LE LEGGENDE, LE STORIE E LE CREDENZE ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DEGLI ANZIANI DI QUARTU S.E. Classe 1ª E Prof.sse Ornella Carta e Reginella Comparetti Anno Scolastico 2007-2008 Noi ragazzi della 1ªE, abbiamo voluto realizzare un lavoro con l’intento di riportare alla luce tutte le storie, leggende, fiabe e altro per poi confrontarle con quelle che studieremo durante l’anno. Ci hanno accompagnato in questo progetto le prof.sse Ornella Carta e Reginella Comparetti. Per mandare avanti questa attività, ogni venerdì pomeriggio ci siamo incontrati a scuola per effettuare le interviste e rielaborarle per le loro relative stesure. Questo lavoro l’abbiamo portato a termine grazie alla disponibilità di alcuni anziani che sono venuti a scuola ed altri che hanno permesso di intervistarli nelle loro abitazioni. A supporto di queste testimonianze orali abbiamo fatto un’ accurata ricerca sui pochi testi raccolti, sia nella biblioteca comunale che da quanto fornito dalle famiglie dei ragazzi. Questo percorso ha contribuito a confermare le nostre considerazioni sul fatto che i contenuti dei miti e delle leggende su Quartu si riferivano a tutto ciò che andava al di là dell’ esperienza di ciascuno e alle realtà materiali conosciute. I contadini attraverso la loro fantasia sono riusciti ad inventare nuove storie che sono state raggruppate in “contus de forredda”, luogo centrale della cucina, oltre a essere punto d’ incontro per tutta la famiglia rappresentava un luogo dove si cucinava e per gli altri risultava un momento di riposo dopo le fatiche quotidiane. In questi momenti sia i nonni che i genitori raccontavano ai propri figli i fatti, le leggende, le curiosità, i racconti fantastici, spaventosi e aneddoti di quella Quartu che con il suo patrimonio culturale solo loro potevano raccontare. Lo scopo di ciò era quello di insegnare regole di comportamento da tramandare di generazione in generazione. Invece sotto il profilo culturale far riflettere sulle tradizioni per non perdere l’ identità del passato. Questo modesto lavoro vuole raccogliere tutto ciò che può considerarsi “ricordo”. Di alcuni racconti proponiamo quelli che la memoria degli anziani ci ha concesso di ascoltare, ancora una volta, accompagnati dalle loro emozioni. Il racconto più temuto dai bambini e talvolta dagli adulti era: Su Carru Gocciu… questo carro sarebbe dovuto essere portatore di allegria, beatitudine, gioia; al contrario incuteva terrore al paese. Un altro racconto che però non è di origini quartese era: Su Mazzamurreddu, uno gnomo rosso molto fortunato che dovunque si recasse lasciava dei tesori nascosti sottoterra…. Fiebeddu o Raffaelino era un operaio del cimitero che decideva dove andava sepolta la salma e quando riesumarla per sistemare i resti nella fossa comune….. La fortuna parla di un re conosciuto da tutta la comunità come compare Crallino che ebbe una grande passione per il denaro….. Il Golfo degli Angeli narra della vita di questi che hanno avuto da sempre un particolare riguardo per ciò che di bello si trovava sulla Terra; infatti la leggenda racconta che appena loro ricevevano il permesso di lasciare il Paradiso, gli angeli si rifugiavano volentieri tra gli uomini per proteggerli, ma anche per soddisfare il loro desiderio del bello… Unu contu de Mrexiani. Contu e gocciu de Carnevali. Il pozzo dei ganci, era un modo per punire le persone che hanno commesso un reato. Prefazione Questa è una ricerca nel passato di antiche storie che venivano narrate ai bambini con lo scopo che questi assumessero dei giusti atteggiamenti. Con le testimonianze orali che siamo riusciti a farci arrivare abbiamo palesemente notato la differenza tra l’ antico e il moderno. Da come ho interpretato io tutto l’ intero lavoro mi è sembrato che il fine sia far capire ai ragazzi l’ importanza della ricerca al di là dei libri di scuola, anche perché i racconti sentiti dal vivo hanno molto più senso di quelli acquisiti dalle pagine che si leggono. Infatti, secondo il mio pensiero, i libri hanno già una propria opinione dettata dallo scrittore, mentre le fiabe che si ascoltano con l’ entusiasmo di chi le racconta, possiedono una