SAN PIER GIULIANO EYMARD
IL GRANDE RITIRO DI ROMA 1865
25 gennaio - 30 marzo1865
ad usum privatum
Congregazione del Santissimo Sacramento
titolo originale:
Bx. Pierre-Julien Eymard
LA GRANDE RETRAITE DE ROME
25 janvier - 30 mars 1865
Édition critique de l’autographe
Introduction et notes: E.C. Nuñez, sss
Edition du texte: E.C. Nuñez et A. Garreau, sss
Rome 1962
Versione italiana a cura di:
Giovanni Gaiani
Massimo Suardi
Francesco Rota Conti
Congregazione del SS. Sacramento
Provincia italiana
Prato 1986
composto e stampato in proprio
edizione fuori commercio
LA BIBBIA
(testo ufficiale CEI)
Casale Monferrato, Marietti, 1980.
Citazioni
IMITAZIONE DI CRISTO
Roma, Edizioni Paoline, 1967, 8° edizione.
Sigla
L
Recueil des écrits du Vén. P.-J. Eymard …
Lettres …
Rome-Paris 1899-1902, 5 tomi.
***
Edizione rivista a partire da
Pierre-Julien Eymard Œuvres Complètes, vol. V, NR 44
Curia Generalizia SSS
Dicembre 2009
Roma
INTRODUZIONE
Il ritiro di Roma1 di san Pier Giuliano Eymard, a giudizio del p. Tesnière, è “il documento più
importante che possediamo sul mondo interiore del padre... per la sua estensione, la profondità
dell’analisi e l’abbondanza dei particolari ivi annotati”. Noi potremmo aggiungere che esso
costituisce un documento prezioso per l’agiografia.
Per apprezzarlo in tutta la sua ricchezza e per interpretarlo con tutta obiettività, occorre tener
presenti alcuni elementi che presentiamo sotto forma di introduzione all’edizione critica del testo.
Non pretendiamo di risolvere tutti i problemi che solleva un documento così esteso, e ancor meno di
analizzare e approfondire la dottrina, le esperienze, le confessioni, gli esami, le risoluzioni, ecc. del
ritiro. Vorremmo soltanto delineare un quadro che metta in maggiore e miglior luce i preziosi
appunti del p. Eymard, far farne cogliere il realismo e l’obiettività.
I.
INQUADRATURA STORICA DEL RITIRO
1.
LA QUESTIONE DEL CENACOLO, OCCASIONE DEL RITIRO 2
Il 6 gennaio 1864, il Consiglio generale della Congregazione prese “la risoluzione di recarsi a
Gerusalemme per fondarvi una casa di adorazione e dedicarsi al riscatto del Cenacolo, questa prima
chiesa del mondo cristiano”.
A seguito di questa decisione, il p. de Cuers, nel 1864, fece due viaggi a Gerusalemme ed uno a
Roma; la sua missione, a causa delle difficoltà incontrate ed anche per mancanza di tatto da parte
del padre, non ebbe alcun risultato positivo.
Il 2 febbraio 1864, ricevuto in udienza da Pio IX, il p. de Cuers presentò al Papa la supplica del
p. Eymard.
Si dovette constatare che per il momento era impossibile riscattare il Cenacolo; era questo il
motivo per cui si auspicava “una fondazione a Gerusalemme in vista del riscatto del Cenacolo”
(Prom-Barnabò); le difficoltà di tale fondazione erano considerevoli; “la più grossa: i privilegi
accordati ai Francescani sono di ostacolo per ogni fondazione (in Terrasanta)”. (ibidem)
Per tentare di ottenere l’autorizzazione per questa fondazione a Gerusalemme, in deroga ai
privilegi dei Francescani, il p. Eymard decise di recarsi a Roma per seguire da vicino “la grande e
colossale questione, che spaventava per la sua gravità e le sue conseguenze”. (L I 238, 168)
Ecco un riassunto schematico delle diverse fasi delle trattative avviate presso la S. Sede; esse
costituiscono come il quadro storico del ritiro e forniscono talora al p. Eymard l’argomento delle
sue riflessioni spirituali.
10 novembre 1864: il p. Eymard giunge a Roma ed in serata è ricevuto in udienza dal card. A.
Barnabò, prefetto di Propaganda Fide; il cardinale “non mi ha affatto incoraggiato”. (L I 166)
(Fino al 1917, prima della costituzione della Congregazione Orientale, i territori dell’Oriente
dipendevano da Propaganda).
1
Il testo porta nell’edizione francese il titolo GRANDE RETRAITE DE ROME e si riferisce al ritiro che il p. Eymard fece
a Roma dal 25 gennaio al 30 marzo 1865. La qualifica di grande si giustifica per due motivi: primo, per distinguerlo
da quello - pure fatto a Roma - dal 17 al 25 maggio 1863; e poi, soprattutto, per la sua durata (65 giorni) e la
consistenza del manoscritto (412 pp). Nella presente versione Si è omesso l’aggettivo, sembrandoci sufficiente a
individuarlo la sua datazione.
2
Per una informazione esauriente sulla questione del Cenacolo, cf. le biografie in francese del santo: (Troussier) II, pp.
418-440; Trochu, pp. 349-361.
3
17 novembre: udienza di Pio IX. Il Papa “ascoltò attentamente la mia supplica... Egli non mosse
alcuna obiezione e tuttavia io esposi tutto... Egli mi disse che avrebbe rinviato la questione
alla Congregazione (generale dei cardinali) di Propaganda; era questa l’unica via percorribile,
perché il decreto contrario era stato emesso dalla medesima Congregazione”. (L I 167)
24 novembre: il p. Eymard fa recapitare al card. Barnabò un promemoria, nel quale egli espone la
questione e risponde alle principali difficoltà che potevano essere di ostacolo alla fondazione.
12 dicembre: visita al card. Barnabò, che lo incarica di “stendere una breve relazione sulla mia
richiesta di una fondazione religiosa a Gerusalemme”. (L a mons. Capalti).
Lo stesso giorno: lettera a mons. A. Capalti, segretario di Propaganda: “Vengo a supplicare la
sua carità perché non dimentichi né rinvii troppo a lungo questa questione”. (ibidem)
23 dicembre, udienza di Pio IX: “Le opere di Dio, gli dice, sono sempre messe alla prova...; (e) le
prove più ardue provengono dai ministri di Dio”. (L IV 107: allusione alle difficoltà nella
trattazione dell’ “affaire”?).3
6 gennaio 1865, lettera a mons. Capalti: “La S.C. deve riunirsi nei prossimi giorni per pronunciarsi
su questa questione dei Luoghi santi; spero che la gloria di N.S. nel SS. Sacramento la
spunterà... Scusi, monsignore, l’ardire di scriverle: lo faccio perché prenda veramente a cuore
la nostra causa”. (L a mons. Capalti)
16 gennaio: alla Congregazione generale “la nostra questione è stata rinviata di quindici giorni e
forse di tre settimane”. (L I 171, II 299)
25 gennaio: rendendosi conto o prevedendo che la trattazione della questione del Cenacolo si
sarebbe trascinata a lungo, per impiegare il tempo in modo utile, il p. Eymard inizia il suo
ritiro presso i pp. Redentoristi.
30 gennaio: Congregazione generale di Propaganda: la questione del Cenacolo è rinviata. “Dio ha
permesso la malattia del card. Prefetto, la discussione prolungata sull’economato, la
preferenza data da mons. Capalti ad altro argomento... Sia benedetto il nome del Signore”.
3 marzo: visita al card. Barnabò. Avendo saputo che la questione non sarebbe stata trattata il giorno
6, “io ero quasi deciso a partire subito... Che triste giornata ho trascorso! ... Ho appreso dal
card. Prefetto particolari incredibili su Gerusalemme”. (L I 174)
6 marzo, la Congregazione generale non si riunisce: “Dal momento che ho atteso tanto, aspetterò
ancora un po”. (L I 241)
28 marzo, la Congregazione generale dei cardinali decide: “Non è possibile annuire alla domanda
del p. Eymard, superiore della Congregazione del SS. Sacramento di Parigi, di aprire una casa
del suo Istituto in Gerusalemme”. “La S.C. (ha) deciso di attenersi allo “statu quo” e di non
cambiare nulla nel vecchio ordine delle cose... Adoriamo i disegni di Dio e benediciamo la sua
santa volontà...; non mi resta che dire: sia fatta la tua volontà”. (L I 176)
Fu il giorno 29 che il p. Eymard venne a conoscenza della decisione della S. Congregazione.
30 marzo: il p. Eymard lascia Roma per la terza ed ultima volta. Fine del ritiro.
3
Nel periodo del Natale 1864 il p. Eymard tenne a Roma i due discorsi pubblicati in Fêtes et Mystères, I, pp. 93 e 129.
4
2.
IL CONVENTO DEI PADRI REDENTORISTI (villa Caserta), LUOGO DEL RITIRO
Il p. Eymard trascorse i giorni del suo ritiro (25 gennaio al 30 marzo 1865)4 in una cella del
secondo piano del convento dei pp. Redentoristi in Roma.5
L’edificio occupato dai Redentoristi costituiva il corpo principale di Villa Caserta. Questa
proprietà, di 41.810 mq di superficie, nel 1865 poteva ben essere considerata come suburbana. Il
fabbricato era stato costruito nel sec. XVI e dal 1725 era appartenuto ai principi Caetani, duchi di
Caserta.6
Nel 1855 la Villa venne acquistata dai pp. Redentoristi, che con qualche trasformazione e
adattamento, fecero del palazzo della Villa una casa religiosa, sede della Curia generalizia.7 Nel
1873 il piano regolatore della città espropriò i 5/6 del parco della Villa, al fine di tracciare nuove
strade. Nel 1930 il convento fu demolito per far posto ad una costruzione più moderna.8
Accanto alla residenza venne costruita una chiesa dedicata a sant’Alfonso; essa fu consacrata il
3 maggio 1859. Dal 26 aprile 1868 vi è venerata la celebre immagine bizantina della Madonna del
Perpetuo Soccorso.
Il motivo della scelta di questo luogo per trascorrervi il suo ritiro ce lo indica lo stesso p.
Eymard: “Là starò lontano dalla città”; “(sarò) un po’ più in campagna”; “(sarò) lontano dalla città e
dalle visite”; “(mi troverò) a mio agio fuori di Roma”; “vivo da solitario”. (L I 173, II 300, IV 275, I
176) E difatti nel 1865 Roma contava circa 200.000 abitanti ed aveva una estensione ridotta. La
parte abitata verso est era pressappoco limitata dal triangolo Quattro Fontane - Santa Maria
Maggiore - Colosseo. La Villa Caserta, il cui edificio era una delle ultime costruzioni ad est di
Roma, era circondata da vigne e da ortaglie, che si estendevano tra Santa Maria Maggiore e il
Laterano. Essa si trovava effettivamente “in campagna, lontano dalla città, fuori di Roma”, benché
sorgesse all’interno delle mura Aureliane (e di una parte delle mura di Servio).
In una lettera del 21 febbraio il p. Eymard esprimeva i suoi sentimenti nei riguardi della
comunità che l’ospitava: “Sto sempre in ritiro presso i buoni pp. Redentoristi” (L I 241); e il 30
marzo: “Il superiore dei pp. Redentoristi è stato di una bontà immensa verso di noi e nei riguardi
della grande questione; egli si è dato da fare per essa e merita la nostra profonda riconoscenza”. (L I
176-177)9 E ciò ci lascia intuire che il p. Eymard ebbe rapporti relativamente frequenti con il p.
Generale dei Redentoristi.
3.
ORGANIZZAZIONE DEL RITIRO
Dalle indicazioni poco numerose che si possono rintracciare nei suoi appunti personali e in altri
documenti, il p. Eymard seguiva ordinariamente e in linea generale il seguente programma
giornaliero:
4
Non sappiano in base a quale programma il padre organizzò il suo ritiro dal 25 gennaio al 5 febbraio, benché le
meditazioni di questo periodo siano piuttosto importanti. Sembra che fino al 5 febbraio egli lo abbia fatto in forma
meno rigida, trascorrendo alcune ore al seminario francese e lasciando il suo rifugio con più facilità. Cf. Lettres, I 173,
II 300, IV 201.
5
Il sito si trova a circa 200 metri da S. Maria Maggiore, tra questa basilica e quella di S. Giovanni in Laterano.
6
Dal 1300 al 1751 i Caetani furono titolari del principato di Caserta. Nel 1751 il feudo passò al re Carlo III Borbone e
Vanvitelli ebbe l’incarico di costruirvi la famosa reggia. La famiglia Caetani conservò il titolo di duchi di Caserta; per
questo motivo la villa romana fu denominata Villa Caserta.
7
Nel 1865 la comunità dei pp. Redentoristi contava da 30 a 40 religiosi.
8
In questa occasione i pp. Redentoristi ci fecero dono della porta e delle due finestre della cella occupata dal nostro
padre durante il ritiro. Attualmente esse sono custodite nella piccola cappella del santo alla Curia generalizia.
9
Il p. Mauron, generale dei Redentoristi, scriveva il 1° gennaio 1886: “Il p. Eymard, nel 1865, fu ospite presso di noi a
Villa Caserta... Durante quel lungo ritiro egli ha molto edificato la comunità con la sua pietà e il suo raccoglimento.
L’impressione generale che ha lasciato in noi fu quella di un vero servo di Dio e di un uomo straordinariamente
devoto del SS. Sacramento”.
5
∗
∗
∗
∗
∗
alla levata, prima meditazione
santa Messa, seguita da un ringraziamento abbastanza prolungato
lettura dell’Imitazione di Cristo durante la colazione del mattino
verso le 11, seconda meditazione
nella serata, terza meditazione, seguita dalla partecipazione alla benedizione del SS.
Sacramento nella chiesa del convento
A questo programma di massima bisogna probabilmente aggiungere - almeno abbastanza di
frequente - l’adorazione eucaristica e la Via Crucis.
La vasta proprietà di Villa Caserta gli permetteva di passeggiare mentre meditava.
Ovviamente l’ “affaire” del Cenacolo lo obbligava ad abbandonare il suo ritiro per recarsi a
Propaganda Fide, o a far visita alle persone interessate alla questione. Visitava frequentemente le
chiese dove si teneva l’esposizione delle Quarantore (cf. L II 228, IV 106, V 37, 140), e spesso vi
faceva la sua adorazione-meditazione. Una chiesa che dovette visitare assiduamente fu quella delle
Suore dell’Adorazione perpetua del SS. Sacramento al Quirinale.10
Delle sue letture spirituali durante il ritiro si farà cenno in seguito. Non vi è alcun indizio che il
padre abbia avuto un direttore del ritiro.
4.
LA CONGREGAZIONE DEL SS. SACRAMENTO NEL 1865
Richiamiamo le date principali: fondazione, 13 maggio 1856; inaugurazione della casa di
Parigi, 1 giugno 1856; prima Esposizione, 6 gennaio 1857; fondazione di Marsiglia, 9 novembre
1859; fondazione di Angers, 29 dicembre 1862; approvazione pontificia, 8 maggio 1863; emissione
dei primi voti canonici, 23 agosto 1863; distribuzione della regola stampata a tutti i religiosi,
maggio 1864.
All’inizio del 1865 Congregazione contava 26 membri: sacerdoti (di cui 3 lasceranno l’istituto),
7 scolastici (di cui 3 abbandoneranno) e 10 fratelli (dei quali 5 non persevereranno).
Gli inizi di una fondazione sono sempre - generalmente almeno - sotto molti aspetti
preoccupanti, duri, crocifiggenti; eroici per il fondatore; nessuna meraviglia quindi se vediamo
rispecchiate negli appunti del p. Eymard le ansie che gli causa l’istituto: spirito, attività, struttura,
carica soprannaturale, maturità spirituale dei membri, ecc.
Fra i religiosi dell’istituto, un “caro confratello, il quale non vede più in là delle sue vecchie
idee” fu a lungo occasione di sofferenze dolorose, che traspaiono tra gli appunti del ritiro e
forniscono la materia di molte meditazioni. Non è difficile identificare questo “inviato di satana
incaricato di schiaffeggiarmi... (che) agisce e crede di agir bene... che si ostina su ciò che crede sia il
meglio, e rifugge dall’arrendersi a discrezione”. Il p. Tesnière, nella Vita grande del p. Eymard,
afferma: “Piacque al divino dispensatore di ogni grazia sformare il tempo di questo ritiro, che era
anche il tempo delle trattative con Propaganda Fide per il riscatto del Cenacolo, in continui assalti
di malumore e di rimproveri rivolti dal p. de Cuers contro il suo povero superiore, che già soffriva
molto per i ritardi nella trattazione dell’ “affaire”. E per il fallimento con cui la vicenda si
concluse”.
10
6
La costruzione fu demolita nel 1887-88; sul sito è stato ricavato il parco pubblico dove sorge il monumento a Carlo
Alberto (1900).
II.
IL RITIRO IN SE STESSO
1.
CARATTERISTICHE DEL RITIRO
A) Ritiro occasionale
Non bisogna dimenticare che il ritiro di Roma è stato occasionato dalla lunga attesa imposta
dall’andamento della questione del Cenacolo. Perciò, nel corso di questo ritiro la grande questione
domina e talvolta predomina nello stato d’animo del p. Eymard, causando in tal modo instabilità e
preoccupazioni che si riflettono negli appunti.
Così ad esempio, il 21 gennaio 1865 egli scriveva: “La nostra questione... è stata rinviata...,
attendo perciò (altri) quindici giorni. E poi, se vedrò che la questione subirà altri rinvii, ripartirò per
Parigi”. (L I 240) E il 3 febbraio: “La questione doveva essere trattata lunedì (30 gennaio), ma un
contrattempo ne ha causato il rinvio... Se dovessi tener conto soltanto della mia sofferenza me ne
ritornerei immediatamente, ma tutti mi dicono che sbaglierei, e che giacché ho fatto tanto, è
opportuno attendere ancora questo mese... Ho perciò deciso di aspettare”. (L I 172) Il 18 febbraio
scrive: “Resterò a Roma fino all’11 marzo... Non passerò dunque da Lione che verso il 18 marzo”.
(L IV 54, V 200) Il 4 marzo: “Ero quasi deciso di partire immediatamente, avendo saputo che il
giorno 6 la nostra questione non sarebbe stata all’ordine del giorno” (L I 174); ma il 7 marzo
aggiunge: “Poiché ho atteso tanto, aspetterò ancora un po”. (L I 241) E 1’11 marzo: “Attendo
ancora qualche giorno per sapere se la Propaganda ci dà una risposta definitiva. Se no, partirò senza
attenderla”. (L V 209)
Questo carattere “occasionale” fa sì che non c’è né ci poteva essere un piano metodico
programmato per il ritiro; esso spesso è suggerito dalle circostanze, dagli stati d’animo del padre e
dagli eventi. Di conseguenza andare alla ricerca di un trattato di spiritualità negli appunti del ritiro anche se vi si trovano elementi preziosi di tale spiritualità -, sarebbe un procedere contro
l’obiettività delle cose e potrebbe condurre a conclusioni troppo sistematiche o forzate.
B) Carattere personale
Il p. Eymard che nella prima pagina del manoscritto annota i propositi necessari, specifica per il
secondo di essi quanto segue: “Applicarmi unicamente alla mia santificazione personale, con
esclusione assoluta di ogni persona o cosa: che cosa mi interessa tutto il resto?”. Il ritiro di Roma è
il ritiro di una persona ben caratterizzata, che era san Pier Giuliano Eymard, con quanto egli era,
con tutte le sue grazie e le sue responsabilità, il suo carattere e il suo temperamento, ecc. Alla luce
che gli proviene dall’alto, gli esami particolareggiati, sinceri e profondi, frugano la parte più intima
del p. Eymard.
Inoltre, essendo fondatore superiore e religioso della Congregazione del SS. Sacramento, è
logico che nel ritiro egli fermi abbastanza spesso la sua attenzione e i suoi esami sui tre livelli di
responsabilità che ne derivano, lasciandoci in tal modo pagine ammirevoli sugli obblighi del
fondatore, del superiore e del religioso perfetto.
Perciò, se si vuole interpretare, comprendere e soprattutto utilizzare gli appunti del padre, è
molto importante tener costantemente presente questo duplice aspetto. Molte considerazioni di
questo ritiro sono strettamente personali, riguardano cioè unicamente il p. Eymard. E il lettore di
carattere e di costituzione psicofisica diversi commetterebbe un errore se volesse applicarsele alla
lettera.
Ma vi sono anche molte osservazioni che fanno riferimento al p. Eymard come fondatore
superiore e religioso: queste saranno preziose per tutti i suoi figli spirituali. Non è sempre facile
distinguere e delimitare ciò che si riferisce in modo puntuale alla persona del padre e ciò che invece
7
riflette i tre aspetti menzionati sopra; ma è sempre importante richiamare questa duplice distinzione,
al fine di evitare interpretazioni e applicazioni inesatte o inopportune.11
2.
NATURA DEL RITIRO
A) Il ritiro è stato un periodo di attività intensa della grazia nell’anima del p. Eymard. Attraverso
gli appunti del ritiro si può constatare l’azione del soprannaturale sotto forma di illuminazione, di
rettifica, di mozione, di energia, di migliore percezione delle verità, di maggiore comprensione dei
suoi obblighi, di unione e di intimità più profonda con il Signore, ecc. Parimenti, si può senza
temerarietà supporre nel nostro fondatore operazioni della grazia, delle quali egli non fa cenno nei
suoi appunti.
B) In modo particolare il ritiro è stato un lavoro spirituale assiduo intenso e spietato di 65 giorni,
che, come ci svelano i suoi appunti e le sue lettere, ha assunto aspetti diversi:
a)
b)
c)
d)
e)
f)
g)
11
8
La preghiera. L’11 marzo, 46° giorno del ritiro, il padre scriveva: “Sono molto riconoscente
verso il buon Dio per la grazia che mi ha condotto a fare un ritiro di un mese qui nella
solitudine vicino a S. Maria Maggiore, lontano dalla città e dalle visite. Se ne esco miserabile,
avrò almeno conosciuto una porta eccellente, quella della preghiera, che si apre quando si
vuole”. (L IV 275)
La meditazione o considerazione sulle grandi verità, sui misteri di Dio, la persona di G.C.,
l’Eucaristia, la vocazione “sacramentina”, i doveri personali, le virtù, il discernimento delle
grazie ricevute, ecc.
L’orazione contemplativa che gli fa considerare ed ammirare in Gesù Eucaristia la
perfezione di ogni virtù, il centro e il fine della sua spiritualità, l’amore del Signore, ecc.
Gli esami condotti con la massima sincerità ed una decisa volontà di correggersi o di
perfezionarsi maggiormente. Egli scruta il suo interno e il suo esterno, le azioni e le
intenzioni, la vita sacerdotale ed eucaristica, le virtù, i doveri, gli atteggiamenti di fronte alla
grazia, ecc. Frequenti sono, nel corso del ritiro, i “ritorni” o ripensamenti sul suo stato
spirituale.
Le analisi profonde della sua psicologia personale, che ci hanno lasciato pagine preziose
sull’umano e sul divino nell’anima di un santo. In esse il p. Eymard descrive a tratti realistici
la sua costituzione psichica, le sue tendenze, le sue sorprese, le sue reazioni, il suo piccolo
dramma interiore, le sue grazie, le sue virtù, le sue imperfezioni, cioè tutto ciò che
esperimenta in se stesso l’uomo e il santo.
Le “confessioni” nelle quali egli si rivolge a Dio, aprendogli la propria anima, esponendogli i
propri sentimenti, - soprattutto la sua gratitudine -, e nelle quali, alla luce della grazia, egli
parla a se stesso in termini di una sincerità umile e tutta soprannaturale.
Le risoluzioni prese in uno spirito sincero e deciso, in termini concreti e con le garanzie
pratiche per un risultato positivo e una durata effettiva.
Il ritiro di Roma del 1865 è stato davvero provvidenziale. E’ lecito supporre che Dio ha disposto la questione del
Cenacolo di Gerusalemme per far acquisire al cenacolo interiore del p. Eymard una santità più grande. Per farcelo
meglio conoscere e perché potesse lasciarci lezioni di perfezione eucaristica. Lo stesso p. Eymard ne era consapevole:
“Sono pieno di ammirazione per la maniera con cui il buon maestro ha disposto le cose così da costringermi a
mettermi nella solitudine; oggi ne sono assai contento. Non che io voglia qualche cosa di più, no; ma ci vedo più
chiaro”. (Lettres, V 209) “Ho ringraziato N.S. per aver ritardato l’esame della questione: sarei ripartito con un
brandello di ritiro, senza radice e senza esercizio delle virtù, mentre qui mi è così facile!” “Ciò che mi ha fatto bene è
l’aver compreso che un atto di disprezzo di me stesso procura maggior gloria a Dio che non il successo della
Congregazione ad opera mia - o la soluzione positiva della questione del Cenacolo -, perché quello costituisce il
cenacolo dentro di me e la gloria di Dio in me”.
h)
Le letture. Possiamo supporre che il p. Eymard abbia fatto numerose letture durante il ritiro.
Però, il libro del ritiro di Roma, - beninteso dopo il Nuovo Testamento -, è stato L’Imitazione
di Cristo: egli la leggeva regolarmente alla prima colazione, e negli appunti di meditazione ne
ha trascritto spesso dei lunghi brani.12
La frequenza di questi riferimenti - 89 trascrizioni appunti - mostra che la dottrina
dell’Imitazione fu per il p. Eymard un nutrimento spirituale importante durante il ritiro.
L’Imitazione di Cristo costituiva quasi la sintesi dell’ascetica tradizionale, che il santo ha utilizzato
per confermare, chiarire e completare le sue riflessioni personali. In modo particolare essa ha
aiutato il p. Eymard a capire più chiaramente ciò che è il “dono di sé” e a decidervisi con una
volontà più risoluta, dando a questa forma di spiritualità la sua base ascetica, che sarà completata
dal fondatore in una prospettiva di amore e di servizio eucaristici.
Oltre all’Imitazione, sono citati alcuni autori (Plati, Lancizio). Parimenti una citazione implicita
dall’Olier ci fa intendere che il padre ha utilizzato almeno il Catechismo della vita interiore del
fondatore di S. Sulpizio.
Questi diversi elementi conferiscono agli appunti del ritiro il carattere letterario particolare di
confessioni, di diario intimo, di meditazioni, ecc., ed esigono particolare attenzione se si vuol
giungere a darne un’interpretazione oggettiva.
3.
ORIENTAMENTO GENERALE E PIANO DEL RITIRO
Il carattere occasionale del ritiro non si prestava ad un piano organico né ad un orientamento
determinato, che comportasse un programma metodico seguito con regolarità e serenità.
Possiamo affermare che non vi è un piano né un orientamento generale che unifichi tutto il
lavoro spirituale dei 65 giorni del ritiro. Il p. Eymard meditava e si esaminava sulla materia
particolare che gli suggerivano le diverse circostanze, le coincidenze liturgiche, l’ “iter” delle
trattative in corso sul Cenacolo, le lettere del p. de Cuers, i sentimenti dell’anima, il lavoro e
l’orientamento della grazia, ecc.
Ecco perché nel ritiro si nota una grande varietà di argomenti senza legami ben precisi né
successione logica; si constatano diversi indirizzi presi dall’anima, si percepisce la maniera con la
quale la luce del Signore lo rischiara gradualmente, con fasi diverse e in modo progressivo.
Così il secondo giorno egli constata: “Una grande e luminosa verità, che costituisce la chiave
della mia vita... io ho amato N.S. e il suo servizio... di un amore a Dio (ispirato) dalla vanità”. Il
quarto giorno scrive sul tema del dono di sé: “Ecco la mia meditazione, quella fondamentale:
bisogna che io costruisca su questa base”. Il sesto giorno, a proposito dello spirito di mortificazione,
annota: “Finalmente vedo con chiarezza la mia strada”. Il 1° febbraio, dopo una meditazione
sull’umiltà “virtù caratteristica di un adoratore”, scrive: “Credo sia la meditazione più importante
per me”. E il 6 febbraio chiama “fondamentale” la meditazione sul carattere mortificato di G.C.
Il 7 febbraio: “(Mistero dell’incarnazione.) Finalmente entro nei misteri di N.S.: vi troverò la
vita”. Il 14 febbraio medita sulla modestia “virtù regale” e incomincia i suoi appunti con queste
parole: “Ecco uno dei più chiari lumi del mio ritiro! N.S. mi ha alla fine fatto conoscere e
comprendere che la virtù sovrana di un adoratore è la modestia”. Il 16 febbraio, giorno 23°,
all’inizio della meditazione annota: “Sono più che convinto che tutto ciò che ho fatto, ciò che ho
detto, ciò che mi son proposto durante questo ritiro, non è di buon conio”. La meditazione
“fondamentale” si sviluppa sul dono di sé. Nella seconda meditazione il padre scrive: “La
meditazione di questa mattina è fondamentale. Io sono il servo di G.C.”.
12
Cf. L’Imitation de Jésus-Christ et la Retraite de Rome (1865) de N. Bx. Père, in Spiritualité, 90-102.
9
Il 20 dello stesso mese egli inizia la terza meditazione sulla vocazione eucaristica con questa
esclamazione: “Finalmente eccomi alla mia grazia particolare. Quanto lungo è stato questo
deserto!” Il 21 annota: “Verso la fine della meditazione m’è venuto un bellissimo pensiero, senza
dubbio dalla misericordia di N.S. ... Appartieni a me nel mio Sacramento, come io sono appartenuto
al Padre mio nella mia incarnazione e nella mia vita mortale... Preghiamo per capire questa verità”.
Il 23 scrive: “N.S. modifica il mio cammino e cambia la mia grazia: egli vuole mantenermi
vicino alla sua persona”.
E il 25 annota: “Non ritenevo molto importante per me il donarmi personalmente al SS.
Sacramento con tutto il mio essere, per glorificarlo con questa immolazione e con questa sepoltura.
Finalmente oggi, dopo un mese di ritiro, un poco lo vedo”. Il 5 marzo constata: “Sarebbe stato
meglio tuttavia proporsi un tema più organico”. Il 7 annota: “Questa grazia (N.S. che l’attira a sé
con l’interiorità) significa forse... un cambiamento di attrattiva nella grazia?” E l’11 riconosceva:
“Perciò il cammino percorso è quello giusto. Ci troviamo sulla porta: bisogna entrare, mettersi a
servizio, donarsi, abitare in Gesù!” E lo stesso giorno in una lettera: “Non che io voglia qualche
cosa di più, no, ma ci vedo più chiaro”. (L V 209) E il 12 annota: “Spera in Dio, anima mia. Eccoti
alle virtù fondamentali (la dolcezza)”. Il 14 marzo, giorno 49° del ritiro, inizia la prima meditazione
con queste righe: “(Dio amore.) Finalmente, dopo il deserto, giungo alla montagna dell’amore.
Cammino faticoso, navigazione burrascosa! Eccomi ora davanti al trono dell’amore. Dio ne sia
benedetto!”
Ci si deve ricordare di questa variata di indirizzi, di questo predominio momentaneo di certo
virtù o atteggiamenti spirituali, di questo orientamento e fissazione progressiva che si constatano nel
ritiro (i testi citati non sono che un saggio), se si vogliono comprendere con obiettività le
affermazioni che si riscontrano negli appunti. Così, ad esempio, per non citare che un caso, il 1°
febbraio p. Eymard, dopo una meditazione sull’umiltà “virtù caratteristica dell’adoratore”, scrive:
“Credo sia la meditazione più importante per me, perché essa deve determinare la forma, la base, le
legge della mia santità religiosa”. L’affermazione poteva essere vera il 7° (od 8°) giorno, ma essa
deve essere interpretata alla luce delle affermazioni e delle precisazioni dei 57 giorni che seguono.
D’altra parte, nonostante la mancanza di un orientamento generale fisso preciso omogeneo, si
nota un certo ordine determinato da due fattori: i raggruppamenti di materia, e l’orientamento
principale, latente o poco avvertibile all’inizio, ma che, a poco a poco, acquista maggior consistenza
e giunge a predominare.
Si notano negli appunti del ritiro gruppi di argomenti trattati con una certa logica e continuità;
così, ad esempio, l’umiltà, le virtù religiose di povertà, castità (ed obbedienza alla regola), la
modestia, la dolcezza, la pazienza, i difetti di carattere, la Madonna, san Giuseppe, il battesimo, il
peccato, la croce, l’amore di Dio, la persona di Gesù Cristo, ecc.
In modo tutto particolare bisogna tener presente l’orientamento fondamentale del ritiro, - che si
manifesta già dai primi giorni (prima meditazione del 4° giorno), che appare frequentemente,
talvolta con poco rilievo, lungo i 65 giorni del ritiro e che si manifesta soprattutto alla fine in forma
esplicita e sufficientemente metodica ed organica - : la purificazione dell’io, specialmente della
vanità tramite l’umiltà, il dono dell’io come esigenza del servizio e dell’amore eucaristici e della
vita di Gesù Cristo nell’anima, e la vita in Gesù Cristo, che è centro dell’anima e che vive senza
personalità umana nella personalità del Verbo.
Di conseguenza, la vanità, l’umiltà, il dono di sé, l’amore, il servizio eucaristico, l’Eucaristia, la
persona di Gesù Cristo, le sue virtù, Gesù Cristo centro e modello delle virtù specialmente
nell’incarnazione, formano i grandi temi, o meglio il grande tema (con fasi diverse), il tema
principale e centrale del ritiro: il lavoro personale del p. Eymard, l’illuminazione e la direzione della
grazia si sono orientati e concretizzati a poco a poco in un argomento preciso, in una materia
determinata, e sono sfociati nell’importante “voto della personalità”, che ne segna il momento più
significativo.
10
4.
GENERE LETTERARIO
Gli appunti del ritiro sono stati redatti dal p. Eymard unicamente per se stesso, per prolungare
in certo modo la sua meditazione, per fissare le impressioni, i lumi e i sentimenti del momento e per
utilizzarli più tardi, allo scopo di rinnovarsi nel fervore e nella grazia di cui era stato favorito
durante i giorni del ritiro.
Non bisogna mai perdere di vista questo fatto: il p. Eymard scrive soltanto per sé, in termini
che sono intelligibili da lui, familiari, evocatori per la sua memoria, per il suo spirito, per i suoi
“habitus” mentali. Ecco perché non vi è alcuna preoccupazione letteraria. Vi si possono trovare - e
di fatto se ne riscontrano - parole o frasi scorrette dal punto di vista letterario, talune espressioni o
frasi incomprensibili per noi, lacune, punti di sospensione, frasi o parole sottolineate, segni che noi
non ci spieghiamo - tra l’altro la croce, spesso ripetuta -, ecc. Similmente, dal punto di vista
dottrinale, bisogna ricordare che il p. Eymard non intende insegnare né formulare una dottrina, ma
soltanto descrivere e constatare, esprimere a se stesso il proprio pensiero ed i propri sentimenti. Per
questo motivo ci possono essere frasi od espressioni carenti di precisione dottrinale.
Altro fatto pure da tener presente: il p. Eymard più che scrittore è un oratore, che esprime in
uno stile oratorio i propri sentimenti e le proprie impressioni; sappiamo che lo stile del pulpito ha
una sua fisionomia e può permettersi delle libertà letterarie.
Infine, non bisogna dimenticare che, nel p. Eymard, le abitudini oratorie unite ad una forte
emotività, lo portano ad usare frequentemente l’iperbole, che generalizza le affermazioni e le
espressioni sotto forma assoluta, mentre bisogna intenderle in senso relativo; ecc. Il p. Tesnière lo
notava - e la citazione può servire per i casi simili - a proposito delle affermazioni del padre sulla
modestia: “Il padre... giunge fino a denominarla regale, la prima tra le virtù”. Ciò si deve intendere
in modo relativo. La sua vivissima pietà, infiammata dalla virtù su cui egli sta meditando, lo porta
facilmente a trovare per ognuna di esse qualcosa di unico e di regale. Questo pio eccesso
nell’espressione dice perlomeno l’importanza che egli annette per coltivarle nella propria vita...
Usando con qualche pia esagerazione l’assioma che dice “tutto è nel tutto”, il padre esclama, rapito
dalla bellezza morale della santa modestia: “Essa deve essere la mia virtù regale sovrana dominante;
essa terrà per me il posto di tutte le virtù, poiché essa le racchiude tutte e tutte le perfeziona”.
5.
L’ANIMA DEL PADRE EYMARD
Il ritiro di Roma è in modo particolarissimo la rivelazione dell’anima del p. Eymard, “svelata in
tutta la sua grandezza davanti a Dio”. (p. Tesnière) L’anima del nostro fondatore vi si mostra nella
sua realtà trasparente ed oggettiva, con la sua umanità ben definita e concreta, - e, diremmo noi,
proprio come la nostra -, con il suo corredo soprannaturale e le sue grazie di santo.
A)
Il quadro umano: le imperfezioni
Con semplicità e pena il p. Eymard si accusa delle sue imperfezioni; ci rende come palpabile la
sua esperienza umana, il fondo realmente e concretamente umano della sua santità. Ciò avvicina il
padre alla nostra povera condizione e nel contempo ci incoraggia ad elevarci insieme con lui alla
santità che il Signore si attende da noi.
Le principali imperfezioni delle quali egli si accusa sono: la vanità, la vivacità di spirito, la
passione per lo studio, la leggerezza di carattere, l’insensibilità di cuore, l’attaccamento alle
creature, la vita apostolica eccessiva, l’espansività, la mancanza di raccoglimento e di interiorità
nell’adorazione, le mancanze contro la regolarità, il silenzio, la modestia, la povertà, la dolcezza, il
rispetto, ecc.
11
a)
Rileviamo anzitutto che il p. Eymard contemplava la propria anima e i propri atteggiamenti
interni ed esterni da un’altezza che gli è propria, con il grado elevato della sua sensibilità spirituale,
sotto una speciale luce del Signore e nella prospettiva della sua corrispondenza alle grazie ricevute.
Con una luce più intensa, una visibilità più ampia e una potenza visiva più acuta, si vede più e
meglio. Sarebbe sconsideratezza ed orgoglio giudicare le affermazioni del p. Eymard con il metro
della nostra povera posizione spirituale personale.
b)
Nel contempo, ogni anima santa sente il bisogno di umiliarsi e si compiace di mettere a nudo,
di fronte a se stessa e davanti a Dio, le proprie imperfezioni, le miserie, le debolezze, per farne
oggetto di umiliazione e di disprezzo di se stessa. Certo, l’umiltà è verità; ma verità è anche il
nostro niente, la nostra miseria, e il tutto di Dio.
c)
Ricordiamo anche che né la grazia né la santità sopprimono la realtà delle tare del peccato
originale, né i difetti di costituzione fisica e psicologica. Il p. Eymard ebbe coscienza di essere un
uomo e un figlio di Adamo: “La ricerco la radice delle mie tendenze cattive, ma non mi riesce di
venirne a capo. C’è in me una contraddizione esistenziale: mi sembra di non tendere che a Dio, e mi
ritrovo ad ogni istante ad amare unicamente me stesso”. Sarebbe facile moltiplicare affermazioni
simili.
Similmente il p. Eymard ci descrive il suo carattere “nervoso vivace e riluttante ad ogni
costrizione”; “espansivo”; “impressionabile”. Non dimentichiamo che il padre stesso scrive che la
leggerezza di spirito gli è “naturale a causa del mal di testa di cui soffro fin dalla giovinezza”.
Non c’è quindi da meravigliarsi se tutto questo fondo umano mettendosi in movimento, è
occasione di qualche mancanza di sorpresa, e costituisce un campo arduo per il lavoro costante della
santificazione.
d)
Infine non dimentichiamo il particolare genere letterario del quale abbiamo parlato più sopra,
e che, assommato all’umiltà, trova si direbbe nella descrizione dei difetti una materia appropriata.
Così nessuno prenderà alla lettera espressioni come queste: “Il mio stato è quello della tiepidezza e
dell’infedeltà”. “Ho fatto poco bene, molto male, e per di più quel poco di bene l’ho fatto male e
molto imperfettamente”. “Io dovevo essere dimesso dalla Congregazione come indegno, deposto
come incapace”. “Tutti i suoi (di Dio) gesti di bontà non hanno potuto ancora fare di me un
cristiano passabile”. “Io non sono ancora adoratore, non possiedo la santità di base del mio stato né
la virtù elementare della mia vocazione religiosa”. “Tutto è marcio e malvagio. Ho sempre creduto
che qualcosa di buono ci fosse il mio cuore - da donare a Dio; ma vedo che così non è; ciò che c’è
di meglio in me è ciò che dovrebbe essere considerato peggiore: è il mio misero corpo”. “Io sono la
causa diretta del suo cattivo servizio, della poca gloria ch’egli riceve dalla Congregazione tanto
bella e tanto ricca”.
Il p. Tesnière, parlando delle accuse che il padre rivolge contro se stesso, scrive: “Nulla è bello
quanto l’anima di un santo che si umilia: le accuse delle quali egli si sovraccarica sono la prova dei
generosi sforzi che sostiene per pervenire ad una sempre maggior perfezione delle virtù. Nonostante
la sincerità di questa lunga confessione tanto approfondita e minuziosa, mai alcuna lagnanza lascia
supporre una colpa grave, o un’abitudine gravemente difettosa; al contrario e nonostante l’umiltà
che si scatena a briglie sciolte e che tanto volentieri esagera le inadempienze - in molti dettagli la
virtù appare brillante ed eroica... Al tempo in cui fa questo ritiro il p. Eymard, che non aveva mai
commesso peccato grave, è giunto a spogliarsi da ogni affetto al peccato veniale; egli lotta piuttosto
contro certe imperfezioni della sua natura - come l’attività intemperante del suo spirito, che è di
ostacolo all’unione del suo cuore con Dio -, o contro le difficoltà che creano alla sua vita interiore la
foga del suo zelo e la responsabilità degli uffici che pesano su di lui, che non contro le tentazioni di
peccato propriamente detto”.
Lo stesso censore della S.C. dei Riti, nella relazione sugli scritti del p. Eymard, riferendosi al
vol. R2 17, nel quale il ritiro di Roma occupa le pp. 256-606, esclamava: “Ammirevole è la pietà e
12
generoso il desiderio di perfezione di questo sacerdote, poi religioso marista e infine fondatore della
Congregazione del SS. Sacramento Ma considerando l’esposizione - forse eccessivamente umile ch’egli fa del proprio stato d’animo, si possono notare difetti, che sono la prova di quanti sforzi
dovette fare per giungere alla santità: una vera consolazione per ognuno che aspira alla perfezione
cristiana”.
B)
Il quadro di santità: le virtù
Sullo sfondo delle imperfezioni “naturali”, che ci fanno vedere e sentire nel ritiro di Roma una
realtà genuinamente umana, vissuta in una esistenza che è molto vicina a quella di noi tutti, le virtù
la santità il lavoro di ascesi personale, testimoniati dal p. Eymard nei suoi appunti, assumono le loro
vere proporzioni, un rilievo particolare e un realismo autentico.
È bene tener presente che mentre il p. Eymard constata le proprie imperfezioni e mancanze,
mentre fa esami ed analisi a tutto spiano e vi si dilunga con umiltà, le esigenze ineludibili della
verità, la sincerità di fronte alle constatazioni fatte, la gratitudine verso Dio, gli fanno notare all’occasione e di passaggio - le proprie virtù e le proprie attitudini spirituali per la perfezione. Egli
descrive molto più a lungo le proprie imperfezioni che non le virtù, benché la realtà fosse
obiettivamente tutta diversa.
Ma nonostante tutto, o proprio per questi motivi, troviamo frequentemente nel corso del ritiro
affermazioni piene di spontaneità e di sincerità, che rivelano i suoi stati d’animo, le virtù, i
sentimenti di unione e di amore per Dio, le grazie ricevute, gli sforzi generosi verso la santità, le
ricchezze spirituali e il grado elevato di santità del padre.
Innanzitutto le “confessioni”: esse riflettono la sua vita interiore, sono significative e ricorrono
abbastanza di frequente. “N.S. ... mi ha amato di più, mi ha concesso grazie più numerose... non mi
ha mai rifiutato nulla”. “Iddio mi attira con il cuore. ...Ah, mio Dio, quando riempirai questo cuore
fatto per te, che ha tanto bisogno di te e che anela solo a te!” “Quanto mi ha amato il buon Dio! ...
sempre il SS. Sacramento ha predominato (in me)”. “E poi, è una grazia che l’amore di Dio non sia
tenero con me in questo momento: io mi fermerei lì”. Il 12 febbraio egli considera come una
tentazione il “prendere in mano un libro, di leggere delle preghiere” durante l’adorazione o il
ringraziamento.
“Ho ringraziato N.S. per avermi conservato la mia verginità nello stato secolare, la mia castità
nel sacerdozio e il mio voto nella vita religiosa. Mi son reso consapevole di quale grazia mi ha
favorito il Signore”. “Gettando un colpo d’occhio sul mio passato, ho constatato che N.S. mi ha
sempre guidato e istruito, e che egli ha voluto essere il mio unico maestro in tutto”. “E così
abitualmente mi assale la tristezza quando mi trovo nel mondo: mi ci trovo esposto al pericolo, mi
sento a disagio fuori del mio centro e avverto un senso di paura. Ritorno con gioia alla mia cella”.
“Sono troppo attaccato alla pace del cuore, alla dolcezza del raccoglimento e al godimento di Dio”.
Il 1° marzo egli si meraviglia per il fatto che “nel giro di un’intera ora non ho rivolto il pensiero a
Dio. Oh che miseria!” “Lo giuro: io ti amo, per la vita e per la morte!” “Ne verrò fuori (dal ritiro)
con una grazia maggiore, forse amerò un po’ di più il buon Dio”. “Mio Dio, eccomi con Gesù
nell’orto degli ulivi. Vuoi che tutti mi abbandonino, che tutti mi rinneghino, che nessuno più mi
riconosca, che io sia come un peso, un ostacolo, una causa di umiliazione? Eccomi, Signore: qui
brucia, qui taglia, qui spoglia, qui umilia; dammi solo il tuo amore con la grazia oggi, e domani la
croce nella sterilità, che io possa essere il tuo sgabello nella SS. Ostia”. “Io muoio, o per lo meno
agonizzo, lontano da questo divin cuore... Sento veramente che la mia salute come la mia
intelligenza non hanno vigore se non grazie a N.S. e in N.S.”
Similmente, considerando l’insieme del ritiro, si può ammirare un nitido quadro delle virtù
vissute dal p. Eymard, svelateci dai suoi appunti: amore di Dio e di Maria, vita interiore, vita di
intimità e di unione con Gesù e Gesù Eucaristia, servizio eucaristico di adorazione, volontà
generosa e senza debolezze, fede e speranza teologali, umiltà, virtù religiose di castità e di povertà,
13
carità fraterna, amore della croce, modestia, pazienza, sincerità, responsabilità di fondatore, vita di
preghiera, zelo per il culto, ecc.
La constatazione di queste virtù vissute - l’abbiamo già detto - occupa quantitativamente
un’estensione ridotta; prende invece ampie proporzioni e importanza di prim’ordine il lungo lavoro
metodico, positivo e sincero per l’acquisto delle virtù, o meglio per renderne l’esercizio più
perfetto.
Il lavoro sulle virtù si realizza in fasi o prospettive diverse: analisi della virtù in se stessa, sua
natura, suoi vantaggi, ecc.; esame su una determinata virtù nel p. Eymard e risoluzioni concrete al
riguardo; considerazione della virtù in G.C. e tramite G.C.: le virtù per il p. Eymard sono
essenzialmente “cristiane” nel vero senso della parola.
Seguendo questa “tecnica”, diremmo noi, il p. Eymard ha lavorato durante il suo ritiro
sull’umiltà, la povertà, la fedeltà alla regola, la modestia, la dolcezza, la pazienza, l’accettazione
della croce, ecc. Però la grande virtù, che gli ha chiesto maggior sforzo e l’ha particolarmente
occupato durante questi esercizi, fu il dono di se stesso a G.C., nel desiderio di unirsi a lui, imitando
lo stato della sua natura umana unita alla persona del Verbo, come vedremo in seguito.
C)
Il quadro divino: le grazie, l’elemento mistico
Il lavoro di emendamento dalle imperfezioni, dell’acquisto e del perfezionamento delle virtù, in
altre parole, lo sforzo “ascetico”, attivo, personale, costituisce la parte prevalente e predominante
del ritiro.
Tutto questo lavoro spirituale - è ovvio - il p. Eymard l’ha potuto realizzare con l’aiuto della
grazia e degli elementi soprannaturali che la caratterizzano, in uno stato di vita che - secondo il
parere di molti - potrebbe dirsi “mistico”; pur tuttavia a noi sembra che sia l’elemento “ascetico”
quello che predomina nel ritiro.
Questo predominio dell’elemento “ascetico” non esclude tuttavia quello “mistico”. Ma
constatare con certezza questo elemento mistico, e soprattutto determinarlo e precisarlo, non è
facile; noi pensiamo che sia arduo arrivare a conclusioni certe su questo argomento.
La prima difficoltà la si trova presso gli studiosi di teologia ascetica e mistica: in che consiste la
“mistica”, che cosa occorre perché una realtà sia “mistica”, che cosa è il normale, il “naturale”
nell’ordine “soprannaturale”, ecc.?
In secondo luogo, la constatazione di realtà dette mistiche non è facile né esente da errori: “La
conoscenza e la misura esatta di tutte le cause esterne ed interne, che influiscono sull’anima e ne
condizionano lo stato nel momento preciso dell’intervento divino, è totalmente al di sopra delle
capacità umane. Talvolta, è vero, l’uomo può avere la coscienza più o meno chiara di subire
un’azione, di essere sotto un influsso che dall’esterno agisce sul suo interno, e può così concludere
con più o meno probabilità, se non con certezza, che questa azione da lui subita è di origine divina;
ma la maggior parte delle volte è impossibile discernere il lavoro preciso della grazia dall’influsso
dei fattori naturali; e nei casi più favorevoli, nei quali si può sospettare un tale processo, la
conoscenza sperimentale che se ne ottiene non oltrepassa generalmente una forte probabilità”. (De
Guibert, Leçons de Théologie spirituelle, I, Toulouse 1955, p. 259)
Non dimentichiamo due fattori importanti: il carattere personale del p. Eymard, la sua
emotività, la sua impressionabilità, la sua introspezione psicologica - che sono notevoli -; come
anche il genere letterario proprio, di cui abbiamo già detto.
Tenendo conto di queste precisazioni, noi riteniamo che nel ritiro di Roma:
a)
Sono segnalate alcune grazie straordinarie dovute ad un’azione speciale di Dio. Non tutte le
volte che il p. Eymard scrive: “N.S. mi ha detto, mi ha fatto...”, si deve intenderlo come vera grazia
straordinaria, ma in più di un’occasione il testo ed il contesto si spiegano meglio e più
14
semplicemente supponendo un intervento divino di ordine intellettuale, volitivo o affettivo. Voler
precisare tali grazie a noi sembra alquanto temerario: facilmente ci si espone al soggettivismo.13
b)
Nel ritiro si incontrano alcune descrizioni e “confessioni” che sembrano riferirsi alle
purificazioni passive, alle “notti”, secondo la terminologia di san Giovanni della Croce.
c)
Per quanto riguardo il grado di vita mistica, o - in altre parole - 1’ “età spirituale” del padre
durante questo ritiro, non pensiamo di avere elementi sufficienti per arrivare ad affermazioni sicure
e certe.14
Le grazie di Saint Romans, di S. Paolo a Lione (1845), di Fourvière (1851), di La Seyne-surMer (1853) hanno preceduto il ritiro di Roma; e queste grazie hanno lasciato indubbiamente
un’impronta spirituale profonda nell’anima del p. Eymard.
L’ultimo ritiro che il padre fece a Saint Maurice (27 aprile - 2 maggio 1868) rivela caratteri di
purificazione, di notte dello spirito; vi si trova il ricordo esplicito delle grazie di Fourvière, di La
Seyne-sur-Mer (e probabilmente di S. Paolo); ma non vi è alcuna menzione o riferimento chiaro ed
esplicito al ritiro di Roma, fatto poco più di tre anni prima.15
L’atto stesso del dono della personalità con voto perpetuo, che possiamo considerare come la
fase e il momento culminante del ritiro, non sembra sia stato accompagnato da particolari grazie
straordinarie, almeno noi non ne troviamo indizi sufficienti.
Pensiamo perciò che il grado molto elevato di vita spirituale nell’anima del p. Eymard durante
questo ritiro, che raggiunge il punto più alto nel dono della personalità sanzionato con voto
perpetuo, è difficile da determinare e da classificare in modo sicuro, soprattutto se dovessimo usare
una terminologia e dei criteri di classificazione estranei al p. Eymard.
Un fatto certo e ben comprovato è che il ritiro di Roma è stato per il nostro padre fondatore un
prezioso “punto di partenza”. “Egli ha ricevuto, scrive mons. Trochu, un’ulteriore ‘promozione’
nella santità: eccolo fissato nella vita unitiva, che raggiunge l’altezza sublime alla quale una grazia
straordinaria eleva l’anima, generosa fra tutte, che non vuole rifiutare più nulla a Dio”. (Le Bx. P.-J.
Eymard, Vitte, 1949, p. 361)
Il p. Tesnière, che nel suo lungo studio di 170 pagine sul ritiro di Roma non mette
particolarmente in rilievo l’elemento ‘mistico’, descrive gli effetti di questo ritiro sulla vita del p.
Eymard in questi termini: “Avendolo seguito molto da vicino durante i tre anni della sua vita che
seguirono a questo rinnovamento spirituale assai impegnativo, affermiamo sulla nostra anima e
sulla nostra coscienza che tutte le risoluzioni prese in questi santi esercizi, il servo di Dio le mise
fedelmente in pratica; e che non soltanto al livello di desiderio, ma nella realtà egli fu in modo
sublime umile, dolce, modesto, casto e penitente, paziente nelle sofferenze e abbandonato a Dio
nelle più gravi difficoltà, pieno di fede di speranza e di amor di Dio, buono e votato al prossimo,
portando lo zelo ed il lavoro fino allo sfinimento, soprattutto totalmente raccolto e unito a Dio,
interiore, più assiduo che mai alla preghiera: un uomo assolutamente spirituale, che si avvicinava
con continue ascensioni alla vita celeste, in cui era prossimo ad entrare rapidamente per sempre.
Non crediamo che le opere di santità abbiano mai potuto seguire con più immediatezza i buoni
desideri e le sante risoluzioni: quest’anima di così ardente amore ‘non amava Dio solamente a
parole, ma in verità e in opere’, secondo la raccomandazione di san Giovanni”.
13
Parimenti l’espressione “luce sfolgorante” della quale il padre fa cenno alle signore Jordan il 9 aprile 1865 (cf. nota
16) non appare molto chiara nel suo preciso significato. Le “lacrime” delle quali è fatto menzione qua e là negli
appunti del ritiro, potrebbero essere un dono del Signore oppure essere un effetto della sua grande emotività.
14
Perciò l’ostinarsi a voler scoprire e soprattutto tracciare “l’itinerario ascetico-mistico” del ritiro pare a noi impresa
disperata: stante la mancanza di documenti, ciò sarebbe prestare il fianco al soggettivismo e forzare un poco i testi e i
fatti.
15
A meno che non si debba far risalire all’epoca del ritiro di Roma del 1865 l’inizio di uno stato spirituale di
desolazione e di sofferenza quale è attestato negli appunti del ritiro di Saint-Maurice, nei quali il p. Eymard parla di
due anni e mezzo o di tre anni di desolazione.
15
6.
LE IDEE PORTANTI DEL RITIRO
Parlando dell’orientamento generale del ritiro, al § 3, abbiamo detto che non c’è unità organica
nello sviluppo degli argomenti.
Tuttavia, nonostante questa assenza di struttura metodica, taluni gruppi di argomenti sono
abbastanza considerevoli e importanti; ed emergono alcune idee portanti, che occorre rilevare per
meglio valutare l’insieme del ritiro.
A) Notiamo anzitutto che vi si trovano meditazioni ed analisi spirituali puramente occasionali,
che riflettono le reazioni umane e soprannaturali del p. Eymard di fronte a fatti nuovi o imprevisti:
disappunti sulla questione del Cenacolo, lettere del p. de Cuers, sentimenti e stati d’animo personali.
Talvolta tutt’intera una meditazione od una sola frase o persino una semplice esclamazione rivelano
questo stato d’animo.
Vi sono pure meditazioni che potremmo chiamare semi-occasionali o di convenienza, per
esempio quelle suggerite dal giorno, dalla ricorrenza liturgica o da altre circostanze: così, il 25
gennaio, la meditazione sulla conversione di san Paolo; quella del 1° marzo, giorno delle ceneri,
sulla penitenza; quella dell’11 marzo, un sabato, sulla Madonna; quelle del 19 e 20 marzo, su san
Giuseppe; del 25 marzo, sull’incarnazione; del 26-28 marzo, sulle Quarantore che si tenevano nella
chiesa dei pp. Redentoristi; ecc. Constatiamo tuttavia che spesso le meditazioni iniziate con motivi
occasionali, riprendono poi i grandi temi del ritiro.
B) Abbiamo detto più sopra che lo sforzo ascetico, l’esame, lo studio e l’applicazione al
perfezionamento delle virtù occupano una parte notevole del ritiro. Le virtù sulle quali il p. Eymard
si è maggiormente concentrato sono:
a)
b)
c)
d)
e)
f)
16
L’umiltà: “virtù predominante in un adoratore”, virtù del dono di sé, esigita anche dal
carattere dei p. Eymard (egli lamenta spesso la sua “vanità”). Essa è considerata nel vangelo e
particolarmente nell’Eucaristia, per essere messa in pratica nella vita personale del padre
come umiltà di cuore, umiltà di spirito, umiltà nei successi e umiltà “positiva” nelle
umiliazioni.
La povertà, sorella dell’umiltà, è considerata in G.C. e come esigenza della vita religiosa; in
termini decisi il p. Eymard si propone di praticarla nei suoi aspetti esterni ed interni; quando
egli parla della povertà spirituale, usa espressioni che richiamano il “nada”, il “nulla” di san
Giovanni della Croce.
L’osservanza della regola, vista come grazia e modello per tutti i suoi religiosi, fornisce
l’argomento per tre meditazioni.
La modestia è ‘una virtù che sembra aver richiesto molto lavoro al p. Eymard; nel suo ritiro
ne parla abbastanza a lungo, e si propone di praticarla nel suo intimo e nelle sue
manifestazioni esterne, nell’ordine, nel silenzio, nel raccoglimento.
La dolcezza, come la modestia, dovette costargli molti sforzi, e fu messa alla prova - durante
il ritiro - particolarmente dalle lettere del p. de Cuers (cf. 9 marzo e giorni seguenti); come per
la modestia, egli contempla la dolcezza in G.C., in Gesù Eucaristia, in Maria, - per praticarla
interiormente ed esteriormente.
La mortificazione e la sofferenza segnarono spesso e intensamente i giorni del ritiro:
questione del Cenacolo, mancanza di delicatezza da parte del p. de Cuers, salute malaticcia,
ecc. Il p. Eymard lascia intravedere le sue disposizioni interiori nei riguardi della sofferenza
nelle meditazioni sulla mortificazione, la croce, la croce dei santi. Vi si trovano anche
preziose testimonianze sulla sua pazienza ed accettazione della volontà di Dio.
g)
A queste virtù, meditate particolarmente nel ritiro, occorre aggiungerne un buon numero di
altre, che, benché messe meno in rilievo, furono per lui oggetto di interesse, di studio e di
propositi: segno evidente della sincerità e della profondità del lavoro realizzato dal padre
durante questi esercizi.
C) Alcuni dei grandi temi della teologia spirituale sono trattati, meditati, esaminati durante
questi giorni di ritiro.
a)
b)
c)
d)
Il peccato in se stesso, nei suoi effetti sull’anima, i peccati personali, il peccato considerato
come la causa della passione di G.C., - forniscono materia per alcune riflessioni.
Le grandi realtà-dogmi della creazione, della provvidenza, dell’elevazione all’ordine
soprannaturale, della caduta dell’uomo, della redenzione, della grazia, - sono talvolta
similmente meditati.
La vita interiore occupa un posto importante, ed è considerata specialmente come presenza
di Dio, come unione allo Spirito Santo, e soprattutto come unione a G.C. presente nell’anima.
Sull’amore di Dio ci sono pagine significative: amore di Dio nella creazione, nella
provvidenza, nell’incarnazione, nella vocazione eucaristica, nella fondazione della
Congregazione; amore del Verbo incarnato nelle sue molteplici manifestazioni, e in modo del
tutto particolare nel sacramento dell’amore. La corrispondenza a questo amore è pure un
problema che si presenta frequentemente; e l’amore di Dio sarà - lo vedremo - il motivo
determinante, l’atmosfera, la virtù del dono della personalità.
D) La persona di Gesù Cristo domina in modo effettivo questo ritiro, che si potrebbe chiamare
“cristocentrico”.
a)
b)
c)
d)
e)
Anzitutto Gesù Cristo è il modello, la grazia delle virtù, il maestro di santità. Per la pratica e
l’esercizio delle virtù, l’esempio e lo spirito di G.C. influiscono più efficacemente e più
positivamente sull’anima del p. Eymard che non le analisi psicologiche e filosofiche, gli
approfondimenti e i buoni pensieri su una virtù.
