UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE
MILANO
FACOLTÀ DI MAGISTERO – MATERIE LETTERARIE
BELGIOIOSO NEL PASSATO E NEL PRESENTE
Chiarissimo Prof. GIOVANNI SORANZO
TESI DI LAUREA DI
L U I G I A
S U A R D I
ANNO ACCADEMICO 1947-1948
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Sommario
Prefazione
Ragione e metodo, fonti del mio lavoro
Archivi
Bibliografia
Capitolo I
IL “SITO” DI BELGIOIOSO
Capitolo II
IL NOME “BELGIOIOSO”
Capitolo III
IL CASTELLO DI BELGIOIOSO
Capitolo IV
BELGIOIOSO E I VISCONTI: IL PAESE IN FASCE
Capitolo V
LA “ZAGONARA”
Capitolo VI
BELGIOIOSO SOTTO I BARBIANO
AL TEMPO DEGLI SFORZA
Capitolo VII LA CHIESA ANTICA DI S. GIACOMO IN PORCARIA
Capitolo VIII NEL SECOLO XVI:
IL MERCATO E UN DON RODRIGO
Capitolo IX
L'ANDAMENTO DEMOGRAFICO
ATTRAVERSO LE VICENDE DELLA PARROCCHIA
NEI SECOLI XV-XVI
Capitolo X
IL SEICENTO SECOLO DELLA TRIBOLAZIONE
Capitolo XI
SETTECENTO: IL SECOLO TRANQUILLO
Capitolo XII “ALBERICUS XII PRINCEPS”
Capitolo XIII I TEMPI NUOVI
Conclusione
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RAGIONE E METODO, FONTI DEL MIO LAVORO
“Poiché la carità del natio loco
Mi strinse, raunai le fronde sparte”
(Dante – Inf. XVI, 1-2)
Poiché una storia completa e organica di Belgioioso, il piccolo contro a dodici km
a est di Pavia non c'è ancora, mi sono proposta di stenderla io. D'altra parte le Autorità
Comunali hanno espresso più volte il desiderio che un cittadino di Belgioioso si occupasse delle vicende sette volte secolari del paese e ne facesse, se non un grosso libro, almeno
un opuscolo che soddisfacesse a tante domande, sia dell'uomo colto sia anche del popolano.
Perciò, come dice il Poeta, ho tentato io pure di radunare “le foglie sparte”; tutto
quanto, cioè, è stato scritto, frammentariamente, intorno e questa mia terra nativa; e tutto
ho utilizzato per questa “storia”, tutto fondendo in un corpo organico con quel metodo
critico che fosse possibile alla alle mie povere forze, nulla affermando so non con la prova dei documenti e aggiungendo quanto di nuovo mi è stato possibile trovare.
In un lavoro come questo, l'unico metodo da seguire è il cronologico, ed io ho vissuto le vicende del mio paese accompagnandolo secolo per secolo, procurando di fissare i
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caratteri di ciascuno di essi, il loro volto, il loro significato; e insieme cercando di
ravvisare Il filo misterioso che unisce e cuce insieme tutte questa vicende, come il
filo di un destino.
Devo fare una confessione: mi hanno interessato ampiamente i primi
capitoli più che gli ultimi. Questi ultimi un po' li sanno tutti, e questo capitolo
XIII° e secolo XX° tutti lo conosciamo, perché tutti lo viviamo. Ma lo studio dei
primi secoli del paese, l'oscurità delle suo origini e le difficoltà stesse di diradarla,
mi acuivano l'impegno e il puntiglio e mi rendevano tanto più saporosa la
soddisfazione di trovare qualche volta una notizia o un po' più nuova o un po' più
chiara, un po' ghiotta insomma.
Il mio paese è nato ed è vissuto per veri secoli all'ombra del castello. Perciò
nel corso del lavoro mi interessavano le notizie di esso e dei suoi abitatori. Il
fingere di trascurarli come persone e cose tramontate per sempre e tessere la storia
del paese dimenticando il Castello, sarebbe stato una pretesa assurda, stupida. Ma
io non ho fatto però un'opera genealogica. Di genealogie nono piene le
Enciclopedie Araldiche; e del signori del paese si sono occupati in molte pagine, il
Calvi nelle sue “Famiglie Notabili di Lombardia" e il Tettoni-Saladini e lo Spreti.
nel suo Dizionario, il quale, dopo aver parlato dei singoli Barbiano-Belgioioso,
delle 1oro discendenze e titoli e onorificenze, eroismi e virtù, sente la necessità di
aggiungere molto altre pagine in un'appendice, dove ritorna sul già detto, lo
allarga, lo rimpolpa con altre notizie, facendo cosa grata, certamente, ai
discendenti attuali, ma scarsamente utile per me. Ma egli era nel suo diritto, perché
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questo era l'argomento del suo lavoro.
Io invece voglio fare la storia del paese non di una famiglia e del suo Castello. Ma la
vicende della famiglia e del Castello mi interessano, e molto, solamente in quanto esse
s'intrecciano con quelle del paese. Ma poiché s'intrecciano spesso, così ho dovuto spesso
ricercare la vicende del mio paese, proprio nelle loro memorie e nelle loro carte. Ma non
mi sono perduta per strada: dei Barbiano di Belgioioso mi sono occupata tanto quanto mi
è stato sufficiente per una storia possibilmente completa.
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ARCHIVI
Di archivi della Casa Barbiano Belgioioso ce ne sono parecchi, ma è naturale che
io procurassi di condurre le mie ricerche sul posto. In Belgioioso stesso, dove nel castello
trovasi un grosso archivio. Se, cioè, tra tanti archivi ce n'è uno dove si parli di Belgioioso,
quello sarà l'archivio del castello di Belgioioso.
L'ARCHIVIO DEL CASTELLO DI BELGIOIOSO però, sinora è stato vietato ad
ogni studioso, così che ogni studioso ne ha dovuto sempre fare e meno. Ma ho avuto la
bella sorte di trovare comprensione e condiscendenza in una persona che mi volle aiutare
e che, per qualche giorno, mi lasciò mettere le mani in quelle cartelle. L'Archivio è
ordinatissimo, tutto merito dell'Amministratore attuale, e per fortuna ricco di cataloghi e
di inventari, che mi hanno reso facili le ricerche.
Ma debbo dire subito che l'atto più antico risale al conte Carlo e al suoi rapporti
con l'Ospedale dei pellegrini di S. Giacomo della Porcaria e con i canonici proprietari di
esso (1498). Perciò, nulla sulle origini del Castello e del paese.
I documenti, parecchi, del primi anni del 1500 in pergamena, gli altri in carta, sono tutti
atti di ordinaria amministrazione e precisamente affitti, livelli, eredità, accessioni,
permute, contestazioni, liti (anche col vescovo card. Durini nel sec. XVIII), per le
proprietà sui fondi, case, cascinali, acque della roggia “Carlesca” e del cavo "Alberico”.
Non potei rintracciare in questo Archivio il documento dell'anno 1547 8 marzo, nel
quale Carlo V concede il mercato a Belgioioso, mentre mi fu dato di trovarlo
casualmente, stampato in quello stesso anno, appeso in vecchie cornici in una camera
dei vecchi appartamenti della servitù del Castello stesso. Tuttavia, qualche indicazione
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nelle carte più antiche mi tornò utile per la toponomastica etica e per comprendere lo
sviluppo delle strade.
Invece L'ARCHIVIO DELLA PARROCCHIA mi è stato fonte a cui ho potuto attingere copiosamente; e si capisce. Per i secoli passati, l'Archivio parrocchiale è l'unico
archivio che possa darci notizie di un Comune, perché l'anagrafe è descritta nei libri dei
Battesimi, dei Matrimoni e di Morte della Parrocchia, così che il Parroco per gli atti anteriori al 1866, è considerato Ufficiale Civile. Ma, oltre a questi registri che mi hanno giovato, ad es. per i periodi della peste e delle guerre, mi sono serviti gli Stati d'Anime che
risalgono al 1664 e nei quali assistevo al ritmo sempre crescente della popolazione nello
svolgerai dei secoli. Ciò che era estraneo all'Archivio del Castello, si trova invece come
in casa propria, in questo Archivio. S'aggiungano le annotazioni marginali dei Parroci che
si affrettano a ricordare ogni avvenimento della Parrocchia, che è pure avvenimento della
comunità.
L'ARCHIVIO DELLA CURIA VESCOVILE, mi ha offerto due visite pastorali
nelle quali la Chiesa e il paese sono descritti, colla loro popolazione e nella cura delle
anime.
Nell'ARCHIVIO DEL MUSEO CIVICO ha trovato tra le altre cose, anche i Registri del notaio RHO che mi hanno fornito notizie interessanti di cui parlo a lungo nel
capo III°.
Nell'ARCHIVIO NOTARILE ho voluto prendere i nomi di tutti i notai che hanno “rogato” in Belgioioso, e i cui atti si conservano ancora; e l'ho fatto, perché mi serviva come una documentazione indiretta degli sviluppi del paese. Ebbene, la presenza
contemporanea per alcuni anni di ben cinque Notai in Belgioioso1 nella II° metà del sec.
1 I notai sono nell'ordine cronologico dei loro atti, così disposti:
1) Negri Pagano fu Umberto (atti del solo anno 1433)
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XVI, mi documenta pienamente l'enorme incremento della popolazione in quel medesimo periodo, e, con esso, la floridezza del paese. Invece, gli atti del Notaio Pagano
Negri mi hanno mostrato il paese ancora in fasce nel 1433.
L'ARCHIVIO DI STATO di Milano, per quella parte che è stata riaperta agli
studiosi, mi ha offerto nei Registri Ducali, nei Fondi Comuni, ottime notizie per il mio
lavoro.
Una rapida visita all'Archivio dei Belgioioso nella Biblioteca Trivulziana entrata
in Castello di Milano, mi ha convinto che le ricerche in quella sede mi portavano troppo
lontana dal paese di Belgioioso a tutto danno delle ricerche in quegli Archivi che presumibilmente mi avrebbero offerto, come di fatto mi offrirono, buona messe di documenti e di notizie.
2) Manzoli Giuseppe fu Giov. Paolo (1546-1582)
3) Rattazzi Filippo fu Agostino (1580-1596)
4) Rattazzi Domenico fu Galdino (1588-1598)
5) Manzoli Giovanni Michele fu Paolo (1586-1608)
6) Cesare Bombelli fu Pietro (1590-1592)
7) Barnaba Coppa fu Agostino (1602-1648)
8) Domenico Buccellatti (1707-1732)
9) Vecchio Domenico fu Giuseppe (1717-1732)
10) Giov. Guglielmo Valenti fu Mauro (1744-1792)
11) Gerolamo Criminali (1752-1766)
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BIBLIOGRAFIA
BASCAPÈ CARLO, Belgioioso, Pavia, 1929 un buon opuscolo che mi ha servito come
linea direttiva dello sviluppo del mio lavoro.
S. MICHELE, Bollettino della Parrocchia di Belgioioso, per gli anni 1926-1935, nel quale
il Prevosto Pietro Ghia (+1932) svolse alcuni particolari punti
della storia della Parrocchia con grande sagacia e diligenza.
CODARA d. ANGELO, Il Sacrificio, romanzo in due volumi (a. 1897) che ha come
scenario, nell'ultima sua parte, il castello, nei tempi ultimi di
tranquillità e nei primi anni burrascosi della Rivoluzione
francese, sotto Alberico XII°.
BAZZONI DOMENICO, Alcuni ricordi sparsi riguardanti il patrio Risorgimento, Belgioioso, 1921, per i due patrioti Trabucchi e Strambio e per lui
stesso che servì onoratamente la Patria sui campi di Custoza
nel 1866.
RILLOSI L. Ugo Foscolo, 1893 (per la breve dimora del poeta tra noi).
I GIORNALI
“Il Ticino” e la “Provincia Pavese” per le notizie delle contese
politiche negli ultimi decenni del sec. XIX°.
RAMPOLDI ROBERTO, Pavia nel Risorgimento Nazionale, Pavia, 1927, per alcune
brevi notizie e aneddoti di carattere patriottico.
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Questa è la bibliografia particolare, che ho voluto notare qui, perché più direttamente
interessante il mio argomento, per lo svolgimento del quale la documentazione delle fonti
ha costituito la parte migliore.
Confesso che la fatica non è stata poca; ma rivedere il mio luogo nativo nel medesimo
stato d'animo con cui si contempla in una vecchia e smunta fotografia. Il ritratto del
nonno, di quando era bambino; e seguire del mio paese gli sviluppi, le note dolorose, il
travaglio continuo, le poche gioie, le molte sofferenze per giungere sino alla floridezza
attuale, è stato a me causa di vivissima soddisfazione.
Scorrere i breviari dei Notai di Belgioioso e incontrarmi più volte nei Bergonzi,
nei Manzoli, nei Granata, nei Rovida, quale sorpresa! e leggere i nomi dei Suardi, miei
antenati, nelle carte del 1500, quale commozione!
Questo adunque è un piccolo omaggio che rendo alla mia terra natale; dedico
questa breve storia ai miei concittadini.
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Capitolo I
IL “SITO” DI BELGIOIOSO
Se parlando di una città, di un borgo, di un villaggio, è sempre necessario definire
esattamente la collocazione, meglio l'ambiente nel quale è nato e si è sviluppato, ciò io
sento vivamente nel mio caso, perché il sito di Belgioioso è il motivo del suo stesso
nome.
E intanto, quando col castrum nacque Belgioioso, non esisteva affatto quella
strada Pavia-Piacenza così grande e agevole, che è causa ed effetto insieme della
prosperità dei borghi e dei villaggi che essa allaccia e attraversa, o che non ne sono
lontani, come Torre de' Negri, Filighera, Genzone. La prima strada che lo congiungesse
direttamente alla città fu dovuta, come dire, ai Visconti, e resa necessaria dal proposito di
fare di questo luogo un loro lieto soggiorno.
Ma nei secoli precedenti alla nascita del " castrum" e del suo nome, esisteva una
strada antica, della quale l'ospedale, la chiesa, il castrum di San Giacomo "in porcaria"
costituivano come una pietra migliore o una tappa di primo ordine. Questa strada, il cui
ricordo va congiunto con quello dei pellegrini, avviati, o tornanti da Roma (Romei)
quando lungo era l'andare per le via del mondo, si chiamava "strata Regina". Da
qualunque luogo i Romei giungessero a Pavia, da questa città scendevano a San Pietro in
"Viridario" (oggi "in Verzolo") passavano ad vadum Francigeni2, il fiume antico
Vernabula (ora roggia Vernaola), seguendo la strata Regina il cui tracciato viene offerto
2 Il nome Francigeno si dava alle vie battute dai Francesi per recarsi a Roma, Cfr. NOVATI, Le origini della
Letteratura Italiana.
