la Biblioteca di via Senato mensile, anno v Milano n.4 – aprile 2013 ESOTERISMO Lo straordinario alchimista Paracelso di piero meldini IL LIBRO Seicento misterioso: il Proprinomio di nando cecini COLLEZIONARE/2 Le donne: l’altra metà della bibliofilia di massimo gatta IL SAGGIO Senso e repressione in Marc Augé di sandro giovannini POLITEIA Politica, “Funzionarismo” e funzioni di teodoro klitsche de la grange Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.4/39 – MILANO, APRILE 2013 Sommario 6 Esoterismo LO STRAORDINARIO PARACELSO di Piero Meldini 12 Del collezionare/2 L’ALTRA METÀ DELLA BIBLIOFILIA seconda e ultima parte di Massimo Gatta 50 Il saggio SENSO E REPRESSIONE IN MARC AUGÉ di Sandro Giovannini 62 Politeia IL “FUNZIONARISMO” E LE FUNZIONI di Teodoro Klitsche de la Grange 28 Il libro sconosciuto SEICENTO MISTERIOSO: IL PROPRINOMIO di Nando Cecini 68 Da l’Erasmo: pagine scelte UN’OSSESSIONE DEL XVIII SECOLO: L’ORO DEL “BONHEUR” di Giuseppe Scaraffia* 33 IN SEDICESIMO - Le rubriche LE MOSTRE – LO SCAFFALE – L’EDITORE DEL MESE a cura di Gianluca Montinaro 72 BvS: il ristoro del buon lettore IL SORRISO DI LIVIA E ALFONSO di Gianluca Montinaro * tratto da L’Erasmo n.32 Ottobre – Dicembre 2006 I cinque sensi Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Mostre Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri - Mostra del Libro Antico - Salone del Libro Usato Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Carlo Carena Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Miranda Ratti Carlo Tognoli Organizzazione Ines Lattuada Margherita Savarese Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Segretario Generale Angelo de Tomasi Progetto grafico Elena Buffa Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Maurice Quentin de la Tour (1704-1788), Jeanne Antoinette Poisson, Marchesa di Pompadour, Parigi, Museo del Louvre L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Stampato in Italia © 2013 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale L’ articolo di Teodoro Klitsche de la Grange, la cui prima parte pubblichiamo su questo numero di aprile (insieme ad altri, altrettanto interessanti, di Piero Meldini, Nando Cecini, Massimo Gatta e Sandro Giovannini), suggerisce alcune riflessioni che ben si attagliano a queste settimane difficili e convulse per la vita politica del nostro Paese. La corsa al colle più alto della Repubblica (al di là degli esiti e dei personaggi protagonisti, più o meno presentabili, che vi hanno preso parte) ha segnato, in modo definitivo, la morte del Partito Democratico, almeno così come finora l’abbiamo conosciuto. E la totale disfatta della linea tattica del suo ex segretario Pierluigi Bersani. Klitsche de la Grange, addentrandosi nelle pieghe esegetiche di un vocabolo semi-sconosciuto riferibile al mondo della burocrazia e della macchina dello Stato, “funzionarismo”, scrive di “azioni” messe in atto nel «particolare esclusivo interesse» di coloro che tali gesti innescano e controllano. In ciò la Sinistra italiana è sicuramente (e storicamente) malata di funzionarismo. Intrisa di egoismi particolari e unita solo dall’odio viscerale verso il “nemico”, ha del tutto perso il contatto col mondo reale conducendosi da se stessa al disastro. Una nuova fase ora si apre: e in questa non ci sarà più spazio per “filosofie funzionariste”. Se la maggioranza moderata del Paese saprà approfittarne, si potrà finalmente rimettere l’individuo libero al centro del processo democratico. Gianluca Montinaro Chi le ha inventate? doppia 400x250 .indd 1 Le tredici erbe della ricetta originale Ricola sono il meglio che la natura ha da offrire. Ognuna di esse viene raccolta solo nel momento in cui arriva a piena maturazione e raggiunge il perfetto equilibrio fra aroma, colore e concentrazione di sostanze officinali. Va da sè che ingredienti tanto preziosi vengono raccolti e lavorati con tutta la cura che meritano. Perché per una Ricola originale le erbe valgono più dell’oro. Buone di natura. www.ricola.it 11/03/13 10.25 6 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 Esoterismo LO STRAORDINARIO PARACELSO Un eclettico mago astrologo del Rinascimento PIERO MELDINI* N on si può dire, onestamente, che Filippo Aureolo Teofrasto Bombasto Paracelso fosse un Adone. E possiamo affermarlo con cognizione di causa, dal momento che di lui si conservano, tra dipinti e incisioni, non meno di duecentocinquanta ritratti. Era basso, corpulento, effeminato e balbuziente. Era, per giunta, sciatto, irascibile e scostante. Nel ritratto di Rubens (copia d’autore di una tavola attribuita a Quentin Massys), Paracelso mostra la faccia di una massaia rubizza, porta (chissà perché) due cappelli sovrapposti ed esibisce la famosa spada Azoth: ciò che fa venire in mente, piuttosto che un mago-guerriero, un guardiano di harem, accreditando senza volere la voce che fosse castrato. La vita di Paracelso coincide con la carta geografica dell’Europa. Delia Airaghi ha parlato, a ragione, di «follia ambulatoria». Nacque a Einsiedeln. A otto anni accompagnò il padre alchimista a Villach, in Carinzia. Studiò a Lavanthal dai Benedettini. Poi, ma per poco, a Basilea. A Würzburg frequentò Tritemio, che lo iniziò alle opere di Platone, Plotino, Giamblico, Porfirio, al Pimander del Trismegisto e agli altri testi del Corpus Hermeticum, a Pico e ai cabalisti. A Colonia e a Parigi investigò le Nella pagina accanto: David Teniers II (1610-1690) L’alchimista, part. A destra: Pieter Paul Rubens (1577-1640), ritratto di Paracelso, Bruxelles, Museo Reale di Belle Arti proprietà dei metalli. All’università di Montpellier si riaccostò alla Cabala. Scese in Italia e visitò Padova, Bologna e Ferrara. Fu in Spagna e Portogallo. Da Lisbona passò in Inghilterra, dove visitò le miniere di Cumberland e lo Studio di Oxford. Nei Paesi Bassi fu nominato, sul campo, cerusico militare. A Stoccolma una guaritrice gli insegnò, tra gli altri “segreti” medicinali, la formula di un portentoso decotto contro le emorragie. Dalla Svezia passò nel Brandeburgo, e di qui in Boemia e nella 8 Leonardo da Vinci (1452-1519), ritratto di Marsilio Ficino, Milano, Pinacoteca Ambrosiana Moravia, in Lituania, in Polonia, in Valacchia, in Dalmazia e a Venezia. Esercitò la medicina a Strasburgo e a Basilea. Alberto Savinio (Narrate, uomini, la vostra storia) fa dire a Paracelso: «Se Copernico non ci avesse dato la vera forma della Terra, questa forma l’avrei arguita io, dal mio continuo camminare e dal ritrovarmi sempre sui miei passi». Il suo ultimo approdo fu Salisburgo, dove morì il 24 maggio 1541. Due anni dopo furono dati alle stampe il De revolutionibus orbis coelestium del nominato Copernico e il De humani corporis fabrica di Vesalio, che aravano a fondo, e seminavano di piante mai viste, i due campi che Paracelso aveva maggiormente coltivato: l’a- la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 stronomia e la medicina. Il buon Dio si apprestava a perdere la sua funzione governativa, per essere ricondotto all’ufficio super partes di garante: invece di occuparsi del disbrigo degli affari correnti, d’ora in avanti si sarebbe attenuto al nobile ruolo di legislatore iniziale - di estensore, per così dire, della carta costituzionale - e di tutore delle regole immutabili. Paracelso aveva fede negli astri. Dubitare dell’ordine cosmico e della sua influenza sulla storia umana e sui destini personali sarebbe stato come dubitare dell’esistenza di Dio. E tuttavia, al pari di Ficino, diffidava dell’astrologia giudiziaria e respingeva al mittente un determinismo astrale che azzoppasse il libero arbitrio. Gli astri non impongono alcunché; si limitano ad influenzare: «Le stelle non controllano nulla in noi, non formano nulla in noi, non irradiano nulla, non determinano nulla. Esse sono libere, e noi anche» scriveva Paracelso nel Volumen Paramirum. Margherita Hack potrebbe tranquillamente sottoscrivere; Marco Pesatori chissà. D’altro canto Paracelso credeva che il futuro fosse sondabile; che come il medico può pronosticare dai sintomi il decorso di una malattia, così il sapiente può prevedere gli eventi a venire, interpretando i “segni”. Che sono di tre specie: innanzi tutto la disposizione degli astri nella sfera celeste, in cui il divino crittografo ha cifrato la storia dell’umanità; poi gli oracoli; infine le profezie testamentarie. Paracelso era convinto che il mondo avesse un principio e una fine, e che il Giorno dell’Ira fosse dietro l’angolo. A rinfocolare in lui e nei suoi contemporanei i pruriti millenaristici c’era stata la Riforma. Luterani e papisti concordavano su un punto: che con il trauma della Riforma era cominciato il conteggio alla rovescia della lotta finale con l’Anticristo. Al termine della quale, i buoni avrebbero trionfato sui malvagi e sarebbe stato dato fiato alle trombe del Giudizio. La turbolenza dei tempi e i segni celesti (come l’apparizione, nell’agosto del 1531, della cometa di Halley) spazzavano via ogni dubbio residuo. La Profezia per i prossimi ventiquat- aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano tro anni, dettata da Paracelso nel 1536, preannunciava mutamenti epocali. La prima lezione di medicina a Basilea, nel 1527, fu un rogo di libri, attizzato da Paracelso e dai suoi studenti a imitazione di quanto aveva fatto Lutero nove anni prima. Con questo gesto plateale, egli rompeva verticalmente con la Chiesa di Aristotele, Galeno e Avicenna. Alla cultura medica ufficiale Paracelso contrapponeva un approccio empirico, che lo portava a privilegiare le conoscenze popolari su quelle dei dotti: al punto da mettersi alla scuola delle comari e delle streghe. Il metodo di Paracelso è, a suo modo, sperimentale, e la formula “per esperimento” punteggia i suoi scritti di medicina e farmacologia. Charles Webster rileva «un notevole grado di somiglianza tra l’epistemologia di Paracelso e quella 9 dei baconiani». Per altro Paracelso non distingueva affatto tra scienza operativa e magia, e riteneva altrettanto legittimi gli esperimenti chimici e l’individuazione dei principî attivi delle piante e dei minerali quanto la recitazione di scongiuri. Anche in tema di stregoneria convivono in Paracelso vecchio e nuovo. Non c’è da meravigliarsi: la sua adesione al platonismo non lo portò mai a sconfessare le superstizioni popolari. Egli credeva fermamente nel diavolo e nei suoi seguaci. Sospettava tuttavia che le streghe agissero soprattutto sul potere di immaginazione delle loro vittime; che la forza di suggestione facesse più danni dei veri e propri maleficî. Partendo da queste premesse, non aveva nessun imbarazzo a consigliare, come contromisura, rimedi tradizionali: cerimo- Da sinistra: Raffaello Sanzio (1483-1520), Platone e Aristotele e (a destra) Plotino, 1510, particolari dell’Affresco della Scuola di Atene, Città del Vaticano, Palazzi Vaticani 10 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Sopra da sinistra: Niccolò Copernico in un ritratto del 1515; un ritratto di Paracelso; Jan van Calcar (1499 circa–1546/1550), Ritratto di Andrea Vesalio dal suo De humani corporis fabrica, 1543. A fianco da sinistra: Paracelso, Libri duo, prior Theophrasti septem defensiones adversus aemulos suos continet. Posterior de morbis tartareis elegantissime tractat, (Colonia, Peter Horst 1573). Paracelso, Operum Medico-Chimicaorum, (Ginevra, 1605, III voll.) nie, formule magiche, filtri. Una strategia, insomma, che consentisse di combattere le streghe sul loro terreno. Ad armi pari. Paracelso era anche scettico sui patti col demonio. Per lui la strega era fondamentalmente una deviante, non diversamente dal ladro, dall’assassino e dal pazzo. Nei suoi scritti, e in particolare nel De occulta philosophia, è accuratamente descritta quella che potremmo chiamare la “sindrome della strega”: il che permetteva, tra l’altro, di distinguere le fattucchiere d.o.c. dagli isterici, dagli epilettici e dagli idioti. Paracelso coltivò l’ambizioso progetto di creare l’Omuncolo in vitro, e si spinse fino a darne la formula (seme maschile putrefatto per quaranta giorni nella carcassa di un cavallo e alimentato per quaranta settimane con l’«arcano del sangue umano»). Qui - si è detto - casca l’asino. Il buon Paracelso può anche atteggiarsi a moderno uomo di scienza; resta però un patetico relitto del Medioevo. E saremmo d’accordo, se non fosse nata, nel frattempo, una cosa che si chiama ingegneria genetica. *già direttore della Biblioteca Gambalunga di Rimini. Autore di numerosi romanzi, pubblicati presso Adelphi e Mondadori 12 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Del collezionare/2 L’ALTRA METÀ DELLA BIBLIOFILIA Riflessioni sulle donne e i libri MASSIMO GATTA – seconda e ultima parte* iuseppe Fumagalli, nel colophon alla sua edizione privata delle Donne bibliofile italiane, stranamente non cita la prima edizione del 1920 ma solo quelle successive del ‘26 e del ‘27. Scrive a proposito il bibliografo: «Il presente scritto fu pubblicato come introduzione al catalogo di Libri figurati dei Secoli XVIII e XIX ecc. da vendersi all’asta dalla Libreria Antiquaria Ulrico Hoepli di Milano il 22 e 23 marzo 1926; quindi ristampato nell’Almanacco della Donna Italiana, Anno VIII, 1927 (Firenze, R. Bemporad & F.), a pag. 155-165, da dove fu fatta la presente tiratura a parte in soli 100 esemplari non venali». L’edizione privata del ‘26 è, dal punto di vista grafico e tipografico, di grande eleganza e raffinatezza, arricchita sia dalla xilografia di Anichini che dai G Nella pagina accanto: Maurice Quentin de la Tour (1704-1788), Jeanne Antoinette Poisson, Marquise de Pompadour, Parigi, Museo del Louvre. Sopra: frontespizi di Giuseppe Fumagalli, Donne bibliofile italiane, e Massimo Gatta, Le donne e i libri quattro medaglioni. Marino Parenti, il grande bibliografo e bibliofilo, possedeva questa rara plaquette, oggi conservata nel Fondo Parenti della “Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte” di Torino, insieme ai suoi preziosi libri e all’archivio. E’ bene ricordare che la stampa del catalogo Hoepli del 1926 fu curata da Raffaello Bertieri, maestro della tipografia italiana dell’epoca, il quale dirigeva anche la “Scuola del Libro” di Milano. L’edizione Hoepli si avvaleva di scelte grafiche eleganti di Bertieri, ma alquanto personali: dalla 14 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 A lato: frontespizio di Nancy Cunard, hese were the hours (1969) cornice neoclassica rosso mattone della copertina a quella per la Prefazione, fino alle piccole decorazioni rosse utilizzate per suddividere i periodi del testo. Peculiare di Bertieri è poi l’utilizzo di leggeri fregi in nero per circondare i numeri di pagina. Scelte grafiche che non sempre furono apprezzate dai puristi della tipografia. Il tipografo, pur nel solco della grande tradizione italiana, amava sperimentare, stravolgere a volte alcuni canoni ormai consolidati, e applicare le sue personalissime idee grafiche, soprattutto sulla spazialità della pagina, la disposizione dei numeri di pagina e l’ampiezza degli stessi, i capoversi, scelte che contrastavano con lo status quo tipografico dell’epoca. Oggi queste sue scelte ci sembrano forse eleganti e raffinate, ma all’epoca infastidirono alcuni. Il saggio di Fumagalli, ristampato l’ultima volta nel 1993 su «L’Esopo. Rivista internazionale di bibliofilia», è forse l’unico studio italiano espressamente dedicato alla bibliofilia femminile; le utili note al testo, poi, integrano e arricchiscono l’argomento trattato. Qualche breve accenno alla bibliofilia femminile lo troviamo anche nello scritto di Antonio Bandini Buti Le donne bibliofile,1 ma si tratta di brevi considerazioni rispetto all’ampio scritto del Fumagalli. L’assenza di studi italiani sulla bibliofilia femminile risente anche della scarsa considerazione (e dell’ironia) che gli uomini hanno sempre avuto nei confronti del rapporto donna/libro. Lo scrittore Adolfo Padovan, ad esempio, sosteneva in un suo scritto la tesi generale (e pregiudiziale) che le donne fossero nemiche dei libri e riportava il seguente aneddoto: quando si sparse la notizia che il senatore Treccani aveva acquistato per cinque milioni la preziosa Bibbia di Borso d’Este, per donarla allo Stato italiano, una donna disse all’amica «Hai letto? Cinque milioni per un messale! Ma son cose da pazzi…E pensare che con 5 milioni si fanno cinquemila toilettes da mille franchi l’una!».2 Fumagalli, nel riprendere e analizzare questo episodio di Padovan, sostiene con una certa dose di ingenuità che il libro raro sarebbe inviso alle donne per le cure gelose che il bibliografo e il bibliofilo gli prodigherebbero: sarebbe quindi una sorta di gelosia tutta femminile alla base della loro distanza dal libro. A smentire ciò basterebbero molti esempi storici, ma mi piace qui ricordare il più recente: il caso di Alia Muhammad Baker, direttrice della Biblioteca di Bassora, la quale poco prima dell’invasione occidentale del suo Paese, durante la guerra contro Saddam, riuscì da sola a portare in salvo uno ad uno migliaia di volumi della biblioteca, conservandoli prima nella sua abitazione e poi in un vicino ristorante. Del resto già nel ‘600 ci furono letterate con una modernissima coscienza della propria condi- aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 A lato: frontespizio di Belle da Costa Greenes, An illuminated life (1948) zione di esclusione. Una di queste, Modesta Pozzo de’ Zorzi (1555-1592), sposa di Filippo de’ Zorzi, nel suo Il merito delle donne, pubblicato postumo dalla figlia Cecilia (Venezia, Domenico Imberti, 1600), scrisse questi versi: «Se quando nasce una figliola al padre, / la ponesse col figlio a un’opra