la Biblioteca di via Senato
mensile, anno v
Milano
n.4 – aprile 2013
ESOTERISMO
Lo straordinario
alchimista
Paracelso
di piero meldini
IL LIBRO
Seicento
misterioso:
il Proprinomio
di nando cecini
COLLEZIONARE/2
Le donne:
l’altra metà
della bibliofilia
di massimo gatta
IL SAGGIO
Senso
e repressione
in Marc Augé
di sandro giovannini
POLITEIA
Politica,
“Funzionarismo”
e funzioni
di teodoro klitsche
de la grange
Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.4/39 – MILANO, APRILE 2013
Sommario
6 Esoterismo
LO STRAORDINARIO
PARACELSO
di Piero Meldini
12 Del collezionare/2
L’ALTRA METÀ
DELLA BIBLIOFILIA
seconda e ultima parte
di Massimo Gatta
50 Il saggio
SENSO E REPRESSIONE
IN MARC AUGÉ
di Sandro Giovannini
62 Politeia
IL “FUNZIONARISMO”
E LE FUNZIONI
di Teodoro Klitsche de la Grange
28 Il libro sconosciuto
SEICENTO MISTERIOSO:
IL PROPRINOMIO
di Nando Cecini
68 Da l’Erasmo: pagine scelte
UN’OSSESSIONE
DEL XVIII SECOLO:
L’ORO DEL “BONHEUR”
di Giuseppe Scaraffia*
33 IN SEDICESIMO - Le rubriche
LE MOSTRE – LO SCAFFALE –
L’EDITORE DEL MESE
a cura di Gianluca Montinaro
72 BvS: il ristoro del buon lettore
IL SORRISO
DI LIVIA E ALFONSO
di Gianluca Montinaro
* tratto da L’Erasmo n.32
Ottobre – Dicembre 2006
I cinque sensi
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(1704-1788), Jeanne Antoinette Poisson,
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© 2013 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
L’
articolo di Teodoro Klitsche de la Grange,
la cui prima parte pubblichiamo
su questo numero di aprile (insieme
ad altri, altrettanto interessanti, di Piero
Meldini, Nando Cecini, Massimo Gatta e
Sandro Giovannini), suggerisce alcune riflessioni
che ben si attagliano a queste settimane difficili
e convulse per la vita politica del nostro Paese.
La corsa al colle più alto della Repubblica
(al di là degli esiti e dei personaggi protagonisti,
più o meno presentabili, che vi hanno preso
parte) ha segnato, in modo definitivo,
la morte del Partito Democratico, almeno
così come finora l’abbiamo conosciuto.
E la totale disfatta della linea tattica
del suo ex segretario Pierluigi Bersani.
Klitsche de la Grange, addentrandosi nelle
pieghe esegetiche di un vocabolo semi-sconosciuto
riferibile al mondo della burocrazia
e della macchina dello Stato, “funzionarismo”,
scrive di “azioni” messe in atto nel «particolare
esclusivo interesse» di coloro che tali gesti
innescano e controllano. In ciò la Sinistra
italiana è sicuramente (e storicamente) malata
di funzionarismo. Intrisa di egoismi particolari
e unita solo dall’odio viscerale verso il “nemico”,
ha del tutto perso il contatto col mondo reale
conducendosi da se stessa al disastro.
Una nuova fase ora si apre: e in questa non
ci sarà più spazio per “filosofie funzionariste”.
Se la maggioranza moderata del Paese saprà
approfittarne, si potrà finalmente rimettere
l’individuo libero al centro del processo democratico.
Gianluca Montinaro
Chi le ha inventate?
doppia 400x250 .indd 1
Le tredici erbe della ricetta originale Ricola
sono il meglio che la natura ha da offrire.
Ognuna di esse viene raccolta solo nel momento in cui arriva a piena
maturazione e raggiunge il perfetto equilibrio fra aroma,
colore e concentrazione di sostanze officinali.
Va da sè che ingredienti tanto preziosi vengono raccolti
e lavorati con tutta la cura che meritano.
Perché per una Ricola originale le erbe valgono più dell’oro.
Buone di natura.
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11/03/13 10.25
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
Esoterismo
LO STRAORDINARIO
PARACELSO
Un eclettico mago astrologo del Rinascimento
PIERO MELDINI*
N
on si può dire, onestamente, che Filippo
Aureolo Teofrasto Bombasto Paracelso
fosse un Adone. E possiamo affermarlo
con cognizione di causa, dal momento che di lui si
conservano, tra dipinti e incisioni, non meno di
duecentocinquanta ritratti. Era basso, corpulento,
effeminato e balbuziente. Era, per giunta, sciatto,
irascibile e scostante. Nel ritratto di Rubens (copia
d’autore di una tavola attribuita a Quentin Massys),
Paracelso mostra la faccia di una massaia rubizza,
porta (chissà perché) due cappelli sovrapposti ed
esibisce la famosa spada Azoth: ciò che fa venire in
mente, piuttosto che un mago-guerriero, un guardiano di harem, accreditando senza volere la voce
che fosse castrato.
La vita di Paracelso coincide con la carta geografica dell’Europa. Delia Airaghi ha parlato, a ragione, di «follia ambulatoria». Nacque a Einsiedeln. A otto anni accompagnò il padre alchimista a
Villach, in Carinzia. Studiò a Lavanthal dai Benedettini. Poi, ma per poco, a Basilea. A Würzburg
frequentò Tritemio, che lo iniziò alle opere di Platone, Plotino, Giamblico, Porfirio, al Pimander del
Trismegisto e agli altri testi del Corpus Hermeticum,
a Pico e ai cabalisti. A Colonia e a Parigi investigò le
Nella pagina accanto: David Teniers II (1610-1690)
L’alchimista, part. A destra: Pieter Paul Rubens (1577-1640),
ritratto di Paracelso, Bruxelles, Museo Reale di Belle Arti
proprietà dei metalli. All’università di Montpellier
si riaccostò alla Cabala. Scese in Italia e visitò Padova, Bologna e Ferrara. Fu in Spagna e Portogallo. Da Lisbona passò in Inghilterra, dove visitò le
miniere di Cumberland e lo Studio di Oxford. Nei
Paesi Bassi fu nominato, sul campo, cerusico militare. A Stoccolma una guaritrice gli insegnò, tra gli
altri “segreti” medicinali, la formula di un portentoso decotto contro le emorragie. Dalla Svezia
passò nel Brandeburgo, e di qui in Boemia e nella
8
Leonardo da Vinci (1452-1519), ritratto di Marsilio Ficino,
Milano, Pinacoteca Ambrosiana
Moravia, in Lituania, in Polonia, in Valacchia, in
Dalmazia e a Venezia. Esercitò la medicina a Strasburgo e a Basilea.
Alberto Savinio (Narrate, uomini, la vostra storia) fa dire a Paracelso: «Se Copernico non ci avesse
dato la vera forma della Terra, questa forma l’avrei
arguita io, dal mio continuo camminare e dal ritrovarmi sempre sui miei passi». Il suo ultimo approdo
fu Salisburgo, dove morì il 24 maggio 1541.
Due anni dopo furono dati alle stampe il De revolutionibus orbis coelestium del nominato Copernico
e il De humani corporis fabrica di Vesalio, che aravano
a fondo, e seminavano di piante mai viste, i due campi che Paracelso aveva maggiormente coltivato: l’a-
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
stronomia e la medicina. Il buon Dio si apprestava a
perdere la sua funzione governativa, per essere ricondotto all’ufficio super partes di garante: invece di
occuparsi del disbrigo degli affari correnti, d’ora in
avanti si sarebbe attenuto al nobile ruolo di legislatore iniziale - di estensore, per così dire, della carta
costituzionale - e di tutore delle regole immutabili.
Paracelso aveva fede negli astri. Dubitare
dell’ordine cosmico e della sua influenza sulla storia umana e sui destini personali sarebbe stato come dubitare dell’esistenza di Dio. E tuttavia, al pari di Ficino, diffidava dell’astrologia giudiziaria e
respingeva al mittente un determinismo astrale
che azzoppasse il libero arbitrio. Gli astri non impongono alcunché; si limitano ad influenzare: «Le
stelle non controllano nulla in noi, non formano
nulla in noi, non irradiano nulla, non determinano
nulla. Esse sono libere, e noi anche» scriveva
Paracelso nel Volumen Paramirum. Margherita
Hack potrebbe tranquillamente sottoscrivere;
Marco Pesatori chissà.
D’altro canto Paracelso credeva che il futuro
fosse sondabile; che come il medico può pronosticare dai sintomi il decorso di una malattia, così il sapiente può prevedere gli eventi a venire, interpretando i “segni”. Che sono di tre specie: innanzi tutto
la disposizione degli astri nella sfera celeste, in cui il
divino crittografo ha cifrato la storia dell’umanità;
poi gli oracoli; infine le profezie testamentarie.
Paracelso era convinto che il mondo avesse un
principio e una fine, e che il Giorno dell’Ira fosse
dietro l’angolo. A rinfocolare in lui e nei suoi contemporanei i pruriti millenaristici c’era stata la Riforma. Luterani e papisti concordavano su un punto: che con il trauma della Riforma era cominciato il
conteggio alla rovescia della lotta finale con l’Anticristo. Al termine della quale, i buoni avrebbero
trionfato sui malvagi e sarebbe stato dato fiato alle
trombe del Giudizio. La turbolenza dei tempi e i segni celesti (come l’apparizione, nell’agosto del
1531, della cometa di Halley) spazzavano via ogni
dubbio residuo. La Profezia per i prossimi ventiquat-
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
tro anni, dettata da Paracelso nel 1536, preannunciava mutamenti epocali.
La prima lezione di medicina a Basilea, nel
1527, fu un rogo di libri, attizzato da Paracelso e dai
suoi studenti a imitazione di quanto aveva fatto Lutero nove anni prima. Con questo gesto plateale,
egli rompeva verticalmente con la Chiesa di Aristotele, Galeno e Avicenna. Alla cultura medica ufficiale Paracelso contrapponeva un approccio empirico,
che lo portava a privilegiare le conoscenze popolari
su quelle dei dotti: al punto da mettersi alla scuola
delle comari e delle streghe.
Il metodo di Paracelso è, a suo modo, sperimentale, e la formula “per esperimento” punteggia i suoi scritti di medicina e farmacologia. Charles Webster rileva «un notevole grado di somiglianza tra l’epistemologia di Paracelso e quella
9
dei baconiani».
Per altro Paracelso non distingueva affatto tra
scienza operativa e magia, e riteneva altrettanto legittimi gli esperimenti chimici e l’individuazione
dei principî attivi delle piante e dei minerali quanto
la recitazione di scongiuri.
Anche in tema di stregoneria convivono in
Paracelso vecchio e nuovo. Non c’è da meravigliarsi: la sua adesione al platonismo non lo portò
mai a sconfessare le superstizioni popolari. Egli
credeva fermamente nel diavolo e nei suoi seguaci.
Sospettava tuttavia che le streghe agissero soprattutto sul potere di immaginazione delle loro vittime; che la forza di suggestione facesse più danni
dei veri e propri maleficî. Partendo da queste premesse, non aveva nessun imbarazzo a consigliare,
come contromisura, rimedi tradizionali: cerimo-
Da sinistra: Raffaello Sanzio (1483-1520), Platone e Aristotele e (a destra) Plotino, 1510, particolari dell’Affresco della
Scuola di Atene, Città del Vaticano, Palazzi Vaticani
10
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Sopra da sinistra: Niccolò Copernico
in un ritratto del 1515; un ritratto di
Paracelso; Jan van Calcar (1499
circa–1546/1550), Ritratto di Andrea
Vesalio dal suo De humani corporis
fabrica, 1543. A fianco da sinistra:
Paracelso, Libri duo, prior Theophrasti
septem defensiones adversus aemulos suos
continet. Posterior de morbis tartareis
elegantissime tractat, (Colonia, Peter
Horst 1573). Paracelso, Operum
Medico-Chimicaorum, (Ginevra, 1605,
III voll.)
nie, formule magiche, filtri. Una strategia, insomma, che consentisse di combattere le streghe sul
loro terreno. Ad armi pari.
Paracelso era anche scettico sui patti col demonio. Per lui la strega era fondamentalmente
una deviante, non diversamente dal ladro, dall’assassino e dal pazzo. Nei suoi scritti, e in particolare
nel De occulta philosophia, è accuratamente descritta quella che potremmo chiamare la “sindrome
della strega”: il che permetteva, tra l’altro, di distinguere le fattucchiere d.o.c. dagli isterici, dagli
epilettici e dagli idioti.
Paracelso coltivò l’ambizioso progetto di creare l’Omuncolo in vitro, e si spinse fino a darne la formula (seme maschile putrefatto per quaranta giorni
nella carcassa di un cavallo e alimentato per quaranta settimane con l’«arcano del sangue umano»).
Qui - si è detto - casca l’asino. Il buon Paracelso può
anche atteggiarsi a moderno uomo di scienza; resta
però un patetico relitto del Medioevo. E saremmo
d’accordo, se non fosse nata, nel frattempo, una cosa che si chiama ingegneria genetica.
*già direttore della Biblioteca Gambalunga di Rimini. Autore
di numerosi romanzi, pubblicati presso Adelphi e Mondadori
12
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
13
Del collezionare/2
L’ALTRA METÀ
DELLA BIBLIOFILIA
Riflessioni sulle donne e i libri
MASSIMO GATTA
– seconda e ultima parte*
iuseppe Fumagalli, nel
colophon alla sua edizione privata delle Donne bibliofile italiane, stranamente
non cita la prima edizione del
1920 ma solo quelle successive
del ‘26 e del ‘27. Scrive a proposito il bibliografo: «Il presente
scritto fu pubblicato come introduzione al catalogo di Libri
figurati dei Secoli XVIII e XIX
ecc. da vendersi all’asta dalla Libreria Antiquaria Ulrico Hoepli
di Milano il 22 e 23 marzo 1926;
quindi ristampato nell’Almanacco della Donna
Italiana, Anno VIII, 1927 (Firenze, R. Bemporad
& F.), a pag. 155-165, da dove fu fatta la presente
tiratura a parte in soli 100 esemplari non venali».
L’edizione privata del ‘26 è, dal punto di vista grafico e tipografico, di grande eleganza e raffinatezza, arricchita sia dalla xilografia di Anichini che dai
G
Nella pagina accanto: Maurice Quentin de la Tour
(1704-1788), Jeanne Antoinette Poisson,
Marquise de Pompadour, Parigi, Museo del Louvre.
Sopra: frontespizi di Giuseppe Fumagalli, Donne bibliofile
italiane, e Massimo Gatta, Le donne e i libri
quattro medaglioni. Marino Parenti, il grande bibliografo e bibliofilo, possedeva questa rara plaquette, oggi conservata nel Fondo Parenti della
“Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte” di
Torino, insieme ai suoi preziosi libri e all’archivio.
E’ bene ricordare che la stampa del catalogo
Hoepli del 1926 fu curata da Raffaello Bertieri,
maestro della tipografia italiana dell’epoca, il quale dirigeva anche la “Scuola del Libro” di Milano.
L’edizione Hoepli si avvaleva di scelte grafiche
eleganti di Bertieri, ma alquanto personali: dalla
14
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
A lato: frontespizio di Nancy Cunard,
hese were the hours (1969)
cornice neoclassica rosso mattone della copertina
a quella per la Prefazione, fino alle piccole decorazioni rosse utilizzate per suddividere i periodi del
testo. Peculiare di Bertieri è poi l’utilizzo di leggeri fregi in nero per circondare i numeri di pagina.
Scelte grafiche che non sempre furono apprezzate
dai puristi della tipografia. Il tipografo, pur nel
solco della grande tradizione italiana, amava sperimentare, stravolgere a volte alcuni canoni ormai
consolidati, e applicare le sue personalissime idee
grafiche, soprattutto sulla spazialità della pagina,
la disposizione dei numeri di pagina e l’ampiezza
degli stessi, i capoversi, scelte che contrastavano
con lo status quo tipografico dell’epoca. Oggi
queste sue scelte ci sembrano forse eleganti e raffinate, ma all’epoca infastidirono alcuni.
Il saggio di Fumagalli, ristampato l’ultima
volta nel 1993 su «L’Esopo. Rivista internazionale
di bibliofilia», è forse l’unico studio italiano
espressamente dedicato alla bibliofilia femminile;
le utili note al testo, poi, integrano e arricchiscono
l’argomento trattato.
Qualche breve accenno alla bibliofilia femminile lo troviamo anche nello scritto di Antonio
Bandini Buti Le donne bibliofile,1 ma si tratta di brevi considerazioni rispetto all’ampio scritto del Fumagalli. L’assenza di studi italiani sulla bibliofilia
femminile risente anche della scarsa considerazione (e dell’ironia) che gli uomini hanno sempre
avuto nei confronti del rapporto donna/libro. Lo
scrittore Adolfo Padovan, ad esempio, sosteneva
in un suo scritto la tesi generale (e pregiudiziale)
che le donne fossero nemiche dei libri e riportava
il seguente aneddoto: quando si sparse la notizia
che il senatore Treccani aveva acquistato per cinque milioni la preziosa Bibbia di Borso d’Este, per
donarla allo Stato italiano, una donna disse all’amica «Hai letto? Cinque milioni per un messale!
Ma son cose da pazzi…E pensare che con 5 milioni si fanno cinquemila toilettes da mille franchi
l’una!».2 Fumagalli, nel riprendere e analizzare
questo episodio di Padovan, sostiene con una certa dose di ingenuità che il libro raro sarebbe inviso
alle donne per le cure gelose che il bibliografo e il
bibliofilo gli prodigherebbero: sarebbe quindi
una sorta di gelosia tutta femminile alla base della
loro distanza dal libro. A smentire ciò basterebbero molti esempi storici, ma mi piace qui ricordare
il più recente: il caso di Alia Muhammad Baker, direttrice della Biblioteca di Bassora, la quale poco
prima dell’invasione occidentale del suo Paese,
durante la guerra contro Saddam, riuscì da sola a
portare in salvo uno ad uno migliaia di volumi della biblioteca, conservandoli prima nella sua abitazione e poi in un vicino ristorante.
Del resto già nel ‘600 ci furono letterate con
una modernissima coscienza della propria condi-
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A lato: frontespizio di Belle da Costa Greenes,
An illuminated life (1948)
zione di esclusione. Una di queste, Modesta Pozzo de’ Zorzi (1555-1592), sposa di Filippo de’
Zorzi, nel suo Il merito delle donne, pubblicato postumo dalla figlia Cecilia (Venezia, Domenico Imberti, 1600), scrisse questi versi: «Se quando nasce
una figliola al padre, / la ponesse col figlio a un’opra eguale, / non saria nell’imprese alte e leggiadre
/ al frate inferior né diseguale, / o la ponesse fra
l’armate squadre / seco o a imparar qualch’arte liberale; / ma perché in altri affar viene allevata / per
l’educazion poco è stimata».
