Distribuzione gratuita presso le sedi
ULSS 18 Rovigo, farmacie, ambulatori dei medici di base,
pediatri, comuni e parrocchie.
Periodico a carattere divulgativo e sociale
esente imposte.
Professionisti
in corsia
Sede Azienda ULSS 18 Rovigo
Viale Tre Martiri, 89 - Tel. 0425 393969
Direttore responsabile Annalisa Boschini
Iscr. Trib. di Rovigo n° 23 del 1/12/2004
Edizione e distribuzione Azienda Ulss 18 Rovigo © 2009.
10
Numero
Anno 8
Novembre 2012
Come crescono le professioni per la salute
All’interno
Scienze
In corsia
Infermieristiche con il velo
pag. 2
pag. 2
Salute l’universo L’ostetrica in
dei saperi
bicicletta
pag. 3
pag. 3
Vicini al
paziente
di Adriano Marcolongo
Gli obiettivi principali dell’azienda
Ulss 18 di Rovigo sono sempre stati
la sicurezza e la salute del paziente
i quali si concretizzano oggi nell’attento sviluppo di un sistema di valorizzazione del paziente caratterizzato
da molteplici attività oltre che dalla
disponibilità di una varietà di operatori, non solo medici, sempre vicini al
paziente. Il fine è quello di far crescere
una cultura della cura e dell’assistenza “su misura” costituita sui bisogni e
sulle esigenze del paziente.
Ad un livello tecnico di gestione aziendale, tutto ciò significa garantire la
qualità del servizio, che nel concreto
si articola nell’informazione sui servizi offerti, la tutela dei diritti del paziente e l’ascolto di opinioni e giudizi
sulla qualità stessa dell’offerta.
Su di un piano pratico l’azienda Ulss
18 di Rovigo si rende sempre promocontinua a pag. 3
“Ben
di schiena”
pag. 4
L’Assistente
Sociale
pag. 4
Nel regno delle L’infermiere
provette
porta a porta
pag. 5
pag. 5
Mi prendo
cura di te
pag. 6
Pazienti
Le infermiere Ti guardo dentro:
a quattro zampe del nido
tecnico di radiologia medica
pag. 6
pag. 7
pag. 7
Professioni che si rinnovano
di Maria Rosa Boscolo Dirigente Infermieristico
Il rinnovamento delle professioni sanitarie
sono sicuramente il risultato dell’evoluzione normativa, in primis la Riforma Sanitaria del 1978, con l’istituzione del Servizio
Sanitario Nazionale, e, a seguire con il Decreto 502 che dagli anni ’90 ha avviato la
riorganizzazione dipartimentale delle strutture dell’ULSS e la riforma formativa universitaria attivata a partire dagli anni 2000.
Ma le riforme sanitarie, organizzative e formative non avrebbero potuto decollare se
non ci fosse stato l’impegno di tanti operatori sanitari e socio-sanitari, classificati
in 22 professioni, che hanno realizzato i
contenuti normativi attraverso l’impegno
di servizio quotidiano, professionisti come
ad esempio infermieri, ostetriche, fisioterapisti, tecnici di radiologia, di laboratorio,
dietiste, ......, che apportano un contributo
personale ed originale alla evoluzione dei
servizi sanitari e che contribuiscono a rendere la sanità veneta tra le migliori a livello
nazionale e internazionale.
Di sicuro l’impulso al rinnovamento, oltre ad insito in ogni persona, in sanità è
derivato dalla consapevolezza diffusa della centralità del cittadino-utente in tutti i
percorsi assistenziali, dalla continua ricerca
di appropriatezza nei servizi erogati, di miglioramento della sicurezza delle pratiche e
delle attività diagnostiche ed assistenziali,
utilizzando strumenti di evidenza scientifici che hanno portato al quasi totale supera-
mento dell’atteggiamento del “si è sempre
fatto così, non serve cambiare”.
D’altra parte l’evoluzione professionale
avviene comunque perché è la società che
cambia, è il cittadino più informato e più
consapevole che ci sollecita continui miglioramenti nella pratica di tutti i giorni,
è la crescita del personale di supporto, gli
OSS, è il percorso del paziente-utente integrato che stimola i professionisti, ognuno con le proprie competenze e specializzazioni, a ridefinire l’organizzazione più
coerente in un continuum territorio-ospedale-territorio attraverso percorsi sanitari
o socio sanitari, con l’impegno di tentare
di superare le inutili sovrastrutture ed avere più energie per le attività rilevanti, per
un’assistenza di qualità.
Ecco quindi che il presente ed il futuro ci
lancia ulteriori sfide sempre più stringenti
nel coniugare qualità ed appropriatezza in
un sistema di risorse sempre più limitate e
per le quali aumenta continuamente il contributo economico richiesto al cittadinoutente.
Ecco quindi che al di la delle nuove attività, dei nuovi confini organizzativi o professionali la sfida per i prossimi anni continuerà ad essere la responsabilità partecipata
in modo diffuso, di tutto il personale, al
processo di miglioramento continuo della
qualità assistenziale, il presente ed il futuro
ormai mettono sempre più in discussione il
“modo di lavorare consolidato” per ricercare, anche con sperimentazioni, le soluzioni
organizzative che meglio rispondono all’evoluzione dei bisogni dei singoli e dell’organizzazione sanitaria.
Tipici esempi di nuovi percorsi sono rappresentati dall’assistenza per intensità di
cura, dalla revisione dei processi e delle
attività utilizzando l’imperativo dell’appropriatezza professionale ed organizzativa
utilizzando criteri di evidenza scientifica
a garanzia della sicurezza dell’utente, dal
sperimentare collaborazioni e strette integrazioni con i professionisti medici per
migliorare i tempi d’attesa nei pronto soccorso.
