DETOUR
LA CANAGLIA A GENOVA
Detour, la canaglia a Genova, prima edizione, luglio 2002
seconda edizione riveduta, ampliata e allegata al video, ottobre 2003
Autoproduzioni “Il Sottovoce”, Genova, 2006
c/o Centro di Documentazione “Il Grimaldello”
Via della Maddalena, 81, Genova 16123
Info: [email protected]
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Premessa
se la polizia ha represso duramente, è stato soprattutto perché si era creata una situazione che le era
sfuggita di mano, e che Carlo Giuliani è stato ucciso brutalmente – rispetto ai modi molto più raffinati con cui il dominio uccide e lobotomizza quotidianamente e tanto più tristemente milioni di suoi simili – perché quel giorno, assieme ad altre migliaia di persone, aveva avuto il coraggio di ribellarsi.
Il lamento e la celebrazione del lutto odierni sono
gli strumenti per fare in modo che si continui a
passare sotto silenzio quello che ha fatto e fa tuttora male a tutti, tanto ai fedeli servitori dell’ordine
del mondo quanto ai suoi supposti contestatori.
Prima del G8 era logico ritenere che nulla di interessante sarebbe potuto accadere: la logica dell’appuntamento e la costruzione di una trappola
militare, nonché il monopolio mediatico delle lobbies sinistre (tute bianche, social forum, cattolici,
ambientalisti e rifondati) nella gestione della “protesta” ufficiale e concordata facevano pensare che
nessun contenuto interessante avrebbe potuto trovare sfogo a Genova. In questa situazione qualcosa è invece accaduto: l’organizzazione spettacolare dei professionisti della contestazione concordata
è stata rifiutata da migliaia di persone che hanno
deciso di fare a modo loro e di contestare realmente il potere che si manifestava attraverso l’organizzazione dello spazio urbano e la massiccia presenza poliziesca, attaccando direttamente entrambe.
Se la lettura dei testi scelti e proposti restituisce in
modo già esauriente (a partire dal testo di Montaldi sull’eredità genovese del ’60) lo scacco che è
stato dato agli “opportunisti di sinistra” (magra
consolazione, potrebbe dire più d’uno), ci sembra
invece opportuno insistere subito sull’unico aspetto, finora totalmente ignorato, carico di potenzialità costruttive: migliaia di persone si sono impadronite di interi quartieri di Genova (Foce, Marassi,
San fruttuoso e parti di Albaro e Castelletto), liberando le vie dal dominio capitalista.
A oltre due anni di distanza dai fatti di Genova
e a uno dall’uscita dell’opuscolo, Detour esce
ora in forma di video.
La trappola dell’organizzazione militante di
contro-vertici internazionali, che paralizzano lo
spirito di rivolta in momenti di impasse politica
e di scontro militare (pensiamo a quanto successo a Salonicco), non è ancora stata elusa, nonostante le buone intenzioni .
Parlare di Genova, di quella deriva di rivoltosi
che ha aperto una falla non solo nel sistema, ma
anche nel sistema della militanza, non smette allora di essere attuale.
Quanto successo venerdì 20 luglio 2001 continua, per noi, ad essere un buon tavolo di discussione per un dibattito che va oltre, che non vuole
opporsi ad eventi eclatanti, ma distruggere la
miseria della nostra vita quotidiana.
Alle soglie dei processi per il G8 riproponiamo
quindi Detour nella versione scritta - con qualche modifica (l’eliminazione dell’ultima parte
con i testi traslati nel film e l’aggiunta di altri
brani) - ed in quella video, convinti che la rivendicazione di quanto accaduto allora sia la migliore risposta da dare alla nuova inquisizione
politica e sociale.
Ottobre 2003
•
Introduzione
“Il mondo capitalista o sedicente anticapitalista organizza la vita sul modello dello spettacolo… Non
si tratta di elaborare lo spettacolo del rifiuto ma di
rifiutare lo spettacolo”.
E’ passato un anno dalle giornate del G8 e il cosiddetto movimento antiglobalizzazione si appresta
a celebrare l’ennesima scadenza ricordando le
giornate di un anno fa soltanto per la repressione
poliziesca e per la morte di Carlo Giuliani. In pochi sembrano pensare – e nessuno osa dire – che
Il dibattito post-G8 nell’ambiente “antagonista” si
è esaurito nel difendere lo spirito anarchico del cosiddetto black bloc dalla ridicola accusa di essere
un esercito di infiltrati e poliziotti e nel legittimare
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moralmente l’azione diretta. Questa doppia operazione difensiva non ha permesso di rilanciare i
contenuti delle giornate genovesi oltre la denuncia
della feroce repressione poliziesca. Detto quanto
sia poco interessante filosofeggiare non solo sulla
moralità dell’atto distruttivo (su cui poche persone
di buon senso hanno da ridire), ma anche sulla
stucchevole distinzione tra l’incendio di un auto
proletaria o di una borghese o il saccheggio di un
megastore invece che di una piccola bottega (e qui
le remore aumentano da parte di chi non vede nel
capitalismo un sistema di relazioni sociali concrete
così oppressivo da meritare un attacco senza mediazioni) vale invece la pena sottolineare il pericolo strategico e politico di un nichilismo che non sa
superarsi. Gesto carico di significato e potenzialità
quando compiuto da un casseur di periferia nel
flusso della vita quotidiana come rifiuto per la vita
di merda a cui è destinato, l’atto distruttivo diventa
“spettacolo del rifiuto” - che già quarant’anni fa
era stato identificato come una delle trappole più
subdole tese dal recupero capitalista sulle forme di
vita - quando viene proposto da un militante politico in occasione di un summit internazionale, circondato da telecamere e giornalisti.
Se il progetto radicale è quello di ritagliarsi uno
spazio all’interno degli appuntamenti fissati dal
dominio e gestiti dai contestatori da esso addomesticati per praticare l’azione diretta contro i “simboli” del capitalismo, non resta che riconoscere lo
scacco e andare altrove, ricordando come già negli anni Sessanta, nell’Amsterdam dei Provos, le
agenzie di viaggio fossero arrivate al punto di organizzare finte guerriglie urbane a cui far partecipare i turisti, e sottolineando che le vere forme
contemporanee di sovversione vanno cercate nelle
insurrezioni popolari che hanno scosso l’Albania
pochi anni fa, e che perdurano in Cabilia e, in parte, in Argentina.
Se Seattle aveva avuto un valore per il carattere di
novità che la protesta sociale aveva avuto dopo
decenni di apatia totale, tutte le tappe seguenti dell’antiglobal tour avevano costituito un rapido e
progressivo scadimento nella rappresentazione
spettacolare della protesta. Nonostante in molti
abbiano voluto fare di Genova una tappa simile a
quelle di Praga, Nizza e Goteborg, semplicemente
aumentata nella quantità dei suoi effetti (maggior
numero di manifestanti, di vetrine distrutte e di botte della polizia), essa è stata invece ben altro, un
salto di qualità. L’azione diretta sfugge alla trappola dell’estetica del nichilismo e si trasforma in
occasione di costruzione di situazioni di rivolta e di
libertà reali quando scavalca il muro della militanza per aprirsi alla partecipazione gioiosa di altri
manifestanti, di abitanti, di passanti e di curiosi
nella costruzione di spazi e di momenti di vita collettivi. Questo è esattamente quanto è successo a
Genova il venerdì 20 luglio (e non il giovedì né il
sabato). I pochi black bloc che credono alla propria esistenza in quanto organizzazione e stabiliscono la relativa ortodossia militante si sono lamentati o se ne sono addirittura andati da Genova
alla fine della giornata perché troppi cani sciolti
non vestiti di nero hanno disertato la contestazione
dei “simboli” del capitalismo. Questi perfetti progettisti di quel “rifiuto dello spettacolo” di cui lo
spettacolo stesso fa richiesta non hanno capito che
ciò che attrae le persone in una situazione di rivolta è una contestazione reale e immanente della vita
quotidiana. A Genova l’azione devastatrice non è
mai stata fine a se stessa ma parte integrante di un
movimento di appropriazione e godimento dello
spazio urbano da parte di migliaia di persone in un
clima tutt’altro che violento e parossistico (e chi
non c’era lo può verificare da molti resoconti e filmati). In realtà, come è stato fatto notare da più
parti, il black bloc non è una organizzazione ma
una tattica di strada, ed in quanto tale ha avuto un
ruolo decisivo durante il venerdì 20: scegliendo
volontariamente di disertare la trappola mediatica
della zona rossa e lo scontro diretto con la polizia,
e inoltrandosi in quartieri popolari affollati non
solo di manifestanti ma anche di curiosi, lo spezzone “nero” ha funzionato da detonatore per la liberazione di quegli spazi. Dalle 12 alle 19 di venerdì
20 luglio, ovvero dalle prime azioni all’incrocio tra
Corso Torino e Corso Buenos Aires fino agli ultimi
focolai di scontro in via Donghi, buona parte della
Genova centro-orientale è stata in mano ai rivolto4
si, che hanno costretto la polizia ad azioni di contenimento e hanno attaccato i dispositivi di oppressione della vita quotidiana. Nell’arco di quelle lunghissime sette ore del venerdì non solo gli spezzoni
di corteo antagonisti – quello più corposo che da
Piazza Paolo da Novi è arrivato a Manin, via carceri di Marassi, e quello più piccolo ed avventuroso che ha raggiunto Piazzale Kennedy per poi percorrere tutto il lungomare fino a Boccadasse e ricongiungersi, attraversando Albaro, alla coda del
corteo delle tute bianche – ma migliaia di persone
hanno attraversato un territorio improvvisamente
trasfigurato, dove tutti i segnali che quotidianamente ci ricordano il nostro dovere di sottomissione non avevano più senso (insegne commerciali,
carreggiate automobilistiche, segnali stradali, ecc.)
e le strade, vissute normalmente come percorsi obbligati di una vita preconfezionata, sono divenuti lo
spazio di possibili avventure, i luoghi dove si costruiva la storia individuale e collettiva di quei momenti. Da tempo una città dell’occidente capitalistico pacificato non veniva liberata per così grandi
spazi e per così lungo tempo da una canaglia di facinorosi.
capacità di saper creare quotidianamente forme di
pensiero politico e di azioni di conflitto contro il
dominio. Quando l'orizzonte della nostra vita quotidiana è fisicamente rinchiuso in una gabbia senza
uscite – una città dove si esce di casa e ci si sposta
solo per lavorare e consumare – la trappola capitalista ha successo. Lì finisce ogni possibilità di riscatto rivoluzionario perché “tutte le chiacchiere
sulle rivendicazioni parziali non bastano a cancellare un attimo di libertà vissuta”. Quello che spesso neanche la sinistra radicale capisce è appunto
che qualsiasi pretesa rivoluzionaria – per quanto
fine – non può prescindere dalla sperimentazione
concreta della libertà e solo la dimensione intrinsecamente sociale della città, la condivisione dello
spazio, può permettere di superare l’impasse della
libertà individuale non condivisa, per rilanciarla su
un piano politicamente sovversivo.
Per tutti questi motivi, venerdì 20 luglio è stato un
giorno di rivolta. Aver condiviso con migliaia di
persone l’esperienza fisica e mentale di una nuova
dimensione dello spazio urbano; aver respirato,
sia pure per poche ore, l’atmosfera di un potenziale mondo alla rovescia, le cui strade non sono più i
binari che portano sempre negli stessi posti, ma i
terreni di avventure e di sorprese: tutto ciò è benzina sul fuoco che brucia coloro che non si rassegnano alla sopravvivenza. L’aver esperito la libertà nelle strade diventa automaticamente la base di
una rivendicazione politica senza compromessi: la
rivoluzione della vita quotidiana. Per le persone
che sentono queste cose, il venerdì di un anno fa a
Genova rimane un dies signanda albo lapillo, non
un lutto da celebrare, ma una festa da rinnovare.
Soltanto un’inflazione di situazioni simili, e mai
nessun tribunale, potrà rendere giustizia alla lotta
e alla morte di Carlo Giuliani.
Luglio 2002
Nonostante sia ormai da cinquant’anni al fedele
servizio del capitalismo, l’urbanistica – organizzazione degli spazi urbani come funzione dei bisogni
dell’economia – viene costantemente sottovalutata
e trascurata tra gli obiettivi del mondo da contestare. Ma chi pensa che la globalizzazione non sia
solo un sistema che aumenta la disparità economica tra una parte del mondo ricca e felice ed un’altra povera e triste, bensì un altro nome per definire
quel totalitarismo dell’Economia sull’uomo che
rende insopportabile la vita quotidiana di tutti, anche e soprattutto di noi “ricchi”, dovrebbe ricordarsi di quanta frustrazione, alienazione e oppressione passino attraverso l’organizzazione capitalista dello spazio urbano. La sistematica distruzione
di ogni possibilità di aggregazione sociale e di piacere reale (non quello alienato indotto dal consumo), financo quello di circolare liberamente per le
vie, è la causa principale della rassegnazione e
della tristezza di milioni di persone, nonché dell’in-
• La preziosa eredità
Già il 30 giugno 1960 Genova si era mostrata
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ostile non solo ai potenti di turno, ma anche ai suoi
falsi contestatori. L’analisi fatta a suo tempo da
Danilo Montaldi su quella rivolta resta la migliore
sintesi esplicativa anche per quello che è successo
nel luglio 2001.
avvengono fatti di piazza si parla di “masse esasperate”. I borghesi per ovvie ragioni; e gli op-portunisti lo fanno per semplificare, così, il problema, e per
dimostrare che senza la loro guida illuminata non si
risolve niente. Ma i lavoratori se sono di qualcosa
“esasperati” è di sentirsi trattati nel lavoro, nella vita
pubblica, nei partiti, nei sindacati, come gente che
va costantemente guidata. Questa volta hanno voluto guidare loro stessi la lotta e l’hanno portata sul
proprio piano, di classe.
Si sono mossi i lavoratori della Liguria, dell’Emilia,
del Piemonte, i lavoratori dell’area cosiddetta evoluta del Paese, dove ugualmente il potere borghese
non si è risparmiato in 15 anni per intralciare l’urto
di classe del proletariato; entro quest’area il livello
di vita dei lavoratori, grazie alle lotte passate, è piuttosto elevato nei confronti del resto nazionale, ed è
in quest’area che viene praticata la politica del neocapitalismo tendente a risolvere la lotta di classe in
termini di consumo e di benessere. Entro quest’area
ci sono isole “privilegiate” dove tale politica ha funzionato per anni; tuttavia è stato proprio da quelle
isole che è partita la risposta di piazza. Non erano
lavoratori, quelli scesi contro la polizia nelle giornate tra giugno e luglio, esasperati dalla fame e dalla
miseria; non erano lavoratori in preda all’elementare bisogno del pane; sono operai industriali, cui il
lavoro non manca, i quali hanno dimostrato che
quando cessa la fame e la miseria non cessano i
motivi per mettersi contro l’attuale società, le classi
che la governano, e la polizia che la difende.
Situata dunque su questo terreno, la difesa dei lavoratori e dei giovani che ha avuto inizio da Genova è
stata in Italia la manifestazione politica più notevole
degli ultimi anni proprio per le modalità nelle quali
si è svolta e per le qualità classiste dei suoi protagonisti: i lavoratori delle zone industriali.
Ai fatti di luglio la borghesia nazionale, che già
cantava da anni vittoria contro una classe operaia
che si sarebbe appagata di alti salari, frigoriferi e ferie pagate, ai fatti di luglio la “generosa” borghesia
nazionale ha reagito facendo sparare sui lavoratori.
Ai fatti di luglio gli opportunisti, che in nome del
“progresso raggiunto” escludevano che si potesse
ancora ricorrere all’agitazione di piazza e cercavano
IL SIGNIFICATO DEI FATTI DI LUGLIO
[…] I fatti di luglio sono stati giudicati da buona
parte della stampa nazionale come “un tentativo rivoluzionario da parte di teddy-boys e di masse esasperate” e questa opinione è stata ripresa anche da
certi “uomini di sinistra” preoccupati che non venisse loro attribuita la responsabilità degli avvenimenti, dato che veniva orchestrata la campagna
come se si fosse trattato di un tentativo di colpo di
Stato comunista.
I fatti di luglio non sono stati “un tentativo rivoluzionario”; sono stati un’azione di difesa, ma svoltasi
questa volta su un piano di classe. A Genova i giovani, i lavoratori, hanno inteso difendersi con i propri mezzi, con i propri metodi, non hanno questa
volta delegato nessuno, hanno applaudito i discorsi
dei dirigenti politici quando questi hanno parlato di
lotta; ma nello stesso tempo non hanno aspettato
che arrivasse l’ordine dall’alto (che non sarebbe arrivato, come non è arrivato); hanno stabilito nell’azione una propria, profonda unità; e hanno tratto,
infine, un insegnamento dall’azione condotta.
Si è parlato quindi di teddy-boys e di masse esasperate. Ma anche questo è un giudizio interessato. I
ragazzi di Genova che hanno bruciato le camionette della Celere erano dei giovani che sanno quello
che fanno; sono operai e studenti che hanno maturato un profondo disprezzo nei confronti del potere
che grava su ogni momento della loro vita di giovani. I fatti di luglio sono la prima manifestazione
di classe della nuova generazione cresciuta nel clima del dopoguerra: da parte della classe dirigente
non sono stati risparmiati mezzi perché i giovani rimanessero imbrigliati nel sistema, ma i fatti di luglio hanno dimostrato che i giovani rifiutano questo
sistema.
Sempre, da parte borghese e opportunista, quando
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di convincere tutti che soltanto in Parlamento possono essere condotte azioni efficaci, ai fatti di luglio
gli opportunisti hanno reagito cercando di diminuire la portata degli avvenimenti affinché non gliene
venisse attribuita la responsabilità.
Nei fatti di luglio i lavoratori, i quali sanno perfettamente che non si dà alcun progresso reale senza il
loro diretto intervento sul terreno sociale, i lavoratori hanno detto no non soltanto al potere borghese
ma anche agli opportunisti: a Genova è stata capovolta anche l’automobile della Camera del Lavoro
dalla quale si lanciavano appelli perché l’azione venisse fermata, a Roma un burocrate del PCI che faceva opera crumira di “convincimento” ne è uscito
con la testa rotta, altrove si sono verificati scontri tra
lavoratori e sindacalisti che volevano rimandare tutti a casa, dovunque l’interessata indecisione dei partiti di sinistra e del sindacato è stata criticata dai lavoratori e dai giovani.
Di tutti questi fatti va condotta un’analisi che possa
liberarne l’interno significato politico.
Danilo Montaldi, da “Quaderni di unità proletaria”,
Cremona, 1960
trove e sono decise da altri; ad essere pignoli non le
decide nessuno. L’artificializzazione della vita attraverso la manipolazione genetica, le catastrofi climatiche, l’immiserimento di masse sempre più vaste di popolazione umana, il mercato del lavoro
sempre più “mercato” sono innanzitutto il prodotto
del movimento del capitale, che, inteso come sintesi inalienabile di tutti i rapporti sociali, fonda ogni
istante della nostra vita. Tutte le classi politiche, al
più, si adeguano ai diversi movimenti, istruendosi
ben bene; un po’ di solidarismo, poi un po’ di liberalismo ma dal volto umano, e via dicendo…
Nulla da chiedere, perché siamo svegli e con gli occhi bene aperti. Una riduzione delle emissioni inquinanti di un sistema industriale per sua natura devastante? Un po’ più di umanità nello sfruttamento
che in sé è disumano? Le etichette sui cibi transgenici in un mercato alimentare che è del tutto snaturato, così come snaturati sono nel complesso la nostra alimentazione e il tempo e il ritmo della nostra
vita? Un po’ di “beneficenza globale” per ridurre la
sottoalimentazione, la miseria, quando la miseria è
alla base stessa del nostro sistema così come lo è la
violenza dei rapporti sociali e persino delle relazioni
interpersonali? O ancora, un po’ meno razzismo
quando la divisione tra proletari di diversa provenienza (divisioni etniche, nazionaliste, comprese
quelle di “sinistra”) è la garanzia dell’impotenza di
questa classe?
Nulla da chiedere, perché non vogliamo rivendicare una cittadinanza universale globale, remunerata
o soggetto di diritti, perché la cittadinanza è stata
una delle prime menzogne, dal 1789 in avanti, prodotte dalla falsa coscienza borghese, che celebra un
individuo astratto atomizzato, chiuso nell’egoismo
osceno della solitudine, amplificata oggi dai possenti mezzi di comunicazione che proprio sulla distanza creano le loro migliori performances.
Nulla da chiedere, perché coloro che si sono mossi
da Seattle in poi possono dare un senso al loro mobilitarsi solo se si andrà all’essenza dello scontro
che oppone il capitale al pianeta, e all’umanità.
Cosa fare? Ora come ora non sappiamo rispondere,
non vogliamo rispondere. Certo, costruire ove possibile, nei limiti del possibile, situazioni di conflitto
****
• L’approccio
Lo stato d’animo e le intenzioni prima del G8 andavano dallo scetticismo verso la logica degli
appuntamenti, organizzati per non lasciare nessuno spazio di libertà, al desiderio di esserci comunque per esprimere un rifiuto autentico e radicale
nei confronti del capitalismo.