La passione di G.C., la redenzione, come anche la presenza di Gesù nell’anima - il “Gesù
interiore” - ritornano abbastanza frequentemente nelle meditazioni.
Tra i misteri di G.C., l’incarnazione è considerata particolarmente come frutto dell’amore
infinito del Signore e specialmente come condizionamento dello stato proprio della natura
umana di G.C., che sussiste nella persona del Verbo priva di una propria personalità. Il padre
ritorna con una certa frequenza sulla considerazione di questo stato della natura umana di
G.C.; e ad esso che si riferisce la grazia del 21 febbraio, ed esso costituirà il modello vivente
di quel dono della personalità, che gli permetterà di riprodurre psicologicamente nell’anima
propria ciò che, in Gesù, era una realtà ontologica.
Il fondatore della Congregazione del SS. Sacramento considera G.C. in modo del tutto
speciale nel suo stato sacramentale: l’Eucaristia, Gesù Cristo in Sacramento, costituiscono la
grande realtà cristologica del ritiro di Roma: l’istituzione dell’Eucaristia, l’amore eucaristico,
le virtù eucaristiche, la regalità di Gesù nel SS. Sacramento, i suoi diritti all’amore al servizio
alla riconoscenza pratica, il suo carattere di centro dell’anima, ecc., riempiono numerose
pagine.
Un argomento, sul quale il p. Eymard ha concentrato spesso il suo sforzo, ha pure molto
rilievo: la vita interiore di unione a G.C. che, sviluppando la grazia del battesimo e
centralizzandosi sull’Eucaristia, costituirà praticamente il cuore del voto della personalità.
Numerose sono le meditazioni, le considerazioni e le risoluzioni in questo senso: “Per vivere
in N.S., io devo considerarlo come maestro, modello e Dio del cuore”.
17
f)
Accanto a Gesù appare anche la sua Madre, più che in numerose e lunghe meditazioni, nella
sua presenza avvertita lungo tutto il ritiro. Accanto a Maria si trova san Giuseppe, primo
adoratore del Verbo incarnato, a cui sono consacrate alcune meditazioni.
E) La vocazione eucaristica, con le sue grandezze e i suoi doveri, costituisce l’argomento di
numerose meditazioni ed esami.
a)
b)
c)
d)
Un sentimento di gratitudine si manifesta spesso quando il p. Eymard considera la chiamata
divina, la vocazione alla Congregazione del SS. Sacramento; in particolare la missione di
fondatore, che gli è affidata, è per lui un segno di amore, di onore, di fiducia da parte di Dio e
della chiesa, e nel medesimo tempo sorgente di responsabilità e di preoccupazioni, e oggetto
di esami sinceri.
Il servizio eucaristico è considerato abbastanza a lungo nella sua essenza, grandezza,
estensione, nelle sue esigenze, ecc.: “Servo eucaristico, - esclama - ecco la mia qualifica
regale e divina!” Egli considera il concetto di servizio come una esigenza particolare della
vocazione - “legge suprema della mia vita” -, e lo vede ispirato dalla natura umana di G.C. nel
rapporto con la divinità: “Io devo appartenere a N.S. come egli appartiene al Padre suo... Ora
io constato che il Padre celeste ha dato a N.S. il titolo di servo... Il salvatore assume la
qualifica di servo”.
Pur parlando del servizio eucaristico in tutta la sua ampiezza, il p. Eymard si preoccupa
particolarmente, nel ritiro, del servizio interiore. Questo servizio è anzitutto il servizio di
famiglia, il servizio della casa, “una vita di famiglia nel raccoglimento”, ma esso è soprattutto
“quel regno interiore che è la gloria suprema che N.S. si aspetta... specialmente
dall’adoratore”; questo servizio interiore considerato in tutta la sua perfezione e in tutta la sua
profondità condurrà al dono di sé: bisogna “darmi a N.S. col dono e l’olocausto di me stesso”;
“la nostra perfezione consiste nel servir bene da parte nostra..., pochi si accontentano di Dio,
si donano esclusivamente e assolutamente a Dio”; “donarmi personalmente al SS. Sacramento
con tutto il mio essere, per glorificarlo con questa immolazione e con questa sepoltura”.
All’adorazione, che costituisce l’atto primario e principale del servizio eucaristico, il padre
consacra delle belle pagine ed esami sinceri. Gli appunti ci rivelano le difficoltà che doveva
affrontare e gli sforzi che doveva compiere perché la sua adorazione riuscisse “un omaggio di
giustizia e di amore a N.S.G.C. nel SS. Sacramento dell’altare, solennemente esposto per me.
Adorarlo con tutta la mia persona, questo è il punto essenziale”. Si può inoltre constatare la
bellezza e la densità spirituale dell’adorazione del p. Eymard, gli atti principali messi in
esercizio durante la sua adorazione, la religione, l’amore, il culto, la contemplazione, il dono
di sé, ecc.
Dell’apostolato eucaristico in se stesso si parla poco nel ritiro; il santo si esamina piuttosto
sui pericoli dell’apostolato, specialmente sui successi personali, e sul fatto di lasciarsi troppo
assorbire dal ministero esterno a detrimento della vita interiore e della vita di adorazione.
F) Il dono di sé. Si è considerato il ritiro di Roma come il ritiro del dono di sé del p. Eymard.
(Bisognerebbe aggiungere che è stato anche il ritiro del voto perpetuo del dono di sé o dono della
personalità).
L’orientamento di fondo del ritiro - lo abbiamo detto - è precisamente la purificazione, la
rinuncia, l’abnegazione, l’olocausto dell’io, per raggiungere la sua vetta con il dono perpetuo di sé,
ratificato con voto. La grazia ha diretto l’anima del p. Eymard di preferenza in questa direzione, ed
egli vi si è applicato assecondando pienamente la grazia con sincerità, umiltà e senza compromessi.
Il nostro padre fondatore constata innanzitutto che l’io umano, egoista e personale, si manifesta
sotto forme sfumate: vanità, amore di sé, gloria esteriore, ricerca di sé, ecc.; le constatazioni e
precise analisi di psicologia umana e spirituale abbondano in questo senso.
18
Egli vede nell’io umano, nella “personalità di Adamo” l’ostacolo più grosso, più radicale e più
interiore alla santità; per cui l’atteggiamento spirituale che si impone al p. Eymard sarà quello di
vincerlo, di neutralizzarlo, di rinnegare se stesso, di giungere sino al fondo di questa radice di
imperfezioni, e di infliggerle il colpo mortale, o - secondo l’espressione che ci è divenuta familiare praticare “l’abnegazione dell’io”.
Ma la rinuncia e l’abnegazione hanno un carattere piuttosto negativo; il p. Eymard invece
connota il suo atteggiamento spirituale con un carattere positivo: egli farà il dono di se stesso a G.C.
Eucaristia. Possiamo dire che il dono di sé è l’atteggiamento spirituale più frequente e prevalente
del ritiro di Roma, benché non ne sia l’unica caratteristica, poiché anche il “dono del primo giorno
dell’anno” sembra sia stato per lui abbastanza importante; infatti il p. Eymard lo richiama e lo
rinnova.
Questo dono di sé ci pare motivato indubbiamente dalla costituzione psicologica del padre, ma
particolarmente e principalmente dalle esigenze della vocazione eucaristica - vocazione di servizio,
di amore, di dedizione -, dalla vita della grazia che esige lo sviluppo della vita di G.C. in noi e dalle
esigenze della comunione sacramentale. Il dono di sé - lo abbiamo detto - si modella sulla
condizione della natura umana di G.C. nei confronti della sua personalità divina.
Ma ciò che caratterizza il ritiro è il dono di sé con un voto perpetuo e - vorremmo aggiungere totale. Il ringraziamento alla messa del 21 marzo 1865 è il momento più importante di questo ritiro:
“Alla fine (del ringraziamento) ho emesso il voto perpetuo della mia personalità a N.S.G.C., nelle
mani della Madonna e di san Giuseppe, con il patrocinio di san Benedetto, di cui oggi ricorre la
festa: nulla per me (come fine), nessuno, e implorando la grazia necessaria, niente da me (come
mezzo); modello: l’incarnazione del Verbo”.
Analizzando e studiando il dono di sé negli appunti del ritiro, il p. Tesnière lo commenta in
termini molto felici:
“La vita interiore del padre non consiste soltanto nel mantenersi lontano da ogni peccato e nel
dominare le proprie passioni, né nell’imitare il più possibile le virtù di G.C.; né nel solo vivere alla
presenza di Dio nel raccoglimento, né soltanto nell’essergli unito con la scienza dello spirito in una
quiete costante di cuore nella sua bontà e nel suo amore; e nemmeno in una adesione senza riserve e
rinnovata ad ogni istante della propria volontà alla volontà attuale di Dio nei suoi riguardi.
“Egli ha voluto spingersi più lontano e farne uno stato - consacrato con voto - di unione di
dipendenza e di vita con N.S.G.C., modellato sullo stato in cui si trovava, in conseguenza
dell’incarnazione, l’umanità del Salvatore in rapporto alla persona del Verbo divino, e
corrispondente all’effetto essenziale della comunione, che è l’unione soprannaturale la più perfetta
che si possa immaginare, dell’uomo con G.C. e con Dio.”
“In se stessa questa unione non ha nulla di nuovo: Cristo Gesù la insegnò formalmente annunciando
e istituendo l’Eucaristia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui;
come... io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 56-57);
l’apostolo Paolo la insegnò e la mise in pratica: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”
(Gal 20); essa è l’adempimento del precetto della santità evangelica: “Se qualcuno vuoi venire
dietro a me rinunci a se stesso” (Mt 16, 24). E tutti i maestri di spirito, l’autore dell’Imitazione di
Cristo più di tutti, l’hanno insegnata quando esortano non solo all’allontanamento dal peccato e allo
spogliamento delle affezioni terrestri, ma al dono di se stesso a Dio, all’annientamento di se stesso
sotto l’azione della grazia e del sovrano dominio di Dio.”
“Ciò che è nuovo nel padre è l’aver organizzato questi esempi e questi insegnamenti in un processo
e in un sistema di santificazione, per sé e per gli altri; l’aver egli mostrato nello stato incarnato del
Figlio di Dio l’ideale della vita di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio; l’aver indicato nel dono di se
stesso a Gesù il contraccambio richiesto dal dono di Cristo all’uomo nella comunione; l’aver
denominato questo dono il dono volontario della personalità umana per riprodurre
(psicologicamente) lo stato (ontologico) di privazione della persona umana in cui l’umanità di G.C.
fu costituita fin dalla sua formazione, condizione che abbandonava senza resistenza alcuna la stessa
umanità al possesso ed alla condotta della persona divina del Verbo; l’aver infine fatto di questo
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dono della sua persona umana oggetto di un voto perpetuo che egli chiama il più perfetto dei voti,
perché ‘se con gli altri voti noi doniamo i nostri beni, con questo noi doniamo noi stessi, ciò che più
conta’.”
Spiegando la formula di questo voto del dono di sé, il p. Tesnière continua:
“Questa formula del voto di ‘impersonalità’ è forse un po’ breve: nulla per me, nessuno, e
implorando la grazia necessaria, niente da me... Vi si intravede però molto chiaramente
l’annientamento spirituale di se stesso, con la rinuncia ad essere, a fare e a ricevere qualsiasi cosa
come principio e come fine. Il padre vuole riprodurre spiritualmente con tale annientamento
volontario delle prerogative della propria persona, lo stato in cui l’incarnazione aveva costituito
l’umanità di Gesù, per essere totalmente di Gesù, per non agire che per lui e con lui, come l’umanità
santa posseduta, dominata e guidata dalla persona del Verbo - non viveva, non voleva e non agiva
se non mossa da essa e per essa, e - di conseguenza - unicamente per Dio. In ogni caso,
praticamente questo voto doveva mantenerlo (il padre) in una strettissima unione con G.C., in una
dipendenza senza riserve dal suo dinamismo, in uno spirito di adorazione perpetua, in uno stato di
amore assai disinteressato e fedelissimo.”16
7.
VALORE DEGLI APPUNTI DEL RITIRO
A) Gli appunti del ritiro ci fanno penetrare nel santuario intimo dell’anima del nostro padre
fondatore; ci fanno conoscere il p. Eymard autentico con la sua santità e le sue grazie, le sue virtù e
la sua umanità, il suo carattere e le sue imperfezioni (cf. ciò che fu detto al § 5). Senza questi
appunti del ritiro gran parte dell’anima del padre sarebbe rimasta ignorata e noi non avremmo
conosciuto le sue ricchezze spirituali - di ordine soprannaturale e naturale - né tutto lo sforzo che gli
ha richiesto il lavoro di santificazione e tutte le difficoltà da lui affrontate nella sua vita di
fondatore.
B) Il ritiro ci offre, inoltre, un modello concreto della nostra spiritualità; ci presenta il nostro
padre nell’adempimento dei suoi doveri di fondatore, di superiore e di religioso del SS. Sacramento;
ci pone a contatto immediato con un’anima che vive concretamente e quotidianamente la sua vita
interiore e la sua unione con Dio, la sua vita di adorazione, l’esercizio delle virtù religiose e
soprattutto la spiritualità di olocausto, di servizio, di amore e di donazione, in uno sforzo costante
per farlo nella forma più perfetta. In modo particolarissimo il ritiro di Roma ci offre un’ampia
esposizione della dottrina e della pratica del dono di sé, meglio compreso e meglio vissuto dal
nostro padre fondatore. Molto meglio di un trattato di spiritualità e con uno stile più efficace e più
immediato, gli appunti del ritiro ci insegnano come vivere la nostra santità specifica.
C) Il ritiro del p. Eymard ci sprona particolarmente a lavorare con serietà e con serenità per la
nostra santificazione. Effettivamente noi constatiamo che la santità, quaggiù, non è un dolce e
tranquillo godimento del Signore, né uno stato che ci mette al riparo dalle imperfezioni, né una
grazia che ci fa vivere al di fuori della nostra natura di uomini; al contrario, essa si incarna, per così
dire, nella nostra umanità concreta, è vissuta e si sviluppa con sforzo continuo e ripetuto, con la
lotta contro i difetti non senza subire talvolta qualche umiliante sconfitta, fra croci e sofferenze;
insomma, nelle stesse condizioni concrete di vita spirituale che esperimentiamo ogni giorno.
16
In proposito ecco il brano interessante di una lettera della sig.ra Natalie Jordan alla sig.na Gérin: “Lione 11 aprile
1865... ho appena ospitato il p. Eymard per tre giorni... egli arriva da Roma. Domenica... alle sei del mattino abbiamo
conversato con lui per due ore; egli ci ha parlato del sub ritiro di due mesi presso S. Maria Maggiore e di ciò che Dio
gli ha mostrato per la sua anima; diceva tra l’altro che è il nostro spirito del quale bisogna far dono a Dio; gli si dona il
nostro cuore, egli lo richiede; egli non ci chiede il nostro spirito, ed è il dono che gli è più gradito. Egli ha visto in una
luce sfolgorante la maniera di far crescere in noi G.C. fino allo stato di uomo perfetto: vi si perviene con la rinuncia a
se stessi”.
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D) Noi pensiamo che questi appunti del ritiro del p. Eymard costituiscono un documento
notevole nella letteratura spirituale. A partire dalle ‘Confessioni’ di sant’Agostino fino alla ‘Storia
di un’anima’ di santa Teresa di Gesù Bambino e alle altre opere simili, sono stati pubblicati molti
scritti di questo genere. Fra tutta questa letteratura gli appunti del ritiro di Roma sono di un valore
non secondario per la loro estensione, la profondità delle analisi, la ricchezza dell’esperienza
vissuta, il realismo e la concretezza dell’azione della grazia e degli sforzi dell’anima, e per tanti altri
elementi preziosi.
E. C. Nuñez, s.s.s.
Per il loro carattere esclusivamente tecnico, che fa riferimento all’apparato critico dell’edizione originale
francese, nella presente versione italiana sono state omesse le pagg. 50-57, vale a dire i seguenti paragrafi:
Le texte manuscrit - L’édition - Signes et sigles - Abréviations.
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RITIRO
[Mercoledì] 25 gennaio 1865, festa di san Paolo - Roma
Redentoristi
A.R.T.E. [Adveniat Regnum Tuum Eucharisticum]
Propositi necessari
1° Essere esclusivamente intento all’azione che sto compiendo. Nella tentazione e nello
smarrimento posare la mano sul cuore, o gettare uno sguardo al crocifisso o verso l’altare, o baciare
[la] terra.
2° Applicarmi unicamente alla mia santificazione personale, con esclusione assoluta di ogni
persona o cosa.
Che cosa mi interessa tutto il resto? [1 Co 5,12]
In quale misura torna a mio profitto o a vantaggio di Dio in me questa applicazione o
riflessione?
3° Totalmente intento alla grazia del momento, e ad essa soltanto.
[1° giorno - giovedì 26 gennaio 1865]
Prima meditazione - Su san Paolo
1° Come Nostro Signore cerca insistentemente san Paolo.
2° Come san Paolo risponde alla prima grazia.
3° Natura di questa grazia.
1° Chi era san Paolo - At 8: Saulo intanto infuriava contro la chiesa ed entrando nelle case
prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione [At 8, 3]; v.9: Saulo, frattanto, sempre
fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli
chiese lettere per le sinagoghe di Damasco [At 9, 1-2].
2. ... mentre... stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e
cadendo a terra 3. udì […]: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? [At 9, 3-4].
2° Saulo risponde:
1. Chi sei, o Signore?... Prima grazia.
2. Seconda grazia: io sono Gesù, che tu perseguiti. - Duro è per te recalcitrare contro il
pungolo. [At 9, 5 Vulg., cf. At 26, 14].
Seconda grazia: E tremante e stupefatto, dissi allora: Che devo fare, Signore?
[3.] Terza grazia: Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare [At 9,6]. - ...
Saulo [allora] si alzò da terra... - lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e
senza prendere né cibo né bevanda [At 9, 8-9] - Pregava! [cf. At 9, 11].
Riassunto della mia meditazione:
Ho ammirato la grande bontà con cui Nostro Signore ha atteso Saulo fino alle porte di Damasco
e lo ha conquistato nella sua misericordia nel momento in cui Saulo era maggiormente furente; con quale dolcezza gli rivolge la parola: lo chiama per ben due volte con il suo nome, e gli muove
un rimprovero generico, senza scendere a particolari umilianti. - Quel “duro” rivela che la grazia da
lungo tempo lo inseguiva invano.
Quanto a me, il sentimento che è stato al centro della mia meditazione, è il seguente:
[1°] Perché mi perseguiti? [At 9,4] esteriormente, nella mia Congregazione, per cui sei di
ostacolo alla vita di grazia e di santità - con la tua poca premura nel promuovere la crescita
spirituale dei miei figli, lo spogliamento di loro stessi, l’aiuto a correggersi, e la formazione alla
vera vita religiosa con l’educazione assidua, soprattutto con l’esempio.
23
Al contrario, tu ti sei lasciato assorbire da studi estranei o poco utili, dalle cose esterne, da uno
zelo accessorio, che ti portava fuori della tua casa e della tua famiglia. Di conseguenza quante
defezioni! Quante povere piccole piante intristite e difettose!
2° Perché mi perseguiti? nel tuo interno contro la mia grazia, lo Spirito santo e la mia missione
in te e per mezzo di te.
Il primo perseguiti mi ha colpito un poco, senza lacrime però. È arido come un coccio il mio
palato [Sal 22, 16].
Domani ritornerò sul secondo [perseguiti].
In seguito, l’esercizio della “Via crucis” mi ha fatto del bene.
2° giorno - [venerdì 27 gennaio 1865?]
Prima meditazione
Indisposto
Seconda meditazione
Sempre indisposto - idem
Argomento:
1° Perché mi perseguiti in te? [cf. At 26,14] Indagare su che cosa? per quali motivi? e da
quando?
2° Duro è per te recalcitrare contro il pungolo [At 26,14]. - Che cosa significa: questo
pungolo, questo duro?
Riassunto della considerazione:
- Stato d’animo sufficientemente raccolto, ma arido.
- La mia anima è vuota di Dio. Non sento più Dio in me, se non quando egli mi colpisce.
- Perché questo vuoto? Il male proviene dal mio spirito, sempre intento alle risorse esterne, a
cose che lo assorbono, a studi che predilige. Io non appartengo a Dio interiormente. Da qui tutti i
disordini interiori: non consulto Dio, ma l’impressione del momento o delle creature; sono molto
impressionabile, soprattutto di fronte ad ogni contrattempo esterno, che può ferire la vanità del
successo o dell’istituto.
- Da qui la situazione di schiavo nei confronti dei mezzi esterni in prospettiva del successo, o
nei confronti delle persone, per rimanere io stesso libero.
- Da qui l’insofferenza quando vengo distolto da quanto sto facendo e che mi assorbe.
- Da qui la precipitazione intesa a sbarazzarmi e a portare a termine in tutta fretta quanto mi
intralcia.
- Da qui il cuore in affanno, che non sente più Dio, ma che è trascinato verso le chimere della
mente; ed i richiami del cuore non sono più ascoltati dalla mente.
- Da qui la volontà fiacca e debole in ordine alla virtù, schiava com’è della vanità o delle
occupazioni della mente.
Ma ecco il perseguiti:
Dio viene in me, ma io non vi sono.
Dio mi ispira, ma io non l’ascolto.
Dio mi sprona, ed io dico di sì a tutto e in tutta fretta, per sbarazzarmi di Dio stesso.
Ed io non me ne rendo conto, perché ciò che faccio ottiene un buon risultato, ma quanto è
personale! L’io finisce per esserne il centro e il fine.
- Da qui il duro, che io a malapena avverto, eccetto quando mi trovo all’adorazione o in
preghiera; da qui anche la tentazione di finire in fretta e di tornarmene alle mie occupazioni.
Io fuggo Dio, perché ho paura di me stesso; non ho più la sensibilità [nei riguardi di Dio].
- Da lì, la perdita delle grazie interiori; la perdita che subiscono i miei confratelli, ai quali io
dovevo comunicarle, perché le grazie della Congregazione passano attraverso il Superiore.
Perciò io li vedo come me. Comunico loro il mio spirito. O piuttosto li abbandono alla loro
personalità naturale.
24
Io non posseggo lo zelo di Dio. Il mio è uno zelo da mercenario, che vuole avere successo e che
non vive che delle risorse personali.
Ho preso in esame il pungolo di Dio, ma non a sufficienza. Ci ritornerò su questa sera.
Proposito - Allo scoccar dell’ora ripeterò: Abbi pietà di me.
Terza meditazione - Sulle seguenti parole: Che devo fare, Signore?
Ho rinunciato a considerare il pungolo perché la mia anima non si sente ancora in grado di
capirlo. Sento il duro e ecco tutto.
Ho avvertito, nella mia meditazione sofferta nel corpo e nell’anima, una grande e luminosa
verità, che costituisce la chiave della mia vita. L’avevo intuita talvolta, ma come di corsa e con un
senso di paura: io non ho detto il che devo fare, Signore? [At 9,6] se non per la dignità e la gloria
del servizio di Dio, l’amore della gloria di N. S., il suo trionfo tramite lo zelo e tramite la buona
riuscita del suo culto.
Per esprimere meglio il mio pensiero, io ho amato Nostro Signore e il suo servizio come il
servo di un gran re, come l’amico prediletto del buon maestro, come il favorito delle sue grazie e
della fiducia delle anime di Dio, come il confidente delle opere meravigliose della sua grazia; si
tratta cioè di un amore di Dio della vanità.
Se considero le mie colpe ordinarie o straordinarie, tutte provengono dalla vanità, o la vanità vi
si è infiltrata.
L’io si è infiltrato in tutto, è diventato il mio linguaggio, il mio sentimento piacevole perfino
nella cura delle anime, nelle opere di Dio.
Ho seguito Nostro Signore re di gloria e anche re d’amore, ma (guidato) da un amore di gloria e
di privilegiato.
È vero, Nostro Signore me ne ha dato l’appiglio portandomi al successo, inviandomi o
facendomi incontrare simpatie spirituali. Infedele e ingrato quale sono stato, era però questo un
motivo per derubarlo della sua gloria, per prendermi parte dei cuori, mostrandomi troppo suo
discepolo - [Suor] B. [Benoîte]?
Perché servirmi del soprannaturale? Perché cercare con troppa ansia una predicazione o una
direzione contrassegnate dall’impronta della personalità? Potrei fare tutto questo, ma eclissandomi:
Egli deve crescere [Gv 3, 30].
O Dio! quante colpe di vanagloria! quante nebulosità, quante belle grazie guastate, quante
anime in pena!
E tuttavia, ecco il rinneghi se stesso [Mt 16, 24] - senza nulla di proprio1. Nostro Signore che
mi attira a questo annientamento la mia donazione del primo giorno dell’anno, le umiliazioni che mi
accompagnano come grazie salutari.
Ecco il pungolo. Bisogna che io muoia a me stesso, o piuttosto che io mi dia totalmente a
Nostro Signore con la spontaneità naturale di un servo fedele. Servo, ecco la sua legge, la sua virtù,
la sua ricompensa. Egli non ha un nome proprio. La gloria appartiene al suo padrone.
3° giorno - [sabato 28 gennaio 1865?]
Prima meditazione - Il Peccato - Su Gesù Cristo
Fisicamente indisposto
Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti, Is. 53 [Is 53, 6] - l’amore del Padre.
Egli si è addossato i nostri dolori [Is 53, 4] - l’amore del Figlio.
Mi allontana dalla salvezza la voce dei miei delitti, Sal 21 [Sal 21, 2]. Egli geme sui nostri
peccati come fossero suoi: è grande come il mare la tua rovina, T. Ger. 2 [Lam 2, 13]. I miei occhi
si consumano, Sal 68 [Sal 68,4]. I suoi occhi sono come spenti e morti a forza di piangere.
Si consuma nel dolore la mia vita, i miei anni passano nel gemito, Sal 30 [Sal 30,11]. Egli ha
trascorso la sua vita in dolori e gemiti.
1
Doc. RR 77, Constitutiones Congregationis Sanctissimi Sacramenti, 1864, c. 2, n. 1.
25
Offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime, Eb. 5 [Eb 5,7]. - Nell’orto degli ulivi Sulla croce.
Salvami, o Dio, l’acqua - le amarezze e le angosce - mi giunge alla gola, Sal 68 [Sal 68, 2].
Contemplalo, o anima mia!
La vergogna mi copre la faccia, Sal 68 [Sal 68,8].
Diventando lui stesso maledizione per noi Gal 3 [Gal 3,13].
Isaia 53: Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi [...] disprezzato e reietto
dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la
faccia, era disprezzato [...] E noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato [Is 53, 2-4].
Ecco ciò che appare all’esterno.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti... ecc. [Is 53,5]. San Pietro,1, c.2: Egli portò i nostri
peccati nel suo corpo sul legno della croce [1 Pt 2,24].
Dio mio... perché mi hai abbandonato? [Mt 27,46] - perfino abbandonato dal Padre suo.
Ecco la vittima del peccato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti. Si è addossato i nostri dolori [Is 53,5. 4].
Seconda meditazione - Sui miei peccati
Ho ricordato i peccati della mia infanzia: Bimbo tanto piccolo e già così grande peccatore.2
Quanto sono stato imprudente man mano che avanzavo nel sacerdozio, nel ministero, e quanto
il buon Dio mi ha protetto! Non lo meritavo.
Ho visto che in tutte le mie colpe, nel fondo, c’era sempre la vanità.
La vanità stessa mi ha corretto, spesso mi ha preservato!
Ho constatato che mai mi sono donato a Dio nell’intimo del mio io: io con Dio, Dio con me, a
mezzo di me, per me; la gloria del suo servizio, la dolcezza della sua pace. Ho peccato come
l’angelo. Ho sottratto a Dio la sua gloria, ho strumentalizzato la sua grazia, mi sono coronato della
sua bontà e del suo amore.
Eppure bisogna che io faccia dono di questo campo, di queste midolla dell’anima, di questo io.
Ma vi è la morte nello spogliò se stesso [Fil 2,7], la morte, ed io l’ho sfuggita, e non ho mai
veramente afferrato il coltello di Abramo nell’atto di immolare il suo Isacco.
Chi dice morte, dice umiltà, umiliazione, disprezzo, oblio.
Chi dice morte, dice povertà esterna di Gesù Cristo: è la livrea dell’umiltà, la condizione del
servo - infedele.
Chi dice morte, dice rinuncia a se stesso, al servizio del proprio padrone.
Chi dice morte, dice penitenza, mortificazione dell’uomo vecchio, dello schiavo ribelle sempre
in atto di rivolta o pronto a ribellarsi - ecco il campo da donare.
Questa meditazione è riuscita abbastanza raccolta e coerente; ma il duro resta; il superamento
di questo scoglio finora è stato realizzato solo da Abramo, da Giuseppe.
Terza meditazione - La passione di Nostro Signore Gesù Cristo
Nostro Signore ha visto tutti i miei peccati e questa vista l’ha molto addolorato nell’orto degli
ulivi.
Nostro Signore ha espiato tutti i miei peccati; ed io l’ho fatto soffrire più di tutti gli altri, perché
egli mi ha amato di più, mi ha elargito grazie più numerose, mi ha associato alla sua missione, mi ha
colmato di onore e di stima grazie alla Congregazione del SS. Sacramento - non mi ha mai rifiutato
nulla.
Io lo faccio soffrire anche perché la mia condotta, la mia vita di vanità, ecc. sono un ostacolo
alle sue grazie per la Congregazione e alla crescita del suo amore per me. Io paralizzo la sua bontà e
la sua potenza.
Questa meditazione mi ha, sì, colpito un poco, ma perdura un sentimento arido e umiliato. Mi
manca il gusto della preghiera. Avrei bisogno di pregare e di piangere.
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S. Agostino, Confessioni, lib. I, cap. XII: 19.
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[4° giorno - Domenica 29 gennaio 1865?]
Prima meditazione - 1 ora - [Come mi sono donato a Nostro Signore]
Ho visto che mi son dato a Nostro Signore nel SS. Sacramento soltanto con la dedizione
dell’amore, con il servizio, con il culto e con lo zelo; il sentimento naturale vi trovava il suo
elemento, come anche la vanità e l’attività dello spirito.
La smania della lotta e dello zelo produceva in me un ardore di pietà e di fervore, di amore
sentimentale e passeggero. Ed era tutto.
Mi son lagnato con Dio per avermi troppo favorito a questo riguardo.
L’ho ringraziato delle prove da parte dei religiosi ed anche della penuria di vocazioni. Senza
dubbio io non mi trovavo nella disposizione interiore per ben educarli, formarli e comunicar loro la
grazia interiore della Congregazione. Da qui le defezioni, i soggetti dalle idee personali. Ho
ringraziato Nostro Signore per l’inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi [2 Cor 12,7]. Era
una grande grazia. La paura mi tratteneva o mi stimolava. Sono incredibili questi contrasti - per ben
due volte al suo ritorno da Roma - nei confronti di ogni iniziativa, opera o fondazione. Questi colpi
di sferza sono delle grandi grazie!
Che cosa devo fare? Darmi a Nostro Signore col dono e l’olocausto di me stesso: Non mi potrà
piacere qualunque cosa tu mi dia, se non mi dai te stesso [cf. Im 4, 8: 3]. Nostro Signore mi ha fatto
capire che preferisce il dono del mio cuore a tutti i doni esterni che potrei offrirgli; anche se gli
portassi il cuore di tutti gli uomini, senza offrirgli il mio. Figlio mio, dammi il tuo cuore [Pro
23,26].
Di conseguenza, Nostro Signore preferisce:
- un atto di umiltà personale a tutti i trionfi che io potrei procurargli,
- un atto di rinuncia personale a tutti gli onori (derivanti) dai successi, dallo zelo, dalle
conversioni: è di me stesso che io faccio dono;
- un atto di povertà personale riguardo ad ogni crescita esterna della Congregazione, ed anche
al suo Regno esteriore dalla Congregazione;
- un atto di mortificazione per quanto riguarda tutte le capacità di dedizione, perché questo
proviene da me, mentre il resto è fuori di me.
Ecco ciò di cui non ho mai fatto dono, che non ho approfondito, ciò che ho paventato. È tempo
di farla finita, soprattutto che Nostro Signore mi ha mostrato quali torti faccio con questo alla sua
gloria, quale danno procuro alla Congregazione asfissiata, quanti guai mi tiro addosso, anche di
natura corporale.
Ecco la mia meditazione. È la [meditazione] fondamentale. Bisogna che io costruisca su
questa base.
Tre volte, ho tratto dall’Imitazione questo (lib. 3, cap. 13):
Più facilmente si vince un nemico esterno, se prima si sarà soggiogato l’uomo interiore. Non vi
è nemico più molesto e malvagio, per l’anima, di te stesso verso di te, se non sei in armonia con il
tuo spirito.
È assolutamente necessario che tu diventi capace di dominare te stesso, se vuoi avere il
predominio sulla carne e sul sangue.
È perché ti ami ancora troppo sregolatamente che sei così ricalcitrante ad accomodarti al
volere altrui [Im 3, 13: 4-7]. - Questo volere altrui emerge quando si viene a distogliermi da quanto
sto facendo con mia soddisfazione, o quando voglio disfarmene. Dio è sempre all’opera per
contrariarmi e liberarmi.
Seconda meditazione - [Sul dono di se e le sue conseguenze]
Ho meditato sul dono di me stesso e sulle sue conseguenze.
Il dono di me stesso è l’amore vero, l’unico.
Ho meditato su queste parole dell’Imitazione (lib. 2, c. 11), amare Gesù per se stesso [Im 2,
11:10].
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Dove si troverà chi sia pronto a servire Dio gratuitamente? Si trova di rado qualcuno tanto
spirituale che sia spoglio di ogni attaccamento [...] Se uno distribuirà tutti i suoi beni, ancora non
avrà fatto nulla; e se avrà fatto grandi penitenze, ancora è poco; e se avrà imparato tutto lo scibile,
ancora gli manca qualcosa; e se avrà grande virtù e ardentissima devozione, ancora gli manca
parecchio [...] E qual è? È questa: che, dopo aver lasciato tutto, lasci anche se stesso; che esca da
se stesso completamente e non trattenga in sé nemmeno un filo di egoismo…[Im 2, 11: 15-16, 1922,24].
Conseguenze: il dono di me stesso nell’umiltà, come riparazione e penitenza; umiltà, vale a dire
con il proprio stato di povertà nella vita, di umiliazione nella forma e di mortificazione quale
antidoto contro questa tronfia vanità.
Sono stato molto impressionato da questo pensiero: l’umiltà non è un dono di amore né una
virtù positiva nei confronti di Dio, ma un necessario atto di giustizia e un rimedio indispensabile per
la mia salvezza in pericolo.
Che umiliazione!
Ho cercato di chiedere perdono a Dio per il torto che gli ho fatto.
L’ho ringraziato di avermi condotto qui per aprirmi gli occhi.
E tuttavia sono atterrito al pensiero del combattimento. Sento il bisogno di pregare.
Ciò che mi ha colpito è l’essermi reso conto che un’anima, devota soltanto esteriormente, è
incline a vivere di vanità, di sensualità e di schiavitù sul versante delle creature, come è capitato
proprio a me. È davvero una radice in terra arida [Is 53,2].
[5° giorno - lunedì 30 gennaio 1865?]
Terza meditazione e prima del 4° [5° ] giorno - [Sulla] leggerezza di carattere
Ho ringraziato molto Nostro Signore per avermi mostrato questa realtà in me: essa costituisce
la chiave di tutta la mia vita e l’ostacolo primo e fondamentale alla mia santificazione.
Ho riflettuto quindi su due cose: la questione di fatto e le cause da cui deriva.
1° Mi son reso conto che la leggerezza è il fondo del mio carattere e del mio modo di agire
nelle cose che non sono di mia scelta o che non sono di mio gradimento.
[1.] Da qui la leggerezza di spirito nell’orazione, nella preghiera e negli esami; il mio spirito
rincorre continuamente l’azione o la libertà. La mia mente si sofferma volentieri su tutto ciò che dà
spazio alla sua attività, alla curiosità, allo zelo, alla gloria - almeno esterna - di Nostro Signore Si
tratta invece di applicare a se stesso questa verità, con il sacrificio di sé e della propria libertà; di
stare alla presenza di Nostro Signore, di ascoltarlo in pace e in umiltà. Come Pilato io chiedo che
cos’è la verità, ma non attendo la risposta: ne ho paura. Fuggo la verità nella sua dimensione
personale; e in tal modo non godo della sua luce e della sua unzione divina: io non dimoro nella
verità di Dio.
Per evitare l’applicazione personale, e particolareggiata, io dico di sì a tutto con il sentimento,
corro incontro alla sua gloria, alle sue battaglie esterne e ai suoi trionfi, perché la mia attività vi si
compiace e a questo modo io godo della libertà di scelta e di applicazione. Insomma la mia vanità
religiosa vi trova il suo tornaconto.
Il mio spirito è come un’anguilla che guizza tra le mani.
Oh, quanto è abile questo serpente antico [Ap 12,9] e quanto fa presa su di me!
[2.] Il mio cuore è leggero, perché vive del sentimento del momento e non è alimentato dalla
verità permanente e personale.
Il mio cuore sfiora ogni cosa, insegue la pace e il sentimento di Dio; si compiace di parlare di
Nostro Signore e del suo amore, perché ciò gli procura un po’ di bene.
Oh! quanto bisogno di Dio ha il mio cuore, quanta fame di Dio! Dovrebbe scoppiare in lacrime
davanti a lui, ma la mia mente inquieta, leggera e incostante, lo trascina altrove o lo stordisce con le
sue conversazioni esterne; o lo affatica e lo rende ansioso con le sue immaginazioni.
E così il mio cuore non gusta Dio, perché non approfondisce nulla: tutto resta in superficie. È
uno slancio impaziente per il bene; eppure Iddio mi attira con il cuore, vorrebbe accogliere e dare
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rifugio al mio cuore: vi crea il vuoto e il disgusto di tutto. Ah, mio Dio, quando riempirai questo
cuore fatto per te, che ha tanto bisogno di te e che anela solo a te!
[3.] Volontà leggera e incostante, tutta fuoco nei grandi propositi, ma fiacca appena si
presenta il più piccolo sacrificio o la necessità di rinunciare a qualche cosa. Essa è generosissima
all’esterno, dedita a tutto e a tutti quando il gusto, la vanità o il desiderio di libertà la dominano quando però è sola con se stessa, si scopre nella più disgustosa ignavia.
Ha paura di Dio, paventa di conoscere la sua volontà particolare e personale. Aggira la
questione e la sposta altrove: si profonde nella dedizione per la gloria di Dio quando bisognerebbe
darsi all’umiltà, affronta i sacrifici esterni quando bisognerebbe rinnegare se stessa, si dedica allo
zelo quando bisognerebbe sostare in raccoglimento. Ecco l’illusione. Io non ho detto come san
Paolo: Chi sei, o Signore? L’ho supposto e subito faccio un atto di contrizione per non dover
ascoltare la legge o la mia condanna. Non ho mai detto con serietà: Che devo fare, Signore? [At
9,6] per quanto riguarda la vita interiore!
[2°] Come mai? Donde proviene questa leggerezza?
- Essa mi è naturale a causa del mal di testa di cui soffro fin dalla giovinezza.
- Ma è anche una tentazione abituale di falsa libertà, perché non sono leggero negli studi o
nelle occupazioni che mi piacciono.
- Essa è veramente una debolezza volontaria, perché io temo il raccoglimento in Dio e dentro
di me.
Eccone le tre cause.
Questa leggerezza risalta anche nella vita esterna, nei rapporti e nelle conversazioni: sto fisso
sull’idea o sul desiderio che han destato il mio interesse, e non presto attenzione agli altri.
Ho letto l’11° capitolo del 1° libro dell’Imitazione. Indubbiamente è Dio che me l’ha
suggerito: Della pace da acquisire. Ne farò l’argomento della meditazione delle ore 10.
- Non possediamo la pace, perché ci occupiamo troppo dei discorsi e dei fatti degli altri, e
delle cose che non ci riguardano - prima causa: Noi potremmo godere molta pace se non ci
impicciassimo di quello che dicono e fanno gli altri e di quelle cose che non hanno alcun rapporto
col nostro miglioramento [Im 1, 11: 1].
Seconda causa: siamo troppo dominati dalle nostre passioni e ci preoccupiamo troppo delle
cose transitorie: Noi ci preoccupiamo troppo di accontentare le nostre passioni e ci prendiamo
troppa cura di cose transitorie[…] Raramente eliminiamo in modo perfetto anche un solo vizio. Perché se fossimo perfettamente morti a noi stessi e non avessimo internamente alcun legame,
allora potremmo conoscere le cose di Dio ed esperimentare qualcosa della divina contemplazione.
L’ostacolo più grande e assoluto è questo: che non siamo liberi dalle passioni e dalle
cupidigie e non ci decidiamo a prendere la via perfetta dei santi [Im 1, 11: 6-9].
- Ed ecco il terzo male, ancora maggiore: Quando ci sorprende una piccola contrarietà subito
ci abbattiamo e andiamo in cerca di consolazioni umane [Im 1, 11: 10].
Che hanno fatto i santi?
Si sforzarono di reprimere in loro tutti i desideri frivoli; in tal modo poterono liberamente
dedicarsi a se stessi e unirsi a Dio nelle più intime profondità del loro essere. [Im 1, 11: 5].
Lettura - Dissipazioni - Sue cause
Imitazione lib. 1, c. 2:
1° Frena l’eccessiva smania d’istruirti: perché in ciò troverai dissipazioni e delusioni.
2° La vanità, perché: Piace agli eruditi apparire tali ed essere chiamati dotti [Im 1, 2: 5-6].
3° La non-mortificazione del cuore, c. 3: Nulla vi è che tanto ti ostacoli e ti molesti, quanto
l’eccessivo attacco negli affetti del tuo cuore? [...] - Lo spirito puro, semplice e fermo non si
dissipa in troppe faccende, perché fa tutto ad onore di Dio e cerca di astenersi da tutto ciò che
è ricerca di s[...] - prima di agire esteriormente pondera e dispone nel suo interno le sue
azioni [Im 1, 3: 16, 15, 17].
4° Imprudenza: Gli uomini virtuosi non credono tanto facilmente a quanto vien narrato dal
primo venuto […], non propalar subito a tutti ciò che si è udito o creduto. Ogni decisione deve
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essere ponderata con cautela e coraggio davanti a Dio [Im 1, 4: 3, 5, 1].
5° I capricci dei sensi ti spingono ad andar girando; ma quando è passata quell’ora, che cosa
ci guadagni, se non rimorso di coscienza e dissipazione del cuore? [Im 1, 20: 34].
Seconda meditazione - Insensibilità del cuore
Non ho meditato sull’argomento preparato dell’11mo capitolo [dell’Imitazione]. La grazia mi ha
condotto a prendere in esame la seconda malattia della mia anima: l’insensibilità del mio cuore per
le cose di Dio.
C’è qui indubbiamente uno stato di infedeltà e di punizione, perché il mio cuore, così sensibile
per natura, così tenero quando vede piangere, così riconoscente quando si fa qualcosa per esso e
così pronto nel riconoscerlo, si dimostra invece assolutamente insensibile nei riguardi di Dio,
persino alla vista delle mie colpe o alla considerazione della passione di Nostro Signore.
I mali incombenti, la privazione dei meriti perlomeno, tutto ciò non mi importa nulla. Una cosa
però mi impressiona: l’umiliazione, almeno esterna, che segue al peccato, il non godere della pace
con Dio, di una pace di amicizia.
E questa insensibilità spirituale ha anche un risvolto naturale. Sono poco sensibile con i miei
confratelli, non gradisco le loro testimonianze d’affetto, né quelle di altri; alla mia povera sorella
riservo lo stesso trattamento; la morte mi impressiona poco, la sofferenza invece molto.
Quindi da lungo tempo non ho sentito la compunzione del cuore, non ho pianto davanti a
Nostro Signore; piangerei più facilmente davanti alla Madonna, con la Maddalena, san Pietro, san
Giovanni sul calvario - per simpatia.
Ho ringraziato il buon Dio di non avermi trattato come un ladro, un infedele, un bancarottiere
fraudolento; di avermi conservato nella vita religiosa, nello stato sacerdotale e nel ministero,
circondato per di più dalla stima che consegue a questi stati, immeritata sia ben chiaro.
Capisco che non merito di versare lacrime di devozione, e ancor meno d’amore; e neppure le
lacrime del dolore e della penitenza; sarebbe una consolazione troppo grande, una prova troppo
vistosa della bontà di Dio: non merito l’onore della Maddalena, né la visita di Pietro.
Uno stato di sofferenza arido, ecco la conseguenza dell’orgoglio umiliato, di un cuore che alla
fin fine troppo a lungo ha amato se stesso.
Che cosa potrebbe intenerire questo cuore di ferro e di ghiaccio? Il fuoco dell’amore. Bisogna
ch’io sappia vedere l’amore di Nostro Signore per me, ciò che il suo amore gli ha fatto sopportare a
causa mia, standomi attorno, facendomi compiere del bene, attendendo. Mi ha amato per primo [1
Gv 4, 19], anche quando io gli ero infedele, nemico, indifferente!
Quando il mio orgoglio e il mio amor proprio si sentiranno schiacciati dal peso di un sì grande
amore di Nostro Signore, forse questo ghiaccio si squaglierà… Ma io mi tiro indietro, quando si
tratta di entrare nei particolari dell’amore di Dio e del mio.
É a questo punto che riemerge la domanda: Che cosa devo fare Signore? [At 9, 6].
Da molto tempo rifiuto la bontà di Dio che mi chiama, mi invita, mi incalza, mi viene incontro.
Io non l’ho ascoltato, l’ho abbandonato, son corso là dove lui non voleva. Si rende la pariglia.
6° giorno - [martedì 31 gennaio 1865?]
Prima meditazione - Le cause e i rimedi
[1°] Mi son reso conto che il mio spirito è stato dissipato, leggero e superficiale, perché non gli
ho offerto un’occupazione interiore ben determinata, ma mi sono accontentato di propositi generici,
o anche di risoluzioni particolari, senza però che fossero pratiche, oppure senza una precisa
sanzione.
Ecco ora il mezzo adatto:
Siccome la pratica esteriore dell’umiltà deve essere la mia virtù nelle relazioni esterne e non
più il bene del prossimo, lo zelo, la gloria esterna di Dio, veglierò su questo punto aiutandomi con
un testo, un progetto, un esempio, ecc. E il mio spirito avrà allora il suo alimento quotidiano, il suo
scopo - e poi, alla fine il suo esame, di rigore.
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2° Quanto all’aridità del cuore, ho visto che si trattava di una conseguenza naturale del mio
spirito, dissipato, continuamente svagato; è un fatto che il mio cuore poteva vivere di Dio, del santo
raccoglimento, della vita in Dio in Nostro Signore.
Si tratta sempre dello stesso principio di azione: vi è vanità dello spirito, come la vanità
dell’esteriorità, della posizione, dell’affetto, della riputazione, persino dello zelo nei riguardi dei
grandi peccatori. Quindi mi sono proprio illuso quando credevo di non amare nessuno, non dico con
un amore peccaminoso, e tuttavia molto pericoloso, perché esso è vanitoso, senza dubitarne affatto.
Come intendo correggere questo vizio così radicato? É quanto voglio chiedere questa sera a
Nostro Signore.
La risposta sta nel 9° [7°] capitolo del 3° libro dell’Imitazione.
Imitazione, lib. 3, c. 7
O figlio, è molto più utile e sicuro per te il tener celato la grazia della devozione e non montare
in superbia e non parlarne molto e non starci tanto a pensare; è meglio piuttosto che tu, allora,
disprezzi di più te stesso e tema pensando che la grazia è stata data a un indegno [Im 3, 7: 1]. Se tu
sapessi mantenerti sempre umile e misurato, se tu sapessi sempre frenare e guidare bene il tuo
spirito, non andresti così facilmente a urtare contro pericolosi ostacoli [Im 3, 7: 18].
Terza meditazione - Quanto è buono il Signore!
Finalmente vedo con chiarezza la mia strada! Ciò che devo fare per arrivare a Nostro Signore
Ciò si realizzerà tramite lo spirito di rinuncia, che abbraccerà e regolerà ogni genere di
mortificazione.
E questo spirito di mortificazione deriverà proprio dal motivo della mia condizione di
peccatore, dalla necessità di fare penitenza e di saldare i miei debiti, di prendere il posto naturale
che mi spetta: il disprezzo e l’oblio. In tal modo lo spirito di mortificazione sarà attivato da una
motivazione di giustizia.
Ma io punterò più in alto: allo spirito di mortificazione suscitato dall’amore di Nostro Signore
Gesù Cristo, al fine di essere innestato in lui e su di lui, perché questo è il solo mezzo efficace.
Conseguentemente esso sarà mezzo di unione con Gesù Cristo, con la sua grazia e la sua vita
inserita in me; la potenza di Gesù Cristo tramite la mortificazione, che lo fa rivivere in me da
salvatore e da glorificatore del Padre per mezzo mio. Completo [nella mia carne ciò che manca ai
patimenti di Cristo] [Col 1,24].
Ecco che ho individuato il colpo mortale che la natura temeva.
Il demonio se la ride di me e spera tuttora di ributtarmi in quella vita esterna, che mi ha
procurato tanti danni. Lo spirito spera di prendere il sopravvento, mentre il cuore è pieno di paura.
Con questo segno + vincerai3. Nella croce l’amore. La morte sulla croce e la risurrezione.
[Mercoledì] 1° febbraio [1865]
Prima meditazione - Vocazione eucaristica
[1°] Quanto mi ha amato il buon Dio! Egli mi ha condotto per mano fino alla Congregazione
del SS. Sacramento!
Tutte le mie grazie sono state grazie di preparazione.
Tutti i vari stati in cui mi venni a trovare sono stati un noviziato.
Sempre il SS. Sacramento ha dominato in me.
2° La Madonna mi ha portato a Nostro Signore, alla comunione tutte le domeniche al santuario
del Laus all’età di 12 anni; ella mi ha condotto dalla Società di Maria a quella del SS. Sacramento.
3° Nostro Signore mi ha preso per il mio debole: il servizio della sua gloria, l’amore del suo
culto e dei suoi trionfi: la mia vanità si camuffava da virtù esterna.
4° Fatto sorprendente! Mi sono, sì, dedicato al servizio, alla gloria e all’amore di Nostro
Signore nel SS. Sacramento, ma perché vi ero obbligato, e perché lo esigeva (lo stato) di donazione
3
Eusebio, De vita Constantini - PG 20, 944.
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della vita, della dedizione.
Non mi ci sono dedicato con il dono di me stesso e con l’abnegazione interiore, ma solamente
con quella esteriore: non con l’annientamento dell’amore. Forse ne ho fatto qualche atto e ne ho
sentito il bisogno. Da lungo tempo la mia anima ne soffriva; avvertiva come un muro di
separazione, sentiva le membra inceppate, provava come un soffocamento. Oggi lo vedo
chiaramente: Da’ tutto per tutto [Im 3, 37: 14]. Datti fino alla morte per la gloria di Cristo.
Mi ha colpito l’espressione di sant’Ignazio martire: Io sono frumento di Cristo. Ed io ho
aggiunto: che sia macinato con la mortificazione, che sia cotto al fuoco dell’amore per divenire un
pane bianchissimo4 - e le parole del Maestro: Se il chicco di grano caduto in terra non muore… Se
invece muore, produce molto frutto. Amen! Amen! [Gv 12,24]
Proposito: bisogna assolutamente metter mano all’opera!! Modestia degli occhi, incedere
grave, non parlare di me, lasciar parlare gli altri, mortificazione I [?] a tavola.
A colazione ho letto il 37° capitolo [del 3° libro dell’Imitazione]:
O figliolo, se vuoi trovare me, devi lasciare te. Vivi senza essere schiavo della tua inclinazione
al possesso di beni materiali: e ci guadagnerai sempre.
Perché non appena tu ti sarai così abbandonato, senza ripigliarti quello che hai dato, subito ti
verrà accresciuta nuova grazia.
5. O maestro, quante volte mi dovrò abbandonare e in quali cose devo lasciare me stesso?
7. Sempre, in ogni momento; tanto nel poco come nel molto. Non faccio nessuna eccezione
perché voglio trovarti spogliato di tutto.
Altrimenti, come è mai possibile che tu sia mio e io sia tuo, e non essendo tu completamente
spogliato della tua propria volontà, tanto dentro che fuori? Quanto più rapidamente farai così
tanto meglio ti troverai;[...] tanto più mi piacerai e tanto più guadagnerai [Im 3, 37: 1-8].
Seconda meditazione - Virtù caratteristica di un adoratore
Credo sia la meditazione più importante per me, perché essa deve determinare la forma, la base e
la legge della mia santità religiosa.
Quale deve essere la virtù predominante in un adoratore?
Io ritenevo fosse la virtù di religione. Ma vedo chiaro che non lo è: essa, infatti, ha la sua pratica
e la sua forma perfetta al di fuori di noi e consiste nel culto interiore ed esteriore, che ha
immediatamente Dio come oggetto; e tutti sono obbligati a rendergli questo culto più o meno
frequentemente; ciò costituisce l’essenza della religione.
Avevo creduto anche che l’amore dovesse essere la nostra virtù caratteristica, ma - benché noi
dobbiamo amare molto Nostro Signore nel SS. Sacramento - l’amore è la legge, il dovere e la
condizione della santità per tutti.
Nostro Signore [e il] SS. Sacramento appartiene a tutti.
Occorre una virtù che sia eminentemente e perennemente eucaristica, della quale Nostro Signore
sia perpetuamente e universalmente il modello presente, la grazia e il fine attuale.
Ora egli spogliò se stesso assumendo la forma di pane [cf. Fil 2,7].
- Nostro Signore che nel SS. Sacramento tiene velata la sua gloria divina ed umana,
- Nostro Signore che vincola la sua potenza divina ed umana,
- Nostro Signore che sacrifica la sua libertà divina ed umana,
- Nostro Signore che rinuncia ad ogni proprietà del cielo e della terra,
- Nostro Signore che immola la sua volontà;
- Nostro Signore che nasconde persino le sue virtù, la sua bontà, la sua dolcezza e il suo amore
visibile:
Veramente tu sei un Dio misterioso [Is 45,15].
Ecco la virtù autentica e perenne del religioso del SS. Sacramento.
- Questa virtù lo santifica totalmente nell’anima, in tutti i suoi sensi e in tutta la sua vita.
- Questa virtù è in armonia con lo stato sacramentale di Nostro Signore. Essa completa
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cf. Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 4, 1 - SC 10, 3° ed. 1958, p. 131.
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N
intimamente questo stato glorioso mediante la virtù libera e meritoria del suo adoratore, che diventa
come il suo corpo o una delle sue membra.
- Essa è un’autentica virtù cristiana, perché tutta la virtù di Nostro Signore sta in queste parole:
umiliò se stesso [Fil 2,8]
- Come la sua umiltà, il suo abbassamento è divenuto il carattere, la vita e la prova del suo
amore.
Lo stesso lo è per noi.
Dunque, anima mia, ecco tutta la legge della santità, tutta la gloria personale e vera che Dio
vuole da te, in te, per te. Si è abbassato [Fil 2,7]. Bisogna che lui cresca e che io diminuisca [Gv
3,30]. Divenire come una specie sacramentale, che certamente non ha orgoglio, vanità, poiché non
ha una vita propria.
Terza meditazione - Motivi dello spogliamento di Gesù nel SS. sacramento
Questa meditazione mi ha molto impressionato. Ho riflettuto sui motivi per cui Nostro Signore
ha scelto questo stato di spogliamento, e ne ho individuato i due principali:
Il primo è il suo amore.5
Egli sopporta tanti sacrilegi senza vendicarsi e senza nemmeno lamentarsi.
Sono entrato nei particolari: è spaventoso. Perché tanta pazienza?
- Per non dovere sempre e tanto punire!
- Per mantenere l’uomo nel timore, perché, se ogni volta dovesse punire, l’uomo risparmiato si
crederebbe innocente.
[1.] Ho visto anche la pazienza di Nostro Signore nell’accogliere imperfetti e perfetti, tiepidi e
fervorosi, e tutto questo senza per nulla darlo a vedere, allo scopo di conservare gli uni nella fiducia
e gli altri nell’umiltà.
2. Ho considerato lo spogliamento sacramentale voluto al fine di esercitare, purificare,
alimentare e perfezionare la fede; ed anche la riparazione della caduta e la riabilitazione della prova
divina a ricompensa della fedeltà.
3. Lo spogliamento purifica, stimola ed alimenta l’amore.
Ma come posso sapere se Gesù mi ama e se è contento del mio servizio? É facile. Quando
compio un dovere nei suoi riguardi, - o porto a buon fine un impegno o do una libera dimostrazione
di buona volontà andandolo a trovare o facendo un atto di religione - io sono sicuro di fargli
piacere.
Ma se lo compio male! o se sono in una disposizione non buona? Per fargli piacere [?] detestare
il male, umiliarsi e desiderare di fare meglio. - Allora ci si muove verso Gesù, ed è ciò che gli fa
piacere. É lui che ha ispirato questo buon pensiero e questo buon desiderio; quindi mi accetta e mi
ama.
2° riflessione: Gesù spogliato è modello, grazia e fine del nostro spogliamento, dell’umiltà, della
pazienza, del perdono, della povertà, delle umiliazioni.
E sempre: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore [Mt 11,29].
[Giovedì] 2 febbraio [1865]
Prima meditazione - Sulla presentazione
[1°] Ho meditato sull’offerta di Gesù Cristo : Entrando nel mondo, Cristo dice: non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua
volontà [cf. Eb 10,5-7]. Questa divina volontà del Padre era la forma di vita di Gesù povero, umile e
obbediente fino alla croce:
1a offerta, quando si trovava nel seno verginale della sua santa madre: lì visse umile e
condizionato ma in un paradiso di purità e di amore.
5
Per il secondo motivo, vedere la 2a meditazione dell’indomani, 2 febbraio.
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2a offerta, quando nacque a Betlemme: anzitutto nella sofferenza, perché faceva freddo; poi nella
povertà, perché non aveva nulla; e infine nell’umiltà e nell’obbedienza.
3a offerta, quando fu presentato al tempio: questa era un’offerta prescritta dalla legge, una vera
offerta dono di Maria e di Giuseppe. Maria e Giuseppe si offrono con lui e per lui.
I pensieri di Gesù in quel momento sono pensieri di donazione al Padre suo. E verrà al suo
tempio santo il re e signore6 [Ml 3,1].
Ho rinnovato i miei voti con Gesù - e il dono di tutto me stesso nelle sue mani, affinché egli
possa oggi avere qualche cosa da donare e da offrire al Padre suo, frutto della sua redenzione e del
suo amore. Ahimè! in trent’anni di sacerdozio e in ventiquattro di tirocinio preparatorio, quali frutti
ha dato al padrone questo campo irrorato da tante grazie e coltivato con tante cure? Spine e cardi
[Gn 3,18].
Questa considerazione mi ha molto addolorato.
Ho rinnovato l’olocausto del mio stato religioso, in particolare del mio modo di comportarmi nei
riguardi di N. e del mio parlare su di me e su tutto ciò che di onorevole c’è nelle mie opere, nelle
conoscenze o nei confratelli.
2° Ho esaminato in secondo luogo i motivi per cui Dio fa predire tanto presto a Maria la passione
del suo figlio: ella amava abbastanza Dio per accettare e sostenere questo sacrificio.
Dio Padre voleva dare una socia al salvatore: Egli è per la rovina e la risurrezione di molti (Lc 2,
34).
Ella doveva nutrirsi degli ardori del suo amore per l’uomo.
Come mi risparmia il buon Dio! Io sono tanto debole!
Mi reco a celebrare nella basilica di S. Maria Maggiore.
A colazione: tratto dal 19° [capitolo] del 3° libro [dell’Imitazione]: Non dire poi: non riesco
assolutamente a tollerare [...] Il pensare così è da stolto [...]. Il vero paziente non bada da quale
persona gli viene l’angheria. Il vero paziente accoglie con gratitudine dalla mano di Dio e reputa
gran guadagno per l’anima sua, tutto quanto di avverso gli accada [Im 3, 19: 9, 10, 12].
[Seconda meditazione - Lo spogliamento sacramentale di Gesù, gloria di suo Padre]
Durante la messa a San Pietro7, ho meditato sul secondo motivo dello spogliamento di Nostro
Signore nel SS. Sacramento, che è la gloria di suo Padre; mira cioè allo scopo di onorarlo e di
glorificarlo nel suo stato glorioso e di fargli il sacrificio nel suo stato sacramentale delle proprietà
gloriose del suo corpo8: - del suo splendore velandosi, - della sua agilità legandosi, - della sua
sottigliezza restando prigioniero delle sante specie, - della sua immortalità conservando lo stato di
morte e di vittima per essere consumato nella comunione o con la corruzione o la distruzione delle
sante specie. In tal modo il Padre è glorificato dall’umiliazione del Verbo incarnato nello stato
glorioso; e ciò solo Gesù Cristo poteva fare.