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da un ms. cartaceo dell'archivio della Parrocchia di S. Leonardo del 1590: Visita delle
strade, de' luoghi et territori fatto da Antonio Lacchini per comando del magistrato delle
strade di Pavia: Strata Regina quale viene da Pavia et va a Cortollona. Ora quella strada
poteva considerarsi come una diramazione da Piacenza di quella via che nella tavola
Peutingeriana, dovuta al tempo degli ultimi Teodosii, partiva appunto da Piacenza e
veniva a Ticinum e che seguiva il Po, sia pure a rispettosa distanza, ed era una
diramazione della Via Emilia famosa: Roma-Rimini-Piacenza-Tortona…
I pellegrini adunque, su questa strata regina, traversata 1a “Vernabula”, salivano a
“Monteacuto” (oggi Moncucco) giungevano all'Ospedaletto (un piccolo ospedale
davvero, per loro) e alla compagna del futuro Belgioioso e precisamente a San Giacomo
in Porcaria e al Porto "del Pissarello" sul quale il Vescovo di Pavia aveva il diritto di
pedaggio, e sul quale i pellegrini passavano di là del Po, per raggiungere la destra del
fiume, e quindi a S. Margherita, nelle adiacenze immediate di Belgioioso, proseguiva per
Torre degli Scanati (ora de' Negri) dividendosi in due branche: l'una che andava ai confini
di Zagonara, l'altra che sboccava al luogo et territorio di Filighera.
L'Ospedale di San Giacomo, che sceglieva i pellegrini provenenti da Roma o
diretti ad essa, era amministrato dai canonici della chiesa di Santa Maria Gualtieri di
Pavia, eretta nel sec. X°, i quali eleggevano e vi mantenevano conversi e converse per
l'assistenza.
Quantunque non compaia ancora il nome di Belgioioso - e tarderà a venire! - io
debbo insistere su questi particolari: si pensi che la nostra terra di Belgioioso, fu per
secoli e secoli sotto l'influenza ed entro l'orbita di questo ospedale della Porcaria che,
sulla riva del Po, era come il centro di una vasta zona abbracciante tutta la valle, dalla
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Vaccaritia sino a Torre degli Scanati e, a nord sino alla nostra località3. I canonici della
Chiesa di S. Maria Gualtieri erano padroni di tutto quanto il territorio della Porcaria, di
cui l'Ospedale, il castrum, la villa, ecc. e la chiesa di San Giacomo erano il centro4.
Orbene i potenti conti di Belgioioso, furono, dal 1493 sino al 1812, ossia per
quattro secoli, i livellari della Porcaria e come tali giurarono fedeltà ai Canonici di S.
Maria Gualtieri, come più tardi meglio dirò.
Poi le cose si sono mutate. Belgioioso che era sul lembo estremo delle possessioni
dell'Ospedale famoso e della Porcaria e (forse) ancora non aveva nessun nome, divenne il
centro di attività di tutta la plaga; e la valle porcaria che ere stato centro, divenne oscura
e derelitta5. Oggi la località di S. Giacomo della valle porcaria è un misero cascinale con
poche anime, ma con la Chiesa che conserva ancora l'imponenza di un giorno, come
l'unico ricordo della suo sparita rinomanza. Anche la strata regina, in concorrenza con
l'altra che andò aprendosi forse calcando per qualche tratto il tracciato della stradetta
viscontea, perduta la sua importanza, divenne sempre meno frequentata e rimase poi, per
qualche tronco, una stradella campestre. E tutto questo perché lì vicino scorre il Po che
nei secoli si avvicinò tanto al terrazzo di Belgioioso, di Corteolona, di S. Cristina e di
Chignolo, da travolgere località cospicue come, nella zona nostra, l'Albaredo citra Padum
3 Archivio di Stato di Milano: Fondo Religione. parte antica, Pavia S. Maria Gualtieri. Cartella n. 837
"Dominus Gualtieri è ricordato perché dedit ipsam Porcariam cum tota illa Cerreta et cum hospitali ipso,
ai Canonici della Chiesa da lui fondata di S. Maria Gualtieri in Pavia, così chiamata appunto dal suo
nome, come il di lui fratello Perone eresse pure in Pavia, la chiesa di S. Maria detta Peroni. Orbene
questo, Gualtiero, che era un giudice "in nongentenis novenis octuagenis annis ascendit ad astra poli"
(A.998) come diceva un'iscrizione e fu sepolto nella sua Chiesa col titolo di Beato, mentre Perone, suo
fratello, morì quattro anni dopo (1002). Dunque le origini della Porcaria risalgono al secolo X° o
almeno la dotazione cospicua attestata con giuramento da vari testi per stabilire la proprietà
dell'Ospedale della Cerreta, il giorno 6 aprile 1263: "Audivi dici a pluribus quod quidam Dominus
Gualterius dedit (ai Canonici della Chiesa di Santa Maria Gualterii) ipsam Porcariam cum tota illa
Cerreta et hospitali ipso".
4 Un ordinamentum del 7 marzo 1268 del Capitolo di S. Maria Gualteri, del quale nell'archivio
parrocchiale di S. Leonardo trovasi una copio autentica, nomina per ben sette volte il castrum, villam
castellaniam, locum che formano il districtus totius Poorcharie, più l'Hospitale Cerretae ed il Boschum
Cerretae.
5 "Vaccaritia" "Porcaria" nomi altomedievali. indicanti l'allevamento di vacche e di porci, per qualche
curtis, o per qualche Monastero, o per qualche Ospedale ecc.
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e il Pissarello che era un porto di cui godeva il diritto di pedaggio ab immemorabili il
Vescovo di Pavia e che si trovava a pochi passi da S. Giacomo6.
Ancor oggi sono molto significativi i nomi di alcune località: “Mortizza di S.
Giacomo”, “Mortizza di S. Margherita” - Ora il Po tende a ritirarsi verso Sud: sulla
sponda opposta, il paese di Arena Po ha dovuto difendersi dalla rovina.
Certo adunque la Porcaria per vari secoli deve aver assorbito e tratto nell'orbita propria
ogni attività che fosse a margine dei suoi possessi; e quando sorse un castrum per opera
dei Visconti e si chiamò Castrum Belzoiosi, dovette, per così dire, chiudersi un'era
vecchia e aprirsene una nuova per questa nostra terra. Ma ritengo errata l'opinione del
Perversi, pure espressa argutamente, che le origini del nome Belgioioso venissero dalla
stessa Porcaria di S. Giacomo e non dai Visconti. Egli scrive che nel secolo XIII la
Porcaria, danneggiata di continuo dalle innondazioni del Po indisciplinato da argini e
distruttore dello stesso castello di S. Giacomo, cominciasse ad essere lentamente
abbandonata dagli abitanti suoi, i "Porcarioli” come egli li chiama: "Nel 1268 Belgioioso
non era ancore né bello né gioioso, né aveva il castello che ha oggi: c'era invece solo il
castello e la la torre laggiù nella valle Porcaria, sulla strada regina. Quando il fiume
portò via quel Castello con molta Porcaria, ai poveri Porcarioli parve giustamente bello e
gioioso il nuovo posto delle loro case, e adottarono a significarlo questo nome che è tra i
più belli dei nomi di terra, e che in realtà, non avrebbe una ragione di essere, se non dal
confronto con la triste bruttezza del nome e del luogo precedente, che era una Porcaria7.
Ora io ritengo che i tempi (a. 1268) non erano ancora maturi per una simile
6 Archivio della mensa Vescovile di Pavia: elenco del diritti e possessi del Vescovo. La località del
Pissarello era fiorente ancora nel secolo XVII° e i suoi pescatori facevano un solo paratico - ossia
corporazione - con i pescatori di Pavia, della Motta S. Damiano e della Zelata di Bereguardo con i loro
Statuti (P. PAVESI, il Paratico dei Pescatori, in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria - a. V
(1905).
7 D. DAVIDE PERVERSI, Storia della mia parrocchia (di S. Leonardo), Pavia 1927, Pag. 93.
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denominazione la quale, del resto dovrebbe ben comparire, in tal caso, in qualche
documento tra i numerosissimi pubblicati o accennati dal Capsoni, dal Robolini, dal
Bollea...; e, d'altra parte mi sembra troppo l'attribuire tanto senso estetico a quei miseri
“Porcaioli” emigrati quassù.
Ma ne dirò un po' più a lungo in un apposito capitolo.
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Capitolo II
IL NOME “BELGIOIOSO”
I documenti di età anteriore alla seconda metà del sec. XIV non lo recano mai, neppure il
prezioso elenco dei luoghi per l'Estimo del 1250, pubblicato dal Soriga8.
È un nome che tocca alla terra, al suo sito, forse prima ancora che al suo castello. È un
nome nuovo, evidentemente dovuto ad un senso d'ammirazione che qualcuno deve aver
provato al contemplare il sito di questa località.
Contemporaneamente o prima della comparsa di questo nome, i Visconti certo
chiamavano un'altra loro dimora, nel Monzese. dove era già sorto, per opera loro, almeno
dal 1359, un castrum col nome: “ZOIOSO”.
Il compianto prevosto parroco di Belgioioso, prof. Pietro Ghia (1916-1932) dotto e
sagace ricercatore delle vicende della sua parrocchia, affacciava spesso, parlando con le
persone colte - senza però stenderla mai per iscritto - una sua opinione: che la
denominazione di Belgioioso fosse originariamente “Bel-giuso” e ne dava la etimologia
col ricordo dei versi dell'Alighieri, dove si parla dell'anima di Severino Boezio: “lo corpo
ond'ella (l'anima) fu cacciata giace giuso in Cieldamo ed essa da esilio e da martirio
venne a questa pace” (Paradiso X° 127-129).
E con questa espressione di Dante riteneva dovesse intendersi adunque, nei riguardi di
Belgioioso, un “bel-giuso” ossia se non una bella profondità, almeno una bella vallata. E
la confortava con l'analogia di quella contrada antica di Belgioioso che tuttora - malgrado
la nuova denominazione “Felice Cavallotti”, - si chiama da tutti la Guardagiosa e che si
8 Nel Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, A. XIII° (1913)
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diparte dal Castello e discende verso sud ossia in direzione della Vallata del Po.
Ma simile analogia viene esclusa dal nome stesso come sta, che è originariamente “Belzoioso” gioioso: - la parentela pavese Zoia è antica e trovasi incisa ancora sopra
caminiere del Cinquecento, recanti lo stemma con un oggettino di forma oblunga, che
vuol essere una gioia: e il nome comune zoia appare nelle scritture volgari pavesi del
Quattrocento - Quanto poi all'antica denominazione della via che muove dritta a sud
verso la vallata del Po, essa ripete, nella seconda parte, il concetto di gioia e nella prima,
offre l'idea di guardia ossia di una custodia che doveva trovarsi in quella direzione, a
difesa e complemento del castrum.
Ho detto che la denominazione di Belgioioso entra nella categoria di quei nomi
esornativi, pittoreschi, che furono frequenti nel sec. XIV e per limitarci ai luoghi che ci
interessano, proprio nell'ambito della Signoria dei Visconti, ecco Belregurdo, l'attuale
Bereguardo. Uno scrittore di cose pavesi, il sac. Terzo Cerri, attribuisce questo castello a
Luchino Visconti, che vi avrebbe abitato dopo il primo ingresso dei Visconti in Pavia
nell'anno 13159. Invece il Bollea10 e il Malguzzi Valeri11, fondandosi sulla presenza di un
ampio superstite finestrone offrente, in un capitello, le armi e la sigla di Filippo Maria
Visconti, ne ritardano senz'altro le origini a un secolo dopo. Non è mio proposito
pretendere di sciogliere qui la questione. Ma contro quest'ultima opinione io osservo che
alcuni anni prima dell'avvento di Filippo Maria al ducato, il Bereguardo esisteva già e
doveva essere in piena efficienza, perché Gian Galeazzo nel suo testamento del 1397 lo
designa tra quelle località che egli esclude nominatamente dalla grande donazione che fa
9 Bereguardo, memorie storiche, Pavia, 1929
10 La Zelata Morimondese e Viscontea e gli ultimi suoi Signori, in Bollettino della Soc. Pav. Di Storia
Patria, a. XXXIII e XXXIV
11 La corte di Lodovico il Moro...vol. I°, pag. 656
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alla nascente Certosa di Pavia12.
Forse è più verosimile che una prima dimora dei Visconti e il nome dovuto al sito
incantevole sul Ticino, siano più antichi, mentre il superstite finestrone, analogo ad altri
della prima metà del sec. XV, può indicare un ingrandimento e un abbellimento più
tardo, dovuto appunto a Filippo Maria Visconti.
E torno subito al nome Belzoioso, dove il Zoioso ripete quello di un'altra dimora, pure
cara ai Visconti, nel territorio di Monza, così che talvolta essi datano le loro lettere dal
Zoioso Modoetiae.
E aggiungo il Mirabello, un bel maniero situato nel Parco Vecchio del Castello di Pavia e
che deve le proprie origini, quasi sicuramente, al fondatore stesso del Castello e del
Parco Vecchio, Galeazzo II, del quale Parco Vecchio il Mirabello era ed è un cospicuo
ornamento. Contro coloro che la credono denominazione tarda, dei tempi cioè nei quali
si svolse la famosa battaglia di Pavia (1525), io posso recare
con certezza la
testimonianza di un documento che ci segnala esistente il Mirabello nel 1391, anzi,
almeno alcuni anni prima13.
Aggiungerò da ultimo il Belridotto, una piccola villetta entro il Parco stesso, verso il suo
confine meridionale, corrispondente a quella località che oggi si chiama la "Torretta".
Questo nome esisteva dal 1375 perché appunto in quell'anno Galeazzo II° dal Belridotto,
entro il Parco di Pavia, notificava la pace stipulata col pontefice per opera del proprio
figlio Gian Galeazzo, conte di Virtù14.
Certo l'attuale pronuncia dialettale “Belgious” ci dimostra come al popolino sfugga la
12 OSIO, Documenti diplomatici tratti dagli Archivi Milanesi, a. 1864, vol. I°, pag. 335
13 Si tratta di un "Ordo reaptandi eluseam de Mirabello ut aqua possit decurrere in foveam Castri Papie,
sicut solebat”. Questo ordo è dato dal Comune di Pavia del 1391 e trovasi in una trascrizione
preziosissima, esistente nell'Archivio Civico, della quale dirò più precisamente nel seguente capitolo,
per stabilire un'altra data più importante per l'argomento mio.
14 VIDARI, Frammenti cronistorici dell'Agro Ticinese, (Vol. II°, pag. 20), Pavia, 1891
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etimologia del paese,
così onorifica, la quale riflette, insieme col Belreguardo,
l'influenza che la letteratura francese esercitava sulla nostra (Bel-joyeux, Bel-re-gard) ed
alla quale lo stesso Petrarca, il cigno di Valchiusa, non poteva sottrarsi.
Il Decembrio ci attesta che il Petrarca stesso trovò il motto per la divisa della tortorella,
assunta da Gian Galeazzo: a' bon droit.
