Anno V - n. 3 – luglio - agosto - settembre - 2011 - Distribuzione gratuita TERZO MILLENNIO OSSERVATORIO GIURIDICO E CULTURALE Corriere trimestrale Per fare buona politica non c'è bisogno di grandi uomini, ma basta che ci siano persone oneste, che sappiano fare modestamente il loro mestiere. Sono necessarie: la buona fede, la serietà e l'impegno morale. In politica, la sincerità e la coerenza, che a prima vista possono sembrare ingenuità, finiscono alla lunga con l'essere un buon affare Pietro Calamandrei Piero Calamandrei In questo mondo …………….……………..... p. 3 Se l'economia è malata…...………..………..p. 3 s Insindacabilità, bocciato. tre volte il Parlamento………………...........p. 4 Sulle strisce pedonali il pedone ha sempre ragione…………………………….. p. 4 Piero Calamandrei……………………………..p. 5 A proposito di Costituzione……............ ..p 5 ss Discorso di Piero Calamandrei a difesa della scuola nazionale……..........p. 7 s L’ultimo poeta addio a Zanzotto, profeta lirico e civile…………………………..p. 8 Dalla scommessa di internet una rivoluzione per l’occupazione ……………..p. 8 Il futuro del giornalismo: l’integrazione tra carta e web che rafforza il ruolo di approfondimento dei giornali tradizionali ……………………..p. 9 Mai più nessuna Chernobyl ………..........p. 9 ss Tagore, una voce in mano a Dio…………. p. 12 Perche’ il “prossimo tuo” ha rivoluzionato la fede …………………… .p. 12 s E non cessiamo di interrogarci/ ancora e ancora … …………………………….p.13 Gli scritti non firmati sono predisposti a cura della Redazione. La collaborazione sotto ogni forma è gratuita. Fondatore, Direttore editoriale: Gr.Uff. Dott. Giuseppe Mario Potenza - Condirettore editoriale: Costanzo Mauro Vaglio – Redazione: Girolamo Cleopazzo, Chiostro dei Carmelitani, Corso Vittorio Emanuele II, Nardò (Lecce) (Delibera n. 388 del 28 dicembre 2009 della giunta comunale e n. 20 del 25 gennaio 2011 del Commissario straordinario del Comune di Nardò) - Direttore responsabile: Dott. Salvatore Resta, giornalista pubblicista – E-mail: [email protected] - Blog: terzomillennioosservatorio.blogspot.com OSSERVATORIO GIURIDICO Legislazione Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98 "Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria" Legge 18 luglio 2011, n. 137 "Modifica della denominazione del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano" Decreto Legge 1 luglio 2011, n. 94 "Misure urgenti in tema di rifiuti solidi urbani prodotti nella regione Campania" Legge 12 luglio 2011, n. 135 "Disposizioni in favore dei familiari delle vittime e in favore dei superstiti del disastro ferrroviario della Val Venosta/Vinschgau" Legge 12 luglio 2011, n. 133 "Modifica all'articolo 8 del decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103, concernente la misura del contributo previdenziale integrativo dovuto dagli esercenti attività libero - professionale iscritti in albi ed elenchi" Legge 24 agosto 2011, n. 153 "Ratifica ed esecuzione dell'Accordo nel campo della cooperazione militare tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo del Regno del Marocco, fatto a Taormina il 10 febbraio 2006" Legge 24 agosto 2011, n. 152 "Nuova disciplina del prezzo dei libri" "Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di mutua assistenza amministrativa per la prevenzione, l'accertamento e la repressione delle infrazioni doganali tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica argentina, con Allegato, fatto a Roma il 21 marzo 2007" Legge 27 luglio 2011, n. 125 Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138 Legge 27 luglio 2011, n. 128 "Esclusione dei familiari superstiti condannati per omicidio del pensionato o dell'iscritto a un ente di previdenza dal diritto alla pensione di reversibilità o indiretta" Legge 12 luglio 2011, n. 120 "Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati" Legge 12 luglio 2011, n. 112 "Istituzione dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza" "Ulteriori misure urgenti per finanziaria e per lo sviluppo " la stabilizzazione Legge 2 agosto 2011, n. 130 "Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 12 luglio 2011, n. 107, recante proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Misure urgenti antipirateria" Legge 2 agosto 2011, n. 129 "Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 6 luglio 2011, n. 98, recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria " "Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 23 giugno 2011, n. 89, recante disposizioni urgenti per il completamento dell'attuazione della direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva 2008/115/CE sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi irregolari" Decreto Legge 12 luglio 2011, n. 107 Legge 23 settembre 2011, n. 169 "Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonche' delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Misure urgenti antipirateria " "Concessione di contributi per il finanziamento della ricerca sulla storia e sulla cultura del medioevo italiano ed europeo" Legge 15 luglio 2011, n. 111 Legge 12 luglio 2011, n. 106 "Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 13 maggio 2011, n. 70, concernente Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia" Legge 14 settembre 2011, n. 148 "Conversione in legge, con modificazioni, del decretolegge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Delega al Governo per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari." 2 IN QUESTO MONDO 1 Giuseppe D’Oria “In questo mondo non vi è nulla di sicuro, tranne la morte e le tasse” (B. Franklin). Le formiche, facendo riferimento al terzo principio di Adam Smith (“un sano egoismo”), hanno un Governo? Non risulta. E per quanto riguarda il regno degli uomini, il terzo principio asserisce orgogliosamente che tutto si aggiusta da solo: basta perseguire il proprio interesse, e si farà l’interesse di tutti. Ci vuole un Governo? No, grazie. A chi abiti il mondo in questo terzo millennio riesce difficile capire quanto anomalo sia lo sviluppo economico che interessa un po’ tutti i Paesi. Certamente, nel nostro Paese, come nel mondo, c’è ancora molta povertà, e talvolta fame e miseria. Reddito e ricchezza non sono distribuiti equamente. Viviamo nell’eccezione, non nella regola. Ma vi è alcuna ragione perché l’eccezione non possa diventare la nuova regola? Ci vuole un Governo perché non tutto può essere affidato al “sano egoismo”. Un Governo ci vuole anche per i casi di “fallimento del mercato”, quando parte dei costi di un processo produttivo non possono essere addossati al produttore. E ci vuole un Governo per garantire una sana concorrenza. E gli economisti che fanno? “E’ gente che sa il prezzo di tutto e il valore di niente”, scriveva un moralista. E in effetti l’economia è spesso accusata di essere la scienza dei soldi, una scienza triste e cinica che ignora gli affetti e gli ideali. Si parla molto, nei giornali e nei telegiornali, del PIL (Prodotto interno lordo), cioè il reddito complessivo prodotto nel territorio di un Paese, di quanto è cresciuto, se è più grande o più piccolo di quello di altri Paesi e viene usato come una conveniente misura del benessere. Ma oltre al PIL non bisognerebbe considerare, per una misura più completa del benessere, anche il tasso di criminalità, di corruzione, o l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, o, ancora, la congestione del traffico? Queste misure “aggiunte” al PIL, come misura del benessere, dovrebbero essere dettate dal buonsenso. Intanto non bisogna nemmeno “pensare al margine” che significa, essenzialmente, non piangere sul latte versato ma, concentrare l’attenzione su quel che succede a partire da adesso e da qui. Lo Stato, dunque, è un primo attore sul palcoscenico dell’economia. Dovrebbe esserlo a pieno titolo per la dimensione dei suoi interventi; in tutti i Paesi (anche in quelli in cui la spesa pubblica ha un peso minore) non ha eguali in nessun altro singolo attore. Dovrebbe esserlo per la insostituibilità della sua azione: senza di esso non funzionerebbe il mercato e molti beni che la comunità desidera non verrebbero prodotti. Dovrebbe esserlo per l’influenza della sua azione sul ritmo, inteso come qualità e quantità, della crescita dell’economia. Lo Stato dovrebbe essere perciò un protagonista 1 Già docente di discipline giuridiche, sindaco del Comune di Galatone insostituibile della vita economica, in quanto ben piantato in mezzo alla scena, ma non dovrebbe strafare, non dovrebbe superare i limiti oltre i quali la sua presenza diventa ingombrante ed intralcia il funzionamento dell’economia, anziché facilitarlo. Quando le regole diventano moltissime e si occupano dei minimi aspetti della vita economica, si riducono le libertà di scelta degli