NULLA DA CHIEDERE
Del G8 e di tutti quelli che vorrebbero dialogare
con lui non ce ne frega niente, perché francamente
non abbiamo nulla da chiedere.
Nulla da chiedere, perché questi 8 pagliacci non ci
pare possano far altro che blaterare di cose in materia di democrazia, che per la verità si decidono al7
e percorsi di conoscenza. Ma è poco e non basta ad
eliminare il senso di impotenza che come individui
separati siamo costretti a vivere. Però…
Avere almeno lo stomaco per dirlo, senza nascondersi e soprattutto senza rifugiarsi nel militantismo
delle illusioni; finché coloro che non sono padroni
di nulla non sceglieranno di non essere servi di nessuno, sbarazzandosi di ogni mediazione, non vi
sarà alcuna possibilità di contrastare quel cadavere
che cammina che è il capitale. Tutto quello che per
ora possiamo fare è sputare in faccia ai “grandi” la
nostra feroce voglia di vivere, la nostra insopprimibile umanità, rifiutando di assumere come nostri i
valori dell’ideologia borghese dominante, anche se
si presentano in forme democratico-radicali o con
espressioni che suonano più moderne; ma sì, che
diamine! Basta con i proletari, il comunismo, eccetera, è molto più à la page la moltitudine, la cittadinanza, i diritti e via verso il futuro. Peccato che tale
armamentario sia alquanto vecchiotto ed i funzionari del capitale, nel frattempo, si sono fatti molto
più furbi di noi, e anche se il capitale avesse imboccato la via dell’implosione, è anche molto bravo
a presentarci la minestra riscaldata e aggiornata della propria funzione storica “rivoluzionaria”, e qualcuno che abbocca lo trova sempre.
I Disertori della Società Civile
(volantino dei gruppi Kinesis e Sintesi sociale)
capitalismo ottocentesco senza rivoluzione francese. La distruzione progressiva del plurimillenario
processo di umanizzazione da parte della moderna
“razionalità” economica, che fu intrapresa allora
con l’imposizione del lavoro salariato e via via intensificata con l’industrializzazione dell’agricoltura,
della cultura e del tempo libero, ha fatto passi da gigante da quando non si trova più di fronte, a contrastarla, la tendenza storica degli assoggettati a creare
lo spazio della libertà istituendo il potere comune
sul destino della vita associata, e può mirare oggi
direttamente a completare la distruzione dell’ambiente e dell’esistenza umana attraverso l’artificializzazione, la colonizzazione e la sterilizzazione
della stessa vita biologica. L’ambizione delle necrotecnologie non è nulla di meno che familiarizzarci a convivere simbioticamente con la morte. Il
necessario bombardamento a tappeto dei geni,
come quello dei territori e quello delle menti richiedono e, come per armonia prestabilita, determinano
uno stato d’eccezione permanente, mentre mirabilmente ci educano a questa nuova regola.
In questo quadro una non secondaria utilità che il
dominio può ripromettersi dall’allestimento farraginoso quanto costoso di grandi happening come il
G8 e simili non sta forse proprio nel saggiare la nostra difficilmente sondabile passività di sudditi nelle
continue emergenze, cui già ci espone l’ininterrotta
serie di catastrofi ecologiche, sanitarie, alimentari,
ecc? La messa a soqquadro di intere città al di fuori
di ogni normale procedura, il freddo annuncio di
misure eccezionali di ordine pubblico, quali solo la
Gestapo si permetteva, per combattere misteriosi
quanto diabolici terroristi, sembrano obbedire alla
logica di progressivi ballon d’essai per vedere fino a
che punto ci si può spingere nella vessazione e nella
provocazione esasperata, senza che noi sudditi siamo spinti a reagire direttamente, addestrandoci allo
stesso tempo a sopravvivere “responsabilmente”
nelle situazioni di crisi. Dato però che la passività
assoluta non è auspicabile per il potere, perché la
mancanza di qualunque reazione non gli segnala
più le linee di frattura potenzialmente pericolose, la
creazione di queste situazioni provocatorie è utile
anche a far emergere moti di rispettosa doglianza,
“SE UN CIECO NE GUIDA UN ALTRO
CADRANNO ENTRAMBI NEL FOSSO”
[…] La rassegnazione all’assenza di creatività storica, che le rivoluzioni moderne fino al ’68 avevano
profondamente scosso e delegittimato, (…) l’ultimo terzo di secolo l’ha ristabilita come norma che
va da sé, determinando un crollo storico senza
nome.
E’ questo sprofondamento delle nostre capacità,
non solo di opporci e di resistere ma soprattutto di
prendere iniziative autonome dal dominio, che ha
aperto la strada a una nuova fase di espropriazione
e di oppressione, a un nuovo regime sociale predatore ancora più rozzo, brutale e “primitivo” di un
8
che possono spingersi fino alla forma di conflitti
addomesticati, mimati per procura da appositi specialisti autoselezionatisi fra coloro che accettano di
recitare la parte di “cittadini” della democrazia spettacolare.
Cessare di sprecare le proprie energie nelle vacue
diatribe senza effetto a proposito delle derisorie similscelte che quest’ultima propone, abbandonandone il soliloquio a più voci ai suoi mestieranti;
smettere di rincorrere, per timore di perdere delle
occasioni, gli “eventi” sostanzialmente mass-mediatici che essa instancabilmente allestisce per occupare in anticipo il tempo e lo spazio da cui potrebbe sorgere l’inatteso (sarebbero mai nati il Sessantotto o il Settantasette se si fosse provveduto a
concentrare in anticipo ogni attenzione su qualche
“epocale” kermesse di questo genere?); strapparvi
un ruolo di comprimari non può che ribadire la
propria incapacità di creare eventi reali; evitare di
andarsi a cacciare, caricando a testa bassa, in tutti i
trabocchetti dei ruoli che essa prescrive: sono solo
alcune delle precondizioni minime per cercare con
qualche lucidità una via d’uscita che oggi appare
più lontana e più difficile che mai, sospesa com’è
alla lenta riconquista e reinvenzione di una autonomia a trecentosessanta gradi da tutte le principali
usanze e credenze di questa società
Congrega dei caparbi
(estratto da un opuscolo circolato a Genova)
ternativa, non si può parlare di libertà di scelta di
fronte ad un’offerta. ma solo di obbedienza alla
coercizione. La produzione seriale dei nostri giorni
sulla terra (con tutti i loro piaceri, i sapori, le sfumature), con la sua imposizione di un unico modello di vita a cui conformarsi, è il baratro totalitario che molti vedono aprirsi davanti a sé.
In sintesi. Neoliberismo è il nome dato alla particolare politica economica che stanno applicando i Signori della Terra. Globalizzazione è il nome dato al
processo di unificazione omologante che essa
comporta. Negli ultimi mesi contro il neoliberismo
e la globalizzazione sono scese in piazza centinaia
di migliaia di persone in tutto il mondo. In occasione degli incontri fra leader politici ed economici degli Stati più potenti (a Seattle, Davos, Washington
D.C., Melbourne, Praga, Goteborg …) sono state
organizzate manifestazioni di protesta che hanno richiamato l’attenzione di tutti i mass media. Il prossimo appuntamento è previsto a Genova a fine luglio, in concomitanza con il vertice del G8. Ma se
due anni fa questo movimento di protesta poteva
chiudere un occhio su alcune contraddizioni presenti al proprio interno per non frenare il suo slancio
iniziale, oggi una riflessione sul suo significato ci
sembra stia diventando sempre più urgente e improrogabile.
Il neoliberismo sostiene una sorta di capitalismo
senza frontiere. Le multinazionali più forti (per lo
più a capitale statunitense) riescono così ad imporre
i propri interessi anche quando questi vanno contro
il “bene nazionale” dei piccoli Stati. Intollerabile,
vero? Ma contro cosa si battono gli oppositori al
neoliberismo? Contro il capitalismo in sé oppure
contro il suo essere senza frontiere? A rigor di logica i più estremisti dovrebbero rispondere «contro il
capitalismo», mentre i meno estremisti «contro il
capitalismo senza frontiere». I primi in quanto nemici di un mondo fondato sul profitto — chiunque
sia ad intascarne gli utili e quali che siano i confini
entro cui avviene lo sfruttamento —, i secondi in
quanto nemici di un mondo fondato sul profitto
(della classe dirigente) dei paesi più ricchi a scapito
del profitto (della classe dirigente) dei paesi più poveri. Ma chi attua una mera protesta contro l’espan-
GENOVA E’ DAPPERTUTTO
Ormai è un dato di fatto. Il mondo è sul punto di
venir trasformato in un unico, enorme ipermercato. Da San Francisco a Calcutta, da Rio de Janeiro a Mosca, ci metteremo tutti in coda per consumare le stesse identiche merci dagli innaturali colori sgargianti. Ciò che per molti costituisce un’autentica ricchezza da salvaguardare – l’autonomia
e la diversità – potrebbe essere spazzato via per
sempre dall’imposizione planetaria di una politica
economica e dal sistema sociale conseguente.
Quando ci viene messa davanti una sola possibilità
mentre ci viene impedita con la forza ogni altra al9
sione planetaria senza limiti del capitalismo, contro
la sua mancanza di rispetto per le frontiere, si rivela
sostanzialmente favorevole ad una forma di capitalismo locale, seppur idealmente controllata dal basso. All’interno del movimento contro il neoliberismo e la globalizzazione convivono dunque due
anime, che per comodità di linguaggio abbiamo distinto in «più estremista» - che vuole l’eliminazione
del capitalismo e che si dichiara contro ogni governo e contro i suoi rappresentanti a cui non ha nulla
da chiedere – e in «meno estremista» - che sostiene
o quanto meno finisce con l’accettare la necessità di
un capitalismo dal volto umano, limitato e regolato
da un governo democratico, e che intende spiegare
le proprie ragioni agli attuali governanti. Una differenza non da poco.
Ma allora, come e perché si è giunti a trovare un accordo? Per convenienza, soprattutto. Le alleanze si
stringono sempre per acquisire forza. Tuttavia, sarebbe follia credere che in un’alleanza le parti in
gioco si trovino tutte sullo stesso piano. Ce n’è
sempre una più forte e una più debole. E naturalmente è la più forte a dettare le condizioni di un’alleanza, a decretarne le parole d’ordine, a deciderne
le mosse, a ricavarne i maggiori vantaggi e – se sufficientemente abile – a far ricadere su quella più debole gli eventuali svantaggi. Alla parte più debole di
questa unione, se vuole “fare qualcosa”, non resta
che adeguarsi.
Ebbene, la momentanea alleanza delle due anime
presenti nel movimento è determinata dalla scelta
di un nemico comune: il neoliberismo. Di fronte
allo strapotere della parte avversa, si dice, le differenze devono passare in secondo piano: «Prima
fermiamo la globalizzazione, poi vedremo il che
fare». La condizione posta sarebbe anche comprensibile, se venisse rispettata reciprocamente. Ma
come stanno veramente le cose? Forse che da questa Santa Alleanza entrambe le componenti ne
stanno beneficiando allo stesso modo? Forse che le
differenze esistenti vengono espresse alla stessa
maniera e avranno le stesse possibilità?
Qual’è allora il nemico dichiarato del movimento
antiglobalizzazione, il Capitalismo in quanto tale o
il Neoliberismo?
E quando ci si presenta ai vertici delle superpotenze
convinti di “fare pressione” sui Signori della Terra,
a quali esigenze di parte si risponde?
In diverse manifestazioni antiglobalizzazione si
sono verificati violenti scontri con le forze dell’ordine. E’ questo l’aspetto che ha costretto i mass media a prestare più attenzione alle contestazioni. Ecco
l’utilità dell’alleanza – dirà qualcuno dei più estremisti. In fin dei conti, se non fosse stato per le migliaia di altri manifestanti meno estremisti la cui
sola presenza è servita ad ostacolare le manovre
della polizia, questi scontri non avrebbero avuto un
esito tanto favorevole per i dimostranti. Ma anche i
meno estremisti sono soddisfatti che gli scontri ci
siano stati. In fin dei conti, se non ci fosse la sbandierata “minaccia estremista” da scongiurare, i Signori della Terra non avrebbero motivo alcuno per
ascoltarli. Quanto a quei manifestanti che usano gli
scontri con la polizia per essere riconosciuti come
interlocutori dai Signori della Terra, è evidente che
pur tenendo il piede in due staffe («non siamo violenti, ma ci scontriamo con la polizia», «diamo
consigli a ministri o sediamo in consiglio comunale, ma siamo antagonisti») essi appartengono di diritto e di fatto ai meno estremisti contestatori del
neoliberismo, avendone gli stessi obiettivi e differenziandosi in qualche caso solo per i mezzi con cui
li perseguono. Ora, scontrarsi con la polizia non è il
primo obiettivo dei più estremisti, mentre venir
ascoltati dai Signori della Terra è l’obiettivo primario dei meno estremisti. Paradossalmente, chi ha
più motivo per esultare dei disordini avvenuti finora? In altre parole, a chi sta giovando maggiormente questa strana coalizione antineoliberista, ai più
estremisti alla Black Block o ai meno estremisti alla
Monde Diplomatique? Piccolo inciso. Che i mass
media abbiano ribattezzato questo movimento con
il nome di “popolo di Seattle” non è strano. Sperare
di trovare un grammo di intelligenza nella testa di
un giornalista è impresa ardua quanto trovare acqua
nel deserto. Ma non si capisce perché questa definizione idiota venga ripresa anche da gran parte del
movimento stesso. E’ inutile, il sogno americano
incanta anche i suoi sedicenti oppositori, quelli che
da un lato dichiarano di rifiutare di vivere “all’ame10
ricana”, e dall’altro accettano di protestare “all’americana”. Così, se gli amici del neoliberismo
guardano a Washington, i suoi nemici guardano a
Seattle. Poco importa, dopo tutto è solo una questione di chilometri, purché gli occhi di tutti siano
rivolti verso gli U.S.A. In barba alla tanto decantata
Autonomia.
Autonomia vorrebbe che ognuno fosse piuttosto libero di scegliere cosa, come, dove, quando, con chi
agire. Invece il “popolo di Seattle”, come tutti i Popoli, è affetto da una tara politica. Al suo interno
brulicano aspiranti sindaci, aspiranti assessori, aspiranti consiglieri, via via fino ad aspiranti questori.
Naturalmente stiamo parlando di quelli che intendono farsi eleggere legittimi rappresentanti del “popolo di Seattle” per essere invitati dai Signori della
Terra a sedersi con loro ad un prossimo tavolo delle
trattative, dopo essersi seduti al tavolo col capo della polizia. In fondo tutto ciò è più che comprensibile. Meno comprensibile è che gli altri si prestino a
questo ignobile gioco, e si lascino trattare come cittadini a cui viene richiesto di non disturbare la quiete pubblica.
Da mesi stiamo assistendo a un penoso spettacolo. I
Signori della Terra si incontrano nei più svariati angoli del mondo per formalizzare decisioni prese altrove. I loro oppositori li seguono come cagnolini in
cerca di attenzione: si mettono a due zampe, abbaiano, ringhiano, talvolta mordono persino i lembi
dei pantaloni di chi li comanda.
Ora è più chiaro. Se agli autentici cittadini del “popolo di Seattle” non c’è proprio nulla da dire, agli
altri – ai senza patria, ai disertori di qualsivoglia cittadinanza – vorremmo rivolgere qualche osservazione. A Goteborg la polizia ha fatto fuoco, ferendo
un dimostrante che stava scagliando pietre. Il governo italiano ha già fatto sapere di essere interessato ad ascoltare i contestatori meno facinorosi, a patto che vengano isolati quelli più restii al dialogo.
Ciò significa una cosa sola: vedendo ormai raggiunto il loro primo traguardo – l’agognato riconoscimento istituzionale – presto gli oppositori meno
estremisti non avranno più interesse a continuare a
marciare al fianco dei più estremisti, i quali finora
sono stati utili, hanno contribuito a tenere alta quella
tensione che costituiva per i primi un’ottima pubblicità, ma d’ora in avanti gli sarebbero solo d’impaccio. Appena verranno ammessi al cospetto dei
Signori della Terra, a che gli servirà continuare con
certi mezzi? E a quel punto, che cosa succederà?
Chi ha partecipato a questo movimento mosso dall’odio per il capitalismo, si è battuto contro i suoi
cani da guardia, infrangendo vetrine e distruggendo
macchine, deciso ad attaccare questo mondo che va
distrutto da cima a fondo. Ma quanto hanno scelto
il luogo e il momento in cui sferrare l’attacco? Sono
i Padroni della Terra ad averli scelti. Loro hanno
scelto il campo di battaglia, Loro hanno scelto il
giorno e le modalità dello scontro. Finora la maggior parte degli oppositori si è comportata come la
polizia si aspettava che si comportasse. Adesso
questo gioco sta per finire. La polizia è ormai pronta e anche legittimata a sparare alle spalle.
Da politicanti, i portatori di tuta, bianca o rossa che
sia, hanno tutto l’interesse a centralizzare il movimento di opposizione al neoliberismo.
Da sovversivi, noi abbiamo tutto l’interesse ad
espandere e non a “globalizzare” il movimento di
lotta contro il capitalismo. La polizia ci aspetta a
Genova a fine luglio per picchiarci, fotografarci, filmarci, arrestarci, forse spararci. E invece noi potremmo essere ovunque in qualsiasi momento. Le
saracinesche dei McDonalds e delle banche di Genova durante i giorni del vertice saranno blindate.
Le multinazionali, gli ipermercati e le banche del
resto del mondo sono a nostra disposizione, in
qualsiasi momento. E questo non sarebbe che l’inizio, giacché non appena smetteremo di seguire le
scadenze che altri fissano per noi, saremo finalmente liberi di scegliere quando, dove, come e chi
colpire. Se decidiamo noi, saremo imprevedibili.
Perderemo degli alleati, ma troveremo dei compagni di strada.
Alcuni nessuno che non vogliono rappresentare né
essere rappresentati da qualcuno
(testo datato 26 giugno 2001)
11
LA RONDA
Nei primi giorni del giugno 1780, il popolaccio di
Londra si solleva al grido di “No alla schiavitù!”.
Le cantine dei dignitari e le distillerie di acquavite
vengono messe a sacco, le prigioni incendiate; la
Banca d’Inghilterra è assediata dai furiosi.
Quest’insurrezione senza capo né dottrina – che gli
storici di ogni risma hanno occultato e calunniato
sperando di farla dimenticare per sempre – è l’alba
della contemporaneità. E’ il primo atto d’insubordinazione contro quell’ordine del mondo che in quegli anni nasceva e che da allora stringe in un assedio
sempre più soffocante le nostre vite.
Dopo quelle brevi giornate, molte altre volte si è
cercato di dare fuoco alle stesse polveri. In un paio
di occasioni (Parigi nel 1871 come Barcellona nel
1936) ne sono nati maestosi incendi che hanno illuminato il cielo della storia. Altre volte l’incendio è
stato soffocato un attimo prima che diventasse incontrollabile (Berlino nel 1919 come Parigi nel
1968); molto più spesso se ne sono viste soltanto le
scintille. Anche Genova aveva vissuto uno di questi
momenti quando, nel 1960, la rivolta non ha avuto
bisogno di capi per fare della città il terreno di una
caccia senza quartiere alla canaglia fascista.
Oggi, sotto la sempre più spessa coltre delle ceneri
dell’alienazione, covano ancora i fuochi della rivolta che hanno portato alla Comune e alla rivoluzione
spagnola. Ed è per soffiare su quelle ceneri e per
esprimere quell’esigenza di rivolta che scenderemo
per le strade in occasione del G8.
Dal momento che non ci interessa partecipare a
quello spettacolo del rifiuto la cui organizzazione è
il triste mestiere di molti, quanto esprimere il nostro
rifiuto per ciò che qui e ora nega alle nostre vite la
bellezza a cui esse hanno diritto, non arruoleremo
truppe né ci distingueremo con bandiere o tute. Se
le nostre soluzioni ci permetteranno di incontrarci in
molti sarà bello tentare un nuovo assalto all’ordine
del mondo; altrimenti basteremo a noi stessi con il
nostro furore.
Foglio di propaganda per la conversione di una farsa annunciata in sommossa reale
(volantino comparso a Genova, aprile 2001)
BRUCIANDO OGNI ILLUSIONE STASERA……
Se noi siamo qui, non è come attivisti di professione dell’antiglobalizzazione per cercare di trovare
una mediazione tra le marionette dell’economia e le
sue “vittime”, o per agire in nome di altri (gli “invisibili”, i proletari in rivolta contro il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, i rifugiati, i
lavoratori precari). Non vogliamo rappresentare
nessuno e sputiamo sulla faccia di coloro che aspirano a rappresentare noi. Ciò che noi chiamiamo
esclusione non è l’esclusione dai centri dove si
prendono le decisioni economiche, è la perdita della
nostra vita quotidiana e della nostra attività di proletari per colpa dell’economia.