Comunque il futuro non trova impreparati, già da tempo anche nella nostra ULSS
18 ci sono importanti progetti di miglioramento organizzativo, formativo, ci sono
state importanti ristrutturazioni edilizie
che ci hanno fornito l’occasione di rivedere
percorsi che sembravano immodificabili e
di questi cambiamenti ci farebbe piacere
un confronto con i cittadini.
Di certo l’unico fulcro di continuità con
il passato rimane e rimarrà sempre la centralità dell’utente-paziente, la continua di
ricerca di miglioramento del servizio erogato e su questa impostazione tutti i professionisti sanitari risponderanno con la
competenza e la responsabilità necessaria e
da tempo perseguita.
Salute Ulss 18
2
Scienze Infermieristiche
una professione proiettata
nel terzo millennio
di Dario Zambello
Presidente IPASVI
È sicuramente un periodo di forte tensione
in tutti i settori: tagli economici nelle varie
manovre, tagli alla sanità, blocchi dei contratti ... insomma un quadro che non accresce sicuramente lo stimolo ad investire
sul quotidiano. Ma a volte, soprattutto in
ambito di politica sanitaria, bisogna saper
leggere ciò che ci viene detto, anche da
un’altra prospettiva.
Le varie indagini di studio continuano a
ribadire e sottolineare che nell’immanente
presente mancheranno molti medici dal
sistema a causa della loro quiescenza.
Questo metterà in crisi il sistema assistenziale.
D’altro canto si continua ad affermare che
ci sono troppi infermieri. Una riflessione
viene spontanea. Se andiamo a vedere i
dati forniti dall’ OCSE (Organisation for
Economic Co-operation and Development)
per quanti medici vadano in pensione nei
prossimi due tre anni, siamo ancora largamente al di sopra della media europea
per numero di medici per mille abitanti.
Al contrario il numero di infermieri per
mille abitanti è notevolmente al di sotto
della media europea. Non è il luogo per
commentare come la casta in Italia pensi
sempre a preservarsi dietro la parvenza di
centralità del paziente, ma invece vorrei
fare una riflessione di opportunità.
È consolidato: l’infermiere ha acquisito competenze sempre più avanzate nel
gestire percorsi clinici assistenziali che
“sconfinano” in aree di pertinenza di altre
professioni. È dimostrato in letteratura
come un rapporto infermiere-paziente
(nurse to patient ratio) ottimale ha effetti
positivi sulla sicurezza: i pazienti hanno un
rischio meno elevato di lesioni da decubito, cadute, infezioni correlate alle pratiche
assistenziali, miglioramento dell’autonomia nelle attività di vita quotidiana, migliori risultati prognostici clinici. Gli esiti positivi dell’assistenza diminuiscono la durata
della degenza, migliorano la qualità della
vita fino a diminuire il rischio di mortalità. Una dotazione organica sufficiente ha
inoltre un impatto positivo sugli erogatori
di assistenza con una marcata diminuzione dello stress, riduzione dell’assenteismo
con satisfation professionale accresciuta
che conduce all’incremento della motivazione personale.
In questa contesto si sta sempre più parlando di aree di “high care”: aree multispecialistiche ad assistenza infermieristica più intensiva, con posti letto monitorati
dove sono assistiti pazienti tendenzialmente nel post chirurgico o pazienti in-
ternistici ad alta instabilità, che però non
richiedono una rianimazione o una terapia
intensiva. Sono pazienti a rischio di aggravamento rapido. Tale modello organizzativo impone una rivoluzione culturale
non indifferente, stante l’attuale organizzazione dove è il “posto letto” l’elemento
centrale e caratterizzante l’organizzazione
ospedaliera. Nella nuova prospettiva, che
implica una attribuzione delle risorse professionali e tecnologiche dove effettivamente servono, per la tipologia di bisogno
della persona, fondamentale risulta essere
l’infermiere l’attore principale che si prende responsabilmente in carico la persona
nella sua totale complessità con un ap-
proccio olistico.
In questo quadro l’opportunità diviene
chiara: l’infermiere è chiamato a gestire un ruolo di leadership dell’assistenza,
disegnare i percorsi assistenziali in una
presa in carico del cittadino e diventare responsabile del suo percorso di cura
dall’ingresso in ospedale alla sua dimissione alla continuità delle cure nel territorio.
Gli infermieri, per loro formazione ma
anche per specificità professionale, costituiscono una rilevante opportunità per il
sistema sanitario.
In corsia con il velo
di Elena Latenza
Ha trascorso la maggior parte della sua vita in aiuto alle persone più
deboli.
Quelle emarginate dalla società,
quelle che nessuno vuole avere
accanto. Suor Verbena, 89 anni,
oggi sta trascorrendo la sua vecchiaia nella casa delle sorelle “in
pensione”.
Dopo la vocazione sorella
Verbena, grazie al suo percorso di
studi, è diventata parte integrante
della quotidianità dei malati. Sì,
perché, il Signore l’ha chiamata
a se per stare vicino a chi soffre,
e lei ha obbedito ai desideri del
Padre.
«Per anni – racconta con gli occhi
lucidi dall’emozione – mi sono occupata delle persone che soffrono. Ancora quando a noi suore era
riservato un ruolo all’interno degli
ospedali. Per me, il Padre, ha riservato i malati».
Già perché suor Verbena è stata “infermiera” all’interno dell’ex
ospedale psichiatrico di Rovigo,
località Granzette.
difficili quelli. Non come adesso.