Nomi e motti assai accetti alle corti lombarde e chissà che il Petrarca, che dimorò spesso
a Pavia e che alla corte splendida dei Visconti in Castello fu certamente ospite gradito, ed egli non lesinò ad essi certamente le lodi, non sia stato a suggerire tutte queste
denominazioni pittoresche per queste dimore nuove che sorgevano come per incanto
sotto le mani dei potenti Visconti!
Certamente l'uso della denominazione Belzoioso non fu subito universale. Essa si alternò
spesso con quella di Castrum zoiosum, alludente al castello che vi era sorto per opera dei
Visconti, più precisamente che non al sito stesso. Ma il più antico documento visconteo
che finora io abbia trovato nel quale compaia la denominazione di Belgioioso, rimane
ancora quello del 1388, nel quale Gian Galeazzo stabilisce in quibus
partibus est
concessum venari apros cum canibus15, datum Belzoiosi 8 sept 1388; documento cui
fanno seguito due, di dieci anni dopo, 1398, 19 e 22 dicembre, datati invece da
Castelgioioso (Castrizoiosi)16, mentre poco dopo (4 sett. 1400) da Belgioioso il duca
emana un provvedimento a favore dei notai, e ancora in quell'anno, nei giorni 18 e 24
settembre, 1, 6, 19 ottobre e 1, 18 dicembre, che ci rivelano la dimora assidua del Duca
in questa nostra terra, forse per una maggior sicurezza dalla peste, che ogni anno, si può
dire, serpeggiava in Pavia. Dal castello di Belgioioso, il 24 giugno 1401, egli deliberava
15 Nella vecchìa raccolta Antiqua Ducum Mediolani Decreta Mediolani, 1654, pag. 144
16 Si tratta di due atti amministrativi, che trovo in un bel mazzetto di letteere ducali, fatte conoscere da
caterina Santoro, Un nuovo registro di lettere ducali, in Archivio Storico Lombardo, dicebre 1925, pag.
25 e segg.
- 20 -
la costruzione d'un monastero a Castellezzo presso Milano, fuori della Porta Ticinese17.
Le denominazioni si avvicendano promiscuamente ancora per qualche decennio, finché
rimane incontrastata l'attuale. Così ancora nel 1421, in una disposizione del vescovo di
Pavia Pietro Grassi, tra i beni ch'egli assegna al nuovo beneficio di Santa Marta in
Duomo, trovansi terre “in locis et territoriis Castrizoiosi, Turris de Scanatis et
Filigarie”18, mentre in una presa di possesso, da parte di Agnese del Maino, del parco
Vecchio del 1448, trovansi le espressioni: versus Belzoyoscum, stratam Zoyosci19.
Un'osservazione: il Soriga20 ci offre un elenco delle terre di ciascuno dei vicariati nei
quali era divisa la campagna Soprana e Sottana di Pavia, cioè le terre de intus Papia,
Mediolanum et Lande.
In Vicariatu Belgioioscii trovansi le terre seguenti:
Locus = Vacaritie
“
= Hospitalis novi
“
= Genzoni
“
= Pissarelli
“
= Spissie soprane cum Robarello
“
= Filigarie
“
= Montissani
“
= Turris de Nigris
17 MORBIO, Codice Visconteo Sforzesco, Milano 1845, pag. 20-25, Actum in castro Belzoiosi, districtus
Papie, videlicet in sala longa dicti Castri, ubi est ons levatorius, respicines versus montem.
18 BOSISIO, Documenti inediti della Chiesa Pavese, pag. 155
19 Rogito del notaio Agostino Berachi (Archivio Notarile di Pavia) del 12 marzo 1448. La data è
interessante. Agnese, moglie del defunto Filippo Maria Visconti e suocera di Francesco Sforza, aspirae
al ducato, favorisce questo in ogni maniera, inducendo il castellano di Pavia, Matteo Marcogatti di
Bologna, detto il Bolognino, a consegnare allo Sforza il Castello, come di fatto avvenne.
20 Una concordia tra il Comune di Pavia e i signori di Fortunago, Montesegale, Ruino e Nazzano del 1179,
in Bollettino della Soc. Pav. di Storia Patria, a. XVII° (1917).
- 21 -
“
= Canleporis
“
= Plebis portus Moroni
“
= Miradoli
“
= Coste
“
= Curtis Ollone
“
= Cassine de Mellonis
“
= Montis super Lambrum
“
= Gerenzaghi
“
= Turris Selvatice
“
= Sanctis Zenonis
“
= Spissie Subtance
“
= Montis Sichi
“
= Abiatici
“
= Turris Presbyterorum sive Zoiosce
Quest'ultima denominazione Locus Turris Presbyterorum sive Zoiosce mi colpisce.
Dov'era questo “locus Turris Presbyterorum sive Zoiosce”?
L'elencazione delle località è saltuaria.
Tuttavia la nostra viene dopo Abiatico, che non è lontano da Filighera. Si deve notare
che, quantunque questo elenco sia della seconda metà del sec. XV°, esso tuttavia, come
avverte il Soriga, ripete l'elencazione squadre del tempo visconteo e quella del Vicariati
dell'età comunale e perciò questi nomi sono, in massima, ben più antichi del sec. XV°.
La doppia denominazione Presbyterorum sive Zoiosce ci riconduce almeno ai tempi
viscontei nel quali la denominazione Zoiosce doveva essere nata, e perciò ad una località
- 22 -
che doveva essere strettamente connessa col Zoioso, se pure non era una parte di esso.
Questa località Gioiosa io ravviserei in quella, a sud del castello, che tuttora si chiama la
Guarda-giosa e che segna l'estremo lembo prima di scendere alla valle. Ho già accennato
a questa etimologia.
Qui insisto un istante: è certo che all'estremità della Guardagiosa trovasi, fino dal
Settecento inoltrato, un gruppo di fabbricati detti comunemente Arce e poi cittadella. Il
raccostamento con la turris Zoiosce mi sembra dunque spontaneo e ovvio: tutto concorre
e farmi ritenere che sull'estremità dell'attuale Guardagiosa, si trovasse adunque una
cittadella, ossia un turris a guardia sulla stessa Gioiosa.
Essa poteva essere una vedetta in tempi così pieni di insidie, collocatavi forse dagli stessi
ecclesiastici, padroni di tutta la valle porcaria, e precisamente sull'estremo lembo dei loro
possessi, verso nord, onde potrebbe spiegarsi l'altra denominazione di Turris
Presbyterorum. E poiché la squadra viscontea abbracciò terre più numerose del vicariato
dell'età comunale, così è probabile che la denominazione di seu Zoiosce sia una aggiunta
alla più antica denominazione di Presbyterorum, aggiunta resasi necessaria con la venuta
dei Visconti o con la denominazione nuova data da essi a questo luogo.
In altre parole, la Zoiosa potrebbe essere la denominazione di una località che prima si
chiamava Turris Presbyterorum.
- 23 -
Capitolo III
IL CASTELLO DI BELGIOIOSO
ERETTO TRA IL 1359 E IL 1378
Scrive il Giulini che nel mese di ottobre 1377 Galeazzo Visconti trovavasi in un suo
castello del Pavese detto Gioioso che poi, per gli ornamenti aggiunti, fu chiamato e
chiamasi Belgioioso21. Anche il Robolini, insigne storico pavese, accede al pensiero dello
storico milanese22. Sennonché 1'aggiunta di “Pavese” è tutta del Giulini e non trovasi nel
documento, il quale, per sé solo, potrebbe invece riferirsi ad altra località cara ai Visconti,
il Zoioso nel territorio Monzese espressamente segnalato in due documenti dei quali il
Giulini non ebbe notizia, due lettere cioè di Galeazzo II ad Ugolino Gonzaga. l'una e
l'altra datate “in Castro nostro Zoioso Modoetiaze”, rispettivamente del 12 dicembre 1359
e del 18 agosto 1360, ambedue pubblicate dal Magenta23.
Il Giulini venne seguito da parecchi altri, come il Robolini già accennato e il Gualtieri di
Brenna, il quale ultimo, intorno a e Belgioioso, scrisse una miserevole cosa, più di colore
che di storia, inserita nella “Grande illustrazione del Lombardo-Veneto”24.
Tuttavia il Giulini, affermando l'esistenza nel Pavese nell'anno 1377, di un Zoioso, pur
senza prove, azzeccò felicemente nel vero, come credo di poter ora dimostrare.
E certamente riguardo alla nostra terra di Belgioioso, io ritengo che sin dai primi anni
21 Memorie spettanti alla storia e al governo... di Milano, ed. 1856, vol. V°, pag. 595.
“Datum in Castro nostro Zoioso die XIII Octobris MCCCLXXVII Pasquinus signavit”. Più innanzi
(pag. 721) sotto l'anno 1388 soggiunge: -V'é un'altro editto dato agli 8 di sett. (1388) in quel castello del
Pavese che più non chiamasi Gioioso, ma Belgioioso, come anche si chiama oggidì, e riguarda la caccia,
ecc.” Il decreto è in Antiqua Ducum Mediolani Decreta, pag.136 e segg.
22 Notizie appartenenti alla storia della sua patria, Pavia, 1830-1834
23 I e gli Sforza nel Castello di Pavia, vol. II°, Documenti, Milano, Hoepli, 1883, pag. 19 e 22-23
24 Vol. I°, pag. 800 e segg.
- 24 -
della loro dominazione in Pavia i Visconti l'abbiano scelta come uno dei luoghi di loro
sollazzo, di cacce e di divertimento e che di buon'ora abbiano attuato il proposito di
costruirvi una dimora, un castrum, come andava sorgendo quello immenso di Pavia. E
sulle loro labbra si sarà ripetuta, a riguardo della terra nostra, la denominazione pittoresca
con la quale designavano quell'altra terra nel monzese: un luogo di gioia e di letizia,
completandola ben presto in Belzoioso, appena costruito e adornato il castrum.
Ma due documenti finora inediti e sui quali ho potuto porre, per fortuna,, le mani, mi
offrono un buon elemento e mi permettono di stabilire la data approssimativa delle origini
del Castello di Belgioioso.
Si tratta di grandi manoscritti, contenenti regesti di atti pubblici del Comune di Pavia dal
sec. XIV° al XVIII°, dovuti alla diligenza di Giuseppe Siro Rho, segretario del comune di
Pavia, morto verso l'anno 1731; conservati nella biblioteca del Civico Museo di Storia
Patria, dal titolo preciso: Registrum diversarum scripturarum factarum tempore Regiminis
egregi et potentis militis Domini Prendeparti de la Mirandola Papiae potestatis anno
1389 Indictione XII, e che accolgono anche atti successivi a questo anno 1389.
Orbene in questi registri, Belgioioso è segnalato due volte: l'una all'anno 1389, in un
"Proclama pro venenetibus e civitatibus et terris morbosis ut non intrent in Civitatem
Papie quae Civitates et loca suspecta sunt:
Civitas Cumarum
Civitas Astensis
Civitas Vercellarum
Civitas Clastigium
Civitas Viqueria
Mayranus
- 25 -
Monsbellus
Pons Curonus
Castrum Zoiosum
Filigaria
Abiaticum
Vistarinus
Cascellae
Pisallis
Nebiolus
Dunque il castello in quell'anno 1389 era già costruito e doveva esistere già almeno un
piccolo nucleo di abitanti dentro di esso e nelle sue immediate dipendenze, se viene
annoverato con le altre località infetto dalla peste.
È vero che questo documento del 1389 é superato da quello che reco a pag._____ e che è
del 1388, ma qualche cosa di meglio si trova due anni più tardi. Al fol. 97, che riferisce
regesti di atti dell'anno 1391, si legge: “Pro Simonino do Cazabove filio quondam domini
Lantermi, Cive papiensi molestato a Collegio Notariorum pro fietis certarum
possessionum iacentibus in territorio Castri Belgioiosi quas quilem genitor Magnifici
Domini tolli fecit tempore constructionis dicti Castri”. Queste poche righe mi tornano
preziose e credo di poter ricostruire l'episodio così:
- 26 -
Il Collegio dei Notai aveva beni immobili vesti in territorio di Belgioioso, che aveva
affittati al cittadino pavese Simonino Cocciabue, figlio del fu Lantelmo. Il Magnificus
Dominus in atti pubblici di quel tempo, non può essere che il Signore della Città, tra
quattro anni anche Duca, Gian Galeazzo; il di lui Genitore è adunque Galeazzo II°. Quel
tollit fecit è un bell'eufemismo per indicare una sfacciata confisca e Galeazzo II era
pienamente in carattere, se si ricorda che, anche per costruire il palazzo di Pavia, non
dubitò di sbarazzarsi dell'ospedale di S. Antonio, dell'Ospedale de la Caritate, della chiesa
del Carmine, di quella di S. Gallo e di altra chiese ancora, per averne le aree opportune al
suo disegno25. Simonino Cacciabue naturalmente a un certo punto non pagò più per
l'affitto di beni che non esistevano più, e il Comune intervenuto decise nella lite tra
Simonino e il Collegio dei Notai, a favore di Simonino; ed era giusto.
Ma l'espressione più importante è "tempore constructionis dicti Castri (Belgioiosi)”.
Dunque Galeazzo, mentre attendeva fervidamente al gran Castello di Pavia (arx maior)
costruiva pure il Castello di Belgioioso. E poiché Galeazzo Il fu signore di Pavia dal 1359
a1 1378, epoca della sua morte, certo entro questi anni nacque il Castello e con il
Castello, Belgioioso stesso. Così il castello nostro sorse contemporaneamente o quasi al
Castello di Pavia, col quale esso ha, come è noto, forti rassomiglianze.
Pertanto, credo troncati i dispareri tra coloro che dell'argomento si sono occupati.
Mi auguro che si possa trovare qualche altro documento che permetta di fissare anche da
più vicino uno di quei 18 anni, se pure intanto non dovremo dire con qualche
25 Che si trattasse d'un modo violento per fare il proprio comodo, può venirci confermato anche da quanto
ci narra il GIOVIO, il quale riferisce che Goleazzo II andò formando il Parco Vecchio, ossia la parte più
vicina al Castello in costruzione col “Togliere” (tolli del documento) alcuna volta le possessioni per
ingiusto prezzo agli antichi padroni, tanto insolentemente che Barholo dei Sisti, essendo cacciato d'un
campo paterno et havendo pregato invano che non gli si facesse ingiuria, cavalcando una volta
Galeazzo, lo ferì d'un coltello nella pancia, facendogli però una piccola ferita, giacché per una gran sorte
la punta venne e ferire nella fibbia della cintura". Le vite dei 12 Visconti principi di Milano, pag. 136,
Milano, 1626, e non c'è motivo di rifiutar fede al Giovio. Sisti poi è una parentela pavese.
Vedasi anche MAGENTA, op. cit. vol. I, pag. 92 in nota.