Se noi siamo qui, non è perché preferiamo il commercio equo-solidale al libero commercio, né perché pensiamo che la globalizzazione indebolisca il
potere degli stati-nazione. Noi non siamo qui perché pensiamo che lo stato sia controllato da istituzioni non democratiche, né perché vogliamo più
controllo sui mercati. Noi siamo qui perché ogni
tipo di commercio è commercio della miseria umana, perché tutti gli stati sono prigioni, perché la democrazia oscura la dittatura del capitale.
Se noi siamo qui, non è perché consideriamo i proletari come vittime, né perché vogliamo porci come
loro protettori. Non siamo qui per farci impressionare dagli scontri spettacolari, ma per imparare le
tattiche dello scontro di classe quotidiano portato
avanti dagli scioperanti dell’Ansaldo e dai proletari
disubbidienti dell’industria metalmeccanica. Noi
siamo venuti qui per scambiare le nostre esperienze
di spossessati di tutto il mondo.
Se noi siamo qui, non è come membri delle numerose ONG, delle lobbies ufficiali, di ATTAC o di
tutti quelli che vogliono semplicemente essere inclusi nelle discussioni sulla modernizzazione del
capitalismo e che sperano che le loro proposte (per
esempio la Tobin Tax) riusciranno a salvare i rapporti sociali capitalisti, ovvero proprio quei rapporti
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che perpetuano la nostra alienazione e il nostro
sfruttamento.
Se noi siamo qui, è come proletari che riconoscono
il capitalismo non nelle riunioni dei gangster, ma
nella perdita quotidiana delle nostre vite - nelle fabbriche, nei call-centers, come disoccupati - per i bisogni dell’economia. Noi non parliamo a nome di
chissà chi, noi partiamo dalle nostre condizioni d’esistenza. Il capitalismo non esiste a causa del G8, è
il G8 che esiste a causa del capitalismo.
Il capitalismo non è nient’altro che l’espropriazione
della nostra attività, che si rivolta contro di noi come
una forza aliena. La nostra festa contro il capitalismo non ha inizio né fine, non è uno spettacolo predeterminato, non ha una data fissata. Il nostro futuro
si trova al di là di ogni mediazione, oltre gli stati-nazione, oltre ogni tentativo di riformare il capitalismo. Il nostro futuro si trova nella distruzione dell’economia.
Per l’abolizione dello stato e del capitale. Per la comunità umana mondiale.
Proletari contro le macchine
(volantino del gruppo Precari Nati)
certamente mai venuti a Genova per servire gli interessi dei “nostri” governi e dei “nostri” capitalisti.
Dover sfilare con le famose Tute Bianche, che organizzano delle azioni spettacolari le cui coreografie sono decise di concerto con la polizia, e che
pensano di poter forzare gli sbarramenti con il solo
aiuto di rivestimenti e di scudi di plexiglas. Sconvolgente!
Andare con i “pacifisti”, le mani tinte di bianco
(proprio questo colore) per alzarle quando si presenta una carica della polizia. Scioccante!
Assistere al concerto di Manu Chao dopo aver pagato un’entrata di 10000 lire. Sentirlo denunciare
coloro che si affrontano con la polizia, lui che guadagna in una giornata quello che pochi a mala pena
guadagnano in un anno. Ripugnante!
Contemplare le forze dell’ordine mentre sfilano,
eseguendo perquisizioni ed intimidazioni di ogni
genere. Ben snervante…
No, noi non volevamo andare a ripetere ed a rinnovare quello che abbiamo conosciuto nei vertici precedenti, dove tutto era previsto e deciso in anticipo
tanto a livello di azioni che di discorsi. Dove, dal
momento in cui tu vuoi contestare fuori del quadro
istituzionale, vieni annoverato tra i delinquenti. La
volta precedente, a Goteborg, gli organizzatori del
contro-summit avevano dichiarato che era normale
che la polizia sparasse dal momento che era stata
aggredita da pericolosi estremisti. Una vera e propria caccia all’uomo ne era seguita e alcuni manifestanti avevano dovuto nascondersi alcuni giorni
prima di lasciare il paese. Le persone arrestate sono
state condannate fino a quattro anni (un ribelle ferito da una pallottola è stato condannato a sei mesi di
fermo, per ribellione e violenza contro agenti).
Un’impressione generale lasciava pensare che questa volta, a Genova, solo uno scontro diretto avrebbe permesso di rompere questo circo dove dei professionisti del potere e della contestazione non cercavano altro che di organizzare questo mondo.
Alcuni pensavano che Genova non potesse essere
il luogo ideale per accettare lo scontro e avevano
sognato di andare assieme a scatenarlo altrove, ma
questo si era rivelato assai irrealistico. La posta in
palio non poteva essere che qui ed ora, e la rivolta
I FRAMMENTI DEL POSSIBILE
Ma cosa siamo andati a fare a Genova? Tanto è
vero che l’imbottimento di cervelli lasciava presagire il peggio: una città blindata da 20 000 poliziotti
e una kermesse della contestazione perbene portata
avanti dalle organizzazioni istituzionali anti-mondializzazione. Erano in molti a dirsi che niente sarebbe stato possibile perché tutto sarebbe stato controllato dal consenso anti-globalizzante che della
mondializzazione critica solo l’egemonia americana, ponendosi così nel nuovo scontro bipolare: Europa contro USA. Come Bové, l’impiegato della
società del Roquefort, che difende gli interessi del
formaggio francese contro Mac Donald’s. In fin dei
conti, a noi importa poco che quelli che ci sfruttano
e ci dominano siano europei o americani, noi lottiamo contro il rapporto mercantile che fa di noi delle
merci e dei produttori manipolati secondo il calcolo
dei profitti previsti. In questo caso, non saremmo
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uno dei modi per abolire questo stato di cose. La situazione politica italiana del momento, con il ritorno della destra al potere, non poteva che riscaldare
gli spiriti. I genovesi, nei mesi precedenti, avevano
subito una “ripulitura” della città e molti di loro erano più che esasperati dall’arroganza dello stato. Il
raduno di manifestanti venuti da tutto il mondo in
quei tre giorni rinforzava il carattere di “occasione
da non mancare”, abolendo le divisioni nazionali
ed europee. E’, tra le altre, a partire da queste differenti considerazioni dibattute nel corso di assemblee (…), che eravamo in molti a pensare che bisognasse attaccare direttamente le rappresentazioni
del potere economico e politico. Creare lo scontro e
scontrarsi fisicamente con la polizia, con le banche,
con i negozi, con le agenzie immobiliari, con i concessionari, con la prigione… E non si trattava qui di
attaccare dei simboli vaghi, ma di avere una presa
diretta sui dispositivi reali di un’oppressione quotidiana che sono più che visibili in questi istanti di
rottura, soprattutto quando una città è quasi del tutto
svuotata dei suoi abitanti e lasciata nelle mani delle
forze di polizia. Liberare delle zone dove normalmente regna solo l’ordine quotidiano. Creare dei
frammenti di possibile proprio nel mezzo di un tutto incasellato, legiferato e già pensato per l’individuo.
Da “Les Témoins de Génova”
(foglio di 8 pagine facente riferimento al sito web.tiscalinet.it/anticitoyennisme)
Arrivando a Genova qualche giorno prima del G8,
scopriamo una città in stato d’assedio. Erano mesi
che la grancassa mediatica coltivava la psicosi e
che lo Stato italiano cercava di impedire alle persone di venire, attraverso una dimostrazione di forza
dissuasiva,. Ovunque ci si trovi, si ha sempre una
truppa di poliziotti nel proprio campo visivo. Tutti i
corpi sono rappresentati: la polizia nazionale (con
differenti corpi e la DIGOS, corrispettivo del RG in
Francia), i carabinieri (con i ROS, l’unità antiterrorista), la guardia di finanza, la polizia penitenziaria,
la polizia municipale, i vigili urbani, i “Citoyens de
l’ordre” e anche le guardie forestali.
E’ in questo ambiente che i contestatori cominciano
a riunirsi nei luoghi di accoglienza previsti. Nei tre
giorni precedenti la manifestazione del venerdì i
gruppi radicali tengono numerose assemblee. Queste riunioni non vengono fatte per prendere decisioni formali, ma si discute di motivazioni, di voglie,
di obiettivi e di mezzi che ci si può dare. Esse permettono anche di incontrarsi, di riconoscersi, di
contarsi, di giudicarsi e di cospirare. E’ un po’ un
casino per il fatto che esistono tre luoghi di riunione
che raccolgono ognuno più di cento persone – di
cui numerosi delegati. Molti sono costretti a fare la
spola o devono dividersi tra le diverse assemblee;
è un po’ complicato soprattutto perché si deve ogni
volta attraversare i dispositivi polizieschi. Tutto viene discusso in comune da gruppi di affinità, senza
capi, senza eletti, senza mozione, senza commissioni. Le problematiche emergono durante i dibattiti:
in quale parte della città recarsi? Chi saranno i migliori alleati? Bisogna entrare nella “zona proibita”
o, al contrario, non cadere nella trappola tesa; trappola tanto militare (attaccare dove lo Stato decide)
che politica (il capitalismo è una costruzione di
rapporti sociali e di dispositivi e non 8 capi di Stato
che bisogna cambiare)? Alla fine un gruppo decide
che andrà a ovest con la Federazione anarchica italiana, i CUB e le RDB (gruppi scissionisti dei COBAS, che sono il principale sindacato di base operaio); e un altro gruppo andrà a est, nella piazza tematica dei COBAS e del Network (rete di diversi
gruppi autonomi, comunisti e anarchici italiani). E’
****
• I fatti
Dei molti resoconti reperibili sui fatti di Genova,
quello che segue – parte dello stesso scritto “I
frammenti del possibile” – è quello che meglio
rende la cronaca, l’atmosfera ed il senso di quello
che è successo venerdì 20 luglio. [Nella descrizione della giornata di venerdì, le indicazioni di luogo
all’interno delle parentesi sono state aggiunte da
noi per rendere più comprensibile il testo]
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la sola decisione presa da queste assemblee poiché,
a causa di tutte le diversità e del dispiegamento di
forze dello Stato, era chiaro che tutto sarebbe stato
improvvisato nelle strade.
In questo testo utilizzeremo il termine “rivoltosi”
(emeutiers) per indicare i partecipanti agli scontri.
Che sia chiaro che queste persone non rappresentano in alcun caso una organizzazione, un esercito, un
gruppo omogeneo con un unico ed omogeneo
pensiero. Esse vengono da ogni parte e da tutte le
tendenze (anarchici, autonomi, antiimperialisti,
squatter, sindacalisti rivoluzionari, ecc.) a cui si
sono aggregati molti individui e gruppi (militanti e
non). Non si può in nessun caso ridurle a quello che
i media, i poliziotti e le organizzazioni di sinistra
chiamano il Black Bloc, con riferimento ai diversi
gruppi che hanno manifestato durante la rivolta di
Seattle.
La prima manifestazione del giovedì 19 a favore
degli immigrati ha permesso di rendersi conto che,
malgrado l’apparato dissuasivo, molti hanno potuto raggiungere Genova e che il perimetro attorno
alla zona rossa – la zona gialla – era ben sorvegliato
dalle forze dell’ordine. Lo stesso giorno, si apprende che scontri tra la polizia e alcuni manifestanti
greci hanno avuto luogo alla frontiera.
scono di alcune automobili e le lasciano, dopo un
simpatico rodeo, in mezzo ad un incrocio. Lì vengono distrutte e incendiate con l’autoradio a pieno
volume. Un giornalista, un po’ troppo concentrato
su uno zoom, vede la sua enorme Betacam finire
nel mezzo del fuoco [angolo Via Montevideo/via
Tolemaide]. I suoi colleghi cominciano ad arrivare
dappertutto e hanno molte difficoltà a fare il loro lavoro, tanto vengono importunati non appena tirano
fuori il loro materiale. Il gruppo si allunga e viene
rinforzato da numerosi giovani genovesi e parecchi
manifestanti appena arrivati in treno (gli scontri si
collocano non lontano dalla stazione ferroviaria). Ci
si dirige verso nord-est [Corso Sardegna/Piazza
Giusti/Via Canevari]. Le rappresentazioni dello
Stato, banche, assicurazioni, agenzie immobiliari e
di viaggio, poste, concessionari, vengono sistematicamente distrutte e alcuni cercano di dare fuoco a
una chiesa. Per il resto le cose avvengono in funzione dei bisogni. Un tabacchino viene scassinato e i
pacchetti di sigarette vengono distribuiti attorno,
molti sono gli abitanti che escono dai palazzi per
“prendersi la loro parte”. La folla s’impadronisce di
un supermercato [Piazza Giusti] che viene trasformato in un self service gratuito (resterà aperto fino
alle 18 e persone provenienti da tutti i cortei, compresi molti pacifisti, verranno a ristorarsi). Tutto ciò
nel massimo spirito collettivo: tutti partecipano. Si
possono vedere centinaia di persone mascherate
mangiare gelati, addentare forme di formaggio,
bere vino, champagne e bibite gasate. I cantieri, le
pompe di benzina, un negozio di moto vengono
messi a disposizione per recuperare materiale:
“proiettili” diversi, prodotti infiammabili, caschi,
mazze di ferro… (alcuni palloni da calcio e da rugby vengono trovati nella pompa di benzina e allora
vengono improvvisate piccole partite sul posto).
E’ verso le 15 che il gruppo si divide in due [all’altezza di Piazza Giusti-Borgo Incrociati]: una parte
che torna verso la zona rossa, mentre altri 1500 circa partono verso nord [Via Canevari]. Questi passano a un tiro di schioppo dalle carceri, ma non se
ne accorgono. Trovandosi dall’altro lato di un immenso parcheggio, chiuso tra lo stadio e un banale
gruppo di case, il Carcere Marassi è assai discreto.
Il venerdì verso mezzogiorno un corteo di circa 600
persone mascherate ed equipaggiate si reca al punto
d’incontro ad est [Piazza Paolo da Novi], dove
vanno a raggiungere più di 2000 autonomi e numerosi altri gruppi. Tutto comincia molto in fretta.
Una banca e poi un’altra vengono parzialmente devastate [angolo Corso Buenos Aires/Corso Torino].
I poliziotti rispondono immediatamente tirando lacrimogeni e respingono lentamente il corteo beccandosi alcuni lanci di pietre e di bottiglie incendiarie. Le prime cariche dividono la manifestazione –
alcuni si dirigono verso il lungomare [Via Rimassa,
Piazzale Kennedy] dove vengono erette barricate,
saccheggiate banche e attaccata una caserma dei
carabinieri –, mentre all’incirca duemila rivoltosi si
dirigono verso nord [Piazza Tommaseo/Via Montevideo], seguiti da molto lontano da cordoni della
polizia. Verso le 13 alcune persone si impadroni18
Il corteo sta già per salire un’interminabile scalinata
[scalinata Montaldo], quando una ventina di persone uscite dal gruppo di coda attraversano il parcheggio e lanciano una carica contro i tre furgoni
blindati e la jeep dei carabinieri appostati davanti
alla prigione. I carabinieri rispondono tirando gas
lacrimogeni, mentre gli assalitori sono raggiunti da
un centinaio di rivoltosi (il corteo resta a
protezione). L’assalto si fa più deciso e i poliziotti
cominciano a spaventarsi, ripiegano rapidamente e
risalgono sui veicoli sotto una pioggia di “proiettili”.
Un furgone nel panico ha molte difficoltà a divincolarsi da un gruppo di accaniti che tentano di
sfondare i vetri, prima di riuscire a fuggire al seguito
degli altri furgoni. I giornali annunciavano che la
prigione era stata svuotata dei tre quarti dei detenuti
prima del G8 al fine di poterla riempire con i manifestanti catturati e per evitare ogni rischio di rivolta.
Quelli che rimanevano erano stati raggruppati a
dieci per cella all’ultimo piano. E’ dunque senza alcuna esitazione che viene presa la decisione di tentare di incendiare la prigione. Viene dato l’assalto
all’edificio amministrativo. Bottiglie incendiarie
sono gettate contro il portone che si rivela essere
ignifugo, mentre altri mandano in frantumi i vetri
delle finestre del primo piano. I secondini che si vedevano lungo i camminamenti cominciano a spaventarsi e anche all’interno ci si agita. Una porta secondaria viene forzata a pedate, ma essa dava su un
muro di mattoni: si riconosce bene in questo l’humour della penitenziaria… Una finestra del piano
terra cede sotto i colpi malgrado la blindatura e le
sbarre che la proteggono. Essa dà nell’ufficio della
direzione ed al suo interno ci sono delle guardie
munite di casco. Qualcuno grida: “Uscite tutti o vi
arrostiamo”. Una bottiglia molotov è lanciata attraverso le sbarre, ma i secondini la spengono con un
estintore e, protetti da una nuvola di neve di carbonio, tentano di richiudere la finestra. Sotto la determinazione degli assalitori essa cede nuovamente;
vengono rilanciate bottiglie incendiarie che vengono spente di nuovo con gli estintori e lì finiscono le
munizioni. Qualcuno parte a cercare una macchina
per trasformarla in ariete, ma il gruppo che era rimasto nelle retroguardie riprende la strada e restare
isolati in un centinaio è impensabile. Tutti quindi
abbandonano il luogo, nel complesso un po’ a malincuore, perché non accade tutti i giorni che si presenti una tale occasione… Durante tutto questo
tempo la polizia non è intervenuta semplicemente
perché ne era incapace. Il grosso del dispositivo di
difesa era stato assegnato alla difesa della zona rossa, che nel frattempo si stava facendo incalzare da
cinque o sei cortei violenti e non-violenti. La mobilità e la spontaneità dei rivoltosi, che si curano di
proteggersi le spalle erigendo sistematicamente
barricate, rende la caccia difficile e avrebbe mobilitato molti uomini. Come se non bastasse, tutta la
zona devastata si trova dietro la ferrovia e, nel caso
venisse ingaggiato un inseguimento, le forze dell’ordine avrebbero dovuto in un primo tempo attraversare delle zone in mano ai manifestanti per poi
trovarsi tagliati fuori dalla loro base (praticamente
accerchiati).
Il gruppo di manifestanti nel frattempo ha riguadagnato la zona gialla a Piazza Manin, dove si trova la
delegazione americana. Qui si svolge una kermesse autorizzata dei pacifisti, di ambientalisti, di
scouts, di diversi gruppi femministi, con concerti e
stands d’informazione. Si sono avute scene di fraternizzazione tra manifestanti e polizia. Tuttavia,
quando arriva il gruppo, una carica si scatena a colpi di lanci di bulloni e di un numero allucinante di
lacrimogeni extra-forti che soffocano la piazza sotto
una nebbia bruciante. I partecipanti al corteo autorizzato levano le mani in aria davanti alla polizia
che li manganella copiosamente. I rivoltosi intanto
si sono dispersi rapidamente in numerosi piccoli
gruppi e alcuni ricominciano ad alzare barricate.
Ognuno rifluisce come può (a proprio modo) verso
sud-est.
Pressoché tutti (compresi quelli che si erano diretti
sul lungomare [Piazzale Kennedy]) si ritrovano intorno alle 16.30 non lontano dalla stazione, lungo la
ferrovia, nel corteo più imponente che riunisce
quindicimila persone. Inizialmente guidato dalle
Tute Bianche, esso è ormai composto di tutte le
tendenze che desiderano darsele con le forze dell’ordine. Queste ultime hanno delle difficoltà a contenere i manifestanti che si muovono contempora19
neamente su tre fronti. In mezzo all’incrocio sgomberato un furgone blindato dei carabinieri sta bruciando con un cartello “chiuso” agganciato ai tergicristalli anteriori. Ma il fermo delle manifestazioni
nel resto della città (i pacifisti avevano fatto appello
alla dispersione su richiesta della polizia, per permettere a quest’ultima di reprimere efficacemente i
violenti) e l’arrivo degli idranti che si precipitano
sulla folla (è un miracolo se nessuno è stato schiacciato), permettono alla polizia di contenere la folla e
di mantenerla su un unico fronte. L’intensità degli
scontri nondimeno non si indebolisce e durerà più
di due ore. I rivoltosi si danno il cambio per andare
all’attacco tanto l’aria è difficilmente respirabile a
causa del lancio nutrito e continuo di lacrimogeni.
Tutti ormai hanno preso l’abitudine di rilanciare
quelli che hanno toccato terra. Dietro si possono
trovare acqua e limoni per calmare l’effetto dei lacrimogeni, ci sono anche persone pronte a soccorrerti in caso di bisogno. Si sfonda il marmo degli
edifici che costituisce un eccellente proiettile. Per la
maggior parte la folla ha la tendenza a rinculare e
ad erigere barricate con cassonetti e automobili. I
poliziotti non le smantellano man mano che avanzano e questo permette ai manifestanti di operare
una bella avanzata. In effetti, verso le 17.30 i due
idranti vanno a rifare il pieno e ne consegue un momento di sbandamento nei ranghi delle forze dell’ordine di cui la folla approfitta immediatamente.