Ecco un bel modello di umiltà, o anima mia, per quando sei sollecitata dalla gloria degli onori,
del successo, delle ricchezze, ecc.; in tutto ciò noi non siamo che dei peccatori o delle nullità.
Eppure io vedo il salvatore che per farmi amare lo spogliamento di me stesso come virtù intesa
all’unione con lui, si rende apparentemente un nulla - nel sacramento - per me, per dirmi che mai io
ci arriverò ma che almeno vi aspiri.
Il mio comportamento durante l’uscita dal luogo del ritiro è stato, secondo il mio carattere,
pronto al parlare ed espansivo, forse però mi sono un poco più rattenuto; ma quanto è fragile questo
vaso che racchiude lo spirito di Dio, questo fervore di grazia!
6
Invitatorio della festa della Presentazione.
Cappella papale nella basilica vaticana alle ore 9.30 con benedizione e distribuzione delle ceneri da Pio IX,
processione e messa presieduta dal Cardinale Sacconi (La grande retraite de Rome…, édition critique… Nuñez, p. 85,
nota 5).
8
É un modo di dire: in realtà Gesù Cristo non sacrifica, nella sua esistenza sacramentale, le qualità gloriose del suo
corpo risuscitato; solamente “sembra” che lo faccia nel suo stato sacramentale e sotto i segni sacramentali. La stessa
cosa si deve dire dell’espressione che si trova più sotto: “un nulla - nel Sacramento”; forse si può tollerare nello stile
oratorio, ma teologicamente è inesatta.
7
34
[Venerdì] 3 febbraio [1865]9
[Prima meditazione] - La presenza di Dio
[1°] Ho considerato con molta attenzione come tutto rapidamente svanisce se non lavoro alla
presenza abituale di Dio. É questa una condizione indispensabile per me: per tenere a bada il mio
spirito e mantenerlo in dialogo con Dio, per conservare - il mio cuore nella bontà del suo servizio e
del suo amore, - la mia volontà a sua disposizione, - il corpo in contegno di rispetto.
Se la presenza di un uomo grave, saggio, venerato ed autorevole spontaneamente ci inclina a
questo, è norma inderogabile nella circostanza: si ha ogni riguardo alla sua presenza.
Quanto più efficace sarà la presenza di Dio venerato ed amato, che ci sostiene in tale
atteggiamento con la dolce unzione della sua grazia. Cammina davanti a me [Gn 17,1]. Per la vita
del Signore! [1 Sam 27,2]. Io pongo sempre innanzi a me il Signore [Sal 15,2]. Ma io sono con te
sempre [Sal 72,23]. Con maggior forza poi i testi del Nuovo Testamento.
2° Non ho però bisogno della presenza di Dio soltanto per mantenermi nella via del bene e per
evitare il male: ne ho bisogno soprattutto per combattere la vanità del mio spirito, la sua
dissipazione e il suo continuo divagare.
Ne ho ancor più bisogno per impedire al mio cuore di andare alla ricerca di consolazioni pie o
gratificanti, e per stimolare la mia volontà nelle sue pigrizie e nelle sue antipatie, provocate da una
falsa libertà.
Ne ho sommo bisogno nella turbolenza del combattimento; non si può essere continuamente in
corsa o in azione sul campo di battaglia, occorre un po’ di riposo in Dio: Venite in disparte, in luogo
solitario e riposatevi un poco [Mc 6,31].
Ma come arrivarci? Gradualmente e cominciando da ciò che si presenta più facile: gli atti di
offerta con alcune semplici massime ripetute di frequente; il dinamismo degli atti, dei segni, dei
momenti fissi, dei luoghi. Quando scocca l’ora. Quando devo parlare con qualcuno. E renderne poi
conto a Dio, come fa il bambino con la sua mamma. Ma soprattutto è necessaria una sanzione
corporale, altrimenti tutto si risolve in fumo.
Ho letto poi un capitolo che ben si adattava a questo giorno: il 40° del 3° libro [dell’Imitazione]:
O Signore, io nulla sono, nulla posso, non ho nulla di buono da parte mia, ma in tutte le cose sono
manchevole e sempre tendo al nulla [Im 3, 40: 4] - e quanto segue.
Propaganda Fide
Tutta la giornata è trascorsa in ansia; nelle mie orazioni non facevo che ripetermi: Ciò che Dio
vuole è il meglio, adoriamo la sua santa volontà. Ce ne renderemo conto in seguito.
Dio ha permesso la malattia del Cardinale Prefetto, la discussione prolungata dei cardinali
sull’economato, la preferenza data da Monsignore Capalti ad altri argomenti nonostante le sue due
promesse.
Alla fine il buon Dio mi ha fatto la grazia di non dire nulla di poco conveniente, di non
compromettere nulla presso la Congregazione di Propaganda.
Sia benedetto il nome del Signore! [Sal 112,2].
[Sabato] 4 febbraio [1865]
Ho meditato sulla prova che sto vivendo, e la mia anima incomincia un poco a calmarsi.
A colazione ho letto il 7° capitolo del 3° libro [dell’Imitazione] fino a incauti. Sembra scritto per
me.
Non sempre è in potere dell’uomo la sua linea di condotta; è proprio solo di Dio il dare e il
consolare, quando vuole e quanto vuole e a chi vuole, come piace a lui e non di più [Im 3, 7: 6].
Giornata povera, trascorsa nello scrivere e nel fare visite; la mia anima è totalmente inaridita.
9
A questo punto dell’autografo appare il disegno di una corona regale sormontata da una croce.
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Nella chiesa di S. Maria della Pace10 ho capito che un’oncia di raccoglimento vale più di cento
libbre di grazie esterne.
[Domenica] 5 gennaio [febbraio 1865]
Giorno del mio santo battesimo
[Prima meditazione - La grazia del mio battesimo]
Ho meditato sulla grazia gratuita e del tutto misericordiosa del battesimo che ho ricevuto.
Ho considerato ciò che esso comporta: un essere ricreato in Nostro Signore Gesù Cristo, una
seconda vita in Gesù Cristo, ma in Gesù crocifisso. Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete
rivestiti di Cristo [Gal 3,27]. - Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne
con le sue passioni e i suoi desideri [Gal 5,24]. - Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti
insieme a lui nella morte [cf Rm 6,4]. - Se [uno non] odia... la propria vita, non può essere mio
discepolo [Lc 14,26]. Queste le caratteristiche della seconda nascita: la separazione dal mondo, la
crocifissione, la lotta, la morte continua.
Ho considerato le grazie che hanno costituito la dotazione del mio battesimo, esse sono
immense:
- Questa filiazione divina,
- mi .fa membro di Gesù Cristo , figlio della chiesa, fratello dei santi,
- mi dà diritto alla grazia e alla gloria di Gesù Cristo.
La considerazione delle mie tre vocazioni - alla vita devota, a quella sacerdotale e a quella
religiosa - mi ha fatto piangere.
Il mio cuore si è spezzato al ricordo della mia prima infanzia.
La vanità mi ha reso colpevole, la vanità mi ha corretto.
Quanto buona e ammirevole è stata nei miei riguardi la Provvidenza! É un continuo miracolo!
Ho considerato il bene che ha operato la santità di san Francesco d’Assisi, di san Domenico, di
sant’Ignazio, di sant’Alfonso. Io ho ricevuto le medesime grazie; e allora ho pianto. Il serpente mi
ha ingannato [Gn 3,13], con la vita attiva, l’applicazione a studi personali e lo zelo fuori posto.
Ho ringraziato Nostro Signore per questa seconda parte del ritiro che sto per iniziare: sarà la
parte illuminativa: Nostro Signore sarà la mia legge, e Nostro Signore nel Sacramento il mio fine.
Ma bisogna imboccare veramente la via dello spogliamento dell’uomo vecchio: non c’è che
questo di valido, tutto il resto è illusione o pigrizia.
Ebbene, così avvenga! Ogni giorno io affronto la morte! [1 Cor 15,31] - In Cristo e per Cristo.
A colazione: Imitazione, libro 3°, capitolo 13:
È assolutamente necessario che tu divenga capace di dominare te stesso, se vuoi avere il
predominio sulla carne e sul sangue [Im 3, 13: 6].
Mostrati invece tanto umile e piccolo, che tutti possano metterti sotto i loro piedi e calpestarti,
come il fango delle piazze. E come potresti, nullità vuota, lagnartene? E come potresti, sordido
peccatore, protestare contro quelli che ti beffeggiano, tu che tante volte hai offeso Dio e così spesso
hai meritato l’inferno?
Eppure il mio sguardo ti ha perdonato essendo preziosa per me l’anima tua; questo perché tu
conosca il mio amore e viva sempre riconoscente per i miei benefici; e perché tu ti disponga a
un’incessante sottomissione e obbedienza e perché tu sopporti pazientemente di esser disprezzato
[Im 3, 13: 12-15].
Seconda meditazione [ - Bontà di Dio dopo il mio battesimo]
L’ho fatta sulla bontà dimostratami da Dio dopo il mio battesimo, sulla sua divina provvidenza
nel sottrarmi dai pericoli col farmi mutare luogo, condizione, persino stato di salute per preservarmi
dalla schiavitù degli studi, dalla vanità del successo, dall’attaccamento alle creature e dalla schiavitù
10
In questa chiesa si tenne, dal 3 al 5 febbraio 1865, il solenne triduo in seguito alla beatificazione di Marguerite-Marie
Alacoque (il 18 settembre 1864). Il giorno 4 anche Pio IX intervenne alla funzione della sera (La grande retraite de
Rome…, édition critique… Nuñez, p. 88, nota 7).
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della riconoscenza, poiché Nostro Signore volle essere il mio maestro in tutto, un po’ come avvenne
[per] san Paolo. Io mi sarei affezionato troppo a coloro che mi avessero fatto del bene o che mi
avessero dimostrato affetto. Sono stato proprio come Giacobbe, sempre in cammino.
E tutto questo con l’intento di condurmi alla vocazione eucaristica. Mi ci voleva Marsiglia per
darmene l’amore esclusivo e il polo orientatore. - Lione per permettermene l’esercizio e
indirizzarmi sulla via del cenacolo. E infine questo caro cenacolo, nell’ora stabilita da Dio.
Ciò che [mi ha] umiliato in questo giorno del mio battesimo, [è] il mio orgoglio istintivo.
L’essermi reso conto che, mentre sono così riconoscente verso gli uomini, così generoso per indole
e così pronto a sacrificare le mie idee per compiacere le persone autorevoli, sono stato invece tanto
ingrato verso Nostro Signore e così poco servizievole verso la Madonna. Mi ha confuso anche la
riflessione che Dio ha sempre favorito questo ingrato, mi ha sempre colmato di onori e di grazie e
mi ha sempre atteso con le mani piene e con il cuore aperto!
Oggi lo capisco perfettamente: il grande errore della mia vita è stato l’esser vissuto troppo di
sentimento e delle sue risorse.
Mi vedo oggi ridotto a temere le virtù, nelle loro espressioni esterne, e lo stesso servizio di Dio
in ciò che di bello, di grande e di glorioso c’è in esso.
Devo perfino diffidare della pace dell’orazione e della dolcezza del raccoglimento, di questi lumi
esteriori e peregrini.
Oh, davvero, non c’è qui di che umiliarsi fino all’annientamento? Bisogna quindi che io
combatta assai l’attività della fantasia, per stabilirmi nella semplicità della preghiera e nell’umiltà
del cuore.
La Via crucis in spirito di riparazione mi ha fatto bene.
Terza meditazione - La carne, nemica dello Spirito Santo
Questa meditazione mi ha profondamente umiliato, perché mi ha mostrato l’influsso della carne
sullo spirito, e quello dello spirito carnale sul mio servizio di Dio - l’astuzia di questo spirito
serpentino.
L’accordo della carne nel favorire le attività dello spirito, dello zelo, del servizio esterno di Dio
ed anche della Collera santa; tutti questi moralismi interiori, queste lotte di violenza e di
immaginazione; questa forza di carattere nel far mostra delle rimostranze da rivolgere ai grandi;
tutto ciò costituisce uno sgabello al mio io, un palliativo per l’indolenza, una dimostrazione
inconsistente di energia per la mia viltà. Questo non è lo spirito di Nostro Signore, ma uno spirito di
dominio o di sufficienza.
Mi son reso conto anche dell’illusione del mio apostolato d’amore, di questo misticismo che
cerca di distinguersi e che è tanto incline a criticare gli altri: tutto ciò è vanità o viltà. Ed eccomi
ridotto alla verità della mia miseria.
Ciò che mi ha fatto bene è l’aver compreso che un atto di disprezzo di me stesso procura
maggior gloria a Dio che non il successo della Congregazione ad opera mia, o la soluzione positiva
della questione del Cenacolo, perché quello costituisce il cenacolo dentro di me e la gloria di Dio in
me - ciò Dio lo preferisce a tutti gli omaggi che gli potrei offrire senza di me e al di fuori di me;
ecco la verità suprema.
[Lunedì] 6 febbraio [1865]
[Prima] meditazione fondamentale - Carattere della vita Di Gesù Cristo
Nostro Signore, dice san Paolo, è venuto per ricapitolare in sé tutte le cose [Ef 1,10]. Egli si è
fatto per [noi nostra] via, nostra verità, nostra vita. Ora per realizzare questa ricapitolazione dentro
di noi, occorre incominciare col sottomettere la carne allo spirito, e lo spirito a Dio. Occorre saper
dominare la carne con la forza, perché la carne non ha né fede né speranza, e nemmeno la ragione;
essa non segue che i suoi appetiti sregolati, e quando lo spirito agisce in connivenza con essa, allora
si scatena la ribellione totale. É quanto accade in me, ma in un modo più sottile e più subdolo:
difatti il substrato è religioso, e lo stampo è quello delle virtù. La verità è che il mio amor proprio ha
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trovato la maniera di camuffarsi da amore di Dio.
Come fare per attuare questa rivoluzione? Con due mezzi:
[1°] Il primo, vivere della vita di Gesù Cristo in me, formarlo dentro di me, farvelo nascere e
crescere. E, questa è la missione dello Spirito Santo: Lo Spirito santo scenderà su di te [...] colui
che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio [Lc 1,35].
È la missione del sacerdozio: Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia
formato il Cristo in voi [Gal 4,19]. Gesù Cristo in noi, vale a dire la sua verità, il suo modo di
comportarsi, le sue virtù, il suo amore:
egli viene concepito nei buoni desideri,
nasce nella buona volontà,
cresce nelle nostre virtù,
diventa perfetto nel suo amore crocifisso.
Oh, quanto è bello questo pensiero! Con Gesù dentro di me, io potrò combattere l’uomo vecchio.
Occorre essere in due per battersi. Nella misura in cui Gesù crescerà in me, io diventerò più forte:
l’essenziale sta nell’assicurargli assiduamente le migliori condizioni di crescita.
[2°] Il secondo mezzo consiste nel seguire Gesù Cristo nella sua lotta contro la carne e contro lo
spirito carnale. Egli ha già incominciato a praticare quanto mi comanda: io vedo Nostro Signore che
mortifica i suoi sensi, che umilia il suo spirito, che sceglie una vita povera, faticosa, umiliata, e che
pratica nella sua carne innocente ciò che assicura il rimedio alla mia carne colpevole; e ciò, perché
io sia meno umiliato e meno scoraggiato, o piuttosto perché io sia onorato e felice di potergli
assomigliare.
Basta considerare la sua modestia esteriore: ogni atteggiamento del suo corpo, ogni moto dei
suoi sensi, ogni parola, ogni sguardo; tutto è virtù semplice, che indica a me ciò che io devo
emendare.
Non c’è motivo di dubitarne: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la
sua croce ogni giorno e mi segua [cf. Lc 9,23]. - Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle
prove [Lc 22,28]. - Non sono venuto a portare pace, ma una spada [Mt 10,34]. - Perciò la
mortificazione di Gesù Cristo è l’incisione del suo innesto divino, la sua vittoria sull’uomo vecchio.
A colazione: Imitazione, libro 3, capitolo 54:
5. La natura accoglie, compiaciuta, l’onore e la riverenza [...] - 6. La natura ha orrore del
disprezzo e dell’umiliazione [...] - 8. Cerca cose rare e belle ed ha ripugnanza per le cose senza
valore e grossolane [...] - Va in collera per una leggera parola di disprezzo [...] - La natura è
attirata dalle creature, specie dalle persone che sono dal suo stesso sangue, dalle vanità, dalle
conversazioni frivole [...] - Prova molto gusto se ha qualche piacere materiale in cui i suoi sensi
godono [Im 3, 54: 9, 10, 12, 13, 17, 19].
Seconda meditazione - Gesù mortificato
Nostro Signore ha sofferto per tutta la vita. Perché?
1° Per riparare la gloria del Padre, rovinata e profanata con la sensualità, l’orgoglio e la cupidigia
dell’uomo.
Il peccato e il piacere che ne segue.
2° Nostro Signore ha sofferto, ma senza onore, senza consolazione, senza tregua, in forza del suo
stato e per amore. La sua sofferenza era come naturale alla sua condizione.
Ahimè, le mie sofferenze non hanno avuto affatto questo carattere! Io non ho saputo tenerle
nascoste e renderle semplici e naturali; le ho invece guastate e profanate. Ho perso molti meriti,
perché ho ricercato consolazione e sollievo vani.
2° [3°] La sofferenza prova dell’amore, alimento dell’amore, perfezione dell’amore.
In che modo Nostro Signore me ne ha date le prove? Dove sono le mie? E tuttavia le piccole
sofferenze legate al mio stato erano delle grandi grazie; da esse avrei potuto far spuntare dei bei
fiori di amore!
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Bisogna dire della sofferenza quello che si afferma della preghiera: + Signore, insegnami a
patire e ad essere disprezzato per amore tuo 11.
Terza meditazione - [La carne in opposizione allo spirito del Signore in me]
Tutta la mia natura è entrata in crisi violenta contro la legge del disprezzo, dell’amore delle
sofferenze, delle umiliazioni e delle persecuzioni. Vien da concludere che la carne - lo spirito e il
nucleo della carne saranno sempre in rivolta e in opposizione, in stato di ribellione, o di guerra, per
lo meno, con lo spirito di Nostro Signore dentro di me; e che quindi si tratta di guerra guerreggiata
continua, di uno stato di allerta di tutti gli istanti. Ora ciò non torna gradito alla mia pigrizia e alla
mia viltà: vivere cioè con le armi in pugno. Eppure lo devo fare.
Nostro Signore ha fatto buona luce su di me: io lavoro troppo con la mente, ho troppi pensieri
per la testa e corro troppo dietro ad essi; perciò il mio cuore resta arido, non possiede la calma
dell’amore né l’unzione dei suoi atti interiori, perché l’anima è troppo presa dall’attività dello
spirito.
[Martedì] 7 febbraio [1865]
Prima meditazione - Il Mistero dell’Incarnazione
Finalmente entro nei misteri di Nostro Signore. Vi troverò la vita.
Tre sono le considerazioni che ho fatto sul mistero dell’Incarnazione:
1° La preparazione con i desideri della fede e dell’amore.
Dio vuole essere desiderato; il desiderio di lui distacca e preserva dal mondo e suscita l’amore.
Desideri dei patriarchi, dei profeti, dei giusti, della Madonna.
Ed io, io non ho il desiderio del cielo; ne ho paura, perché mi ritrovo con nulla in mano; non ho
fatto nulla e mi attende un purgatorio lungo e terribile.
Non ho desiderato, od ho desiderato poco, il regno di Nostro Signore in me, perché ero tutto
dedito alle esteriorità. Non ho desiderato la Comunione, perché essa mi portava al raccoglimento,
mentre le mie attrattive erano per lo studio e le attività esterne; vi avvertivo piuttosto come una
costrizione.
2° La vita di Maria nell’Incarnazione.
Ella era piena di gioia nel possesso e nell’unione con il Verbo incarnato. Gridate giulivi ed
esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele [cf. Is 12,6].
- Ella era totalmente concentrata sul frutto divino del suo seno, sull’Emanuele, principio centro e
fine della sua vita.
- Ogni suo atto interiore era speso nell’ammirare lo stato di abbassamento del figlio e nel lodare
la sua bontà, nell’adorarlo, nell’amarlo e nel servirlo.
- Ella si trovava bene ovunque con il suo diletto.
Ecco la vita che Nostro Signore vuole da me, la felicità della mia vocazione. Ero così felice
durante il tempo dell’attesa e della preparazione!
Formare Gesù in me, vivere di Gesù dentro di me, essere totalmente per Gesù, così che egli
diventi il mio consigliere, la mia forza, la mia consolazione e il centro del mio amore.
Ecco dove devo arrivare, e ad ogni costo; il resto non conta nulla.
[3°] La vita di Gesù nell’Incarnazione.
Egli adorava il Padre con il suo stato di umiliazione: debole, condizionato, isolato. Lo
ringraziava dei suoi benefici, che continuamente aumentavano con l’età e con la crescita delle sue
energie naturali. Gli offriva le virtù e l’amore della sua buona e degna madre, che lo completava.
Il Verbo incarnato santificava la sua divina madre, si univa a tutti i suoi pensieri, ai suoi desideri
e alle sue azioni; e le faceva sue per adorare, amare e servire il Padre con esse; gioiva in quel nuovo
cielo di delizie della purità e della santità dell’amore.
Oh, quanto furono graditi al Verbo incarnato e quanto dolci alla sua divina madre quei nove
[mesi]! E quanto felice era Maria! Quanto bene si trovava il Verbo incarnato in quel corpo
11
San Giovanni della Croce.
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verginale, in quel cuore ardente, in quell’anima tanto bella!
Gesù vuol farmi partecipare alla grazia di Maria nella sua incarnazione; vuol venire a vivere in
me perché io viva in lui e per lui: per essere il mio consigliere, il mio centro di azione, la mia gioia,
il mio paradiso di grazia che io devo coltivare [Gn 2,15]. Da lungo tempo mi sento attratto verso
questa intimità con Gesù! Ma il demonio, il mio temperamento tanto attivo, il mio spirito tanto
indipendente, soprattutto la mia viltà, me ne hanno sempre tenuto lontano. Ahimè! Devo cominciare
a 54 anni quello che dovrei essere sul punto di portare a compimento! Oh, quanto mi ha contristato
questa considerazione, quanto mi ha umiliato! Io non amo nessuno, non ho mai amato nessuno, per
misericordia di Dio; non ho amato che me stesso per vanità, e non per sensualità o cupidigia, no,
no! - Ebbene, con la grazia di Dio mi propongo di incominciare oggi ad unirmi alle adorazioni,
all’amore, al servizio di Maria nei riguardi del Verbo incarnato; e ciò all’inizio e al termine di ogni
mia azione, al suono della campana!
Seconda meditazione - Incarnazione spirituale
Soggetto e pensiero: [1°] Creazione
- Nella creazione dell’uomo Dio si era riservato il regno della sua anima e la gloria della sua vita.
Sede di Dio è l’anima del giusto (san Gregorio Magno)12. Dio doveva portare alla perfezione la
propria immagine e la propria somiglianza nell’uomo, lavorando in accordo con lui.
- Ma il peccato ha guastato tutto. L’uomo peccatore non ha più voluto dimorare con Dio dentro
se stesso. Egli è divenuto tutto esteriore e totalmente schiavo delle cose esterne.
- Rivelandosi nell’Incarnazione agli occhi dell’uomo, Dio lo fa ridiventare interiore. Dopo
essersi fatto riconoscere al suo sguardo, si fa amare dal suo cuore e toccare dalle sue mani. Gesù
Cristo si vela, si nasconde nel nostro interno. Qui egli ci parla, ci consiglia, ci consola e ci santifica.
Nel nostro interno egli vuole stabilire il suo regno: ci spinge così a dimorare con lui dentro di
noi, a compiere nei suoi confronti quello che fece la Madonna nell’Incarnazione.
Poi, se siamo fedeli, ci consola e ci fa dono della sua pace. Maestro, è bello per noi stare qui [Lc
9,33]. - Ecco perché egli dice ai peccatori: Ritornate al vostro cuore [cf. Is 46,8]. - Fammi offerta
del tuo cuore, figlio mio [Pro 23,26]. - Tu amerai il Signore tuo Dio, soprattutto, con tutto il cuore
[Dt 6,5]. - Il cuore è la vita. Dio del mio cuore [Sal 72,26]. - Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà
anche il tuo cuore [cf. Mt 6.21].
2° Santificazione
Quando Dio vuol fare di uno un gran santo, lo separa dal mondo con le prove e con le
persecuzioni, oppure con la sua grazia, infondendogli l’orrore del mondo e l’amore della solitudine,
del silenzio e della preghiera.
Il più grande dono di Dio è quello dell’orazione, grazie al quale l’anima sente il bisogno di
isolarsi, di raccogliersi, di spiritualizzarsi e di mortificarsi.
E quando l’anima non lo fa a sufficienza, Dio le invia l’infermità, la malattia, le pene interiori, al
fine di liberarla più completamente. Le burrasche purificano l’atmosfera.
[Mercoledì 8 febbraio 1865?]
[Prima meditazione?] - San Giovanni, 15 [Gv 15] - Vangelo - [3°] Unione
Gesù Cristo: Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non
rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me [Gv 15,4].
Quindi la nostra unione con Nostro Signore deve essere tanto intima quanto quella del tralcio con
il tronco e con la radice: si tratta di una unione vitale.
12
Citazione libera di san Gregorio, Hom. In Evangelia, lib. 2, hom. 38 (PL 76, 1283). San Gregorio parte da tre testi
biblici: Is 66,1; Sg 7,28; 1Co 1,24, e li commenta così: Liquido colligere debemus quia si Deus sapientia, anima autem
justi sedes sapientiae, dum coelum dicitur sedes Dei, coelum ergo est anima justi. “Evidentemente, possiamo
concludere: poiché Dio è la Saggezza, l’anima del giusto è la dimora [sede] della saggezza. Allo stesso modo, si dice
che il cielo è la dimora [sede] di Dio; di conseguenza, il cielo è l’anima del giusto”.
40
Ma questa linfa divina della vera vite è molto potente e feconda. Chi rimane in me e io in lui, fa
molto frutto, perché senza di me non potete far nulla [Gv 15,5].
Ma se si è uniti a Gesù Cristo non solo con lo stato di grazia e con la fedeltà ad essa, ma anche
con l’adesione alle sue parole (che sono spirito e vita), saremo onnipotenti. Se rimanete in me e le
mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato [Gv 15,7].
Ma c’è un’unione di amore pratico che rapisce il cuore della SS. Trinità: Se uno mi ama,
osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora [presso
di lui] [Gv 14,23].
L’unione con lui, ecco l’ultima preghiera di Gesù Cristo. La gloria che tu hai dato a me io l’ho
data a loro, perché siano come noi una cosa sola - Io in loro e tu in me, perché siano perfetti
nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me [Gv 17,2223].
Quindi il Salvatore vuole che noi siamo una cosa sola com’egli è una cosa sola con [?] il Padre vuole che il Padre abbia per noi lo stesso amore che ha per lui.
- San Paolo afferma che noi siamo le membra di Gesù Cristo [1 Cor 12, 27], e che egli è il nostro
capo;
- egli dice che noi siamo il corpo di Gesù Cristo [1 Cor 12,27], egli quindi è la nostra anima;
- egli dice di sé: Ma Cristo vive in me [Gal 2,20].
Eucaristia, unione sostanziale13: Chi mangia […] dimora in me ed io in lui [Gv 6,56].
Comunichiamo al corpo e al sangue di Nostro Signore per unirci più intimamente al suo spirito,
alla sua anima, alle sue azioni, alle sue virtù, ai suoi meriti; in definitiva alla sua vita divina.
Si mangia un cibo per ricavarne forza.
Ricapitolazione
1° C’è dunque l’unione con Gesù mediante la fede. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori
Ef 3 [Ef 3,17]. La fede che opera per mezzo della carità, Gal 5 [Gal 5,6]. É l’unione alla sua verità.
2° C’è l’unione di amore: Rimanete nel mio amore [Gv 15,9].
Questo amore di Gesù Cristo porta all’osservanza dei suoi comandamenti. É unione di
obbedienza e quindi di sentimenti: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, Fil
2 [Fil 2,5]. É infine unione di spirito, che propriamente parlando è la vita di Gesù Cristo in noi: Se
qualcuno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene Rm 8 [Rm 8,9].
3° C’è infine l’unione di comunione, che più si avvicina all’unione ipostatica della natura umana
con la natura divina nella persona del Verbo, nella quale la natura umana non ha una personalità
propria: infatti non vi è 1’io umano, ma la persona divina del Verbo.
Per aiutarci a realizzare questa unione Nostro Signore ha istituito l’Eucaristia, che è comunione
vitale con il suo corpo, e di conseguenza con la sua anima e con la sua divinità.
Seconda meditazione
è stata scialba e poco raccolta, perché l’ho fatta presso le Adoratrici14 e perché ero un po’ stanco.
Non mi riesce di approfondire questa virtù, la grazia d’unione.
13
Nell’originale c’è l’espressione “union substantielle”; essa va intesa nel senso datole dall’autore, - cioè unione vitale
o unione nella vita, che è una realtà sostanziale -, non nel senso aristotelico-tomista. Cf. Spiritualité, 204-206, nota 6.
14
Si tratta delle Suore dell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento (Suore Sacramentarie). Dal 1839, le Suore
assicuravano l’adorazione perpetua nella chiesa di Sant’Anna alle Quattro Fontane, vicino al Palazzo del Quirinale. Il
Padre vi si reca più volte durante il suo ritiro e ha preso nota degli esercizi di pietà della comunità. Così in NR 44,84
dove egli si riferisce (senza citarla) alla Regola di S. Agostino e le Costituzioni delle Religiose del SS. Sacramento sotto
la protezione de Maria SS. Addolorata, cap. XII, Dell’Adorazione perpetua a Gesù Sacramentato, Roma, 1838, p. 82. La chiesa e il monastero furono demoliti nel 1888 per impiantare un giardino lungo il Palazzo del Quirinale (Nuñez,
édition critique, 1962, p. 16. - M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, 2a ed., Roma, 1891, p. 183).
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[Giovedì] 9 febbraio [1865]
Prima meditazione - Unione
É indubbio che senza l’unione con Gesù Cristo, anche se prendessi belle e sante risoluzioni, se
conoscessi ben bene me stesso, se avessi una profonda conoscenza di Dio, tutto rimarrebbe
inefficace, perché non agirei in unione con Nostro Signore; e non tenendo il mio pensiero fisso su di
lui, verrei distratto dagli atti esterni e dalle attività di mio gusto.
L’unione è necessaria, ma come arrivarci? É molto semplice: con l’unione stessa. Non ho
bisogno di tanti propositi, di tanti dettagli, di tante ricerche spirituali. Tutto ciò non serve che a
divagare lo spirito. Bisogna abbandonarsi a Nostro Signore: Rimanete in me [Gv 15,4]. Senza
approfondirne il modo - abbandonarsi alla sua divina volontà del momento, perseguire unicamente
questa divina volontà, compierla secondo il suo desiderio ed essere totalmente immersi in essa con
l’amore; compiacere Nostro Signore. Essere totalmente in essa con la grazia e con la virtù del
momento. Ecco tutto, il segreto è molto semplice: Rimanete in me - Chi rimane in me [Gv 15,4-5].
Quando si vive con uno più grande di sé, lo si onora; quando si dimora presso un sovrano, gli si
obbedisce; quando si ha dimestichezza con un amico di rango principesco, si cerca di fargli piacere;
quando si dimora con Nostro Signore Gesù Cristo si fa tutto questo.
Ma come arrivare all’unione? Pensandoci!!! Volendoci pensare!! Facendone la propria legge, la
virtù dominante, concentrandovi le proprie aspirazioni, offrendo e rioffrendo la propria attività; e in
seguito esaminandosi sui propri difetti.
Per questo occorre pensare a Dio. Cammina davanti a me e sii integro [Gn 17,1]. - Io pongo
sempre davanti a me il Signore [Sal 15, 8]. - Per la vita del Signore [...] alla cui presenza io sto [1
Re 17,1]. - Poi Enoch camminò con Dio [cf. Gn 5,24].
A colazione, Imitazione, lib. 3, c. 55
- Bisogno che noi abbiamo della grazia.
- Come la carità supplisce a tutto.
Questo per me è il capitolo più bello.
Seconda meditazione - Iddio davvero mi ama?
É un argomento importante ed essenziale.
Non posso dubitare che Dio mi ha amato nel passato, e con un amore privilegiato. Ma le
testimonianze di questo amore sono ancora più manifeste oggi:
1° tutto ciò che desidero mi viene accordato in modo meraviglioso, persino quello che mi torna
piacevole!
2° La provvidenza di Dio mi precede, mi accompagna e mi segue - Io la vedo, io la sento.
3° Dio mi attira con più forza verso la sua intimità, e in modo molto dolce e molto efficace, ed
anche molto doloroso quando io me ne allontano.
Ora tutto questo mi assicura che Dio mi ama di un amore assai grande.
Ma questo amore non è tenero. Perché? È colpa mia, perché io ho avuto paura della tenerezza di
Dio nel passato - ho avuto timore di essere costretto a seguirlo nei suoi sacrifici, in uno stato che io
paventavo.
É colpa mia, la mente ha troppa vitalità in me, e non a sufficienza ne hanno il cuore e la
contemplazione dell’orazione attiva.
E poi è una grazia che l’amore di Dio non sia tenero con me in questo momento! Io mi fermerei
lì, mentre bisogna procedere verso la vita della morte.
Mio Dio! quanta fatica faccio a pensare a Dio quando mi tengo lontano da Dio, quando mi
interesso del prossimo o quando sono assorbito da un affare!!
Terza meditazione - I motivi dell’amore di Dio per me
Ho esaminato i motivi che possono indurre Dio ad amarmi.
Certo, io non ho fatto nulla dentro di me che sia degno del suo amore! Non ho fatto nulla di
grande per lui!
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Il mio stato è quello della tiepidezza e dell’infedeltà. Non ho quindi alcun diritto all’amore di
Dio; ne avrei invece molti alla sua punizione, o almeno all’abbandono da parte sua.
E tuttavia Dio mi ama! Mi mantiene in vita, mi offre le sue grazie, mi conserva nell’onore
insigne del sacerdozio e della vita religiosa.
Perché il Padre celeste mi ama? Il Padre ama il suo divin Figlio in me, la sua misericordia, il suo
sacerdozio, la sua vita, almeno quella esteriore.
Egli mi ama perché Gesù mi ama.
Perché Gesù mi ama? Ahimè! Servo malvagio e infingardo [Mt 25,26] - Fattore infedele [Lc
16,8].
Gesù mi ama perché la sua santa madre mi ha offerto a lui, - mi ama fin dalla mia infanzia. Ed io
pure l’amo, soprattutto dai tempi del Laus - dalla morte della mia povera mamma, - quando mi son
donato a Maria. Ed ella mia ha guidato da vera madre!
Bisogna quindi che io l’ami assai, perché col suo amore mi sono venuti tutti i beni.
[Venerdì] 10 febbraio [1865]
Prima meditazione - L’amo, io, Dio?
Dio mi ama, ecco una verità consolante.
Maria mi ama, ecco la mia speranza.
Ma io l’amo Nostro Signore?
A prima vista sì! Ma a prima [vista] soltanto. Sì! la mia anima si ribella totalmente al pensiero
del contrario.
Mi sono messo al posto di san Pietro nel momento in cui risponde a Nostro Signore: Certo,
Signore, tu lo sai che ti amo [Gv 21,15]. E allora gli ho espresso il mio amore di dedizione, gli ho
dichiarato che l’amavo nelle creature, ed egli ben lo sapeva. Qui il mio cuore ed i miei occhi erano
eloquenti, non ero in preda a distrazioni. Ma a quelle parole: Mi ami tu più di costoro?, ho
constatato il mio poco amore nel seguire Nostro Signore nella sua vita umile e crocifissa, nella sua
vita solitaria ed interiore, nel suo raccoglimento; qui il mio spirito si è turbato e il mio cuore è
entrato in agitazione. É vero! io non ho amato Nostro Signore per lui stesso, ma per la sua gloria
esteriore - o piuttosto la mia natura vi si compiaceva e vi trovava il suo interesse; eppure questo
amore di Gesù deve ispirare i suoi stessi sentimenti. Gesù al di sopra di tutto; la sua persona
costituisce il paradiso; dove c’è lui, c’è il tesoro!
E allora, lasciando un po’ via libera alla mia immaginazione, mi sono posto il caso. Se Gesù non
mi volesse più nella Congregazione, non volesse più che io ritorni dai miei confratelli, ma mi
volesse un Alessio15, un povero prete, rozzamente vestito ignorato e sconosciuto, che campa con
l’onorario della sua messa, che se ne sta nell’angolo di una chiesa in compagnia di Gesù Cristo , che
non vede nessuno, non confessa e non predica più, non dà consigli ad alcuno, ma vive della vita
nascosta e penitente di Nostro Signore, e muore abbandonato da tutti e senza assistenza, - ebbene,
anima mia, che faresti tu? Il mio primo sentimento è stato: Certo, Signore, tu sai che [ti] amo e ti
seguirò dovunque andrai! [Gv 21,15; Mt 8,19] E chi sa cosa mi riserva il buon Maestro nella sua
misericordia! - a Dio!
Seconda [meditazione - Sul Cenacolo]
Ho meditato sul Cenacolo, di cui ho letto la descrizione in Morone da Maleo16.
Terza Adorazione nella chiesa di sant’Agata17.
15
Cf. Martirologio romano, al giorno 17 luglio.
Mariano da Maleo, Terra Santa nuovamente illustrata, Piacenza, 1669, 2 vol. - Il padre Eymard ha copiato alcune
pagine di questa opera e ha riassunto alcuni passaggi, cf. AGRSS, R2-3, 445-463 (Nuñez, édition critique, 1962, p.
273).
17
Dove si svolgevano le Quarantore il 9 e il 10 febbraio (Nuñez, édition critique, 1962, p. 15 e p. 104).
16
43
[Sabato] 11 febbraio [1865]
Prima meditazione - Il servizio interiore
Buona la meditazione: ero nelle migliori condizioni.
Noi siamo addetti al servizio di famiglia, a un servizio interiore, al servizio della stessa persona
di Nostro Signore Gesù Cristo nel Sacramento; dobbiamo perciò stare con lui come gli angeli che
compongono la sua corte, e sono sempre pronti a tutti i suoi ordini; e quando egli non comanda loro
nulla di particolare, sono pronti ad onorarlo, a benedirlo, a ringraziarlo, ad amarlo, a desiderare di
piacergli, [a] glorificarlo. Ecco il nostro ufficio: noi siamo la guardia di Nostro Signore e formiamo
la sua famiglia. La nostra vita deve essere quindi una vita di famiglia nel raccoglimento, nell’ordine,
nella pace e nell’unione.
La nostra perfezione consiste nel servire bene da parte nostra, nel renderci abili ed accetti, e
perciò nell’avere una perfezione assolutamente personale.
Adorare in spirito e verità, ecco la nostra vocazione. Il Padre cerca tali adoratori [Gv 4,23]. Non
ce ne sono molti, per questo cerca. Pochi si accontentano di Dio, si donano esclusivamente e
assolutamente a Dio. Io non cerco che tu mi dia qualche cosa, ma che tu mi dia te stesso [cf. Im 4,
8: 3].
Normalmente si vuole glorificare Dio con l’esteriorità, con le proprie facoltà, e non invece
dentro di sé, in se stessi, con quel regno interiore che è la gloria suprema che Nostro Signore si
aspetta da ogni uomo, specialmente dall’adoratore. Sta di fatto che il servizio esteriore è più
gratificante per i sensi: esso finisce col diventare il centro del proprio io.
Riflettendo su questo servizio personale, pensavo all’angelo Raffaele: Io mi cibo di un
nutrimento spirituale [Tb 12,19 Vulg.]. Egli vedeva Dio e viveva di Dio pur accompagnandosi a
Tobia. Bisogna che io viva come lui.
Riflettevo anche sulla natura del fuoco, che arde in se stesso e risplende per gli altri. Esso non è
mai così potente come quando vien compresso - o quando è sotto la cenere e si conserva a lungo.
Pensavo anche alla radice di un albero, che d’inverno penetra dentro le viscere della terra per
cercare riparo, nutrirsi e fecondarsi.
Equivale al rimanere in Dio - in Cristo [cf. Gv 15,5].
Scendendo al pratico, ho visto chiaramente [illeggibile] che per diventare un vero religioso e un
vero superiore, bisogna che viva di questa vita interiore dell’adorazione, che mi basti Nostro
Signore Gesù Cristo, devo temere il ministero esterno, perché vale di più formare i miei confratelli,
conta di più ardere che splendere, essere radice più che ramo.
Da parte mia devo rifuggire anche la gloria esterna di Nostro Signore in questo momento e in
ogni occasione, se egli mi concede questa felicità di conservarmi presso la sua adorabile persona,
nel servizio intimo di lui.
Devo rifuggire da tutto ciò che può procurarmi distrazione, dalle occasioni peregrine; devo
evitare di mettermi in mostra, di essere ricercato, perché tutto ciò potrebbe staccarmi dal mio centro
divino.
Come ieri, proposito: giaculatorie da ripetere tre volte per ogni azione, prima, durante e dopo.
Figlio mio, dammi il tuo cuore e il pensiero e il desiderio e le opere [cf. Pro 23,26]. Mio Dio e
mio tutto [Im 3, 34: 1).
A colazione: Imitazione, lib. 3, c.7:
O figlio, è molto più utile e sicuro per te il tener celato la grazia della devozione - suor Benoîte, i
miei sentimenti -, e non montare in superbia - esaltare eccessivamente l’eccellenza della mia
vocazione -, e non parlare troppo - tacere su me e le mie grazie - non starci tanto a pensare perché la vanità vi si insinua facilmente -, è meglio piuttosto che tu, allora, disprezzi di più te stesso
e tema pensando che la grazia è stata data a un indegno [Im 3, 7: 1]. Ma piuttosto dipende da come
sia radicato nella vera umiltà e ripieno di divina carità; se cerca solo e sempre in tutto la gloria di
Dio; se stima se stesso un niente e sinceramente si disprezza; se preferisce esser disprezzato e
umiliato che essere onorato [Im 3, 7: 22] - ecco il merito!
44
Seconda - Lettere
cattivo
Terza - Confessione
cattivo
[Domenica] 12 febbraio [1865]
Prima meditazione
Il serpente mi ha sedotto con la pigrizia di prima mattina, e il giorno innanzi con una lettura
prolungata, per cui la notte ebbi a soffrire d’insonnia.
Prima meditazione - [Sulla profonda miseria del mio spirito]
27° capitolo [del 3° libro dell’] Imitazione.
Ho prolungato di un’ora il ringraziamento alla messa per supplire la meditazione saltata.
Quanto è stato buono il Signore con me! Non ho mai compreso meglio d’ora il mio difetto
predominante, quello di lavorare sempre per gli altri, di applicarmi allo studio, di darmi alla
predicazione, di occuparmi della direzione spirituale; e tutto con il pretesto della gloria di Dio, per
fare del bene!
- Da qui le adorazioni in [?] questo senso, e non passate con Nostro Signore e per me.
- Da qui i ringraziamenti fatti non con Nostro Signore, ma per gli altri.
- Da qui il trovarli eccessivamente lunghi, e la tentazione di prendere in mano un libro, di leggere
qualche preghiera… Eppure, se quando esco m’imbatto in qualcuno che mi va a genio, spreco il
mio tempo nel chiacchierare - oppure indugio nella lettura del giornale - o nello scorrere qualche
libro, a nutrimento dell’intelligenza.
Oh, quanto ho sentito la profonda miseria del mio spirito, della mia immaginazione e dei miei
sensi, che affrontano volentieri i sacrifici per soddisfare la vanità dello spirito e la falsa libertà, il
desiderio di finire in fretta una cosa cominciata, come leggere due volte lettere e biglietti da visita.
Allora tutto viene rinviato e differito, preghiera e breviario. E quindi si diventa nervosi, a causa
dell’eccesso di lavoro; e ci si eccita se ne viene distolti. Ah, schiavo ignominioso di una falsa
libertà, di cui sono lo zimbello da sì lungo tempo! Perché non seguire quanto dice 1’Imitazione: Sii
pago di ciò che piace a me e allora non dovrai mai patire nessun danno [Im 3, 27: 9]. - Se il tuo
amore sarà puro, semplice, ben regolato, non eccessivo, tu non sarai mai prigioniero delle cose.
Dunque non bramare ciò che non ti è lecito (perché proibito o intempestivo). E non possedere
ciò che può essere di ostacolo e ti può privare della libertà interiore - come il mettersi sempre al
servizio e il consacrarsi alla dedizione per gli altri [Im 3, 27: 4-6]. - (Non occuparti delle cose degli
altri e non impicciarti dei fatti dei superiori, 21 c.) [Im 1, 21: 11].
Non l’acquisto o l’aumento dei beni esteriori ti giova; ma piuttosto il disprezzarli e il togliere
decisamente dal cuore fin le radici del desiderio. [...] E così pure poca difesa offre il luogo […] se
il cuore è privo di un vero fondamento, cioè se non ti sarai fondato in me [Im 3, 27: 11, 13, 14].
Quindi, anima mia, leggi, studia, prega, lavora come un giardiniere attorno ad una pianta malata.
Occupati di te stessa [Tb 4,13], cerca il tuo profitto; quando bisognerà cercare quello degli altri,
attendi l’ordine di Dio e sappiti regolare sulla legge del dovere.
Seconda e terza meditazione
Sullo stesso argomento: vi ho trovato materia copiosa.
A mezzogiorno ho fatto atto di riparazione: ho riconosciuto il male che ciò mi ha arrecato e
ancor più quello causato a Dio e alla sua gloria.
La sera ho ringraziato Nostro Signore per aver ritardato la trattazione della questione del
Cenacolo; sarei ripartito con un brandello di ritiro, senza radice e senza esercizio delle virtù, mentre
qui mi è così facile! La giornata è stata buona, mi son trovato bene!
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[Lunedì] 13 febbraio [1865]
[Prima] meditazione - Sulla modestia esteriore
Ho adorato Nostro Signore nella perfezione della sua modestia, seguendolo fino al sacramento
eucaristico.
Ho onorato e benedetto la modestia della Madonna.
Mi son chiesto: perché io non sono modesto? Perché perdo di vista la presenza di Dio e perché
non prego; e allora la libertà e lo sbandamento dei sensi l’hanno vinta. Sia ben chiaro: questa per me
è una grande mortificazione, poiché io ne soffro. Ma perché non comportarsi davanti a Dio secondo
le norme della buona educazione e della deferenza, in uso nel mondo?
Perché non sono modesto quando mi trovo per le strade? Lo sono per le cose indifferenti o
meschine; sono invece curioso, e tale curiosità ha la sua radice nella vanità. Voglio vedere per
sapere e poi parlarne, e questo è vanità delle vanità [Qo 1,2; Qo 4,16].
Spesso questa mia vanità mi è costata cara: mi ha procurato dissipazioni, fantasticherie,
distrazioni e spesso tentazioni. Quel sant’uomo di Giobbe osservava la modestia degli occhi per non
portarsi via nemmeno l’immagine o il ricordo di una vergine saggia.
Bisogna quindi che abbracci la santa modestia, non per predicare come san Francesco - ciò
sarebbe per me vanità - non per essere di esempio agli altri: ciò sarebbe allontanarsi dalla grazia che
è in me. Io devo essere modesto per onorare Dio con i miei sensi, per tenerli a bada nella
mortificazione, sicché la mia anima sia sempre pronta ad adorare, possa sempre pregare e meditare
tutta sola qualche buona verità di Nostro Signore, libera da ogni fantasia estranea.
Che cosa devo fare per essere modesto al parlatorio o in casa, perché qui prendono radice la
negligenza e la familiarità?
Oh, quanto poche persone pie, persino tra i religiosi, ho trovato che siano modeste di occhi al
parlatorio, quando si trovano a faccia a faccia con l’interlocutore! Quanto è difficile! La modestia
sulle strade è meno virtù di quella all’interno della casa? Bisogna assolutamente trovare il mezzo!
Esso è semplice: non stare di fronte alle persone, fissare davanti a sé un’immagine, tenere un
oggetto pio tra le mani, mantenersi alla presenza di Nostro Signore, pregare nello stesso tempo che
si conversa. Ma è necessario volerlo veramente. Mi son deciso a impegnarmi nella modestia lungo i
corridoi e durante i colloqui [?].
Imitazione, lib. 3, c. 43:
Progredì di più staccandosi da tutto, che studiando nozioni difficili [Im 3, 43: 13].
c. 44: O figlio, bisogna che tu non ti curi di sapere tante cose e che ti consideri come morto sulla
terra e tale per cui l’intero mondo sia per te come uno crocifisso [Im 3, 44: 1].
Seconda meditazione
Atto di riparazione per tutti i peccati e i cattivi esempi da me commessi contro la modestia, - per
tutta la gloria di cui ho privato Dio, - per tutte le grazie e i meriti di cui io stesso mi sono privato.
Terza meditazione - Sulla modestia - La pratica
Riconosco di essere spaventato di fronte a questa legge della modestia, che devo praticare in
tutto e in ogni occasione, tanto internamente che esteriormente.
Comprendo che vi sono obbligato:
- come cristiano, poiché devo vivere secondo il modello di Nostro Signore Gesù Cristo, che era
la modestia per eccellenza;
- come sacerdote, poiché essa costituisce la dignità regale di Gesù Cristo in me;
- come religioso, poiché io appartengo alla sua famiglia e devo onorarlo come gli angeli;
- come superiore, poiché devo essere modello […] del gregge [1 Pt 5,3].
Sono spaventato di fronte a questa norma pratica della modestia degli occhi con le persone che
mi sono familiari; mi sembra che esse finiranno col giudicarmi altero, sprezzante o infastidito nei
loro riguardi.
Ho l’impressione che la modestia per le strade mi costerà meno.
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Ma guardare due volte sole una persona che mi viene a far visita, all’inizio e al congedo, mi pare
molto difficile.
Le regole della modestia sulle buone maniere e sul contegno del corpo mi costeranno pure
enormemente, essendo io nervoso, vivace e riluttante ad ogni costrizione.
Eppure bisogna praticarle, costi quel che costi. Nostro Signore lo vuole, ed è mio dovere; purché
piaccia al Maestro, che m’importa del resto. Sarà una libertà in più e un’indipendenza dalle cose.
[Martedì] 14 febbraio [1865]
[Prima] meditazione - La modestia, virtù regale
Ecco uno dei più chiari lumi del mio ritiro!
Nostro Signore mi ha alla fine fatto conoscere e comprendere che la virtù sovrana di un
adoratore è la modestia.
- Essa è la virtù dei servi addetti al servizio del re, la virtù degli angeli davanti alla maestà divina,
- è pure la virtù per eccellenza di Maria, la sua SS. Madre,
- la virtù predominante in essa. Vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo 2 Cor 10, [2
Co 10,1]. - E si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna Gv 4 [Gv 4,27]. - Alzati gli
occhi verso i suoi discepoli, Lc 6 [Lc 6,20]. - Alzati quindi gli occhi, Gesù Gv 6 [Gv 6,5].
Essa dunque deve essere la mia virtù, la virtù regale, suprema e predominante.
Essa terrà per me il posto di tutte le virtù, poiché le contiene tutte e tutte le perfeziona.
Virtù interne:
- La modestia davanti a Dio deve essere pura, umile, pia, devota, e devota per l’attaccamento al
suo beneplacito.
- Essa è l’anima e l’esercizio del raccoglimento interiore, poiché pone nella pace l’anima davanti
a Dio e alla presenza di Dio, come avveniva in Maria.
Virtù esterne:
- La modestia degli occhi è la vigilanza cristiana, una mortificazione continua, una penitenza,
una riparazione doverosa.
- Modestia della bocca: la prudenza e la saggezza, la dolcezza e l’umiltà, la temperanza.
- Modestia dei sensi: la decenza e la convenienza, l’onore e il rispetto dovuti al prossimo.
- Modestia dell’incedere: controllarsi, evitare la leggerezza e la dissipazione, aver rispetto di se
stessi o meglio di Dio dentro di sé.
- Modestia del contegno generale del corpo: contegno inflessibile ma non ricercato, discreto
senza essere affettato, dignitoso senza vanità né ostentazione; come davanti a Dio. É la deferenza.
- Modestia a tavola: sobrietà, discrezione e mortificazione. É la più difficile, perché facilmente ci
si lascia trascinare.
- Modestia nei rapporti: è la pratica disinvolta dell’umiltà e della carità, dell’umiltà che si fa
dimenticare e della carità che si dimentica.
- Davanti a Dio - come adoratore - l’esercizio della modestia è la virtù di religione pratica.
- D’altra parte la modestia è l’educazione del religioso del SS. Sacramento; costui è il servo
regale di Nostro Signore Gesù Cristo , il suo angelo, il suo apostolo eucaristico.
O Dio, come arrivarci?
1° Con la preghiera: chiedere ogni giorno questa virtù.
2° Con la presenza di Dio, della Trinità in me, di Gesù Cristo in me.
3° Con esami frequenti, e sempre con sanzione riparatrice.
4° Col farne unico desiderio della virtù del momento, osservandola dappertutto, per giungere a
possederne lo spirito!
A colazione [Imitazione, cap.] 31, lib.3
Che pena! ecco che, appena siamo stati un po’ raccolti, ci dissipiamo al di fuori e non
sottoponiamo le nostre azioni a un esame scrupoloso.
Non badiamo troppo a dove giacciono i nostri affetti e non deploriamo che tutte le cose siano
così impure [Im 3, 31: 17-18].
47
Il frutto di una buona vita nasce solo da un cuore puro [Im 3, 31: 21].
Seconda meditazione
+ in città
Terza meditazione - [La modestia, suo legame con tutte le virtù]
Questa meditazione, fatta dopo la lettura del Lancizio18, è stata molto faticosa. Avevo letto con
troppa avidità e con la preoccupazione di prender note, quindi pensando agli altri; ciò mi ha
affaticato e dissipato.
E tuttavia, dopo un quarto d’ora, mi son potuto concentrare sul tema: la modestia considerata
come virtù, e tutte le virtù attraverso di essa.
Ho considerato il pericolo di rimproverarsi con troppa insistenza le proprie imprudenze e le
mancanze di sorpresa, perché questo modo di agire non fa che rafforzarne il sentimento, il ricordo e
la rappresentazione. É un’astuzia del demonio suscitare per questa via del turbamento. La vera virtù
ne fugge persino il fantasma e il ricordo; piuttosto si volge a Dio con l’animo afflitto e gli protesta
che lo ama!
Il demonio e l’immaginazione tendono ad esagerare anche l’imprudenza, per suscitare maggior
turbamento: è un pericolo notissimo.
Ho considerato le lotte che mi attendono; la più ardua sarà quella di essere totalmente
soprannaturale con la gente. Ed ecco il segreto per riuscirvi: essere soprannaturale nell’accogliere e
nel conversare, comportandosi in modo dignitoso. Tre i difetti da evitare:
- guardare troppo intensamente, per educazione o fastidio o infantilismo, o a motivo
dell’abbigliamento;
- prolungare eccessivamente la conversazione, con l’intento di compiacere e di essere utile; così
vi si infiltra il naturale, e - se vi si accompagna vanità o simpatia - spreco il mio tempo;
- comportarsi con soverchia ingenuità, da bambino; mostrarsi troppo espansivo con le persone a
me familiari, o verso le quali sono in debito di riconoscenza; o spinto da una falsa carità e da un
falso zelo.
Occorre perciò:
1° la modestia degli occhi: vedere senza fissare e senza imprimere l’aspetto della persona nella
mia immaginazione;
2° presentarsi con un abbigliamento dignitoso - ministro di Cristo [Col 1,7]; anche per il rispetto
dovuto a Nostro Signore e ai suoi santi;
3° evitare che la conversazione si concentri su di me e rifuggire da ogni espressione che potrebbe
dare un senso naturale alla mia dedizione; non toccare le mani.
La preghiera tutto ottiene: Sapendo che non l’avrei altrimenti ottenuta... mi rivolsi al Signore e
lo pregai [Sap 8, 21] - e poi imporsi delle penitenze.
[Mercoledì] 15 febbraio [1865]
Prima meditazione - Sulla castità
Ho ringraziato Nostro Signore per avermi conservato la mia verginità nello stato secolare, la mia
castità nel sacerdozio e il mio voto nella vita religiosa. Mi son reso consapevole di quale grazia mi
ha favorito il Signore, nonostante le mie imprudenze, il mio assecondare la natura, le mie vanità e il
mio debole per le simpatie.
Quanto è stato buono il Signore!
Non ho mai avuto scandali, non mi sono mai imbattuto in occasioni provocanti, mai alcuno mi
ha mancato di rispetto.
Ahimè, mio Dio, sarei stato troppo debole: la tua misericordia mi ha preservato.
18
Nicola Lancizio sj (1574-1653), autore di 21 opuscoli. Il p. Eymard ha preso note dal suo trattato sulla modestia
(AGRSS, R2-2, 395-413).
48
Quanto è stato buono il Signore! Egli mi riprendeva con forza quando indulgevo a un’eccessiva
espansività, quando qualche pensiero tornava troppo di sovente a rintronarmi nella testa, quando il
mio ricordo si fermava più a lungo su di una persona, anche se pia, piuttosto che su di un’altra.
Quanto orrore mi ha fatto sentire Nostro Signore della schiavitù dell’affetto impuro o che tale
poteva divenire! E allo scopo s’è servito anche della mia vanità: mi prendeva dalla parte del mio
difetto predominante non riuscendo a soggiogarmi con il suo amore. In questo modo mi protesse
durante la mia infanzia. Oh, io non l’ho ringraziato abbastanza, nemmeno la Madonna, alla quale
pure tanto devo! Cento volte dovevo essere punito.
Ho dunque meditato sull’eccellenza della castità;
- con essa il nostro corpo diventa il tempio puro e adorno della SS. Trinità. Il maligno tenta di
insozzare o di turbare la pace di questo tempio.
- con essa siamo ammessi al servizio di Nostro Signore Gesù Cristo in compagnia degli angeli:
Ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano [cf. Mt 4,11]. Solo la purezza deve servirlo.
- con essa si diventa familiari del re: Il Signore ama chi è puro di cuore e chi ha la grazia sulle
labbra è amico del re [cf. Pro 22,11]. Si stabilisce una simpatia di stato e di vita; Gesù ama in noi la
vergine Maria.
- con la castità si è il degno ministro dell’altare e il degno apostolo di Gesù: a costui egli affida
con fiducia le sue spose per il giorno delle nozze eucaristiche e infine celesti.
- con essa l’anima diviene il cielo di Dio e l’altare dell’amore, sul quale l’anima si offre
incessantemente come ostia pura, santa e immacolata (messa).
Bisogna dunque che essa sia la regina delle virtù, e che la modestia ne sia la custode, la
protezione, l’ornamento e il rivestimento. Sotto questa visuale la virtù della modestia appare
gloriosa: essa ne è il mezzo e la condizione indispensabile.
Proposito del giorno: m. [modestia degli] occhi, [del] corpo. Preghiera.
A colazione: lib. 3, c. 53. Summa.
O figliolo, la mia grazia è preziosa e quindi non sopporta di essere mescolata a cose estranee
(affari estranei, dedizione sconsiderata, zelo per un apostolato inutile) e a piaceri materiali. Bisogna
che tu ti liberi [...] Domanda per te il nascondimento, preferisci vivere solo con te stesso; non
andare cercando le chiacchiere di nessuno, ma piuttosto innalza a Dio una fervida preghiera
perché ti mantenga la mente in uno stato di umile compunzione e ti mantenga la coscienza pura.
Riguarda l’intero mondo come un nulla; metti l’occuparti di Dio avanti a tutte le cose esteriori
[Im 3, 53: 1-5].
Per avere la mia grazia dunque è necessario anche allontanarsi dagli amici e dalle persone care
[Im 3, 53: 7].
Se tu vincerai perfettamente te stesso, più facilmente dominerai, anche tutto il resto.
Il trionfare di se stessi è quindi una vittoria assoluta - [...] costui è davvero vincitore di se stesso
e padrone del mondo [Im 3, 53; 12-14].
Immediatamente si stabilirà grande pace e tranquillità nell’anima [Im 3, 53: 17].
Seconda meditazione - Sulla lettura dell’Imitazione
La mia anima se ne è ben nutrita e si è sforzata di raccogliersi un po’ di più; infatti il mio povero
spirito incominciava a dissiparsi e il mio cuore a inaridirsi.
Terza meditazione, buona - La castità del cuore
Meditazione buona. Ho incominciato col ringraziare molto Nostro Signore per l’opportunità che
mi offre di istruirmi, con la lettura del Plati19. Davvero, Nostro Signore appena desidero qualcosa
subito me la concede!
