Colorina cinquecento Il percorso per la scoperta di un paese inizia dalla visita alle memorie storiche scolpite e dipinte negli angoli dei suoi borghi, dal suo territorio e tra la sua gente. Scrivere questa breve introduzione che racconta questo percorso di scoperta delle bellezze di Colorina mi procura una grande gioia, soprattutto oggi, giorno in cui ci apprestiamo a festeggiare un compleanno così speciale per la nostra comunità: 500 anni dalla nascita del nostro Comune. L’Amministrazione Comunale, che ho l’onore di rappresentare, si è posta tra i propri obbiettivi anche quello della valorizzazione dei beni ambientali, artistici e culturali presenti sul nostro territorio; da qui è nato questo breve viaggio fatto percorrendo le vie del nostro paese da est verso ovest. Abbiamo cercato di individuare in ciascuna frazione le opere che meritano attenzione per la loro funzione di memoria storica e che rappresentano i simboli dell’aggregazione sociale; non dimenticando il paesaggio che ci permette di godere panorami e scorci di rara bellezza delle nostre montagne, in alcuni tratti selvagge ed incontaminate ma affascinanti in ogni stagione. È un viaggio che ci fa scoprire le nostre radici e ricordare i nostri modi di dire, alle volte coloriti, alle volte diretti e tutt’ora attuali. Le opere che si vorrebbero vedere e su cui si vorrebbe sostare sono tante, ma come in ogni viaggio si è cercato di catturale l’essenza di ogni zona, senza per questo avere la pretesa di aver catturato tutte le sue bellezze. Un grazie sincero va agli autori e a tutti coloro che hanno permesso la ricerca, la stesura e la pubblicazione dei contenuti di questo libro, di questa breve rassegna d’immagini che spero riesca ad accendere la curiosità di avventurarsi in un percorso di ricerca artistica più approfondita. Ideazione e Progettazione Comune di Colorina Contenuti, Fotografia e Testi Patrizia Rondinelli Ci auguriamo che questo piccolo ma denso opuscolo possa diventare uno strumento utile alla conoscenza del nostro territorio e soprattutto contribuisca ad accrescere il senso di appartenenza, in particolar modo dei più giovani, alla nostra storia locale. Il Sindaco Doriano Codega Progetto Grafico Pamela Bonini Ringraziamo tutti i Colorinesi! 2 Colorina, li 8 aprile 2013. Sommario Poira Gaggine Colorina Rodolo Valle Piani 3 Poira 4 Che cosa vuol dire? Poira / pòjra / (dialet.) Contrazione di “poiriva”, ombrosa, per collocare geograficamente la località sulla sponda prealpina orobica, notoriamente meno soleggiata rispetto a quella retica. Case Ranaglia / kàʃe ranàlʼia / (pers.) Mucchio di case rurali costituente un piccolo borgo anticamente abitato dalla fam.Ranaglia, originaria di loc.Poira. Alpe Cogola / àlpe kòģola / (lat.) Da “cotes”, pietra, descrive la natura di questo alpeggio montano. Alpe Bernasca / àlpe bernàska / (celt.) Da “berg”, rocca, descrive la posizione geografica di questo alpeggio montano. Torrente Madrasco / torrénte madràsko / (loc.) fiumiciattolo alimentato da un nevaio che nasce nella Val Madre. 5 LA PÖRA Un po’ di Storia… Prima di costituirsi Comune nel 1513, per un ventennio, Colorina era parte del territorio di Fusine, il quale, a sua volta, aveva proclamato nel 1488 la sua indipendenza da Berbenno. Poira è la località colorinese più vicina al Comune di Fusine, con il quale condivide anche geograficamente una roggia, il torrente Madrasco (immissario del fiume Adda), che da sempre ha fornito l’acqua fresca per soddisfare il fabbisogno della gente, del bestiame e della natura. Il rapporto con Fusine non è sempre stato idilliaco a causa della manutenzione del ponte e degli argini del fiume Adda, quasi sempre in piena. Queste liti, che perdurarono fino al 1800, furono affiancate da un altro motivo di screzi : l’acquisto degli alpeggi dove far pascolare le bestie d’estate e ottener, così, un ottimo formaggio grasso. Colorina e Fusine si scontrarono dal 1516 al 1533 per spartirsi le vette della Val Madre e della Val Cervia delle quali, alla fine, Colorina acquistò l’Alpe Cogola e l’Alpe Bernasca. Tra l’altro, questo territorio apparteneva, per uso capione, ai discendenti degli alpeggiatori nomadi della Val Brembana (Bergamo), i quali si appellarono al papa Clemente VII che scomunicò i nuovi “padroni”. Molti abitanti di Poira si distinsero come casari e caricatori d’alpe, ma non solo. Tra di loro troviamo anche numerosi boscaioli, i quali ripulivano i boschi orobici tra Albosaggia e Morbegno per le varie officine Sondriesi. Tuttavia, la zona si è sempre distinta anche per la sua attività agricola, della quale oggi il paesaggio conserva un mulino ad acqua, una distesa di campi e varie stalle nuove e antiche. Quindi, la popolazione di Poira era tranquilla, dedita al lavoro e senza grilli per la testa: l’unica festa che si concedevao era quella dei primi di marzo, quando con sonagli e canzoncine, chiamavano l’erba per scongiurare possibili danni alla loro vitale attività agricola. 6 …la nòssa Storia Il fascino delle Orobie Sopra loc. Poira s’innalza il profilo scuro e scosceso del versante alpino orobico. Spesso, i “cech”, gli abitanti dell’opposto versante retico, hanno reso la scomodità di questa conformazione montuosa motivo di scherno, ma c’è da dire che, specie raggiunta una certa quota, tappezzata da una fitta e tenebrosa foresta di conifere, costituisce il vero fascino “orrido” di questo lato di Valtellina ben conosciuta dai cacciatori. Sarà, forse, in questo clima di silenziosa ponderazione che, nel silenzio rotto solo dallo “sciopp”, il fucile, che sono nate leggende come questa… Un cacciatore si alzò, un giorno, di buon mattino, uscì dalla sua casa di Colorina, senza quasi far rumore, e si incamminò verso il monte. Ad una delle tante svolte del sentiero, il passò si arrestò prima che potesse focalizzare il perché: si fece immobile, e solo allora l’occhio vide una splendida volpe dal pelo rossastro. Sembrava intenta a frugare nell’incavo di un vecchio tronco marcio. Non si era accorta di lui. Tolse, con movimenti lenti e silenziosi, il fucile dalla tracolla. L’aveva già imbracciato, quando i suoi occhi incrociarono i piccoli occhi della volpe, che aveva tolto il muso dall’incavo. Un attimo. Pensò che sarebbe fuggita via prima che potesse prendere la mira. Esitò, stava per abbassare il fucile. Ma la volpe non si mosse. Lo guardava. Non sembrava impaurita. Aveva uno sguardo indefinibile. Se fosse stata un essere umano, sarebbe parso perfino uno sguardo malinconico. Mosse qualche passo per avvicinarsi all’animale morto, ma prima che potesse toccarlo udì una risata. Si volse intorno, più volte, perlustrò il bosco con lo sguardo: non c’era nessuno. “Sono stanco,” pensò. Passarono mesi, un giorno se ne andava per le vie di Morbegno, dopo aver fatto qualche acquisto al mercato di piazza S. Antonio. “Ehi, voi, cacciatore, ehi, voi”: una voce lo raggiunse dalle spalle. Si volse, guardò in alto, vide una distinta signora, dai bellissimi capelli rossicci, che gli faceva ampi segni da un balcone. La donna lo accolse, gentile, sulla soglia di casa, lo introdusse in un elegante appartamento, lo fece accomodare. “Vi debbo molto, voi non lo potete sapere, ma vi debbo molto”, disse, con un tono di tale serietà che al cacciatore non venne neppure in mente che si trattasse di una burla. “Un tempo la malvagità mi prese, mi votai al male. Fui punita per i miei malefici, trasformata in animale e condannata a vagare senza sosta e senza pace per boschi e selve, finché qualcuno mi avesse liberato da questa pena. Voi, uccidendomi, mi avete liberato.” 