verità che si può capire solo ed esclusivamente guardando gli occhi e lo sguardo della persona alla quale si sta facendo ripercorrere tutta l’ infanzia e tutta quell’ emozione che solo quell’ età è capace di regalare. Quindi dico che questo progetto ha una interpretazione particolarmente soggettiva. C’è chi la capisce, e chi al contrario comprende soltanto il fatto che è un semplice ascolto succeduto dalla rielaborazione. A proposito: la rielaborazione è fondamentale, perché oltre allo scrivere i racconti si aggiunge un’ opinione propria che poi andrà a far parte del libricino che abbiamo pensato di scrivere per ricordarci del nostro lavoro di prima media. Tutti i racconti fra le varie pagine avranno una successione particolare, a partire dai più sinistri ( su carru gocciu ) e antichi a quelli più simpatici che fanno intendere anche un po’ la stupidità della gente ( su mazzamurreddu ). Molto probabilmente le testimonianze che ci sono giunte sono anche troppo poche, ma ciò che interessa è che tutto coincida e sino ad ora l’ abbiamo constatato. Alessia Vacca Prefazione Ci sono filastrocche, racconti fantastici e detti popolari in questo opuscolo effettuato intervistando persone anziane sulle storie, raccontate loro quando erano piccoli. Proprio perché queste storie gli venivano raccontate in tenera età essi le esprimono come se in un racconto ci sia la terra, la notte, il sole, le stagioni, i misteri, il mito, il desiderio, la speranza, l’augurio, la magia, l’esorcismo…… Sarebbe stato troppo semplice andare su internet e fare copia e incolla, proprio per questo, noi, un gruppo di alunni della classe prima E guidati dalle Professoresse: Reginella Comparetti e Ornella Carta, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo cercato delle persone che hanno sempre abitato a Quartu, disponibili da intervistare. Quartu è la terza città della Sardegna e per questo ha dovuto subire dei grandi cambiamenti. Molte persone di altri paesi o città si sono trasferiti qui e per tanto è difficile trovare dei veri quartesi. Prima, quando Quartu contava meno abitanti, gli anziani sostituivano la biblioteca, il vocabolario, la televisione e il libro di avventure, comico o horror. I racconti degli anziani potevano avere scopi diversi; essi non raccontavano le storie per fermarle nel tempo bensì per tramandare le loro emozioni di un tempo ai nipoti, ai figli e così via, tanto che ora ci sono dei racconti con più di cento anni di vita. Serena Utzeri Alla signora Rosalba quando era piccola le raccontavano le “Storie di paura”. Di solito i genitori o i nonni narravano durante il pomeriggio o dopo pranzo con lo scopo di far comportare bene i bambini. Adesso racconteremo le storie che signora Rosalba ci ha fatto conoscere: Su Carru Gocciu La sera i bambini e gli adulti ingenui dovevano stare attenti ai rumori che si sentivano la notte quando passava su Carru Gocciu. I bambini domandavano ai genitori cosa trasportava questo carro; i genitori rispondevano che trasportava “is animasa malla”di chi era morto e si era comportato male. Però i bambini chiedevano il nome dei morti e i genitori rispondevano con il nome di un defunto e antipatico vicino di casa. Tutti si nascondevano quando sentivano dei rumori,perché questo carro era temuto da grandi e piccini. Questa storia è un misto tra fantasia e realtà, infatti le persone che guidavano questi carri erano i cosiddetti ”ladri di polli” che avevano ideato il carro dopo aver messo in circolazione questa storia in modo che tutte le notti la gente rimanesse chiusa in casa. Su Mazzamurreddu “Su Mazzamurreddu” era uno gnomo tendente al rosso che quando appariva si diceva che nelle vicinanze si nascondeva un tesoro, e questa è la sua storia, raccontataci dalla sig.ra Rosalba. Un ragazzo di quindici anni ogni mattina presto si recava a Cagliari per lavorare. Ad un tratto della strada incominciò ad udire degli stani suoni e per sfuggirli si accostò ad un portone pregando di non incontrarlo. Invece se lo ritrovò di fronte: era un omuncolo che appena superava il metro d’altezza ed indossava un cappottino da soldato che nascondeva piedi e mani. Il suo viso era nascosto da un grosso e nero