Ciò che mi ha interessato e colpito nella meditazione è la constatazione che l’amore di me stesso
si insinua in tutte le creature e in tutte le cose; - che c’è in me un affetto sregolato e camuffato, che
19
Si tratta dell’opera del gesuita italiano Girolamo Piatti sj (1545-1591), De Bono Status religiosi - (Du bonheur de la
vie religieuse, trad. Girard, 1644), che aveva scoperto al Seminario francese, e del quale ha copiato lunghi passaggi,
conservati in AGRSS, R2-9, 22-205 e AGRSS, R2-2, 253-368.
49
riaffiora sotto mille forme e che si ritrova in tutto. Qual è questo attaccamento sregolato, quale ne è
il cuore e la legge fondamentale? La ricerco la radice delle mie tendenze cattive, ma non mi riesce
di venirne a capo. C’è in me una contraddizione esistenziale: mi sembra di non tendere che a Dio, e
mi ritrovo ad ogni istante ad amare unicamente me stesso; infatti mi occupo solo delle cose di mio
gusto e mi dedico soltanto a ciò che prediligo, desidero o spero.
Io cerco Dio, e non lo trovo nelle virtù né nella preghiera né nei santi. E quando avverto di essere
sul punto di incontrare Nostro Signore in qualche cosa, divento tutto smanioso di procurarmi un
libro devoto, o un’immagine o di fare una lettura. Io ricerco Gesù come la Maddalena nel giardino
del sepolcro.
Oh, quanto soffre l’anima mia in questo stato! Tutto le torna amaro e tutto la fa esclamare: non è
qui, non è là.
Non ho ancora trovato questo divin giardiniere dentro la mia anima; io riverso il mio affetto anche troppo! - su coloro che lo amano.
Io amo - perfino troppo! - ciò che sembra dovermelo dare.
Ma la mia anima è triste [Mt 26, 38].
Evidentemente c’è un legame da spezzare, un nulla forse.
[Giovedì] 16 febbraio [1865]
Prima meditazione - Fondamentale
Povera e triste notte! Quanto ho sofferto! Fu la conseguenza della meditazione di ieri sera. Sono
più che convinto che tutto ciò che ho fatto, ciò che ho detto, ciò che mi son proposto durante questo
ritiro, non è di buon conio.
Lo deduco dalla tristezza che opprime il mio cuore, da questo bisogno di qualcosa, dalla smania
di poter leggere qualche testo che mi sveli il segreto. É persino provvidenziale che quel poco di
compunzione che cominciava ad affiorare, non si faccia più sentire: sarebbe un alimento per il mio
cuore.
Al risveglio, questa mattina, a più riprese questo pensiero dell’Imitazione mi è passato per la
mente: É logico che tu non sia capace di abbandonarti completamente a me fin dal più profondo
del tuo cuore, se avrai tante cose da desiderare o da possedere. Alzatomi, mi son prostrato a terra e
ho chiesto luce e grazia. Nostro Signore mi ha generosamente ricompensato per essermi levato più
presto del solito, nonostante la fatica della notte.
Sono andato a rileggermi il capitolo dove si trova quel è logico ! È il 27° del 3° libro20 [Im 3, 27:
7]. E vi ho letto:
O figlio, è necessario dare il tutto in cambio del tutto e non [essere] affatto schiavo di te stesso.
Perché ti arrovelli in inutili rimpianti? Perché ti affatichi nel procurarti cose superflue?
Sii pago di ciò che piace a me e allora non dovrai mai patire nessun [danno].
E così pure poca difesa offre il luogo (ritiro di Salaise21), se manca lo spirito di sacrificio; e non
a lungo durerà quella pace conseguita esteriormente, se il cuore è privo di un vero fondamento,
cioè se non ti sarai fondato in me; potrai cambiare posto, ma non diventerai migliore [...] O Dio,
dammi stabilità per mezzo della grazia dello Spirito Santo, dammi la forza per corroborarmi
nell’intimo dell’anima mia [ ...] Dammi, o Signore, la sapienza celeste perché io impari a cercare e
trovare sopra tutte le cose te: a conoscere e a prediligere sopra tutte le cose te; e a comprendere
tutto il resto, così com’ è, secondo l’ordine della tua sapienza.
Concedimi (la grazia) di allontanare prudentemente da me chi mi lusinga e di sopportare
pazientemente chi mi combatte [Im 3, 27: 1, 8-9, 13-14, 16-17, 19-20].
20
Il p. Eymard aveva meditato questo testo il 12 febbraio, prima meditazione.
Questa indicazione di un ritiro a Salaise, località del cantone del Roussillon (Isère), rimane un enigma. Non si
conosce un ritiro personale del P. Eymard in questo luogo. Potrebbe trattarsi di un ritiro parrocchiale, analogo a quello
che aveva predicato a Dionay nel 1849? Oppure di un evento tratto dalla storia? Tutte ipotesi che non portano a nessuna
soluzione.
21
50
Ecco svelato il mistero! Donare a Nostro Signore il mio io senza condizioni. Ed io l’ho fatto: l’ho
giurato davanti al SS. Sacramento al momento della consacrazione, le mie lacrime l’hanno
sanzionato, ho messo il mio cuore nel ciborio al momento della comunione, questo mio cuore che si
metteva a disposizione per essere a sua volta un ciborio.
Gesù vuole essere il mio Raffaele, la mia risorsa, il mio centro: Dimora in me […] Voi siete
quelli che avete perseverato con me [Gv 6, 56; Lc 22, 28].
Un servo che dimora presso il suo padrone, totalmente e in ogni occasione a sua disposizione,
disposto egualmente ed amorosamente a tutto, e con più premura e più gioia pronto ad eseguire ciò
che più piace al padrone che non ciò che lui stesso desidera.
Rinnovare il dono di me stesso, allo stesso ritmo del respiro.
Mi rendo conto che io rifuggivo da questa servitù divina, che volevo essere io a scegliere, che
tendevo a serbare qualcosa per me nella donazione.
Tutto tuo [Im 3, 5: 24] e attenzione al furto.
A colazione: lib. 1, c. 15 [dell’Imitazione].
È sempre lo stesso pensiero: Chi ha una carità vera e perfetta, in nulla ricerca mai se stesso, ma
in tutto vuole che si miri esclusivamente alla gloria di Dio. Non invidia alcuno, perché non cerca
nessuna egoistica soddisfazione, non vuole godersela per conto suo, ma brama più che qualunque
altro bene essere beato in Dio [Im 1, 15: 10-12].
Seconda meditazione - Sull’Imitazione
Ho ripreso il tema del mattino. Sono assolutamente convinto, per l’impressione di grazia che ne
ho riportato, che la meditazione di questa mattina è fondamentale. Io sono il servo di Gesù Cristo
Terza meditazione - Lo spirito di Nostro Signore
Mi sono dato totalmente a Nostro Signore come al mio padrone, per servirlo in tutto e per non
appartenere più a me stesso né essere per me stesso. Lo avrei dovuto fare da sempre, perché io sono
sua creatura, suo discepolo, suo ministro, suo religioso; sono perciò legato a Dio da tanti doveri e da
altrettanti titoli.
Sono quindi assai colpevole per non averlo fatto. E perché non l’ho io fatto? O piuttosto perché
l’ho fatto così male e in maniera tanto meschina? Il serpente mi ha ingannato [Gn 3,13]. l’uomo
vecchio ha prevalso; ho voluto essere qualcosa grazie al servizio di Dio; lo spirito del mondo,
questo spirito di vanità, ha riempito la mia vita. Per demolire questa torre di Babele della scienza,
degli studi, della frenesia nel lavoro, bisognò che Dio mi rendesse nomade, mi facesse cadere
ammalato e mi colpisse con l’emicrania, con quei mal di testa che mi sono durati fino alla mia
vocazione eucaristica. La misericordia di Dio veniva a metter fine alla costruzione della torre di
Babele. Lo studio e il lavoro sono stati - per me - le più vive e le uniche passioni. O mio Dio, tu mi
correggevi con i miei stessi difetti, mi salvaguardavi dai pericoli del mondo servendoti anche della
mia vanità e di ciò che l’alimentava.
Oggi, che son deciso ad essere totalmente di Nostro Signore come servo, mi appare molto chiaro
che devo studiare il suo spirito, per servirlo secondo i suoi gusti e la sua volontà: è il mio lavoro.
Ora mi è facile conoscere lo spirito di Gesù, me lo insegna lui stesso: Imparate da me, che sono
mite ed umile di cuore [Mt 11, 29]. Quando i discepoli Boanerges chiesero a Gesù di far scendere il
fuoco dal cielo su una città che s’era mostrata ostile a Nostro Signore, egli replicò loro: Voi non
sapete di che spirito siete [Lc 9, 55]. Qui è il punto essenziale.
Ora io non son dolce e ancor meno umile, soprattutto di cuore. Chi mi svelerà questo spirito di
Gesù? Lo Spirito santo che abita in me: è la sua missione divina, a questo scopo mi è stato dato.
Quindi potrò riuscirvi pregandolo, raccogliendomi e consultandolo incessantemente, ben deciso ad
agire soltanto secondo la legge dello spirito di Gesù e della sua santa grazia.
51
[Venerdì] 17 febbraio [1865]
Prima meditazione - Mezzi per ottenere lo spirito di Gesù
È fuori dubbio che io devo vivere presso Nostro Signore: Dimora in me [Gv 6, 56], perché sono
il suo adoratore e il servo addetto alla sua persona adorabile. Ma l’essenziale consiste nel vivere del
suo spirito. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene [cf. Rm 8, 9].
Mi ha molto impressionate l’essermi reso consapevole che Nostro Signore vuole essere, non solo
il mio padrone per quanto attiene al servizio, ma [anche] il maestro della mia formazione: è lui in
persona che vuole educarmi, formarmi e perfezionarmi nel suo servizio e in quello del Padre
celeste, il mio Dio. Gettando un colpo d’occhio sul mio passato, ho constatato che Nostro Signore
mi ha sempre guidato e istruito, e che ha voluto essere il mio unico maestro in tutto; io mi sarei
troppo affezionato ad un direttore o ad un maestro pieno di premure. D’altra parte ero un po’ come
Giacobbe: avrei poi sentito in me che non mi era suggerito quanto io cercavo. Da giovane non mi
interessavano le persone; mi comunicavo e facevo le mie preghiere, ma nessuno mai ha mostrato
dell’interesse - nemmeno spirituale - nei miei riguardi, ed io non ne sentivo il bisogno.
Ebbene, il mio maestro sarà Nostro Signore: egli desidera impartirmi una formazione completa
ed entrare in familiarità con me. Sento che tutto sta qui e in nient’altro che qui - la grazia, la pace, la
libertà, la vita. Sento che mi trovo bene sotto la guida di Nostro Signore Egli è la stessa bellezza per
il mio spirito, la bontà infinita per il mio cuore, la santità per la mia volontà, l’onore e la forza per il
mio corpo affrancato così dalle smanie per lavoro e dagli eccessi delle fatiche e del servaggio.
I santi trovano tutto in lui e sono felici. Nostro Signore vuole essere anche la mia felicità e la mia
gloria.
Quale onore per me avere un tale maestro!
Quale felicità stare sempre con lui, vivere della sua parola e della sua stessa vita!
Come è potuto accadere che il buon maestro è rimasto sulla porta della mia anima per cinquanta
quattro anni ad attendermi fino a questo giorno, e ciò unicamente per il mio bene?
Rinnovare oggi l’atto della mia donazione, portare a termine il lavoro sull’Imitazione, per
ricapitolarne la dottrina e avere a portata di mano una piccola riserva di buoni pensieri.
Imitazione, lib. 3, [capitolo] 42:
Se tu sapessi annichilirti perfettamente e vuotarti di ogni amore umano, allora io dovrei
effondermi in te con una grande grazia [Im 3, 42:9].
lib. 4, c.7:
Non vi è difatti un’offerta più degna né una più grande soddisfazione per espiare i peccati che
offrire se stessi con purezza e integralmente, insieme all’offerta del Corpo di Cristo, nella Messa e
nella Comunione [Im 4, 7: 7].
Seconda meditazione - [Sullo spirito di Gesù - seguito]
Davanti al SS. Sacramento esposto per tre quarti d’ora22.
Ho ripreso l’argomento di questa mattina. Mi son reso conto che per avere lo spirito di Nostro
Signore bisogna viverne, e per viverne bisogna ispirarvisi incessantemente ed alimentarlo con il
ripensamento del cuore e l’omaggio delle opere. S’è scatenata una tempesta dentro di me a questo
proposito, al pensiero che ciò mi è impossibile con un cuore così vano, così leggero e così caustico,
e con una natura assuefatta alla vita attiva ed esteriore. Ogni volta che cercavo di raccogliermi, il
mio spirito mi sfuggiva continuamente e la mia immaginazione gli teneva dietro, e tutto in me vi si
trovava coinvolto.
Lo spirito stabile di san Luigi Gonzaga mi sembrava quindi impossibile.
Dirò di più: Nostro Signore non me lo richiede. Ahimè! Quanto è umiliante, soprattutto per
un’indole come la mia, sempre smaniosa di sbrigarsela con le cose e di finirla coi sacrifici. Eccomi
ridotto a pazientare con questo mio spirito sventato, e costretto ad un’umiliazione continua alle
prese con le sue follie e con le sue distrazioni, e dovendo fare i conti con il fascino che esso esercita
22
Il riferimento “alle Adoratrici” indica che egli si è recato alla cappella delle suore dell’Adorazione perpetua al
Quirinale.
52
sul mio cuore; e con la mia fiacca volontà, che - smarrita la strada - indugia trastullandosi. Ecco il
mio stato! Bisognava recarsi proprio dalle adoratrici per raccogliere questo misero fiore!
Ma verso la fine sembrò che Nostro Signore mi suggerisse: “Fai atti di confidenza nella mia
bontà, nella mia provvidenza, nella mia misericordia; non hai bisogno dello spirito per questo. Gli
atti del cuore si possono formulare all’istante; sappi scoprire le mie intenzioni nelle cose, adora la
mia volontà in se stessa, offri te medesimo col cuore al mio cuore; non occorre lo spirito per questo:
la mia grazia supplirà allo spirito e lo spirito di fede supplirà alla tua povera intelligenza”.
Con questi pensieri mi fu possibile applicarmi un poco alla preghiera. Ma quale miseria! Quale
lotta mi attende? Non provo che disgusto per questo insensato; forse si arrenderà all’umiliazione.
Terza meditazione - Lo spirito di Gesù per amore, in che cosa consiste?
Riprendendo l’argomento del giorno, soprattutto la lucida ispirazione delle ore 11 - bisogna che
il mio cuore senta il fascino del cuore di Gesù -, questa sera m’è venuto questo pensiero: l’amore
soltanto educa lo spirito, lo infervora e lo alimenta. Il pensiero segue l’amore, e l’amore conduce
all’imitazione e alla trasfusione dello spirito.
Nostro Signore ha detto: Perché là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore [cf. Mt 6, 21]. Se
Gesù è il mio tesoro, egli sarà anche il mio assillo.
Nostro Signore non cerca lo spirito, ma l’abnegazione. Egli dà inizio alla legge nuova con le
parole: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore [Mt 22, 37]; il resto segue del tutto
naturalmente.
Rimanete nel mio amore [Gv 15, 9] L’amore è la sensibilità cristiano-divina che Nostro Signore
è venuto a portarci: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra [Lc 12, 49]. Bisogna dunque lavorare
con l’amore per acquistare lo spirito di Gesù; esso allora diventerà lo spirito del mio cuore e il mio
spirito verrà mortificato.
Ho quindi preso in esame la natura dello spirito di Gesù, espressa in queste adorabili parole:
Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore [cf. Mt 11, 29]. Gesù è dolce, dolce all’interno e
dolce all’esterno. É l’agnello, la colomba, la stessa bontà.
[1°] Ho riflettuto su questa dolcezza esteriore di Gesù nelle sue parole: sempre dignitoso, tenero
buono, anche quando parla di sciagure: Gerusalemme, Gerusalemme... quante volte! Se avessi
compreso, in questo giorno! [cf. Mt 23, 37].
- Nei rapporti con i suoi discepoli grossolani si mostrò sempre maestro mansueto; con gli
estranei fu sempre accondiscendente e paziente; con Giuda si comportò in ogni occasione con la
medesima bontà: mai nessuna insinuazione, mai! Solo all’ultimo momento egli rivela - e con quanta
circospezione! - il suo tradimento, e alla fine pronuncia il suo Amico, per quale scopo sei venuto?
[Mt 26, 50]
- La sua dolcezza negli atti: tutto traspira mitezza, bontà, equanimità di vita, di virtù, di carattere.
2° E la sua dolcezza interiore: neppur l’ombra di odio, o collera repressa, o pensieri di vendetta,
o rivendicazione intima dei suoi diritti, nulla: colomba senza fiele, specchio trasparente di bontà e di
misericordia.
Ebbene, io devo acquistare la dolcezza per avere lo spirito di Gesù.
Quanto spesso vi ho mancato! Interiormente: ragionamenti, giustificazioni, risposte violente,
provvedimenti estremi, propositi da ciarlatano. Quanto tutto questo è alieno dallo stile dell’agnello!
L’amor proprio non vede che la propria persona, i doveri degli altri, le virtù che essi dovrebbero
avere, l’eroismo dell’obbedienza, l’efficienza del comando, il dovere di umiliare e di avvilire,
l’esempio. Tutto ciò non vale un atto di dolcezza di cuore. Io non sono un soldato sul campo di
battaglia, né un generale d’armata; devo essere invece il servo dei servi23, il discepolo del mio
maestro dolce ed umile di cuore.
E poi, perché ostentare tanta animosità contro chi ci contraddice, tanta collera - questa
certamente non è santa! - contro chi manifesta cattiveria o avanza dei dubbi? Ahimè, al fondo c’è la
vanità: voglio far mostra di energia e non faccio che dar sfogo all’impazienza o all’impotenza.
23
San Gregorio Magno.
53
Nostro Signore compatirebbe tali persone, pregherebbe per loro, e cercherebbe di onorare il Padre
con la dolcezza e l’umiltà.
E poi questo piglio energico, mordace e denigratore, può e di fatto dà cattivo esempio: tutti sono
portati a fare altrettanto, in occasioni analoghe.
Tutto ciò sa di arroganza, di indipendenza e di concitazione. Ahimè! ...dall’orgoglio salva il tuo
servo [cf. Sal 18, 14].
E come posso diventare dolce?
Non con i ragionamenti, né con l’umiltà di spirito, e neppure con lo spirito di penitenza e di
mortificazione; no, no! Tutto ciò suscita troppe reazioni, sa troppo di militaresco. Cercherò di
mirare all’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, al suo desiderio, al suo beneplacito. Questo è il
mezzo migliore: è tutto bello, tutto cuore, tutta luce!
[Sabato] 18 febbraio [1865]
Prima meditazione - Gesù umile di cuore
Ho meditato sullo spirito di Gesù, umile di cuore.
Ho incominciato col rinnovare il mio dono personale, col ringraziare per la meditazione della
sera precedente, col chiedere nuovamente lo spirito di dolcezza di Nostro Signore. Ma la dolcezza è
il fiore dell’umiltà; perciò Nostro Signore aggiunge ai due aggettivi la specificazione di cuore, o
meglio semplicemente umile di cuore [cf. Mt 11, 29]. L’umiltà del cuore è l’albero che produce il
fiore e il frutto della dolcezza.
Allora, Gesù non è umile di spirito?
Gesù non poteva avere l’umiltà del peccatore, perché egli è senza peccato. Lui non deve
vergognarsi di nulla, mentre io devo arrossire di tutto, come affermava il buon ladrone: Noi
giustamente..., egli invece non ha fatto nulla di male [cf. Lc 23, 41]. Ed io ho commesso molto
male, nemmeno lo conosco tutto il male che ho fatto.
In Gesù non c’era ignoranza, mentre io non so nulla. Ho la conoscenza del male e arrivo fino a
corrompere le nozioni del vero e del giusto. Gesù è onnisciente, ed è umile come se non conoscesse
nulla durante l’intero periodo della sua vita a Nazareth, nell’arco di trent’anni.
Gesù possiede tutti i doni naturali; egli conosce e può far tutto alla perfezione, ma non ne fa
mostra: si applica ad un lavoro grossolano, alla maniera degli apprendisti. Non è egli forse il figlio
del carpentiere? [cf. Mt 13, 55]
Gesù non ha mai ostentato di sapere ogni cosa, neppure durante la sua vita pubblica: non ha fatto
che ripetere la parola del Padre; si è limitato alla sua missione e l’ha adempiuta nella forma più
semplice e nella maniera più umile.
Gesù quindi si è comportato come un umile di spirito: non si è gloriato di nulla, non ha mai
cercato di mettersi in mostra, di fare dello spirito, di apparire più colto degli altri, neppure all’età di
dodici anni, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava [cf. Lc 2, 46].
Gesù possedeva l’umiltà di spirito positiva. Dipendeva in tutto dal Padre suo e da coloro che ne
avevano ricevuto l’autorità dal Padre suo, assumendo la condizione di servo [Fil 2, 7], e obbediva
senza ricavarne onore. Egli rimetteva la gloria di tutto al Padre. Se io glorificassi me stesso, la mia
gloria non sarebbe nulla [Gv 8, 54].
L’umiltà di spirito di Gesù è perciò ammirevole, magnifica, totalmente gloriosa, interamente
basata sull’amore.
Io devo vivere l’umiltà di spirito di Gesù per due motivi:
- per un motivo di giustizia: sono un nulla e un peccatore, e sono ignorante per condizione.
- e poi perché sono suo discepolo e suo servo.
Tuttavia Gesù non mi parla che dell’umiltà di cuore; sembra al suo amore di umiliarmi troppo
chiedendomi l’umiltà di spirito; questa evoca troppo il senso di miseria, la situazione di peccato, i
motivi al disprezzo. L’amore tiene velato questo aspetto; egli mi dice di essere come lui Imparate
da me [Mt 11, 29] - umile di cuore.
Che cosa significa dunque essere umile di cuore?
54
Significa amare l’umiltà di Gesù Cristo.
Significa accettare da Dio, con docilità di cuore, le umiliazioni come un bene e una virtù che gli
sono di somma gloria; significa accettare il proprio stato e i propri doveri, e non arrossire della
propria condizione; significa essere naturale nel soprannaturale. Se amo Gesù debbo
rassomigliargli: Imparate da me. - Seguitemi. - È sufficiente per il discepolo essere come il maestro
[Mt 11, 29; Mt 8, 22; cf. Mt 10, 25]. Se amo Gesù, devo amare ciò che egli ama, ciò che egli fa, ciò
che egli ha preferito a tutto; questo è migliore, più onorevole e più vantaggioso.
L’umiltà di cuore è più facile dell’umiltà di spirito, perché non si tratta che del sentimento, e di
un sentimento elevatissimo: quello dell’imitazione di Gesù Cristo, del suo amore, della sua gloria in
quelle sublimi circostanze di umiltà.
Ce l’ho io questa umiltà di cuore? Io ho quella che si accompagna con la dedizione, la fama, il
successo - che si dà e si spende per gli altri -, non quella che si abbassa, come in san Giovanni
Battista. Io amo l’incenso, ma non il grano in se stesso.
Oh mio Dio! ecco l’ora del vero combattimento: bisogna aggredire la cittadella nella sua
postazione ed espugnarla d’assalto con la tua grazia.
Giaculatoria: Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti [Sal 118, 71].
Ripetere allo scoccar dell’ora: Gesù mite ed umile di cuore. Rileggere quanto si dice su questa virtù
nell’Imitazione.
Evitare di occupare la mente con le ciance sui motivi dell’umiltà: ne so abbastanza;
significherebbe continuare a baloccarsi con il cuore invece di edificarlo.
Colazione: Imitazione, lib. 3, c. 12, Della pazienza:
Una consuetudine radicata resiste, però alla fine è vinta da una consuetudine migliore. La carne
brontolerà, ma sarà messa a tacere dal fervore dello spirito; l’antico serpente ti stuzzicherà e ti
esacerberà, ma sarà messo in fuga dalla preghiera [Im. 3, 12: 22-24].
Ecco l’ora del combattimento.
Seconda meditazione - Riparazione
C’è l’umiltà nella prosperità, nell’abbondanza, nel successo, negli onori, nel prestigio. Questa
dovrebbe essere facile; si gode anche nell’umiliarsi, nel rimettere cioè tutta la gloria a Dio: è
l’umiltà negativa.
C’è l’umiltà positiva, che nasce dalle umiliazioni interne ed esterne, che assale lo spirito, il
cuore, il corpo e le azioni esterne. L’onda mi travolge [Sal 68, 3]. È quella di Nostro Signore e di
quasi tutti i santi.
Questa io non l’ho sperimentata - né calunnie né maldicenze né umiliazioni pubbliche, nulla. É
una grazia questa? Sì, ma una grazia da infermo e da bambino; e forse è una punizione, perché io le
ho evitate con la fuga o per viltà.
Ed ho io avuto la prima umiltà, la più facile e assai onorifica? Qualche volta, ma la vanità l’ha
guastata.
Questa meditazione mi ha molto umiliato, soprattutto perché sono stato aggredito da una forte
aridità e insensibilità; si sarebbe detto che l’amor proprio si sentiva offeso per essersi riconosciuto
tanto laido!
Terza meditazione - Come acquistare l’umiltà di cuore?
Di nuovo sullo spirito di Nostro Signore dentro di me: non c’è altra cosa più pressante. Se mi
affido alle riflessioni, vengo riacciuffato dalle solite tentazioni dello spirito: concluderei di essere
umile perché ho dei bei pensieri sull’umiltà, o perché mi propongo dei begli atti da compiere; ma mi
fermerei lì, perché non ci penserei più, trascinato ed assorbito in altre cose. Che fare? Mettermi
nello spirito di Nostro Signore, contemplare lui, consultarlo, agire sotto la sua divina influenza, in
consonanza e in comunione. É sempre il medesimo ritornello: bisogna averci il pensiero, occorre
quindi raccogliersi in Nostro Signore, nella sua santa e amabile umiltà di cuore.
E come fare a pensarci con frutto e di frequente? Semplicemente volerlo: ecco il segreto. E poi
umiliarsi e chiedere perdono ogni volta che avrò mancato: nell’intenzione prima, nel corso
55
dell’azione e nell’esame dopo. Non c’è altro mezzo per venirne a capo.
[Domenica] 19 febbraio [1865]
Spirito
Prima meditazione - La povertà di Gesù
[1°] Lo spirito, la virtù, le vita di Gesù è uno spirito, una virtù e una vita di povertà assoluta e
costante. Ho meditato su questa povertà. Ho considerato il Verbo incarnato che la sposa a
Betlemme e che comincia con ciò che la povertà ha di più umiliante: un ricovero per animali; di più
rude: una stalla, una greppia, della paglia, il freddo, la notte; ed è lontano da ogni abitazione e privo
di ogni assistenza.
Per esser maggiormente povero il Verbo incarnato viene alla luce durante un viaggio ed è da tutti
rifiutato a motivo della povertà dei suoi genitori.
Va poi a passare la sua prima infanzia in Egitto, dove i suoi genitori saranno ancor più poveri ed
emarginati.
Infine ritorna a Nazareth, ove vive per trent’anni nell’esercizio della povertà:
- povero nella dimora. Basta vedere Loreto24: parte della casa è ricavata dalla roccia;
- povero nell’arredamento: c’era lo stretto necessario, e questo necessario era il più semplice e il
più comune per l’uso dei poveri: basta vedere la scodella di legno della Madonna a Loreto;
- povero nell’abbigliamento; che era intessuto di rozza lana: vedi la tunica di Argenteuil, il
mantello di san Giuseppe a sant’Anastasia e la tela grossolana delle fasce di Nostro Signore in Santa
Maria Maggiore a Roma;
- povero il cibo, frutto del lavoro di un misero carpentiere: lo scarso indispensabile.
Gesù era povero esteriormente, perché si considerava sempre e dappertutto l’ultimo. Occupava
l’ultimo posto nella sinagoga, pieno di rispetto e di deferenza verso tutti, come sogliono fare i
poveri; stava in silenzio al cospetto di tutti, ascoltava umilmente l’esposizione della legge di Dio e
le spiegazioni dei dottori della legge, non lasciava mai trasparire o intuire la sua scienza né la sua
sapienza, ma viveva la vita della gente comune della sua condizione e ne mostrava l’aspetto, e di
conseguenza ne condivideva la posizione di irrilevanza sociale.
In tutto ciò che faceva o sceglieva per sé, cercava sempre di avere il meno possibile e quanto vi
era di più povero.
Durante la sua vita pubblica, Gesù continua ad indossare la stessa veste da operaio e dell’operaio
conserva le abitudini di vita,
- prega ginocchioni per terra,
- spesso si ciba di pane d’orzo, non rifiuta quanto gli viene offerto in elemosina ed accetta gli
inviti ospitali ispirati dalla legge,
- viaggia alla maniera dei poveri,
- patisce la fame e la sete.
- La sua povertà lo rende spregevole agli occhi dei grandi e degli scribi,
- e tuttavia non esita a gridar loro: Ma guai a voi, ricchi [Lc 6, 24],
- non vuole alla sua sequela che uomini poveri al pari di lui,
- e ordina loro di non procurarsi né due tuniche, né bisaccia da viaggio, né sodi, né bastoni, nulla,
- muore abbandonato e privato persino delle sue vesti, ma io sono un verme (Sal 21, 7), e viene
seppellito in una tomba ottenuta in prestito.
- Da risorto conserva con i suoi apostoli lo stesso aspetto esterno di povertà.
- E infine, nel SS. Sacramento, riveste lo stato di povertà [fino] a tener nascosto lo splendore
della sua divinità e tutt’intera la sua umanità, al punto da privarsi di ogni libertà [esterna], di ogni
24
Questo passaggio è rivelatore del culto delle reliquie nel 19° secolo, con riferimento a Roma alla basilica Santa Maria
Maggiore e alla chiesa di Sant’Anastasia ai piedi del Palatino, a Argenteuil (Val-d’Oise) vicino Parigi, e a Loreto.
Questa indicazione di Loreto, con il riferimento: Il suffit de voir…, lascia pensare che il P. Eymard vi si sia recato in
pellegrinaggio. Ma quando? Nel gennaio 1859, durante il suo viaggio di ritorno, durante l’inverno? Oppure nel mese di
maggio 1863 dopo l’approvazione, tra l’11 e il 17? La questione rimane aperta.
56
garanzia di sicurezza, della possibilità di muoversi, di ogni facoltà e di ogni atto esterno. Egli se ne
sta lì avvolto nelle sante specie come nel seno di sua Madre, e alla discrezione degli uomini per
quanto riguarda la materia necessaria per la sua esistenza sacramentale e per quanto concerne il suo
culto.
Tale è la povertà di Gesù.
2° Ma perché Gesù ha scelto questo stato così povero?
1. Perché egli si è fatto figlio di Adamo peccatore, esiliato e spogliato di ogni diritto derivante
dalla prima creazione: il salvatore ne ha sposato lo stato.
2. Egli ha scelto l’ultimo gradino della povertà per essere il primo tra i poveri e per santificare in
se stesso tutti gli atti di povertà possibili.
3. Si è fatto povero, dice san Paolo, per comunicarci le sue ricchezze celesti e divine, per farcele
avere attraverso questo canale insostituibile [cf. 2 Cor 8, 9].
- Egli si è fatto povero perché la povertà - che costituisce la nostra condizione, la nostra
penitenza, la nostra riparazione, la nostra perfezione -, diventasse per noi onorevole, desiderabile ed
amabile in lui.
4. Egli si è fatto povero per provarci e mostrarci il suo amore.
5. Egli continua a rimanere povero nel suo stesso stato di gloria per essere sempre nostro
modello vivente e visibile.
6. Egli si è scelta una madre povera, dei discepoli poveri, una chiesa povera; tutti coloro che
aspirano alla santità devono essere poveri negli affetti e grandi santi affettivamente e per stato.
Perciò la perfezione o la semplice santità consiste nell’avere sempre meno che più, nel
semplificare la propria vita diminuendo i beni, nell’impoverirsi per amore di Gesù, nel fare in una
parola dello spirito di povertà la legge interiore ed esteriore della vita di Gesù in se stessi.
Ho adorato Gesù nella sua povertà.
Durante la messa Nostro Signore mi ha illuminato su:
1. un grande difetto, quello di voler portare a termine ad ogni costo una cosa che ho tra mano,
mentre ne è richiesta un’altra. Bisogna perciò che mi eserciti a tagliar corto e ad abbandonare tutto,
quando il dovere o il buon maestro mi chiama altrove.
2. Durante il ringraziamento alla messa mi sono soffermato su un altro difetto che mi fa molto
soffrire: la leggerezza del mio spirito nella preghiera, soprattutto in quella vocale. La ragione ha un
bel dirmi che è assurdo, che è tempo buttato, che è un’ingiuria a Dio e un’infedeltà alla grazia del
momento, lo stare a pensare a quanto dovrò fare più tardi, ecc. Io perdo o per lo meno diminuisco di
molto il merito presente e non faccio che turbare maggiormente dentro di me la pace, a causa della
violenza che mi devo imporre o del dispiacere che ne segue. Ahi! quanto cara pago questa falsa
libertà di spirito! Bisogna che io domini la mente o la metta a tacere con il cuore.
A colazione: [Imitazione], lib. 3, c. 56
O figliolo, quanto più potrai uscire da te stesso, tanto più potrai venire a me.
Come il non desiderare nulla al di fuori, produce al di dentro la pace agli uomini, lo staccarsi
da se stesso, internamente ci attacca a Dio.
Voglio che tu impari a sacrificarti perfettamente alla mia volontà senza resistenze e lagnanze!!!
[Im 3, 56: 1-3]
Seconda meditazione - Riparazione [la povertà religiosa]
per i peccati commessi contro la povertà religiosa.
La prima causa è assai meschina: è la vanità nelle cose a mio uso, sotto il pretesto che il bello è
migliore e dura di più.
Sarebbe stato necessario consultare prima la virtù e lo spirito di povertà; un solo atto di povertà
avrebbe fatto un bene maggiore alla mia anima e alla Congregazione che dieci atti di presunta utilità
od economia negli abiti più fini.
L’altro motivo è ancor più meschino: riguarda il benessere corporale. Nei viaggi mi sono
comportato come i ricchi e i potenti, e ciò è assai indegno per un povero di Gesù Cristo Noi non
dobbiamo andare a convertire i potenti nei grandi alberghi, né cercare le occasioni di edificazione
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alla mensa degli ospiti. Ciò è la prova che non ho lo spirito, l’amore e nemmeno il primo grado
della povertà religiosa.
E vi è un terzo motivo, ancor più disonorevole: le precauzioni contro il male fisico e i rimedi
contro il dolore, o gli appoggi e gli amici ricchi per il caso di bisogno. Questo non me lo riconosco,
il mio amor proprio vi si rivolta contro; ma son convinto che al fondo vi è una preoccupazione di
sicurezza umana per il caso di necessità. - Da qui un eccesso di premure e una predisposizione alla
debolezza.
Neppure i miei confratelli sono amanti della povertà; io non ne do loro l’esempio.
Non ne comunico loro la grazia, perché non pratico le virtù davanti a Dio per meritare di
riceverne la grazia per me e per loro.
Affermo con la mano sul cuore che la natura in me paventa di più la povertà concreta e personale
che l’umiltà la modestia o qualsiasi altra virtù.
Perciò bisogna cominciare dalla povertà negli abiti e procurarsi cose grossolane, secondo il
suggerimento dell’Imitazione [Im 1, 25: 34], lasciare le fibbie d’argento e contentarsi di scarpe più
povere nella forma. Il primo cappello che comprerò sarà di minor qualità.
E guadagnarsi il pane con la fatica: anche qui bisogna correre subito ai ripari; essi consistono nel
frena la gola e frenerai facilmente ogni inclinazione sensuale [Im 1, 19: 17]. Ai pasti c’è sempre la
possibilità di riservare un omaggio e un piatto di onore alla povertà di Nostro Signore Gesù Cristo,
mio Signore e Maestro.
Terza meditazione - [La povertà di spirito]
La meditazione è stata laboriosa, perché avevo la testa affaticata; ho vissuto proprio la povertà di
spirito.
Il pensiero di rilievo è stato il pelle per pelle di Satana in riferimento a Giobbe [Gb 2, 4]; - la
privazione costa di più della semplice mancanza.
Tuttavia intravedo una grande pace e una grande gioia in questo spogliamento, se io penso ai
pochi gesti del passato.
Bisogna solo incominciare: tutti i ragionamenti non valgono un atto. Bisogna gustare di questo
pane e chiederne a Dio.
[Lunedì] 20 febbraio [1865]
Prima meditazione - La povertà spirituale
Questa meditazione mi fa sempre molto bene, perché rinnova in me l’antica grazia; essa difatti
corrisponde alla verità.
1° Io non so nulla, quindi bisogna che taccia e mi metta in ascolto. - Nostro Signore che sapeva
tutto - era la parola del Padre -, ha mantenuto il silenzio di povertà per trent’anni; e davanti ai
tribunali non si difendeva. Ma Gesù taceva (Mt 26, 63).
Oh, quante colpe ho io commesso con la lingua! É evidente che il mio cuore è disordinato, dal
momento che la mia lingua - che ne è l’espressione spontanea - è tanto incoerente e ciarliera,
soprattutto tanto piena di vanità spirituale. Come se la mia linea di condotta nella direzione e la mia
scienza spirituale e religiosa fossero le migliori. Ahimè!
2° Io non ho nulla di buono dentro il cuore, che è freddo, insensibile, arido, sciocco.
Io mi sento davanti a Dio non come una bestia, ma come una pietra o un febbricitante in preda al
delirio. Il mio cuore non sa dire nulla a Dio, a Nostro Signore, alla Madonna. Se prendo in
considerazione ciò che la grazia di Dio ha operato in esso da cinquant’anni in qua, ahimè! nella
devastazione del nemico... sono rimasto solo - spini e cardi [Is 1, 7; Gn 3, 18]. Poi - ciò che è
peggio - esso si è incattivito.
3° Io non posso nulla in quanto al bene, tutto [è laido] in me. Ho fatto poco bene, molto male, e
per di più quel poco di bene l’ho fatto male e molto imperfettamente.
Ecco la mia povertà interiore.
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Ma come farne una virtù? Devo presentarmi a Nostro Signore in questo stato di povertà ed
esercitarne gli atti, come un bambino, che pure è debole, povero, ignorante, un guastatutto, e
tuttavia è felice e in pace con se stesso, perché la sua mamma è tutto per lui.
Il povero è senza risorse, senza cultura, senza prestigio; vive tranquillamente il suo stato, gli
sono cari i suoi cenci, che fanno la sua eloquenza e la sua qualifica; ancor meglio se ha delle piaghe:
diventano il suo mezzo di sostentamento.
E Nostro Signore non è migliore di una madre? Non è egli la mia dolce provvidenza, la mia luce,
il mio tutto?
Bisogna dunque ch’io lo serva in spirito di povertà, che conservi nel mondo la virtù della
povertà, che è la vera umiltà di cuore. Bisogna che viva nel mondo senza protezioni; un povero non
ne ha e così tutte le porte sono aperte per lui; i ladri non hanno nulla da rapinargli e i mondani nulla
da invidiargli, gli avari nulla da dargli.
Ho ammirato la povertà interiore ed esteriore di Gesù, di Maria, di Giuseppe.
Sto cercando qualche giaculatoria sulla povertà di spirito.
Un povero non possiede nulla,
non è attaccato a nulla,
non può nulla da se stesso,
non sa nulla per gli altri.
Altrimenti sarebbe assai ricco.
Colazione: Imitazione, lib. 1, c. 25
Progrediscono nelle virtù assai più degli altri, quelli che si sforzano virilmente a vincere proprio
quelle tendenze che sono più gravi e contrarie.
L’uomo difatti progredisce e merita una grazia tanto più abbondante nella proporzione che
vince se stesso e si contraria nello spirito. […] Due cose specialmente aiutano nella lotta per
l’emendazione: primo: l’andare violentemente nel senso contrario a quello cui ci tirerebbe la
nostra viziosa inclinazione naturale; secondo: lavorare accanitamente per raggiungere quella virtù
di cui specialmente avvertiamo la mancanza [Im 1, 25: 14-15, 18].
Avanzerai tanto più nella virtù quanto più farai violenza a te stesso [Im 1, 25: 52].
Seconda meditazione - davanti al SS. Sacramento esposto presso le Adoratrici25
Un pensiero mi ha molto impressionato durante questa meditazione: lo spirito di povertà e la
stessa povertà religiosa debbono essere il rimedio naturale contro il mio difetto predominante, la
vanità, e contro la bramosia dello zelo e del successo, la sensualità dello spirito - In una parola, il
rimedio alle tre concupiscenze in me, con le loro caratteristiche proprie del mio stato.
La povertà diventa il rimedio naturale a tutte le passioni in me. Non ho bisogno di fare sforzi per
questo, perché essa è il mio stato naturale e soprannaturale: povertà di spirito, di cuore, di
possibilità, di costanza di energie.
Si tratta di partire dal sentimento di questo stato nei confronti di Dio,
di dipendere in tutto da Dio,
dalla sua luce per il mio spirito,
dalla sua grazia per la mia volontà,
dal suo amore nel mio cuore,
dalla sua croce nel mio corpo sofferente.
Soprattutto per la mia vita esteriore la povertà è decisiva: l’umiliazione naturale della mia
condizione deve assecondare l’umiltà della grazia, sicché io dimori nella sua radice entro la terra:
Come una radice in terra arida [Is 53, 2]. Ma tutta questa povertà deve alimentarsi di amore e di
riconoscenza verso Nostro Signore per diventare una virtù genuina.
Terza meditazione - La vocazione eucaristica
Finalmente, eccomi alla mia grazia particolare.
25
Nella cappella delle suore de l’Adorazione perpetua al Quirinale.
59
Quanto lungo è stato questo deserto!
Ho meditato sulla misericordia di Dio
1° che mi chiama alla vocazione eucaristica,
1. nonostante la mia indegnità - Io ho molto peccato [1Ch 21, 8]. Sono stato e sono colpevole del
peccato che Dio ha maggiormente in orrore: l’orgoglio di vanità;
2. nonostante la mia povertà. Io non gli ho apportato nulla di degno, niente di acquisito, nessuna
virtù, nessun merito! Al contrario gli ho offerto un corpo debole, uno spirito leggero e fiacco, un
cuore meschino che lo ama - ahimè! - per la sua personale vanità e soddisfazione;
3. nonostante le mie infermità spirituali, che dovevano perdurare così a lungo e che lui ben
conosceva. Sì, in me Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto, ciò che nel mondo è debole, ciò che
nel mondo è ignobile e disprezzato, e ciò che è nulla [1 Cor 1, 27-28].
Certo, fra tutti i santi scelti da Dio per le sue opere non ce ne sono di uguali per l’origine, per gli
studi, nel successo conseguito sulla natura. Ma non devo io essere santo perché l’Eucaristia è il SS.
Sacramento? Oh sì, io lo voglio, con la grazia di Dio!
2° Come mi ha chiamato Dio e come mi ha condotto fino alla sua presenza?
1. Lui in persona: con quale dolcezza e con quale forza mi ha invitato, sedotto, portato via
durante i quattro anni dell’attesa!
2. con l’autorità: i pp. Alphonse, Touche e Colin26 per quanto riguarda la mia grazia personale.
Per quanto riguarda l’opera, il S. Padre due volte con gli interventi dei pp. Jandel e Touche, i tre
vescovi di Parigi27, la Congregazione che rende possibile questo ritiro e la sua decisione.
3. Come mi ha condotto alla sua presenza? Mi ha trattenuto nella casa di ritiro, io non l’ho
cercato; ci ha fatto offrire, tramite l’arcivescovo, la casa che abitiamo; ci ha fatto avere tutti i fondi
occorrenti, ed anche più. Egli ha iniziato con dolcezza, dignità ed efficacia.
Ci ha concesso l’esposizione secondo le nostre possibilità, e il Giovedì santo - assecondando il
suo amore e tutti i nostri desideri - l’esposizione perpetua, e ciò nonostante tutto e tutti.
E poi il fuoco non si è spento: Nostro Signore non ci ha perso nulla per l’abbandono degli
infedeli alla vocazione e degli indegni.
In breve tempo ci ha fatto ottenere il decreto di lode del S. Padre, [il] 5 gennaio 1859 e
l’approvazione l’8 maggio 1863, sette anni dopo la fondazione.
Qui c’è la mano di Dio. Sì, sì, l’uomo non ci ha messo nulla, non ha fatto nulla.
Questo è il giorno fatto dal Signore [Sal 117, 24].
[Martedì] 21 febbraio [1865]
Prima meditazione - Il servizio di Gesù Cristo
Con la vocazione eucaristica io sono addetto al servizio della persona di Nostro Signore Gesù
Cristo, in forza del mio stato religioso.
Quindi non al servizio di un santo né di un angelo e nemmeno della Madonna io son destinato - e
ciò certamente sarebbe assai onorifico e assai dolce -, ma a Gesù Cristo in persona: nessun altro ha
diritto al mio servizio all’infuori di Nostro Signore Gesù Cristo nel Sacramento.
E di che natura è questo servizio? Esso è tutto ciò che vi è di più grande in cielo e di più santo
nella chiesa: l’adorazione [di Nostro Signore] nel suo stato glorioso nel SS. Sacramento dell’altare,
con il culto più solenne della chiesa e tramite i quattro fini del sacrificio, e a nome della Madonna,
che ci ha affidato questa sublime ed angelica missione.
26
Padre Alphonse: provinciale dei Cappuccini di Francia. - Jean-Joseph Touche (1794-?), prete della diocesi di Digne,
poi Oblato di Maria Immacolata (1819-1832), poi missionario. - Jean-Claude Colin (1790-1875), fondatore e primo
superiore generale dei Maristi.
27
Alexandre Jandel (1810-1872), maestro generale dei dominicani. - I “tre vescovi di Parigi” sono Mons. MarieDominique Sibour (1792-1857), arcivescovo di Parigi, il suo ausiliare e cugino Mons. Léon-François Sibour (18071864) e Mons. François de La Bouillerie (1810-1882), vescovo di Carcassonne.
60
E ciò che è più onorifico: noi siamo i primi religiosi adoratori del SS. Sacramento esposto28, approvati per questo scopo.
Quindi, essendo io addetto e votato al servi-zio dell’adorabile persona di Nostro Signore Gesù
Cristo, gli devo l’omaggio di tutta la mia persona, di tutta la mia anima, di tutto il mio corpo, di
tutte le mie forze e di tutti i miei atti. Sarebbe un furto sottrargli qualcosa, un sacrilegio profanarli,
un tradimento destinarli ad altri.
Gesù in Sacramento deve essere perciò il centro della mia vita, come ne è la prima ed unica
legge.
Servo eucaristico, ecco la mia qualifica regale e divina!
Ma, ahimè! come ho io svolto il mio servizio? Sono stato piuttosto il commissioniere di Nostro
Signore, il suo portinaio, il suo ufficiale d’ordinanza, invece che il suo servo personale. Ho parlato
molto di lui ma poco a lui in persona; mi sono affannato come Marta mentre questo buon maestro
mi voleva ai suoi piedi; e quando stavo all’adorazione, vi stavo ad adorare più per gli altri che per
me stesso, a parlargli soltanto degli altri, ad addottrinarmi per gli altri. E invece il maestro avrebbe
voluto me, e mi diceva: “Parlami di te, aprimi il tuo cuore, dimmi i tuoi desideri e le tue pene”; io
invece, come le nubi in balia dei venti, come il vento che sibila e passa, mi affannavo su di un
lavoro estraneo, inutile e perfino dannoso, perché mi privavo della grazia della mia azione e
causavo pena a Nostro Signore Bisogna proprio essere sciocco: attendere a ciò che Nostro Signore
non vuole in questo momento e affaticarsi invano!
Ah, anima mia, confessalo senza reticenze: non ti costava correre, tu paventavi il sacrificio e il
rimprovero.
Imitazione, lib. 3, c. 52
Ho celebrato la messa a S. Prassede, alla Colonna della flagellazione, nella festa della
Passione29.
A colazione, ho letto:
Perciò io non sono degno di altro che di essere flagellato e punito perché spesso e gravemente ti
ho offeso e in molte cose molto ho peccato.[...] - Quindi mi tratti giustamente quando mi lasci
povero e desolato [Im 3, 52: 3, 1].
Si adatta bene oggi?
Terza meditazione - Il mio servizio eucaristico
Nostro Signore mi vuole interamente per il mio servizio eucaristico: senza dubbio esso è tanto
grande e importante da esigere tutta la mia persona.
Nostro Signore vuole che questo servizio eucaristico sia la legge suprema della mia vita. Nulla di
più giusto: il servizio del re passa avanti a quello dei sudditi; sarebbe un’offesa per il re se costoro
fossero preferiti o volessero spartirsi il servizio alla persona stessa del re.
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto [Mt 4,10]. Ecco il grande comandamento per un
adoratore.
Ma che cosa comporta questo servizio eucaristico? Due cose per me:
1° Compiere il mio dovere di adoratore come ogni altro religioso, poiché alla fin fine io sono
religioso, e sono in religione per essere semplice religioso e non superiore. Io devo questo servizio
28
Il p. Eymard parla delle Congregazioni di uomini esistenti di fatto come adoratori, nel 1865, aventi come fine
principale l’adorazione del SS. Sacramento esposto. - I Monaci Bianchi del Corpus Christi, fondati nel 1328, sembra
non abbiano avuto l’adorazione del SS. Sacramento esposto come primo fine. - La Congregazione di san Francesco
Caracciolo non praticava più, pare già nel 1865, l’adorazione eucaristica come attività principale. - Il p. Eymard, nel
gennaio 1862, diceva alla comunità di Marsiglia: “Nome e fine dell’istituto: è un istituto nuovo almeno nella sua forma
di adorazione pubblica e solenne con l’esposizione. Ve ne sono stati altri per il passato, ma era sempre presente un fine
secondario che ben presto ha assorbito il primo: predicazione, pensionato o - per le donne - assenza del sacerdozio
ordinato. Noi dobbiamo prima di tutto adorare, poi verrà lo zelo nelle opere: prima il focolaio, poi la fiamma”. (cf. Note
del p. Leroyer, D 2, 414).
29
La chiesa di S. Prassede conserva, nella cappella San Zenone, la santa Colonna della flagellazione. In questo martedì
della Sessagesima, il Messale romano aveva come messa votiva, tra le feste mobili, la messa della Passione di Nostro
Signore Gesù Cristo.
61
al mio maestro, e a me questo nutrimento, questa vita dell’amore divino, questa virtù regale. Sarò
severamente punito se non assolverò questo dovere.
2° Formare i miei confratelli come buoni religiosi e buoni adoratori. É il mio secondo dovere, o
meglio esso è incluso e dipendente dal primo, e lo completa: adorare e far adorare, servire e far
servire il più perfettamente possibile.
È assai triste dover confessare davanti a Dio quanto spesso ho mancato a questi due doveri con la
mia incuria, le mie schiavitù, i miei dubbi non fugati.
In una parola non mi sono dedicato totalmente al mio servizio, con il pretesto della gloria esterna
di Dio e del bene della Congregazione. E che cosa è accaduto? Tutte quelle visite, tutte quelle
deferenze verso il prossimo non hanno migliorato la Congregazione e non hanno fruttato alcuna
vocazione seria: la pubblicità, gli amici, gli ammiratori, tutto è risultato vano.
La verità è Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato [cf. Gv 6, 46].
Le vocazioni di adoratore vengono dal cielo e non dalla terra. Il Padre cerca tali adoratori [Gv 4,
23]; essi sono il frutto dell’adorazione stessa e del compiacimento del Padre in noi e di Gesù Cristo
nei suoi servi. A queste condizioni si merita la sua fiducia; e poiché egli conosce le buone
vocazioni, la sua divina Provvidenza le indirizzerebbe a noi anche a mezzo di un angelo, se io fossi
un vero superiore e un fedele adoratore.
Sono io la causa di questa sterilità, poiché Il mio cuore abbattuto come erba inaridisce,
dimentico di mangiare il mio pane [Sal 101, 5].
Verso la fine della meditazione m’è venuto un bellissimo pensiero, senza dubbio dalla
misericordia di Nostro Signore. Io gli chiedevo come egli mi volesse al suo servizio, e allora mi
parve di intendere queste parole: “Appartieni a me nel mio Sacramento, come io sono appartenuto
al Padre mio nella mia incarnazione e nella mia vita mortale”. Questo pensiero mi ha fortemente
impressionato; ne ho ringraziato il buon maestro e ho rinnovato la mia donazione a lui per essere
totalmente suo, come egli era del Padre suo. Come Gesù appartiene al Padre nella sua vita divina di
Verbo, com’egli appartenne al Padre suo nella sua vita mortale, com’egli appartiene al Padre nella
sua vita sacramentale, ecco ciò che devo approfondire e ricopiare in me.
Oh, che bel pensiero! Io devo essere per Gesù ciò che Gesù era per il Padre: Io in loro e tu in me
[Gv 17, 23]. - Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore [Gv
15, 9]; è il Cristo vive in me [Gal 2, 20] di san Paolo. Preghiamo per capire questa verità e per
dedicarvi corpo e beni.
[Mercoledì] 22 febbraio [1865]
Prima meditazione - Il servo
Io devo appartenere a Nostro Signore come egli appartiene al Padre suo, perché il Verbo si fece
carne per comunicarci la sua vita divina.
Ora io constato che il Padre celeste ha dato a N. S. il titolo di “servo”, Il giusto mio servo
giustificherà molti [Is 53, 11].
Il salvatore assume il titolo di servo: Io sono tuo servo [Sal 118, 125].
Ma che cosa fa un buon servo? Tre cose:
- dimora sempre presso il suo padrone,
- si tiene a disposizione per eseguire prontamente e amorosamente tutte le sue volontà,
- non lavora che per l’onore del suo padrone.
Ora Nostro Signore si è distinto in queste tre caratteristiche del servo, come uomo:
1° Egli stava sempre presso il Padre e con il Padre; il suo spirito lo contemplava
incessantemente: adorava la sua verità e contemplava la sua bellezza; era la visione beatifica,
eccezion fatta del tempo della sua passione30. Effettivamente si vede nel Vangelo che Nostro
Signore si rivolge al Padre suo come a uno che contempla, e il Padre e lo Spirito gli si manifestano
in modo visibile. D’altra parte Nostro Signore fa due affermazioni che ce ne accertano
assolutamente:
30
L’opinione ha avuto sostenitori tra certi teologi nel 19° secolo. Attualmente la maggioranza dei teologi è contraria a
questa opinione.
62
- Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre [cf. Gv 5, 19]. Egli perciò
vedeva continuamente il Padre, per fare, dire, pensare le medesime cose.
- Una seconda cosa afferma Nostro Signore: il Padre che è in me compie le sue opere [Gv 14,
10]. C’era quindi unione tra il Padre e Nostro Signore.
Il vangelo dice ancora: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto [cf. Mt 4, 1]. Perciò egli era
sotto la guida dello Spirito santo.
Ebbene! ecco il mio posto a fianco di Nostro Signore : è il posto dell’angelo adoratore che
attende gli ordini di Dio, e quello del servitore come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni;
[..]. così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio [Sal 122, 2].
I servi di un re stanno presso la sua persona e lo assistono. É quanto hanno fatto tutti i santi,
cammina davanti a me, - Camminò con Dio [Gn 17, 1; Gn 5, 22], così si afferma di Enoch e di Noè
- parimenti i santi del Nuovo Testamento. É quindi possibile e necessario.
Ma non costava all’anima di Nostro Signore, della Madonna, degli angeli lo stare con Dio? É
vero, loro ne godevano, ma io ho la grazia di Dio.
E poi è col cuore che si dimora presso N. S., e il cuore - quando ama - non soffre di stare con la
persona amata.
Eppure ciò mi appare ed è molto difficile per me, dimorare cioè abitualmente e con tutto me
stesso presso Nostro Signore.
Il mio miserabile spirito adesca con tanta facilità il mio cuore; e poi c’è la vecchia abitudine di
andar svolazzando su tutto, eccetto quando si occupa di uno studio di sua scelta o quando s’imbatte
in persone simpatiche.
2° Nostro Signore non faceva che ricopiare l’azione del Padre, compiendo in tutto la sua volontà:
egli era l’eco della sua voce, la riproduzione umano-divina del pensiero della parola dell’azione del
Padre - come avviene per il telegrafo.
Ed io, che cosa devo ricopiare? Io devo obbedire a Nostro Signore e compiere ciò che egli vuole
per il momento, nell’esercizio di questa virtù; ben deciso a praticarli con anima e corpo,
coll’ispirarmi perciò al suo pensiero e al suo desiderio, per abbandonarmici con amore e fedeltà. È
una vita di famiglia; e non devo dimenticare che Nostro Signore è in me che vuole agire. Ma il
Padre che è in me compie le sue opere [Gv 14, 10].
3° Nostro Signore non lavora che per la gloria del Padre, e rifiuta e rinvia prontamente al Padre
ciò che gli viene attribuito in quanto uomo. Perché mi dici buono? - Io non cerco la mia gloria [Lc
18, 19; Gv 8, 50].
Il servo buono cerca il bene del suo padrone invece del proprio bene: lo si afferma abitualmente,
si tratta di questione di buona creanza. Perciò io non devo cercare che di piacere a Nostro Signore,
che è il mio padrone, di far fruttificare la sua grazia e i suoi doni a sua maggior gloria.
Colazione: [Imitazione] lib. 3, c. 7
È meglio avere scarsa cultura e poco ingegno, con umiltà, che grandi tesori di sapere con una
vana compiacenza; è meglio per te avere poco, che avere molto di cui tu possa insuperbirti [Im 3,
7: 13-14].
Se tu sapessi mantenerti sempre umile e misurato, se tu sapessi sempre frenare e guidare bene il
tuo spirito, non andresti così facilmente a urtare contro pericolosi ostacoli [Im 3, 7: 18].
Ecco la vera luce del giorno.
Quanto è buono il Signore!
Seconda meditazione - Ripetizione
Riparazione e supplica.
Questa considerazione su Nostro Signore, che mi sembra tanto naturale e consolante, diventa per
me molto difficile: il mio cuore non vi ha trovato ancora il suo tesoro. In realtà io cerco sempre ciò
che mi piace e non ciò che devo fare; non mi faccio violenza e non voglio con fermezza.
Terza meditazione in pellegrinaggio
63
[Giovedì] 22 [23] febbraio [1865]
Prima meditazione - Lavorare alle dipendenze di Nostro Signore
Ho considerato di nuovo Nostro Signore come totalmente sottomesso al Padre, che ripete
fedelmente e con amore la sua parola e le sue azioni, che esegue perfettamente i suoi comandi, e che
non fa nulla né dice nulla da se stesso.
Ho ammirato Nostro Signore a Nazareth, la sua vita insignificante agli occhi del mondo, ignorata
dagli uomini e tanto semplice in se stessa. Eppure il Padre la gradisce più di ogni altra: egli si
compiace nel suo divin figlio e nostro salvatore, che nascosto glorifica lui e santifica noi, non
avendo altri testimoni che lui, che si occupa nel suo miserabile stato di cose di sì poco valore. In
realtà questa vita nascosta è tutta rivolta a Dio: glorifica più Dio con il sacrificio di sé che con tutto
il prodigarsi al di fuori di sé. Qui sta il regno di Dio dentro di noi stessi. Di fatto ci sono più operai
che maestri; e la vita contemplativa è più perfetta della vita attiva: essa è la morte e la tomba
dell’amor proprio. Nostro Signore modifica il mio cammino e cambia la mia grazia: egli vuole
mantenermi vicino alla sua persona e mi attira con più forza a lui interiormente: è quindi una grazia
molto grande.
Io lavorerò con il re nel suo studio privato. Sarò il suo confidente, eseguirò direttamente i suoi
ordini, ripeterò le sue stesse parole senza aggiungervi nulla, farò le azioni ch’egli mi mostrerà;
metterò in esecuzione i piani ch’egli elaborerà per me. Io sarò lui in duplicato, il corpo della sua
anima, la libertà del suo desiderio, l’esecuzione umana che egli renderà divina in forza della nostra
unione31.
Ma che cosa devo fare precisamente? Lavorare all’interno, sulla mia interiorità, su di me
anzitutto. Cristo che è in me compie le sue opere [cf. Gv 14, 10]. Ma come fare perché egli dimori
in me? Bisogna che io dimori in lui: Nostro Signore dimorerà in me nella misura in cui io dimorerò
in lui. Questa dimora si stabilisce con la donazione reiterata e con l’offerta, esercitata con gli atti
della virtù, fortificata e sostenuta nell’amore, e nell’amore attivo non gioioso. Il fuoco non gode di
se stesso, e nemmeno la vita perché essa si prodiga e si dona.
Oh! da tanto tempo Nostro Signore mi ci attira e sempre io sfuggivo all’esterno, perché
immaginavo - al pari delle persone ignoranti - che soltanto il darsi da fare, il lavoro esteriore e il
prodigarsi valgono qualcosa. Non è certo piacevole starsene sempre dentro una casa dove regnano
la miseria, la malattia e la sofferenza: si scappa o per la noia o per il desiderio di cose diverse; è il
vento della vanità che si libera.
Giaculatoria: In me regna ed impera.