La medicina ha fatto passi da gi-
«Ho vissuto accanto a chi ha perso la “ragione”, a chi non sapeva
cosa fosse la realtà, a chi soffriva
e non sapeva il perché. Erano anni
gante nel tempo. Quando io prestavo il mio servizio all’ex Opp, le
cose erano molto diverse, e la sofferenza era tanta». Suor Verbena
Foto tratte dal reportage Casa MADRE DOLORES di Enrico Andreotti
si alzava tutte le mattine all’alba
per pregare con le sue sorelle e
poi la sua giornata era interamente dedicata ai malati. «Non ricordo
quante persone ho incontrato durante il periodo nel quale lavoravo all’ospedale psichiatrico. Tante
donne, tanti uomini, spesso soli,
abbandonati. Spesso incapaci di
capire cose stesse accadendo
attorno a loro stessi». Da diversi
anni, ora sorella Verbena, è a riposo, ma la sua voglia di vivere è
ancora tanta e il suo amore verso
il prossimo sembra infinito. «Sono
dovuta venire qui a riposare. Le
forze non sono più quelle di un
tempo, ma la mia mente è ancora lucida e per quello che posso
sono sempre accanto al prossimo.
Qui mi occupo delle mie sorelle in
caso di qualche lieve malanno.
Faccio qualche piccolo lavoretto,
mi piace stare all’aria aperta. Ma
spesso rivedo i volti di tutte quelle
persone e della loro sofferenza».
Salute Ulss 18
dalla prima pagina
di Adriano Marcolongo
trice di progetti dedicati al paziente
nella sua interezza ma prima di tutto
come persona e, come tale, necessitante di relazioni ed assistenza concreta.
Un esempio ne è il progetto “Linda o
Licia” avviato nell’anno 2009/ 2010
e tutt’ora in atto, il quale propone ai
pazienti di indossare un braccialetto
con i propri dati identificativi al fine
di facilitare il personale sanitario al
riconoscimento ed alla conseguente assistenza più sicura. Altro fondamentale progetto in corso porta il
nome di “Un Ospedale senza Dolore”
il quale chiede al paziente di esprimere, il più precisamente possibile, l’intensità del dolore provato aiutandosi
con una scala analogica visiva fornita
dagli operatori al fine di collaborare
facilitando così la diagnosi medica
ed allo stesso tempo permettendo agli
operatori sanitari di combattere il dolore qualunque sia la sua intensità.
3
Salute un universo dei saperi
Le variegate esperienze delle professioni sanitarie
di Annalisa Boschini
Le professioni che ci aiutano a stare bene,
a conservare la nostra salute, il nostro benessere, a prevenire l’insorgenza di patologie insegnandoci contemporaneamen-
vani e anziani.
Tra questi, il ruolo della dietista guadagna
ogni giorno in più visibilità e richiamo, vista la crescente attenzione di enti , comu-
te ad adottare stili di vita sani, corretti,
equilibrati, sono numerosi e quasi tutte
presenti nell’organigramma dell’ Azienda
Ulss 18 di Rovigo.
Un vero esercito di professionisti che si
aggiornano costantemente che svolgono
la loro preziosa attività nel territorio, in
ospedale, nei distretti e nei punti sanità.
Quasi tutti operano a stretto contatto con
i cittadini, gli utenti, grandi e piccoli, gio-
nità e cittadini verso l’adozione di stili di
vita sani e corretti.
E l’alimentazione è lo stile di vita che
sempre più spesso è soggetto ad abitudini errate, tali da mettere a repentaglio la
nostra salute. Ecco che la dietista e sua
professionalità riescono a indirizzare verso le scelte alimentari più adeguate tutte
le fasce di età.
“Il mio è un lavoro impegnativo e interes-
La collaborazione del paziente rafforza la sua motivazione e la sua soddisfazione riguardo al servizio offerto è
il primo fattore terapeutico che va ad
influenzare gli esiti stessi del trattamento.
Oggi il paziente non è più solo un
portatore di bisogni materiali ma un
detentore di bisogni relazionali più
complessi.
Ed è qui che entrano in gioco gli operatori sanitari che svolgono professioni quali l’infermiere, il radiologo,
il fisioterapista ecc.., professioni che
portano per definizione ad un costante rapporto diretto con il paziente. La
valorizzazione di queste professioni
della cura è dunque il primo passo
verso il miglioramento della qualità
percepita dal paziente. Recenti ricerche dimostrano infatti come il paziente non sia interessato tanto alla scienza ed alla notorietà ma piuttosto alla
gentilezza e alla disponibilità.
SALUTE Ulss18 Periodico
Viale Tre Martiri, 89 - 45100 Rovigo
Tel. 0425 393 969
Fax 0425 393 616
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Direttore Generale
Adriano Marcolongo
Direttore responsabile
Annalisa Boschini
Progetto grafico e stampa
Cooperativa Sociale Nike Kai Dike
Fiesso Umbertiano (Ro)
Fotografia
Enrico Andreotti
www.enricoandreotti.it
Finito di stampare
nel mese di Novembre 2012
su Carta Favini Ecocarta 120 gr. riciclata 100%
Registrazione
Tribunale di Rovigo
n°23 del 1/12/2004
sante – spiega Sandra Bassin, una laurea
in dietistica e un master universitario di
primo livello in nutrizione di comunità ed
educazione alimentare – la mia settimana
è divisa tra l’attività che svolgo nel centro
aziendale dell’Azienda Ulss 18 dedicato
ai disturbi alimentari e presso il servizio
nutrizione e igiene alimenti dove lavoro
con le scuole e faccio dietetica preventiva
per bambini. E’ molto interessante e impegnativo, cerco di assumere linguaggi e
instaurare un dialogo fattivo, per ottenere
i risultati migliori”.
