Anno V - n. 3 – luglio - agosto - settembre - 2011 - Distribuzione gratuita
TERZO MILLENNIO
OSSERVATORIO GIURIDICO E CULTURALE
Corriere trimestrale
Per fare buona politica non c'è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone
oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie: la buona fede, la serietà
e l'impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare
ingenuità, finiscono alla lunga con l'essere un buon affare
Pietro Calamandrei
Piero Calamandrei
In questo mondo …………….……………..... p. 3
Se l'economia è malata…...………..………..p. 3 s
Insindacabilità, bocciato.
tre volte il Parlamento………………...........p. 4
Sulle strisce pedonali il pedone
ha sempre ragione…………………………….. p. 4
Piero Calamandrei……………………………..p. 5
A proposito di Costituzione……............ ..p 5 ss
Discorso di Piero Calamandrei
a difesa della scuola nazionale……..........p. 7 s
L’ultimo poeta addio a Zanzotto,
profeta lirico e civile…………………………..p. 8
Dalla scommessa di internet una
rivoluzione per l’occupazione ……………..p. 8
Il futuro del giornalismo:
l’integrazione tra carta e web che
rafforza il ruolo di approfondimento
dei giornali tradizionali ……………………..p. 9
Mai più nessuna Chernobyl ………..........p. 9 ss
Tagore, una voce in mano a Dio…………. p. 12
Perche’ il “prossimo tuo”
ha rivoluzionato la fede …………………… .p. 12 s
E non cessiamo di interrogarci/
ancora e ancora … …………………………….p.13
Gli scritti non firmati sono predisposti a cura della Redazione. La collaborazione sotto ogni forma è gratuita.
Fondatore, Direttore editoriale: Gr.Uff. Dott. Giuseppe Mario Potenza - Condirettore editoriale: Costanzo Mauro Vaglio –
Redazione: Girolamo Cleopazzo, Chiostro dei Carmelitani, Corso Vittorio Emanuele II, Nardò (Lecce)
(Delibera n. 388 del 28 dicembre 2009 della giunta comunale e n. 20 del 25 gennaio 2011 del Commissario straordinario
del Comune di Nardò) - Direttore responsabile: Dott. Salvatore Resta, giornalista pubblicista – E-mail:
[email protected] - Blog: terzomillennioosservatorio.blogspot.com
OSSERVATORIO GIURIDICO
Legislazione
Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98
"Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria"
Legge 18 luglio 2011, n. 137
"Modifica della denominazione del Parco nazionale del
Cilento e Vallo di Diano"
Decreto Legge 1 luglio 2011, n. 94
"Misure urgenti in tema di rifiuti solidi urbani prodotti
nella regione Campania"
Legge 12 luglio 2011, n. 135
"Disposizioni in favore dei familiari delle vittime e in
favore dei superstiti del disastro ferrroviario della Val
Venosta/Vinschgau"
Legge 12 luglio 2011, n. 133
"Modifica all'articolo 8 del decreto legislativo 10
febbraio 1996, n. 103, concernente la misura del
contributo previdenziale integrativo dovuto dagli
esercenti attività libero - professionale iscritti in albi ed
elenchi"
Legge 24 agosto 2011, n. 153
"Ratifica ed esecuzione dell'Accordo nel campo della
cooperazione militare tra il Governo della Repubblica
italiana ed il Governo del Regno del Marocco, fatto a
Taormina il 10 febbraio 2006"
Legge 24 agosto 2011, n. 152
"Nuova disciplina del prezzo dei libri"
"Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di mutua
assistenza amministrativa per la prevenzione,
l'accertamento e la repressione delle infrazioni doganali
tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo
della Repubblica argentina, con Allegato, fatto a Roma
il 21 marzo 2007"
Legge 27 luglio 2011, n. 125
Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138
Legge 27 luglio 2011, n. 128
"Esclusione dei familiari superstiti condannati per
omicidio del pensionato o dell'iscritto a un ente di
previdenza dal diritto alla pensione di reversibilità o
indiretta"
Legge 12 luglio 2011, n. 120
"Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia
di intermediazione finanziaria, di cui al decreto
legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, concernenti la
parità di accesso agli organi di amministrazione e di
controllo delle società quotate in mercati
regolamentati"
Legge 12 luglio 2011, n. 112
"Istituzione dell'Autorità garante per l'infanzia e
l'adolescenza"
"Ulteriori misure urgenti per
finanziaria e per lo sviluppo "
la stabilizzazione
Legge 2 agosto 2011, n. 130
"Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 12 luglio 2011, n. 107, recante proroga degli
interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno
dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle
missioni internazionali delle Forze armate e di polizia e
disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970
(2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite. Misure urgenti
antipirateria"
Legge 2 agosto 2011, n. 129
"Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 6 luglio 2011, n. 98, recante disposizioni urgenti
per la stabilizzazione finanziaria "
"Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 23 giugno 2011, n. 89, recante disposizioni
urgenti per il completamento dell'attuazione della
direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei
cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva
2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi
irregolari"
Decreto Legge 12 luglio 2011, n. 107
Legge 23 settembre 2011, n. 169
"Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo
e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione,
nonche' delle missioni internazionali delle forze armate
e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle
Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Misure
urgenti antipirateria "
"Concessione di contributi per il finanziamento della
ricerca sulla storia e sulla cultura del medioevo italiano
ed europeo"
Legge 15 luglio 2011, n. 111
Legge 12 luglio 2011, n. 106
"Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 13 maggio 2011, n. 70, concernente Semestre
Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia"
Legge 14 settembre 2011, n. 148
"Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure
urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo
sviluppo. Delega al Governo per la riorganizzazione
della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari."
2
IN QUESTO MONDO
1
Giuseppe D’Oria
“In questo mondo non vi è nulla di sicuro, tranne la
morte e le tasse” (B. Franklin).
Le formiche, facendo riferimento al terzo principio di
Adam Smith (“un sano egoismo”), hanno un Governo?
Non risulta. E per quanto riguarda il regno degli
uomini, il terzo principio asserisce orgogliosamente
che tutto si aggiusta da solo: basta perseguire il proprio
interesse, e si farà l’interesse di tutti. Ci vuole un
Governo? No, grazie.
A chi abiti il mondo in questo terzo millennio riesce
difficile capire quanto anomalo sia lo sviluppo
economico che interessa un po’ tutti i Paesi.
Certamente, nel nostro Paese, come nel mondo, c’è
ancora molta povertà, e talvolta fame e miseria.
Reddito e ricchezza non sono distribuiti equamente.
Viviamo nell’eccezione, non nella regola. Ma vi è
alcuna ragione perché l’eccezione non possa diventare
la nuova regola? Ci vuole un Governo perché non tutto
può essere affidato al “sano egoismo”. Un Governo ci
vuole anche per i casi di “fallimento del mercato”,
quando parte dei costi di un processo produttivo non
possono essere addossati al produttore. E ci vuole un
Governo per garantire una sana concorrenza. E gli
economisti che fanno? “E’ gente che sa il prezzo di
tutto e il valore di niente”, scriveva un moralista. E in
effetti l’economia è spesso accusata di essere la scienza
dei soldi, una scienza triste e cinica che ignora gli
affetti e gli ideali.
Si parla molto, nei giornali e nei telegiornali, del PIL
(Prodotto interno lordo), cioè il reddito complessivo
prodotto nel territorio di un Paese, di quanto è
cresciuto, se è più grande o più piccolo di quello di altri
Paesi e viene usato come una conveniente misura del
benessere. Ma oltre al PIL non bisognerebbe
considerare, per una misura più completa del
benessere, anche il tasso di criminalità, di corruzione, o
l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, o, ancora, la
congestione del traffico?
Queste misure “aggiunte” al PIL, come misura del
benessere, dovrebbero essere dettate dal buonsenso.
Intanto non bisogna nemmeno “pensare al margine”
che significa, essenzialmente, non piangere sul latte
versato ma, concentrare l’attenzione su quel che
succede a partire da adesso e da qui. Lo Stato, dunque,
è un primo attore sul palcoscenico dell’economia.
Dovrebbe esserlo a pieno titolo per la dimensione dei
suoi interventi; in tutti i Paesi (anche in quelli in cui la
spesa pubblica ha un peso minore) non ha eguali in
nessun altro singolo attore. Dovrebbe esserlo per la
insostituibilità della sua azione: senza di esso non
funzionerebbe il mercato e molti beni che la comunità
desidera non verrebbero prodotti. Dovrebbe esserlo per
l’influenza della sua azione sul ritmo, inteso come
qualità e quantità, della crescita dell’economia. Lo
Stato dovrebbe essere perciò un protagonista
1
Già docente di discipline giuridiche, sindaco del
Comune di Galatone
insostituibile della vita economica, in quanto ben
piantato in mezzo alla scena, ma non dovrebbe strafare,
non dovrebbe superare i limiti oltre i quali la sua
presenza diventa ingombrante ed intralcia il
funzionamento dell’economia, anziché facilitarlo.
Quando le regole diventano moltissime e si occupano
dei minimi aspetti della vita economica, si riducono le
libertà di scelta degli operatori così come, quando
queste regole sono applicate in modo contraddittorio, a
seconda di chi le applica, riducono la certezza degli
operatori. C’è pure troppo Stato quando le sue funzioni
vengono estese e portano alla lievitazione della spesa
pubblica in rapporto al totale del reddito dell’intero
sistema economico con due conseguenze negative. La
prima è che una grande fetta delle risorse finisce per
essere intermediata dallo Stato; ciò vuol dire che una
grande parte della domanda e dell’offerta dipendono
dalle decisioni prese dallo Stato, anziché dai singoli
cittadini. La seconda conseguenza è che per pagare
queste spese lo Stato deve mettere tasse ed imposte
elevate. Già di per sé un livello alto delle tasse
rappresenta un robusto disincentivo all’attività
economica. Inoltre, quando lo Stato deve raccogliere
un grande gettito è obbligato a introdurre molte
imposte, anche quelle più ingombranti e discorsive; fa
fatica allora ad adoperare il cesello e deve intervenire
con l’ascia.