A colazione: Imitazione, lib. 3, c. 43
O figlio, non ti lasciare affascinare dalle parole belle e ingegnose degli uomini; poiché il regno
di Dio non consiste nelle parole ma nella virtù.
Volgi la mente alle mie parole che infiammano i cuori e illuminano la mente, generano la
compunzione e portano una sempre nuova consolazione.
Non devi mai leggere nemmeno una parola con lo scopo di poter sembrare più istruito o erudito
[Im 3, 43: 1, 3, 13, 2].
Seconda meditazione - La gloria di Nostro Signore
Ho meditato su Nostro Signore che cerca solo la gloria del Padre. Tutto ciò che è grande
miracoloso buono egli lo riferisce al Padre suo. Perché mi dici buono? [Lc 18, 19] - Io non cerco la
mia gloria, ma la gloria di colui che mi ha mandato, il Padre [cf. Gv 8, 50]. - E io glorificassi me
stesso, la mia gloria non sarebbe nulla [Gv 8, 54].
Nostro Signore si dice inviato. Egli compie l’opera del Padre non la sua. Ho compiuto l’opera
che mi hai dato da fare [Gv 17, 4]. Ma egli serba per sé tutto ciò che c’è di umiliante, di doloroso,
di misero - Figlio dell’uomo; servo [cf. Dn 7, 13; Mt 8, 20].
31
Non in senso assoluto, ma a motivo dell’unione della “divina” grazia santificante.
64
Ecco il mio compito: io non devo affatto avere un nome al servizio di Nostro Signore all’infuori
di quello generico di servo - al quale non è dovuto alcun onore, alcun affetto, alcun’altra
prerogativa; gli angeli non hanno un nome, ad eccezione dei tre principi, che sono stati certamente i
più umili.
Esaminando sotto questo punto di vista la mia condotta, ho avuto assai da umiliarmi del mio
servizio, a somiglianza di quel domestico di Lione, che aveva portato un bel quadro del suo padrone
alla mostra e se ne faceva vanto!
Il male in me predominante è sempre stato il successo, la buona riuscita, il far servire, il far
adorare, il far amare; e mi limitavo a questo - come se tutto il mio compito fosse terminato, come se
fossi un palo o una segnalazione stradale! O anche...32
Terza meditazione - Replica
Son tornato a riflettere sulla mia anima e sul suo stato.
Vedo con grande terrore in quale misura, alla più piccola occasione, il naturale ritorna ogni volta
al suo vomito:
- il mio spirito alle sue attività, alla sua leggerezza, ai funambolismi e alle arguzie spiritose,
- il mio cuore alle ansie e alle preoccupazioni per il prossimo,
- la mia volontà tanto caparbia in ciò che fa per suo gusto e in prospettiva della libertà,
- e così il mio interiore, calmo e spesso raccolto nell’orazione, perde tutto in un istante e non
pensa più a Dio,
- con il prossimo io dimentico Dio.
È sempre la tendenza naturale - che non è morta né domata o incatenata - che riemerge ad ogni
istante. Il mio albero spirituale non ha radici: io sono come una pianta in una serra riscaldata, che
portata all’aperto avvizzisce o gela. In me perciò c’è soltanto una vita fittizia, ardente quando è
davanti al fuoco e gelida quando vien lasciata a se stessa.
Donde proviene ciò? Da due cause:
[1°] Fuori dell’adorazione io non mi nutro spiritualmente di quanto faccio; non mi applico allo
studio per devozione, ma in vista dell’apostolato. Io mi dissipo con il prossimo invece di lavorarvi
con il pensiero a Dio: c’è una febbre in me che mi debilita e mi consuma.
Bisogna perciò che io lavori e che mi nutra della virtù di questo lavoro, in spirito di
raccoglimento in Dio e nella sua volontà; occorre che mi padroneggi e che dica a me stesso: sto
dando gloria a Dio in questo.
[2°] Io non ho a disposizione un centro, che possa riparare le mie forze e possa alimentarle man
mano che mi do all’attività; scorro via come un torrente o come il guizzo e lo schianto della polvere
che prende fuoco.
Abbisogno del senso abituale di Dio, della sua presenza, della sua volontà, o della sua gloria, o di
un mistero, o di una virtù. In una parola questo mi è necessario: Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Cristo Gesù [Fil 2, 5].
Questo sentimento è una grazia e una virtù. Cerca la gioia nel Signore [Sal 36, 4].
Ma come giungervi? Con l’amore, dice l’Imitazione.
[Venerdì] 24 febbraio [1865]
Prima meditazione - Il ministro di Gesù Cristo
Ho meditato su Nostro Signore, che opera come inviato alla dipendenza assoluta del Padre, nelle
parole e nelle azioni.
1° Nelle parole. Io non ho parlato da me. Tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto
conoscere a voi [Gv 14, 10; Gv 15, 10]. - Ecco dunque, Nostro Signore non dice nessuna parola da
se stesso: egli ascolta il Padre e lo consulta.
32
Frase incompiuta.
65
Quindi ripete la parola divina con fedeltà, senza aggiungervi nulla e senza nulla detrarne. Egli è
la parola del Padre, il Verbo del Padre [cf. Ap 19, 13].
Egli ripete la parola divina con rispetto: essa è divina, essa è santa.
La ripete con amore: essa è una grazia, le parole che vi ho detto sono spirito e vita [Gv 6, 63].
La ripete con efficacia, perché essa deve santificare il mondo, ricrearlo alla luce della verità,
riscaldarlo con il fuoco dell’amore, e un giorno giudicarlo. Non ci ardeva forse il cuore nel petto
mentre conversava con noi lungo il cammino? [Lc 24, 32]
La parola di Gesù Cristo è spirito e vita, è onnipotente. Se le mie parole rimangono in voi,
chiedete quel che volete e vi sarà dato [Gv 15, 7]. - Egli parla e tutto è fatto [Sal 32, 7]. Le parole
di Gesù Cristo sono i raggi di questo sole di verità. Io sono la luce del mondo [Gv 8, 12]. Esse sono
la luce in mezzo alle tenebre.
Ora io devo essere per i miei confratelli e [per] il prossimo la parola di Cristo [Col 3, 16]. Gli
apostoli lo furono. Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto [Mt 10, 20; cf. Gv 14, 26]. San Paolo: La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente [cf. Col 3,16].
Io dunque devo mettermi in ascolto, cercare di comprendere, sforzarmi di ripetere questa parola
interiore di Gesù Cristo: ascoltarla con fede, accoglierla con rispetto e amore, trasmetterla con
fedeltà e fiducia, con dolcezza e forza.
Ahimè! quanto poche volte mi sono ispirato alla parola di Gesù Cristo e quanto spesso invece a
ciò che mi suggeriva il mio amor proprio o il prossimo mondano! Così io ho parlato il linguaggio
delle passioni e delle concupiscenze - camuffato sotto la maschera dello zelo per Nostro Signore e
per la Congregazione.
Perciò le mie parole erano sterili, sconsiderate, indegne di un ministro di Gesù Cristo. Il mio
amor proprio sa scoprire con facilità il lato debole e il lato forte della mondanità del prossimo; e con
quale abilità sa adottare il linguaggio di ciascuno! E poi, per espiare questa mondanità, io finisco
con Nostro Signore Gesù Cristo; ma, ahimè! è troppo tardi. Serve solo a calmare le forti proteste
della mia coscienza e i rimproveri dello Spirito santo!
2° Nostro Signore compiva solo le azioni che il Padre celeste gli ordinava, e vi si atteneva fin nei
più piccoli particolari - Non faccio nulla da me stesso [cf. Gv 8, 28] -, egli adempiva fino allo iota e
all’apice la volontà del Padre.
Ebbene, proprio questo è il dovere di un vero servitore e di un vero ministro di Gesù Cristo. Gli
stessi termini lo esprimono.
Non è già un onore assai grande avere Gesù Cristo come maestro, vederlo abbassarsi a guidarmi
in tutto, fino ai più piccoli particolari? Perché allora non fare quello che egli fa e nel modo con cui
egli lo fa e per lo scopo per cui lo fa? Io sono suo apprendista; se agirò a questo modo, potrò
acquistare la libertà, la pace, l’unione con Dio; il mio centro non sarà più ciò che faccio io, ma ciò
che fa Nostro Signore, dimora in me [Gv 6, 56].
Non attenderò ad altro che a ciò che vuole Nostro Signore e per tutto il tempo che lui vuole. Va’,
ed egli va; vieni, ed egli viene [Mt 8, 9]. Ma ciò richiede un mutamento nella maniera di condursi,
un cambiamento di capo e di principio, una rivoluzione, e violenta, con l’incendio e le catene e la
morte dell’uomo vecchio.
Come arrivarci? - Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza
dell’Altissimo [Lc 1, 35].
Ho preso la risoluzione di leggere con rispetto sommo la parola di Dio, e di pronunciare con
fervore le preghiere liturgiche della chiesa, che sono ispirate dallo Spirito santo; esse non sono che
la preghiera dello stesso Spirito santo tramite la sua sposa.
Seconda meditazione una mezz’ora di rendimento di grazie per le cose stupende lette nel Plati33.
33
Girolamo Piatti sj (1545-1591), De Bono Status religiosi - (Du bonheur de la vie religieuse, trad. Girard, 1644), che
aveva scoperto al Seminario francese.
66
Terza meditazione - La congregazione e le sue grazie
[1°] Nostro Signore mi ha fatto molto onore concedendomi la grazia di chiamarmi a lavorare per
la Congregazione del SS. Sacramento. Egli non poteva fare onore più grande a me - a uno più
indegno e più miserabile nel mondo.
Per una Congregazione simile sarebbe stato necessario il più grande principe del mondo, il
sacerdote più esemplare, il religioso più perfetto. In questo sta la gloria degli altri istituti religiosi:
tutti hanno avuto una celebrità o qualche cosa del genere, almeno alle loro origini.
La Congregazione del SS. Sacramento doveva derivare la sua gloria dal divin maestro soltanto;
ed è più che bastevole, perché egli è vivente, mentre tutti gli altri istituti onorano soltanto un
mistero del passato o professano semplicemente la perfezione evangelica.
E quelle grazie tramite S.B.34, ecc.! - senza pericolo come senza vanità.
2° Dio mi ha dimostrato un grande amore e una grande bontà nell’affidarmi questa missione: - il
Padre celeste ci dona e ci affida il suo Figlio, - Nostro Signore vuole dimorare proprio con noi, - lo
Spirito santo si occupa della formazione a questo tipo di vita nuova.
E non è tutto. Il Padre ci invia le vocazioni: Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre
[Gv 6, 44], - il salvatore ci affida la missione di formarle, - e lo Spirito santo ce ne dà la grazia.
È il più grande degli onori: la chiesa, senza conoscermi, senza avere io alcun titolo personale e
senza aver fatto nulla di notevole per essa, ci affida i suoi sacerdoti e i suoi figli, ci trasmette la sua
autorità e i suoi poteri, ci autorizza a chiamare e a educare al sacerdozio, a ricevere i voti a suo
nome e a formare dei veri religiosi. Essa vuole rimanere la madre sovrana di questa nuova famiglia.
- Non è questo un grande miracolo?
3° Ma ecco il più grande per me: la persistenza della Congregazione e del suo carisma. Essa
doveva perire per la mancanza di una guida forte e costante: io sono stato troppo assorbito
all’esterno, e all’interno per dei nonnulla: era possibile impossessarsene e farla deviare:
- per l’assenza di un’autorità unica e riconosciuta: poteva nascere una fazione, sarebbe stato
facilissimo;
- per i contrasti dei caratteri e delle mentalità; per le miserie, senza dubbio innocenti nelle
coscienze: si partiva da un principio diverso, non si annetteva sufficiente importanza al principio
vivente, prima legge di un organismo che sta per nascere. - La religione è basata sull’autorità
docente. La legge del Vangelo fu la parola dell’Apostolo. Il vangelo venne messo in iscritto molto
[più] tardi. Andate dunque e ammaestrate tutte le genti. - Chi ascolta voi ascolta me [cf. Mt 28, 19;
Lc 10, 16].
- per gli oneri superiori alle capacità, ed anche per il mio poco ordine e la mia scarsa abilità
economica;
- a causa di uno spirito maligno, o di uno spirito estraneo all’anima e allo scopo della
Congregazione;
- per lo scoraggiamento, quando mi trovai tutto solo o quando esplodeva l’opposizione e
seguivano le defezioni.
Ebbene, tutto ciò non è servito che a far luce, a effondere ulteriore grazia, a consolidare la
fondazione: dopo una violenta burrasca seguiva una grande grazia.
Oh sì, Dio mi ha molto amato, egli mi ama e me lo dimostra chiaramente. Io dovevo essere
dimesso dalla Congregazione come indegno, deposto come incapace - contentandomi di essere
lasciato in un piccolo canto per adorare Nostro Signore nella tomba dell’oblio. Nostro Signore
avrebbe dovuto farmi morire dopo l’approvazione, perché io potevo essere utile per incominciare,
ma non lo sono per consolidare, far crescere e perfezionare la prima grazia.
Eccomi, o mio Dio, totalmente a tua disposizione! Tieni conto della tua gloria e del bene della
Congregazione. Mi sembra che in questo momento e da qualche tempo in qua, accetterei senza
rimpianti di andare a seppellirmi nella solitudine, o di rifugiarmi in un paese misero, sconosciuto,
povero e dimenticato, purché potessi avere con me un tabernacolo. - Trionfi la tua gloria!
34
S(uor) B(enedetta?). Nel febbraio 1865 non si era ancora scoperta la falsità dei suoi pretesi favori soprannaturali. Il 21
marzo 1865 il p. Eymard scrisse una lettera a suor Benedetta in occasione del suo onomastico. Cf. anche la lettera del
21 gennaio a madre Margherita (Lettres II, 299).
67
[Sabato] 25 febbraio [1865]
[Prima meditazione] - La congregazione ed io
Mi sono esaminato sul come ho risposto all’onore e alla fiducia di Dio e della Chiesa.
Sento un gran dispiacere nel constatare la poca gloria che ho tributato a Dio: una gloria ed un
regno esteriori; per l’interiore, poco e questo poco per di più molto imperfetto.
Non mi è possibile ritornare [su] questa perdita per porvi rimedio: le occasioni sono passate. Che
cosa mi serve al presente l’essermi messo tanto avanti, l’aver mostrato con tanta insistenza le nostre
grazie, la bellezza della Congregazione e della nostra vocazione, i sacrifici da essa affrontati in
comune con le altre? Tutto ciò era viziato dal naturalismo e dall’interesse personale; perché non
glorificare Nostro Signore con un silenzio personale assoluto?
E poi, non avrei fatto meglio a lavorare non per la gloria, l’onorabilità e la diffusione della
Congregazione, ma per la santificazione interiore di essa? Oggi essa avrebbe radici, gli uccelli del
cielo verrebbero a posarsi sui suoi rami e a costruirvi il loro nido.
Con il benessere, la scienza, le qualità esteriori non si attira ad una Congregazione religiosa che
le persone e i soggetti dal sentimento naturale, il cui spirito ed egoismo vi trovano a questo modo un
alimento predisposto.
Le vocazioni sante sono attirate unicamente dalla grazia della santità e dal compiacimento che
Dio dimostra in una famiglia religiosa; e non ci si affeziona che con i mezzi e le grazie di santità,
perché ci si distacca da se stessi e ci si unisce più intimamente a Dio nella propria vocazione;
quando la forza coesiva tra due corpi perde il suo potere di attrazione, i corpi si distaccano e si
separano.
Indubbiamente il demonio ha favorito questa attività esagerata, che affaticandomi mi rendeva
difficile il resto e mi costringeva sempre a rinviarlo e infine ad abbandonarlo. Avvertivo l’obbligo
poi di discolparmi.
Ma il punto essenziale di questa meditazione è la considerazione dello scopo che mi ero prefisso
nei primi tempi, totalmente rivolto alla gloria del SS. Sacramento, al suo apostolato, alla sua
organizzazione; non ritenevo molto importante per me il donarmi personalmente al SS. Sacramento
con tutto il mio essere, per glorificarlo con questa immolazione e con questa sepoltura.
Finalmente oggi, dopo un mese di ritiro, un poco lo vedo. É certamente la grazia più grande; e
non l’avevo percepita prima d’ora. Oggi ne sono consapevole. Bisogna che consideri questo
sentimento come una grande misericordia. Infatti se mi fermassi troppo a lungo sulla mia
colpevolezza, la mia povera testa si bloccherebbe; e il mio cuore o cercherebbe delle scuse senza
motivazioni, oppure sarebbe tentato di concentrarsi e di immergersi in questo panorama così
deludente per una vita che ha abbandonato e sacrificato tutto. E per chi? Per un uomo? No. - Per
quali ragioni? Per delle preferenze personali? No. - Per la gloria di questo mondo religioso? Sarebbe
una pazzia. - Per il benessere? Ne godevo di uno migliore. Perché dunque? Ahimè, ecco la ragione:
Il serpente mi ha ingannato [Gn 3, 13]. L’amor proprio ha trovato il verso di insinuarsi nell’amore
di Dio, e il senso naturale il modo di viziare il soprannaturale.
Ecco svelato il mistero. Che cosa devo fare? [cf. Mc 10, 17] - Rem.
A colazione: Imitazione, lib. 2, c. 3
Invece l’uomo sereno e imparziale, volge tutto al bene. Chi vive davvero in pace non sospetta di
nessuno […] - Comunque è certo che tutta la pace che possiamo avere quaggiù consiste piuttosto
nel disporci a soffrire con umiltà che nel non trovare affatto contrarietà.
Seconda meditazione
+ in città
Terza meditazione - Il bisogno di Dio
Ho meditato sul bisogno di Dio. L’anima nel mondo soffre: tutto ciò che vede la distrae, tutto ciò
che ascolta la dissipa e la turba; e spesso s’imbatte nella tentazione, nella vanità e nell’espansività
verso le creature.
68
E così abitualmente mi assale la tristezza quando mi trovo nel mondo: mi ci trovo esposto al
pericolo, mi sento a disagio fuori del mio centro e avverto un senso di paura.
Ritorno con gioia alla mia cella e alla presenza di Nostro Signore.
Ero stordito da tutto quel rumore e ho faticato a raccogliermi. Alla fine però Nostro Signore ha
benedetto la mia povera meditazione, mettendo un po’ d’ordine dentro l’anima mia. Lo vedo
chiaramente: non è questa la mia grazia, al presente.
La mia è una grazia di interiorità. E poi io non so più trattenermi, salvaguardarmi, tenere a freno
la lingua quando mi trovo nel mondo; si direbbe che la familiarità con Nostro Signore mi rende
ancor più espansivo con gli altri; ed è una disgrazia per me, perché mi procuro ferite nell’anima. E
poi capita sempre, nei rapporti esterni, che prevale la curiosità di sapere e di vedere ciò che può
essere utile da riferire. Insomma, c’è sempre per la vanità una piccola messe, o una tentazione, e
spesso, molto spesso, anche una colpa.
[Domenica] 26 febbraio [1865]
Prima meditazione - L’adorazione
Ho meditato sull’adorazione.
Ho visto anzitutto che le mie adorazioni sono molto difettose sotto due aspetti: pensieri troppo
vaghi, - adorazioni di zelo. Ma non si tratta all’adorazione, o anima mia, di essere apostolo né dì
essere superiore: bisogna essere semplicemente adoratore; fare cioè di tutto il mio essere e di tutta la
mia vita presente e futura un omaggio di giustizia e di amore a Nostro Signore Gesù Cristo nel SS.
Sacramento dell’altare, solennemente esposto per me - adorarlo con la mia persona. Questo è il
punto essenziale. Io non cerco che tu mi dia qualche cosa, ma che tu mi dia te stesso [cf. Im 4, 8:
3].
Bisogna che io adori Nostro Signore, il suo amore nel SS. Sacramento, i suoi sacrifici, il suo
stato, la sua bontà - in una parola i motivi dell’istituzione, della perpetuità e della multilocazione
dell’Eucaristia. Bisogna anche che io mi metta in rapporto con la grazia fondante e alimentatrice di
questo divin Sacramento, che mi unisca a Nostro Signore con questa grazia e lo glorifichi nel suo
stato sacramentale; e allora la mia anima sarà nel suo ambiente vitale. Rimanete nel mio amore [Gv
15, 9]. Non devo andare all’Eucaristia attraverso i misteri e le virtù di Nostro Signore; devo
penetrare proprio nel cuore di questi misteri e di queste virtù dell’Eucaristia. È il sole che produce i
raggi; sarebbe troppo lungo risalire fino al sole attraverso un raggio: si finisce col fermarsi per
strada.
La grande grazia della mia meditazione è consistita nell’aver compreso l’eccellenza della nostra
vocazione, che fa dell’adorazione uno stato stabile, l’attività principale della vita e lo scopo stesso
della perfezione dello stato religioso, - che ci fa fare per dovere e per voto ciò che nel mondo si fa
liberamente e tanto di rado; - a questo modo l’istituto è la Congregazione di Nostro Signore e la sua
guardia divina, - noi siamo chiamati a compiere quello stesso che fa il cielo.
Ma il mio spirito era troppo affollato di pensieri, la mia anima ha corso troppo, ha insistito
troppo nel considerarne la bellezza e l’eccellenza invece di concentrarsi sul bene dell’amore per me.
Ritornerò sull’argomento. Proposito: rendimento di grazie, per un’ora.
Colazione: Imitazione, lib. 3, c. 7
Ho letto l’Imitazione di Cristo, nei testi citati più avanti. Grande verità, che mi conferma nella
luce di cui Nostro Signore mi ha favorito, e cioè: sono troppo attaccato alla pace del cuore, alla
dolcezza del raccoglimento e al godimento di Dio; quando poi sono stato troppo dissipato o quando
mi sento arido e insensibile, mi affliggo eccessivamente di questo stato e tento ogni sforzo per
ritrovare il sentimento di Dio, e mi comporto come un bambino, che non finisce di chiedere perdono
alla sua mamma fino a che ella non l’abbia preso in braccio. Io mi comporto allo stesso modo, e per
questo perdo il mio tempo; è meglio umiliarsene una buona volta, accettare questo stato penoso e
mettersi al lavoro!
E poi, ricorda, che, quando avrai la consolazione della grazia, non farai perciò tanto progresso
nella vita spirituale, (quanto invece ne farai) se sopporterai umilmente, generosamente,
69
pazientemente,la mancanza di essa, in modo da non rallentare (per tale mancanza) il tuo fervore
nell’orazione, e da non permettere che alcuna delle tue pratiche di pietà subisca la minima
alterazione. Ché anzi (in tali casi) devi far volentieri, per quanto dipende da te, quanto meglio puoi
e sai.
Vi sono difatti molti che, non appena qualche cosa non va loro bene, diventano scoraggiati e
negligenti.
Ecco una grande grazia che mette a nudo un grande difetto: attenzione quindi e rendimento di
grazie!
Seconda meditazione - presso i pp. Passionisti35
Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo? (Sal 54, 7)
Terza meditazione - Sull’impressione della mia lettura
Sui pericoli del mondo36, sul numero di coloro che si dannano, e su quale grande grazia di
salvezza è la vita religiosa, che ci strappa dai pericoli, ci difende contro le insidie del mondo e ci
fortifica contro le nostre personali tentazioni e contro le nostre passioni, sempre feroci anche
quando sono state domate.
Oh, che costernazione queste migliaia di cristiani che vivono tranquilli nel male e che si
risvegliano al tribunale di Dio!
[Lunedì] 27 febbraio [1865]
[Prima meditazione] - L’adorazione
La meditazione è stata migliore di quella di ieri mattina; ho pregato con più fervore e ho vigilato
con più attenzione al momento del risveglio; ho scansato così il pericolo che il mio spirito si aprisse
alle cose del mondo o ad interessi estranei.
Ho iniziato la meditazione con sentimenti [illeggibile] di riconoscenza per la mia vocazione e per
la felicità di essere addetto al servizio personale di Nostro Signore Questo inizio ha raccolto la mia
anima e le ha reso facile l’effusione dei sentimenti.
L’adorazione in sé è il culto di latria reso a Nostro Signore Gesù Cristo, culto di venerazione, di
onore, di docilità, di devozione.
Per questi motivi, il cieco nato, E gli si prostrò innanzi [Gv 9, 38]. Tommaso, Mio Signore e mio
Dio [Gv 20, 28]. E i magi, prostratisi lo adorarono [Mt 2, 11].
[1°] Culto esteriore di rispetto: ecco la professione di fede, il culto che ci viene prescritto dalla
chiesa e l’omaggio del nostro corpo. Tutto il resto non conta nulla davanti a N S.: Sei tu il mio Re,
Dio mio [cf. Sal 43, 5].
Non devo prestare attenzione ad alcuno davanti al SS. Sacramento, soprattutto se esposto, non
devo più riconoscere alcuno; io devo stare assorto nel mio signore come gli angeli. Ora io ho molto
da rimproverarmi su questo punto, con il pretesto della guardia e della sorveglianza della cappella:
non è quello il momento; a meno che non ci sia un motivo serio, non devo preoccuparmene nel
momento dell’adorazione. Ecco: Sei tu il mio Re, Dio mio.
E ciò che è ancor più onorifico è il fatto che noi ci atteniamo alla forma di culto e al cerimoniale
della Chiesa, e adottiamo il suo sacramentario, che è eccellente e perfetto in se stesso. Noi siamo
certi che esso è accetto a Nostro Signore, perché è il culto della sua sposa ed è ispirato dallo Spirito
Santo.
Bisogna perciò rendere a Nostro Signore questo culto esteriore nello spirito interiore dell’offerta
di tutto il mio essere, secondo lo spirito e le intenzioni della chiesa, che vuole onorare il suo divino
sposo e il suo salvatore per mezzo di me suo adoratore delegato.
35
Al convento del Celio, dove il padre aveva fatto un ritiro, dal 17 al 25 maggio 1863, e dove risiedeva il suo amico p.
Basilio (cf. Nuñez, édition critique, p. 156, nota 27).
36
Cf. Piatti, Le bonheur de la vie religieuse, 1re partie, ch. 5, Des pièges et des périls qui sont au monde, traduzione
Girard, 1848, t. 1, p. 78 ss.
70
2° Esso è un culto di amore, un culto di omaggio all’amore di Nostro Signore in sé, - poi
dell’espansione di questo immenso amore nel suo divin Sacramento, - quindi di lode e di
benedizione in considerazione dei tanti sacrifici del suo stato sacramentale, - e infine di rendimento
di grazie alla sua infinita bontà per averci tanto amato, per aver amato me, così misero e
dispregevole, tanto peccatore ed ingrato.
E questo senza disgustarsi lungo trent’anni di sacerdozio, venticinque di vita religiosa,
quarantatre dalla mia prima Comunione; nonostante ciò, tutti i suoi gesti di bontà non hanno potuto
ancora fare di me un cristiano passabile. E ciò che più conta, la sua bontà mi affida in sovrappiù ciò
che ha di più grande di più amabile di più prezioso, la vita religiosa eucaristica, nella quale sono
racchiusi tutti i beni, tutte le delizie e tutti gli onori della divina Eucaristia, e anche tutti i diritti e i
titoli al suo possesso.
E come ho tributato io questo culto di amore a Nostro Signore nel Sacramento?
Non è permesso riporre nulla nel tabernacolo insieme con l’Eucaristia; neppure le reliquie più
venerate si possono esporre sull’altare dell’esposizione. E dovrei mettermici io? Dovrei io elevarvi
due troni?
Non è Nostro Signore sufficientemente buono amabile e grande per esigere tutto il mio cuore e
tutto il mio servizio all’adorazione? O anima mia, l’Eucaristia è un fuoco che purifica o divora, che
beatifica o crocifigge.
Perché non ho io sufficientemente e perfettamente amato? Perché non ho saputo o non ho voluto
compiere una vera adorazione di amore: mi son lasciato trascinare da una contemplazione
eccessivamente speculativa, ho troppo meditato, non ho amato a sufficienza, non ho amato in
Nostro Signore e con il mio io.
Quindi oggi: rendimento di grazie, allo scoccar dell’ora.
A colazione: [Imitazione], lib. 3, c. 17
O figlio, lasciami fare con te quello che voglio; io so che cosa ti è necessario.
Tu invece pensi da uomo, e ragioni in molte cose secondo che ti spinge il sentimento umano [Im
3, 17: 1-2].
Gita di svago a Castel Gandolfo37.
[Martedì] 28 febbraio [1865]
Al mattino
Adorazione nella chiesa del Gesù38.
Meditazione - la sera
Raccoglimento ai piedi di Nostro Signore.
[Mercoledì] 1° marzo [1865] - Mercoledì delle Ceneri
Prima meditazione - La penitenza
Ho considerato Dio nell’atto di imporre la penitenza ai nostri progenitori colpevoli: la bontà e la
misericordia di Dio rifulgono in questa circostanza. Dio avrebbe dovuto assumere un atteggiamento
di profondo sdegno; e invece egli avvia i colpevoli sulla strada del perdono, offrendo loro
l’occasione dell’umiltà del pentimento; ma la colpa rende insolenti.
Eppure Dio non si disgusta per questa arroganza: non li punisce come gli angeli ribelli, non li fa
fustigare né incatenare, né li sottopone ad umiliazioni da parte delle altre creature. Essi sono le sue
povere creature già abbastanza infelici; ed egli è un padre che corregge in vista del perdono e che si
accompagnerà anzi con i suoi miseri peccatori: lui stesso abbandonerà quel paradiso, come un padre
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Cittadina situata a 25 km da Roma, “borgo pittoresco notevole per la sua posizione vicino al lago e per il palazzo del
Papa” secondo una guida dell’epoca, cf. Nuñez, édition critique, p. 159, nota 28.
38
La chiesa del Gesù è la chiesa principale dei Gesuiti a Roma, dove riposano i resti di sant’Ignazio di Loyola e di san
Francesco Saverio. Vi si celebrava l’esposizione delle Quarantore (cf. Nuñez, édition critique, p. 159, nota 29).
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si allontana da una casa privata dei suoi figli.
Quale penitenza infliggerà loro Iddio? Una penitenza corporale. Nient’altro che questa.
Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato
tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai [Gn 3, 17-19].
Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì [Gn 3, 21]!
Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.
[Gn 3, 23].
Scacciò l’uomo [Gn 3, 24].
Come ben vi si scorge il cuore di un padre! Egli non consegna il colpevole agli esecutori della
sua giustizia. Lui stesso gli parla, gli impone la penitenza, gli confeziona i primi vestiti, lo fa uscire
dal paradiso e ne esce insieme con lui.
Quindi la promessa del redentore e della Vergine immacolata, questa ti schiaccerà la testa [Gn
3, 15].
Ora, perché la penitenza corporale, l’umiliazione di quegli indumenti, la polvere della sua
esistenza, il lavoro, il sudore, le spine della terra; e per Eva le angosce e i travagli di madre,
l’obbedienza e la sottomissione?
Dio punisce il corpo perché l’anima è diventata carnale, e punisce l’anima con ciò che essa ha
amato a preferenza di lui.
E poi, il corpo è stato lo strumento del peccato e ha gustato il frutto proibito; esso è lo schiavo
che insorgerà continuamente contro il padrone, la coscienza, la ragione. Bisogna innanzitutto
domarlo e tagliare la radice carnale delle tre concupiscenze.
Perciò la penitenza corporale è una penitenza di giustizia e di restaurazione della santità
nell’uomo e della gloria di Dio.
Venne poi Nostro Signore, il secondo Adamo, e come figlio di Adamo assunse la nostra
condizione per elevarla fino alla virtù e alla sua perfezione; egli abbracciò anche l’esercizio
dell’amore perfetto: ha amato e glorificato il Padre con la sofferenza, l’umiltà e la povertà.
Maria, la sua divina madre, è vissuta allo stesso modo. Perciò la penitenza è non solo una virtù di
giustizia per me, che sono un grande peccatore, ma anche una virtù di Nostro Signore in me, un
frutto della sua grazia e il più bel fiore da offrire alla sua gloria.
Io sono obbligato alla penitenza non soltanto come peccatore, ma come sacerdote di Gesù Cristo
e corredentore, al fine di salvare le anime. Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti
di Cristo [Col 1, 24]. Ed anche come religioso, perché la penitenza è il fondamento della vita
religiosa, l’anima dei voti e la vera vita di Gesù Cristo. Se qualcuno vuol venire dietro a me
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua [Mt 16, 24].
Per meglio comprendere quel mi segua, ho proseguito nella mia meditazione rappresentandomi
Nostro Signore mentre nel deserto digiuna e fa penitenza; ma tutte questo riflessioni mi hanno
lasciato arido e freddo. Ho chiesto a Nostro Signore la grazia e lo spirito di penitenza.
1° non prendere nulla fuori dei pasti,
2° ricevere di buon grado tutto ciò che proviene dalla Provvidenza e di scegliere ciò che
[illeggibile].
A colazione: Imitazione, lib. 3, c. 51
Hai bisogno, di tanto in tanto, di tornare in basso, a causa della tua natura guasta; anche se non
lo vuoi e se ti dà fastidio devi portare il peso della vita del corpo. Fino a quando rivestirai un corpo
mortale, sentirai sempre ripugnanza e peso sul cuore [Im 3, 51: 1-2].
Seconda meditazione - Su Quanto sono amabili le tue dimore [Sal 83]
Questa parafrasi eucaristica mi ha raccolto e fatto del bene. Vedo che, in tempo di aridità, è una
buona soluzione quella di scorrere il testo di un salmo conosciuto.
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Terza meditazione - La Regola
[1°] Devo osservare la regola religiosa - soprattutto quella esterna - alla stregua di ogni religioso,
perché io sono religioso prima di tutto. Vi sono tenuto come ogni altro. La regola è la vita della mia
anima e anch’io ho bisogno di nutrimento. Devo praticare le virtù religiose del mio stato: sarei assai
infelice e ben castigato se non ne avessi il diritto e il merito. Perciò io pecco contro Dio contro la
Congregazione e contro me stesso quando non osservo per mia colpa qualche regola.
Non sono superiore per dispensarmene o per interpretarle in mio favore, ma piuttosto per
osservarle con maggior perfezione degli altri, poiché io ne sono la sanzione, il custode e il
difensore, e dovrò renderne un conto severo.
Riconosco, o mio Dio, di aver mancato molto in questo.
Non ho saputo né voluto abbandonare tutto per partecipare agli esercizi di culto pubblico o di
comunità; ho voluto sempre finire la cosa che stavo facendo, ho temuto di recar offesa o di mettere
a disagio gli ospiti; ho tentato persino di ricavare dalla legge e dalla regola motivi di vanità o di
prestigio. Tutto ciò è molto umano, imperfetto, mostruoso davanti a Dio.
Non lo farò più: perdonami, o mio Dio!
2° Poi io sono tenuto a dar l’esempio ai miei confratelli. Come potrei riprenderli, se io stesso
sono colpevole? Ora io manco al silenzio, alla modestia degli occhi, nel contegno, di esattezza e di
puntualità.
E sono debole nel riprendere le mancanze, perché sono pusillanime nell’evitarle; ora bisogna
cambiare.
O mio Dio, l’ho promesso tante volte, ma invano. Ma spero che questa volta la tua misericordia
avrà pietà di me e che mi accorderà la grazia di incominciare per davvero ad essere modello del
gregge [1 Pt 5, 3].
3° Son tornato a riflettere sul mio stato attuale. La giornata di svago mi ha vivamente mostrato la
mia debolezza: sono poco attento alla presenza di Dio e alla sobrietà nel parlare. Non mi riesce più
di raccogliermi né di pregare interiormente quando mi trovo con il prossimo; ne ho avuto la prova
per ben due volte questa sera: nel giro di un’intera ora non ho rivolto il pensiero a Dio. Oh che
miseria! Cosa accadrà dunque quando ritornerò nel turbinio degli affari?
[Giovedì] 2 marzo [1865]
Prima meditazione - La regola come virtù
L’obbedienza alla regola deve costituire la mia prima virtù, perché solo a questa condizione
posso essere un religioso attivo, glorificare Nostro Signore come religioso e adempiere il mio
dovere, essendo obbligato a doppio titolo all’edificazione dei miei confratelli.
Agire mosso da un principio diverso, sarebbe l’illusione più pericolosa, perché significherebbe
cedere alla propria stravagante libertà e vivere sempre nel fortuito e nel particolare.
E poi, chi mi assicura che il dispensarmi o il non partecipare fin dall’inizio ad un atto comune soprattutto se a causa di una faccenda estranea o particolare -, è più gradito a Dio e lo glorifica
maggiormente? Che m’importa ciò che se ne dirà o ciò che se ne penserà, purché io mi trovi al mio
posto, dove Dio mi attende, e intento a ciò che Dio vuole? Bisogna appartenere a Dio e alla sua
Congregazione innanzitutto!
Sento un grande bisogno di cambiamento su questo punto: è una virtù spuria e una falsa libertà, è
un tenere di più a se stessi che alla volontà attuale di Dio; ma ciò che è più triste, a questo modo io
mi privo della prima grazia e della benedizione di un atto comune, e - di conseguenza - dell’autorità
e della potenza divina e apostolica nei confronti degli altri, perché io non ho ricevuto tutta la grazia.
E infine, quale stima e quale affetto potranno nutrire i miei confratelli per la regola, se io non
sono il primo a mostrare e a provare che si tratta della legge sacra e inviolabile del servizio di
Nostro Signore e della legge suprema delle loro virtù? Se io non ne sono la sanzione, non coercitiva
ma positiva ed attiva?
Qui sta per me la virtù suprema, che mi potrà costare molto in certe circostanze, in cui l’amor
proprio sarà immolato, le deferenze troncate ed i problemi personali sottomessi alla legge generale
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del servizio di Dio.
Tu consulterai Dio, il tuo dovere, la forma migliore del suo servizio, o anima mia; e se non vuoi
che la sua volontà, riceverai certamente lume e grazia. Prega, perché tutte le tentazioni, tutti i
demoni e le vecchie passioni di falsa libertà e di schiavitù qui stanno in agguato.
Imitazione, lib. 1, c. 25
Quando uno arriva al punto che non cerca più la sua gioia in nessuna cosa creata, allora per la
prima volta comincia a gustarne il sapore di Dio, allora anche sarà contento comunque vadano le
cose; allora né si rallegrerà per l’abbondanza, né si rattristerà per la scarsità; ma porrà tutto se
stesso completamente e fiduciosamente in Dio che, per lui, sarà tutto in tutte le cose [Im 1, 25: 4142].
Seconda meditazione - In raccoglimento per mezz’ora
Rendimento di grazie per l’abbondante luce ricevuta sullo stato religioso.
Terza meditazione - La vita o la morte della Congregazione dipendono dalla mia vita
Se io sono un religioso-adoratore santo, sarò un buon superiore, e se sono santo, anche gli altri lo
saranno sull’esempio del re.
Essi lo saranno perché io comunicherò loro la mia grazia e lo spirito che ne è il legame; essi lo
saranno perché stimeranno e ameranno la loro regola vivente.
Iddio ci benedirà tutti con la benedizione del fedele Abramo Saranno benedette per la tua
discendenza [Gn 22, 18]. L’albero è come la sua radice; perciò se io sono santo, la Congregazione
vivrà, non perché sia io la sua vita; è Nostro Signore, è la chiesa la sua vita. Ma nell’ordine della
provvidenza, io costituisco in questa situazione la condizione della sua vitalità, il popolo sarà come
il pastore.
Ma ahimè! se io non sono santo, sono per i miei confratelli un demonio e un satana, perché non li
edifico, ma al contrario con il mio esempio tento di distruggerli e li induco alla rilassatezza, alla
dissipazione, alla tiepidezza, alla poca stima della regola; e quindi segue la malattia l’agonia e la
morte della pietà; e se nella nostra vocazione non si è pii, se non si ha il gusto di Dio, del suo
servizio fedele, della sua santa presenza, almeno di tempo in tempo, si è come perduti.
Oh, anima mia! Come! dovrebbe morire questa Congregazione per la quale tutto hai
abbandonato, tutto hai sacrificato, e per la quale Dio ha operato tanti miracoli? Io li lascerò morire
di fame questi poveri figlioli? E questo, per chi e per quale motivo? Chi eguaglia il valore della
divina Eucaristia?
Oh no, mio Dio! essa vivrà, essi vivranno, e io diventerò - con la tua grazia - ciò che devo essere.
Maria, mia buona madre, porta a compimento ciò che hai iniziato.
Ma come diventare santo?
1° facendo del bene della Congregazione la legge della mia vita;
2° facendo del suo fine il polo di attrazione della mia vita;
3° dando importanza nella Congregazione solo al servizio di Nostro Signore G. C. tramite la
persona morale composta da ciascuno dei suoi membri.
Perciò non devo amare la Congregazione in se stessa, come opera e come corpo, né i suoi figli
come individualità - ciò diventerebbe una tentazione per me - ma devo amarla come la
Congregazione di Gesù Eucaristia, come la sua Congregazione di servizio, che io devo guidare,
sostenere, perfezionare, come un generale sostiene e guida i suoi soldati per il servizio del principe
a cui essi appartengono, e per il servizio, il combattimento e la vittoria che egli si attende da loro.
Quindi devo applicarmi alla loro educazione, alle loro virtù, alla forma più perfetta del loro
servizio. Il re mi onora e mi ripaga. I soldati non appartengono a me, essi non mi devono nulla
personalmente; io non ho un nome personale per essi, ma solo un nome di funzione, di ufficio, di
comando, per incarico del gran re e per la sua unica gloria!
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[Venerdì] 3 marzo [1865]
Prima meditazione - Gesù eucaristico non è amato
Mi son reso conto che Nostro Signore non é amato personalmente - dai circa 500 milioni di
pagani, dai 50 milioni di ebrei, dai 55 milioni di scismatici - perché essi non lo conoscono o lo
conoscono male.
Oh! fra tanti milioni di creature che hanno un cuore per amare, quante ce ne sarebbero che
amerebbero Gesù, se lo conoscessero come me! E io almeno dovrei amare Gesù al loro posto e per
loro.
Ho osservato che fra i cattolici pochi, molto pochi amano Gesù: essi non pensano quasi mai a lui,
non ne parlano, non gli parlano mai, non vanno ad adorarlo né a riceverlo.
Perché? Perché non hanno mai gustato Gesù, la sua dolcezza e le delizie del suo amore - perché
non l’hanno mai conosciuto nella sua bontà. - Perché non conoscono il suo amore nell’Eucaristia.
Alcuni hanno la fede in Gesù Cristo, ma una fede non attiva o semplicemente intellettuale,
talmente superficiale che non [penetra] fino al cuore; oppure essa si limita alla preoccupazione circa
la salvezza. Ma neppure costoro sono numerosi fra i tanti altri cattolici che vivono da pagani, come
se non avessero mai conosciuto Nostro Signore.
Come mai Gesù Cristo è così poco amato nel SS. Sacramento? Ciò dipende dai sacerdoti che non
lo fanno conoscere, che predicano solo la fede e poco o mai la sua vita nel SS. Sacramento, il suo
amore e i sacrifici di questo amore per l’uomo - in una parola Gesù Cristo che ama l’uomo singolo.
Una seconda causa sta nel fatto che i sacerdoti non amano Gesù Cristo nel SS. Sacramento; basta
guardare al modo con cui celebrano, osservare come pregano e adorano, come si comportano in
chiesa: non ci si rende conto della presenza di Gesù Cristo. Quanti preti non fanno mai una visita di
devozione al Santissimo Sacramento! Non parlano mai a Gesù Cristo di ciò che sentono nel
profondo del cuore.
Che se poi si conoscesse Gesù Cristo nel SS. Sacramento, il suo amore e i sacrifici e i desideri di
questo amore, e i benefici che ne derivano, e nonostante ciò non lo si amasse, quale ingiuria! - Sì,
ingiuria! Ciò significherebbe che egli non è abbastanza bello né buono né amabile da essere
preferito a tutto.
E quale ingratitudine dopo tante grazie ricevute, dopo tante promesse fatte di amarlo, dopo tanti
voti! Trattarlo a questo modo vuol dire burlarsi del suo amore.
Che viltà! Non si vuol conoscerlo troppo a fondo, vederlo, riceverlo, parlargli [per] il timore di
essere afferrati dal suo amore e dalla sua bontà, di non poter resistergli, di vedersi costretti a
sacrificargli il proprio cuore senza riserve, il proprio spirito senza altre preoccupazioni, la propria
vita senza condizioni.
Si ha paura dell’amore di Gesù Cristo e lo si sfugge; ci si turba come Erode, come Pilato, come
Caifa e i loro amici.
Bisogna dire che anche il mondo ha paura di questo amore: esso fa di tutto per paralizzarne
l’efficacia e impedirne persino il pensiero assorbendo, vincolando, soggiogando le anime; e anche
combattendolo in se stesso come non necessario né possibile, o [possibile solo] in convento.
Il demonio combatte incessantemente questo amore di Gesù, soprattutto nel SS. Sacramento,
perché qui egli è vivente e sostanziale, qui egli ammalia con la sua persona le anime; perciò il
demonio si sforza di levare il pensiero di Gesù, com’è avvenuto del chicco lungo la strada, ne
paralizza l’efficacia e ne soffoca il sentimento con la tentazione. Il fuoco arde in continuazione, ed
egli tenta di spegnerlo.
E tuttavia, Dio è amore [1 Gv 4, 16], - e il Verbo era Dio [Gv 1, 1]. Amatemi come io ho amato
voi. - Rimanete nel mio amore [Gv 15, 9]. - Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in
me ed io in lui [cf. Gv 6, 56]. - Sono venuto a portare il fuoco sulla terra [Lc 12, 49]. - Perché il
Cristo il nostro Dio è un fuoco divoratore [cf. Eb 12, 29].
Rendimento di grazie
Ho portato a termine la meditazione di questa mattina dandole un tono più eucaristico. Ma mi
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sono lasciato prendere troppo dagli schemi e dalle considerazioni teoriche, sicché quando giunse la
fine ero ancora immerso nel ragionamento e non avevo messo in movimento il cuore. La ragione
l’ha di nuovo spuntata! Povera meditazione, bella e facile, ma sterile per il cuore.
Nel mio rendimento di grazie mi sono perciò abbandonato all’amore di Nostro Signore. Due
pensieri mi hanno colpito:
1° con l’amore, e con l’amore al SS. Sacramento, Nostro Signore mi ha attirato a sé: questa è la
mia grazia;
2) egli mi ha affidato una missione di amore, e di amore al SS. Sacramento.
Come corrispondere a queste due grazie se non amando con un amore assoluto, costante, vitale?
Non è possibile [in altro modo].
Ho perciò rinnovato la mia donazione e il mio proposito di reazione con un atto di amore.
Mi sono consacrato alla Madonna, che è stata tanto materna con me e che mi ha condotto per
mano fino a Gesù nel SS. Sacramento; l’avevo un po’ dimenticata.
A colazione: [Imitazione], lib. 1, c. 22
Adesso fai il proponimento di star attento e dopo un’ora agisci come se non avessi fatto nessun
proponimento.
Possiamo dunque ben giustamente umiliare noi stessi e mai pensare che ci sia qualcosa di
grande in noi, che siamo tanto deboli e volubili [Im 1, 22: 32-33].
Eccolo il contrappeso!
Seconda meditazione
+ Propaganda Fide
Ah, quale tormento aver dovuto accettare questa croce!39 Ma eccomi ora rassegnato, convinto
che il buon maestro ne trarrà la sua maggior gloria e che egli dispone tutto questo per un bene più
grande.
Sembra che io non sia ancora come egli mi vuole, per servirsi della mia povertà e del mio
abbandono.
Terza meditazione - I sacrifici dell’amore
Non si ama Nostro Signore nel SS. Sacramento perché si ignorano o non si valutano abbastanza i
sacrifici che il suo amore affronta per noi nel SS. Sacramento. Essi sono tanto stupefacenti che io ne
avevo il cuore oppresso e gli occhi in lacrime.
1° L’istituzione dell’Eucaristia avvenne a prezzo di tutta la passione del salvatore. E come si
spiega ciò? L’Eucaristia è un sacrificio; ma non c’è sacrificio senza una vittima da immolare, che
poi effettivamente viene immolata; l’immolazione è la morte della vittima, il sacrificio è la vittima
offerta, e la manducazione della vittima è la partecipazione ai meriti del sacrificio.
Ora tutto ciò si compie nell’Eucaristia. Essa è il sacrificio incruento, perché la vittima è morta
una sola volta e si perpetua nel suo stato di vittima, vidi un Agnello, come immolato [Ap 5, 6]. Per
mangiare questa vittima bisogna che essa veli il suo stato vivente e glorioso sotto un simbolo e un
segno di morte; si mangia solo ciò che è morto, altrimenti ci sarebbe combattimento.
Ecco ora ciò che è assai ammirevole. - L’Eucaristia fu istituita a prezzo [dell’orto] degli Ulivi,
dei tribunali e del Calvario. Poi, come è nel sacrificio della croce che Gesù ha compiuto l’opera
della nostra redenzione, così è col sacrificio della messa che egli lo continua per noi applicandocene
i meriti: Ogni volta che compi l’opera della nostra redenzione40. - Medesimo è il sacerdote,
medesima la vittima41.
Anzi, io approfitto del sacrificio dell’altare in misura maggiore di quanto avrei approfittato del
sacrificio della croce, perché allora non avrei potuto mangiare la carne della vittima divina né bere
il suo sangue; difatti essa ancora non era passata attraverso il fuoco dell’altare per divenire
39
Delusione, la questione di Gerusalemme non sarà discussa il giorno 6, come sperato, ma rinviata a data da stabilire
(cf. Nuñez, édition critique, p. 10 e 169, nota 31).
40
Cf. Messale romano, Segreta della 9a domenica dopo la Pentecoste.
41
Concilio di Trento, sess. 22, 2 - Denzinger n° 940.
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nutrimento42.
E chissà! forse sarei stato là, ai piedi della croce, uno tra i più crudeli carnefici; oggi invece ho la
fede.
2° Istituendo l’Eucaristia Gesù perpetuava i sacrifici della sua passione43, le diserzioni [dal
giardino] degli ulivi, il tradimento dei suoi amici e dei suoi discepoli, che divennero scismatici,
eretici, apostati, maomettani; dei cristiani che vendono l’ostia consacrata ai giudei ed agli empi, - i
rinnegamenti presso Anna, i furori sacrileghi presso Caifa, il disprezzo di Erode, la viltà di Pilato; e
l’onta di veder preferito a sé il demonio, una passione, un idolo di carne. E la crocifissione
sacramentale nel corpo e nell’anima di chi si comunica sacrilegamente.
Ebbene, Nostro Signore conosceva tutto questo in antecedenza, conosceva i novelli Giuda, li
andava contando tra i suoi, tra i suoi figli prediletti e i suoi sacerdoti. Tutto questo non l’ha fatto
desistere; egli ha voluto che il suo amore fosse più grande dell’ingratitudine e della malizia umane;
ha voluto sottostare anche alla sua malizia sacrilega, e sopravviverle.
Nostro Signore conosceva in anticipo la tiepidezza dei suoi, la mia, il poco frutto che si sarebbe
ricavato dalla comunione. Non importa: egli ha voluto amare di più di quanto sarebbe stato amato,
ha voluto dare in misura più abbondante di quanto l’uomo l’avrebbe ringraziato.
3° Ancora più! Questo stato di morte mentre egli possiede la pienezza della vita e di una vita
immortale, l’essere trattato e considerato come un morto, non conta nulla? E questo stato di morte
cosa comporta?
Che Gesù è senza bellezza, privato della possibilità di muoversi, inerme - avvolto nelle sacre
specie come in un sudario e relegato nel tabernacolo come in un sepolcro; mentr’egli è lì che vede
tutto e che tutto intende, che tutto soffre come se fosse morto. Il suo amore ha velato anche la sua
potenza e la sua gloria, i piedi, le mani, la sua santa bocca; non gli ha lasciato che il cuore per
amarci, il suo stato di vittima per intercedere a nostro favore.
Che cosa devono pensare i demoni alla vista di un amore così grande di Gesù Cristo per l’uomo,
e di tanta freddezza e ingratitudine da parte dei cristiani per Gesù Cristo? Egli dice a Dio: “Io, non
concedo all’uomo nulla di vero o di buono, nessun favore; io non ho sofferto per essi, eppure sono
più amato, meglio obbedito e meglio servito di te!” Ed è vero.
Che cosa devono pensare gli angeli alla vista di Gesù nel suo Sacramento e dell’uomo che
nemmeno si degna di guardarlo, o lo disprezza o lo dimentica!
Che cosa si deve pensare dell’Eucaristia dopo la morte, valutandone tutta la bontà, tutto l’amore
e tutte le ricchezze?
O mio Dio, che devo io pensare di me stesso, che da quarantatre anni mi comunico così di
frequente? Tu mi hai donato tutto quello che l’Eucaristia può dare in onore, in potenza e in grazie,
Io ho la missione del tuo ammirabile e adorabile Sacramento nel mondo intero; ed io non sono
ancora adoratore, non possiedo la santità di base del mio stato né la virtù elementare della mia
vocazione religiosa: tu non sei ancora la mia legge sovrana, il centro del mio cuore e lo scopo della
mia vita.
Che cosa occorre dunque per trionfare sulla mia anima? O l’Eucaristia o la morte.
[Sabato] 4 marzo [1865]
Prima meditazione - L’Eucaristia come centro
A quale scopo ci fu data l’Eucaristia? Per essere il centro dell’amore dell’uomo.
Il cuore dell’uomo ha bisogno di un centro di affezione e di espansività. Dio vedendo il primo
uomo disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile [Gn 2, 18].
L’Imitazione, 8: Non si può vivere bene senza un amico [Im 2, 8: 20]. - Perché là dov’è il tuo
tesoro, sarà anche il tuo cuore, 7 [Mt 6, 21].
42
Modo di dire: l’Eucaristia era già istituita; ma Gesù Cristo era presente sulla croce nella sua forma naturale e propria,
e non nella forma o nello stato sacramentale risultanti dalla transustanziazione.
43
Stile oratorio per esprimere lo stato sacramentale. Gesù Cristo perpetua - non “in re”, ma soltanto “in signo et
symbolo” - i sacrifici della passione. Anche nelle pagine seguenti si incontrano espressioni più oratorie che teologiche.
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Nostro Signore vuol essere il centro dell’amore dei suoi discepoli, di me. Come il Padre ha
amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei
comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e
rimango nel suo amore 1644 [Gv 15, 9-10].
Cosa significa dimorare nell’amore di Gesù Cristo ? significa fare di lui il centro della nostra
vita. Ora questo centro deve essere l’Eucaristia, lì c’è Gesù:
- il centro unico di conforto nelle nostre sofferenze. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e
oppressi, e io vi ristorerò [Mt 11, 28].
- il centro dei nostri dispiaceri e [delle nostre] delusioni, perché questi sono i momenti in cui il
cuore si dà con maggior abbandono.
- il centro della nostra gioia, perché il vero amore si rallegra nel proprio diletto e non in se stesso.
Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore [Ab 3, 18].
- il centro dei nostri desideri: brama di vederlo, di farlo contento, di sorprenderlo con una
gentilezza o con un piccolo dono. Non si mira che a ciò che può far piacere o essere gradito.
- il centro della nostra vita: si pensa e si delibera nel centro dei propri affetti; si agisce per
recargli piacere. È quanto significano le parole di Gesù: colui che mangia di me vivrà per me [Gv 6,
57]. Per: ossia mediante me come principio, norma ispirazione - o mediante me come fine, per
essergli gradito e per preferirlo a tutto.
È Gesù il centro del mio cuore? Sì, nelle sofferenze straordinarie, nei primi momenti della
riconoscenza o negli eventi eccezionali; ma non lo è nelle situazioni ordinarie della vita. Io non
penso, non delibero né agisco in Gesù come centro: ecco la realtà, una realtà troppo certa e molto
triste.
E come mai Nostro Signore non è il centro della mia vita? Perché egli non è ancora l’io del mio
io. Perché io non lo amo con sufficiente fervore. Il mio cuore è attirato dalla gloria del suo servizio,
non dal beneplacito del suo cuore.
Come fare per arrivare a questo centro? Entrarvi, prendervi stabile dimora, agire in questo centro
e per questo centro divino. Un figlio lavora per i suoi genitori, la sposa per lo sposo, l’angelo per il
suo Dio, l’adoratore per Gesù Cristo.
Questo centro mi è facilmente accessibile: infatti io vivo attorno all’Eucaristia, l’Eucaristia
costituisce l’occupazione e la stessa norma esteriore della mia vita. Mi riuscirà più facile che in
qualsiasi altra situazione, perché l’Eucaristia è la mia grazia.
Come giungervi? Con l’azione, cioè non con il sentimento della sua pace e della sua dolcezza,
ma con gli omaggi e i ritorni frequenti del ricordo di lui. Un centro costituisce il punto di
riferimento della circonferenza, - del movimento dell’esercito, - il quartier generale.
Orsù, anima mia, usciamo dal mondo, esci da te stessa, staccati da te stessa e va’ verso il Dio
dell’Eucaristia: egli ha una dimora e là ti vuole, vuoi vivere con te, vuoi donarsi a te e vivere in te.
Sii in Gesù ciò che fu nella persona divina la sua natura umana nell’incarnazione: essa era spogliata
della sua personalità; e siccome si vive per 1’io e l’io è la persona, l’anima umana e il corpo di
Nostro Signore non vivevano che per la persona divina del Verbo, la quale a sua volta non viveva
che per il Padre e tramite il Padre.
Proposito: rinnovare la mia donazione, donazione parziale, abbandono - ma Cristo vive in me
[Gal 2, 20]. Ma bisogna arrivarvi col sacrificio di ciò che più costa, e farlo - anzitutto nella
preghiera.
Imitazione, lib. 2 c. 4
Se il tuo cuore fosse retto, allora ogni cosa creata sarebbe per te specchio di vita e libro di santo
insegnamento, poiché nessuna cosa creata è tanto piccola e da poco che non rappresenti la bontà
di Dio. Se tu dentro l’anima tua fossi retto e puro, allora potresti guardare ogni cosa senza
pericolo e capiresti tutto bene; il cuor puro penetra nel cielo e nell’inferno [Im 2, 4: 6-9].
2° Propaganda Fide
3° + + +
44
Le cifre 7 e 16 sono di Eymard.
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[Domenica] 5 marzo [1865]
Prima meditazione - Il centro [di] vita
Quanto è buono il signore! Egli ha confortato un poco la mia anima accasciata, che facilmente
sarebbe rimasta oziosa!
L’Eucaristia è il mio centro naturale, soprannaturale e finale in forza della mia vocazione. Il
pensare ad essa perciò mi deve essere facile. - Per stato, io dimoro presso Nostro Signore, intorno al
suo altare e al suo trono; ora dimorare presso qualcuno significa starci tutt’intero; dimorare presso
un così gran re comporta disporre di una residenza molto onorifica; dimorare presso Nostro Signore
Gesù Cristo significa dimorare presso la bontà stessa. Bisogna perciò essere molto sciocchi,
imperfetti e ingrati per non rimanervi.
L’Eucaristia è la materia attorno alla quale si svolge il mio lavoro. Mia eredità sono: il suo
servizio diretto, il suo culto e la sua adorazione, il suo servizio senza intermediari, che esigono tutta
l’applicazione del mio pensiero, tutto lo sforzo della mia intelligenza, tutta l’energia della mia
volontà e l’omaggio dell’intero mio corpo; tutto perciò deve essere in me preparazione ed
espletamento del servizio della divina Eucaristia!
L’Eucaristia è lo scopo della mia vita, uno scopo assoluto che racchiude tutti gli altri scopi,
perché Nostro Signore è l’alfa [e] l’omega. Piacergli amarlo servirlo, ecco il tempo e l’eternità per
me; io seguo e devo seguire dappertutto il mio maestro.
Dimorando accanto a Nostro Signore io resto sempre presso di lui, lavoro sempre con lui e su di
lui, se mi mantengo nella legge e nella grazia del mio servizio, perché io devo trasmettere i suoi
ordini, organizzare e incrementare il suo servizio.
Ma bisogna che il Dio eucaristico sia il mio pensiero naturale e soprannaturale predominante, il
mio punto centrale, la legge della mia vita; in caso contrario mi deporterei come un fanciullo nei
suoi giuochi, come un ubriaco all’occasione, come uno schiavo fra coloro che io devo condurre al
mio padrone.
Ora ecco la grande grazia della mia meditazione; io l’ho ben compresa: devo restare accanto a
Nostro Signore, lavorare su di lui e per lui, - non con la mente, perché la mia mente deve essere
intenta alla cosa che sta facendo: la mia mente è un comandato, un sorvegliante, un operaio, non è il
padrone. - Non con una virtù da praticare mentre lo servo, ciò significherebbe essere un operaio
addetto ad un solo incarico e di una singola capacità. E poi fissarsi su una virtù comporterebbe
dimorare troppo a lungo dentro di sé e lavorare a cottimo!