“La soddisfazione più grande, nelle giornate lavorative- spiega Giancarlo Negrello,
una laurea nuova di zecca in scienze delle professioni sanitarie e del lavoro - è
toccare concretamente che con la nostra
attività di tecnici della prevenzione riusciamo a migliorare veramente le condizioni di chi opera, delle imprese, facendo
formazione, assistenza e vigilanza, impegnandoci a fondo per garantire sicurezza
e continuità”.
I tecnici della prevenzione negli ambienti di lavoro sono anche ufficiali di polizia
giudiziaria, e lavorano a stretto contatto
con le Procure. “Inoltre è molto importante il contatto costante con l’amministrazione regionale – spiega Giancarlo
Negrello – sono gli uffici regionali che ci
danno le dritte per compiere al meglio il
nostro dovere”.
Dietista
Tecnico della prevenzione
Educatore professionale
L’Ostetrica in bicicletta
di Elena Latenza
Un evento casalingo. Fino a 50 anni fa, il
parto era un avvenimento che veniva vissuto dall’intera famiglia. Cognate e sorelle
avevano il compito di assistere al parto,
mentre, il marito in sella alla sua bicicletta,
quello di andare a chiamare l’allevatrice.
Pentole di acqua calda scaldata nel camino, asciugamani e facce amiche attorno.
Era così che fino a qualche decennio fa
nascevano i bambini. Nessun medico, né
prima né dopo il parto, nessun modo per
alleviare i dolori, nessuna ecografia. Solo
la natura e l’esperienza di chi i bambini li
faceva nascere per mestiere. «Ho avuto
quattro figli e tutto sono nati nel letto di
casa mia – racconta nonna Maria - ». 87
anni, nonna Maria ha avuto il primo figlio
che ancora non aveva 20 anni e lo ha avuto nel letto nel quale dormiva tutte le sere,
con vicino la sua famiglia e nei scalini
fuori casa il marito che attendeva ansioso. Già perché il parto era una cosa per
sole donne, gli uomini dovevano aspettare
fuori casa e venivano chiamati solo a cose
fatte. Il sesso del piccolo era sempre una
sorpresa. «La mia prima bambina è nata
morta – ricorda Maria – e non abbiamo
mai saputo cosa fosse accaduto. Non ho
nemmeno potuto guardarla e prenderla in braccio. L’hanno subito portata via.
So che da qualche parte nel cimitero c’è
la sua tomba». Dopo nove mesi di gravidanza, non assistita, arrivano le doglie:
«Appena iniziavano i dolori mio marito partiva
con la bicicletta per andare a chiamare l’allevatrice
- racconta Maria -.
Si chiamava Aurora ed
era molto brava e gentile.
Vicino a me c’erano le sorelle di mio marito che mi
tenevano la mano e aiutavano Aurora. Chi scaldava l’acqua, chi teneva
gli asciugamani e chi poi
lavava il neonato». Tutto
perfettamente organizzato. Il parto avveniva nel
modo più naturale. «Non
c’erano tutte le cose che
ci sono oggi, era molto
più rischioso e difficile,
ma tutto avveniva nella
propria casa con vicino
le persone che amavi di
più. I bambini venivano
fasciati e le donne dopo
aver partorito non potevano uscire per diversi
giorni. Tutte credenze popolari».
Athesis. News - fotografia e... tra Padova e Rovigo - Anno II n.5 - Maggio 2009
Salute Ulss 18
4
“Ben di schiena”: come ti aiuta il fisioterapista
di Daniele Cariani
PROGETTO DI PROMOZIONE ALLA
SALUTE
“La schiena va a scuola:
prime regole per rispettarla”
Progetto svolto in collaborazione con
l’Associazione Italiana Fisioterapisti (AIFI)
Nella letteratura internazionale degli
ultimi decenni si evidenzia quanto si sia
decisamente modificato il punto di vista
degli “addetti ai lavori” rispetto al mal di
schiena nei giovani. Tra i bambini delle
elementari, cinque su dieci soffrono di
lombalgia (due ampie indagini europee
hanno riscontrati che il 60% degli scolari
ha sofferto di almeno un episodio di mal
di schiena prima dei 15 anni), il doppio
rispetto ai loro genitori quando avevano
la loro età. Una serie di ricerche hanno
inoltre evidenziato come il processo di
degenerazione discale, considerato tipico
dell’età adulta, trova invece il suo inizio
anche nell’infanzia, attraverso un fenomeno
di diminuzione di apporto sanguigno al
disco intervertebrale. Nella fascia di età tra
i sei e dieci anni si correla anche il periodo
più importante per lo sviluppo muscolo
scheletrico e in cui la schiena dei bambini
è più delicata. In questa fase, una vertebra
sottoposta a forti pressioni che agiscono
su una parte di essa, tende ad assumere la
forma di un cuneo, e più vertebre a cuneo
possono dare luogo a un dimorfismo, cioè a
un’alterazione della forma di una colonna.
Un problema da non confondere con la
scoliosi, patologia ben più importante, ma
che comunque non deve essere ignorato
per le possibili ripercussioni che si possono
avere in termini di dolore e di lombalgia
cronica nell’adulto. Ma quando si possono
produrre queste forti pressioni? Abbiamo
principalmente due fattori: le posizioni
viziate e fisse che si mantengono per molte
ore al giorno, come per esempio quando si è
seduti al banco di scuola, e gli zaini scolastici
quando sono troppo pesanti o malportati.