- 27 -
verisimiglianza che la costruzione del Castrum di Belgioioso deve aver occupato gli
ultimi anni della vita di Galeazzo II; pressa poco dal 1375 al 1378.
Quando dunque il Giulini legge in un documento del 1377, la data da un Zoioso Pavese,
ha dunque sostanzialmente ragione; ma ha ragione, non in forza del suo documento, bensì
in forza del mio.
- 28 -
Capitolo IV
BELGIOIOSO E I VISCONTI: IL PAESE IN FASCE
Dalla dato di parecchie lettere di Gian Galeazzo Visconti rileviamo che il primo duca di
Milano dovette spesso dimorare a Belgioioso.
Ho accennato già che il regesto pubblicato dalla Santoro, nel 1925, di un bel mazzetto di
lettere ducali, ci permette di stabilire che il Visconti vi si trovò, forse continuatamente,
nei mesi di settembre, ottobre e dicembre dell'a. 1400; come vi dimorava nell'aprile e nel
maggio del 1401, un anno prima della sua morte (“Belgioiosi o Belzoyosi”).26 Ma il più
antico documento in proposito è quello segnalato dagli Antiqua Ducum Mediolani
Decreta che reca la data 8 settembre 1388.27
E si può ben arguire che tale dimora gli tornasse gradita, poiché nel suo testamento, del
1397; l'anno dopo la posa della prima pietra della Certosa nuova, dai beni ch'egli applica
alla fabbrica stessa, esclude nominatamente tre luoghi: l'immenso parco del Castello dì
Pavia e le possessioni di Bereguardo e di Belgioioso, tre gemme del suo patrimonio e
della sua contea di Pavia.28
Ho già notato alcuni particolari che si accennano nella lettera 24 giugno 1401: “actum in
castro Belzoiosi disctrictus Papie videlicet in sola longa dicti castri ubi est pons
levatorius, respiciens versus montem...” la quale sola ora non c'è più dopo i rifacimenti
26 Sono due documenti riferiti dal MAGENTA, op.cit. Vol. II: Documenti (posti in ordine cronologico).
Anche un altro decreto ducale offerto dal BORELLI, Storia di Piacenza, t. II, pag. 135, accennato dal
ROBOLIN, op. cit. Vol. V, tomo I, pag. 64, reca la data 1401 Belzoiosi.
27 Pag. 144: “In quibus partibus est concessum venari cum canibus".
28 “Exceptavit etiam possessiones cum edificiis iacentes infra Parcum praedicti domini ducis Mediolani
prope castrum Papie et extra parcum in confinibus dicti Parchi, item possessionem Bereguardi; item
possessionem Belzoiosi ect. in OSIO, Documenti diplomatici ecc. già citato.
- 29 -
settecenteschi, come vedremo.
Ma insomma, il castello aveva allora una lunga sala verso il ponte levatoio guardando
verso il monte. Io
ardisco ritenere che fosse sul lato sud del castello, ossia là dove è il
prospetto delle prime propaggini dell'Appennino e non già a nord, verso le Alpi, troppo
lontane per un riferimento qualsiasi.
Anche oggi i contadini di Belgioioso, quando il tempo è piovoso o tempestoso, si
rallegrano se vedono “venir chiaro alla montagna” e guardano precisamente alle colline
imponenti dell'Oltrepò.
In altre parole, quella sala lunga doveva avere il prospetto verso il punto cardinale più
dilettoso, quello che rendeva il luogo bello e gioioso!
A questo atto erano presenti col Duca, Carlo Brancazzo conte di Compania, Francesco
Barbavara consigliere
ducale (il medesimo che compare e sinistra del Duca nel
bassorilievo di Benedetto Briosco ritraente la posa della prima pietra della Certosa del 27
agosto 1396), Giovarmi da Cornagon cancelliere segreto e altri ancora: una piccola corte.
Penso che Gian Galeazzo, sin del tempo in cui succedeva al padre, si proponesse subito e
poco più tardi attuasse l'ornamento del castello eretto quello. Ne è una prova la cura che
egli ebbe di praticare una strada tutta private, riservata a sé e ai suoi, la quale dal Castello
di Pavia conducesse al Belgioioso. Nel Parco Vecchio, quello cioè più vicino al Castello,
era praticata una “porta di Belgioioso” la quale aveva questo nome perché il Duca, per
recasi appunto al Belgioioso, percorreva una strada che, partendo dal Belridotto (altro
nome esornativo come quello del Mirabello) continuava fuori del parco, prima sulla
- 30 -
sinistra del fiume Vernavola, poi nel territorio di Motta S. Damiano sino a questo nostro
Castello. Nell'anno 1400 Gian Galeazzo ne mise in continuazione il primo tratto con la
Porta di S. Maria in Pertica (ora Porta Cairoli) per mezzo di un'altra strada.29
Ne è prova una lettera del 3 febbraio 1401 al Referendario del Castello di Pavia, nella
quale il Duca comanda il pagamento di una casa che era necessario atterrare per far posto
al passaggio di questa strada, che doveva appunto metter in comunicazione la città di
Porta S. Maria in Pertica con la stradetta di Belgioioso: “a porta S. Maria in Pertica usque
super strata nostra Belzoiosi30.
La vecchia “porta di Belgioioso" perdette questo nome, assumendo quello di Maister
Giacomo (chissà perché?) e poi quello di Portazza. Ma ancora pochi anni dopo la morte
di Gian Galeazzo c'è un documento che attesta chiaramente l'esistenza ancora di questa
strada. anzi stradetta, Parco Vecchio-Belgioioso “Item petiam unam terre antequam
intermediat stratella illustrissimi Domini nostri (Filippo M. Visconti) qua itur Belzoiosum
sita in dicto territorio Mote Campanee Papie etc.31
Con la morte di Gian Galeazzo a Melegnano il 3 settembre 1402, finì il periodo di
sviluppo e di splendore del castello. I successori non lo amarono. Non sappiamo nulla del
Duca Giovanni Maria, successo nel 1402, e che del resto, fino al 1404 fu sotto la tutele
della madre Caterina. Ma appena egli venne ucciso, il 14 maggio 1412, nel quale giorno
moriva in Pavia anche Facino Cane, i fratelli Paganino e Pietro Negri, Giacomo Ravazza
(Ravizzi, Ravazzi o Ravizza per correzione fatta da L. Suardi] e altri, tutti abitanti di
Belgioioso. levarono la bandiere della libertà e, preso il castello, lo distrussero.32
29 FILIPPO PRATO, in un diligentissimo lavoro sul Parco Vecchio di Pavia, in Memorie e Documenti per la
Storia di Pavia e suo Principato, anno I (1895) pag. 154 e segg.
30 MAGENTA, op. cit. vol. II Documenti, a quell'anno.
31 Archivio Notarile di Pavia, Notaio Agostino Barachi, 10-2-1419: Vendita fatta da Stefano da
Carnagliano (Cornagliano era nel Parco di Pavia) a Giobbe Belbello.
32 L'unico informatore, ma degnissimo di fede, di questo avvenimento è il Bossi, Istoria Pavese,
manoscritto nella Biblioteca dell'Università, sotto l'a. 1412.
- 31 -
Del quale episodio possiamo trarre la probabilità che adunque in quell'anno vi fosse un
piccolo nucleo umano fuori del Castello, mentre non possiamo controllare sino a qual
punto quegli insorti belgioiosini abbiano distrutto il castello. Comunque sia, il nuovo
Duca Filippo Maria subito perdonò loro e li rimise in grazia con lettera del 29 novembre
1412.33
Si capisce che gli premeva rassodare la propria signoria, conciliandosi l'animo del più
forti. Due anni dopo, per la prima volta Belgioioso veniva infeudato ad alcuni Visconti:
Giovanni, Francesco, Ettore e Bernabò, figli di Martino. Ma fu per poco.
Che cose sia succeduto non sappiamo, ma è certo che Filippo Maria non venne mai, o
almeno non abbiamo nessuna sua lettera datata da qui e perciò credo che senza dolore sotto l'aspetto, diremo così sentimentale, quantunque con soddisfazione sotto altro aspetto
- concesse con diploma spedito da Abbiategrasso, 29 novembre 1431, l'investitura del
Castrum e del Fortalitium Belzoiosi ad Alberico da Barbiano conte di Cunio, Lugo e
Zagonara di Romagna34 e, in seguito a questa donazione, osserva il Casanova, la famiglia
usò per cognome il “Belzoioso”.35 Intanto non sono dell'opinione del Casanova: forse i
Barbiano attesero almeno qualche decennio ad aggiungere al proprio cognome il
predicato di Belgioioso. ossia ciò avvenne, al più presto, al tempo degli Sforza, ossia
dopo il 1450.
Questo Alberico Barbiano era il nipote dell'altro più celebre (1344-1406) che aveva
fondato la potenza e la fama della sua casa, perché, Capitano di Ventura, con la sua
“Compagnia di San Giorgio” sgominò a Marino, il 28 aprile 1379, a favore del vero
33 Cfr. ROBOLINI, Notizie ecc. vol. V parte I, sotto quell'anno.
34 Archivio di Stato di Miano, Feudi Camerali, Cartella n.77.
35 Dizionario Feudale delle Province componenti l'antico stato di Milano all'epoca della cessazione del
sistema feudale, Firenze, 1904 vol. I, Pinerolo, Biblioteca della Società Storica Subalpina, vol. 54° pag.
193
- 32 -
pontefice Urbano VI, le schiere bretoni che erano e a servizio dell'antipapa Clemente VII
(Card. Roberto di Ginevra) – LIB. IT. AB. EXT. (Liberata Italia Ab Exteris) fu il motto
ripetuto costantemente nelle loro armi gentilizie. E l'essere l'attività sua e dei suoi
discendenti venuta a gravitar intorno a Milano a favore, prima dei Visconti, poi degli
Sforza, fu per questa famiglia il motivo di maggiori fortune.
Questo nipote di Alberico, il più celebre; Alberico egli stesso, figlio di Lodovico, che ere
stato fatto conte di Lugo da Giovanni XXIII nell'a. 1411, perduta ormai ogni cosa in
Romagna, ebbe adunque il castrum o fortalitium di Belgioioso e l'ebbe proprio a titolo di
compenso. E poiché la perdita laggiù era stata ingente, così modestamente, nel decreto
d'investitura è detto “pro aliquali rependio".
Entrato così al servizio dei Visconti, guidò le milizie ducali contro i fiorentini e contro
Bologna. nella guerra di espansione verso Romagna, Toscana e Veneto. Con lui la
famiglia dei Barbiano si stabilì a Milano e ne divenne patrizia, ma per le sue origini
venturiere e bellicose, si distinse dal tipo delle altre famiglie del Patriziato milanese.
Ma gli atti del notaio Negri Pagano di Belgioioso, limitati purtroppo al 1430-1433, mi
informano che questo Alberico, nell'aprile di questo anno 1433, doveva essere già
morto36; e mi assicurano che già esiste una chiesa, piccolissima io penso, e direi quasi in
formazione. Il testamento di un certo Campari Giovanni fu Bertolino, raccolto dal notaio
il 19 agosto di quell'anno 1433, dispone tra l'altro che “corpus suum sepeliri debeat ad
eccelesiam sancti Michaelis ante posternam” (dunque sulla soglia delle porta) e che alla
medesima chiesa si paghino “omnes illos denerios quos habere debet (il testatore) a petro
de granata" e che i rimanenti denari “expendantur in uno calice pro ipsa ecclesia et pro
36 “Federicus de Canibus fìlius quondam Orlandini negotiorum gestor et procurator quondam Magnifici
Domini Comitis Alberici possessionis Belzoiosci”.
In altro punto del lavoro rilevo l'importanza di questi preziosi breviari conservati in due fascicoli
manoscritti, orribilmente sciupati dell'Archivio Notarile di Pavia. (cas140)
- 33 -
adiutorio coquendi unam campanam et pro subsidio operis ecclesie”, con obbligo di
celebrazione di “missae et oficia” per l'anima sua e dei suoi morti. Ecco dunque un calice
e una campana forse unica - che è ancora da fondersi e certamente necessaria alla
chiesetta nascente che ha bisogno di un calice e che ha la fabbrica in condizione di
necessità e che ha già il suo patrono celeste, l'attuale S. Michele!37 Un altro atto, sempre
di quest'anno, é tenuto “In castro Belzoiosci... in claustro ecclesie sancti Michaelis".
Dunque la chiesa ha già un chiostro, o almeno un cortile, o almeno una cinta di muri che
ne segna la proprietà.
Il paese poi è tutto lì, intorno o piuttosto sulla piazza del castello, e si può indovinarlo di
poche case: “...in terra Belzoiosci campanee et comitatus Papie videlicet super platheam
dicte terre ante ostariam”; “super plateam ante ecclesiam” (ossia un po' più in là del
castello); “in platea ante barbariam”. Dunque c'è un'osteria e una bottega di barbiere, il
quale si chiama "Magister Paxinus de Valvassoribus (forse buono anche per fare coi rasoi
le operazioni chirurgiche) e c'è anche un sarto: “...ante stacionem Magistri Augustini de
Cobianco sartoris".
Ma il castello è il centro del paese e del Vicariato: “in castro Belzoiosci ad banchum ubi
iura redduntur; - ante palacium magnum; - in quadam camara_palacii_magni”. Gli atti
notarili di Pagano Negri avvengono quasi sempre in questi luoghi.
Ecco, si può dire, il paese come era nell'anno 1433: un paese in fasce.
37 Anzi, talvolta, in questi atti, la chiesa è denominata S. Michaelis maioris. Perché? Affaccio una ipotesi.
Poiché di S. Michele ce n'è in Paradiso uno solo, così il “maioris” è attribuito non già all'Arcangelo, ma
alla chiesa, esistente già allora, e forse in confronto di un'altra, più antica che risultava minore; chissà!
- 34 -
Capitolo V
LA “ZAGONARA”
A tre chilometri e est di Belgioioso sorge una frazione chiamata Zagonara (in dialetto
Zagounèra).
È un piccolo centro rurale in mezzo ad una campagna fertilissima bagnata dall'Olona e
dalla roggia Castellara che ne esce, movimentata da alcuni terrazzi del medesimo fiume;
anzi, Zagonara stessa domina da un terrazzo la piccolo valle. Un mulino annessovi
richiama molta gente anche dai dintorni.
Questa località e questo nome non hanno mai interessato alcuno studioso. Certamente
nell'Alto Medio Evo, il suo territorio era possesso del Monasterium S. Anastasii in loco et
fondo Curtis Olonna cum omnibus pertinenciis, donato dalla pia Imperatrice Adelaide il
12 aprile del 999 al Monastero del Salvatore di Pavia, ma non sappiamo se essa esistesse
o, esistendo quale nome avesse allora, né quando questi beni siano passati alla Camera
ducale. Ma certamente consta che nel 1486 il podere di Zagonara venne ceduto al conte
Carlo Barbiano e, almeno da quell'anno, esso, che pur trovasi a un solo chilometro
dall'antica Curtis Ollonae è sempre alle dipendenze di Belgioioso, che ne dista tre. Però
ecclesiasticamente è sempre stato ed è tuttora sotto la parrocchia di Corteolona.38
Ma quando assunse questo nome? Chi lo impose?
