Distribuzione gratuita presso le sedi ULSS 18 Rovigo, farmacie, ambulatori dei medici di base, pediatri, comuni e parrocchie. Periodico a carattere divulgativo e sociale esente imposte. Professionisti in corsia Sede Azienda ULSS 18 Rovigo Viale Tre Martiri, 89 - Tel. 0425 393969 Direttore responsabile Annalisa Boschini Iscr. Trib. di Rovigo n° 23 del 1/12/2004 Edizione e distribuzione Azienda Ulss 18 Rovigo © 2009. 10 Numero Anno 8 Novembre 2012 Come crescono le professioni per la salute All’interno Scienze In corsia Infermieristiche con il velo pag. 2 pag. 2 Salute l’universo L’ostetrica in dei saperi bicicletta pag. 3 pag. 3 Vicini al paziente di Adriano Marcolongo Gli obiettivi principali dell’azienda Ulss 18 di Rovigo sono sempre stati la sicurezza e la salute del paziente i quali si concretizzano oggi nell’attento sviluppo di un sistema di valorizzazione del paziente caratterizzato da molteplici attività oltre che dalla disponibilità di una varietà di operatori, non solo medici, sempre vicini al paziente. Il fine è quello di far crescere una cultura della cura e dell’assistenza “su misura” costituita sui bisogni e sulle esigenze del paziente. Ad un livello tecnico di gestione aziendale, tutto ciò significa garantire la qualità del servizio, che nel concreto si articola nell’informazione sui servizi offerti, la tutela dei diritti del paziente e l’ascolto di opinioni e giudizi sulla qualità stessa dell’offerta. Su di un piano pratico l’azienda Ulss 18 di Rovigo si rende sempre promocontinua a pag. 3 “Ben di schiena” pag. 4 L’Assistente Sociale pag. 4 Nel regno delle L’infermiere provette porta a porta pag. 5 pag. 5 Mi prendo cura di te pag. 6 Pazienti Le infermiere Ti guardo dentro: a quattro zampe del nido tecnico di radiologia medica pag. 6 pag. 7 pag. 7 Professioni che si rinnovano di Maria Rosa Boscolo Dirigente Infermieristico Il rinnovamento delle professioni sanitarie sono sicuramente il risultato dell’evoluzione normativa, in primis la Riforma Sanitaria del 1978, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, e, a seguire con il Decreto 502 che dagli anni ’90 ha avviato la riorganizzazione dipartimentale delle strutture dell’ULSS e la riforma formativa universitaria attivata a partire dagli anni 2000. Ma le riforme sanitarie, organizzative e formative non avrebbero potuto decollare se non ci fosse stato l’impegno di tanti operatori sanitari e socio-sanitari, classificati in 22 professioni, che hanno realizzato i contenuti normativi attraverso l’impegno di servizio quotidiano, professionisti come ad esempio infermieri, ostetriche, fisioterapisti, tecnici di radiologia, di laboratorio, dietiste, ......, che apportano un contributo personale ed originale alla evoluzione dei servizi sanitari e che contribuiscono a rendere la sanità veneta tra le migliori a livello nazionale e internazionale. Di sicuro l’impulso al rinnovamento, oltre ad insito in ogni persona, in sanità è derivato dalla consapevolezza diffusa della centralità del cittadino-utente in tutti i percorsi assistenziali, dalla continua ricerca di appropriatezza nei servizi erogati, di miglioramento della sicurezza delle pratiche e delle attività diagnostiche ed assistenziali, utilizzando strumenti di evidenza scientifici che hanno portato al quasi totale supera- mento dell’atteggiamento del “si è sempre fatto così, non serve cambiare”. D’altra parte l’evoluzione professionale avviene comunque perché è la società che cambia, è il cittadino più informato e più consapevole che ci sollecita continui miglioramenti nella pratica di tutti i giorni, è la crescita del personale di supporto, gli OSS, è il percorso del paziente-utente integrato che stimola i professionisti, ognuno con le proprie competenze e specializzazioni, a ridefinire l’organizzazione più coerente in un continuum territorio-ospedale-territorio attraverso percorsi sanitari o socio sanitari, con l’impegno di tentare di superare le inutili sovrastrutture ed avere più energie per le attività rilevanti, per un’assistenza di qualità. Ecco quindi che il presente ed il futuro ci lancia ulteriori sfide sempre più stringenti nel coniugare qualità ed appropriatezza in un sistema di risorse sempre più limitate e per le quali aumenta continuamente il contributo economico richiesto al cittadinoutente. Ecco quindi che al di la delle nuove attività, dei nuovi confini organizzativi o professionali la sfida per i prossimi anni continuerà ad essere la responsabilità partecipata in modo diffuso, di tutto il personale, al processo di miglioramento continuo della qualità assistenziale, il presente ed il futuro ormai mettono sempre più in discussione il “modo di lavorare consolidato” per ricercare, anche con sperimentazioni, le soluzioni organizzative che meglio rispondono all’evoluzione dei bisogni dei singoli e dell’organizzazione sanitaria. Tipici esempi di nuovi percorsi sono rappresentati dall’assistenza per intensità di cura, dalla revisione dei processi e delle attività utilizzando l’imperativo dell’appropriatezza professionale ed organizzativa utilizzando criteri di evidenza scientifica a garanzia della sicurezza dell’utente, dal sperimentare collaborazioni e strette