E’ quindi fondamentale osservare le
abitudini di vita del proprio figlio, in
modo da correggere i fattori che possono
rappresentare un rischio. Porre attenzione
alla posizione seduta, evitando posizioni
incurvate o semi-sdraiate (ben vengano
in aiuto le sedie ergonomiche e scrivanie
proporzionate all’altezza!). Proporre e
promuovere l’attività fisica, anche se è bene
fare attenzione a non esagerare. Il nostro
corpo è fatto e progettato per muoversi
e, nella nostra storia, l’assunzione della
posizione seduta serviva solo per un riposo
momentaneo, non come adesso che invece
viene mantenuta per diverse ore. Infine,
massima cura nella scelta e nell’utilizzo dello
zaino scolastico. Sicuramente lo zaino non
fa venire la scoliosi, come invece si diceva
un tempo, però è oramai assodato che è
causa di affaticamento e che se inadeguato
può accentuare le curve della colonna
vertebrale e indurre contratture, spesso
anche dolorose, dei muscoli del collo, delle
spalle e della schiena. Su queste premesse,
è stato ideato l’opuscolo: “La schiena va
a scuola: prime regole per rispettarla”, un
volumetto a testo e fumetti che, per una
corretta informazione sulla schiena dei
bimbi, si rivolge ai genitori, agli insegnanti
ma anche agli stessi bambini. L’opuscolo
si struttura in quattro capitoli: nel primo
“la Schiena cresce” troviamo nozioni sulla
delicata fase della crescita di cui prima
accennavamo. Nel secondo, “La Schiena ha
qualche problema”, sono illustrati alcuni
dei disagi principali in cui può incorrere il
bambino. Il terzo capitolo, “La Schiena è
sotto esame”, contiene una serie di nozioni
di base che possono aiutare il genitore ad
effettuare un prima attenta osservazione
della schiena del proprio bambino che
permetta di cogliere eventuali deviazioni
posturali da segnalare al proprio pediatra.
L’ultimo capitolo, “La Schiena risponde”,
contiene le risposte ai quesiti principali di
insegnanti e genitori: uso dello zainetto,
sport consigliato, strategie per assumere
posture corrette e gli eventuali segnali
da non sottovalutare. Attraverso questo
volume, i genitori e gli insegnati potranno
quindi avere un insieme di informazioni,
sicuramente non esaustive sull’argomento,
ma di sicuro aiuto per promuovere stili
di vita corretti. Per l’approfondimento
dell’argomento, è prevista anche la
possibilità di realizzare degli incontri
informativi con gli insegnanti (e genitori)
degli Istituti scolastici provinciali aderenti
ai Progetti di Educazione e Promozione
della Salute dell’Azienda ULSS 18 per
l’anno Scolastico 2011 – 2012.
oppure
disagiate,
oppure
stritolate da periodi difficili, da
situazioni avare di ascolto. “Ecco,
nel mio impegno professionale ho
sempre cercato di non curare solo
la situazione, il disagio in sé e per
sé. Una caratteristica importante
di questo lavoro è quello di saper
far emergere le potenzialità,
le risorse, l’assunzione di
responsabilità di
singoli e
famiglie, renderli protagonisti
di un loro personale progetto di
vita”. Il ruolo di Rossana è fatto
di delicatezza, flessibilità assoluta
negli orari, volate nel territorio,
nelle case in cui il dolore diventa
pane quotidiano. In tanti anni di
luminoso servizio presso l’Azienda
Ulss 18 si è occupata di disabilità
in area adulta, ora di minori nella
divisione di neuropsichiatria.
Sempre in prima linea, armata
solo del suo sorriso.
L’Assistente Sociale:
nel mondo dei sentimenti
di Rebecca Manservisi
Mi stanno a cuore.
Sembrano dire questo i bellissimi
occhi di Rossana,
assistente
sociale coordinatrice, 55 anni,
una bella famiglia a casa e una
vera passione per questo lavoro,
scelto nel lontano 1981, dopo
aver studiato scienze sociali a
Venezia.
32 anni a contatto con le difficoltà
di bambini, giovani, famiglie,
32 anni in cui la sua mente e il
suo cuore hanno imparato a
“lavorare insieme” diventando
professionalità globale. Racconta
subito come non sia facile stare a
diretto contatto con la sofferenza
umana, ma come si possa imparare
a dosare lucidità e strumenti
culturali con la necessaria empatia
e partecipazione, in situazioni
gravi, spesso al limite. Racconta
che in questi anni di pesante crisi
economica è ancora più dura.
“Di olistico, ricorda Rossana, vi
è anche l’approccio quotidiano ai
problemi di cui sono portatori i
suoi utenti. Ho sempre cercato di
creare una rete, un supporto forte,
penso alla fine che la capacità
più grande per un assistente
sociale sia costruire relazione i
tra i professionisti che possono
risolvere il problema e coloro che
sono fuori, le associazioni, gli enti,
il contesto in cui la famiglia, la
persona che palesano il problema
vivono e si muovono”.
Un’attività senza orari, a contatto
con famiglie multiproblematiche,
Salute Ulss 18
Nel regno delle provette
tecnico di laboratorio
Nel regno delle provette.
36 anni, sposato e con due bimbi, Simone Bedendo,
guarda la salute di tutti noi dietro un vetrino, attraverso
un microscopio o una provetta. Immagini suggestive a
parte, Simone coordina dal tecnicamente e dal punto di
vista infermieristico il dipartimento di patologia clinica
dell’azienda Ulss 18 di Rovigo, dalla patologia clinica alla
medicina trasfusionale.
