sped. abb. post. art. 2 comma 20/c
Legge 662/96 — Filiale di Bergamo
FOGLI
DI COLLE
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ottobre
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catastrofe
Darfur:
cosa c’è dietro
viaggio
nel cuore
dell’inferno
By Simona at 5:12 pm, 9/29/04
il diritto
di difendere
la Patria
senz’armi
liberatele!
(ci siamo
cascati?)
naja
addio!
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AAA Babau disoccupato
cerca armadio
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OBIETTORI
Simona Gauri
Autorizzazione del Tribunale di Bergamo n. 2
del 21 agosto 1984
Chiuso in tipografia il 21.08.2004
Redazione e amministrazione
Via Scuri, 1/c • 24128 Bergamo
Tel. 035/260073 • Fax 035/403220
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Direttore responsabile Roberto Cremaschi
Coordinatore di redazione Simona Gauri
Opinionista Claudio Di Blasi
Esperto legale Alessandro Pedone
Hanno collaborato a questo numero
Chiara Madaro
Sara Polattini
Flavio Terzi
Grafica Franco M. Sonzogni
Fotolito A.Effe snc, Caravaggio
Stampa Coop. CLAS, Bergamo
Sottoscrizione annuale:
(12,91 (L. 25.000)
da versare sul c/cp n. 13015243 intestato a
“Fogli di collegamento degli obiettori”
via Scuri, 1/c – 24128 Bergamo
Le immagini sono tratte da:
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FOGLI
di collegamento
degli obiettori
Per stampare
questo periodico
non è stato abbattuto
nessun albero
è associato a
VOCI DELL’ITALIETTA
periodico associato USPI – Unione Italiana Stampa Periodica
Mi trovavo a Barcellona quando a
Beslan è scoppiato l’inferno. Appresi la
notizia per caso, mentre armeggiavo con
una cartina turistica sul letto dell’hotel,
e la cronista di Telecinco dava in modo
concitato la notizia nel suo spagnolo
ultrarapido. Quello che captavo io era un
continuo rimandare ai “terroristos
armados” e ai “niños”. Ed è stato qui,
dopo aver afferrato che in qualche
modo c’entravano dei bambini, che alzai
la testa per guardare le immagini.
Le immagini hanno un potere altissimo nel catturare la nostra attenzione. In
un certo modo, capendo “a mozzichi” lo
spagnolo, la vista di quelle immagini mi
ha subito prodotto un gran turbinare di
pensieri, per cercare di ricostruire che
cosa fosse mai successo. Perché i soldati nella scuola, perché proprio quella
scuola, chi uccideva e chi era stato ucciso… e che cosa ci facevano tutti quei
ragazzini nudi che scappavano per strada?
Devo ammettere che riuscii a mettere insieme delle teorie piuttosto convincenti, dentro di me, pur continuando a
non capire i perché e percome. Dovetti
aspettare il giorno dopo per capirci
qualcosa di più e constatare che non ci
avevo preso una virgola: “La
Vanguardia”, splendido esempio di quotidiano catalano, dedicava sette pagine
alla tragedia del Caucaso. “La Russia
piange un massacro inspiegabile”, titolava il giornale. Nei giorni successivi,
grazie alle magie del satellite, riuscii a
guardare il Tg1 casereccio, con un certo
rammarico alla vista dei soliti servizi
superficiali tipici del Belpaese in cui
sembra di guardare una telenovela a
puntate che finisce con la suspence,
mentre il Tg di Telecinco forniva
approfondimenti su approfondimenti
dei fatti, raccoglieva testimonianze, proponeva interviste.
Tornata in Italia, raccolsi in pieno
l’ondata mediatica del proliferare dello
psicologo al tiggì, che spiega ai genitori
che sarebbe meglio “abituare i bambini” al fatto di essere sotto assedio terroristico, e che queste cose succedono
ovunque nel mondo, e anche a noi
potrebbero succedere da un momento
all’altro: stanno per diventare “normali”. Se spiegare la violenza ai bambini
come un fatto normale e inevitabile, che
prima o poi capita a tutti, possa essere
una terapia o una panacea non mi è
dato dire… Se queste persone pensano
che mandare in pensione il babau per
aprire gli armadi al terrorista musulmano cattivo, mi chiedo come possano i
bambini comprendere davvero quello
che accade nel mondo, e, guarda caso,
proprio in quei Paesi, in quelle scuole, in
quelle aree del mondo geopoliticamente
interessanti dal punto di vista economico, ricchi di petrolio, di fonti energetiche
e materie prime, che malauguratamente
sono finite proprio lì e non dove il grande leader della grande nazione vorrebbe
che fosse.
Non sarebbe forse meglio spiegare
ai bambini che le cose non sono come
sembrano? Che ciò che vediamo non è
quasi mai quel che sembra? Perché gli
psicologi che predicano in tv non ci
danno l’unico, saggio consiglio di abituare i nostri figli a pensare, a ragionare, a parlare e a mettersi in discussione,
anziché bersi così com’è tutto quello che
passa attraverso la finestrella catodica
di casa?
Perché, davanti a quelle immagini
terribili, non tentiamo di spiegare ai
nostri figli che cos’è la pace?
FOGLI 195
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guerra
CATASTROFE DARFUR:
CHE COSA C’È DIETRO?
Chiara Madaro
Le cose sono sempre più complicate di
quello che sembrano e i fatti che si segnalano negli ultimi tempi nel Darfur, regione
del Sudan, sono la perfetta dimostrazione
di questa massima.
Da dove incominciare? Dai soliti intrighi
internazionali dal sapore economico–politico? O dai personaggi che “giocano”
sullo scacchiere di Sudan e dintorni?
C’è chi fa risalire i motivi di questi massacri a ragioni storiche che affondano le
radici nei tempi dell’Impero Ottomano, e
chi, invece, trova il movente nella progressiva desertificazione di quest’area
dell’Africa iniziata negli anni Settanta e la
successiva migrazione dei pastori verso
terre ancora fertili con il risultato di una
rivalità tra tribù nomadi e sedentarie.
Tanto per citare una fonte, Lucio
Caracciolo — direttore della rivista di geopolitica “Limes” — sostiene che “la logica
in tutto questo è la guerra attraverso cui si
verificano una serie di scambi che altrimenti non esisterebbero”.
Al momento sul Darfur circolano notizie agghiaccianti che parlano di
quantità enormi di profughi e di pulizia etnica. L’UNICEF riporta la notizia
di bande di bambini tra i 10 e i 14
anni, tutti orfani sfuggiti a massacri,
che girano armati per la regione saccheggiando e massacrando a loro
volta. Agirebbero per fame e disperazione e non secondo direttive politiche e razziali. Sono il probabile risultato dei “diavoli a cavallo”, i
Janjaweed, miliziani filogovernativi
arabi che terrorizzano il Darfur.
È questo un nodo che difficilmente il
Sudan riuscirà a sciogliere: arrestare
e processare i capi di queste bande è
pressoché impossibile perché sono
tutti inseriti nell’esercito regolare con
spillette d’alto rango. In una recente
ed eccezionale intervista, Mohammed
al Fodl, accusato di essere il leader
ispiratore dei Janjaweed — ma ufficialmente presidente di una florida
società commerciale — ha dichiarato che
che “i diavoli a cavallo non esistono, sono
un’invenzione della campagna antisudanese; i veri massacratori sono i tora–bora,
i ribelli dello SLA (Sudan Liberation Army)
e del JEM (Justice and Equality Movement)
che si nascondono sulle montagne. E,
comunque, la soluzione la possiamo trovare solo noi”.
La regione è occupata a nord da 22 milioni di abitanti di origine araba e grandi
centri urbani contro un sud paludoso
dove vivono 6 milioni di abitanti, tutti cristiano–animisti. Qui lo schema sociale è di
tipo rurale e tribale, con una forte frammentazione etnica e linguistica che rende
difficile un’amalgama.
Ma una grossa responsabilità della crisi
che da 19 anni vive il Sudan viene anche
da oltreconfine. I primi segnali della crisi
arrivarono nell’85 quando un sedicente
gruppo di “alleanza araba” dichiarò di
voler unificare le 27 tribù arabe contro i
“neri”. Da qui nacquero nuove tensioni tra
Arabi e Cristiani. Le ripicche continuarono
in questo modo fino al 2000, anno della
pubblicazione del Black Book, un libro in
cui si tenta di dimostrare che i neri nel
Darfur non sono politicamente e socialmente rappresentati e si sostiene la necessità prendere le armi per sottrarsi a questo
stato d’emarginazione. Finché nel 2001 un
ex membro del partito islamista lasciò
Khartoum. Tornò in Darfur due anni dopo,
alla testa dell’Armata di Liberazione del
Sudan. Roland Marchal, ricercatore del
CERI (Centro Studi e Ricerche
Internazionali), afferma che il Darfur in
passato è servito come base ai ribelli del
Ciad, che negli anni Ottanta erano riforniti dalla Libia da enormi quantità d’armi
per sostenere i “gruppi amici”.