fazzoletto. Sulla sua spalla destra si era caricato un enorme tronco della lunghezza di almeno quattro metri, e la cosa più strana era che, pur non tenendolo, esso non toccava il suolo. Improvvisamente non lo vidi più e cominciai a pensare che il buio lo avesse inghiottito. Nella casa dove lo gnomo era entrato non ci abitava nessuno, eppure di notte gli capitava spesso di sentire dei rumori di piatti, gente che urlava e che si muoveva e genericamente un gran chiasso. I falsi guaritori C’erano questi falsi guaritori di malattie che in cambio della guarigione chiedevano di fargli la spesa. La signora dopo aver fatto la spesa alla “Guaritrice”, ricevette un pacco anonimo e la guaritrice gli disse che doveva buttarlo nell’acqua del mare e dopo non si doveva girare, e così la malattia si sarebbe sciolta. La signora però non seppe resistere. Quando si girò vide il resto della spesa e capì l’imbroglio. Andrea Soddu e Zanata Alessia I sigg.ri Palmerio Delogu e Ignazia Curreli, nati nel 1935, sono venuti nella nostra scuola e ci hanno raccontato delle storie di quando erano ragazzi. Il sig. ha iniziato raccontando che quando era ragazzo come noi, non andava a scuola ma, aiutava a lavorare in casa perché la famiglia era numerosa. Si svegliava alle quattro del mattino con la mamma per fare il pane (che aveva una lunga lievitazione), puliva il cortile (sa lolla), andava in campagna col padre, e aiutava i genitori a gestire la famiglia perché era il figlio maggiore. Poi ha continuato con le storie di Quartu. Alliccheddu Mrexani Alliccheddu Mrexani era un barbone che viveva in un cimitero. Un giorno decise di fare uno scherzo al guardiano: questi stava contando le fosse vuote e Alliccheddu, che stava riposando in una fossa, disse al guardiano di non contarla perché ci stava riposando lui; il guardiano si spaventò e scappò via, credendo che fosse uno spirito resuscitato. Andò a raccontarlo a tutta la gente che rimase alla larga dal cimitero proprio per paura di vedere gli spiriti. Sa funtana deis aggangius Candu femu picciocheddu intendemu sempri chi a Quartu esistiat sa funtana de is Aggancius. Custa funtana fiat un modu po bociri una persona cundannada a mortu. Custa funtana fiat in prazza de is Argiolos propio in su puntu atundi ai c’est una gruxi fatta in perda de gromitiu. Candu si cundannada una morti si nai gettat aintru de gusta funta pressa de gancius de lerre e cusse paberu cristianu non arribat mai a su lundu eassendi unarrogu de pessa in dognia gonciu. Nanta chi is trerrius de cussa pober anima is intessessi a una chilometru de distanza. Lassura chini liggita fai is proprios meditasionis. Traduzione dal sardo all’italiano Quando ero un ragazzino sentivo sempre dire che a Quartu c’era il pozzo dei ganci; questo pozzo serviva per uccidere i condannati a morte ed era situato in piazza Argiolas proprio dove c’è la croce costruita in pietra. Praticamente quando uno veniva condannato a morte lo si buttava nel pozzo, però non arrivava mai intero sul fondo perché ogni gancio si prendeva un pezzo del corpo. Si diceva che le grida dei condannati si sentivano a chilometri di distanza. Su carru Gocciu (il carro della paura) Si narrava che su carru gocciu fosse il carro in cui, dovessero esserci le anime dei morti cattivi, ma queste erano solo storie per prendere in giro la gente ed erano molti quelli che ci credevano. Erano uomini che andavano in giro vestiti di bianco sul carro facendo finta di essere fantasmi e la gente spaventata si ritirava in casa; lo scopo di queste persone era quello di spaventare i bambini. Serena Utzeri Il 29 Febbraio abbiamo intervistato il sig. Longoni, che ai nostri occhi si è presentato come un uomo molto saggio. A primo impatto ci è parso una persona molto elegante. Vestiva i tipici abiti Sardi in velluto; sotto indossava una camicia bianca pieghettata con uno stretto girocollo. Appena ha incominciato a raccontare le sue esperienze, il suo sguardo ha coinvolto tutti. Da piccolo non amava frequentare la scuola, ma quando divenne ragazzino e non sapeva neanche firmare, prese a seguire la scuola serale e quando raggiunse un’età maggiore diventò bidello, molto amato dai bambini perché quando erano malinconici, a tirare loro su il morale erano o barzellette o canzoncine del sig. Longoni. Data questa vicinanza con i bambini, noi lo sentivamo come un nonno adottivo che era entusiasta di parlare con noi delle sue esperienze. E comincia a raccontare… Quando andavo a scuola ed ero molto cattivo, nei momenti in cui la maestra andava a prendere il caffè, ci lasciava soli in classe; allora noi giocavamo creando molta confusione, e al suo rientro diceva:<< Cos’è questo caos?