Divisione complessa, dove la precisione si incrocia con
la velocità e l’efficacia. “cerchiamo di lavorare come una
squadra – spiega Simone – in gruppo, con la condivisione
le problematiche si risolvono meglio, e privilegiamo
la comunicazione come strumento vincente. Anche la
formazione costante è preziosa”.
In questi anni Simone Bedendo è stato testimone, con
la sua professione, della crescita, in termini di modernità
e tecnologia avvenuta nelle divisioni e nelle corsie
dell’ospedale di Rovigo. “Questo ha significato crescere
professionalmente, adottare nuovi linguaggi tecnologici”.
Non da ultimo, il rapporto con i pazienti allo sportello:
“Accoglienza e partecipazione non sono un vezzo, ma un
vero indicatore di qualità. Essenziali per offrire un vero e
proprio servizio attento alle esigenze del cittadino – utente”.
Il racconto di Simone è confermato dalla recente notizia
che Dipartimento di Anatomia Patologica dell’ULSS 18
di Rovigo, rappresenta oggi in Italia uno dei reparti più
avanzati per livello di informatizzazione.
Tale risultato è stato raggiunto grazie all’avvio del nuovo
modulo informatico Athena che ha notevolmente
accelerato il percorso, già intrapreso da un paio di
anni, di automatizzazione dei processi di Laboratorio
tradizionalmente gestiti manualmente.
“Il nuovo programma di gestione dati permette di tracciare
con grande precisione ogni movimento di materiale
“biologico” all’interno del Laboratorio di Anatomia
Patologica - spiega Bedendo - assicurando un totale
controllo dei processi e garantendo allo stesso tempo elevati
livelli di sicurezza, efficienza e ottimizzazione dei costi.
5
L’infermiere porta a porta
di Stefano Romagnoli
Primario Continuità Assistenziale
Buongiorno signora sono un infermiere dell’ADI e sono venuto a trovare il Sig. Paolo posso entrare ?
E’ cosi che gli infermieri dell’assistenza domiciliare iniziano a lavorare al mattino presto in giro con la
macchina dell’ulss: una panda wagon.
Ed è così che gli infermieri vengono in contatto con i loro pazienti che
tutti o quasi tutti i giorni (a seconda
del programma assistenziale concordato con il loro medico di famiglia) vanno a trovare a casa.
Arrivano al domicilio con tutti i loro
attrezzi del mestiere quali cerotti,
cateteri, fleboclisi ecc stipati nella
loro borsa da viaggio per paura che
possa mancare qualchecosa proprio nel momento della loro visita
professionale.
è solo degli infermieri dell’ADI ma
anche di altri professionisti quali
medici, assistenti sociali e amministrativi, dietista che all’interno della
SOC Assistenza Primaria, integrandosi con il resto dell’Azienda ULSS,
creano processi assistenziali e percorsi tra ospedale e territorio.
L’ADI è all’interno del Dipartimento
di Continuità Assistenziale che si fa
garante di tutti i percorsi che dai momenti acuti della malattia attraverso
i letti per acuto, la lungodegenza, la
riabilitazione, la H-RSA, le strutture
residenziali in convenzione, si prefigge di “seguire” i propri malati che
sono residenti nell’ULSS 18.
Ci sono ben 42 comuni che insistono nell’azienda e i rapporti “di
buon vicinato” vengono tenuti dalle Assistenti Sociali della SOC che
Infatti è proprio una visita perché
c’è sempre il contatto con il malato che li accetta e che li conosce
per nome; anche il gatto e il cane di
casa si avvicinano per salutarli: gli
infermieri dell’ADI sono diventati a
tutti gli effetti parte integrante della
famiglia del malato.
E’ a loro infatti che i parenti confidano i loro dubbi, le loro necessità e
le loro paure soprattutto quando la
malattia spesso cronica e invalidante condiziona tutta la famiglia.
Non è solo un Professionista (con
la P maiuscola), ma una persona
che ha fatto una scelta di vita. Non
è semplice viaggiare per le strade
con il ghiaccio, con la neve, con la
nebbia, che è sempre tanta che potremmo esportare, e il sollleone, e
di casa in casa arrivare con un sorriso spesso... smagliante.
Può essere quel sorriso la prima
medicina, ma non solo per il paziente, per tutta la sua famiglia!
Sono infermieri che dopo un periodo più o meno lungo di corsia IN
OSPEDALE scelgono la via dell’assistenza domiciliare e spesso, sempre, non tornano più indietro.
Dobbiamo ricordare anche che l’assistenza sanitaria al domicilio non
giornalmente ricevono i familiari,
ricevono le assistenti sociali dei
Comuni, ascoltano i loro problemi e
le loro necessità e con loro creano
percorsi assistenziali.
E’ questa la fase più delicata, la più
critica; deve esserci una rapida presa in carico perché il paziente e il
suo familiare non devono vivere una
situazione di sindrome da abbandono: “ieri abbiamo ricevuto tanto dal
ricovero ospedaliero oggi nessuno
pensa a noi, nessuno si ricorda che
noi, siamo a casa abbandonati”.
E’ in questo momento che entra in
gioco l’organizzazione dell’ADI, è in
questa fase che si dimostra che noi
ci siamo e che ci prendiamo cura
del paziente e non solo lo curiamo
con l’ausilio del medico mg, ma ci
prendiamo cura e non lo abbandoniamo.
Siamo contenti quando alla fine di
un lungo percorso di sofferenza
la famiglia ci chiama e ci ringrazia
nome per nome di quello che abbiamo fatto, di come abbiamo operato:
è questa la più grande soddisfazione per questo lavoro che possiamo
dire svolto “in trincea”.