Oggi Gheddafi collabora e fa accordi con
l’Unione Europea per l’apertura di un corridoio umanitario con il Ciad, ma è proprio
da questi rifornimenti che negli stessi anni
il Ciad inviava armi e munizioni ai Fur che
danno il nome alla regione, che all’epoca
combattevano contro gli Zagawa e che
insieme a questi ultimi ed ai Masalit sono i
tre gruppi africani del Darfur.
A complicare tutto questo si aggiungono anche gli interessi della Cina, che
esterna sempre più interessi globali ed è
anche il maggior importatore del petrolio sudanese, spalleggiata da Russia e
Pakistan nelle obiezioni alle risoluzioni
ONU che mirano proprio alle sanzioni
sul petrolio. Di contro gli USA affermano
la necessità dell’uso della fermezza e
insieme alla Francia insistono per una
veloce soluzione del problema. C’è da
chiedersi se con le premesse che sono
alla base del “caso Darfur”, la fretta di
concludere non possa invece creare un
ulteriore e maggiore incrudimento del
conflitto.
Una cosa è certa: il Darfur non è la
regione dimenticata che ci hanno venduto sinora i media, ma è una regione
“bollente”, al centro degli interessi di
molte, forse troppe, potenze internazionali.
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rubrica
VIAGGIO NEL CUORE
DELL’INFERNO
Chiara Madaro
La testimonianza di un volontario di Medici
Senza Frontiere
nel
Darfur
Per capire meglio che cosa sta succedendo
nel Darfur, siamo entrati in contatto con
Andrea, volontario di Medici Senza
Frontiere attualmente nella regione, che
ci ha fornito una testimonianza diretta
della situazione. Andrea è stato, da
marzo a giugno, il coordinatore del progetto MSF a Murnei, che è solo uno dei
tanti progetti di MSF in Darfur e nel vicino Ciad. Pur nella parzialità dell’esperienza del volontario, Murnei è il villaggio
del West Darfur in cui si sono rifugiati il
numero maggiore di profughi e per molti
aspetti è una realtà esemplificativa di
quel che sta succedendo laggiù attualmente.
Andrea, cosa sta succedendo in
Darfur? Chi scappa? E da chi? Quando ha
avuto inizio il conflitto?
In Darfur si combatte ormai da febbraio
2003. Fu allora che cominciò la guerriglia
del gruppo ribelle Sudan Liberation Army,
che rivendicava migliori condizioni per le
popolazioni del Darfur ed una più equa
ridistribuzione della ricchezza all’interno
del Paese. Il governo di Khartoum rispose
duramente agli attacchi dei ribelli utilizzando mezzi pesanti, bombardamenti
aerei ed appoggiando con armi e denaro
le tribù arabe, i Janjaweid, tradizionalmente ostili alle popolazioni sedentarie
della regione. Dal mese di novembre un
secondo movimento ribelle ostile al regime di Khartoum, il Justice and Equality
Movement, è intervenuto nel conflitto.
L’azione combinata di esercito regolare e
milizie arabe ha costretto la popolazione
civile a lasciare i villaggi, completamente
rasi al suolo e bruciati, e a rifugiarsi nelle
maggiori città per fuggire alla violenza ed
alla morte.
Da quanto tempo MSF è presente sul
territorio? Quanti siete?
MSF è presente in Darfur dalla metà del
dicembre 2003. Il progetto di Murnei ha
avuto inizio nel febbraio 2004, nonostante le condizioni di sicurezza ancora critiche. In Ciad invece l’intervento di MSF per
i rifugiati sudanesi ha avuto inizio nel
mese di settembre dell´anno scorso.
All’inizio a Murnei eravamo soltanto tre: io
(medico), un’infermiera francese ed un
logista tunisino. Questo essenzialmente
per l’estrema difficoltà ad ottenere dal
governo di Khartoum i visti ed i permessi
per recarsi in Darfur. Fortunatamente
potevamo contare sul lavoro di oltre 160
Sudanesi tra cui infermieri, assistenti
nutrizionali, cuochi, guardiani, logisti…
più un numero imprecisato di lavoratori
giornalieri. Attualmente l’équipe di
Murnei è composta da 7–8 espatriati e, in
tutto il Darfur, ci sono ora oltre 100 volontari internazionali e 2.000 Sudanesi che
lavorano in diversi progetti di assistenza
per circa 400.000 persone.
In quelle zone l’inizio dell’autunno
corrisponde al periodo delle piogge: com’è
la vita nei campi profughi? Quante sono
le persone ospitate?
A Murnei vivono circa 80.000 profughi,
provenienti da oltre 100 villaggi, che oggi
non esistono più. Tutti coloro che si sono
rifugiati a Murnei hanno lasciato una casa
in fiamme e tutti i loro beni. La maggior
parte ha perso qualcuno della famiglia,
ucciso durante gli attacchi al villaggio. La
gente vive in condizioni miserevoli:
ammassati in capanne, gli uni sugli altri.
Senza cibo, latrine e un riparo per la pioggia.
Gli uomini non si allontanano mai dal villaggio, per paura di essere uccisi; già
molti maschi adulti mancano all’appello.
Le donne partono all’alba per cercare
legna, acqua e cibo, correndo il rischio di
incontrare i Janjaweid e di essere picchiate, rapite e stuprate. Gli stupri sono frequenti e Murnei è una prigione a cielo
aperto. Con l’arrivo delle piogge, poi,
aumenta il rischio di epidemie legato alla
scarsa igiene e si moltiplicano i casi di
malaria, col risultato di aggravare la già
precaria situazione sanitaria.
Un ulteriore problema arrecato dalle
piogge è la mancanza di riparo: spesso le
baracche che ospitano famiglie anche
numerose sono costituite da rami intrecciati e non hanno copertura. Per una
popolazione che da mesi vive in condizioni già al limite della sopravvivenza, questo rappresenta un altro grave flagello.
Oltretutto, l’accesso a Murnei e ad altre
zone è più difficile a causa di alcune strade assolutamente impraticabili: questo
rende ancora più difficile il nostro lavoro e
quello delle altre rare organizzazioni umanitarie.
Quale è il lavoro di voi medici e volontari e quali sono i problemi più gravi da
fronteggiare?
Dall’inizio di febbraio ci occupiamo delle
cure mediche, delle urgenze, dei bimbi
malnutriti. Ogni giorno forniamo consultazioni e cure gratuite ai più bisognosi e
ricoveriamo i casi più gravi nell’ospedale
che abbiamo costruito. Abbiamo vaccinato contro il morbillo più di 14.000 bimbi e
facciamo periodicamente distribuzioni di
cibo, perché la General Food Distribution
del PAM spesso è in ritardo e insufficiente.
Ogni giorno distribuiamo alla popolazione
acqua potabile in gran quantità.
Nonostante ciò la situazione è critica, la
mortalità ancora elevata e a Murnei si
continua a morire per mancanza d’assistenza appropriata.
Un rapporto dell’UNICEF parla di piccoli orfani armati che saccheggiano, uccidono per fame, seminano il terrore: quali
notizie avete su questi fatti così agghiaccianti? Esiste un progetto di recupero per
questi bambini?
Non conosco il rapporto dell’UNICEF in
questione e non ho mai sentito parlare di
fatti del genere. Sicuramente niente di
tutto ciò si è verificato durante la mia permanenza a Murnei.
Puoi confermare che ci sono delle aree
che per ragioni di sicurezza non possono
essere raggiunte? Chi occupa quelle zone?
Nonostante il cessate il fuoco e il permesso per gli operatori umanitari di muoversi
liberamente in tutta la regione, ci è ancora negato l’accesso ad alcune zone.
Abbiamo notizie di villaggi che ospitano
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migliaia di rifugiati senza alcuna assistenza e per i quali non possiamo fare nulla. La
motivazione principale fornita dai rappresentanti del governo è la mancanza di
sicurezza, anche se le zone dove è più difficile portare aiuto sono quelle controllate
dai ribelli e laddove una presenza straniera (che porti aiuto, ma anche che sia testimone) può risultare scomoda. Con la stagione delle piogge, comunque, grandi
difficoltà logistiche limitano ogni movimento nella regione.
In tutto questo quale è l’atteggiamento del governo? Cosa sta facendo l’Unione
Africana? C’è collaborazione con voi
volontari?
Secondo il governo la guerra è finita e i
rifugiati possono rientrare nei villaggi…
che non esistono più. Esiste quindi un progetto del governo che mira a riportare i
profughi nei propri villaggi, anche con la
forza, senza che siano però garantite le
necessarie condizioni di sicurezza ed assistenza. A Murnei e altrove abbiamo assistito a tentativi di intimidazione in questo
senso. Su questa questione MSF ha una
posizione assolutamente critica e vigilante, date le condizioni già precarie della
popolazione, la totale dipendenza dei
profughi dall’aiuto umanitario e l’impossibilità di fornire questo stesso aiuto nei
villaggi d’origine. Senza contare la violenza e l’insicurezza che tuttora esistono
nella regione.