operatori così come, quando queste regole sono applicate in modo contraddittorio, a seconda di chi le applica, riducono la certezza degli operatori. C’è pure troppo Stato quando le sue funzioni vengono estese e portano alla lievitazione della spesa pubblica in rapporto al totale del reddito dell’intero sistema economico con due conseguenze negative. La prima è che una grande fetta delle risorse finisce per essere intermediata dallo Stato; ciò vuol dire che una grande parte della domanda e dell’offerta dipendono dalle decisioni prese dallo Stato, anziché dai singoli cittadini. La seconda conseguenza è che per pagare queste spese lo Stato deve mettere tasse ed imposte elevate. Già di per sé un livello alto delle tasse rappresenta un robusto disincentivo all’attività economica. Inoltre, quando lo Stato deve raccogliere un grande gettito è obbligato a introdurre molte imposte, anche quelle più ingombranti e discorsive; fa fatica allora ad adoperare il cesello e deve intervenire con l’ascia. Il passato, infine, non si può cambiare. Bisogna, per vedere che cosa conviene fare, muovere un passo avanti o uno indietro, calcolare i vantaggi e gli svantaggi ed agire di conseguenza, per non pensare come Edmund Burke, che “ l’età dei cavalieri è finita” e che è arrivata l’età dei sofisti, degli economisti, dei calcolatori… E la gloria dell’Europa è estinta per sempre”. SE L'ECONOMIA E' MALATA Giuseppe D’Oria Un vecchio detto americano suona così: “Se devi mille dollari a una banca e non puoi restituirli sei nei guai. Se invece le devi un milione di dollari è la banca ad essere nei guai”. Così, quando i debitori sono insolventi , le banche sono nei guai, perché subiscono forti perdite. E per tirarsi fuori dai guai chiedono la restituzione dei prestiti anche ai clienti il cui debito è sostenibile; in questo modo però li mettono in serie difficoltà, e la catena del crack finanziario si mette in moto. Le famiglie corrono a chiedere indietro i depositi e riducono i consumi. Le imprese tagliano gli investimenti, non avendo più i mezzi finanziari per realizzarli vedendo anche che i consumi calano. Aumenta, di conseguenza , la disoccupazione. In effetti, da un recente rapporto SVIMEZ, si rileva che nel Mezzogiorno non lavorano due giovani su tre. Il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (nel 2009 era del 33,3%). La situazione più drammatica riguarda le giovani donne, ferme nel 2010, al 23,3%, 25 punti in meno rispetto al Nord del Paese (56,5%). Bassissimo anche il 3 tasso di occupazione giovanile (15-24 anni), fermo nel 2010 al Sud al 14,4%, a fronte del 24,8% del CentroNord. "E’ come se la debolezza sul mercato del lavoro - si legge nel rapporto - legata in tutto il Paese alla condizione giovanile, al Sud si protraesse ben oltre l'età in cui ragionevolmente si può parlare di giovani". L’economia entra in una spirale di fallimenti e contrazione della domanda e dell’offerta. Nel contempo, poi, i tassi di interesse volano alle stelle, perché nessuno più vuole prestare soldi e tutti sono alla disperata ricerca di finanziamenti. Qualcosa di simile accade anche quando è lo Stato a non reggere più il peso del debito: i tassi salgano, perché la gente vuole disfarsi dei titoli di Stato; inoltre, se lo Stato sospende il pagamento degli interessi viene meno una fonte di reddito per chi ha acquistato i titoli; infine, la caduta del valore dei titoli di Stato si trasmette alle azioni perché sale il costo del denaro, la fiducia scende e l’economia reale va in crisi, e il doppio crollo deprime ancora maggiormente la spesa delle famiglie che si sentono povere. Ma anche dal rapporto SVIMEZ si ricava che in particolare tutte le regioni meridionali presentano nell'analisi valori inferiori al dato medio nazionale e oscillano tra un valore minimo del -0,1% della Calabria e un valore massimo del +0,5% di Basilicata e Abruzzo. In mezzo, Molise e Campania segnano +0,1%, la Puglia +0,3%, mentre Sicilia e Sardegna restano ferme a crescita zero. Intanto, molti continuano ad arricchirsi. L’arricchirsi per qualcuno significa “elevarsi al di sopra degli altri” ma questo comporta, aritmeticamente, diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Una forte diseguaglianza distributiva fa male all’economia e alla società. Fa male all’economia, perché riduce la coesione e la partecipazione sociale nei processi produttivi e perché accresce i fenomeni di emarginazione e criminalità che riducono il benessere complessivo del Paese. Fa male alla società perché sminuisce la capacità dei cittadini di partecipare alla vita democratica del Paese. Questo villaggio globale avrebbe dovuto comportare benessere e crescita economica. Eppure provoca disoccupazione, genera instabilità finanziaria. Ma chi governa queste ricadute negative? Non riuscire ad affrontare tali acutissimi problemi di disagio sociale può divenire fatale e può richiedere anni ancora di insicurezza e di apprensione con un logoramento crescente, anche psicologico, a scapito delle libertà individuali e collettive. che avevano sancito l'insindacabilità di tre parlamentari per dichiarazioni ritenute, invece, diffamatorie. Si tratta del leader de "La destra", Francesco Storace, del senatore-giornaista Lino Iannuzzi e del deputato Costammo Belluscio (morto un anno fa). Storace era stato denunciato dal pm Henry John Woodcock per aver messo in dubbio «la correttezza, l'imparzialità e la serenità di giudizio» del magistrato, Iannuzzi era imputato del reato di diffamazione aggravata nei confronti del procuratore Gian Cario Caselli. Belluscio (causa civile) era stato denunciato dal giudice Salvatore Senese. Le decisioni delle Camere di sostenere che le dichiarazioni dei tre costituivano «opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni», avevano bloccato i processi. Sono così partiti i ricorsi della magistratura accolti ieri dalla Consulta che cosi conferma la propria giurisprudenza in materia. Le delibere, si legge, violano «l'articolo 68 della Costituzione, ledendo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria». Perché le dichiarazioni dei parlamentari non hanno «la benché minima correlazione con l'esercizio delle funzioni parlamentari». Dunque via libera ai processi. (A.M.M.)” Tratto da Italia Oggi “CORTE COSTITUZIONALE Sulle strisce pedonali il pedone ha sempre ragione. La Corte di Cassazione, Sez. III civile, ha ritenuto che sulle strisce pedonali il pedone ha sempre ragione, anche se attraversa all'improvviso, a meno che la sua condotta "sia del tutto straordinaria e imprevedibile". Gli automobilisti, perciò, in caso di incidente, non potranno accampare scuse di un attraversamento improvviso da parte di un pedone che non abbia guardato, in quanto l' "obbligo di cautela in vista delle strisce" spetta sempre agli automobilisti stessi e il pedone che si accinga ad attraversare la strada sulle strisce "non è tenuto a verificare se i conducenti in transito mostrino o meno l'intenzione di rallentare e lasciarlo attraversare, potendo egli fare ragionevole affidamento sugli obblighi di cautela gravanti sul conducente" (GMP). Giurisprudenza “CORTE COSTITUZIONALE Insindacabilità, bocciato tre Parlamento. volte il La Consulta "boccia" un'altra volta il Parlamento. Anzi tre volte. I giudici costituzionali hanno infatti annullato tre deliberazioni (due del Senato e una della Camera) 4 OSSERVATORIO CULTURALE diritto processuale", della rivista "Il foro toscano" e del "Commentario sistematico della Costituzione Italiana". L’attualità del pensiero di Calamandrei Considerazioni PIERO CALAMANDREI (Firenze 1889 - 1956) Si laureò in legge a Pisa nel 1912. Insegnò nelle Università di Messina, Modena, Siena e, dal 1924, Firenze. Partecipò alla Grande Guerra come ufficiale, si congedò con il grado di capitano; successivamente fu promosso tenente colonnello. Subito dopo l'avvento del fascismo fece parte del direttivo dell' "Unione Nazionale " fondata da Giovanni Amendola, impegnandosi attivamente nel movimento antifascista.Fondò con Gaetano Salvemini, i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi il "Circolo della Cultura". Durante il ventennio fu uno dei pochi professori universitari che non chiese la tessera del PNF. Con Francesco Carnelutti ed Enrico Redenti fu tra i principali ispiratori del Codice di Procedura Civile del 1940 dove trovarono applicazione gli insegnamenti fondamentali della scuola di Chiovenda. Si dimise dall'incarico di professore dell'Università per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al "duce" richiestagli dal Rettore. Collaborò alla rivista clandestina "Non mollare", nel 1941 aderì al movimento "Giustizia e Libertà" e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d'Azione. Nominato