Salute Ulss 18
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Mi prendo
cura di te:
l’impegno quotidiano dell’operatore
tecnico addetto all’assistenza
di Tommaso Moretto
In tanti anni ho imparato moltissime
cose, è un lavoro che consiglio alle
persone giovani che hanno voglia di
mettersi in gioco». Lorenza Buoso, 43
anni, è un operatore socio sanitario
(Oss) in forza all’Ulss 18 di Rovigo. La
figura dell’Oss negli anni è diventata
sempre più importante per il supporto
all’attività degli infermieri. Agli Oss
spetta il compito di curare al meglio il
rapporto con il paziente, in particolar
modo per quanto riguarda l’assistenza
dello stesso nei vari reparti. Lorenza
è più di vent’anni che svolge questa
professione. «Ho cominciato a 21
anni quando ho fatto il primo corso
regionale per operatori socio sanitari.
Era gratuito e durava 6 mesi. Divisi
in 3 sezioni eravamo un centinaio»,
racconta Lorenza che il primo
giorno di tirocinio è «svenuta in sala
operatoria dove stavano asportando
una mammella». «Mi sono messa
in discussione ma ho continuato ed
ora sono felice del mio lavoro, mi
sento appagata, so che noi Oss siamo
figure fondamentali, senza di noi
un infermiere non riuscirebbe a fare
tutto quello che deve». Ed è e resta
l’infermiere infatti il responsabile
del paziente. È lui che lo prende in
carico ma la figura dell’infermiere si
sta evolvendo su competenze sempre
più specifiche, le sue funzioni stanno
diventando sempre più professionali
e di responsabilità. Senza contare che
la formazione dell’infermiere è di tipo
universitario mentre gli Oss passano
attraverso corsi regionali. Ma proprio
perché l’infermiere ha un lavoro
sempre più specifico e di spessore
intellettuale e scientifico non più
trascurabile che l’assistenza al paziente
necessita di figure meno complesse
che possano curare a pieno il rapporto
con il malato e con il degente. «Dopo
il corso regionale ho cominciato a
lavorare nella casa di riposo di Fratta,
poi, dal ‘97 sono passata all’ospedale di
Trecenta dove ho lavorato in geriatria.
Lì mi prendevo cura del paziente,
lavandolo, ascoltandolo. C’era il giro
dei letti da fare ogni mattina, ognuno
ha le sue specifiche esigenze, bisogna
conoscerle e rispondergli mettendolo
sempre nella condizione di sentirsi
ascoltato, accudito». Ed è infatti la
capacità di prendersi cura del paziente,
di creare un rapporto personale,
di rispondere alle sue esigenze il
valore aggiunto della professionalità
dell’Oss. «Ora lavoro in sala
operatoria all’ospedale di Rovigo dove
il rapporto con il paziente è minore.
Pazienti a quattro zampe:
l’infermiere amico di fido
di Enrico Tammiso
Dirigente Veterinario dell’Azienda Ulss 18
La figura del cino-vigile al canile sanitario
Una volta c’era l’accalappia cani. Ora al canile sanitario
opera il cino-vigile con competenze anche infermieristiche per poter curare nel migliore dei modi gli animali
feriti, randagi e smarriti che devono essere recuperati e
portati nella struttura.
I quattro cino-vigili che lavorano nel canile di Fenil del
Turco coprono tutta la provincia, servendo pure la zona
dell’Ulss 19, 24 ore su 24. Una vita al servizio degli animali che spesso vengono recuperati in condizioni precarie, non solo fisiche, ma anche psicologiche.
A parlare della sua missione è Stefano Rodella, che da
trent’anni opera nel settore, prima in via Baruchello,
ora nel nuovo canile di via Argine Zucca, immerso nella
campagna a pochi chilometri dal capoluogo.
“Questo lavoro si è evoluto – spiega – oggi è un ruolo specializzato. Il nostro compito non è solo quello di
recuperare per tutto il Polesine gli animali feriti o che
vagabondano senza meta, perchè randagi o semplicemente smarriti, ma anche quello di affiancare il medico
veterinario negli interventi in sala operatoria”.
I “numeri” dei cino-vigili polesani ben rappresentano la
mole di lavoro cui devono far fronte: nel 2010 hanno
percorso 70mila chilometri per tutta la provincia, sono
stati i protagonisti di 1382 interventi (il recupero degli
animali) di cui 290 effettuati in giorni festivi. Oltre a
questo hanno anche recuperato 210 carcasse dai liberi
professionisti e, durante l’attività a supporto del veterinario, hanno effettuato oltre 1000 sterilizzazioni di gatti,
sia maschi che femmine. Inoltre sono anche agenti di
polizia giudiziaria che possono agire nel caso di maltrattamenti.
“Siamo in servizio, grazie ai turni e alla reperibilità, 24 su
24 – continua Rodella – perchè, ovviamente, gli animali
da noi ospitati, principalmente cani, ma anche gatti, hanno bisogno di essere nutriti, puliti e accuditi. Insomma
siamo 365 giorni all’anno al fianco di questi sfortunati
amici a quattro zampe”.
Qui il nostro compito, importante, è
preparare le attrezzature sterili nelle
posizioni giuste. Se prepariamo tutto
bene veniamo gratificati. Si sa che
siamo stati noi, nella procedura c’è
il nostro nome. Altrimenti è sempre
uno stimolo imparare dagli errori»,
racconta Lorenza che in questa fase
della sua carriera si è concentrata su
uno degli aspetti della professionalità
dell’Oss, la sala operatoria, importante
nonostante la funzione principale
dell’Oss resti l’assistenza del paziente
nei reparti.