eguale, / non saria nell’imprese alte e leggiadre / al frate inferior né diseguale, / o la ponesse fra l’armate squadre / seco o a imparar qualch’arte liberale; / ma perché in altri affar viene allevata / per l’educazion poco è stimata». Più vicini a noi sono due testi che trattano, seppur indirettamente, di bibliofilia al femminile, come quello dello scrittore e bibliofilo Hans Tuzzi3 (pseudonimo dello scrittore e studioso Adriano Bon) che, analizzando antichi cataloghi di vendita e bibliografie varie, ha mostrato i ritratti di due famose nobildonne bibliofile: Jeanne-Baptiste d’Albert de Luynes (1670-1736), contessa di Verrua in quanto andata sposa, tredicenne, al nobile piemontese Giuseppe Scaglia, conte di Verrua, ricordata anche da Fumagalli nella sua plaquette e immortalata da Alexandre Dumas padre ne La Dame de Voluptée. Mémoires de M.lle de Luynes, la quale formò una biblioteca ricca di circa 18.000 volumi che nel 1737, a un anno dalla morte, furono dispersi. Di quell’asta famosa resta un raro e ricercato catalogo curato dal libraio e bibliofilo parigino Gabriel Martin. La seconda nobildonna ricordata da Tuzzi è Jeanne-Antoinette Poisson, marchesa di Pompadour (1721-1764). Segnalo poi anche un documentato studio di Maria Grazia Ceccarelli,4 stranamente non ricordato da Tuzzi, che cita il catalogo di vendita della piccola biblioteca di Madame de Crevecoeur (1500 volumi circa), stampato sempre a Parigi nel 1757 e curato anch’esso dal li- braio Martin. In Francia, all’opposto dell’Italia (come gli esempi ampiamente dimostrano) esiste una lunga tradizione di scritti dedicati alla bibliofilia femminile. Cito solo quattro esempi abbastanza noti: il saggio di Quentin Bauchart in due volumi,5 quello dello scrittore e bibliofilo Octave Uzanne, stampato in 1065 esemplari numerati,6 il volume di Gustave Brunet,7 nel quale vengono ricordate molte famose nobildonne bibliofile francesi dei secoli passati, unitamente a brevi cenni sulle loro collezioni librarie, e infine un saggio di Albert Cim.8 Si ricorda anche un contributo di Joannis Guigard,9 dove l’autore riporta casi di alcune nobildonne di Casa Savoia, spose di potentati stranieri e appassionate di libri, come Maria Adelaide sposa nel 1696 di Luigi di Borgogna, Maria Giuseppina moglie di Luigi XVIII, Maria Teresa moglie di Carlo X; infine uno studio di Frances Ha- Un mondo di divertimento. er tiimento. gruppopreziosi.it gr uppo opreziosi.it TTutti utti i diritti diritti sono riservati riser vati ai rispettivi rispettivi proprietari. prop prietari. look! Color your 18 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Sopra, da sinistra: frontespizi di Belinda Starling, La rilegatrice dei libri proibiti (2009) e di Anne Delaflotte Mehdevi, La rilegatrice del fiume (2010) mill nel quale viene affrontato il contributo femminile in campo tipografico, librario e collezionistico negli anni antecedenti l’Ottocento.10 Di recente, sempre in Francia, è stato pubblicato un articolo di Bertrand Galimard Flavigny dedicato a Nathalie de Waresquiel, membro dell’esclusiva società femminile di bibliofilia “Cent Une”,11 presieduta da Delphine Reille. L’Associazione fu creata negli anni ’20 dalla principessa Schakowskoy per consentire alle donne di diventare editrici in proprio dei loro libri d’arte. Ciò scosse e turbò non poco il chiuso ed esclusivo mondo bibliofilo maschile, da sempre geloso della propria secolare tradizione. Anche il nome dato alla società rispecchia il desiderio di tradurre al femminile una prerogativa lessicale tipicamente maschile. Come ha infatti chiarito la de Waresquiel: «Cent est masculin, tandis que Cent-un peut être mis au féminen». Le Cent Une pubblicano un volume ogni due anni, scegliendo autore, testo e illustratore nella periodica assemblea dei soci che si tiene a Parigi alla Bibliothèque de l’Arsenal. In genere vengono preferiti, per le illustrazioni, artisti non ancora famosi in modo da aiutarli a farsi conoscere e apprezzare attraverso i libri che illustreranno. Gli artisti prescelti sottopongono ai soci una serie di tavole, quelle ritenute non adatte al libro da pubblicare vengono vendute a aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 parte all’asta, tra i membri della Cent Une, presso la Bibliothèque de l’Arsenal. Una ulteriore segnalazione bibliografica riguarda il mondo della tipografia femminile, altrettanto sconosciuta di quello della bibliofilia. L’Università degli Studi di Bologna ha organizzato dall’8 marzo al 19 maggio 2003 un’interessante mostra curata da Biancastella Antonino, con testi in catalogo di Rosaria Campioni, Rita Giordano, Maria Gioia Tavoni e della stessa Antonino.12 Nel Novecento, sempre in ambito culturale francese e anglosassone, risaltano le esperienze tipografico-editoriali di due famose scrittrici: Nancy Cunard e Virginia Woolf. La prima, tra il 1928 e il 1931, impiantò prima a Reanville e poi a Parigi la sua stamperia privata The Hours Press, alla quale collaborò anche il poeta cileno Pablo Neruda. La Cunard ha lasciato memoria scritta di quella sua avventura tra i piombi,13 e della tipografa sui generis che fu si è di recente occupata anche Anna Maria Palombi Cataldi.14 Più conosciuta è invece l’avventura tipografico-editoriale dei coniugi Woolf, Virginia e Leonard. La loro The Hogarth Press fu fondata nel 1917 e pubblicò, fino alla fine del 1946, ben 525 titoli. Una bella mostra, curata da Alessandra Bocchetti e Nadia Fusini, dal titolo The Hogarth Press. L’avventura di Leonard e Virginia Woolf ospitata nel novembre del 1993 presso il Centro Culturale Virginia Woolf di Roma, ha documentato una parte di quell’ampia produzione editoriale, realizzando anche un utile catalogo curato da Luisa Gentile e Silvia Wagner e col testo di Nadia Fusini, I Libri dei Lupi. Al catalogo veniva allegata la trascrizione di una lunga conversazione con George (Dadie) Rylands, raccolta a Cambridge il 9 ottobre del 1993 dalle curatrici della mostra romana e da Tony Tanner e Glauca Leoni, nella quale si ricordavano gli anni di Bloomsbury e appunto la nascita della Hogarth Press. Rylands era all’epo- Sopra, frontespizio di Giulia Mafai, La ragazza con il violino (2013) ca «(…) uno dei giovani e promettenti studiosi e artisti che si avvicendavano nell’avventurosa storia della Hogarth Press», come ha scritto la Fusini. Anche la rivista «Charta» si è occupata qualche anno fa delle edizioni dei Woolf con un documentato articolo di Laura De Masi.15 Chi però volesse saperne di più dovrebbe sicuramente consultare le prime due edizioni dell’ormai classica bibliografia di J. Howard Woolmar,16 oltre che il simpatico e ironico memoir sull’esperienza presso la Hogarth Press, scritto da Richard Kennedy.17 Figure di stampatrici sono presenti in alcune 20 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Da sinistra: Robert Lefèvre (1755–1830), Ritratto di Luigi XVIII (1822) Reggia di Versailles; François Boucher (1703–1770), Ritratto di Madame de Pompadour, (circa 1750-1758), Reggia di Versailles private presses del Novecento, come la “Dun Emer Press” di Dundrum (Irlanda, 1903) dove lavoravano Elisabeth Corbet Yeats (sorella del celebre poeta William Butler) in qualità di stampatrice, Beatrice Cassidy in qualità di inchiostratrice e Esther Ryan in qualità di correttrice di bozze; altri esempi sono quelli di Jan Elsted della “Barbarian Press” (1997) e Diana Thomas della “Poolside Press” (1979).18 In Italia, invece, negli stessi anni si ricorda la figura di Giuliana Maestri, stampatrice e compagna del grande tipografo milanese Luigi Maestri, alla quale lo scrittore, libraio antiquario e bibliofilo Alberto Vigevani dedicò un ricordo alcuni anni fa;19 scrive, al riguardo Vigevani: «Giuliana Maestri, tipografa, come nel Rinascimento furono le suore del convento di Ripoli, a Firenze, ed Elisabetta Rusconi, a Venezia, e, più tardi, nel Veneto, le “tutele” o le “vergini” dei vari ‘luoghi’ condotti da suore».20 Il convento domenicano di San Jacopo a Ripoli, ricordato dallo scrittore, con la stamperia nella quale lavoravano appunto suore compositrici-tipografe (Impressum Florentiae apud sanctum Jacobum de Ripoli), sotto la direzione del padre economo Domenico da Pistoia e del padre confessore Pietro da Pisa producendo circa un centinaio di opere, è uno dei simboli maggiori dell’impegno femminile in campo tipografico.21 Questa tradizione tipografica rinascimentale tutta al femminile, che ha ricevuto maggiore attenzione critica per l’area francese, in Italia prosegue nei secoli successivi con gli esempi di Margherita Dall’Aglio, vedova di Giambattista Bodoni, la quale pubblica nel 1818, dopo la morte di Bodoni, il celebre Manuale tipografico comprendente molti caratteri in più rispetto a quello edito dal marito nel 1788; la vedova di Giovanni Pomba (madre di Giuseppe) e la vedova di Anton Fortunato Stella (madre di Giacomo).22 In altri Paesi europei, tra ‘500 e ‘700, altre donne tipografe si adoperano per stampare volumi di grande interesse tipografico: si ricordano i nomi di Girolama Cartolari che nel Cinquecento stampa “In Roma, per madonna Gi- 22 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 A lato: frontespizio di Robert Kennedy, Io avevo paura di Virginia Woolf (2009) rolama de’ Cartolari perugina” L’Abbecedario, ovvero varie sorti di caratteri di Giovanni Battista Palatino, un importante trattato di scrittura; quindi la vedova dello stampatore Esteban de Najera la quale, nel 1559, impresse a Saragozza (en casa de la viuda de Estevan de Nagera) un altro trattato di scrittura, quello di Juan de Yciar, Libro subtilissimo por el qual se enseña a escrivir y contar ferfectamente. Infine a Parigi, nel 1796, la vedova di Tilliard imprime un celebre trattato di tipografia il Traitè elementare de l’imprimerie, del libraio Antoine Francois Mormoro, un testo di fondamentale importanza per il giovane tedesco Hans Mardersteig, che si appropriava lentamente in quegli anni delle basilari regole della tipografia, per poi diventare il più grande stampatore al torchio del Novecento con la sua “Officina Bodoni” (prima a Montagnola di Lugano quindi a Verona). Come si vede molte “vedove di”, la cui identità (e notorietà) resta sconosciuta e comunque è sempre associata al nome NOTE 1 Cfr. ANTONIO BANDINI BUTI, Manuale di bibliofilia, Milano, Mursia, 1971, pp. 139-143. 2 ADOLFO PADOVAN, Due nemici? Il libro raro e la donna, in ID., Libro del Buon Umore, Milano, Ceschina, 1931, II ediz. L’aneddoto di Padovan è riportato anche in GIUSEPPE FUMAGALLI, Aneddoti bibliografici, Roma, A.F. Formìggini, 1933, n.42, pp. 52-54. 3 HANS TUZZI, Gli strumenti del bibliofilo, Milano, Sylvestre Bonnard, 2003, pp. 151-152. 4 MARIA GRAZIA CECCARELLI, Vocis et animarum pinacothecae. Cataloghi di bi- blioteche private dei secoli XVII-XVIII nei Fondi dell’Angelica, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1990. 5 QUENTIN BAUCHART, Les Femmes bibliophiles de France, Paris, Librairie Damascène Morgand, 1886. 6 OCTAVE UZANNE, Les femmes bibliophiles, in ID., Les Zigzags d’un curieux. Causéries sur l’art des livres et la literature d’art, Paris, Maison Quantin, 1888, pp. 29-54. 7 GUSTAVE BRUNET, Etudes sur la réliure des livres et sur les collections de bibliophiles célèbres, cit. 8 ALBERT CIM, Les Femme et les Livres, Paris, Ancienne Librairie Fontemoing, E. De Boccard Ed., 1919. 9 JOANNIS GUIGARD, Nouvel Armorial du Bibliophile, Paris, Rondeau, 1890, v. II, pp. 85-210. 10 FRANCES HAMLL, Some unconventional women before 1800 : printers, booksellers and collectors, «Papers of the Bibliographical Society of America», 1955. 11 BERTRAND GALIMARD FLAVIGNY, Nathalie de Waresquiel: les «Cent Une» d’abord, «Le Magazine du Bibliophile et de l’amateur de manuscrits & autographes», 2002, 14, pp. 26-28. 12 Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX Secolo, Bologna, Università degli Studi-Biblioteca Universitaria, Tipografia Negri, 2003, con aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano del marito.23 L’attenzione al mondo bibliofilo e tipografico femminile dimostra la grande attualità del saggio di Giuseppe Fumagalli, scritto in un’epoca in cui ben pochi si sarebbero preoccupati con altrettanta passione bibliografica di questo particolare aspetto del complesso mondo femminile, segnale inequivocabile della sua modernità e freschezza. Un aureo librino del poeta-libraio Roberto Roversi, Spaventoso rombo e notturna devastazione nella grande città di Parigi 1808,24 fa riflettere inoltre sul perché ci siano stati, nella storia, di gran lunga più bibliofili che bibliofile. In esso, infatti, si raccontano le gesta di uno dei grandi bibliofolli della Parigi di fine Ottocento, il notaio AntonieMarie Henri Boulard e della di lui moglie che, sospettando esserci un’amante tra di loro, considerate le continue assenze da casa del consorte (che, pover’uomo, altro che talamo femminile: le sue uscite erano indirizzate unicamente sui lungosenna dei bouquinistes dove, a metri cubi, amava acquistare ogni possibile lacerto cartaceo, fino ad ampia bibliografia. 13 NANCY CUNARD, These were The Hours. Memories of My Hours Press, Reanville and Paris 1928-1931, foreword by HUGH FORD, Carbondale and Edwardsville, Southern Illinois University Press, Feffer & Simons, 1969. 14 ANNA MARIA PALOMBI CATALDI, L’attività editoriale di Nancy Cunard, «L’Esopo», marzo-giugno 2004, 97-98, pp.1746. 15 LAURA DE MASI, Libertà di stampa, libertà di parola. Virginia Woolf la scrittrice tipografa, «Charta», luglio-agosto 1994, 11, pp. 38-41. 16 J. HOWARD WOOLMAR, A Cecklist of 23 aver formato una spaventosa biblioteca ricca di centinaia di migliaia di volumi, ospitati in diversi appartamenti e la cui vendita all’asta, all’indomani della morte, durò diversi mesi), gli mise alle calcagna un investigatore privato. Non sappiamo se la donna fu più felice di conoscere la verità di quelle assenze maritali, o avesse preferito doversela vedere, in uno scontro frontale, con le ben meno potenti arti femminili, rispetto al potere assoluto e maniacale che la carta aveva sul marito. Il racconto, ripreso più volte nella letteratura bibliofila non si esprime oltre (fino a diventare oggetto di una vera e propria indagine psico-medica ad opera di G.B.F. Descuret, che nel suo La medicina delle passioni ovvero Le passioni considerate relativamente alle malattie, alle leggi e alla religione, 25 che ricordo nella bella seconda edizione napoletana edita da Giosué Rondinella nel 1860, tradotta da Tanzini, dedicava alla vicenda di Boulard l’intero capitolo XIX, Mania delle collezioni). Partendo dal povero notaio Boulard sarebbe auspicabile possibile una controstoria della bibliofi- The Hogarth Press 1917-1946, London, Hogarth Press, 1976, seconda ediz. aggiornata e aumentata, 1986. 17 Cfr. RICHARD KENNEDY, Io avevo paura di Virginia Woolf. Un ragazzo alla Hogarth Press, Parma, Guanda, 2009. 18 Le foto che ritraggono queste donne tipografe al lavoro sono riportate in RICHARD-GABRIEL RUMMONDS, Printing on the Iron Handpress, London, The British Library and New Castle, Oak Knoll Books, 1998, p. 18, 352, 362. 19 Il Bibliofilo [ALBERTO VIGEVANI], Una signora in tipografia, «Millelibri», gennaio 1990, 26, p. 89, ristampato col titolo Una signora in tipografia e un gentleman all’inglese, «L’Esopo», maggio 1990, n.45, pp. 71-72, ma anche in Luigi Maestri. Mezzo secolo di arte tipografica, presentazione di ATTILIO ROSSI e GUIDO BALLO, Milano, Luigi Maestri, 1992, pp. 108-109 [catalogo della mostra], infine in ALBERTO VIGEVANI, La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo, Palermo, Sellerio, 2000, pp.181182. 20 ALBERTO VIGEVANI, La febbre dei libri, cit., p. 181. L’Elisabetta Rusconi, citata da Vigevani, apparteneva ad una famiglia di tipografi di origine milanese. 