nel 1943 Rettore dell'Università di Firenze fu colpito, dopo l'8 settembre, da un mandato di cattura per cui iniziò il suo incarico solo nel settembre 1944, ad avvenuta liberazione di Firenze. Nel 1945 fondò la rivista politico-letteraria "Il Ponte". Presidente del Consiglio Nazionale Forense dal 1946, fece parte dell'Assemblea Costituente in rappresentanza del Partito d'Azione. I suoi interventi nei dibattiti ebbero larga risonanza. Nel 1948 fu deputato per "Unità Socialista"; nel 1953 partecipò alla fondazione del movimento "Unità Popolare" insieme a Ferruccio Parri, Tristano Codignola ed altri. Si batté, in Parlamento e fuori, per l'attuazione della Costituzione, per la distensione e per l'unità europea. Fu accademico dei Lincei, direttore della "Rivista di Piero Calamandrei credeva nella rigidità della Costituzione in senso storico: credeva che le Carte destinate a durare nascono solo con importanti occasioni storiche. E modificare la Costituzione, sulla base della sola maggioranza, avrebbe incontrato la sua condanna più netta. Maggioranza e minoranza devono condividerne i grandi principi, lasciando libero gioco alla politica, era questa la sua idea, aveva capito che una Costituzione serve anzitutto a difendere i cittadini dal potere politico, una sorta di scudo contro lo strapotere della politica, la quale condivisione è lo strumento massimo di Democrazia compiuta. Non possiamo certo nascondere come, oggigiorno, come una sorta di insofferenza serpeggi nel quadro politico di riferimento del Governo, e riconducibile principalmente al concetto di Unità di Italia. La mancata completa attuazione della Costituzione stessa, in tempi rapidi, magari sullo slancio della ricostruzione della Nazione, avrebbe meglio supportato il concetto “laico” dello Stato, slegato dalle logiche “speculative” dei Partiti. Anche se non bisogna dimenticare che la vera garanzia di una democrazia è la Cultura, la Conoscenza, il Sapere, campi in cui bisognerebbe concentrare il massimo degli investimenti, in termini di risorse economiche, Scuola, programmi, futuro. A PROPOSITO DI COSTITUZIONE Discorso di Piero Calamandrei fatto alla Società Umanitaria di Milano davanti ad un folto pubblico di studenti medi ed universitari nel gennaio del 1955. …«L’art. 34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è 5 questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! È stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato. Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. È una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società. Quindi polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani. La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “ma siamo in pericolo?” e questo dice “secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”, … “che c’è!”… “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica. È così bello e così comodo. La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. È vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo. Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché 6 avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questa è una delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete, io ho poco altro da dirvi, in questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli. E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’articolo 2: “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini. O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’articolo 5 “La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo! O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi! O quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi questa non è una Carta morta. Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». DISCORSO DI PIERO CALAMANDREI AL III° CONGRESSO DELL'ASSOCIAZIONE A DIFESA DELLA SCUOLA NAZIONALE (ADSN), Roma 11-02-950 Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1 “La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. [...]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. [...]. A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali. [...] La scuola è l'espressione di un altro articolo della Costituzione: dell'art. 3: "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali". E l'art. 151: "Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge". Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...]. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in 7 quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Cos" la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. [...]. L’ULTIMO POETA ADDIO A ZANZOTTO, PROFETA LIRICO E CIVILE. RACCONTÒ IL MONDO DALLA SUA CASA IN VENETO L’Italia perde un suo grande figlio Il mondo delle istituzioni i protagonisti della cultura rendono omaggio ad Andrea Zanzotto. “La terra veneta e l’Italia perdono un grande figlio- scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio di cordoglio ai familiari-, un interprete sensibile dell’esperienza di vita e dei sentimenti del suo popolo, una personalità civilmente impegnata nella difesa del patrimonio culturale e dei valori nazionali della nostra Italia”. Per il Ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan, “era un poeta speciale, perché ha condannato ed evitato in ogni modo il compromesso, ha combattuto la mediocrità. Ma la morte non è l’oblio, non è la fine, non può esserlo: questo è il privilegio dei poeti immortali”. Anche la Lega rende onore al poeta, dopo avere a lungo polemizzato con lui. “Con Zanzotto se ne va uno degli spiriti liberi del Veneto- dichiara il governatore Luca Zaia -.Un poeta che ha lasciato un’impronta incancellabile”. Per il filosofo Massimo Cacciari “scompare un poeta che era il testimone della letteratura del Novecento, solo James Joyce è avvicinabile a lui”. DALLA SCOMMESSA DI INTERNET UNA RIVOLUZIONE PER L’OCCUPAZIONE di Salvatore Resta2 A quanto pare nella galassia dell’economia della conoscenza, resa possibile dal trionfo della tecnologia, sembra esserci spazio per tutti. Ma i riflessi sul mercato occupazionale, quelli “duraturi” che incidono sui trend di lungo periodo ci sono davvero? Qualcuno inizia a metterlo in discussione: la tesi dell’economista Tyler Cowen è critica nei confronti dell’effettiva produttività della rivoluzione tecnologica. In realtà, i mezzi tecnologici consentono una rivoluzione strabiliante del mondo del lavoro, ma, a nostro avviso, sembra, ormai, evidente che per leggere il cambiamento bisogna cambiare occhiali da vista. Vediamo perché. Oggi, al concetto di “posto di lavoro” si sostituisce quello di “potenzialità di lavoro”. In altri termini l’economia del profitto, del periodo industriale, lascia il posto all’economia della conoscenza, dove non c’è più spazio per chi ragiona, ancora, con le otto ore lavorative giornaliere. In sintesi il passaggio è quello tra l’occupazione industriale e quella post-industriale. Ormai, in ogni azienda, scuola, band musicale, partito, centro commerciale o panetteria, c’è qualcuno che cura la presenza su internet. Milioni di persone, oggi, lavorano in questa galassia, ma restano, purtroppo, “invisibili” alle statistiche, Pertanto, questi fenomeni nuovi non possono essere misurati con indicatori statistici del passato. Così, pure, nuove forme occupazionali nascono spontaneamente nel mondo della condivisione digitale, ma solo nella selezione di ciò che vale qualitativamente si giocherà la vera sfida occupazionale. Insomma, internet consente grandi innovazioni, il cui senso e il cui effetto sono intrinsecamente definiti dalle capacità delle persone che le usano. Dalla Rete chi impara a usarla meglio degli avversari, ne ottiene un vantaggio in economia e più in generale nella società. E dulcis in fundo, diciamo che all’Università “La Sapienza” di Roma è stata condotta una ricerca sui disoccupati italiani, dalla quale è emerso che mediamente ciascuno di loro trascorre, mediamente, circa 2 ore e mezza, al giorno, su Facebook. Se davvero su Internet c’è spazio per tutti, questo dato potrebbe essere un buon segnale, soprattutto per i disoccupati: basta essere capaci di trovare un ruolo nell’ecosistema della conoscenza. Paradigmi permettendo. Ovvero, saper coniugare: trasparenza e privacy, libertà e sicurezza, tolleranza e armonia. 