7 UL MULII “L’arte… a tavola” A pochi passi dal ponte ad archi che segna il confine con il Comune di Fusine. in una zona rimasta prevalentemente agricola, tra le case di sasso e le moderne villette, troviamo un mulino ancora in funzione. La sua costruzione risale al 1853: viene inaugurato da Erminio Zamboni, nonno di Aldo che, poi, negli Anni Ottanta lo ristruttura. Aldo, per vivere, costruiva dighe in Svizzera, perciò era molto abile a lavorare il metallo con il quale rinforza i muri vecchi e la struttura portante del mulino, originariamente in legno. Aldo lascia questa enorme eredità al figlio Marino e al nipote Daniele. Un tempo ogni Comunità aveva il suo mulino (ne avevano uno anche Fusine, ad Ardenno e a Berbenno), indispensabile per macinare i cereali. Il Mulino Zamboni sfrutta l’energia meccanica della corrente acquatica del torrente Madrasco e si fregia del vanto di essere uno dei pochi mulini privati ancora funzionanti in Valtellina e di conservare le macine originarie in sasso, le quali macinano ben 15 quintali di cereali l’anno. Gli ingranaggi vengono azionati dal salto dell’acqua che fa girare l’albero ruotante. La tramoggia raccoglie dall’alto i cereali da mandare tra le due pietre molari che li frantumano. A questo punto, il buratto può setacciare la farina dalla crusca (involucro dei semi, utilizzato come foraggio). La macinazione a pietra fa in modo che i cereali non perdano i loro olii naturali, rimanendo “integrali”. Un tempo, il mulino macinava i cereali per produrre pane, pasta (i pizzoccheri) e la nostra tipica polenta taragna. I grani più diffusi a Colorina erano il granoturco (o mais) che causò il diffondersi dell’avitaminosi B, meglio conosciuta come Pellagra; il miglio e l’orzo per la loro lunga conservazione e con i quali si cucinavano minestre di latte (per i più golosi, con l’aggiunta di castagne bollite) chiamate rispettivamente di Pànic e di Dùmega; il segale per la sua coltura tardiva e la resistenza alle intemperie con il quale si produceva un pane a ciambella da fare essiccare al sole. Si macinava anche il grano saraceno che, però, non è un cereale. Il forno più vicino si trovava a Fusine, ma fino agli anni Trenta ce n’era uno anche a Rodolo. 8 9 Scià che ‘n va! Partiamo da loc. Poira, una zona rurale caratteristica per gli affreschi devozionali (specie mariani) dipinti sulle pareti delle case antiche e raggiungiamo: ITINERARIO A: CASE RANAGLIA TIPOLOGIA strada sterrata DURATA 2 ore ca. QUOTA MAX 700 m LUNGHEZZA 5 km DIFFICOLTÀ 10 1/3 Il percorso s’inerpica nei luoghi dove si praticava la selvicoltura, ossia l’impianto, l’allevamento l’utilizzo dei boschi per ricavarne legname (esbosco). Troviamo betulle, ontani bianchi, robinie, castagni, tigli selvatici e abeti rossi. Case Ranaglia è un gruppo di ruderi con architettura rurale, ossia case con 1 o più piani e tetti a spioventi. L’atmosfera silenziosa permette di gustarsi meglio la passeggiata tra i fienili di un tempo con interessanti aperture con archi atutto sesto con conci incastrati a secco. Salendo verso loc. Pendulo verso la valletta di loc. Poncini troviamo una fontanella e i resti di un antico acquedotto in legno. Sopra di noi, il bosco de La Pioda, è già di conifere. Il percorso si snoda tra gli alpeggi con i maggenghi intermedi, utilizzati per le soste, quando avveniva la transumanza, ossia si spostavano le greggi e le mandrie nei pascoli montani durante l’estate per produrre il formaggio di monte. I pascoli ricchi di essenze aromatiche e il clima fresco sono ottimali per la lavorazione del latte. Si sale dalla Val Madre, luogo scosceso e selvaggio e si raggiunge Sovalzo, in una pianura tra i boschi di abeti. Si prosegue fino al rudere della Baita Caprile fino alla radura de La Piana. Da qui si raggiunge l’Alpe Bernasca, tra baitoni e casere e un insolito altare per celebrare la S. Messa anche a 2000 metri d’altezza. Qui troviamo anche un laghetto montano dal quale si può ammirare, a destra, la mole del Monte Seleron. La località dista da Poira 3 chilometri in linea d’aria, ma se guardiamo in alto verso la S.Croce sul Pizzo sentiamo tutti i suoi 2296 m slm. Su quest’Alpe possiamo approfittare della struttura di un Rifugio con 20 posti letto, ristrutturato nel 2002 e dalla quale terrazza possiamo scorgere dall’alto le Alpi retiche e la cima del Monte Adamello. l’Alpe Bernasca è separata dall’Alpe Cogola dalla sella del Pizzolo. Qui la vegetazione è sempre meno fitta, ma la posizione regala alla vista lo spettacolo del Pizzo Presio sulle Alpi Orobie e del Monte Disgrazia su quelle Retiche. ITINERARIO B: ALPE BERNASCA TIPOLOGIA sentiero DURATA 7 ore ca. QUOTA MAX MAX -- 2160 m LUNGHEZZA 11 km DIFFICOLTÀ 3/3 11 Colorina 12 Che cosa vuol dire? Colorina / kolorìna / (dialet.) Dal lombardo “colèr”, nocciolo, connotando il territorio per l’abbondanza di tali piante da frutto. Bocchetti / bokkétti / (lat.) Da “bucca”, apice, per la sua posizione rispetto al conoide di deiezione del torrente Presio dove nasce; oppure da “bosko”, pascolo. Madonnina / madònnina / (relig.) Toponimo mariano dovuto alla presenza di una chiesetta del XV-XVI sec. 13 Un po’ di Storia… Culurina Nel 775 Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, donò il territorio che oggi corrisponde a Colorina all’Abbazia di Saint Denis, in Francia; inoltre fece capo al Comune di Berbenno dal quale si emancipò insieme a Fusine nel 1488 per porre fine al sistema di tassazione esoso e poco adatto al suo contesto “al di là dell’Adda”. Con Fusine non fu un matrimonio d’amore e le liti per le Alpi e per i confini portarono alla nascita di un Comune a sé stante nel 1513. L’autonomia religiosa, tuttavia, richiese più tempo. Solo nel 1583 l’arciprete di Berbenno concesse sulla carta un cappellano proprio alla comunità, ma sugli scritti preparatori del vescovo Feliciano Ninguarda alla sua visita pastorale del 1598 , viene fatto notare che ai Colorinesi non erano nemmeno garantiti i Sacramenti. Nel 1629 Colorina diviene vicecuria (ha diritto a un prete residente, un fonte battesimale e ad un cimitero) della pieve di Berbenno e, finalmente, nel 1886 il vescovo Pietro Carsana la dichiara Parrocchia. Così, ci accorgiamo che Colorina è sempre stata mossa da un forte zelo di territorialismo, tant’è che nel 1718 rischiò la bancarotta a causa dei soldi spesi in tribunale con Fusine e limitrofi per risolvere le innumerevoli liti per l’utilizzo dei pascoli, maggenghi e acque. Chiaramente, anche il dominio delle Tre Leghe Grigie, aveva lasciato i suoi postumi con i corollari finti liberatori, gli eserciti spagnoli e francesi (questi si stanziarono proprio tra Colorina e Fusine) : i vari “furest”, gli stranieri, non fecero altro che pretendere il tutto per niente. Questo senso d’appartenenza, per chiudere la parentesi, è ben esemplificato dalla Tassa sui Forestieri in vigore fino all’Unità d’Italia secondo la quale chi voleva diventare Colorinese a tutti gli effetti doveva abitarci per più di 10 anni, pagare una tassa molto alta , condurre una vita morale e religiosa ed essere approvato dai Capi Famiglia (attuale Giunta). 14 …la nòssa Storia Non dire al contadino quanto sono buone... Un tempo, non ci si poteva permettere tutti gli snack preconfezionati di oggi, ma è certo che - il poco che si mangiavaera davvero sano e squisito. I contadini, prima di mangiare, dovevano “dà rigula”, ossia occuparsi del bestiame prima di poter consumare i loro pasti che, per questo, avvenivano in orari diversi rispetto ad oggi (la colazione circa alle 9 e il pranzo circa alle 15). Gli alimenti base erano quelli che regalava la Natura: polenta, castagne che erano consumati tanto freddi che caldi e in tutti i pasti, pure a colazione. D’Estate, come contorno, apparivano anche l’insalata e la cicoria, che si poteva raccogliere nei prati. I condimenti erano, chiaramente, dei derivati del latte. A parte il burro e il formaggio, si conservava anche il “fiurii” (una specie di ricotta semi-solida ottenuta aggiungendo al siero l’”agra”, una sostanza acida detta allume di rocca). Invece del pane, si mangiava polenta o le croste staccate dal “parool”, il paiolo. In occasione di festa, come per le feste comandate e i matrimoni, la polenta veniva arricchita con formaggio (a volte, si realizzava una palla di polenta, detta “bòcia”, riempita con il grasso formaggio di monte) oppure con il “cunsc”, burro cotto con ricotta stagionata, o con il “pench”, burro bruciato rimasto sul fondo della pentola. La pasta, comunque, veniva cucinata più di rado e sempre “rotta”, perché in questo modo costava di meno. Alcuni cibi caduti in disuso sono la “pusa” (latte rosso della mucca che aveva partorito bollito e sbattuto con sale o zucchero), la “pàpa” (latte, farina o riso e formaggio giovane) e “l’urgiàda” (minestrone di orzo con brodo di gallina che durava diversi giorni). A Natale, i bambini potevano, finalmente, assaggiare qualche pezzettino di cioccolato portato da Gesù Bambino con anche i mandarini e le arachidi intonando questa cantilena: “Pìva, pìva, /l’öli d’ulìva/gnàca gnàca, l’öli che tàca:/l’è ‘l Bambìn/che pòrta i belée,/ma l’è ‘la mama/che spént i danée”. Pare che il testo sia una creazione di venditori d’olio bresciani che si accompagnavano nel loro peregrinare a suonatori di Baghet (cornamusa bergamasca). Siccome il periodo in cui l’olio è pronto per la vendita è proprio il mese di dicembre, era il loro “spot”. 