Alcune persone, nascoste dietro dei cassonetti con
rotelle, avanzano verso i cordoni di polizia, seguiti
d’appresso da altri che lanciano pietre a ritmo assai
sostenuto. Tutti avanzano urlando e la polizia arretra di fronte alla pressione che aumenta. Poi c’è la
sbandata: si girano e se la danno a gambe, tanto che
la folla si trova di fronte ai loro veicoli. Lì, uno dei
conducenti estrae la sua pistola e spara in aria da
dentro la cabina di un furgone. Dopo un attimo di
stupore, la rabbia raddoppia. Alcune persone attaccano i veicoli ma gli idranti sono di ritorno e l’uso
dei gas riprende dopo che era stato interrotto durante la fuga. Contemporaneamente, uno squadrone di
carabinieri lancia una carica a partire da una via laterale per tirare fuori d’impaccio i colleghi. Si spaccano il naso su una barricata e lanci di pietra arriva-
no da tutti i lati. Essi non riescono a tenere per lungo
tempo “la difesa della barricata” e scappano, mentre il loro capo cerca disperatamente di trattenerli. I
rivoltosi partono al loro inseguimento e alcuni poliziotti non hanno altra scelta che di cercare di parare
i colpi con i loro scudi.
E’ in questo momento che, nella fuga, in Piazza
Alimonda, due Land Rover si trovano proprio in
mezzo ai manifestanti. Di queste, una riesce a scappare con qualche vetro rotto mentre l’altra non parte
e si trova bloccata contro un palo di cemento.
Quest’ultima viene assalita da una trentina di persone che ne fanno a pezzi vetri e carrozzeria. I due carabinieri bloccati al suo interno subiscono svariati
lanci di pietre. Uno è davanti, al posto di guida, e
l’altro è steso dietro. Esso cerca di proteggersi braccia e gambe. Lancia anche un estintore sugli assalitori, poi sfodera la sua 9mm e punta direttamente la
folla facendo dei movimenti circolari. Alcuni se ne
accorgono e indietreggiano gridando: “Attenzione
ha tirato fuori la pistola! Ha tirato fuori la pistola!
Che cazzo fai poliziotto bastardo!”.
E’ allora che un rivoltoso con il passamontagna
raccoglie da terra l’estintore e si accinge a lanciarlo
sulla camionetta. Il carabiniere lo vede e lo abbatte
con due pallottole in testa. La macchina intanto fa
retromarcia passando sul corpo e fugge. Alcune
persone si avvicinano al cadavere e cercano di portarlo via con loro dal momento che la polizia ha rilanciato la carica manganellando a più non posso.
Tutti gridano: “ No! No! L’ha ucciso! E’ morto! E’
morto!”. Sotto i lacrimogeni, i carabinieri riconquistano la piazza e i manifestanti arretrano di un centinaio di metri continuando a gridare vendetta. Qualcuno sale su un cassonetto e chiede alla folla che
questo assassinio venga vendicato prima di sera e
chiama all’uccisione dei poliziotti. Un cordone di
polizia carica a sorpresa tramortendo un manifestante a colpi di manganello. Gli altri, sovreccitati,
corrono in suo soccorso, riescono a recuperarlo e
inseguono i poliziotti che rinculano. C’è mancato
poco che la vendetta venisse consumata. Ma molti
altri cordoni incalzano ed è la volta dei rivoltosi di
fuggire per ritrovare il grosso del corteo che stagna
più indietro.
20
La notizia dell’assassinio circola rapidamente e in
20 minuti gli scontri cessano. Tutti si cercano, molti
sono sconvolti e affaticati dalle molte ore di sommossa, e poi pistole contro pietre non è più la stessa
storia… Le forze dell’ordine ne approfittano e spingono indietro il corteo che raduna ancora circa ventimila persone. Sotto la spinta degli idranti, di lanci
intensivi di lacrimogeni e a colpi di manganello, la
folla rifluisce di parecchi chilometri verso est, lungo
un grande stradone [Corso Gastaldi] in cui non c’è
possibilità di disperdersi. Tutti quelli che non avranno potuto seguire il movimento saranno manganellati ed arrestati.
un corteo: 300 000 persone, pacifisti o no, dispersi e
inseguiti a colpi di granate e di manganello. Qualche rivoltoso riesce a sfuggire alla polizia e a rifugiarsi, come il giorno prima, dall’altra parte della
ferrovia. Questi sono raggiunti da una folla variegata di giovani genovesi e di curiosi. Vengono organizzati alcuni saccheggi e costruzioni di barricate,
ma la polizia stringe diverse centinaia di persone in
una strada e riesce a fermarle. La folla presa alla
sprovvista rifluisce e si disperde, seguita d’appresso
dagli idranti che arrivano dal lungomare dove si
svolge un vero e proprio massacro. Ci sono centinaia di feriti, con un va e vieni continuo d’ambulanze a sirene spiegate. Per 500 metri il suolo è cosparso di scarpe, bottiglie d’acqua vuote, brandelli di
vestiti, occhiali, bandiere… uno spettacolo che la
dice assai lunga sul dispiegamento di violenza operata dalle forze dell’ordine quel giorno. ..
Da “Les Témoins de Genova”
Per molti il sabato avrebbe dovuto essere una giornata di vendetta, invece tutti i leader delle organizzazioni che avevano partecipato o no agli scontri si
dissociano dalle violenze; tanto a parole durante le
conferenze stampa, quanto nei fatti organizzando
servizi d’ordine attorno ai cortei di una manifestazione che raccoglie diverse centinaia di migliaia di
persone. Questo sia per impedire l’infiltrazione dei
cosiddetti Black Bloc che per evitare di farsi travolgere dalle loro stesse truppe.
La tattica della polizia è cambiata: i carabinieri (responsabili dell’assassinio) vengono consegnati nella zona rossa ed è la polizia di Genova che dirige le
operazioni. Se la loro strategia del giorno precedente era basata sulla difesa, oggi si attacca. E’ chiaro
che è stato deciso prima che la manifestazione (300
000 persone) doveva essere dispersa. I primi scontri
scoppiano quando dei manifestanti, di diverse tendenze, marciano verso gli sbarramenti della polizia
che arretra, alcune banche vengono date alle fiamme. Segue uno scatenamento di violenza inaudito
da parte della polizia. Lo stesso corteo dove la maggioranza dei manifestanti alza le mani in alto, subisce l’assalto delle forze dell’ordine, che lanciano lacrimogeni e si lanciano su di loro con blindati e
idranti. Chi sta davanti si trova stretto contro la
massa compatta dei manifestanti che continua ad
avanzare. Il corteo viene spezzato in due e nel primo troncone alcuni si scatenano a bruciare numerose banche e a fare barricate. I poliziotti continuano a tagliare in due tutto quello che assomiglia ad
****
• L’analisi
Tra le mille analisi sui giorni di Genova, quelli che
seguono sono tra le poche che hanno sottratto il
dibattito su quanto successo al lamento per la repressione poliziesca, evidenziando invece la natura
rivoltosa della massa e la situazione libertaria
creatasi il venerdì.
IL BLACK BLOC: FANTASMA E REALTA’
Le manifestazioni di Genova contro il G8 nel luglio
scorso hanno aperto una doppia crisi. Crisi in seno
al potere anzitutto: rispondendo alla mobilitazione
della “società civile” con una logica di tipo militare,
i padroni del mondo hanno svelato la violenza sulla
quale si fonda il loro dominio e messo a nudo l’arroganza della loro autocelebrazione. Crisi anche
dentro il movimento “antimondializzazione” che
21
non era preparato a questa violenza e che oggi si interroga sui suoi metodi e sui suoi obiettivi.
Per scongiurare la radicalizzazione di una frangia
del movimento, i suoi portavoce autorizzati hanno
intonato l’eterno ritornello della “provocazione”,
cantato in tutti i modi da lustri, a partire dai gauchistes che manifestarono contro il ministro Marcellin
del dopo ’68 fino ai casseur delle manifestazioni liceali degli anni ‘80. Queste accuse hanno preso una
nuova piega dopo Genova. I rappresentanti del
movimento non stigmatizzano più solamente la
presenza di “hooligans” e di altri “elementi anarchici”, come alcuni avevano fatto a Seattle o a Goteborg, ma denunciano “una vera e propria macchinazione politica”.1
Ad un attento esame, le “prove” irrefutabili che il
GSF pretendeva di detenere si sono ridotte a poche
cose: una foto che mostra uomini dal volto coperto
e armati di bastoni davanti al portone socchiuso di
una caserma di carabinieri e un video nel quale un
uomo, ugualmente mascherato e armato di un bastone, discute con un poliziotto in tenuta antisommossa. Questi documenti confermano quello che
era ovvio supporre: a Genova c’erano dei poliziotti
mischiati tra i ribelli. Ma questa constatazione non
basterà a fare di tutti i ribelli dei poliziotti. Niente indica d’altra parte che quei poliziotti travestiti facessero altro dal loro lavoro ordinario: infiltrarsi nei
cortei per riconoscere e eventualmente procedere a
dei fermi.
Al cuore di questa teoria del complotto, troviamo il
misterioso “Black bloc”, con il suo corteo di fantasmi e di rumori. Il Black bloc in quanto organizzazione non esiste. Ciò che esiste è un raggruppamento occasionale e eterogeneo di piccoli gruppi di
affinità, i Black bloc, che agiscono in maniera autonoma, con componenti e secondo dei modelli che
variano di continuo.
La loro prima apparizione risale alle manifestazioni
contro la guerra del Golfo nel 1991 negli Stati Uni-
ti. Il nome fa senza dubbio riferimento allo “Schwarz bloc”, i “blocchi neri” costituiti negli anni Ottanta dagli autonomi di diverse città della Germania
e di Zurigo per difendere gli squat contro la polizia
o combattere le attività neonaziste. Ma è il 30 novembre 1999, in occasione delle manifestazioni
contro il congresso dell’OMC a Seattle, che i Black
bloc cominciano veramente a far parlare di sé. Sul
tragitto della manifestazione, un gruppo di qualche
centinaio di persone mascherate attacca le vetrine di
banche, di negozi e di sedi di multinazionali. Barricate vengono erette con l’arredo urbano e i muri
sono ricoperti di slogan. In occasione delle iniziative contro il Fondo Monetario Internazionale e la
Banca mondiale a Washington, il 16 e il 17 aprile
2000, un “Blocco Rivoluzionario Anticapitalista”
(RACB) di un migliaio di persone è di nuovo presente, ma con una tattica differente: il gruppo non
attacca più vetrine e concentra tutti i suoi sforzi sulla
polizia, riuscendo a bloccare le unità antisommossa
e facilitando l’azione dei militanti che praticano la
disobbedienza civile. Ritroviamo un “Black bloc
Antistatale” (ASBB) a Filadelfia l’1 e il 2 agosto
2000, in occasione delle iniziative contro la convention del Partito repubblicano, e quindici giorni
più tardi a Los Angeles, contro quella del Partito
democratico. Sotto delle denominazioni di volta in
volta diverse, i Black bloc fecero in seguito parlare
di loro al ritmo degli incontri internazioni a Davos,
Praga, Nizza, Quebec, Goteborg e infine Genova.
Quando non vengono presentati come dei provocatori, i Black bloc sono descritti spesso come dei
giovani nichilisti drogati di adrenalina, non aventi
altro progetto che la distruzione “gratuita”. La realtà
è più complessa. L’insieme delle pratiche dei Black
bloc s’inscrive in una prospettiva politica: creare
delle “zone autonome temporanee”2 liberate dal
denaro e dallo Stato. Il bombardamento di slogan
sui muri è un “attacco contro le superfici grigie,
“La TAZ è come una insurrezione senza scontro diretto contro lo Stato, un’operazione di guerriglia che libera una zona (di
terreno, di tempo, d’immaginazione) e poi si dissolve, prima
che lo Stato non la schiaccia, per riformarsi altrove nel tempo o
nello spazio” (Hakim Bey, TAZ, Zone autonome temporaire,
Editions de l’Eclat, 2000).
2
Susan George, in “Le Monde diplomatique”, agosto
2001. Vedere anche il comunicato di Attac France del
27 luglio: “Una “internazionale nera” dei “servizi” sembra essere stata messa in piazza contro i contestatori della
mondializzazione”.
1
22
spente e asettiche”, che diventano anche “dei luoghi
d’espressione vivi e colorati, che danno la parola a
coloro che ne sono di solito privati”.3 La rottura
delle vetrine è rivendicata come una critica in atto
della proprietà privata, considerata come “infinitamente più violenta di qualsiasi azione condotta
contro di essa”.4 Allo stesso modo, il saccheggio è
presentato come un modo “di negare il valore mercantile degli oggetti” in “un mondo dove niente è
accessibile senza denaro, nemmeno la soddisfazione dei propri bisogni vitali”.5 Queste situazioni
sono vissute come momenti di riappropriazione,
istanti ubriacanti di libertà durante i quali un altro
mondo sembra possibile.6
A Genova, come racconta un partecipante, “tutto
ciò che rappresentava il grande capitale, la società
mercantile, le multinazionali e il controllo sociale e
poliziesco è stato attaccato: banche, bancomat,
agenzie immobiliari, concessionari di grandi case
automobilistiche, sistemi di videosorveglianza,
macchine di pattuglia di una società di guardie giurate, macchine della polizia, caserme di carabinieri
e la prigione (i cui detenuti erano stati trasferiti in vista degli arresti, nda). L’arredo urbano (contenitori
e cassonetti) è stato utilizzato sistematicamente a
fini di protezione (barricate) e di ostacolo alla circolazione dei veicoli della polizia. Due supermercati
sono stati parzialmente saccheggiati allo scopo di
rifornirsi di bevande (birre soprattutto), acqua per i
lacrimogeni, prodotti infiammabili, nonché un magazzino di accessori per moto per caschi, catene e
giacche di cuoio, tutte cose che potevano servire
durante gli scontri”.7
Questi obiettivi erano stati fissati in occasione di diverse riunioni preparatorie. Rimarchiamo che numerosi comunicati ricordano “importanti divergenze tra i diversi gruppi, soprattutto una differenza politica che ha creato una rottura tra di essi. La maggioranza del Black bloc era d’accordo per attaccare
dei simboli importanti del capitalismo e… in sostanza contrari ad attacchi contro le automobili e i
piccoli negozi”.8
A Genova, i Black bloc erano composti da anarchici, autonomi, antifascisti, neosituazionisti o ancora
punks e travellers (adepti nomadi di raves e free
parties)… C’erano molti tedeschi, austriaci, francesi, greci e inglesi, alcuni americani, olandesi, spagnoli e molti giovani dei centri sociali italiani,9 in
particolare di Genova, Torino, Roma, Napoli e Firenze; un’altra parte dei centri sociali formavano il
corteo delle Tute Bianche.10 Nella manifestazione
del venerdì mattina, i Black bloc hanno fatto un
corteo comune con i sindacalisti del Coordinamento nazionale dei COBAS.11
“Black bloc, al singolare o al plurale, ma di che si tratta?”, testo firmato Darkveggy, pubblicato su http://www.ainfos.ca/
A-Infos. Per sottolineare il loro rifiuto del dominio del maschile nella lingua francese, la maggior parte dei testi di questo
movimento accosta sistematicamente la forma femminile a
quella maschile.
4
Comunicato di una delle sezioni del Black bloc a proposito
degli avvenimenti del 30 novembre 1999 a Seattle, firmato dal
collettivo ACME, pubblicato in “L’Oiseau tempete”, inverno
1999-2000.
5
Darkveggy, op.cit.
6
Il “distruggi il capitalismo” dei Black bloc ha qualcosa di
naif, in particolare l’idea secondo cui la rottura delle vetrine
permette di attaccare al “portafoglio degli oppressori” (Darkveggy, op. cit.), come se l’economia capitalista non si nutrisse
anche delle proprie rovine (basta, per convincersi, guardare
l’armata dei vetrai che è calata a Genova all’indomani degli
scontri).
7
Testimonianza anonima di un anarchico sugli avvenimenti
di venerdì 20 luglio 2001 a Genova, firmato tulopam @yahoo.fr.
3
Resoconto dell’azione del Black bloc venerdì 20 luglio,
firmato Alien8.
9
I centri sociali, nati dal movimento dell’autonomia degli anni 70 esistono in numerose città italiane. Alcuni rifiutano qualsiasi negoziazione con le autorità, altri hanno
ottenuto la propria legalizzazione.
10
“Tute bianche”, così chiamate per indicare gli “invisibili” della società italiana, movimento dell’autonomia
raggruppante i centri sociali firmatari della Carta di Milano, che constata la “sconfitta” della rivoluzione degli
anni Settanta. Il corteo delle Tute bianche a Genova raggruppava oltre 15000 persone e proclamava di entrare
nella zona rossa con mezzi puramente difensivi.
11
Coordinamento nazionale dei COBAS, prossimo
all’”autonomia di classe” romana.
8
23
Nel pomeriggio, quando gli scudi delle Tute Bianche hanno ceduto sotto gli assalti dei blindati, è stato
difficile distinguerli dagli altri partecipanti al corteo,
con i quali costruivano barricate e affrontavano la
polizia.
Come si è visto a Genova o a Seattle, questi gruppi
aggregano nell’azione anche giovani proletari
estranei ad ogni organizzazione: “questi mezzi
semplici, diretti e alla portata di tutti sono logicamente più capaci di toccare gli ambienti più svantaggiati, gli ambienti più colpiti dall’esclusione sociale, coloro i quali la politica ha sempre lasciato da
parte e che hanno finito per abbandonare la politica
(…) L’esempio di Seattle è eclatante a questo proposito: nel momento in cui l’insieme del movimento di lotta contro l’OMC deplorava la debole partecipazione di persone di colore e/o delle classi sociali
più “basse” agli avvenimenti, le iniziative dei black
bloc hanno attirato (e sono pressoché i soli ad averlo fatto) numerosi giovani dei quartieri neri e poveri”.12
A dispetto dell’aspetto virile dei loro cortei, questi
gruppi sono, il più delle volte, misti. Essi portano
dei passamontagna (e non necessariamente degli
abiti neri), non per “spaventare i borghesi” o per
compiacersi di una immagine paramilitare, che i
più aborrono, ma perché l’anonimato che questi gli
garantiscono permettono di sottrarsi allo sguardo
panoptico del Grande Fratello, onnipresente a Genova (telecamere sui tetti, nelle strade, elicotteri…)
come negli altri summit.13
L’anonimato dei passamontagna è anche un modo
di affermare il rifiuto di leader e l’uguaglianza dei
partecipanti (ciò che non impedisce senza dubbio
l’esistenza di “piccoli capi”). Dietro i loro passamontagna, questi giovani ragazzi e ragazze (a Genova la maggior parte aveva tra i 18 e i 25 anni) si
conoscevano e si riconoscevano. Essi dividono
spesso, su una base più larga della semplice militanza, le stesse comunità di vita: fac, squat, centri
sociali, concerti… E’ possibile infiltrarsi in tali
gruppi, ma è assai più difficile comandarne le azioni.
Si avrebbe torto a credere che l’azione dei partecipanti al Black bloc si limiti a contestare il monopolio della violenza detenuto dalla polizia. Essi sono
generalmente molto impegnati in tutti i tipi di azione legati al movimento libertario (al contrario, non
tutti gli anarchici sono partigiani dei Black bloc). I
testi che circolano sulla rete14 accordano grande
spazio ai dibattiti ideologici, mettendo in causa le
differenti sfaccettature dei rapporti di dominio, che
si esplicano nelle classi sociali, nei rapporti tra i sessi
e nella sessualità, nel colore della pelle o nelle categorie d’età, nell’ecologia o nella sorte riservata agli
animali dalla società industriale. Secondo un partecipante americano, “molti di quelli che si sono ritrovati con i Black bloc lavorano nel settore associativo. Alcuni sono insegnanti o studenti. Quelli
che non hanno lavoro a tempo pieno dedicano il
loro tempo libero a lavorare per cambiare la vita
dentro i loro quartieri, sono coinvolti in progetti di
parchi urbani o di biblioteche, o ancora cucinano
per associazioni come Food not bombs”.15 Le tematiche variano a seconda di continenti e di paesi:
negli Stati Uniti, essi sono molto marcati dalla tecnofobia e dall’ecologia.16 In Europa, ricorre la queAlcuni siti: http://www.ainfos.ca/ A-Infos http://infos.samizdat.net/www.indymedia.org Indymedia
http://infos.samizdat.net/web.tiscalinet.it/anticitoyennisme Anti-citoyenisme http://genova.samizdat.net/ TNE
14
http://hns.samizdat.net/ HNS www.infoshop.org Infoshop
15
Lettera dall’interno del black bloc, di Mary Black, 25 luglio
2001.
16
“Ci sono molti anarchici che non hanno assolutamente
niente contro la tecnologia. Essi si accontentano di volere un
mondo dove la tecnologia sarà utile e non nociva. Il nostro
punto di vista è che questa è una enorme illusione, e che il problema dell’impoverimento della vita degli individui come
quello della società non sarà risolta attraverso la tecnologia.
Questa è alle fondamenta del carattere così cronicamente nefasto della struttura della nostra società” (John Zerzan, intervista concessa al New York Times, in Futuro primitivo, L’Insomniaque, 1998). [L’influenza delle idee di Zerzan sul movimento anarchico è molto controversa; per quanto molto pubblicizzate sui media, esse non trovano grande sostegno tra i
Darkveggy, op. cit.