2 Giornalista pubblicista, scrittore 8 IL FUTURO DEL GIORNALISMO: L’INTEGRAZIONE TRA CARTA E WEB CHE RAFFORZA IL RUOLO DI APPROFONDIMENTO DEI GIORNALI TRADIZIONALI di Salvatore Resta I giornali classici vengono penalizzati dall’utilizzo crescente di web e cellulari, ma tuttavia, non sono destinati a scomparire. Vediamo perché. La stampa scritta e, in particolare, i quotidiani hanno, infatti, dei punti di forza nell’affidabilità, nell’approfondimento e nello “scavo” delle notizie. Infatti, ad oggi, due italiani su tre considerano, ancora, le notizie lette su internet come “inaffidabili” o, quanto meno, “dubbie”: lo ha evidenziato l’indagine svolta da Astra Ricerche per l’Ordine dei giornalisti della Lombardia. L’indagine è stata svolta su un campione di italiani tra i 15 e i 55 anni che accedono, con regolarità, alla Rete. Peraltro, va pure detto, che la Rete è, ancora, poco usata dagli italiani per informarsi, con un tasso di copertura del 51,1% contro il 90,8% delle reti tv nazionali e il 63% dei giornali. Pertanto, a nostro avviso, l’integrazione tra carta e web è la ricetta vincente. Ma c’è di più. Per i giornalisti il web è sicuramente un’opportunità, pur se a volte, viene vissuto con ansia da chi ha lavorato a lungo sulla carta stampata. Ma, anche, per gli editori è la loro fiducia nelle nuove piattaforme di distribuzione, ovvero nel web, che costituisce la forza nel credere che fare buona informazione sia un dovere civile e, insieme, un’opportunità di business. Se non avessero avuto coraggio, gli editori avrebbero cambiato mestiere, impegnandosi in qualche attività più remunerativa. Ma hanno tenuto duro, ristrutturando e investendo in innovazione. Ecco due esempi: “Il Sole 24 ore” ha proposto un’edizione sperimentale per iPad del suo supplemento Nòva, con idee molto interessanti. Il Gruppo Espresso ha lanciato, recentemente, il settimanale digitale R7, che rimpagina e arricchisce con contributi multimediali il meglio del giornalismo dei suo quotidiano di punta, “Repubblica”. Diciamo che queste due esperienze del giornalismo italiano, confermano questo alto principio etico: solo l’integrazione tra innovazione e buon giornalismo è garanzia di successo. “Il giornalismo che si fa consumando le suole delle scarpe”(Rupert Murdoch del The Daily) è un affare troppo delicato per lasciarlo solo, non a contatto con nuove tecnologie. Pertanto, bisogna investire su entrambi, in quanto, l’uno senza le altre, o viceversa, non funzionano più. MAI PIÙ NESSUNA CHERNOBYL Le promesse (false) sulla tutela della Natura Di Mauro Costanzo Vaglio3 Una forte scossa di terremoto di 8,9 gradi della scala Richter, con epicentro a 125 chilometri dalla costa e ad una profondità di 24,4 chilometri, ha colpito, 3 Direttore del Centro Servizi Culturali e Bibliotecari – Comune di Nardò l'11 marzo 2011, il Giappone. All’epicentro in mare ha fatto seguito un violento tsunami, abbattutosi sulle coste della città di Sendai. Nella regione di Tokyo sono state registrate onde alte fino a 10 metri. Stando ai dati in possesso dell’umanità, si è trattato del nono terremoto più potente mai registrato. Il bilancio fa una stima molto approssimativa e ci dice di migliaia fra morti e dispersi. Case, automobili, camion, navi, traghetti, pescherecci spazzati via dalla furia delle onde, difficilmente la storia ricorda una tale violenza devastatrice del mare. Fin qui la cronaca di un disastro che le forze della natura, combinandosi fra loro, hanno saputo fare. Il danno maggiore è venuto dal mare, lì i morti; lì parti di territorio completamente cancellate, non era preparato, il Giappone, ad un attacco così devastante da parte del mare. Il sisma nella terraferma non ha colto di sorpresa, l’edilizia, in Giappone, è perlopiù antisismica, agli edifici danni trascurabili per una Nazione che della convivenza con i terremoti ne ha fatto una ragione di vita. Ma, come sovente accade, la forza della Natura, da sola, non è sufficiente a mettere in ginocchio un territorio, una popolazione, perché ciò avvenga, si ha bisogno di una concausa, molto spesso è l’intervento della mano dell’uomo, infatti, ad aggravare ulteriormente la situazione, si sono verificati ingenti danni a tre centrali nucleari: quella di Onagawa, di Tokai e di Fukushima. Le autorità locali, come si fa in situazioni di estrema gravità, hanno prontamente tentato di rassicurare la popolazione riguardo a possibili contaminazioni radioattive, mettendosi immediatamente all'opera per la messa in sicurezza delle suddette centrali, pur non avendo a disposizione, ma a ben vedere non esiste proprio, la tecnologia necessaria per fronteggiare incidenti nucleari così gravi. Per giorni e giorni i giapponesi, gli eroi giapponesi che per primi si sono esposti alle radiazioni, li abbiamo visti pompare acqua dal mare per tentare di raffreddare, con potentissimi idranti, il nocciolo dei reattori coinvolti, poi si sono accorti che l’acqua del mare, una volta effettuata questa sorta di lavaggio e non aver, di fatto, raffreddato, tornava al mare, quella che non era evaporata e poi forse… sarebbe meglio intervenire con colate di cemento armato per cercare di creare una sorta di “sarcofago”, tempio della demenza umana, in grado di contenere e bloccare le radiazioni che nel frattempo assumevano livelli eguali a quelli di 9 Chernobyl, anzi no…, superiori, per poi rendersi conto che il nocciolo del reattore avrebbe bruciato, inesorabile, per giorni e giorni con una tale produzione di gradi da far impallidire lo stesso sole. E poi evacuiamo per cinque chilometri…, meglio venti, no cinquanta, saranno poi bastati!?! Nulla a che vedere con Chernobyl, prontamente, in maniera rassicurante fu detto, per poi ammettere tutta la gravità del disastro e la “celebrazione”, in sostanza, di un’altra Chernobyl. Quel povero cristo di cronista che beveva acqua dall’acquedotto, gli avevano detto che tutto era sotto controllo e voleva egli stesso rassicurare la popolazione, moriva per una dose eccessiva di radiazioni. Nel frattempo la terra non smetteva di tremare: in un arco temporale di 24 ore si sono registrate 150 nuove scosse, anche di magnitudo 6. Allora la cronaca del disastro si fa sdegno, rabbia, si fa grido che urla a tutto l’Universo le colpe dell’uomo e piange i propri figli, mai più nessuna Chernobyl, nel lontano 1986 fu detto, al domani della devastazione, che svegliò, in molti, una coscienza ambientalista assolutamente sopita ma, che portava a comprendere come sarebbe stato difficilissimo un rapporto tra tutela del territorio e tutela del profitto. Tutti i governanti del periodo si sentirono in dovere di rassicurare le proprie genti, che interventi tesi alla messa in sicurezza degli impianti nucleari più obsoleti sarebbero stati fatti, perché fosse garantito, in assoluta sicurezza, l’approvvigionamento di energia dall’atomo, a detta di molti, valliacapire, la meno inquinante…! E ci abbiamo creduto, solo codazzi di irrinunciabili sognatori, perlopiù scansafatiche, “spinellati”, disadattati si agitavano parlando di inganno nucleare, di imbrogli, di traffici di rifiuti speciali, di tangenti e malaffare tra imprenditori loschi e politici, altrettanto loschi! Ci abbiamo creduto, qualcuno ha anche provato a discuterne, 1200 scienziati sparsi per il mondo, provano a dare delle prospettive oltre questo nucleare. No, evidentemente non hanno le stesse armi persuasive di chi, con dati di catastrofi economico-commerciali alla mano, descrive apocalittici scenari di arretratezza sociale, il ritorno della pietra, una casa sugli alberi. Potenza dell’economia liberista (o forse si dovrebbe dire libertina!?!)! Mai più nessuna Chernobyl, fu detto… ma gli interventi strutturali per rendere le centrali più sicure, a partire dalle più vetuste, sono stati mai fatti, risulta? A carico di chi grava l’onere dei costi, a carico delle Società che gestiscono le Centrali, quando non ne sono anche i proprietari, si ha idea di quanti miliardi di euro/dollari occorrano per fare manutenzione, soprattutto nella stragrande maggioranza di centrali che hanno già raggiunto il limite previsto per la pensione? Una Società di profitti (badate bene che profitto non è una parolaccia e si può dire, il profitto è solo la contropartita di un investimento economico a volte anche molto oneroso) ha questa come sua più grande preoccupazione, ottenere il massimo del guadagno possibile con l’investimento fatto, questo ha insegnato la storia dell’Economia mondiale! Tornando alla nostra Società che deve investire ingenti somme di capitale per rendere sicura, per davvero, una centrale nucleare prossima alla scadenza si trova davanti ad un dilemma, reinvestire i suoi guadagni accumulati negli anni con il rischio di perderli tutti o sorvolare su qualche deficit strutturale sopravvenuto. E’ ancora la storia ad insegnare che nelle “catastrofi annunciate” c’è sempre stata, dicevamo come concausa, l’incuria e la mancanza di qualsiasi intervento di normale manutenzione da parte dell’uomo! Nei giorni del disastro di Chernobyl, nel 1986, questo Centro, casualmente, curava la stesura di un opuscolo, “ECOLOGIA, UN IMPEGNO COMUNE” ad uso delle scuole dell’obbligo che, nel