15 LA GISA “L’arte… d’autore” Già nel Quattrocento esisteva una chiesa che corrisponde all’odierna zona del presbiterio e della sagrestia, tuttavia la chiesa venne ampliata nel 1770-76 (date affisse su portale e altare), gli anni tra la dichiarazione di Vicecuria separata dalla Matrice di Berbenno: l’’architetto-artigiano fu il ticinese Mauvalli Batta di Vallemaggia. La chiesa è dedicata a San Bernardo di Chiaravalle, protettore degli agricoltori, il Santo che si distinse per la predicazione di una Fede all’insegna dell’austerità e della lotta contro le eresie e che insegnò a pregare bene Maria, che definì Stella del Mare. La facciata a salienti assomiglia molto alla chiesa di San Lorenzo di Fusine. Le aperture sono costituite da un piccolo rosone trilobato e da un portalino con architrave con iscrizione dedicatoria. All’interno, nella parete sinistra del presbiterio abbiamo una tela della Vergine con Bambino e Santa Chiara. La Santa era molto cara ai Confratelli del SS. Sacramento; in quella a destra abbiamo S.Antonio da Padova con Gesù Bambino e angeli, patrono delle donne incinte. Nel presbiterio, anche due ritratti ovali di difficile interpretazioni. Non avendo l’aureola potrebbero anche non essere Sante, ma solo due donne oranti con epiteti mariani, la Purezza e la Sapienza. Nel catino absidale abbiamo una tela legata alla Confraternita del SS. Rosario. È una pala originaria dell’IV sec. che rappresenta Madonna Incoronata dalla SS. Trinità con ai lati san Pietro (simbolo del Paradiso) e S.Bernardo (con un puro saio bianco calpesta il demonio). Nella nicchia di sinistra abbiamo una statua di un San Bernardo in catene che calpesta il demonio. Allegoria anche dei Calvinisti; in quella destra San Giuseppe con bambino, che rappresenta il grande gesto d’amore del padre putativo. Ambo le statue sono doni di famiglie colorinesi. Nella cappella sinistra abbiamo una statua della madonna del Rosario, gemella di quella di Fusine in legno dorato e dipinto. Abbiamo anche una tela dello Sposalizio. Nella cappella destra l’altare all’eremita Sant’Antonio abate, immancabile nei paesi rurali dove fino agli anni cinquanta il 2 novembre si poneva il grano per il parroco. Sant’Antonio, fondatore del monachesimo, detto “del Purscèl” è protettore degli animali. Le tele hanno l’inequivocabile stile “chiaroscurato” del famoso pittore settecentesco Pietro Ligari. Se l’autore fosse lui, e non un suo seguace, le tele potrebbero essere state regalate da Andrea Ligari, che fu il prete di Colorina nel 1719. 16 17 Scià che ‘n va! Partiamo da Via Roma, nel centro di Colorina, borgo che sorge sulla parte orientale del conoide di deiezione del torrente Presio lungo la strada pedemontana orobica, lasciandoci alle spalle la settecentesca Chiesa di San Bernardo. Raggiungiamo, così: ITINERARIO A: LOC. BOCCHETTI TIPOLOGIA asfaltata DURATA 20 min ca. QUOTA MAX 302 m LUNGHEZZA 0,5 km DIFFICOLTÀ 18 0/3 I conoidi di deiezione, depositi di materiale portati dalla corrente in pendenza di torrenti montani, sono storiche sedi agricole. Ci addentriamo nel Centro Storico passando per l’antica Via Romito. Ci troviamo in mezzo a case e ruderi che dimostrano, attraverso le Santelle apposte sulle pareti esterne, una genuina devozione popolare. Osserviamo architravi ed archi in pietra lavorata. Questi edifici a pianta quadrata hanno quasi tutte lo stesso schema: al piano terra, senza aperture, un deposito; al primo piano una cucina che si raggiungeva tramite una scala retrattile e al di sopra le stanze da letto; un fienile adiacente. Tra le abitazioni troviamo anche una fontana e la celebre casa Piatti, dalla quale uscirono molti Sindaci e Decani. Tra i castagneti e gli ontani bianchi, ma soprattutto molto vicini al nucleo abitativo, troviamo loc. Madonnina con l’omonima chiesetta. Questo percorso è il più ricco di Santelle.“Santella” vuol dire “luogo dei Santi” ed è un’edicola o una piccola cappella senza tabernacolo decorata con effigi soprattutto di Maria, ma anche di Santi in adorazione a cui i committenti erano particolarmente devoti. In loc. Madonnina troviamo uno spiazzo dove, spesso, il Gruppo Alpini, organizza pranzi a base di specialità tipiche valtellinesi. Il pezzo forte, però, è la tipica chiesetta di montagna dedicata alla Madonna. È dedicata alla Madonna di Caravaggio, di cui una statua all’interno, apparsa nelle campagne cremonesi nel 1432 e testimonia la “semplicità” del culto di Maria. Viene costruita tra il 1729 e il 1736 e restaurata pittoricamente da Luigi Azzali negli anni Ottanta. Nel presbiterio abbiamo una Madonna in Trono del XV sec. vestita di rosso con un giglio in mano in una cornice che non è originaria in quanto la prima è stata trafugata. A lei si riferisce il Per quam in qua/Gratie (Per la quale, nella quale,piena di grazie). Notevoli le epigrafi dedicatorie alla B.V. delle Grazie tratte dalle litanie lauretane: “Domus aurea (ora pro nobis), Stella Matutina (ora pro nobis). Poco distante, troviamo loc. Gavazzi, un nucleo antico fatto di ruderi semiabitativi e depositi. ITINERARIO B: MADONNINA TIPOLOGIA strada DURATA 45 min ca. QUOTA MAX 598 m LUNGHEZZA 1,1 km DIFFICOLTÀ 1/3 19 VALLE 20 Che cosa vuol dire? Valle / vàlle / (geog.) Frazione con minore altitudine rispetto a Colorina, situata alle pendici delle Orobie. Bosco Nono /bòsko nòno/ (lat.) Vasta selva di cui la denominazione Nona si riferisce ad antiche divisioni agrarie, in quanto la zona ospitava baite e pascoli. Oppure, può riferirsi alla nona hora latina, corrispondente a mezzogiorno, ossia il Sud. Valle del Presio / vàlle dèl préʃio / (dialet.) Pascolo scavato da un torrente il cui nome presèl indica un piccolo prato comunale. 21 FÒ A VAL Un po’ di Storia… Valle ha sempre, in qualche modo, dipeso dalla vicinissima Colorina, se escludiamo il periodo in cui, dal 1679 al 1886, si proclamò parrocchia indipendente pur rimanendo molto legata alla realtà di Corna in Monte. Il personaggio più celebre di Colorina passò molto del suo tempo qui a Valle: don Giovanni Folci, originario di Cagno (CO), uno degli ultimi preti eletti dai Capi Famiglia del Comune nel 1913 che, con il suo pensiero, abbraccia tutti i martiri i di guerra, tutti divini prigionieri. Nasce il 26 Febbraio 1890 in un piccolo paesino nel comasco e frequenta il seminario a Domaso. Non gode di una salute perfetta, ma ha una famiglia molto affettuosa. Agli inizi del Novecento viene inviato in una delle parrocchie più piccole e più povere d’Italia, ma non si lascia intimidire. L’allora chiesa “San Simone e Giuda” di Valle (di cui il prete era condiviso con Rodolo) comincia a sentire suonare le sue campane molto più spesso e a vedere tanti bambini riuniti nel catechismo. Nel 1914 scoppia la guerra e don Folci viene arruolato come cappellano nel bresciano. Qui viene fatto prigioniero dagli austriaci, la più umiliante delle vicende umane, e decide di tornare a Valle con un’idea da realizzare: ricordare i morti in prigionia in un tempio votivo, anche se trovare i proventi sarebbe stato difficile. La chiesa venne consacrata nel 1925 e, l’anno successivo, nell’attigua Opera don Folci viene inaugurato l’asilo amministrato dalle suore, l’Istituto Orfani di Guerra e la scuola serale. Il prete comincia anche una campagna politica per illuminare la Valtellina, che vendeva l’elettricità al resto della Lombardia, ma restava al buio (e gli inverni erano molto lunghi!). Nel 1930-32 nascono anche il pre-seminario e il noviziato. Molti Colorinesi hanno studiato grazie a lui e, alcuni, si sono distinti anche come ottimi rappresentanti della Fede Cattolica, come don Pietro Libera. Don Folci fu amico stretto di molti politici come il valtellinese ministro Ezio Vanoni , ma anche il premier Giulio Andreotti. I suoi funerali, in pompa magna, furono celebrati il 3 Aprile 1963. Oggi, l’Opera esiste anche a Como, S.Caterina Valfurva, Roma, Loano e Ossuccio. 