Il sito della polizia di Seattle presenta anche decine di
foto di manifestanti accompagnati dall’invito alla cittadinanza a riconoscere e denunciare le persone fotografate.
12
13
24
stione dei sans-papiers e della libera circolazione
delle persone. A Genova, uno dei rari striscioni del
Black bloc proclamava: “Niente confini, niente nazioni”, slogan messo in pratica qualche giorno più
tardi dai partecipanti al “campo di frontiera” antirazzista di Francoforte sul Meno, in Germania. In
un comunicato essi affermano: “molti tra noi sono
stati, un giorno o l’altro, parte attiva del “Black
bloc” (…) La globalizzazione è l’espressione di un
capitalismo che si fa di giorno in giorno più totalitario. Esso non può essere migliorato o addomesticato dallo Stato nazione, ma deve essere abolito (…)
Noi riteniamo falsa una critica del capitalismo che
si limiti ai mercati finanziari internazionali – e anche pericolosa nel momento in cui ha alimentato
più di una volta il risentimento antisemita”.17
E’ stato detto che la polizia abbia lasciato fare i
Black bloc, per screditare i manifestanti tra la popolazione genovese e l’opinione pubblica e giustificare la repressione. Ancora una volta, non c’è nulla di
vero in questa affermazione, ma semmai, la manovra ha fallito dal momento che è la polizia che , agli
occhi del mondo intero, si è ritrovata sul banco degli imputati. Ma questa relativa libertà d’azione può
anche essere spiegata dall’intelligenza tattica di cui
sanno dare prova i Black bloc, che privilegiano
metodi di guerriglia urbana piuttosto che la logica
dello scontro militare frontale. Essi avevano anche
rifiutato di concentrare i loro attacchi sulla zona rossa, considerata come un trappola. Le unità antisommossa sono abitualmente contrapposte a folle statiche, ad un comportamento monolitico e assai prevedibile.
Come si è visto il sabato, a Genova, con il corteo
pacifico, è facile seminare il panico tra una tale folla
lanciando dei lacrimogeni (dato che i manifestanti
non avevano neanche i guanti per rimuoverli). La
pesantezza dell’equipaggiamento poliziesco, la lentezza con cui le decisioni vengono prese a livello
centrale, la necessità di sorvegliare l’intero perimetro della zona rossa, la topografia accidentata della
città di Genova, tutto questo si opponeva al funzionamento molto flessibile dei Black bloc, che permetteva loro di adattarsi rapidamente alle circostanze per aggirare e sorprendere l’avversario. Questa
tattica è conforme al loro ideale politico: sviluppare
l’autonomia degli individui e stimolare la loro capacità di iniziativa, l’esatto opposto delle folle passive che delegano la loro sicurezza a un servizio
d’ordine. Non bisogna comunque esagerare sull’impunità di coloro che si mascherano: molti hanno pagato molto cara la loro partecipazione agli
scontri. Uno di essi aveva 23 anni e si chiamava
Carlo Giuliani.
Pochi gruppi avevano suscitato così tanta ostilità
come i Black bloc.
gruppi radicali, come dimostrano le parole di Ramsey Kannan, uno dei fondatori del collettivo Ak Press, il più importante
gruppo editoriale anarchico degli Usa: “Le idee di Zerzan
sono vera e propria spazzatura, il collettivo Ak se ne dissocia e
abbiamo deciso di non pubblicare i suoi libri. Io credo che
Zerzan non possa essere considerato interno al pensiero anarchico. Le sue idee si rifanno a un’immagine totalmente irrazionale e romantica della società primitiva. Un'epoca idilliaca
in cui regnavano pace, amore e anarchia. In realtà, con sei miliardi di abitanti sul pianeta, il ritorno a una società primordiale
è assolutamente improponibile. Zerzan è di fatto un pupazzo
in mano ai media mainstream, che lo usano con il consueto taglio sensazionalistico, per poter screditare il nostro movimento. Attraverso Zerzan, ci etichettano come un’accozzaglia di
personaggi a metà tra il terrorista e il lunatico”, nota supplementare a cura dei redattori].
17
Lettera aperta al “movimento contro la globalizzazione”
del IV “campo di frontiera” antirazzista a Francoforte sul
Meno, Germania, su http://genova.samizdat.net/.
25
26
Abbiamo visto leader chiedere il loro arresto o addirittura alcuni manifestanti “pacifici” tentare di
consegnarli alla polizia.18
“Il coordinamento delle organizzazioni partecipanti deve, in
avvenire, preparare ancor più i manifestanti a immobilizzare e
a consegnare alla polizia ogni “hooligan” indesiderabile. Anche se un “hooligan” viene a essere ucciso, ciò non è che una
piccola perdita a confronto dei 20000 bambini che scompaio18
27
Se questa ostilità è qualche volta il risultato di
un’incomprensione tra le diverse frange dello stesso
movimento, essa potrebbe però testimoniare anche
l’esistenza di due movimenti anti-mondializzazione: uno che si batte per un controllo cittadinista del
capitalismo, desideroso di estendere la parità alle
relazioni sociali internazionali e all’ecologia mondiale, sogno di una democrazia universale; l’altro
che cerca di combattere, all’interno del nuovo ordine neoliberale, l’ordine capitalista stesso, riattualizzazione dell’antico progetto rivoluzionario: l’utopia
di un mondo che non sia più una merce.
Settembre 2001, Fred Goldbronn.
(Questo articolo doveva apparire in “Le Monde
Diplomatique”. E’ stato respinto in ragione dell’attualità americana)
con me ma - visto che la piazza era piena di bambini, anziani, ragazze, etc.- hanno deciso di andarsene
ugualmente. In quella la polizia ha caricato, e per
piazza Manin e i poveri pacifisti é principiato un
momento difficile. I Blacks - come in genere chi ha
pratica di queste cose - sono scomparsi come la folgore. Questo é il punto: non é che la polizia non li
caricasse, sono loro a non farsi caricare. Si spostano
veloci in piccoli gruppi, raccogliendo mazze, pietre,
tubi lungo il cammino e gettandoli negli sganciamenti, evitano la polizia, elevano regolarmente barricate alle proprie spalle. In genere, non solo loro
ma tutti gli infiniti vandali di Genova puntavano a
liberare uno spazio dalla polizia e a modificarlo secondo il proprio gusto, cancellandone alcuni segni
odiosi della società che ben sappiamo, banche, finanziarie, uffici pubblici, catene di negozi, commissariati, auto aziendali, etc (va detto con tristezza
che le chiese non hanno meritato attenzioni). Queste modificazioni sono state forse un poco povere e
ripetitive, e su questo occorrerà riflettere e raffinarsi.
In ogni caso, il vandalo tiene lontana la polizia, e
viene catturato di rado: diverso il caso degli scontri
di venerdì con epicentro piazza Alimonda, fra piazza Tommaseo e via Tolemaide, dove la ritirata delle Tute Bianche, frustrate nei loro propositi dal numero immenso di guardie, dall’installazione dei
containers, dalla disposizione geografica disgraziata
ha portato in contatto migliaia di persone con la polizia, portando a scontri ravvicinati, con quel che ne
é seguito. Insomma: verissimo che la polizia ha
dato addosso principalmente a pacifisti, inermi o
veri e propri passanti, ma questo accade sempre ed
é perfettamente logico: é più facile, comodo, poco
rischioso legnare chi é presente e non si difende
piuttosto che chi reagisce (vi sono state numerose
controcariche, anche energiche) o ha già levato le
tende. Diverso ancora il caso dell’attacco notturno
alla scuola: qui é chiaro l'intento di colpire la giunzione fra “buoni” e “cattivi”, punto perciò debole
strutturalmente e che al governo interessa spezzare
per contrapporre fra loro coloro che in piazza avevano agito in una discreta armonia (non assoluta:
c’è stato il cretino che ha estromesso dai cortei chi
portava il casco o il fazzoletto, chi ha minacciato
UNA TESTIMONIANZA OCULARE: IL
BLACK BLOC NON ESISTE
Come ho detto, io c’ero: non dappertutto, é ovvio, e
non in tutti i momenti. Ma ho visto parecchie cose,
parlato con molte persone che conoscevo e conosciuto moltissime persone con cui ho parlato. Alcune prime cose veloci: le persone che hanno bruciato, saccheggiato, vandalizzato, devastato, sono state
decine di migliaia, non solo anarchici, non solo dei
centri sociali, non solo organizzate, sia italiani sia
stranieri (io posso dire: greci spagnoli inglesi tedeschi, i francesi che ho visto invece erano tutti pacifici). Quelli che simpatizzavano con loro erano molti
di più, fra cui un sacco di genovesi. Ad opporsi ci
sono stati la polizia, un poco il servizio d'ordine delle Tute Bianche (non sempre distinguibile in assenza delle tute stesse), un po’ di più quello di Rifondazione. Venerdì a piazza Manin i pacifisti hanno
chiesto civilmente e ottenuto senza difficoltà dai
Blacks che non operassero, visto che “quella era
una piazza pacifica”. Io ho detto che era una puttanata, i Blacks (italiani e inglesi) erano d’accordo
no quotidianamente sotto il regno delle multinazionali”. Ole
Fjord Larsen (membro di United Peoples) in Future Planning
after Seattle, 12/12/99, citato in Darkveggy, op. cit
28
degli spaccatori di vetrine, ma si tratta di casi piuttosto isolati) e sfiancare il movimento (perché a Genova un movimento c’era e agiva) in una contrapposizione interna che consenta di cooptare i portavoce nel marciume politico, sostituire la voce dei
refrattari con la loro caricatura mediatica, sostenere
che la violenza é oggettivamente poliziesca. A questo stesso fine servono gli infiltrati, vestiti da manifestanti (non da Black, per un uniformologo quale
mi picco di essere, c’è una differenza come fra la
Legione Straniera e l’EZLN), che la televisione
mostra e che di sicuro c’erano come é vero da trent’anni e forse più. Perché, pensateci: qual’è la funzione degli infiltrati? Non certo scatenare le violenze e le controviolenze, perché a tal fine bastano e
avanzano i compagni veri (giacché quale rivoluzionario non pone mano alla distruzione delle cose
esistenti appena può, dove può, come può?); ma
diffondere il sospetto reciproco, particolarmente
verso i più violenti e i più radicali (due concetti che
presentano sovrapposizioni ma non coincidono), e
diffondere l’idea che la violenza fa comodo al potere, quindi i violenti sono al servizio (magari inconsapevolmente) del potere, quindi i non violenti
sono quelli che il potere davvero teme, quindi - ancor di più - solo dirigenti capaci e preparati possono
farti distinguere il tuo bene dal tuo male. E’ agli
Agnoletto e ai Casarini, come ieri ai Capanna e ai
Sofri, che gli infiltrati servono: per mostrare che
nell’abbraccio fra poliziotti travestiti e insurrezionalisti dementi, solo la sottomissione, la mediazione,
la “politica” possono dare un senso a esistenze avare di senso e di piacere, come possono essere quelle
di coloro i quali hanno in fastidio l’esistente, ma
non fino al punto di criticare per prima la loro singolare esistenza.
Il Black Block é da tempo un soggetto mediatico
adatto a tutti gli usi, che può giustificare qualsiasi
cosa, specie quelle che i potenti se ne fottono di giustificare. Ma il Black Block sono in realtà un sacco
di singoli compagni, simpatici e assennati che, volendo distruggere questo mondo fin dalle fondamenta, hanno già principiato a demolirne qualche
pezzetto. Chi era a Genova e non aveva botteghe e
ideologie da difendere e da rivendicare non può che
provare per loro stima, amicizia e simpatia. Ciò che
occorre ora é che sempre più persone traggano ispirazione dai loro metodi e dalla loro pratica, mirando
ad arricchirla, a renderla meglio capace di pensarsi
e di comunicarsi e di dare forma a primi passaggi di
azione positiva negli spazi liberati che questo tipo di
azioni riesce a creare.
22 luglio 2001
(testo circolato in rete)
PER FARLA FINITA CON L'ORDINE DEI
MOLTI E IL DISORDINE DEI POCHI, OVVERO NON E' STATO IL BLACK BLOC
AD AVER MESSO A SOQQUADRO GENOVA
Erano in quattrocento. No, erano almeno un migliaio. Macché, erano molti di più, diciamo duemila, forse tre. Ma hanno fatto troppo casino, dovevano essere almeno in cinquemila. Ed è tutta colpa
loro. Per poche mele marce il bel cesto della disobbedienza civile è stato rovinato. Colpa loro, di quelli
del Black Bloc. Le tute nere. Loro e solo loro hanno
distrutto Genova. Cosa sono? Sono anarchici. Anzi
no, per la precisione anarchici insurrezionalisti. Ma
anche un po’ squatter. E casseur. E punkabestia. E
agenti provocatori. E infiltrati dei servizi segreti. E
amici dei carabinieri... MA LA VOGLIAMO
FARE FINITA CON QUESTO CUMULO DI
IDIOZIE E DI MENZOGNE? Breve premessa
terminologica. Pochi significa “di limitata quantità,
di numero ridotto”. Con valore generico, questo
termine viene spesso usato in sostituzione di «piccolo», di «breve», di «insufficiente» e
«inadeguato». In senso eufemistico può significare
«quasi nessuno». Molti, invece, è direttamente contrapposto a pochi ed indica “misura notevole”, o
“grado elevato”, oppure ha significato affine a
«grande». Ebbene ogni forma di dominio ha sempre definito le manifestazioni di ostilità nei suoi
confronti come un fenomeno relativo a pochi. Organizzazione sociale che si pretende sempiterna, lo
Stato ha le sue ovvie ragioni per diffondere ed imporre ovunque l’dea che la sua origine non è stori29
camente determinata - non è cosa da mettere in discussione, insomma - ma è un fenomeno naturale
ineludibile. Si vive sotto l’imperio dello Stato così
come si vive sotto la luce del sole. Per questo motivo chiunque si batta contro di esso non può che essere pazzo, folle, demente. Inutile aggiungere che
nel mondo dello Stato la normalità è la regola seguita dai molti; ne consegue che la follia deve essere l’eccezione dei pochi. Il discorso dominante presenta quindi ogni trasgressione al suo codice come
un fatto piccolo, breve, insufficiente, inadeguato
che viene compiuto da pochi, da quasi nessuno.
Chi volete che si ribelli alla luce del sole? Solo pochi pazzi lo possono fare. Eppure tutta la storia è caratterizzata da rivolte che hanno visto la partecipazione di molti, non di pochi. Per neutralizzare e rimuovere il significato di queste rivolte contro il
mondo del denaro - e cioè che tutto è possibile, anche l’impossibile - il dominio è sempre ricorso ad
uno stratagemma semplice quanto efficace: attribuire a pochi ciò che era di molti, circoscrivere e
delimitare le espressioni di dissenso. Un obiettivo
facile da raggiungere, soprattutto oggi, quando
l’onnipresente chiacchiericcio dei mass media non
si limita a riportare il fatto accaduto, ma lo costituisce, lo crea appositamente in funzione delle esigenze di chi detiene il potere. Davanti ad ogni movimento di protesta, soprattutto se si esprime in maniera antistituzionale come è avvenuto a Genova, i
media non devono fare altro che scegliere al suo interno una componente, eleggerla rappresentante del
movimento stesso, parlarne continuamente, intrattenersi sui suoi aspetti più folcloristici e spettacolari,
ed ecco che tutto il movimento sociale assumerà i
tratti di quella singola componente. Gli esempi che
si potrebbero fare sono infiniti, ma ci limiteremo ai
più noti o ai più recenti. Il movimento scoppiato in
Francia nel maggio del 1968 viene presentato
come una «contestazione studentesca». Il più grande tentativo rivoluzionario avvenuto in una democrazia occidentale nel dopoguerra, che dopo essere
partito all’interno delle università si estese rapidamente al resto della società raggiungendo il suo culmine con l’adesione allo sciopero generale selvaggio da parte di oltre undici milioni di persone, viene
così banalizzato e storicizzato sotto forma di movimentata protesta giovanile. La rivolta armata esplosa in Italia negli anni '70 viene fatta passare come
opera di alcune «organizzazioni combattenti». Un
movimento sociale vasto e composito, il cui assalto
al cielo si espresse con migliaia di azioni compiute
quotidianamente, è stato così ridimensionato alle
sue sole forme più eclatanti. Le organizzazioni
combattenti, che erano solo una minuscola parte di
quel movimento, sono state trasformate nell’intero
movimento. Questo meccanismo riduttivo è stato
applicato anche in tempi più recenti, come nella rivolta di Los Angeles del 1992 - ricordata per la sua
«natura razziale» - o nell’insurrezione in Albania
del 1997 - dove un intero popolo in armi è stato dipinto come «poche bande armate». Qui in Italia l’esempio più recente è probabilmente dato dai disordini scoppiati a Torino tra il marzo e l’aprile del
1998, in seguito all’arresto di tre anarchici e al suicidio di uno di loro in carcere. All’epoca erano gli
«squatter» a venir indicati sui giornali come il pericolo pubblico numero uno, sebbene proprio coloro
che si definiscono squatter si siano distinti per i loro
sforzi di placare gli animi e prevenire i disordini,
prodigandosi nel gettare acqua sul fuoco ogni qualvolta ne hanno avuto la possibilità, a salvaguardia
della propria bella vita. A Genova, quando l’aria
che si respirava non era ancora densa del fumo dei
lacrimogeni, la protesta era rappresentata dall’icona
delle «tute bianche». Dopo, quando il clima si è fatto incandescente, è stata la volta del Black Bloc, degli anarchici insurrezionalisti, addirittura delle «tute
nere» (ah, la fantasia dei giornalisti!). La cosa non
manca di essere paradossale, e per diversi motivi.
Innanzitutto perché vede la fine dell’infatuazione
della sinistra europea per il Black Bloc. Portato sugli allori dopo la risonanza mediatica dei fatti di
Seattle, il Black Bloc viene attaccato brutalmente
oggi per aver fatto a Genova all’incirca ciò che aveva fatto a Seattle. Ma la sinistra europea radicalchic, in doppiopetto o in tuta bianca, ama coloro
che indossano i passamontagna, imbracciano i fucili o devastano le banche solo quando sono lontani, molto lontani, possibilmente ad un oceano di distanza. Altrimenti si tratta solo di bastardi, agenti
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provocatori, infiltrati. Più o meno quanto la sinistra
statunitense ha detto e scritto sul conto del Black
Bloc dopo i fatti di Seattle. Chissà se adesso le Tute
bianche di Bologna sono ancora pronte a confermare le commoventi parole di un loro vecchio comunicato: «Noi ci rifiutiamo di salvarci l’anima
sulla pelle del Black Bloc, riconosciamo la loro piena legittimità nel movimento e rifiutiamo la logica
dei “buoni” e dei “cattivi”». Poi, gli insurrezionalisti. Ecco, gli insurrezionalisti sono perfetti per cucir
loro addosso questa parte. Da un lato sono apertamente favorevoli alla distruzione, dall’altro sono
additati da tutti, dalle forze dell’ordine come dal resto del «movimento». Cosa si può pretendere di
più? Peccato che parecchi anarchici insurrezionalisti non fossero nemmeno presenti a Genova, essendosi dichiarati il più delle volte contrari a seguire le
scadenze imposte dal nemico e a partecipare alle
sue iniziative. E, per gli anarchici insurrezionalisti, il
nemico non era solo quello chiuso dietro la linea
rossa ma anche molti di quelli che volevano sfondarla. Ma allora, a chi attribuire tutta questa violenza? E’ questa la preoccupazione che vi assilla,
vero? Voi politici, giornalisti, sinistri recuperatori,
fate veramente schifo. Gli scontri di Genova hanno
visto la partecipazione di migliaia di persone. Siamo spiacenti di comunicarvi che no, non erano tutti
anarchici insurrezionalisti. No, non erano tutti del
Black Bloc. No, non erano tutti stranieri. E’ inutile
che andiate a cercare in qualche angolo recondito e
oscuro ciò che avete sotto gli occhi. Proprio il fatto
più grave avvenuto a Genova, l’assassinio di un dimostrante da parte dei carabinieri, dovrebbe ben
suggerirvi qualcosa. Malgrado gli odiosi tentativi
da parte dei giornalisti di farlo rientrare in una comoda etichetta prestabilita, Carlo Giuliani non era
“vestito di nero”. Non era un anarchico insurrezionalista. Non era uno squatter. Non era un punkabestia. Era solo un ragazzo arrabbiato contro questo
mondo, che si è difeso uccidendolo. Non era uno
dei pochi, era uno dei tanti. La rivolta non è una rara
tara genetica. La rivolta è nell’aria, pronta a manifestarsi dappertutto e in chiunque. Chi si indigna per
la devastazione di banche e uffici finanziari - ovvero le sedi dei criminali fra i più feroci che esistono -
è solo chi è degno di questo mondo ed è ovvio che
intende difenderlo con ogni mezzo necessario. Casarini, che ha perso un’occasione d’oro per mostrare al mondo il suo già collaudato show di scontri simulati, e Agnoletto, che tante volte gli ha sottratto la
luce dei riflettori, entrambi si sono adoperati per difenderlo non disdegnando di ricorrere alla delazione e alla richiesta di iniziative più dure e decise da
parte delle forze dell’ordine; peccato per loro che
costoro lo abbiano fatto in maniera indiscriminata.