21 Sull’attività tipografica delle suore di Ripoli rimando a PIETRO BOLOGNA, La stamperia fiorentina del Monastero di S. 24 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 lia, costruita cioè a partire dalle testimonianze delle mogli, sorelle,26 amiche, amanti di bibliofili e bibliofolli, di volta in volta vittime e insieme carnefici dei loro compagni; e chissà cosa ne verrebbe fuori. Mogli di volta in volta comprensive, impazienti, indifferenti, gelose, irritate, assassine, perfide, leggiadre, complici, rispetto alla mania cartofila dei mariti e compagni. Come la moglie del giornalista e scrittore Marcello Veneziani che, per pura diabolica vendetta, gli bruciò parte dell’ampia biblioteca, episodio drammatico da lui stesso raccontato in Aiuto, mia moglie mi brucia i libri.27 E non di moglie, bensì di cugina trattasi (ma cambiando i fattori il risultato non si modifica) in quel piccolo gioiello letterario, L’eredità Sigismond. Lotte omeriche di un vero bibliofolle, di Octave Uzanne, che Pino di Branco ha dissepolto dalla polvere del tempo nel quale giaceva, pubblican- Jacopo a Ripoli e le sue edizioni, «Giornale storico della letteratura italiana», 18921893, EMILIA NESI, Il diario della stamperia di Ripoli, Firenze, Bernardo Seeber, 1903, MELISSA CONWAY, The Diario of the printing press of San Jacopo di Ripoli, 14761484: commentary and trascription, Firenze, Leo S. Olschki, 1999, ROBERTO RIDOLFI, La stampa in Firenze nel secolo XV, Firenze, Leo S. Olschki, 1958, NELLO VIAN, Monache in tipografia, in ID., Il leone nello scrittoio. Aneddoti e curiosità letterarie, cit., pp. 4950; G. PIERATTINI, Suor Fiammetta Frescobaldi cronista del monastero domenicano Sant’Iacopo a Ripoli in Firenze (15231586), «Memorie Domenicane», LVI, 1939, pp.101-116, DENNIS E. RHODES, Gli annali tipografici fiorentini del XV secolo, prefazione di ROBERTO RIDOLFI, Firenze, Leo S. Olschki, 1988, con in Appendice Libri stam- dolo di recente in italiano ne La fine dei libri;28 ma ne esiste ovviamente anche un’edizione per bibliofili e bibliofile, curata dal libraio antiquario Giuseppe Zanasi in 300 copie numerate, con una tavola doppia a colori di Roberto Innocenti e la presentazione di Carlo Ferrero.29 Per chi non abbia letto il racconto di questo raffinatissimo scrittore di Auxerre (1852-1931),30 da noi ancora semisconosciuto, tralascerò di farne il riassunto per invogliarvi a leggerlo. In esso si tocca con mano dove può arrivare la vendetta femminile dell’adorabile e perfida Eleonora Stefania Pulcheria Sigismond, una vendetta servita fredda, come si deve, in nome di tutte le donne tralasciate e abbandonate, per colpa dei libri, ovviamente, nei confronti del povero bibliofilo benché defunto, quando la si sfidi sul terreno della vanità e dell’orgoglio. E come dimenticare l’adorabile baronessa Elodia Pandarese dei duchi di Fiumecàlido, bibliofila eroina della celebre reverie bibliofilo-gastrono- pati dalla stamperia di S. Jacopo a Ripoli, DENNIS E. RHODES (a cura di), La stampa a Firenze 1471-1550. Omaggio a Roberto Ridolfi, Firenze, Leo S. Olschki, 1984 [catalogo della mostra], GIUSEPPE OTTINO Stamperia di Ripoli (1476-86), in ID., Di Bernardo Cennini e dell’arte della stampa in Firenze nei primi cento anni dall’invenzione di essa. Sommario storico con documenti inediti, Firenze, Tip. Galileiana di M. Cellini, 1871, pp. 45-48. Vedi anche Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX secolo, cit., p. 18. Più in generale FRANCESCO NOVATI, Donne tipografe nel Cinquecento, «Il libro e la stampa», 1907, I; VITTORIO ROSSI, Altre donne tipografe nel Cinquecento, «Il libro e la stampa», 1907, I; TAMMARO DE MARINIS, Donne tipografe nel Cinquecento: Giroloma dè Cartolari, «Il libro e la stampa», 1909. La Cartolari, vedova di Baldassarre Cartolari, sottoscrisse dal 1543 al 1559 un centinaio di edizioni. In altre città operavano altrettante tipografe, come Paola Blado, vedova di Antonio, stampatore camerale che, insieme al genero Osmarino e al figlio Paolo, condusse l’azienda dal 1567 fino al 1588. A Napoli operò invece Caterina De Silvestro, vedova di Sigismund Mayr, la quale guidò la tipografia dal 1517 al 1525, quando si sposò col tipografo Evangelista da Pavia, vedi ROSARIA CAMPIONI, Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX secolo, cit., p. 6. Segnalo infine l’interessante PAOLA DI PIETRO, La biblioteca di una letterata modenese del Cinquecento, Tarquinia Molza, s.n.t. (ma anni ’50). 22 ROSARIA CAMPIONI, Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX secolo, cit., p. 6. aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 A lato: catalogo della Libreria Prandi (Reggio Emilia), n. 132 mica di Gino Doria, che da par suo ne scrisse nel lontano 1944 in una Napoli ancora distrutta dalla guerra. Il suo racconto, Sogno di un bibliofilo,31 con al centro appunto la baronessa Elodia e la sua straordinaria e incomparabile biblioteca, zia del protagonista (lo stesso Doria insieme all’inseparabile amico, il libraio-editore Riccardo Ricciardi) è uno dei piccoli capolavori della letteratura bibliofila italiana del primo Novecento. Peccato che alla fine l’avventura con la zia bibliofila e la sua straordinaria biblioteca in vendita si risolva in un gran bel sogno, dal quale Doria viene bruscamente risvegliato dalle fiamme del caminetto, nel quale inavvertitamente era scivolato il catalogo del libraio Dura di Napoli, lettura abituale di ogni bibliofilo che si rispetti, e che prima di addormentarsi stava beatamente compulsando. 23 EAD., Dai Fondi della Biblioteca Universitaria “Donne tipografe” tra XV e XIX secolo, cit., p. 5. Per l’elenco di queste “vedove di” si rimanda a AXEL ERDMANN, My gracious silence. Women in the mirror of 16th century printing in Western Europe, Luzern, Gilhofer & Ranschburg, 1999, pp. 245-259. 24 Edizioni Zanetto, 1998. 25 Paris, Béchet et Labé 1841. 26 Cfr. La sorella del bibliofilo, in Amor librorum e curiosità bibliografiche nelle riviste italiane degli anni 20’, a cura di MARIO SCOGNAMIGLIO, “Almanacco del Bibliofilo”, n. 4, Milano, Rovello, febbraio 1994, pp. 225-226. 27 Pubblicato su “Libero”, 17 marzo 2005. 28 Milano, La Vita Felice, 2009. 29 Bologna, Edizioni Il fenicottero, 2000. In SBN risulta localizzata una copia nella sola Biblioteca Europea di Informazione e Cultura di Milano, non ancora accessibile al pubblico. 30 Cfr. SANTO ALLIGO, Il meraviglioso Octave Uzanne, “Il Sole 24 Ore-Domenica da collezione”, n. 5, 6 gennaio 2013, p. 35. 31 Pubblicato in prima edizione su “Aretusa”, a. I, n. 3, Napoli, Gaspare Casella, 1944, pp. 107-123, ristampato lo stesso anno come opuscolo autonomo. Segnalo la recente, ottima ristampa del racconto con saggi critici di F. Niutta, A. Fratta e G. Pugliese Carratelli, Napoli, Bibliopolis, 2005. 32 Per la bibliografia italiana di questo romanzo rimando a ALDO LO PRESTI, Il Delitto di Silvestro Bonnard. Bibliografia italiana illustrata, Orvieto-Roma, Edizioni Spine, 2012, stampato in 15 esemplari nu- merati fuori commercio. 33 Cfr. HEIDI ARDIZZONE, An Illuminated Life. Belle da Costa Greene’s Journey from Prejudice to Privilege, New York-London, Norton & Co., 2007; vedi anche Belle da Costa Greene in Louis Auchincloss, J. P. Morgan. The Financier as Collector, New York, Harry N. Abrams Publishers, 1990, pp. 18-21 e infine Cristina De Stefano, I segreti di Belle, “Elle”, 2007, pp. 381-382. La leggendaria bibliotecaria di Morgan figura anche nel romanzo di Paola Calvetti, Noi due come un romanzo, Milano, Mondadori, 2009, pp. 119-120. 34 Cfr. HANS TUZZI, Morte di un magnate americano, Milano, Skira, 2013 [NarrativaSkira] e Id., J P Morgan il Magnifico, “Il Sole 24 Ore-Domenica da collezione”, 10 febbraio 2013, p. 40. 35 Cfr. ID., , cit., pp. 154-158 [156]. 26 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 tolo, e nel quale può incorrere ogni bibliofolle benché animato dalle migliori intenzioni: nascondere, cioè, in fondo all’armadio qualche raro volume della propria biblioteca, in modo da sottrarlo alla vendita alla quale pur si era ridotto per poter offrire alla giovane una dote adeguata. L’altra figura è quella straordinaria di Belle da Costa Greene, per 40 anni bibliotecaria privata, bibliofila raffinata ed elegante (“Se sono una bibliotecaria non vuol dire che devo vestirmi come una bibliotecaria” disse di sé) e procacciatrice di tesori librari per il magnate e bibliofilo John Pierpont Morgan, fondatore dell’attuale Pierpont Morgan Library di New York, tesori che acquistava per suo conto nelle aste di mezzo mondo. La Greene fu anche amante di Bernard Berenson e angelo custode, a New York, dei tesori milionari del grande banchiere. Ad essa è stata di recente dedicata una sontuosa e illuminante biografia,33 così come al suo mèntore, la cui morte avvenne a Roma il 31 marzo del 1913.34 Morgan ebbe, tra altri meriti, anche quello di aver messo a capo delle sue raccolte bibliografiche una donna come Belle da Costa Greene, che forse nascondeva il mistero di una origine afroamericana35. Belle da Costa Greene (1883-1950) in un ritratto d’epoca A ben vedere, però, figure di donna che riscattino il povero bibliomane esistono, e non solo in letteratura. Una è l’adorabile, giovane e leggiadra Jeanne Alexandre, pupilla dell’accademico Sylvestre Bonnard, nell’omonimo romanzo capolavoro di Anatole France, considerata, a ragione, la “Bibbia dei bibliofili”;32 e pazienza se poi nel finale il protagonista si macchia del “delitto” del ti- Belle da Costa Greene rappresenta forse l’archetipo di quell’altra metà della bibliofilia moderna che sempre più spesso si tende a sottovalutare trascurandone il valore, l’importanza e il duro lavoro. Ma un discorso serio e documentato sulla bibliofilia, ormai necessario, crediamo debba e possa ripartire proprio da questa assenza, da questa mancanza, affrontando finalmente in maniera organica l’universo bibliofilo femminile, che forse nulla ha da invidiare a quello maschile. *La prima parte di questo saggio è stata pubblicata nel numero 3, marzo 2013 Mindshare Italia Assago (MI) Viale del Mulino, 4 Roma Via C.Colombo, 163 Verona Via Leoncino, 16 +39 02480541 +39 06518391 +39 0458057211 www.mindshare.it www.mindshareworld.com 28 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 Il libro sconosciuto SEICENTO MISTERIOSO: IL PROPRINOMIO Una enciclopedia barocca. Viaggio alla ricerca dei nomi NANDO CECINI ra i libri antichi, a un primo sguardo, molti sembrano datati, inutili, senza interesse. Non è così; habenet sua fata libelli. Pensavo a queste cose sfogliando un piccolo testo enciclopedico del seicento dal fantasioso nome: Il / Proprinomio / Historioco /Geografico / e Poetico; / in cui per ordine d’Alfabeto si pongono quei nomi Propri per / qualche singolarità più memorabili, che nell’Historia, nella/Geografia, et nelle Faule de’ Poeti registrati si ritrovino…, stampato a Venezia in seconda edizione nel 1676 da Domenico Miloco. La prima è del 1643; per confermare il successo editoriale se ne riscontra una nel 1713. Tutt’ora appare, non molto frequentemente, in cataloghi ed aste antiquarie. Il testo è adespoto, ma l’autore è il cremonese Barezzo Barezzi, un personaggio dalle molteplici attività. Ignorato dalle principali storie della Lette- T Nella pagina accanto: Francesco Hayez (1791-1882) Aristotele, (1811), Venezia, Galleria dell’Accademia. Sopra: frontespizio, Barezzo Barezzi, il Proprinomio, Domenico Miloco, Venezia 1676 ratura Italiana, trova spazio nella bibliografia locale; vedi la Cremona liberata (1741) di Francesco Arisi, più recentemente la monografia di E. Aragona (1961) e l’esauriente voce anonima del grande Dizionario Biografico degli Italiani della Fondazione Treccani. Il Barezzi nasce a Cremona verso il 1560 e muore a Venezia a Venezia nel 1643, lo stesso anno della pubblicazione del Proprinomio, forse la sua ultima fatica. Esordisce nell’editoria a Venezia intorno al 1578 come apprendista nella tipografia di Francesco Ziletti. Più tardi nel 1591, inizia un’attività in proprio pubblicando, tra altri titoli la Storia del Reame di Napoli dello scrittore pesarese Pandolfo Collenuccio, aggiornata l’anno successivo dall’erudito napoletano Tommaso Costo. Il Barezzi, con alterne fortune, fu un editore più attento alla richiesta del mercato che non alla qualità dell’editing o della stampa con carta comune e caratteri sciupati come si riscontra anche nel Proprinomio. Si direbbe un’editoria economica con carta riciclata. Nel contesto delle mode seicentesche tese alla ricerca del “maraviglioso” e dello stu- 30 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Da sinistra: Donato Bramante, in un disegno del XVI secolo; Pandolfo Collenuccio in un’incisione del 1610 pefacente, il Barezzi trova un posto come traduttore di alcuni romanzi picareschi spagnoli; una vera novità per il mercato librario veneziano. Il titolo più fortunato fu il Lazarillo de Tormes (1622), anche se uscì con un’edizione linguisticamente scorretta e appesantita da arbitrari commenti moralistico di sapore controriformista. Se l’intuizione di pubblicare traduzioni di romanzi spagnoli risultò positiva per l’attività tipografica, lo fu meno per l’impatto culturale. Nella recente Storia della Letteratura Italiana, diretta da Enrico Malato, lo studioso Quinto Marini afferma che i romanzi picareschi spagnoli, senza però citare l’attività del Barezzi, ebbero un’incidenza limitata a singoli casi, forse alludendo al Lazarillo de Tormes, tuttora considerato un classico. In genere la critica privilegia l’attività del Barezzi editore e traduttore dallo spagnolo, piuttosto che i suoi scritti originali, limitati, per altro, a pochi scritti occasionali o a ricerche storiche sugli ordini francescani. Merita invece una certa attenzione il Proprinomio, ennesima “macchina retorica” della letteratura seicentesca, oggi in via di maggiori riguardi. Anche questo volume rientra nei progetti del Barezzi sempre attento a soddisfare le richieste del mercato, scrive infatti ne “L’Autore a chi legge”: «Quanto per proprio istinto tende la nostra naturalezza al desiderio di sapere, tanto più si rendono all’intelletto gustosi quei libri; ne’ quali più molteplici si pongono gli motivi della cognitione, Quindi io, che ho sempre procurato (o Benigno Lettore ) di darti in questa parte quella maggior soddisfazione, che m’è stata possibile, havendo con diligenza raccolto dall’Historia della Geografia e della Poesia tutto ciò che più notabile m’è paruto, n’ho compo- aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 Da sinistra: busto di Platone, Roma, Musei Capitolini; Raffaello Sanzio, Autoritratto, (1509), Firenze, Galleria degli Uffizi sto l’Opera presente». In 480 pagine si elencano 6000 lemmi da Abdon «undecimo Giudice degli Hebrei» a Zoroastro «tenuto da alcuni Cham, figlio di Noè». Il Barezzi si rivela appieno un poligrafo del consumo librario, tipico nella Babele della carta stampata nel Seicento. Certo è inutile cercare un rigore scientifico improbabile. Ogni voce risponde ad una ricerca approssimativa, tesa comunque, a rivalutare come linea di fondo, il prevalere del sapere classico sull’attualità del presente. L’eterna “querelle” polemica tra antico e moderno, rappresentata a mezzo il Seicento dagli Hoggidiani. Va anche notato un’evidente disparità nella redazione delle singole voci; ad Aristotele sono riservate due righe, oltre trenta a Platone. Per le città italiane sorprendono le 50 righe per Napoli, le 40 di Milano, le 30 di Venezia, per Roma solo 10 righe. Altrettanto dicasi della disparità anomala tra le 13 righe dell’Europa e le oltre due pagine e mezza della Spagna, al centro degli interessi culturali dell’autore. Tra i venti toponimi della geografia delle Marche a Macerata due righe, ad Aqualagna, piccolo centro periferico della provincia di Pesaro-Urbino, ben dieci righe. Altrettanto dicasi per gli artisti; primo Raffaello con 18 righe, ma Bramante solo due. Come dire, un libro inutile. Forse no; certo riservato a una categoria di flaneur della letteratura, curiosi e attenti alla scoperta di sapori antichi, come per una cena raffinata, questa volta però riservata allo spirito. aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO L E M O S T R E – L O S C A F FA L E – L’ E D I T O R E D E L M E S E LA MOSTRA /1 I GRANDI CAPOLAVORI DEL CORALLO In mostra a Catania, presso la Fondazione Puglisi Cosentino, i più preziosi manufatti siciliani in corallo a cura di gianluca montinaro a mostra I grandi capolavori del corallo, proposta a Palazzo Valle dalla Fondazione Puglisi Cosentino con il contributo della Fondazione Roma Mediterraneo, riunisce i capolavori assoluti dell’antica arte del corallo in Sicilia, luogo dove realizzazione di questi meravigliosi manufatti raggiunse l’apice della bellezza e della maestria artistico L artigianale. I nuclei principali delle opere in mostra testimoniano la ricchezza e la qualità di alcune collezioni fondamentali del settore, quelle della Banca di Novara, del Museo Pepoli di Trapani (destinato ad ospitare l’esposizione, in seconda tappa, dal 18 maggio al 30 giugno), della Fondazione Whitaker, e del Museo Diocesano di Monreale, altre raccolte pubbliche accanto a pezzi singoli, tesori di collezionisti privati italiani e stranieri. «Certamente è la più importante esposizione sino ad oggi allestita su questo interessantissimo tema. Testimonia un artigianato artistico di altissimo livello», dichiara Alfio Puglisi Cosentino. Intorno al rosso prodotto della secrezione di carbonato di calcio di un polipaio composto dall’assembramento di esseri viventi che si sviluppano sul fondo del mare, a A sinistra: Maestranze trapanesi, Acquasantiera, acq. Zaccarelli, cm 15,8 x 8,7 A destra: Maestraze trapanesi, Ostensorio, prima metà sec. XVII, rame dorato, corallo, smalti, cm 48 x 32 I GRANDI CAPOLAVORI DEL CORALLO. I CORALLI DI TRAPANI DEL XVII E XVIII SECOLO CATANIA, FONDAZIONE PUGLISI COSENTINO Dal 3 marzo al 5 maggio DA MARTEDÌ A DOMENICA, ORE 10-13 e 16-20 CHIUSO IL LUNEDÌ INGRESSO GRATUITO TRAPANI, MUSEO PEPOLI Dal 18 maggio al 30 giugno Catalogo pubblicato da Silvana Editoriale 34 profondità talvolta non elevate e in colonie molto numerose, sono fiorite e si sono radicate infinite credenze, dovute alla doppia natura del corallo quale specie vivente e oggetto prezioso carico di valenze apotropaiche. Questa convergenza di interessi ha contribuito alla vera e propria “corsa al corallo” che ha rischiato di far scomparire le colonie più raggiungibili, oggi attentamente regolamentate e salvaguardate nelle aree marine protette e talvolta coltivate in appositi vivai subacquei. Secondo la mitologia i coralli si formarono quando il sangue che sgorgava dalla testa recisa della Medusa venne a contatto con l’aria e si solidificò. La loro forma ha suggerito il simbolismo dell’Albero, inteso come origine e asse del mondo e collegamento tra i diversi mondi, unione dei tre generi della natura, l’animale, il minerale e il vegetale, e la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Orafo trapanese, Pendente con San Giovanni Battista, oro, corallo, smalti, perla. Prima metà sec. XVII (ante 1647), cm. 11 x 6,2 della vita, simboleggiata dal rosso sangue. A colpire l’immaginario erano il colore, la forma e la misteriosa capacità di indurirsi al contatto con l’aria. In medicina, tritato, veniva considerato una panacea per le emorragie e le anomalie del ciclo mestruale e un coagulante per ferite, ulcere e cicatrici. Ma soprattutto sapeva preservare i neonati dai pericoli del fulmine e dalla morte improvvisa. I suoi rametti posti a forma