riportare le relazioni degli intervenuti ad un convegno sui temi della difesa dell’ambiente, tracciava una strada eco-sostenibile per uno sviluppo dell’Uomo sulla Terra. Riporto alcune considerazioni, che a dispetto del tempo passato, ma soprattutto grazie alla propensione dell’uomo ad arrecare danni a tutto e tutti, suonano di assoluta attualità. I brevi cenni riportati nella pubblicazione sull’ambiente, sull’ecologia, sullo sviluppo sostenibile adottano un linguaggio volutamente semplice, comprensibile adatto ad un pubblico di ragazzi delle Scuole Medie, ragazzi di venticinque anni fa. A ben vedere, nulla sembra essere cambiato e le “azioni da non fare” previste nella pubblicazione rappresentano, ancora oggi, uno spaccato sui comportamenti di chi, governando le sorti di un Paese, ha responsabilità anche nei confronti della Natura. Contravvenendo a queste semplici buone regole, si gettano fondati dubbi sulla capacità di gestire evenienze ancora più drammatiche. “… 1) L'ECOLOGIA L'ecologia si occupa dello studio delle relazioni tra gli organismi e l'ambiente, di quel sistema che comprende 10 tutti gli esseri viventi del nostro pianeta ed anche l'aria, l'acqua ed il suolo che costituiscono l'habitat dove si sviluppa normalmente il ciclo vitale. L'insieme delle trasformazioni di materia e di energia, che si producono all'interno degli esseri viventi, crea catene alimentari in un permanente ciclo biologico: tutto inizia con l'energia solare con le radiazioni le piante possono realizzare il processo di fotosintesi liberando ossigeno che mantiene la vita. Dalle piante verdi e dai detriti vegetali traggono alimento gli animali erbivori che, a loro volta, sono prede dei carnivori; i resti degli animali e le materie organiche in decomposizione, trasformate dai batteri, ritorneranno alle piante verdi rendendo così possibile la continuazione del ciclo che realizza in sé un gigantesco riciclaggio di tutti i prodotti della biosfera mantenendo il così detto equilibrio ecologico. 2) L'INQUINAMENTO Con la rivoluzione industriale del secolo XIX, l'uomo ha mutato profondamente il proprio rapporto con la natura: si verificarono grandi emigrazioni dalle campagne alle città determinando forti concentrazioni urbane; si crearono i mercati; si costituì l'ambiente industriale; si produssero nuove forme di energia; si inventarono nuovi materiali; aumentò vertiginosamente la richiesta di "beni" da parte dell'uomo rispetto a quanto la terra ne offrisse spontaneamente. Tali modifiche dovevano cambiare rapidamente l'equilibrio relazionale tra gli esseri viventi determinando le condizioni storiche dell'inquinamento. Ormai conosciamo molte forme di inquinamento; …. a) l'inquinamento dell'acqua: ( ... ) peggiora sempre più la qualità di molte acque in quanto in esse si riversano scarichi domestici, industriali e di origine agricola che determinano una forma di inquinamento detto biologico, non molto grave, purché le acque siano in grado di autodepurarsi. Il processo di autodepurazione è dovuto all'azione di alcuni batteri che decompongono le sostanze organiche in quelle inorganiche a spese dell'ossigeno presente nell'acqua. Ma se l'afflusso di materiale organico è troppo abbondante, vi è un eccessivo consumo di ossigeno e si verifica il fenomeno dell'eutrofizzazione che ha come conseguenza diretta l'asfissia e, quindi, la scomparsa di ogni forma di vita nell'acqua ( ..... ) I principali responsabili non sono soltanto gli scarichi fognari, ma anche l'immissione nel mare di idrocarburi, di metalli pesanti, di fertilizzanti e detersivi ( ..... ) grandi quantitativi di idrocarburi, che arrivano alta costa sottoforma di catrame oppure sciolti grazie ai detersivi nell'acqua contenuti, provengono dalla rottura di impianti industriali, dall'affondamento di petroliere, dal lavaggio delle stive di quest'ultime non sempre effettuate in alto mare. Gli idrocarburi che non vengono solubilizzati formano un velo superficiale che rende l'acqua impermeabile agli scambi gassosi ed energetici con la conseguente distruzione di ogni organismo marino ( ..... ) b) l'inquinamento atmosferico: ( ..... ) la sottrazione e distruzione di ossigeno è continua e va assumendo dimensioni che con il passare del tempo divengono inquietanti; lo sviluppo dell'industria, l'avvento della motorizzazione, la diffusione dei moderni sistemi di riscaldamento concorrono ad inquinare e ad impoverire l'aria di ossigeno: sia per quello che la combustione direttamente consuma, sia per i suoi residui rappresentanti in prevalenza da anidride carbonica ( ..... ) I gas di scarico degli autoveicoli immettono nell'atmosfera migliaia e migliaia di chilogrammi di ossido di carbonio, piombo, idrocarburi ed ossidi di azoto ( ..... ) il piombo proveniente dalla perfetta combustione della benzina, dannosissimo per l'organismo umano, è presente anche nei fumi industriali, nel fumo di tabacco, nelle scatole per alimenti, nelle tubazioni idrauliche, nelle vernici e negli intonaci delle pareti (.....) Le industrie, specie quelle chimiche, emettono attraverso le ciminiere residui velenosi come l'anidride solforosa, l'ossido di carbonio, l'ammoniaca, l'ossido di azoto, l'acetilene e molte altre sostanze. Questi composti, che potrebbero essere attenuati con l'uso di filtri, assieme ai fumi e veleni liberati dagli impianti domestici ed ai gas di scarico degli autoveicoli, concorrono alla formazione di una grande cappa caliginosa: lo smog e possono provocare tumori maligni, asma ed infezioni respiratorie acute e croniche. In particolare l'anidride solforosa, prodotta in gran parte dall'ossidazione dello zolfo contenuto nel carbone, è molto dannosa se respirata; essa inoltre, combinandosi con l'ossigeno e reagendo con l'acqua atmosferica, si trasforma in acido solforico che, trasportato a terra con la pioggia, è una delle cause del deterioramento dei monumenti, dei palazzi e delle strutture architettoniche. c) l'accumulo dei rifiuti solidi urbani: Le città che non possiedono impianti di riciclaggio dei rifiuti solidi sono obbligate ad accatastare attorno alle loro periferie delle vere e proprie montagne di spazzatura che inquinano le acque di falda, sprigionano gas/diventano dispensa per ratti e randagi di ogni tipo (.....) Del resto l'uso degli inceneritori per i residui urbani a loro volta, pur riducendo l'ingente massa di rifiuti, aumenta l'inquinamento dell'aria perché vi immette sostanze nocive derivate dalla combustione (.....) In tutte le forme di inquinamento analizzate è sempre presente l'ossigeno senza il quale la vita non avverrebbe (.....); e si comprende come l'abbattimento degli alberi e gli incendi dei boschi portano ad una rarefazione dei vegetali che concorrono in gran parte alla produzione di ossigeno (.....). Cosa possiamo fare? Nonostante i gravi pericoli che minacciano l'equilibrio della biosfera, l'umanità ha ancora il tempo per prendere coscienza della necessità di un ordinamento razionale della terra per rispettare le leggi ecologiche 11 cui l'uomo, come elemento della biosfera, è soggetto. Tre direzioni di massima sono state individuate: la riduzione delle attività inquinanti mediante nuove materie e fonti di energia più pulita; la lotta contro l'inquinamento mediante l'uso di appropriate tecnologie; il riciclaggio dei materiali. Sembrerà strano, qui, aver enunciato principi generali, forse più immediatamente riscontrabili in un contesto di maggior industrializzazione rispetto al Nostro Salento; è diffusa la falsa convinzione di vivere, tutto sommato, in un’”area sicura”. E' di questi giorni, mentre scriviamo, la luttuosa notizia della "nube di Chernobyl" ed oltre al pianto ed al dolore, si impone una considerazione: il disastro ecologico può venire da molto lontano! Questo è stato, forse, l'aspetto più sconfortante di questi giorni, non basta lottare per la salvaguardia del proprio territorio, bisogna espandere, a macchia d'olio, una cultura fatta di rispetto e tutela per quello che siamo e per quello che vorremmo per i nostri figli. Iniziative scellerate stanno distruggendo la vita e al di là delle tutele previste e più volte ribadite, è a malincuore che dobbiamo constatare che siamo ancora lontani da quella scelta ecologista di assertori del "bene natura" che ciascuno di noi dovrebbe compiere, per non disquisire, poi, sul pianto e compianto latte versato.” “TAGORE, UNA VOCE IN MANO A DIO. Il ricordo di un protagonista della spiritualità orientale a 150 anni dalla nascita e a 70 dalla scomparsa. “ Ho ricevuto il mio invito alla festa di questo mondo: la mia vita è stata benedetta. I miei occhi hanno veduto, le mie orecchie hanno ascoltato. In questa festa dovevo solo suonare il mio strumento musicale: ho eseguito come meglio potevo la parte che mi era stata assegnata. Ora ti chiedo, Signore: è venuto il momento di entrare e di vedere il tuo volto?”