Oggi il governo non blocca più l’arrivo di
aiuti umanitari e la procedura per ottene-
re il visto e recarsi in Darfur è di gran
lunga meno complessa. È già qualcosa…
Puoi raccontarci un aneddoto personale, un fatto che ti è rimasto particolarmente impresso nella tua missione a
Murnei?
Una notte, nel pieno della notte, fummo
svegliati per un’urgenza: due donne ferite
da arma da fuoco. Come al solito ci
demmo subito da fare con le prime cure.
Una aveva numerose ferite ad una gamba
ed un ginocchio distrutto, ma la nostra
attenzione fu subito attratta dalla più giovane, di una quindicina d’anni, che si trovava in condizioni ben più preoccupanti
in quanto una pallottola le era passata
attraverso il busto, da parte a parte,
ledendole la colonna e forse qualche
organo vitale. Decidemmo di trasferirla
per una chirurgia d’urgenza nell’ospedale
più vicino e partì alle prime luci dell’alba
perché durante la notte nessun movimento era possibile, per ragioni di sicurezza.
Soprattutto nei mesi di febbraio e marzo,
molti arrivarono nel nostro centro con
ferite da arma da fuoco. Ma questa volta
la differenza (e ciò che rende una guerra
ancora più assurda), fu che le due erano
state ferite dal padre della ragazza più
giovane, un militare dell’esercito governativo a Murnei, perché non avevano
risposto al suo “Altolà” durante il turno di
guardia. La sventurata arrivò all’ospedale
di Nyala in tempo per essere operata d’urgenza. Morì poco dopo, uccisa da suo
padre”.
Andrea e un altro “medico senza frontiere” assistono una donna sudanese ed il suo piccolo
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il caso giuridico
IL DIRITTO DI DIFENDERE
LA PATRIA SENZ’ARMI
Simona Gauri
Il servizio civile? È affar di Stato. Per chi
avesse qualche dubbio al riguardo, ci ha
pensato la Corte Costituzionale a ribadirlo,
con la sentenza n. 228/2004 che ha bocciato i due ricorsi della Provincia autonoma di Trento contro alcuni commi del
decreto legislativo n. 77 del 5 aprile 2002.
La querelle, inizialmente questione di
impiego del pubblico denaro, si è aperta
nel 2001, quando la Provincia autonoma di
Trento ha impugnato gli articoli 7, 8 e 10
della legge del 6 marzo del 2001 (quella
che istituiva il Servizio Civile Nazionale)
sostenendo che gli stessi violassero lo statuto speciale di autonomia della Regione e
quindi le norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino Alto Adige concernenti il rapporto tra atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali, la potestà statale di indirizzo e coordinamento,
oltre all’autonomia finanziaria della
Provincia, garantita quest’ultima dalle
norme per il coordinamento della finanza
della Regione Trentino Alto Adige e delle
Province autonome di Trento e di Bolzano
con la riforma tributaria.
Ma, al di là dei dettagli tecnici, durante il
dibattimento della causa è scaturita una
profonda analisi del concetto di servizio
civile volontario, che ha sviscerato il senso
di che cosa significa, per un cittadino italiano, avere il diritto di difendere la Patria
senz’armi.
La materia del contendere
Di fronte al problema posto dalla
Provincia autonoma di Trento, la Corte
Costituzionale non ha potuto ignorare che,
in effetti, la disciplina della legge n. 64
del 2001 “interseca” molte delle materie
affidate alle competenze legislative e
amministrative della Provincia di Trento,
in particolare quelle in tema di ordinamento degli uffici provinciali e del personale ad essi addetto, di tutela e conservazione del patrimonio storico, artistico e
popolare, di manifestazioni e attività artistiche, culturali, educative e sociali, di
urbanistica, di tutela del paesaggio, di
opere di prevenzione e pronto soccorso
per calamità pubbliche, di apicoltura e
parchi per la protezione della flora e della
fauna, di lavori pubblici, di turismo, di
agricoltura e foreste, di lavoro, di assistenza e beneficenza pubblica, di addestramento e formazione professionale, di
istruzione elementare e secondaria nonché
di igiene e sanità. Tutte le materie, in
poche parole, oggetto di progetti di servizio civile e delle finalità stesse del servizio.
fondo dei ricorsi, incentrati sulla distinzione tra la disciplina giuridica generale
del servizio civile (spettante allo Stato) e
la regolarizzazione delle attività nelle
quali il servizio consiste (spettante alla
Provincia in rapporto agli ambiti materiali interessati).
Tutto questo, inoltre, con il presupposto
che allo Stato spetti solamente la disciplina giuridica generale del servizio civile
nella misura in cui lo svolgimento dello
stesso determini l’assolvimento degli
obblighi di leva, mentre alla Provincia
autonoma dovrebbe spettare la disciplina
delle attività concrete nelle quali si realizza il servizio civile, proprio perché queste
rientrano in ambiti materiali di competenza provinciale.
Secondo la tesi dell’Avvocatura statale,
infatti, il servizio civile non sarebbe finalizzato al raggiungimento degli obiettivi
propri delle materie che la Provincia
rivendica, ma sarebbe svolto in funzione
dei diversi e molteplici obiettivi che la
legge istitutiva definisce. Alla stregua di
questo connotato di base del servizio “che
involge interessi unitari e nazionali”, le
singole disposizioni statali contestate non
potrebbero dunque dirsi invasive delle
competenze provinciali.
La legge n. 64 del 2001, invece, attribuisce
all’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile il
compito di curare l’organizzazione, l’attuazione e lo svolgimento del servizio,
stabilendo che esso approva i progetti di
impiego predisposti dalle amministrazioni
di Regioni e Province autonome, coordinando i progetti con la programmazione
nazionale. La legge prevede inoltre che la
costituzione in ambito regionale e provinciale di strutture burocratiche statali e
attribuisce allo Stato il potere di determinare con decreto del Presidente del
Consiglio dei Ministri “crediti formativi”
per i cittadini che prestano il servizio civile, rilevanti ai fini dell’istruzione o della
formazione professionale. Inoltre, sempre
con regolamento statale vengono determinati caratteristiche e standard di utilità
sociale dei progetti di impiego, i criteri
per il riparto dei finanziamenti, i modi di
verifica e controllo sui progetti.
Tutto ciò, quindi, va ad incidere sulle
materie attribuite dallo statuto speciale
alle competenze legislative e amministrative della Provincia, ponendosi dunque in
contrasto con lo statuto stesso.
Chi svolge servizio
difende la Patria
Di fronte a questa quantità di argomentazioni, il Presidente del Consiglio dei
Ministri — tramite l’Avvocatura generale
dello Stato — ha contestato l’argomento di
Ma Trento non ci sta
Di fronte a questa posizione, la Provincia
autonoma di Trento ha depositato una
memoria, nella quale contesta l’impostazione della difesa erariale in quanto essa
non dimostra la ragione della necessaria
“unitarietà” ed affermando che lo Stato
non potrebbe, attraverso la mera qualificazione del servizio civile come “nazionale”, autofondare la competenza e prevedere così una gestione del tutto accentrata delle attività in questione.
Colpi e contraccolpi
A questo punto inizia il vero dibattito sulla
natura del servizio civile: l’Avvocatura
generale dello Stato ha ribattuto — in una
propria memoria — che il servizio civile
partecipa alla medesima natura del servizio di leva, quale prestazione equivalente
a quest’ultimo e riconducibile stessa idea
di difesa della Patria. Per tale sua natura,
esso attenderebbe a materia di spettanza
dello Stato (difesa e forze armate), indipendentemente dalle “interferenze” che
possono determinarsi con alcune competenze provinciali.
La Provincia autonoma di Trento ha però
ribadito la non riconducibilità del servizio
civile al concetto di difesa per la Patria,
sottolineando come anche sia data la pos-
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sibilità di svolgerlo anche a soggetti non
tenuti agli adempimenti di leva, come
donne e cittadini inabili al servizio militare. Inoltre, sempre secondo la Provincia di
Trento, la base volontaria del servizio civile, lo distingue dal servizio prestato dagli
obiettori in alternativa al servizio militare
obbligatorio. Tant’è che questo è stato
abolito a partire dal 1o gennaio del 2005,
salva la reviviscenza in ipotesi eccezionali
ed estreme come situazioni di guerra e di
gravissima crisi internazionale. Per questi
motivi il servizio civile volontario è radicalmente diverso da quello obbligatorio,
trattandosi di un servizio volontario che
non ha più alcun collegamento con la prestazione militare. Il nomen di servizio civile è dunque comunque, ma la sostanza
della disciplina è radicalmente diversa.
La sentenza
Il diritto di difendere
la Patria senz’armi
Della sentenza si è dichiarato pienamente
soddisfatto il ministro Carlo Giovanardi,
che ha espresso “viva soddisfazione per la
sentenza della Corte costituzionale”.