di croce ne facevano una barriera contro Satana, i demoni e gli influssi malvagi. Anche per questo lo si donava in occasione dei battesimi. La sua polvere favoriva la dentizione, allontanava ogni malessere e persino le crisi epilettiche. E, negli adulti, aiutava vitalità e potenza generatrice. Ma il corallo era soprattutto simbolo della bellezza e perfezione del Creato e per questo divenne la materia prima, insieme con l’oro, per preziosi, meravigliosi oggetti di culto, per arredi sacri e profani. Valeria Li Vigni, direttore del Museo Pepoli e curatrice della grande mostra, ha raccolto meravigliose realizzazioni in corallo esponendo collezioni inedite. Stupirà la fantasia degli artisti che con il corallo, e specificamente con il corallo di Trapani raccolto, dai fondali delle Egadi, al banco skerki e intorno all’isola di Tabarca, con sistemi di raccolta rudimentali talvolta dannosi per intere coltivazioni. Intorno a questa pesca con le coralline si è sviluppato, a Trapani, un commercio florido e sono sorte numerose botteghe artigiane che hanno saputo creare capolavori di grande valore artistico, quali gioielli, ma anche calici, ostensori, crocifissi, reliquari, presepi, scrigni, calamai, saliere e soprattutto elementi di raffinato arredo: specchiere, tavoli da gioco, cornici, sino a monumentali trumeaux destinati a case principesche e regge, talvolta come doni di Stato. Ma tale fiorente attività si sviluppò per la diffusione del culto della Madonna di Trapani, intorno alla quale crebbe la richiesta dei pellegrini di rosari in corallo. Dalla produzione strettamente religiosa si sviluppò la produzione manierista che raggiunse, come l’esposizione ampiamente documenta, vertici di virtuosismo impensabili creando oggetti che, nelle forme più fantasiose, continuano a trasmettere al visitatore le vibrazioni davvero magiche del Rosso Corallo. aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 35 LA MOSTRA/2 STILE ITALIANO. ARTE E SOCIETÀ 1900-1930 In mostra, a Colorno, una selezione dal Massimo e Sonia Cirulli Archive di New York A sinistra: Federico Seneca, Coppa della Perugina, 1924 Litografia. A destra: Renato Bertelli, Profilo continuo, 1933 a Reggia di Colorno, nel parmense, risanati almeno in parte i danni subiti dal recente terremoto, ha riaperto i suoi magnifici ambienti ad eventi espositivi di rilievo. Questo nuovo corso ha preso il via il 2 marzo con la grande rassegna intitolata Stile Italiano: Arte e Società 1900-1930 allestita in Reggia grazie alla collaborazione tra Provincia di Parma, Comune di Colorno, il Massimo e Sonia Cirulli Archive, New York e Antea Progetti e Servizi per la Cultura e il Turismo. Di rilievo la collaborazione assicurata alla mostra dal Metalab della Harvard University, nella figura del suo direttore Jeffrey Schnapp. Oltre 150 opere, molto selezionate vi compongono una moderna L wunderkammer sull’arte Italiana del XX secolo che celebra il “fare italiano” o made in Italy offrendo un punto di vista documentato sulla complessità artistica, creativa ed estetica dell’Italia della prima parte del Novecento. Come in un prisma la mostra Stile Italiano: arte e società 1900 1930 riflette e rifrange, attraverso la molteplicità degli ambiti artistici presi in considerazione, lo spirito del secolo, in un dialogo continuo tra pittura, scultura, disegni, grafica pubblicitaria, progetti per l’industria e le loro implicazioni poetiche e filosofiche. Fino a giungere ad una vera e propria sintesi tra le varie espressioni artistiche che ha le sue radici profonde nel grande big bang futurista, in STILE ITALIANO. ARTE E SOCIETÀ 1900-1930 REGGIA DI COLORNO (PR) Dal 2 marzo al 15 giugno APERTO DA MARTEDÌ A DOMENICA, ORE 10-19. CHIUSO IL LUNEDÌ Ingresso: 8 euro questo modo, affascinando e continuando ad affascinare molti paesi nel mondo. I dipinti di Balla, Sironi, Licini, Russolo, Previati, le fotografie di Luxardo, Ghergo e Ghitta Carell, le fotodinamiche di Masoero, Munari e Bragaglia, i manifesti pubblicitari firmati da Enrico Prampolini, Lucio Fontana, Marcello Dudovich, le sculture di Thayaht, i fotomontaggi di Bruno Munari, la collezione di libri e manoscritti futuristi, i disegni di architettura dei grandi razionalisti italiani per la grande sfida della costruzione di una “città utopica” a Roma, EUR o E 42, il progetto di Sant’Elia per una “stazione per treni e aerei” del 1913, impaginate in questa grande mostra, ci parlano della nostra avventurosa presenza nel secolo appena concluso, descrivendo le mille sfaccettature di quello che è internazionalmente riconosciuto come lo stile italiano. «La multidisciplinarità è uno dei grandi pregi di questa rassegna, la rende vissuta e nel contempo viva e piena di sorprese per i visitatori. A noi piace pensare alla mostra - afferma Massimo Cirulli - come a un racconto, una partitura, una sceneggiatura di un film, meglio ancora come una composizione d’autore, rivolta in particolar modo alle nuove 36 Sopra: Leopoldo Metlicovitz, Cabiria, 1914, litografia. A destra dall’alto: Thayaht (Ernesto Michaelles), Compensazione di Temperamenti (1926), 48x35 cm, olio su cartone; Fortunato Depero, Mandorlato Vido (1924) 140x100 cm litografia a colori Nella pagina accanto, da sinistra: Enrico Prampolini, Thais Talizhy - Novissima Film , Roma (1916) 200x140 cm S.A.L., Stab. E.Guazzoni Roma, Roma litografia a colori su carta la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 generazioni, le più giovani, quelle che - come diceva Bruno Munari rappresentano il futuro che è già presente qui, adesso, tra di noi. Naturalmente è legittimo chiedersi se esista davvero uno stile italiano e se sia possibile definire alcune caratteristiche della sua modernità. Tra le possibili risposte cerchiamo di abbozzare alcuni fondamenti: un aspetto emozionale che arricchisce un prodotto più artigianale che industriale e la cui forma spesso deriva in modo pragmatico dalla funzione; la semplicità, ovvero il tentativo di cancellare tutto il superfluo senza essere obbligatoriamente più semplici; la fantasia che fa da contrappeso alle regole troppo rigide della progettualità; l’eleganza, ovvero il risultato di un equilibrio compositivo, di una partitura cromatica ed estetica ottenuta per futili motivi, per puro aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 37 godimento della bella forma». Da La santità della luce del 1910 del futurista Russolo, dal disegno Stazioni per treni ed aeroplani di Sant’Elia del 1912 alla fotografia vintage dello Sviluppo di una bottiglia nello spazio di Boccioni del 1912 alla Città che sale di Licini del 1914, solo per fare alcuni esempi delle opere che sono contenute nell’Archivio e che sono qui esposte (molte per la prima volta in Italia), è esplicitato tutto lo sforzo descrittivo ed analitico di inizio secolo verso un mondo inafferrabile, in continuo mutamento, descrivibile solo attraverso la molteplicità delle sue trasformazioni, un mondo complesso che riflette la profonda esaltazione della modernità italiana, della velocità, del dinamismo, della urbanizzazione, della industrializzazione. E allora scorrere le immagini che vanno dal Profilo continuo del 1933 di Bertelli al Poeta incompreso di Munari, dai manifesti giallo intenso per la Perugina di Seneca a quelli per la Campari di Depero, Nizzoli e Munari, è un succedersi caleidoscopico di suggestioni visive, ricordi, passioni, stili con un comune denominatore: lo stile italiano. «Difficilmente, anche il visitatore più distante dai temi dell’arte, potrà rimanere - conclude Massimo Cirulli - indifferente e non notare la qualità eccellente di un lavoro che non è solo relegato ad un passato da ricordare con affetto, ma che è ancora vivo nel nostro patrimonio culturale e industriale, consolidato nel linguaggio visivo di un’intera nazione». Il Massimo e Sonia Cirulli Archive, da dove provengono tutte le opere, nasce a New York, così come all’estero vivono e lavorano in prestigiose università alcuni dei giovani professori italiani che sono stati chiamati nell’Advisory Board a contribuire, con le loro ricerche storico-scientifiche, ad una riflessione su quanto abbiamo prodotto in Italia. 38 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 LA MOSTRA/3 NAVI, SQUERI, TRAGHETTI DA JACOPO DE’ BARBARI A Venezia, presso la Fondazione Querini, rivivono i fasti della Serenissima a Fondazione Querini Stampalia, dal 23 marzo al 12 maggio, fa rivivere il tempo in cui la Serenissima era “regina dei mari”. La mostra Navi, squeri, traghetti da Jacopo de’ Barbari, realizzata grazie alla collaborazione e al sostegno di Società Duri i Banchi di Venezia, conduce lo spettatore dentro il brulichio di attività del porto e dei cantieri nautici, gli “squeri”. Nell’epoca d’oro dell’antica Repubblica erano numerosi, concentrati specialmente nel sestiere di Castello. Nascevano lì le imbarcazioni adatte ai fondali bassi della laguna: gondole, sandali, burci. I vascelli progettati per il mare aperto, dalle navi da carico alle galere da L NAVI, SQUERI, TRAGHETTI DA JACOPO DE’ BARBARI Dal 23 marzo al 12 maggio 2013 APERTO DA MARTEDÌ A DOMENICA, ORE 10-18 Mostra a cura di Cristina Celegon e Angela Munari, con la consulenza scientifica di Guglielmo Zanelli FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA SANTA MARIA FORMOSA CASTELLO 5252, 30122 VENEZIA www.querinistampalia.it guerra che le scortavano, prendevano invece forma all’Arsenale. Quest’ultimo campeggia nella celeberrima veduta di Venezia a volo d’uccello del de’ Barbari, di cui la Fondazione possiede uno dei primi esemplari. La pianta lo disegna com’era nell’anno 1500 con le tese, i bacini, le torri e le mura che ancora in parte lo cingono. Proteggevano la flotta e i segreti dell’organizzazione formidabile del cantiere di Stato, che fu la fabbrica più imponente dell’Europa medioevale. Nei versi dell’Inferno Dante Alighieri evoca il fervore del lavoro all’Arsenale, per rendere l’idea della concitazione di Malebolge: «Quale ne l’arzanà de’ Viniziani / bolle l’inverno la tenace pece / a rimpalmare i legni lor non sani, / ché navicar non ponno - in quella vece / chi fa suo legno novo e chi ristoppa / le coste a quel che più viaggi fece; / chi ribatte da prora e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte...». Proiettati alle pareti, i dettagli suggestivi della carta, con le rive piene di vita, i mercantili numerosi alla fonda intorno alla Dogana, il traffico in Canal Grande, le scene di regata, daranno la sensazione di muoversi nella Venezia marinara di Jacopo: e per lo spettatore sarà appassionante confrontarli con le riproduzioni virtuali di altre stampe, di dipinti e rintracciarli nell’incisione originale di de’ Barbari. Quest’ultima è una sbalorditiva xilografia in sei tavole, di quasi tre metri di larghezza per un metro e mezzo d’altezza, considerata fin dall’inizio, per le qualità estetiche e la padronanza della aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 39 Nella pagina accanto a sinistra: Il Bucintoro nella Vera Solennità nel giorno dell’Assensione, che si faceva dal Serenissimo Principe anulamente ed il ritorno verso il Palazzo, (dopo il 1798) disegno a penna ed acquerello su carta. Sopra: Squadra di navi, (seconda metà XVIII secolo) disegno a penna ed acquerello su carta, 450 x 615 mm prospettiva, un capolavoro della storia della cartografia. L’esemplare della Querini risale al primo stato: porta la data in numeri romani MD e il campanile faro di San Marco vi compare ancora privo di cuspide. L’affiancano, restaurate, altre opere, tratte dalla spettacolare miscellanea Arsenale di Venezia e Marina, pressoché inedita, patrimonio anch’essa della Fondazione. È una raccolta di centoquarantadue tra acquerelli, disegni preparatori a penna, acqueforti, bulini. Spiccano per valore documentaristico, ma anche per l’eccellenza artistica, i disegni della Pianta a colori dell’Arsenale, delineata dal perito Filippo Rossi nel 1776. Vi sono raffigurati tutti i settori di attività del cantiere, dal punto di raccolta dei roveri allo squero delle galeazze. Straordinarie immagini di naviglio veneziano sono riunite in Navi o vascelli di Vincenzo Maria Coronelli, pubblicato nel 1697. La miniatura di una buzonavis dal Capitulare Nauticum del XIII Secolo è fra le prime raffigurazioni di quel tipo d’imbarcazione duecentesca, dalla caratteristica forma circolare. Chiude idealmente l’esposizione, la Commedia dantesca, aperta su quel Canto XXI dell’Inferno che descrive l’Arzanà, nella prestigiosa edizione veneziana commentata da Cristoforo Landini. È del 1491, l’anno prima della scoperta dell’America, che avrebbe segnato la fine di un mondo e, con esso, della Venezia ancora trionfante della pianta di Jacopo de’ Barbari. 40 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 LA MOSTRA/4 L’ARTE DI GESSO. LA DONAZIONE JACQUES LIPCHITZ A PRATO Al Palazzo Pretorio le opere del grande scultore lituano nica istituzione in Italia, il Museo di Palazzo Pretorio di Prato ospita un ricco patrimonio di opere del grande sculture lituano, poi naturalizzato francese e americano, Jacques Lipchitz. Sono disegni, bozzetti e sculture concesse all’istituzione pratese dalla Fondazione statunitense che conserva il patrimonio dello scultore. La mostra L’arte di gesso. La Donazione Jacques Lipchitz a Prato, aperta dal 22 marzo al 26 maggio, è ospitata nelle sale restaurate del primo piano di Palazzo Pretorio. Organizzata dal Comune di Prato, è curata da Kosme De Baranano, uno dei maggiori studiosi al mondo dello scultore lituano. A completare la grande rassegna sono documenti ed immagini di vita dell’artista. Jacques Lipchitz (Druskininkai, Lituania, 1891-Capri 1973), lasciata la U A sinistra: Jacques Lipchitz, Mother and child, II, scultura in gesso patinata. A destra: Ritratto di Curt Valentin, scultura in gesso patinata natia Vilnius, studiò a Parigi, dove fece propri i principi del cubismo e sviluppò innovativi esperimenti sulle forme astratte. Qui frequentò Picasso, Gris, Modigliani prendendo parte attiva nella comunità artistica che faceva della capitale francese l’epicentro dell’arte mondiale. Particolarmente interessanti, in questi anni, le sue ricerche sulle “figure smontabili” e sulle strutture architetturali. Via via il suo stile assunse toni più dinamici, con forme più fluide e arrotondate, sino a manifestare tendenze surrealiste. Con l’occupazione tedesca della Francia, l’artista di famiglia ebrea, si trasferì negli Stati Uniti per tornare in Europa negli anni ‘60 trascorrendo lunghi periodi anche in Italia, a Pietrasanta. La donazione ha avuto origine nel 1974: a diventare patrimonio del Museo di Palazzo Pretorio sono 21 sculture e 43 disegni del Maestro. L’esposizione consente di vivere, quasi in presa diretta, la genesi delle monumentali realizzazioni di Lipchtz, dallo schizzo dell’idea iniziale, al disegno via via più definito e particolareggiato, al concretizzarsi dell’opera nello studio e tra le mani del Maestro. Tra le opere in mostra, il modello del monumentale cancello della Roofless Church costruita nel 1960 dall’Architetto Philip Johnson in Indiana. Il visitatore può ammirare il magnifico portale, ricomposto nelle dimensioni reali utilizzando i materiali originali. Le opere, giunte dagli Stati Uniti, sono state restaurate dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Al di là dell’enorme valore artistico, la Donazione Lipchitz rappresenta, per Prato, un notevole apporto, data la valutazione molto alta delle opere del Maestro sul mercato internazionale. L’ARTE DI GESSO. LA DONAZIONE JACQUES LIPCHITZ A PRATO PRATO, MUSEO DI PALAZZO PRETORIO Dal 22 marzo al 26 maggio APERTO DAL MERCOLEDÌ AL LUNEDÌ, ORARI 10-13 e 15.30-19.30 INGRESSO GRATUITO www.palazzopretorio.prato.it Mostra a cura di Kosme de Baranano aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 e Pier Paolo Pasolini è stato il neorealista della parola, mentre Federico Fellini e Vittorio De Sica hanno portato il neorealismo al suo culmine sul grande schermo, Renato Guttuso è il maggiore esponente del realismo in pittura. Attraverso l’attentissima selezione di opere del Maestro riunite nella mostra che si sta tenendo ad Aosta, Renato Guttuso. Il Realismo e l’attualità dell’immagine (curata da Flaminio Gualdoni con Franco Calarota), il visitatore può instaurare di persona un dialogo con l’opera di un artista che cerca la verità proprio nella relazione con il suo pubblico. La mostra riunisce oltre 50 opere primarie di Guttuso, dalla nature morte della fine degli anni ‘30 e dei primi ‘40 al drammatico Partigiana assassinata (1954), dal visionario Bambino sul mostro (1966) fino LA MOSTRA/5 RENATO GUTTUSO. IL REALISMO E L’ATTUALITÀ DELL’IMMAGINE all’epico Comizio di quartiere (1975). Scrive Flaminio Gualdoni nel saggio introduttivo al catalogo: «Ora che l’ideologia dell’avanguardismo a ogni costo cede il posto a riflessioni meditate sul secondo dopoguerra, la scelta ispida di Guttuso, un’aristocrazia formale attenta allo stesso tempo alle ragioni essenziali del comunicare, conferma che il senso della storia può essere continuità e non rottura, far nuova la sostanza dello sguardo e non la pelle del far vedere, riportare l’umano al centro del discorso e non limitarsi a un’arte che parli solo d’arte». Profondamente coinvolto nel clima sociale e politico del suo tempo, Renato Guttuso è tra le coscienze più autorevoli dell’arte del secondo dopoguerra. S Ad Aosta in mostra i grandi capolavori del pittore siciliano Sopra: Renato Guttuso, Comizio di quartiere, 1975 e a sinistra: Natura morta, 1960 Sin dalla metà degli anni ‘30 la sua scelta è chiara, in nome di una figurazione che da un lato recuperi in modo critico l’identità