Più vicini a noi sono due testi che trattano,
seppur indirettamente, di bibliofilia al femminile,
come quello dello scrittore e bibliofilo Hans Tuzzi3 (pseudonimo dello scrittore e studioso Adriano
Bon) che, analizzando antichi cataloghi di vendita
e bibliografie varie, ha mostrato i ritratti di due famose nobildonne bibliofile: Jeanne-Baptiste
d’Albert de Luynes (1670-1736), contessa di Verrua in quanto andata sposa, tredicenne, al nobile
piemontese Giuseppe Scaglia, conte di Verrua, ricordata anche da Fumagalli nella sua plaquette e
immortalata da Alexandre Dumas padre ne La Dame de Voluptée. Mémoires de M.lle de Luynes, la quale
formò una biblioteca ricca di circa 18.000 volumi
che nel 1737, a un anno dalla morte, furono dispersi. Di quell’asta famosa resta un raro e ricercato
catalogo curato dal libraio e bibliofilo parigino
Gabriel Martin. La seconda nobildonna ricordata
da Tuzzi è Jeanne-Antoinette Poisson, marchesa
di Pompadour (1721-1764). Segnalo poi anche un
documentato studio di Maria Grazia Ceccarelli,4
stranamente non ricordato da Tuzzi, che cita il catalogo di vendita della piccola biblioteca di Madame de Crevecoeur (1500 volumi circa), stampato
sempre a Parigi nel 1757 e curato anch’esso dal li-
braio Martin.
In Francia, all’opposto dell’Italia (come gli
esempi ampiamente dimostrano) esiste una lunga
tradizione di scritti dedicati alla bibliofilia femminile. Cito solo quattro esempi abbastanza noti: il
saggio di Quentin Bauchart in due volumi,5 quello
dello scrittore e bibliofilo Octave Uzanne, stampato in 1065 esemplari numerati,6 il volume di
Gustave Brunet,7 nel quale vengono ricordate
molte famose nobildonne bibliofile francesi dei
secoli passati, unitamente a brevi cenni sulle loro
collezioni librarie, e infine un saggio di Albert
Cim.8 Si ricorda anche un contributo di Joannis
Guigard,9 dove l’autore riporta casi di alcune nobildonne di Casa Savoia, spose di potentati stranieri e appassionate di libri, come Maria Adelaide
sposa nel 1696 di Luigi di Borgogna, Maria Giuseppina moglie di Luigi XVIII, Maria Teresa moglie di Carlo X; infine uno studio di Frances Ha-
Un mondo di divertimento.
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utti i diritti
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rispettivi proprietari.
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Sopra, da sinistra: frontespizi di Belinda Starling, La rilegatrice dei libri proibiti (2009) e di Anne Delaflotte Mehdevi,
La rilegatrice del fiume (2010)
mill nel quale viene affrontato il contributo femminile in campo tipografico, librario e collezionistico negli anni antecedenti l’Ottocento.10
Di recente, sempre in Francia, è stato pubblicato un articolo di Bertrand Galimard Flavigny
dedicato a Nathalie de Waresquiel, membro dell’esclusiva società femminile di bibliofilia “Cent
Une”,11 presieduta da Delphine Reille. L’Associazione fu creata negli anni ’20 dalla principessa
Schakowskoy per consentire alle donne di diventare editrici in proprio dei loro libri d’arte. Ciò
scosse e turbò non poco il chiuso ed esclusivo
mondo bibliofilo maschile, da sempre geloso della
propria secolare tradizione. Anche il nome dato
alla società rispecchia il desiderio di tradurre al
femminile una prerogativa lessicale tipicamente
maschile. Come ha infatti chiarito la de Waresquiel: «Cent est masculin, tandis que Cent-un
peut être mis au féminen». Le Cent Une pubblicano un volume ogni due anni, scegliendo autore,
testo e illustratore nella periodica assemblea dei
soci che si tiene a Parigi alla Bibliothèque de l’Arsenal. In genere vengono preferiti, per le illustrazioni, artisti non ancora famosi in modo da aiutarli a farsi conoscere e apprezzare attraverso i libri
che illustreranno. Gli artisti prescelti sottopongono ai soci una serie di tavole, quelle ritenute non
adatte al libro da pubblicare vengono vendute a
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
19
parte all’asta, tra i membri della Cent Une, presso
la Bibliothèque de l’Arsenal.
Una ulteriore segnalazione bibliografica riguarda il mondo della tipografia femminile, altrettanto sconosciuta di quello della bibliofilia.
L’Università degli Studi di Bologna ha organizzato dall’8 marzo al 19 maggio 2003 un’interessante
mostra curata da Biancastella Antonino, con testi
in catalogo di Rosaria Campioni, Rita Giordano,
Maria Gioia Tavoni e della stessa Antonino.12
Nel Novecento, sempre in ambito culturale
francese e anglosassone, risaltano le esperienze tipografico-editoriali di due famose scrittrici:
Nancy Cunard e Virginia Woolf. La prima, tra il
1928 e il 1931, impiantò prima a Reanville e poi a
Parigi la sua stamperia privata The Hours Press, alla
quale collaborò anche il poeta cileno Pablo Neruda. La Cunard ha lasciato memoria scritta di quella sua avventura tra i piombi,13 e della tipografa sui
generis che fu si è di recente occupata anche Anna
Maria Palombi Cataldi.14
Più conosciuta è invece l’avventura tipografico-editoriale dei coniugi Woolf, Virginia e Leonard. La loro The Hogarth Press fu fondata nel
1917 e pubblicò, fino alla fine del 1946, ben 525 titoli. Una bella mostra, curata da Alessandra Bocchetti e Nadia Fusini, dal titolo The Hogarth Press.
L’avventura di Leonard e Virginia Woolf ospitata nel
novembre del 1993 presso il Centro Culturale
Virginia Woolf di Roma, ha documentato una
parte di quell’ampia produzione editoriale, realizzando anche un utile catalogo curato da Luisa
Gentile e Silvia Wagner e col testo di Nadia Fusini, I Libri dei Lupi. Al catalogo veniva allegata la
trascrizione di una lunga conversazione con
George (Dadie) Rylands, raccolta a Cambridge il
9 ottobre del 1993 dalle curatrici della mostra romana e da Tony Tanner e Glauca Leoni, nella quale si ricordavano gli anni di Bloomsbury e appunto
la nascita della Hogarth Press. Rylands era all’epo-
Sopra, frontespizio di Giulia Mafai, La ragazza con il
violino (2013)
ca «(…) uno dei giovani e promettenti studiosi e
artisti che si avvicendavano nell’avventurosa storia della Hogarth Press», come ha scritto la Fusini.
Anche la rivista «Charta» si è occupata qualche
anno fa delle edizioni dei Woolf con un documentato articolo di Laura De Masi.15 Chi però volesse
saperne di più dovrebbe sicuramente consultare le
prime due edizioni dell’ormai classica bibliografia
di J. Howard Woolmar,16 oltre che il simpatico e
ironico memoir sull’esperienza presso la Hogarth
Press, scritto da Richard Kennedy.17
Figure di stampatrici sono presenti in alcune
20
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Da sinistra: Robert Lefèvre (1755–1830), Ritratto di Luigi XVIII (1822) Reggia di Versailles;
François Boucher (1703–1770), Ritratto di Madame de Pompadour, (circa 1750-1758), Reggia di Versailles
private presses del Novecento, come la “Dun Emer
Press” di Dundrum (Irlanda, 1903) dove lavoravano Elisabeth Corbet Yeats (sorella del celebre
poeta William Butler) in qualità di stampatrice,
Beatrice Cassidy in qualità di inchiostratrice e
Esther Ryan in qualità di correttrice di bozze; altri
esempi sono quelli di Jan Elsted della “Barbarian
Press” (1997) e Diana Thomas della “Poolside
Press” (1979).18 In Italia, invece, negli stessi anni si
ricorda la figura di Giuliana Maestri, stampatrice
e compagna del grande tipografo milanese Luigi
Maestri, alla quale lo scrittore, libraio antiquario e
bibliofilo Alberto Vigevani dedicò un ricordo alcuni anni fa;19 scrive, al riguardo Vigevani: «Giuliana Maestri, tipografa, come nel Rinascimento
furono le suore del convento di Ripoli, a Firenze,
ed Elisabetta Rusconi, a Venezia, e, più tardi, nel
Veneto, le “tutele” o le “vergini” dei vari ‘luoghi’
condotti da suore».20 Il convento domenicano di
San Jacopo a Ripoli, ricordato dallo scrittore, con
la stamperia nella quale lavoravano appunto suore
compositrici-tipografe (Impressum Florentiae apud
sanctum Jacobum de Ripoli), sotto la direzione del
padre economo Domenico da Pistoia e del padre
confessore Pietro da Pisa producendo circa un
centinaio di opere, è uno dei simboli maggiori dell’impegno femminile in campo tipografico.21
Questa tradizione tipografica rinascimentale tutta al femminile, che ha ricevuto maggiore attenzione critica per l’area francese, in Italia prosegue
nei secoli successivi con gli esempi di Margherita
Dall’Aglio, vedova di Giambattista Bodoni, la
quale pubblica nel 1818, dopo la morte di Bodoni,
il celebre Manuale tipografico comprendente molti
caratteri in più rispetto a quello edito dal marito
nel 1788; la vedova di Giovanni Pomba (madre di
Giuseppe) e la vedova di Anton Fortunato Stella
(madre di Giacomo).22 In altri Paesi europei, tra
‘500 e ‘700, altre donne tipografe si adoperano per
stampare volumi di grande interesse tipografico:
si ricordano i nomi di Girolama Cartolari che nel
Cinquecento stampa “In Roma, per madonna Gi-
22
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
A lato: frontespizio di Robert Kennedy, Io avevo paura di
Virginia Woolf (2009)
rolama de’ Cartolari perugina” L’Abbecedario, ovvero varie sorti di caratteri di Giovanni Battista Palatino, un importante trattato di scrittura; quindi
la vedova dello stampatore Esteban de Najera la
quale, nel 1559, impresse a Saragozza (en casa de la
viuda de Estevan de Nagera) un altro trattato di
scrittura, quello di Juan de Yciar, Libro subtilissimo
por el qual se enseña a escrivir y contar ferfectamente.
Infine a Parigi, nel 1796, la vedova di Tilliard imprime un celebre trattato di tipografia il Traitè elementare de l’imprimerie, del libraio Antoine Francois Mormoro, un testo di fondamentale importanza per il giovane tedesco Hans Mardersteig,
che si appropriava lentamente in quegli anni delle
basilari regole della tipografia, per poi diventare il
più grande stampatore al torchio del Novecento
con la sua “Officina Bodoni” (prima a Montagnola
di Lugano quindi a Verona). Come si vede molte
“vedove di”, la cui identità (e notorietà) resta sconosciuta e comunque è sempre associata al nome
NOTE
1
Cfr. ANTONIO BANDINI BUTI, Manuale di bibliofilia, Milano, Mursia, 1971, pp.
139-143.
2
ADOLFO PADOVAN, Due nemici? Il libro raro e la donna, in ID., Libro del Buon
Umore, Milano, Ceschina, 1931, II ediz. L’aneddoto di Padovan è riportato anche in
GIUSEPPE FUMAGALLI, Aneddoti bibliografici, Roma, A.F. Formìggini, 1933, n.42,
pp. 52-54.
3
HANS TUZZI, Gli strumenti del bibliofilo, Milano, Sylvestre Bonnard, 2003, pp.
151-152.
4
MARIA GRAZIA CECCARELLI, Vocis et
animarum pinacothecae. Cataloghi di bi-
blioteche private dei secoli XVII-XVIII nei
Fondi dell’Angelica, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1990.
5
QUENTIN BAUCHART, Les Femmes bibliophiles de France, Paris, Librairie Damascène Morgand, 1886.
6
OCTAVE UZANNE, Les femmes bibliophiles, in ID., Les Zigzags d’un curieux. Causéries sur l’art des livres et la literature d’art,
Paris, Maison Quantin, 1888, pp. 29-54.
7
GUSTAVE BRUNET, Etudes sur la réliure des livres et sur les collections de bibliophiles célèbres, cit.
8
ALBERT CIM, Les Femme et les Livres,
Paris, Ancienne Librairie Fontemoing, E. De
Boccard Ed., 1919.
9
JOANNIS GUIGARD, Nouvel Armorial
du Bibliophile, Paris, Rondeau, 1890, v. II,
pp. 85-210.
10
FRANCES HAMLL, Some unconventional women before 1800 : printers,
booksellers and collectors, «Papers of the
Bibliographical Society of America», 1955.
11
BERTRAND GALIMARD FLAVIGNY,
Nathalie de Waresquiel: les «Cent Une» d’abord, «Le Magazine du Bibliophile et de l’amateur de manuscrits & autographes»,
2002, 14, pp. 26-28.
12
Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX Secolo,
Bologna, Università degli Studi-Biblioteca
Universitaria, Tipografia Negri, 2003, con
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
del marito.23 L’attenzione al mondo bibliofilo e tipografico femminile dimostra la grande attualità
del saggio di Giuseppe Fumagalli, scritto in un’epoca in cui ben pochi si sarebbero preoccupati con
altrettanta passione bibliografica di questo particolare aspetto del complesso mondo femminile,
segnale inequivocabile della sua modernità e freschezza.
Un aureo librino del poeta-libraio Roberto
Roversi, Spaventoso rombo e notturna devastazione
nella grande città di Parigi 1808,24 fa riflettere inoltre sul perché ci siano stati, nella storia, di gran
lunga più bibliofili che bibliofile. In esso, infatti, si
raccontano le gesta di uno dei grandi bibliofolli
della Parigi di fine Ottocento, il notaio AntonieMarie Henri Boulard e della di lui moglie che, sospettando esserci un’amante tra di loro, considerate le continue assenze da casa del consorte (che,
pover’uomo, altro che talamo femminile: le sue
uscite erano indirizzate unicamente sui lungosenna dei bouquinistes dove, a metri cubi, amava acquistare ogni possibile lacerto cartaceo, fino ad
ampia bibliografia.
13
NANCY CUNARD, These were The
Hours. Memories of My Hours Press, Reanville and Paris 1928-1931, foreword by
HUGH FORD, Carbondale and Edwardsville, Southern Illinois University Press, Feffer
& Simons, 1969.
14
ANNA MARIA PALOMBI CATALDI,
L’attività editoriale di Nancy Cunard, «L’Esopo», marzo-giugno 2004, 97-98, pp.1746.
15
LAURA DE MASI, Libertà di stampa,
libertà di parola. Virginia Woolf la scrittrice
tipografa, «Charta», luglio-agosto 1994,
11, pp. 38-41.
16
J. HOWARD WOOLMAR, A Cecklist of
23
aver formato una spaventosa biblioteca ricca di
centinaia di migliaia di volumi, ospitati in diversi
appartamenti e la cui vendita all’asta, all’indomani
della morte, durò diversi mesi), gli mise alle calcagna un investigatore privato. Non sappiamo se la
donna fu più felice di conoscere la verità di quelle
assenze maritali, o avesse preferito doversela vedere, in uno scontro frontale, con le ben meno potenti arti femminili, rispetto al potere assoluto e
maniacale che la carta aveva sul marito. Il racconto, ripreso più volte nella letteratura bibliofila non
si esprime oltre (fino a diventare oggetto di una
vera e propria indagine psico-medica ad opera di
G.B.F. Descuret, che nel suo La medicina delle passioni ovvero Le passioni considerate relativamente alle
malattie, alle leggi e alla religione, 25 che ricordo nella bella seconda edizione napoletana edita da Giosué Rondinella nel 1860, tradotta da Tanzini, dedicava alla vicenda di Boulard l’intero capitolo
XIX, Mania delle collezioni).
Partendo dal povero notaio Boulard sarebbe
auspicabile possibile una controstoria della bibliofi-
The Hogarth Press 1917-1946, London,
Hogarth Press, 1976, seconda ediz. aggiornata e aumentata, 1986.
17
Cfr. RICHARD KENNEDY, Io avevo
paura di Virginia Woolf. Un ragazzo alla
Hogarth Press, Parma, Guanda, 2009.
18
Le foto che ritraggono queste donne
tipografe al lavoro sono riportate in RICHARD-GABRIEL RUMMONDS, Printing
on the Iron Handpress, London, The British
Library and New Castle, Oak Knoll Books,
1998, p. 18, 352, 362.
19
Il Bibliofilo [ALBERTO VIGEVANI],
Una signora in tipografia, «Millelibri», gennaio 1990, 26, p. 89, ristampato col titolo
Una signora in tipografia e un gentleman
all’inglese, «L’Esopo», maggio 1990, n.45,
pp. 71-72, ma anche in Luigi Maestri. Mezzo secolo di arte tipografica, presentazione
di ATTILIO ROSSI e GUIDO BALLO, Milano,
Luigi Maestri, 1992, pp. 108-109 [catalogo
della mostra], infine in ALBERTO VIGEVANI,
La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo, Palermo, Sellerio, 2000, pp.181182.
20
ALBERTO VIGEVANI, La febbre dei libri, cit., p. 181. L’Elisabetta Rusconi, citata
da Vigevani, apparteneva ad una famiglia
di tipografi di origine milanese.
21
Sull’attività tipografica delle suore di
Ripoli rimando a PIETRO BOLOGNA, La
stamperia fiorentina del Monastero di S.
24
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
lia, costruita cioè a partire dalle testimonianze
delle mogli, sorelle,26 amiche, amanti di bibliofili e
bibliofolli, di volta in volta vittime e insieme carnefici dei loro compagni; e chissà cosa ne verrebbe
fuori. Mogli di volta in volta comprensive, impazienti, indifferenti, gelose, irritate, assassine, perfide, leggiadre, complici, rispetto alla mania cartofila dei mariti e compagni. Come la moglie del
giornalista e scrittore Marcello Veneziani che, per
pura diabolica vendetta, gli bruciò parte dell’ampia biblioteca, episodio drammatico da lui stesso
raccontato in Aiuto, mia moglie mi brucia i libri.27
E non di moglie, bensì di cugina trattasi (ma
cambiando i fattori il risultato non si modifica) in
quel piccolo gioiello letterario, L’eredità Sigismond. Lotte omeriche di un vero bibliofolle, di Octave Uzanne, che Pino di Branco ha dissepolto dalla
polvere del tempo nel quale giaceva, pubblican-
Jacopo a Ripoli e le sue edizioni, «Giornale
storico della letteratura italiana», 18921893, EMILIA NESI, Il diario della stamperia
di Ripoli, Firenze, Bernardo Seeber, 1903,
MELISSA CONWAY, The Diario of the printing press of San Jacopo di Ripoli, 14761484: commentary and trascription, Firenze, Leo S. Olschki, 1999, ROBERTO RIDOLFI,
La stampa in Firenze nel secolo XV, Firenze,
Leo S. Olschki, 1958, NELLO VIAN, Monache
in tipografia, in ID., Il leone nello scrittoio.