Secondo il ministro, infatti “tale pronuncia ha, per tutti gli operatori del settore,
fondamentale importanza in quanto chiarisce in modo netto i diversi ruoli che ogni
livello di Governo è chiamato a svolgere
nella materia”. Ma non solo: “La suprema
Corte, nel sostenere che molti sono i principi costituzionali sui quali si fonda il servizio civile nazionale, testualmente afferma: Accanto alla difesa militare può ben
dunque collocarsi un’altra forma di difesa, per così dire, civile, che si traduce nella
prestazione di comportamenti di impegno
sociale non armato”.
L’Avvocatura generale dello Stato, a questo punto, ha dovuto analizzare a fondo il
concetto di difesa della Patria: il servizio
civile è e resta un servizio alternativo alla
prestazione militare e “concorre, in alternativa al servizio militare obbligatorio,
alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”. Questa connotazione
non viene meno per il solo fatto che il servizio militare perde il proprio carattere di
obbligatorietà: una simile conclusione —
spiega l’Avvocatura — è sostenuta dalla
Provincia sul presupposto che solo il servizio militare obbligatorio sia strumentale
alla “difesa della Patria”, intesa restrittivamente come contrasto di una estrema
aggressione esterna, e che pertanto ogni
altra attività non militare sarebbe come
tale estranea alla competenza statale in
materia di “difesa”. Ma tale lettura secondo l’Avvocatura è inesatta: il servizio civile, prestato anche su base esclusivamente
volontaria, persegue finalità corrispondenti alla prestazione militare e mantiene
intatto il parallelismo con quest’ultima
che caratterizza il servizio civile alternativo dettato da obiezione di coscienza.
Proprio per questo, il servizio civile rientra
nell’ambito della “difesa e forze armate”,
che è materia di competenza esclusiva
dello Stato.
Accogliendo le teorie dell’Avvocatura, la
Corte Costituzionale ha così dichiarato non
fondate le questioni di illegittimità costituzionale degli articoli impugnati dalla
Provincia autonoma di Trento. “Il dovere
di difendere la Patria deve essere letto alla
luce del principio di solidarietà espresso
nell’art. 2 della Costituzione — si legge
nella sentenza — le cui virtualità trascendono l’area degli obblighi normativamente imposti chiamando la persona ad agire
non solo per imposizione di una autorità
ma anche per libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa. In questo contesto,
il servizio civile tende a proporsi come
forma spontanea di adempimento del
dovere costituzionale di difesa della
Patria”.
Mandaci il tuo parere sulla sentenza:
scrivi a [email protected]
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FOGLI 195
terrorismo
LIBERATELE!
(CI SIAMO CASCATI?)
SImona Gauri
Sono i primi di settembre e il terrorismo è
sulle prime pagine di tutti i giornali: mentre la strage di Beslan sconvolge l’opinione pubblica con un’invasione mediatica
monopolizzante, da un’altra parte del
mondo, in quell’Iraq dove la guerra non
c’è ma si fa, le notizie di due ragazze italiane si fanno attendere. Sarà un’attesa
destinata a durare, quella per i familiari di
Simona Pari e Simona Torretta, le due
pacifiste impegnate in Iraq, ben presto
ribattezzate dai media “le due Simone”.
Passano i giorni e dall’Iraq arriva la sconvolgente notizia dell’uccisione del giornalista Enzo Baldoni, corrispondente di
“Diario” e volontario della Croce Rossa
Italiana.
motivazioni che vi hanno spinto a questo
gesto, lasciate andare Simona Pari e
Simona Torretta subito e senza condizioni, non lasciate che altra angoscia si
assommi all’angoscia.
Ciò che sconvolge non sono gli omicidi,
non sono i rapimenti… ma le nuove vittime del terrorismo e, più in generale, di
questa guerra senza frontiere che falcidia
senza remore bambini innocenti, volontari di pace, ragazze che cercano di aiutare
chi è in difficoltà e che si schierano da
sempre contro la guerra e le ingiustizie.
Questi fatti, in una successione di tempo
così breve che è quasi difficile comprendere il filo sottile che li lega, hanno scatenato una reazione globale che si è ripercossa in ogni dove, in tutta Italia. Perché a
fare notizia non sono i militari morti e feriti, non sono i grandi capi politici o carismatici. A fare notizia sono le persone
comuni. Noi tutti… obbligati a essere
parte di un gioco che non ci appartiene. E
che, nel gioco (dei terroristi?), ci siamo
caduti.
La nostra comunità islamica in Italia non
potrà accettare da voi altra soluzione che
la rapida liberazione di Simona Pari e
Simona Torretta e dei loro collaboratori
iracheni, in nome del Dio di misericordia e
di pace, se in voi c’è un briciolo di fede, in
nome della solidarietà che loro hanno
portato e che chi più ne aveva bisogno, in
nome della giustizia tra le creature che
religione e cultura impongono a tutti
quanti”.
Il gioco ha avuto un effetto domino, scatenando reazioni a catena che hanno finito per polarizzare l’interesse dei media: la
prima a reagire è stata l’Unione delle
Comunità ed Organizzazioni Islamiche in
Italia, che ha diffuso il suo sdegno per
l’accaduto con queste parole:
“Nel nome di Allah, il Compassionevole, il
Misericordioso
L’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia, appena messa al
corrente del rapimento di Simona Pari e
Simona Torretta ha lanciato questo
appello ai sequestratori:
Liberatele!
Chiunque voi siate e qualunque siano le
Liberatele!
Testimoniate coscienza di un debito di
riconoscenza nei confronti di coloro che
hanno condiviso la sofferenza del popolo
iracheno negli anni dell’embargo, che
sono rimasti nel Paese quando dal cielo
piovevano le bombe, che non l’hanno
abbandonato neanche in questi mesi orribili di confusione e violenza.
Liberateli!
A questo appello ne è seguito un altro,
quello del Comitato Fermiamo la Guerra e
Un Ponte Per la liberazione:
“Noi, movimento italiano per la pace, fratelli e sorelle di Simona Pari e Simona
Torretta, operatrici di pace in Iraq, chiediamo alle persone che le detengono insieme ai due operatori iracheni, Ra’ ad Alì
Abdul–Aziz e Mahnaz Bassam, di liberarli subito. Vi chiediamo di considerare
quanto danno state provocando alla
causa della pace e a quella del popolo iracheno. Come ha scritto l’Unione delle
comunità islamiche in Italia, “testimoniate coscienza di un debito di riconoscenza
nei confronti di coloro che hanno condiviso la sofferenza del popolo iracheno negli
anni dell’embargo, che sono rimasti nel
Paese quando dal cielo piovevano le
bombe, che non l’hanno abbandonato
neanche in questi mesi orribili di confusione e violenza”. Vi chiediamo di non
spezzare quel filo di solidarietà che,
nonostante e contro l’embargo prima e la
guerra poi, nonostante e contro le scelte
del nostro governo, persone come le
nostre sorelle hanno mantenuto tenace-
mente e coraggiosamente, ad esempio
rifornendo di acqua la popolazione assediata di Falluja e Najaf. “Un ponte per”,
la loro ONG, insieme a centinaia di organizzazioni sociali e politiche del nostro
Paese, ha organizzato gigantesche manifestazioni a favore della pace e per il ritiro delle truppe straniere dall’Iraq, e ha
cercato di non abbandonare gli Iracheni
all’arbitrio dell’occupazione militare. In
nome di questa lotta e della verità, vi
scongiuriamo: liberateli subito. Al popolo
iracheno e a tutti gli amanti della pace
nel mondo, e in Italia, chiediamo di aiutarci nel tentativo di salvare la vita di
Simona Pari, di Simona Torretta, di Ra’ ad
Alì Abdul–Aziz, di Mahnaz Bassam. Erano
a Baghdad a nome di tutti noi. Nella loro
prigione siamo tutti noi, oggi. La loro liberazione sarebbe uno spiraglio di luce nel
buio della violenza. Ancora in queste ore,
in molte città irachene, la guerra miete
vittime innocenti. Perciò continuiamo a
chiedere con fermezza che tacciano le
armi, che termini l’occupazione. Ogni
forma di mobilitazione, di pressione, gli
appelli e le fiaccolate, i messaggi ai
rispettivi governi sono i mezzi di cui
disponiamo, noi popolo della pace.
Usiamoli tutti, adesso. Al movimento italiano chiediamo di scendere in piazza, in
ogni città, da subito, con i colori dell’arcobaleno e nel nome delle nostre sorelle e
dei nostri fratelli sequestrati in Iraq”.
Appelli che non sono caduti nel silenzio: a
mobilitarsi per la liberazione delle due
ragazze non sono stati solo le centinaia di
pacifisti italiani, ma anche l’accorato
appello del Presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi e lo straziante intervento del Papa nell’Angelus.