antica della pittura, la sua capacità di farsi racconto ed emblema, e dall’altro sia lo specchio critico di un rapporto 42 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Da sinistra: Renato Guttuso: Oggetti, 1963 e I tetti di via leonina con rampicante, 1962-64 intenso, lucido, drammatico anche, con la storia. La precoce scelta antifascista, l’adesione al movimento comunista, ne fanno l’interprete maggiore di un realismo che non è scelta retorica e celebrativa, ma testimonianza critica del proprio tempo, del presente individuale e collettivo, di cui restituire una verità possibile. «Vorrei arrivare alla totale libertà in arte, libertà che, come nella vita, consiste nella verità», scrive Guttuso. E ancora: «Sempre ha contato, soprattutto, per me il rapporto con le cose». Trovare, o credere di trovare questo rapporto (naturalmente non stabile né fisso) ha significato, in qualche modo, tentare la possibilità di comunicare tale rapporto. Un’arte senza pubblico non esiste. Colta tanto quanto antiintellettualistica, la pittura di Guttuso sceglie temi di genere, dalla natura RENATO GUTTUSO. IL REALISMO E L’ATTUALITÀ DELL’IMMAGINE AOSTA, MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE, PIAZZA RONCAS 12 27 marzo-22 settembre ORARIO: DAL MARTEDÌ ALLA DOMENICA 10.00-18.00 A cura di: Flaminio Gualdoni con Franco Calarota Catalogo Silvana Editoriale morta al ritratto al nudo, fondendo registri che vanno dall’amore per il Rinascimento e il Seicento all’umore popolaresco, dalla sintesi formalmente forte alla narratività, dall’evidenza potente delle cose all’allegoria. La sua è, anche, partecipazione piena al dibattito delle avanguardie, di cui ha piena consapevolezza ma che sempre guarda da un punto di vista di piena, rivendicata autonomia. Riflette sull’espressionismo, instaura un dialogo serrato con Picasso e le sue sintesi brucianti, polemizza con il disimpegno etico delle correnti a lui contemporanee, perché per lui la realtà «è un rendiconto di ciò che la realtà è, di ciò che è dell’uomo». aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 LO SCAFFALE Pubblicazioni recenti, fra libri, tomi e volumi di piccoli e grandi editori a cura di gianluca montinaro Giovanni Testori, “Opere III (1977-1993)”, a cura di Fulvio Panzieri, Milano, Bompiani, 2013, pp. 2466, 42 euro. Con questo terzo volume si conclude la pubblicazione delle Opere di Giovanni Testori, uno degli scrittori che hanno segnato la storia della letteratura del Secondo Novecento, non solo italiano, ma anche europeo. Lo sta a dimostrare il complesso della sua opera che con i tre volumi è stata ricomposta nel suo incandescente insieme. Una “prova inconfutabile” della grandezza della scrittura testoriana è questo terzo volume, che si compone di quasi 2.500 pagine e che ricostruisce tutto il percorso della ricerca letteraria dello scrittore, sempre in relazione anche a quella teatrale o pittorica, in più di un decennio, quello a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, cruciale per l’attività di Testori, per le sue scelte etico-morali, per quella sua inusuale e fortemente provocatoria fedeltà alla certezza che “Cristo è Dio che ha fatto irruzione nel fallimento”, per quella sua totale radicalità nel porsi “corpo a corpo” con la realtà. In questo volume accanto alla ricostruzione delle tre “trilogie” che segnano il percorso, “La Seconda Trilogia”, quella degli oratori sacri di “Conversazione con la morte”, “Interrogatorio a Maria” e “Factum est”; e le due scritte per l’attore Franco Branciaroli, “La Branciatrilogia prima”, composta da “Confiteor”, “In exitu” e “Verbò” ; e “La Branciatrilogia seconda”, che comprende “Sfaust”, “SdisOrè” e “Regredior”, troviamo il corpus poetico completo di questi anni, comprese le poesie scritte per cataloghi d’arte o edizioni di pregio, in tiratura limitata, nonché i poemetti inediti di “In ringraziamento”. E poi altri testi teatrali di rilievo come “I Promessi sposi alla prova” o romanzi quali “Gli angeli dello sterminio”, nonché la “Traduzione della Prima lettera ai Corinti”. Si chiude con uno dei capolavori di Testori i “Tre Lai” e riserva numerose sorprese soprattutto per gli scritti rari che vengono proposti come ad esempio nella sezione “Città” che comprende scritti di varia natura sul suo rapporto con Milano e per quelli inediti, dal “Verbò”, rappresentato a teatro, ma mai pubblicato fino a “Regredior”, una rivisitazione delle situazioni linguistiche e tematiche, già sperimentate con un altro capolavoro “In exitu”, questa volta con protagonista un barbone, disteso contro una lastra di marmo del Duomo e la sua discesa agli inferi, in una città sempre più violenta e irredenta. Una ricca sezione di “Note ai testi” di Fulvio Panzeri ricostruisce la storia e l’accoglienza critica di ciascuna opera, anche avvalendosi della consultazione preziosa dei manoscritti e dei dattiloscritti del Fondo Testori, presso la Fondazione Mondadori. Testori emerge come un grande scrittore che guarda alle istanze europee, che per la sua totale e sempre nuova sperimentazione del linguaggio e dei linguaggi, si pone sulla linea dei “grandi” del Novecento, da Beckett a Céline, da Gadda a Bernhard. “Le Odi di Quinto Orazio Flacco tradotte da Cesare Pavese”, a cura di Giovanni Barberi Squarotti, Firenze, Olschki, 2013, pp. 202, 19 euro. Tra il tardo inverno e l’estate del 1920 Cesare Pavese portò a termine la traduzione integrale delle Odi di Orazio. La si pubblica ora per la prima volta sulla base dell’autografo conservato presso il Centro Studi «Guido Gozzano Cesare Pavese» dell’Università di Torino, con a fronte il testo latino seguito da Pavese, quello curato da Friedrich Vollmer (Leipzig, Teubner, 1912). Passata generalmente sotto silenzio, la versione delle Odi 44 ha condiviso il destino della gran parte delle traduzioni dai classici greci e latini, per lo più trascurate o esplorate solo marginalmente dalla critica, che ha seguito la via maestra segnata dalle traduzioni dall’inglese. E tuttavia si tratta di un’opera che riscuote un evidente valore scientifico, non solo perché illustra un aspetto della cultura e della fisionomia di Cesare Pavese relativamente agli anni della sua formazione, che finora è rimasto parzialmente in ombra -, ma anche e soprattutto perché testimonia un’attenzione per i classici e per un classicismo di tipo per così dire tradizionale che ha caratterizzato lo scrittore lungo tutto l’arco della sua esperienza. Massimo Viglione, “Le insorgenze controrivoluzionarie nella storiografia italiana. Dibattito scientifico e scontro ideologico (1799-2012)”, Firenze, Olschki, 2013, pp. 132, 16 euro. In questo libro si presenta una storia della storiografia italiana sul problema delle insorgenze controrivoluzionarie (1790-1814). È un lavoro che nessuno ha mai condotto finora in tale ampiezza, sia per la vastità cronologica (in pratica dal 1799 a oggi) che per la profondità la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 concettuale del dibattito presentato. L’autore ripercorre l’intero iter storiografico di questi due secoli, con precipua attenzione al grande e anche polemico dibattito svoltosi in occasione del bicentenario della Rivoluzione Francese e dell’invasione napoleonica della Penisola. Le tematiche e gli autori vengono presentati nella loro completezza: nella prima parte dell’opera, dalle origini risorgimentali (Cuoco, Botta, Mazzini) alle opere dei decenni del nazionalismo e del fascismo, da Croce e Volpe fino alle opere di stampo marxista dei decenni postbellici. Nella seconda viene analizzato tutto il grande e acceso dibattito degli ultimi venti anni, che ha visto scontrarsi - a volte anche con toni aspri - due scuole interpretative (quella ‘filogiacobina’ e quella ‘filoinsorgente’) e anche la nascita di una nuova differente impostazione, critica con entrambe le correnti suddette. Mario Morelli, “Orme di guerra. Lettere e cartoline dal fronte (1912-1919)”, a c. di Laura Delle Cave, Firenze, Polistampa, 2013, pp. 128, 12 euro. «Caro Angiolo, sui terribili avvenimenti di questi giorni faccio silenzio perché quel che si pensa non si può certo scrivere... Ci sarà ancora possibilità di salvezza per l’Italia, l’esercito e gli Alleati? Speriamo. Ho cercato di comunicare con voi con ogni mezzo. Speriamo vi siano arrivate mie notizie...». È il novembre del 1917 e il soldato Mario Morelli commenta così i tragici eventi della battaglia di Caporetto, in una delle toccanti missive inviate alla famiglia, oggi pubblicate nel volume Orme di guerra. Lettere e cartoline dal fronte (19121919) a cura di Laura Delle Cave. Mario Morelli, Capitano Medico del 178° Reparto Someggiato, 23° Corpo d’Armata, e poi nel 16° Gruppo Alpini, spedisce dal fronte lettere, cartoline, fotografie alla famiglia. A conservarle e renderle oggi pubbliche è la nipote Laura Delle Cave, già autrice nel 2010 del fortunato Ti dirò tutto, edizione filologicamente accurata del diario di un’adolescente fiorentina nel periodo della prima guerra mondiale. Le pagine di questo nuovo libro raccontano la vita di ogni giorno di guerra, le disfatte e le vittorie, il comportamento degli alleati e dei nemici, del Papa Benedetto XV e dei laici. Le note che Morelli invia alla famiglia costituiscono una voce diretta dal fronte, animata da un grande senso di patria e di dovere che permetteva di sopravvivere nonostante la fame, le privazioni, la morte degli amici, la lontananza dai familiari. L’ospedale da campo diretto da Mario segue alterne vicende e si sposta secondo le necessità: Turriaco, Ponte di Legno, Tonale sono le poche località citate per effetto delle leggi della censura. I toni della corrispondenza si fanno accesi contro gli odiosi invasori, ma anche pieni di simpatia e umana considerazione per i feriti, in un succedersi di avvenimenti che arriva fino al momento in cui la “zona di guerra” diviene “zona di vittoria” con la liberazione di Trieste dal temuto nemico. aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano L’EDITORE DEL MESE Olschki, ovvero 127 anni di editoria, intrecciati alla storia del nostro paese di daniele olschki, direttore editoriale di Olschki a lunga storia della Casa Editrice prende avvio nel lontano 1883, quando Leo Samuele Olschki, figlio di un tipografo operante nella piccola cittadina di Johannisburg della Prussia orientale, decide di trasferirsi in Italia seguendo il percorso dei tanti personaggi come Rosenberg & Sellier, Sperling & Kupfer, Hoepli, Rappaport, Bretschneider, Le Monnier, Loescher, Scheiwiller, tutti attratti dal sogno di impiantare nel nostro paese un’attività editoriale, che possa giovarsi dell’humus offerto dagli studi classici e dai fermenti post unitari. La città prescelta è Verona dove, dopo un breve apprendistato in una libreria locale, Leo fonda nel 1886 la libreria antiquaria editrice. La nascente impresa, volta inizialmente in modo precipuo all’attività antiquaria, decolla rapidamente sfruttando la sua capacità nell’individuare e stimare preziosi cimeli tra incunaboli e cinquecentine, abilità che lo rende presto un punto di riferimento del mercato del libro antico. Nei contatti internazionali con collezionisti e studiosi lo supporta la sua versatilità linguistica che lo vede padrone di sette lingue, tra cui il greco e il latino, e lo sostiene anche nell’avvio dell’attività editoriale che lo vede fondare nel 1889 la rivista “L’Alighieri”, primo omaggio al grande poeta che resterà la sua grande passione e un punto di riferimento a tutt’oggi L 45 presente nella produzione della Casa Editrice. Nel 1890, si rende conto che la realtà veronese non gli assicura l’apertura internazionale a cui aspira e decide di trasferirsi a Venezia dove resterà solo sette anni. Una breve esperienza che tuttavia lascerà sempre impresso sui suoi volumi il marchio dello stampatore veneziano di fine ‘400, Lazzaro Soardi, che porta nel suo logo le stesse iniziali del fondatore. È il 1897 quando decide di trasferirsi definitivamente a Firenze dove, assieme all’attività antiquaria, decolla quella editoriale con l’avvio di nuove collane di letteratura, linguistica e soprattutto di studi bibliografici, sua grande passione. Nasce quindi “La Bibliofilia” (1899) e la collana degli “Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia”. Nel 1909 fonda la tipografia Giuntina per avviarvi la cultura tipografica che porterà alla realizzazione di grandi opere editoriali quali l’edizione monumentale della Divina Commedia del 1911, per la quale ottiene da Gabriele d’Annunzio una lunga introduzione. Gli anni che precedono la grande guerra sono di grande attività sul mercato antiquario attraverso i nuovi contatti con collezionisti di oltreoceano come Walters e Morgan, mentre nel settore editoriale si aprono collaborazioni con d’Annunzio, Lando Passerini, Bertoni e tanti studiosi italiani e stranieri. Del 1910 è la costruzione della fastosa villa liberty di via Vanini, sulle sponde del Mugnone, Sopra dall’alto: L’Ex libris di Leo; Leo Samuel Olschki, fondatore della Casa Editrice 46 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 costretto ad affrontare non sono finite e l’emanazione delle leggi razziali del ’38 lo costringe nuovamente a prendere la via dell’esilio a Ginevra, dove morirà il 17 giugno del 1940. Nel frattempo i figli Cesare e Aldo sono costretti ad alienare la tipografia Giuntina e a continuare l’attività in forma semiclandestina, salvando tuttavia la Sopra: la sala del villino liberty di via Vanini. Accanto da sinistra: la sigla della Casa Editrice che riporta le iniziali del fondatore; la libreria di Lungarno Corsini, distrutta dalle mine tedesche dove organizza conferenze e accoglie collezionisti e autori. L’entrata in guerra segna per lui un passaggio drammatico per l’ondata di germanofobia che attraversa il paese e che lo travolge per le sue origini prussiane, fino addirittura a venir accusato di essere una spia tedesca. È costretto quindi all’esilio a Ginevra da dove tuttavia continuerà l’attività attraverso i sempre più difficili contatti con l’Italia e dove creerà la succursale ginevrina, alla quale attenderà dopo il 1928 il figlio Cesare. Alla fine della guerra Leo rientra in Italia in un panorama profondamente cambiato, mentre l’attività antiquaria segna il passo e lascia quindi più campo a quella editoriale. Nonostante il suo carattere accentratore, inizia a coinvolgere i figli nell’attività, vedendo fin dall’inizio crescere la propensione di Cesare verso l’attività antiquaria e quella di Aldo per l’editoriale. Ma le dure prove che Leo è sigla con lo stratagemma di attribuire le iniziali del fondatore al motto “Litterae servabitur orbis” e cambiando il nome della casa editrice in Bibliopolis. Il passaggio della guerra è difficilissimo: alla morte del fondatore si aggiungono la perdita del villino romano di via delle Terme Deciane e soprattutto il crollo della sede fiorentina sotto le mine tedesche, disastro che seppellisce gran parte dei cimeli bibliografici, della produzione, dei carteggi e con loro di parte della nostra storia. La disgraziata coincidenza di scegliere sedi in corrispondenza con i ponti, condanna anche la libreria di lungarno Corsini, distrutta dalle mine che fecero saltare sull’Arno il Ponte Santa Trinita. La ripresa pare impossibile, tanto più che le divergenze tra Cesare e Aldo consigliano nel 1946 una divisione dell’attività con il passaggio a Cesare della parte antiquaria e ad Aldo di quella editoriale. Quest’ultima, privata dei mezzi di sussistenza, per affrontare aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano nuove pubblicazioni deve alienare i preziosi incunaboli, e tra loro il famoso Codice Musicale Mediceo, che nella spartizione era stato riconosciuto al settore editoriale a compensazione del minor valore dell’attività. Aldo per quanto minato dall’asma e da una salute claudicante si impegna con tutte le sue forze per far ripartire l’azienda e inserisce nel catalogo i filoni a lui cari della musicologia, della storia della scienza e dell’archeologia, con particolare attenzione all’etruscologia. Negli anni del dopoguerra nascono, o approdano al nostro marchio, nuove riviste tra le quali “Belfagor” e “Lettere Italiane” che con le sue collane rafforza il settore dell’italianistica sotto la guida di Vittore Branca e Giovanni Getto, mentre il settore bibliografico continua attraverso la “Bibliofilia” diretta da Roberto Ridolfi, la “Biblioteca di Bibliografia italiana”, gli “Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d’Italia”. Tuttavia la produzione procede a rilento per la mancanza di fondi e tra il 1945 e il 1950 vengono pubblicati soltanto 20 titoli. Nella nuova sede di via delle Caldaie, aperta nel 1950, appare sempre più difficile far quadrare i conti e nel 1959, Aldo si fa tentare dalla proposta dei due fratelli Sindona, Enio e Michele (il banchiere di cui le cronache si occuperanno più avanti) di acquistare l’azienda. La trattativa è lunga e difficile e alla fine non ha esito positivo per l’incerta situazione dei bilanci dell’azienda che consiglia ai Sindona di recedere dall’intento. Deluso dal fallimento della trattativa e stremato dalle cattive condizioni fisiche, nel 1962 Aldo decide di ritirarsi e passare l’azienda al figlio Alessandro (fig. 8), non prima però di aver avuto un affettuoso incontro con Giovanni XXIII che era stato suo autore nel 1936. 