I Barbiano, tra gli altri feudi di Romagna, avevano pure quello di Zagonara (Conti di
38 Dalla Visita Apostolica del 23 agosto 1576 risulta che la Parrocchia di Belgioioso si estendeva entro un
raggio di mezzo miglio. Dunque almeno sin da allora ne era esclusa Zagonara che ne è più lontana.
- 35 -
Conio, Lugo, e Zagonara) il quale restò rinomato per una vittoria che il 28 luglio 1424, il
duca Filippo Maria, riportò sui Fiorentini, i quali, allora, erano sostenuti da Alberico il
giovane, il nipote cioè del più famoso, vincitore della battaglia di Marino (1379).
Certamente adunque questa Zagonara è un richiamo al ricordo di quella: ma ci richiama il
feudo romagnolo dei Barbiano o ci richiama piuttosto la vittoria riportata colà dal Duca?
In altre parole lo imposero i Barbiano, oppure i Visconti? Se pensiamo che appena
riportata la vittoria di Zagonara in Romagna, il 28 luglio 1424, il duca Filippo Maria si
affrettò a darne notizia con parole altisonanti, alla città di Pavia - dispaccio 31 luglio39,
può essere probabile che egli stesso abbia voluto, con questo nome imposto ad una
località che era parte della bella e gioiosa villa sua e del suoi antenati, ravvivare e
celebrare il ricordo di essa. Può essere anche che i Barbiano, essi pure in vena di
Battezzer luoghi - e Barbianello nell'Oltrepò ne è un chiaro segno - abbiano voluto
ravvivare nostalgicamente la memoria di un castello che in Romagna era ormai, per loro,
perduto per sempre.
Ma io propendo per la prima opinione, anche perché Zagonara ricordava, con la vittoria
dei Visconti, la sconfitta di un Barbiano40.
Debbo trattenermi un istante anche sulla etimologia e sul significato di questo nome, ed
espongo anche qui sinceramente il mio pensiero.
Zagonara è = Diaconaria, per la lettura molto frequente “za” del nesso “dia” (diabolus =
Zabolus) e per lo scambio frequente della gutturale media g con la gutturale tenue c.
39 Archivio Civico di Pavia: Lettere Ducali: “Divina clementia benigne permisit ut victoriosus et felisc
noster exercitus inimicas gentes nostras quae in partibus Romandiole contra nos antehac semper, Deo
laudes, invictos temerario motu venire presumpserant consertis manibus in conflictum omnino posuerit
et in stragem, captis Magnifico Domino Carolo de Malatesta atque conductoribus et prestantionibus
viris excepto Domino Pandulfo qui vi calcarium et festino equi cursu dicitur fugisse” e prescrive in
segno di esultanza, tre giorni di processioni e di “Falodia excelza et luminosa” (anche noi diciamo: i
falò).
40 MACHIAVELLI, la si legge nell'Istorie fiorentino, 1.IV, c.VI
- 36 -
Diaconaria richiama l'idea di servitù, come diaconus nella liturgia è il ministro che serve
al sacerdote all'altare.
Nel Medio Evo, alle dipendenze di una curtis, ove abitava il padrone, il gruppo di case
che ospitava i servi addetti ai vari ministeria, poteva bene e felicemente esser battezzato
con tal nome, il quale così doveva essere non raro, ma abbastanza comune, come comune
era l'ordinamento feudale.
Questa è la mia modesta opinione.
Zagonara appartenne sempre dal 1431 ai Belgioioso fino a quando dagli eredi del
Principe Alberico XII, venne in possesso della famiglia Dozzio (1852) che ne fece un
podere mode1o, tuttora fiorente.
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Capitolo VI
BELGIOIOSO SOTTO I BARBIANO
AL TEMPO DEGLI SFORZA
Il feudo di Belgioioso, investito da Filippo Maria Visconti in Alberico da Barbiano "con
tutto le terre, possessioni, giurisdizioni e onoranze spettanti alla Camera" non ha dunque ,
come tale, origini più antiche, come invece sono quelli dell'epoca carolingia. Di origine
camerale, esso era soggetto alle esigenze finanziarie appunto della “Camera” Ducale. Lo
si vide bene nell'anno 1450 quando, il 5 dicembre, il nuovo Duca Francesco Sforza
investiva del feudo Angelo Simonetta, perché avendo egli bisogno di molto denaro, il
SiImonetta, amico d'infanzia, gli aveva donato la somma di 4370 ducati d'oro di
Venezia41.
Ho detto: “Investiva del feudo”. Tuttavia, c'è un atto ducale in data 3 settembre 1451,
firmato dal povero Cicco Simonetta, di conferma del feudo di Belgioioso nella famiglia
dei Barbiano e precisamente in Lodovico, figlio di Alberico, al quale era stato assegnato
per la prima volta nel 1431. E vent'anni dopo, il 20 maggio 1470, Angelo Simonetta giura
fedeltà per il feudo di Belgioioso! Chi dunque l'aveva?
Per spiegare questa apparente contraddizione non si può che distinguere tra il Castello col
suo territorio da una parte e il Vicariato dall'altra. Ora il castello col suo territorio
immediato rimase certamente ai Barbiano, mentre il Simonetta veniva investito del
Vicariato42.
41 Archivio Belgioioso nella Biblioteca Trivulziana, ora in Castello Sforzesco di Milano.
42 In tal senso appunto mi confermano le parole del Guasco di Bisio,
Dizionario Feudale, vol. I pag.
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Il Vicariato di Belgioioso poi in quel tempo annoverava queste località: Filighera, San
Giacomo della Cerreta, San Leonardo, Spessa, Spessetta, Beatico, Canlepre, secondo il
Guasco di Bisio43; invece, secondo la carta pubblicata dal Soriga44 esso abbracciava
ventitre villaggi, spingendosi a Corteolona e sino a Pieve Porto Morone.
La conferma del feudo, sia pure ormai limitata al castello e alla terra adiacente, a
beneficio di Lodovico
Barbiano, ere ben meritata da questo. Egli era stato magna pars
nell'acquisto della città di Pavia allo Sforza, il quale era impegnato a fondo - l'anno 1447 nell'assedio di Piacenza, e trascorse certamente momenti tristi di sconforto, perché le
città volevano riprendersi la loro libertà. A Pavia e a Belgioioso lavoravano per Francesco
Sforza, Lodovico Barbiano e Benedetto Riguardati45. Il castello di Belgioioso s'era
trasformato, per l'occasione, in deposito di vettovaglie e munizioni, è, malgrado la
dedizione della città di Pavia, annunciata il 3 settembre 1447, nel contado si resisteva con
l'aiuto anche dei Veneziani, i quali recarono, nell'ottobre, danni a San Colombano e a
Belgioioso stesso. Il Riguardati il 28 settembre aveva invitato i tre Commi di Chignolo, di
Belgioioso e di Costa a prestare giuramento di fedeltà allo Sforza. Il quale invito
significava che mentre il Castello di Belgioioso, soggetto a Lodovico, tutto era favorevole
allo Sforza, nelle adiacenze costituenti il piccolo villaggio nascente, c'era ancora chi
resisteva, così che i danni recati dai Veneziani si saranno limitati appunto al Castello, se
192 (“Belgioioso”) «Infeudato da Filippo Maria Visconti a Da Barbiano Alberico, (1431)ritolto in
parte e dato (1450) a Simonetta Angelo. ...ad Angelo Simonetta, il quale nel suo testamento - rog.
Lazzaro Cairati 18-05-1470 – lascia la figlia Bianca, sposa di Ercole d'Este, crede, tra l'altro, de tucto el
Vicariato del Belzoioso. E, d'altra parte, che il Castello e il paese nascente sia rimasti ai Barbiano, la
prova più bella è questa: che essi vi fanno dimora assidua e che il paese segna proprio in questi decenni
i suoi più notevoli sviluppi sotto di loro! Con questa distinzione si comprende anche il diploma
imperiale con cui Belgioioso nel 1552 veniva eretto in titolo comitale nella persona di Filippo d'Este.
Questo titolo viene annesso non già al Castello e alla terra di Belgioioso, dove già i conti hanno
cominciato da qualche decennio a portarlo, bensì al Vicariato, del quale il primo investito fu, come dissi,
il Simonetta.
43 Ivi.
44 L'ho già citata a proposito del nome Belgioioso.
45 Cosetta Sacchi, Il Comune e il contado di Pavia nell'acqsuito del Ducato di Milano, in Memorie e
Docmenti per la Storia di Pavia e del suo Principato, vol. II, fasc. IV-V (1899)
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pure può dirsi che i soldati nelle distruzioni abbiano il senso della discrezione e della
misura.
I figli di Lodovico, Alberico e Carlo, devono aver abitato spesso, e forse definitivamente
a Belgioioso. Non eran più certamente, condottieri di compagnie come gli antenati e,
riparati i guasti recati dalle scorrerie al castello, vi avranno dimorato in pace. E certo
alcuni documenti ce li segnalano a Belgioioso. Un episodio di scarso valore - è uno dei
mille così – ma, per i particolari di qualche rilievo, ci attesta l'esistenza di un Podestà:
certo Agostino Pastor il 22 giugno 1483 avverte il duca Gian Galeazzo Sforza che un
certo Giovanni Giacomo “coi due altri soi fratelli venero armata mano ad asaltar due
famigli de li Conti Carlo et Alberico da Lugo fratelli susco la piaza di Bolzojosco et ne
fereteno uno di morte, per lo qual maleficio lo Illustrissimo signor Lodovico e fece dare
bando et dipoi dicto Zoane Ioacomo, non contento de predictis, temerariamente vene in
dicto locho de Belzoyosco et per cascone del bando lo dicto Conte Alberico lo fece
distenere (arrestare) et subito ne avisò lo prelibato signor Ludovico il quale ge ha
comandato non lo rilasse senza espressa licenza”.46 Dunque i due fratelli si chiamavano
conti di Lugo ed è vivo ancora nel 1483 il loro padre Lodovico. C'è a Belgioioso il
Podestà che rappresenta la Giustizia, che interviene a punire un feritore; c'è una piazza,
certamente dinanzi al Castello, cioè con le abitazini della povera gente a rispettosa
distanza da quella del potente, forse delle proporzioni dell'attuale, sulla quale avviene il
fatto di sangue.
Anzi ho trovato di più in alcuni documenti di cinquant'anni prima. Negli atti notarili del
1433, che ho già ricordati, si leggono queste espressioni: super platheam ante castrum;
super platheam ante Palacium magnum; in castro Belzoiosi ad banchum ubi jura
46 Archivio di Stato di Milano, Comuni: Belgioioso.
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redduntur.
Nel castello adunque si rende giustizia47, e al Castello come a un centro, vengono da tutti
i paesi del Vicariato, anche se il paese è di poche case e di pochissime decine di abitanti.
Dieci anni dopo, capita in paese un certo Bartolomeo de Vigni, più volte omicida e ladro,
che già era stato messo al bando. La nostalgia del nativo loco forse ve lo aveva
richiamato.
Ma il podestà - forse il medesimo Agostino Pastor - lo acciuffa, lo pone in carcere – sarà
stato nel castello - e ne dà notizia a Milano.48 Non se ne sa più nulla.
Ma un altro documento, più importante, ci fa intravedere necessariamente uno sviluppo
del piccolo nucleo umano che vive intorno al castello. Eccolo: sul muro del campanile visibile dalla sagrestia attuale della chiesa, a circa due metri dal suolo, è fisso un marmo
rozzo – forse è granito - recante queste parole: “1489 DIE VIGESIMO 2 (“secundo”
certamente) IVNII REGNANTE C.B.” Le cifre dell'anno sono arabiche e non romane. La
breve, ma preziosa iscrizione lapidaria ci garantisce l'inizio del Campanile nell'anno 1489
il 22 giugno, sotto il dominio di C. B. da leggersi certamente Carolo Barbiano.
Quel regnante ha pure la sua importanza! riflette un dominio esclusivo sopra questa terra
di Belgioioso, del quale dominio è simbolo il castello fortissimo. Questa parte del
campanile è la più antica ed è in mattone a vista, mentre le parti superiori appartengono
successivamente a vari secoli; al 1670 la mediana, al Settecento la cella campanaria e, per
il coronamento a cupola, al secolo nostro (1928)49. Se c'è un campanile ci deve essere
pure una chiesa, di proporzioni abbastanza vaste, quando si rifletta che il campanile
iniziato nel 1489 è stato continuato nei secoli sulle medesime fondamenta e mura.
47 Archivio Notarile di Pavia, breviari di Pagano Negri, notaio in Belgioioso. Purtroppo di lui non ai
conservano che gli atti rogati in quegli ami 1430-1433.
48 Archivio di Stato di Milano, Comuni, Belgioioso.
49 Architetto Carlo Moranotti.
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Un altro avvenimento, più modesto, ma abbastanza significativo, ci è offerto ancora nelle
cartedell'Archivio di Stato di Milano50: il primo dicembre 1478, un belgioiosino è fatto
cittadino di Milano e si chiama Mandello Barberio.
Il mecenatismo del Conte Carlo ci é attestato anche da un altro documento: con atto 12
novembre 1491, egli donava ai frati minori un vasto latifondo, affinché sull'area si
erigesse un convento con la chiesa da dedicarsi alla Madonna; e che servisse anche di
sepoltura alla famiglia. È la “Chiesa dei Frati” bellissima, che accolse infatti le salme dei
Belgioioso sino alla l'anno 1869. Di purissimo stile gotico, a tre navate, le minori delle
quali hanno campate rettangolari nella misura di metà della campata maggiore, con altari,
con facciata elegantissima - quantunque deturpata - e con campanile slanciato, a guglia
conica di mattoni a risega, fratello minore del più bello dei campanili di Pavia: quello del
Carmine che è più vecchio di pochi decenni, con cella campanaria ad aperture bifore,
dove le colonnine divisorie sono esse pure in mattone, e non in pietra. Era un gioiello ed é
monumento nazionale; ciò non tolse. a nostra vergogna, che fosso ridotto ad abitazione, a
cantina, a rimessa e a magazzino. Questa chiesa adunque attesta la pietà munifica del
conte Carlo Barbiano.51
Ancora un documento intorno a lui; è pure importante, perché ci attesta la sua crescente
potenza e il proposito di fissarsi per sempre a questa terra di Belgioioso.