Con il passare dei giorni però i toni mutano e iniziano a manifestarsi posizioni più
forti e nette, come quella del CIPSI
(Coordinamento Iniziative Popolari di
Solidarietà Internazionale), che rappresenta 34 associazioni di solidarietà internazionale: “Simona Torretta e Simona Pari
— ha dichiarato il presidente del CIPSI,
Guido Barbera — pagano con la loro testimonianza e la loro scelta di stare da
parte delle persone, dei più deboli, dei
bambini in particolare, gli errori ed i fallimenti della politica internazionale degli
ultimi anni. La forza e le armi non
FOGLI 195
potranno mai sostituire il dialogo ed il
confronto, strumenti che dovrebbero
caratterizzare invece la politica”. Il CIPSI,
infatti, manifesta la propria posizione di
intransigenza nei confronti del terrorismo:
nessuna giustificazione per le barbarie,
nessuna comprensione per coloro che agiscono seminando ed alimentando terrori,
violenza e rapimenti. “L’unità nazionale
invocata dal nostro Governo — continua
infatti Barbera — è indispensabile ed
urgente, se finalizzata veramente a ridare un volto umano alla politica nazionale
ed internazionale, ripartendo dall’attenzione alla persona, dal dialogo, dal rispetto, dalla pace”.
“Iraq, Cecenia, Darfur, Uganda, Grandi
Laghi… una catena di errori ed orrori,
sempre più lunga! Forse varrebbe la pena
che tutti noi ci mettessimo innanzitutto
in ascolto della gente — conclude il
Presidente del CIPSI, — dei veri leader di
questi popoli, che spesso abitano fuori dai
palazzi del potere. Ci accorgeremmo che
esiste un’altra faccia della verità rispetto
a quella che viene venduta. Una faccia
fatta di gente che chiede soltanto di veder
rispettato il suo diritto alla vita, di poter
avere i mezzi minimi per auto organizzarsi. Che ha la capacità di gestire il proprio presente e il proprio futuro. Solo partendo da questa realtà sarà possibile per
noi dare una mano alla soluzione di queste tragedie. Anche la cooperazione in
questo contesto non dovrà continuare a
fare semplici progetti, ma instaurare dei
veri e propri rapporti politici, relazioni
umane. Un nuovo volto della politica, ben
più importante. Simona Torretta e Simona
Pari questa scelta l’hanno fatta e testimoniata, nel silenzio e fuori dalle ribalte,
insieme a tanti altri amici. Per questo non
possono e non devono pagare per gli errori degli altri”.
L’intervento del CIPSI fa riflettere, sia per
la sua ferma posizione di condanna al terrorismo, che per le proposte — di tipo
anche politico — sullo scacchiere internazionale e sul mondo del volontariato. E
allora si rifà più acuto il senso di essere
incappati in qualcosa che ci sfugge, di
essere finiti dentro a un circolo vizioso che
rischia di legittimare il muso duro contro
chi ci ostacola nei nostri intenti. Abbiamo
trovato conferma di queste sensazioni in
una discussione informale in una mailing
list di “musici e pacifisti”, della quale
riportiamo un intervento che ci ha fatto
riflettere ulteriormente e discutere: speriamo, con questo, di far sorgere dubbi a
tutti coloro che, su questa questione,
hanno troppe certezze. E perché la fobia
del terrorista non diventi la caccia alle
streghe del XXI secolo.
“Forse con questo episodio si scende ancora più in basso, ma anche stavolta, specialmente in uno spazio veramente libero
e costruttivo come è questa mailing list,
vorrei dire la mia, senza offendere nessuno.
Molti, saranno rimasti sorpresi dal seque-
9
stro delle due cooperanti, e soprattutto
dalla cattura di persone che, come anche
del resto il giornalista Baldoni, si sono
distinti per le loro posizioni pacifiste e
antimilitariste. Le ragazze erano andate
là come volontarie per aiutare la gente di
quel martoriato Paese che è l’Iraq, così
come Baldoni era andato là per raccontarci quello che succedeva davvero,
magari non la Verità, ma la sua verità,
che era comunque una di quelle lontane
dal coro di chi tutti i giorni parla di campagna trionfale e successi in Iraq, senza
accorgersi che quella campagna continua
ad essere intrisa di sangue innocente.
non simpatizza per loro, quantomeno li
giustifica e li comprende. Queste azioni
non solo non portano un uomo in più alla
causa pacifista di chi vorrebbe il ritiro dei
contingenti armati dall’Iraq (ammesso
sempre che sia quello l’obiettivo), ma
paradossalmente rischiano di trascinare
tutti quegli incerti e confusi che sono nel
mezzo — e sono tanti! — dalla parte di chi
invece sostiene che i soldati devono rimanere là perché con i terroristi ci vuole la
linea dura.
Io non sono affatto sorpreso, e vi spiego
anche il perché:
Tale suicidio politico, a mio modo di vedere, può essere dato da due fattori: o l’idiozia o la malafede. Insomma, o questi
“terroristi” sono così idioti (magari perché ridotti alla disperazione perché sono
braccati) da non capire che queste azioni
non fanno altro che incrementare il consenso dell’ala interventista, trascinando
dalla sua parte quei pacifisti incerti che,
una volta che si vedono colpiti frontalmente, incominciano a ritenere anche
loro la necessità della linea dura e dell’occupazione armata, oppure sono solo dei
mercenari prezzolati che agiscono proprio allo scopo di cui sopra, e cioè colpire
l’ala pacifista affinché la massa di indecisi che è nel mezzo reagisca spostandosi a
favore dei militaristi.
1) perché tutti i possibili “bersagli”
significativi di un fronte filoamericano sono straprotetti e vigilati, e quindi un tentativo di attacco in quella
direzione porrebbe ai sedicenti terroristi un alto rischio di insuccesso,
vista l’estrema sproporzionalità dei
mezzi e delle tecnologie in campo;
2) perché, ammesso che il loro obbiettivo
sia quello di far sollevare masse popolari all’interno dei paesi della coalizione contro il loro intervento militare in Iraq, il sequestro di militanti di
quella fazione, o comunque di persone
che lavoravano più o meno per la coalizione (vedi Quattrocchi, Agliana,
Cupertino e Stefio), non ha sortito
l’effetto sperato ma ha anzi compattato di più il fronte militarista e
interventista, che si è reso ancor più
convinto nell’indispensabilità della
linea dura nei confronti del terrorismo
(quella adottata da Putin con la
Cecenia per intenderci: che però stranamente quando devono liberare persone della loro parrocchia, il blitz si
risolve positivamente — vedi liberazione ostaggi italiani, guarda caso
anche una settimana prima delle elezioni europee e amministrative —
mentre se di mezzo ci vanno innocenti, persone neutrali o addirittura
pacifisti, come nel caso di Baldoni,
finisce sempre con una strage);
3) Andreotti diceva che a pensar male si
fa peccato, ma si indovina. E se lo
diceva lui… Sarebbe il caso di vedere
se questi che hanno sequestrato le
ragazze, come i sequestratori di
Baldoni prima e dei giornalisti francesi poi, sono davvero dei “terroristi”
che dicono di far resistenza alle forze
di occupazione della coalizione, oppure sono dei (mica tanto) bischeri che
con la scusa del terrorismo finiscono
per fare proprio il loro gioco!
Cercherò di spiegarmi: se i terroristi avessero veramente l’obbiettivo politico —
più o meno dichiarato — di far sloggiare
le forze della coalizione dall’Iraq, non
metterebbero in campo delle azioni che
colpiscono quella parte dell’opinione pubblica che in un certo modo, se certamente
Insomma, si tratterebbe di un clamoroso
suicidio, dal punto di vista del consenso
politico.
Molti riterrebbero questi discorsi deliranti e da fantapolitica, ma prima di esprimere giudizi e conclusioni affrettate vi
invito a riflettere su quanto segue: ci
stiamo avvicinando sempre di più alle
elezioni alla Casa Bianca, che di fatto
oggigiorno eleggono l’uomo più potente
della Terra, o perlomeno quello in grado di
condizionare con più efficacia la politica
internazionale, compresa quella della
lotta al terrorismo. Da queste elezioni la
maggior parte degli uomini di buona
volontà si aspetta un’inversione di tendenza rispetto ad una politica che finora
rischia di portare il genere umano al
genocidio totale. Altrimenti la conferma
degli uomini e delle politiche che ci sono
oggi significherebbe perpetuare questo
genocidio almeno per i prossimi 4 anni.