integrazioni con i professionisti medici per migliorare i tempi d’attesa nei pronto soccorso. Comunque il futuro non trova impreparati, già da tempo anche nella nostra ULSS 18 ci sono importanti progetti di miglioramento organizzativo, formativo, ci sono state importanti ristrutturazioni edilizie che ci hanno fornito l’occasione di rivedere percorsi che sembravano immodificabili e di questi cambiamenti ci farebbe piacere un confronto con i cittadini. Di certo l’unico fulcro di continuità con il passato rimane e rimarrà sempre la centralità dell’utente-paziente, la continua di ricerca di miglioramento del servizio erogato e su questa impostazione tutti i professionisti sanitari risponderanno con la competenza e la responsabilità necessaria e da tempo perseguita. Salute Ulss 18 2 Scienze Infermieristiche una professione proiettata nel terzo millennio di Dario Zambello Presidente IPASVI È sicuramente un periodo di forte tensione in tutti i settori: tagli economici nelle varie manovre, tagli alla sanità, blocchi dei contratti ... insomma un quadro che non accresce sicuramente lo stimolo ad investire sul quotidiano. Ma a volte, soprattutto in ambito di politica sanitaria, bisogna saper leggere ciò che ci viene detto, anche da un’altra prospettiva. Le varie indagini di studio continuano a ribadire e sottolineare che nell’immanente presente mancheranno molti medici dal sistema a causa della loro quiescenza. Questo metterà in crisi il sistema assistenziale. D’altro canto si continua ad affermare che ci sono troppi infermieri. Una riflessione viene spontanea. Se andiamo a vedere i dati forniti dall’ OCSE (Organisation for Economic Co-operation and Development) per quanti medici vadano in pensione nei prossimi due tre anni, siamo ancora largamente al di sopra della media europea per numero di medici per mille abitanti. Al contrario il numero di infermieri per mille abitanti è notevolmente al di sotto della media europea. Non è il luogo per commentare come la casta in Italia pensi sempre a preservarsi dietro la parvenza di centralità del paziente, ma invece vorrei fare una riflessione di opportunità. È consolidato: l’infermiere ha acquisito competenze sempre più avanzate nel gestire percorsi clinici assistenziali che “sconfinano” in aree di pertinenza di altre professioni. È dimostrato in letteratura come un rapporto infermiere-paziente (nurse to patient ratio) ottimale ha effetti positivi sulla sicurezza: i pazienti hanno un rischio meno elevato di lesioni da decubito, cadute, infezioni correlate alle pratiche assistenziali, miglioramento dell’autonomia nelle attività di vita quotidiana, migliori risultati prognostici clinici. Gli esiti positivi dell’assistenza diminuiscono la durata della degenza, migliorano la qualità della vita fino a diminuire il rischio di mortalità. Una dotazione organica sufficiente ha inoltre un impatto positivo sugli erogatori di assistenza con una marcata diminuzione dello stress, riduzione dell’assenteismo con satisfation professionale accresciuta che conduce all’incremento della motivazione personale. In questa contesto si sta sempre più parlando di aree di “high care”: aree multispecialistiche ad assistenza infermieristica più intensiva, con posti letto monitorati dove sono assistiti pazienti tendenzialmente nel post chirurgico o pazienti in- ternistici ad alta instabilità, che però non richiedono una rianimazione o una terapia intensiva. Sono pazienti a rischio di aggravamento rapido. Tale modello organizzativo impone una rivoluzione culturale non indifferente, stante l’attuale organizzazione dove è il “posto letto” l’elemento centrale e caratterizzante l’organizzazione ospedaliera. Nella nuova prospettiva, che implica una attribuzione delle risorse professionali e tecnologiche dove effettivamente servono, per la tipologia di bisogno della persona, fondamentale risulta essere l’infermiere l’attore principale che si prende responsabilmente in carico la persona nella sua totale complessità con un ap- proccio olistico. In questo quadro l’opportunità diviene chiara: l’infermiere è chiamato a gestire un ruolo di leadership dell’assistenza, disegnare i percorsi assistenziali in una presa in carico del cittadino e diventare responsabile del suo percorso di cura dall’ingresso in ospedale alla sua dimissione alla continuità delle cure nel territorio. Gli infermieri, per loro formazione ma anche per specificità professionale, costituiscono una rilevante opportunità per il sistema sanitario. In corsia con il velo di Elena Latenza Ha trascorso la maggior parte della sua vita in aiuto alle persone più deboli. Quelle emarginate dalla società, quelle che nessuno vuole avere accanto. Suor Verbena, 89 anni, oggi sta trascorrendo la sua vecchiaia nella casa delle sorelle “in pensione”. Dopo la vocazione sorella Verbena, grazie al suo percorso di studi, è diventata parte integrante della quotidianità dei malati. Sì, perché, il Signore l’ha chiamata a se per stare vicino a chi soffre, e lei ha obbedito ai desideri del Padre. «Per anni – racconta con gli occhi lucidi dall’emozione – mi sono occupata delle persone che soffrono. Ancora quando a noi suore era riservato un ruolo all’interno