Il 4 settembre 1493, dopo tre trattati stesi per atto notarile, si concludeva un accordo tra i
Canonici della Chiesa di S. Maria Gualtieri e il conte Carlo, in virtù del quale quelli
investivano questo di tutta la possessione della Porcaria in enfiteusi perpetua. L'accordo
era stato laborioso; in forza di uno dei tre trattati fra le due parti, il conte Carlo si
50 Archivio di Stato di Milano, Comuni, Belgioioso.
51 Lo strumento notarile di questa donazione non si è potuto trovare. Ma ce l'attesta il vol. I delle
“Famiglie notabili milanesi”, Milano, 1875: fam. Barbiano.
- 42 -
impegnava a liberare i Canonici da un contratto precedente, col quale essi avevano
investito della possessione della Porcaria, Luigi Arcimboldi per l'affitto di 330 ducati
annui.
È chiaro che il conte Carlo Barbiano, pur di esserne egli stesso investito, aveva offerto un
maggior prezzo. E la cosa infatti, il 3 settembre, s'era conclusa con la convenzione d'un
affitto di 510 ducati d'oro all'anno, più 14 lire imperiali “pro illuminatione lampadarum
et aliis necessitatibus ecelesiae” (S. Jacobi) - A questo atto è unito il consenso del duca
Gian Geleazzo Sforza il quale è ben lieto di darlo per la stima che ha di Carolus
Barbianus comes. Consiliaras et dilectissimus noster.52 Questa investitura con relativo
giuramento di fedeltà prestato dal conte a quei Canonici durò, come ho già accennato sino
al sec. XIX.
Investitura contrastata però dalla stessa famiglia Belgioioso perché i Canonici l'anno 1663
dovettero intentare un processo in Curia Vescovile contro i Belgioioso, che pagavano
soltanto una parte del canone convenuto. Ma il motivo più vero che si nascondeva sotto le
schermaglie avvocatesche poteva essere quello di svincolarsi da una investitura passiva e
da un giuramento di fedeltà, per farsi padroni assoluti dell'immensa possessione che i
Canonici di S. Maria Gualtieri peraltro non volevano alienare perché essa era la
consistenza patrimoniale delle loro prebende. Ma per allora il conte Carlo, che si faceva
sempre più potente, fu lieto di stringere quel contratto.
Ancora un'osservazione: nel Breviario del Notaio Pescari si legge, nel titolo dell'atto, che
l'investitura è fatta al Magnifico Conte D. Carlo Barbiano de Lugho, cittadino di Pavia dove, due anni dopo sarà anche governatore. Questo, come tutti gli atti precedenti,
esclude adunque che almeno sino all'anno 1493, i Barbiano avessero assunto anche il
52 Questa pratica ai trova nel Breviari del Notaio Siro Pescari nell'Archivio Notarile di Pavia.
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cognome di Belgioioso, come invece ritiene l'Enciclopedia Italiana53. Certo però questo
insigne uomo godette la fiducia anche di Lodovico il Moro che nel 1492 lo mandò
ambasciatore a Carlo VIII e indusse quest'ultimo - dice l'Enciclopedia Italiana - alla
spedizione di Napoli54.
Un'ultima cosa: è tradizione costante, rilevata dal Calvi55 che la roggia Carlesca, la cui
amministrazione occupa più e più cartelle dell'Archivio del Castello di Belgioioso - con
relative liti all'infinito - sia dovuta appunto e abbia preso il nome da questo Carlo, il
quale la derivò dal Naviglio di Milano, per condurre le acque verso le sue possessioni, e
speriamo bene, a beneficio anche altrui. Essa percorre, del distretto di Belgioioso, quelle
terre che chiamiamo d'asciutta e per la quali, nella stagione estiva, che per noi ha giorni
torridi, una roggia è tanto provvidenza, come è un sorso d'acqua per un assetato.
Tutti questi fatti più o meno modesti, sono per me, di somma importanza nei riguardi
della terra di Belgioioso: i primi sviluppi notevoli del piccolo nucleo di abitazioni intorno
al Castello li dobbiamo riconoscere adunque nella piazza, nel campanile massiccio, nella
chiesa maggiore, di fronte al Castello e, poco discosto al fianco sud, nel convento e nella
elegantissima e spaziosa chiesa dei Frati, nello scavo della roggia Carlesca, tutto
compiutosi negli ultimi due decenni di quel secolo XV!
A questo periodo Sforzesco che occupa, per 35 anni, anche il secolo seguente, appartiene
l'episodio della battaglia di Pavia, il quale mi interessa solamente perché, dopo il celebre
fatto d'armi, il Re Francesco I sarebbe stato condotto prigioniero dagli Spagnoli nel
castello di Belgioioso, in attesa d'essere trasferito poi a Pizzighettone.
53 Alla voce Barbiano: "Carlo Barbiano (+1514 circa ) per primo adottò il cognome Belgioioso".
54 Ma altri è di parere diverso: è il Calvi che nelle “Famiglie Notabili milanesi”, vol. I, osserva che il conte
Carlo era tal uomo da prevedere i danni che sarebbero venuti allo Sforza e all'Italia da un simile invito
fatto ai Francesi, sempre più potenti.
55 Nell'opera cit.
- 44 -
Così afferma il Giulini, seguito da altri56.
Ma il Giulini non conobbe tutto le numerose testimonianze che escludono affatto
Belgioioso come prigione provvisoria del re.
Oltre le quali testimonianze, se l'episodio si fosse svolto a Belgioioso ne avremmo
qualche ricordo, conservatoci, per un legittimo orgoglio di tanta ospitalità, dai Barbiano
di allora!
Io dunque ricordo, con la maggior parte degli scrittori, e sulla testimonianza dei
contemporanei all'avvenimento, che il re non fu condotto; dopo la cattura, il 24 febbraio
1525 – né alla Certosa, né a Belgioioso, bensì nel Monastero di San Paolo presso Pavia,
accanto al Parco Vecchio, nel quale si era svolta la battaglia. Tra le tanto, reco la
testimonianza dei Diari del Sanudo57, il quale riferisce una lettera di Gerolamo Morone al
duca Francesco II Sforza: “Qua a Pavia ho fatto reverentia al re di Franza nel alogiamento
suo di San Paolo”. Ma appunto perché teatro di questo episodio non fu Belgioioso, non vi
insisto di più e passo ad altro. Certo però questa nostra terra in qualche modo partecipò
alla battaglia famosa, perché un Diario, sino a 50 anni fa inedito, annovera chiaramente
tra i prigionieri più illustri, dopo il re e cento altri nobili francesi e italiani parteggianti per
la Francia, anche il “sig. Pietro da Belgioioso”58.
Questi, come il fratello Lodovico, come lo zio loro Carlo, già a lungo ricordato poc'anzi,
militò sempre coi Francesi; particolare che mi sembra degno di rilievo, perché a capo del
movimento a favore dei Francesi era in quei tempi Gian Giacomo Trivulzio sotto il quale
avevano militato. Ma il motivo per il quale i Belgioioso parteggiavano per i Francesi, mi
56 GIULINI, op. cit.: “il suo antico castello di Belgioioso servì di alloggio a Francesco I di Francia, quando
cadde prigioniero alla battaglia di Pavia”.
57 XXXVII, 509.
58 “Diario inedito dell'assedio di Pavia fatto dai Francesi nell'anno 1524-25”, pubblicato dal BONARDI, in
Memorie e Documenti per servire alla storia di Pavia e suo Principato, anno II.
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sfugge; forse dalla Francia s'aspettavano di più che della Spagna, com'era allora costume
di far del calcoli sul più probabile vincitore futuro. Comunque sia stato, il conte Lodovico
figlio di Carlo era passato nel frattempo ai servizi di Carlo V e il De-Leyva gli aveva
affidato la difesa della città di Pavia assediata nel 1527 del Francesi. Ma il Belgioioso,
trovata la situazione disperata, dopo aver imposto ai cittadini di non affacciarsi per un'ora
alle mura, uscì a parlamentare col Lautrec, il quale, fattolo prendere, lo fece tradurre e
Genova, mentre la città, ignara e sprovveduta, veniva subito invasa e saccheggiata.
Fu la cattura del Belgioioso una commedia? Fu egli traditore? I pareri dei cronisti
contemporanei sono vari, e il Magenta, riassumendoli, assolve il Belgioioso59. È cosa che
qui non mi deve interessare60. Quel che maggiormente mi importava, si era di rilevare, in
questo (breve?) capitolo, l'incremento certo che il paese di Belgioioso raggiunse nella
seconda metà del sec. XV.
59 Op. cit. pag. 715. Ma tra i testimoni che egli reca e discarico c'è il Verri, il quale invece è proprio
accusatore. Il Magentafinisce dicendo: “A noi riesce caro di purgare la reputazione di un patrizio
lombardo dell'accusa più ignominiosa, di cui può essere colpito un capitano alla cui fede sia
raccomandata la fede di una bandiera”. D'altra parte i Belgioioso, erano stati sino a pochi anni prima, al
servizio della Francia. Onde la tradizione popolare ha sempre voluto vedere nell'impiccato sulla porta
del Ponte Ticino, quale è figurato nella Basilica di S. Teodoro, affrescata in quegli anni, proprio
Ludovico Belgioioso!
60 Questo molto discusso Ludovico - il Calvi, apertamente sorive nel cltato I vol. delle Famiglie Notabili
che “Monza, San Colombano e Pavia piansero, poste a sacco il rigore delle sue armi. Quanto a Pavia si
allude qui all'a. 1528 nel quale Ludovico, por ordine del De Leyva riprese facilmente la città, morì a
Milano il 14-1-1530 e venne sepolto il giorno dopo 1'Epifania
(il 7 gennaio dunque) et fu
conceduto alla sua terra cioè Belgioioso dove ghe fu fatto le exequie et con gran trionfo, siccome se
apparteneva a uno simile homo. Da “Cronache milanesi” di GIOVANNI CANOLA e GIOVANNI BURIGOZZO,
Firenze, 1842.
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Capitolo VII
LA CHIESA ANTICA DI S. GIACOMO IN PORCARIA
Se intorno alla Porcaria, poi detta Cerreta, si trovano notizie - ed io ho cercato illustrarle
nei primi capitoli – pochissime invece sono le notizie che si hanno di questa originale
chiesetta, che sperduta tra i boschi e le ubertose campagne che incoronano la sinistra riva
del Po, va ma mano sgretolandosi e deperendo nel suoi elementi più caratteristici, se
l'Opera dell'uomo non vorrà prevenire con premurosa sollecitudine le persistenti ingiurie
del tempo e degli elementi.
Restituita da qualche anno al culto, essa s'apre la domenica per la Messa festiva a comodo
di quei buoni contadini.
Celata agli studiosi d'arte; sacrilegamente, in parte, imbiancata nel suo interno, dopo che
nel 1855 servì da lazzeretto per i colerosi; non mai curata dai padroni, il vetusto santuario
porta tutti i segni dell'ignoranza e del vandalismo degli uomini più ancora che gli sfregi
del tempo. Tuttavia è pur sempre, per i suoi ricordi ed avanzi, una margherita
sventuratamente perduta in un pantano, proprio davvero: in una Porcaria!
La chiesetta consiste in un solo, vasto ambiente di pianta rettangolare, piuttosto lungo, sul
cui muro di fondo si apre l'abside, di forma semicircolare, che contiene l'altare. Coperte
da un tetto e due pioventi ed isolata da ogni lato, riproduce all'esterno la sua semplice
struttura interna. La facciate si presenta a mattoni di colore rossiccio, formando vivace
sfondo alla riquadratura biancastra che racchiude il massiccio portale in pietra
all'ingresso.
- 47 -
Il forte sfondo della porta, le due colonnette, formate di base e di capitello, ed il cordone
che ne girano l'apertura e la lunetta, correggono le proporzioni del vano della porta
sormontato da architrave in pietra, sorretto da mensole di buona lavorazione. La parte
superiore della facciata è dominata dal cornicione che rappresenta un magnifico esempio
dell'uso del cotto in Lombardia, durante l'ultimo Medioevo. Mattoni e dentelli, tortiglioni
finemente lavorati, racchiudono un fregio di eleganti forme, ove due rami si intrecciano
ad un motivo centrale di un grande flore. Tutto questo complesso poggia su archetti
leggermente acuti intersecantesi tra loro.
Il frontespizio è sormontato, nel suo punto più alto, da un pilastro quadrangolare,
terminato da piramide molto slanciata; agli estremi angolari della facciata, porto due
pinnacoli a sezione circolare; teli pinnacoli purtroppo non figurano più interamente.
Il fianco sud non è meno elegante ed originale della facciata; il cornicione è identico al
precedente; la 1unga parete è divisa in cinque specchiature, ciascuna delle quali contiene
alternativamente una finestra od un nicchione poco profondo; un lieve zoccolo gira infine
la base del muro. Se dei nicchioni null'altro attira la nostra attenzione fuor che le tracce
appena visibili di preesistenti affreschi nel loro vano, ben diversamente avviene per le
finestre, conservate ancora nella quasi piena integrità.
La loro forza slanciata ma contenuta in giuste proporzioni rispetto alla specchiatura si
eleva fin quasi al cornicione, su fasci di cordoni che formano il decoro delle loro spalle.
Sono andate ormai perdute le vetrate originali. In seguito allo scoppio della polveriera
situato nella vicina località dì Scarpone in data 1-1-1945. causata da bombardamento
aereo.
II fianco nord della chioma si presenta identico a quello sud, ma privo, fin dall'origine, di
qualsiasi finestra, sì da indurre un lieve senso di monotonia, colle sue pareti non ravvivate
- 48 -
da alcun risalto di colore. Si nota invece nell'ultima campata l'apertura di una porticina
che non sembra originale.
L'abside esacircolare è formato nella sua parte inferiore da un piccolo zoccolo, sul quale
poggiano alcune esili colonnette, che dividono il corpo dell'abside in sette specchiature
verticali; nella terza e nella quinta di
queste si aprono due piccole finestre, quasi feritoie contornate da un solo cordone
rossiccio. Anche la parte absidale è dominata da due torrini agli estremi, mentre al centro
s'innalza, in corrispondenza al vertice dell'abside uno svelto campaniletto, che fa riscontro
al pinnacolo centrale del fronte.
Il basamento del campanile, che sorge sul colmo del tetto, è quadrato, mentre il corpo è
cilindrico e porta l'apertura di quattro semplici finestre ad arco; la ma sommità è ultimata
da un cono.
La posizione del campanile comporta che il suono della campanella sia comandato
dall'interno della chiesa proprio di fronte e vicino all'altare, ove anche oggi si vede
penzolare la corda campanaria, come appunto avviene nelle chiese dei Cistercensi.
L'interno della chiesa non presenterebbe nulla di notevole, se la nostra attenzione,
prescindendo dalla statua del Santo Patrono, che si vede sull'altare in abito da pellegrino,
non fosse attirata da una quantità di affreschi, veramente occasionali per una chiesetta di
campagna.
In questotempio con soffitto e tavolato ad una sola navata, parecchi nostri pittori hanno
lasciato lavori dei loro pennelli.