>> E i primi ad essere puniti eravamo io e mio fratello. Io e la mia famiglia vivevamo in una zona chiamata “Funtani Ortusu”. Quando a scuola venivo punito con mio fratello per il comportamento, ci allontanavano, allora andavamo al convento perché passava nostro padre con i cavalli che portavano la sabbia a Cagliari. Al ritorno dal lavoro gli dicevamo che anche quel giorno la maestra ci aveva mandati via. Dopo diversi anni, ho scritto una canzone perché sono compositore e suonatore di launeddas, infatti ho lavorato per quindici anni alla radio. Arrivato alle medie non volevo più andare a scuola e questo non mi ha permesso di prendere la licenza media. Da grande, sono entrato a lavorare al comune di Cagliari come netturbino, ho fatto pure lo spazzino e ancora prima ho lavorato in fonderia. Ho avuto la fortuna di conoscere un giudice che mi ha offerto un posto come guardia municipale. Io ho risposto : <<La ringrazio sig. giudice ma i miei studi non sono sufficienti, quindi non mi faccia fare la guardia municipale, mi metta in una scuola così se piove o non piove almeno sono al coperto>>. Così mi ha inserito nella scuola a fare il bidello. I ragazzini pregavano che mancasse l’insegnante, così prima di arrivare il supplente mi dicevano: <<Sig. Longoni vada a controllare questa classe! >>. Ed io raccontavo loro storie che facevano ridere e spesso suonavo anche il flauto. Noi incuriositi abbiamo chiesto al Sig. Longoni se avesse mai sentito parlare di “Su carru gocciu”,“ Su mazzamureddu”, “Fiebeddu” e “I falsi guaritori” Lui ha iniziato a raccontare: Su carru gocciu: narra di alcuni ladri che spaventavano le persone per poter entrare nelle case e rubare tutto ciò che trovavano. Io li ho pure visti mentre rubavano in casa della loro comare però hanno fatto una brutta fine. Su carru gocciu era un carro, che trascinava delle catene o delle latte con le ruote, trasportava dei sacchi e uomini coperti da un lenzuolo bianco per spaventare la gente. A quei tempi Quartu era scarsamente illuminata, c’erano solo alcune lampadine, ma troppo distanti l’una dall’altra, così la gente aveva paura. Dopo il suono dell’Ave Maria, le persone andavano a dormire. Anche nelle case non c’era illuminazione, ma solo qualche candela. A volte usavano una specie di lume ad olio per poter cenare e cosi mettersi un po’ davanti al caminetto. Queste storie venivano raccontate quando io ero piccolino: me le raccontava mio nonno dopo cena, dato che abitava a fianco casa mia. Quando si rientrava se non si salutava, ci facevano tornare in dietro in strada dicendo:<<Fuori, asini in casa non ne vogliamo!>> Io ho conosciuto un ladro che aveva una comare, proprietaria di un negozio di generi alimentari. Un bel giorno, questo ladro fece un buco nel soffitto, ed entrò, indisturbato, nel negozio portando via tutto quello che c’era dentro. Tutto ciò che rubò lo nascose dentro un armadio, tanto grande che un uomo poteva anche entrarci dentro per lavarlo. Per strada la gente urlando diceva: <<Hanno rubato in casa del “Tale”…..>>. Il ladro allora andò a casa della comare e le chiese conferma di quanto avesse sentito. <<Sì, sì, mi hanno svuotato il negozio>> dice la comare. <<E da dove sono entrati i ladri?>>. <<Lo vedi, hanno fatto un buco qui nelle tegole!!