degli ospedali. Per me, il Padre, ha riservato i malati». Già perché suor Verbena è stata “infermiera” all’interno dell’ex ospedale psichiatrico di Rovigo, località Granzette. difficili quelli. Non come adesso. La medicina ha fatto passi da gi- «Ho vissuto accanto a chi ha perso la “ragione”, a chi non sapeva cosa fosse la realtà, a chi soffriva e non sapeva il perché. Erano anni gante nel tempo. Quando io prestavo il mio servizio all’ex Opp, le cose erano molto diverse, e la sofferenza era tanta». Suor Verbena Foto tratte dal reportage Casa MADRE DOLORES di Enrico Andreotti si alzava tutte le mattine all’alba per pregare con le sue sorelle e poi la sua giornata era interamente dedicata ai malati. «Non ricordo quante persone ho incontrato durante il periodo nel quale lavoravo all’ospedale psichiatrico. Tante donne, tanti uomini, spesso soli, abbandonati. Spesso incapaci di capire cose stesse accadendo attorno a loro stessi». Da diversi anni, ora sorella Verbena, è a riposo, ma la sua voglia di vivere è ancora tanta e il suo amore verso il prossimo sembra infinito. «Sono dovuta venire qui a riposare. Le forze non sono più quelle di un tempo, ma la mia mente è ancora lucida e per quello che posso sono sempre accanto al prossimo. Qui mi occupo delle mie sorelle in caso di qualche lieve malanno. Faccio qualche piccolo lavoretto, mi piace stare all’aria aperta. Ma spesso rivedo i volti di tutte quelle persone e della loro sofferenza». Salute Ulss 18 dalla prima pagina di Adriano Marcolongo trice di progetti dedicati al paziente nella sua interezza ma prima di tutto come persona e, come tale, necessitante di relazioni ed assistenza concreta. Un esempio ne è il progetto “Linda o Licia” avviato nell’anno 2009/ 2010 e tutt’ora in atto, il quale propone ai pazienti di indossare un braccialetto con i propri dati identificativi al fine di facilitare il personale sanitario al riconoscimento ed alla conseguente assistenza più sicura. Altro fondamentale progetto in corso porta il nome di “Un Ospedale senza Dolore” il quale chiede al paziente di esprimere, il più precisamente possibile, l’intensità del dolore provato aiutandosi con una scala analogica visiva fornita dagli operatori al fine di collaborare facilitando così la diagnosi medica ed allo stesso tempo permettendo agli operatori sanitari di combattere il dolore qualunque sia la sua intensità. 3 Salute un universo dei saperi Le variegate esperienze delle professioni sanitarie di Annalisa Boschini Le professioni che ci aiutano a stare bene, a conservare la nostra salute, il nostro benessere, a prevenire l’insorgenza di patologie insegnandoci contemporaneamen- vani e anziani. Tra questi, il ruolo della dietista guadagna ogni giorno in più visibilità e richiamo, vista la crescente attenzione di enti , comu- te ad adottare stili di vita sani, corretti, equilibrati, sono numerosi e quasi tutte presenti nell’organigramma dell’ Azienda Ulss 18 di Rovigo. Un vero esercito di professionisti che si aggiornano costantemente che svolgono la loro preziosa attività nel territorio, in ospedale, nei distretti e nei punti sanità. Quasi tutti operano a stretto contatto con i cittadini, gli utenti, grandi e piccoli, gio- nità e cittadini verso l’adozione di stili di vita sani e corretti. E l’alimentazione è lo stile di vita che sempre più spesso è soggetto ad abitudini errate, tali da mettere a repentaglio la nostra salute. Ecco che la dietista e sua professionalità riescono a indirizzare verso le scelte alimentari più adeguate tutte le fasce di età. “Il mio è un lavoro impegnativo e interes- La collaborazione del paziente rafforza la sua motivazione e la sua soddisfazione riguardo al servizio offerto è il primo fattore terapeutico che va ad influenzare gli esiti stessi del trattamento. Oggi il paziente non è più solo un portatore di bisogni materiali ma un detentore di bisogni relazionali più complessi. Ed è qui che entrano in gioco gli operatori sanitari che svolgono professioni quali l’infermiere, il radiologo, il fisioterapista ecc.., professioni che portano per definizione ad un costante rapporto diretto con il paziente. La valorizzazione di queste professioni della cura è dunque il primo passo verso il miglioramento della qualità percepita dal paziente. Recenti ricerche dimostrano infatti come il paziente non sia interessato tanto alla scienza ed alla notorietà ma piuttosto alla gentilezza e alla disponibilità. SALUTE Ulss18 Periodico Viale Tre Martiri, 89 - 45100 Rovigo Tel. 0425 393 969 Fax 0425 393 616 [email protected] www.azisanrovigo.it Direttore Generale Adriano Marcolongo Direttore responsabile Annalisa Boschini Progetto grafico e stampa Cooperativa Sociale Nike Kai Dike Fiesso Umbertiano (Ro) Fotografia Enrico Andreotti www.enricoandreotti.it Finito di stampare nel mese di Novembre 2012 su Carta Favini Ecocarta 120 gr. riciclata 100% Registrazione Tribunale di Rovigo n°23 del 1/12/2004 sante – spiega Sandra Bassin, una laurea in dietistica e un master universitario di primo livello in nutrizione di comunità ed educazione alimentare – la mia settimana è divisa tra l’attività che svolgo nel centro aziendale dell’Azienda Ulss 18 dedicato ai disturbi