22 …la nòssa Storia Sant’Antoni de la Barba Bianca, fammi trovare quello che mi manca! S. Antonio abate era figura assai cara alla devozione popolare, in quanto considerato protettore degli animali, tant’è che nella sua festa questi venivano portati sul sagrato delle chiese per essere benedetti: in questo modo si spergiurava la paura della sfortuna nella loro vitale attività d’allevamento. Tutto l’anno era scandito dalla celebrazioni di riti legati alla religione. Uno di questi erano le rogazioni, delle processioni che si svolgevano verso la primavera in campagna cantando litanie per favorire una buon raccolto e tener lontane le calamità “A peste, fame et bello libera nos, Domine” (Dalla peste, fame e guera liberaci, oh Signore). La Religione era seguita perché si era più ingenui e perché era considerato buon costume, ma anche perché era un forte sentimento. Durante la Settimana Santa, per esempio, era osservata la penitenza del digiuno e anche il più reticente andava a confessarsi. In chiesa non venivano suonate le campane e le statue venivano coperte: rimaneva solo un Cristo Morto esibito per le vie durante la processione del Venerdì. In casa, invece, si procedeva con una pulizia “di fino” sia dell’abitazione, sia delle persone, e ad acquistare “il vestito della festa”. Ed erano proprio i bambini i grandi protagonisti della Chiesa e chi di loro fosse nato durante la gelida e magica notte di Natale - si diceva - sarebbe rimasto incorrotto dopo la morte. I bambini si divertivano molto, quasi come un gioco, a fare i chierichetti e, addirittura, chi di loro ha avuto l’occasione di suonare le campane a corda nello spazio angusto dei campanili, lo ricorda come una forte emozione, al pari di suonare uno strumento musicale. La vita dei piccoli, perciò, era fortemente impregnata dei valori cattolici, già a partire dalle ninne nanne. “Din dun campanòn, quatru dunzèli sül balcùn:/ üna la fìla, l’òtra la tàia,/l’òtra la fa i capèi de pàia, l’òtra la préga San Martìn, da purtag ‘n pegurin/ ‘n pegurin cu ‘n su la lana,/la macàna la fa la nana”. In questa ninnananna troviamo tre figure che assomigliano molto a mito delle Moire, le quali stabilivano l’esistenza degli uomini: una fila il tessuto della vita, l’altra ne taglia il filo al momento opportuno e l’ultima assegna il destino a ogni individuo. Durante la cosiddetta Estate di San Martino, in cui finisce simbolicamente l’anno lavorativo agricolo, il clima concede gli ultimi giorni tiepidi prima dell’inverno e sarebbe bene che San Martino, anche patrono delle sarte, concedesse ai bambini di avere una bella coperta calda per ripararsi dal gelo incombente. 23 EL SANUARI “L’arte… di don Folci” La prima pietra fu posata nel 1920 e, già tre anni dopo, l’edificio era essenzialmente pronto all’uso. Nel 1924-25 la chiesa venne decorata e, infine, consacrata. Gli Anni Trenta videro l’aggiunta della cupola e delle navate laterali. Questa chiesa sostituì la funzione della vicina Chiesa di San Simone e Giuda ed essendo un Santuario, contiene parte delle reliquie del Beato Pagano da Lecco e di don Giovanni Folci. Nel Novecento si afferma una corrente artistica della Eclettismo degli stili: si ripropongono gli stili del passato, consci del fatto che senza un ieri non può esitere un domani. Quindi il Santuario non esprime solo cordoglio ma anche la speranza di un futuro senza più guerre. Il revival proposto è quello del Neo-Romanico. Questo stile altomedioevale basava il suo gusto estetico sull’utilità, forme massiccie e maestose, dato che il periodo era instabile: ne sono un esempio la monumentale scalinata, il pronao e la facciata a vento decorata a dentelli e con piastrelle-simbolo e, infine, le due “cariatidi” dei pilastri ai lati: la Giustizia e la Fortezza. L’interno, come una sorpresa, è ancora più maestoso a partire dal soffitto a cassettoni-simbolo. Nicola Arduino, originario di Torino, ha la mano esperta e di chi dipinge in tutta serenità. Il suo stile è preciso, energico e ricco di tonalità delicate. Lui e don Folci si conobbero in trincea, dove l’abile affrescatore svolgeva la mansione di disegnatore delle postazioni belliche nemiche. Il lavoro si protrae dal 1927 al 1936. Il piacentino Pietro Tavani, molto stimato dalle committenze ecclesiastiche, lavora qui nei suoi anni di notorietà. Dissero di lui che “scioglieva il duro metallo nel canto della Fede”. Fu invitato a lavorare qui dal 1932 al 1936 e distrusse il calco di ogni sua opera, per evitare copie e realizzò i due speculari reliquiari con formelle e un ostensorio. Gli enormi affreschi dell’Arduino, dalle citazioni, coltissime hanno questi temi: Cattività Babilonese in Controfacciata; Martiri all’Ingresso; Via Crucis nelle lunette della Navata Centrale; martiri sui pilastri sull’Arco Divisorio, Angeli Oranti e Citazione della Controfacciata sull’Arco Divisorio; Profeti Ezechiele e Daniele sulle lunette del Presbiterio; Angelo che Salva San Pietro/Martirio di San Giovanni nel Presbiterio; Crocifissione nell’Abside; Eucarestia per i prigionieri nella Cupola. 24 25 Scià che ‘n va! Partiamo da loc.Valle, adiacente, al corso dell’Adda, antico punto focale della mulattiera che, da Sondrio, portava a Morbegno: lo testimonia l’edificio della ex chiesa sconsacrata. ITINERARIO A: BOSCO NONO TIPOLOGIA sentiero DURATA 3,15 ore ca. QUOTA MAX 1382 m LUNGHEZZA 10 km DIFFICOLTÀ 26 1,5/3 Il percorso ci fa addentrare in una pecceta montana di rara bellezza. In zona, questa conifera sempreverde, è chiamata pésc, ed è un albero longevo, che sopravvive al clima delle alte altitudini. Il Bosco Nono è un chiaro esempio di vegetazione subalpina. I boschi tipici di questa fascia di vegetazione hanno come limite superiore il limite della vegetazione arborea.Il bosco ha l’aspetto tipico della taiga, con il sottobosco costituito da specie erbacee che ne completano la fisionomia, come l’erica e il rododendro, ma anche fragoline di bosco e lamponi. Iniziamo il nostro cammino nell’ombroso bosco da loc.Pendulo, zona di fienili e rustici disabitati, per finire alla conca erbosa di Baita Arale, con attiguo Rifugio ITINERARIO B: VALLE DEL PRESIO TIPOLOGIA sentiero DURATA 7 ore ca. QUOTA MAX 1220 m LUNGHEZZA 11 km La salita verso gli alpeggi dal fondovalle avviene per fasi , corrispondenti a zone di pascolo, ciascuna delle quali dotata delle relative baite e stalle , collocate a diverse altitudini.Perciò, il nostro cammino tra prati, boschi e rocce, costituisce una mulattiera, ossia una strada rurale utile alla circolazione di animali. DIFFICOLTÀ 2/3 La strada si addentra nella selvaggia parte terminale del vallone di Presio, nel quale confluiscono gli aspri valgelli che caratterizzano questo tratto del versante orobico. Il percorso ci permette di attraversare la valle del torrente dal quale nasceil territorio di Colorina. Una volta superata la zona attrezzata di loc. Cornello alto e le baite ora utilizzate dai cacciatori in loc. Prigiolo, raggiungiamo la Casera di Presio,tipico ricovero alpino incustodito che può essere utilizzato come punto d’appoggio per escursioni. Da qui si vede il roccioso Pizzo Presio, punto di massima elevazione del Comune di Colorina e dalla quale si gode di un panorama mozzafiato. 27 Gaggine 28 Che cosa vuol dire? Gaggine / ġağìne / (longob.) Dalla voce “gahagi”, bosco privato, specialmente costituito da piante Robinie pseudoacacie. Selva /sélva / (lat.) Dalla voce “silva”, bosco. Bruciate / bručiàte / (loc.) Il nome è descrittivo dell’attivita delle carbonaie con la quale si produceva il combustibile per le officine della Valle che lavoravano il metallo, la più vicina quella di Fusine. 