Aneddoti e curiosità letterarie, cit., pp. 4950; G. PIERATTINI, Suor Fiammetta Frescobaldi cronista del monastero domenicano
Sant’Iacopo a Ripoli in Firenze (15231586), «Memorie Domenicane», LVI, 1939,
pp.101-116, DENNIS E. RHODES, Gli annali
tipografici fiorentini del XV secolo, prefazione di ROBERTO RIDOLFI, Firenze, Leo S.
Olschki, 1988, con in Appendice Libri stam-
dolo di recente in italiano ne La fine dei libri;28 ma
ne esiste ovviamente anche un’edizione per bibliofili e bibliofile, curata dal libraio antiquario
Giuseppe Zanasi in 300 copie numerate, con una
tavola doppia a colori di Roberto Innocenti e la
presentazione di Carlo Ferrero.29 Per chi non abbia letto il racconto di questo raffinatissimo scrittore di Auxerre (1852-1931),30 da noi ancora semisconosciuto, tralascerò di farne il riassunto per
invogliarvi a leggerlo. In esso si tocca con mano
dove può arrivare la vendetta femminile dell’adorabile e perfida Eleonora Stefania Pulcheria Sigismond, una vendetta servita fredda, come si deve,
in nome di tutte le donne tralasciate e abbandonate, per colpa dei libri, ovviamente, nei confronti
del povero bibliofilo benché defunto, quando la si
sfidi sul terreno della vanità e dell’orgoglio. E come dimenticare l’adorabile baronessa Elodia
Pandarese dei duchi di Fiumecàlido, bibliofila
eroina della celebre reverie bibliofilo-gastrono-
pati dalla stamperia di S. Jacopo a Ripoli,
DENNIS E. RHODES (a cura di), La stampa a
Firenze 1471-1550. Omaggio a Roberto Ridolfi, Firenze, Leo S. Olschki, 1984 [catalogo della mostra], GIUSEPPE OTTINO Stamperia di Ripoli (1476-86), in ID., Di Bernardo
Cennini e dell’arte della stampa in Firenze
nei primi cento anni dall’invenzione di essa. Sommario storico con documenti inediti, Firenze, Tip. Galileiana di M. Cellini,
1871, pp. 45-48. Vedi anche Dai Fondi della
Biblioteca Universitaria “Donne tipografe”
tra XV e XIX secolo, cit., p. 18. Più in generale FRANCESCO NOVATI, Donne tipografe
nel Cinquecento, «Il libro e la stampa»,
1907, I; VITTORIO ROSSI, Altre donne tipografe nel Cinquecento, «Il libro e la stampa», 1907, I; TAMMARO DE MARINIS, Donne tipografe nel Cinquecento: Giroloma dè
Cartolari, «Il libro e la stampa», 1909. La
Cartolari, vedova di Baldassarre Cartolari,
sottoscrisse dal 1543 al 1559 un centinaio
di edizioni. In altre città operavano altrettante tipografe, come Paola Blado, vedova
di Antonio, stampatore camerale che, insieme al genero Osmarino e al figlio Paolo,
condusse l’azienda dal 1567 fino al 1588. A
Napoli operò invece Caterina De Silvestro,
vedova di Sigismund Mayr, la quale guidò
la tipografia dal 1517 al 1525, quando si
sposò col tipografo Evangelista da Pavia,
vedi ROSARIA CAMPIONI, Dai Fondi della
Biblioteca Universitaria “Donne tipografe”
tra XV e XIX secolo, cit., p. 6. Segnalo infine
l’interessante PAOLA DI PIETRO, La biblioteca di una letterata modenese del Cinquecento, Tarquinia Molza, s.n.t. (ma anni ’50).
22
ROSARIA CAMPIONI, Dai Fondi della
Biblioteca Universitaria “Donne tipografe”
tra XV e XIX secolo, cit., p. 6.
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
A lato: catalogo della Libreria Prandi (Reggio Emilia), n. 132
mica di Gino Doria, che da par suo ne scrisse nel
lontano 1944 in una Napoli ancora distrutta dalla
guerra. Il suo racconto, Sogno di un bibliofilo,31 con
al centro appunto la baronessa Elodia e la sua
straordinaria e incomparabile biblioteca, zia del
protagonista (lo stesso Doria insieme all’inseparabile amico, il libraio-editore Riccardo Ricciardi) è uno dei piccoli capolavori della letteratura
bibliofila italiana del primo Novecento. Peccato
che alla fine l’avventura con la zia bibliofila e la
sua straordinaria biblioteca in vendita si risolva in
un gran bel sogno, dal quale Doria viene bruscamente risvegliato dalle fiamme del caminetto, nel
quale inavvertitamente era scivolato il catalogo
del libraio Dura di Napoli, lettura abituale di ogni
bibliofilo che si rispetti, e che prima di addormentarsi stava beatamente compulsando.
23
EAD., Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX
secolo, cit., p. 5. Per l’elenco di queste “vedove di” si rimanda a AXEL ERDMANN, My
gracious silence. Women in the mirror of
16th century printing in Western Europe,
Luzern, Gilhofer & Ranschburg, 1999, pp.
245-259.
24
Edizioni Zanetto, 1998.
25
Paris, Béchet et Labé 1841.
26
Cfr. La sorella del bibliofilo, in Amor
librorum e curiosità bibliografiche nelle riviste italiane degli anni 20’, a cura di MARIO SCOGNAMIGLIO, “Almanacco del Bibliofilo”, n. 4, Milano, Rovello, febbraio
1994, pp. 225-226.
27
Pubblicato su “Libero”, 17 marzo
2005.
28
Milano, La Vita Felice, 2009.
29
Bologna, Edizioni Il fenicottero,
2000. In SBN risulta localizzata una copia
nella sola Biblioteca Europea di Informazione e Cultura di Milano, non ancora accessibile al pubblico.
30
Cfr. SANTO ALLIGO, Il meraviglioso
Octave Uzanne, “Il Sole 24 Ore-Domenica
da collezione”, n. 5, 6 gennaio 2013, p. 35.
31
Pubblicato in prima edizione su “Aretusa”, a. I, n. 3, Napoli, Gaspare Casella,
1944, pp. 107-123, ristampato lo stesso
anno come opuscolo autonomo. Segnalo
la recente, ottima ristampa del racconto
con saggi critici di F. Niutta, A. Fratta e G.
Pugliese Carratelli, Napoli, Bibliopolis,
2005.
32
Per la bibliografia italiana di questo
romanzo rimando a ALDO LO PRESTI, Il Delitto di Silvestro Bonnard. Bibliografia italiana illustrata, Orvieto-Roma, Edizioni
Spine, 2012, stampato in 15 esemplari nu-
merati fuori commercio.
33
Cfr. HEIDI ARDIZZONE, An Illuminated Life. Belle da Costa Greene’s Journey
from Prejudice to Privilege, New York-London, Norton & Co., 2007; vedi anche Belle
da Costa Greene in Louis Auchincloss, J. P.
Morgan. The Financier as Collector, New
York, Harry N. Abrams Publishers, 1990, pp.
18-21 e infine Cristina De Stefano, I segreti
di Belle, “Elle”, 2007, pp. 381-382. La leggendaria bibliotecaria di Morgan figura
anche nel romanzo di Paola Calvetti, Noi
due come un romanzo, Milano, Mondadori, 2009, pp. 119-120.
34
Cfr. HANS TUZZI, Morte di un magnate americano, Milano, Skira, 2013 [NarrativaSkira] e Id., J P Morgan il Magnifico, “Il
Sole 24 Ore-Domenica da collezione”, 10
febbraio 2013, p. 40.
35
Cfr. ID., , cit., pp. 154-158 [156].
26
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
tolo, e nel quale può incorrere ogni bibliofolle
benché animato dalle migliori intenzioni: nascondere, cioè, in fondo all’armadio qualche raro volume della propria biblioteca, in modo da sottrarlo
alla vendita alla quale pur si era ridotto per poter
offrire alla giovane una dote adeguata. L’altra figura è quella straordinaria di Belle da Costa Greene, per 40 anni bibliotecaria privata, bibliofila raffinata ed elegante (“Se sono una bibliotecaria non
vuol dire che devo vestirmi come una bibliotecaria” disse di sé) e procacciatrice di tesori librari per
il magnate e bibliofilo John Pierpont Morgan,
fondatore dell’attuale Pierpont Morgan Library
di New York, tesori che acquistava per suo conto
nelle aste di mezzo mondo. La Greene fu anche
amante di Bernard Berenson e angelo custode, a
New York, dei tesori milionari del grande banchiere. Ad essa è stata di recente dedicata una sontuosa e illuminante biografia,33 così come al suo
mèntore, la cui morte avvenne a Roma il 31 marzo
del 1913.34 Morgan ebbe, tra altri meriti, anche
quello di aver messo a capo delle sue raccolte bibliografiche una donna come Belle da Costa
Greene, che forse nascondeva il mistero di una
origine afroamericana35.
Belle da Costa Greene (1883-1950) in un ritratto d’epoca
A ben vedere, però, figure di donna che riscattino il povero bibliomane esistono, e non solo
in letteratura. Una è l’adorabile, giovane e leggiadra Jeanne Alexandre, pupilla dell’accademico
Sylvestre Bonnard, nell’omonimo romanzo capolavoro di Anatole France, considerata, a ragione,
la “Bibbia dei bibliofili”;32 e pazienza se poi nel finale il protagonista si macchia del “delitto” del ti-
Belle da Costa Greene rappresenta forse l’archetipo di quell’altra metà della bibliofilia moderna
che sempre più spesso si tende a sottovalutare trascurandone il valore, l’importanza e il duro lavoro. Ma un discorso serio e documentato sulla bibliofilia, ormai necessario, crediamo debba e possa ripartire proprio da questa assenza, da questa
mancanza, affrontando finalmente in maniera organica l’universo bibliofilo femminile, che forse
nulla ha da invidiare a quello maschile.
*La prima parte di questo saggio è stata pubblicata nel numero 3, marzo 2013
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28
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
Il libro sconosciuto
SEICENTO MISTERIOSO:
IL PROPRINOMIO
Una enciclopedia barocca. Viaggio alla ricerca dei nomi
NANDO CECINI
ra i libri antichi, a un primo sguardo, molti sembrano datati, inutili, senza interesse. Non è così; habenet
sua fata libelli.
Pensavo a queste cose sfogliando un piccolo testo enciclopedico del seicento dal fantasioso
nome: Il / Proprinomio / Historioco /Geografico / e Poetico; / in
cui per ordine d’Alfabeto si pongono quei nomi Propri per / qualche singolarità più memorabili,
che nell’Historia, nella/Geografia, et nelle Faule de’ Poeti registrati si ritrovino…, stampato a
Venezia in seconda edizione nel
1676 da Domenico Miloco. La prima è del 1643; per
confermare il successo editoriale se ne riscontra una
nel 1713.
Tutt’ora appare, non molto frequentemente,
in cataloghi ed aste antiquarie.
Il testo è adespoto, ma l’autore è il cremonese
Barezzo Barezzi, un personaggio dalle molteplici
attività. Ignorato dalle principali storie della Lette-
T
Nella pagina accanto: Francesco Hayez (1791-1882)
Aristotele, (1811), Venezia, Galleria dell’Accademia.
Sopra: frontespizio, Barezzo Barezzi, il Proprinomio,
Domenico Miloco, Venezia 1676
ratura Italiana, trova spazio nella
bibliografia locale; vedi la Cremona liberata (1741) di Francesco
Arisi, più recentemente la monografia di E. Aragona (1961) e l’esauriente voce anonima del grande Dizionario Biografico degli Italiani della Fondazione Treccani.
Il Barezzi nasce a Cremona
verso il 1560 e muore a Venezia a
Venezia nel 1643, lo stesso anno
della pubblicazione del Proprinomio, forse la sua ultima fatica.
Esordisce nell’editoria a
Venezia intorno al 1578 come
apprendista nella tipografia di Francesco Ziletti.
Più tardi nel 1591, inizia un’attività in proprio
pubblicando, tra altri titoli la Storia del Reame di Napoli dello scrittore pesarese Pandolfo Collenuccio,
aggiornata l’anno successivo dall’erudito napoletano Tommaso Costo.
Il Barezzi, con alterne fortune, fu un editore
più attento alla richiesta del mercato che non alla
qualità dell’editing o della stampa con carta comune e caratteri sciupati come si riscontra anche nel
Proprinomio. Si direbbe un’editoria economica con
carta riciclata. Nel contesto delle mode seicentesche tese alla ricerca del “maraviglioso” e dello stu-
30
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Da sinistra: Donato Bramante, in un disegno del XVI secolo; Pandolfo Collenuccio in un’incisione del 1610
pefacente, il Barezzi trova un posto come traduttore di alcuni romanzi picareschi spagnoli; una vera
novità per il mercato librario veneziano. Il titolo
più fortunato fu il Lazarillo de Tormes (1622), anche
se uscì con un’edizione linguisticamente scorretta e
appesantita da arbitrari commenti moralistico di
sapore controriformista.
Se l’intuizione di pubblicare traduzioni di romanzi spagnoli risultò positiva per l’attività tipografica, lo fu meno per l’impatto culturale. Nella
recente Storia della Letteratura Italiana, diretta da
Enrico Malato, lo studioso Quinto Marini afferma
che i romanzi picareschi spagnoli, senza però citare
l’attività del Barezzi, ebbero un’incidenza limitata a
singoli casi, forse alludendo al Lazarillo de Tormes,
tuttora considerato un classico.
In genere la critica privilegia l’attività del Barezzi editore e traduttore dallo spagnolo, piuttosto
che i suoi scritti originali, limitati, per altro, a pochi
scritti occasionali o a ricerche storiche sugli ordini
francescani.
Merita invece una certa attenzione il Proprinomio, ennesima “macchina retorica” della letteratura seicentesca, oggi in via di maggiori riguardi.
Anche questo volume rientra nei progetti del
Barezzi sempre attento a soddisfare le richieste del
mercato, scrive infatti ne “L’Autore a chi legge”:
«Quanto per proprio istinto tende la nostra naturalezza al desiderio di sapere, tanto più si rendono all’intelletto gustosi quei libri; ne’ quali più molteplici si pongono gli motivi della cognitione, Quindi io,
che ho sempre procurato (o Benigno Lettore ) di
darti in questa parte quella maggior soddisfazione,
che m’è stata possibile, havendo con diligenza raccolto dall’Historia della Geografia e della Poesia
tutto ciò che più notabile m’è paruto, n’ho compo-
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
Da sinistra: busto di Platone, Roma, Musei Capitolini; Raffaello Sanzio, Autoritratto, (1509), Firenze, Galleria degli Uffizi
sto l’Opera presente».
In 480 pagine si elencano 6000 lemmi da Abdon «undecimo Giudice degli Hebrei» a Zoroastro
«tenuto da alcuni Cham, figlio di Noè». Il Barezzi
si rivela appieno un poligrafo del consumo librario,
tipico nella Babele della carta stampata nel Seicento. Certo è inutile cercare un rigore scientifico improbabile.
Ogni voce risponde ad una ricerca approssimativa, tesa comunque, a rivalutare come linea di
fondo, il prevalere del sapere classico sull’attualità
del presente.
L’eterna “querelle” polemica tra antico e moderno, rappresentata a mezzo il Seicento dagli
Hoggidiani.
Va anche notato un’evidente disparità nella
redazione delle singole voci; ad Aristotele sono riservate due righe, oltre trenta a Platone. Per le città
italiane sorprendono le 50 righe per Napoli, le 40 di
Milano, le 30 di Venezia, per Roma solo 10 righe.
Altrettanto dicasi della disparità anomala tra
le 13 righe dell’Europa e le oltre due pagine e mezza della Spagna, al centro degli interessi culturali
dell’autore. Tra i venti toponimi della geografia
delle Marche a Macerata due righe, ad Aqualagna,
piccolo centro periferico della provincia di Pesaro-Urbino, ben dieci righe. Altrettanto dicasi per
gli artisti; primo Raffaello con 18 righe, ma Bramante solo due.
Come dire, un libro inutile. Forse no; certo riservato a una categoria di flaneur della letteratura,
curiosi e attenti alla scoperta di sapori antichi, come
per una cena raffinata, questa volta però riservata
allo spirito.
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
L E M O S T R E – L O S C A F FA L E – L’ E D I T O R E D E L M E S E
LA MOSTRA /1
I GRANDI CAPOLAVORI DEL CORALLO
In mostra a Catania, presso la Fondazione
Puglisi Cosentino, i più preziosi
manufatti siciliani in corallo
a cura di gianluca montinaro
a mostra I grandi capolavori del
corallo, proposta a Palazzo Valle
dalla Fondazione Puglisi
Cosentino con il contributo della
Fondazione Roma Mediterraneo,
riunisce i capolavori assoluti dell’antica
arte del corallo in Sicilia, luogo dove
realizzazione di questi meravigliosi
manufatti raggiunse l’apice della
bellezza e della maestria artistico
L
artigianale. I nuclei principali delle
opere in mostra testimoniano la
ricchezza e la qualità di alcune
collezioni fondamentali del settore,
quelle della Banca di Novara, del Museo
Pepoli di Trapani (destinato ad ospitare
l’esposizione, in seconda tappa, dal 18
maggio al 30 giugno), della Fondazione
Whitaker, e del Museo Diocesano di
Monreale, altre raccolte pubbliche
accanto a pezzi singoli, tesori di
collezionisti privati italiani e stranieri.
«Certamente è la più importante
esposizione sino ad oggi allestita su
questo interessantissimo tema.
Testimonia un artigianato artistico di
altissimo livello», dichiara Alfio Puglisi
Cosentino. Intorno al rosso prodotto
della secrezione di carbonato di calcio
di un polipaio composto
dall’assembramento di esseri viventi
che si sviluppano sul fondo del mare, a
A sinistra: Maestranze trapanesi,
Acquasantiera, acq. Zaccarelli, cm 15,8 x 8,7
A destra: Maestraze trapanesi, Ostensorio,
prima metà sec. XVII, rame dorato, corallo,
smalti, cm 48 x 32
I GRANDI CAPOLAVORI
DEL CORALLO.