alimentari e presso il servizio nutrizione e igiene alimenti dove lavoro con le scuole e faccio dietetica preventiva per bambini. E’ molto interessante e impegnativo, cerco di assumere linguaggi e instaurare un dialogo fattivo, per ottenere i risultati migliori”. “La soddisfazione più grande, nelle giornate lavorative- spiega Giancarlo Negrello, una laurea nuova di zecca in scienze delle professioni sanitarie e del lavoro - è toccare concretamente che con la nostra attività di tecnici della prevenzione riusciamo a migliorare veramente le condizioni di chi opera, delle imprese, facendo formazione, assistenza e vigilanza, impegnandoci a fondo per garantire sicurezza e continuità”. I tecnici della prevenzione negli ambienti di lavoro sono anche ufficiali di polizia giudiziaria, e lavorano a stretto contatto con le Procure. “Inoltre è molto importante il contatto costante con l’amministrazione regionale – spiega Giancarlo Negrello – sono gli uffici regionali che ci danno le dritte per compiere al meglio il nostro dovere”. Dietista Tecnico della prevenzione Educatore professionale L’Ostetrica in bicicletta di Elena Latenza Un evento casalingo. Fino a 50 anni fa, il parto era un avvenimento che veniva vissuto dall’intera famiglia. Cognate e sorelle avevano il compito di assistere al parto, mentre, il marito in sella alla sua bicicletta, quello di andare a chiamare l’allevatrice. Pentole di acqua calda scaldata nel camino, asciugamani e facce amiche attorno. Era così che fino a qualche decennio fa nascevano i bambini. Nessun medico, né prima né dopo il parto, nessun modo per alleviare i dolori, nessuna ecografia. Solo la natura e l’esperienza di chi i bambini li faceva nascere per mestiere. «Ho avuto quattro figli e tutto sono nati nel letto di casa mia – racconta nonna Maria - ». 87 anni, nonna Maria ha avuto il primo figlio che ancora non aveva 20 anni e lo ha avuto nel letto nel quale dormiva tutte le sere, con vicino la sua famiglia e nei scalini fuori casa il marito che attendeva ansioso. Già perché il parto era una cosa per sole donne, gli uomini dovevano aspettare fuori casa e venivano chiamati solo a cose fatte. Il sesso del piccolo era sempre una sorpresa. «La mia prima bambina è nata morta – ricorda Maria – e non abbiamo mai saputo cosa fosse accaduto. Non ho nemmeno potuto guardarla e prenderla in braccio. L’hanno subito portata via. So che da qualche parte nel cimitero c’è la sua tomba». Dopo nove mesi di gravidanza, non assistita, arrivano le doglie: «Appena iniziavano i dolori mio marito partiva con la bicicletta per andare a chiamare l’allevatrice - racconta Maria -. Si chiamava Aurora ed era molto brava e gentile. Vicino a me c’erano le sorelle di mio marito che mi tenevano la mano e aiutavano Aurora. Chi scaldava l’acqua, chi teneva gli asciugamani e chi poi lavava il neonato». Tutto perfettamente organizzato. Il parto avveniva nel modo più naturale. «Non c’erano tutte le cose che ci sono oggi, era molto più rischioso e difficile, ma tutto avveniva nella propria casa con vicino le persone che amavi di più. I bambini venivano fasciati e le donne dopo aver partorito non potevano uscire per diversi giorni. Tutte credenze popolari». Athesis. News - fotografia e... tra Padova e Rovigo - Anno II n.5 - Maggio 2009 Salute Ulss 18 4 “Ben di schiena”: come ti aiuta il fisioterapista di Daniele Cariani PROGETTO DI PROMOZIONE ALLA SALUTE “La schiena va a scuola: prime regole per rispettarla” Progetto svolto in collaborazione con l’Associazione Italiana Fisioterapisti (AIFI) Nella letteratura internazionale degli ultimi decenni si evidenzia quanto si sia decisamente modificato il punto di vista degli “addetti ai lavori” rispetto al mal di schiena nei giovani. Tra i bambini delle elementari, cinque su dieci soffrono di lombalgia (due ampie indagini europee hanno riscontrati che il 60% degli scolari ha sofferto di almeno un episodio di mal di schiena prima dei 15 anni), il doppio rispetto ai loro genitori quando avevano la loro età. Una serie di ricerche hanno inoltre evidenziato come il processo di degenerazione discale, considerato tipico dell’età adulta, trova invece il suo inizio anche nell’infanzia, attraverso un fenomeno di diminuzione di apporto sanguigno al disco intervertebrale. Nella fascia di età tra i sei e dieci anni si correla anche il periodo più importante per lo sviluppo muscolo scheletrico e in cui la schiena dei bambini è più delicata. In questa fase, una vertebra sottoposta a forti pressioni che agiscono su una parte di essa, tende ad assumere la forma di un cuneo, e più vertebre a cuneo possono dare luogo a un dimorfismo, cioè a un’alterazione della forma di una colonna. Un problema da non confondere con la scoliosi, patologia ben più importante, ma che comunque non deve essere ignorato per le possibili ripercussioni che si possono avere in termini di dolore e di lombalgia cronica nell’adulto. Ma quando si possono produrre queste forti pressioni? Abbiamo principalmente due fattori: le posizioni viziate e fisse che si mantengono per molte ore al giorno, come per esempio quando si è seduti al banco di scuola, e gli zaini scolastici quando sono troppo pesanti o malportati. E’ quindi fondamentale osservare le abitudini di vita del proprio figlio, in modo da correggere i fattori che possono rappresentare un rischio. Porre attenzione alla posizione seduta, evitando posizioni incurvate o semi-sdraiate (ben vengano in aiuto le sedie ergonomiche e scrivanie proporzionate all’altezza!). Proporre e promuovere l’attività fisica, anche se è bene fare attenzione a non esagerare. Il nostro corpo è fatto e progettato per muoversi e, nella nostra storia, l’assunzione della posizione seduta serviva solo per un riposo momentaneo, non come adesso che invece viene mantenuta per diverse ore. Infine, massima cura nella scelta e nell’utilizzo dello zaino scolastico. Sicuramente lo zaino non fa venire la scoliosi, come invece si diceva un tempo, però è oramai assodato che è causa di affaticamento e che se inadeguato può accentuare le curve della colonna vertebrale e indurre contratture, spesso anche dolorose, dei muscoli del collo, delle spalle e della schiena. Su queste premesse, è stato ideato l’opuscolo: “La schiena va a scuola: prime regole per rispettarla”, un volumetto a testo e fumetti che, per una corretta informazione sulla schiena dei bimbi, si rivolge ai genitori, agli insegnanti ma anche agli stessi bambini. L’opuscolo si struttura in quattro capitoli: nel primo “la Schiena cresce” troviamo nozioni sulla delicata fase della crescita di cui prima accennavamo. Nel secondo, “La Schiena ha qualche problema”, sono illustrati alcuni dei disagi principali in cui può incorrere il bambino. Il terzo capitolo, “La Schiena è sotto esame”, contiene una serie di nozioni di base che possono aiutare il genitore ad effettuare un prima attenta osservazione della schiena del proprio bambino che permetta di cogliere eventuali deviazioni posturali da segnalare al proprio pediatra. L’ultimo capitolo, “La Schiena risponde”, contiene le risposte ai quesiti principali di insegnanti e genitori: uso dello zainetto, sport consigliato, strategie per assumere posture corrette e gli eventuali segnali da non sottovalutare. Attraverso questo volume, i genitori e gli insegnati potranno quindi avere un insieme di informazioni, sicuramente non esaustive sull’argomento, ma di sicuro aiuto per promuovere stili di vita corretti. Per l’approfondimento dell’argomento, è prevista anche la possibilità di realizzare degli incontri informativi con gli insegnanti (e genitori) degli Istituti scolastici provinciali aderenti ai Progetti di Educazione e Promozione della Salute dell’Azienda ULSS 18 per l’anno Scolastico 2011 – 2012. oppure disagiate, oppure stritolate da periodi difficili, da situazioni avare di ascolto. “Ecco, nel mio impegno professionale ho sempre cercato di non curare solo la situazione, il disagio in sé e per sé. Una caratteristica importante di questo lavoro è quello di saper far emergere le potenzialità, le risorse, l’assunzione di responsabilità di singoli e famiglie, renderli protagonisti di un loro personale progetto di vita”. Il ruolo di Rossana è fatto di delicatezza, flessibilità assoluta negli orari, volate nel territorio, nelle case in cui il dolore diventa pane quotidiano. In tanti anni di luminoso servizio presso l’Azienda Ulss 18 si è occupata di disabilità in area adulta, ora di minori nella divisione di neuropsichiatria. Sempre in prima linea, armata solo del suo sorriso. L’Assistente Sociale: nel mondo dei sentimenti di Rebecca Manservisi Mi stanno a cuore. Sembrano dire questo i bellissimi occhi di Rossana, assistente sociale coordinatrice, 55 anni, una bella famiglia a casa e una vera passione per questo lavoro, scelto nel lontano 1981, dopo aver studiato scienze sociali a Venezia. 32 anni a contatto con le difficoltà di bambini, giovani, famiglie, 32 anni in cui la sua mente e il suo cuore hanno imparato a “lavorare insieme” diventando professionalità globale. Racconta subito come non sia facile stare a diretto contatto con la sofferenza umana, ma come si possa imparare a dosare lucidità e strumenti culturali con la necessaria empatia e partecipazione, in situazioni gravi, spesso al limite. Racconta che in questi anni di pesante crisi economica è ancora più dura. “Di olistico, ricorda Rossana, vi è anche l’approccio quotidiano ai problemi di cui sono portatori i suoi utenti. Ho sempre cercato di creare una rete, un supporto forte, penso alla fine che la capacità più grande per un assistente sociale sia costruire relazione i tra i professionisti che possono risolvere il problema e coloro che sono fuori, le associazioni, gli enti, il contesto in cui la famiglia, la persona che palesano il problema vivono e si muovono”. Un’attività senza orari, a contatto con famiglie multiproblematiche, Salute Ulss 18 Nel regno delle provette tecnico di laboratorio Nel regno delle provette. 