Quindi io devo dimorare presso Nostro Signore e con Nostro Signore, fisso in un pensiero, in un
sentimento affettuoso, nella devozione dell’amore, di lui e della sua gloria; e tutto deve alimentare
questo pensiero affettuoso, ed esso a sua volta deve alimentare e perfezionare tutto il resto: essere
come il suo sapore e il pensiero dominante. Ora fino al presente io mi sono fermato nella
dimensione dottrinale e nella ricerca teorica sull’Eucaristia, nei mezzi esteriori del successo; non
son penetrato nel midollo e nel cuore di questo centro dell’amore divino; perciò mi sono molto
agitato. Ho lavorato molto con la mente, con il corpo e colle risorse esteriori, ma non con il cuore e
con l’amore. Perciò il mio centro era l’intelligenza, la scienza dell’Eucaristia e della scorza della
Congregazione; non il suo centro vitale,
- centro che dovrebbe essermi tanto facile perché ne posseggo il concetto e la conoscenza,
- centro che costituisce la mia grazia di stato,
- centro che deve far germogliare ed alimentare le virtù cristiane ed evangeliche, senza che io
debba cercare altrove,
- centro che di conseguenza è il mio nutrimento, perché si tratta di un’atmosfera di luce, di
soavità e di pace. - È Nostro Signore.
Ma bisogna, oh mio io, che tu esca da te stesso, che tu viva del cuore nella bontà di Gesù
Eucaristia! Occorre un amore di nobile passione, che spazzi via tutto d’un colpo e doni tutto in una
volta. Vivrà per me perché dimora in me [cf. Gv 6, 57-58].
Ma, mio Dio, perché ami l’uomo a tal punto da fare tutto per lui in questo mondo? da mettere a
suo servizio gli angeli e i santi, da mettere te stesso a mia disposizione? fino a dimenticare la tua
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maestà, la tua dignità e i tuoi diritti per indurmi ad amarti e a corrispondere al tuo amore con il mio,
a preferirti al demonio, mio e tuo nemico, a non attaccarmi ad altri che a te, alla fin fine almeno.
Ma dimentichi che io non sono che un nulla, che posso disporre solo del mio cuore? Si sarebbe
tentati di dire che tu non puoi essere felice senza di me, che tu hai bisogno di me. E nonostante ciò
io non ti amo con tutto il cuore! Mi faccio pregare, rincorrere. Io sono gretto con te! Oh follia!
Colazione: Imitazione, lib. 1, c. 24
Infatti chi ama Dio con tutto il cuore non teme né morte né supplizio, né giudizio né inferno,
perché il perfetto amore (di Dio) rende sicuro l’accesso a lui [Im 1, 24: 42].
Dunque tutto è vuoto, tranne amare Dio e servire lui solo! [Im 1, 24: 41]
[Domenica] 5 marzo [1865]
Seconda meditazione - Preghiera di raccoglimento
sarebbe stato meglio tuttavia proporsi un tema più organico; nel raccoglimento l’anima si
abbandona al riposo, mentre bisogna lavorare. Rimedierò domani.
Terza meditazione - La bontà di questo centro divino
Questa meditazione è stata una replica delle precedenti. Ciò che mi ha molto colpito in questo
argomento è il pensiero di questo centro nascosto, invisibile, totalmente interiore, e tuttavia molto
reale, vivo, nutriente: Gesù attrae spiritualmente l’anima a sé, nel suo stato completamente
spiritualizzato nel suo divin Sacramento.
Un altro pensiero mi ha colpito ancora di più: l’alimento di questo centro, per me sono l’ esci
[Gn 12, 1] di Abramo, lo spogliamento, l’abbandono delle esteriorità, l’effusione del mio interno in
Gesù, questo genere di vita è più gradito al suo cuore, onora di più il Padre suo. È l’omaggio più
ambito dal suo amore!
Esci. Vieni [Ap 22, 17]. La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore [Os 2, 16, Vulg. 14]. È
l’amore di preferenza, il dono di sé e il lavorio dell’unione. Il lavoro delle radici avviene sotto la
terra, la vita dell’albero.
La grande luce del ritiro è stata la comprensione di questa verità: Il regno di Dio è dentro di voi
[Lc 17, 21].
Indubbiamente, la vita delle Madonna e di san Giuseppe in Egitto, a Nazareth, ecc. è stata la più
gradita a Dio - il silenzio, il segreto custodito, il godimento intimo, quella vita tanto bella e pur
tanto ignorata!
Ma l’amore se ne nutriva. Esso era nel suo centro.
[Lunedì] 6 marzo [1865]
Prima meditazione - La legge di questo centro
Non c’è altro centro che Gesù, e per me Gesù Eucaristia.
Per costringermi a fissarmici:
1° Egli ne ha fatto la legge e l’esigenza inderogabile della mia vita. Senza di me non potete far
nulla [Gv 15, 5]. Lui solo dispensa la sua grazia e se ne riserva la distribuzione, per costringere
l’uomo ad andare da lui per chiedergliela. E con quale intento? Per stabilire ed incrementare
l’unione.
2° Egli si riserva il conforto e la pace, perché nella sofferenza ricorriamo a lui, - e nella lotta in
lui ci rifugiamo, - e con questo sentimento egli ci dà una prova sensibile del suo amore e della sua
presenza.
3° Egli vuole essere l’unica felicità del cuore. Egli non ha stabilito questo centro di riposo per gli
angeli o per i santi. Ma per noi, In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al
sicuro mi fai riposare [Sal 4, 9].
Che meraviglia! Nostro Signore è interamente a nostro servizio: egli è sempre disponibile,
sempre pronto e sempre amabile nell’accoglierci.
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Ci attira incessantemente verso di sé come una calamita; è una attrazione continua, e in ciò
consiste la vita dell’amore.
E come mai questo centro è misterioso? Perché se fosse visibile e sensibile, i sensi se ne
approprierebbero, vi si compiacerebbero e ne farebbero il loro paradiso, e per tal via fallirebbe il
suo scopo, che è l’unione mediante la santificazione, le virtù e l’abbandono. L’anima non avrebbe
che i resti che avanzerebbero agli occhi, all’udito, al tatto.
Esso è misterioso perché tale è la natura dell’amore in questo mondo; si ama ciò che ci si
raffigura come buono e perfetto - e di cui si giudica in base ai sensi o ai segni; ma l’anima, i
sentimenti e l’amore si percepiscono solamente mediante il segno, la similitudine e la propria
anima. Ci si può amare anche senza essersi mai conosciuti: basta sapere che si è amati, che si ama e
che si è buoni.
Questo centro di Gesù è più [?] del centro naturale degli uomini. Io ho la sua parola, posseggo lui
in persona e lo percepisco dentro la mia anima; ma questo centro per me è ancora assai debole e
l’attrazione verso di esso insufficiente ed incerta; eppure dimora in me e io in lui [Gv 6, 56].
Proposito: bisogna ch’io aumenti le giaculatorie oggi. Esse andavano diradandosi (allo scoccar
dell’ora).
Imitazione, lib. 1, c. 21
Felice colui che può cacciar via ogni ostacolo di distrazione e concentrarsi tutto nell’unione
(con Dio) per mezzo del santo raccoglimento [Im 1, 21: 7].
Seconda meditazione - Rinnovamento
Ho meditato sull’urgenza del rinnovamento di tutto il mio essere - perché tutto è marcio e
malvagio. Ho sempre creduto che qualcosa di buono ci fosse il mio cuore da donare a Dio. - Ma
vedo che così non è. Ciò che c’è di meglio in me è ciò che dovrebbe essere considerato peggiore: il
mio povero corpo.
Esso perlomeno è una bestia, che quando è stanca non aspira che al riposo. La mia
immaginazione invece è come polvere pirica accostata alla fiamma, e il mio spirito è sempre
svagato e smarrito tra i fumi dell’amor proprio e della vanità; e il mio cuore è abile nello sfruttare
questa vanità. La mia volontà ama solo ciò che le è gradito o inclina verso il naturalismo. Tutto
dunque è marcio e malvagio.
Che fare se non implorare crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo [Sal
50, 12]. Vi darò un cuore di carne [Ez 36, 26], al posto di questo cuore di pietra.
Ecco la famosa legge Se uno non odia la propria vita - e il corpo del peccato [cf. Lc 14, 26; Rm
6, 6]. Questa linea di condotta fa difficilmente presa su di me, perché questa seconda natura s’è di
molto irrigidita!
Avremmo bisogno di avere più numerosi esercizi di pietà, sia occasionali sia fissi e in pubblico;
la pietà è lasciata troppo a se stessa.
Le adoratrici di Roma [al Quirinale] ogni mezz’ora recitano, ad alta voce, l’atto di riparazione; e
per gli adoratori che frequentano la loro chiesa sono previsti degli atti di pietà. La chiesa prescrive
ai sacerdoti delle preghiere prima e dopo la messa. Il S. Padre, tanto pio, fa uso di un libro. Il
capitolo di S. Pietro assiste in coro alle novene fissate in preparazione alle feste più importanti della
chiesa.
Ciò manca ai nostri giovani e a noi tutti; ci occorre assolutamente un manuale di preghiere.
O mio Dio, dammi questa scienza dei santi. San [Alfonso De] Liguori può aiutarmi molto in
questo.
Terza meditazione - Perché nostro Signore è così poco amato in se stesso?
C’è un amore di coscienza, ed è quello ispirato dalla legge divina e dalla preoccupazione della
salvezza.
C’è un amore pio, ed è la vita devota, in opere e in preghiere, dei servi buoni e fervorosi.
E c’è l’amore di amicizia: pochi ne vivono, anche fra i devoti e perfino tra le persone consacrate.
Questa vita di amicizia è una vita di rapporti interni, che porta a vivere piuttosto dei sentimenti,
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delle intenzioni e delle disposizioni interiori che non di quelle esteriori: si vedono le intenzioni, si
apprezzano i sentimenti, si indovinano i pensieri e si ammirano i misteri di bontà.
È la vita della Madonna [e] di san Giuseppe a Nazareth.
Ed è la vita anche di ogni anima che vive non soltanto per Gesù ma di Gesù, della sua vita
intima, che sa scoprire la sua azione nascosta in tutte le cose, che scorge in tutto le prove del suo
amore. É sì una lotta, ma travestita di amore.
Ma per vivere a questo modo della vita intima di Gesù, bisogna essere liberi e sereni, bisogna
non dimorare più in se stessi o nelle altre creature; bisogna invece stabilire la propria dimora in
questo giardino chiuso, e nella stanza segreta della sua divina carità.
Quanto gioisce l’anima di questa vita intima di Gesù! Come è infelice quando l’ha perduta,
quanto soffre fuori di questa vita! Nulla è paragonabile al suo deserto e alla sua agonia: Maria
presso il sepolcro, la sposa del Cantico alla ricerca del suo prediletto, - il cervo sitibondo, - il bimbo
che piange e invoca la sua mamma.
Ma quale gioia quando Maria esclama: Rabbuni!, quando il bimbo grida: Mamma!, quando
l’anima mormora: Gesù!
[Martedì] 7 marzo [1865]
[Prima meditazione] - Il servizio religioso
Nostro Signore mi ha abbondantemente ricompensato del mio piccolo atto di generosità di
essermi alzato nonostante la stanchezza.
Un pensiero mi ha nutrito durante la meditazione; doveva provenire da Nostro Signore perché io
non l’avevo preparato.
Io devo essere senza onori nella Congregazione. Che gli altri si glorino del loro fondatore è
comprensibile: egli fu il fondamento e la forma della loro vita, Dio scelse un santo per suscitare altri
santi per mezzo di lui, la sua missione fu arricchita dei doni di Dio e delle sue virtù; e inoltre questi
santi avevano bisogno della fiducia e della stima dei discepoli.
Qui, da noi, è Nostro Signore l’unico fondamento45, la vita e la grazia della Congregazione. É la
chiesa che ha la missione di adorarlo e di servirlo con un culto santo e legittimo; adorando quindi
Nostro Signore non facciamo che adempiere il nostro dovere [di] cristiani e di figli della chiesa.
Per servire meglio Nostro Signore Gesù Cristo, è vero, noi assicuriamo due adempimenti
secondo i consigli evangelici:
1° ci riuniamo assieme per vivere in comunità;
2) ritmiamo la nostra vita seconda una regola religiosa.
Ma tutto ciò unicamente per giungere con più perfezione al servizio ordinato dell’adorazione, del
culto e dell’apostolato della divina Eucaristia.
Se nella Congregazione v’è onore, lode, stima, benevolenza, tutto è dovuto a Nostro Signore
come fine unico e mezzo.
Il frutto non lo si deve spartire, il fiore si deve offrire puro e come primizia.
Nostro Signore mi ha posto in questa meravigliosa situazione e in essa mi conserva nella sua
divina bontà. Egli ha fatto un’eccezione per la sua Congregazione. Ha voluto esserne a capo lui e
per rappresentarlo è andato a prendersi un uomo da nulla, meno ancora, una mezza figura, pieno di
difetti e senza alcuna qualità di fondatore. Il grande uomo o il grande santo avrebbe creato la sua
Congregazione: essa avrebbe portato il suo nome e si sarebbe coperta della sua gloria; ma allora non
sarebbe più la Congregazione di Gesù, creata da Gesù e dalla sua chiesa.
La nostra Congregazione è la sola che possa dire: il mio fondatore è Gesù Cristo, perché solo
45
Espressione di umile e totale dipendenza dal Signore, ma bisogna comprenderla bene. Essa non vuol affermare che il
p. Eymard non si considerava veramente e realmente il fondatore della Congregazione, con tutto ciò che presuppone di
grazie e di lumi, con la necessità di essere un modello e la convinzione di essere il principio vitale dell’istituto. Nel
ritiro di Roma non sono rare le affermazioni che provano come il p. Eymard fosse cosciente della sua grazia di
fondatore, della sua autorità, della sua funzione e della sua missione di fondamento. Cf. anche “Comm. des Constit.” II,
51.
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Gesù Cristo ha istituito l’Eucaristia ed egli in essa è vivo ed operante.
Io non sono che un sacrestano, e un ben misero sacrestano.
E qual è il mio dovere?
Essere un buon religioso e osservarne tutte le regole alla pari degli altri; la qualità di superiore
non è uno stato, ma un incarico e una missione di Nostro Signore, da lui ricevuti e da espletate
attorno a lui o nei riguardi dei miei confratelli. Quando ne compio l’ufficio io sono superiore in
nome di Nostro Signore; assolto questo compito, io sono un semplice religioso e personalmente non
ho diritto che alle medesime leggi e ai medesimi diritti degli altri religiosi - e ancor meno perché io
pecco molto più degli altri.
Nostro Signore mi vuole attorno a sé semplicemente come religioso e gradisce il mio servizio
unicamente come il servizio di un semplice religioso e non di un superiore. Alla presenza del re non
vi sono altri capi!!
Ecco dunque ben definita la mia posizione e ben delineati i miei principali doveri: in me stesso
non sono che un semplice religioso, nei rapporti con Nostro Signore non sono che un religioso
indegno, e nei riguardi dei miei confratelli non sono che un povero religioso incaricato di una
missione.
E allora, non devo più rattristarmi, affaticarmi o preoccuparmi. Io devo essere solamente un
religioso adoratore!
Questa verità è tanto evidente che non mi riesce di comprendere la mia stupidità.
Nostro Signore è il primo e l’unico maestro. Ora egli nell’Eucaristia è umiliato, povero e
obbediente; non riserva nulla per la sua natura umana, ma attribuisce l’onore e la gloria di tutto alla
sua divinità, perché la natura umana in Nostro Signore non è il fine, ma solamente il legame divino
e umano. Ed io perciò che cosa sono se non l’eco del deserto di Giovanni Battista, la voce che ripete
l’ordine di Gesù Cristo e il comando del Padre, Lo adorino tutti gli angeli di Dio [Eb 1, 6], l’angelo
- ahimè! - messaggero di tante grazie di amore e di gloria!
Imitazione, lib. 3, c. 7
Difatti il merito non dipende dal fatto che uno abbia molte visioni o consolazioni (divine); o sia
molto erudito nelle Sacre Scritture, o sia posto in un grado molto alto; ma piuttosto dipende da
come sia radicato nella vera umiltà e ripieno di divina carità; se cerca solo e sempre in tutto la
gloria di Dio; se stima se stesso un niente e sinceramente si disprezza; se preferisce esser
disprezzato e umiliato che onorato e stimato [Im 3, 7: 22].
Seconda meditazione - Atto di riparazione
Riparazione per aver lavorato tanto poco in ordine alla vita religiosa e per non averla messa al
primo posto; ho indagato mille problemi e mi son dato a una quantità di studi personali, che mi
hanno fatto parecchio soffrire e perder molto tempo!
Rendimento di grazie aiutandomi con la lettura di Plati46.
Terza meditazione - in città
Una semplice visita al SS. Sacramento mi è valsa una buona meditazione.
Ho ringraziato Nostro Signore per avermi attirato a sé con la sua interiorità. Questa grazia
significa forse che io mi devo dare di più al raccoglimento e prepararmi alla partenza per l’eternità,
oppure indica un cambiamento di attrattiva nella grazia? Comunque sia, è sempre una grazia ch’io
non ho meritato, perché essa ordinariamente viene accordata come ricompensa; è il maestro che ci
mantiene vicino a sé e con sé; si diventa il suo confidente e il suo centro di amore. Ecco, son
trent’anni del mio sacerdozio che io mi agito; quanta polvere e quanto fango in questa vita così
attiva e quanto fumo, anche. Certamente, se dovessi morire. Dopo una vita siffatta, essa mi
riempirebbe di paura: è stata così vuota di Dio, anche se di Dio ho parlato!
Ma, mio Dio, tu permetti ch’io sosti un poco alla tua presenza per ascoltarti e contemplarti,
riposarmi e versare qualche lacrima. Io non oso innalzarmi alle tue mani o al tuo cuore; mi basta
46
Girolamo Piatti sj (1545-1591), De Bono Status religiosi - (Du bonheur de la vie religieuse, trad. Girard, 1644), che
aveva scoperto al Seminario francese.
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starmene ai tuoi piedi. È il mio posto, quello che prediligo.
[Mercoledì] 8 marzo [1865]
Prima meditazione - La presenza di Dio, affettuosa e moderatrice
Siano rese grazie a Dio!
Vedendomi sempre tanto dimentico di Dio nelle conversazioni, sempre tanto solerte nello studio
e così poco devoto nelle mie letture, insomma scorgendomi sempre lo stesso (eccetto un poco più di
ritegno nel parlare di me, o dei rimorsi interni sulla modestia), mi son chiesto la causa di questo
scarso miglioramento e di questa poca presenza di Dio nella mia vita.
E inoltre, perché non mi esamino più dopo ogni visita od uscita di casa?
Tutto ciò denuncia un difetto nascosto.
Ora Nostro Signore nella meditazione mi ha mostrato che questa dimenticanza di lui proviene
dal medesimo mio difetto: l’eccessiva espansività e trascuratezza; in tale situazione subito riemerge
il naturale. Io sono con la persona e sto fisso nel pensiero della persona, o divago su un ricordo di
esperienza o sulla smania di curiosità o su un’esigenza di servizio. Facilmente siamo attirati dalle
novità e restiamo accalappiati, Imit. [Im 1, 10: 2].
E poi, in seguito non mi esamino, perché ciò mi infastidisce; vorrei rimanere nella purità della
coscienza e nella convinzione di essere stato fedele a Dio e che lui è contento di me, per non esser
costretto ad umiliarmi, a chiedergli perdono e a impormi una penitenza. E così avviene che son
sempre lo stesso. Donde proviene ciò?
1° Dalla troppa libertà che concedo alla mia anima e ai suoi pensieri naturali; e di conseguenza
sono sballottato come un fuscello di paglia nel vento.
Che fare? Incrementare la presenza di Dio, come diceva ed operava l’apostolo, come mossi da
Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo [cf. 2 Cor 2, 17]. - Vigila su te stesso, scriveva a
Timoteo [1 Tm 4, 16]. Che cosa ho fatto per l’onore di Dio?
Ecco quanto dovrei fare e perseguire [?]. Ma come giungere a pensare a Dio nell’attività, nel
corso delle visite, quando mi trovo nel mondo?
Prendendo l’abitudine nella mia vita privata di formulare un breve saluto o un atto di adorazione
di Nostro Signore allo scoccar dell’ora, offrendogli l’attività che mi tiene occupato, rinnovando
l’offerta e benedicendolo, e ribadendo il proposito fatto alla levata del mattino: il dono di me stesso.
Le prospettive di miglioramento non le devo porre nella purità o nell’amore di compiacenza, ma
nell’umile confessione della mia miseria e delle mie colpe, nell’impormene immediatamente la
penitenza del cuore, nel sottomettermi all’esercizio della pazienza e della confidenza. Ecco tutto
quello che c’è da fare.
Qui sta la radice che deve nutrire l’albero, in questo consiste l’amore genuino di Dio. Quindi
oggi, quando sentirò battere l’ora o anche i quarti d’ora, se sono solo mi metterò in ginocchio e
formulerò i tre atti seguenti: adorazione, offerta, ringraziamento, e - se già avrò peccato - domanda
di perdono.
[2°] Un grande ostacolo alla grazia della devozione (essa deve essere l’anima, la luce e la forza
della mia vita, e non lo studio la scienza o la dedizione gratificante), è anche il fatto che io lavoro e
studio in vista dell’apostolato, o piuttosto, senza avvedermene, a servizio della vanità o di uno zelo
intempestivo. Ecco perché io rincorro il bello, vi sono poi taluni che pretendono di scrutare i miei
segreti [Im3, 4: 16], il grande, il sublime persino.
È vero, io mi entusiasmo per la bellezza della verità, per la grandezza di Dio, per la bontà del suo
amore, per la gloria del suo servizio. Tutto ciò può essere molto naturale, ma è anche molto
imperfetto. Si tratta di cose esterne; non vi entra in gioco il midollo dell’anima che si dona o la virtù
radicale che si immola e che rinuncia a se stessa, perché si tratta insomma del dono di sé, di cavare
qualcosa da se stessi. E per me, del perdersi del mio essere in Nostro Signore. Esci, ma come
nell’Incarnazione, spogliò se stesso [Gn 12, 1; Fil 2, 7].
Imitazione, lib. 3, c. 9
Se tu consideri le cose ad una ad una come emananti dal sommo bene, (concluderai che) tutte
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quante sono da ricondursi i a me come alla loro origine [Im 3, 9: 5].
Non devi dunque mai ascrivere qualche cosa di buono a te o alla potenza umana, ma riferire
sempre tutto a Dio solo, senza quale l’uomo nulla può avere.
Sono io che ho dato tutto e tutto voglio riavere [Im 3, 9: 8-9]. - Si.
[Giovedì] 9 marzo [1865]
Prima meditazione - La povertà di nostro Signore e la povertà religiosa
Ho meditato sulla povertà effettiva e mi son reso conto che senza determinazioni concrete la
povertà affettiva è poca cosa.
Amare la povertà quando non manca nulla e nulla mancherà nel futuro, quando si ha a
disposizione ogni bene e in abbondanza - come forse non potremmo avere se dovessimo pensare al
nostro sostentamento personale. - E godere prestigio! in queste situazioni dov’è la gloria e il merito
della povertà?
Mi sono convinto che io non sono povero né cerco di praticare la povertà in alcunché: non ne ho
né l’amore né lo spirito. - Non so nemmeno farla praticare dai miei confratelli, perché non ne offro
loro l’esempio. - La povertà religiosa è poco osservata a Parigi e in genere [nelle case] dove risiedo,
perché non ne comunico né la grazia né lo spirito.
Questa mancanza di povertà, o meglio questo lusso religioso e queste false idee che il bello è
migliore, dura di più ed è più conveniente al nostro genere di vita, tutto ciò è un sofisma della vanità
e attaccamento al benessere.
Noi non dobbiamo praticare il mondo come i missionari, non siamo destinati a frequentare la
società. Io vedo che qui a Roma i religiosi sono vestiti con decoro, ma con stoffe e calzature
semplici e persino rozze, gli stessi gesuiti, e le loro celle hanno lo stretto necessario.
Ho visto a sant’Anastasia il mantello grossolano di san Giuseppe. [E] con lo stesso genere di
tessuto è confezionata la tunica di Nostro Signore di Argenteuil.
Nostro Signore viveva poveramente, amava le cose povere come naturali al suo stato e in caso di
libera scelta le preferiva. Perché?
- per meglio onorare il Padre suo,
- per riparare l’abuso, gli eccessi, la vanagloria e l’amore sregolato ai beni di questo mondo
dell’uomo,
- per mostrarci ciò che è più perfetto,
- per mettere in chiaro le condizioni della sua sequela.
- La povertà è la prima legge della vita religiosa.
- È un voto sacro che io ho emesso.
- È lo stato e la grande virtù di Maria mia madre
- È la mia condizione di origine.
E perciò, se non sono povero affettivamente ed effettivamente, io faccio ingiuria ai miei genitori,
alla mia grazia, alle mie promesse, alla Congregazione, alla divina Eucaristia.
La povertà effettiva sta alla virtù di povertà come l’umiliazione sta all’umiltà. Seguimi: io sono
la Via, la Verità e la Vita, senza via non si cammina; senza verità non si conosce; senza vita non si
vive [Im 3, 56: 4].
L’applicazione da fare è facile. Scegli sempre di possedere meno che di più [Im 3, 23: 4]. Scegli
sempre per te ciò che c’è di più rozzo, di più semplice e di più comune. Veglia perché le cose non ti
procurino del male, ordina in modo che esse non eccedano [testo non identificato]. Io non sono che
il dispensatore di Dio e dei suoi beni; fossi tu fedele! [1 Cor 4,2]
Imitazione, l. 3, c. 37
Vivi senza essere schiavo della tua inclinazione al possesso di beni materiali: e ci guadagnerai
sempre.
Poiché non appena tu ti sarai così abbandonato, senza ripigliarti quello che hai dato, subito ti
verrà accresciuta nuova grazia. […]
Voglio trovarti spogliato di tutto. […]
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Da’ tutto per tutto. [...]
Brama. di poter seguire, spogliato, lo spogliato Gesù, di poter morire a te e vivere eternamente
per me [Im 3, 37: 2, 3, 6, 14, 15].
Terza meditazione - Bufera
O Dio! quale bufera mi si è scatenata dentro per la durata di un’ora! che cosa è mai passato nella
mia immaginazione! Il mio spirito era sconvolto e inflessibile e la mia volontà era in preda al
parossismo; il mio cuore però è rimasto senza acredine, senza desiderio di vendetta o di
provvedimenti di disciplina contro ciò che ritenevo come contrario allo spirito di obbedienza x x x,
e un principio falso in questo caro confratello, il quale non vede più in là delle sue vecchie idee47.
Alla fine mi son gettato ai piedi di Nostro Signore e ho pregato con lui nell’orto degli ulivi: passi
da me questo calice [Mt 26, 39]. E ho ripetuto: Gesù, mite e umile di cuore, fa’ il mio cuore simile
al tuo (Litanie del S. Cuore). Mi sono imposto il silenzio in questa dolorosa circostanza. Ho
guardato a Nostro Signore mite e sereno in mezzo a coloro che stavano per causargli tanta
sofferenza, e la sua benevolenza nello scusare Pietro e nell’amare tutti, pur preannunciando la loro
fuga e il loro scandalo - anche Giuda.
Mi son convinto che in me tutto questo zelo per l’autorità e per la riprensione è uno zelo alla
Boanerges, uno zelo umano e uno zelo ferito. Ora, fino a che mi trovo in tale stato, non sono
obbligato ad agire; è meglio soffrire: è un mio dovere. Perché farmi del male per un piccolo bene,
che non è sicuro, una scenata, che ad altro non servirebbe che ad accrescere il turbamento?
Mi son reso conto anche di quest’altro mio lato debole: mi lascio sorprendere da quanto mi vien
riferito da qualcuno e agisco all’istante; divento perciò un capo esasperato, e non un padre, un
medico, l’uomo saggio di Dio.
Quale ne è il motivo? Mi si prende per il lato debole del mio carattere: il successo della
Congregazione, ciò che le può recar danno, il disordine, una rivalità, che so io? Si stuzzica cioè il
mio amor proprio.
Per cui, in siffatte circostanze, io giudico il problema in base al criterio dei contrari, e non a
quello della saggezza che sa attendere, che tiene conto di colui che riferisce e delle sue reazioni
personali, fors’anche della sua eccitazione, che pesa le circostanze in favore con le probabilità di
scusanti - la miseria umana, la tentazione o l’ignoranza, forse anche una visione diversa delle cose.
In breve, bisogna che mi attenga al silenzio e che sospenda il mio giudizio fino a che non veda
chiaro alla luce di Dio, spassionatamente, nella calma della carità e nella santità della legge.
A questo scopo bisogna ch’io cominci a dominarmi, a vincermi, a tacere, a pregare e a pregare
molto, perché da un po’ di tempo sono diventato impaziente, impressionabile e quasi furioso contro
certi abusi e certi modi di [fare].
Riassumendo:
Ogni volta mi verrà riferito qualcosa a carico di qualcuno, tener conto:
1° del movente che fa parlare la persona che riferisce o accusa,
2° dell’intenzione di colui che ha agito,
3° dello stato della mia anima, per accertarmi di essere nella disposizione che Dio vuole. Allora
tutto procederà per il meglio.
[Venerdì] 10 marzo [1865]
Prima meditazione - I motivi della povertà
La povertà non è apprezzabile né amabile in se stessa, perché consiste in una privazione e in una
punizione.
Essa è diventata nobile in Nostro Signore Gesù Cristo, che l’ha sposata e ne ha fatto la
condizione e la forma della sua vita, - il fondamento della perfezione evangelica, - la prima delle
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Allusione, appena velata, al Padre de Cuers che non risparmiò i rimproveri al suo superiore di fronte alle lentezze
della procedura, e che era lungi dal condividere la visione dell’Eucaristia del Padre Eymard. - Cf. in particolare la 2a
meditazione del 10 marzo, la 2a e la 3a meditazione dell’11 marzo.
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sue beatitudini, - la sua ereditiera divina.
Essa è santa, perché è la grande virtù di Nostro Signore, la virtù che ripara la gloria di Dio
perduta a seguito del peccato originale e dei peccati personali.
- Essa genera la virtù della penitenza con le privazioni inerenti allo stato di vita; è l’occasione
naturale della grande virtù della pazienza, che è l’opera cristiana perfetta.
- Essa è l’anima e l’alimento dell’umiltà, e ne è l’umiliazione naturale.
- Essa presuppone la dolcezza e una grande forza di carattere di fronte alle grandi sofferenze
prolungate nel tempo, perché la pura sofferenza, senza consolazioni né sollievi almeno benevoli,
forma il suo stato ordinario.
Come virtù positiva, essa è dolce, non si dà nulla ad un povero arrabbiato. È giusta, rispetta tutti,
soprattutto i grandi benefattori, è riconoscente, è la sua potenza. Prega, è la sua vita.
Essa è di gloria a Dio:
- Benedice la sua volontà in tutto.
- È contenta dello stato in cui Dio l’ha messa.
- Si serve di tutto quanto lo compone per rendere omaggio a Dio, al pari di Giobbe.
- Essa adora ed ama Dio al di sopra di tutto. La sua volontà è la sua ricchezza.
- Si abbandona come un bimbo alla sua provvidenza paterna, che si manifesta nella misericordia,
nella bontà e qualche volta nella giustizia.
- Essa è la povera di Dio - Getta sul Signore il tuo affanno [Sal 54, 23].
È quindi davvero bella la povertà agli occhi di Dio, quando è cristiana, ma è addirittura
incantevole quando è spontanea, religiosa: costituisce il vero amore supremo, con il dono di tutto e
l’abbandono in tutto. Il piacere ha rovinato l’uomo, la povertà lo riabilita e lo rende felice.
E quanto è ammirevole la povertà di Gesù nel SS. Sacramento! Spogliato di ogni gloria, di ogni
bene naturale e di ogni libertà, Gesù è là in balia della carità dell’uomo e a sua discrezione: ecco il
vero amore.
Ciò che mi ha maggiormente impressionato in questa meditazione è l’essermi reso conto della
bontà e della prodigalità di questa divina provvidenza su di me e sulla Congregazione. Quanto torto
gli faccio quando non mi dimostro come suo figlio abbandonato in tutto, nelle piccole sofferenze
come nella scelta delle cose di mio uso personale, nei viaggi come in ogni altro semplice atto
religioso.
E quanto ho mancato in questa bella virtù! quanto poco sono stato degno di stare in compagnia
con Nostro Signore ! Tutto ciò che è personale è nemico di questa virtù regale.
Amerò ancor di più san Francesco, il suo divino innamorato e il suo apostolo tanto efficace.
Sono ritornato sul proposito di ieri sera: nessuna adulazione e nessuna debolezza allo scopo di
conservare la pace o di procurarmi la stima, ma agire unicamente nella calma, attenendomi alla
verità personale e al dovere della giustizia o della carità.
Imitazione, lib. 1, c. 7
L’umile gode una pace ininterrotta; invece nel cuore dell’orgoglioso c’è continuamente invidia e
rancore [Im 1, 7: 13].
Questo brano, letto dopo il mio ringraziamento, durante il quale io intravedevo una dolcezza
suggerita dalla vanità, e poi vivacità, energia, minacce e provvedimenti drastici in base al medesimo
principio, è stata per me davvero la luce di Dio.
Siano rese grazie a lui! Ecco il campo, il nemico, la lotta di Dio.
Seconda meditazione - Medesimo argomento - virtù
Ho ringraziato Nostro Signore per questa bufera che di tanto in tanto solleva dei flutti. Ho sentito
il bisogno di recitare il miserere prostrato a terra con le braccia in croce. Quale violenza! Ciò non
può venire dallo spirito di Nostro Signore, e sarebbe per me causa di molte colpe se Dio non mi
trattenesse - e per la Congregazione, forse, fonte di grandi perturbamenti.
L’essere rimasto urtato, offeso, irritato dal suo modo di fare, dai suoi punti di vista e dalle sue
parole di violento contrasto, non può giustificare uno stato di esasperazione e il desiderio di
umiliarlo; un tale contegno sarebbe troppo personale. D’altra parte, egli agisce e crede di agire
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bene; è uno spirito che si ostina su ciò che crede sia il meglio, e rifugge dall’arrendersi a
discrezione.
Dio non gli concede questo lume, ed egli non è responsabile.
Perciò io ho torto nel voler far valere troppo la mia posizione di superiore nei suoi riguardi. Ciò
che devo fare è stare in silenzio, nell’attesa delle occasioni della divina provvidenza. - Lasciar
cadere le controversie(?) e conservare soltanto il silenzio, la pazienza, la dolcezza e la carità, e fare
con la preghiera quello che non devo fare con la spada.
E non confidare ad alcuno la mia piccola prova: sarebbe sciupare i petali di un fiore.
Davvero, non avrei mai creduto di avere un tale caratteraccio. Sono diventato impaziente,
ciarliero, indiscreto nelle parole e nelle conversazioni. Voglio tagliar netto.
Potrei quasi dire che questo è il mio più grosso difetto al presente - cerchiamo di divagarci
reciprocamente, sollevando con questo mezzo la mente stanca di pensieri gravi, dice l’Imitazione
[Im 1, 10: 5].
Che fare? Son convinto che la natura è incapace di correggere questa tendenza difettosa e che mi
abbisogna la grazia di Dio. Quindi occorre pregare molto; l’ho fatto un po’ più a lungo questa
mattina.
Sento che, non essendo abbastanza forte, bisogna evitare le occasioni e buttarmi nel negativo,
nella fuga del diverbio o nel silenzio, e procedere secondo la mia calma e la grazia di Dio.
Qui sta la grande lotta da ingaggiare; ne guadagneranno il raccoglimento e la virtù.
Al fondo vi sono motivi oggettivi; ed è ciò che mi ha ingannato o portato soprattutto alla severità
interna; e poi tutto viene di conseguenza: l’immaginazione ingrandisce le cose, il demonio soffia sul
fuoco e il falso zelo incalza. Ma quando il fuoco divampa dentro la casa, non bisogna apportarvi
dell’altro combustibile; occorre invece portarvi dell’acqua e cercare di circoscrivere l’incendio.
Devo assolutamente proibirmi ogni discussione interiore, pregare e scagionare, accusarmi ed
umiliarmi davanti a Dio.
Ah! se avessi avuto più costanza nella pratica della regola, se avessi partecipato di più alla vita di
famiglia, se mi fossi dedicato di più alla preghiera, non avrei messo a repentaglio la mia anima, la
mia pace, la Congregazione.
Sono io allora che sono in causa, non gli altri; bisogna perciò che prima ne discorra con Dio e
con me, innanzitutto.
[Sabato] 11 marzo [1865]
Prima meditazione - La Madonna
Oggi, sabato, ho meditato sulla Madonna. - Ho ringraziato Nostro Signore per averci dato una
madre così pura, così santa e così grande; per averla scelta come sua divina madre, per darcela in
forza del suo titolo di figlio, con i suoi meriti e le sue grazie.
Oh, quanto amore e quanta riconoscenza devo a questa buona madre! Quanti favori e quante
grazie mi furono da lei elargite al santuario del Laus!
A lei devo la protezione, la vocazione e soprattutto la grazia del SS. Sacramento: ella mi ha
donato al suo divin figlio come servo e suo figlio prediletto.
E quante grazie a partire dal 1856: grazia di perseveranza nonostante la sofferenza del cuore e
della natura, grazia di unità nonostante gli elementi di contrasto, non essendo sufficientemente
centro per mia colpa e le mie tendenze all’esteriorità, grazia personale contro le tentazioni. E poi
tutte le grazie elargite alla stessa Congregazione!
Ma ciò che mi colpisce profondamente e mi confonde, - è l’aver così poco corrisposto a tanta
bontà, amore e saggezza di guida della Madonna, - l’aver così poco onorato la sua scelta, - l’essermi
un poco raffreddato nella devozione tenera e pratica verso di lei, - l’averla fatta poco onorare.
Che fare? Ciò che ella ha fatto al servizio di Gesù e per la sua gloria.
Ella pensava con il pensiero di Gesù, viveva in unione di virtù e di fatiche con lui, dentro di sé
non si occupava che di Gesù, per Gesù e in Gesù. E poi ella era tanto dolce, tanto umile e tanto
servizievole verso tutti. Sapeva ciò che Gesù avrebbe sofferto e conosceva i suoi nemici e i suoi
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carnefici; eppure nulla traspare in lei: ella si mostra buona persino con Giuda.
La sua carità era la carità del suo divin figlio.
Ho chiesto con insistenza a questa buona madre lo spirito di dolcezza, la sua bontà, la sua calma
e la sua paziente prudenza e saggezza; l’ho supplicata di liberarmi da questa tentazione. … Ho
preso la risoluzione di non soffermarmi più sulle sofferenze e sui motivi di pena, di scusarlo e di
scagionarlo, … di render giustizia alle sue virtù, … di agire con semplicità e con spirito fraterno.
E di confessare davanti a Dio la mia miseria: sono io il malato da guarire, il febbricitante da
calmare, l’uomo suscettibile; alla radice di tutto v’è l’amor proprio ferito.
E poi non è che un’occasione: la tendenza cattiva saprebbe scovare un altro motivo.
Dio sia benedetto; e sia ringraziata Maria per avermi mostrato questo ascesso; spero di averlo
fatto scoppiare.
Imitazione, l. 4, c. 2
Allietati, anima mia: e ringrazia Dio per un dono così nobile, per un conforto così singolare,
lasciato a te in questa valle di lacrime [Im 4, 2: 23].
e 2° - lib. 3, 5
Tu sei la mia gioia e l’esultanza del mio cuore, tu sei la mia speranza ed il mio rifugio nella
tribolazione che mi opprime [Im 3, 5: 5].
È Nostro Signore che consola un poco la mia debolezza e mette un fiore sulla mia croce, e un po’
d’olio su questo ascesso aperto: che se n’esca questo marciume!
Seconda meditazione - Sottomissione
Lo Allietati di questa mattina [Im 4, 2: 23] ha avuto la sua spiegazione a mezzogiorno durante la
seconda meditazione. Ho visto che l’atteggiamento negativo, il sacrificio ++, il silenzio, la fuga
dalle occasioni e dal risentimento, hanno sì un po’ di forza, ma non portano alla vittoria. La tensione
persiste con le sue motivazioni e sovente diventa ancor più esplosiva a causa della violenza
repressa. Un istante di distrazione o un rilassamento nella preghiera, e il fuoco ricomincia a
divampare come la polvere da sparo. Ne ho già fatta l’esperienza: il vecchio lievito e il vecchio
amor proprio ferito, e ferito per motivi obiettivi, la rafforzano e la alimentano.
Mi occorre dunque una motivazione che trionfi sia sulla ragione che sul cuore.
Ora Nostro Signore nella sua misericordiosa bontà si è degnato di mostrarmela. Mille lodi e
ringraziamenti! É Nostro Signore che vuole questa situazione, questo tipo di persona, questa
contraddizione, queste proteste negative, questo prender le distanze sistematico, - che non dà se non
come riceve, - che si tiene sulla reticenza o sulla difensiva, - che si trova bene unicamente
nell’accordo o nell’affinità delle idee.
Ora Nostro Signore lo sa questo e lo vuole per il mio bene, il mio maggior bene. Egli non esige
da me un atto di sottomissione esterna, di deferenza o di umile accettazione. No. Non devo farlo per
il motivo della pace o dell’amicizia fraterna: sarebbe una debolezza da parte mia, fuggirei il
sacrificio e non entrerei nella logica divina della volontà di Dio.
Ed eccola questa logica: cercare ed avere unicamente Dio per testimone, giudice e consolazione,
e non l’armonia naturale; vedervi come una lezione, una correzione e un allarme da parte di Dio,
perché potrei assopirmi e impigrirmi nei miei doveri; cercare di individuare le ragioni della
posizione personale contraria, per farne l’oggetto nobile e generoso del sacrificio a Dio.
Insomma:
1° Dio vuole questo stato di croce per il mio bene, perché io sono leggero e pusillanime.
2° Chiarirmi queste ragioni particolari, se Dio si degna di mostrarmele nella sua grazia, per
calmare di conseguenza la ragione e la febbre.
3° Assolutamente stendere un velo sulla persona; tagliar corto ad ogni ragionamento
nell’emozione e nell’azione, per agire solamente nello spirito di Dio.
Un secondo pensiero mi ha molto consolato; in sostanza per me tutto si riduce a questo: Chi
rimane in me e io in lui fa molto frutto [Gv 15, 5]:
- consultare Nostro Signore in tutto,
- agire sotto la guida del suo spirito,
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- mettersi sempre daccapo nelle mani e nei desideri della sua volontà,
- essere veramente il suo servitore personale.
Allora Nostro Signore diventa [il centro:] in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo [At 17,
28]. L’essenziale sta nel mantenervisi, nell’alimentare senza tregua l’unione, sia in senso positivo
con le virtù sia con il sacrificio, spesso con il semplice raccoglimento del cuore, perché in questo sta
il riposo attivo.
Mi chiedevo: ho dunque perso molto tempo? No, bisognava rianimare il sentimento intorpidito
dalla paralisi, sgomberare tutto questo bazar e far casa pulita, spazzarla, ornarla con qualche fiore,
riscaldarla con la devozione, insomma renderla abitabile.
Perciò il cammino percorso è quello giusto. Ci troviamo sulla porta: bisogna entrare, mettersi a
servizio, donarsi, abitare in Gesù!
Terza meditazione - Gesù Maestro
Nostro Signore ha cambiato l’argomento della mia meditazione48. Il pensiero della vita interiore
di Gesù, del mezzogiorno, mi è apparso ancora più vivido, e allora ne ho fatto il tema della mia
preghiera.
Per vivere in Nostro Signore, io devo considerarlo come maestro, modello e Dio del cuore:
- come maestro, egli è la legge, il criterio del giudizio e della verità;
- come modello, egli mi offre la forma della vita e delle virtù;
- come Dio del cuore, egli ne forma l’intenzione e ne è il fine.
Ritornando alla croce accettata e voluta nella volontà di Dio, ho visto che ero caduto in un torto:
il rifiuto di prendere in considerazione il lato buono e la parte di vero, quando ritenevo cosa
contraria all’autorità, - l’ammetterlo o dar l’impressione di esserne influenzato. Ho avuto torto. Lo
dovevo questo omaggio alla verità, senza adulazione come senza debolezza. La giustizia e l’equità
lo reclamano: mi propongo di tutelare i loro diritti.
Mi sono soffermato principalmente su Nostro Signore come maestro, perché è il punto capitale
per me, al fine di liberarmi da questo naturalismo di vita che mi tende insidie ad ogni istante.
Oh, come giungere a pensare in Gesù? come vederlo operante per ricopiarlo? come rendere
sempre presente il suo amore in modo da fare di lui in tutto il Dio del mio cuore?
Mio Dio, quanto facilmente divento naturale, leggero, spiritoso, mondano! Ciò sarebbe
avvilente, se non sapessi che è attraverso le virtù negative, e cioè la pazienza, l’umiltà,
l’umiliazione conseguente alla colpa che si arriva all’abbandono e alle virtù positive.
Un altro pensiero mi ha fortemente impressionato, un pensiero che forse non mi è mai passato
per la testa o che per lo meno non mi ha mai colpito o che io mai ho compreso, questo: la vita
interiore dell’anima in Nostro Signore o in Dio, occupata a lodarlo, a benedirlo, ad amarlo in lui
stesso, a esercitare le virtù su Dio nell’esercizio della contemplazione, come gli angeli e i santi in
cielo, che non sono sempre tutti assorbiti nella loro beatitudine, ma molto di più nella gloria, nelle
perfezioni e nella beatitudine di Dio in se stesso.
Ora, o anima mia, se tu non vivessi in Nostro Signore, non potresti vivere di questa vita di lodi,
di ammirazione e di contemplazione. Questo soprattutto è ciò che affeziona l’anima a Dio, molto
più che le virtù esteriori o interiori su di sé o per sé.
Ecco l’ideale a cui bisogna mirare. È la vita vera in Nostro Signore. L’altra vita è come quella di
un mercenario comandato per una missione; questa terminata, egli non fa più nulla, riposa, attende
nuovi ordini. Un figlio invece è disposto a tutto; e quando non deve lavorare, si abbandona
all’amore e alla gioia dell’essere in compagnia dei suoi genitori.
[Domenica] 12 marzo [1865]
Prima meditazione - La dolcezza interiore di nostro Signore
Ho meditato sulla dolcezza di Nostro Signore come virtù che informa il suo vero carattere, il suo
48
Il P. Eymard aveva scritto il titolo: Douceur de rapports, che ha poi cancellato.
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spirito e la sua vita. Imparate da me che sono mite [Mt 11, 29]. Non ha detto: imparate da me che
sono povero, mortificato, devoto, pio, sapiente, silenzioso. No, no! Ma mite, perché l’uomo
decaduto è naturalmente collerico, astioso, geloso, permaloso, vendicativo, omicida nel suo cuore,
furente negli occhi, velenoso nella lingua e violento nelle sue membra. La collera costituisce la sua
natura, perché egli è naturalmente orgoglioso, ambizioso e sensuale.
Perché è infelice e umiliato del suo stato; è un essere inasprito, come si dice di una persona che
ha ricevuto un’offesa da altri.
1° Nostro Signore è dolce nel suo cuore: egli ama il suo prossimo, ne vuole il bene, gli vuole
bene e non pensa che al bene che gli può procurare. Egli giudica il prossimo nella sua misericordia,
non nella sua giustizia, non è ancora giunto il tempo per questo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto
a cercare e a salvare ciò che era perduto [Lc 19, 10]. - Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati [Lc 5, 35].
Egli è una tenera madre, il buon samaritano, è Gesù Cristo. Ogni figlio debole, il peccatore, il
giusto, tutti hanno un posto nella tenerezza del suo cuore. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e
oppressi, e io vi ristorerò, ecc. [Mt 11, 28].
Perciò nel cuore di Gesù non c’è posto per l’indignazione contro coloro che lo disprezzano, lo
ingiuriano, gli augurano del male, che gli fanno del male e che gliene faranno. Egli tutti li conosce,
ma prova solo compassione e pena per la loro infelicità. Quando fu vicino, alla vista della città,
pianse su di essa [Lc 19, 41].
Ma come poteva Nostro Signore essere dolce verso i suoi nemici cattivi e malvagi, verso Giuda?
Egli era dolce per natura. Agnello di Dio [Gv 1, 22].
Era dolce per virtù, perché il Padre suo ne era glorificato.
Era dolce per la missione ricevuta dal Padre: la dolcezza doveva essere la caratteristica del
salvatore, per attirare i peccatori, per incoraggiarli ad andare a lui, per affezionarli a sé e alla sua
legge.
E la dolcezza doveva essere la virtù caratteristica dei suoi, perché essa è il frutto dell’amore.
Ho tanto bisogno di questa dolcezza di cuore. Io non la possiedo, non ne ho che l’apparenza:
spesso pensieri e giudizi ad essa contrari mi occupano la mente. Perché?
- Perché da qualche tempo non combatto a sufficienza i ricordi penosi.
- Perché permetto che nella mia immaginazione si agitino rappresentazioni di lotte, di contrasti,
di aggressività temerarie, di violenza, come i febbricitanti che - superata la crisi - non sono più in
grado di camminare.
- Perché son troppo incline a giudicare di persone e cose in base al criterio del successo della
Congregazione, o in riferimento all’autorità o alle virtù esterne dell’obbedienza, dell’umiltà e della
disciplina.
Io dovrei giudicarne con il criterio di Nostro Signore, o ispirandomi alla sua santità e alla sua
misericordia - o sollecitato dalla missione per una più grande gloria di Dio. Allora la carità sarebbe
per me.
Una pace ininterrotta in un cuore umile [Im 1, 7: 13]. L’umile... rimane tranquillamente sereno
[Im 2, 2: 11].
2° Gesù è dolce nel suo spirito. Egli vede unicamente Iddio suo Padre nel prossimo. E non vuol
[vedere] negli uomini nient’altro che delle creature di Dio. É il padre che ama il suo figliolo, piange
i suoi smarrimenti, ne va alla ricerca per indurlo al ravvedimento, ne cura le piaghe - senza
domandarsi da che cosa sono state causate, e vuole restituirgli la vita in Dio. Perciò il suo animo è
tutto occupato dalla coscienza delle paternità nei confronti del figlio, dalla preoccupazione di
trovare i mezzi efficaci, dalla sofferenza del suo infelice figliolo. É il bene che lo muove ad agire, è
per il suo bene che egli lavora; non agisce spinto dalla collera, dall’indignazione o dal desiderio di
vendetta.
Davide che supplica di risparmiare la vita di Assalonne e che poi ne piange amaramente la
morte.
La Vergine addolorata e la sua compassione verso Gesù e [verso] i peccatori.
La vera carità si nutre dello spirito e del cuore del bene, non del contrario.
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Essa non disgiunge mai l’uomo dal suo stato soprannaturale attuale o futuro, non lo isola mai da
Dio, perché altrimenti egli diverrebbe un nemico.
1 Cor. 13, san Paolo: La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si
vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto
del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine [1 Cor 13, 4-8]. Tutti questi particolari si
riferiscono alla vera dolcezza di Nostro Signore.
R. [ritorno?]. Quanto ho detto del mio cuore, lo devo ripetere soprattutto del mio spirito e della
mia immaginazione che, con le burrasche che sollevano all’improvviso in me, mi rendono faticosa
la preghiera. Sono delle vere furie, una turba in rivolta intenta ad appiccare il fuoco dappertutto e a
maneggiare la spada su tutto.
È colpa mia: io non mi decido a soffocare immediatamente questa miccia accesa; un po’ più di
risolutezza e uno sguardo a Dio e tutto tornerebbe nella calma.
Imitazione, lib. 3, c. 28
È molto saggio il tacere nelle occasioni spiacevoli volgendosi subito internamente a me e non
prendendosela per qualche giudizio umano.
La tua pace non deve consistere in ciò che dicono gli uomini; tu non sarai infatti diverso da
come sei, perché sei stato interpretato bene o male. Dove è la vera pace e la vera gloria? Non è
forse solo in me?
Perciò godrà di grande pace chi non si preoccupa di piacere agli uomini e non ha paura di
dispiacere loro.
Da un amore sregolato e da un timore sciocco scaturiscono tutte le inquietudini del cuore e le
dissipazioni dei sensi [Im 3, 28: 4-10].
Quanto è stato buono il divin maestro! Ho avuto il completamento della grazia di ieri e di questa
mattina!
Spera in Dio, anima mia! Eccoti alle virtù fondamentali.
Terza meditazione - La dolcezza esteriore di nostro Signore
Gesù pratica la modestia in tutta la sua vita esterna. Questa modestia è come il soave profumo
della sua carità e della sua santità.
Essa regna in tutti gli atteggiamenti del suo corpo: nulla di violento nel movimento delle braccia
e delle mani, nel suo modo di gestire: tutto è calmo; il gesto è l’espressione del pensiero e del
sentimento.
Il suo incedere è calmo, non precipitoso né irruente, perché tutto nei suoi movimenti è regolato
dalla saggezza.
Il suo corpo, il suo contegno, lo stato delle sue vesti rivelano l’ordine, la calma e la pace.
È il regno della dolce modestia o della modestia divina, perché la modestia è la dolcezza del
corpo e il suo decoro.
Il suo capo ha una sembianza serena, non altera, fiera o sprezzante, ma neppure troppo avvilita o
eccessivamente timida. È il contegno dell’umile e semplice modestia.
I suoi occhi non esprimono alcun sentimento di collera o di sdegno. Il suo è uno sguardo di
deferenza nei confronti delle autorità, uno sguardo di tenerezza per sua madre e san Giuseppe a
Nazareth, di bontà verso i suoi discepoli, di affettuosa compassione sui peccatori e di cordiale
perdono per i suoi nemici.
La sua bocca è il trionfo della dolcezza. Essa si apre con modestia e con dolce gravità.
Il Salvatore parla poco; dalle sue labbra non sfugge una battuta scherzosa, una parola buffa,
bizzarra o imprudente; tutte le sue parole rispecchiano i suoi pensieri e sono il frutto della sua
saggezza.
I vocaboli ch’egli usa, sono semplici ma sempre appropriati, alla portata del suo uditorio e della
gente più semplice.
Nostro Signore, nella sua predicazione, evita ogni riferimento personale offensivo; prende di
mira unicamente i vizi di casta, di scuola o di categoria, ma non rivela mai le colpe nascoste o i
92
difetti intimi.
Egli non sfugge colui che lo odia; non tralascia alcun dovere da compiere né alcuna verità
evangelica da annunciare per timore, per evitare un contrasto o per compiacere qualche
personaggio.
Non muove alcun rimprovero prematuro né pronuncia profezie personali prima del tempo, a
Pietro, a Giuda, ai suoi carnefici che ben conosceva. Egli vive con loro con la medesima bontà e
semplicità, con la medesima dolcezza; l’ora non era ancora venuta, l’ordine del cielo non era ancora
stato dato, e perciò l’avvenire era come se non esistesse.
Nostro Signore si mostrava di una pazienza ammirevole con tutte le folle che lo stringevano
d’attorno; mai un atto d’impazienza; si manteneva in una calma affascinante in mezzo a quelle turbe
agitate, subissato dalle richieste petulanti di un popolo dai sentimenti terrestri.
Ancor più ammirevole è il comportamento così calmo, dolce e amichevole di Nostro Signore con
i suoi discepoli rozzi, ignoranti, suscettibili, orgogliosi del loro maestro, egoisti. Nostro Signore li
ama tutti ugualmente. Nessun segreto per l’uno, nessuna preferenza per l’altro, nessun segno di
predilezione. È la dolcezza del miele, eguale in tutte le sue parti – [Egli è] sempre coerente e
imparziale nella sua condotta.
I bambini amano Gesù: egli è tanto buono! La timida donna dell’oriente osa rivolgergli la parola:
è così affabile! Il peccatore ha l’ardire di interpellarlo: è così indulgente! Il malato gli descrive il
suo male: è così compassionevole!
“Imparate da me che sono dolce”; egli è il leone di Giuda, che ha un favo di miele nella sua
bocca; è la roccia misteriosa del deserto, che stilla latte e miele; è la vera manna del cielo, dolce e
nutriente.
Tale è l’abituale dolcezza di Gesù nei suoi rapporti sociali.
R. [ritorno]. Se paragono la mia vita con la dolcezza di Gesù, ahimè! quale vergogna e quale
condanna!
Da qualche tempo il mio amor proprio s’è rivolto alla parte tagliente della spada, soprattutto con
alcune persone, la cui vita, il carattere o gli atti hanno maggiormente ferito il mio nefasto amor
proprio. Di fatto le insofferenze i rimbrotti, il piglio intransigente, tutto proviene da un fondo di
pusillanimità o di pigrizia, che vuole sbarazzarsi e liberarsi immediatamente di un ostacolo, di un
sacrificio o di un episodio increscioso; e quindi bisogna troncarla alla svelta o fuggirne.
È davvero tutto da ridere: quella posa, quelle arie, quelle espressioni! Spero che esse non
avranno suscitato altro che pietà nel buon maestro, perché veramente altro non sono che sfoghi di
infantilismo o di stupidità.
Ho notato che la dolcezza con i potenti o con coloro che possono essere utili alla vanità o a
qualcuna delle tre concupiscenze, è debolezza, adulazione e viltà; che la forza contro i deboli è
crudeltà - e che il desiderio di umiliare è spesso una vendetta segreta. O Dio! o mio Salvatore, che
cosa è l’uomo? Cenere. Non basta, cadavere [cf. Sir 17, 31; Sir 10, 13] neppure. Ecco, è un satana
in libertà!
[Lunedì] 13 marzo [1865] +
Imitazione, l. 3, c. 30
O figlio, il Signore è buono, è un rifugio nel giorno della tribolazione.
Quando le cose non ti vanno bene vieni da me.
Ciò che principalmente fa ostacolo alla celeste consolazione è che tu tardi troppo a ricorrere
alla preghiera.
Difatti tu, spesso, prima di metterti a pregare me con intensità cerchi frattanto molti sollievi e ti
consoli con mezzi materiali [Im 3, 30: 1-4].
Grazie, mio Dio: è verissimo!
+ Prima meditazione - La dolcezza del silenzio di Gesù
Il più grande trionfo della dolcezza di Gesù sta nella sua virtù del silenzio.
1° Silenzio durante il tempo in cui Gesù dovette vivere nell’arco di trent’anni.
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Quanti vizi da correggere! Quanti si smarrivano! Quante colpe nel culto divino, nei leviti e nei
responsabili della nazione!
Nostro Signore non riprende nessuno, non smaschera i difetti; egli si accontenta di pregare, di
fare penitenza, di non essere connivente con il male e di chiederne perdono a Dio.
Il tempo della sua missione divina non era ancora giunto; quello era il tempo della sua vita
nascosta.
Quante belle cose Nostro Signore avrebbe potuto dire ed insegnare per consolare! Non le ha
dette. Egli ascoltava gli altri; ha assistito alle istruzioni nella sinagoga, agli insegnamenti degli
scribi e dei dottori della legge come un semplice israelita, e della classe più umile del popolo.
Avrebbe potuto riprendere e correggere; non l’ha fatto, non era ancora l’ora. Non è egli forse il
figlio del carpentiere? [Mt 13, 55] - Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?
[Gv 7, 15].
Il Verbo del Padre, la sapienza increata, la stessa che ha creato la parola e ha ispirato la verità,
tace e onora il Padre suo con il suo dolce e umile silenzio. È il caso di dire: imparate da me che
sono mite e umile di cuore [Mt 11, 29].
Quale condanna per la mia vita! Io parlo da insensato, mi pronuncio sovente su cose che non
conosco, decido su ciò che è dubbio, affermo e impongo ahimè! la mia opinione. Dico ciò che non
bisognerebbe dire e rivelo ciò che per un senso di elementare umiltà dovrei tacere; non so più
parlare dal momento che non so più tacere.
Perciò Nostro Signore mi tratta come un chiacchierone e un insolente: mi lascia parlare
assolutamente solo e a mia confusione.
[2°] Nostro Signore mostra un silenzio di pazienza incantevole. Ascolta sino alla fine coloro che
gli parlano, senza interromperli; mai risponde loro direttamente lui stesso; riprende e corregge con
bontà, senza umiliare e senza ferire alcuno, come fa un buon maestro con il suo discepolo o con il
suo figliolo.
Egli ascolta cose sgradevoli e strane, e ne trae sempre l’occasione per istruire, rettificare e far del
bene.
R. [ritorno]. Quanti rimproveri devo muovermi su questo argomento: la mia impazienza nel voler
ribattere a ciò che ho già capito in antecedenza o almeno intuito denuncia il fastidio di dover stare
ad ascoltare ciò che mi infastidisce o mi offende; do un colpo di sperone appena mi è possibile per
troncare.
Non è questo lo spirito di Nostro Signore, e nemmeno l’atteggiamento di un uomo ben educato o
di un onesto pagano.
Sono molte [le circostanze] della vita in cui la pazienza, l’umiltà e la dolcezza diventano la virtù
del momento; e debbono esse essere il frutto di un tempo che si giudica sprecato o di una
conversazione noiosa e fastidiosa. Tanto valeva allora non andarci, se si doveva offendere Dio o
tanto poco onorarlo.