I CORALLI DI TRAPANI
DEL XVII E XVIII SECOLO
CATANIA, FONDAZIONE
PUGLISI COSENTINO
Dal 3 marzo al 5 maggio
DA MARTEDÌ A DOMENICA,
ORE 10-13 e 16-20
CHIUSO IL LUNEDÌ
INGRESSO GRATUITO
TRAPANI, MUSEO PEPOLI
Dal 18 maggio al 30 giugno
Catalogo pubblicato
da Silvana Editoriale
34
profondità talvolta non elevate e in
colonie molto numerose, sono fiorite e
si sono radicate infinite credenze,
dovute alla doppia natura del corallo
quale specie vivente e oggetto prezioso
carico di valenze apotropaiche. Questa
convergenza di interessi ha contribuito
alla vera e propria “corsa al corallo” che
ha rischiato di far scomparire le colonie
più raggiungibili, oggi attentamente
regolamentate e salvaguardate nelle
aree marine protette e talvolta coltivate
in appositi vivai subacquei. Secondo la
mitologia i coralli si formarono quando
il sangue che sgorgava dalla testa
recisa della Medusa venne a contatto
con l’aria e si solidificò. La loro forma
ha suggerito il simbolismo dell’Albero,
inteso come origine e asse del mondo e
collegamento tra i diversi mondi,
unione dei tre generi della natura,
l’animale, il minerale e il vegetale, e
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Orafo trapanese, Pendente con San Giovanni
Battista, oro, corallo, smalti, perla. Prima
metà sec. XVII (ante 1647), cm. 11 x 6,2
della vita, simboleggiata dal rosso
sangue. A colpire l’immaginario erano il
colore, la forma e la misteriosa capacità
di indurirsi al contatto con l’aria. In
medicina, tritato, veniva considerato
una panacea per le emorragie e le
anomalie del ciclo mestruale e un
coagulante per ferite, ulcere e cicatrici.
Ma soprattutto sapeva preservare i
neonati dai pericoli del fulmine e dalla
morte improvvisa. I suoi rametti posti a
forma di croce ne facevano una
barriera contro Satana, i demoni e gli
influssi malvagi. Anche per questo lo si
donava in occasione dei battesimi. La
sua polvere favoriva la dentizione,
allontanava ogni malessere e persino le
crisi epilettiche. E, negli adulti, aiutava
vitalità e potenza generatrice. Ma il
corallo era soprattutto simbolo della
bellezza e perfezione del Creato e per
questo divenne la materia prima,
insieme con l’oro, per preziosi,
meravigliosi oggetti di culto, per arredi
sacri e profani. Valeria Li Vigni, direttore
del Museo Pepoli e curatrice della
grande mostra, ha raccolto
meravigliose realizzazioni in corallo
esponendo collezioni inedite. Stupirà la
fantasia degli artisti che con il corallo, e
specificamente con il corallo di Trapani
raccolto, dai fondali delle Egadi, al
banco skerki e intorno all’isola di
Tabarca, con sistemi di raccolta
rudimentali talvolta dannosi per intere
coltivazioni. Intorno a questa pesca con
le coralline si è sviluppato, a Trapani, un
commercio florido e sono sorte
numerose botteghe artigiane che
hanno saputo creare capolavori di
grande valore artistico, quali gioielli, ma
anche calici, ostensori, crocifissi,
reliquari, presepi, scrigni, calamai,
saliere e soprattutto elementi di
raffinato arredo: specchiere, tavoli da
gioco, cornici, sino a monumentali
trumeaux destinati a case principesche
e regge, talvolta come doni di Stato.
Ma tale fiorente attività si sviluppò per
la diffusione del culto della Madonna di
Trapani, intorno alla quale crebbe la
richiesta dei pellegrini di rosari in
corallo. Dalla produzione strettamente
religiosa si sviluppò la produzione
manierista che raggiunse, come
l’esposizione ampiamente documenta,
vertici di virtuosismo impensabili
creando oggetti che, nelle forme più
fantasiose, continuano a trasmettere al
visitatore le vibrazioni davvero magiche
del Rosso Corallo.
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
35
LA MOSTRA/2
STILE ITALIANO. ARTE
E SOCIETÀ 1900-1930
In mostra, a Colorno, una selezione dal
Massimo e Sonia Cirulli Archive di New York
A sinistra: Federico Seneca, Coppa della
Perugina, 1924 Litografia. A destra: Renato
Bertelli, Profilo continuo, 1933
a Reggia di Colorno, nel
parmense, risanati almeno in
parte i danni subiti dal recente
terremoto, ha riaperto i suoi magnifici
ambienti ad eventi espositivi di rilievo.
Questo nuovo corso ha preso il via il 2
marzo con la grande rassegna
intitolata Stile Italiano: Arte e Società
1900-1930 allestita in Reggia grazie
alla collaborazione tra Provincia di
Parma, Comune di Colorno, il Massimo
e Sonia Cirulli Archive, New York e
Antea Progetti e Servizi per la Cultura
e il Turismo. Di rilievo la collaborazione
assicurata alla mostra dal Metalab
della Harvard University, nella figura
del suo direttore Jeffrey Schnapp.
Oltre 150 opere, molto selezionate vi
compongono una moderna
L
wunderkammer sull’arte Italiana del
XX secolo che celebra il “fare italiano”
o made in Italy offrendo un punto di
vista documentato sulla complessità
artistica, creativa ed estetica dell’Italia
della prima parte del Novecento. Come
in un prisma la mostra Stile Italiano:
arte e società 1900 1930 riflette e
rifrange, attraverso la molteplicità
degli ambiti artistici presi in
considerazione, lo spirito del secolo, in
un dialogo continuo tra pittura,
scultura, disegni, grafica pubblicitaria,
progetti per l’industria e le loro
implicazioni poetiche e filosofiche.
Fino a giungere ad una vera e propria
sintesi tra le varie espressioni
artistiche che ha le sue radici profonde
nel grande big bang futurista, in
STILE ITALIANO.
ARTE E SOCIETÀ 1900-1930
REGGIA DI COLORNO (PR)
Dal 2 marzo al 15 giugno
APERTO DA MARTEDÌ
A DOMENICA, ORE 10-19.
CHIUSO IL LUNEDÌ
Ingresso: 8 euro
questo modo, affascinando e
continuando ad affascinare molti
paesi nel mondo. I dipinti di Balla,
Sironi, Licini, Russolo, Previati, le
fotografie di Luxardo, Ghergo e Ghitta
Carell, le fotodinamiche di Masoero,
Munari e Bragaglia, i manifesti
pubblicitari firmati da Enrico
Prampolini, Lucio Fontana, Marcello
Dudovich, le sculture di Thayaht, i
fotomontaggi di Bruno Munari, la
collezione di libri e manoscritti
futuristi, i disegni di architettura dei
grandi razionalisti italiani per la
grande sfida della costruzione di una
“città utopica” a Roma, EUR o E 42, il
progetto di Sant’Elia per una “stazione
per treni e aerei” del 1913, impaginate
in questa grande mostra, ci parlano
della nostra avventurosa presenza nel
secolo appena concluso, descrivendo
le mille sfaccettature di quello che è
internazionalmente riconosciuto come
lo stile italiano.
«La multidisciplinarità è uno dei grandi
pregi di questa rassegna, la rende
vissuta e nel contempo viva e piena di
sorprese per i visitatori. A noi piace
pensare alla mostra - afferma
Massimo Cirulli - come a un racconto,
una partitura, una sceneggiatura di un
film, meglio ancora come una
composizione d’autore, rivolta in
particolar modo alle nuove
36
Sopra: Leopoldo Metlicovitz,
Cabiria, 1914, litografia.
A destra dall’alto: Thayaht
(Ernesto Michaelles), Compensazione
di Temperamenti (1926), 48x35 cm, olio su
cartone; Fortunato Depero, Mandorlato Vido
(1924) 140x100 cm litografia a colori
Nella pagina accanto, da sinistra:
Enrico Prampolini, Thais Talizhy - Novissima
Film , Roma (1916) 200x140 cm S.A.L.,
Stab. E.Guazzoni Roma, Roma litografia
a colori su carta
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
generazioni, le più giovani, quelle che
- come diceva Bruno Munari rappresentano il futuro che è già
presente qui, adesso, tra di noi.
Naturalmente è legittimo chiedersi se
esista davvero uno stile italiano e se
sia possibile definire alcune
caratteristiche della sua modernità. Tra
le possibili risposte cerchiamo di
abbozzare alcuni fondamenti: un
aspetto emozionale che arricchisce un
prodotto più artigianale che
industriale e la cui forma spesso
deriva in modo pragmatico dalla
funzione; la semplicità, ovvero il
tentativo di cancellare tutto il
superfluo senza essere
obbligatoriamente più semplici; la
fantasia che fa da contrappeso alle
regole troppo rigide della
progettualità; l’eleganza, ovvero il
risultato di un equilibrio compositivo,
di una partitura cromatica ed estetica
ottenuta per futili motivi, per puro
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
37
godimento della bella forma». Da La
santità della luce del 1910 del
futurista Russolo, dal disegno Stazioni
per treni ed aeroplani di Sant’Elia del
1912 alla fotografia vintage dello
Sviluppo di una bottiglia nello spazio di
Boccioni del 1912 alla Città che sale di
Licini del 1914, solo per fare alcuni
esempi delle opere che sono
contenute nell’Archivio e che sono qui
esposte (molte per la prima volta in
Italia), è esplicitato tutto lo sforzo
descrittivo ed analitico di inizio secolo
verso un mondo inafferrabile, in
continuo mutamento, descrivibile solo
attraverso la molteplicità delle sue
trasformazioni, un mondo complesso
che riflette la profonda esaltazione
della modernità italiana, della velocità,
del dinamismo, della urbanizzazione,
della industrializzazione. E allora
scorrere le immagini che vanno dal
Profilo continuo del 1933 di Bertelli al
Poeta incompreso di Munari, dai
manifesti giallo intenso per la
Perugina di Seneca a quelli per la
Campari di Depero, Nizzoli e Munari, è
un succedersi caleidoscopico di
suggestioni visive, ricordi, passioni,
stili con un comune denominatore: lo
stile italiano. «Difficilmente, anche il
visitatore più distante dai temi
dell’arte, potrà rimanere - conclude
Massimo Cirulli - indifferente e non
notare la qualità eccellente di un
lavoro che non è solo relegato ad un
passato da ricordare con affetto, ma
che è ancora vivo nel nostro
patrimonio culturale e industriale,
consolidato nel linguaggio visivo di
un’intera nazione». Il Massimo e Sonia
Cirulli Archive, da dove provengono
tutte le opere, nasce a New York, così
come all’estero vivono e lavorano in
prestigiose università alcuni dei
giovani professori italiani che sono
stati chiamati nell’Advisory Board a
contribuire, con le loro ricerche
storico-scientifiche, ad una riflessione
su quanto abbiamo prodotto in Italia.
38
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
LA MOSTRA/3
NAVI, SQUERI, TRAGHETTI
DA JACOPO DE’ BARBARI
A Venezia, presso la Fondazione Querini,
rivivono i fasti della Serenissima
a Fondazione Querini
Stampalia, dal 23 marzo al 12
maggio, fa rivivere il tempo in
cui la Serenissima era “regina dei
mari”. La mostra Navi, squeri, traghetti
da Jacopo de’ Barbari, realizzata grazie
alla collaborazione e al sostegno di
Società Duri i Banchi di Venezia,
conduce lo spettatore dentro il
brulichio di attività del porto e dei
cantieri nautici, gli “squeri”. Nell’epoca
d’oro dell’antica Repubblica erano
numerosi, concentrati specialmente
nel sestiere di Castello. Nascevano lì le
imbarcazioni adatte ai fondali bassi
della laguna: gondole, sandali, burci. I
vascelli progettati per il mare aperto,
dalle navi da carico alle galere da
L
NAVI, SQUERI, TRAGHETTI
DA JACOPO DE’ BARBARI
Dal 23 marzo
al 12 maggio 2013
APERTO DA MARTEDÌ
A DOMENICA, ORE 10-18
Mostra a cura di
Cristina Celegon e Angela Munari,
con la consulenza scientifica
di Guglielmo Zanelli
FONDAZIONE QUERINI
STAMPALIA
SANTA MARIA FORMOSA
CASTELLO 5252, 30122 VENEZIA
www.querinistampalia.it
guerra che le scortavano, prendevano
invece forma all’Arsenale.
Quest’ultimo campeggia nella
celeberrima veduta di Venezia a volo
d’uccello del de’ Barbari, di cui la
Fondazione possiede uno dei primi
esemplari. La pianta lo disegna
com’era nell’anno 1500 con le tese, i
bacini, le torri e le mura che ancora in
parte lo cingono. Proteggevano la
flotta e i segreti dell’organizzazione
formidabile del cantiere di Stato, che
fu la fabbrica più imponente
dell’Europa medioevale.
Nei versi dell’Inferno Dante
Alighieri evoca il fervore del lavoro
all’Arsenale, per rendere l’idea della
concitazione di Malebolge: «Quale ne
l’arzanà de’ Viniziani / bolle l’inverno
la tenace pece / a rimpalmare i legni
lor non sani, / ché navicar non ponno
- in quella vece / chi fa suo legno
novo e chi ristoppa / le coste a quel
che più viaggi fece; / chi ribatte da
prora e chi da poppa; altri fa remi e
altri volge sarte...».
Proiettati alle pareti, i dettagli
suggestivi della carta, con le rive
piene di vita, i mercantili numerosi
alla fonda intorno alla Dogana, il
traffico in Canal Grande, le scene di
regata, daranno la sensazione di
muoversi nella Venezia marinara di
Jacopo: e per lo spettatore sarà
appassionante confrontarli con le
riproduzioni virtuali di altre stampe, di
dipinti e rintracciarli nell’incisione
originale di de’ Barbari. Quest’ultima è
una sbalorditiva xilografia in sei
tavole, di quasi tre metri di larghezza
per un metro e mezzo d’altezza,
considerata fin dall’inizio, per le
qualità estetiche e la padronanza della
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
39
Nella pagina accanto a sinistra: Il Bucintoro nella Vera Solennità nel giorno dell’Assensione, che si faceva dal Serenissimo Principe anulamente
ed il ritorno verso il Palazzo, (dopo il 1798) disegno a penna ed acquerello su carta.
Sopra: Squadra di navi, (seconda metà XVIII secolo) disegno a penna ed acquerello su carta, 450 x 615 mm
prospettiva, un capolavoro della storia
della cartografia. L’esemplare della
Querini risale al primo stato: porta la
data in numeri romani MD e il
campanile faro di San Marco vi
compare ancora privo di cuspide.
L’affiancano, restaurate, altre
opere, tratte dalla spettacolare
miscellanea Arsenale di Venezia e
Marina, pressoché inedita, patrimonio
anch’essa della Fondazione.
È una raccolta di
centoquarantadue tra acquerelli,
disegni preparatori a penna,
acqueforti, bulini. Spiccano per valore
documentaristico, ma anche per
l’eccellenza artistica, i disegni della
Pianta a colori dell’Arsenale, delineata
dal perito Filippo Rossi nel 1776. Vi
sono raffigurati tutti i settori di
attività del cantiere, dal punto di
raccolta dei roveri allo squero delle
galeazze.
Straordinarie immagini di
naviglio veneziano sono riunite in
Navi o vascelli di Vincenzo Maria
Coronelli, pubblicato nel 1697.
La miniatura di una buzonavis dal
Capitulare Nauticum del XIII Secolo è
fra le prime raffigurazioni di quel tipo
d’imbarcazione duecentesca, dalla
caratteristica forma circolare.
Chiude idealmente l’esposizione,
la Commedia dantesca, aperta su quel
Canto XXI dell’Inferno che descrive
l’Arzanà, nella prestigiosa edizione
veneziana commentata da Cristoforo
Landini. È del 1491, l’anno prima della
scoperta dell’America, che avrebbe
segnato la fine di un mondo e, con
esso, della Venezia ancora trionfante
della pianta di Jacopo de’ Barbari.
40
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
LA MOSTRA/4
L’ARTE DI GESSO. LA DONAZIONE
JACQUES LIPCHITZ A PRATO
Al Palazzo Pretorio le opere
del grande scultore lituano
nica istituzione in Italia, il
Museo di Palazzo Pretorio di
Prato ospita un ricco
patrimonio di opere del grande sculture
lituano, poi naturalizzato francese e
americano, Jacques Lipchitz. Sono
disegni, bozzetti e sculture concesse
all’istituzione pratese dalla Fondazione
statunitense che conserva il patrimonio
dello scultore. La mostra L’arte di gesso.
La Donazione Jacques Lipchitz a Prato,
aperta dal 22 marzo al 26 maggio, è
ospitata nelle sale restaurate del primo
piano di Palazzo Pretorio. Organizzata
dal Comune di Prato, è curata da
Kosme De Baranano, uno dei maggiori
studiosi al mondo dello scultore
lituano. A completare la grande
rassegna sono documenti ed immagini
di vita dell’artista.
Jacques Lipchitz (Druskininkai,
Lituania, 1891-Capri 1973), lasciata la
U
A sinistra: Jacques Lipchitz, Mother and child,
II, scultura in gesso patinata. A destra: Ritratto
di Curt Valentin, scultura in gesso patinata
natia Vilnius, studiò a Parigi, dove fece
propri i principi del cubismo e sviluppò
innovativi esperimenti sulle forme
astratte. Qui frequentò Picasso, Gris,
Modigliani prendendo parte attiva nella
comunità artistica che faceva della
capitale francese l’epicentro dell’arte
mondiale. Particolarmente interessanti,
in questi anni, le sue ricerche sulle
“figure smontabili” e sulle strutture
architetturali. Via via il suo stile assunse
toni più dinamici, con forme più fluide
e arrotondate, sino a manifestare
tendenze surrealiste. Con l’occupazione
tedesca della Francia, l’artista di
famiglia ebrea, si trasferì negli Stati
Uniti per tornare in Europa negli anni
‘60 trascorrendo lunghi periodi anche
in Italia, a Pietrasanta.
La donazione ha avuto origine nel
1974: a diventare patrimonio del
Museo di Palazzo Pretorio sono 21
sculture e 43 disegni del Maestro.
L’esposizione consente di vivere, quasi
in presa diretta, la genesi delle
monumentali realizzazioni di Lipchtz,
dallo schizzo dell’idea iniziale, al
disegno via via più definito e
particolareggiato, al concretizzarsi
dell’opera nello studio e tra le mani del
Maestro. Tra le opere in mostra, il
modello del monumentale cancello
della Roofless Church costruita nel
1960 dall’Architetto Philip Johnson in
Indiana. Il visitatore può ammirare il
magnifico portale, ricomposto nelle
dimensioni reali utilizzando i materiali
originali. Le opere, giunte dagli Stati
Uniti, sono state restaurate dall’Opificio
delle Pietre Dure di Firenze. Al di là
dell’enorme valore artistico, la
Donazione Lipchitz rappresenta, per
Prato, un notevole apporto, data la
valutazione molto alta delle opere del
Maestro sul mercato internazionale.
L’ARTE DI GESSO.