36 anni, sposato e con due bimbi, Simone Bedendo, guarda la salute di tutti noi dietro un vetrino, attraverso un microscopio o una provetta. Immagini suggestive a parte, Simone coordina dal tecnicamente e dal punto di vista infermieristico il dipartimento di patologia clinica dell’azienda Ulss 18 di Rovigo, dalla patologia clinica alla medicina trasfusionale. Divisione complessa, dove la precisione si incrocia con la velocità e l’efficacia. “cerchiamo di lavorare come una squadra – spiega Simone – in gruppo, con la condivisione le problematiche si risolvono meglio, e privilegiamo la comunicazione come strumento vincente. Anche la formazione costante è preziosa”. In questi anni Simone Bedendo è stato testimone, con la sua professione, della crescita, in termini di modernità e tecnologia avvenuta nelle divisioni e nelle corsie dell’ospedale di Rovigo. “Questo ha significato crescere professionalmente, adottare nuovi linguaggi tecnologici”. Non da ultimo, il rapporto con i pazienti allo sportello: “Accoglienza e partecipazione non sono un vezzo, ma un vero indicatore di qualità. Essenziali per offrire un vero e proprio servizio attento alle esigenze del cittadino – utente”. Il racconto di Simone è confermato dalla recente notizia che Dipartimento di Anatomia Patologica dell’ULSS 18 di Rovigo, rappresenta oggi in Italia uno dei reparti più avanzati per livello di informatizzazione. Tale risultato è stato raggiunto grazie all’avvio del nuovo modulo informatico Athena che ha notevolmente accelerato il percorso, già intrapreso da un paio di anni, di automatizzazione dei processi di Laboratorio tradizionalmente gestiti manualmente. “Il nuovo programma di gestione dati permette di tracciare con grande precisione ogni movimento di materiale “biologico” all’interno del Laboratorio di Anatomia Patologica - spiega Bedendo - assicurando un totale controllo dei processi e garantendo allo stesso tempo elevati livelli di sicurezza, efficienza e ottimizzazione dei costi. 5 L’infermiere porta a porta di Stefano Romagnoli Primario Continuità Assistenziale Buongiorno signora sono un infermiere dell’ADI e sono venuto a trovare il Sig. Paolo posso entrare ? E’ cosi che gli infermieri dell’assistenza domiciliare iniziano a lavorare al mattino presto in giro con la macchina dell’ulss: una panda wagon. Ed è così che gli infermieri vengono in contatto con i loro pazienti che tutti o quasi tutti i giorni (a seconda del programma assistenziale concordato con il loro medico di famiglia) vanno a trovare a casa. Arrivano al domicilio con tutti i loro attrezzi del mestiere quali cerotti, cateteri, fleboclisi ecc stipati nella loro borsa da viaggio per paura che possa mancare qualchecosa proprio nel momento della loro visita professionale. è solo degli infermieri dell’ADI ma anche di altri professionisti quali medici, assistenti sociali e amministrativi, dietista che all’interno della SOC Assistenza Primaria, integrandosi con il resto dell’Azienda ULSS, creano processi assistenziali e percorsi tra ospedale e territorio. L’ADI è all’interno del Dipartimento di Continuità Assistenziale che si fa garante di tutti i percorsi che dai momenti acuti della malattia attraverso i letti per acuto, la lungodegenza, la riabilitazione, la H-RSA, le strutture residenziali in convenzione, si prefigge di “seguire” i propri malati che sono residenti nell’ULSS 18. Ci sono ben 42 comuni che insistono nell’azienda e i rapporti “di buon vicinato” vengono tenuti dalle Assistenti Sociali della SOC che Infatti è proprio una visita perché c’è sempre il contatto con il malato che li accetta e che li conosce per nome; anche il gatto e il cane di casa si avvicinano per salutarli: gli infermieri dell’ADI sono diventati a tutti gli effetti parte integrante della famiglia del malato. E’ a loro infatti che i parenti confidano i loro dubbi, le loro necessità e le loro paure soprattutto quando la malattia spesso cronica e invalidante condiziona tutta la famiglia. Non è solo un Professionista (con la P maiuscola), ma una persona che ha fatto una scelta di vita. Non è semplice viaggiare per le strade con il ghiaccio, con la neve, con la nebbia, che è sempre tanta che potremmo esportare, e il sollleone, e di casa in casa arrivare con un sorriso spesso... smagliante. Può essere quel sorriso la prima medicina, ma non solo per il paziente, per tutta la sua famiglia! Sono infermieri che dopo un periodo più o meno lungo di corsia IN OSPEDALE scelgono la via dell’assistenza domiciliare e spesso, sempre, non tornano più indietro. Dobbiamo ricordare anche che l’assistenza sanitaria al domicilio non giornalmente ricevono i familiari, ricevono le assistenti sociali dei Comuni, ascoltano i loro problemi e le loro necessità e con loro creano percorsi assistenziali. E’ questa la fase più delicata, la più critica; deve esserci una rapida presa in carico perché il paziente e il suo familiare non devono vivere una situazione di sindrome da abbandono: “ieri abbiamo ricevuto tanto dal ricovero ospedaliero oggi nessuno pensa a noi, nessuno si ricorda che noi, siamo a casa abbandonati”. E’ in questo momento che entra in gioco l’organizzazione dell’ADI, è in questa fase che si dimostra che noi ci siamo e che ci prendiamo cura del paziente e non solo lo curiamo con l’ausilio del medico mg, ma ci prendiamo cura e non lo abbandoniamo. Siamo contenti quando alla fine di un lungo percorso di sofferenza la famiglia ci chiama e ci ringrazia nome per nome di quello che abbiamo fatto, di come abbiamo operato: è questa la più grande soddisfazione per questo lavoro che possiamo dire svolto “in trincea”. Salute Ulss 18 6 Mi prendo cura di te: l’impegno quotidiano dell’operatore tecnico addetto all’assistenza di Tommaso Moretto In tanti anni ho imparato moltissime cose, è un lavoro che consiglio alle persone giovani che hanno voglia di mettersi in gioco». Lorenza Buoso, 43 anni, è un operatore socio sanitario (Oss) in forza all’Ulss 18 di Rovigo. La figura dell’Oss negli anni è diventata sempre più importante per il supporto all’attività degli infermieri. Agli Oss spetta il compito di curare al meglio il rapporto con il paziente, in particolar modo per quanto riguarda l’assistenza dello stesso nei vari reparti. Lorenza è più di vent’anni che svolge questa professione. «Ho cominciato a 21 anni quando ho fatto il primo corso regionale per operatori socio sanitari. Era gratuito e durava 6 mesi. Divisi in 3 sezioni eravamo un centinaio», racconta Lorenza che il primo giorno di tirocinio è «svenuta in sala operatoria dove stavano asportando una mammella». «Mi sono messa in discussione ma ho continuato ed ora sono felice del mio lavoro, mi sento appagata, so che noi Oss siamo figure fondamentali, senza di noi un infermiere non riuscirebbe a fare tutto quello che deve». Ed è e resta l’infermiere infatti il responsabile del paziente. È lui che lo prende in carico ma la figura dell’infermiere si sta evolvendo su competenze sempre più specifiche, le sue funzioni stanno diventando sempre più professionali e di responsabilità. Senza contare che la formazione dell’infermiere è di tipo universitario mentre gli Oss passano attraverso corsi regionali. Ma proprio perché l’infermiere ha un lavoro sempre più specifico e di spessore intellettuale e scientifico non più trascurabile che l’assistenza al paziente necessita di figure meno complesse che possano curare a pieno il rapporto con il malato e con il degente. «Dopo il corso regionale ho cominciato a lavorare nella casa di riposo di Fratta, poi, dal ‘97 sono passata all’ospedale di Trecenta dove ho lavorato in geriatria. Lì mi prendevo cura del paziente, lavandolo, ascoltandolo. C’era il giro dei letti da fare ogni mattina, ognuno ha le sue specifiche esigenze, bisogna conoscerle e rispondergli mettendolo sempre nella condizione di sentirsi ascoltato, accudito». Ed è infatti la capacità di prendersi cura del paziente, di creare un rapporto personale, di rispondere alle sue esigenze il valore aggiunto della professionalità dell’Oss. «Ora lavoro in sala operatoria all’ospedale di Rovigo dove il rapporto con il paziente è minore. Pazienti a quattro zampe: l’infermiere amico di fido di Enrico Tammiso Dirigente Veterinario dell’Azienda Ulss 18 La figura del cino-vigile al canile sanitario Una volta c’era l’accalappia cani. Ora al canile sanitario opera il cino-vigile con competenze anche infermieristiche per poter curare nel migliore dei modi gli animali feriti, randagi e smarriti che devono essere recuperati e portati nella struttura. I quattro cino-vigili che lavorano nel canile di Fenil del Turco coprono tutta la provincia, servendo pure la zona dell’Ulss 19, 24 ore su 24. Una vita al servizio degli animali che spesso vengono recuperati in condizioni precarie, non solo fisiche, ma anche psicologiche. A parlare della sua missione è Stefano Rodella, che da trent’anni opera nel settore, prima in via Baruchello, ora nel nuovo canile di via Argine Zucca, immerso nella campagna a pochi chilometri dal capoluogo. “Questo lavoro si è evoluto – spiega – oggi è un ruolo specializzato. Il nostro compito non è solo quello di recuperare per tutto il Polesine gli animali feriti o che vagabondano senza meta, perchè randagi o semplicemente smarriti, ma anche quello di affiancare il medico veterinario negli interventi in sala operatoria”. I “numeri” dei cino-vigili polesani ben rappresentano la mole di lavoro cui devono far fronte: nel 2010 hanno percorso 70mila chilometri per tutta la provincia, sono stati i protagonisti di 1382 interventi (il recupero degli animali) di cui 290 effettuati in giorni festivi. Oltre a questo hanno anche recuperato 210 carcasse dai liberi professionisti e, durante l’attività a supporto del veterinario, hanno effettuato oltre 1000 sterilizzazioni di gatti, sia maschi che femmine. Inoltre sono anche agenti di polizia giudiziaria che possono agire nel caso di maltrattamenti. “Siamo in servizio, grazie ai turni e alla reperibilità, 24 su 24 – continua Rodella – perchè, ovviamente, gli animali da noi ospitati, principalmente cani, ma anche gatti, hanno bisogno di essere nutriti, puliti e accuditi. Insomma siamo 365 giorni all’anno al fianco di questi sfortunati amici a quattro zampe”. Qui il nostro compito, importante, è preparare le attrezzature sterili nelle posizioni giuste. Se prepariamo tutto bene veniamo gratificati. Si sa che siamo stati noi, nella procedura c’è il nostro nome. Altrimenti è sempre uno stimolo imparare dagli errori», racconta Lorenza che in questa fase della sua carriera si è concentrata su uno degli aspetti della professionalità dell’Oss, la sala operatoria, importante nonostante la funzione principale dell’Oss resti l’assistenza del paziente nei reparti. Salute Ulss 18 7 Le infermiere del nido ... a disposizione