29 LI GASCINI Un po’ di Storia… In questa zona abitava il volgo, la popolazione meno istruita con una vita scandita dai ritmi stancanti e pazienti dell’agricoltura. Un’attività che, tra l’altro, non dava che da vivere, piegata dai mesi invernali “al buio”, dai campi in posizioni impervie, dalle brine e dalle gelate autunnali e dall’umidità che cessava solo d’estate, quando spirava il Föhn. In questa agricoltura di sussistenza, era previsto anche lo sfruttamento delle specie arboree quali il Castagno, il Noce, l’Amareno, il Noce per i frutti, ma anche il Salice per intrecciare le gerle per trasportare il fieno. La vendita e il taglio del legname era un’altra attività basilare della popolazione antica di Colorina. Nel ‘700, infatti, Colorina e Forcola si litigarono un bosco di resinose, detto “ Vendullo delle Ortiche”, che oggi fa da confine tra i due Comuni. Nel 1793 venne stilata una cartina di oltre 2 metri che, però, Colorina non rispettò. Si riaprì la lunga causa (perché Forcola apparteneva al distretto di Morbegno e Colorina, viceversa, a quello di Sondrio) che terminò solo nel 1869 con una divisione equa, ancora oggi in auge. C’è da dire che il campanilismo perdura. Le selve della loc. Gaggine, sono anche famose per essere il presunto teatro dell’omicidio dell’inquisitore Beato Pier Fedele Pagano da Lecco (reliquie parziali a Valle, Santuario “Divin Prigioniero”) commissionato dall’eretico Corrado Venosta. Oggi, la leggenda è stata sfatata, in quanto pare che l’uccisione sia avvenuta a Mazzo di Valtellina, sebbene i Colorinesi conservino il “primato” di aver preso a sassate San Bello (venerato a Maroggia di Berbenno) ed essere stati da lui puniti con la maledizione di non avere mai più vocazioni sacerdotali in paese. Queste sono solo favole, ma è certo che il 14.07.2008 gli abitanti delle Gaggine hanno ripercorso i momenti di tragedia dell’alluvione del luglio 1987, quando una frana si è staccata da una roccia appena sotto Rodolo traportando fango e detriti nel fondovalle causando vari disastri. 30 …la nòssa Storia Il lungo inverno… Proverbiale, è la mancanza di sole -per ben quattro mesi - a Colorina, specie in loc. Selvetta, dove il sole “sta via” da novembre fino a febbraio. Come conclude la maestra Rosa Gusmeroli nel suo memoriale, forse gli avi colorinesi non amavano molto il sole… Un tempo si diceva che “quando le ombre diventano lunge, l’è scià ‘l uéndemi (arriva l’autunno, da “vendemmia”) e questo, siccome c’era poca luce, voleva dire far finire prima la giornata lavorativa. L’Inverno, quindi, era tempo di “riposo”. Per risparmiare la legna, di sera, ci si riuniva nelle stalle umide - tra fieno e animali - a chiacchierare, a spettegolare e a sgranare le pannocchie. Le donne e le ragazze, spesso, cardavano la lana, o preparavano calze e corredi. I bambini giocavano a carte tra di loro, ma conoscevano anche tanti “solitari”. Tanti giochi erano improvvisati con materiali di recupero, perché permettersi una bambola o una macchinina era un lusso riservato ai figli dei benestanti. Alcuni di loro, per via del tepore, si addormentavano direttamente sul “falec” (trame per il letto delle mucche). Mi piace pensare che filastrocche come questa siano nate tra questi ragazzini poveri ma ricchi di fantasia “Trénta quaranta,la pégura la cànta, la cànta sül sentée e la ciàma ‘l pegurée, ‘l pegurée l’è ‘ndacc a Rùma e ‘l ciàma la padrùna, la padrùna l’è giù ‘n stàla che la cüra la cavàla, la cavàla e ‘l cavalìn la ciàma ‘l Giuanìn, al Giuanìn l’è sü par i tècc, tìral giù par i urècc…” 31 SAJACUM “L’arte.. medievale” La dedicazione a S. Giacomo della chiesa dell’XIV sec. (quando l’Adda non era ancora stata spostata nel territorio di Pedemonte) si riconduce al fatto che, in epoca medievale, la pieve di Berbenno aveva dedicato le chiese delle sue contrade con i nomi degli apostoli (cfr. San Pietro, San Simone e Giuda., etc...). L’edificio fu ristrutturato nel 1380 ca., quando Colorina e Fusine si emanciparono dal Comune retico, conservando l’architrave monolitico dell’ingresso destro. Il rimaneggiamento alterò sostanzialmente solo il sistema luministico delle finestre rese più prestanti grazie ad una strombatura. Nel 1589 il vescovo Feliciano Ninguarda la definì una “chiesa campestre”, in effetti è molto simile ad altre chiesette nella zona, per esempio san Gottardo ad Alfaedo. Quindi, essendo la chiesa di tipo rurale, il suo stile è semplicissimo (ed economico) con una pianta ad aula , il tetto a spioventi e un campanile a vela. Gli affreschi rispecchiano il gusto del Gotico Internazionale, elegante, tagliente e dai colori vivaci, e, più che per decorare, servivano per divulgare il contenuto di Fede per chi non sapeva leggere. Adiacente alla parete sud vi era un ossario che oggi sta crollando. La sua facciata era dipinta con affreschi settecenteschi con simboli dei tarocchi sulla morte: il mietitore(morte con falce) e lo scheletro con la tiara (copricapo papale del memente mori: tutti sono accumunati dal destino della Morte). Fuori abbiamo un Cristo Pantocratore, oggi quasi illeggibile; sulla parete sud due Madonne Odighitrie (con bambino benedicente) in maestà dei Santi Francesco, Antonio e Abbondio; l’affresco più a sinistra reca la data 1481 e potrebbe essere Sant’Anna con Maria Bambina. Nel presbiterio abbiamo una Madonna delle grazie dipinta da un pittore dilettante ex voto nel dopoguerra e vari frammenti illeggibili. Il fatto che prevalga un’illustrazione della Madonna, può riferirsi al fatto che San Giacomo è un culto “imposto”, mentre Maria è per eccellenza la Santa dei contadini e dei semplici. 32 33 Scià che ‘n va! Partiamo da loc. Gaggine, sul fondovalle, presso un piccolo nucleo ai margini della strada pedemontana con la piccola chiesetta medievale dedicata a San Giacomo, e raggiungiamo: ITINERARIO A: LA SELVA TIPOLOGIA mulattiera DURATA 40 min ca. QUOTA MAX 600 m LUNGHEZZA 2 km DIFFICOLTÀ 34 1/3 San Bernardo, patrono di Colorina, disse « Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.» Il piano sottostante, sappiamo fu paludoso fino alla bonifica ottocentesca voluta da Napoleone, quindi gli agricoltori erano più propensi ad abitare nelle selve di mezzacosta che, viste dal piano, interrompono la policromia dei boschi. Il maggengo delle Selve è un nucleo abitativo estivo, ma non ha l’aria di essere abbandonato. Tra le case, troviamo santelle e piccole cappelle scavate nella roccia, segno del popolare timore divino che si manifestava nei disastri provocati dal fiume sottostante, che spesso esondava maledicendo tutto il raccolto. Il luogo dà proprio l’idea di essere sicuro e salubre, con i suoi campi ripidi rubati ai boschi indisciplinati fitti di cedui. È una buona meta per gli amanti di mountain-bike. ITINERARIO B: LOC. BRUCIATE TIPOLOGIA sterrata DURATA 4 ore ca. QUOTA MAX 1100 m LUNGHEZZA 5 km DIFFICOLTÀ 2/3 Il nostro passo si spinge fino a quelle zone dove fino al ‘900 gli artisti del fuoco sperimentavano la tecnica alpina della Carbonaia. Questa attività permetteva di ottenere il carbone dalla legna (di faggio o di resinose) e di venderlo in valle per usi vari. La carbonaia è una montagna conica di fasci di legna con vari sfiati per il tiraggio dell’aria. La costiera orobica che pare selvaggia per la sua ripidità, ospita, invece, dei boschi bellissimi e insediamenti tutti da scoprire. È questo il caso del maggengo, un tempo più ampio, della Bruciate. Si arriva qui passando da Rodolo, il paese delle castagne con la sua chiesa dal nucleo originario del XV sec e facendo tappa al maggengo della Corna, con la sua tipica chiesetta contadina, recentemente restaurata. Faticando un po’ sul sentiero in salita, raggiungiamo le Bruciate, un luogo dove fanno da padrone pinete frammentate da piccole pianure con con rovi e felci. 