LA DONAZIONE JACQUES
LIPCHITZ A PRATO
PRATO, MUSEO DI PALAZZO
PRETORIO
Dal 22 marzo al 26 maggio
APERTO DAL MERCOLEDÌ
AL LUNEDÌ,
ORARI 10-13 e 15.30-19.30
INGRESSO GRATUITO
www.palazzopretorio.prato.it
Mostra a cura di
Kosme de Baranano
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
41
e Pier Paolo Pasolini è stato il
neorealista della parola,
mentre Federico Fellini e
Vittorio De Sica hanno portato il
neorealismo al suo culmine sul grande
schermo, Renato Guttuso è il
maggiore esponente del realismo in
pittura. Attraverso l’attentissima
selezione di opere del Maestro riunite
nella mostra che si sta tenendo ad
Aosta, Renato Guttuso. Il Realismo e
l’attualità dell’immagine (curata da
Flaminio Gualdoni con Franco
Calarota), il visitatore può instaurare
di persona un dialogo con l’opera di
un artista che cerca la verità proprio
nella relazione con il suo pubblico. La
mostra riunisce oltre 50 opere
primarie di Guttuso, dalla nature
morte della fine degli anni ‘30 e dei
primi ‘40 al drammatico Partigiana
assassinata (1954), dal visionario
Bambino sul mostro (1966) fino
LA MOSTRA/5
RENATO GUTTUSO. IL REALISMO
E L’ATTUALITÀ DELL’IMMAGINE
all’epico Comizio di quartiere (1975).
Scrive Flaminio Gualdoni nel saggio
introduttivo al catalogo: «Ora che
l’ideologia dell’avanguardismo a ogni
costo cede il posto a riflessioni
meditate sul secondo dopoguerra, la
scelta ispida di Guttuso,
un’aristocrazia formale attenta allo
stesso tempo alle ragioni essenziali
del comunicare, conferma che il senso
della storia può essere continuità e
non rottura, far nuova la sostanza
dello sguardo e non la pelle del far
vedere, riportare l’umano al centro del
discorso e non limitarsi a un’arte che
parli solo d’arte». Profondamente
coinvolto nel clima sociale e politico
del suo tempo, Renato Guttuso è tra
le coscienze più autorevoli dell’arte
del secondo dopoguerra.
S
Ad Aosta in mostra i grandi
capolavori del pittore siciliano
Sopra: Renato Guttuso, Comizio di quartiere,
1975 e a sinistra: Natura morta, 1960
Sin dalla metà degli anni ‘30 la sua
scelta è chiara, in nome di una
figurazione che da un lato recuperi in
modo critico l’identità antica della
pittura, la sua capacità di farsi
racconto ed emblema, e dall’altro sia
lo specchio critico di un rapporto
42
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Da sinistra: Renato Guttuso: Oggetti, 1963 e I tetti di via leonina con rampicante, 1962-64
intenso, lucido, drammatico anche,
con la storia.
La precoce scelta antifascista,
l’adesione al movimento comunista,
ne fanno l’interprete maggiore di un
realismo che non è scelta retorica e
celebrativa, ma testimonianza critica
del proprio tempo, del presente
individuale e collettivo, di cui
restituire una verità possibile.
«Vorrei arrivare alla totale libertà in
arte, libertà che, come nella vita,
consiste nella verità», scrive Guttuso.
E ancora: «Sempre ha contato,
soprattutto, per me il rapporto con le
cose». Trovare, o credere di trovare
questo rapporto (naturalmente non
stabile né fisso) ha significato, in
qualche modo, tentare la possibilità di
comunicare tale rapporto. Un’arte
senza pubblico non esiste.
Colta tanto quanto antiintellettualistica, la pittura di Guttuso
sceglie temi di genere, dalla natura
RENATO GUTTUSO.
IL REALISMO E L’ATTUALITÀ
DELL’IMMAGINE
AOSTA, MUSEO ARCHEOLOGICO
REGIONALE, PIAZZA RONCAS 12
27 marzo-22 settembre
ORARIO: DAL MARTEDÌ
ALLA DOMENICA 10.00-18.00
A cura di: Flaminio Gualdoni
con Franco Calarota
Catalogo Silvana Editoriale
morta al ritratto al nudo, fondendo
registri che vanno dall’amore per il
Rinascimento e il Seicento all’umore
popolaresco, dalla sintesi
formalmente forte alla narratività,
dall’evidenza potente delle cose
all’allegoria. La sua è, anche,
partecipazione piena al dibattito delle
avanguardie, di cui ha piena
consapevolezza ma che sempre
guarda da un punto di vista di piena,
rivendicata autonomia.
Riflette sull’espressionismo, instaura
un dialogo serrato con Picasso e le
sue sintesi brucianti, polemizza con il
disimpegno etico delle correnti a lui
contemporanee, perché per lui la
realtà «è un rendiconto di ciò che la
realtà è, di ciò che è dell’uomo».
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
LO SCAFFALE
Pubblicazioni recenti, fra libri, tomi
e volumi di piccoli e grandi editori
a cura di gianluca montinaro
Giovanni Testori, “Opere III
(1977-1993)”, a cura di Fulvio
Panzieri, Milano, Bompiani, 2013,
pp. 2466, 42 euro.
Con questo terzo volume si
conclude la pubblicazione delle Opere
di Giovanni Testori, uno degli scrittori
che hanno segnato la storia della
letteratura del Secondo Novecento, non
solo italiano, ma anche europeo. Lo sta
a dimostrare il complesso della sua
opera che con i tre volumi è stata
ricomposta nel suo incandescente
insieme. Una “prova inconfutabile” della
grandezza della
scrittura
testoriana è
questo terzo
volume, che si
compone di
quasi 2.500
pagine e che
ricostruisce
tutto il percorso
della ricerca letteraria dello scrittore,
sempre in relazione anche a quella
teatrale o pittorica, in più di un
decennio, quello a cavallo tra gli anni
settanta e gli anni ottanta, cruciale per
l’attività di Testori, per le sue scelte
etico-morali, per quella sua inusuale e
fortemente provocatoria fedeltà alla
certezza che “Cristo è Dio che ha fatto
irruzione nel fallimento”, per quella sua
totale radicalità nel porsi “corpo a
corpo” con la realtà. In questo volume
accanto alla ricostruzione delle tre
“trilogie” che segnano il percorso, “La
Seconda Trilogia”, quella degli oratori
sacri di “Conversazione con la morte”,
“Interrogatorio a Maria” e “Factum est”;
e le due scritte per l’attore Franco
Branciaroli, “La Branciatrilogia prima”,
composta da “Confiteor”, “In exitu” e
“Verbò” ; e “La Branciatrilogia seconda”,
che comprende “Sfaust”, “SdisOrè” e
“Regredior”, troviamo il corpus poetico
completo di questi anni, comprese le
poesie scritte per cataloghi d’arte o
edizioni di pregio, in tiratura limitata,
nonché i poemetti inediti di “In
ringraziamento”. E poi altri testi teatrali
di rilievo come “I Promessi sposi alla
prova” o romanzi quali “Gli angeli dello
sterminio”, nonché la “Traduzione della
Prima lettera ai Corinti”. Si chiude con
uno dei capolavori di Testori i “Tre Lai” e
riserva numerose sorprese soprattutto
per gli scritti rari che vengono proposti
come ad esempio nella sezione “Città”
che comprende scritti di varia natura
sul suo rapporto con Milano e per
quelli inediti, dal “Verbò”, rappresentato
a teatro, ma mai pubblicato fino a
“Regredior”, una rivisitazione delle
situazioni linguistiche e tematiche, già
sperimentate con un altro capolavoro
“In exitu”, questa volta con
protagonista un barbone, disteso
contro una lastra di marmo del Duomo
e la sua discesa agli inferi, in una città
sempre più violenta e irredenta. Una
ricca sezione di “Note ai testi” di Fulvio
Panzeri ricostruisce la storia e
l’accoglienza critica di ciascuna opera,
anche avvalendosi della consultazione
preziosa dei manoscritti e dei
dattiloscritti del Fondo Testori, presso la
Fondazione Mondadori. Testori emerge
come un grande scrittore che guarda
alle istanze europee, che per la sua
totale e sempre nuova sperimentazione
del linguaggio e dei linguaggi, si pone
sulla linea dei “grandi” del Novecento,
da Beckett a Céline, da Gadda a
Bernhard.
“Le Odi di Quinto Orazio Flacco
tradotte da Cesare Pavese”, a cura
di Giovanni Barberi Squarotti,
Firenze, Olschki, 2013, pp. 202,
19 euro.
Tra il tardo inverno e l’estate del
1920 Cesare Pavese portò a termine la
traduzione integrale delle Odi di Orazio.
La si pubblica ora per la prima volta
sulla base dell’autografo conservato
presso il Centro Studi «Guido Gozzano Cesare Pavese» dell’Università di Torino,
con a fronte il testo latino seguito da
Pavese, quello
curato da
Friedrich Vollmer
(Leipzig, Teubner,
1912). Passata
generalmente
sotto silenzio, la
versione delle Odi
44
ha condiviso il destino della gran parte
delle traduzioni dai classici greci e
latini, per lo più trascurate o esplorate
solo marginalmente dalla critica, che ha
seguito la via maestra segnata dalle
traduzioni dall’inglese. E tuttavia si
tratta di un’opera che riscuote un
evidente valore scientifico, non solo
perché illustra un aspetto della cultura
e della fisionomia di Cesare Pavese relativamente agli anni della sua
formazione, che finora è rimasto
parzialmente in ombra -, ma anche e
soprattutto perché testimonia
un’attenzione per i classici e per un
classicismo di tipo per così dire
tradizionale che ha caratterizzato lo
scrittore lungo tutto l’arco della sua
esperienza.
Massimo Viglione, “Le insorgenze
controrivoluzionarie nella
storiografia italiana. Dibattito
scientifico e scontro ideologico
(1799-2012)”, Firenze, Olschki,
2013, pp. 132, 16 euro.
In questo libro si presenta una
storia della storiografia italiana sul
problema delle insorgenze
controrivoluzionarie (1790-1814). È un
lavoro che nessuno ha mai condotto
finora in tale ampiezza, sia per la
vastità cronologica (in pratica dal 1799
a oggi) che per la profondità
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
concettuale del dibattito presentato.
L’autore ripercorre l’intero iter
storiografico di questi due secoli, con
precipua attenzione al grande e anche
polemico dibattito svoltosi in occasione
del bicentenario della Rivoluzione
Francese e dell’invasione napoleonica
della Penisola. Le tematiche e gli autori
vengono presentati nella loro
completezza: nella prima parte
dell’opera, dalle origini risorgimentali
(Cuoco, Botta, Mazzini) alle opere dei
decenni del nazionalismo e del
fascismo, da Croce e Volpe fino alle
opere di stampo marxista dei decenni
postbellici. Nella seconda viene
analizzato tutto il grande e acceso
dibattito degli ultimi venti anni, che ha
visto scontrarsi - a volte anche con toni
aspri - due scuole interpretative (quella
‘filogiacobina’ e quella ‘filoinsorgente’)
e anche la nascita di una nuova
differente impostazione, critica con
entrambe le correnti suddette.
Mario Morelli, “Orme di guerra.
Lettere e cartoline dal fronte
(1912-1919)”, a c. di Laura Delle
Cave, Firenze, Polistampa, 2013,
pp. 128, 12 euro.
«Caro Angiolo, sui terribili
avvenimenti di questi giorni faccio
silenzio perché quel che si pensa non
si può certo scrivere... Ci sarà ancora
possibilità di salvezza per l’Italia,
l’esercito e gli Alleati? Speriamo. Ho
cercato di comunicare con voi con
ogni mezzo. Speriamo vi siano arrivate
mie notizie...». È il novembre del 1917 e
il soldato Mario Morelli commenta così
i tragici eventi della battaglia di
Caporetto, in una delle toccanti
missive inviate alla famiglia, oggi
pubblicate nel
volume Orme di
guerra. Lettere e
cartoline dal
fronte (19121919) a cura di
Laura Delle Cave.
Mario Morelli, Capitano Medico del
178° Reparto Someggiato, 23° Corpo
d’Armata, e poi nel 16° Gruppo Alpini,
spedisce dal fronte lettere, cartoline,
fotografie alla famiglia. A conservarle
e renderle oggi pubbliche è la nipote
Laura Delle Cave, già autrice nel 2010
del fortunato Ti dirò tutto, edizione
filologicamente accurata del diario di
un’adolescente fiorentina nel periodo
della prima guerra mondiale. Le pagine
di questo nuovo libro raccontano la
vita di ogni giorno di guerra, le
disfatte e le vittorie, il comportamento
degli alleati e dei nemici, del Papa
Benedetto XV e dei laici. Le note che
Morelli invia alla famiglia costituiscono
una voce diretta dal fronte, animata
da un grande senso di patria e di
dovere che permetteva di sopravvivere
nonostante la fame, le privazioni, la
morte degli amici, la lontananza dai
familiari. L’ospedale da campo diretto
da Mario segue alterne vicende e si
sposta secondo le necessità: Turriaco,
Ponte di Legno, Tonale sono le poche
località citate per effetto delle leggi
della censura. I toni della
corrispondenza si fanno accesi contro
gli odiosi invasori, ma anche pieni di
simpatia e umana considerazione per i
feriti, in un succedersi di avvenimenti
che arriva fino al momento in cui la
“zona di guerra” diviene “zona di
vittoria” con la liberazione di Trieste
dal temuto nemico.
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
L’EDITORE DEL MESE
Olschki, ovvero 127 anni di editoria,
intrecciati alla storia del nostro paese
di daniele olschki, direttore editoriale di Olschki
a lunga storia della Casa Editrice
prende avvio nel lontano 1883,
quando Leo Samuele Olschki,
figlio di un tipografo operante nella
piccola cittadina di Johannisburg della
Prussia orientale, decide di trasferirsi in
Italia seguendo il percorso dei tanti
personaggi come Rosenberg & Sellier,
Sperling & Kupfer, Hoepli, Rappaport,
Bretschneider, Le Monnier, Loescher,
Scheiwiller, tutti attratti dal sogno di
impiantare nel nostro paese un’attività
editoriale, che possa giovarsi
dell’humus offerto dagli studi classici e
dai fermenti post unitari.
La città prescelta è Verona dove,
dopo un breve apprendistato in una
libreria locale, Leo fonda nel 1886 la
libreria antiquaria editrice. La nascente
impresa, volta inizialmente in modo
precipuo all’attività antiquaria, decolla
rapidamente sfruttando la sua capacità
nell’individuare e stimare preziosi cimeli
tra incunaboli e cinquecentine, abilità
che lo rende presto un punto di
riferimento del mercato del libro antico.
Nei contatti internazionali con
collezionisti e studiosi lo supporta la
sua versatilità linguistica che lo vede
padrone di sette lingue, tra cui il greco
e il latino, e lo sostiene anche nell’avvio
dell’attività editoriale che lo vede
fondare nel 1889 la rivista “L’Alighieri”,
primo omaggio al grande poeta che
resterà la sua grande passione e un
punto di riferimento a tutt’oggi
L
45
presente nella produzione della Casa
Editrice.
Nel 1890, si rende conto che la
realtà veronese non gli assicura
l’apertura internazionale a cui aspira e
decide di trasferirsi a Venezia dove
resterà solo sette anni. Una breve
esperienza che tuttavia lascerà sempre
impresso sui suoi volumi il marchio
dello stampatore veneziano di fine ‘400,
Lazzaro Soardi, che porta nel suo logo
le stesse iniziali del fondatore.
È il 1897 quando decide di
trasferirsi definitivamente a Firenze
dove, assieme all’attività antiquaria,
decolla quella editoriale con l’avvio di
nuove collane di letteratura, linguistica
e soprattutto di studi bibliografici, sua
grande passione. Nasce quindi “La
Bibliofilia” (1899) e la collana degli
“Inventari dei manoscritti delle
biblioteche d’Italia”. Nel 1909 fonda la
tipografia Giuntina per avviarvi la
cultura tipografica che porterà alla
realizzazione di grandi opere editoriali
quali l’edizione monumentale della
Divina Commedia del 1911, per la quale
ottiene da Gabriele d’Annunzio una
lunga introduzione.
Gli anni che precedono la grande
guerra sono di grande attività sul
mercato antiquario attraverso i nuovi
contatti con collezionisti di oltreoceano
come Walters e Morgan, mentre nel
settore editoriale si aprono
collaborazioni con d’Annunzio, Lando
Passerini, Bertoni e tanti studiosi
italiani e stranieri. Del 1910 è la
costruzione della fastosa villa liberty di
via Vanini, sulle sponde del Mugnone,
Sopra dall’alto: L’Ex libris di Leo; Leo Samuel
Olschki, fondatore della Casa Editrice
46
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
costretto ad affrontare non sono finite
e l’emanazione delle leggi razziali del
’38 lo costringe nuovamente a prendere
la via dell’esilio a Ginevra, dove morirà
il 17 giugno del 1940. Nel frattempo i
figli Cesare e Aldo sono costretti ad
alienare la tipografia Giuntina e a
continuare l’attività in forma
semiclandestina, salvando tuttavia la
Sopra: la sala del villino liberty di via Vanini.
Accanto da sinistra: la sigla della Casa
Editrice che riporta le iniziali del fondatore;
la libreria di Lungarno Corsini, distrutta dalle
mine tedesche
dove organizza conferenze e accoglie
collezionisti e autori. L’entrata in
guerra segna per lui un passaggio
drammatico per l’ondata di
germanofobia che attraversa il paese e
che lo travolge per le sue origini
prussiane, fino addirittura a venir
accusato di essere una spia tedesca. È
costretto quindi all’esilio a Ginevra da
dove tuttavia continuerà l’attività
attraverso i sempre più difficili contatti
con l’Italia e dove creerà la succursale
ginevrina, alla quale attenderà dopo il
1928 il figlio Cesare. Alla fine della
guerra Leo rientra in Italia in un
panorama profondamente cambiato,
mentre l’attività antiquaria segna il
passo e lascia quindi più campo a
quella editoriale. Nonostante il suo
carattere accentratore, inizia a
coinvolgere i figli nell’attività, vedendo
fin dall’inizio crescere la propensione di
Cesare verso l’attività antiquaria e
quella di Aldo per l’editoriale.
Ma le dure prove che Leo è
sigla con lo stratagemma di attribuire
le iniziali del fondatore al motto
“Litterae servabitur orbis” e cambiando
il nome della casa editrice in Bibliopolis.
Il passaggio della guerra è difficilissimo:
alla morte del fondatore si aggiungono
la perdita del villino romano di via delle
Terme Deciane e soprattutto il crollo
della sede fiorentina sotto le mine
tedesche, disastro che seppellisce gran
parte dei cimeli bibliografici, della
produzione, dei carteggi e con loro di
parte della nostra storia. La disgraziata
coincidenza di scegliere sedi in
corrispondenza con i ponti, condanna
anche la libreria di lungarno Corsini,
distrutta dalle mine che fecero saltare
sull’Arno il Ponte Santa Trinita. La
ripresa pare impossibile, tanto più che
le divergenze tra Cesare e Aldo
consigliano nel 1946 una divisione
dell’attività con il passaggio a Cesare
della parte antiquaria e ad Aldo di
quella editoriale. Quest’ultima, privata
dei mezzi di sussistenza, per affrontare
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
nuove pubblicazioni deve alienare i
preziosi incunaboli, e tra loro il famoso
Codice Musicale Mediceo, che nella
spartizione era stato riconosciuto al
settore editoriale a compensazione del
minor valore dell’attività. Aldo per
quanto minato dall’asma e da una
salute claudicante si impegna con tutte
le sue forze per far ripartire l’azienda e
inserisce nel catalogo i filoni a lui cari
della musicologia, della storia della
scienza e dell’archeologia, con
particolare attenzione all’etruscologia.