Fino a pochi giorni fa l’opinione pubblica
mondiale, compresa quella degli USA, era
sempre di più contro la guerra in Iraq e,
alla luce della mattanza che si consuma
ogni giorno in quei territori, sempre più
convinta che la politica di Bush e della
Destra americana ultraconservatrice non
solo fosse sbagliata, ma persino deleteria
e suicida per il futuro dell’umanità. Il
fronte interventista e militarista perdeva
consensi a vista d’occhio perché era chiaro a tutti che a più di un anno dalla fine
delle ostilità in Iraq si continua a morire
e, soprattutto, ogni giorno i notiziari
riportano il contributo di vittime di soldati americani o della coalizione uccisi
per tenere in piedi quel baraccone che si
chiama Iraq, con la scusa di esportarvi la
Democrazia. Perfino i più accesi interven-
10
FOGLI 195
tisti, e finanche lo stesso Bush, di fronte
all’evidenza dei numeri e delle bare che
rientrano in Patria, si stanno rendendo
conto che quella politica non solo non
paga, ma incomincia ad imporre prezzi
troppo alti.
È fin troppo evidente che, di fronte ad
una perdita di consenso così vistosa, bisognava fare qualcosa per fermare l’emorragia e invertire la direzione dell’opinione
pubblica, e quel qualcosa è stato fatto.
Chi, nelle file dei pacifisti, sosteneva che
la contrarietà alla guerra li poneva al
riparo dalla minaccia terrorista e dall’odio delle popolazioni occupate, si è trovato improvvisamente “scippato” del suo
argomento principale. La nuova strategia
terroristica punta a farci sentire tutti
sotto minaccia — interventisti e non — e
pertanto posizioni morbide o tolleranti
non pagano, e quindi bisogna perseguire o
appoggiare chi sostiene la linea dura. Non
è forse l’inversione di tendenza che auspicavano gli interventisti?
Ecco, quando una azione sortisce esattamente l’opposto delle intenzioni politiche
che si dice di voler raggiungere, risulta
difficile — almeno per me — (salvo casi di
palese infermità mentale) non credere che
ci sia quantomeno della malafede, e che
quelle forze che dicono di operare per un
certo scopo politico, di fatto con le loro
gesta finiscono per volere esattamente
l’effetto opposto.
Si potrà dire che non si può essere così
cinici… ma io vi rispondo: stiamo parlando di gente che per rimanere attaccata al
potere e al denaro non si è fatta scrupoli
di bombardare dall’alto villaggi, scuole,
mercati, luoghi di culto (tutti obiettivi
“militari”!!!), causando MIGLIAIA di morti,
feriti e invalidi permanenti. Per non parlare di tutto il resto (ho visto il documentario di Michael Moore, e se fosse vera
anche solo la metà di quello che ha riportato ci sarebbe da mettersi le mani nei
capelli!!!). Pensate forse che si fermino
davanti alla vita di due ragazze? Anzi,
secondo me, ora che nel mirino ci siamo
finiti anche noi, provano anche un certo
sottile piacere”.
E tu che ne pensi?
Scrivi la tua a: [email protected]
FOGLI 195
11
in biblioteca
FINESTRE
SUL MONDO
A MANI NUDE
Missione di pace a Ramallah
Alberto Zoratti
Edizioni Fratelli Frilli
56 pagine
Euro 3,00
Questo libro racconta la storia della missione di “Action for Peace” in Palestina,
vista con gli occhi di uno dei partecipanti
che ha praticato la nonviolenza nella settimana cruciale dell’invasione di Ramallah
da parte delle truppe israeliane. Per i
volontari scendere a Ramallah è stato un
atto dovuto: in una situazione di allarme
umanitario, di sospensione di ogni diritto
umano e civile, il ruolo di una rete come
“Action for Peace”, soprattutto se in
Palestina, diventa determinante. Come
persone comuni, senza incarichi, senza un
potere da amministrare, hanno deciso di
superare i check point clandestinamente,
entrando a Ramallah benché ci fosse il
coprifuoco. Non erano politici affermati,
non erano capitani d’industria né emeriti
accademici… ma nonostante questo sono
riusciti con la loro presenza a presidiare
ospedali, a scortare ambulanze, ad assistere famiglie…
CENACOLI DI RESISTENZA
Quando i contemplativi delle diverse
religioni del mondo pregano per la pace
Raffaele Luise
Edizioni Cittadella
140 pagine
Euro 12,00
L’opera ruota intorno allo sconvolgente e
inedito grido di pace che si è levato dall’anima delle claustrali e dei contemplativi di tutte le religioni del mondo, disposti
ad andare fino a Baghdad per interporsi —
come diversità oranti — nel cuore stesso
del conflitto in Iraq. Il libro, che contiene
dialoghi con Innocenzo Gargano, Carlo
Molinari, Arturo Paoli ed Alex Zanotelli,
registra questo grido profondamente condiviso da tutte le fedi contro la guerra.
Grido che si pone come punta di diamante di quel nuovo e globale movimento per
la pace che il 15 febbraio del 2003 portò
sulle piazze del mondo 110 milioni di persone contro la guerra imperiale e che al
tempo stesso si conferma come momento
fondativo della nuova spiritualità che si
profila all’orizzonte del nostro tempo
drammatico. Un evento che registra la saldatura della contemplazione e dell’azione, nel reciproco aprirsi dei chiostri all’agorà del mondo, e del mondo alla spiritualità.
EDUCARE A UNA CITTADINANZA
RESPONSABILE
Introduzione di Paolo
Tarchi
AA.VV.
Edizioni CEI
230 pagine
Euro 12,00
Le trasformazioni in atto nella nostra
società, se da un lato fanno intravedere
che un giorno l’umanità sarà una “città
globale”, dall’altro aprono nel presente e
nel prossimo futuro nuovi preoccupanti
scenari di conflittualità. I processi economici, finanziari, culturali, scientifici e l’inarrestabile mobilità delle persone chiedono nuove regole e invocano una nuova
governance internazionale. Oggi il concetto di cittadinanza va precisato e arricchito di nuovi significati e appare essenziale che ogni cittadino attivi tutte le sue
potenzialità e costruisca con gli altri una
migliore casa comune. È giunto il tempo di
considerare seriamente accanto alla carta
dei diritti, la carta dei doveri, e dovere
fondamentale è aprirsi ai problemi dell’intera comunità umana; anzi, non solo vi
sono doveri verso coloro che vivono con
noi, ma anche verso coloro che verranno
dopo di noi.
12
FOGLI 195
IL SENTIERO DELLA LIBERTÀ
Un tratto di strada
con Carlo Azeglio Ciampi
Liceo Scientifico “E. Fermi”
di Sulmona
Edizioni Qualevita
159 pagine
“Nel silenzio di queste montagne riconquistammo la serenità nei nostri animi a
mano a mano che acquisimmo la consapevolezza intima dei valori alla base della
vita di una collettività: in primo luogo la
libertà, interpretata e applicata nel quadro del vivere in comune, il rispetto cioè
della libertà e dei diritti degli altri come
condizione per rivendicare la libertà e i
diritti propri”. Così Carlo Azeglio Ciampi
esprime la propria idea di libertà e giustizia, riassumibile nella giusta libertà degli
altri. Ciò può suonare strano a chiunque
sia abituato a sentire la libertà come un’aspirazione immediatamente personale,
come una sorta d’impaziente impulso ad
affrancarsi da impedimenti che ostacolino
l’espansione del proprio volere. Questo
libro ripercorre alcuni momenti della vita
del presidente Ciampi, sotto forma di diario e di discorsi, sempre volti a dimostrare
che l’educazione alla libertà, in quanto
forma integrale della vita etica, si conquista disciplinando e limitando la libertà
personale.
PER L'UCCISIONE DI RE UMBERTO
Leone Tolstoi
Edizioni Centro Studi
Libertari Camillo Di Sciullo
74 pagine
8,00?
Questo opuscoletto venne pubblicato
dalla Casa Editrice Abruzzese (Rocca San
Giovanni) di Ettore Croce nel 1913. In poche
pagine Tolstoi mette a fuoco problemi che
sono di strettissima attualità.
“Comprendano gli uomini le cose come sono
e le chiamino col loro vero nome: sappiano
che l’esercito altro non è attualmente che
l’istrumento dell’omicidio di massa chiamato guerra, che l’arruolamento e la direzione
degli eserciti di cui si occupano sì fieramente i re, gli imperatori e i presidenti di repubbliche non altro sono che i preparativi dell’assassinio. Si persuada ogni re, imperatore
o presidente che il suo ufficio di organizzatore di eserciti non è né onesto né importante come loro dicono gli adulatori, ma
bensì è un’opera vergognosa e malvagia
come ogni premeditazione delittuosa;
basterebbe che ogni galantuomo capisse che
pagar le imposte destinate a mantenere e ad
armare dei soldati e, a più forte ragione, il
prestar servizio militare, non sono atti
indifferenti, ma bensì atti vergognosi e tristi, perché chi vi partecipa, non solo permette ma commette lui stesso un assassinio".