Il passato, infine, non si può cambiare. Bisogna, per
vedere che cosa conviene fare, muovere un passo
avanti o uno indietro, calcolare i vantaggi e gli
svantaggi ed agire di conseguenza, per non pensare
come Edmund Burke, che “ l’età dei cavalieri è finita”
e che è arrivata l’età dei sofisti, degli economisti, dei
calcolatori… E la gloria dell’Europa è estinta per
sempre”.
SE L'ECONOMIA E' MALATA
Giuseppe D’Oria
Un vecchio detto americano suona così: “Se devi mille
dollari a una banca e non puoi restituirli sei nei guai. Se
invece le devi un milione di dollari è la banca ad essere
nei guai”. Così, quando i debitori sono insolventi , le
banche sono nei guai, perché subiscono forti perdite. E
per tirarsi fuori dai guai chiedono la restituzione dei
prestiti anche ai clienti il cui debito è sostenibile; in
questo modo però li mettono in serie difficoltà, e la
catena del crack finanziario si mette in moto.
Le famiglie corrono a chiedere indietro i depositi e
riducono i consumi. Le imprese tagliano gli
investimenti, non avendo più i mezzi finanziari per
realizzarli vedendo anche che i consumi calano.
Aumenta, di conseguenza , la disoccupazione.
In effetti, da un recente rapporto SVIMEZ, si rileva che
nel Mezzogiorno non lavorano due giovani su tre. Il
tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto
nel 2010 ad appena il 31,7% (nel 2009 era del 33,3%).
La situazione più drammatica riguarda le giovani
donne, ferme nel 2010, al 23,3%, 25 punti in meno
rispetto al Nord del Paese (56,5%). Bassissimo anche il
3
tasso di occupazione giovanile (15-24 anni), fermo nel
2010 al Sud al 14,4%, a fronte del 24,8% del CentroNord. "E’ come se la debolezza sul mercato del lavoro
- si legge nel rapporto - legata in tutto il Paese alla
condizione giovanile, al Sud si protraesse ben oltre l'età
in cui ragionevolmente si può parlare di giovani".
L’economia entra in una spirale di fallimenti e
contrazione della domanda e dell’offerta. Nel
contempo, poi, i tassi di interesse volano alle stelle,
perché nessuno più vuole prestare soldi e tutti sono alla
disperata
ricerca
di
finanziamenti.
Qualcosa di simile accade anche quando è lo Stato a
non reggere più il peso del debito: i tassi salgano,
perché la gente vuole disfarsi dei titoli di Stato; inoltre,
se lo Stato sospende il pagamento degli interessi viene
meno una fonte di reddito per chi ha acquistato i titoli;
infine, la caduta del valore dei titoli di Stato si
trasmette alle azioni perché sale il costo del denaro, la
fiducia scende e l’economia reale va in crisi, e il
doppio crollo deprime ancora maggiormente la spesa
delle
famiglie
che
si
sentono
povere.
Ma anche dal rapporto SVIMEZ si ricava che in
particolare tutte le regioni meridionali presentano
nell'analisi valori inferiori al dato medio nazionale e
oscillano tra un valore minimo del -0,1% della Calabria
e un valore massimo del +0,5% di Basilicata e
Abruzzo. In mezzo, Molise e Campania segnano
+0,1%, la Puglia +0,3%, mentre Sicilia e Sardegna
restano
ferme
a
crescita
zero.
Intanto, molti continuano ad arricchirsi. L’arricchirsi
per qualcuno significa “elevarsi al di sopra degli altri”
ma questo comporta, aritmeticamente, diseguaglianza
nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Una
forte diseguaglianza distributiva fa male all’economia e
alla società. Fa male all’economia, perché riduce la
coesione e la partecipazione sociale nei processi
produttivi e perché accresce i fenomeni di
emarginazione e criminalità che riducono il benessere
complessivo del Paese. Fa male alla società perché
sminuisce la capacità dei cittadini di partecipare alla
vita democratica del Paese. Questo villaggio globale
avrebbe dovuto comportare benessere e crescita
economica. Eppure provoca disoccupazione, genera
instabilità finanziaria. Ma chi governa queste ricadute
negative? Non riuscire ad affrontare tali acutissimi
problemi di disagio sociale può divenire fatale e può
richiedere anni ancora di insicurezza e di apprensione
con un logoramento crescente, anche psicologico, a
scapito delle libertà individuali e collettive.
che avevano sancito l'insindacabilità di tre parlamentari
per dichiarazioni ritenute, invece, diffamatorie. Si
tratta del leader de "La destra", Francesco Storace, del
senatore-giornaista Lino Iannuzzi e del deputato
Costammo Belluscio (morto un anno fa). Storace era
stato denunciato dal pm Henry John Woodcock per
aver messo in dubbio «la correttezza, l'imparzialità e la
serenità di giudizio» del magistrato, Iannuzzi era
imputato del reato di diffamazione aggravata nei
confronti del procuratore Gian Cario Caselli.
Belluscio (causa civile) era stato denunciato dal giudice
Salvatore Senese. Le decisioni delle Camere di
sostenere che le dichiarazioni dei tre costituivano
«opinioni espresse da un membro del Parlamento
nell'esercizio delle sue funzioni», avevano bloccato i
processi. Sono così partiti i ricorsi della magistratura
accolti ieri dalla Consulta che cosi conferma la propria
giurisprudenza in materia. Le delibere, si legge,
violano «l'articolo 68 della Costituzione, ledendo le
attribuzioni dell'autorità giudiziaria». Perché le
dichiarazioni dei parlamentari non hanno «la benché
minima correlazione con l'esercizio delle funzioni
parlamentari». Dunque via libera
ai processi.
(A.M.M.)”
Tratto da Italia Oggi
“CORTE COSTITUZIONALE
Sulle strisce pedonali il pedone ha sempre
ragione.
La Corte di Cassazione, Sez. III civile, ha ritenuto che
sulle strisce pedonali il pedone ha sempre ragione,
anche se attraversa all'improvviso, a meno che la sua
condotta "sia del tutto straordinaria e imprevedibile".
Gli automobilisti, perciò, in caso di incidente, non
potranno accampare scuse di un attraversamento
improvviso da parte di un pedone che non abbia
guardato, in quanto l' "obbligo di cautela in vista delle
strisce" spetta sempre agli automobilisti stessi e il
pedone che si accinga ad attraversare la strada sulle
strisce "non è tenuto a verificare se i conducenti in
transito mostrino o meno l'intenzione di rallentare e
lasciarlo attraversare, potendo egli fare ragionevole
affidamento sugli obblighi di cautela gravanti sul
conducente" (GMP).
Giurisprudenza
“CORTE COSTITUZIONALE
Insindacabilità, bocciato tre
Parlamento.
volte
il
La Consulta "boccia" un'altra volta il Parlamento. Anzi
tre volte. I giudici costituzionali hanno infatti annullato
tre deliberazioni (due del Senato e una della Camera)
4
OSSERVATORIO CULTURALE
diritto processuale", della rivista "Il foro toscano" e del
"Commentario sistematico della Costituzione Italiana".
L’attualità del pensiero di Calamandrei
Considerazioni
PIERO CALAMANDREI (Firenze 1889 - 1956)
Si laureò in legge a Pisa nel 1912. Insegnò nelle
Università di Messina, Modena, Siena e, dal 1924,
Firenze.
Partecipò alla Grande Guerra come ufficiale, si
congedò con il grado di capitano; successivamente fu
promosso tenente colonnello.
Subito dopo l'avvento del fascismo fece parte del
direttivo dell' "Unione Nazionale " fondata da Giovanni
Amendola, impegnandosi attivamente nel movimento
antifascista.Fondò con Gaetano Salvemini, i fratelli
Rosselli ed Ernesto Rossi il "Circolo della Cultura".
Durante il ventennio fu uno dei pochi professori
universitari che non chiese la tessera del PNF.
Con Francesco Carnelutti ed Enrico Redenti fu tra i
principali ispiratori del Codice di Procedura Civile del
1940 dove trovarono applicazione gli insegnamenti
fondamentali
della
scuola
di
Chiovenda.
Si dimise dall'incarico di professore dell'Università per
non sottoscrivere una lettera di sottomissione al "duce"
richiestagli dal Rettore.
Collaborò alla rivista clandestina "Non mollare", nel
1941 aderì al movimento "Giustizia e Libertà" e nel
1942 fu tra i fondatori del Partito d'Azione.
Nominato nel 1943 Rettore dell'Università di Firenze
fu colpito, dopo l'8 settembre, da un mandato di cattura
per cui iniziò il suo incarico solo nel settembre 1944,
ad avvenuta liberazione di Firenze.
Nel 1945 fondò la rivista politico-letteraria "Il Ponte".
Presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 1946,
fece parte dell'Assemblea Costituente in rappresentanza
del Partito d'Azione. I suoi interventi nei dibattiti
ebbero larga risonanza.
Nel 1948 fu deputato per "Unità Socialista"; nel 1953
partecipò alla fondazione del movimento "Unità
Popolare" insieme a Ferruccio Parri, Tristano
Codignola ed altri.
Si batté, in Parlamento e fuori, per l'attuazione della
Costituzione, per la distensione e per l'unità europea.
Fu accademico dei Lincei, direttore della "Rivista di
Piero Calamandrei credeva nella rigidità della
Costituzione in senso storico: credeva che le Carte
destinate a durare nascono solo con importanti
occasioni storiche. E modificare la Costituzione, sulla
base della sola maggioranza, avrebbe incontrato la sua
condanna più netta. Maggioranza e minoranza devono
condividerne i grandi principi, lasciando libero gioco
alla politica, era questa la sua idea, aveva capito che
una Costituzione serve anzitutto a difendere i cittadini
dal potere politico, una sorta di scudo contro lo
strapotere della politica, la quale condivisione è lo
strumento massimo di Democrazia compiuta.