Negli anni del dopoguerra
nascono, o approdano al nostro
marchio, nuove riviste tra le quali
“Belfagor” e “Lettere Italiane” che con
le sue collane rafforza il settore
dell’italianistica sotto la guida di Vittore
Branca e Giovanni Getto, mentre il
settore bibliografico continua
attraverso la “Bibliofilia” diretta da
Roberto Ridolfi, la “Biblioteca di
Bibliografia italiana”, gli “Inventari dei
Manoscritti delle Biblioteche d’Italia”.
Tuttavia la produzione procede a rilento
per la mancanza di fondi e tra il 1945 e
il 1950 vengono pubblicati soltanto 20
titoli. Nella nuova sede di via delle
Caldaie, aperta nel 1950, appare
sempre più difficile far quadrare i conti
e nel 1959, Aldo si fa tentare dalla
proposta dei due fratelli Sindona, Enio
e Michele (il banchiere di cui le
cronache si occuperanno più avanti) di
acquistare l’azienda. La trattativa è
lunga e difficile e alla fine non ha esito
positivo per l’incerta situazione dei
bilanci dell’azienda che consiglia ai
Sindona di recedere dall’intento. Deluso
dal fallimento della trattativa e
stremato dalle cattive condizioni
fisiche, nel 1962 Aldo decide di ritirarsi
e passare l’azienda al figlio Alessandro
(fig. 8), non prima però di aver avuto
un affettuoso incontro con Giovanni
XXIII che era stato suo autore nel 1936.
47
Un anno dopo per chiudere la sua
esistenza terrena sceglierà, in ossequio
al riserbo col quale aveva condotto
tutta la sua vita, il giorno in cui l’evento
avrebbe potuto aver meno risonanza: il
9 ottobre 1963, giorno dell’immane
tragedia del Vajont.
L’eredità della difficile situazione
viene quindi accolta da Alessandro, che
deve garantire il mantenimento
dell’attività senza il supporto
economico della parte antiquaria. La
sua intuizione è quella di far sì che la
Casa Editrice diventi il braccio editoriale
delle più importanti istituzioni culturali
italiane. Nascono così le collaborazioni
con la Fondazione Cini, l’Accademia
Colombaria, la Deputazione di Storia
Patria per la Toscana, la Società di
storia del Risorgimento, il Centro
Nazionale di Studi Leopardiani, l’Istituto
Nazionale di Studi sul Rinascimento.
L’attività è ormai ripartita e alla metà
A sinistra: Aldo Olschki, seconda generazione
alla guida della Casa Editrice.
Sotto da sinistra: Libri alluvionati nel
novembre 1966; Alessandro Olschki
48
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Da sinistra: Daniele Olschki al Quirinale nel 2011 per la presentazione della nuova edizione della Divina commedia al Presidente Napolitano;
Daniele, Alessandro, Costanza e Serena, terza, quarta e quinta generazione
degli anni sessanta escono ogni anno
più del doppio dei volumi pubblicati
complessivamente nei sei anni del
dopoguerra. Il magazzino della sede
non riesce più ad accogliere le nuove
pubblicazioni, anche per il nostro
assunto di mantenere sempre
disponibile tutto ciò che pubblichiamo,
e nel ’65 si rende quindi necessario
acquistare un nuovo magazzino alle
Caldine, in costruzione al momento, e
che ci verrà consegnato solo alla fine
del ’66. In attesa dei nuovi spazi i
volumi vengono stipati in un fondo in
via Ghibellina, dove purtroppo il 4
novembre del ’66 l’Arno, uscito dagli
argini, deposita 5,70 metri di acqua e
fango. È una nuova difficile prova da
superare che si somma alla necessità di
abbandonare la sede in via delle
Caldaie, ormai non più sufficiente ad
accogliere l’attività e racchiusa nelle
strette strade della vecchia Firenze,
piene di storia e di fascino, ma troppo
anguste per gli spostamenti. Nel 1969
viene quindi inaugurata la nuova sede
di viuzzo del Pozzetto dove
attualmente, nella cinquecentesca villa
de “Il Palco”, continua l’attività
dell’azienda.
Nei primi anni ’70 l’attività prende
un ulteriore impulso con l’apertura di
nuove collane e l’aumentata mole di
lavoro che ormai si attesta su un
centinaio di titoli l’anno può beneficiare
dell’ingresso della quarta generazione
di Daniele e Costanza, ai quali spetta il
compito di adeguare la produzione a
standard più elevati e avviare nuovi
rapporti editoriali. In un decennio molte
cose cambiano nella produzione, che
per quasi cento anni si era mantenuta
invariata affidandosi alla calda
impressione del piombo e alla
trasmissione orale dell’arte tipografica
da proto a proto. Nasce la
fotocomposizione e la stampa in offset
a cui si affidano con un po’ di
riluttanza le nuove edizioni, cercando
però di mantenere le regole grafiche e
tipografiche del passato e
implementando la qualità delle carte,
delle confezioni e della stampa.
L’accelerazione dei tempi ci porta
oggi ad affrontare una seconda
rivoluzione e a confrontarci con la
nuova frontiera del digitale, un mondo
che nega quella ricerca della perfezione
nella materialità del libro che era stato
elemento imprescindibile negli intenti
del fondatore e che fino ad oggi aveva
costantemente guidato tutte le
generazioni. È una nuova sfida che
affrontiamo iniziando la
digitalizzazione del nostro catalogo e di
tutte le collezioni delle riviste, con
l’intento di garantire ai futuri lettori un
supporto più agile, ma mai svincolato
dal suo alter ego su carta, al quale in
tutti i modi non intendiamo rinunciare.
Volgendo oggi lo sguardo ai 127
anni della nostra storia non possiamo
non rallegrarci di esser riusciti a
superare prove tanto difficili,
mantenendo la Casa Editrice
all’interno della nostra famiglia, senza
mai venir meno all’assunto iniziale di
restare fedeli al settore delle scienze
umane nella massima espressione
della ricerca. Il nostro catalogo
mantiene ancora disponibili volumi di
fine Ottocento per un numero
complessivo di titoli che ha superato
le 4000 unità, senza contare le 23
riviste delle quali abbiamo disponibili
tutti i fascicoli pubblicati in alcuni
casi da più di cento anni. Una
produzione che in larga parte è
destinata al di fuori dei confini
nazionali, contribuendo a mantener
viva l’attenzione internazionale sulla
produzione culturale umanistica nel
nostro paese.
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
Il saggio
Senso e repressione
in Marc Augé
La follia della Storia, la logica della natura
SANDRO GIOVANNINI
«T
utti i gruppi umani hanno cosmologie, rappresentazioni dell’universo, del mondo
e della società che propongono ai
loro membri dei riferimenti per
conoscere il proprio posto, sapere cosa è possibile e impossibile,
quello che è permesso e vietato.
Questi punti di riferimento possono materialmente inscriversi
nello spazio (per esempio sotto
forma di statue, santuari o luoghi
naturali caratteristici), imprimersi sugli utensili e gli strumenti della vita quotidiana, a volte
sulla carne, per esempio sotto la
forma di scarificazione. I miti sviluppano le cosmologie e i riti le
mettono in opera: le vite individuali si ordinano essenzialmente
sul modello così disegnato.
Quanto più è forte l’adesione a
questo modello, tanto meno libertà è presente, mentre è presente tanto più senso. Gli individui non hanno voglia di fare altro
Marc Augè, in una foto del 2004
da quello che gli è imposto o consentito: sanno cosa devono fare
ed anzi sanno meglio ancora cosa
non devono fare. Il loro mondo è
senza libertà ma impregnato di
senso».(l) Raramente ho trovato
una frase che meglio racchiudesse in sé la possibilità di comprendere storicamente l’esistente,
fuori dalla categorie o dalla modellistica. Infatti se la riflessione
giunge a tanta efficacia è perché è
duttilmente aperta al presente ed
al futuro, oltre che verificata sul
passato.
La cosmo-tecnologia infatti
implicata da Augé per il presente
e dalla quale si attende sviluppi
ulteriori e conseguenti sui due
piani per lui primari della scienza
e della relazione antropologica,(2)
non è affatto qualcosa di diverso
dalla descrizione di una cosmologia etnologica o di una antropologia di tipo eminentemente
filosofico, lui sia pur superando
la cosiddetta etnologia culturalista
e rifiutando decisamente la metaantropologia e l’etnologia-pretesto,
ove, rovesciato, il vecchio mito
del buon selvaggio viaggia sui
codici di rappresentazione sacrali e collettivi e si infrange sul
“meno-aperto” (emergenza del
Despota prima e dello Stato poi)
e sul “più repressivo” (surdeterminazione dei rapporti materiali
di produzione e della società di
classe e/o dello psichismo moderno marxfreudianamente inteso). E’ che per Augé, probabilmente l’induzione e la deduzione, in modo più o meno consapevolmente storico, hanno lavorato dialetticamente a produrre
una rappresentazione, una narrazione complessiva che può essere validata, con le opportune
disposizioni di genere, in ogni situazione di spazio e di tempo. In
Le forme dell’oblio, (Milano, Il
Saggiatore, 2000), Augé ha poi
ben ritmato le dimensioni che,
attraverso la consapevolezza, la
speranza o l’illusione, viviamo
tutti nello spazio-tempo, al di là
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
A sinistra, Albert Camus e sotto,
Andrej Aleksandrovic Zdanov
del trascorrere insignificante. Il
ritorno, la sospensione e l’inizio, sono misure che agiscono in noi sia
come richiami mitici (miticocollettivi o mitico-personali), sia
come atemporalità del racconto
o del letterario, sia come forme
rituali che ripetono ed inaugurano contestualmente il tempo
vecchio ed il tempo nuovo.
In tutti questi tre elementi
dello spazio-tempo, o meglio
della nostra percezione di esso, la
dimensione lineare scolora e progressivamente si perde. Come a
dire che potrebbe crollare, proprio qui, l’inenarrata mistificazione di una spazialità o temporalità unidirezionale, con la relativa
illusione di un senso lineare, comunque si strutturi (dal meglio al
peggio o dal peggio al meglio): da
un prima ad un dopo univocamente causali, al posto di una trasposizione continua e sostanzialmente circolare di ritornanti elementi (sia pur intesi, ad esempio,
nel senso nella rarefazione o della
leggerezza dell’ultimo Heidegger
o della medietà, costitutiva ma
non escludente, di Noica). Questo per tacitare la solita accusa di
un fuoriuscire dal circolo ermeneutico crismato dallo storicismo filosofico, accusa che facilmente e velocemente viene puntata addosso a chi si azzardi ad inquietarsi di quella mistificazione.
Ed, in altre parole, per capacitarci a discutere d’una potenzial-
mente efficace atemporalità o supertemporalità (concetto per
certi versi del tutto assimilabile
alla surmodernità di Augé) non liquidabile subito come metafisica, in quanto innervata e sostenuta fenomenologicamente. Anche
per questo Augé considera una
caricatura o peggio una forzatura
(consciamente od inconsciamente ideologica) il concetto di repressione come legato all’emergenza, sempre molto difficoltosamente investigabile, di ciò che
non sarebbe comunque più una
“società primitiva”, che sarebbe
quindi oltre la “società primitiva”, e pur considerando abbastanza plausibili i quadri (peraltro
amplissimi) di rappresentazione
storica quali: le bande dei cacciatori-raccoglitori, le comunità di
villaggio, le società lignatiche
etc., derubrica (e demistifica) lo
stesso concetto generale di “società primitiva”, quale categoria
capace di supportare complessivamente similari stili di vita.(3) Ma
ritornaniamo ai più verificabili (e
prossimi) processi storici, (sia pur
applicati in spazi e tempi diversi:
dalle sopravvivenze etnologiche
più o meno dipendenti dal contatto (con l’altro, ma soprattutto con
l’occidente), alle società storicamente investigate ed applicando
quindi l’equazione senso/libertà,
in una valorizzazione che presenti la libertà nella sua più spinta
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Da sinistra Martin Heidegger (1889-1976) e George Orwell (1903-1950). Nella pagina accanto: Costantin Noica (1909-1987)
versione individuale e quindi come dice Augé (riferendosi all’occidente): «Abbiamo iniziato a
sfuggire da questo mondo nel
XVIII secolo».(4)
Resta che il vero problema
del presente (già per noi da tempo ed in crescendo vertiginoso
per tutto un mondo globalizzato), consiste nella cosmo-tecnologia, come addizionatrice di libertà e sottrattrice di senso nello
stesso istante e nella stessa sua ragione efficace. Anche per questo
Augé auspica un aumento della
produzione individuale di senso.
Ovvero se certifica nelle grandi
narrazioni, nelle cosmologie, il
produttore del senso collettivo,
rinviene nel (nostro) tempo presente le tracce che sempre più
marcano le nuove sensibilità dell’individualismo di massa. Questo “individualismo di massa” (e
sarebbe difficile rappresentarselo altrimenti) è, a sua volta, estremamente contraddittorio, perché, nel mentre subisce inarrestabilmente il fascino dei non-luoghi come luoghi che non dipendono «dalle loro intrinseche qualità estetiche, ma dal cambiamento di scala che vi si esprime. Gli
spazi del codice rivelano l’assenza
di ogni simbolismo. Al loro interno ci sentiamo soli, perduti, di
volta in volta liberati o esaltati (libertà provvisoria, esaltazione
passeggera). Oppure ne riconosciamo l’immagine e vi ritroviamo i segni del consumo quotidiano: sono troppo familiari, troppo
pieni in un certo senso, e troppo
vuoti in un altro senso. La co-
scienza della mancanza si è spostata: essa non riguarda tanto un
senso perduto, quanto un senso
da ritrovare,(5) “nello stesso tempo scopre in sé” una sensazione di
felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali” (meno essi devono all’intervento umano) più la coscienza
che noi ne abbiamo è quella di
una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per
contrasto il carattere effimero dei
destini individuali».(6) Come a dire che, il massimo dell’alienazione al proposito, può produrre il
massimo della coscienza del “non
sé” e quindi, paradossalmente
(ma spiritualmente neanche tanto), del sé. Ma in più, c’è anche la
naturale e ben frequentata (e
comprensibile) fuga dalla responsabilità di una posizione
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
ideologica chiara, nella e di fronte alla, “trasformazione”, in atto.
Augé racconta come esemplare l’esperienza che fa Camus a
Tipasa in Algeria (nel 1952 e
quindi quando già molte situazioni stavano profondamente
cambiando), «il ritorno a Tipasa
(possiamo immaginare che lo abbia rivisitato più volte nel pensiero) è dunque per lui una fuga al di
fuori della storia verso la coscienza del tempo puro, verso la sola
coscienza del tempo. Siamo posti
oggi dinanzi alla necessità opposta: quella di reimparare a sentire
il tempo per riprendere coscienza della storia».(7) Diciamo almeno, considerando la concezione
che Augé ha della storia, per non
farcela scorrere sopra come la
pioggia... Comunque se la comunicazione interpersonale ed intersociale aumenta a dismisura
mimando la relazione (entro le
«tre figure dell’eccesso» di cui
parla Augé: «la sovrabbondanza
di avvenimenti, di spazio, di individualizzazione dei riferimenti»),(8) spesso solo per darci indicazioni del tutto superflue ma reputate sempre più necessarie,
quasi secondo il famoso aforisma
wildiano, oltre ad esporci ben più
pericolosamente a ben altre verificabilità, ecco che è dal cuore
dello stesso processo di apertura
che si determina la chiusura, e
che il senso diviene insensato e la
libertà una schiavitù.
Diciamo quindi che è questo l’orizzonte esistente ed è que-
sto che ci fornisce il miraggio aggiornato ed usufruibile, oltreché
la direzione ove il vento tira o la
marea monta. Tutto rimescolandosi, nella modernità più attorta,
non fa che riportarci ad una costante che, tutto modificando,
tutto lascia sostanzialmente invariato, (al proposito del potere,
della repressione e dei relativi e
costitutivi rapporti). Il cangiante
rapporto senso/libertà è circolarmente verificato nella sua invarianza, con buona pace d’ogni devota osservanza di minimizzazione o massimizzazione. Infatti
55
forse è disonesto tradurre, con facilità ideologica, tale rapporto
circolare per darne una lettura
meglio/peggio. Forse è più onesto dire: diverso nella sostanziale
identità.(9)
Ma se possiamo applicare
tutto ciò alla narrazione fondamentale, ovvero alla cosmologia
che ci avvolge e ci fa esseri del
tempo in cui siamo, più o meno
consapevoli in termini di coscienza storica, il centro di tutto
questo è il rapporto tra potere e
repressione: «Ora se è evidente
che la definizione e la formazione
56
dell’identità dipendono in larga
misura dalle configurazioni politiche e sociali (la letteratura consacrata alla nozione di persona è a
questo riguardo molto ricca),
può sembrare al tempo stesso legittimo supporre che questa formazione dell’identità sia precisamente la peculiarità del potere
(quale ne sia la forma) e il segreto
della sua efficacia, in tutte le forme del potere, la figura individuale si inscrive nella configurazione complessiva che delimita la
totalità del possibile e del pensabile; questo limite determina,
propriamente, l’ideologia per effetto della quale ragione individuale e ragione sociale tendono
ad identificarsi in tutte le società.