. Era ormai al tramonto della vita quando Rabindranath Tagore scriveva questa sorta di testamento, convinto però che la morte non era una soglia spalancata sull’abisso del nulla, ma un portale aperto sull’infinito e sull’eterno, per un incontro ultimo e definitivo con Dio: “Là le vecchie parole muoiono e nuove melodie sgorgano dal cuore, i vecchi sentieri si perdono e appare un nuovo paese meraviglioso”. Settant’anni fa, il 7 agosto 1941 nella cittadella dello spirito da lui fondata a Santiniketan in Bengala, moriva questo celebre poeta e guru o maestro spirituale, che era nato centocinquant’anni fa a Calcutta il 6 maggio 1861. Commemoriamo questi due anniversari non certo con un profilo compiuto di questo personaggio popolarissimo anche in Occidente: in verità, è quasi impossibile, valicare l’oceano testuale che ha lasciato dietro di sé, una distesa di 150.000 versi, 300.000 righe di prosa, 3000 canti musicali, snza contare articoli e discorsi. Infatti, egli ha scritto romanzi e racconti, migliaia di poesie, drammi e testi teatrali, saggi di filosofia e di teologia e persino un’autobiografia. Discepolo di una comunità teistica per l’adorazione di Dio (Brahma- Samaj), fondò a sua volta una corrente mistico- sociale, fu riformatore agrario, originale pedagogista, combattente politico, creatore di università, edificatore di ponti ideali tra Occidente e Oriente, messaggero instancabile in viaggio in tutto il mondo. Non è neppure facile raccogliere spunti tematici dai suoi versi perché essi sono una efflorescenza inesauribile di simboli, immagini, intuizioni, emozioni; talora egli s’avvia sui percorsi d’altura della contemplazione e dell’astrazione, altre volte scende nelle piazze impolverate della tradizione popolare; non di rado cede alla tentazione dell’erudizione e della maniera, spesso opta invece per la trasparenza luminosa dell’essenzialità e della folgorazione mistica. “ Dio si stanca dei grandi regni, mai dei piccoli fiori, scriveva, evocando le teofanie silenziose:” Oggi lungo i sentieri nascosti,/ attraverso l’ombrosa selva/ invisibile a tutti,/ silenzioso come la notte sei venuto, Signore…”, così cantava in una delle sue opere più celebri, Gitanjali del 1913-14 (tradotta in italiano come Canti di offerta, San Paolo Edizioni 1993). Purtroppo, però, l’uomo “ affonda nelle sabbie mobili della noia…/ intristito in pareti strette, senza cielo aperto…/ perso nelle molte strade/ tra grattacieli di inutili cose”. E invece dovrebbe abbandonarsi all’abbraccio divino, come egli invoca: “ Lasciami solo quel poco con cui possa sentirti in ogni luogo/ e offrirti il mio amore in ogni momento”. E ancora la temperie mistica di questa “piccola canna di flauto” suonata da Dio – come ama definirsi Tagore, che era anche musicista – affiora in un’altra confessione di lode:” hai fatto prigioniero il mio cuore/ nelle infinite reti/ del tuo canto, o mio Signore”. Ecco la sua riflessione sull’Incarnazione: “ Cristo ha sopportato tutte le ingiurie dalle mani dell’uomo e le sue sofferenze risuonano alla radice del peccato umano. Il Dio degli uomini è dentro l’uomo, opporsi a lui è peccato, unirsi a lui è cancellare il peccato. Quel grande Uomo, offrendo continuamente la sua vita, ha dato vita al piccolo uomo”. Siamo partiti con un suo ideale testamento alle soglie della morte, concludiamo con una replica tematica desunta da un’altra sua celebre raccolta, Il Giardiniere (1913): “ Pace, cuor mio, che il tempo dell’addio sia dolce. / Che non sia morte ma pienezza. / Che l’amore si sciolga nel ricordo e il dolore in canzone…/ Fermati un istante, o Bellissima fine, / e in silenzio dimmi le tue ultime parole”. Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore del 1 Maggio 2011” PERCHE’ IL “PROSSIMO TUO” HA RIVOLUZIONATO LA FEDE La svolta del vangelo: anche il nemico va amato di Massimo Cacciari4 4 Filosofo, scrittore, già sindaco di Venezia 12 E’ necessario iniziare dai testi decisivi in cui risuona il mandatum novum: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima e .tutte le tue forze e tutta la tua mente, e amerai il prossimo tuo come te stesso» (Luca 10,27). il verbo agapàn viene usato per indicare sia l'amore che è dovuto al Theos, che quello verso il prossimo, plesios. Anche la traduzione latina, proximus, rende bene l'importanza del termine: proximus è infatti un superlativo. Non può trattarsi di un semplice «vicino». Il plesios in quanto proximus ci riguarda con una intensità che nessuna vicinanza, nessuna contingente contiguità potrebbero raggiungere. Neppure si tratta, certo, di una voce inspiegabilmente nuova, venuta da qualche misterioso altrove. Anche questo mandatum è pleroma, non katalysis della Legge, salvezza del nomos stesso nel suo radicale rinnovarsi. Il precetto del pieno rispetto dei diritti dell'ospite, così come del compagno, dell'alleato, dell'amico era stato affermato, infatti, con pieno vigore dai profeti - e tuttavia il rea' del Primo Patto, che i Settanta traducono per lo più con plesios, anche quando designa lo straniero, lo concepisce sempre come legato a noi, o dal simbolo dell'ospitalità; o da rapporti di reciproca fiducia, garantiti da patti e forieri di accordi utili alle parti. Il timbro del mandatum evangelico «eccede» completamente questa dimensione. Già il fatto di accostare immediatamente l'amore per il Signore a quello per il prossimo costituirebbe vera novitas, anche se plesios qui traducesse esattamente rea'. Ciò che veniva comandato insieme ad altri doveri, qui completa addirittura la Prima Parola! Il Logos che sta a fondamento dell'intera vita di Israele non si esprimerebbe compiutamente, resterebbe imperfetto, se non significasse in se stesso amore per il prossimo. È evidente che plesios è chiamato, allora, in questo contesto, ad assumere una pregnanza in-audita - ma, ancor più, è evidente che la visione stessa di Dio muta per questa sua straordinaria prossimità al plesios. Solo in un punto, forse, nel Primo Patto si giunge ad un'intuizione analoga - ed è del più grande significato che ciò avvenga in Giobbe. L'intero dramma di Giobbe potrebbe essere così interpretato: questo egli chiede, non che gli vengano risparmiati i supplizi (semmai le chiacchiere degli advocati Dei), ma che Dio gli si mostri rea', plesios, proximus (16,21): “come un mortale fa col suo rea' (plesion autoù)” egli vuole incontrarlo faccia a faccia e difendere l'uomo davanti a Lui. Anche Mosè parlava col Signore come un uomo parla al suo rea' (Esodo 3,11), ma la scena in Giobbe è radicalmente mutata: in Esodo appare evidente la forma dell'accordo, anzi: dell'alleanza imperitura; rea' esprime qui una prossimità attuale e incontestabile; per Giobbe, invece, il Signore dovrebbe farsi rea'; egli reclama che la relazione tra il mortale e il suo Dio divenga una relazione tra prossimi. Si potrebbe però sostenere che Giobbe esiga la compagnia, l'amicizia, la vicinanza di Dio nel senso di quella fiduciosa reciprocità, che il termine rea' sostanzialmente esprime. Egli vuole amare il suo Signore come il prossimo, nell'aspetto del prossimo, ma ciò non equivale affatto a amare il prossimo come il Signore. E se ciò avviene, è evidente che il significato che attribuivamo a rea', e al plesios dei LXX, viene rivoluzionato. È stato detto: «Amerai il tuo prossimo (agapeseis ton plesion soù)>> - ma vi è stato anche detto: odierai il nemico, odierai chi non è con te nel vincolo delle leggi dell'ospitalità, nel senso più ampio del termine. Ma questo non lo sanno forse anche i gentili? «Questo però io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per chi vi perseguita». In Luca il paradosso dell' estrema vicinanza tra amore per Dio e amore per il prossimo; in Matteo quello della relazione che viene a stabilirsi tra plesios e echthròs, tra proximus e inimicus. Il nemico non può essere amato sul fondamento di un patto, né in vista di qualche utile, né sperando reciprocità. E tuttavia va amato come plesios. Nel termine viene compresa, cioè, la massima lontananza. Prossimo, «superlativamente» prossimo, è lo stesso nemico (l'hospes che non solo si dichiara apertamente hostis, ma addirittura inimicus, echthròs). “E non cessiamo di interrogarci/ ancora e ancora,/ finchè una manciata di terra/ ci chiude la bocca…/ Ma questa è una risposta? Terribili questi versi del Lazzaro di Heinrich Heine (1797-1856), famoso poeta e scrittore tedesco. Nonostante la superficialità che la sommerge nella civiltà contemporanea, l’anima custodisce i fremiti di alcune domande fondamentali: che senso ha la vita? Perché il dolore? E il male? Quale meta ha la nostra storia e questo mondo? Esiste un Dio che ti ascolta? E oltre la morte? Interrogativi che si affollano alla mente e che talora esplodono, drammaticamente nei momenti più ardui della vita. Anche per la cultura, la scienza, la società la chiave di volta è il punto di domanda; le scoperte hanno alla radice il “come?” o il “perché?”