Salute Ulss 18
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Le infermiere del nido ... a disposizione dei più piccoli
di Giorgio Svaluto Moreolo
Primario di Pediatria
L’infermiera al nido… come saper cogliere le
paure, le emozioni, le malinconie delle nuove
mamme senza perdere la pazienza ed il sorriso.
Il loro lavoro comincia in sala parto, quando
affiancano e collaborano con l’ostetrica
nell’accogliere il nuovo nato. Professionalità
diverse, ma che si integrano, quasi sempre con
ottimi risultati, nel luogo della gioia (la nascita, il
“venire alla luce” del bambino) e del dolore presto
dimenticato, quello del parto.
Di solito il piccolo non ha bisogno di molto,
quando nasce: i suoi strilli sono il segno che
è pronto ad entrare nel mondo, e che presto,
prestissimo, avrà bisogno di attaccarsi al seno
materno. Questo è infatti quello che cercheranno
di fare l’infermiera e l’ostetrica già in sala parto,
adagiando il bambino sulla pancia della mamma,
e avvicinandolo al seno, che lui istintivamente
individuerà. Ma dopo alcuni minuti bisognerà
lavarlo, pettinarlo (compare sempre una
spazzoletta, che sistema i pochi capelli, negli
europei, o i tanti, negli asiatici e nei nordafricani)
ed eseguire l’iniezione di vitamina K e la profilassi
oculare, per evitare le congiuntiviti neonatali. E’
l’occasione per escludere con l’osservazione diretta
eventuali “difetti di fabbrica”, e coinvolgere il
papà, quando è presente, nel bagnetto, o nel
primo abbraccio al tanto atteso erede.
Qui cominciano le 72 ore in cui la neo mamma,
specialmente se primipara, dovrà mettere da parte
tutte le teorie, tutte le cose lette o immaginate,
per confrontarsi nella realtà con la vorace piccola
creatura, che non sembra voler lasciarle tregua nè
di giorno nè di notte. L’infermiera del nido ha il
ruolo fondamentale di sostenere “l’attaccamento”,
brutta parola che indica la creazione dello speciale
rapporto puerpera-neonato che è sì frutto
dell’istinto e della naturale relazione madre-figlio,
ma che può essere, per così dire, “disturbato”
dalle paure, dalla depressione, da problemi fisici
sia della mamma che del bambino. Un buon
attaccamento è la premessa per una montata
lattea precoce e abbondante, e probabilmente
per un lunghissimo allattamento al seno; un
bambino allattato a lungo al seno avrà meno
rischi di allergie, obesità, disturbi metabolici
ed ipertensione anche in età adulta. Ecco come
l’infermiera del nido fa prevenzione consapevole
delle patologie più diffuse nel nord del mondo…
L’attenzione e l’empatia nei confronti delle
puerpere non fa loro trascurare gli aspetti
professionali richiesti nella cura dei neonati sani,
che nei primi giorni devono essere valutati nei vari
aspetti nutrizionale, respiratorio, cardiovascolare,
metabolico. Sono le infermiere che spesso
colgono segni più o meno sfumati di “non
benessere” e li segnalano al pediatra, che prenderà
i provvedimenti del caso. Da ultimo gli screening
delle malattie ereditarie, che devono essere eseguiti
alla trentaseiesima ora di vita, correttamente
registrati ed inviati al Centro Regionale: ancora
azioni di prevenzione, che non si disgiunge mai
dalla cura (o meglio dalla “care” come dicono gli
inglesi), che sono il ruolo e la vocazione di queste
speciali infermiere.
Ti guardo dentro: tecnico di radiologia medica
Quella linea sottile tra la luce e il video
Un lavoro di fino. Così direbbero i nostri nonni se
potessero vedere come si è trasformata la professione
dei tecnici di radiologia medica.
Dalle grosse, ingombranti lastre nere a piccoli cd, a
sofisticati e leggeri computer, ad attrezzature di moderna generazione
che “sanno guardarti dentro”.
“Siamo professionista dell’area tecnico-sanitaria e operiamo con una
nostra specifica autonomia - a fianco
di medici radiologi, radioterapistai,
medici nucleari, fisici e nell’ambito
d’impiego di radiazioni ionizzanti
- spiega Emiliano Bedendo, dipendente di lungo corso dell’Azienda
Ulss 18 e Presidente del collegio
provinciale tecnici sanitari di radiologia medica -.
Per svolgere questa professione è
necessaria la laurea triennale, in
Tecniche di Radiologia Medica, per
Immagini e Radioterapia, presso le
facoltà di medicina e chirurgia” Attualmente, in Italia, sono iscritti agli
Albi Professionali italiani 21.600 Tecnici Sanitari di
Radiologia Medica.
“Lavoriamo in qualsiasi ambito che prevede l’utilizzo
di sorgenti radiologiche sia artificiali che naturali, di
energie termiche, ultrasoniche, di risonanza magnetica nucleare - spiega Arianna de Grandi, responsabile
del dipartimento per immagine dell’Azienda Ulss 18
di Rovigo - ai nostri pazienti ci rivolgiamo con pazienza, attenzione, spiegando procedure, tecniche, accorgimenti”.
Arianna ed Emiliano raccontano
con estremo entusiasmo i passi da
gigante che la loro professionalità.
“Lavoriamo a fianco di pazienti che
necessitano di terapia o persone sane
per lo svolgimento, su prescrizione medica, degli esami radiologici
standard o di quelli che richiedono
l’impiego di apparecchiature più sofisticate, per l’esecuzione delle terapie radianti e in tutte quelle attività
legate all’impiego di sorgenti radioattive. La comunicazione, la partecipazione e la vicinanza all’utente
sono fondamentali nella nostra attività quotidiana.
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