35 Rodolo 36 Che cosa vuol dire? Rodolo /ròdolo/ (germ.) come “Rodano”, per indicare luoghi arroccati vicino a torrenti. Corna /kòrna/ (dialet.) da “coregn”, rupe, per la sua posizione scoscesa. Gallonaccio /ģallonàčo/ (zoolog.) zona di habitat favorevole per il Gallo Cedrone. Azzolo /azzòlo/ (lat.) da “arsus”, bruciato, per la flora arida e rada che costraddistingue la località. 37 SÚ A RÓDUL Un po’ di Storia… Ricordiamo Rodolo soprattutto per l’economia delle castagne. Qui, a mezzacosta, ha sempre dominato il bosco di latifoglie. Sebbene queste piante venissero periodicamente danneggiate dai tipici ruscelli montani, l’uomo ne ha tratto frutta, legna e strame per il foraggio. Le castagne venivano anche vendute per fare la farina. La particolarità è che esse venivano essiccate non al sole, ma in appositi locali, dette Cassìne, tramite il fumo da legna. La gente di Rodolo è anche ricordata negli annali per il suo proverbiale campanilismo (vedi l’imponente torre campanaria della chiesa della B.V. Immacolata) tant’è che nel 1532, una quindicina di anni dopo la nascita del Comune, tentò l’indipendenza fallendo dopo pochi mesi. Tuttavia, sappiamo che Rodolo dette i natali a molti importanti decani, tra cui quel Santino Mainetti che firmò il Lodo per regolare la questione dei forestieri. Nel 1781, quando il Comune stava rischiando la bancarotta, Pietro Mainetti di Rodolo prestò una somma che non si vide mai restituita poiché, senza speranza, vendette il debito. Il borgo non è molto grande, ma vanta un centro storico attorno alla chiesa, due cimiteri di cui uno ottocentesco del tipo “a giardino” e uno costruito su una terrazza panoramica sul Piano, la località sottostante che costituiva una sorta di maggengo utilizzato per il redditizio sfalcio estivo. Completano l’estensione della frazione vari prati con particolari nomi dialettali, tra cui lo Züch e i Ciaa, e la contrada di Callavalle, ossia Case Sopra la Valle. All’inizio del secolo a Rodolo abitavano quasi 200 persone e, fino agli anni Ottanta, c’era anche una Scuola Elementare in contrada Piazza dove si poteva trovare anche un bar-bottega. Oggi, sebbene vi abitino ancora un paio di famiglie, è soprattutto una meta estiva, ma basti ricordare che qui passarono del tempo sia don Giovanni Da Prada (parroco dal 1947 al 1964, ricordato per i suoi scritti di storia locale, ma anche per l’interessamento civile per la Comunità) sia don Pietro Libera, ivi sepolto (professore stimatissimo di filosofia in Seminario, morto tragicamente in un incidente stradale). 38 …la nòssa Storia La castegna l’a g’ha la cua. Chi gl’a troua l’è sua. Un’altra caratteristica del contadino è la sua scaltrezza. Lo sanno bene gli abitanti di Rodolo, che hanno fatto della loro posizione geografica impervia e dei loro unici prodotti “della terra”, una loro caratteristica peculiare. La grande differenza tra i Colorinesi “del Piano” e quelli di Rodolo, sta proprio nel fatto che - sino agli anni Sessanta inoltrati - rimanevano un po’ isolati per via della strada poco comoda (specie d’inverno o durante la stagione delle piogge). Eppure, a questa altitudine, il paesaggio ha qualcosa in più: i folti boschi di latifoglie regalano all’uomo un frutto molto versatile, la castagna. Gli anziani dicevano “ De la Madònna del Rusari, li castagni i è per li stradi”, quindi da Ottobre in poi iniziava la “vendemmia”. A Rodolo, però, sopravvive un’antica tradizione alpina: le castagne vengono essiccate su di una grata in legno in locali appositi in pietra dette “cassini”, tramite il fumo alimentato dagli scarti dei castagni o delle castagne. Al fine del procedimento di affumicatura, dopo circa un mese, vengono battute per eliminare le scorze. Tuttavia, le castagne hanno anche altri utilizzi, come la preparazione delle “ferudi” (lessate in acqua con la buccia) e dei braschée (arrostite sul fuoco con apposite padelle bucherellate sul fondo). Cotte nell’acqua, nel latte o nella minestra, assieme a fagioli, patate e in certi casi con ossa di maiale appena ammazzato per dare più sapore, o trasformate in farina, erano i pasti contadini più ghiotti. 39 LA GIESA “L’arte…campanilista” Il Vescovo Feliciano Ninguarda afferma che nel 1589 la quadra di Rodolo ha una chiesa votata a S. Antonio - risalente al XV sec - Abate e 23 famiglie tutte cattoliche (eravamo in clima calvinista, ricordiamo). Il Ninguarda aggiunge che la pieve di Berbenno ha concesso a Rodolo un cappellano, pagato però dai fedeli di Rodolo, che è negligente nel garantire messe e sacramenti. Solo nel 1886 Rodolo e Colorina diventeranno le uniche due parrocchie presenti nel Comune (alle quali venne affiancata la comparrocchiale in loc. Piani nel 1950), con conseguente ampliamento. Nel 1934, leggiamo nella lapide in controfacciata, la chiesa fu dedicata alla Beata Maria Vergine Immacolata. Spicca, sicuramente, la torre campanaria più alta e staccata dall’edificio, nella sua ala a sud. Verso est, ha un orologio finemente dipinto negli Anni Settanta, ma non subito meccanicizzato. Le campane sono ancora suonate a corda, entro un locale stretto e angusto. La facciata a capanna è semplice e lineare rispetto all’interno, più sofisticato. Le uniche sporgenze sono le lesene di rinforzo con zoccolo e le due nicchie sopra il portale che, forse, un tempo contenevano statue. Il portale in granito è appena corniciato e ha un frontone triangolare. Nell’arco divisorio viene posta l’iscrizione Haec est domus Dei (Questa è la Casa di Dio). Nella navata destra troviamo dapprima una statua di Sant’Agnese, protettrice delle fidanzate, e nella stessa navata incontriamo la statua di San Luigi Gonzaga, protettore dei giovinetti in età di catechismo. Ultima statua, quella di Sant’Antonio da Padova (e non Abate) con Gesù Bambino che è il protettore del Matrimonio. L’ex patrono Sant’Antonio Abate viene ancora festeggiato il 17 gennaio, memore delle origini agricole del borgo. Nella navata sinistra troviamo la staua di S.Giuseppe. Nel presbiterio, sopra l’altare, troviamo la statua del Sacro Cuore di Gesù. È un’immagine molto mistica, nata nel Medioevo. Nel catino dell’abside l’unica opera pittorica. È un affresco raffinato e dal cromatismo ottimo, ma di autore ignoto: Dio Padre viene rappresentato con un’aureola triangolare, tra gli Angeli nei Cieli, con lo Spirito Santo sotto forma di Colomba. 40 41 Scià che ‘n va! Partiamo da Rodolo, tra le sue case e stalle che ci riportano indietro con il tempo, non senza aver buttato uno sguardo alla sua chiesa, di cui il nucleo originario risale al XV sec, dedicata alla B.V. Immacolata e, in tempi più antichi, a Sant’Antonio “del Purscel”, così importante per le comunità agricole, e raggiungiamo: ITINERARIO A: CORNA IN MONTE TIPOLOGIA jeeppabile DURATA 1 ora ca. QUOTA MAX 840 m LUNGHEZZA 2,5 km DIFFICOLTÀ 42 1/3 La chiesetta di Santa Margherita e il suo sagrato inerbito continuano a simboleggiare l’insolita indipendenza di questo borgo-maggengo con i gli affreschi esterni del XVI sec concernenti una Deposizione con Angeli entro una nicchia e una Santa Margherita, protettrice delle Partorienti, con i capelli mossi dal vento, la croce e la palma del martirio. L’interno datato 1932 fu dipinto dal pittore amico di don Folci, Nicola Arduino che ci ha lasciato una Madonna Immacolata, una Santa Margherita, un Battesimo di Cristo e un simpatico trompe l’oeil. Siamo nei primi boschi del fianco Orobico tra castagni, civette e deliziose e profumate fragoline di bosco su di un poggio che sovrasta loc. Valle di Colorina. Oltre la chiesetta, sul finire del borgo, scorgiamo il Gisol di don Pietro Libera, dipinto da Livio Benetti: una Madonna in Trono con alle spalle la Corna, paese d’origine del prete. ITINERARIO B: GALLONACCIO TIPOLOGIA mulattiera DURATA 2 ore ca. QUOTA MAX 1459 m LUNGHEZZA 4 km DIFFICOLTÀ 2/3 Il Gallo Cedrone, simbolo del Parco delle Orobie Valtellinesi, sensibile al disturbo, predilige boschi come questo, in quota ma non molto, radi, con alberi grossi, specie conifere, ricchi di sottobosco. È un animale con un dimorfismo sessuale molto accentuato: la femmina è più piccola e il maschio ha un piumaggio mimetico. Altre specie volatili della zona sono il picchio nero e la cinciallegra. Saliamo dalla Corna, percorrendo gli ultimi prati e attraversando una pineta. Arriviamo, dapprima ad Azzolo, una conca pacifica nascosta tra i boschi. A 1000 metri possiamo concederci una sosta al Rifugio o continuare fino alle ultime baite che ci conducono ad un sentiero che sale al Gallonaccio, zona rinomata per i funghi, ma anche per le specie animali e vegetali. Non dimentichiamoci di dedicare del tempo al panorama sull’Adda e sulle Retiche dal Crap de La Guardia. 