0 pellegrini per sciogliere i loro voti o devoti dei dintorni, per animo grato verso il Santo
Patrono del luogo, in più riprese avevano fatto abbellire le pareti del tempio, con
immagini della Vergine e del Santo Apostolo. Gran parte di questi affreschi distrusse
- 49 -
l'ignoranza del disinfettatori del colera; molto dei più vetusti furono coperti con
sovrapposizioni posteriori, sicché è facile scorgervi la traccia di veri palinsesti pittorici.
Al di sopra di un S. Giacomo si legge: “Zovano del forno fecit fieri - 1453 -.
Un pittore, Giovanni de Caminata, fu chiamato nel 1468 a dipingere in S. Giacono; e
sebbene il suo nome non si legga che sotto uno solo di questi dipinti, pure lo stile ed il
tecnicismo di quello firmato, si vedono ripetuti in parecchi altri affreschi.
Sicché, se non tutti gli affreschi, del bel tempietto sono opera del Caminata, in molti si
deve peròriconoscere la sua scuola; in altri la sua stessa mano. Certo in questi lavori il
colorito é molto basso e monotono; il disegno è stecchito; le proporzioni, gli scordi e
l'architettura lasciano molto e desiderare.
Vi si ammira nondimeno una certa ingenuità; molto mistica e gli avanzi dell'antico
simbolismo e dellevecchie tradizioni dell'arte cristiana.
Il pittore non ha sentito il soffio della nuova scuola; anzi pare che lo disegni; ed alle
innovazioni, già trionfanti con il Foppa ed i suoi allievi ed imitatori, egli tenti opporre le
creazioni della rigida arte più antica. Si rende perciò importantissimo lo studio di questi
cimeli per conoscere i contrasti tra le due scuole e le poche manifestazioni, ancora
superstiti, della vecchia nostra tradizione.
Nell'affresco che rappresenta S. Cristoforo, S.Rocco, la Beate Vergine con Gesù
Bambino, S. Sebastiano e Sant'Antonio, il disegno è molto buono e curato, gli
atteggiamenti disinvolti, espressivi e pieni di dignità, la prospettiva non troppo felice, ma
abbastanza studiata anche nelle dimensioni dei personaggi. Il colorito appare non
rispondente troppo alla buona condotto del disegno poiché i colori sono divenuti troppo
scialbi, forse per difetto di preparazione o d'impasto.
In ogni modo dobbiamo ritenere di trovarci innanzi ad un discreto affresco di scuola
- 50 -
Foppesca, di Vincenzo Foppa (padre della vecchia scuola lombarda di pittura prima di
Leonardo), probabilmente della fine del sec. XV come ci inducono a pensare anche i
particolari architettonici che vi figurano.
Il Caminata, nella parete destra del tempio, nell'affresco da lui firmato ed eseguito per
commissione d'un Bassano de Gera, raffigurò la Vergine assisa in trono con il bambino,
fiancheggiata da S. Giacomo ritto in piedi. L'iscrizione dice:
MCCCCLXVIII DIE XIIII MADIJ
BASANUS DE-GERA FEC1T F1ERI HOC OPUS
IOANNES DE CAMINATA PIXIT
Questa composizione però non è del tutto fortunata, né troppo felice il disegno, poiché le
movenze risultano un po' forzate.
Tuttavia questo unico affresco conosciuto del Caminata, ad onta dei suoi difetti e delle
suo pecche, gli dà un posto di certo interesse tra quei modesti artisti suoi contemporanei
che, seguaci dell'antica scuola, meglio rispecchiano l'epoca di transizione in cui vivevano.
Alcuni affreschi che si trovano accanto a questo, ma inferiori assai al medesimo per
colorito e disposizione, si potrebbero attribuire meglio che ad allievi e maldestri imitatori
del Caminata.
Alcune pitture non datate né firmate, sono da ritenersi per la loro qualità stilisticamente
precedenti all'opera del Caminata e, data l'epoca, si presentano abbastanza bene per
colorito e per disegno. Il soggetto e la disposizione delle figure non sono molto variati: S.
Giacomo isolato in diversi atteggiamenti e vesti poco dissimili, col bastone da pellegrino
in mano ed il libro nell'altra. Gli sfondi sono generalmente geometrici ed i troni della
Beata Vergine, consistono in alte cattedre, che poggiano sopra piedistalli non bene
- 51 -
definiti: le vesti abbastanza mosse ma composte, hanno le pieghe stilizzate alla maniere
gotica. Nella composizione che si trova nel muro di fondo a destra dell'abside, il campo è
diviso in due parti: nella superiore la Madonna col Bambino figura assisa in trono e
coronata, mentre dietro a questo, due angeli stendono un drappo fiorato; nella inferiore,
l'offerente è inginocchiato, mentre altri due angeli fiancheggiano la figura principale del
Redentore Crocifisso. Lo sfondo è costituito da un panorama, quasi del tutto scomparsi.
È notevole in questo gruppo la grazia che spirano le figure, quantunque manchevoli. Se i
volti visti di fronte non risultano troppo mistici, tuttavia il pittore è giunto a delle
conclusioni abbastanza felici e a darci delle sensazioni di una certa dolcezza. Le figure
della Beata Vergine e diS. Giacomo nella loro esilità di corpo, nel colorito delle carni e
nelle loro fini e delicate fattezze fanno non poco contrasto coi personaggi del Caminata,
piuttosto volgari.
Una illustrazione completa del S. Giacomo non recherà soltanto un bel contributo alla
storia dall'arte in Lombardia, ma forse gioverà a far conoscere altri lavori del Caminata,
che ora giacciono qua e là o anonimi o mal battezzati.
Ma intanto debbo rilevare che l'importanza artistica della chiesa è pari all'importanza
economica e sociale che per lunghi secoli ebbe questo luogo sul quale ora si è disteso
l'oblio.
- 52 -
Capitolo VIII
NEL SECOLO XVI
IL MERCATO E UN DON RODRIGO
L'ano 1535 Pavia e il suo “principato” (che si estendeva assai nell'Oltrepò) passavano
sotto il dominio spagnolo. La città non s'era ancora riavuta del sacco tremendo del 1527,
il quale aveva aggiunto le sue rovine a quelle già fatte dall'assedio 1524-25; e poco le
giovò che Carlo V mantenesse il “Principato di Pavia”61 e ne conferisse il titolo ad
Antonio di Leyva. Iniziò adunque per Pavia un lungo periodo di decadenza.
E possiamo bene ritenere che decadenza sia stata per tutto quarto il territorio e anche per
Belgioioso.
Il capitolo precedente sui tempi degli Sforza, mi ha condotto addentro di 35 anni in
questo sec. XVI, del quasi nulla, a proposito del paese mi offrono né i libri né gli archivi.
Tuttavia quel che ho potuto raccogliere mi documenta la tristezza dei tempi della
dominazione spagnola già iniziata tra noi.
Ma intanto, Belgioioso nella seconda metà di questo secolo raggiunse il migliaio d'anime,
come risulta dalla Visita Apostolica compiuta da mons. Peruzzi il giorno 23 agosto 1576
quale delegato della S. Sede62, come ho già notato.
Anzi la medesima Visita mi fornisce un altro particolare interessante: al visitatore mons.
Peruzzì viene segnalata in paese la presenza di un Ludimagister, ossia di un maestro di
scuola, che non ha fatto ancora la sua regolare professione di fede e perciò non può
61 Era stato eretto tale dell'Imperatore Massimiliano il 12-6-1499 e ne investito il primogenito del Moro
62 Archivio della cura Vescovile.
- 53 -
iniziare il suo ufficio, il quale maestro probabilmente, non era privato, ma pubblico e
come tale provveduto dall'autorità comunale63. Insomma a Belgioioso c'è ormai una
scuola. Come del resto, c'è già almeno tredici anni prima, la “Scuola della Dottrina
cristiana" alla quale recava aiuto e perfezione la Compagnia di Milano, ancora retta dal
pio sacerdote Castellino da Castello64 ed è una delle prime tra i rurali. È vero che essa era
di natura essenzialmente religiosa, ma pure promoveva, con la diffusione dei libricini di
Dottrina Cristiana, la pratica di saper leggere, che era allora, una gran cosa!65
In castello intanto, morto il 4 gennaio 1530 (di veleno?) il conte Lodovico, sul quale,
come dissi, pesa il sospetto di tradimento - del resto era anche crudele e perverso e penso
che i suoi sudditi di Belgioioso di tali qualità non avessero di che rallegrarsi66 e sepolto
nella chiesa dei frati di Belgioioso, gli succedeva il figlio Pietro Francesco, il quale
all'intimazione di consegnare il castello di Belgioioso agli agenti del Duca Francesco
Sforza, s'era ribellato, onde un processo da cui usci con una condanna, la quale tuttavia
gli venne levata ed egli ritornò in grazia di Carlo V.
Proprio questo ritorno suo nella grazia dell'Imperatore doveva essere condizione o motivo
di un particolare privilegio imperiale elargitogli e che interessa sommamente il paese: il
privilegio dell'esercizio del mercato settimanale da tenersi in Belgioioso.
Da Traiestu (=Utrecht) il 2 gennaio 1546 Carlo V concedeva al Magnifico nostro e del
Sacro Impero fedele diletto,_Il Conte Pietro Belgioioso et à suoi discendenti, per speciale
gratia della quale vogliamo honorarlo, la ragione et facoltà di esercire il mercato pubblico
63 Curia Vescovile di Pavia: Visitatio Apostolica citata, Fol. 509: Belgioiosi “...In parochia ludimagister
habetur qui fldei professionem non emisit - propterea ludi exercitium ei Reverendissimus Dominus
Visitator inhibuit, donec professionem fidei emiserit in manu Episcopi”.
64 "Et audivit pueros et puellas scholae Doctrinae Cristianae recitantes...in qua mediocriter instructi reperti
fuerunt.
65 Così il PRELINI, “San Siro”, vol. II, pag..280, il quale attinge da una “Vita ed Opere del Sac. Castellino
da Castello fondatore delle scuole della Dottrina Cristiana”, Como, 1884.
66 Cfr. “Famiglie notabili...”, op. cit.
- 54 -
nel luogo di Belzoioso ogni settimana un giorno per esso eletto, con quelle licentie et
prerogative privilegi et imnunità etc... senza però pregiuditio del Fischo overo della
Camera nostra Imp. di Milano e lochi vicini dentro di sei millia, quali hanno_privilegio di
mercato in simile giorno etc.
La condizione esplicita adunque era quella di non fare concorrenza ad altro mercato nel
raggio di sei miglia, condizione certamente opportuna. Così è nato il 2 gennaio 1546 il
ben noto e frequentatissimo mercato di Belgioioso, il mercato de1 lunedì67 al quale
partecipano non solo i paesi vicini, ma altresì molti negozianti della città stessa; come un
mercato già da secoli l'aveva il vicino borgo di Stradella, per decreto del Vescovo S.
Fulco, rettore del Comune di Pavia (1216-1226 ), come l'ha Corteolona il giovedì, come
l'ha Pavia il mercoledì e il sabato e come l'ha, il venerdì, Broni.
Pertanto il conte Pietro Francesco è benemerito del nostro paese e il privilegio imperiale
col quale s'inizia il nostro mercato, ormai quattro volte secolare, è indice d'un sempre
maggiore incremento, già iniziatosi, come dissi, sotto il conte Carlo.
Tutte queste provvidenze, di Carlo e di Pietro Francesco, mi dimostrano che, costituita la
nostra terra dimora continuativa o almeno estiva, i Belgioioso non pensarono che ad
accrescere gli agi e le bellezze che dovevano, direttamente o indirettamente, ridondara a
vantaggio del nostro paese. E ne avevan ragione. Ormai i possessi di Romagna, eran
perduti davvero per sempre. E se essi, come pare, avevano, pur dopo il 1431, accarezzato
il pensiero di ricuperarli malgrado le confische di Eugenio IV, ogni speranza loro dovette
certo scomparire quando une bolla di reintegrazione nei Feudi emanata e loro favore da
Clemente VII dovette rimanere, per le difficoltà Insorte e per le circostanze mutate, lettera
morta.
67 Il mercato del lunedì successivo all'11 novembre (S. Martino, giorno dei traslochi) si chiama
particolarmente: il mercato della “Cara vu”.
- 55 -
Nel 1552, il Vicariato di Belgioioso venne eretto in titolo comitale nella persone di
Filippo d'Este. Il famoso Vicariato di Belgioioso che comprendeva, come dissi già, tanti
paesi, e già stralciato dal Castello e dato nel 1475 ai Simnetta e per via di matrimonio
passato in dote da questi agli Estensi, attese più di due secoli a tornare indietro, quando
cioè nel 1757 Anna Ricciarda d'Este sposando Alberico XII gli riportò come dote appunto
il Vicariato di Belgioioso. Se l'affitto di tali tributi sui forni e sugli aratri rendeva, da solo,
a metà sec. XV, alla Camera ducale 272 scudi d'oro68 possiamo immaginare facilmente
quanto pingui fossero le rendite complessive di esso, e quanto fossero dolenti i Barbiano
di perdere il Vicariato nel 1450 e lieti i Barbiano Belgioiso nel 1757 di vederlo tornare a
sé.
Ma non tutte le pagine di questa storia possono essere liete; ed io devo stendere una
dolorosa che illumina le altre più vicine di una luce sinistra e ne fa sospettare altre egual o
sfuggIte o ricoperte - come questa - molto prudentemente dal genealogisti ufficiali anche
recenti, perché non si leggesse.
Nel decennio ultimo di questo secolo XVI, il nostro paese è funestato dalla presenza di un
vero assassino nella persona del conte Galeotto Barbiano Belgioioso. Costui, bandito
dallo stato di Milano, infischiandosi dei bandi e delle leggi, dimorava nel nostro paese, a
due passi dal Po, ossia dal confine che avrebbe varcato in pochi momenti se la giustizia si
fosse spinta fin qua da noi. Teneva intorno a sé una scorta di altri banditi di questo stato e
di altri stati, armati di archibugi da rota lonchi et curti: per lui non c'era né notte né
giorno. Assalta, ferisce e fa bastonare i poveri belgioiosini sia per conto proprio che per
conto di altri, che ricorrono a lui. Don Rodrigo ricorre all'Innominato - e in questo caso,
68 “Il datio del honoranza delli forni et aratri del Vicariatode Belgiyos, affictato a Pedro de Sedazzi per
anni cinque incommenzati a S. Martino de l'anno 1444 rende ogni anno ducati CCLXXII”. Nella “Lista
delle Possessioni et beni quali aspecano ala Camara in Pavia et nel suo Contado”, dell'anno 1448, carta
in Archivio di Stato di Milano, pubblicata dal MAGENTA, op. cit., vol. II, Documenti pag. 209.
- 56 -
esigendo un pagamento in proporzione della difficoltà dell'impresa e della fortuna del
committente.