Ma come arrivare a questa pazienza del silenzio? Dicendo a se stesso: Dio lo vuole e la sua
gloria lo richiede; sono io ad essere sul campo di battaglia, e non il prossimo.
3° Silenzio di sofferenza di Gesù.
Qui il mio cuore comincia a sentirsi più colpevole e più commosso.
Gesù tace davanti all’atteggiamento incredulo di parecchi discepoli, davanti al cuore iniquo ed
ingrato di Giuda, di cui conosce ogni pensiero e ogni macchinazione. Gesù si controlla, è calmo e
buono con tutti come se fosse all’oscuro di tutto; segue la norma dei rapporti sociali e rispetta il
segreto non svelato.
Quale lezione contro giudizi temerari, i sospetti e le antipatie segrete! La legge della carità, del
dovere comune e della vita esterna prevale anche sulla conoscenza delle opinioni contrapposte,
perché è la legge della provvidenza, della concordia, dell’ordine e della verità esteriore.
Gesù confessa semplicemente la verità della sua missione e della sua divinità davanti all’autorità
giudiziaria. Conferma di essere il figlio di Dio davanti ai pontefici, ammette di essere re davanti al
governatore romano, si tiene in silenzio alla presenza del curioso e impudico Erode, mantiene il
silenzio di un condannato in mezzo alle beffe sacrileghe e canzonatorie della coorte del tempio e
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della guardia pretoriana, subisce senza emettere un lamento i colpi della flagellazione e l’insulto
dell’ “Ecco l’uomo!” [Gv 19, 5].
Non fa commenti alla lettura della sua iniqua condanna: egli abbraccia con amore la sua croce e
s’avvia al calvario fra le maledizioni, i maltrattamenti e gli insulti di ogni genere e da parte di tutti.
E quando la furia crudele degli uomini si è calmata, quando i carnefici han portato a termine il
loro lavoro, quando Gesù è innalzato da terra, egli in contraccambio invoca: Padre, perdonali,
perché non sanno quello che fanno [Lc 23, 34].
Maltrattato, si lasciò umiliare e non apri la sua bocca; era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca [cf. Is 53, 7] - Eppure Gesù ben
sapeva ogni cosa.
O Dio, stupitene, o cieli; inorridite come non mai [Ger 2, 12]. Un Dio salvatore e onnipotente,
insultato vilipeso e crocifisso, risponde all’uomo, ingrato indegno e perverso, solo con la dolcezza e
con il perdono.
Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere? [Sir 10, 9]
Alla comunione ho rinnovato la mia donazione e i miei tre voti, fermamente risoluto ad onorare:
la povertà nell’abito e nella mia vita personale,
la castità con la modestia degli occhi,
l’obbedienza facendo del mio dovere religioso di comunità e di superiore l’obiettivo primo della
stessa obbedienza; non devo, come ho fatto troppo a lungo, trascurare l’interno per l’esterno.
Poniamo un limite a questa attività esterna.
Seconda meditazione - I mezzi per questa virtù
È facile rendersi conto della bellezza, del pregio, della stessa necessità di una virtù, specialmente
della dolcezza. Ma fermarsi qui, equivale a comportarsi come il malato che conosce il rimedio e non
lo prende, o come il viandante che si accontenta di star a rimirare la sua strada. Come arrivare alla
virtù della dolcezza di Nostro Signore?
La risposta necessaria è questa: con l’amore di Nostro Signore, perché l’amore crea l’identità di
vita. Ma come opera l’amore?
1° Bisogna cominciare col distruggere il focolaio incandescente del vizio opposto - la collera,
l’impazienza, ecc. - con la lotta all’amor proprio, che è in balia della legge e della tentazione delle
tre concupiscenze; ci si irrita solo perché si vien distolti da un’occupazione che si predilige rispetto
a quella nuova.
2° Bisogna arrivare a preferire ciò che si presenta a quello che si sta facendo: allora si
abbandonerà tutto con piacere; con gioia si sceglie il meglio, ciò che è più utile e gradito: è logico.
Ma come operare questa metamorfosi? Con l’amore della volontà di Dio del momento, che
preferisce quest’altra cosa per la sua maggior gloria e per il nostro bene più grande.
Come il commerciante che lascia perdere un piccolo guadagno per uno più grande, o il servitore
che lascia un dignitario subalterno per il re, che lo chiama per nome.
3° E come essere dolce? Come Nostro Signore, il nostro buon maestro.
Per Nostro Signore, il nostro buon salvatore.
4° La sanzione indispensabile di questa legge dell’amore è l’esame subito dopo ogni azione,
seguito da una penitenza.
5° E qual è la grazia particolare della dolcezza come virtù? É l’umiltà di cuore. Ecco perché
Nostro Signore la colloca dopo, come sua custode, quasi volesse dire: Io sono dolce perché sono
umile di cuore.
O anima mia, sii dolce verso il prossimo e verso il prossimo che ti cimenta, come Dio, Nostro
Signore e la Madonna sono dolci verso di te.
Sii dolce perché lui sia dolce verso di te. Con la misura con la quale misurate sarete misurati
[Mt 7, 2]. - Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro [Lc 6, 36]. É la legge del
contrappasso - la legge naturale e la legge divina.
E se pensi ai tuoi peccati, a ciò che hai meritato e a ciò che meriti, vedendo con quale bontà,
quale dolcezza, quale pazienza e quale onore ti tratta Nostro Signore, dovresti struggerti e
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profonderti in dolcezza e umiltà di cuore verso il tuo prossimo, o povera anima mia!
Ho notato due difetti o due tentazioni:
- La dolcezza con le donne non è una dolcezza-virtù, ma un’insulsaggine, una debolezza e forse
un desiderio di simpatizzare.
- La durezza, il piglio arrogante e la spavalderia baldanzosa sono atti di vanità e di presunzione, e
una rivalsa della propria debolezza, allo scopo di mascherarla sotto l’apparenza di forza e di energia
fittizie.
Il cavallo non è forte perché corre, né l’asino perché raglia sonoramente, ma forti sono il bue che
si muove a fatica, e l’elefante che si muove goffamente.
La forza, dice lo Spirito santo, sta nella pazienza [cf. Pr 25, 15], e la pazienza è il frutto
dell’umiltà e l’umiltà di cuore è il vero amor di Dio, perché essa attira la grazia.
Terza meditazione - La dolcezza eucaristica
[1°] Ho meditato sulla dolcezza di Nostro Signore nel suo divin Sacramento:
- sulla sua bontà nell’accogliere tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, bambini e adulti;
- sulla sua condiscendenza nel mettersi alla portata di ognuno: bambini, ignoranti, ecc.;
- sulla sua pazienza nell’ascoltare tutti e per tutto il tempo ch’essi vogliono e su tutte le loro
miserie;
- sull’arrendevolezza che dimostra nella comunione: egli si dona ad ognuno secondo il proprio
stato, entra con gioia in tutti, purché vi trovi lo stato di grazia e un briciolo di devozione, qualche
buon desiderio o un sentimento di rispetto almeno; a ciascuno elargisce la grazia che può portare, e
lascia come ricordo del suo passaggio un dono di pace e di amore.
Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca [cf. Sal 86, 5].
2° Ma quanto paziente e misericordiosa è la dolcezza di Gesù verso coloro che lo dimenticano:
egli li attende, anche quelli che non lo rispettano nel suo stato sacramentale. Non protesta [contro]
coloro che l’offendono, non minaccia coloro che l’oltraggiano, lo tradiscono e lo crocifiggono con i
loro sacrilegi; non li punisce, ma ripete: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno [Lc
23, 34].
Oh, la sorpresa, lo stupore, lo spavento, la disperazione, quando l’anima ingrata, al momento
della morte, vedrà il suo salvatore uscire49 dall’Ostia divina o meglio squarciare questo velo
sacramentale, e dire: “Sono io, ma come giudice, e giudice tanto severo quanto sono stato buono!”.
Il riconoscimento di Giuseppe da parte dei suoi fratelli che l’avevano così indegnamente trattato,
non è nulla al confronto: Giuseppe continuava a mostrarsi loro buon fratello, li abbracciava e li
rassicurava. Ma dopo la morte Gesù sarà il giudice sovrano, rivestito di grande maestà e terribile
nella sua giustizia, per colui che l’amore non poté soggiogare in questa vita.
Oh mio Dio, io che ti credo e ti seguo da consacrato, vorrei struggermi di amore o confondermi
per la vergogna e per il dolore.
Oh sì! per essere dolce terrò lo sguardo fisso sull’Eucaristia e mangerò questa manna divina per
avere abbondanza di soavità e di dolcezza, e per farne la mia provvista giornaliera, perché ne ho
tanto bisogno.
[Martedì] 14 marzo [1865]
[Prima meditazione -] Dio amore
Finalmente, dopo il deserto, giungo alla montagna dell’amore!
Cammino faticoso, navigazione burrascosa! Eccomi ora davanti al trono dell’amore. Dio ne sia
benedetto!
1. Dio creatore
Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà [Ger 31, 3].
Dio ha amato l’uomo di un amore eterno, di un amore di padre, di un amore di tenerezza.
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Formula oratoria per descrivere la trasformazione dello stato di fede in quello della visione beatifica, nella quale la
presenza sacramentale sarà “vista” nell’essenza divina.
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- Io ti ho amato. Tutta la creazione è stata la preparazione dell’amore di Dio a favore dell’uomo,
che fu creato soltanto il sesto giorno, quando tutto era pronto per accoglierlo e per servirlo.
Io non amerò mai né mai potrò amare il mio creatore alla maniera con cui lui mi ha amato,
perché io non sono eterno né infinito e onnipotente come lui. Devo amarlo almeno per tutto il tempo
della mia vita, con tutto il mio essere e con tutto il vigore delle mie opere. É più che giusto. La
proprietà frutta per il padrone. Il servo obbedisce al padrone, il figlio è cordialmente devoto ai
genitori. (Assiomi del diritto)
- Per questo ti ho tirato a me, avendo compassione. Dio ha amato l’uomo di un amore di
misericordia, nel suo peccato: ha punito immediatamente l’angelo colpevole. Eppure anche l’uomo
ben meritava l’inferno.
Dio ha avuto pietà dell’uomo e ha voluto salvarlo nonostante la sua giustizia; e per salvarlo egli
ha fatto delle conseguenze della sua condizione di peccatore la materia della sua penitenza e della
sua santità, e persino della maggior gloria di Dio:
- l’orgoglio ha prodotto l’umiliazione,
- l’ambizione ha prodotto la povertà,
- la sensualità ha prodotto il pervertimento dei sensi.
Dio farà dell’umiltà, del distacco e della mortificazione le tre virtù della perfezione, i tre chiodi
del calvario, i tre titoli di gloria di Nostro Signore e dell’uomo: - Umiliò se stesso [Fil 2, 8] - Da
ricco che era, si è fatto povero per voi [2 Cor 8, 9] - Crocifisso.
Oh, quanto è stato buono Dio con l’uomo! Dio lo guarisce sul posto, si fa suo medico, sarà il suo
salvatore.
2. Dio salvatore
Dio ha visitato il suo popolo [Lc 7, 16]: lui stesso viene a visitare l’uomo, a consolarlo, ad
assicurargli che lo ama e a dimostrarglielo, condividendo le sue sofferenze e alleviandole: la
sapienza è apparsa sulla terra e ha vissuto tra gli uomini [Bar 3, 38].
Dio ama l’uomo e per dimostrarglielo si è fatto uomo come lui, per diventare suo fratello nella
carne - E il Verbo si fece carne [Gv 1, 14];
- e si è fatto povero, l’ultimo dei poveri, per abbracciarli tutti come fratelli;
- si è fatto bambino per essere il fratello del bambino e del bambino della stalla.
Dio ha vissuto la vita dell’uomo, ha fatto l’esperienza del suo umile lavoro, ha condiviso il suo
scarso pane; ha compiuto tutte le azioni umane, per passare dovunque l’uomo passa con qualche
sofferenza o con qualche sacrificio.
Dio ha amato l’uomo e gli ha dato tutto ciò che ha e tutto ciò che è: il Padre ha dato il proprio
Figlio, il Figlio si è dato in persona e lo Spirito santo è divenuto il nostro comune santificatore.
Iddio ama l’uomo unicamente per il suo proprio bene, e vuole farlo santo al pari di sé per
renderlo eternamente felice insieme con lui.
Il Verbo incarnato ha dimorato per trentatre anni tra gli uomini, per mostrar loro il bene e le vere
virtù che santificano e sono gradite a Dio. Li ha istruiti su tutte le verità eterne e temporali
necessarie alla loro vita presente.
Quindi ha espiato - nel suo corpo e nella sua anima nella dolorosa agonia, nelle umiliazioni a
Gerusalemme e nei dolori sulla croce - tutti i peccati di pensieri, di parole e di opere, l’orgoglio, la
sensualità, la grettezza.
Egli ha placato la collera di Dio, soddisfatto la sua giustizia, incatenato il demonio, chiuso
l’inferno e aperto il cielo, dove attende i suoi seguaci per farli partecipi della sua gloria.
Oh, quanta gratitudine io devo a questo buon salvatore! Mi ha fatto nascere nelle migliori
condizioni per la salvezza e per le grazie della redenzione; egli mi ha custodito come la pupilla dei
suoi occhi: tutta la sua divina provvidenza di grazia mi ha circondato e mi ha condotto per mano
fino alla più bella e alla più santa delle vocazioni. E ciò nonostante io non mi sono ancora dato
totalmente al suo servizio e al suo amore! Tanto male mi ha fatto lo spirito ibrido del mondo
cristiano e sacerdotale!
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3. Dio ospite dell’uomo: l’Eucaristia
Nostro Signore ama talmente l’uomo da non potere star lontano da lui, neppure nel suo stato di
gloria: l’Eucaristia è la sua incarnazione continuata, moltiplicata e perpetuata sino alla fine del
mondo. Egli vuole vivere vicino all’uomo e continuare i tre stati della sua vita di salvatore: la
preghiera, il sacrificio, la vita delle anime.
Egli prega nel tabernacolo, si immola sull’altare, ci nutre nella comunione. Egli è il buon vicino
dell’uomo, l’amico nascosto per non essere a carico.
È la comunione dell’amore, dei beni e della felicità, per quanto lo permette la condizione di
viatore. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? [Is 5, 4].
Davvero, se comprendessimo appieno l’amore di Dio, l’amore di Gesù che nasce e che soffre,
l’amore di Gesù in Sacramento, ci sarebbe di che morire di riconoscenza o di rimorsi.
O mio Dio! quanto poco è amato Gesù, quanto pochi sono coloro che lo amano con la mente,
con i pensieri, con la volontà per piacergli! - con il cuore, con la sua nobile passione d’amore! Molti
credono in lui, lo rispettano, lo pregano, lo ricevono, ma come dei servi e dei mendicanti, in vista
del proprio profitto.
Quanto pochi sono coloro per i quali Gesù in Sacramento costituisce l’amore della loro vita,
dell’onore, della felicità! Nostro Signore non è amato - come sposo, o da molto pochi, - come
maestro, pochissimi lo seguono in tutto, - come amico, come si ama con animo gentile e
disinteressato un amico nel mondo benpensante. Si dirà: il naturale è sempre più spontaneo; ma il
soprannaturale è più efficace, perché esso dispone di una forza soprannaturale, perché coloro che
amano in tal modo Nostro Signore sacrificano con generosità e con gioia il naturale: amano Gesù
con il disprezzo di tutto, al di sopra di tutto e più che se stessi.
Ah! il motivo sta nel fatto che si ama amando se stessi, si ha di mira se stessi amando gli altri;
non si vuole abbandonare il proprio nome e il proprio paese o la propria famiglia, come fa una vera
sposa per seguire il proprio sposo; si vuol fare a mezzo con lui, non donarsi senza riserve.
È come una navicella attraccata alla riva: galleggia sull’acqua del mare, ma non si muove o
dondola solamente sulla rada; come un nuotatore che vorrebbe muoversi nell’acqua, ma si rifiuta di
tuffarvisi. O mio Dio, spezza questa fune, taglia questa rete sulle ali della mia anima, e buttami nel
mare.
Lo giuro: io ti amo - per la vita e per la morte.
Imitazione, lib. 3, c. 6
Figliolo, tu non sai ancora amare con forza e sapienza! [...]
Perché alla minima contrarietà smetti il lavoro incominciato e ricerchi troppo avidamente la
consolazione. [...]
Chi ama sapientemente non bada tanto al dono dell’amato, quanto all’amore di chi dona;
considera più l’affetto che il denaro; e mette tutti i doni al di sotto del Diletto.
Chi ama nobilmente, non trova la sua soddisfazione nel dono, ma in me, più che in qualunque
dono [Im 3, 6: 1, 3, 6-8].
Seconda meditazione - La mia situazione
Ho meditato sulla mia debolezza nelle relazioni esterne, con quale facilità perdo la presenza di
Dio e sono trascinato ed assorbito nella conversazione, nei rapporti di amicizia, nella perdita della
mia libertà assumendomi impegni di servizi o di favori; è una perdita considerevole di tempo a
scapito dei miei doveri, della pietà e del raccoglimento.
Questa constatazione mi ha molto rattristato, e me ne son chiesto la causa.
Tutto può essere causa in me, perché tutto è miserabile: la propensione all’esterno più che
all’interno, il desiderio di destar interesse, la brama di istruirsi, la preoccupazione dei vantaggi della
Congregazione o personali, la vanità. Una volta lanciato su un argomento a me familiare, che desta
il mio interesse o che può rendermi interessante, è finita. Io divento come un cavallo focoso, come
un malato in preda alla febbre; finisco col voler esserne il fine, col voler ricavarne prestigio e
credito, che so io? Facilmente siamo attirati dalle novità e restiamo accalappiati, dice 1’Imitazione
[Im 1, 10:2].
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Questa considerazione mi ha desolato. Dapprima io prego e formulo dei buoni propositi; la duro
un momento, ma poi perdo di vista la riva divina ed eccomi in alto mare, esposto a tutti i venti e a
tutte le tempeste; quando poi rientro, è la desolazione: ho paura di guardarmi dentro di me, rifuggo
dall’esame, mi umilio tenendomi sulle generali e finisco col dimenticare; ma l’aridità permane.
Terza [meditazione]
+ San Pietro
Quarantore - Santa Francesca [Romana]
[Mercoledì] 15 marzo [1865]
Prima meditazione - Il silenzio
Ho meditato su queste parole dello Spirito santo: Nel molto parlare non manca la colpa [Pr 10,
19]. Quanti peccati provengono dalla frenesia della parola!
- Si pecca contro la verità: raramente ci si tiene nei limiti del vero, è difficile trattenersi sul
pendio della mezza bugia nelle asserzioni; c’è anche la menzogna proferita per vanità o per
allettamento del plausibile;
- si pecca contro la carità, soprattutto quando si è dotati di vivacità, una vivacità motteggiatrice,
fastidiosa e vanitosa;
- si pecca contro il rispetto dovuto alle cose sacre, ai superiori, come anche contro la discrezione
dovuta alle persone e al decoro della loro dignità: è il risultato di uno spirito arguto, scherzoso,
canzonatorio, burlone, o semplicemente stanco per svagarsi;
- si pecca contro l’umiltà per vanità, adulazione o piaggeria; è il caso più comune.
Come si arriva a tutti questi difetti? Vi si è trainati: nella conversazione il demonio sta nel bel
mezzo e lo spirito del mondo vi regna; i sensi della vista e dell’udito vi si trovano più liberi, e le
simpatie nascono prontamente; se poi ci si imbatte in qualcuno abile nel provocarti su un punto
dell’amor proprio, o lo zelo dapprima - la carità, la cortesia, la stima, la fiducia - apre la porta del
cuore, oppure si irrita una vecchia piaga, si esaspera un lato sensibile, si lancia il cavallo nell’arena
o si eccita il cuore e il falso zelo.
La scienza del mondo consiste nel far parlare la gente, nell’esprimersi con loro nel loro stesso
linguaggio, nel coinvolgerla e nell’ingaggiarla nella contesa. Un tale (Seneca) ha detto: Tutte le
volte che sono andato in mezzo agli uomini me ne son tornato meno uomo [cf. Im 1, 20: 6].
Come giungere alla virtù del silenzio, alla parola santa e saggia? Il mezzo è semplice in se stesso,
ce lo indica san Paolo: Come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo [2 Cor 2,
17]. Un servo parla bene di fronte al suo padrone, come un amico di fronte al suo amico e un
cristiano di fronte a Gesù Cristo.
Il mio grande torto sta nel lasciarmi trascinare dalle cose o dalle persone, e nel perdere di vista
Gesù Cristo; e perciò non avendo davanti a me che la lotta, la sollecitudine, la mortificazione, il
sacrificio - ciò che è violento è destinato a non durare - finisco con non accorgermi più delle mie
ferite, come il soldato nell’impeto della battaglia.
Sappi, anima mia, che è meglio ascoltare che parlare. San Giuseppe non ha detto una parola
sull’incarnazione; la Madonna nel vangelo parla solo quattro volte: all’angelo, ad Elisabetta, al
figlio Gesù e ai servitori alle nozze di Cana.
Quanti santi hanno preferito la gloria di Dio con il silenzio!
È la mia strada, oggi; non ho più uno specifico incarico di apostolato; quando proprio devo
parlare, io devo, come il mio divin maestro, limitarmi alla missione delle parole di Dio.
Bisogna assolutamente rinunciare ad ogni facezia, ad ogni battuta di spirito, ad ogni raffinatezza
di pensiero o di scienza psicologica. San Paolo raccomandava a Timoteo, 1 Tim. 4: Rifiuta invece le
favole profane, roba da vecchierelle [1 Tm 4, 7]. - 2 Tim. C. 2: Evita le chiacchiere profane, perché
esse tendono a far crescere sempre più nell’empietà. - […] Fuggi le passioni giovanili. [...] Evita
inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. Un servo del
Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti [2 Tm 2, 16. 22-24].
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Imitazione, lib. 3, c. 5
Quel fiammante slancio dell’anima che esclama: Dio mio, amor mio, tu sei tutto mio e io sono
tutto tuo. È un grido possente che giunge alle orecchie di Dio.
O Maestro fammi crescere nell’amore, affinché io giunga ad assaporare con la mistica bocca
del cuore, quanto sia soave amare, liquefarsi e perdersi nell’amore [Im 3, 5: 24-25].
Seconda [meditazione]
+ in città
Terza meditazione- L’umiltà paziente e la confidenza
Devo evitare due grandi pericoli:
1° L’agitazione alla constatazione dei miei propositi non mantenuti e delle colpe di parole o di
adulazione. Ma dopo devo esaminarmi prontamente sulla mancanza e non rinviare a più tardi, come
ho fatto.
È una tentazione ingannevole il pretesto che vedrò più chiaramente nella calma: è tutto il
contrario; il demonio vi si immischia per esagerare la colpa, oppure io me ne dimentico.
Bisogna saldare immediatamente i propri debiti, per non trascinare lo spirito nella nebbia e il
cuore in un’attesa penosa.
2° Lo scoraggiamento, quando si insegue con troppa agitazione la pace dopo una distrazione o
una colpa, quando si giudica troppo severamente questa colpa come privazione di Dio e pena
dell’anima; ciò causa una torpida tristezza sensuale. L’anima finisce col nutrirsi di questo
sentimento sterile come se si trattasse di contrizione, mentre altro non è che egoismo.
[Giovedì] 16 marzo [1865]
Prima meditazione - Norme da seguire
Mi sono chiesto quali norme devo seguire nel governo di me stesso per la vita soprannaturale.
Nostro Signore si è degnato di illuminarmi sul cammino da percorrere e sul modo di diportarmi con
il corpo, lo spirito e il cuore.
1° Con i miei sensi, autorità e fermezza, come si fa con degli schiavi sempre pronti e disposti a
ribellarsi, come si fa con dei bambini ostinati, o con dei tipi indolenti, sempre pronti a obiettare: io
non posso. Così agisce un dirigente o un padrone, così si comportava san Paolo: anzi tratto
duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù [1 Cor 9, 27].
Sullo stesso tono l’Imitazione: frena la gola [Im 1, 19: 17], come si mette il morso a un cavallo;
Combatti virilmente [Im 1, 21: 9], perché il primo colpo è violento e terribile. Il regno dei cieli
soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono [Mt 11, 12]. Se ne impadroniscono senza scendere
a trattative o sollecitare autorizzazioni. Bisogna che i sensi sappiano che hanno un padrone duro e
severo, e non dar loro soddisfazione se non quando cadranno feriti a morte; e per di più bisogna
attendere la morte in piedi.
2° Con lo spirito, pazienza. Lo spirito è debole, leggero, ignorante; bisogna guidarlo - come si
accompagna un ragazzo alla scuola - con la semplice attenzione e l’importanza della cosa, con la
consapevolezza del gradimento di Dio e del raccoglimento nella sua bontà paterna; nelle difficoltà,
con lo stesso consiglio che si dà a un bambino: lavora per far piacere ai tuoi genitori.
Non occorre una tensione esasperata, ma una attenzione orientativa.
Il pensiero di Dio per lo spirito consiste piuttosto in un semplice sguardo a Dio - come fanno gli
scolari quando incrociano gli occhi del maestro -, ma in uno sguardo d’amore e in un sentimento
filiale di far piacere.
3° Con il cuore, abnegazione. Il cuore è forte, è la forza dell’uomo. Esso s’attacca alla creatura
avendo sempre di mira se stesso come fine. Esso è avaro ed egoista, ammucchia provviste in
continuazione, o tende a costituirsi dei centri ove riposare.
Qui brucia, qui taglia, qui non risparmiare, è la preghiera di sant’Agostino.
Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso [Mt 16, 24], è la condizione assoluta
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posta da Nostro Signore.
Non si può perciò servire a due padroni diversi.
Quindi bisogna guidare il cuore con il sacrificio, strappargli con la violenza i suoi idoli, spezzare
senza pietà le sue catene, scamparlo dall’incendio, dai dardi, dal vulcano, dalla peste. Questo è il
primo atto. I violenti se ne impadroniscono [Mt 11, 12], perché il regno di Dio è il cuore dell’uomo.
Poi il cuore, ormai libero, andrà a gettarsi ai piedi del suo Signore e del suo Dio, poiché ci hai
fatti per te (S. Agostino, Confessioni 1, 1). E se il cuore piange, è il desiderio sregolato che piange;
se soffre, è la ferita che si sta rimarginando; se vuole volgere lo sguardo all’indietro, bisogna
prenderlo a schiaffi, quale colpevole di oltraggioso disprezzo nei riguardi di Dio. E chi darà lo
schiaffo? L’Io: un cuore terrestre e sonnacchioso non si risveglia che a questo modo.
Imitazione, lib. 1, c. 3
E invece purtroppo molti cercano più l’istruirsi che il vivere virtuosamente: perciò spesso
sbagliano e portano poco o nessun frutto. […]
Certamente, quando verrà il giorno del giudizio, non si domanderà a noi che cosa abbiamo
studiato, che cosa insegnato; e nemmeno quanto eloquentemente abbiamo parlato, ma quanto
religiosamente abbiamo vissuto. […]
Ed è veramente dotto colui che fa la volontà di Dio e non la propria [Im 1, 3: 24, 26, 36].
Che bella lezione! Son ben convito che io mi comporto come fu detto: Così voi fate fare il miele
alle api ma non per voi.
Seconda meditazione
+ incontro coi tre cardinali sul Cenacolo
Terza meditazione - L’amore personale di Gesù
La felicità dell’uomo consiste in questo:
1° Gesù pensa a me personalmente.
2° Egli mi ama teneramente.
3° Tutto ciò che egli fa nel SS. Sacramento, lo fa per amore per me personalmente, come se io
fossi solo al mondo e come se questo buon Salvatore fosse solo con me. Perciò, ecco, la attirerò a
me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore [Os 2, 16].
Terza meditazione - La scienza
Avevo preparato il tema esposto sopra, ma Nostro Signore nella sua misericordia l’ha cambiato
con un altro più utile per l’anima mia. Ho meditato sulla scienza e sullo studio, ed ho constatato tre
grandi difetti in me:
[1°] La passione per i libri di qualità o che possono servire alla scienza sacra della nostra
vocazione. Non bado e non baderei a spese per acquistare un libro raro. Ci metto troppa passione;
dal tempo della mia teologia ho coltivato questo amore per i libri. Avrei avuto anche la passione per
lo studio, ma Dio nella sua divina misericordia me ne ha preservato con le malattie e con i mal di
testa; e poi mi ha avviato al ministero. Avrei ceduto alla passione dello studio, stante la mia tenacia
ad andare fino in fondo e a lasciarmi assorbire a tal punto da lasciar tutto e tutto rinviare pur di
finire.
2° Io mi sono applicato allo studio per gli altri e non me ne sono nutrito; perciò lo studio mi
appassionava solamente a causa della vanità del mio spirito e del mio cuore: essi non temevano
nulla per se stessi.
Avrei dovuto fare come una madre che di tutto si nutre per nutrire a sua volta della sua
sovrabbondanza e della sua sostanza il proprio figlio; come l’ape, che si nutre prima dei fiori e del
suo miele; come il fuoco che si nutre della sua energia calorifica e non ne cede che la
sovrabbondanza; come il serbatoio di cui parla san Bernardo: Sii conca, non canale. Se mi fossi
applicato allo studio come a una forma di preghiera, la mia anima non sarebbe intristita né logorata
a causa della scienza; ma, ahimè!, io mi comportavo come un bracciante e un lavoratore a giornata.
Avrei predicato meglio, avrei procurato maggior bene alle anime e glorificato il buon Dio, se avessi
101
cominciato col riempirmi di Dio. Finché non siate rivestiti di potenza dall’alto [Lc 24, 49], ricolmi,
ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare [At 2, 4], non prima.
3° Il terzo difetto è la curiosità, quando mi trovo con gli altri, per il desiderio di apprendere, di
conoscere a fondo quanto io ancora ignoro o può lusingare la mia vanità. Io studio invece di
edificare gli altri e di edificare me stesso; da lì gli svariati problemi che mi pongo e le perdite di
tempo che ne seguono, e a volte il pericolo di spingermi troppo lontano; non c’è nulla di più
indiscreto di uno spirito curioso.
Questa la meditazione. Ne ho molto ringraziato il buon Dio: questa miseria, ora conosciuta a
fondo, prima mi era sfuggita, eppure vedo che è principale ed essenziale. Leggi e divora [cf. Ez 2,
8].
[Venerdì] 17 marzo [1865]
Prima meditazione - La vita di amore di Gesù per me
Gesù, il mio salvatore e il mio Dio, mi ama personalmente e teneramente.
[1°] Egli pensa a me dovunque si trova nel SS. Sacramento, in tutte le Ostie50 dove dimora, e poi
in cielo sul suo trono di gloria, e infine, come Dio, dappertutto e sempre.
Se il pensiero è il ritmo di inspirazione e di espirazione dell’amore, quanto poco amo Nostro
Signore! É spaventoso rendersi conto che non penso a questo buon maestro se non come un
mendicante affamato o come uno che è nella sofferenza. Ah sì, capisco che la natura non è portata
per se stessa verso Dio; anzi, essa deve fare uno sforzo.
E poi, quando lo spirito o il cuore sono soggiogati da qualche passione, bisogna farsi violenza.
Quale miseria! Gesù mi guarda e mi segue con gli occhi, è la caratteristica dell’amore; e mi segue
dal suo ciborio divino e attende il mio sguardo per sorridermi con amore e per benedirmi.
Lo sguardo è lo specchio che lo riflette nell’anima nostra; le anime che amano Gesù, lo vedono e
lo seguono; questa visione nutre il loro amore e lo sostiene nelle prove.
Oh, quanto l’anima mia è schiava dei sensi e quanto poco di Nostro Signore! E sarebbe tanto
facile vederlo e conservarne la soave immagine!
[2°] Gesù mi ama teneramente, e me ne dà la prova quando faccio qualche piccolo sacrificio per
lui!
Io sono la causa per cui egli trattiene in se stesso la sua tenerezza e se ne va solo, in preda alla
commozione, come Giuseppe alla vista dei fratelli, soprattutto di Beniamino: egli si sottraeva alla
loro presenza per piangere tutto solo!
Io non sono tenero con Nostro Signore. Perché? Perché il mio amore non scende abbastanza al
particolare; esso sta troppo sulle generali; è un amore di cervello più che di cuore; io mi profondo
troppo nell’ammirazione, e non abbastanza nella lode e nel ringraziamento: non mi dono
abbastanza.
Questo è da sempre il mio difetto. Non divento espansivo se non quando è interessato l’amor
proprio; e poi me ne vergogno, quando mi trovo alla presenza del buon Dio.
Ho bisogno di maggior tenerezza per Nostro Signore e con Nostro Signore: essa vincolerebbe
molto di più il mio cuore. Non intendo una tenerezza sensibile, no, perché il mio cuore non ne sente,
ma una tenerezza di opere, di riconoscenza, di lode, di dono.
Mi son visto come un uomo dentro le nebbie di una regione depressa: egli sente il bisogno di
salire un po’ più in su per trovare il sole; come uno che si trova in un paese freddo e che deve fare
solo qualche passo per avvicinarsi al fuoco. - Alzati, anima mia, e mettiti in cammino e avvicinati a
Gesù: egli ti attende con gioia e ti accoglierà con tenerezza. Egli è tanto buono! E ti ama.
Imitazione, lib. 3, c. 55
Essa (la grazia) è la mia forza, essa mi reca consiglio e aiuto; è più potente di tutti i nemici e più
sapiente di tutti i sapienti.
50
L’atto dell’anima di Gesù Cristo è assolutamente unico, ma quest’atto esiste nella duplice presenza di Nostro Signore
in cielo e dappertutto dove è presente il SS. Sacramento. L’osservazione vale anche per l’espressione “mi segue dal suo
ciborio divino”, che si trova in seguito in questa medesima pagina.
102
La grazia è maestra di verità, maestra di disciplina, luce del cuore, sollievo nell’oppressione;
mette in fuga la tristezza, alimenta la devozione, fa scaturire le lacrime.
Che cosa sono io senza di lei, se non un legno secco, un fuscello inutile e da buttar via? [Im 3,
55: 23-26]
Seconda meditazione - La Madonna
Ho meditato sull’amore che la Madonna mi ha dimostrato fin dalla mia infanzia. Ho benedetto la
Madonna del Laus - e il giorno in cui la scelsi come mia madre, quando venne a mancare la mia
povera mamma! E in seguito, quante altre grazie!
Io le chiesi, prostrato ai suoi piedi nella cappella di S. Roberto, di poter essere sacerdote un
giorno; ed ella, sola, mi ha portato per mano al sacerdozio e quindi al SS. Sacramento.
Quanto è stata buona con me la Madonna! Ne ho pianto di tenerezza - ma anche per il dolore di
averla tanto poco amata, soprattutto dopo la vocazione eucaristica: avrei dovuto fare cento volte di
più.
Ho ringraziato a lungo Nostro Signore di avermela data per madre e di avermi accordato i suoi
diritti sul suo cuore.
Ho deciso fermamente di pregarla più di sovente e di onorare in questo giorno i suoi dolori51.
Terza meditazione - La compassione della Madonna
Ho seguito con grande emozione di cuore la Madonna nei suoi dolori e nella sua partecipazione a
tutte le sofferenze della passione di Nostro Signore, il suo divin figlio, quando ella lo vedeva alla
luce della sua grazia nell’orto degli ulivi e ne condivideva la preghiera, la tristezza e l’agonia. C’era
tanta consonanza di vita e di amore tra quei due cuori!
Ella lo vede poi tradito da Giuda, abbandonato da tutti, rinnegato da Pietro, tutto solo davanti ai
giudici, oltraggiosamente schiaffeggiato e trattato da ciarlatano, sarà schernito, vilipeso e coperto di
sputi [cf. Mc 10, 34; Lc 18, 32]. Madre sventurata! quanto dovette soffrire per il completo
abbandono. Non un difensore né un’anima che osasse riconoscerlo e difenderlo!
San Giovanni va a raccontarle le diverse fasi della passione di Gesù: la prigionia presso Caifa e
la traduzione davanti a Pilato e ad Erode, che lo considera un pazzo.
È andata, questa madre addolorata, sul posto del pretorio: sente i colpi dei flagelli, scorge Gesù a
fianco di Barabba sulla tribuna del pretorio, ode l’Ecco l’uomo [Gv 19, 5], e le urla crudeli di Via,
via, crocifiggilo! [Gv 19, 15]. Povera madre! Ella non può offrirgli che le sue lacrime… Ella lo
segue poi sul calvario e si incontra con lui lungo la via dolorosa: i loro occhi, il loro cuore e la loro
sofferenza si uniscono nel medesimo sacrificio.
Eccolo ora sulla cima del calvario. Maria lo vede mentre lo spogliano in modo crudele e brutale
e mentre vien disteso sulla croce poggiata per terra e ode i colpi di martello che crocifiggono le sue
mani e i suoi piedi; lo contempla ed ella pure è crocifissa: il contraccolpo la fa sanguinare.
Lo segue quando viene eretta la croce; e appena questa è piantata in terra, ella, intrepida contro
ogni ostacolo, si mette ai piedi della croce di Gesù. E lì lo contempla in un mare di dolori, poiché è
grande come il mare la tua rovina [Lam 2, 13]. Segue ogni suo dolore: la sua anima s’è fissata
immobile nelle piaghe di Gesù. Povera madre! più forte della morte, ma più dolorosa di tutte le
morti!
Ella ascolta ogni parola di Gesù, vede il suo sangue colare e la sua vita spegnersi. Ode il lamento
della sua sete e non può alleviarlo, - il suo gemito per l’abbandono anche da parte del Padre suo e
infine le sue ultime parole: Tutto è compiuto. - E, chinato il capo, spirò [Gv 19, 30].
Eccolo morto il suo Gesù. Che farà Maria, sua madre? Agonizzerà di dolore e di amore,
accoglierà il suo sacro corpo e se lo stringerà a sé con lo strazio di una madre, lo adorerà come
discepola e lo porterà a seppellire, come la vedova di Naim [?] suo unico figlio.
E poi ella piangerà nel rievocare i dolori di Gesù e ripercorrerà la via crucis la sera del venerdì, il
sabato e la domenica mattina.
51
Era il venerdì della 2a settimana di Quaresima, quando la Liturgia celebrava la Madonna della Compassione (o
Madonna dei Sette Dolori).
103
[Sabato] 18 marzo [1865]
Prima meditazione - La passione personale di nostro Signore
Ho meditato sulla parte che io ho avuto nella passione di Nostro Signore.
Per il fatto che la passione di Nostro Signore è passata e ch’essa è avvenuta 19 secoli fa,
potrebbe sembrare che io non vi ero affatto presente e che i miei peccati non hanno avuto alcun
effetto su di Nostro Signore; e che, conseguentemente, io traggo profitto dai meriti della sua
passione, ma non ne sono colpevole. Ecco perché la passione mi commuove così poco.
Ma, in verità, io ho fatto soffrire Nostro Signore positivamente e direttamente, con una
sofferenza personale che egli non avrebbe provato se io non avessi peccato.
1° È certissimo infatti che Nostro Signore ha conosciuto tutti i miei peccati, che li ha visti
nell’orto degli ulivi - e là li ha accettati per espiarli, - che ha pianto sulle mie ingratitudini e su tutti i
miei peccati, più sensibili al suo cuore di quelli degli altri, perché mi ha amato di più degli altri.
Il profeta Isaia dice, c. 53: Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i
nostri dolori [...]. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità [...] per
le sue piaghe noi siamo stati guariti. - Per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. - Egli
portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori [Is 53, 4-6.8.12].
Ora, se Isaia carica su Nostro Signore i suoi peccati personali, se Nostro Signore ha espiato i
peccati commessi prima dell’incarnazione, egli ha espiato anche quelli commessi dopo
l’incarnazione. Come saremmo stati redenti diversamente? San Paolo lo dichiara per sé, mi ha
amato e ha dato se stesso per me [Gal 2, 20].
[2°] Ma io come ho potuto far soffrire Nostro Signore dal momento che non c’ero a
Gerusalemme? C’erano i miei peccati. Nostro Signore li vedeva e ne conosceva tutta la gravità e la
malizia, perché lui io offendo al presente, la medesima persona divina: è cambiato solo il suo stato,
ecco tutto. La vista anticipata di un assassino, con una perfetta conoscenza del futuro, non incute
forse orrore?
Il salvatore non pianse forse su Gerusalemme prima delle sue sventure, ch’egli vedeva come
presenti?
Allo stesso modo i miei peccati hanno influito direttamente sull’anima di Nostro Signore durante
la sua passione. Essi hanno fatto soffrire direttamente il suo corpo e l’hanno realmente crocifisso;
infatti si può morire per cause convergenti diverse - e morire di tormenti più che sufficienti a
causare la morte. Cristo è morto per noi ed è ritornato alla vita, diceva san Paolo [cf. Rm 14, 9].
Premesso questo, io mi trovavo là nel pensiero di Nostro Signore e nella malizia dei giudei e del
demonio, armati dai miei peccati: essi ferivano il suo sacro corpo e facevano colare il suo sangue
adorabile.
[3°] Non ho io fatto nella fattispecie ciò che han fatto coloro che causarono le sofferenze di
Nostro Signore? Non l’ho forse abbandonato come gli apostoli, tradito come Giuda, nella sua
dottrina, nella confessione della sua verità e nella professione della sua santità? Rinnegato come
Pietro? Ahimè! quante debolezze in questo campo, quante arrendevolezze provocate dalla fragilità,
quante concessioni all’adulazione e alla mondanità!
E poi, il mio orgoglio e la mia grettezza religiosa, i miei attaccamenti troppo umani, le mie
temerarietà e le mie presunzioni? Non son forse stato un giovane peccatore52, bimbo tanto piccolo e
pur così grande peccatore53?
Ora, se Nostro Signore avesse sofferto tutto quello che ha sofferto per me solo, che cosa ne
penserei, che cosa farei? Ne morrei di dispiacere, di vergogna e di dolore. Non oserei guardare in
faccia più nessuno e correrei a nascondermi per piangere.
[4°] Dovrei dirmi: sono io la causa dei dolori della Vergine perché sono la causa dei dolori del
suo divin figlio. E chissà se Nostro Signore non mi ha fatto conoscere a questa buona madre, dal
momento che un giorno dovevo essere suo figlio a doppio titolo: suo religioso e religioso del SS.
52
Per quanto si conosce della storia del p. Eymard e per quanto si evince dalle stesse affermazioni che si trovano in
questo ritiro di Roma, pare si debba considerare questa espressione come iperbolica.
53
S. Agostino, Confessioni, 1, 12: 19.
104
Sacramento.
Ella ha dovuto vedermi così poco fedele, quando causavo sofferenza al suo divin figlio e quando
ero infedele alla mia missione tanto bella: io sono la causa diretta del suo cattivo servizio, della
poca gloria ch’egli riceve dalla Congregazione tanto bella e tanto ricca.
Questo pensiero dovrebbe farmi versare lacrime abbondanti e amare, per avere in tal modo
causato tanta angoscia a questa madre tanto buona!
Imitazione, lib. 3, c. 5
Grande cosa è l’amore, bene sovranamente grande; che, solo, può rendere lieve ciò che pesa e
far accettare con uguaglianza di spirito gli alti e i bassi della vita. (L’ amore) porta il peso senza
sentirlo, (l’amore) rende dolce e squisito ciò che è amaro. […]
Il nobile amore di Gesù spinge a operare grandi cose ed eccita a desiderare una sempre
maggior perfezione. […]
(Chi ama) Dà tutto per possedere tutto e ha tutto in tutto, perché si adagia in Chi è altissimo
sopra tutte le cose, dal Quale ogni bene procede e fluisce [Im 3, 5: 9, 11, 15-16].
L’amore! ecco la mia legge e la mia via, la mia virtù e la mia forza, la mia gioia e la mia felicità,
la mia vita, la mia morte, il mio paradiso. Amen!
[Domenica] 19 marzo [1865]
Prima meditazione - San Giuseppe
Nostro Signore mi ha fatto una grande grazia oggi: l’idea dolce e forte di consacrarmi in modo
speciale e interamente a san Giuseppe, come padre, guida - capo e protettore. Ci sono tante relazioni
tra le nostre due vocazioni.
1° Egli è padre di Gesù, padre legale, padre di adozione, padre che si fa carico del sostentamento
di Gesù; ed io, come sacerdote, sono padre di Gesù in Sacramento54; anzi, io ho un potere intrinseco
su Nostro Signore maggiore di quello di san Giuseppe. I sacerdoti sono procreatori di Cristo55.
Nostro Signore mi obbedisce come a san Giuseppe, mi rispetta e mi ama.
Come padre, san Giuseppe porta in braccio Gesù, lavora per sfamarlo e lo difende anche con il
pericolo della propria vita; egli procura il sostentamento anche per la sua divina madre, la conforta e
la protegge.
Come capo della sacra Famiglia, san Giuseppe ha la responsabilità del comando, la rappresenta
in pubblico e tiene le relazioni esterne.
Con quale umiltà egli comanda a colui che sa essere il suo creatore e il suo salvatore! E tuttavia
egli lo fa come più tardi lo farà san Giovanni Battista, perché è l’ordine del Padre celeste. Con quale
umiltà comanda la Vergine, la sua sovrana a motivo della sua dignità di madre di Dio.
Questi sono i sentimenti di cui anch’io devo essere ricolmo non solo come sacerdote all’altare,
ma anche [come] superiore. Come nella sacra Famiglia, è il meno degno che governa, che ha gli
onori del superiorato e la responsabilità dei rapporti esterni; perciò io devo considerare i sacerdoti
come san Giuseppe considerava Nostro Signore Gesù Cristo - e i miei confratelli come altri Gesù
Cristo - Devo considerare le donne nella Madonna, [come] madri di Gesù se [sono] madri, come
spose di Gesù se [sono] vergini o religiose.
Devo onorare san Giuseppe come mio padre, alla stregua di Gesù. Nostro Signore gli ha dato
54
Espressione letteraria: il sacerdote è ministro della transustanziazione, che rende presente il corpo già esistente di
Gesù Cristo.
55
Sacerdotes parentes Christi: les prêtres sont les pères du Christ. - Per quasi venti volte, il P. Eymard utilizza il tema
del prete che, con la sua ordinazione, “diventa il padre sacramentale di Gesù Cristo” (PG 293,8). Attribuisce
generalmente l’espressione a san Bernardo, partendo da san Alfonso de Liguori (PG 347). In PG 340,3 il testo indica il
riferimento: Sermo ad pastores in synodo congregatos (PL 184, 1093) e le citazioni che vi sono raggruppate
provengono dall’opera di Liguori, Selva, 1, 1: 3-5. Senza dubbio troviamo questa stessa citazione in M. Olier (Traité
des Saints Ordres, 3, 2: 2, OC, 1856, col. 674, nota 1134) con un riferimento speciale alla predicazione seguendo san
Bernardo. Ma è con Liguori che la sua applicazione alla celebrazione eucaristica si esprime in modo esplicito: ils [les
prêtres] sont la cause active que la personne de Jésus-Christ existe réellement dans l’Hostie consacrée (OC, t. 13, trad.
Dujardin, Paris, 1878, p. 18). Seguendo i traduttori di Liguori, adottiamo la versione: les pères du Christ.
105
questo bel titolo; egli ne ha seguito la legge: l’ha onorato, amato e servito in questa ammirabile
prerogativa. Ed io farò altrettanto.
2° San Giuseppe, mia guida - mio capo.
Vi sono dei punti di contatto fra la mia condizione e quella di san Giuseppe. Io devo vivere della
sua vita, delle sue virtù e del suo spirito. Ora con quale spirito san Giuseppe serve Gesù e Maria?
con amore. Infatti egli è al corrente della divinità di Gesù e della dignità di Maria. L’angelo gliele
ha rivelate l’una e l’altra. A Betlemme ne ha visto le testimonianze da parte del cielo e da parte
della terra, e la sua anima inondata di luce e di grazia è incapace di ringraziare come si deve il Padre
celeste per averlo associato a così grandi e santi misteri. Egli si umilia profondamente della sua
indegnità e si offre con gioia e senza riserve per compiere in tutto la sua volontà.
Egli si dedica con gioia al loro servizio, per quanto penoso e umiliante esso possa essere!
Ebbene, anima mia! ecco la strada che devi percorrere con san Giuseppe, perché vi sono tante
somiglianze di dignità e di doveri fra te e lui. Tu devi umiliarti ancor più di questo grande patriarca,
perché tu non sei giusto, era giusto [Mt 1, 19], né perfetto, soprattutto non sei umile né puro.
Tu devi servire Gesù e i Gesù ch’egli ti ha affidato con gioia e con letizia, e con la dedizione di
san Giuseppe... ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me... [Mt 25, 40].
3° San Giuseppe, mio protettore.
- Padre, io sono suo figlio assai debole, infermo e misero.
- Membro di una famiglia: io continuo il suo ufficio attorno a Gesù sulla terra, e lo devo fare
come lui e con lui.
- Superiore, egli ha un angelo che lo guida: egli deve essere il mio. Egli è il protettore della sacra
Famiglia: lo deve essere pure della mia debolezza e della Congregazione del SS. Sacramento:
questa bella Congregazione è madre di Gesù56, la sua serva e la sua famiglia.
O buon san Giuseppe, siine il padre, perché tu lo sei stato della famiglia divina; siine la guida,
perché ad essa pure è stato affidato Gesù; siine il protettore, perché essa non deve avere protettori
umani o terreni. Accettane oggi il sodalizio e l’amore.
Da parte mia, io ti onorerò, ti amerò e ti servirò con Maria mia madre, e non ti separerò più dal
suo nome e dal suo amore. Non ti chiedo beni temporali, lo sviluppo della Congregazione, di farla
grande e potente; tu non hai visto Gesù che piccolo, povero e umiliato, non dovevi vedere la sua
gloria né partecipare ai suoi trionfi. Oh, come vorrei essere il povero artigiano, lo sconosciuto
Giuseppe, lo spregiato carpentiere, il concime dell’albero, il giardiniere del buon maestro, che non
s’allontana dal suo giardino e che non conosce che le sue piante, che ama solo i suoi fiori e vive
solo dei suoi frutti, che finisce i suoi giorni in un angolo del suo minuscolo capanno, ma tra le
braccia di Gesù e di Maria; di cui si ignora il luogo della sepoltura e perciò è impossibile onorarne il
corpo; che non lascia in eredità che il suo mantello di povertà e di umiltà…
Imitazione, lib. 3, c. 56
O figliolo, quanto più potrai uscire da te stesso, tanto più potrai venire a me.
Come il non desiderare nulla al di fuori, produce al di dentro la pace agli uomini, così lo
staccarsi da se stesso, internamente ci attacca a Dio. [...]
Seguimi: io sono la Via, la Verità e la Vita... [Im 3, 56: 1-2, 4].
Seconda meditazione - Consacrazione a san Giuseppe
Mi sono consacrato a san Giuseppe:
1° come a mio padre spirituale: non voglio avere altri né potrei avere un uomo, per quanto santo
egli fosse, a causa del mio carattere e della mia pigrizia.
San Giuseppe sarà dunque il maestro spirituale della mia vita spirituale, perché possa vivere con
lui della vita interiore, di questa vita nascosta con Gesù e Maria, e con lui stesso. Lo imiterò
soprattutto nel suo silenzio su di sé, su Gesù, su Maria, sulla sua stessa felicità.
Questo è fondamentale per me: l’abnegazione nella vita nascosta di Nostro Signore tramite
56
Espressione iperbolica: la Congregazione si dedica all’amore, al servizio e al culto della presenza reale come una
madre si dedica ai suoi figli.
106
l’oblio causato dal silenzio o dalla vita comune.
2° Mi sono consacrato a san Giuseppe come [a] mio capo e [a] mio maestro nei miei doveri di
superiore, perché io li possa compiere come lui, con dolcezza e umiltà di cuore, dolcezza con i miei
confratelli, umiltà in me stesso, semplicità davanti a Dio. Io l’ho eletto, questo buon santo, come
mio consigliere e mio confidente.
3° Ho scelto san Giuseppe come protettore nelle mie difficoltà e nelle mie pene; e come
protettore della Congregazione, che è come la piccola famiglia di Gesù. Non gli ho chiesto di essere
liberato dalle mie croci e dalle mie pene, ma dall’amor proprio che le vizia e dalla vanità che ne è la
causa.
Ho chiesto a Nostro Signore di darmi san Giuseppe il padre suo [come mio padre], come mi ha
dato Maria per madre; l’ho pregato di infondere in me la devozione, la confidenza, l’amore di figlio
di protetto e di oblato a san Giuseppe.
Spero che il buon maestro m’abbia esaudito; mi sento infatti più devoto di questo buon santo, e
pieno di fiducia e di speranza.
Terza meditazione - San Giuseppe adoratore
San Giuseppe, dopo la Madonna, è stato il primo e il più perfetto adoratore di Nostro Signore.
- Egli lo adorava con una virtù di fede più grande di quella di tutti i santi insieme57.
- Egli lo adorava con una umiltà più profonda di quella di tutti gli eletti.
- Lo adorava con una purità più pura di quella degli angeli.
- Lo adorava con un amore che nessun altro santo ebbe né poté avere per Gesù; lo adorava con
una dedizione pari al suo amore.
Il Verbo incarnato era efficacemente glorificato dalle adorazioni di Maria e di Giuseppe, essi lo
compensavano dell’indifferenza e dell’ingratitudine delle sue creature.
San Giuseppe adorava il Verbo incarnato in unione con la sua divina e vergine madre; egli si
associava a tutti i pensieri e agli atti di adorazione di amore e di lode di Gesù verso il suo divin
Padre, e agli atti di carità verso gli uomini, per l’amore e la salvezza dei quali egli si era incarnato.
L’adorazione di san Giuseppe si ispirava al mistero, allo spirito, alla grazia e alla virtù del
mistero, come il suo annientamento nell’incarnazione e la sua povertà a Betlemme. Si ispirava pure
al suo silenzio, alla sua debolezza, alla sua obbedienza, alle sue virtù, delle quali egli aveva una
conoscenza molto profonda e delle quali egli vedeva l’intenzione e il sacrificio per l’amore e la
gloria del Padre suo.
San Giuseppe adorava, interiormente almeno, tutto ciò che Gesù faceva, diceva o pensava. Lo
Spirito santo glielo manifestava, perché egli potesse unirvisi e glorificare il Padre celeste in unione
con il suo divin figlio il nostro salvatore. E così la vita di san Giuseppe fu una vita di adorazione
perfetta di Gesù.
Mi sono unito a questo buon santo adoratore, perché mi insegni ad adorare Nostro Signore e
possa associarmi a lui per diventare il Giuseppe dell’Eucaristia, come lui lo è stato di Nazareth.
[Lunedì] 20 marzo [1865]
[Prima meditazione] - La vita della sacra Famiglia
Ho meditato sulla vita della sacra Famiglia, vale a dire di Maria e di Giuseppe in Gesù.
Ho preso in considerazione i tre punti seguenti:
- [1°] Gesù era il centro di amore di Maria e di Giuseppe Dovunque sarà il corpo... [Mt 24, 28].
Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore [Mt 6, 21]. Il possesso di Gesù era il centro di
tutta la famiglia; non si teneva né a Betlemme né a Nazareth né all’Egitto. Avere Gesù equivaleva
ad avere la casa del cuore.
San Giuseppe se ne tornava volentieri, gioioso e felice, a casa, dove c’era il fanciullo divino; non
sprecava il tempo lontano da lui: egli sapeva che Gesù era l’amore divino incarnato!
57
Questo modo di dire - e le affermazioni che seguono - indicano quanto il p. Eymard apprezzasse la grandezza delle
virtù di san Giuseppe, ma non si è obbligati di prenderle alla lettera.
107
Allo stesso modo la mia casa, la mia famiglia, il mio centro è il Gesù della casa della
Congregazione, in cui vivo. Io devo essere il suo Giuseppe e trovarmi bene solo lì.
- [2°] Gesù era il fine della vita di Maria e di Giuseppe: essi vivevano e lavoravano solo per lui.
Con quale gioia Giuseppe faticava per procurare un po’ di pane al piccolo divin fanciullo e alla
sua vergine divina madre; con quale soddisfazione portava a casa il povero salario del suo lavoro; e
quando doveva affrontare una fatica più dura, essa gli era tanto gradita perché il suo scopo era
Gesù!
Allo stesso modo Gesù Eucaristia deve costituire il fine della mia vita, perché io sono il
Giuseppe del suo stato sacramentale. Egli deve essere la legge, la gioia e la felicità della mia vita; e
quale vita è più bella di quella del SS. Sacramento!
- [3°] Gesù era l’alimento costante della vita di unione e di amore di Maria e di Giuseppe; essi
erano felici di guardarlo, di ascoltarlo, di vederlo lavorare, obbedire, pregare; faceva tutto così bene.
Ma erano assai più felici nel contemplare la sua vita interiore e le sue intenzioni, nel conoscere i
suoi sentimenti e il motivo delle sue virtù, nel vederlo scegliere e cercare le occasioni di povertà, di
obbedienza e di sacrificio, nel contemplarlo nei suoi abbassamenti e nei suoi annientamenti; nel
vedere come egli riferiva tutto alla gloria del Padre suo: non voleva nulla per sé come figlio
dell’uomo e come uomo, ma rinviava alla divinità ogni onore e ogni amore.
Gesù, Maria e Giuseppe formavano un’unica vita e perseguivano un’unica cosa: glorificare il
Padre celeste.
È ciò che anch’io dovrei fare. A questo scopo bisogna che io mi unisca a Maria e a Giuseppe e
che condivida la loro vita, quella vita di famiglia, quella vita intima di cui Dio solo conosceva il
segreto.
La mia anima era assai felice nel contemplare ciò che avveniva all’interno della sacra Famiglia e
ciò che vi si faceva, il vangelo di famiglia di Gesù, insomma: le belle serate di preghiera e di
conversazioni celesti di Nazareth. Certamente Gesù spiegava a Maria e a Giuseppe tutto ciò che le
Scritture dicevano di lui; raccontava loro del calvario e di tutte le scene di umiliazione e di dolore;
doveva mostrar loro il posto dei chiodi sulle sue mani e sui suoi piedi, per dare inizio in Maria e
Giuseppe alle virtù del calvario; doveva parlar loro della chiesa, degli apostoli, dei religiosi, della
mia povera miseria, del suo amore per me.
Nazareth era diventata il cielo dell’amore e il paradiso terrestre, non del primo Adamo, ma del
secondo Adamo e della seconda Eva, delle più pure virtù e dell’amore più santo.
Quale soave e delizioso profumo doveva sprigionarsi da questa celeste aiuola abitata dal Verbo
incarnato, dalla madre di Dio e dal giusto Giuseppe! Il Padre celeste vi trovava le sue delizie, gli
angeli erano tutti in ammirazione - il demonio ne provava terrore.
Per me sarà l’amore, et58
Imitazione, lib. 3, c. 23
Stringimi a te con l’indissolubile nodo del tuo amore, perché, a chi ti ama, basti tu solo; senza di
te, tutte le cose sono frivolezze (senza alcun valore) [Im 3, 23: 26].
Seconda meditazione - I sette dolori di san Giuseppe
Più si è santi e più si deve soffrire per l’amore e la gloria di Dio.
La sofferenza è il campo su cui cresce la grazia di Dio in un’anima e il trionfo dell’amore di
un’anima per Dio.
San Giuseppe il più grande dei santi dopo la Madonna, ha dovuto soffrire più di loro. Il motivo
della sua sofferenza era la venerazione per la Vergine sua sposa e l’amore tanto perspicace, tenero e
grande per Nostro Signore.
Perché Dio ha disposto che san Giuseppe avesse tanto da soffrire per farlo più santo, perché era
(già) santo.
San Giuseppe ebbe i suoi sette dolori:
1° La sua pena immensa nei riguardi di Maria; egli aveva infatti deciso di lasciarla e di
58
Frase incompiuta.
108
abbandonarla senza dirle nulla. Che cosa ne sarà di lei? Chi se ne prenderà cura? Certo, ma occorre
osservare la legge, che esige la separazione…
2° Il rifiuto di offrir loro un alloggio da parte di tutta Betlemme… e il ricovero in una stalla; la
sua pena nasce dall’oltraggio che ne viene alla madre e al bambino divino, per ciò che essi
dovranno patire.
3° La circoncisione del bambino Gesù, la vista di quella ferita e del sangue che ne cola - delle
pene e dei dolori della sua divina madre.
4° La predizione della spada di dolore che, un giorno, dovrà trapassare il cuore della Vergine,
che gli chiarisce e gli discopre la profezia di Isaia sui dolori del messia, al capitolo 53.
5° La fuga precipitosa in Egitto nel cuore della notte; lo spavento ch’egli ha dei carnefici e le
urla di dolore di Betlemme.
6° Il ritorno dall’Egitto alla volta di Gerusalemme e il terrore ch’egli sente nei confronti di
Archelao, il figlio crudele di Erode.
7° Lo smarrimento di Gesù nel tempio.
Chi può immaginare le sue lacrime e il suo dolore mentre ascolta Gesù che parla della sua futura
passione, e mentre va scoprendo dappertutto nelle Scritture qualche dettaglio della passione del
salvatore?