Non possiamo certo nascondere come, oggigiorno,
come una sorta di insofferenza serpeggi nel quadro
politico di riferimento del Governo, e riconducibile
principalmente al concetto di Unità di Italia.
La mancata completa attuazione della Costituzione
stessa, in tempi rapidi, magari sullo slancio della
ricostruzione della Nazione, avrebbe meglio supportato
il concetto “laico” dello Stato, slegato dalle logiche
“speculative” dei Partiti. Anche se non bisogna
dimenticare che la vera garanzia di una democrazia è la
Cultura, la Conoscenza, il Sapere, campi in cui
bisognerebbe
concentrare
il
massimo
degli
investimenti, in termini di risorse economiche, Scuola,
programmi, futuro.
A PROPOSITO DI COSTITUZIONE
Discorso di Piero Calamandrei fatto alla Società
Umanitaria di Milano davanti ad un folto pubblico di
studenti medi ed universitari nel gennaio del 1955.
…«L’art. 34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se
privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più
alti degli studi”. E se non hanno mezzi! Allora nella
nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più
importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo;
non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma
soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti
a voi. Dice così: “È compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del
Paese”. È compito di rimuovere gli ostacoli che
impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione
a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini
dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà
raggiunto, si potrà veramente dire che la formula
contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una
Repubblica democratica fondata sul lavoro”
corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è
5
questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di
studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i
mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra
Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro,
ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una
democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di
fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è
una democrazia puramente formale, non è una
democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano
messi in grado di concorrere alla vita della Società, di
portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze
spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a
questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la
Società. E allora voi capite da questo che la nostra
Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è
una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale,
una speranza, un impegno, un lavoro da compiere.
Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta
dinnanzi!
È stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle
polemiche, che negli articoli delle Costituzioni c’è
sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda
delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di
solito è una polemica contro il passato, contro il
passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto
fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della
Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici,
ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la
polemica contro quella che era la situazione prima
della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi
sono elencate, riaffermate solennemente, erano
sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella
parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il
passato. Ma c’è una parte della nostra Costituzione che
è una polemica contro il presente, contro la Società
presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “È compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine
economico e sociale che impediscono il pieno
sviluppo della persona umana” riconosce, con questo,
che questi ostacoli oggi ci sono di fatto e che bisogna
rimuoverli.
Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico,
un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale
attuale, che bisogna modificare, attraverso questo
strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la
Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini
italiani.
Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato,
un punto fermo. È una Costituzione che apre le vie
verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché
rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche
cosa che sovverte violentemente; ma è una
Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla
trasformazione di questa Società, in cui può accadere
che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e
politiche, siano rese inutili dalle disuguaglianze
economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di
essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è
una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un
regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa
contribuire al progresso della Società. Quindi polemica
contro il presente in cui viviamo e impegno di fare
quanto è in noi per trasformare questa situazione
presente.
Però vedete, la Costituzione non è una macchina che
una volta messa in moto va avanti da sé. La
Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non
si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno
rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci
dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere
queste promesse, la propria responsabilità; per questo
una delle offese che si fanno alla Costituzione è
l’indifferenza alla politica, indifferentismo che è, non
qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi
strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una
malattia dei giovani. La politica è una brutta cosa. Che
me ne importa della politica. E quando sento fare
questo discorso, mi viene sempre in mente quella
vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà,
di quei due emigranti, due contadini che traversavano
l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi
contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e
si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle
onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di
questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio
“ma siamo in pericolo?” e questo dice “secondo me, se
continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento
affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il
compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”, … “che
c’è!”… “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il
bastimento affonda” e quello dice ”che me ne importa,
non è mica mio!”.
Questo è l’indifferentismo alla politica. È così bello e
così comodo. La libertà c’è, si vive in regime di libertà,
ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E
lo so anch’io. Il mondo è così bello. È vero! Ci sono
tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad
occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole
cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di
quanto vale quando comincia a mancare, quando si
sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia
generazione hanno sentito per vent’anni, e che io
auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro,
di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia,
in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le
condizioni perché questo senso di angoscia non lo
dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che
sulla libertà bisogna vigilare, vigilare, dando il proprio
contributo alla vita politica.
La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in
questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono
belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà
sociale, della solidarietà umana, della sorte comune,
che se va a fondo, va a fondo per tutti questo
bastimento. È la Carta della propria libertà. La Carta
per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo. Io mi
ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo,
il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque
anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la
prima volta che andò a votare, dopo un periodo di
orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli
incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo
stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata
davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché
6
avevano la sensazione di aver ritrovato la propria
dignità, questo dare il voto, questo portare la propria
opinione per contribuire a creare, questa opinione della
comunità, questo essere padroni di noi, del proprio
paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre
noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il
vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla
come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la
coscienza civica, rendersi conto, questa è una delle
gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel
mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte
di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete, io ho poco altro da dirvi, in questa
Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle
prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia,
tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre
sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli
articoli. E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si
sentono delle voci lontane. Quando io leggo
nell’articolo 2: “L’adempimento dei doveri
inderogabili di solidarietà, politica, economica e
sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo
alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la
voce di Mazzini. O quando io leggo nell’articolo 8:
“Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente
libere davanti alla legge” ma questo è Cavour! O
quando io leggo nell’articolo 5 “La Repubblica, una
ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie
locali” ma questo è Cattaneo! O quando nell’articolo
52 io leggo, a proposito delle forze armate
“L’ordinamento delle forze armate si informa allo
spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di
popolo, e questo è Garibaldi! O quando leggo all’art.
27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o
studenti milanesi, è Beccaria! Grandi voci lontane,
grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto
sangue, quanto dolore per arrivare a questa
Costituzione! Dietro ogni articolo di questa
Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani
come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati,
torturati, morti di fame nei campi di concentramento,
morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di
Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita
perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su
questa Carta. Quindi questa non è una Carta morta.
Questo è un testamento, un testamento di centomila
morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo
dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle
montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove
furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati,
dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e
la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è
nata la nostra Costituzione».
DISCORSO DI PIERO CALAMANDREI
AL III° CONGRESSO
DELL'ASSOCIAZIONE A DIFESA
DELLA SCUOLA NAZIONALE (ADSN),
Roma 11-02-950
Pubblicato in Scuola democratica, periodico di
battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n.
2 del 20 marzo 1950, pp. 1
“La scuola, come la vedo io, è un organo
"costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza
al centro di quel complesso di organi che formano la
Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la
nostra Costituzione), nella seconda parte della
Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello
Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si
esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso
i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane
lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando
vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi
costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono
le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il
presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi
verrà in mente di considerare fra questi organi anche la
scuola, la quale invece è un organo vitale della
democrazia come noi la concepiamo. [...].
La scuola, organo centrale della democrazia, perché
serve a risolvere quello che secondo noi è il problema
centrale della democrazia: la formazione della classe
dirigente. [...].
A questo deve servire la democrazia, permettere ad
ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di
dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale
è il complemento necessario del suffragio universale.
La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso
politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa
sola può aiutare a creare le persone degne di essere
scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
[...] La scuola è l'espressione di un altro articolo della
Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità
sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di
opinione politica, di condizioni personali e sociali". E
l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici
pubblici e alle cariche elettive in condizioni di
eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge".
Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di
Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo
rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le
opinioni [...].
Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un
partito al potere, un partito dominante, il quale però
formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la
vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su
Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i
manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata
dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle
scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di
partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il
difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in
7
quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è
stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada
(è
tutta
un'ipotesi
teorica,
intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a
screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e
comincia a favorire le scuole private. Non tutte le
scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.
Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste
scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si
comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a
queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di
quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora
vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini
che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece
che alle scuole pubbliche alle scuole private. A
"quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si
studia meno e si riesce meglio. Cos" la scuola privata
diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante,
non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato
in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato
per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto
che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina.
[...].
L’ULTIMO POETA
ADDIO A ZANZOTTO, PROFETA
LIRICO E CIVILE. RACCONTÒ IL
MONDO DALLA SUA CASA IN
VENETO
L’Italia perde un suo grande figlio
Il mondo delle istituzioni i protagonisti della cultura
rendono omaggio ad Andrea Zanzotto. “La terra veneta
e l’Italia perdono un grande figlio- scrive il presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio
di cordoglio ai familiari-, un interprete sensibile
dell’esperienza di vita e dei sentimenti del suo popolo,
una personalità civilmente impegnata nella difesa del
patrimonio culturale e dei valori nazionali della nostra
Italia”. Per il Ministro dei Beni Culturali Giancarlo
Galan, “era un poeta speciale, perché ha condannato ed
evitato in ogni modo il compromesso, ha combattuto la
mediocrità. Ma la morte non è l’oblio, non è la fine,
non può esserlo: questo è il privilegio dei poeti
immortali”. Anche la Lega rende onore al poeta, dopo
avere a lungo polemizzato con lui.
“Con Zanzotto se ne va uno degli spiriti liberi del
Veneto- dichiara il governatore Luca Zaia -.Un poeta
che ha lasciato un’impronta incancellabile”. Per il
filosofo Massimo Cacciari “scompare un poeta che era
il testimone della letteratura del Novecento, solo James
Joyce è avvicinabile a lui”.
DALLA SCOMMESSA DI INTERNET
UNA
RIVOLUZIONE
PER
L’OCCUPAZIONE
di Salvatore Resta2
A quanto pare nella galassia dell’economia della
conoscenza, resa possibile dal trionfo della tecnologia,
sembra esserci spazio per tutti. Ma i riflessi sul mercato
occupazionale, quelli “duraturi” che incidono sui trend
di lungo periodo ci sono davvero? Qualcuno inizia a
metterlo in discussione: la tesi dell’economista Tyler
Cowen è critica nei confronti dell’effettiva produttività
della rivoluzione tecnologica. In realtà, i mezzi
tecnologici consentono una rivoluzione strabiliante del
mondo del lavoro, ma, a nostro avviso, sembra, ormai,
evidente che per leggere il cambiamento bisogna
cambiare occhiali da vista. Vediamo perché. Oggi, al
concetto di “posto di lavoro” si sostituisce quello di
“potenzialità di lavoro”. In altri termini l’economia del
profitto, del periodo industriale, lascia il posto
all’economia della conoscenza, dove non c’è più spazio
per chi ragiona, ancora, con le otto ore lavorative
giornaliere. In sintesi il passaggio è quello tra
l’occupazione industriale e quella post-industriale.