In ogni società, repressione psichica e repressione sociale si definiscono vicendevolmente. Ma
questo non è il postulato dei meta-antropologi. Ciò che essi respingono, fra l’altro, nella nozione di natura umana è lo schema
intellettuale universalistico che
le corrisponde e secondo il quale
forme omologhi possono e debbono trovarsi nelle diverse culture, l’evoluzionismo latente o
esplicito che sottende i loro discorsi pretende che la storia dell’umanità vada dal più aperto (la
società primitiva) al più repressivo (lo Stato); una lettura alla rovescia del senso della storia permette loro, un po’ contraddittoriamente, di fare del secondo
l’ossessione della prima, negandogli al tempo stesso un carattere
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
di necessità storica».(10) «Il potere
si abbatte sempre su individui»(11)
e, se questo è un fatto antropologicamente verificato, il vero problema è la definizione di quale logica presieda, “nel” potere, per la
determinazione dei ruoli, sia sociali che individuali. Anche perché «Dedurre il vissuto individuale concreto dai miti d’origine,
dalle cosmogonie, dalle forme rituali o dalle teorie antropologiche locali è certamente sacrificare ad una concezione esegetica
del simbolismo. Quest’ordine intellettuale non è espresso, o all’occorrenza imposto all’individuo, se non come richiamo all’ordine».(12)
Ove il richiamo all’ordine
esplicitamente diviene elemento
ben più complesso e problematico della semplice categoria repressione. Se è vero quindi che il
richiamo all’ordine è ben più complessa dimensione della repressione pura e semplice ed implica
un riferimento a fattori simbolici,
palingenetici e alcune volte persino messianici, in tal modo sollevando parte della responsabilità
civile dell’individuo, è anche vero
che, come Augé dice: «Il totalitarismo logico-sociale non toglie
nulla alle difficoltà della pratica e
all’angoscia del vivere. La tendenziale identificazione dell’ordine sociale, dell’ordine individuale e dell’ordine intellettuale
mette a confronto le pratiche con
i temibili rischi della necessità retrospettiva e ineluttabile. Nessuno è al riparo dal rischio, ma gli
individui sono diversamente armati per fronteggialo e questa
disuguaglianza è, in ultima analisi, sociale».(13)
In un tale contesto di atteggiamento viene da richiamare il
pensiero classico, sul versante più
specificatamente storico e laico, e
nel campo della teoria del religioso la riflessione del pensiero Tradizionale secondo la linea UTR.(14)
Cioè a dire che la repressione come espressione del potere agisce
non solo per vie esterne, ma principalmente per vie interne, innerva ogni struttura umana, comunque essa si costituisca e qualsiasi sia il grado, possibile o praticabile, d’autocoscienza rispetto
allo stesso problema del potere.
Certamente alla base del problema della repressione come
espressione del potere c’è il problema ineliminabile ed inaggirabile delle differenze, sia nelle società di classe sia nelle società
senza classi, essendo il potere, anche per Augé,(15) ben anteriore alla comparsa delle classi. Le differenze innervano ogni società,
qualsiasi sia la sua ideologia, in
quanto «l’ideologia è sempre
ideologia del potere in qualsiasi
tipo di società. Tutte le società sono repressive ed impongono allo
stesso tempo un ordine individuale e un ordine sociale».(16) In
58
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Marc Augé nel suo studio
pagine memorabili Augé coglie
tutte le contraddizioni del doppio orientamento che informa
l’odierna letteratura in scienze
sociali: il neoevoluzionismo e
quello del rifiuto della dicotomia
natura/cultura. E sostituisce, integrandole senza negarle totalmente, tutte le principali vie interpretative dell’antropologia in
una nuova sintesi che è quella dell’ideo-logica, ovvero della logica
delle rappresentazioni in una data società.
Qui è molto importante anche che la simbolica, o come la
definisce Augé, l’ordine della sim-
bolizzazione, (che costituisce intrinsecamente la rappresentazione) sia considerata fondamentalmente diacronica, un rapporto
d’ordine sintattico,(17) che struttura secondo un logos complessivo (ove simbolica e logica quindi
sono correlate sempre ma non
sempre in diretta corrispondenza) la rappresentazione (in sé e di
sé) del potere.(18) Infatti le forme
del potere sono limitate in qualità
di forme simboliche, indipendentemente dall’immensa varietà delle scelte paradigmatiche e
dal carattere non meccanicistico
delle combinazioni sintagmatiche. Perché alla storia si chiede
sempre un senso, dice Augé, ma
questa richiesta di senso è ben
prima e ben di più del senso stesso
che si vuol dare alla storia essendo
il potere che controlla l’accesso al
senso e questo accesso al senso si
muove tra cooptazione ed esclusione in una dialettica di apparati
simbolici, ove comunque viene
privilegiata la narrazione di un
passato eminente. La “storia” diviene quindi centrale per la narrazione del potere, in quanto senza un senso della storia non si potrebbe attribuire un senso complessivo all’esistente stesso oltre
che al potere. Sarà ancora un altro potere (un contropotere, un
controsenso) semmai, a determinarne una restaurazione od una
possibile fuoriuscita, tramite rivolte e rivoluzioni. Questo potere è connaturato alla cooptazione
ed all’esclusione e quindi alla re-
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
pressione proprio perché struttura il senso e la storia. E la “storia” «forse non è se non la storia
della creazione del senso e delle
sue costrizioni. Non si può riscrivere la storia ma la si può reinterpretare. L’attitudine politica o filosofica che consiste nel riprendere in considerazione, facendosene carico, gli elementi passati,
nel ripensare la storia, non è dunque totalmente arbitraria, anche
quando mitizza od inventa questa
storia, perché con la sua sola esistenza essa le attribuisce una possibilità supplementare; va da sé,
tuttavia, che la storia non potrebbe interamente dipendere dall’attualità e che esiste un confine
NOTE
1
M. Augé, Perché viviamo, 2004, Biblioteca Meltemi, pag.11.
2
Idem, cit.: “L’utopia planetaria che ho
evocato è un’utopia dell’educazione, della
piena occupazione e della sicurezza per
tutti; è un’utopia necessaria e la sola che
valga, con quella della scienza, se si ammette che la vita individuale degli uomini
non ha altra finalità che l’affermazione di
sé attraverso la relazione con gli altri.”, pag.
129.
3
M. Augé, Poteri di vita poteri di morte,
2003, Raffello Cortina edit., pag. 9-11.
4
Perché..., cit., pag. 1l.
5
M.Augé, Rovine e macerie, Bollati Boringhieri, pag. 138.
6
M. Augé, Rov..., cit, pag. 37.
7
M. Augé, Rov..., cit, pag. 43. Mi sovviene al proposito la struggente suggestione
evocata dal racconto di Berto (anche se ap-
tra le metamorfosi storiche di
un’istituzione, le quali rivelano
progressivamente la sua complessità e le sue potenzialità, e le
ricostruzioni arbitrarie che modellano il passato sulle esigenze
del presente. In ogni caso, l’esigenza del senso passa attraverso
un pensiero del passato».(19)
Capacità sottile d’immettere nel dibattito storiografico questa potenzialità, che non deve divenire deviazione o falsificazione, proprio nel momento in cui
diviene convintamene revisione.
Ovviamente, come s’intende subito, bisogna ben stabilire il con-
parentemente di segno contrario) sulla situazione sociale di quelle comunità, bianche o miste, durante la ritirata finale dell’Asse dagli ultimi lembi francesizzati del
Nord-Africa. Il paradossale è che la multietnicità e la tolleranza “normale” di allora,
sia pur sotto la cupola del colonialismo
classico, si possano persino far rimpiangere
rispetto alle spaventose discrasie e le liquidatorie semplificazioni dell’oggi, crismato
da fondamentalismi di opposto segno...
Una sorta di tragica ironia della storia che
colpisce di soppiatto tutti i luoghi ed i non
luoghi del senso comune, oggi ancor più
dominanti di ieri...
8
M. Augé, Non luoghi, 2002, Elèuthera,
pag, 41.
9
M. Augé, Poteri..., cit., pag. 180: “Che
siano diverse è evidente. Che siano altre, è
una menzogna.”
10
M. Augé, Poteri..., cit., pag. 7.
59
fine fra “riscrittura del passato”
che è condizionata dai miti transeunti, dalle mode ideologiche o
dalle compressioni geostrategiche e le vere e proprie falsificazioni alla Zdanov o alla Orwell, che
storicamente sono esistite e continuano ferocemente a esistere,
che esisteranno ancora e che tutti
possiamo agevolmente constatare. Ove per di più la validazione
delle mitizzazioni o delle rappresentazioni è scelta in base a fattori
del tutto opportunistici.
La “riscrittura del passato”
risulta quindi, oggettivamente,
di ardua definizione ed una sua
chiara delimitazione comporterebbe comunque qualità quasi
11
M. Augé, Poteri..., cit., pag. 10... Ancora: “dall’altra parte rivela il carattere esplicitamente differenziale, implicitamente
non egualitario e manifestamente costrittivo della configurazione complessiva in
cui queste rappresentazioni si articolano, si
coniugano, si precisano e si ordinano una
rispetto all’altra...” (...) “Ma questa bella logica, di cui il discorso culturalista rende parzialmente conto, non ha nulla d’armonioso
se non l’ideologia che esprime o piuttosto
che costituisce. Si tratta dell’armonia stessa dell’ordine - ordine indifferentemente,
intellettuale, morale e sociale. Essa individua componenti biologiche e psichiche, definisce linee di ereditarietà e regole di eredità, riti e diagnosi, prescrive e proscrive: in
breve stabilisce l’insieme del possibile e del
pensabile. E tuttavia, ciò che è possibile non
lo è per tutti allo stesso titolo, ciò che è pensabile non lo è per tutti allo stesso modo, la
60
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
sovrumane di onestà intellettuale, capacità documentativa e discernimento spirituale. Anche
perché per sostenere nobilmente
ma assieme efficacemente la sublime inutilità della paidetica, si
può accettabilmente credere come Augé che «la follia della storia
è una follia ripetitiva. Gli orrori si
ripetono. I progressi della tecnologia non fanno che amplificarne
gli effetti».(20)
George Orwell (1903-1950)
La “postura” stoica, nella
relazionalità civile e quella UTR
nella sfera del sacro, sopra ricordata, ci sembrano, diversamente
dal cangiante atteggiamento che
si accalca forsennatamente tra
impegno e riflusso, le migliori linee anche per sopportare e supportare tale “inutilità”, fornendone una versione efficacemente
produttiva oltreché, appunto,
nobilmente testimoniale. Anche dall’intelligente ed apregiudiziale controllo dei dati etnologici ed etnografici si può inferire un senso organico alla teoria
sul potere, confrontandosi produttivamente con ogni visione
diversamente orientata, da
quelle ontologiche a quelle fenomenologiche, da quelle psicologiche a quelle sociologiche,
da quelle storiche a quelle ideologiche. Il merito di Augé è di
far interagire, nella sua visione, i
dati disponibili della ricerca sul
campo e le ipotesi interpretative
con insuperato equilibrio.
somma del possibile e del pensabile costituisce una sistematica delle differenze sia
in modo esplicito, designando posti e ruoli
(il lignaggio, la stirpe, il villaggio, il quartiere, il padre, il figlio, lo zio, il nipote), sia in modo implicito, in quanto, designando questi
luoghi rappresentativi, esso ne situa al
tempo stesso l’altrove e stabilisce con ciò
stesso lo statuto di coloro che devono tenerne conto senza potersene far carico,
tutti coloro che non possono riferirsi ad essa se non per misurare la propria debolezza
e la propria insignificanza rispetto alle linee
di forza e di senso, tutti coloro che la suddivisione temporale delle genealogie e la casualità delle nascite successive hanno allontanato dalle stirpi maggiori e dai fratelli
primogeniti, tutti coloro che hanno solo un
accesso effimero e passivo - per testimoniare o per subire - allo spazio del potere.”
12) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 1l.
13) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 74.
14) Unità Trascendente delle Religioni...
Almeno per quanto riguarda il piano universalistico, tradotto da un livello metafisico ad uno ontologico ad uno socio-civile,
più che nella linea del cosiddetto senso della storia. La lettura utr (e non ne diamo una
versione rigida, per intenderci, dogmatica,
ma fluida, secondo un orizzonte comparativo di taglio esoterico, mistico...) interpreta
infatti in una logica ondulatoria il processo
storico accanto alla dottrina tradizionale
dei cicli, che sulla lunga distanza (dipendendo comunque i tempi dai ritmi, i quali
ritmi quindi portano in sé una loro cogenza
causale, che, nel breve medio-periodo, può
essere legittimamente persino letta come
linearmente necessitata ed inequivoca) inverte i processi finalisticamente intesi, rinnovando il respiro cosmico e quindi rendendo quantomeno limitata, se non del
tutto incorretta, l’interpretazione esclusivamente unidirezionale, pur in una sostanziale irrisalibilità ed irreversibilità dei processi macrocosmici…
15) M. Augé, Poteri..., pag. 15.
16) M. Augé, Poteri...,cit., pag. 18.
17) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 70.
18) M. Augé, Rovine e macerie, 2004,
Bollati Boringhieri, pag. 137: “Gli uomini
hanno bisogno di poter pensare i loro rapporti reciproci. Ognuno ha bisogno di poter
pensare il suo rapporto con gli altri, o per lo
meno con alcuni altri, e, per far ciò, di inscrivere questo rapporto in una prospettiva
temporale. Il senso sociale (il rapporto) ha
bisogno, per svilupparsi, del senso politico
(di un pensiero dell’avvenire). In altri termini, il simbolico (il pensiero del rapporto) ha
bisogno della finalità.”
19) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 127-129.
20) M. Augé, Rovine..., cit., pag. 135.
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Politeia
Il “funzionarismo”
e le funzioni
Alla ricerca dell’interpretazione di un termine politico poco noto
e si cerca nei vocabolari la
parola
“funzionarismo”
non se ne trova traccia. Forse il significato del termine ha
poco concorso alla sua “popolarità” e diffusione, specie nelle
burocrazie.
Invece nei primi decenni
del secolo scorso il termine
“funzionarismo” era frequentemente impiegato, almeno nelle
opere di tre intellettuali di spicco dell’epoca, non riconducibili
ai medesimi interessi culturali:
un giurista, Antonio Salandra;
un economista, Giustino Fortunato; un pensatore politico, Antonio Gramsci.
Per Salandra il termine funzionarismo denotava la situazione dell’ordinamento dello Stato
moderno per cui s’incrementava
la funzione amministrativa1 e,
correlativamente, il personale
addetto. Funzionarismo significa così aumento del ruolo e del
potere della burocrazia per cui il
potere pubblico esercita funzioni (crescenti) a mezzo di impiegati specializzati. Apparente-
TEODORO KLITSCHE
DE LA GRANGE*
S
Antonio Salandra (1853-1931)
mente il significato che ne da Salandra è il più “neutro” dei tre;
ma subito dopo, da buon liberale-conservatore, aggiunge considerazioni negative2.
Sociologico (e anche più “di
valore”) il giudizio di Fortunato.
Questi ricorda come vi sia un
nesso indissolubile tra proletariato intellettuale e funzionarismo3 che porta alla proliferazione d’impieghi pubblici di dubbia
(o inesistente) utilità. Vede poi
distintamente la contrapposizione che così è generata, tra burocrati e rappresentanza (e sovranità) popolare. Questa burocrazia parassitaria «non concepì i
servizi amministrativi se non immaginandoli pari a quelli di una
macchina, che dovesse agire per
solo uso e consumo de’ suoi congegni, nel particolare esclusivo
interesse di coloro che vi fossero
addetti, - la macchina per la macchina» (il corsivo è nostro).
Prevede che, combinandosi nell’ordinamento degli Stati
moderni, rapporto gerarchico
(cioè di comando-obbedienza) e
divisione del lavoro, si sarebbe
concretizzato un assetto policratico dove all’antico feudalismo «a base locale» sarebbe seguito nel futuro un feudalismo a
base funzionale.
Tale tendenza si sta già realizzando, sosteneva Fortunato,
perchè la burocrazia è riuscita a
«sottrarre alla concorrenza privata il maggior numero di intraprese, assumendone direttamente l’esercizio: ossia, la tendenza al
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
dominio universale della burocrazia, - il cui trionfo sarebbe la
resurrezione, sott’altra forma,
dell’antico assolutismo, o, meglio, della peggiore delle tirannie, quella della servilità uniforme e meccanica».
Gramsci avverte la contraddizione dello Stato liberale che da
un lato costruisce uno Stato “rappresentativo” il quale trova il
proprio punto centrale nell’autonomia della società civile garantita dalla divisione dei poteri (in
primo luogo) e nella sovranità
popolare; dall’altro - ed in contrasto con quella - nell’espansione dei poteri burocratici.4
Dall’altro l’espressione funzionarismo connota in Gramsci sulla scia di Michels - la prevalenza all’interno del sindacato e del
partito socialista del potere dei
funzionari e della conseguente
weltanschauung riformistica e burocratica, in antitesi con lo spirito
rivoluzionario.
È superfluo ricordare tutti
gli altri teorici dello Stato liberaldemocratico che hanno messo in guardia contro il potere
burocratico (da Tocqueville a
Max Weber alla scuola americana di public choice). È invece interessante notare come la diffidenza nei confronti della burocrazia era comune nei rivoluzionari francesi che avevano a che
fare con la monarchia burocratica dell’ancien régime.
Ad esempio nel progetto di
dichiarazione dei diritti propo-
sto da Robespierre alla Convenzione rileva, ai nostri fini, soprattutto l’art. 25 in cui si proclama:
«In ogni Stato la legge deve soprattutto difendere la libertà
pubblica ed individuale contro
l’abuso dell’autorità di coloro
che governano. Ogni istituzione
che non consideri il popolo come
buono e il magistrato come corruttibile è difettosa» (com’è noto, tale
espressione non fu inserita nella
dichiarazione del 1793, ma ve
n’erano di analoghe).
E nel discorso pronunziato
alla Convenzione il 10 maggio
63
1793, Robespierre sosteneva:
«Mai i mali della società provengono dal popolo, bensì dal governo. E non può essere che così.
L’interesse del popolo è il bene
pubblico; l’interesse di un uomo
che ha una carica è un interesse privato. Per essere buono il popolo non
ha bisogno d’altro che di anteporre se
stesso a ciò che gli è estraneo, il magistrato, per essere buono, deve sacrificare se stesso al popolo».5
Anche Saint-just nel rapporto presentato alla Convenzione a nome del Comitato di salute
pubblica il 19 vendemmiaio del-
Dalle quarantadue incisioni che adornano Le guerre della rivoluzione, di Camille
Pelletan, (1846-1915), Robespierre e i suoi amici Saint-Just e Couthon (da sinistra:
Saint-Just, Robespierre e Couthon, poco prima del 9 termidoro), p. 112
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
A sinistra: Théodore Chassériau
(1819-1856), Alexis de Tocqueville
(1805-1859), Versailles, Museo di
Versailles. A destra, dall’alto:
Montesquieu in un’incisione di Émile
Bayard (1837–1891); Sadi Carnot in
una fotoincisione di Nicolas Léonard
l’anno II (10 ottobre 1973) scrive:
«Tutti coloro che il governo impiega
sono parassiti; chiunque abbia una
carica non fa niente personalmente e prende dei collaboratori
subordinati»; e nel successivo
rapporto del 23 ventoso dell’anno II (13 marzo 1794) rincara
«C’è un’altra classe corruttrice, è la
categoria dei funzionari... Tutti vogliono governare, nessuno vuole
essere cittadino. Dov’è dunque la
comunità politica? Essa è quasi
usurpata dai funzionari».6
(Anche) a tale riguardo
Marx si rivela uno dei più attenti
(e acuti) interpreti dello spirito
borghese. Criticando Hegel e
quanto da questi sostenuto nei
paragrafi 287-297 dei Grudlinien
scriveva che la prassi della burocrazia era proprio il contrario (di
quanto teorizzato da Hegel).