PSICOPATOLOGIA DELLA LIBERTÀ
Capitalismo e nevrosi ossessiva
Luigi Corvaglia
Edizioni Centro Studi
Libertari Camillo Di Sciullo
200 pagine
10,00¤
La grande madre del secolo dei lumi produsse tre figli: socialismo, liberalismo ed
anarchismo, frutto della assidua frequentazione e con gli ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza. Dei tre ideali, differentemente valorizzati dalle tre pratiche
politiche, quello di libertà, è da intendere
come centrale. Parola abusata, concetto
multiforme e malleabile. Promessa, mito,
grido di barricata che preannunciava ghigliottine e liberazioni fittizie. Alibi per
pochi per affermare i molti. Libertà dallo
sfruttamento e dal bisogno, libertà di
pensare e fare, aspirazione al pieno
dispiegamento della natura umana.
Quanti volti ha la libertà? L’offensiva liberista, mai virulenta come oggi, caratterizzata dallo smantellamento dei diritti
sociali ed individuali dei singoli, si presenta proprio sotto la bandiera della
libertà, ma di quale libertà si parla?
Questa parola è la radice di definizioni
oggi di gran moda come liberalismo, liberismo, libertarismo. Cosa significano,
come e perché si sovrappongono, come si
distinguono? La libertà liberale è diversa
da quella libertaria?
FOGLI 195
TRA FEDE E STORIA
La presenza delle comunità religiose
a Venezia
Città di Venezia
Edizioni Centro Pace
108 pagine
Primo libro di una collana dedicata alla
promozione e alla diffusione di una cultura di pace e solidarietà, con questo titolo il
Centro Pace presenta alcuni testi che si
dimostrano strumenti di studio e di riflessione di fondamentale importanza per
conoscere. Conoscere per allontanare i
luoghi comuni che proliferano quotidianamente intorno a noi, per arricchire il
nostro patrimonio umano e culturale, per
riuscire ad accogliere con entusiasmo abitudini, civiltà, religioni dei tanti concittadini che da secoli o da pochi anni vivono a
fianco a noi nelle nostre città. L’opuscolo
si propone di tracciare una breve storia
delle varie comunità religiose e dei vari
organismi di dialogo ecumenico e interreligioso presenti nella città di Venezia, illustrandone sia gli aspetti legati al passato
che la situazione presente, da un punto di
vista diverso.
UN VESTITO DI CENERE
A colloquio con Adriano Sofri
nel carcere di Pisa
Renzo Salvi
Edizioni Cittadella
124 pagine
Euro 11,00
Un Adriano Sofri inedito: non soltanto
testimone della realtà carceraria e delle
relazioni tra detenuti anche di diversa
generazione, ma ri–lettore e interprete
delle attese, delle speranze, delle disperazioni che abitano il carcere, inteso come
luogo del dolore, delle angosce di ogni
sera e di ciascun mattino, ed anche come
nicchia per modi diversi dell’esistere e del
resistere. Il colloquio, registrato presso il
carcere di Pisa, attraversa e interpreta,
con toni lievi nonostante tutto, le situazioni di ordinaria detenzione toccando soltanto di striscio il lungo calvario di accuse
e di processi che riguardano, invece, il
“detenuto Sofri”. A questo sfondo di considerazioni, frutto di una “militanza carceraria” certamente non cercata, e di ricostruzione dei fatti, si legano i ricordi di un
tempo remoto della politica, la percezione
di un mondo da salvaguardare non ripetendo comportamenti distruttivi del pianeta.
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UNA GUERRA EMPIA
La CIA e l’estremismo islamico
John K. Cooley
Edizioni Elèuthera
399 pagine
Euro 18,10
Per opporsi all’invasione sovietica
dell’Afghanistan, nel 1979, gli Stati Uniti
strinsero in funzione anticomunista una
sorprendente alleanza con gli estremisti
islamici. Cooley racconta i retroscena di
questa alleanza e del modo in cui la CIA
pianificò la "guerra santa" in Afghanistan. Racconta anche di come, con l’aiuto
dell’Arabia Saudita, dei servizi segreti
militari pakistani e persino con il coinvolgimento della Cina, vennero armati,
addestrati e finanziati duecentocinquantamila mercenari islamici in ogni parte del
mondo. Inoltre, con un’impressionante
mole di prove, Cooley traccia le dirompenti conseguenze di quell’operazione: il
trionfo dei talebani, la diffusione mondiale del terrorismo islamico, la destabilizzazione dell’Algeria e della Cecenia, gli
attentati al World Trade Center… e in tutto
ciò spicca curiosamente il ruolo di Usama
bin Laden, già “protetto” della CIA ed ora
“nemico pubblico numero uno”.
14
FOGLI 195
pianeta terra
UNA CASA
DI NOME TERRA
Simona Gauri
Oggi lo sappiamo, ma nell’antichità la
Terra e la genesi degli elementi naturali si
prestavano alle teorie più fantasiose di
filosofi e pensatori. La Terra, che fornisce
agli uomini tutto ciò di cui vivere, in passato non era pensata come a un enorme
serbatoio di risorse, ma come l’ambiente
naturale dell’uomo, uno spazio misterioso
ancora in gran parte da scoprire e le cui
leggi erano per lo più ignote. Gli eventi
naturali erano intrisi di magia e leggenda.
Questa concezione, seppur profondamente mutata negli ultimi secoli, si conserva
ancora presso certe popolazioni “fossili”
dell’Australia, dell’Africa e del Sud
America, che dicono in profonda osmosi
con la natura, rispettano l’ambiente che li
accoglie e conservano i culti dei luoghi
sacri, da cui l’uomo è bandito. Tuttavia,
negli anni più recenti, la filosofia sta nuovamente cambiando, riavvicinandosi non
tanto alle culture primitive quanto alla
consapevolezza sempre più diffusa che la
Terra può esaurire le sue risorse e che il
nostro pianeta rappresenta la casa degli
uomini e di tutte le altre specie animali e
vegetali, e, quindi, in quanto tale va protetta.
Perché “Terra”?
Il termine “terra” racchiude in sé molti
significati. Oggi è usato per indicare la
parte solida su cui l’uomo vive, sino ad
includere il mondo intero. Eppure, il nome
del nostro pianeta appare assai poco
adatto a rappresentarlo, visto che le
acque occupano ben il 71% (360.650.000
km2) della superficie totale del globo (pari
a 510.100.000 km2) e solo il 29%
(149.450.000 km2) è formato dalle terre
emerse.
In effetti questo vocabolo, giunto a noi
dal latino terra(m), deriva dal più antico
*tersa, di origine indeuropea, che stava ad
indicare la “parte secca”, contrapposta
alla parte acquea dell’ambiente umano.
Da sempre fonte inesauribile di sostentamento per l’uomo, la litosfera (così si
chiama oggi quella parte del pianeta formato dalle terre emerse), ha sempre fornito i materiali indispensabili all’evoluzione
umana, non solo dal punto di vista tecnologico, ma consentendone anche la tran-
sizione dal nomadismo alla stanzialità,
fino alla grande rivoluzione industriale e
alla nascita dell’era neotecnica.
Merito di tutto questo è degli elementi,
ovvero quelle sostanze presenti nel suolo
che non possono essere ulteriormente
suddivise.
Di che cosa è fatta la Terra?
Nell’antichità la Terra era uno dei quattro
elementi dell’Universo (insieme ad Aria,
Acqua e Fuoco), ma oggi scopriamo che è
proprio essa ad essere formata da circa un
centinaio di elementi. Tuttavia, sono
meno di dieci quelli che costituiscono la
quasi totalità della crosta terrestre: circa
la metà della sua percentuale in peso è
composta dall’ossigeno, che si trova prevalentemente combinato con il silicio,
andando a formare i minerali detti silicati
(che insieme rappresentano oltre il 70%
della crosta). Molti degli altri elementi
metallici largamente impiegati nell’industria moderna sono invece diffusi in percentuali esigue, mentre i metalli preziosi
addirittura in percentuali infinitesimali
(l’oro, ad esempio, rappresenta lo
0,000004%).
Le grandi bufale del passato
Se oggi, grazie alle moderne tecnologie
scientifiche ed alle analisi di laboratorio,
possiamo stabilire con certezza la composizione della crosta terrestre e la sua genesi, non riesce difficile capire perché, sin
dall’antichità, la composizione Terra sia
stata velata dal mistero: secondo le teorie
di Aristotele, l’origine dei minerali venne
attribuita, per tutto il Medioevo, a una
sorta di generazione spontanea all’interno
della Terra, provocata dalla radiazione dei
corpi celesti. Infatti, fino all’inizio dell’Ottocento resistette la convinzione che
l’oro fosse più abbondante nelle regioni
tropicali proprio in quanto maggiormente
riscaldate dall’energia solare. Per secoli la
conoscenza dei metalli restò divisa tra le
conoscenze pratiche di minatori e cavatori e le fantasie dei nobili che li possedevano, tratte spesso dalla letteratura classica
mal interpretata. Uno degli autori che
meglio si prestò a tale scopo fu Plinio il
Vecchio, con la sua Naturalis Historia. Da
qui arriva ad esempio la convinzione che i
cristalli di quarzo, utilizzati non solo a
scopo ornamentale ma anche per ricavarne dei recipienti, fossero costituiti da
acqua congelata (kryos in greco significa
“gelo”) a temperature talmente basse da
non potere più essere disciolta. Allo stesso
modo, si credeva che i minerali fossero
forme embrionali ed imperfette di vita,
che potessero accrescersi e riprodursi,
tanto che si distinguevano addirittura i
minerali maschi dai minerali femmine
sulla base di colorazioni lievemente diverse della stessa sostanza.