dei più piccoli di Giorgio Svaluto Moreolo Primario di Pediatria L’infermiera al nido… come saper cogliere le paure, le emozioni, le malinconie delle nuove mamme senza perdere la pazienza ed il sorriso. Il loro lavoro comincia in sala parto, quando affiancano e collaborano con l’ostetrica nell’accogliere il nuovo nato. Professionalità diverse, ma che si integrano, quasi sempre con ottimi risultati, nel luogo della gioia (la nascita, il “venire alla luce” del bambino) e del dolore presto dimenticato, quello del parto. Di solito il piccolo non ha bisogno di molto, quando nasce: i suoi strilli sono il segno che è pronto ad entrare nel mondo, e che presto, prestissimo, avrà bisogno di attaccarsi al seno materno. Questo è infatti quello che cercheranno di fare l’infermiera e l’ostetrica già in sala parto, adagiando il bambino sulla pancia della mamma, e avvicinandolo al seno, che lui istintivamente individuerà. Ma dopo alcuni minuti bisognerà lavarlo, pettinarlo (compare sempre una spazzoletta, che sistema i pochi capelli, negli europei, o i tanti, negli asiatici e nei nordafricani) ed eseguire l’iniezione di vitamina K e la profilassi oculare, per evitare le congiuntiviti neonatali. E’ l’occasione per escludere con l’osservazione diretta eventuali “difetti di fabbrica”, e coinvolgere il papà, quando è presente, nel bagnetto, o nel primo abbraccio al tanto atteso erede. Qui cominciano le 72 ore in cui la neo mamma, specialmente se primipara, dovrà mettere da parte tutte le teorie, tutte le cose lette o immaginate, per confrontarsi nella realtà con la vorace piccola creatura, che non sembra voler lasciarle tregua nè di giorno nè di notte. L’infermiera del nido ha il ruolo fondamentale di sostenere “l’attaccamento”, brutta parola che indica la creazione dello speciale rapporto puerpera-neonato che è sì frutto dell’istinto e della naturale relazione madre-figlio, ma che può essere, per così dire, “disturbato” dalle paure, dalla depressione, da problemi fisici sia della mamma che del bambino. Un buon attaccamento è la premessa per una montata lattea precoce e abbondante, e probabilmente per un lunghissimo allattamento al seno; un bambino allattato a lungo al seno avrà meno rischi di allergie, obesità, disturbi metabolici ed ipertensione anche in età adulta. Ecco come l’infermiera del nido fa prevenzione consapevole delle patologie più diffuse nel nord del mondo… L’attenzione e l’empatia nei confronti delle puerpere non fa loro trascurare gli aspetti professionali richiesti nella cura dei neonati sani, che nei primi giorni devono essere valutati nei vari aspetti nutrizionale, respiratorio, cardiovascolare, metabolico. Sono le infermiere che spesso colgono segni più o meno sfumati di “non benessere” e li segnalano al pediatra, che prenderà i provvedimenti del caso. Da ultimo gli screening delle malattie ereditarie, che devono essere eseguiti alla trentaseiesima ora di vita, correttamente registrati ed inviati al Centro Regionale: ancora azioni di prevenzione, che non si disgiunge mai dalla cura (o meglio dalla “care” come dicono gli inglesi), che sono il ruolo e la vocazione di queste speciali infermiere. Ti guardo dentro: tecnico di radiologia medica Quella linea sottile tra la luce e il video Un lavoro di fino. Così direbbero i nostri nonni se potessero vedere come si è trasformata la professione dei tecnici di radiologia medica. Dalle grosse, ingombranti lastre nere a piccoli cd, a sofisticati e leggeri computer, ad attrezzature di moderna generazione che “sanno guardarti dentro”. “Siamo professionista dell’area tecnico-sanitaria e operiamo con una nostra specifica autonomia - a fianco di medici radiologi, radioterapistai, medici nucleari, fisici e nell’ambito d’impiego di radiazioni ionizzanti - spiega Emiliano Bedendo, dipendente di lungo corso dell’Azienda Ulss 18 e Presidente del collegio provinciale tecnici sanitari di radiologia medica -. Per svolgere questa professione è necessaria la laurea triennale, in Tecniche di Radiologia Medica, per Immagini e Radioterapia, presso le facoltà di medicina e chirurgia” Attualmente, in Italia, sono iscritti agli Albi Professionali italiani 21.600 Tecnici Sanitari di Radiologia Medica. “Lavoriamo in qualsiasi ambito che prevede l’utilizzo di sorgenti radiologiche sia artificiali che naturali, di energie termiche, ultrasoniche, di risonanza magnetica nucleare - spiega Arianna de Grandi, responsabile del dipartimento per immagine dell’Azienda Ulss 18 di Rovigo - ai nostri pazienti ci rivolgiamo con pazienza, attenzione, spiegando procedure, tecniche, accorgimenti”. Arianna ed Emiliano raccontano con estremo entusiasmo i passi da gigante che la loro professionalità. “Lavoriamo a fianco di pazienti che necessitano di terapia o persone sane per lo svolgimento, su prescrizione medica, degli esami radiologici standard o di quelli che richiedono l’impiego di apparecchiature più sofisticate, per l’esecuzione delle terapie radianti e in tutte quelle attività legate all’impiego di sorgenti radioattive. La comunicazione, la partecipazione e la vicinanza all’utente sono fondamentali nella nostra attività quotidiana. Salute Ulss 18 8 nikekaidike.net INSIEME A VOI