47 Un anno dopo per chiudere la sua esistenza terrena sceglierà, in ossequio al riserbo col quale aveva condotto tutta la sua vita, il giorno in cui l’evento avrebbe potuto aver meno risonanza: il 9 ottobre 1963, giorno dell’immane tragedia del Vajont. L’eredità della difficile situazione viene quindi accolta da Alessandro, che deve garantire il mantenimento dell’attività senza il supporto economico della parte antiquaria. La sua intuizione è quella di far sì che la Casa Editrice diventi il braccio editoriale delle più importanti istituzioni culturali italiane. Nascono così le collaborazioni con la Fondazione Cini, l’Accademia Colombaria, la Deputazione di Storia Patria per la Toscana, la Società di storia del Risorgimento, il Centro Nazionale di Studi Leopardiani, l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento. L’attività è ormai ripartita e alla metà A sinistra: Aldo Olschki, seconda generazione alla guida della Casa Editrice. Sotto da sinistra: Libri alluvionati nel novembre 1966; Alessandro Olschki 48 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Da sinistra: Daniele Olschki al Quirinale nel 2011 per la presentazione della nuova edizione della Divina commedia al Presidente Napolitano; Daniele, Alessandro, Costanza e Serena, terza, quarta e quinta generazione degli anni sessanta escono ogni anno più del doppio dei volumi pubblicati complessivamente nei sei anni del dopoguerra. Il magazzino della sede non riesce più ad accogliere le nuove pubblicazioni, anche per il nostro assunto di mantenere sempre disponibile tutto ciò che pubblichiamo, e nel ’65 si rende quindi necessario acquistare un nuovo magazzino alle Caldine, in costruzione al momento, e che ci verrà consegnato solo alla fine del ’66. In attesa dei nuovi spazi i volumi vengono stipati in un fondo in via Ghibellina, dove purtroppo il 4 novembre del ’66 l’Arno, uscito dagli argini, deposita 5,70 metri di acqua e fango. È una nuova difficile prova da superare che si somma alla necessità di abbandonare la sede in via delle Caldaie, ormai non più sufficiente ad accogliere l’attività e racchiusa nelle strette strade della vecchia Firenze, piene di storia e di fascino, ma troppo anguste per gli spostamenti. Nel 1969 viene quindi inaugurata la nuova sede di viuzzo del Pozzetto dove attualmente, nella cinquecentesca villa de “Il Palco”, continua l’attività dell’azienda. Nei primi anni ’70 l’attività prende un ulteriore impulso con l’apertura di nuove collane e l’aumentata mole di lavoro che ormai si attesta su un centinaio di titoli l’anno può beneficiare dell’ingresso della quarta generazione di Daniele e Costanza, ai quali spetta il compito di adeguare la produzione a standard più elevati e avviare nuovi rapporti editoriali. In un decennio molte cose cambiano nella produzione, che per quasi cento anni si era mantenuta invariata affidandosi alla calda impressione del piombo e alla trasmissione orale dell’arte tipografica da proto a proto. Nasce la fotocomposizione e la stampa in offset a cui si affidano con un po’ di riluttanza le nuove edizioni, cercando però di mantenere le regole grafiche e tipografiche del passato e implementando la qualità delle carte, delle confezioni e della stampa. L’accelerazione dei tempi ci porta oggi ad affrontare una seconda rivoluzione e a confrontarci con la nuova frontiera del digitale, un mondo che nega quella ricerca della perfezione nella materialità del libro che era stato elemento imprescindibile negli intenti del fondatore e che fino ad oggi aveva costantemente guidato tutte le generazioni. È una nuova sfida che affrontiamo iniziando la digitalizzazione del nostro catalogo e di tutte le collezioni delle riviste, con l’intento di garantire ai futuri lettori un supporto più agile, ma mai svincolato dal suo alter ego su carta, al quale in tutti i modi non intendiamo rinunciare. Volgendo oggi lo sguardo ai 127 anni della nostra storia non possiamo non rallegrarci di esser riusciti a superare prove tanto difficili, mantenendo la Casa Editrice all’interno della nostra famiglia, senza mai venir meno all’assunto iniziale di restare fedeli al settore delle scienze umane nella massima espressione della ricerca. Il nostro catalogo mantiene ancora disponibili volumi di fine Ottocento per un numero complessivo di titoli che ha superato le 4000 unità, senza contare le 23 riviste delle quali abbiamo disponibili tutti i fascicoli pubblicati in alcuni casi da più di cento anni. Una produzione che in larga parte è destinata al di fuori dei confini nazionali, contribuendo a mantener viva l’attenzione internazionale sulla produzione culturale umanistica nel nostro paese. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 Il saggio Senso e repressione in Marc Augé La follia della Storia, la logica della natura SANDRO GIOVANNINI «T utti i gruppi umani hanno cosmologie, rappresentazioni dell’universo, del mondo e della società che propongono ai loro membri dei riferimenti per conoscere il proprio posto, sapere cosa è possibile e impossibile, quello che è permesso e vietato. Questi punti di riferimento possono materialmente inscriversi nello spazio (per esempio sotto forma di statue, santuari o luoghi naturali caratteristici), imprimersi sugli utensili e gli strumenti della vita quotidiana, a volte sulla carne, per esempio sotto la forma di scarificazione. I miti sviluppano le cosmologie e i riti le mettono in opera: le vite individuali si ordinano essenzialmente sul modello così disegnato. Quanto più è forte l’adesione a questo modello, tanto meno libertà è presente, mentre è presente tanto più senso. Gli individui non hanno voglia di fare altro Marc Augè, in una foto del 2004 da quello che gli è imposto o consentito: sanno cosa devono fare ed anzi sanno meglio ancora cosa non devono fare. Il loro mondo è senza libertà ma impregnato di senso».(l) Raramente ho trovato una frase che meglio racchiudesse in sé la possibilità di comprendere storicamente l’esistente, fuori dalla categorie o dalla modellistica. Infatti se la riflessione giunge a tanta efficacia è perché è duttilmente aperta al presente ed al futuro, oltre che verificata sul passato. La cosmo-tecnologia infatti implicata da Augé per il presente e dalla quale si attende sviluppi ulteriori e conseguenti sui due piani per lui primari della scienza e della relazione antropologica,(2) non è affatto qualcosa di diverso dalla descrizione di una cosmologia etnologica o di una antropologia di tipo eminentemente filosofico, lui sia pur superando la cosiddetta etnologia culturalista e rifiutando decisamente la metaantropologia e l’etnologia-pretesto, ove, rovesciato, il vecchio mito del buon selvaggio viaggia sui codici di rappresentazione sacrali e collettivi e si infrange sul “meno-aperto” (emergenza del Despota prima e dello Stato poi) e sul “più repressivo” (surdeterminazione dei rapporti materiali di produzione e della società di classe e/o dello psichismo moderno marxfreudianamente inteso). E’ che per Augé, probabilmente l’induzione e la deduzione, in modo più o meno consapevolmente storico, hanno lavorato dialetticamente a produrre una rappresentazione, una narrazione complessiva che può essere validata, con le opportune disposizioni di genere, in ogni situazione di spazio e di tempo. In Le forme dell’oblio, (Milano, Il Saggiatore, 2000), Augé ha poi ben ritmato le dimensioni che, attraverso la consapevolezza, la speranza o l’illusione, viviamo tutti nello spazio-tempo, al di là 52 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 A sinistra, Albert Camus e sotto, Andrej Aleksandrovic Zdanov del trascorrere insignificante. Il ritorno, la sospensione e l’inizio, sono misure che agiscono in noi sia come richiami mitici (miticocollettivi o mitico-personali), sia come atemporalità del racconto o del letterario, sia come forme rituali che ripetono ed inaugurano contestualmente il tempo vecchio ed il tempo nuovo. In tutti questi tre elementi dello spazio-tempo, o meglio della nostra percezione di esso, la dimensione lineare scolora e progressivamente si perde. Come a dire che potrebbe crollare, proprio qui, l’inenarrata mistificazione di una spazialità o temporalità unidirezionale, con la relativa illusione di un senso lineare, comunque si strutturi (dal meglio al peggio o dal peggio al meglio): da un prima ad un dopo univocamente causali, al posto di una trasposizione continua e sostanzialmente circolare di ritornanti elementi (sia pur intesi, ad esempio, nel senso nella rarefazione o della leggerezza dell’ultimo Heidegger o della medietà, costitutiva ma non escludente, di Noica). Questo per tacitare la solita accusa di un fuoriuscire dal circolo ermeneutico crismato dallo storicismo filosofico, accusa che facilmente e velocemente viene puntata addosso a chi si azzardi ad inquietarsi di quella mistificazione. Ed, in altre parole, per capacitarci a discutere d’una potenzial- mente efficace atemporalità o supertemporalità (concetto per certi versi del tutto assimilabile alla surmodernità di Augé) non liquidabile subito come metafisica, in quanto innervata e sostenuta fenomenologicamente. Anche per questo Augé considera una caricatura o peggio una forzatura (consciamente od inconsciamente ideologica) il concetto di repressione come legato all’emergenza, sempre molto difficoltosamente investigabile, di ciò che non sarebbe comunque più una “società primitiva”, che sarebbe quindi oltre la “società primitiva”, e pur considerando abbastanza plausibili i quadri (peraltro amplissimi) di rappresentazione storica quali: le bande dei cacciatori-raccoglitori, le comunità di villaggio, le società lignatiche etc., derubrica (e demistifica) lo stesso concetto generale di “società primitiva”, quale categoria capace di supportare complessivamente similari stili di vita.(3) Ma ritornaniamo ai più verificabili (e prossimi) processi storici, (sia pur applicati in spazi e tempi diversi: dalle sopravvivenze etnologiche più o meno dipendenti dal contatto (con l’altro, ma soprattutto con l’occidente), alle società storicamente investigate ed applicando quindi l’equazione senso/libertà, in una valorizzazione che presenti la libertà nella sua più spinta 54 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Da sinistra Martin Heidegger (1889-1976) e George Orwell (1903-1950). Nella pagina accanto: Costantin Noica (1909-1987) versione individuale e quindi come dice Augé (riferendosi all’occidente): «Abbiamo iniziato a sfuggire da questo mondo nel XVIII secolo».(4) Resta che il vero problema del presente (già per noi da tempo ed in crescendo vertiginoso per tutto un mondo globalizzato), consiste nella cosmo-tecnologia, come addizionatrice di libertà e sottrattrice di senso nello stesso istante e nella stessa sua ragione efficace. Anche per questo Augé auspica un aumento della produzione individuale di senso. Ovvero se certifica nelle grandi narrazioni, nelle cosmologie, il produttore del senso collettivo, rinviene nel (nostro) tempo presente le tracce che sempre più marcano le nuove sensibilità dell’individualismo di massa. Questo “individualismo di massa” (e sarebbe difficile rappresentarselo altrimenti) è, a sua volta, estremamente contraddittorio, perché, nel mentre subisce inarrestabilmente il fascino dei non-luoghi come luoghi che non dipendono «dalle loro intrinseche qualità estetiche, ma dal cambiamento di scala che vi si esprime. Gli spazi del codice rivelano l’assenza di ogni simbolismo. Al loro interno ci sentiamo soli, perduti, di volta in volta liberati o esaltati (libertà provvisoria, esaltazione passeggera). Oppure ne riconosciamo l’immagine e vi ritroviamo i segni del consumo quotidiano: sono troppo familiari, troppo pieni in un certo senso, e troppo vuoti in un altro senso. La co- scienza della mancanza si è spostata: essa non riguarda tanto un senso perduto, quanto un senso da ritrovare,(5) “nello stesso tempo scopre in sé” una sensazione di felicità tanto vaga quanto intensa; più quei paesaggi sono “naturali” (meno essi devono all’intervento umano) più la coscienza che noi ne abbiamo è quella di una permanenza, di una lunghissima durata che ci fa misurare per contrasto il carattere effimero dei destini individuali».(6) Come a dire che, il massimo dell’alienazione al proposito, può produrre il massimo della coscienza del “non sé” e quindi, paradossalmente (ma spiritualmente neanche tanto), del sé. Ma in più, c’è anche la naturale e ben frequentata (e comprensibile) fuga dalla responsabilità di una posizione aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano ideologica chiara, nella e di fronte alla, “trasformazione”, in atto. Augé racconta come esemplare l’esperienza che fa Camus a Tipasa in Algeria (nel 1952 e quindi quando già molte situazioni stavano profondamente cambiando), «il ritorno a Tipasa (possiamo immaginare che lo abbia rivisitato più volte nel pensiero) è dunque per lui una fuga al di fuori della storia verso la coscienza del tempo puro, verso la sola coscienza del tempo. Siamo posti oggi dinanzi alla necessità opposta: quella di reimparare a sentire il tempo per riprendere coscienza della storia».(7) Diciamo almeno, considerando la concezione che Augé ha della storia, per non farcela scorrere sopra come la pioggia... Comunque se la comunicazione interpersonale ed intersociale aumenta a dismisura mimando la relazione (entro le «tre figure dell’eccesso» di cui parla Augé: «la sovrabbondanza di avvenimenti, di spazio, di individualizzazione dei riferimenti»),(8) spesso solo per darci indicazioni del tutto superflue ma reputate sempre più necessarie, quasi secondo il famoso aforisma wildiano, oltre ad esporci ben più pericolosamente a ben altre verificabilità, ecco che è dal cuore dello stesso processo di apertura che si determina la chiusura, e che il senso diviene insensato e la libertà una schiavitù. Diciamo quindi che è questo l’orizzonte esistente ed è que- sto che ci fornisce il miraggio aggiornato ed usufruibile, oltreché la direzione ove il vento tira o la marea monta. Tutto rimescolandosi, nella modernità più attorta, non fa che riportarci ad una costante che, tutto modificando, tutto lascia sostanzialmente invariato, (al proposito del potere, della repressione e dei relativi e costitutivi rapporti). Il cangiante rapporto senso/libertà è circolarmente verificato nella sua invarianza, con buona pace d’ogni devota osservanza di minimizzazione o massimizzazione. Infatti 55 forse è disonesto tradurre, con facilità ideologica, tale rapporto circolare per darne una lettura meglio/peggio. Forse è più onesto dire: diverso nella sostanziale identità.(9) Ma se possiamo applicare tutto ciò alla narrazione fondamentale, ovvero alla cosmologia che ci avvolge e ci fa esseri del tempo in cui siamo, più o meno consapevoli in termini di coscienza storica, il centro di tutto questo è il rapporto tra potere e repressione: «Ora se è evidente che la definizione e la formazione 56 dell’identità dipendono in larga misura dalle configurazioni politiche e sociali (la letteratura consacrata alla nozione di persona è a questo riguardo molto ricca), può sembrare al tempo stesso legittimo supporre che questa formazione dell’identità sia precisamente la peculiarità del potere (quale ne sia la forma) e il segreto della sua efficacia, in tutte le forme del potere, la figura individuale si inscrive nella configurazione complessiva che delimita la totalità del possibile e del pensabile; questo limite determina, propriamente, l’ideologia per effetto della quale ragione individuale e ragione sociale tendono ad identificarsi in tutte le società. In ogni società, repressione psichica e repressione sociale si definiscono vicendevolmente. Ma questo non è il postulato dei meta-antropologi. Ciò che essi respingono, fra l’altro, nella nozione di natura umana è lo schema intellettuale universalistico che le corrisponde e secondo il quale forme omologhi possono e debbono trovarsi nelle diverse culture, l’evoluzionismo latente o esplicito che sottende i loro discorsi pretende che la storia dell’umanità vada dal più aperto (la società primitiva) al più repressivo (lo Stato); una lettura alla rovescia del senso della storia permette loro, un po’ contraddittoriamente, di fare del secondo l’ossessione della prima, negandogli al tempo stesso un carattere la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 di necessità storica».(10) «Il potere si abbatte sempre su individui»(11) e, se questo è un fatto antropologicamente verificato, il vero problema è la definizione di quale logica presieda, “nel” potere, per la determinazione dei ruoli, sia sociali che individuali. Anche perché «Dedurre il vissuto individuale concreto dai miti d’origine, dalle cosmogonie, dalle forme rituali o dalle teorie antropologiche locali è certamente sacrificare ad una concezione esegetica del simbolismo. Quest’ordine intellettuale non è espresso, o all’occorrenza imposto all’individuo, se non come richiamo all’ordine».(12) Ove il richiamo all’ordine esplicitamente diviene elemento ben più complesso e problematico della semplice categoria repressione. Se è vero quindi che il richiamo all’ordine è ben più complessa dimensione della repressione pura e semplice ed implica un riferimento a fattori simbolici, palingenetici e alcune volte persino messianici, in tal modo sollevando parte della responsabilità civile dell’individuo, è anche vero che, come Augé dice: «Il totalitarismo logico-sociale non toglie nulla alle difficoltà della pratica e all’angoscia del vivere. La tendenziale identificazione dell’ordine sociale, dell’ordine individuale e dell’ordine intellettuale mette a confronto le pratiche con i temibili rischi della necessità retrospettiva e ineluttabile. Nessuno è al riparo dal rischio, ma gli individui sono diversamente armati per fronteggialo e questa disuguaglianza è, in ultima analisi, sociale».(13) In un tale contesto di atteggiamento viene da richiamare il pensiero classico, sul versante più specificatamente storico e laico, e nel campo della teoria del religioso la riflessione del pensiero Tradizionale secondo la linea UTR.