Notava a tale proposito che in
Hegel «Poiché l’universale come
tale è fatto per sé sussistente esso
è immediatamente confuso con
l’empirica esistenza, e il limitato è
immantinente preso, in guisa
acritica, per l’espressione dell’i-
dea». Cioè Hegel pensa, secondo
Marx, che dato che i burocrati
dovrebbero agire così (secondo la
razionalità dello Stato), allora
avrebbero agito così. Di fatto è il
contrario: la burocrazia, scrive
Marx, confonde gli scopi dello
Stato con quelli burocratici:
«Poiché la burocrazia è, secondo
la sua essenza, lo “Stato come formalismo”, essa lo è anche secondo il suo scopo… La burocrazia si
pretende ultimo scopo dello Stato.
Poiché la burocrazia fa dei suoi
scopi “formali” il suo contenuto,
essa viene ovunque a conflitto
con gli scopi “reali”. Essa è dunque costretta a spacciare il formale per il contenuto e il contenuto
per il formale. Gli scopi dello Stato
si mutano in scopi burocratici e gli
scopi burocratici in scopi statali».
A distanza di secoli da quando i costituenti e teorici dello Stato borghese hanno pensato e dato
forma alle istituzioni liberaldemocratiche è interessante notare
come queste siano viste spesso in
un’ottica distorta: quella fatta
propria dal potere burocratico,
quando esprime una propria Weltanschauung.
Combinando insieme gli
elementi caratteristici abbiamo
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
65
che il “tipo ideale” dello Stato
borghese consiste in ciò:
a) che vi sia la garanzia dei
diritti fondamentali, ovvero la
società civile “separata” dallo
Stato;
b) i poteri pubblici siano
distinti nel senso, notissimo, di
Montesquieu;
c) ogni potere di governo
sia nazionalizzato;
d) che sia consentita – anzi
incentivata – la partecipazione
dei cittadini ai poteri pubblici
(compresi quelli amministrativi).
e) in conseguenza dell’elemento sub “a”: ogni potere pubblico è in linea di principio limitato, e ogni azione sociale libera;
f) l’accesso alle cariche pubbliche è consentito a qualsiasi cittadino (conseguenza del principio sub d) (ritenuto tipico di un
ordinamento democratico già da
Tucidide ai tempi di Pericle)7.
g) Infine, come conseguenza sia della democrazia che della
“supremazia” del politico, il ver-
tice di ogni ente e di molti organismi pubblici è d’estrazione non
interna (burocratica), ma eletto o
designato esternamente (da organi
responsabili verso il corpo elettorale). Con la conseguenza di controllare e limitare il potere della
burocrazia (interna).
Se si prova invece a costruire il tipo ideale di uno Stato (e
della pubblica amministrazione)
come da Weltanschauung burocratica, abbiamo invece:
a) il perseguimento dell’interesse pubblico affidato alla bu-
rocrazia è il fine principale. Solo
che, essendo la competenza dei
burocrati limitata dalle funzioni
dell’ufficio, risulta considerato e
perseguito non (tanto) l’interesse generale (che è la sintesi degli
interessi particolari e lo “scopo”
principale dell’istituzione- Stato) ma il particolare interesse affidato all’ufficio.
b) É chiaro che rispetto al
compito del funzionario di tutelare l’interesse pubblico i diritti
dei privati, se si imbatte in quelli,
sono di sicuro impaccio e fastidio. A
66
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
parte ogni considerazione “dietrologica”, è chiaro che il compito del funzionario è assai facilitato se non deve rispettarli o la sua
azione li può “affievolire”. L’effettività del diritto, uno dei fini
principali dello Stato, strettamente connesso all’ordine sociale, è quindi vista quale ostacolo
all’esercizio della funzione affidata al burocrate.
c) I controlli; anche questi
sono d’impaccio all’assolvimento del compito.
d) Le responsabilità. Pur
non avendo le responsabilità peculiari al personale politico (lega-
te alla elezione o nomina e alla
temporaneità del mandato), per il
funzionario essere chiamato a rispondere del proprio operato è anch’esso impeditivo all’esercizio della funzione (del potere). Ragion
per cui i tipi di responsabilità devono essere limitati (v. l’art. 28 della Costituzione italiana, poco applicato) e di preferenza valutate da
uffici “interni” alla burocrazia.
Se invece di ricostruire il tipo ideale di Stato secondo la visione burocratica, lo si fa secondo gli interessi privati del burocrate (quelli presi “a misura” del
comportamento della burocrazia
dagli economisti della scuola di
public choice e da Fortunato) la
sintesi più efficace l’ha data proprio l’economista lucano: lo Stato (e più ancora l’ufficio) è visto
dal funzionario come una gran
macchina, che al contrario di
quella di Carnot, adopera tutta
l’energia consumata per far muovere i propri ingranaggi e cioè a
rendimento “zero”. Quanto più
si avvicina al rendimento suddetto, tanto più è apprezzata dai burocrati (ovviamente il contrario è
per gli utenti). Fine prima parte
*Avvocato, autore
di numerosi saggi e libri
NOTE
1
“Quelle funzioni degli Stati moderni,
che, proseguendo particolarmente il fine
di benessere e di coltura, hanno più rigorosamente il nome di amministrative,
vanno d’anno in anno crescendo di numero, di intensità e di diffusione...” v. La
giustizia amministrativa nei governi liberi, Torino 1904, pp. 8 ss.
2
“L’autorità, se anche preordinata a
difesa e integrazione della libertà, non si
esercita senza diminuzione della libertà
stessa. E quanto più essa si divulga, quanto maggiore cioè è il numero e di conseguenza inferiore la qualità degli individui
che la esercitano, tanto più grave e frequente è il pericolo ch’essa ecceda, e che
non sia raffrenata la naturale tendenza di
coloro che ne dispongono ad abusarne e a
disviarla a fini personali” in La giustizia
amministrativa nei governi liberi, Torino
1904, pp. 8 ss.
3
“Proporzionalmente così alla popolazione come ai pubblici servizi, lo Stato
italiano annovera il maggior numero
d’impiegati, specialmente di quelli che
hanno mansioni esecutive, triste espressione del nesso indissolubile che è in Italia fra il proletariato intellettuale e il funzionarismo, due escrescenze parassitarie
di un organismo debole e malato”. I servizi
pubblici e la XXII legislatura ne Il mezzogiorno e lo Stato italiano Bari 1911 p. 417.
4
“Tutta l’ideologia liberale, con le sue
forze e le sue debolezze, può essere racchiusa nel principio della divisione dei poteri, e appare quale sia la fonte della debolezza del liberalismo: è la burocrazia, cioè
la cristallizzazione del personale dirigente, che esercita il potere coercitivo e che a
un certo punto diventa casta. Onde la rivendicazione popolare della eleggibilità
di tutte le cariche, rivendicazione che è
estremo liberalismo e nel tempo stesso
della sua dissoluzione”.Note sul Macchiavelli Roma 1971 p. 119 v. anche p. 408.
5
E proseguiva: “Il governo è istituito
per far rispettare la volontà generale; ma
gli uomini che governano hanno una volontà individuale, e questa cerca sempre
di dominare. Se essi impiegano in questo
senso la forza pubblica, il governo non è
che il flagello della libertà. Dovete concludere, quindi, che principale obiettivo di
ogni Costituzione deve essere difendere
la libertà pubblica e quella individuale
contro lo stesso governo... Hanno proclamato con grande solennità la sovranità
del popolo e intanto l’hanno incatenato; e
mentre riconoscevano che i magistrati
sono i suoi mandatari, li hanno trattati
come i suoi dominatori e i suoi idoli. Tutti
sono stati d’accordo nel presupporre il popolo insensato e ribelle, e i funzionari pubblici essenzialmente saggi e virtuosi”, I
Giacobini, p. 40, Firenze 1978 (i corsivi sono nostri).
6
v. I Giacobini, Firenze 1978, pp. 81 e
87 (i corsivi sono nostri).
7
v. K. Marx Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Roma 1989, pp.
63-64 (i corsivi sono nostri).
68
la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Da l’Erasmo: pagine scelte
Un’ossessione del XVIII
secolo: l’oro del “bonheur”
Donne, scrittrici, pittori, libertini
GIUSEPPE SCARAFFIA
«H
a il tic di detestare le persone
infelici, perchè
non vuole esserlo, nemmeno
per lo spettacolo delle sofferenze altrui», diceva l’abate Galiani
di Madame Géoffrin. Nella
grande tela di Lemonnier, Prima lettura dell’“Orfano cinese” di
Voltaire nel salotto di Madame
Géoffrin, si trovano schierati
quasi tutti gli intellettuali del
tempo. La padrona di casa, vestita con voluta modestia, in
contrasto con le sue rivali aristocratiche, guarda assorta nel
vuoto.
Non era l’unica tra le grandi dame parigine a temere gli
agguati della tristezza. Madame
du Deffand guardava con sospetto un invitato che parlava
strascicando penosamente le
parole: «Quell’uomo ha l’aria
d’annoiarsi mortalmente di
quel che dice». La noia è il vero
nemico del XVIII secolo. Si te-
me che sia contagiosa; si ignora
quando sopraggiunge e quando
scompare. Non si sa quale abisso si nasconda dietro il suo malinconico vuoto.
Il bonheur, la felicità, che
era l’ossessione degli abitanti
del XVIII secolo, doveva essere
protetto e nutrito. L’Encyclopédie, dopo aver consigliato di
prendere, prima della tazzina di
caffè, un bicchiere d’acqua, per
rendere lassativa la bevanda, ne
rilevava le qualità positive. Quel
liquido scuro sembrava «rallegrare la mente, renderla più
pronta al lavoro, svagarla e dissiparne i dispiaceri».
La seduzione era l’emblema del rapporto dell’epoca con
il bonheur, cui si avvicinava come
un cacciatore timoroso di spaventare la selvaggina o di rovinarla. Ma l’altro nemico della
gioia è il tempo. Non a caso, ha
rilevato Mauzi, bonheur significa anche bonne heure, alludendo
all’irripetibile immersione nel
presente degli uomini del secolo
dei Lumi. Le tante donne ritratte di spalle da Watteau sono la
consapevolezza dello scorrere
incessante del tempo: se ne è appena presa coscienza che già è
lontano.
La petite maison, la raffinata
dimora in cui i libertini accoglievano le loro amanti, era una piccola fortezza contro l’assedio del
tempo. Nei disegni di Fragonard
ogni radura si tramuta in un boudoir. Le tende, i quadri e i mobili
arcuati ed imbottiti di ogni stanza sembrano creati apposta per il
radioso istante della seduzione.
Gli specchi moltiplicano i piaceri all’infinito in un’eco vellutata
sempre uguale e sempre diversa.
Le spesse volute delle pesanti
cortine dei letti calano a incorniciare gloriosamente le diverse
tappe della conquista. Il pittoresco disordine delle lenzuola è
quello della piena di una passione pronta a risolversi nell’attimo
del godimento.
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
69
Jean-Honoré Fragonard (1732-1806), L’istante desiderato o Gli amanti felici, olio su tela, collezione privata
In quell’epoca golosamente concentrata sul presente,
‘Frago’, come lo chiamavano gli
amici, cercava di sorprenderne
ad ogni passo la rigogliosa pienezza e la fulminea generosità.
Bandite la nostalgia e la speranza, si chiedeva al tempo, con avida meraviglia, tutto quel che poteva offrire. Gli attimi di piacere
si concatenavano come le perle
di una collana. Non a caso l’autore di Point de lendemain, Dominique-Vivant Denon, era un
grande collezionista e l’inventore del Louvre. Il cacciatore di
felicità settecentesco non cercava, come i romantici dell’Ottocento, un’impossibile pienezza
di felicità. Sapeva bene che il
mosaico del bonheur si compone
una tessera alla volta, come una
spregiudicata collezione.
Nello sguardo delle fanciulle di Boucher il materialismo si traduceva in una sensuale
serenità. Con un movimento
spontaneo la saggezza abbrac-
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Jean-Honoré Fragonard, Amore abbraccia l’Universo; olio su tavola, Tolone, Musée des Beaux-Arts
ciava la dissipazione e l’incostanza. Lo sbriciolarsi della roccia non evocava in Diderot il
fantasma della dissoluzione finale, ma quello tenero dell’adulterio. Come può resistere la
fedeltà, si chiedeva il filosofo, se
nemmeno la pietra riesce a sottrarsi all’usura degli elementi?
La vita amorosa era un
continuo schivare la noia. «Ci si
piace, ci si prende. Ci si annoia,
ci si lascia», diceva il principe di
Ligne, per cui Goethe
scrisse il Requiem per l’uomo più
felice del secolo. Coraggioso sotto
le armi, abile nelle trattative,
squisito nella conversazione,
Ligne sapeva padroneggiare le
passioni, godendo del loro slancio senza soggiacervi. La vivacità delle infinite battute che costellavano i suoi discorsi era il
riflesso di una completa aderenza al presente. Scusandosi con il
re di Polonia per un ritardo, disse: «Sire, la colpa è di una delle
vostre più belle suddite. Il suo
segreto verrà mantenuto, perchè non riesco a ricordarmene il
nome che è di cinque o sei sillabe diaboliche da pronunciare».
Ligne morì serenamente, durante il congresso di Vienna.
Aveva chiesto, ricevuto e dato al
suo tempo tutto quello che poteva riceverne e dargli: una felicità vivida e leggera, come una
fiamma bassa ma sempre viva,
uguale e diversa.
Se Don Giovanni nel Seicento si misurava con la divinità,
Casanova, come la migliore
parte del suo secolo, si misurava
con l’inafferrabile dolcezza del
presente. E la sfuggente voluttuosità della donna gli sembrava
aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Jean-Honoré Fragonard Le tre Grazie, olio su tela, Grasse, Musée Fragonard
incarnare perfettamente questa
dimensione temporale. Per sedurre le sue prede, Giacomo
non esitava davanti ad alcun
mezzo, da una lieve violenza al
denaro, offerto generosamente
prima per vincere le resistenze e
poi, appagato il desiderio, per
dare paternamente una dote alla
pupilla.
Eppure la modernità, da
Schnitzler a Fellini, sembra non
riuscire a fissare in tutto il suo
fulgore la spensierata grandezza
di Casanova, la straordinaria, in-
sopportabile pienezza vitale del
libertino, in cui il secolo si era
realizzato con una completezza
sospetta, abbinando all’arte l’inganno, alla seduzione il genio.
Nulla sfuggiva all’alchimia con
cui il Settecento cercava di trasformare qualsiasi suo aspetto
nell’oro del bonheur. Anche se è il
secolo del piacere, l’epoca dei
Lumi era una delle più pronte a
sciogliersi in un pianto ristoratore, che diventava subito un’occasione di godimento e una prova di una qualità cui tenevano
molto: la sensibilità. Tutti erano
sensibili. Luigi XVI aveva inau-
gurato ‘la monarchia sensibile’.
Mentre la filosofia si esibiva nei
salotti, sul palcoscenico trionfava la ‘commedia lacrimosa’, altare dei buoni sentimenti. Nell’Encyclopédie di Diderot – ampiamente dedito al vizio delle lacrime – riso e pianto sono accomunati nella descrizione fisiologica. Entrambi sono manifestazioni di piena positiva del sentimento. «Tutti i generi vanno bene – diceva Voltaire – tranne
quelli noiosi».
Tratto da L’Erasmo, n.32, Ottobre –
Dicembre 2006, I cinque sensi
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la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013
Bvs: il ristoro del buon lettore
Il sorriso di Livia e Alfonso
Come fanciulli: la purezza e le emozioni della cucina
GIANLUCA MONTINARO
H
anno «comperato una
scatola con colori e matite». E hanno disegnato il
loro piccolo universo, con la fugace dolcezza dell’attimo e il ponderato gesto dell’eterno. Così è la famiglia Iaccarino. Come spersa,
nelle fluttuanti tinte di una dimensione favolistica: quella del
Don Alfonso. Ma così è anche
Sant’Agata sui due Golfi, piccolo
paese abbarbicato fra Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana: un
luogo che è dimensione a sé, come
il minuscolo pianeta abitato dal Piccolo Principe protagonista dell’omonimo racconto di Antoine de
Saint-Exupéry (novella di cui la Biblioteca di via Senato conserva una
bella edizione Gallimard del 1946).
Una dolcezza indefinita, un
candido languore, una sottile malinconia pervadono il pergolato e il
giardino del Don Alfonso, ammantato da caldi colori mediterranei. Splendente nei blu e accecante nei bianchi delle sue ceramiche
di Vietri. Mentre Livia, insieme al
figlio Mario, vi accoglieranno con
la spontaneità del candore, già Alfonso, con l’altro figlio, Ernesto, saranno in cucina, con la misura della serietà: già perché la vita, come
l’arte, «è una questione di discipli-
Ristorante Don Alfonso 1890
Corso Sant’Agata, 11
Sant’Agata sui due Golfi (Na)
Tel. 081/8780026
na». Ernesto lo sa. Lo ha imparato fin da giovane. Il rigore gli appartiene: «è molto più difficile
giudicare se stessi che gli altri».
I piatti raccontano storie di
piacere e di gusto ma in essi «l’essenziale, invisibile agli occhi» va
«cercato col cuore»: così nel
soufflé di mozzarella di bufala come nell’antica degustazione di
antipasti di nonna Titina. Le storie crescono in ampiezza con le
zeppole d’astice e deflagrano nel
complesso (e straordinario) gelato di anguilla con caviale e tagliatelle al profumo di rosa. E infine
un sottile “concerto di limoni”,
come fosse un vivaldiano pizzicato d’archi, spalanca le porte al pu-
ro mondo del Piccolo Principe.
Solo un grande vino bianco, come lo Chardonnay di Ca’ del Bosco (forse il più grande bianco
d’Italia), può dialogare con successo con questi piatti. Spettro
olfattivo, ampiezza gustativa,
lunghezza ed equilibrio lo rendono complice ideale per emozioni
senza fine: «è così misterioso il
paese delle lacrime!». Sarà ancora Livia, con il suo coinvolgente
entusiasmo e il suo cuore da bambina, a narrare della piccola tenuta di Punta Campanella: un luogo
magico, a pochi chilometri da
Sant’Agata, a picco sul mare, ove
Alfonso coltiva gli ortaggi e la
frutta del ristorante. Vi trascinerà
lì, col sorriso della purezza. E allora, sospesi fra cielo e mare, nell’azzurro più intenso, anche noi
saremo finalmente bambini. «Mi
piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto…».
E guarderemo quel grande spettacolo con occhi più puri che mai,
sospesi fra cielo e mare. Guarderemo la «dolcezza del tramonto»
attraverso gli occhi di Livio e Alfonso, Mario ed Ernesto. Occhi
puri e vibranti nell’emozione. E
quella vista rimarrà sempre lì, in
noi, scolpita in un eterno ricordo.
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