43 Piani 44 Che cosa vuol dire? Piano della Selvetta /piàno délla selvètta/ (lat.) Zona pianeggiante sotto una piccola selva, probabilmente riferito a quella sopraa loc. Gaggine. Adda /àdda/ (celt.) Da “ada”, ossia acqua corrente, oppure ( lat.)“abdua” fiume nascosto, per gli invasi Buscha Spessa /bùska spèssa/ (dial.) Antico nome della località designante la sua fertilità, ossia “bosco rigoglioso”. Sentiero Valtellina /sentiéro valtellìna/ (turis.) Una strada tracciata campestre che, costeggiando il corso del fiume Adda da Castello dell’Acqua fino a Piantedo, attraversta tutta la “Valle di Teglio”. 45 ‘NDEI CIAA’ Un po’ di Storia… Colorina nasce in anni difficili: ci si preparava al dominio grigione, quell’inverno l’Adda era talmente ghiacciata da poter sopportare il peso di 25 carri di buoi e la peste aveva ucciso 3000 persone da Ardenno a Fusine. I Colorinesi, per lo più, vivevano di un’agricoltura di sussistenza praticata in una zona non solo ripida e scoscesa, ma anche caratterizzata dagli inverni freddi e umidi e dalle esondazioni fluviali durante le mezze stagioni. Nel 1532 (sebbene le trattative erano iniziate assieme a Fusine, quando si era un Comune unico) si acquista da Buglio per ben 250 lire imperiali una terra denominata allora Buscha Spessa. Questa distesa pianeggiante si estendeva da loc. Gaggine fino a loc. Villapinta ed era costituita da una serie di isolette formate dalle varie esondazioni dell’acqua, ricche di limo fertile. All’inizio, era una palude che, con il tempo, s’imboschì e diventò un prato. Nell’Ottocento, Napoleone la bonificò (sebbene non visto di buon occhio, poiché stava dando meno potere alla proprietà privata). Questa terra, così, era molto importante per un popolo che lavorava sodo la terra nei mesi caldi e, d’autunno, dopo la prima brinata, si concedeva un pò di tregua dedicandosi a lavori in stalla, al taglio della legna in scàrott, o a ciàcolare davanti a dei braschée mentre si sfoiava il turc. Non a caso ci furono delle liti per l’utilizzo con Tartano nel 1608, che però, dopo essere stata tassata, pagò puntualmente; con Forcola, per circa un secolo; con Buglio in Monte che rubò di soppiatto dei capi di bestiame. L’ultima udienza davanti al giudice stabilì l’odierna divisione del Piano: per non voler mediare, Buglio ebbe 1/3 , Colorina un 1/3 e, della restante parte, 2/3 a Buglio e 1/3 a Colorina. In questa zona, l’Adda fu spostata molte volte. Un tempo correva nella costa sotto Rodolo, poi fu spostata a loc. Villapinta e, in seguito, in sede odierna. Un detto popolare dice che l’Adda primo o poi ritorna nel suo corso antico. Un chiaro segno, durante l’alluvione del 1987 quando la gente diventò schiava di fango e acqua. I segni sono evidenti anche oggi sul territorio: per anni non crebbero che quei salici che caratterizzano il paesaggio. 46 …la nòssa Storia Contadina che torna con lo spiovente carico di fieno Così descriveva il poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi la fatica paziente degli agricoltori paragonandola alla ciclicità della vita umana tra lo sfalciare l’erba e il rimuovere sassi. Dei Valtellinesi, si disse che non erano gente che amava musica o canzoni smielate, poiché erano persone molto dedite al lavoro e con tanto senso del dovere. Eppure, specie per far divertire i bambini, il mese di marzo si andava “a chiamar l’erba” per i prati con “li brunzi”, ossia i campanacci delle vacche che, a volte, erano anche rubati di nascosto ai genitori, poiché erano molto preziosi. L’usanza, un rito propizio al buon risveglio delle Natura in primavera, fu in voga fino agli anni ’50 e i bambini, così come durante l’importazione moderna della notte di Halloween, passavano pure di casa in casa dicendo “marsìn marset”: per il fatto che annunciavano il mese di Marzo si guadagnavano mentine, frutta secca o qualche pezzettino di formaggio o qualche monetina. “Marsìi, marsèet, dém vergót gió intùl sachèt; sel fè càar i vos fiöi, fék dul bée ai marsaröi”. Purtroppo, l’agricoltura colorinese è stata segnata duramente anche dalle esondazioni del fiume Adda che si sono susseguite nei secoli. Un vecchio detto valtellinese dice che “L’ acqua l’è ‘na bùna sérua quàndu s’gà riua a dumàla (l’acqua è una buona serva quando la si può domare)” ed è proprio questo che è successo nel vicinissimo 17 luglio 1987. Ecco cosa si poteva leggere sulla testata del giornale sondriese Centro Valle : “La Selvetta è ridotta a un vero e proprio acquitrino. Un tempo era palude, poi fu bonificata e il terreno produce grandi e ottimi quantitativi di foraggio incoraggiando l’allevamento bovino, che ha subìto gravi perdite, sebbene molto bestiame si trovasse negli alpeggi come da tradizione. È nato così il problema legato alla vigilanza sanitaria: centinaia erano le carogne di animali che giacevano sul fondovalle in tutto il territorio provinciale, si temeva pertanto un’epidemia e altre preoccupazioni sono nate dalla fuga di un paio di serpenti da un circo campeggiato ad Ardenno. Molte carcasse sono state recuperate, dei serpenti invece non si sa ancora niente”. Testimoni di questa luttuosa circostanza, i salici che caratterizzano il paesaggio della Piana. 47 LA GIESA “L’arte... del dopoguerra” Nel 1950 si inizia a costruire una chiesa co-parrocchiale alla B. V. Immacolata di Rodolo, ex voto suscepto, ossia a seguito di una grazia ricevuta: era appena finita la Guerra. Il 29 Giugno alle 17 venne posata la prima pietra davanti alla popolazione ma anche al ministro Ezio Vanoni e al parroco don Giovanni da Prada, al quale si devono molte opere civili a Rodolo e a selvetta e soprattutto anche l’istruzione dei giovani del popolo. Le altre pietre furono portate “a mano” tramite barelle a piedi dalla cava di Ardenno. Lo stile è semplice e razionale. Sopra al portale una nicchia con una statua monocroma di San Giovanni Bosco. Le aperture sono costituite da vetrate con simboli evangelici. La sua particolarità è quella di essere spartana, senza apparati pittorici e con poche statue. Dopo essere passati dal vano d’accesso detto bussola. Una scala a chiocciola porta alla cantoria. Le nicchie in prossimità del presbiterio, ai due lati dell’arco divisorio, contengono due statue dei maestri della Val Gardena: sono una Madonna Ausiliatrice con il bambinp e San Giovanni Bosco con fanciullo. Dietro l’altare troviamo un trittico con in mezzo la Crocifissione e ai lati la Madonna, La Veronica e la Maddalena (nello sfondo un paesaggio tempestoso che può ricordare anche i cieli di Colorina). L’autore è il prof. Renzo Sala di Menaggio, morto in un incidente stradale nel 1973. Sull’arco divisorio due bellissimi angeli (forse, fede e speranza) con al di sopra lo spirito santo e un ostensorio. Portano un messaggio: gloria in excelsis deo. Sull’arco anche domus mea, domus orationis est DOM (deo optimo maximo) MCMLII (1952, anno di consacrazione). Viene citato il vangelo di Luca in entrambe le iscrizioni. La chiesa è dedicata alla Madonna Ausiliatrice, che aiuta, epiteto mariano largamente diffuso dal compatrono don Giovanni Bosco. Egli aiutò i giovani non abbienti a studiare tramite la Società Salesiana e, presto, estese l’opera anche alle giovinette, le cosiddette Figlie di Maria Ausiliatrice. 