Ormai, in ogni azienda, scuola, band musicale, partito,
centro commerciale o panetteria, c’è qualcuno che cura
la presenza su internet. Milioni di persone, oggi,
lavorano in questa galassia, ma restano, purtroppo,
“invisibili” alle statistiche, Pertanto, questi fenomeni
nuovi non possono essere misurati con indicatori
statistici del passato. Così, pure, nuove forme
occupazionali nascono spontaneamente nel mondo
della condivisione digitale, ma solo nella selezione di
ciò che vale qualitativamente si giocherà la vera sfida
occupazionale. Insomma, internet consente grandi
innovazioni, il cui senso e il cui effetto sono
intrinsecamente definiti dalle capacità delle persone
che le usano. Dalla Rete chi impara a usarla meglio
degli avversari, ne ottiene un vantaggio in economia e
più in generale nella società. E dulcis in fundo, diciamo
che all’Università “La Sapienza” di Roma è stata
condotta una ricerca sui disoccupati italiani, dalla quale
è emerso che mediamente ciascuno di loro trascorre,
mediamente, circa 2 ore e mezza, al giorno, su
Facebook. Se davvero su Internet c’è spazio per tutti,
questo dato potrebbe essere un buon segnale,
soprattutto per i disoccupati: basta essere capaci di
trovare un ruolo nell’ecosistema della conoscenza.
Paradigmi permettendo. Ovvero, saper coniugare:
trasparenza e privacy, libertà e sicurezza, tolleranza e
armonia.
2
Giornalista pubblicista, scrittore
8
IL FUTURO DEL GIORNALISMO:
L’INTEGRAZIONE TRA CARTA E WEB
CHE RAFFORZA IL RUOLO DI
APPROFONDIMENTO DEI GIORNALI
TRADIZIONALI
di Salvatore Resta
I giornali classici vengono penalizzati dall’utilizzo
crescente di web e cellulari, ma tuttavia, non sono
destinati a scomparire. Vediamo perché. La stampa
scritta e, in particolare, i quotidiani hanno, infatti, dei
punti di forza nell’affidabilità, nell’approfondimento e
nello “scavo” delle notizie. Infatti, ad oggi, due italiani
su tre considerano, ancora, le notizie lette su internet
come “inaffidabili” o, quanto meno, “dubbie”: lo ha
evidenziato l’indagine svolta da Astra Ricerche per
l’Ordine dei giornalisti della Lombardia. L’indagine è
stata svolta su un campione di italiani tra i 15 e i 55
anni che accedono, con regolarità, alla Rete. Peraltro,
va pure detto, che la Rete è, ancora, poco usata dagli
italiani per informarsi, con un tasso di copertura del
51,1% contro il 90,8% delle reti tv nazionali e il 63%
dei giornali. Pertanto, a nostro avviso, l’integrazione
tra carta e web è la ricetta vincente. Ma c’è di più. Per i
giornalisti il web è sicuramente un’opportunità, pur se
a volte, viene vissuto con ansia da chi ha lavorato a
lungo sulla carta stampata. Ma, anche, per gli editori è
la loro fiducia nelle nuove piattaforme di distribuzione,
ovvero nel web, che costituisce la forza nel credere che
fare buona informazione sia un dovere civile e,
insieme, un’opportunità di business. Se non avessero
avuto coraggio, gli editori avrebbero cambiato
mestiere, impegnandosi in
qualche attività più
remunerativa. Ma hanno tenuto duro, ristrutturando e
investendo in innovazione. Ecco due esempi: “Il Sole
24 ore” ha proposto un’edizione sperimentale per iPad
del suo supplemento Nòva, con idee molto interessanti.
Il Gruppo Espresso ha lanciato, recentemente, il
settimanale digitale R7, che rimpagina e arricchisce
con contributi multimediali il meglio del giornalismo
dei suo quotidiano di punta, “Repubblica”. Diciamo
che queste due esperienze del giornalismo italiano,
confermano questo alto principio etico: solo
l’integrazione tra innovazione e buon giornalismo è
garanzia di successo. “Il giornalismo che si fa
consumando le suole delle scarpe”(Rupert Murdoch del
The Daily) è un affare troppo delicato per lasciarlo
solo, non a contatto con nuove tecnologie. Pertanto,
bisogna investire su entrambi, in quanto, l’uno senza le
altre, o viceversa, non funzionano più.
MAI PIÙ NESSUNA CHERNOBYL
Le promesse (false) sulla tutela della Natura
Di Mauro Costanzo Vaglio3
Una forte scossa di terremoto di 8,9 gradi della scala
Richter, con epicentro a 125 chilometri dalla costa e ad
una profondità di 24,4 chilometri, ha colpito,
3
Direttore del Centro Servizi Culturali e Bibliotecari –
Comune di Nardò
l'11 marzo 2011, il Giappone. All’epicentro in mare ha
fatto seguito un violento tsunami, abbattutosi sulle
coste della città di Sendai. Nella regione di Tokyo sono
state registrate onde alte fino a 10 metri. Stando ai dati
in possesso dell’umanità, si è trattato del nono
terremoto più potente mai registrato. Il bilancio fa una
stima molto approssimativa e ci dice di migliaia fra
morti e dispersi. Case, automobili, camion, navi,
traghetti, pescherecci spazzati via dalla furia delle
onde, difficilmente la storia ricorda una tale violenza
devastatrice del mare.
Fin qui la cronaca di un disastro che le forze della
natura, combinandosi fra loro, hanno saputo fare. Il
danno maggiore è venuto dal mare, lì i morti; lì parti di
territorio completamente cancellate, non era preparato,
il Giappone, ad un attacco così devastante da parte del
mare. Il sisma nella terraferma non ha colto di sorpresa,
l’edilizia, in Giappone, è perlopiù antisismica, agli
edifici danni trascurabili per una Nazione che della
convivenza con i terremoti ne ha fatto una ragione di
vita.
Ma, come sovente accade, la forza della Natura, da
sola, non è sufficiente a mettere in ginocchio un
territorio, una popolazione, perché ciò avvenga, si ha
bisogno di una concausa, molto spesso è l’intervento
della mano dell’uomo, infatti, ad aggravare
ulteriormente la situazione, si sono verificati ingenti
danni a tre centrali nucleari: quella di Onagawa, di
Tokai e di Fukushima. Le autorità locali, come si fa in
situazioni di estrema gravità, hanno prontamente
tentato di rassicurare la popolazione riguardo a
possibili contaminazioni radioattive, mettendosi
immediatamente all'opera per la messa in sicurezza
delle suddette centrali, pur non avendo a disposizione,
ma a ben vedere non esiste proprio, la tecnologia
necessaria per fronteggiare incidenti nucleari così
gravi.
Per giorni e giorni i giapponesi, gli eroi giapponesi che
per primi si sono esposti alle radiazioni, li abbiamo
visti pompare acqua dal mare per tentare di raffreddare,
con potentissimi idranti, il nocciolo dei reattori
coinvolti, poi si sono accorti che l’acqua del mare, una
volta effettuata questa sorta di lavaggio e non aver, di
fatto, raffreddato, tornava al mare, quella che non era
evaporata e poi forse… sarebbe meglio intervenire con
colate di cemento armato per cercare di creare una
sorta di “sarcofago”, tempio della demenza umana, in
grado di contenere e bloccare le radiazioni che nel
frattempo assumevano livelli eguali a quelli di
9
Chernobyl, anzi no…, superiori, per poi rendersi conto
che il nocciolo del reattore avrebbe bruciato,
inesorabile, per giorni e giorni con una tale produzione
di gradi da far impallidire lo stesso sole.
E poi evacuiamo per cinque chilometri…, meglio venti,
no cinquanta, saranno poi bastati!?!
Nulla a che vedere con Chernobyl, prontamente, in
maniera rassicurante fu detto, per poi ammettere tutta
la gravità del disastro e la “celebrazione”, in sostanza,
di un’altra Chernobyl.
Quel povero cristo di cronista che beveva acqua
dall’acquedotto, gli avevano detto che tutto era sotto
controllo e voleva egli stesso rassicurare la
popolazione, moriva per una dose eccessiva di
radiazioni. Nel frattempo la terra non smetteva di
tremare: in un arco temporale di 24 ore si sono
registrate 150 nuove scosse, anche di magnitudo 6.
Allora la cronaca del disastro si fa sdegno, rabbia, si fa
grido che urla a tutto l’Universo le colpe dell’uomo e
piange i propri figli, mai più nessuna Chernobyl, nel
lontano 1986 fu detto, al domani della devastazione,
che svegliò, in molti, una coscienza ambientalista
assolutamente sopita ma, che portava a comprendere
come sarebbe stato difficilissimo un rapporto tra tutela
del territorio e tutela del profitto.
Tutti i governanti del periodo si sentirono in dovere di
rassicurare le proprie genti, che interventi tesi alla
messa in sicurezza degli impianti nucleari più obsoleti
sarebbero stati fatti, perché fosse garantito, in assoluta
sicurezza, l’approvvigionamento di energia dall’atomo,
a detta di molti, valliacapire, la meno inquinante…!
E ci abbiamo creduto, solo codazzi di irrinunciabili
sognatori,
perlopiù
scansafatiche,
“spinellati”,
disadattati si agitavano parlando di inganno nucleare,
di imbrogli, di traffici di rifiuti speciali, di tangenti e
malaffare tra imprenditori loschi e politici, altrettanto
loschi!
Ci abbiamo creduto, qualcuno ha anche provato a
discuterne, 1200 scienziati sparsi per il mondo,
provano a dare delle prospettive oltre questo nucleare.