>>. Imprecando contro i ladri. Da giovane, un bel giorno pulendo i cavalli, spalando il fango e lavorando in campagna con un principale molto tirchio, finivo sempre col lavorare anche la notte. La domenica lavoravo mezza giornata a spazzare il cortile e la strada; il principale mi dava la paghetta solo verso l’una, quando i negozi erano chiusi e non potevo comprare quanto mia madre mi aveva ordinato. Anche mio padre era nella mia stessa situazione. Allora non ci sono più andato: però andavo in campagna a scacciare gli uccelli dai raccolti e a volte a seminare piselli. Nel terreno c’era una casetta fatta di canne ed io prendevo un barattolo per fare rumore. Dovevo essere lì prima che sorgesse il sole, perché gli uccelli divoravano i frutti del raccolto e io dovevo impedirglielo. Questo lavoro l’ho fatto per circa tre anni, quando ero ragazzo. Quando non ero impegnato a mandare via gli uccelli, aiutavo mio padre a pulire la vigna. e lui ogni tanto mi chiamava e mi insegnava come fare. E mi chiedeva: <<Quale lasceresti di tralcio per far crescere l’uva?>> E io: <<Questo?>> e mio padre: <<No! Questo tralcio non da uva, ma solo foglie!>>. Così mi ha insegnato a riconoscere i tralci che potevano dare frutti e come potarli: insomma mi ha insegnato a lavorare la terra da quando ero ragazzino. Però, quando sono diventato più grande non volevo più lavorare in campagna perché si guadagnava poco. Figuratevi che per scacciare gli uccelli mi davano due lire e cinquanta centesimi la settimana. “Su mazzamurreddu” Era colui che saliva sul “carru gocciu”. Ora le chiamano “is animeddas”, ma anticamente era detto mazzamurreddu. Dicevano: <<Stanno riuscendo le anime dei morti!>>. Si dice che tutti abbiamo un’anima, ma chissà se questa rivivrà. IL GIOVANE PERSEGUITATO La gente aveva paura quando sentiva i rumori delle catene e diceva: <<Stanno uscendo le anime cattive!>>. Si diceva che le anime buone non vanno in giro, perché queste venivano accolte in Paradiso, al contrario di quelle che circolavano . Quindi si aveva paura! Anch’io ho avuto paura! Quando ero ragazzino, un giorno rientrai a casa verso l’una di notte, perché mi piaceva divertirmi e andare a cantare, così rientravo tardi. Mio padre si arrabbiava per questo e sgridava me e anche gli altri due miei fratelli, perché eravamo tre maschi e due femmine. Al nostro rientro, ci aspettava anche con un bel bastone. Ma c’era una finestra che dava sulla strada e mia sorella che sembrava un gigante, quando vedeva mio padre che ci aspettava all’ ingresso (su procciu), si affacciava e ci aiutava ad entrare. Poi mi diceva di andare a letto. Intanto mio padre brontolava: <<Furfanti, ancora non sono rientrati!>>. E noi: <<Papà, dovete dormire! Noi siamo a letto da tanto!>>. All’angolo di via Pola, a Quartu, la strada che porta a Sant’Efisio c’è un tabacchino. Una notte rientrando verso l’una, ho visto un cane proprio al centro della strada; non l’avevo mai visto prima nella zona, sembrava un asino! All’epoca le strade erano pavimentate con ciottoli, ne prendo una e tento di scacciarlo! Questo cane enorme non si spostava e non aveva paura di me. Così gli sono passato a fianco, facendo scivolare la pietra piano piano perché il cane non se ne accorgesse ma, ad un certo punto, si è messo ad abbaiare. Sono arrivato di corsa a casa e per la fretta e la paura non trovavo il buco della serratura! Avevo timore perché la gente diceva che le anime cattive assumessero l’aspetto di qualsiasi cosa. Da grande, un giorno mi trovai dal meccanico per aggiustare la mia Guzzi (famosa marca di motociclette d’epoca), quando arrivò un signore che mi chiese di aggiustargli la bicicletta; gli serviva perché il padre era molto malato e lui doveva andare a dar da mangiare al bestiame che aveva a Flumini, in una loro casa. Conoscevo sia il padre che il figlio e con lui più tardi ho fatto il carrettiere. Gli dissi: <<Adesso vado ad ascoltare i cantanti sardi della festa di Sant’Elena, perché mi piacciono molto sin da piccolo>>. All’età di cinque anni ho composto un canto per tutto il vicinato un motivo per ogni persona che conoscevo. Adesso vi racconto una preghiera, che se detta con il cuore vi preserverà dal male. Anche oggi l’ho recitata, ogni mattina. Sembra come se qualcuno mi svegliasse alle sei del mattino proprio perché è ora della preghiera! E la recito, pregando tutti i Santi del mondo: “Il padre nostro”, “ Ave Maria”, “Il Credo”, tutte queste preghiere……ma in più mia suocera me ne insegnò una nuova, anche perché mio suocero era sacrestano, visto che era pure malato. E mia suocera mi diceva “ascolta figlio mio questa preghiera me l’ha insegnata mio nonna, e tu recitandola non avrai mai danno! “ Preghiera Io vado con Dio e con la Vergine Maria e il mantello di Maria mi copra ne morto, ne catturato, ne ferito passando nella porta di San Liberato non sia né morto, né ferito, né catturato. Si ripete tre volte con il segno di croce. Mia moglie mi ha detto un giorno: <<Giovanni perché non fai un forno?