lui stesso aveva voluto e finanziato. Quale? Un
ospedale in grado di fornire la più ampia assistenza ai marinai della Repubblica di Genova che sbarcavano al porto di Ripa Grande e da erigersi proprio accanto alla struttura portuale. Il papa savonese Sisto IV, però,
nel rendere operative le disposizioni testamentarie (la costruzione iniziò fra il 1482 e
l'83) pensò che tale luogo – ben poco salubre per vari motivi – non fosse l'ideale per
un nosocomio e pertanto lo fece allogare in
posizione più riparata qualche decina di metri nell'entroterra, appena dietro il complesso del monastero di S. Cecilia.
Inizialmente l'erigendo ricovero venne indicato semplicemente come Ospedale (o anche Ospizio) dei Genovesi, in seguito fu più
noto come Ospizio di San Sisto (forse in
onore di Sisto IV), ma fu solo nel 1489 –
regnando un altro papa ligure, il genovese
Innocenzo VIII – che l'ospedale assunse per
decreto pontificio l'intitolazione ufficiale a
San Giovanni Battista dei Genovesi, riservando appunto l'assistenza ai marittimi della Repubblica (fra i quali anche i Corsi). Tuttavia, nei limiti delle possibilità ricettive,
veniva in realtà accolta tutta la gente di mare bisognosa di cure, a prescindere dalla nazionalità. L'ospedale, secondo l'uso dei tempi, assicurava solo prestazioni di medicina
generale, tuttavia era articolato in corsie nelle quali si cercava di raggruppare i degenti
secondo il tipo di patologia. L’ospedale po-
30
tario e medico personale della regina Cri- borante della milza], sugo de cicoria, di lupstina di Svezia. L'assistenza spirituale era polo, di rosa, di acetosa, oximele [L'ossicurata da un cappellano fisso, il quale do- mele era uno sciroppo di aceto e miele ferveva somministrare ai malati i vari Sacra- mentato], acqua di farfara [Tussilago farmenti e celebrare la S. Messa ogni domeni- fara. L'infuso dei fiori si usava come sedaca e festa comandata. In via straordinaria la tivo della tosse], acqua di agronomia, accelebrazione poteva avvenire anche in gior- qua di aceto rosato, ollio di camomilla, di
no feriale, mentre una volta al mese veniva ruta, di asenzo [Assenzio], di menta, consuffragata l'anima del benemerito fondato- serva di fumoterre [Fumaria officinalis.
re Meliaduce Cicala.
Pianta erbacea con proprietà diuretiche, lasMolto interessante è la parte che riguarda il sative, depurative delle vie biliari]…. Daltrattamento farmaceutico. Dalla monografia l'elenco di alcune sostanze citate nei regidi M. L. Ronco Valenti traiamo alcuni pas- stri della spezieria quali la cassia, la scasaggi, con l'aggiunta tra parentesi di alcune monea, il giulebbe, il sandalo, il luppolo, la
nostre spiegazioni circa le
melissa, la cicoria, la liquipreparazioni officinali.
rizia, gli estratti di prugna,
L'ospedale era dotato anpossiamo notare come anche di una attrezzata "speche oggi siano usate nelzieria" in cui venivano prel'industria farmaceutica e
parate, secondo la prescrifacciano parte dei rimedi
zione, le medicine per gli
venduti nelle moderne erammalati, che consistevaboristerie. (…..) I ricettari
no in sciroppi, unguenti,
e le sostanze usate dimoolii, pillole, tra cui i famostrano che le malattie di cui
si "troscici" (pastiglie dalsoffrivano i ricoverati non
la forma schiacciata) conerano particolarmente gratenenti le sostanze elencavi, e dai registri di accettate nei ricettari della farmazione si nota che non venicia. In essi si leggono le sevano mai registrate le affeguenti preparazioni: "sirozioni da cui erano colpiti:
po violato [A base di viola
la diagnosi generale era
mammola. L'infuso è diuquella di "febre" e le cure
retico e sedativo della tosprincipali consistevano in
se, il decotto è per uso Stendardo della Confraternita
salassi, purganti, antifebesterno dermatologico], si- dei Genovesi.
brifughi e diete particolari
ropo de suco, siropo aceper chi soffriva di disturbi
tato, zucharo violato, zucharo de reubar- di stomaco o era affetto da dissenteria".