(14) Cioè a dire che la repressione come espressione del potere agisce non solo per vie esterne, ma principalmente per vie interne, innerva ogni struttura umana, comunque essa si costituisca e qualsiasi sia il grado, possibile o praticabile, d’autocoscienza rispetto allo stesso problema del potere. Certamente alla base del problema della repressione come espressione del potere c’è il problema ineliminabile ed inaggirabile delle differenze, sia nelle società di classe sia nelle società senza classi, essendo il potere, anche per Augé,(15) ben anteriore alla comparsa delle classi. Le differenze innervano ogni società, qualsiasi sia la sua ideologia, in quanto «l’ideologia è sempre ideologia del potere in qualsiasi tipo di società. Tutte le società sono repressive ed impongono allo stesso tempo un ordine individuale e un ordine sociale».(16) In 58 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Marc Augé nel suo studio pagine memorabili Augé coglie tutte le contraddizioni del doppio orientamento che informa l’odierna letteratura in scienze sociali: il neoevoluzionismo e quello del rifiuto della dicotomia natura/cultura. E sostituisce, integrandole senza negarle totalmente, tutte le principali vie interpretative dell’antropologia in una nuova sintesi che è quella dell’ideo-logica, ovvero della logica delle rappresentazioni in una data società. Qui è molto importante anche che la simbolica, o come la definisce Augé, l’ordine della sim- bolizzazione, (che costituisce intrinsecamente la rappresentazione) sia considerata fondamentalmente diacronica, un rapporto d’ordine sintattico,(17) che struttura secondo un logos complessivo (ove simbolica e logica quindi sono correlate sempre ma non sempre in diretta corrispondenza) la rappresentazione (in sé e di sé) del potere.(18) Infatti le forme del potere sono limitate in qualità di forme simboliche, indipendentemente dall’immensa varietà delle scelte paradigmatiche e dal carattere non meccanicistico delle combinazioni sintagmatiche. Perché alla storia si chiede sempre un senso, dice Augé, ma questa richiesta di senso è ben prima e ben di più del senso stesso che si vuol dare alla storia essendo il potere che controlla l’accesso al senso e questo accesso al senso si muove tra cooptazione ed esclusione in una dialettica di apparati simbolici, ove comunque viene privilegiata la narrazione di un passato eminente. La “storia” diviene quindi centrale per la narrazione del potere, in quanto senza un senso della storia non si potrebbe attribuire un senso complessivo all’esistente stesso oltre che al potere. Sarà ancora un altro potere (un contropotere, un controsenso) semmai, a determinarne una restaurazione od una possibile fuoriuscita, tramite rivolte e rivoluzioni. Questo potere è connaturato alla cooptazione ed all’esclusione e quindi alla re- aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano pressione proprio perché struttura il senso e la storia. E la “storia” «forse non è se non la storia della creazione del senso e delle sue costrizioni. Non si può riscrivere la storia ma la si può reinterpretare. L’attitudine politica o filosofica che consiste nel riprendere in considerazione, facendosene carico, gli elementi passati, nel ripensare la storia, non è dunque totalmente arbitraria, anche quando mitizza od inventa questa storia, perché con la sua sola esistenza essa le attribuisce una possibilità supplementare; va da sé, tuttavia, che la storia non potrebbe interamente dipendere dall’attualità e che esiste un confine NOTE 1 M. Augé, Perché viviamo, 2004, Biblioteca Meltemi, pag.11. 2 Idem, cit.: “L’utopia planetaria che ho evocato è un’utopia dell’educazione, della piena occupazione e della sicurezza per tutti; è un’utopia necessaria e la sola che valga, con quella della scienza, se si ammette che la vita individuale degli uomini non ha altra finalità che l’affermazione di sé attraverso la relazione con gli altri.”, pag. 129. 3 M. Augé, Poteri di vita poteri di morte, 2003, Raffello Cortina edit., pag. 9-11. 4 Perché..., cit., pag. 1l. 5 M.Augé, Rovine e macerie, Bollati Boringhieri, pag. 138. 6 M. Augé, Rov..., cit, pag. 37. 7 M. Augé, Rov..., cit, pag. 43. Mi sovviene al proposito la struggente suggestione evocata dal racconto di Berto (anche se ap- tra le metamorfosi storiche di un’istituzione, le quali rivelano progressivamente la sua complessità e le sue potenzialità, e le ricostruzioni arbitrarie che modellano il passato sulle esigenze del presente. In ogni caso, l’esigenza del senso passa attraverso un pensiero del passato».(19) Capacità sottile d’immettere nel dibattito storiografico questa potenzialità, che non deve divenire deviazione o falsificazione, proprio nel momento in cui diviene convintamene revisione. Ovviamente, come s’intende subito, bisogna ben stabilire il con- parentemente di segno contrario) sulla situazione sociale di quelle comunità, bianche o miste, durante la ritirata finale dell’Asse dagli ultimi lembi francesizzati del Nord-Africa. Il paradossale è che la multietnicità e la tolleranza “normale” di allora, sia pur sotto la cupola del colonialismo classico, si possano persino far rimpiangere rispetto alle spaventose discrasie e le liquidatorie semplificazioni dell’oggi, crismato da fondamentalismi di opposto segno... Una sorta di tragica ironia della storia che colpisce di soppiatto tutti i luoghi ed i non luoghi del senso comune, oggi ancor più dominanti di ieri... 8 M. Augé, Non luoghi, 2002, Elèuthera, pag, 41. 9 M. Augé, Poteri..., cit., pag. 180: “Che siano diverse è evidente. Che siano altre, è una menzogna.” 10 M. Augé, Poteri..., cit., pag. 7. 59 fine fra “riscrittura del passato” che è condizionata dai miti transeunti, dalle mode ideologiche o dalle compressioni geostrategiche e le vere e proprie falsificazioni alla Zdanov o alla Orwell, che storicamente sono esistite e continuano ferocemente a esistere, che esisteranno ancora e che tutti possiamo agevolmente constatare. Ove per di più la validazione delle mitizzazioni o delle rappresentazioni è scelta in base a fattori del tutto opportunistici. La “riscrittura del passato” risulta quindi, oggettivamente, di ardua definizione ed una sua chiara delimitazione comporterebbe comunque qualità quasi 11 M. Augé, Poteri..., cit., pag. 10... Ancora: “dall’altra parte rivela il carattere esplicitamente differenziale, implicitamente non egualitario e manifestamente costrittivo della configurazione complessiva in cui queste rappresentazioni si articolano, si coniugano, si precisano e si ordinano una rispetto all’altra...” (...) “Ma questa bella logica, di cui il discorso culturalista rende parzialmente conto, non ha nulla d’armonioso se non l’ideologia che esprime o piuttosto che costituisce. Si tratta dell’armonia stessa dell’ordine - ordine indifferentemente, intellettuale, morale e sociale. Essa individua componenti biologiche e psichiche, definisce linee di ereditarietà e regole di eredità, riti e diagnosi, prescrive e proscrive: in breve stabilisce l’insieme del possibile e del pensabile. E tuttavia, ciò che è possibile non lo è per tutti allo stesso titolo, ciò che è pensabile non lo è per tutti allo stesso modo, la 60 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 sovrumane di onestà intellettuale, capacità documentativa e discernimento spirituale. Anche perché per sostenere nobilmente ma assieme efficacemente la sublime inutilità della paidetica, si può accettabilmente credere come Augé che «la follia della storia è una follia ripetitiva. Gli orrori si ripetono. I progressi della tecnologia non fanno che amplificarne gli effetti».(20) George Orwell (1903-1950) La “postura” stoica, nella relazionalità civile e quella UTR nella sfera del sacro, sopra ricordata, ci sembrano, diversamente dal cangiante atteggiamento che si accalca forsennatamente tra impegno e riflusso, le migliori linee anche per sopportare e supportare tale “inutilità”, fornendone una versione efficacemente produttiva oltreché, appunto, nobilmente testimoniale. Anche dall’intelligente ed apregiudiziale controllo dei dati etnologici ed etnografici si può inferire un senso organico alla teoria sul potere, confrontandosi produttivamente con ogni visione diversamente orientata, da quelle ontologiche a quelle fenomenologiche, da quelle psicologiche a quelle sociologiche, da quelle storiche a quelle ideologiche. Il merito di Augé è di far interagire, nella sua visione, i dati disponibili della ricerca sul campo e le ipotesi interpretative con insuperato equilibrio. somma del possibile e del pensabile costituisce una sistematica delle differenze sia in modo esplicito, designando posti e ruoli (il lignaggio, la stirpe, il villaggio, il quartiere, il padre, il figlio, lo zio, il nipote), sia in modo implicito, in quanto, designando questi luoghi rappresentativi, esso ne situa al tempo stesso l’altrove e stabilisce con ciò stesso lo statuto di coloro che devono tenerne conto senza potersene far carico, tutti coloro che non possono riferirsi ad essa se non per misurare la propria debolezza e la propria insignificanza rispetto alle linee di forza e di senso, tutti coloro che la suddivisione temporale delle genealogie e la casualità delle nascite successive hanno allontanato dalle stirpi maggiori e dai fratelli primogeniti, tutti coloro che hanno solo un accesso effimero e passivo - per testimoniare o per subire - allo spazio del potere.” 12) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 1l. 13) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 74. 14) Unità Trascendente delle Religioni... Almeno per quanto riguarda il piano universalistico, tradotto da un livello metafisico ad uno ontologico ad uno socio-civile, più che nella linea del cosiddetto senso della storia. La lettura utr (e non ne diamo una versione rigida, per intenderci, dogmatica, ma fluida, secondo un orizzonte comparativo di taglio esoterico, mistico...) interpreta infatti in una logica ondulatoria il processo storico accanto alla dottrina tradizionale dei cicli, che sulla lunga distanza (dipendendo comunque i tempi dai ritmi, i quali ritmi quindi portano in sé una loro cogenza causale, che, nel breve medio-periodo, può essere legittimamente persino letta come linearmente necessitata ed inequivoca) inverte i processi finalisticamente intesi, rinnovando il respiro cosmico e quindi rendendo quantomeno limitata, se non del tutto incorretta, l’interpretazione esclusivamente unidirezionale, pur in una sostanziale irrisalibilità ed irreversibilità dei processi macrocosmici… 15) M. Augé, Poteri..., pag. 15. 16) M. Augé, Poteri...,cit., pag. 18. 17) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 70. 18) M. Augé, Rovine e macerie, 2004, Bollati Boringhieri, pag. 137: “Gli uomini hanno bisogno di poter pensare i loro rapporti reciproci. Ognuno ha bisogno di poter pensare il suo rapporto con gli altri, o per lo meno con alcuni altri, e, per far ciò, di inscrivere questo rapporto in una prospettiva temporale. Il senso sociale (il rapporto) ha bisogno, per svilupparsi, del senso politico (di un pensiero dell’avvenire). In altri termini, il simbolico (il pensiero del rapporto) ha bisogno della finalità.” 19) M. Augé, Poteri..., cit., pag. 127-129. 20) M. Augé, Rovine..., cit., pag. 135. 62 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Politeia Il “funzionarismo” e le funzioni Alla ricerca dell’interpretazione di un termine politico poco noto e si cerca nei vocabolari la parola “funzionarismo” non se ne trova traccia. Forse il significato del termine ha poco concorso alla sua “popolarità” e diffusione, specie nelle burocrazie. Invece nei primi decenni del secolo scorso il termine “funzionarismo” era frequentemente impiegato, almeno nelle opere di tre intellettuali di spicco dell’epoca, non riconducibili ai medesimi interessi culturali: un giurista, Antonio Salandra; un economista, Giustino Fortunato; un pensatore politico, Antonio Gramsci. Per Salandra il termine funzionarismo denotava la situazione dell’ordinamento dello Stato moderno per cui s’incrementava la funzione amministrativa1 e, correlativamente, il personale addetto. Funzionarismo significa così aumento del ruolo e del potere della burocrazia per cui il potere pubblico esercita funzioni (crescenti) a mezzo di impiegati specializzati. Apparente- TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE* S Antonio Salandra (1853-1931) mente il significato che ne da Salandra è il più “neutro” dei tre; ma subito dopo, da buon liberale-conservatore, aggiunge considerazioni negative2. Sociologico (e anche più “di valore”) il giudizio di Fortunato. Questi ricorda come vi sia un nesso indissolubile tra proletariato intellettuale e funzionarismo3 che porta alla proliferazione d’impieghi pubblici di dubbia (o inesistente) utilità. Vede poi distintamente la contrapposizione che così è generata, tra burocrati e rappresentanza (e sovranità) popolare. Questa burocrazia parassitaria «non concepì i servizi amministrativi se non immaginandoli pari a quelli di una macchina, che dovesse agire per solo uso e consumo de’ suoi congegni, nel particolare esclusivo interesse di coloro che vi fossero addetti, - la macchina per la macchina» (il corsivo è nostro). Prevede che, combinandosi nell’ordinamento degli Stati moderni, rapporto gerarchico (cioè di comando-obbedienza) e divisione del lavoro, si sarebbe concretizzato un assetto policratico dove all’antico feudalismo «a base locale» sarebbe seguito nel futuro un feudalismo a base funzionale. Tale tendenza si sta già realizzando, sosteneva Fortunato, perchè la burocrazia è riuscita a «sottrarre alla concorrenza privata il maggior numero di intraprese, assumendone direttamente l’esercizio: ossia, la tendenza al aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano dominio universale della burocrazia, - il cui trionfo sarebbe la resurrezione, sott’altra forma, dell’antico assolutismo, o, meglio, della peggiore delle tirannie, quella della servilità uniforme e meccanica». Gramsci avverte la contraddizione dello Stato liberale che da un lato costruisce uno Stato “rappresentativo” il quale trova il proprio punto centrale nell’autonomia della società civile garantita dalla divisione dei poteri (in primo luogo) e nella sovranità popolare; dall’altro - ed in contrasto con quella - nell’espansione dei poteri burocratici.4 Dall’altro l’espressione funzionarismo connota in Gramsci sulla scia di Michels - la prevalenza all’interno del sindacato e del partito socialista del potere dei funzionari e della conseguente weltanschauung riformistica e burocratica, in antitesi con lo spirito rivoluzionario. È superfluo ricordare tutti gli altri teorici dello Stato liberaldemocratico che hanno messo in guardia contro il potere burocratico (da Tocqueville a Max Weber alla scuola americana di public choice). È invece interessante notare come la diffidenza nei confronti della burocrazia era comune nei rivoluzionari francesi che avevano a che fare con la monarchia burocratica dell’ancien régime. Ad esempio nel progetto di dichiarazione dei diritti propo- sto da Robespierre alla Convenzione rileva, ai nostri fini, soprattutto l’art. 25 in cui si proclama: «In ogni Stato la legge deve soprattutto difendere la libertà pubblica ed individuale contro l’abuso dell’autorità di coloro che governano. Ogni istituzione che non consideri il popolo come buono e il magistrato come corruttibile è difettosa» (com’è noto, tale espressione non fu inserita nella dichiarazione del 1793, ma ve n’erano di analoghe). E nel discorso pronunziato alla Convenzione il 10 maggio 63 1793, Robespierre sosteneva: «Mai i mali della società provengono dal popolo, bensì dal governo. E non può essere che così. L’interesse del popolo è il bene pubblico; l’interesse di un uomo che ha una carica è un interesse privato. Per essere buono il popolo non ha bisogno d’altro che di anteporre se stesso a ciò che gli è estraneo, il magistrato, per essere buono, deve sacrificare se stesso al popolo».5 Anche Saint-just nel rapporto presentato alla Convenzione a nome del Comitato di salute pubblica il 19 vendemmiaio del- Dalle quarantadue incisioni che adornano Le guerre della rivoluzione, di Camille Pelletan, (1846-1915), Robespierre e i suoi amici Saint-Just e Couthon (da sinistra: Saint-Just, Robespierre e Couthon, poco prima del 9 termidoro), p. 112 64 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 A sinistra: Théodore Chassériau (1819-1856), Alexis de Tocqueville (1805-1859), Versailles, Museo di Versailles. A destra, dall’alto: Montesquieu in un’incisione di Émile Bayard (1837–1891); Sadi Carnot in una fotoincisione di Nicolas Léonard l’anno II (10 ottobre 1973) scrive: «Tutti coloro che il governo impiega sono parassiti; chiunque abbia una carica non fa niente personalmente e prende dei collaboratori subordinati»; e nel successivo rapporto del 23 ventoso dell’anno II (13 marzo 1794) rincara «C’è un’altra classe corruttrice, è la categoria dei funzionari... Tutti vogliono governare, nessuno vuole essere cittadino. Dov’è dunque la comunità politica? Essa è quasi usurpata dai funzionari».6 (Anche) a tale riguardo Marx si rivela uno dei più attenti (e acuti) interpreti dello spirito borghese. Criticando Hegel e quanto da questi sostenuto nei paragrafi 287-297 dei Grudlinien scriveva che la prassi della burocrazia era proprio il contrario (di quanto teorizzato da Hegel). Notava a tale proposito che in Hegel «Poiché l’universale come tale è fatto per sé sussistente esso è immediatamente confuso con l’empirica