No, evidentemente non hanno le stesse armi persuasive
di chi, con dati di catastrofi economico-commerciali
alla mano, descrive apocalittici scenari di arretratezza
sociale, il ritorno della pietra, una casa sugli alberi.
Potenza dell’economia liberista (o forse si dovrebbe
dire libertina!?!)!
Mai più nessuna Chernobyl, fu detto… ma gli
interventi strutturali per rendere le centrali più sicure, a
partire dalle più vetuste, sono stati mai fatti, risulta?
A carico di chi grava l’onere dei costi, a carico delle
Società che gestiscono le Centrali, quando non ne sono
anche i proprietari, si ha idea di quanti miliardi di
euro/dollari occorrano per fare manutenzione,
soprattutto nella stragrande maggioranza di centrali che
hanno già raggiunto il limite previsto per la pensione?
Una Società di profitti (badate bene che profitto non è
una parolaccia e si può dire, il profitto è solo la
contropartita di un investimento economico a volte
anche molto oneroso) ha questa come sua più grande
preoccupazione, ottenere il massimo del guadagno
possibile con l’investimento fatto, questo ha insegnato
la storia dell’Economia mondiale!
Tornando alla nostra Società che deve investire ingenti
somme di capitale per rendere sicura, per davvero, una
centrale nucleare prossima alla scadenza si trova
davanti ad un dilemma, reinvestire i suoi guadagni
accumulati negli anni con il rischio di perderli tutti o
sorvolare su qualche deficit strutturale sopravvenuto.
E’ ancora la storia ad insegnare che nelle “catastrofi
annunciate” c’è sempre stata, dicevamo come
concausa, l’incuria e la mancanza di qualsiasi
intervento di normale manutenzione da parte
dell’uomo!
Nei giorni del disastro di Chernobyl, nel 1986, questo
Centro, casualmente, curava la stesura di un opuscolo,
“ECOLOGIA, UN IMPEGNO COMUNE” ad uso
delle scuole dell’obbligo che, nel riportare le relazioni
degli intervenuti ad un convegno sui temi della difesa
dell’ambiente, tracciava una strada eco-sostenibile per
uno sviluppo dell’Uomo sulla Terra. Riporto alcune
considerazioni, che a dispetto del tempo passato, ma
soprattutto grazie alla propensione dell’uomo ad
arrecare danni a tutto e tutti, suonano di assoluta
attualità.
I brevi cenni riportati nella pubblicazione
sull’ambiente, sull’ecologia, sullo sviluppo sostenibile
adottano un linguaggio volutamente semplice,
comprensibile adatto ad un pubblico di ragazzi delle
Scuole Medie, ragazzi di venticinque anni fa.
A ben vedere, nulla sembra essere cambiato e le
“azioni da non fare” previste nella pubblicazione
rappresentano, ancora oggi, uno spaccato sui
comportamenti di chi, governando le sorti di un Paese,
ha responsabilità anche nei confronti della Natura.
Contravvenendo a queste semplici buone regole, si
gettano fondati dubbi sulla capacità di gestire
evenienze ancora più drammatiche.
“…
1) L'ECOLOGIA
L'ecologia si occupa dello studio delle relazioni tra gli
organismi e l'ambiente, di quel sistema che comprende
10
tutti gli esseri viventi del nostro pianeta ed anche l'aria,
l'acqua ed il suolo che costituiscono l'habitat dove si
sviluppa normalmente il ciclo vitale.
L'insieme delle trasformazioni di materia e di energia,
che si producono all'interno degli esseri viventi, crea
catene alimentari in un permanente ciclo biologico:
tutto inizia con l'energia solare con le radiazioni le
piante possono realizzare il processo di fotosintesi
liberando ossigeno che mantiene la vita.
Dalle piante verdi e dai detriti vegetali traggono
alimento gli animali erbivori che, a loro volta, sono
prede dei carnivori; i resti degli animali e le materie
organiche in decomposizione, trasformate dai batteri,
ritorneranno alle piante verdi rendendo così possibile la
continuazione del ciclo che realizza in sé un gigantesco
riciclaggio di tutti i prodotti della biosfera mantenendo
il così detto equilibrio ecologico.
2) L'INQUINAMENTO
Con la rivoluzione industriale del secolo XIX, l'uomo
ha mutato profondamente il proprio rapporto con la
natura: si verificarono grandi emigrazioni dalle
campagne alle città determinando forti concentrazioni
urbane; si crearono i mercati; si costituì l'ambiente
industriale; si produssero nuove forme di energia; si
inventarono nuovi materiali; aumentò vertiginosamente
la richiesta di "beni" da parte dell'uomo rispetto a
quanto la terra ne offrisse spontaneamente.
Tali modifiche dovevano cambiare rapidamente
l'equilibrio relazionale tra gli esseri viventi
determinando le condizioni storiche dell'inquinamento.
Ormai conosciamo molte forme di inquinamento; ….
a) l'inquinamento dell'acqua:
( ... ) peggiora sempre più la qualità di molte acque in
quanto in esse si riversano scarichi domestici,
industriali e di origine agricola che determinano una
forma di inquinamento detto biologico, non molto
grave, purché le acque siano in grado di autodepurarsi.
Il processo di autodepurazione è dovuto all'azione di
alcuni batteri che decompongono le sostanze organiche
in quelle inorganiche a spese dell'ossigeno presente
nell'acqua.
Ma se l'afflusso di materiale organico è troppo
abbondante, vi è un eccessivo consumo di ossigeno e si
verifica il fenomeno dell'eutrofizzazione che ha come
conseguenza diretta l'asfissia e, quindi, la scomparsa di
ogni forma di vita nell'acqua ( ..... )
I principali responsabili non sono soltanto gli scarichi
fognari, ma anche l'immissione nel mare di idrocarburi,
di metalli pesanti, di fertilizzanti e detersivi ( ..... )
grandi quantitativi di idrocarburi, che arrivano alta
costa sottoforma di catrame oppure sciolti grazie ai
detersivi nell'acqua contenuti, provengono dalla rottura
di impianti industriali, dall'affondamento di petroliere,
dal lavaggio delle stive di quest'ultime non sempre
effettuate in alto mare.
Gli idrocarburi che non vengono solubilizzati formano
un velo superficiale che rende l'acqua impermeabile
agli scambi gassosi ed energetici con la conseguente
distruzione di ogni organismo marino ( ..... )
b) l'inquinamento atmosferico:
( ..... ) la sottrazione e distruzione di ossigeno è
continua e va assumendo dimensioni che con il passare
del tempo divengono inquietanti; lo sviluppo
dell'industria, l'avvento della motorizzazione, la
diffusione dei moderni sistemi di riscaldamento
concorrono ad inquinare e ad impoverire l'aria di
ossigeno: sia per quello che la combustione
direttamente consuma, sia per i suoi residui rappresentanti in prevalenza da anidride carbonica ( ..... )
I gas di scarico degli autoveicoli immettono
nell'atmosfera migliaia e migliaia di chilogrammi di
ossido di carbonio, piombo, idrocarburi ed ossidi di
azoto ( ..... ) il piombo proveniente dalla perfetta
combustione della benzina, dannosissimo per
l'organismo umano, è presente anche nei fumi
industriali, nel fumo di tabacco, nelle scatole per
alimenti, nelle tubazioni idrauliche, nelle vernici e
negli intonaci delle pareti (.....)
Le industrie, specie quelle chimiche, emettono
attraverso le ciminiere residui velenosi come l'anidride
solforosa, l'ossido di carbonio, l'ammoniaca, l'ossido di
azoto, l'acetilene e molte altre sostanze.
Questi composti, che potrebbero essere attenuati con
l'uso di filtri, assieme ai fumi e veleni liberati dagli
impianti domestici ed ai gas di scarico degli
autoveicoli, concorrono alla formazione di una
grande cappa caliginosa: lo smog e possono provocare
tumori maligni, asma ed infezioni respiratorie acute e
croniche.
In particolare l'anidride solforosa, prodotta in gran
parte dall'ossidazione dello zolfo contenuto nel
carbone, è molto dannosa se respirata; essa inoltre,
combinandosi con l'ossigeno e reagendo con l'acqua
atmosferica, si trasforma in acido solforico che,
trasportato a terra con la pioggia, è una delle cause del
deterioramento dei monumenti, dei palazzi e delle
strutture architettoniche.
c) l'accumulo dei rifiuti solidi urbani:
Le città che non possiedono impianti di riciclaggio dei
rifiuti solidi sono obbligate ad accatastare attorno alle
loro periferie delle vere e proprie montagne di
spazzatura che inquinano le acque di
falda, sprigionano gas/diventano dispensa per ratti e
randagi di ogni tipo (.....)
Del resto l'uso degli inceneritori per i residui urbani a
loro volta, pur riducendo l'ingente massa di rifiuti,
aumenta l'inquinamento dell'aria perché vi immette
sostanze nocive derivate dalla combustione (.....)
In tutte le forme di inquinamento analizzate è sempre
presente l'ossigeno senza il quale la vita non
avverrebbe (.....); e si comprende come l'abbattimento
degli alberi e gli incendi dei boschi portano ad una
rarefazione dei vegetali che concorrono in gran parte
alla produzione di ossigeno (.....).
Cosa possiamo fare?
Nonostante i gravi pericoli che minacciano l'equilibrio
della biosfera, l'umanità ha ancora il tempo per
prendere coscienza della necessità di un ordinamento
razionale della terra per rispettare le leggi ecologiche
11
cui l'uomo, come elemento della biosfera, è soggetto.
Tre direzioni di massima sono state individuate: la
riduzione delle attività inquinanti mediante nuove
materie e fonti di energia più pulita; la lotta contro
l'inquinamento mediante l'uso di appropriate
tecnologie; il riciclaggio dei materiali.
Sembrerà strano, qui, aver enunciato principi generali,
forse più immediatamente riscontrabili in un contesto
di maggior industrializzazione rispetto al Nostro
Salento; è diffusa la falsa convinzione di vivere, tutto
sommato, in un’”area sicura”.