E quando essi si recavano a Gerusalemme, Gesù mostrava loro i luoghi dove avrebbe tanto
sofferto, perché già da allora ne condividessero il merito con lui.
E come accettava la sofferenza san Giuseppe? Nel silenzio, nell’umiltà e nell’amore; non aveva
né andava in cerca di consolazioni umane. Egli non soffriva per sé, ma per Gesù, per Maria e per il
prossimo.
Quindi, anima mia, la sofferenza è necessaria.
Terza meditazione - La Croce
Mi sono offerto con san Giuseppe per soffrire quanto a Dio piacerà inviarmi. Gli ho fatto offerta
delle tre croci di oggi, che mi soffocavano il cuore e mi spezzavano l’anima59.
Per la prima volta io ho accettato e mi son messo nella disposizione al silenzio, alla pazienza e
all’abbandono nelle mani di Dio.
Avverrà ciò che Dio vorrà. Se, al mio ritorno, troverò ancora qualche tempesta, Dio ne sia
benedetto.
Ne verrò fuori con una grazia maggiore, forse amerò un po’ di più il buon Dio e potrò - lo spero imitare un po’ meglio il silenzio di san Giuseppe.
Oh, quanto ho bisogno di starmene in silenzio in questi momenti di sofferenza! Devo star
lontano da ogni persona influente, perché non sono abbastanza forte nel silenzio della croce.
Bisogna pregare, pazientare, benedire Dio: è tutto. - Saper vedere soprattutto la bontà, la
giustizia e la verità della croce!
[Martedì] 21 marzo [1865]
Prima meditazione - La croce dei santi
Non c’è santo che non sia stato crocifisso dal mondo, - che non si sia crocifisso da se stesso, che Dio non abbia crocifisso in maniera ammirevole.
Soprattutto gli apostoli e i fondatori delle famiglie religiose hanno sofferto molto.
Fondare significa scavare la terra del proprio cuore, tagliar pietre, martellarle, cementarle,
connetterle, levare loro la forma grezza, levigarle, privarle della loro libertà e della loro forma.
Quanto ha sofferto san Benedetto, di cui oggi celebriamo la festa! Si tentò di avvelenarlo e fu
costretto ad abbandonare i suoi primi figli; quanto ha sofferto da parte di monaci indegni! E san
Francesco da parte di Elia e della sua fazione! E sant’Alfonso da parte dei suoi, del re e persino di
Pio VI!
59
Il padre Nuñez propone come ipotesi: 1° la lentezza nella trattazione della questione del Cenacolo, - 2°
l’atteggiamento del p. de Cuers, - 3° le prove interiori delle Ancelle (Cf. Nuñez, édition critique, p. 237, nota 49).
109
Perché tante sofferenze? Perché con dolore partorirai figli [Gn 3, 16]. Avviene nell’ordine
soprannaturale quello che accade nell’ordine naturale. Quanto ha sofferto Nostro Signore per farci
rinascere in se stesso! Afferma san Paolo: figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché
non sia formato Cristo in voi! [Gal 4, 19] E che cosa non ha sofferto la Madonna ai piedi della
croce per diventare nostra madre!
Le sofferenze per le fondamenta dell’edificio assicurano la solidità e la bellezza della casa; più le
radici sono profonde, più l’albero sarà vigoroso; più la madre soffre, più presto avverrà il parto. Voi
infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! [Col 3, 3].
Come mi ha risparmiato Dio! Io non ho sofferto quasi nulla!
Ho sofferto molto a causa dei miei difetti, ma non per l’amore di Dio e a motivo della sua gloria.
Io sono stato un malato, non un soldato.
Anche la Congregazione è sempre nei dolori latenti del parto: il suo spirito non è vigoroso, i suoi
membri non sono forti e uniti, la sua crescita non è effettiva; essa si mantiene a galla, vegeta.
Mio Dio, eccomi con Gesù nell’orto degli ulivi. Vuoi che tutti mi abbandonino, che tutti mi
rinneghino, che nessuno più mi riconosca, che io sia come un peso, un ostacolo, una causa di
umiliazione? Eccomi, Signore: qui brucia, qui taglia, qui spoglia, qui umilia; dammi solo il tuo
amore con la grazia oggi, e domani la croce nella sterilità, ma che io possa essere il tuo sgabello
nella SS. Ostia.
Rendimento di grazie
Alla fine (del ringraziamento) ho emesso il voto perpetuo della mia personalità a Nostro Signore
Gesù Cristo, nelle mani della Madonna e di san Giuseppe, con il patrocinio di san Benedetto, di cui
oggi ricorre la festa: nulla per me, nessuno, e implorando la grazia necessaria, niente da me.
Modello: l’Incarnazione del Verbo.
Come nel mistero dell’incarnazione l’umanità santa di Nostro Signore è stata spogliata della sua
propria persona, di modo che essa non cercava più se stessa né l’interesse personale, non agiva più
per se stessa perché aveva in sé un’altra persona che la sostituiva, vale a dire la persona del figlio di
Dio, la quale aveva di mira soltanto l’interesse del Padre, che essa teneva presente sempre e in tutte
le cose; allo stesso modo io devo essere annientato in ogni mio desiderio e in ogni mio interesse
personale; devo prefiggermi solo quelli di Gesù Cristo , che è in me per vivere in me per il Padre
suo. Per rimanere in me a questo modo egli si dona nella comunione. Come il Padre, che ha la vita,
ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me [Gv 6, 57].
È come se il salvatore dicesse: inviandomi con l’Incarnazione il Padre ha fatto inaridire in me
ogni radice di ricerca di me stesso; infatti non mi ha dato la persona umana, ma mi ha unito a una
persona divina per farmi vivere per lui; allo stesso modo con la comunione tu vivrai per me, perché
io sarò vivente dentro di te. Io riempirò la tua anima dei miei desideri e della mia vita, che
consumeranno e annienteranno dentro di te tutto ciò che è personale, a tal punto che sarò io a vivere
e a desiderare tutto dentro di te, al posto tuo; così tu sarai totalmente rivestito di me, tu sarai il corpo
del mio cuore, la tua anima sarà le facoltà attive della mia anima, il tuo cuore sarà il ricettacolo e il
battito del mio cuore. Io sarò la persona della tua personalità e la tua personalità sarà la vita della
mia dentro di te. - Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me60 [Gal 2, 20].
Imitazione, lib. 3, c. 48
Sì, io sono là dove è il mio pensiero e il mio pensiero spesso è là dove è ciò che amo. [...]
Ma beato quell’uomo che per amor tuo, o Signore, si è accomiatato da tutte le creature;
quell’uomo che fa violenza alla natura e crocifigge col fervore dello spirito gli allettamenti sensuali
in modo da offrirti una preghiera pura con una coscienza rasserenata e in modo da diventar degno di
partecipare ai cori angelici dopo di aver cacciato via tutte le cose terrene esterne e interne [Im 3, 48:
60
Il testo di questa consacrazione è estratto da M. Olier, Catéchisme chrétien pour la vie intérieure, lezione 20 in
Oeuvres complètes, Migne, 1856, col. 478. Il voto perpetuo della personalità costituisce un culmine nella vita spirituale
del P. Eymard e apre un nuovo periodo. Secondo il p. Nuñez, il linguaggio utilizzato indica l’unione intima e la
trasformazione spirituale della sua anima (édition critique, p. 240, nota 50). Le meditazioni che seguono ne spiegano il
significato e la portata.
110
30, 38]. - Amen!
Seconda meditazione - Il voto della personalità
Questo voto deve essere il più grande, il più santo fra tutti gli altri, perché è il voto del mio io e
del mio io libero di sempre ridonarsi.
Ora, poiché è al mio io personale che si riferiscono sempre l’onore e l’amore e il possesso del
bene, io non posso più ricevere per me né onore né amore né bene. E se qualcuno lo fa, costui dà al
niente; se poi io avessi la disgrazia di accettarlo, riprenderei il mio io a Dio, e ciò costituirebbe un
furto sacrilego e una rapina nell’olocausto.
Il vero onore sta nella realtà del diritto: un domestico non merita gli onori dovuti al padrone.
L’amore sta nello scambio, ma quando non si ha più la proprietà del proprio cuore come persona,
non si può più essere amati per se stessi, né amare altri all’infuori dello sposo della propria anima,
Gesù Cristo Ricevere un amore per sé sarebbe l’adulterio del cuore. Dio me ne guardi!
Il bene posseduto presuppone una persona capace di possedere; ora io non sono più una persona
che possa accumulare una fortuna per se stessa né che possa farsi una sua posizione. Io devo servire
il mio padrone, badare a lui, farmi carico del suo bene e farne omaggio a lui, non a me.
Nostro Signore nella sua vita apostolica seguiva mirabilmente questa legge dell’unità personale:
egli rifiutava tutto ciò che veniva attribuito alla sua natura umana come persona: Io non cerco la
mia gloria [Gv 8, 50]. - Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio [Lc 18, 19]. Ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo [Mt 8, 20]. Egli non può far nulla da se stesso, è
in continuazione a disposizione della divinità. Non fa che eseguire gli ordini, ripetere le parole e
imitare le opere che il Padre stesso compie: Ma il Padre che è in me compie le sue opere [Gv 14,
10].
All’esterno, Nostro Signore agiva come una persona umana. Durante la sua vita a Nazareth, e
stava loro sottomesso [Lc 2, 51]. - Durante la sua vita apostolica si dice semplicemente mandato.
Ecco, anima mia, tu sarai le membra e le facoltà di Gesù Cristo , perché egli viva ed agisca in
tutto per la gloria del Padre suo.
Terza meditazione - Medesimo argomento
Sono un poco affaticato per il pellegrinaggio a san Paolo e a san Benedetto61.
[Mercoledì] 22 marzo [1865]
Prima meditazione - L’unione di nostro signore
Ho meditato sull’unione di Nostro Signore con noi, unione che deve essere la vita del mio voto
della personalità. - Nel perfetto rinnegamento di se stessi62.
Perché Nostro Signore desidera tanto questa unione, perché la richiede? Perché questa unione è
possibile, conveniente e utile a Nostro Signore? Nostro Signore desidera questa unione per meglio
glorificare il Padre suo sulla terra. Con essa infatti si incarna in qualche modo in ogni cristiano, per
divenirne quasi la personalità divina e continuare nel cristiano a lui unito ciò che la sua persona
divina fece sulle azioni della sua natura umana, - egli con la dignità divina della sua persona e con
la forza efficace di questa unione, le elevava sino al merito divino, al punto da renderle azioni
divine.
Perciò Nostro Signore vuole rivivere in noi e continuare per mezzo di noi la glorificazione del
Padre suo quasi nelle sue proprie membra, perché il Padre celeste abbia a gradire tutte le nostre
azioni. Vedendole infatti e ricevendole dal suo divin figlio nostro salvatore, egli vi trova le sue
61
Si tratta probabilmente di un pellegrinaggio alla basilica di San Paolo fuori le mura. Lì ha potuto venerare San
Benedetto nella cappella che gli è consacrata. Oppure, come lo suggerisce il padre Nuñez, il suo pellegrinaggio a San
Benedetto l’avrebbe condotto alla chiesa di San Benedetto in Piscinula, che conserva, secondo una tradizione, dei
ricordi di San Benedetto (cf. Nuñez, édition critique, p. 242, nota 51). Armellini in Le chiese di Roma, conta non meno
di nove chiese dedicate a San Benedetto.
62
L’espressione è presa dalle Constitutions de la Congrégation du Saint-Sacrement, cf. éd. 1864, RR 77, chap. 2, n° 1.
111
compiacenze, e in tal modo vive in ogni uomo come in altrettante membra di Gesù Cristo. Tramite
questa vita e questo regno vien paralizzato e distrutto il regno del maligno suo nemico, ed egli
riceve da tutte le creature e dall’intera creazione il frutto di onore e di gloria che gli è dovuto.
Perciò Nostro Signore desidera l’unione con noi per l’amore e la gloria del Padre suo…
Per questo san Paolo ci chiama tanto di sovente membra di Cristo, corpo di Cristo [1 Cor 6, 15;
1 Cor 12, 27].
Lo stesso Nostro Signore, all’ultima cena, disse ai suoi discepoli: Se rimanete in me... rimarrete
nel mio amore [Gv 15, 4.9]. É il dono di sé; infatti così non si dimora più in se stessi, ma si lavora
per colui nel quale si dimora e ci si mette a sua disposizione.
- Nostro Signore desidera questa unione per l’amore che ci porta, per nobilitarci in lui - i membri
di una famiglia derivano il loro onore dal capo e dalla testa che ne ha cura -, per poterci comunicare
un giorno la sua gloria celeste con tutto ciò che comporta: la potenza, la bellezza e la felicità
perfetta.
Poiché Nostro Signore non può comunicarci la sua gloria se non nella qualità di sue membra e
poiché le sue membra sono per lui sante, egli vuole santificarci per unirci a lui e per farci vivere
della sua vita.
In forza di questa unione le nostre azioni diventano le azioni di Nostro Signore63 e ne assumono
il valore secondo i diversi gradi di unione, e questi gradi sono determinati dalla condotta, dalle virtù
e dallo spirito di Gesù in noi. Da qui la bella espressione di san Gregorio: il cristiano è un altro
Cristo; - e di san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. - Ho faticato più di tutti
loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me [Gal 2, 20; 1 Cor 15, 10].
E quando questa unione è nello stesso tempo cristiana sacerdotale e religioso, essa ne possiede i
tre pregi in Nostro Signore Gesù Cristo e le tre potenzialità; essa è tre volte sacra e consacrata64 e
attinge a tre sorgenti di grazia e di gloria.
- Questa unione è il frutto dell’amore di Nostro Signore e il fine perseguito dalla divina
provvidenza nell’ordine naturale e soprannaturale, - condurre l’uomo all’unione con Nostro Signore
Gesù Cristo, - assicurarne la crescita e portarla alla perfezione; in essa infatti stanno tutta la gloria di
Dio e la santificazione delle anime, - in una parola il frutto della redenzione.
Questa meditazione, così bella ed efficace in se stessa, mi ha fatto del bene, anche se mi sono
troppo soffermato sulla sua verità ed eccellenza, e non a sufficienza sulla sua pratica o almeno sugli
atti del cuore.
Ho rinnovato il mio nuovo voto e i tre propositi: il pensiero e le adorazioni al primo scoccar
dell’ora, e le conversazioni prima, durante e dopo.
Imitazione, lib. 4, c. 17
O mio Dio, o eterno amore, o mio solo bene, o incessante felicità [...] ti offro tutto l’affetto del
mio cuore [...]. - E perciò io con somma venerazione e profondo fervore ti dono e ti offro tutto ciò
che una mente pia può concepire e desiderare. - Non voglio riservare a me, ma spontaneamente e
con perfetta volontà voglio sacrificare a te, me e tutto ciò che possiedo [Im 4, 17: 2, 3, 4-5].
Seconda meditazione - La mia unione con nostro Signore
L’unione di Gesù Cristo con me sarà a misura della mia unione con lui: Rimanete in me e io in
voi, Gv 15, Chi rimane in me e io in lui [Gv 15, 4-5].
Sono dunque sicuro che Gesù dimorerà in me, se io voglio dimorare in lui. Il vento si precipita
nel vuoto creato dalla legge dell’elasticità e dell’equilibrio, come l’acqua si precipita verso una
regione bassa; così lo spirito di Nostro Signore riempie il vuoto che l’anima fa in se stessa.
[1°] Questa unione dell’uomo con Nostro Signore fa la sua dignità, perché la dignità proviene
dalla persona che è a capo. Tale fu la dignità divina della natura umana di Gesù Cristo, assunta nel
63
Non in senso stretto, ma in qualche maniera, a motivo della grazia santificante che è una comunione mistica con Gesù
Cristo.
64
L’unione del cristiano con Gesù Cristo in forza della grazia santificante è fondamentalmente unica, ma essa acquista
una forma particolare nel sacerdozio, a causa del carattere, e nella vita religiosa per la consacrazione alla vita di
perfezione.
112
seno della Madonna ed elevata alla divinità grazie all’unione ipostatica con la persona del Verbo.
Con l’unione a Nostro Signore io non divento parte della divinità o qualcosa di divino e degno
perciò di adorazione, ma qualcosa di sacro e di santo, come la dignità dei congiunti di un re è legata
al grado più o meno stretto di parentela con la persona del sovrano. In Nostro Signore il grado più
alto di parentela è la partecipazione più stretta alla sua santità. Chiunque fa la volontà del Padre mio
che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre [Mt 12, 50]. - San Paolo ha detto: Perché
questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione [1 Ts 4, 3]. - Santificatevi dunque e siate santi,
perché io sono santo [Lv 11, 44]. - Tale è la partecipazione divina di cui parla san Pietro, partecipi
della natura divina [2 Pt 1, 4].
2° Da questa unione proviene la potenza dell’uomo. Come il tralcio non può far frutto da se
stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. - Senza di me non potete far
nulla [Gv 15, 4-5]. É chiaro: nulla. Come la fecondità del tralcio è assicurata dalla sua unione con il
tronco tramite la linfa, così la mia fecondità spirituale proviene dalla mia unione con Gesù Cristo. Io
sono la vita [Gv 14, 5]. Dall’unione dei miei pensieri con i suoi pensieri, delle mie parole con le sue
parole, dei miei desideri con i suoi desideri, delle mie azioni con le sue azioni.
La vita delle mie membra trova il suo alimento nel sangue pompato dal cuore, e il cuore nel cibo.
Io sono il pane della vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna [Gv 6, 35;
cf. Gv 6, 55].
Dunque il principio e il centro della mia fecondità nella santità e nella saggezza stanno
nell’unione con Gesù Cristo, e la sterilità è causata dalla sua mancanza: il tralcio seccato e tagliato.
[3°] Da questa unione deriva anche il merito, un merito di sodalizio. Nostro Signore assume la
mia azione, la fa sua, - e la rende meritevole della vita eterna e di un premio eterno nella sua
dignità, benché limitato dalla mia miseria.
Allora tutto diventa meritorio di un premio celeste in questa società divina; e più intima è
l’unione con Nostro Signore , più grande sarà anche la gloria della santità.
Come mai ho tanto trascurato questa unione divina? Quanti meriti ho perduto, quante azioni
sterili e quante grazie rimaste senza frutto! Io soprattutto, con tanti mezzi e in un’impresa tanto
grande e tanto facile!
Povero albero! è una gran misericordia che Dio non l’abbia ancora tagliato!
Terza meditazione - La croce in nostro Signore
Sento un gran bisogno, in questi momenti di croce dal di fuori, di nascondermi nel divin cuore di
Gesù, per essere al riparo da tutte queste bufere e burrasche umane. Mio Dio, quanto è miserabile la
povera umanità! Se non ci fossero di mezzo la tua gloria e la tua volontà, correrei a nascondermi e a
mettermi, tutto solo, ai tuoi piedi e sotto i tuoi piedi.
Ma tu vuoi ch’io soffra tutte queste miserie umane, ch’io viva in mezzo ad esse, con esse e quasi
grazie ad esse. Sia, amen!
Se non altro potrò glorificarti meglio con la pazienza, la dolcezza, l’umiliazione, la perdita della
mia libertà e l’abnegazione continua. In mezzo a tutto ciò dammi la serenità del tuo volto, la pace
del cuore in te e l’amore del mio prossimo. In tal modo servirò Dio mio salvatore con più
abnegazione, con più generosità e più da soldato. Dio ne sia benedetto! - Ma da soldato d’ordinanza
del gran re, senza un nome proprio, senza un’autorità personale e senza un particolare prestigio ministro di Gesù Cristo.
[Giovedì] 23 marzo [1865]
Prima meditazione - La vita di unione
Da lungo tempo Nostro Signore mi attira verso questa vita di unione, mostrandomi il vuoto e il
pericolo delle creature, e il mio niente personale, ecc.
Egli vuole essere tutta la mia vita:
- La scienza del mio spirito e del mio ministero; perciò io la devo apprendere alla sua presenza.
Che cosa ho concluso ogni volta che ho voluto contare soltanto sul mio lavoro e sui miei studi, su
113
quel poco di esperienza che ho fatto e su quella degli altri? Nulla, meno di nulla. Ho guastato tutto e
s’è dovuto tutto rifare. Il risultato non era di alcun valore, perché Nostro Signore non ne era stato la
luce fondamentale e la scienza divina.
- Nostro Signore non era stato l’affetto del mio cuore, la potenza di questo cuore, la sua pace e la
sua gioia, e perciò il suo centro. Quanto è infelice il mio cuore quando si trova solo, quando sente
quello di Gesù freddo o addolorato e ferito da me! Che sofferenza! questo divin cuore deve essere il
mio elemento vitale, com’è l’acqua per il pesce o l’aria per ogni essere che respira. Io muoio, o per
lo meno agonizzo, lontano da questo divin cuore.
- La forza della mia volontà... Io non ho forza né di corpo né di spirito, a causa della mia
costituzione naturale. E invece soffro: tutto è logoro, tutto sarebbe presto paralizzato. Il mio spirito
ha così poca esperienza e consistenza! E poi questo corpo è distrutto. Sento veramente che la mia
salute come la mia intelligenza non hanno vigore se non grazie a Nostro Signore e in Nostro
Signore; che nella regola osservata si trova una grazia di forza, e nei lavori dello spirito una luce e
una forza sovrumane.
È la grazia di stato. Sarei molto più forte se fossi più ubbidiente al primo impulso, se fossi più
mortificato nello spirito, nel mio spirito, nelle sottigliezze dell’intelligenza e nelle curiosità del
raziocinio; insomma, se fossi umile di spirito.
Bisogna dunque che sia unito a Nostro Signore Gesù Cristo come la natura umana lo era alla
guida della sua persona divina, come Gesù Cristo era totalmente sottomesso al Padre suo.
Ma per questo è necessario essere uniti di una vita ricevuta e partecipata; è necessario che il
tralcio sia riscaldato dal sole per ricevere la linfa ridotta allo stato liquido. Ora il sole preparatorio
che attira questa linfa divina è il raccoglimento, è il desiderio, è la preghiera, è il dono di sé, è
l’amore! Vieni, Signore Gesù! [Ap 22, 20], - Mia vita e mia unica speranza!
Imitazione, lib. 3, c. 43
O figlio, non ti lasciare affascinare dalle parole belle e ingegnose degli uomini; poiché il regno
di Dio non consiste nelle parole ma nella virtù. - Volgi la mente alle mie parole che infiammano i
cuori e illuminano la mente, generano la compunzione e portano una sempre nuova consolazione. Non devi mai leggere nemmeno una parola con lo scopo di poter sembrare più istruito o erudito
[…]. - Sono io che insegno la scienza all’uomo e dono ai piccoli una capacità d’intendere molto più
splendida, di quella che possa essere insegnata dall’uomo [Im 3, 43: 1-3, 5].
Ecco il complemento della meditazione di questa mattina. Quando dunque mi affiderò
completamente a questo buon maestro? Ah, quanto tempo, quante grazie, quanta pietà mi ha fatto
perdere la sola scienza!
Seconda meditazione - L’alimento dell’unione con Gesù Cristo
Un atto di unione con Nostro Signore è facile, ma una vita di continua unione è molto difficile
per un’anima debole e leggera come la mia, a causa della schiavitù dei lavori dell’intelligenza e del
trasporto verso la vita esteriore. La mia anima è come un gas dentro l’acqua sotto la campana. Il
minimo soffio d’aria lo disperde.
E poi, son tanto impressionabile ad ogni evento e tanto pigro nei momenti di quiete!
Mio Dio, come vivere questa unione? Ho visto chiaramente che il mezzo migliore ed unico è
quello di nutrire e fortificare in me l’uomo interiore, che è Gesù Cristo dentro di me: concepirlo,
farlo nascere e farlo crescere con ogni azione, lettura, preghiera o adorazione, e nelle varie relazioni
della vita. Ma per riuscirvi, è necessario rinunciare in ogni occasione alla personalità di Adamo e
vivere alle dipendenze del Gesù interiore. La frequenza delle giaculatorie su questo stesso tema
finirà con rendermene spontanei il pensiero e il sentimento.
Terza meditazione - Il centro dell’unione
Qual è il luogo dell’unione con Gesù Cristo?
Sono io stesso. In Gesù Cristo si realizza l’unione. Rimanete in me [Gv 15, 4]. Ma in Gesù Cristo
dentro di me se ne fa l’esercizio e risiede la virtù di questa unione.
Niente di più certo! Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi
114
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui [Gv 14, 23]. - Io in loro e tu in me, perché siano
perfetti nell’unità [Gv 17, 23].
San Paolo chiama il nostro corpo tempio dello Spirito Santo [1 Cor 6, 19]. Egli dimora dunque in
noi, e Gesù Cristo ce l’ha dato perché rimanga con voi per sempre [Gv 14, 16]. Lo Spirito santo.
Il regno di Dio è dentro di voi [Lc 17, 21]. - La figlia del re è tutta splendore [Sal 44, 14]. Venga il tuo regno [Mt 6, 10] cioè: regna su di noi. - Orsù dunque, o anima credente, dice
l’Imitazione, lib. 2, c. 1, prepara il tuo cuore per questo sposo, affinché Egli si degni di venire e di
fermarsi in te [Im 2, 1: 8].
E san Paolo: Cristo vive in me [Gal 2, 20] - in me, è chiaro!
Ma perché Nostro Signore ha scelto l’interiore dell’uomo come centro di questa unione?
Per costringere l’uomo a rientrare in se stesso. L’uomo sfuggiva se stesso come si sfugge un
colpevole, come si paventa una prigione. L’uomo è proprio così: egli sente vergogna e orrore di se
stesso, e perciò rifugge da sé e divaga al di fuori e s’attacca a tutto ciò che è esteriore.
A causa di questa evasione, Dio si trova solo e abbandonato nella sua creatura, che dovrebbe
essere il suo tempio e il trono del suo amore.
In tale situazione Dio non può operare nell’uomo né con l’uomo. Perciò per obbligarlo a
rientrare in se stesso, dentro la sua anima, Dio se ne viene dall’uomo, e al di dentro di lui vuole
parlargli: Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore [Sal 84, 9]. Dentro il suo cuore Dio vuol dimorare.
Ricordatevelo [Is 46, 8] - Offrimi, o figlio, il tuo cuore [Pro 23, 26]. Vuole che sia l’anima ad aprirsi
a lui come a fratello e a [sposo]. Ecco, sto alla porta e busso [Ap 3, 20]. - Aprimi, sorella mia, mia
amica, mia colomba, perfetta mia [Ct 5, 2.1].
Nostro Signore viene sacramentalmente in noi per viverci spiritualmente. Il Sacramento è il velo
che lo avviluppa, ed esso si rompe65 sotto la pressione dell’amore del cuore, allo stesso modo che
l’etere racchiuso in una capsula si diffonde nello stomaco sotto l’azione del calore naturale.
Nostro Signore vuol fare dell’interiore dell’uomo il suo vero tempio - l’anima del giusto è la
sede di Dio66, dice san Gregorio - perché l’uomo non abbia difficoltà ad andare dal suo Signore
Gesù, ma lo trovi agevolmente e sempre a sua disposizione, come suo maestro suo modello e sua
grazia: deve solo raccogliersi dentro se stesso in Gesù. Ad ogni istante quindi può offrirgli
l’omaggio delle sue azioni, il sentimento affettuoso del suo cuore e contemplarlo con quello
sguardo che dice tutto e dona tutto.
Ecco le belle espressioni dell’Imitazione: Nell’intimità dell’anima umana le sue visite sono
frequenti, le sue parole sono dolci, la sua pace è grande, la sua consolazione è amabile, la sua
amicizia è cosa infinitamente meravigliosa [Im 2, 1: 7].
Questa verità mi stupisce più di quanto mi esalti: è mai possibile che Dio rincorra così un’anima?
che si metta a sua disposizione, che voglia dimorare in un corpo tanto vile e in un’anima tanto
miserabile, terrena e ingrata?
Eppure è divinamente vero! Io lo credo e te ne ringrazio, o mio Dio; io ti adoro in te stesso.
[Venerdì] 24 marzo [1865]
Prima meditazione - Gesù Cristo ospite dell’uomo
Nostro Signore è dunque l’ospite della mia anima e del mio corpo, perché egli è dentro di me,
nel mio essere; e il mio essere si compone d’anima e di corpo.
E poi, dal momento che bisogna che egli governi l’uno e l’altra, perché egli è, in forza del mio
voto, il mio io67: un pilota sul suo bastimento, un padrone dentro la sua casa, un padre nella sua
65
Modo di dire letterario: il Sacramento “contiene” il corpo di Gesù Cristo non in modo fisico, ma metafisico, un po’
come il nostro corpo “contiene” la nostra anima.
66
Citazione libera di san Gregorio, Hom. In Evangelia, lib. 2, hom. 38 (PL 76, 1283). San Gregorio parte da tre testi
biblici: Is 66, 1; Sg 7, 28; 1Co 1, 24, e discute così: Liquido colligere debemus quia si Deus sapientia, anima autem
justi sedes sapientiae, dum coelum dicitur sedes Dei, coelum ergo est anima justi. “Evidentemente, possiamo
concludere: poiché Dio è la saggezza, l’anima del giusto è la dimora [sede] della saggezza. Ugualmente, si dice che il
cielo è la dimora [sede] di Dio; perciò, il cielo è l’anima del giusto”.
67
Nell’ordine psicologico e intenzionale, non in quello ontologico.
115
famiglia, l’anima dentro il corpo che essa anima; e Dio è la vita dell’uno e dell’altra.
Ora tre cose son dovute ad un ospite:
- il rispetto secondo la sua condizione,
- la compagnia amichevole,
- l’omaggio di uno splendido banchetto.
È la festa del pregio che si attribuisce all’amicizia.
Altrettanti sono i doveri che incombono su di me verso Nostro Signore dentro di me:
- rispetto, nel mio corpo, vigilanza contro le tentazioni e le passioni sregolate della mia anima
per non offendere e per glorificare;
- compagnia: egli è il più grande, il vero maestro, l’amico buono, il divin confidente nelle gioie e
nelle pene, il centro di ogni supremo affetto, il tesoro dell’anima;
- banchetto: l’omaggio di tutte le mie gioie, il vanto di tutte le mie azioni, lo scopo d’amore di
tutti i miei sacrifici: sono queste le portate divine del salvatore, quest’acqua viva della fede e della
carità di cui egli ha sete. Dammi da bere [Gv 4, 7]. - Ho sete [Gv 19, 28].
Lo sento profondamente: il miele è dolce, la luce splende, il fuoco rianima le membra gelide;
l’amicizia reciproca è tutto questo nel mondo. Perché Nostro Signore non è tutto questo per me?
Perché io sono troppo imperfetto e troppo debole; ciò favorirebbe la mia rovina o per lo meno mi
procurerebbe il minor bene. Vi sono dei caratteri leggeri che abbisognano di un po’ di amarezza,
degli schiavi che han bisogno di qualche sferzata, delle anime troppo sensibili a cui è necessaria una
simile lezione: tutto questo io sono.
(croce + + +)
Imitazione, lib. 3, c. 27
Perché ti arrovelli in inutili rimpianti? Perché ti affatichi nel procurarti cose superflue? Sii pago
di ciò che piace a me e allora non dovrai mai patire nessun danno. […] O Dio, dammi stabilità per
mezzo della grazia dello Spirito Santo, dammi la forza per corroborarmi nell’’ intimo dell’anima
mia e per liberare il mio cuore da ogni inutile ansietà e bramosia, onde non sia trascinato da tanti
desideri di tante cose, siano vili o siano preziose [...]. Dammi, o Signore, la sapienza celeste perché
io impari a cercare e trovare sopra tutte le cose te: a conoscere e a prediligere sopra tutte le cose
te; e a comprendere tutto il resto, così come é, secondo l’ordine della tua sapienza [Im 3, 27: 8-9,
16-17, 19].
Seconda meditazione - [Sulla compassione delle anime sante del Calvario]68
Sulla passione e la compassione della Madonna, di san Giovanni, di santa Maria Maddalena e
delle altre due Marie.
Ho meditato le sette parole di Nostro Signore: il mio cuore si è molto commosso per i tanti dolori
sofferti a causa dei nostri peccati. - Il peccato mi ha suscitato un vivo orrore.
Mi son soffermato poi sulla compassione delle anime sante del calvario, compassione grande a
motivo della purezza del loro amore; la purezza infatti genera la sensibilità.
Che cosa è dunque il peccato per esigere una tale riparazione?
Che cosa è la giustizia divina per essere tanto severa, pur rimanendo imparziale, perché essa è
effettivamente equa?
Mi sono unito a tutte queste adorazioni di compassione del calvario e ho pianto i miei peccati.
[Sabato] 25 marzo[1865] - Annunciazione
Prima meditazione - L’amore di Dio nell’incarnazione
Ho meditato sull’amore di Dio per l’uomo peccatore; - sull’amore del Padre, che dà il suo unico
figlio nell’incarnazione perché diventi simile agli uomini e loro fratello secondo la carne; - sulla
scelta di una forma di vita umile, povera e tribolata per tutto il tempo della sua vita mortale.
Nel dono dell’incarnazione tutto era previsto e determinato.
68
Nel Messale romano, il venerdì della 3a settimana di Quaresima, messa votiva delle Cinque Piaghe di Nostro Signore
Gesù Cristo.
116
Questo dono comportava tutte le fasi attraverso le quali una natura umana passa per giungere alla
virilità: la concezione, la nascita, l’infanzia, ecc.
Questo dono divino determinava le modalità secondo cui sarebbe divenuto:
- via: il tracciato del cammino e il modello prima di tutto, durante i trent’anni a Nazareth;
- verità: durante la sua vita apostolica;
- e vita: con la morte in croce, come il serpente di bronzo nel deserto - e come il pane del
deserto, la manna, - e vita in ogni uomo principalmente mediante l’Eucaristia, estensione
dell’Incarnazione. E ogni uomo che, grazie all’Eucaristia, partecipa all’onore, alla felicità e alle
grazie della Madonna, di Nazareth e degli Apostoli.
Bisogna aggiungere anche gloria: Nostro Signore rifà la nostra dignità e reintegra il nostro
onore, diventando nostro congiunto secondo la carne, nostro socio secondo lo spirito di fede e
nostra comunione. In cielo poi saremo coeredi di Cristo, - partecipi della natura divina e della sua
gloria [Rm 8, 17; cf. 2 Pt 1, 4].
È mai possibile che la Trinità SS. abbia tanto amato l’uomo caduto nel peccato, e ogni uomo in
particolare? Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere! [Gv 4, 10]
Se gli uomini sapessero ciò che è l’incarnazione e fin dove arriva l’amore di Dio per loro! Ciò
che Dio fa per lui:
- il Padre che gli dona il suo Verbo,
- il Verbo che si dona a lui fino al calvario e all’Eucaristia,
- lo Spirito santo che lo incarna in Maria e sull’altare mediante il sacerdote, e che lo vivifica in
ogni uomo!
Ma chi pensa a tutte queste meraviglie dell’amore di Dio per l’uomo? Chi le medita, chi le adora,
chi le magnifica? Chi ama il Verbo incarnato? Ahimè, Nostro Signore non è conosciuto e predicato
neppure dai sacerdoti! Egli non è amato dai suoi! L’amore infatti non è un atto di zelo né un atto
isolato di virtù; l’amore è tutta una vita; esso ha costituito la vita umana e divina di Gesù Cristo.
Non sarebbe necessario avere nella Congregazione i contemplativi e gli apostoli, degli adoratori
e degli incendiari?69. Dal momento che Nostro Signore vuole vedere questo fuoco eucaristico
incendiare il mondo, chi meglio dei religiosi del SS. Sacramento potrebbe e dovrebbe diffonderlo
dappertutto, far conoscere amare e adorare Nostro Signore in ogni luogo?
Noi non facciamo abbastanza per lui. Chissà se Nostro Signore non vuole queste due branchie,
queste due fiamme: una che come la fiamma sale verso l’Ostia divina, e l’altra che pure sale ma che
poi si espande come i raggi del sole?
Voglio chiedere con insistenza a Nostro Signore, oggi, la sua santa e adorabile volontà.
La vista di tanto amore mi incuteva paura. Che cosa deve pensare di questo amore l’anima dopo
la morte, soprattutto l’anima che l’ha dimenticato, trascurato, offeso, disprezzato? Essa precipiterà
con vergogna e con orrore nell’inferno esclamando: tanto amore da parte di Dio e da parte mia tanta
ingratitudine; io non ci ho pensato, l’ho dimenticato, io non lo sapevo. Ma tutto questo non scusa il
peccato grave, l’infedeltà, il disprezzo.
Parimenti con quale rapimento l’anima vedrà squarciarsi il velo ed apparire lo splendore
dell’amore, e riceverà l’abbraccio gioioso e affabile di Nostro Signore Gesù Cristo, tanto felice di
incoronarla quanto essa di essere incoronata!
Imitazione, lib. 1, c. 25
Quando uno arriva al punto che non cerca più la sua gioia in nessuna cosa creata, allora per la
prima volta comincia a gustare il sapore di Dio, allora anche sarà contento comunque vadano le
cose; allora né si rallegrerà per l’abbondanza, né si rattristerà per la scarsità; ma porrà tutto se
stesso completamente e fiduciosamente in Dio che, per lui, sarà tutto in tutte le cose; un Dio nel
quale nulla perisce o muore, ma tutto vive e obbedisce al suo cenno senza indugio [Im 1, 25: 4142].
69
Il p. Eymard evoca qui la possibilità di due rami nella Società, i contemplativi e gli apostoli. Infatti, le Costituzioni
del 1864 presentano un capitolo su “la casa di solitudine”, un progetto che non si realizzerà. Cf. Nuñez, édition critique,
p. 255, nota 59.
117
Seconda e terza meditazione
Minerva - Santo Padre70
[Domenica] 26 marzo[1865]
[Prima meditazione] - La Madonna prima adoratrice del Verbo incarnato
Eccolo il modello, Maria mia madre, la prima adoratrice del Verbo incarnato.
Come dovette essere perfetta in se stessa e gradita a Dio e ricca di grazie questa prima
adorazione della vergine madre!
Quale fu la perfezione dell’adorazione di Maria nel primo istante dell’Incarnazione?
1° Una adorazione di umiltà e di annientamento al cospetto della sovrana maestà del Verbo, di
fronte alla scelta della sua povera serva e sotto il peso di tanta bontà e amore verso di lei e verso
tutti gli uomini.
Tale deve essere il primo atto e il primo sentimento della mia adorazione alla comunione, come
fu quello di Elisabetta: A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? [Lc 1, 43], - e del
centurione: Signore..., io non son degno che tu entri sotto il mio tetto... [Lc 7, 6].
2° Il secondo momento dell’adorazione della Madonna dovette essere, com’era naturale, un atto
di gioiosa riconoscenza per la sua infinita e ineffabile bontà per gli uomini nell’aver voluto dare
loro il salvatore; un atto di umile riconoscenza per aver accordato proprio a lei, benché indegna,
tanta grazia e una sì gran misericordia così da essere la sua felice serva.
La riconoscenza della Madonna dovette essere un atto spontaneo di amore, di glorificazione, di
lode e di benedizione alla vista di tanta bontà. La riconoscenza comporta tutto questo; essa è
l’effusione nella persona benefattrice, grande e amorevole. La riconoscenza dell’uomo è il cuore
dell’amore.
[3°] Il terzo momento dell’adorazione della Madonna dovette essere un atto di dedizione,
Eccomi, sono la serva del Signore [Lc 1, 38], l’offerta e il dono di se stessa e di tutta la sua vita per
servirlo; felice di servirlo, ma dispiaciuta d’essere così dappoco, di avere tanto poco e di potere
tanto poco per servirlo in maniera degna di lui; ma con la volontà di servirlo esattamente com’egli
avrebbe voluto e con tutti i sacrifici che egli le avrebbe richiesto; felice di piacergli e di
corrispondere così al suo amore per gli uomini nella sua incarnazione.
[4°] Il quarto momento dell’adorazione della Madonna dovette essere un atto ci compassione per
i poveri peccatori, per i quali il Verbo di Dio, mosso dall’amore, veniva ad incarnarsi per salvarli.
Ella dovette sollecitare la sua infinita misericordia per essi e offrirsi a riparare e a far penitenza per
essi per ottenere il perdono e il loro ritorno a Dio, - che essi potessero avere la felicità di conoscere
il loro creatore e salvatore, di amarlo e di servirlo, per rendere così alla Trinità SS. l’onore e la
gloria che le son dovuti da parte di tutte le creature, soprattutto dall’uomo, oggetto delle tenere
misericordie e dell’amore di questo Dio così grande e così buono.
Come vorrei adorare Nostro Signore nella maniera che l’adorava questa buona madre! Ho fatto a
Nostro Signore una gran domanda: di darmi la Madonna adoratrice come mia vera madre, di farmi
partecipe della sua grazia e di questo stato di adorazione continua mentre portava il Verbo nel suo
seno purissimo, in questo cielo di virtù e di amore così grande, in questo sole senza macchia.
Sento che sarebbe una delle più grandi grazie della mia vita. Mi propongo oggi di fare ad ogni
quarto d’ora le mie adorazioni-giaculatorie in unione con questa Madre degli adoratori e Regina del
cenacolo.
Imitazione, lib. 3, c. 43
Quando avrai letto e imparato tante cose, dovrai sempre lo stesso ritornare a un unico principio
(cioè a me). Sono io che insegno la scienza all’uomo e dono ai piccoli una capacità d’intendere
molto più splendida, di quella che possa essere insegnata dall’uomo.
70
Secondo la tradizione, il Papa si recò alla basilica di Santa Maria sopra Minerva, dove si trovava la Cappella papale.
Dopo la celebrazione, Pio IX accolse i Padri domenicani in servizio nella chiesa “e numerosi preti stranieri e dei laici
che avevano ottenuto questo favore” (cf. Nuñez, édition critique, p. 256, nota 60). - È l’ultimo incontro di P. Eymard
con Pio IX.
118
Colui a cui parlo io, diventerà subito sapiente e progredirà assai nello spirito [Im 3, 43: 4-6].
Avrei tanto bisogno di mettermi una buona volta ai piedi di Nostro Signore per essere istruito da
lui; e incominciare da questa scienza del cuore, che fa comprendere più profondamente che non tutti
gli studi della vita!
Seconda meditazione - Adorazione delle Quarantore71
la sera - idem
[Lunedì] 27 marzo [1865] - Quarantore
Prima meditazione - Riesame
Ho posto tutte le mie miserie davanti a Nostro Signore: esse mi hanno aggredito più forti che
mai, a seguito dei due pomeriggi troppo dissipati.
- Le seccature; vorrei partire. Tali seccature provengono da quanto mi è stato scritto. Oh, quanto
è vero! [illeggibile] Lotta, tedio e schiavitù, e spesso malignità, ingiustizia, sospetto, confidenze che
legano, consolazioni melate - da tale peste liberami, o Signore!
Mi sono rimesso interamente nelle mani di Nostro Signore, supplicandolo di non ascoltarmi [?]
quando mi comporto da bambino. Sia fatta la tua volontà [Mt 6, 10].
- La falsa energia, la falsa audacia, la violenza dei rimedi: tutto ciò non è che l’accesso di
un’anima assalita dalla febbre, di un orgoglio mascherato, di un cuore ansioso o troppo sensibile.
Su, anima mia, raccogliamo un po’ di miele e cerchiamo di aumentarlo come fa l’ape.
- La schiavitù dello studio, sempre ansioso di arrivare alla fine, sempre senza unzione, perché
non lavoro con Dio, ma unicamente con la mia mente. E così il lavoro di tre ore ieri è stato vano invece di recarmi alla cerimonia72. - Bisogna vivere del proprio lavoro e non logorarsi come faccio
io.
- Le facezie: cosa significano questi scoppi di ilarità appena faccio qualche nuova conoscenza? E
così l’ho pagata cara! Tutta quella gente erano come api che andavano ronzando attorno a me; il
mio posto era alla presenza del SS. Sacramento. Ogni devozione curiosa altro non è che una
distrazione religiosa e una dissipazione.
- Il parlare: ahimè, che debolezza! Non so più tacere nei momenti di pena o di concentrazione o
di affaticamento mentale. Penso che il parlare mi rilassi; sto sotto l’impressione di un bene o di una
cosa che perseguo, e allora dimentico i miei propositi. Abbandono la mia anima nelle mani dell’io
divino. Io parlo da insensato o con lo scopo di apparire simpatico o per interesse.
Ecco quanto ho confidato a Nostro Signore durante l’ora della mia meditazione. Frattanto la mia
anima vi era tutta assorta; il piccolo sacrificio d’essermi alzato nonostante la stanchezza è stato
certamente gradito a Nostro Signore.
Reciterò quindi, oltre alle tre [consuete giaculatorie], il Dio, vieni in mio aiuto.
Imitazione, lib. 4, c. 11
Oh, quanto devono essere pure quelle mani, quanto pura la bocca, quanto santo il corpo, quanto
immacolato il cuore del Sacerdote, nel quale tante volte entra l’Autore della purezza.
Dalla bocca del Sacerdote non deve uscire nulla che non sia santo, onesto e utile, perché così
spesso riceve il Sacramento di Cristo.
I suoi occhi devono essere semplici e pudichi perché sono soliti guardare il Corpo di Cristo;
pure ed elevate al cielo quelle mani che sogliono prendere e tenere il Creatore del cielo e della
terra. […]
Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente, affinché noi, che abbiamo ricevuto il ministero
Sacerdotale, siamo capaci di servirti degnamente e devotamente con assoluta purezza e pura
71
Dal 26 al 28 marzo, l’esposizione solenne delle Quarantore ebbe luogo nella chiesa del convento dei Redentoristi,
dove il p. Eymard faceva il suo ritiro (cf. Nuñez, édition critique, p. 258, nota 61).
72
In questa 4a domenica di Quaresima, alle 3.30 a Santa Croce in Gerusalemme, c’era l’ostensione delle reliquie e la
precessione stazionale. Il p. Eymard probabilmente ha voluto recarvisi (cf. Nuñez, édition critique, p. 259, nota 62).
119
coscienza [Im 4, 11: 31-34, 36].
Seconda meditazione - Quarantore - Gesù Re
Ho adorato Nostro Signore re sul suo trono: re d’amore, tutto amore e tutto dono.
L’ho ringraziato d’avermi fatto l’onore e la grazia di essere adoratore per missione, e solo.
Mi sono totalmente donato al suo servizio e alla sua gloria.
Poi l’anima mia si mise a considerare questa regalità in se stessa e ciò che è costata a questo
divin re.
Ho riflettuto su questo regno d’amore, tanto poco apprezzato e così poco amato; come lo si teme
e come si rifugge dall’avvicinarsi a questo trono. Si parla ai santi, alla Madonna, si recitano
facilmente delle preghiere vocali; ma approfondire l’amore di Gesù Ostia e adorarlo con il proprio
cuore, no.
Ecco ciò che deve fare la Congregazione: onorare il suo divin re con il suo amore e con il suo
zelo; ve ne son pochi che vogliono condividere la nostra sorte tanto bella, e fra noi pochi sono i
religiosi veri adoratori.
Io per primo, così lontano dal fine, così inetto per colpa mia e così poco zelante per questo regno
interiore.
Oh, quanta pena mi ha causato il pensiero di far torto alla Congregazione, ai suoi cari figli, alla
gloria di Dio e alla sua grazia! Ciò che più mi ha addolorato è il vedermi così miserabile per poter
far meglio. Che cosa può darmi di più Nostro Signore? A quale sorte migliore aspirare?
Ho finito col gettarmi ai piedi di Nostro Signore.
Terza meditazione - Quarantore
Adorazione tribolata
[Martedì] 28 marzo [1865] - Quarantore
Prima meditazione di adorazione
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? [Is 5, 4]
Ho meditato su questo testo di Isaia, considerando che Nostro Signore, nel suo Sacramento, non
poteva farsi73:
- più piccolo: un punto;
- più umile: unito com’è a delle specie inanimate;
- più povero: non possiede nulla;
- più paziente: legato com’è alla condizione di una creatura inerte;
- più dolce: è tutto amore;
- più generoso: dona tutto insieme con se stesso.
Perciò non può essere più amorevole!
Tuttavia egli non è amato, il suo amore non è apprezzato e nemmeno conosciuto, e pochissimo
anche dai suoi.
Egli ha dei buoni servitori apostolici, alcuni devoti adoratori di servizio; ma quanto poche sono
le spose e quanto pochi gli amici, che lo visitano con cordialità, che conversano con il cuore, che
sono esclusivamente dediti a lui!
Nostro Signore mi ha fatto una grande grazia in questa meditazione di adorazione; mi ha fatto
vedere che io devo donarmi a lui non soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza [1 Ts
1, 5]. Ho visto a sufficienza, ho studiato quanto basta: bisogna mettersi all’opera. É impossibile
trasformare il naturale nel soprannaturale e l’amor proprio nell’amore divino. Bisogna dunque
partire da qui: il regno di Dio consiste nella potenza, la potenza nel sacrificio, il sacrificio
nell’abnegazione e nella croce di Cristo, l’abnegazione che è ispirata dall’amore e che conduce
all’amore.
73
Modo di esprimersi letterario, che attribuisce a Gesù Cristo ciò che - in sé - non si riferisce a lui, o almeno alla sua
sostanza.
120
Perciò: sono venuto a portare una spada. Sono venuto infatti a separare. - Se uno non odia la
propria vita [Mt 10, 34-35; Lc 14, 26]. Per scendere al pratico: bisogna che incominci a vincermi in
questa bramosia del parlare, in questa violenza di mezzi e in questa severità nel giudicare gli
uomini: tutto ciò non ha nulla dello spirito di Nostro Signore; e poi, in fondo, si tratta di vanità; e
all’apparenza, sarei un codardo.
Vanità delle conoscenze, degli amici, di Dio, ecc. - Tutto ciò non è che fumo, e spesso orgoglio.
Impara, o cuor mio, a non dire se non ciò che Gesù Cristo direbbe al tuo posto, impara a tacere, a
lasciar parlare gli altri e a limitarti a rispondere!
Imitazione, l. 3, c. 55
Essa (la grazia) è la mia forza, essa mi reca consiglio e aiuto.
È più potente di tutti i nemici e più sapiente di tutti i sapienti. […]
Da ciò deduco che una volontà di bene c’è senza dubbio in me, ma non ho la forza di compierlo
[…].
Dunque, o Signore, la tua grazia sempre mi preceda e mi segua [Im 3, 55: 32-24, 9, 27].
Seconda adorazione
Ho compreso ancor meglio la nostra felicità e la nostra grazia vedendo riporre il SS. Sacramento
dal suo trono per essere rimesso nel suo stato nascosto, dentro il tabernacolo. Quanto siamo
fortunati noi! Da noi c’è un Corpus Domini perpetuo, il trono dell’amore è sempre elevato e
occupato dal re della gloria. Oh, come mai tutti non accorrono a lui, al suo servizio, al suo amore di
famiglia?
Come mai io stesso son tanto freddo e tanto naturale davanti a questo roveto ardente, a questo
Sinai di amore, su questo Tabor perenne? Ahimè! io sono ancora così terreno e così attaccato a me
stesso! Mi dono e mi riprendo incessantemente. O mio Dio, è tempo di ribadire questa catena o di
spezzare questa gomena che mi trattiene alla riva!
Sii tu la mia saggezza, dammi il dono della forza; non ti domando che questa grazia e questo
dono: mi basta nel combattimento del tuo amore. Non voglio essere saggio da me stesso, né
virtuoso per me stesso o per gli altri, né dotto né eloquente. Io voglio una sola cosa: la forza del tuo
amore, la forza della tua verità, la forza del tuo servizio.
Tutto posso in colui che mi dà la forza [cf. Fil 4, 13].
E per incominciare, oggi, ad ogni quarto d’ora reciterò il O Dio, vieni in mio aiuto, e al silenzio,
in secondo.
Terza meditazione - L’abbandono
Nostro Signore è sempre stato tanto buono con me, anche quando io lo servivo male, Ogni
giorno la sua bontà mi previene; anche oggi mi ha fatto conoscere quanto desideravo sapere. In ogni
fase della mia vita questa materna provvidenza mi fa trovare sul mio cammino e mette a mia
disposizione le persone o le cose di cui ho bisogno o che possono essermi utili, e spesso anche ciò
che io desidero come un bambino.
Oh, se mi tenessi saldamente nelle mani di Dio, se fossi il vero religioso del suo amore e della
sua gloria, il vero adoratore in spirito di amore e di virtù genuina, Nostro Signore farebbe ancor di
più, perché allora il suo amore non avrebbe da temere per me l’orgoglio o l’egoismo o la sensualità
del cuore.
E in atto di abbandono, mi sono rimesso sinceramente alla santa volontà di Dio per quanto
riguarda la decisione che mi verrà comunicata domani; gli ho promesso di non recriminare in nulla
nel caso di decisione negativa, e di non mettere il broncio nel caso di un ulteriore rinvio della
discussione sul Cenacolo.
Mi sono abbandonato al beneplacito di Dio, non perché sia indifferente nei riguardi del
Cenacolo, no, perché io ritengo che c’entri la gloria di Dio; nonostante tutto ciò che mi ebbe a dire,
domenica, il Reverendissimo Padre R.74 contro Gerusalemme, io non sono titubante. Al contrario,
74
Il padre Nuñez suggerisce il nome del Ministro generale dei Francescani, il p. Roberto di Ponacchio (cf. Nuñez,
édition critique, p. 264, nota 67).
121
noi ci andiamo solo per Nostro Signore con il sacrificio e per il sacrificio.
Dopo tutto, l’uomo giudice non è che l’agente della santa volontà di Dio: le motivazioni
riguardano essi, ma la cosa giudicata verrà dal cielo, per me.
[Mercoledì] 29 marzo [1865]
Prima meditazione - La milizia eucaristica
Ho meditato sulla milizia di Nostro Signore Gesù Cristo Ogni uomo ne fa parte, e ciascuno vi ha
un incarico subordinato; lui solo è re: tutto pro-viene da lui, tutto deve servire lui e procurare la sua
gloria.
Nostro Signore fissa a ciascuno il suo rango e la qualifica di ufficiale o di soldato: egli è la
ricompensa di tutti e li ama tutti.
Nostro Signore ha tre armate:
[1°] Una combatte le sue battaglie schierata nel mondo: sono i pastori e i fedeli.
2° La seconda è formata dai ministri, dagli ambasciatori, dagli inviati plenipotenziari: sono i
missionari apostolici, i plenipotenziari della misericordia, i difensori dei suoi diritti, gli apostoli
della sua verità e del suo amore. Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei
misteri di Dio [1 Cor 4, 1].
[3°] La terza armata è quella addetta al servizio della sua persona adorabile, come sua guardia
del corpo, la sua corte e la sua famiglia in una parola, quella che forma la sua casa. É la milizia più
onorata e la più amata. Sono le 144 mila vergini che seguono l’agnello dappertutto sul monte Sion
(al Cenacolo), che cantano per privilegio il cantico misterioso dell’amore, che sono le vergini spose
dell’agnello. Esse non hanno più un nome proprio, sono infatti vergini e seguono l’Agnello
dovunque va [Ap 14, 4]. Egli è il loro capo e le guida [cf. Gv 10, 4].
Questo corpo scelto è la milizia eucaristica, siamo noi! Quale onore e quale felicità! Adorarlo,
amarlo e glorificarlo continuamente come la corte celeste! Custodirlo e onorarlo sul suo trono come
guardia d’onore, quale gloria! Essere gli arcangeli della sua regalità eucaristica, partire quando egli
ci invia a trasmettere una grazia, ad accendere un nuovo focolaio, a erigergli un trono, a
conquistargli un nuovo reame: quale sublime missione! Ecco la nostra parte!
Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di
Dio camminavamo in festa [Sal 54, 14-15].
Ho considerato con dolore tutti quei capi d’armata che hanno tradito Nostro Signore, hanno
sobillato i suoi soldati e si sono ribellati contro il loro divin re: Giuda, Diotrephes, Ario, Nestorio,
Eutiche, Pelagio, Lutero, Giansenio…
E poi tutte queste truppe, trascinate dai loro capi, che scendono in guerra contro la chiesa di Gesù
Cristo e contro Gesù Cristo stesso.
Ah, quanto male da riparare, quanti soldati privati del loro capo Gesù Cristo, e quanti capi
egoisti, individualisti che non lavorano che per sé, cercano i propri interessi, non quelli di Gesù
Cristo [Fil 2, 21].
Ad ogni capo Nostro Signore dà la missione di essere via, alla chiesa quella di essere verità; egli
si riserva esclusivamente quella di essere vita.
Un capo perciò deve ricevere la consegna sempre da Nostro Signore, farla eseguire fedelmente e
attribuire a lui tutta la gloria della battaglia e tutto l’onore del servizio.
Ogni capo non porta un nome umano, la sua missione è divina; ed egli non deve mai perder di
vista il suo Signore e il suo Dio, perché questi sta sempre in mezzo ai suoi e accanto ai capi dei
suoi.
Oggi a noi sono affidate le due grandi missioni della milizia: servire e combattere. Ma bisogna
avere le attitudini militari: essere liberi da tutto per essere interamente al servizio del maestro;
- non avere che una legge, il suo servizio;
- che un desiderio, la sua gloria;
- che una felicità, farlo conoscere amare ed adorare;
- che un’ambizione, donare onorevolmente la propria vita per l’amore e la più grande gloria
122
dell’Eucaristia.
E quindi la nostra parte è la più bella e la più attuale.
Non si tratta di una verità di fede da difendere, ma del re della verità attaccato ovunque;
- non si tratta di far professione di una virtù evangelica, ma del servizio di Nostro Signore
dimenticato nel suo divin Sacramento;
- si tratta di combattere la grande eresia del secolo, l’indifferenza;
- di far fondere il ghiaccio che indurisce tutti i cuori;
- di predicare la divina Eucaristia in ogni occasione opportuna e non opportuna;
- di fare in modo che in ogni relazione sociale e in ogni atto esterno Nostro Signore abbia la sua
parte.
Ma questo che importa? Purché in ogni maniera Cristo venga annunziato [Fil 1, 18].
Ogni fiore ha una sua forma, un suo colore e un profumo caratteristico; in cielo risuona sempre il
medesimo canto di gloria e di amore; perciò un adoratore apostolo deve sempre adorare e predicare
Gesù Ostia.
Imitazione, lib. 3, c. 45
Porgi aiuto a noi contro il nemico, o Signore, perché vano è ogni soccorso umano [Im 3, 45: 1].
Mi son fermato a questo primo versetto, con il cuore angosciato ma rassegnato a tutto.
Seconda [meditazione]
+ Propaganda Fide75
Terza meditazione - Via Crucis
Era tutto quello che potevo fare. Il colpo e la sorpresa sono stati attutiti dalla sua grazia; è seguita
poi la visita sconcertata del Cardinale Prefetto, che doveva essere infastidito.
Quindi fu la volta dell’esame dei due e della seccatura di considerare attentamente ciò che c’era
da fare.
Si prepara una notte da orto degli ulivi. Dio ne sia benedetto!
[Giovedì] 30 marzo [1865]
Prima meditazione - Offerta e fortezza
Nostro Signore mi ha fatto la grazia di tenergli compagnia nell’orto degli ulivi, questa notte. Non
dovevo star bene, ma mi son levato alla solita ora, esclamando: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma
di ogni parola che esce dalla bocca di Dio [Mt 4, 4].
Mi sono offerto a Nostro Signore, alla sua santa e sempre amabile volontà, che tutto fa per il
nostro maggior bene. L’ho ringraziato di tutto e gli ho promesso di non scrivere a ...
Gli ho chiesto la grazia, il dono e la virtù della forza:
- forza nella dolcezza e nella pazienza,
- forza nell’uguaglianza d’umore costante e nella disciplina,
- forza nei quattro voti.
Ma forza che nasce dall’amore, forte come la morte è l’amore [Ct 8, 6].
Da quell’amore puro che fu quello dell’incarnazione, con il sacrificio del mio io umano in
Nostro Signore.
Ho deciso di mantenere il silenzio sulle persone; è una bella occasione per glorificare Nostro
Signore.
75
Il p. Eymard riceve l’annuncio del mantenimento del privilegio dei Francescani e, quindi, del rifiuto della sua
richiesta di stabilire una comunità a Gerusalemme.
123
INDICE
INTRODUZIONE ......................................................................................................... 3
I.
INQUADRATURA STORICA DEL RITIRO .................................................................... 3
II.
IL RITIRO IN SE STESSO ........................................................................................... 7
1.
Caratteristiche del Ritiro ...................................................................................... 7
2.
Natura del Ritiro ................................................................................................... 8
3.
Orientamento generale e piano del Ritiro ............................................................ 9
4.
Genere letterario ................................................................................................. 11
5.
L’anima del padre Eymard ................................................................................. 11
6.
Le idee portanti del Ritiro .................................................................................. 16
7.
Valore degli appunti del ritiro ............................................................................ 20
PRIMO RITIRO DI ROMA
Gennaio 1865 ............................................................................................................... 23
Febbraio 1865 .............................................................................................................. 31
Marzo 1865 .................................................................................................................. 71
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Eymard ritiro Roma 1865