esistenza, e il limitato è immantinente preso, in guisa acritica, per l’espressione dell’i- dea». Cioè Hegel pensa, secondo Marx, che dato che i burocrati dovrebbero agire così (secondo la razionalità dello Stato), allora avrebbero agito così. Di fatto è il contrario: la burocrazia, scrive Marx, confonde gli scopi dello Stato con quelli burocratici: «Poiché la burocrazia è, secondo la sua essenza, lo “Stato come formalismo”, essa lo è anche secondo il suo scopo… La burocrazia si pretende ultimo scopo dello Stato. Poiché la burocrazia fa dei suoi scopi “formali” il suo contenuto, essa viene ovunque a conflitto con gli scopi “reali”. Essa è dunque costretta a spacciare il formale per il contenuto e il contenuto per il formale. Gli scopi dello Stato si mutano in scopi burocratici e gli scopi burocratici in scopi statali». A distanza di secoli da quando i costituenti e teorici dello Stato borghese hanno pensato e dato forma alle istituzioni liberaldemocratiche è interessante notare come queste siano viste spesso in un’ottica distorta: quella fatta propria dal potere burocratico, quando esprime una propria Weltanschauung. Combinando insieme gli elementi caratteristici abbiamo aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 che il “tipo ideale” dello Stato borghese consiste in ciò: a) che vi sia la garanzia dei diritti fondamentali, ovvero la società civile “separata” dallo Stato; b) i poteri pubblici siano distinti nel senso, notissimo, di Montesquieu; c) ogni potere di governo sia nazionalizzato; d) che sia consentita – anzi incentivata – la partecipazione dei cittadini ai poteri pubblici (compresi quelli amministrativi). e) in conseguenza dell’elemento sub “a”: ogni potere pubblico è in linea di principio limitato, e ogni azione sociale libera; f) l’accesso alle cariche pubbliche è consentito a qualsiasi cittadino (conseguenza del principio sub d) (ritenuto tipico di un ordinamento democratico già da Tucidide ai tempi di Pericle)7. g) Infine, come conseguenza sia della democrazia che della “supremazia” del politico, il ver- tice di ogni ente e di molti organismi pubblici è d’estrazione non interna (burocratica), ma eletto o designato esternamente (da organi responsabili verso il corpo elettorale). Con la conseguenza di controllare e limitare il potere della burocrazia (interna). Se si prova invece a costruire il tipo ideale di uno Stato (e della pubblica amministrazione) come da Weltanschauung burocratica, abbiamo invece: a) il perseguimento dell’interesse pubblico affidato alla bu- rocrazia è il fine principale. Solo che, essendo la competenza dei burocrati limitata dalle funzioni dell’ufficio, risulta considerato e perseguito non (tanto) l’interesse generale (che è la sintesi degli interessi particolari e lo “scopo” principale dell’istituzione- Stato) ma il particolare interesse affidato all’ufficio. b) É chiaro che rispetto al compito del funzionario di tutelare l’interesse pubblico i diritti dei privati, se si imbatte in quelli, sono di sicuro impaccio e fastidio. A 66 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 parte ogni considerazione “dietrologica”, è chiaro che il compito del funzionario è assai facilitato se non deve rispettarli o la sua azione li può “affievolire”. L’effettività del diritto, uno dei fini principali dello Stato, strettamente connesso all’ordine sociale, è quindi vista quale ostacolo all’esercizio della funzione affidata al burocrate. c) I controlli; anche questi sono d’impaccio all’assolvimento del compito. d) Le responsabilità. Pur non avendo le responsabilità peculiari al personale politico (lega- te alla elezione o nomina e alla temporaneità del mandato), per il funzionario essere chiamato a rispondere del proprio operato è anch’esso impeditivo all’esercizio della funzione (del potere). Ragion per cui i tipi di responsabilità devono essere limitati (v. l’art. 28 della Costituzione italiana, poco applicato) e di preferenza valutate da uffici “interni” alla burocrazia. Se invece di ricostruire il tipo ideale di Stato secondo la visione burocratica, lo si fa secondo gli interessi privati del burocrate (quelli presi “a misura” del comportamento della burocrazia dagli economisti della scuola di public choice e da Fortunato) la sintesi più efficace l’ha data proprio l’economista lucano: lo Stato (e più ancora l’ufficio) è visto dal funzionario come una gran macchina, che al contrario di quella di Carnot, adopera tutta l’energia consumata per far muovere i propri ingranaggi e cioè a rendimento “zero”. Quanto più si avvicina al rendimento suddetto, tanto più è apprezzata dai burocrati (ovviamente il contrario è per gli utenti). Fine prima parte *Avvocato, autore di numerosi saggi e libri NOTE 1 “Quelle funzioni degli Stati moderni, che, proseguendo particolarmente il fine di benessere e di coltura, hanno più rigorosamente il nome di amministrative, vanno d’anno in anno crescendo di numero, di intensità e di diffusione...” v. La giustizia amministrativa nei governi liberi, Torino 1904, pp. 8 ss. 2 “L’autorità, se anche preordinata a difesa e integrazione della libertà, non si esercita senza diminuzione della libertà stessa. E quanto più essa si divulga, quanto maggiore cioè è il numero e di conseguenza inferiore la qualità degli individui che la esercitano, tanto più grave e frequente è il pericolo ch’essa ecceda, e che non sia raffrenata la naturale tendenza di coloro che ne dispongono ad abusarne e a disviarla a fini personali” in La giustizia amministrativa nei governi liberi, Torino 1904, pp. 8 ss. 3 “Proporzionalmente così alla popolazione come ai pubblici servizi, lo Stato italiano annovera il maggior numero d’impiegati, specialmente di quelli che hanno mansioni esecutive, triste espressione del nesso indissolubile che è in Italia fra il proletariato intellettuale e il funzionarismo, due escrescenze parassitarie di un organismo debole e malato”. I servizi pubblici e la XXII legislatura ne Il mezzogiorno e lo Stato italiano Bari 1911 p. 417. 4 “Tutta l’ideologia liberale, con le sue forze e le sue debolezze, può essere racchiusa nel principio della divisione dei poteri, e appare quale sia la fonte della debolezza del liberalismo: è la burocrazia, cioè la cristallizzazione del personale dirigente, che esercita il potere coercitivo e che a un certo punto diventa casta. Onde la rivendicazione popolare della eleggibilità di tutte le cariche, rivendicazione che è estremo liberalismo e nel tempo stesso della sua dissoluzione”.Note sul Macchiavelli Roma 1971 p. 119 v. anche p. 408. 5 E proseguiva: “Il governo è istituito per far rispettare la volontà generale; ma gli uomini che governano hanno una volontà individuale, e questa cerca sempre di dominare. Se essi impiegano in questo senso la forza pubblica, il governo non è che il flagello della libertà. Dovete concludere, quindi, che principale obiettivo di ogni Costituzione deve essere difendere la libertà pubblica e quella individuale contro lo stesso governo... Hanno proclamato con grande solennità la sovranità del popolo e intanto l’hanno incatenato; e mentre riconoscevano che i magistrati sono i suoi mandatari, li hanno trattati come i suoi dominatori e i suoi idoli. Tutti sono stati d’accordo nel presupporre il popolo insensato e ribelle, e i funzionari pubblici essenzialmente saggi e virtuosi”, I Giacobini, p. 40, Firenze 1978 (i corsivi sono nostri). 6 v. I Giacobini, Firenze 1978, pp. 81 e 87 (i corsivi sono nostri). 7 v. K. Marx Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Roma 1989, pp. 63-64 (i corsivi sono nostri). 68 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Da l’Erasmo: pagine scelte Un’ossessione del XVIII secolo: l’oro del “bonheur” Donne, scrittrici, pittori, libertini GIUSEPPE SCARAFFIA «H a il tic di detestare le persone infelici, perchè non vuole esserlo, nemmeno per lo spettacolo delle sofferenze altrui», diceva l’abate Galiani di Madame Géoffrin. Nella grande tela di Lemonnier, Prima lettura dell’“Orfano cinese” di Voltaire nel salotto di Madame Géoffrin, si trovano schierati quasi tutti gli intellettuali del tempo. La padrona di casa, vestita con voluta modestia, in contrasto con le sue rivali aristocratiche, guarda assorta nel vuoto. Non era l’unica tra le grandi dame parigine a temere gli agguati della tristezza. Madame du Deffand guardava con sospetto un invitato che parlava strascicando penosamente le parole: «Quell’uomo ha l’aria d’annoiarsi mortalmente di quel che dice». La noia è il vero nemico del XVIII secolo. Si te- me che sia contagiosa; si ignora quando sopraggiunge e quando scompare. Non si sa quale abisso si nasconda dietro il suo malinconico vuoto. Il bonheur, la felicità, che era l’ossessione degli abitanti del XVIII secolo, doveva essere protetto e nutrito. L’Encyclopédie, dopo aver consigliato di prendere, prima della tazzina di caffè, un bicchiere d’acqua, per rendere lassativa la bevanda, ne rilevava le qualità positive. Quel liquido scuro sembrava «rallegrare la mente, renderla più pronta al lavoro, svagarla e dissiparne i dispiaceri». La seduzione era l’emblema del rapporto dell’epoca con il bonheur, cui si avvicinava come un cacciatore timoroso di spaventare la selvaggina o di rovinarla. Ma l’altro nemico della gioia è il tempo. Non a caso, ha rilevato Mauzi, bonheur significa anche bonne heure, alludendo all’irripetibile immersione nel presente degli uomini del secolo dei Lumi. Le tante donne ritratte di spalle da Watteau sono la consapevolezza dello scorrere incessante del tempo: se ne è appena presa coscienza che già è lontano. La petite maison, la raffinata dimora in cui i libertini accoglievano le loro amanti, era una piccola fortezza contro l’assedio del tempo. Nei disegni di Fragonard ogni radura si tramuta in un boudoir. Le tende, i quadri e i mobili arcuati ed imbottiti di ogni stanza sembrano creati apposta per il radioso istante della seduzione. Gli specchi moltiplicano i piaceri all’infinito in un’eco vellutata sempre uguale e sempre diversa. Le spesse volute delle pesanti cortine dei letti calano a incorniciare gloriosamente le diverse tappe della conquista. Il pittoresco disordine delle lenzuola è quello della piena di una passione pronta a risolversi nell’attimo del godimento. aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 Jean-Honoré Fragonard (1732-1806), L’istante desiderato o Gli amanti felici, olio su tela, collezione privata In quell’epoca golosamente concentrata sul presente, ‘Frago’, come lo chiamavano gli amici, cercava di sorprenderne ad ogni passo la rigogliosa pienezza e la fulminea generosità. Bandite la nostalgia e la speranza, si chiedeva al tempo, con avida meraviglia, tutto quel che poteva offrire. Gli attimi di piacere si concatenavano come le perle di una collana. Non a caso l’autore di Point de lendemain, Dominique-Vivant Denon, era un grande collezionista e l’inventore del Louvre. Il cacciatore di felicità settecentesco non cercava, come i romantici dell’Ottocento, un’impossibile pienezza di felicità. Sapeva bene che il mosaico del bonheur si compone una tessera alla volta, come una spregiudicata collezione. Nello sguardo delle fanciulle di Boucher il materialismo si traduceva in una sensuale serenità. Con un movimento spontaneo la saggezza abbrac- 70 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Jean-Honoré Fragonard, Amore abbraccia l’Universo; olio su tavola, Tolone, Musée des Beaux-Arts ciava la dissipazione e l’incostanza. Lo sbriciolarsi della roccia non evocava in Diderot il fantasma della dissoluzione finale, ma quello tenero dell’adulterio. Come può resistere la fedeltà, si chiedeva il filosofo, se nemmeno la pietra riesce a sottrarsi all’usura degli elementi? La vita amorosa era un continuo schivare la noia. «Ci si piace, ci si prende. Ci si annoia, ci si lascia», diceva il principe di Ligne, per cui Goethe scrisse il Requiem per l’uomo più felice del secolo. Coraggioso sotto le armi, abile nelle trattative, squisito nella conversazione, Ligne sapeva padroneggiare le passioni, godendo del loro slancio senza soggiacervi. La vivacità delle infinite battute che costellavano i suoi discorsi era il riflesso di una completa aderenza al presente. Scusandosi con il re di Polonia per un ritardo, disse: «Sire, la colpa è di una delle vostre più belle suddite. Il suo segreto verrà mantenuto, perchè non riesco a ricordarmene il nome che è di cinque o sei sillabe diaboliche da pronunciare». Ligne morì serenamente, durante il congresso di Vienna. Aveva chiesto, ricevuto e dato al suo tempo tutto quello che poteva riceverne e dargli: una felicità vivida e leggera, come una fiamma bassa ma sempre viva, uguale e diversa. Se Don Giovanni nel Seicento si misurava con la divinità, Casanova, come la migliore parte del suo secolo, si misurava con l’inafferrabile dolcezza del presente. E la sfuggente voluttuosità della donna gli sembrava aprile 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 71 Jean-Honoré Fragonard Le tre Grazie, olio su tela, Grasse, Musée Fragonard incarnare perfettamente questa dimensione temporale. Per sedurre le sue prede, Giacomo non esitava davanti ad alcun mezzo, da una lieve violenza al denaro, offerto generosamente prima per vincere le resistenze e poi, appagato il desiderio, per dare paternamente una dote alla pupilla. Eppure la modernità, da Schnitzler a Fellini, sembra non riuscire a fissare in tutto il suo fulgore la spensierata grandezza di Casanova, la straordinaria, in- sopportabile pienezza vitale del libertino, in cui il secolo si era realizzato con una completezza sospetta, abbinando all’arte l’inganno, alla seduzione il genio. Nulla sfuggiva all’alchimia con cui il Settecento cercava di trasformare qualsiasi suo aspetto nell’oro del bonheur. Anche se è il secolo del piacere, l’epoca dei Lumi era una delle più pronte a sciogliersi in un pianto ristoratore, che diventava subito un’occasione di godimento e una prova di una qualità cui tenevano molto: la sensibilità. Tutti erano sensibili. Luigi XVI aveva inau- gurato ‘la monarchia sensibile’. Mentre la filosofia si esibiva nei salotti, sul palcoscenico trionfava la ‘commedia lacrimosa’, altare dei buoni sentimenti. Nell’Encyclopédie di Diderot – ampiamente dedito al vizio delle lacrime – riso e pianto sono accomunati nella descrizione fisiologica. Entrambi sono manifestazioni di piena positiva del sentimento. «Tutti i generi vanno bene – diceva Voltaire – tranne quelli noiosi». Tratto da L’Erasmo, n.32, Ottobre – Dicembre 2006, I cinque sensi 72 la Biblioteca di via Senato Milano – aprile 2013 Bvs: il ristoro del buon lettore Il sorriso di Livia e Alfonso Come fanciulli: la purezza e le emozioni della cucina GIANLUCA MONTINARO H anno «comperato una scatola con colori e matite». E hanno disegnato il loro piccolo universo, con la fugace dolcezza dell’attimo e il ponderato gesto dell’eterno. Così è la famiglia Iaccarino. Come spersa, nelle fluttuanti tinte di una dimensione favolistica: quella del Don Alfonso. Ma così è anche Sant’Agata sui due Golfi, piccolo paese abbarbicato fra Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana: un luogo che è dimensione a sé, come il minuscolo pianeta abitato dal Piccolo Principe protagonista dell’omonimo racconto di Antoine de Saint-Exupéry (novella di cui la Biblioteca di via Senato conserva una bella edizione Gallimard del 1946). Una dolcezza indefinita, un candido languore, una sottile malinconia pervadono il pergolato e il giardino del Don Alfonso, ammantato da caldi colori mediterranei. Splendente nei blu e accecante nei bianchi delle sue ceramiche di Vietri. Mentre Livia, insieme al figlio Mario, vi accoglieranno con la spontaneità del candore, già Alfonso, con l’altro figlio, Ernesto, saranno in cucina, con la misura della serietà: già perché la vita, come l’arte, «è una questione di discipli- Ristorante Don Alfonso 1890 Corso Sant’Agata, 11 Sant’Agata sui due Golfi (Na) Tel. 081/8780026 na». Ernesto lo sa. Lo ha imparato fin da giovane. Il rigore gli appartiene: «è molto più difficile giudicare se stessi che gli altri». I piatti raccontano storie di piacere e di gusto ma in essi «l’essenziale, invisibile agli occhi» va «cercato col cuore»: così nel soufflé di mozzarella di bufala come nell’antica degustazione di antipasti di nonna Titina. Le storie crescono in ampiezza con le zeppole d’astice e deflagrano nel complesso (e straordinario) gelato di anguilla con caviale e tagliatelle al profumo di rosa. E infine un sottile “concerto di limoni”, come fosse un vivaldiano pizzicato d’archi, spalanca le porte al pu- ro mondo del Piccolo Principe. Solo un grande vino bianco, come lo Chardonnay di Ca’ del Bosco (forse il più grande bianco d’Italia), può dialogare con successo con questi piatti. Spettro olfattivo, ampiezza gustativa, lunghezza ed equilibrio lo rendono complice ideale per emozioni senza fine: «è così misterioso il paese delle lacrime!». Sarà ancora Livia, con il suo coinvolgente entusiasmo e il suo cuore da bambina, a narrare della piccola tenuta di Punta Campanella: un luogo magico, a pochi chilometri da Sant’Agata, a picco sul mare, ove Alfonso coltiva gli ortaggi e la frutta del ristorante. Vi trascinerà lì, col sorriso della purezza. E allora, sospesi fra cielo e mare, nell’azzurro più intenso, anche noi saremo finalmente bambini. «Mi piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto…». E guarderemo quel grande spettacolo con occhi più puri che mai, sospesi fra cielo e mare. Guarderemo la «dolcezza del tramonto» attraverso gli occhi di Livio e Alfonso, Mario ed Ernesto. Occhi puri e vibranti nell’emozione. E quella vista rimarrà sempre lì, in noi, scolpita in un eterno ricordo.