E' di questi giorni, mentre scriviamo, la luttuosa notizia
della "nube di Chernobyl" ed oltre al pianto ed al
dolore, si impone una considerazione: il disastro
ecologico può venire da molto lontano!
Questo è stato, forse, l'aspetto più sconfortante di
questi giorni, non basta lottare per la salvaguardia del
proprio territorio, bisogna espandere, a macchia d'olio,
una cultura fatta di rispetto e tutela per quello che
siamo e per quello che vorremmo per i nostri figli.
Iniziative scellerate stanno distruggendo la vita e al di
là delle tutele previste e più volte ribadite, è a
malincuore che dobbiamo constatare che siamo ancora
lontani da quella scelta ecologista di assertori del "bene
natura" che ciascuno di noi dovrebbe compiere, per non
disquisire, poi, sul pianto e compianto latte versato.”
“TAGORE, UNA VOCE IN MANO A
DIO.
Il ricordo di un protagonista della
spiritualità orientale a 150 anni dalla
nascita e a 70 dalla scomparsa.
“ Ho ricevuto il mio invito alla festa di questo mondo:
la mia vita è stata benedetta. I miei occhi hanno veduto,
le mie orecchie hanno ascoltato. In questa festa dovevo
solo suonare il mio strumento musicale: ho eseguito
come meglio potevo la parte che mi era stata assegnata.
Ora ti chiedo, Signore: è venuto il momento di entrare
e di vedere il tuo volto?”. Era ormai al tramonto della
vita quando Rabindranath Tagore scriveva questa sorta
di testamento, convinto però che la morte non era una
soglia spalancata sull’abisso del nulla, ma un portale
aperto sull’infinito e sull’eterno, per un incontro ultimo
e definitivo con Dio: “Là le vecchie parole muoiono e
nuove melodie sgorgano dal cuore, i vecchi sentieri si
perdono e appare un nuovo paese meraviglioso”.
Settant’anni fa, il 7 agosto 1941 nella cittadella dello
spirito da lui fondata a Santiniketan in Bengala, moriva
questo celebre poeta e guru o maestro spirituale, che
era nato centocinquant’anni fa a Calcutta il 6 maggio
1861.
Commemoriamo questi due anniversari non certo con
un profilo compiuto di questo personaggio
popolarissimo anche in Occidente: in verità, è quasi
impossibile, valicare l’oceano testuale che ha lasciato
dietro di sé, una distesa di 150.000 versi, 300.000 righe
di prosa, 3000 canti musicali, snza contare articoli e
discorsi. Infatti, egli ha scritto romanzi e racconti,
migliaia di poesie, drammi e testi teatrali, saggi di
filosofia e di teologia e persino un’autobiografia.
Discepolo di una comunità teistica per l’adorazione di
Dio (Brahma- Samaj), fondò a sua volta una corrente
mistico- sociale, fu riformatore agrario, originale
pedagogista, combattente politico, creatore di
università, edificatore di ponti ideali tra Occidente e
Oriente, messaggero instancabile in viaggio in tutto il
mondo. Non è neppure facile raccogliere spunti
tematici dai suoi versi perché essi sono una
efflorescenza inesauribile di simboli, immagini,
intuizioni, emozioni; talora egli s’avvia sui percorsi
d’altura della contemplazione e dell’astrazione, altre
volte scende nelle piazze impolverate della tradizione
popolare; non di rado cede alla tentazione
dell’erudizione e della maniera, spesso opta invece per
la trasparenza luminosa dell’essenzialità e della
folgorazione mistica.
“ Dio si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori,
scriveva, evocando le teofanie silenziose:” Oggi lungo
i sentieri nascosti,/ attraverso l’ombrosa selva/
invisibile a tutti,/ silenzioso come la notte sei venuto,
Signore…”, così cantava in una delle sue opere più
celebri, Gitanjali del 1913-14 (tradotta in italiano come
Canti di offerta, San Paolo Edizioni 1993). Purtroppo,
però, l’uomo “ affonda nelle sabbie mobili della
noia…/ intristito in pareti strette, senza cielo aperto…/
perso nelle molte strade/ tra grattacieli di inutili cose”.
E invece dovrebbe abbandonarsi all’abbraccio divino,
come egli invoca: “ Lasciami solo quel poco con cui
possa sentirti in ogni luogo/ e offrirti il mio amore in
ogni momento”. E ancora la temperie mistica di questa
“piccola canna di flauto” suonata da Dio – come ama
definirsi Tagore, che era anche musicista – affiora in
un’altra confessione di lode:” hai fatto prigioniero il
mio cuore/ nelle infinite reti/ del tuo canto, o mio
Signore”.
Ecco la sua riflessione sull’Incarnazione:
“ Cristo ha sopportato tutte le ingiurie dalle mani
dell’uomo e le sue sofferenze risuonano alla radice del
peccato umano. Il Dio degli uomini è dentro l’uomo,
opporsi a lui è peccato, unirsi a lui è cancellare il
peccato. Quel grande Uomo, offrendo continuamente la
sua vita, ha dato vita al piccolo uomo”.
Siamo partiti con un suo ideale testamento alle soglie
della morte, concludiamo con una replica tematica
desunta da un’altra sua celebre raccolta, Il Giardiniere
(1913): “ Pace, cuor mio, che il tempo dell’addio sia
dolce. / Che non sia morte ma pienezza. / Che l’amore
si sciolga nel ricordo e il dolore in canzone…/ Fermati
un istante, o Bellissima fine, / e in silenzio dimmi le tue
ultime parole”.
Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore del 1 Maggio
2011”
PERCHE’ IL “PROSSIMO TUO” HA
RIVOLUZIONATO LA FEDE
La svolta del vangelo: anche il nemico va amato
di Massimo Cacciari4
4
Filosofo, scrittore, già sindaco di Venezia
12
E’ necessario iniziare dai testi decisivi in cui risuona il
mandatum novum: «Amerai il Signore tuo Dio con
tutto il tuo cuore e tutta la tua anima e .tutte le tue forze
e tutta la tua mente, e amerai il prossimo tuo come te
stesso» (Luca 10,27). il verbo agapàn viene usato per
indicare sia l'amore che è dovuto al Theos, che quello
verso il prossimo, plesios. Anche la traduzione latina,
proximus, rende bene l'importanza del termine:
proximus è infatti un superlativo. Non può trattarsi di
un semplice «vicino». Il plesios in quanto proximus ci
riguarda con una intensità che nessuna vicinanza,
nessuna contingente contiguità potrebbero raggiungere.
Neppure si tratta, certo, di una voce inspiegabilmente
nuova, venuta da qualche misterioso altrove. Anche
questo mandatum è pleroma, non katalysis della Legge,
salvezza del nomos stesso nel suo radicale rinnovarsi.
Il precetto del pieno rispetto dei diritti dell'ospite, così
come del compagno, dell'alleato, dell'amico era stato
affermato, infatti, con pieno vigore dai profeti - e
tuttavia il rea' del Primo Patto, che i Settanta traducono
per lo più con plesios, anche quando designa lo
straniero, lo concepisce sempre come legato a noi, o
dal simbolo dell'ospitalità; o da rapporti di reciproca
fiducia, garantiti da patti e forieri di accordi utili alle
parti. Il timbro del mandatum evangelico «eccede»
completamente questa dimensione. Già il fatto di
accostare immediatamente l'amore per il Signore a
quello per il prossimo costituirebbe vera novitas, anche
se plesios qui traducesse esattamente rea'. Ciò che
veniva comandato insieme ad altri doveri, qui completa
addirittura la Prima Parola! Il Logos che sta a
fondamento dell'intera vita di Israele non si
esprimerebbe compiutamente, resterebbe imperfetto, se
non significasse in se stesso amore per il prossimo. È
evidente che plesios è chiamato, allora, in questo
contesto, ad assumere una pregnanza in-audita - ma,
ancor più, è evidente che la visione stessa di Dio muta
per questa sua straordinaria prossimità al plesios. Solo
in un punto, forse, nel Primo Patto si giunge ad
un'intuizione analoga - ed è del più grande significato
che ciò avvenga in Giobbe. L'intero dramma di Giobbe
potrebbe essere così interpretato: questo egli chiede,
non che gli vengano risparmiati i supplizi (semmai le
chiacchiere degli advocati Dei), ma che Dio gli si
mostri rea', plesios, proximus (16,21): “come un
mortale fa col suo rea' (plesion autoù)” egli vuole
incontrarlo faccia a faccia e difendere l'uomo davanti a
Lui. Anche Mosè parlava col Signore come un uomo
parla al suo rea' (Esodo 3,11), ma la scena in Giobbe è
radicalmente mutata: in Esodo appare evidente la
forma dell'accordo, anzi: dell'alleanza imperitura; rea'
esprime qui una prossimità attuale e incontestabile; per
Giobbe, invece, il Signore dovrebbe farsi rea'; egli
reclama che la relazione tra il mortale e il suo Dio
divenga una relazione tra prossimi.
Si potrebbe però sostenere che Giobbe esiga la
compagnia, l'amicizia, la vicinanza di Dio nel senso di
quella fiduciosa reciprocità, che il termine rea'
sostanzialmente esprime. Egli vuole amare il suo
Signore come il prossimo, nell'aspetto del prossimo,
ma ciò non equivale affatto a amare il prossimo come il
Signore. E se ciò avviene, è evidente che il significato
che attribuivamo a rea', e al plesios dei LXX, viene
rivoluzionato. È stato detto: «Amerai il tuo prossimo
(agapeseis ton plesion soù)>> - ma vi è stato anche
detto: odierai il nemico, odierai chi non è con te nel
vincolo delle leggi dell'ospitalità, nel senso più ampio
del termine. Ma questo non lo sanno forse anche i
gentili? «Questo però io vi dico: amate i vostri nemici e
pregate per chi vi perseguita». In Luca il paradosso
dell' estrema vicinanza tra amore per Dio e amore per il
prossimo; in Matteo quello della relazione che viene a
stabilirsi tra plesios e echthròs, tra proximus e inimicus. Il nemico non può essere amato sul fondamento di
un patto, né in vista di qualche utile, né sperando
reciprocità. E tuttavia va amato come plesios. Nel
termine viene compresa, cioè, la massima lontananza.