Questi due pezzi di merda sono stati costretti a mettersi a nudo, ad ammettere di non poter controllare
e rappresentare un intero movimento di protesta. Le
vostre certezze sono finite. I vostri calcoli politici
pure. Gli insorti di Genova erano pochi rispetto ai
manifestanti pacifici, è vero, ma erano molti, troppi,
rispetto alle vostre speranze. E’ inutile che continuate a strillare contro «pochi scalmanati». E’ inutile che continuate a cercare parafulmini per proteggervi dalla tempesta quando questa vi travolge.
Alcuni anarchici, 23 luglio 2001
(testo circolato in rete)
LE TUTE BIANCHE SI SONO PERSE A
GENOVA… E NESSUNO PARTIRA’
ALLA LORO RICERCA
Ove si narra di come il composto assedio
delle moltitudini di disobbedienti civili
biancotutati alle porte dell’Impero sia stato travolto e spazzato via dalla violenta
invasione di orde di rozzi barbari nerovestiti.
Le tute bianche sono solo uno dei risultati intermedi di un esperimento che proseguirà,
lungo un percorso di sperimentazione prettamente italiano, che di recente ha avuto il Luther Blissett Project (1994-99) come principale – ma non unico – laboratorio. Roberto
Bui, Intervista a Raisat, 10 luglio 2001
Così il 10 luglio 2001, dieci giorni prima del G8
genovese, Roberto Bui presentava a un intervistatore di Raisat il movimento delle tute bianche. Delle
tute bianche Bui è stato uno dei leader, il meno noto
al grande pubblico, ma uno dei più importanti, una
31
delle menti che ha lavorato all’ombra delle tornite
braccia dei Casarini (e che oggi ambisce a posizioni
da leader del nuovo soggetto politico che cerca di
rinascere dalle sue ceneri). Il 31 dicembre 1999, nel
momento in cui si disfaceva del fantasma di Luther
Blissett con la tronfia soddisfazione per il pieno
successo ottenuto, Bui non sospettava e soprattutto
non prevedeva che l’altro grande investimento della propria promettente carriera al servizio della società dello spettacolo avrebbe avuto vita molto breve.
tante simpatizzante del movimento, l’ex-Lotta
Continua ed attuale deputato verde Luigi Manconi
in un articolo comparso su “La Repubblica” il 14
luglio 2001, sette giorni prima del G8.
Dal 1989 – cominciava Manconi con un
profetismo portasfiga in relazione a quanto
auspicato e quanto poi successo a Genova
– in Italia, non viene lanciata una bottiglia
Molotov (se non da bande del tifo organizzato). E da un decennio, in Italia, non si verificano scontri di piazza paragonabili, per
intensità di violenza, a quelli degli anni ’70.
Ci sono, piuttosto, rappresentazioni di battaglie di strada e scontri simulati. Spesso,
queste performances belliche – grazie alla
raffigurazione fotografica o televisiva –
sono apparse come vere. Ma, a parte rare
eccezioni, si è trattato esclusivamente di
rappresentazioni. Posso dirlo perché ho
partecipato ad alcune di esse – mi riferisco
agli ultimi cinque anni e non al decennio
1967-1977 – con ruoli diversi, ma tutti relativamente a un’attività qualificabile come
di mediazione: prima e durante le manifestazioni.
Ho 30 anni. Ho fatto parte del Luther Blissett Project fino al dicembre 1999. Ora faccio parte di Wu-ming. Vivo a Bologna da
dieci anni. Sono originario di Ferrara. Sono
eterosessuale. Segni particolari: una cicatrice di dieci centimetri al centro del cranio.
Sto dalla parte dei centri sociali della Carta
di Milano. Ho partecipato ad azioni delle
tute bianche. Lo rivendico fino all'ultima
goccia di sudore, e mi assumo le responsabilità del caso. […] E sono comunista.
Marxista. “Negriano”, addirittura. (R.Bui,
Lettera aperta alla lista Movimento e ai
compagni che gestiscono ECN, da
www.ecn.org/movimento, 22 giugno
2000
Manconi non si limitava a testimoniare sulle pagine
del principale quotidiano italiano quanto era noto
soltanto ai più informati, ma ne spiegava molto lucidamente il senso storico.
Scrivendo queste righe alla lista movimento di
ecn.org il 22 giugno 2000, Bui non soltanto dava
un volto significativo alla propria presunta identità
anonima e sovversiva, ma annunciava trionfante
l’adesione al movimento delle tute bianche, nato
nel 1998, appena un anno prima del LBP, con l’obiettivo di andare ben oltre la triste fine che ha fatto
a cavallo del 20 e del 21 luglio per le strade di Genova.
Le “tute bianche” e quei settori di manifestanti che partecipano ai cortei con una “attrezzatura di autodifesa”, che esercitano
una pressione fisica e ricorrono all’uso
controllato della forza, svolgono un ruolo
ambiguo. Ma – questo è il punto – è un
ruolo, a mio avviso, positivamente ambiguo. Offre a quell’aggressività di cui si diceva [i movimenti sociali, aveva detto
Manconi, sono portatori – oltre che di valori e di fini – di una carica di aggressività
che è il segno del loro “antagonismo”], un
canale in cui esprimersi e, insieme, uno
schema (rituale e agonistico) che l’amministra. Propone uno sbocco – e, dunque, in
qualche misura rischia di incentivare la
Non ci interessa fare qui una storia delle tute bianche – nate dall’area più morbida e riformista dei
centri sociali (Leoncavallo di Milano e centri del
nord-est in testa) con l’obiettivo di avviare una strategia propositiva, di dialogo con le istituzioni – bensì limitarci ad una serie di considerazioni sul significato storico della loro esistenza. Lo spunto più interessante per queste riflessioni le ha date un impor32
questa fiducia nel confronto e nella mediazione con
le istituzioni e la società civile?
violenza – ma esercita un controllo e pone
(tenta di porre) limiti. L’attività delle “tute
bianche” è, dunque, letteralmente, un esercizio sportivo (e lo sport è, classicamente,
la prosecuzione e la codificazione della
guerra con mezzi incruenti), che depotenzia e disinnesca la violenza: perlomeno, la
gran parte di essa. Certo, questo presuppone un’idea delle violenza di piazza come
una sorta di flusso prevedibile, indirizzabile, controllabile: ma è proprio in questi termini che viene trattata da numerosi responsabili dell’ordine pubblico e da molti
leader di movimento.
L’aspetto che più caratterizza l’area politica in cui si
riconoscevano le tute bianche dal punto di vista
ideologico è il pensiero di Toni Negri. Il nucleo originario delle tute bianche – centri sociali di Venezia, Padova, ecc. – dipendeva direttamente dall’autono-mia veneta e lo stesso Luther Blisset bolognese rivendicava come unica paternità legittima Autonomia Operaia. Recentemente Negri ha sviluppato una teoria che vede nel neocapitalismo – quello per intenderci dell’abusato e vago concetto di
globalizzazione – una forma storica che definisce
Impero (T. Negri, M.Hardt, Empire, Exils, Paris,
2001). L’Impero altro non è che la gestione politica
tecnica e amministrativa della globalizzazione, ovvero della forma contemporanea del “modo di produzione” del capitale. La globalizzazione non è negativa in sé; le biotecnolegie, Internet, ecc. sono fenomeni positivi, gli strumenti della prossima liberazione dell’umanità che avverrà non appena cambierà la gestione del potere, ora nelle mani sbagliate.
E’ in questa prospettiva che s’inscriveva la strategia
marxista-leninista delle tute bianche: oggi trattare
per conquistare posizioni e spostare i rapporti di
forza verso la gestione politica più auspicabile, domani impadronirsi del palazzo. E’ chiaro come
dietro la fantasiosa interpretazione storica di Negri
ci sia la riproposizione aggiornata della vecchia illusione del marxismo scientifico (poi socialismo reale) di poter sganciare da un giorno all’altro la fenomenologia del capitalismo (l’automazione negli
anni Cinquanta, la globalizzazione oggi) dalla sua
sostanza immutabile (il dominio dell’Economia
sull’uomo) che mai viene messa in discussione. E’
una vecchia illusione che comporta come necessaria conseguenza strategica l’organizzazione praticoteorica autoritaria (che delega qualsiasi forma di democrazia ed azione diretta alla realpolitik della rappresentanza e della contrattazione) e catto-sacrificale (che convince a non scagliare la prima pietra
oggi per ritirare la ricompensa domani, nell’aldilà
comunista, nella pace sociale eterna del paradiso
Infine Manconi riportava in dettaglio due esempi
molto indicativi di questa pratica di contrattazione
con le autorità e rappresentazione spettacolare di
finti scontri; ecco il più significativo:
Un anno e mezzo fa nel corso di una riunione nella prefettura di una città del Nord,
i responsabili dell’ordine pubblico e alcuni
leader di movimento discussero puntigliosamente e, infine, convennero minuziosamente – oltre che sul tragitto – sulla destinazione finale del corteo. E ci si accordò
sul fatto che vi fosse un punto, segnalato da
un numero civico, raggiungibile col consenso delle forze dell’ordine, e un altro
punto, segnalato da un numero successivo,
non “consentito” ma tollerato. Lo spazio
tra i due successivi limiti – un centinaio di
metri – fu, poi, il “campo di battaglia” di
uno scontro totalmente incruento e pressoché interamente simulato (ma tale non
apparve nelle riprese televisive) tra manifestanti e polizia.
L’analisi delle strategie di piazza delle tute bianche
come tentativo di disinnescare ogni tentativo di rivolta spontanea per incanalarne le manifestazioni in
rappresentazioni spettacolari riflette una precisa volontà politica corrispondente: traghettare l’area più
ampia possibile del movimento antagonista e
un’intera generazione di possibili giovani ribelli
verso l’alveo delle istituzioni, il “confronto democratico”, la rappresentanza politica. Da dove veniva
33
collocato alla fine della storia) che ha contraddistinto le tute bianche.
E’ – affermava Bui, facendo riferimento
alla strategia delle tute bianche – un
approccio non-situazionista, che fa a meno
di Guy Debord, nel senso che rigetta le letture paranoiche sul presunto potere dello
“spettacolo”. Tutta la teoria tardo-situazionista, cioè del Debord post-‘68, può tranquillamente essere sintetizzata in questo
modo: non contemplare MAI alcuna possibilità di vittoria. Le moltitudini degli
spossessati non lottano per essere “radicali”
o “irrecuperabili”, lottano per vivere, per
strappare un altro giorno dalle grinfie della
morte, per conquistare diritti. Da questo
punto di vista, il “recupero” non esiste, è
solo il rovesciamento allucinato e paranoico di una situazione in realtà auspicabile,
cioè la conquista di nuovo terreno sul campo dell’egemonia culturale, perché il conflitto possa trovare consenso e non sia solo
uno sterile esercizio para-estetico (R.Bui,
Intervista a Raisat, cit.).
Diventa chiaro, alla luce di questo stupido positivismo rivoluzionario, il cardine strategico delle tute
bianche, quello che svela la sua fratellanza ed il debito con il LBP di Bui, ovvero l’ossessiva ricerca
dell’apparizione mass-mediatica, la convinzione di
saper e poter sfruttare i media a proprio piacimento;
ed è qui che la cattiva coscienza di Bui ha fatto
emergere l’altrettanto ossessivo fantasma del suo
atavico nemico.
Anche nel caso della mobilitazione contro
il G8 – scriveva Bui in una lettera a “Limes” del 30 giugno 2000 in cui raccontava
i presunti successi storici delle tute bianche
– le tute bianche hanno dimostrato una
grande capacità di spiazzare, costringendo i
media a interpretazioni schizoidi e all’incapacità di collocare stabilmente le tute bianche tra i “buoni” o tra i “cattivi”. D’altro
canto, che le tute bianche siano tirate in
ballo troppo spesso e a sproposito è altrettanto vero, ma è un effetto collaterale
(sgradito, ve l’assicuro) di una “cura” che
al movimento ha fatto e sta facendo bene.
Non commettiamo il solito errore “situazionista”, che appena qualcuno comincia a
capirti e il tuo messaggio “prende” significa che ti stanno fottendo, che ti “recuperano”, che fai parte dello “spettacolo”. Quest’impostazione è una macchina retorica
che giustifica l’inazione e l’elitarismo, e va
rifiutata. (R.Bui, Lettera a Limes, 30 giugno 2001)
Bui attacca la teoria situazionista banalizzando il
concetto di “spettacolo”, cercando di farlo passare
come mero fenomeno mediatico. Nel suo vero significato lo spettacolo è invece molto di più, un’interpretazione della contemporaneità alternativa a
quella negriana di Impero: “Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione
totale della vita sociale” (G.Debord, La società
dello spettacolo, tesi 42). Dietro l’operazione di Bui
si cela non tanto l’ignoranza del cuore della teoria
situazionista, quanto il tentativo di screditare tutta
quella parte del movimento che, incarnando (per lo
più senza saperlo)19 alcuni spunti di quella teoria,
vive e contesta il capitalismo proprio come un sistema totalitario che estende il suo dominio reale
sulle forme della vita quotidiana, una cappa oppri-
Ad ognuno il piacere di verificare post-factum
come la supponente convinzione di spiazzare tutti
si sia ritorta come un boomerang contro le tute
bianche, accusate da destra, dal governo e da parte
dell’opinione pubblica, di essere un’organizzazione
sovversiva, e da sinistra, dalla base del movimento,
di essere un’organizzazione riformista connivente
con il potere politico. Intanto il 10 luglio, Bui ribadiva e specificava:
Dico questo, perché le definizioni molto nette che seguono sono chiaramente frutto di una mia astrazione interpretativa del tutto personale e non trovano riscontro
diretto in nessun testo o manifesto di un’area molto sfaccettata che si compone di piccoli gruppi fortemente politicizzati tanto quanto (se non di più) di singoli individui
difficilmente assimilabili in categorie omogenee.
19
34
mente il cui condizionamento investe non soltanto
la miseria materiale del quarto mondo, ma tutti nella miseria emotiva del quotidiano, richiedendo
quindi una critica radicale spontanea e generalizzata
che non può essere delegata a nessuno e che va agita in prima persona. Da un lato c’è dunque un Impero di cui prendere il comando, dall’altro un totalitarismo che va rovesciato dall’interno. Da un lato il
progetto di conquistare e gestire in altro modo il potere, dall’altro quello di dissolvere il potere stesso
nella rivoluzione della vita quotidiana. Ai contestatori dell’Impero che insegnano alle persone a lottare
per farsi concedere dei “diritti”, i nemici del totalitarismo capitalista ribattono che non ci sono diritti da
elemosinare, ma la totalità della vita da conquistare.
Ai primi che organizzano scontri e conflitti simbolici funzionali al mercato della rappresentazione politica, i secondi controbattono la necessità di rivolte
autentiche e spontanee capaci di creare momenti di
libertà immediati, effimere schegge spazio-temporali sottratte all’oppressione del dominio totalitario
capitalista. Ai primi che hanno la legittimazione politica come unico mezzo strategico del proprio progetto di conquista del potere, il “recupero” appare
come uno strumento necessario e indispensabile; ai
secondi, che vorrebbero minacciare l’ordine del
mondo con il progetto di un’insurrezione spontanea
e collettiva, il recupero appare come il più subdolo
degli strumenti repressivi. Ai primi che credono di
poter sfruttare i mezzi di comunicazione del capitalismo e hanno strombazzato la gestione/organizzazione delle giornate genovesi per mesi, i secondi rispondono con il silenzio verso gli strumenti della
menzogna del potere e si sono presentati in massa a
Genova senza dire niente a nessuno.
un documento intitolato Pompieri della rivolta. Il
testo, diffuso in tre lingue, proponeva la stessa analisi di Manconi rovesciata di segno; come l’articolo
di Manconi voleva legittimare le tute bianche agli
occhi della sinistra progressista, così questo volantino anonimo voleva screditare le stesse agli ignari
manifestanti stranieri che si apprestano a calare su
Genova.
Le tutine – recita il brano centrale del volantino – si sono appropriate del termine
“protesta di Seattle” parlandone all’infinito,
ma la realtà delle cose, noi che li abbiamo
visti in azione diverse volte, ci raccontano
che lo spettacolo procede così. Prima parte:
dichiarano guerra, riempendosi la bocca
con paroloni e asserendo di poter chiudere
o impedire questo o l’altro meeting di turno. Seconda parte: chiedono manifestazioni autorizzate e collaborano con la polizia e
con i partiti politici che spesso partecipano
alle loro proteste. Terza parte: si presentano
alla manifestazione vestiti di tutto punto,
caschi e protezioni, si mettono in prima linea, vigilano, con i loro imponenti servizi
d’ordine, affinché nessuno abbia la malaugurata idea di fare qualcosa di diverso (soprattutto di colpire direttamente i luoghi del
capitale) e che la marcia si svolga quindi
senza “problemi”. Quarta parte: ecco dove
cercano la loro credibilità rivoluzionaria,
negli scontri con la polizia! Solitamente si
scontrano alla fine della manifestazione
con scudi di plastica e caschi, cercando di
sfondare per entrare nella zona proibita.
Scontri farsa! Durano qualche minuto e
con la massima attenzione a che le televisioni siano presenti, per lamentarsi poi più
tardi degli “inauditi” attacchi della polizia.
Si noti che la polizia non usa mai gas lacrimogeni che sono la loro arma favorita durante altri tipi di scontro. Ma è con questa
farsa che le tute bianche si costruiscono il
consenso; la loro intenzione sembra essere
quella di captare sempre più gente potenzialmente arrabbiata e disposta ad attaccare
Con ottusa e presuntuosa fiducia le tute bianche
hanno monopolizzato l’avvicinamento mediatico
al G8. Mentre Casarini si è occupato del lavoro
“grezzo” con giornalisti della grande stampa e telecamere delle tv nazionali, Bui si è dedicato a quello
più oscuro e raffinato con Internet e gli altri ambienti dove la sostanza dei contenuti conta (un po’)
di più della semplice apparizione. Ed è proprio su
Internet che pochi giorni prima del G8 è comparso
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nova determinati a non partecipare alla loro parata
spettacolare. La migliore risposta alla magnifica accusa di essere dei perdenti, arriverà subito dopo Genova, proprio da uno di questi lividi antagonisti e
proprio da quel luogo triste e nero di putredine:
il potere e trascinarla in un passivo non-farniente o comunque solo mero spettacolo.
[…] La loro apparenza vi lascia credere
che sono un movimento rivoluzionario,
ma ciò a cui realmente tendono è trasformare la protesta in compromessi istituzionali, in spettacolo per la stampa, riducendo
tutto alla ricerca della “pace sociale”.
Il bla-bla-bla di questi eterni sorpresi dalle
mosse degli altri, questa gentaglia che ha
sempre perso e fatto perdere ma che da
sempre si arroga il diritto di spiegare od
imporre le strategie sul come si dovrebbe
vincere, su cosa è politicamente utile e cosa
dannoso alla “causa”, il piagnucolio sulla
“sospensione dello stato di diritto”, sulla
“notte cilena”, sul movimento di buoni e
giusti cittadini in cerca d’un mondo migliore aggrediti “dall’alto” dall’intolleranza
del potere e dal “basso” dai provocatori,
dalla frange del disagio e della alienazione
urbana, mostra ancora una volta in quale
pattume umano, teorico e politico si dibattano, in un guazzabuglio infame di cinismo
politico (quella Realpolitik che criticano
nel potere, e di cui sono da sempre i tristi
epigoni) ed incapacità di lettura. (Pane al
pane, vino al vino, da www.ecn.org/movimento, 6 agosto 2001).
Visto con il senno di poi, questo volantino sembra
presagire il misero naufragio delle tute bianche sulle
barricate erette dagli “utili idioti” anarchici nelle vie
di Genova. Ma neppure nel peggiore degli incubi
Bui e gli altri avrebbero immaginato qualcosa di simile. Pochi giorni dopo arriva la lunga risposta delle tute bianche, scritta direttamente in inglese e diffusa in Internet. Il testo, anonimo, è soprattutto un
collage di brani di Roberto Bui tradotti in inglese;
tre sono stralci della lettera scritta da Bui a Limes il
30 giugno, uno è addirittura una autocitazione della
lettera alla lista Movimento scritta da Bui l’anno
prima. Proprio quest’ultimo è il passo più significativo:
…”antagonisti” logorati da anni di livori,
paranoici analisti di complotti e tradimenti
della Causa, tristi affittuari di vite sprecate
ad attaccare chi sembrava collocarsi un
quarto di millimetro più a destra di loro.