48 49 Scià che ‘n va! Partiamo da loc. Piani, sul fondovalle, un tempo zona contesa dai Comuni limitrofi e oggi la più vicina alla Strada Statale 38 “Dello Stelvio” e raggiungiamo: ITINERARIO A: Sentiero Valtellina TIPOLOGIA asfaltata DURATA 1 ora ca. QUOTA MAX 265 m LUNGHEZZA 6 km DIFFICOLTÀ 50 1/3 Venerdì 17 luglio 1987, scese dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda verso l’arco alpino, sul quale si trovava una massa di aria molto calda ed umidae e, dopo un periodo di forti piogge, che interessarono tanto il fondovalle come i ghiacciai più alti, il fiume Adda ruppe l’argine settentrionale poco a ovest di San Pietro di Berbenno, allagandolo e coinvolgendo anche Ardenno, Fusine, Selvetta e Cedrasco. In questo frangente il ministro Remo Gaspari risolse la questione autorizzando, sotto la propria personale responsabilità politica, la tracimazione controllata delle acque del fiume Adda, il 30 agosto 1987. Il ponte di Selvetta ci regala spettacolari paesaggi culminanti con la cima del monte Adamello. L’Adda, sotto di esso, con il suo fluire maestoso ospita una fauna fatta di pesci e uccelli: infatti non è raro imbattersi in nidiate di cigni. Procediamo paralleri alla strada pedemontana orobica, tra campi di granoturco concedendoci un’occhiata all’abitato di Valle sotto la Valle del Presio. Arriviamo fino a loc. Poira, con il ponte ad archi che fa da confine con Fusine. ITINERARIO B: ARGINE DEL FIUME ADDA Se guardiamo al fiume ci accorgiamo che l’onda di riflusso dell’acqua risale la corrente da ovest ad est , poiché l’ Adda è stata sbarrata all’altezza di Ardenno; secondo alcuni, questo ha contribuito a modificare il clima della zona. La presenza della diga ha anche segnato la scomparsa dall’Adda di specie ittiche di cui era ricca, fra le quali l’anguilla. Un tempo, infatti, erano presenti varie peschiere. TIPOLOGIA argine DURATA 1 ora ca. QUOTA MAX 300 m LUNGHEZZA 5 km DIFFICOLTÀ 0/3 Selvetta è un centro abitato che ha una particolare caratteristica: è diviso trasversalmente dalla linea di confine (segnata dal ponte) tra i Comuni di Forcola e di Colorina: la parte occidentale è di Forcola, mentre la parte orientale, è di Colorina. A Forcola troveremo la Chiesa di San Carlo, costruita dopo la bonifica ottocentesca della piana. Da qui si possono raggiungere anche Rodolo o Alfaedo. Proseguiamo sull’argine per circa 2 km, fino a Sirta, e ci ritroviamo sopra un altro ponte: alla nostra sinistra la cupola della Chiesa di san Giuseppe e a destra una Cappelletta e una fontanella. Arriviamo fino all’invaso (diga idroelettrica del 1962) di Ardenno ricordando che, lungo le insenature, un tempo vi erano dei porticcioli (famoso quello di San Gregorio) dai quali si trasportavano carri e buoi. 51 Pàrla cùme te mànget! Espressioni di vita quotidiana Ti te séet ciüch! Te tirét la lengua à struzz - Sei ubriaco! Sbiascichi! Ho maià ‘n oef ‘n cirighì! L’è fine mai! - Ho mangiato un uovo al burro. È anche troppo! Mangia o te ‘l fichi giù cül pedriöl! - Mangia o te lo infilo con l’imbuto (a forza)! ‘Ndarò pò à l’Usteria à bif ‘n cichét! - Andrò poi all’Osteria a bere un bicchierino di grappa. Oh Jesus Maria! - Oddio! Mi so miga naa ‘ndel bumbàs! - Non sono nato nella bambagia (Sono umile e avvezzo)! Per andà dree a fée an dupera ‘l campac’, l’ rastél, la ranza e la fraschèra - Per mietere il fieno usiamo…(termini intraducibili) So andàa là fòo à fa foja. La duperi per fa ‘l faléch - Sono andato laggiù a raccogliere foglie. Le uso per ottenere lo strame. L’è amò vèrt vèrdentu. - È ancora più che acerbo. Déet ‘ndei nòs busch l’è piée de bedùli, nughèri, àlberi, bruegn, nisciulé, pesc’, castà e marunér; déet ‘ndei nòs caap al gh’è tuerch, dumega e daa panìch. I nostri boschi sono pieni di betulle, noci, pioppi, prugni, noccioli, pini, castagni e marroni; nei nostri campi c’è il mais, l’orzo e anche miglio. So sderenà/fracà dal strach! A g’ho de pusà ‘n pit! L’è ‘nsci à restà tut’el dì al rebatuu del suul . Sono stanco morto! Devo riposarmi un po’. È così a rimanere tutto il giorno sotto il sole cocente. Quel igliò l’è cum ’n bar ! - Quello lì è come un caprone (cocciuto)! Te séet propi bèca! Te seeét ‘n caìn! - Sei proprio cattiva/cattivo. L’al disiva ‘l me pà che te seet ‘n lifròch! - Lo diceva mio papà che sei uno scansafatiche! Quél matoch al mugnula numaa - Quel tontolone brontola e basta Di chi che l’è fioela quèla matèla che la laura à spusass? - Di chi è figlia quella ragazza che sta per sposarsi? Stà fermu. Te séet cuma ‘n firunfaru! - Stai fermo. Sei come una trottola! Fa ‘l brau sedenò al vee el bau/babau a ciapàtt! - Fai il bravo se no l’uomo nero viene a prenderti. Te ciapi a crapadùu/slavadec’/manruers! - Ti prendo a sberle! A so drée à badentà i macaa! - Sto curando i bambini L’è gliò bel cavézz! - È lì tutto pulito L’è gliò tut insciurgnéet. L’ha ciapàa ‘n fregiu de l’ostia. Guarda lì quaat margott! - Ha l’influenza. Ha preso un brutto raffreddore. Guarda quanto moccio! Sciòpa, marsciuu! - Muori zozzone! 52 Il noss paes al se ciama Culurina: d’estaa il sul, d’inveren la brina! Ghera na olta, ma tat tep fa, in post piee de coler, dal muut al praa, che dal daua legna e niscioli per i fuglaa, Culurina in so unuri ia ciamaa! In Primauera, al tep de la fiuridura, la se uestis de spusa tuta la natura ; in Autun castegni, niscioli e aria fina, i fa inuidia ai paes che cunfina! Cinq-cent agn l’a ga la nosa Culurina, Cinq-cent agn e la par amò na signurina, tant’ l’è bela per nuu che che ‘n sa nasuu, che tant che mu la ama ai po’ credec niguu. Culurina l’èna mama piena d’amur, quatru fioi l’a ga, ognun un fiur: Pora, Rodul, Selueta e Val… e guai un sul ghes de tucal! E cul sustegn de Sant Bernaa, Ogni diaul al ghe tuca scapaa, Viva viva Culurina… Cioca e baraca fina a dumaa matina! “Per i cinq-cent agn de Culurina” di Paolo Piani 53 Breve Bibliografia AA.VV. Filo Diretto - Colorina(periodico del Comune di Colorina) AA.VV. Relazione illustrativa PGT Colorina (a cura di CPU) Antonioli Gabriele, Scaramellini Guido, Valenti Paolo Cognomi e famiglie della Valtellina e della Valchiavenna (Litostampa Istituto Grafico, 2002) Bianchini Giovanni Bracchi Remo Dizionario etimologico dei dialetti della Val Tartano (Bettini, 2003) Bortolotti Arnaldo, Piatti Luigi Colorina tra storia, cultura, cronaca (Polaris, 2003) Cappelli Adriano Dizionario di abbreviature latine ed italiane (Hoepli, c1990) Credaro Andrea Credaro Vera I taccuini di un frutticultore di fine Ottocento (Banca Popolare di Sondrio ,2012) Da Prada, Giovanni Elzeviri di toppa, ovvero, Briciole di storia della Valtellina (Tipografia Poletti, 1995) Giuliano G. QueirazzaDizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani (UTET, c1990) Guido Combi Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere(Bonazzi, 2011) Mazzinghi Antonio, Paolo Valsecchi Guida ai sentieri tematici di Colorina (Polaris, 2005) Mazzinghi AntonioGuida ai sentieri tematici di Colorina (Polaris, 2005) Ninguarda, Feliciano, “Descriptio ecclesiarum totius Vallistellinae, Burmiensis, vallis Pusclavij quas modernus episcopus F. Felicianus sub finem anni 1589 visitavit in Ninguarda. La Valtellina negli atti della visita pastorale diocesana di F. Feliciano Ninguarda vescovo di Como, annotati e pubblicati dal sac. dott. Santo Monti nel 1892”, Nuova edizione con testo italiano a cura di Lino Varischetti e Nando Cecini, Sondrio, Edizioni della Banca Piccolo Credito Valtellinese Sceffer Oscar Cartografia antica della Rezia : Valtellina, Valchiavenna, Grigioni (Bonazzi, 2006) Scelsi, Giacinto, “Statistica generale della Provincia di Sondrio” (con saggio introduttivo di Guglielmo Scaramellini), 1865 (riproduzione in fac-simile: Sondrio, Tip. Bettini, 1999) Sprecher von Bernegg Fortunat Pallas Raethica”, libro X (sezione su Valtellina e contee di Chiavenna e Bormio, tradotta da Cecilia Giacomelli, in “Bollettino Storico Alta Valtellina” n. 3, anno 2000). Tuana, don Giovanni, “De rebus vallistellinae” (“Fatti di Valtellina”), a cura di Tarcisio Salice, traduzione dal latino di don Abramo Levi, Società Storica Valtellinese, Sondrio, 1998) Varischetti Lino Don Giovanni Folci “prete per i preti”: appunti, ricerche, testimonianze (Bonazzi, 1975) 54 Arrivederci! Municipio Via Roma 0342/492113 Parrocchia di Colorina Via Roma 0342/492101 Parrocchia di Valle Via Tamuscia 0342/590400 Parrocchia di Selvetta Via Piani 0342/664016 55 www.comune.colorina.so.it