Prossimo, «superlativamente» prossimo, è lo stesso
nemico (l'hospes che non solo si dichiara apertamente
hostis, ma addirittura inimicus, echthròs).
“E non cessiamo di interrogarci/ ancora e
ancora,/ finchè una manciata di terra/ ci
chiude la bocca…/ Ma questa è una
risposta?
Terribili questi versi del Lazzaro di Heinrich Heine
(1797-1856), famoso poeta e scrittore tedesco.
Nonostante la superficialità che la sommerge nella
civiltà contemporanea, l’anima custodisce i fremiti di
alcune domande fondamentali: che senso ha la vita?
Perché il dolore? E il male? Quale meta ha la nostra
storia e questo mondo? Esiste un Dio che ti ascolta? E
oltre la morte?
Interrogativi che si affollano alla mente e che talora
esplodono, drammaticamente nei momenti più ardui
della vita. Anche per la cultura, la scienza, la società la
chiave di volta è il punto di domanda; le scoperte
hanno alla radice il “come?” o il “perché?”.
Spesso, dunque, troviamo risposte, ma altre volte ci
sembra che il nostro interrogarci salga verso l’alto e si
spenga, soprattutto quando siamo nel giorno della
disperazione.
E’ ciò che afferma Heine, ma anche molti altri nostri
compagni di viaggio nel mondo. La manciata di terra
gettata sul nostro viso nella sepoltura sembra spegnere
per sempre le nostre domande. Ma è proprio così? Già
durante la nostra vita, aveva forse ragione lo scrittore
inglese Clive Staples Lewis, quando affermava:
”Spesso diciamo che Dio non risponde alle nostre
domande; in realtà siamo noi che non ascoltiamo le sue
risposte”. Inoltre, anche in quell’estremo istante, c’è un
orizzonte che si apre oltre la pala del becchino e che è
destinato a rivelarci una risposta decisiva. Là,infatti,
come diceva il poeta Rainer Maria Rilke, c’è l’altra
faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi
ora. Là potremo, allora, avere le parole definitive di
Dio in modo diretto, perché lo vedremo faccia a faccia,
noi parleremo con lui e lui con noi ed egli ci
dirà:”Interrogami pure e io risponderò, oppure
domanderò io e tu ribatterai” (Giobbe 13,22).
Gianfranco Ravasi, Avvenire del 27 gennaio 2011”
13
CRONACA VARIA
Per l’indennizzo dei danni da buca serve la
prova - Risarcimenti. L’iter da seguire
In caso di danno alla vettura causato da una buca o dal
fondo stradale dissestato, la prima cosa da fare è
chiamare le autorità (un agente di polizia urbana) per
provare e accertare il “fatto storico”. Una volta in
possesso del verbale che attesta che il danno è stato
causato da “quella” buca situata in “quella” strada, si
invia la documentazione, insieme alla richiesta per
risarcimento del danno, all’ente locale (in genere il
comune) proprietario della strada. La lettera va
indirizzata all’ente e non a un ufficio specifico. Da
questo momento “la palla” passa alla pubblica
amministrazione
che,
tramite
segnalazione
all’assicuratore, attiva la polizza di responsabilità civile
verso terzi, comunica al danneggiato l’avvio
dell’indagine per accertare il danno e l’eventuale
responsabilità e inoltra all’ufficio tecnico l’ordine di
mettere in sicurezza la zona del “sinistro”.Occorre
ricordare che per ottenere il risarcimento non è
sufficiente il verificarsi del danno alla vettura, ma
occorre provare la cosiddetta” insidia stradale”, ossia
che la buca era invisibile e “imprevedibile” e che
quindi il danno non poteva essere evitato neppure
adottando una guida attenta e prudente. Solo se si
riesce a provare questo, si ha la ragionevole probabilità
che l’assicuratore risarcisca.
La procedura vale anche nelle situazioni nelle quali la
buca o il dissesto stradale abbiano provocato un danno
a una persona fisica. In questo caso cambia solo la
documentazione richiesta (occorrono certificati e
perizie medico-legali) per la quantificazione del danno.
Qualora la polizza preveda franchigie, queste
modificano unicamente il soggetto che, di fatto, deve
elargire l’importo per la riparazione. Se il danno rientra
nella franchigia sarà sostanzialmente l’ente a sborsare
la cifra stabilita per il risarcimento, in caso contrario
provvederà l’assicurazione.
Nel caso in cui la manutenzione della strada sia stata
affidata a un’azienda terza, gli interlocutori del
danneggiato diventano due: l’ente proprietario della
strada e l’imprese che si occupa della manutenzione.
Nel caso di rimpallo di responsabilità, il giudice
stabilirà che tra l’ente pubblico e l’azienda dovrà
risarcire il danneggiato.
Lorenzo Cavalca Il Sole 24 Ore del 6.09.2010”
“Uccide il vicino di casa a colpi di spranga
Dopo 2 giorni è al lavoro: graziato dal gip
Uccide il vicino fracassandogli il cranio con un piede
di porco e un paio di giorni dopo torna al lavoro col
beneplacito del giudice. Detta così è un po’ cruda, ma
la decisione presa dal gip del tribunale di Vicenza,
Massimo Gerace, di concedere, a stretto giro di delitto,
gli arresti domiciliari a un omicida reo confesso sta
scatenando un vespaio di polemiche. Su quel che è
successo non ci sono dubbi. Venerdì sera Tiziano
Zordan, 40 anni, operaio di Cornedo Vicentino, dopo
tre anni di continui litigi col vicino di casa, Flavio
Sartori, 58 anni, perde la testa. Mentre sta cenando col
figlio di 17 anni, in attesa del ritorno della moglie e del
figlio più piccolo di 12, cade a terra il rotolo di una
pellicola di nylon. Fa un po’ di rumore, quanto basta
per fare andare su tutte le furie il vicino che, come
testimoniano i problemi già segnalati ai carabinieri da
chi ha abitato quella porzione di bifamiliare prima di
Zordan, è molto più suscettibile del normale. E lo
stesso Zordan, dopo tre anni di rapporti tesi, ha già
avviato le pratiche di vendita di quella casa che gli
stava rovinando l’esistenza. Ma venerdì la vita se la
rovina definitivamente. All’ennesimo insulto del vicino
di casa, per l’ennesimo futile motivo, Zordan decide di
chiudere la questione. Scende imbufalito nel
seminterrato e trova il vicino che continua a insultarlo.
Dagli insulti si passa alle mani, i due si prendono a
spintoni, a pugni. A quel punto a Zordan si spegne la
luce. I vicini sentono le grida lancinanti del pensionato
e accorrono. Trovano Sartori in un lago di sangue e il
suo assassino in stato di incoscienza. Al giudice
racconterà più tardi di ricordare gli insulti e i pugni ma
null’altro. I carabinieri appurano che l’operaio ha
trovato un piede di porco e ha cominciato a colpire
Sartori. Tutto drammaticamente chiaro. Ma per il
giudice non c’è pericolo di reiterazione del reato, non
cìè pericolo di fuga, né tanto meno di inquinamento
delle prove. Arresti domiciliari nella casa dei suoceri.
Potrà tornare a fare l’operaio in attesa che la giustizia
faccia il suo corso.
Marino Smiderle, Il Giornale del 27.09.2011”
“Voi, inno alla vita in 30 Paesi del mondo.
Oltre 3000 persone al pala congressi di
Rimini per la messa celebrata dal cardinale
Angelo Bagnasco, nell’ambito dell’incontro
annuale dell’associazione che ha diffuso nei
cinque continenti il modello della casa
famiglia, “grembo accogliente” per ridare
speranza ai più deboli: bimbi soli, ex
prostitute, carcerati, disabili, drogati.
“La presenza e l’opera di Don Oreste Benzi sono un
inno alla vita e alla famiglia, un inno soprattutto alla
vita dei più indifesi, poveri e ultimi, che grazie ai suoi
amici presenti in trenta paesi del mondo trovano una
casa e una famiglia. E tutti sappiamo quanto di questo
inno abbiano bisogno la Chiesa e la società di oggi”.
Lo ha detto all’omelia il cardinale Angelo Bagnasco,
presidente della Cei, presiedendo ieri sera al pala
congressi di Rimini la solenne celebrazione accanto ad
una ventina di sacerdoti, durante la “Tre giorni” della
14
Giovanni XXIII sulla figura del fondatore don Oreste
Benzi. Approfondendo il suo pensiero, l’arcivescovo di
Genova ha poi spiegato: ”La famiglia, sulla quale
fondate la vostra opera, resta il grembo accogliente e
naturale della vita, la scuola irrinunciabile, il focolare
da cui partire e tornare”. E ancora: “La vostra opera è
un inno alla vita, specialmente quando è più esposta e
debole”.
Quinto Cappelli Avvenire del 5.06.2011”
“Povera Italia, violenta e depressa
Allarme Censis: crescono relativismo, uso
di droghe e farmaci
2009, passando da oltre 16 a quasi 35 per 1.000 abitanti
pari a un aumento del 114%.
Luca Liverani Avvenire del 7.06.2011”
“BABY PENSIONI: CHE COSA SONO?
In questi giorni se ne è parlato molto. Il termine baby
pensioni però indica solo quelle godute da lavoratori
del settore pubblico che hanno smesso di lavorare a
meno di 50 anni di età. Furono introdotte nel 1973 dal
governo Rumor e cancellate quasi 20 anni dopo, nel
1992 da Dini.
Chi ne aveva diritto?