. Spesso, dunque, troviamo risposte, ma altre volte ci sembra che il nostro interrogarci salga verso l’alto e si spenga, soprattutto quando siamo nel giorno della disperazione. E’ ciò che afferma Heine, ma anche molti altri nostri compagni di viaggio nel mondo. La manciata di terra gettata sul nostro viso nella sepoltura sembra spegnere per sempre le nostre domande. Ma è proprio così? Già durante la nostra vita, aveva forse ragione lo scrittore inglese Clive Staples Lewis, quando affermava: ”Spesso diciamo che Dio non risponde alle nostre domande; in realtà siamo noi che non ascoltiamo le sue risposte”. Inoltre, anche in quell’estremo istante, c’è un orizzonte che si apre oltre la pala del becchino e che è destinato a rivelarci una risposta decisiva. Là,infatti, come diceva il poeta Rainer Maria Rilke, c’è l’altra faccia della vita rispetto a quella rivolta verso di noi ora. Là potremo, allora, avere le parole definitive di Dio in modo diretto, perché lo vedremo faccia a faccia, noi parleremo con lui e lui con noi ed egli ci dirà:”Interrogami pure e io risponderò, oppure domanderò io e tu ribatterai” (Giobbe 13,22). Gianfranco Ravasi, Avvenire del 27 gennaio 2011” 13 CRONACA VARIA Per l’indennizzo dei danni da buca serve la prova - Risarcimenti. L’iter da seguire In caso di danno alla vettura causato da una buca o dal fondo stradale dissestato, la prima cosa da fare è chiamare le autorità (un agente di polizia urbana) per provare e accertare il “fatto storico”. Una volta in possesso del verbale che attesta che il danno è stato causato da “quella” buca situata in “quella” strada, si invia la documentazione, insieme alla richiesta per risarcimento del danno, all’ente locale (in genere il comune) proprietario della strada. La lettera va indirizzata all’ente e non a un ufficio specifico. Da questo momento “la palla” passa alla pubblica amministrazione che, tramite segnalazione all’assicuratore, attiva la polizza di responsabilità civile verso terzi, comunica al danneggiato l’avvio dell’indagine per accertare il danno e l’eventuale responsabilità e inoltra all’ufficio tecnico l’ordine di mettere in sicurezza la zona del “sinistro”.Occorre ricordare che per ottenere il risarcimento non è sufficiente il verificarsi del danno alla vettura, ma occorre provare la cosiddetta” insidia stradale”, ossia che la buca era invisibile e “imprevedibile” e che quindi il danno non poteva essere evitato neppure adottando una guida attenta e prudente. Solo se si riesce a provare questo, si ha la ragionevole probabilità che l’assicuratore risarcisca. La procedura vale anche nelle situazioni nelle quali la buca o il dissesto stradale abbiano provocato un danno a una persona fisica. In questo caso cambia solo la documentazione richiesta (occorrono certificati e perizie medico-legali) per la quantificazione del danno. Qualora la polizza preveda franchigie, queste modificano unicamente il soggetto che, di fatto, deve elargire l’importo per la riparazione. Se il danno rientra nella franchigia sarà sostanzialmente l’ente a sborsare la cifra stabilita per il risarcimento, in caso contrario provvederà l’assicurazione. Nel caso in cui la manutenzione della strada sia stata affidata a un’azienda terza, gli interlocutori del danneggiato diventano due: l’ente proprietario della strada e l’imprese che si occupa della manutenzione. Nel caso di rimpallo di responsabilità, il giudice stabilirà che tra l’ente pubblico e l’azienda dovrà risarcire il danneggiato. Lorenzo Cavalca Il Sole 24 Ore del 6.09.2010” “Uccide il vicino di casa a colpi di spranga Dopo 2 giorni è al lavoro: graziato dal gip Uccide il vicino fracassandogli il cranio con un piede di porco e un paio di giorni dopo torna al lavoro col beneplacito del giudice. Detta così è un po’ cruda, ma la decisione presa dal gip del tribunale di Vicenza, Massimo Gerace, di concedere, a stretto giro di delitto, gli arresti domiciliari a un omicida reo confesso sta scatenando un vespaio di polemiche. Su quel che è successo non ci sono dubbi. Venerdì sera Tiziano Zordan, 40 anni, operaio di Cornedo Vicentino, dopo tre anni di continui litigi col vicino di casa, Flavio Sartori, 58 anni, perde la testa. Mentre sta cenando col figlio di 17 anni, in attesa del ritorno della moglie e del figlio più piccolo di 12, cade a terra il rotolo di una pellicola di nylon. Fa un po’ di rumore, quanto basta per fare andare su tutte le furie il vicino che, come testimoniano i problemi già segnalati ai carabinieri da chi ha abitato quella porzione di bifamiliare prima di Zordan, è molto più suscettibile del normale. E lo stesso Zordan, dopo tre anni di rapporti tesi, ha già avviato le pratiche di vendita di quella casa che gli stava rovinando l’esistenza. Ma venerdì la vita se la rovina definitivamente. All’ennesimo insulto del vicino di casa, per l’ennesimo futile motivo, Zordan decide di chiudere la questione. Scende imbufalito nel seminterrato e trova il vicino che continua a insultarlo. Dagli insulti si passa alle mani, i due si prendono a spintoni, a pugni. A quel punto a Zordan si spegne la luce. I vicini sentono le grida lancinanti del pensionato e accorrono. Trovano Sartori in un lago di sangue e il suo assassino in stato di incoscienza. Al giudice racconterà più tardi di ricordare gli insulti e i pugni ma null’altro. I carabinieri appurano che l’operaio ha trovato un piede di porco e ha cominciato a colpire Sartori. Tutto drammaticamente chiaro. Ma per il giudice non c’è pericolo di reiterazione del reato, non cìè pericolo di fuga, né tanto meno di inquinamento delle prove. Arresti domiciliari nella casa dei suoceri. Potrà tornare a fare l’operaio in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Marino Smiderle, Il Giornale del 27.09.2011” “Voi, inno alla vita in 30 Paesi del mondo. Oltre 3000 persone al pala congressi di Rimini per la messa celebrata dal cardinale Angelo Bagnasco, nell’ambito dell’incontro annuale dell’associazione che ha diffuso nei cinque continenti il modello della casa famiglia, “grembo accogliente” per ridare speranza ai più deboli: bimbi soli, ex prostitute, carcerati, disabili, drogati. “La presenza e l’opera di Don Oreste Benzi sono un inno alla vita e alla famiglia, un inno soprattutto alla vita dei più indifesi, poveri e ultimi, che grazie ai suoi amici presenti in trenta paesi del mondo trovano una casa e una famiglia. E tutti sappiamo quanto di questo inno abbiano bisogno la Chiesa e la società di oggi”. Lo ha detto all’omelia il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, presiedendo ieri sera al pala congressi di Rimini la solenne celebrazione accanto ad una ventina di sacerdoti, durante la “Tre giorni” della 14 Giovanni XXIII sulla figura del fondatore don Oreste Benzi. Approfondendo il suo pensiero, l’arcivescovo di Genova ha poi spiegato: ”La famiglia, sulla quale fondate la vostra opera, resta il grembo accogliente e naturale della vita, la scuola irrinunciabile, il focolare da cui partire e tornare”. E ancora: “La vostra opera è un inno alla vita, specialmente quando è più esposta e debole”. Quinto Cappelli Avvenire del 5.06.2011” “Povera Italia, violenta e depressa Allarme Censis: crescono relativismo, uso di droghe e farmaci 2009, passando da oltre 16 a quasi 35 per 1.000 abitanti pari a un aumento del 114%. Luca Liverani Avvenire del 7.06.2011” “BABY PENSIONI: CHE COSA SONO? In questi giorni se ne è parlato molto. Il termine baby pensioni però indica solo quelle godute da lavoratori del settore pubblico che hanno smesso di lavorare a meno di 50 anni di età. Furono introdotte nel 1973 dal governo Rumor e cancellate quasi 20 anni dopo, nel 1992 da Dini. Chi ne aveva diritto? Altro che crisi economica. Quella che deve più preoccupare, in Italia, è la crisi antropologica, quella che vede ridurre non il pil e i posti di lavoro, ma il controllo sulle pulsioni. I freni inibitori si allentano, la morale si annacqua, le regole della convivenza civile finiscono in soffitta. E crescono le trasgressioni del fine settimana. A parlare sono i numeri: più 35% le minacce e ingiurie negli ultimi 5 anni, più 26% le lesioni e percosse. L’altra faccia della medaglia è il boom di antidepressivi che vedono raddoppiare (114%) i consumi in dieci anni. A lanciare l’allarme è il Censis, che propone una lettura antropologica di fenomeni complessi e trasversali altrimenti difficili da