>> Per cuocere il pane, per fare “is piricchittus” (dolce tipico sardo). Ed io: << Eh cara moglie, io sono un bidello e forni non ne so costruire!>> E mia moglie: <<Su via, dai che sei ingegnoso!>>. GOCCIUS “il forno”( tradotta) Mi son messo a costruire un forno e ne è venuta fuori una galleria con gran piacere di mia moglie che quasi impazziva. Vado subito a chiedere a qualcuno se ha della legna. Mia moglie si rimbocca subito le maniche ed inizia ad impastare. A chi vuole a fargli il forno venga a casa a chiamarmi! Venga a casa a chiamarmi! Quando stavo costruendo il forno sembrava stessi armando un ponte, l’ho fatto a forma di monte, non è ne quadrato ne tondo, io stesso mi confondo quando mi metto ad osservarlo. A chi vuole a fargli il forno venga a casa a chiamarmi! Venga a casa a chiamarmi! Porta la calce Antonio che il forno è quasi finito entra dentro figlio mio che papà fa la cupola. Per toglier fuori il ragazzino Non sapevo come fare A chi vuole a fargli il forno venga a casa a chiamarmi! Venga a casa a chiamarmi! Vai e compra il forcone che ti faccio l’attizzatoio, non voglio che gli prenda il malocchio chiudi il portone, che son maestro di professione di questo posso vantarmi. A chi vuole a fargli il forno venga a casa a chiamarmi! Venga a casa a chiamarmi! Con il piombo ed il livello sembravo maestro Bertoldo. Non mi è uscito bello bello ma già cuoce “su pizzicorru”(parte del coccoetto,tipico pane sardo). Non lasciatemi in un angolino ma datemi lavoro da fare. A chi vuole a fargli il forno venga a casa a chiamarmi! Venga a casa a chiamarmi! A questo punto il signor. Longoni suona le launeddas. Il signor. Longoni ha composto “is goccius”per Sant’ Efisio, per la comara a cui piaceva il caffè, la canzone de “su calandironi” (uccello). Tornando all’argomento di come venivano guarite le malattie. “is gutturronis” mal di gola, sono sette, da sette passano a sei e così via. Il malocchio: mettono il grano nell’acqua e recitano una preghiera. Questa preghiera non la conosco ma possiedo un libro su cui è stampata, il libro s’intitola: ”CITTA’ DI QUARTU”. Questa intervista è stata esposta dal Signor Longoni in lingua sarda ed è stata tradotta integralmente da Micaela Zaccheddu. Uno dei punti deboli del nostro progetto è stato il disordine nella rielaborazione dei testi,dovuto alla poca organizzazione dei compagni (per esempio, si pensava di aver fatto certi lavori, ma poi non li abbiamo più ritrovati). Un altro punto di debolezza è stato anche un po’ la scarsa disponibilità da parte di alcuni compagni e infine la nostra poca volontà, anche se alcuni si sono impegnati. Uno dei punti di forza è stato la disponibilità degli anziani e la loro pazienza nei nostri confronti. Ci hanno raccontato molte storie e noi dobbiamo dedicare loro questo progetto, perché senza testimonianze non avremmo portato a termine l’attività. Un ringraziamento alle nostre insegnanti Ornella Carta e Reginella Comparetti, che si sono applicate con impegno nella realizzazione del progetto. Un ringraziamento speciale per alcuni alunni e alunne che nonostante le difficoltà dovute agli impegni hanno concluso il progetto. E infine l’ultimo punto di forza, che forse è il più importante, è stato il rapporto d’amicizia che si è creato tra ragazzi e insegnanti. Ed ora le nostre impressioni: noi siamo convinti che i punti deboli, col tempo, potranno diventare punti di forza. Per esempio, dal disordine all’ordine, e così via, speriamo che si realizzino altri punti di forza in futuro. Nel complesso ci sembra un progetto ideato in modo che il contributo di ognuno risulti nel progetto. Il lavoro è stato svolto soprattutto di pomeriggio, nonostante i vari obblighi che non sempre hanno reso possibile l’attività. MARTINA & RICCARDO