Altro che crisi economica. Quella che deve più
preoccupare, in Italia, è la crisi antropologica, quella
che vede ridurre non il pil e i posti di lavoro, ma il
controllo sulle pulsioni. I freni inibitori si allentano, la
morale si annacqua, le regole della convivenza civile
finiscono in soffitta. E crescono le trasgressioni del fine
settimana. A parlare sono i numeri: più 35% le minacce
e ingiurie negli ultimi 5 anni, più 26% le lesioni e
percosse. L’altra faccia della medaglia è il boom di
antidepressivi che vedono raddoppiare (114%) i
consumi in dieci anni.
A lanciare l’allarme è il Censis, che propone una
lettura antropologica di fenomeni complessi e
trasversali altrimenti difficili da analizzare secondo i
consueti schemi dell’analisi sociale ed economica: la
crisi dell’autorità, il declino del desiderio, la riduzione
del controllo sulle pulsioni. Per il centro di studi
sociali, dunque, siamo una società in cui sono sempre
più deboli i riferimenti valoriali e gli ideali comuni, in
cui è più fragile la consistenza dei legami e delle
relazioni sociali. Dall’indagine del Censis emerge il
senso della relatività delle regole e il tentativo di
legittimare le pulsioni. E’ diffuso il sentimento
autoreferenziale, per cui ognuno è l’arbitro unico dei
propri comportamenti (è l’opinione dell’85% degli
italiani).
Secondo il Censis poi gli italiani pensano che si può
essere buoni cattolici anche senza tenere conto della
morale della Chiesa in materia di sessualità per il 63%
(sfiora l’80% tra i più giovani).
Tra il 2004 e il 2009 le minacce e le ingiurie sono
aumentate del 35%, le lesioni e le percosse del 26%, i
reati sessuali sono passati da 4.454 a 5.625 (più
26,3%).
Anche le forme di dipendenza cambiano pelle. Se cala
in generale il consumo di droghe (tra 2008 e 2009 i
consumatori sono calati del 25%), la pericolosità
sociale del consumo non diminuisce: aumentano le
persone in carico nei Sert per cocaina (più 2,5%) e
crescono i giovani consumatori a rischio di alcol: dal
2009 al 2010 passano dal 15% a quasi 17% nella fascia
18-24 anni.
La dimensione più distruttiva delle pulsioni si riscontra
poi nel progressivo crescere delle forme di depressione.
Il consumo di antidepressivi è infatti emblematico: le
dosi giornaliere sono più che raddoppiate dal 2001 al
Chi aveva 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi se si
trattava di donna sposata con figli, 20 anni per gli
statali, 25 per i dipendenti degli enti locali.
In quanti ne godono?
Sono 531.752 le pensioni di vecchiaia e di anzianità
concesse in questi anni secondo l’ultimo rapporto della
Confartigianato. In media i baby pensionati ricevono
un assegno di circa 1500 euro lordi al mese. Cifre di
tutto rispetto, se si considera che mediamente
incassano la pensione per più di 30 anni, avendo
versato pochi contributi. Incassando minimo tre volte
rispetto a quanto hanno versato.
Chi sono i baby pensionati?
Il 78,6%-quasi 8 su 10- sono dipendenti pubblici. Di
questi più della metà (il 56,5%) sono donne. Il restante
21,4% sono persone che godono di regimi speciali.
Sono soprattutto persone che vivono al Nord, e non a
caso la lega punta i piedi contro ogni intervento in
materia. Il 62,5% è concentrato al Nord. Al primo
posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e
una spesa di 1,7 miliardi e un record assoluto di 2 baby
pensionati su 10. Al secondo posto c’è il Veneto con
56.785 assegni, il 10,7% del totale. Al terzo e quarto
posto Emilia-Romagna e Piemonte, rispettivamente
con 52.626 e 48.414 assegni, il 9% del totale.
Quanto costano?
Cifre abnormi, se si considerano gli effetti
sull’economia di quest’anomalia previdenziale.
Costano allo Stato circa 163,5 miliardi, una “tassa” di
6630 euro a carico di ogni lavoratore, sostiene
Confartigianato, se si calcola la maggiore spesa che le
casse pubbliche sopportano rispetto ai pensionati
ordinari. I baby pensionati infatti ricevono un
trattamento pensionistico più lungo di 15,7 anni
rispetto ad un pensionato medio. Nel 2010 la spesa
pensionistica, secondo la Ragioneria generale, è
arrivata a sfondare quota 193,4 miliardi pari al 15,3%
del PIL. Insomma, oltre il 5% della spesa per assegni
15
pensionistici serve a coprire l’esborso per i baby
pensionati.
dei passaggi più drammatici e crudi della nostra storia
nazionale.
Marco Carminati, Il Sole 24 Ore del 1 Maggio 2011”
Esistono baby pensionati famosi?
Sì e sono anche molti e spesso politicamente scomodi.
Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, andato in pensione
da magistrato a 44 anni (oggi ne ha 60), incassa 2.644
euro lordi al mese. La moglie di Umberto Bossi,
Manuela Marrone, è andata in pensione come
insegnante a 39 anni. Su di lei si è scatenata l’ultima
lite alla Camera. Leoluca Orlando, ex Sindaco di
Palermo e oggi portavoce dell’Idv, è andato in
pensione a 42 anni. L’ex vicedirettore generale della
Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, andato in pensione
dopo 24 anni di servizio, all’età di 48 anni, percepisce
una pensione di 15 mila euro al mese senza che questo
impedisca di continuare a ottenere incarichi e stipendi
mensili. Un percorso simile quello di Rainer Masera,
andato in pensione a 44 anni, dopo una carriera in
Banca d’Italia per diventare presidente dell’Istituto
Mobiliare italiano. Da allora lo Stato gli versa 18 mila
euro al mese.
Flavia Amabile La Stampa – 2011”
“Le lettere di Moro: urge il restauro
Il Tribunale di Roma consegnerà all’Archivio di Stato
le carte dello statista democristiano scritte durante i
terribili 55 giorni di prigionia tra marzo e maggio 1978.
I manoscritti si stanno rovinando e necessitano di cure
per essere salvati dal degrado.
Le carte di Aldo Moro tornano di nuovo alla ribalta.
Dopo l’edizione critica delle lettere vergate dallo
statista democristiano nei giorni del rapimento nel 1978
(edita da Einaudi nel 2008), Miguel Gotor pubblica un
nuovo libro intitolato Il memoriale della Repubblica.
Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia
del potere italiano , dedicato al celebre e drammatico
“memoriale” che Moro redasse negli stessi giorni di
prigionia per rispondere agli interrogatori delle Brigate
Rosse.
Scritto a mano dal prigioniero, fotocopiato e battuto a
macchina dai brigatisti, il memoriale è incompleto,
lacerato, avvolto dal mistero. Perché la Br non lo resero
mai pubblico? Perché i dattiloscritti rinvenuti nel 1978
nel covo brigatista di Via Monte Nevoso a Milano
furono censurati? E chi li censurò? Perché dovettero
passare 12 anni prima che nel medesimo covo, nel
1990, fosse scoperto un nuovo nascondiglio segreto dal
quale emersero numerose fotocopie degli autografi di
Moro? E poi, dove è finito il manoscritto originale del
memoriale?
Il nuovo libro di Gotor risponderà solo ad alcune di
queste pressanti (e talvolta insormontabili) domande ,
riportando in primo piano non solo i contenuti e le
interpretazioni di queste carte terribili ma anche
l’importanza della loro esistenza e consistenza “fisica”,
in quanto testimonianze uniche, vive e dolenti di uno
“La multa lenta? Abolita dal codice
Notifica entro 60 giorni o è nulla
Se la multa non viene notificata entro 60 giorni è nulla.
E’ l’ultima clamorosa novità introdotta dal codice
stradale approvato dall’aula di Palazzo madama. Fino a
ieri l’amministrazione aveva tempo fino a 150 giorni
per la notifica, ora i tempi sono più che dimezzati. Non
è esagerato ipotizzare che allo stato attuale delle cose la
maggioranza delle multe non verrà notificate in tempo.
Si tratta di una norma che va a tutela del cittadino. Si
chiede però maggiore efficienza da parte
dell’amministrazione. Un principio che ricadrà su tutte
le sanzioni “remote” che ormai sono la maggioranza.
Francesca Angeli, Il Giornale del 7.05.2010”
“I bimbi tolti ai genitori senza spiegazioni.
Ci sono 32 mila minori strappati alla loro
casa. Impossibile credere che ci siano
altrettante famiglie inadeguate.
Il grande giurista Arturo Carlo Jemolo aveva affermato
che la famiglia è “un’isola che il mare del diritto
dovrebbe solo lambire”.
Forse c’era al suo tempo, nel dire questo, un che di
polemico nei confronti dell’idea fascista e dello stato
fascista che si erano “appropriati” dell’istituzione
familiare. Oggi , però, di fronte a una magistratura
autoritaria e invasiva a tal punto da sottrarre agli affetti
familiari ben 32000 minori, il principio di Jemolo
dovrebbe tornare di grandissima importanza.
In particolare, lo garantisce il codice, i figli hanno
diritto alla bi genitorialità e al mantenimento e
all’educazione da parte di entrambi i genitori. Lo Stato,
secondo la Costituzione, deve intervenire per aiutare lo
svolgimento dei loro compiti e facilitarne l’attuazione.
In genere, l’esistenza delle ragioni di allontanamento
viene pericolosamente avvistata e valutata dagli
assistenti sociali e poi, quasi sempre, ratificata dai
magistrati.
Ogni bambino inserito in una casa famiglia costa allo
Stato circa 7° euro al giorno. Vale a dire 2.100,00 euro
al mese. Questi denari, per esempio, potrebbero essere
impiegati per pagare un educatore di supporto alla
famiglia “incapace” o versati ogni mese direttamente
alla famiglia per rendere “salubri” i locali
dell’abitazione.
Perché allora lo Stato, spende, se i numeri sono giusti,
euro 2.240.000 ogni giorno, e dunque euro
817.600.000 all’anno, per tenere 32.000 figli lontani
dai genitori?
Sono numeri da tsunami questi, non da mare del diritto
che dovrebbe “solo lambire l’isola della famiglia”.
Annamaria Bernardini de Pace Il Giornale del
4.10.2011
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