Mai un attimo di gioia o di volontà di vincere almeno uno straccio di battaglia: sempre e solo sconfittismo, risentimento e bava
essiccata agli angoli della bocca. Chi trae la
propria identità dalla contrapposizione allo
status quo anziché dalla gioia del farsi comunità si opporrà sempre a qualunque
cambiamento sociale. Ecco, questo è
“Movimento”. Un luogo triste e nero di
putredine. (da GIAP, giugno 2000, citato
in Roberto Bui, Lettera aperta a Movimento e ai compagni che gestiscono ECN,
22 giugno 2000)
[…]
La psicogeografia della rivolta di Genova ci porta
ad un confronto tra l’assedio delle tute bianche alla
zona rossa, simbolo del potere dell’Impero, e la deriva devastatrice del black bloc attraverso la città,
alla conquista liberatoria degli spazi della vita quotidiana. L’idea sinistroide delle tute bianche e del
mondo che rappresentano è che i mali del mondo
dipendono solo dal potere illegittimo di quei G8
che gestiscono male ciò che si potrebbe governare
meglio e che la rivoluzione consisterebbe nel traghettare le “moltitudini” diseredate del terzo e quarto mondo verso quel presunto Eden che è l’Occidente opulento. In questa visione che non critica
nulla del senso della vita quotidiana di chi vive in
quell’Occidente, l’organizzazione dello spazio urbano non ha un ruolo decisivo se non come simbolo in situazioni straordinarie come quella del G8. La
Questo è il commento che nel giugno 2000 Bui
dava della piazza telematica dove s’incontravano
molti degli accaniti oppositori delle tute bianche e
che, per estensione, adesso, nel luglio 2001, allargava a tutti quelli che si apprestavano a calare su Ge36
farsa spettacolare dell’assedio alla zona rossa, strumento urbanistico di uno stato d’eccezione, di una
sospensione del cosiddetto “stato di diritto” (al quale evidentemente le tute bianche e quelli come loro
credono), sottintende quindi l’idea che ci sia bisogno di soprusi eccezionali per attaccare l’ordine di
un mondo altrimenti accettabile; come se le nostre
città di tutti i giorni, quando non sono ostaggio di
gabbie assurde, fossero lo strumento di una vita
quotidiana appassionante; come cioè se non meritassero di essere criticate, saccheggiate, distrutte e
ricostruite tutti i giorni. Contro tutto questo, la devastazione di banche, negozi, automobili suona come
un duro richiamo alla ben più dura realtà del mondo; rappresenta la concretizzazione urbanistica della critica della vita quotidiana, la messa a soqquadro
delle categorie mentali ed esistenziali di tutti, perché
tutti costruiamo ogni giorno la prigione nella quale
viviamo; non più finta contestazione dei simboli
dell’Impero ma assalto reale a uno degli strumenti
più efficaci del dominio totalitario capitalista: l’organizzazione quotidiana degli spazi della città, il
panopticon urbano che ci controlla e reprime 24 ore
al giorno, 365 giorni all’anno. L’assedio simbolico
e spettacolare alla zona rossa sta alla teoria negriana
dell’Impero come la guerriglia urbana per le vie di
Genova sta alla critica situazionista della vita quotidiana:
Dopo le manifestazioni nessuno vedrà più
nello stesso modo una vetrina o un martello. L’uso potenziale di una città si è moltiplicato per mille.
Così scrivevano alcuni ribelli a Seattle nel 1999.
Confrontatelo con quanto scrivevano i situazionisti
nel 1961:
Tutto lo spazio è già occupato dal nemico
che ha addomesticato a suo uso persino le
regole elementari di questo spazio (oltre la
giurisdizione: la geometria). Il momento di
apparizione dell’urbanismo autentico consisterà nel creare, in certe zone, il vuoto da
questa occupazione. Quello che noi chiamiamo costruzione comincia lì. Può comprendersi con l’aiuto del concetto di “buco
positivo”, forgiato dalla fisica moderna.
Materializzare la libertà, è anzitutto sottrarre ad un piano addomesticato alcune particelle della sua superficie.
Genova è stato poco più che una scintilla nel buio
assoluto di molti anni, ma ha prodotto due risultati
concreti. Ha spazzato via l’esistenza dell’orga-nizzazione-repressione del dissenso portata avanti dalle tute bianche e ha dato un esempio concreto della
liberazione dello spazio e del tempo della vita quotidiana, ovvero delle strade, dall’oppressione totalitaria del capitalismo. Il primo è un dato oggettivo,
sotto gli occhi di tutti; il secondo è invece, purtroppo, una sensazione soggettiva che può essere compresa soltanto da chi era per strada; chi non c’era è
stato inevitabilmente risucchiato dal gorgo mediatico ed ha sprecato la propria attenzione nello stupore
per la repressione poliziesca e per la sospensione
dello stato di diritto e nell’interesse per le farneticazioni varie e assortite sulla presenza di infiltrati, teppisti e neonazisti.
Quando rompiamo una vetrina vogliamo
distruggere la fragile facciata di legittimità
dietro cui si nasconde la proprietà privata.
Allo stesso tempo ci liberiamo delle relazioni sociali distruttive e violente che ci
sono state inculcate. Distruggendo la proprietà privata, trasformiamo il suo scarso
valore in un qualcosa di più prezioso. Buttar giù una vetrina fa finalmente entrare
una ventata di aria fresca nell’asfissiante
ambiente dell’ennesimo punto di distribuzione di una catena multinazionale, l’incendio di un cassonetto di immondizia diventa sorgente di luce e calore per strade e
anime, i graffiti sulla facciata di un palazzo
in centro sono messaggi per su una gigantesca lavagna, idee per un mondo migliore.
Da Genova sono tornato sfinito, infuriato,
febbricitante, coi legamenti delle ginocchia
logorati, senza un filo di voce e dico: non
scateniamo la caccia all’anarchico. E’ difficile mantenere l’equilibrio, distinguersi
“con forza” da una pratica (quella del
Black Bloc) al contempo facendo capire
37
ricolose come quella di Genova,20 non resta che
constatare che eventuali presunti neonazisti, teppisti
di strada o tifosi senz’arte né parte che abbiano partecipato alle devastazioni di Genova, si sono ribellati concretamente alle condizioni oggettive che
creano la loro rabbia quotidiana – pur mal compresa e peggio esercitata nel resto della loro vita – in
modo più ammirevole di chi si riempie la bocca del
cadavere di programmi rivoluzionari già morti ancor prima di essere svenduti per i due centimetri di
marciapiede contrattati con la questura di turno. Oltre che rivelare una mentalità paranoica, l’operazione revisionista di Bui ha uno scopo più subdolo su
cui vale la pena di spendere le ultime considerazioni. Ai rivendicatori di un’ortodossia black bloc
(quelli presunti che Bui testimonia di aver visto andarsene schifati da Genova il venerdì sera e quelli
reali che hanno voluto farsi portavoce di un movimento che non esiste nei giorni successivi), ovvero
ai presunti professionisti della guerriglia urbana che
spaccano in modo scientifico, puritano e funzionalista soltanto le vetrine delle banche come
che quella pratica ha – o perlomeno ha
avuto – una sua “storicità” e coerenza, e
non corrisponde in alcun modo a quanto si
è visto a Genova, dove il “vero” Black
Bloc proprio non si è visto. (R.Bui, Il magical Mistery Tour del falso Black Bloc a
Genova, da GIAP, nuova serie, n°1, 26 luglio 2001).
Così comincia il documento che Bui ha scritto a
caldo subito dopo le giornate di Genova, sicuramente l’intervento più lucido e pericoloso tra quelli
dei nemici della rivolta di Genova. Tutte le componenti della sinistra cadono nel delirio assoluto: Casarini e le tute bianche si bloccano tra l’incudine
della diffidenza del movimento e il martello della
volontà di repressione di stato, e soltanto una parte
della sinistra progressista cerca di recuperarne l’importante lavoro fatto in questi anni per il recupero
politico della gioventù post PCI (è soprattutto Cacciari a prodigarsi nel dividere i buoni dai cattivi per
evitare, come afferma lui stesso, che “la terza generazione di giovani si perda alla violenza”); tutti, indifferentemente, coloro che credono nella democrazia e nei suoi diritti, gridano invece scandalizzati
contro la repressione poliziesca. In questo contesto
Bui tenta la mossa revisionista, appellandosi all’esistenza di un “vero” black bloc di cui recuperare le
potenzialità politiche “costruttive” sottraendone le
istanze agli “utili idioti”, ai falsi black bloc, rozzi incivili incapaci di contenere la loro ansia di rivolta.
Bui ricostruisce in modo assurdo le giornate del
G8; mentre nel mese successivo l’intero apparato
delle forze dell’ordine italiano verrà sommerso da
furiosi attacchi esterni e divorato da altrettanto feroci faide interne sulla pessima gestione delle giornate, Bui vede in ogni mossa l’azione premeditata e
perfettamente coordinata di infiltrati della polizia e
di hooligans neonazisti. Detto – come avevano capito Burgess e Kubrick con un acume inversamente proporzionale al pietismo di Pasolini – che la pavida codardia ed il meschino conformismo intrinseci alla sua umana natura spingono il vero fascio
ad arruolarsi nella polizia per esercitare in modo legale il diritto alla violenza piuttosto che a proclamarsi nemico della società e a rischiare trasferte pe-
A due terzi del film Alex incontra due dei suoi vecchi compagni di ultraviolenza, arruolatisi nel frattempo nella polizia,
che affermano: “Per dei vecchi drughi come noi il lavoro più
adatto è questo: poliziotti”. Sempre a proposito del profetismo
di Arancia meccanica, immaginiamo un prossimo venturo
incontro tra le tute bianche, i ds e la polizia; quando più nessuna delirante categoria partorita dalle loro ottusità complementari riuscirà a spiegare il fenomeno dell’ultraviolenza delle tute
nere, non è escluso che i nostri firmeranno un programma di
rieducazione sociale simile a quello toccato in sorte al mitico
Alex, dove solo la genetica cercherà di spiegare lombrosianamente perché tanti giovani non riescono a godersi i piaceri del
progresso.
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simboli del capitalismo, va infatti rinfacciata la piena legittimità dei ribelli dilettanti (che agiscono per
diletto) che, presi dal furore dionisiaco della rivolta,
si abbandonano alla devastazione generosa di
un’organizzazione dell’alienazione dello spazio urbano che va ben oltre gli spazi occupati dalle banche. Solo una cieca ottusità può pensare di razionalizzare secondo criteri di moralità o utilità politica il
gesto gratuito e passionale della distruzione, inibendo la sfrenatezza del piacere che è invece l’unica
39
garanzia di autenticità e di senso di una rivolta. Proprio Genova offre il migliore esempio di quel ricatto pietistico della difesa ad oltranza dell’accettazione della miseria umana che sta alla base della stessa
morale rinunciataria che si preoccupa di salvare dal
fuoco della rivolta l’automobile proletaria o la piccola proprietà privata: gli operai dell’Ilva di Cornigliano che scioperano in difesa del loro oppressore
Riva contro la chiusura di quelle acciaierie che sono
la fonte della loro schiavitù e della malattia mortale
dell’intero quartiere di Cornigliano – difesi ad oltranza da tutto l’arco della sinistra, istituzionale e
non – sono l’immagine specularmente inversa,
nonché i peggiori eredi, dei loro gloriosi antenati, i
primi nemici del totalitarismo capitalista: i luddisti.
Finché non scardineremo le solide fondamenta della sopravvivenza generalizzata, ovvero i nostri “diritti” e le nostre “proprietà private”, non si uscirà
mai dalla tristezza dell’alienazione quotidiana. E
soltanto quando si rinuncerà a ragionare in termini
di simboli, che siano zone rosse o banche, il flusso
dirompente della storia potrà spazzare via le acque
stagnanti delle finte ribellioni o delle rivolte misurate.
del suddetto campionato:
Quando l’Italia era un paese normale (più
povero e più dignitoso) i tifosi erano spettatori paganti, battevano le mani o fischiavano, stop. Il pubblico è il dodicesimo giocatore, sentenziò Helenio Herrera. Ma stava
ancora al suo posto. Poi pian piano, col tifo
organizzato, è nato lo spettattore, ossia lo
spettatore che non vuole solo godersi lo
spettacolo ma farne parte, diventare attore.
E nemmeno sullo sfondo, da coro greco,
ma da protagonista (G.Mura, Il calcio ricattato dagli ultrà, da “La Repubblica”, 24
agosto 2001).
Come l’industria calcistica ha allevato per decenni
spettatori totalmente passivi e si trova ora ostaggio
di orde di neobarbari devastatori, così l’industria
dell’antagonismo politico si è illusa di poter allevare
una generazione di disobbedienti civili e si è trovata
sommersa da orde di violenti “nichilisti”.
Non c’è che dire: i barbari son tornati e l’Impero finalmente vacilla…
Di certo come area della disobbedienza civile si è peccato di eccessivo politicismo e si è sottovalutato l’avversario, e tutto va ripensato. La disobbedienza civile
come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due anni non
è più praticabile.
Un mese dopo i fatti di Genova, domenica 26 agosto, è ripreso il campionato di calcio italiano. Gli
occhi della stampa sono tutti centrati sui tifosi; in
una partita di precampionato, nella curva della Lazio, notoriamente di estrema destra, compare uno
striscione dal titolo “Ideali diversi… Onore a Carlo
Giuliani”, in altri stadi, tra cui quello di Genova in
occasione della prima del campionato, carabinieri e
poliziotti vengono colti al grido di “Assassini”. Già,
con cautela, prima delle calde giornate genovesi e
senza freni poi nel mese successivo, il delirio giornalistico ha cercato di liquidare il fenomeno black
bloc come una diramazione del teppismo da stadio.
Questa tipica forma di schizofrenia mediatica – a
metà tra il lucido desiderio di occultare/si la verità e
l’ottusa autoconvinzione – ha un fondo di verità
storico (il disagio “insensato” dell’hooligan) e un
ottimo valore di similitudine, nei termini in cui lo si
può dedurre da quanto scrive uno dei più noti opinionisti calcistici italiani, Gianni Mura, alla vigilia
Roberto Bui, 23 luglio 2001
in “Invarianti”, n°35, Roma, dicembre
2001
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QUALCHE NOSTRA RIFLESSIONE SULLE GIORNATE DI LUGLIO
I commenti a caldo sugli eventi riportano (soprattutto, com’è ovvio, da parte della stampa istituzionale), le ‘accuse’ dei capi delle organizzazioni presenti a Genova che parlano, quasi unanimemente,
di provocatori in combutta con la polizia (addirittura filmati o fotografati), o, nel minore dei casi, di
teppisti lasciati liberi di agire che avrebbero comun41
que fatto il gioco della polizia dandole occasione di
attaccare il grosso della manifestazione pacifica.
La prima osservazione che si può fare è che queste
accuse si ripetono metodicamente da 25 anni ogniqualvolta una manifestazione di piazza sfugga al
controllo dei suoi presunti organizzatori politici. A
sentire costoro ci sono sempre teste calde, compagni che sbagliano, persone che ‘cadono nelle provocazioni’ (fasciste o poliziesche), oppure, nei casi
più eclatanti, infiltrati. Questa è l’unica giustificazione di chi cerca di gestire e strumentalizzare le
volontà di protesta di migliaia di persone su argomenti che toccano tutto e tutti, in modi diretti e indiretti. Ci sono migliaia di motivi per protestare: una
congrega di potenti, i più potenti in Occidente, protetti da migliaia di uomini armati di tutto punto, gli
stessi uomini che in prima istanza, tutti i giorni,
dappertutto, applicano le decisioni dei potenti.
Il G8 non è nulla. Nulla si decide là. Ma è un simbolo. E simbolicamente c’era chi voleva protestare
contro di loro. In modi e termini diversi.
E a questo punto bisogna intendersi sui termini.
Contestare democraticamente (che nell’accezione
dei cosiddetti organizzatori ed esponenti della ‘società civile’ significa senza offendere, senza fare
danni, senza difendersi), significa anche rendersi
conto, come giustamente hanno rimarcato gli stessi
potenti nonché i loro portavoce, che questi potenti
rappresentano nazioni in cui vige la democrazia e
che gli stessi sono stati democraticamente eletti dalla maggioranza degli elettori, e che quindi rappresentano tutti coloro che accettano, votando ed accettando i termini della gestione democratica, di essere governati da questo o da quello schieramento
politico.
E’ un sistema che non lascia spazi: o si accetta oppure no. In questo senso coloro che pensavano di
protestare democraticamente, praticamente manifestavano solo il disappunto di una minoranza istituzionale per le decisioni del governo che loro stessi
hanno legittimato votando. Ci si renda conto: anche
se fossero stati un milione di persone, sarebbero
stati democraticamente considerati una minoranza.
Gli elettori hanno deciso altro, hanno votato altri e
gli eletti democraticamente decidono per tutti. Di-
versi milioni di persone hanno eletto questi potenti.
Che gli altri continuino a provare. Gratta gratta magari una volta tocca a te comandare. A che serve
una manifestazione di minoranza? A sfogarsi, a
fare vedere che non si è d’accordo, a cercare di far
pressione sui nostri governanti perché prendano decisioni più giuste… chissà perché dovrebbero farlo.
Però quando poi ci si trova in piazza, magari per la
seconda, la terza, la decima, la centesima volta,
dopo anni che si subiscono dall’alto decisioni, limitazioni, oppressioni, ingiustizie, repressioni, violenze, succede altro. Succede che ci si ricorda della
rabbia di quando si subiscono dei torti, di come sia
impossibile gestire la propria vita perché in ogni
suo aspetto siamo limitati e repressi da una sistema
che ha fabbricato dei binari predefiniti dai quali è
impossibile sfuggire. Succede che ci si rende conto
di come non sia neanche possibile capire chi sia il
responsabile di ciò che ci accade. Non è responsabile il nostro datore di lavoro – se non ci fosse lui
non si mangia –, non lo è chi ci fa pagare le tasse
(anzi, adesso le tolgono direttamente dagli stipendi,
così sembra più indolore), non lo è chi ci multa, in
fondo fa solo il suo lavoro, non lo è chi ci insegna
da quando siamo piccoli come comportarci, un
modo comune ci deve essere, se poi c’è chi non lo
fa, pazienza e subisci, non lo è chi ci governa, in
fondo è l’espressione della maggioranza di noi, non
lo è chi ci manganella e ci arresta qualcuno deve
pur farlo, e poi non è con la forza che si fanno valere le ragioni di chi sta ‘sotto’…
Così quando nella vita di tutti i giorni ci rendiamo
conto che le cose non vanno, nessuno è mai colpevole, nessuno è responsabile, tutti hanno una giustificazione e non si può fare nulla, se non pregare, vo
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tare e chiedere qualche briciola in più (qualche soldo in più, una casetta…). Per le grandi questioni
collettive non ci sono responsabili: inquinamento,
fame, malattie, guerre e via dicendo, non trovano
mai responsabili. E si resta lì a torcersi le mani, impotenti. C’è chi è sceso in piazza con questi sentimenti ormai razionalizzati da tempo, chi li ha sentiti
emergere durante le ore in piazza. E tanti, molti,
hanno sfogato la propria rabbia, sono esplosi, comprendendo come, in queste manifestazioni, non ci
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sia null’altro da fare che non porti ad una mera
scampagnata. Tanti, molti, hanno espresso distruttivamente la propria rabbia e il proprio furore contro
un sistema che, questo sì, è un blocco nero, un
blocco che non lascia spazio a nessun altro metodo,
men che meno quello della autodeterminazione
della propria vita. Ogni essere in gabbia, prima o
poi, si ribella, per quanto larga e confortevole sia la
gabbia. Poi possiamo anche dire che la polizia
avrebbe caricato comunque, che ha caricato chi
non faceva nulla, che altro non aspettavano, che gli
piace picchiare, che il clima era comunque di intimidazione, ma il fatto è che non c’era altro modo
sensato di porsi di fronte a 8 potenti che decidono
per tutti e che si circondano di migliaia di uomini
armati.
E chi ha visto la violenza endemica della manifestazione istituzionale, dei suoi blocchi, delle mura,
delle divise, ancor prima delle violenze dirette, sa
che la responsabilità è dello Stato e dei suoi protettori, altro che provocatori. La loro stessa esistenza è
una provocazione, una minaccia. Quando si protesta contro chi governa il mondo, non ci possono essere mezze misure. Il sistema vuole qualcuno (o alcuni) che governi tutti, e il singolo nulla può. E in
questi giorni migliaia di singoli, non certo solo alcuni anarchici (giacché tutto ci interessa meno che cavalcare la tigre), si sono espressi, hanno vissuto senza mediazioni la propria rabbia.
Sappiano, gli ‘organizzatori’, i mediatori, i politicanti istituzionali o meno, che nessuno, né noi, né
loro, né nessuno di quelli in piazza ieri e in futuro,
può governare la protesta, può imbrigliare la furia di
chi, tutti i giorni, è costretto a vivere sotto l’egida
dello Stato, della Legge, della Giustizia. Costoro, i
cosiddetti pacifisti, socialdemocratici, riformisti,
non potranno far altro che ricalcare metodi e sistemi
di coloro che dicono di contestare: organizzazioni
verticistiche e specialistiche, delega, rappresentanza, controllo, censura, repressione. Potere contro il
potere. Spariscano. Oppure si rassegnino ad organizzare viaggi per turisti alternativo-antagonisti annoiati, magari per destinazioni esotiche e lontane,
che non li tocchino così da vicino nella vita quotidiana.