baro, pilule asaiaret, pilule agregative Per parte nostra, possiamo notare che an[Composte di vari semplici, venivano usa- che nel contiguo ospedale di S. Maria delte per i mali più svariati], pilule de aure [Det- l'Orto (vedi i numeri precedenti) la diagnosi
te anche auree in quanto protette da una sot- all'entrata era quasi unicamente quella di
tile foglia d'oro, contenevano fra l'altro la "febre", a parte i casi dei portatori di ferite
rosa, il finocchio e lo zafferano], salgem- o altri danni evidenti. La circostanza conma, sena di levante [Senna levantina o ales- ferma quindi la tendenza – negli ospedali
sandrina, usata come lassativo], spicca nar- minori e comunque dotati di ridotte possidi [Radice del nardo, usata come antipire- bilità – alla forzosa sommarietà della diatico, diuretico, analgesico e tonico di vari gnosi e dei trattamenti a fronte di una alorgani], fior di boragine, unguento sando- trettanta genericità dell'indagine eziologilino [Rinfrescante per lo stomaco, a base di ca. In altre parole, forse la carità ed il buon
sandalo], liquiritia, ollio di capari [L'olio cuore sopravanzavano di molto l'esercizio
di capperi sembra fosse usato come corro- della scienza medica, nonostante tanti illu-
31
stri clinici: del resto, come visto, il concet- manus Pontifex" del 22 giugno 1553 istito di "ospedale" a quei tempi aveva in realtà tuì la Confraternita di San Giovanni Batuna accezione molto più ampia rispetto ad tista dei Genovesi. I sodali vestivano, cooggi.
me ancora vestono, un saio di tela bianca
Lo stato di salute di colui che si presenta- con cappuccio recante sul lato sinistro lo
va a quella che oggi chiameremmo "ac- stemma del Santo Precursore. Oltre ai norcettazione" veniva esaminato dai gover- mali obblighi devozionali e caritativi, i connatori del nosocomio, i quali se del caso fratelli avevano quello specifico di occulo provvedevano d'un biglietto di ricovero parsi degli ammalati, dell'assistenza ai moda presentare all'ospitalario e sul quale im- ribondi, della sepoltura dei morti, il tutto
mancabilmente era annotato "malato di fe- ovviamente con particolare riferimento albre secondo il solito". Il biglietto era ac- l'ospedale. Il confratello doveva assolvere
compagnato da un modesto inventario de- con sollecitudine a tali incombenze, congli effetti personali (denaro, vestiti) affin- tribuendo se necessario anche col proprio
ché potessero essere restituiti alla dimis- denaro o apposite questue tra i connaziosione oppure, ove
non diversamente
disposto dall'interessato, in caso di
decesso venivano
venduti a favore
dell'ospedale o donati al personale di
servizio. Fino all'avvento delle leggi napoleoniche
del 1809 i defunti
furono inumati in
appositi locali ipogei scavati sotto
l'adiacente chiesa
confraternale.
Fin dalla sua fonLa facciata dell’Ospedale di S. Giovanni Battista dei Genovesi.
dazione, l'ospedale venne amministrato dai chierici della Camera Apostoli- nali. Ripristinata la piena autonomia amca ma, sembra, con poco successo. Tale si- ministrativa, l'ospedale prosperò fino al
tuazione – unita al quasi prosciugamento 1704, anno in cui per vari motivi cessò le
del lascito di Meliaduce Cicala ed alle spo- attività ordinarie di ricovero, pur contiliazioni subite in seguito al Sacco di Ro- nuando a prestare cure di tipo ambulatoma del 1527 – portò alla forzata chiusura riale nei casi più gravi. La Confraternita è
del nosocomio. Fu così che nel 1553 un ni- ancora attiva e operosa, continuando ad acpote del fondatore (Giovanni Battista Ci- cogliere – per Statuto – "tutti i Genovesi o
cala, cardinale del titolo di San Clemente), discendenti da Genovesi, fino alla terza
per risollevare le sorti della gloriosa isti- generazione inclusive, residenti in Roma",
tuzione si rivolse a papa Giulio III chie- laddove per Genovesi si intendono anche
dendo l'istituzione di una Confraternita a i liguri e comunque tutti coloro che sono
cui conferire l'amministrazione dei pochi originari dei territori un tempo soggetti albeni residui e la cura della chiesa che nel la Repubblica.
frattempo era stata eretta accanto all'ospedale. Il papa acconsentì e con la bolla "RoDomenico Rotella
32
Scarica

Nr 54 Marzo 2008 - Diocesi di Roma