Si dovette attendere l’Ottocento, con i
primi progressi della chimica, per una
classificazione dei minerali fondata sulla
composizione chimica. Oggi sappiamo
che esistono circa 3000 minerali, ma meno
di dieci formano il 90% di tutte le rocce.
La scienza è un’opinione?
Del resto, anche la comprensione della
vera origine delle rocce è una conquista
recente da parte della scienza. Nell’epoca
classica greco–romana, nella civiltà araba
e per tutto il Medioevo, non era chiara la
distinzione tra minerali e rocce, anche per
il motivo che l’interesse verso questi
materiali era essenzialmente pratico. Si
usavano rocce da levigare (come i marmi)
per le costruzioni e i calcari per l’arte, le
argille per i laterizi e le sabbie per il vetro.
Ma il problema della loro origine restava
oscuro. Secondo Strabone, ad esempio, i
materiali estratti dalle cave, come il calcare, sarebbero poi ricresciuti sul posto. Nei
secoli successivi non andò molto meglio:
si ricorse anzi all’interpretazione letteraria
delle sacre scritture. Era così negata l’origine organica delle conchiglie e degli altri
fossili rinvenuti nelle rocce sedimentarie
poiché nella Bibbia si afferma che la separazione fra le acque e le terre venne effettuata nel terzo giorno della Creazione e
che gli animali furono creati solo nel quinto giorno. Il mare, quindi, non poteva
avere ricoperto le terre e lasciato resti di
animali. I fossili erano quindi considerati
spesso oggetti caduti dal cielo. Solo alcuni spiriti liberi e isolati, come Leonardo da
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Vinci e Nicola Stenone, intuirono che la
loro vera origine era quella di resti di antichi esseri viventi. Nella metà dell’Ottocento, l’origine dei minerali fu al centro di
furiose polemiche tra le due correnti
opposte dei Nettunisti e dei Plutonisti. I
primi sostenevano che tutte le rocce si fossero formate in un ipotetico oceano universale che ricopriva tutte le terre; i secondi ritenevano che fossero il risultato della
solidificazione di una massa liquida.
Homo poco sapiens
Oggi, grazie al microscopio e ai numerosi
studi di laboratorio, distinguiamo le rocce
dalla loro origine: rocce magmatiche,
rocce sedimentarie e rocce metamorfiche.
In realtà, ciascuna di questi tipi di rocce
rappresenta uno stadio di un ciclo continuo che coinvolge litosfera, atmosfera e
idrosfera, che trasforma gli elementi da
uno stato all’altro. Eppure, di fronte a
costruzioni come i nuraghi della
Sardegna, le mura megalitiche dei popoli
precolombiani, i dolmen e i menhir
dell’Inghilterra, o, ancora, osservando i
due milioni e trecentomila blocchi di granito di Assuan che costituiscono la piramide di Cheope, risulta difficile non lasciarsi
trasportare dalla magia ingenua ma totalmente affascinante dell’antichità, un
mondo in cui i materiali si caricavano di
alti significati simbolici e poetici, dal suo
profondo connubio con i materiali della
Terra…
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rubrica
MOSAICO
VIAGGIA IN PRIMA
Simona Gauri
Associazione Mosaico, una delle realtà più
vivaci nel settore del servizio civile in
Lombardia, è stata promossa: la “associazione di associazioni” bergamasca, infatti, è stata uno tra i primi enti non profit
italiani ad essere stato accreditato
dall’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile
come ente per la gestione del servizio civile di prima classe. Il riconoscimento, uno
dei più ambiti nel settore, è giunto dopo
che Mosaico ha raggiunto la ragguardevole cifra di 187 sedi di attuazione di progetti di servizio civile, dimostrandosi un
organismo attivo, dinamico e più che mai
pronto a raccogliere le sfide di un settore
che ha più che mai bisogno di linee–guida…
Che cos’è Mosaico?
Associazione Mosaico è un ente non a fini
di lucro che ha come fine lo sviluppo e la
gestione del servizio civile, volontario e
obbligatorio, nelle sedi dei suoi associati.
In altre parole, Mosaico è un’associazione
di associazioni, sia pubbliche che private.
A Mosaico aderiscono Comuni, Comunità
montane, Province, fondazioni culturali,
cooperative sociali, associazioni del privato sociale e università. La sede dell’associazione è a Bergamo, in via Enrico Scuri n.
1, e al suo timone c’è Claudio di Blasi, presidente nonché uno dei fondatori di
Mosaico: una persona che ha creduto e
scommesso sulle opportunità e sulla validità del servizio civile, sia come scelta di
vita che come valore sociale. E che oggi,
dopo 4 anni di lavoro, può dire di aver
vinto la sua scommessa.
Un inizio in sordina
Associazione Mosaico è una realtà relativamente giovane: nata nel marzo del
2000, è stata fondata da alcuni enti pubblici e privati giunti alla conclusione che,
per una miglior gestione del servizio civile obbligatorio, era necessario unire le
forze, gestendo in modo comune, tramite
un ente creato ad hoc, il reclutamento,
l’amministrazione e la formazione degli
obiettori di coscienza in servizio civile.
Nei mesi immediatamente successivi a
quello della sua fondazione, Mosaico apre
una convenzione di 300 posti per la
gestione degli obiettori di coscienza,
ponendosi come primo esempio di “ente
gestore di servizio civile”.
Sempre in questi anni entra nel vivo il
dibattito sulla sospensione della leva
obbligatoria, e di conseguenza del servizio civile derivante dall’obiezione di
coscienza al servizio militare. Associazione
Mosaico decide allora di riconvertire la
sua struttura, dedicandosi in modo sempre maggiore al servizio civile volontario.
Mosaico oggi
Grazie a queste scelte, Mosaico è oggi una
delle principali realtà lombarde nel settore della gestione e dello sviluppo del servizio civile volontario, attiva nel campo
della promozione del servizio civile nazionale tra i giovani, nonché nel campo innovativo della formazione degli operatori
del servizio civile.
Basti pensare che, solo al 30 giugno 2004,
l’associazione raccoglieva 82 enti associati, presenti nelle province di Bergamo
(53), Milano (4), Como (18), Sondrio (1),
Cremona (4), Lodi (1) e Lecco (1). Tra di essi
vi sono alcune delle realtà più rappresentative del volontariato sociale della
Lombardia e dell’Italia, nonché i Comuni
tra i più popolosi della provincia di
Bergamo. In tutti questi enti, stanno
attualmente finendo di partecipare a progetti di servizio civile volontario 113 ragazze. Ma questa è solo la punta dell’iceberg:
con il nuovo bando di settembre e le
novità introdotte per l’anno 2004–2005 da
Mosaico, le ragazze in servizio civile e le
rispettive sedi di servizio subiranno un
incremento sostanziale.
Tanti servizi in più
per il domani
Il futuro di Mosaico è l’incremento dei servizi specialistici offerti a tutti gli attori che
operano e interagiscono nell’ambito del
servizio civile: non solo intermediazione
tra le volontarie e gli enti, non solo formazione e tutoraggio dei volontari, ma anche
la formazione degli OLP (Operatori Locali
di Progetto). Infatti, grazie alla partecipazione dei formatori di Associazione
Mosaico ad uno specifico corso organizzato dall’UNSC (Ufficio Nazionale per il
Servizio Civile), l’associazione è stata abilitata a fornire la formazione agli operatori locali di progetto non in possesso di
esperienze di gestione nel campo del servizio civile. Mosaico potrà fornire questo
servizio sia agli associati che agli enti terzi
interessati. In più, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, questo
tipo di formazione sarà fornita in modo
gratuito agli enti accreditati delle province di Bergamo, Brescia, Lecco, Lodi,
Mantova, Milano e Varese.
Ecco perché Mosaico attira di giorno in
giorno sempre più volontarie e sempre più
enti che presentano progetti di servizio
civile, raccogliendo tra i suoi associati
nomi prestigiosi come l’Università degli
Studi di Bergamo che, peraltro, grazie a
un accordo siglato lo scorso anno, riconosce i 12 mesi di servizio civile come tirocinio, con i corrispondenti CFU (crediti formativi) indicati nel programma dei corsi
di laurea che lo prevedono. Quest’anno,
tra i nuovi associati di Mosaico è entrata
un’altra prestigiosa istituzione nel campo
dell’istruzione: il Liceo Classico Statale
Paolo Sarpi di Bergamo, che recentemente
ha celebrato il centenario della sua fondazione.
Per informazioni: www.mosaico.org
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bozze FOGLI 195 - Simona Gauri