Alcune note critiche generali e in astratto: il pericolo
di queste manifestazioni è che anche i più determinati e sinceri si adagino sul fatto che solo in queste
occasioni ci si possa esprimere, cioè solo quando ci
sono situazioni di massa, quando la soddisfazione
di agire è condivisa da molti, magari quando le proprie azioni hanno diffusione mediatica: il pericolo
quindi, sono la rinuncia alla progettualità e l’autocompiacimento.
Ciò che è invece materialmente pericolosissimo è
la diffusione di telecamere, video e macchine fotografiche dovunque, anche nelle ‘proprie’ file. Lo
strumento maggiormente utilizzato dalla repressione per il controllo, l’identificazione e la repressione
degli individui. Bisogna eliminare, innanzitutto tra
di noi, questa pratica, questa abitudine stupida ed
inutile di filmare e fotografare. La rappresentazione,
lo spettacolo della realtà non può far altro che sviare
le nostre azioni.
El Paso, domenica 22 luglio 2001
PANE AL PANE VINO AL VINO
A Genova, per molti contestatori, osservatori e simpatizzanti del “movimento anti-global”, scesi in
piazza avendo da perdere qualcosa di più che le
loro catene, è divenuto brutalmente più evidente a
cosa serva il gigantesco apparato repressivo d’una
società di massa in regime di democrazia spettacolare e come dall’opacità dei principi di dominio che
regolano la vita quotidiana possa palesarsi una
compiuta logica militare.
In tutto il mondo occidentale che da venti anni a
questa parte ha conosciuto un basso tenore di conflittualità sociale – è un mondo che si considera, ri
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spetto ai due decenni precedenti, gli anni ’60 e ’70,
più o meno politicamente “pacificato” nonostante
viva mediaticamente sulla continua invenzione di
emergenze –, l’apparato di repressione, spionaggio,
disinformazione e controllo, non ha fatto che crescere a dismisura, sviluppando la sua potenza repressiva sia quantitativamente che qualitativamente, integrandola profondamente nel sistema comunicativo, nelle reti di formazione e diffusione del
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consenso, innervandosi in modo integrale alla fogna dell’informazione, venendo a costituire il luogo
centrale della gestione pubblica in una società in cui
il potere economico e politico è appannaggio di
puri racket, in conflitto o in cordata fra loro lungo lo
sviluppo delirante dell’economia della forma merce.
In questo quadro, la retorica sulla violenza e sull’illegalità dei comportamenti devianti socialmente o
politicamente è uno sfondo di riferimento onnipresente, un eredità pseudo-culturale della sconfitta seguita a sinistra dopo i decenni di duro scontro sociale che hanno preceduto in tutte le democrazie
spettacolari la cosiddetta restaurazione “neoliberista”. L’estendersi ossessivo delle sindromi emergenziali paura-violenza-controllo-sicurezza mascherano lo sviluppo tecnico degli apparati repressivi, la cui funzione è assicurare la gestione militare
della follia economica in corso, operando nei mezzi
e nei modi che sono di volta in volta necessari od
operando, come a Genova, dei veri e propri esperimenti su ciò che si deve fare quando diviene in parte necessario utilizzare la mano pesante: Genova è
un “punto di svolta” amaro solo per chi non ha, in
questi anni, elaborato alcuna riflessione su quanto
aveva attorno a sé, per chi si è accontento di coltivare pallide speranze di un rinnovo delle socialdemocrazie garantite dal dominio mafioso dei partiti di
massa o delle associazioni di cittadini deleganti, con
il corollario culturale dello Stato dei diritti in opposizione alla barbarie del mercato (idea ottocentesca
che qualcuno seguita a spacciare in varie salse non
avendo, da sempre, la capacità di pensare alcunché
di adeguato alla realtà drammatica dell’epoca).
Nell’occasione del G-8 le forze di repressione hanno scelto il confronto militare già preparato e suggerito architettonicamente, nelle varie trappole in
cui le strade erano state trasformate, e annunciato
dal battage dei media, questi organismi della perfetta decomposizione dell’umano, gestiti da carogne
per le carogne, secondo una linea certamente internazionale di azione repressiva maturata contro la
protesta anti-global, ossia contro i primi, pur modesti e spettacolari risultati che essa aveva ottenuto. Il
primo, l’unico veramente fastidioso dal punto di vi-
sta della gestione del potere, quello di impadronirsi
anche “illegalmente” della piazza, dei luoghi vietati
e dei simboli protetti, sia in modo violento che nonviolento, e nella pericolosa, per il potere, sovrapposizione delle due strategie (oggi, per merito dei recuperatori di sempre e dei nuovi imbecilli loro accodati, divenute improvvisamente in sé “antitetiche”) fino al fatto di disturbare effettivamente, impedire e rendere di difficile gestione i vertici. Ciò
che succedeva nelle strade in occasioni delle kermesse e delle controkermesse ha minacciato debolmente di interrompere il rispetto dei limiti che da un
ventennio il dominio è riuscito ad imporre ad ogni
protesta con l’aiuto consapevole o meno della
maggioranza delle “opposizioni” alla rinvicita neoliberale, quel popolino di sinistra più o meno radical
o persino “antagonista” che per bocca di innumerevoli leader strepita contro i “provocatori” allo stesso
modo in cui i boss dei sindacati venduti e degli stalinisti strepitavano nell’epoca d’oro della loro collaborazione democratica con i padroni di sempre: i limiti della sfilata di testimonianza, della festicciola e
della sagra, dei pugnetti chiusi sotto il palco degli
oratori venuti a far da pastori alle anime che li seguono e votano (permettendo loro di esistere professionalmente), del “siamo tanti” ascoltateci per
favore, tutto ciò che va sotto il nome sconcio di
“protesta civile”, qualcosa che basta sentire nella
bocca dell’attuale ministro degli interni per capire di
cosa si tratti. Si è dimostranti civili quando ci si limita a mettere in mostra un’opinione di cui si può
benissimo non tenere conto, e non si deve nemmeno, finché quell’opinione non può legittimarsi
come maggioranza.
Ovunque un frammento di conflitto sfugga a questo paradigma, sia nel senso della protesta consapevole, sia dell’obiettiva pericolosità sociale, la “sospensione delle garanzie e dei diritti civili” diventa
norma. Lo sanno i carcerati che insorgono contro le
condizioni di detenzione, i fermati dalla polizia, gli
immigrati nelle vessazioni quotidiane. Di queste
“sospensioni” le opposizioni politiche – dalla sinistra più istituzionale, a Rifondazione, al “Manifesto”, fino ai Disubbidienti delle Tute e i “centri sociali” che da anni hanno deciso una strategia di pie46
na apertura alle istituzioni – si occupano di tanto in
tanto nel loro rito di denuncia, ma le sistematiche
sospensioni che colpiscono il poveraccio, la vittima
o il cattivo di turno, non erano fino ad oggi sufficienti per far gridare loro all’attentato fascista delle
libertà democratiche, allo Stato in stile cileno: certo
gli apparati di repressione, spionaggio e schedatura
di massa in venti anni hanno trasformato questo
come altri paesi dell’Occidente democratico in
compiute dittature del controllo di polizia ma la
cosa fino ad oggi, fino al fallimento della “protesta
civile” di Genova, non aveva preoccupato questa
gentaglia più di tanto, non abbastanza comunque
da impedire loro di andare a parlamentare con sbirri
e ministri, proprio con gli stessi sbirri e ministri che
li hanno massacrati poi, trattandoli come i “criminali” e “sovversivi” vengono normalmente trattati:
supponiamo diano oggi la colpa al destino cinico e
baro ed alla cattiveria inveterata dei padroni per tali
lusinghieri risultati, ed aspettiamo la prossima furbissima mossa di concretezza ed intelligenza politica.
Anzi, un’intelligente strategia l’avevano già in tasca, molto simile a quella strombazzata dai “liberali” moderati, da “La Repubblica” a Casini: la polizia ha esagerato ma ha potuto esagerare per colpa
dei facinorosi, del Black Bloc! Stiamo parlando
della solita gente che lecca la mano del padrone o
guaisce mostrando i denti impaurita mentre quello
li bastona; quelli che protestando per il fatto di venir
bastonati danno la colpa ai cani cattivi, tutti gli altri
che cercavano di mordere il padrone nell’atto di bastonare. Il bla-bla-bla di questi eterni sorpresi dalle
mosse degli altri, questa gentaglia che ha sempre
perso e fatto perdere ma che da sempre si arroga il
diritto di spiegare od imporre le strategie sul come
si dovrebbe vincere, su cosa è politicamente utile e
cosa dannoso alla “causa”, il piagnucolio sulla “sospensione dello stato di diritto”, sulla “notte cilena”,
sul movimento di buoni e giusti cittadini in cerca
d’un mondo migliore aggrediti “dall’alto” dall’intolleranza del potere e dal “basso” dai provocatori,
dalla frange del disagio e dell’alienazione urbana,
mostra ancora una volta in quale pattume umano,
teorico e politico si dibattano, in un guazzabuglio
infame di cinismo politico (quella Realpolitik che
criticano nel potere, e di cui sono da sempre i tristi
epigoni) ed incapacità di lettura: vivono in un mondo in cui delle “maggioranze” eleggono i potenti
che si tratterebbe di contestare, i reazionari bifolchi,
i minus habens prezzolati dalle centrali della follia
distruttrice e del genocidio umano ed ambientale in
nome dell’economia, gli ex-costruttori riciclati dalla
politica e finanza mafiose in capi di governo, e non
sanno ragionare in altri termini che in quello di
maggioranze, non riescono non diciamo ad approvare, ma nemmeno a comprendere o a discutere
con onestà e buon senso, alcun atto di lotta, spontaneo o meno, che non sia inseribile rigorosamente
nella logica delle maggioranze, del “rispetto” di una
legalità inesistente (il mondo naturale ed umano
viene subordinato e distrutto in modo cieco e bieco
dalla semplice imposizione di rapporti di forza che
letteralmente “dettano legge”) di un “politicamente” utile o dannoso di cui non si capiscono più né i
riferimenti né il contesto. Forse è inutile o dannoso
l’atto di bruciare una banca, anche se simbolicamente etico (di certo moralmente migliore del condurre trattative con il ministro degli interni di un governo post-fascista di restaurazione mafiosa), ma in
cosa sarebbe utile invece contrattare con i criminali
al potere ed i loro scherani simboliche violazioni
delle loro “zone rosse”? Tra due inutilità politiche, è
senza dubbio più umano e politicamente concreto
nella sua rilevanza l’atto motivato dalla rabbia
spontanea o da un riflesso etico, quali che ne siano
le conseguenze.
Come si può tenere seriamente conto dell’opinione
di chi si preoccupa che un movimento possa venire
criminalizzato dai criminali che si tratterebbe di
combattere? La questione del confronto “militare”,
vista l’esistenza e l’efficiente criminalità degli apparati di repressione, è assai delicata ed importante, la
decisione di scontrarsi con il potere e di offendere i
suoi simboli può essere messa in discussione da
vari punti di vista, ma solo dopo averne capito la
sostanziale legittimità morale. Solo dopo aver difeso i compagni che a Genova si sono battuti senza
far ricorso alla preparata mistificazione mediatica
del Black Bloc si può argomentare sulle possibilità
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– che per inciso, riteniamo negative – e le conseguenze che avrebbe oggi una scontro diretto, frontale, con l’apparato militare degli stati delle cricche
e dei racket.
Liquidare questi recuperatori, farla finita con la
peggiore tradizione politicista del marxismo nelle
facce speculari della socialdemocrazia e del leninismo riciclato, è oggi altrettanto necessario che ieri, è
un’esigenza impellente. Tra un possibile futuro
movimento rivoluzionario e costoro non è possibile
che una lotta mortale.
Un saluto a tutti i compagni che a Genova si sono
battuti con coraggio.
Out nel nostro tempo, 6 agosto 2001
(testo circolato in rete)
stella giudaica?), la cui agibilità gli autonominati
“capi” della contestazione avevano creduto di aver
“strappato” nelle “trattative” con le autorità che li
menavano per il naso, era vietata al transito ed era
stata materialmente ridisegnata nottetempo con
muraglie di “container” (non requisiti ma presi in
affitto da ditte che meriterebbe di conoscere). Altre
vie erano chiuse da cancelli mobili annessi ai blindati della polizia. Il resto della città era completamente svuotato dei negozianti, che per lo più avevano provveduto a sbarrare i loro negozi con paratie di varia natura, e degli abitanti, che mesi di disinformazione terroristica e di fraterni “consigli” da
parte dei protettori in divisa avevano spinto a fuggire o a nascondersi. Perfino la normale lebbra automobilistica era pressoché del tutto scomparsa dalle
sedi stradali e dai parcheggi. Agli angoli delle vie di
questo mondo a rovescio, sciami di scarafaggi neri
e grigi si mostravano impazienti di completare
l’immane opera di disinfestazione, ripulendo col
gas, gli idranti e il manganello lo spazio rimanente
da ogni inutile presenza umana.
Non si trattava solo di una inaudita performance di
ristrutturazione architettonico-urbanistica effimera
che surclassa qualsiasi manifestazione delle neoavanguardie “artistiche” con una specie di “opera
d’arte totale” quale mai nessuna avanguardia potrebbe sperare di realizzare, ma dell’autentico tentativo di fabbricazione dell’impossibilità materiale
della benché minima creazione di situazioni da parte degli umani, volta a significare materialmente a
tutti quanti non facessero parte dei topi e degli scarafaggi la loro assoluta superfluità, anche se motivi
economici avevano sconsigliato di accogliere l’invito cartesiano del replicante che presiede la regione
a proclamare zona rossa tutta la città, deportandone
gli abitanti al completo.
L’unico riflesso elementare di autoconservazione
che una costruzione di tale paranoica aggressività
poteva suscitare in ogni essere vivente superiore all’ameba era quello di fare a pezzi e dare fuoco seduta stante a qualsiasi cosa apparisse parte della
megatrappola, salvo poi accorgersi magari di esservisi così rinchiusi dentro: c’è solo da stupirsi dunque della straordinaria freddezza e della lucida au-
“DI RESPIRARE LA STESSA ARIA DEI
SECONDINI NON CI VA”
Poco prima dei giorni del G8 avevamo scritto che il
potere, tra le altre cose, si riprometteva dall’or-ganizzazione di quella kermesse di “vedere fino a che
punto ci si può spingere nella vessazione e nella
provocazione esasperata, senza che noi sudditi siamo spinti a reagire direttamente”. Ora lo ha visto.
L’abitudine ad un’apatia pressoché assoluta degli
assoggettati durata un quarto di secolo lo ha indotto
a spingersi veramente troppo oltre nei suoi esperimenti e la reazione ha sorpreso un po’ tutti.
Lo spettacolo di Genova sperimentalmente ristrutturata per una “situazione di crisi” il mattino di venerdì 20 luglio era veramente inedito. Tutta la città
medioevale e parte di quella ottocentesca trasformate in un funereo ghetto cinto da grate nere alte
cinque metri, che imprigionavano nella cittadella
degli 8 Ganster gli ultimi abitanti che non si erano
lasciati indurre alla fuga. Il molesto ricordo dei dispiaceri imprevisti procurati alle truppe di occupazione naziste dagli accerchiati del ghetto di Varsavia quando spuntavano dai tombini doveva avere
spinto a saldare questi ultimi; ma i peggiori topi di
fogna non erano rimasti nel sottosuolo.
La rimanente zona ottocenteca-novecentesca chiamata “zona gialla” (un involontario ricordo della
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tolimitazione dimostrata in questo campo dai “ragazzi” di San Fruttuoso, di Marassi, di Manin, tra i
quali i cosiddetti “Black Bloc” stranieri organizzati
che, con la loro austera dieta di banche, assicurazioni e carceri, rischiavano di apparire “buoni maestri”
perfino un po’ astrattamente e pleonasticamente
pedagogici. Nonostante i sociologi e i moralisti del
terrorismo mediatico da tempo avessero preparato
il cliché dell’hooligan disadattato da stadio, e lo abbiano puntualmente benché senza convinzione ripreso dopo i fatti, esso non ha avuto successo: la ribellione di strada ha mostrato una notevole consapevolezza della situazione, dei rapporti di forza e si
è mossa in maniera lucida e ragionata, per esempio
andando ad attaccare le carceri invece di accanirsi
attorno al palio della zona rossa, tanto che i carrieristi della sottopolitica sedicenti “non violenti”, “disobbedienti civili” eccetera, cui la ribellione diffusa
aveva rotto il giocattolo, hanno subito preferito,
come a Seattle, lo schema di “spiegazione” stalinista a quello sociologico: chi non obbedisce alle loro
direttive non ha la dignità di una posizione propria,
pur se da essi non condivisibile o condannabile, ma
è un personaggio “strano”, ambiguo, manipolato
dalla polizia, se non semplicemente un “provocatore”, un poliziotto infiltrato o un neonazista travestito, come ha scritto ad esempio il professor Dal
Lago sul Manifesto. Gratta l’argomentazione “politicamente corretta” e troverai immancabilmente
quella stalinista.
Una settimana prima del G8, il sociologo ex-lottacontinuista pentito ed ex-portavoce trombato del
partito dei Verdi italiani Luigi Manconi vantava su
“La Repubblica” le virtù delle “rappresentazioni di
battaglie di strada e scontri simulati”, apparsi come
veri “grazie alla raffigurazione fotografica e televisiva”, nel prolungare il periodo più che decennale
di assenza dei movimenti di piazza in Italia. Tesseva l’elogio delle “simulazioni” delle “tute bianche”
e dei “gruppi di affinità” volte ad offrire un canale
“sportivo”, cioè ritual-agonistico, alla “aggressività”
inevitabile dei movimenti nascenti per disinnescare
la violenza, e offriva come modello per il G8 l’esempio di un anno e mezzo prima, quando, “nel
corso di una riunione della prefettura di una città del
nord, i responsabili dell’ordine pubblico e alcuni
leader di movimento discussero puntigliosamente
e, infine, convennero minuziosamente – oltre che
sul tragitto – sulla destinazione finale del corteo. E
ci si accordò sul fatto che ci fosse un punto, segnalato da un numero civico, raggiungibile col consenso delle forze dell’ordine, e un altro punto, segnalato da un numero successivo, non “consentito” ma
“tollerato”. Lo spazio tra i due successivi limiti – un
centinaio di metri – fu, poi, il “campo di battaglia”
di uno scontro totalmente incruento e pressoché interamente simulato (ma tale non apparve nelle riprese televisive) tra manifestanti e polizia” (“La
Repubblica”, 14 luglio 2001). Su “Il Manifesto” di
domenica 22 luglio la deputata verde Zanella si lamenta che questa forma di “contatto” concordato a
Genova non abbia funzionato: il corteo delle Tute
Bianche di venerdì bisognava “lasciarlo avanzare
fino alla linea rossa com’era stato concordato dal
GSF” e poi “c’era da concordare un segnale simbolico per le Tute Bianche, bastavano cinque centimetri di zona rossa… ma non è stato possibile contrattare nulla”. Nella sua audizione da parte della
commissione d’indagine parlamentare, l’ormai exquestore di Genova Colucci ha affermato invece
che la “sceneggiata” era stata concordata anche
questa volta, ma non aveva funzionato: ognuno dei
due attori antagonisti rimprovera all’altro di aver
“cominciato lui” con i colpi veri.
Se Genova fosse servita solamente a spazzare via le
prospettive di carriera di questo genere di manipolatori sarebbe già molto.
Un membro della Congrega dei Caparbi
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consente. Oppure si continua, sottovoce,
a tessere il filo di un discorso mai interrotto, quello di una critica radicale dell’esistente, messa al bando forse, ma
mai sopita. Nella speranza che, passando di bocca in bocca, essa diventi, un
giorno un urlo assordante.
Stampato in proprio a Genova viabalbi5 nell’aprile 2006
Quando, nell’Italia degli anni Cinquanta, i manovali e gli operai per scaldarsi e riposarsi un po’ dal lavoro, andavano nella più vicina osteria, chiedevano un sottovoce, cioè un grappino: sottovoce perché la vendita ne era proibita.
Per chi non si rassegnava all’assetto politico del dopoguerra, Sottovoce era diventato anche il modo per alludere a
quell’altra possibilità, proibita dal presente ma irriducibilmente desiderata,
quella rivoluzionaria.
In un’epoca come la nostra, che proclama a piena voce di essersi definitivamente messa al sicuro da ogni “tentazione” rivoluzionaria, o si tace o si ac-
Il ricavato della vendita delle autoproduzioni “Il sottovoce” è interamente destinato al finanziamento delle attività
dello spazio di documentazione “Il grimaldello”, via della Maddalena 81r,
16123 Genova, [email protected]
Catalogo autoproduzioni “Il sottovoce”
(aprile 2006)
1.
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M.Lippolis, L’oro dell’internazionale, 2
euro
2.
3.
4.
Detour, la canaglia a Genova, (l’opuscolo), 2,5 euro
Detour, ovvero come accadde che a Genova, venerdì 20 luglio 2001, un’imprevedibile deriva abbia trasformato una
farsa annunciata in sommossa reale, (il
film:VHS/DVD), 5 euro
Della decadenza della controcultura. Il
caso esemplare del Luther Blissett Project, a cura di L.Lippolis, 2,5 euro
52
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DETOUR LA CANAGLIA A GENOVA