analizzare secondo i consueti schemi dell’analisi sociale ed economica: la crisi dell’autorità, il declino del desiderio, la riduzione del controllo sulle pulsioni. Per il centro di studi sociali, dunque, siamo una società in cui sono sempre più deboli i riferimenti valoriali e gli ideali comuni, in cui è più fragile la consistenza dei legami e delle relazioni sociali. Dall’indagine del Censis emerge il senso della relatività delle regole e il tentativo di legittimare le pulsioni. E’ diffuso il sentimento autoreferenziale, per cui ognuno è l’arbitro unico dei propri comportamenti (è l’opinione dell’85% degli italiani). Secondo il Censis poi gli italiani pensano che si può essere buoni cattolici anche senza tenere conto della morale della Chiesa in materia di sessualità per il 63% (sfiora l’80% tra i più giovani). Tra il 2004 e il 2009 le minacce e le ingiurie sono aumentate del 35%, le lesioni e le percosse del 26%, i reati sessuali sono passati da 4.454 a 5.625 (più 26,3%). Anche le forme di dipendenza cambiano pelle. Se cala in generale il consumo di droghe (tra 2008 e 2009 i consumatori sono calati del 25%), la pericolosità sociale del consumo non diminuisce: aumentano le persone in carico nei Sert per cocaina (più 2,5%) e crescono i giovani consumatori a rischio di alcol: dal 2009 al 2010 passano dal 15% a quasi 17% nella fascia 18-24 anni. La dimensione più distruttiva delle pulsioni si riscontra poi nel progressivo crescere delle forme di depressione. Il consumo di antidepressivi è infatti emblematico: le dosi giornaliere sono più che raddoppiate dal 2001 al Chi aveva 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi se si trattava di donna sposata con figli, 20 anni per gli statali, 25 per i dipendenti degli enti locali. In quanti ne godono? Sono 531.752 le pensioni di vecchiaia e di anzianità concesse in questi anni secondo l’ultimo rapporto della Confartigianato. In media i baby pensionati ricevono un assegno di circa 1500 euro lordi al mese. Cifre di tutto rispetto, se si considera che mediamente incassano la pensione per più di 30 anni, avendo versato pochi contributi. Incassando minimo tre volte rispetto a quanto hanno versato. Chi sono i baby pensionati? Il 78,6%-quasi 8 su 10- sono dipendenti pubblici. Di questi più della metà (il 56,5%) sono donne. Il restante 21,4% sono persone che godono di regimi speciali. Sono soprattutto persone che vivono al Nord, e non a caso la lega punta i piedi contro ogni intervento in materia. Il 62,5% è concentrato al Nord. Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi e un record assoluto di 2 baby pensionati su 10. Al secondo posto c’è il Veneto con 56.785 assegni, il 10,7% del totale. Al terzo e quarto posto Emilia-Romagna e Piemonte, rispettivamente con 52.626 e 48.414 assegni, il 9% del totale. Quanto costano? Cifre abnormi, se si considerano gli effetti sull’economia di quest’anomalia previdenziale. Costano allo Stato circa 163,5 miliardi, una “tassa” di 6630 euro a carico di ogni lavoratore, sostiene Confartigianato, se si calcola la maggiore spesa che le casse pubbliche sopportano rispetto ai pensionati ordinari. I baby pensionati infatti ricevono un trattamento pensionistico più lungo di 15,7 anni rispetto ad un pensionato medio. Nel 2010 la spesa pensionistica, secondo la Ragioneria generale, è arrivata a sfondare quota 193,4 miliardi pari al 15,3% del PIL. Insomma, oltre il 5% della spesa per assegni 15 pensionistici serve a coprire l’esborso per i baby pensionati. dei passaggi più drammatici e crudi della nostra storia nazionale. Marco Carminati, Il Sole 24 Ore del 1 Maggio 2011” Esistono baby pensionati famosi? Sì e sono anche molti e spesso politicamente scomodi. Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, andato in pensione da magistrato a 44 anni (oggi ne ha 60), incassa 2.644 euro lordi al mese. La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, è andata in pensione come insegnante a 39 anni. Su di lei si è scatenata l’ultima lite alla Camera. Leoluca Orlando, ex Sindaco di Palermo e oggi portavoce dell’Idv, è andato in pensione a 42 anni. L’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, andato in pensione dopo 24 anni di servizio, all’età di 48 anni, percepisce una pensione di 15 mila euro al mese senza che questo impedisca di continuare a ottenere incarichi e stipendi mensili. Un percorso simile quello di Rainer Masera, andato in pensione a 44 anni, dopo una carriera in Banca d’Italia per diventare presidente dell’Istituto Mobiliare italiano. Da allora lo Stato gli versa 18 mila euro al mese. Flavia Amabile La Stampa – 2011” “Le lettere di Moro: urge il restauro Il Tribunale di Roma consegnerà all’Archivio di Stato le carte dello statista democristiano scritte durante i terribili 55 giorni di prigionia tra marzo e maggio 1978. I manoscritti si stanno rovinando e necessitano di cure per essere salvati dal degrado. Le carte di Aldo Moro tornano di nuovo alla ribalta. Dopo l’edizione critica delle lettere vergate dallo statista democristiano nei giorni del rapimento nel 1978 (edita da Einaudi nel 2008), Miguel Gotor pubblica un nuovo libro intitolato Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano , dedicato al celebre e drammatico “memoriale” che Moro redasse negli stessi giorni di prigionia per rispondere agli interrogatori delle Brigate Rosse. Scritto a mano dal prigioniero, fotocopiato e battuto a macchina dai brigatisti, il memoriale è incompleto, lacerato, avvolto dal mistero. Perché la Br non lo resero mai pubblico? Perché i dattiloscritti rinvenuti nel 1978 nel covo brigatista di Via Monte Nevoso a Milano furono censurati? E chi li censurò? Perché dovettero passare 12 anni prima che nel medesimo covo, nel 1990, fosse scoperto un nuovo nascondiglio segreto dal quale emersero numerose fotocopie degli autografi di Moro? E poi, dove è finito il manoscritto originale del memoriale? Il nuovo libro di Gotor risponderà solo ad alcune di queste pressanti (e talvolta insormontabili) domande , riportando in primo piano non solo i contenuti e le interpretazioni di queste carte terribili ma anche l’importanza della loro esistenza e consistenza “fisica”, in quanto testimonianze uniche, vive e dolenti di uno “La multa lenta? Abolita dal codice Notifica entro 60 giorni o è nulla Se la multa non viene notificata entro 60 giorni è nulla. E’ l’ultima clamorosa novità introdotta dal codice stradale approvato dall’aula di Palazzo madama. Fino a ieri l’amministrazione aveva tempo fino a 150 giorni per la notifica, ora i tempi sono più che dimezzati. Non è esagerato ipotizzare che allo stato attuale delle cose la maggioranza delle multe non verrà notificate in tempo. Si tratta di una norma che va a tutela del cittadino. Si chiede però maggiore efficienza da parte dell’amministrazione. Un principio che ricadrà su tutte le sanzioni “remote” che ormai sono la maggioranza. Francesca Angeli, Il Giornale del 7.05.2010” “I bimbi tolti ai genitori senza spiegazioni. Ci sono 32 mila minori strappati alla loro casa. Impossibile credere che ci siano altrettante famiglie inadeguate. Il grande giurista Arturo Carlo Jemolo aveva affermato che la famiglia è “un’isola che il mare del diritto dovrebbe solo lambire”. Forse c’era al suo tempo, nel dire questo, un che di polemico nei confronti dell’idea fascista e dello stato fascista che si erano “appropriati” dell’istituzione familiare. Oggi , però, di fronte a una magistratura autoritaria e invasiva a tal punto da sottrarre agli affetti familiari ben 32000 minori, il principio di Jemolo dovrebbe tornare di grandissima importanza. In particolare, lo garantisce il codice, i figli hanno diritto alla bi genitorialità e al mantenimento e all’educazione da parte di entrambi i genitori. Lo Stato, secondo la Costituzione, deve intervenire per aiutare lo svolgimento dei loro compiti e facilitarne l’attuazione. In genere, l’esistenza delle ragioni di allontanamento viene pericolosamente avvistata e valutata dagli assistenti sociali e poi, quasi sempre, ratificata dai magistrati. Ogni bambino inserito in una casa famiglia costa allo Stato circa 7° euro al giorno. Vale a dire 2.100,00 euro al mese. Questi denari, per esempio, potrebbero essere impiegati per pagare un educatore di supporto alla famiglia “incapace” o versati ogni mese direttamente alla famiglia per rendere “salubri” i locali dell’abitazione. Perché allora lo Stato, spende, se i numeri sono giusti, euro 2.240.000 ogni giorno, e dunque euro 817.600.000 all’anno, per tenere 32.000 figli lontani dai genitori? Sono numeri da tsunami questi, non da mare del diritto che dovrebbe “solo lambire l’isola della famiglia”. Annamaria Bernardini de Pace Il Giornale del 4.10.2011 16