Quando i miseri Belgioiosini non ne poterono più; si rivolsero a “S. E. Don Pedro di
Padiglia, pretore diPavia" affinché questi veda di farla finita; ma nel tempo stesso lo
scongiurarono di non palesare i loro nomi perché “li fratelli Belgiosi purtroppo sono
vindicativi"69.
Poiché la notizia è grave ho voluto prima accertarmi della identità dì questo galeotto.
E certo, i genealogisti che stamparono sui Belgioioso, o ignoravano o si guardarono bene
dal metter in pubblico simili miserie, forse per un riguardo ai discendenti attuali. Ma si
tratta davvero di un Belgioioso e precisamento di Galeotto I (così lo distinguono lo Spreti
e il Calvi) nato nel nel 1568 da Lodovico IV e da Barbara Trivulzio, il quale nel 1591 fu
69 Ecco la lettera inviato dagli uomini di Belgioioso, la quale si conserva in Archivio di Stato.di Milano
Fondo: Comuni, Belgioioso, cart. n. 5: “Ill.mo et Ecc.mo Sig. et Patron nuostro. Suplicamo a V. E. come
molti giorni sono che naschono molti inconvenienti nella terra di Belgioso et la causa sia per rispetto
dello galeotto belgioso che nostante che sii bandito di questo stato, sta di continuo in detto suo loco et
porta archibugii de rota lonchi et curtis di giorno et notte et camina con banditi di questo stato et dei altri
stati di continuo et li fa portar le arme come di supra et a fato mazare doi in casa sua propria ultra a
molti sfrizati (sfregiati) et bastonate fatte dare per suo interesso, ma tuti li vicini che ano volenza di far
qualche vendeta corono a belgioso da esso ho perché sano che tiene comercio di forfanti da far qual
tristezza si posi immaginare in maniera tale che questi paesi sono infestati da così maligno corpo oltra
questo va alevando ogni giorno lonor ai suoi vasali chi di putte da marito chi di vedove, chi di maritate
et quello che è pegio per la paura tacino che non le faci amazare et butar su fuoco come a fato adelialtri,
overo che li faci dar focho aloro case et mobil e filioli, ma mi maravilio del consudo moderno che
sapendo la orida di V. a. non ali notificato ma esso tiene mano et li va in casa di giorno et notte con
archebusi darota longhi et curtis con li suoi bravi si che s. v. e. a non li fa promisione buona. Questi
paesi sarano sforzati a fugire et bandonar i loro beni et parenti e amici et sara facil cosa a farle
pravisione perché si ritrova in Milano in casa di sua madre et pregiamo v. s. per la mor di nostro S.re
avolerne tenire secreti perohé se sapes chi fuse stato l'avese visato di noi, non ne salveria persona del
mondo et in suoma afato di più di quelo che avisamo perché nea fatto ancora a Milano et lie stato molte
volte in casa sua et di altri et portano li archebusi come di suppra che tutti li vedevono et dava uno
grandissimo scandalo a questa cita si che se v. e. una buona provisione a questi partichulari li altri arano
paura, oltre che v. e. è obligata per consienza, per il carico che tiene, con che pregiamo da nuostro S.re
ogni comento di v. e. il di dalli lochi vicini di Belgioioso, per degni rispetti, ma il tuto non lo sapi il
conte perché sono tropo vindicativi li fratelli belgiosi.
Ecco l'indirizzo:
All' Ill.mo et e.mo sig. patron nostro
Coll.mo S. Don Pietro di Padilia
Milano subito
- 57 -
governatore di Milano (bel governatore!) e aveva al suo comando 300 archibugieri; nel
1618 consigliere di guerra nelle Fiandre (a servizio di Spagna s'intende); ebbe un figlio,
Francesco, natogli in Belgioioso il 17 luglio 1614. Quest'ultimo dato ci attesta la sua
dimora, in quell'anno in Belgioioso; ma, dubitandone ancora, ho voluto consultare i notai
di Belgioioso70, i quali infatti al mi segnalano viventi in Belgioioso nel 1599, Alberico
figlio primogenito del fu Lodovico o il fratello suo, il Multum Illustris et Multum
Reverendus Dominus comes Galeotus Barbianus de Belgioioso del fu Lodovico, unus ex
condominis et feudatariis dicti loci Belzoiosi habitans in castro dicti loci. L'altro
condomino e feudatario è Alberico. La supplica degli uomini di Belgioioso infatti parla dì
“fratelli vindicativi". Dunque si tratta proprio di un conte Belgioioso residente nel nostro
paese, nel castello.
Ma ciò che ci sorprende è il titolo di molto Reverendo che gli viene attribuito in questo
carte notarili. Il Galeotto aveva infatti chiesto alla Curia Vescovile di Pavia di poter
vestire l'abito ecclesiastico, evidentemente per poter coprire con l'immunità dovuta ad
esso, le proprio scelleratezze, e mentre la domanda era stata respinta in prime tempo71, è
invece evidente che poi è stata esaudita come appare da quel titolo. E se poi lo troviamo,
nei genealogisti, a capo del ramo secondogenito, col titolo comitale - il ramo primogenito
nell'anno 1769 assunse anche quello principesco - non ci deve nemmeno esso
sorprendere: egli aveva indossato l'abito ecc1esiastico senza ricevere gli Ordini sacri; poi,
passato il pericolo che la giustizia si occupasse di lui, lo buttò alle ortiche. Ma aveva
avuto davvero un buon concetto della giustizia spagnola!
Così, questo tirannello, che precorse di circa 30 anni quell'altro (l'Innominato) dei
70Archivio Notarile dì Pavia, Breviario di Giovanni Michele Manzoli 1586-1608.
71 Questo secondo particolare però non ho potuto rintracciare né nell'Archivio di Stato, dove il Fondo
Religione è ancora in riordino, né nell'Archivio della Curia Vescovile, dove non c'è.
- 58 -
Promessi Sposi, se la rise poi, come quest'ultimo, di essa e se ne andò con incarichi di
fiducia in Fiandra. Chi non rise in quegli anni di sua dimora tra noi, fu la misera
popolazione.
- 59 -
Capitolo IX
L'ANDAMENTO DEMOGRAFICO
ATTRAVERSO LE VICENDE DELLA PARROCCHIA
NEI SECOLI XV-XVI
Le notizie di carattere religioso nel secolo XV-XVI sono le uniche che ci permettono un
calcolo approssimativo degli sviluppi della popolazione. Infatti le altre, talora così rare,
ci vengono offerte o dai registri parrocchiali o dalle visite pastorali esistenti nella Curia
Vescovile, altra fonte non c'è.
Ora, la prima menzione di carattere religioso di questa nostra terra, è offerta da una visita
fatta alle parrocchie della Diocesi dal sacerdote Fossulani in nome del Vescovo mons.
Giacomo Ammannati Piccolomini, nell'anno 1460. Egli si porta, il 18 settembre di
quell'anno, a Filighera, la cui chiesa è arcipretale, ossia capo di altre chiese a lei
sottoposte; e l'arciprete Alberto Battagi "Interrogatus quot capellas seu ecclesias habet sub
eius cura, respondit quod habet infrascriptas ecclesiam sancti michaelis de Belzoioso”, ed
altre tre.
Nel medesimo giorno il Fossulani, omesse le altre chiese o cappelle, si reca a quella di
Belgioioso che si trovava sul suo itinerario per recarsi a San Zenone “et reperit ad
supradictam ecclesiam S. Michaelis de Belzoioso Presbiterum Isach de Caffa Januensem
qui eidem Ecclesie deservit in divinis iam mensibus sex preteritis.
Interrogatus si habet licentiam respondit quod non.
Interrogatus quot fructus percipit de dicte ecclesia reopondit, quod nulloa nisi quod sibi
- 60 -
promissum est de mercede sachorum XXIII frumenti et celebrat omni die ac habet animas
L (50) sub eius cura. Mandavit eidem ut non se impediat de celebrando et ministrando
divina sacramenta. nisi prius habuerit licentiam sub pena excomunicationis late
sententie".
Cerchiamo di spremere da questo latino tutto quanto è lecito: il visitatore trova presso la
chiesa di Belgioioso, dedicata a San Michele, un prete genovese. La chiesa dunque esiste
già, e si può ben credere che esista da quando ha cominciato ad esistere Belgioioso; una
piccola chiesetta per la cura di quelle anime che si trovano dentro e fuori del castello: in
tutto cinquenta! sono circa 90 anni che esiste il Castello, come ho
provato e quel nucleo umano quasi non si è ingrandito affatto, è forse ancora nelle
umilissime proporzioni del 1433. Se non mi arrischio troppo, oserei dedurre che la
dimora che vi faceva la corte dei Visconti e quella degli Sforza, e ora la famiglie
Barbiano, sia saltuaria e rara, così che nel Castello abitualmente non si trovano che i
custodi e la servitù più necessaria alla stretta manutenzione e alla disponibilità di poche
camere per uso pubblico (ubi redduntur iura). La popolazione che vive di fuori
evidentemente non può trarre che una ben scarsa risorsa dal castello. Vive del lavoro della
campagna, arida e incolta. Le infeudazioni fatte da Filippo Maria Visconti nel Beccaria
nel 1412 - questa revocata nel 1414 - in alcuni parenti nel 1414, e finalmente nei
Barbiano al 1431, soro troppo frequenti per una consuetudine tranquilla di dimora
prolungata.
Però, già qualche decennio prima di questa visita religiosa, Belgioioso è un vicariato, è
centro cioè,
evidentemente perché c'è il castello, di varie terre posto nei dintorni:
vicariato di carattere civile, s'intende, e di natura feudale: viene infatti concesso in feudo
dalla Camera del principe.
- 61 -
Anzi, 13 anni prima di questa visita, Belgioioso è già anche communitas, alla quale, come
a Chignolo e a Costa, il Riguardati il 28 sett. 1447 annuncia la dedizione di Pavia allo
Sforza e chiede l'elezione di sindaci, i quali entro due giorni si rechino a prestare
giuramento nelle mani sue di fedeltà al nuovo Signore e a firmare i nuovi capitoli che si
sarebbero conclusi a favore dì ciascun luogo: “Prudentibus amicis carissimis Comunitati
et hominibus Belzoiosi et pertinentarum”72(1). Dunque un comune con le sue pertinenze,
con organi direttivi ed esponenti di esso a proposito delle relazioni con il nuovo padrone.
Ma la Chiesa non è una vera e propria parrocchia; infatti l'arciprete di Filighera
(Fellegaria: luogo delle felci) interrogato “quot capellas seu ecclesias habet sub eius
cura”, risponde che, tra la altre, c'è la chiesa di Belgioioso. Il parroco, pertanto, è quello di
Filighera; e il prete Caffa di Genova è un semplice incaricato . E' bensì vero che in questo
secolo la parola “capella” significa una chiesa che già si é resa indipendente dalla chiesa
pievana, e si è fatta parrocchia, salvo un certo vincolo di soggezione onorifica verso di
questa; ma questa nostra chiesa è chiamata non già capella, ma semplicemente ecclesia;
la circostanza del trovarsi lì un prete forestiero che non ha nessuna facoltà del Vescovo o
dal vicario di questo, di esercitare il ministero sacerdotale, dice chiaramente che il Caffa
di Genova, non è il parroco e che la chiesa di Belgioioso non è parrocchia.
Al numero esiguo di fedeli io bado meno, perché le parrocchie allora esistevano anche
con un numero minore. Ma esso mi importa assai come un dato statistico, al quale dovrò
riferirmi per la storia di cento anni dopo. Ma, per esaurire l'esame del passo interessante
di questa visita pastorale, rilevo che il Fossulani si trattiene a Belgioioso forse pochi
minuti: c'è, infatti, poco da vedere. Egli non chiede se vi sia il battistero e se in ordine
perché, evidentemente, per i battesimi ci si recava ancora alla chiesa arcipresbiterale di
72 MAGENTA, op. cit., Doc. pag. 206; COSETTA SACCHI, Il Comune e il contado di Pavia nell'acquisto del
Ducato di Milano, Pavia, 1898.
- 62 -
Filighera, distante meno di un chilometro; e se ne va, dopo aver dichiarato a quel prete
assistente forestiero, il divieto assoluto di dire la messa e di amministrare i sacramenti, fin
che non avrà ottenuto le facoltà necessarie dall'autorità vescovile. È chiaro dunque che se
in questo frattempo, si verificherà qualche caso urgente di ammalato o di battesimi ecc., si
dovrà ricorrere al vero Parroco, quello cioè di Filighera. Ma sarà difficile che si verifichi:
si tratta di sole cinquanta anime. Appunto perché le anime sono poche, mi sorprende che
l'assegno che è promesso al prete, sia di 23 sacchi di frumento all'anno. Chi li fornirà? Il
Conte? La minuscola communitas Belzoiosi? Tutti insieme? Io avanzo una ipotesi: penso
che 1'espressione “sibi promissum est de mercede sachorum XXXIII frumenti" debba
intendersi solo come una decima imposta sopra un complesso di 23 sacchi di frumento. E
si tratto d'una promessa. Il paese di Belgioioso nell'anno, 1460 è ancora nelle sue prime
origini: vagisce nella cuna. Ma, come avvertirò, pochissimi decenni dopo, esso è già una
numerose comunità.
Ben diverso da quello del 1460 è l'andamento demografico del paese un secolo dopo,
quale cioè per fortuna rileviamo da un altro documento religioso: la visita compiuta in
nome della S. Sede nella Diocesi di Pavia, da un Vescovo, mons. Peruzzi, proveniente da
Bologna nell'anno 157673.
A questo visita io accenno anche altrove nel lavoro, ma qui è al suo posto almeno
l'informazione che offre il sacerdote curato: “Animae a comunione sun sunt numero
octingentarum vel circa”; se a queste ottocento anime dei dieci in giù aggiungiamo i
bambini e i fanciulli inferiori a tale età, tocchiamo press'a poco la cifra di mille.
Accostiamo le due cifre: cinquant'anime nel 1460 e mille nel 1576: esse sono più
73In Archivio della Curia Vescovile. La visita in due grossi volumi mss. è una fonte preziosa non altri per
l'andamento religioso di ciascuna parrocchia della larga Diocesi, ma, di riflesso, per l'andamento di essa
sotto vari altri aspetti.
- 63 -
eloquenti d'ogni commento! Onde il Peruzzi, meravigliato di trovare un prete solo, chiede
“quomodo se gerat idem curatus quoad numerositatem animarum curae eius subiectarum,
cum sit solus neo facile sit credere quod tempore confessionum et communionum
generalium74 valeat cunctis satisfacere et aliis in casibus qui saepius inopinate accidumt
presto esse...” gli risponde il prete, Antonius de Regogio, che egli fa del suo meglio; che
però trova aiuto prezioso nei frati della Chiesaa di S. Maria.
La chiesa di Belgioioso, pur con un prete solo, è ormi parrocchia (“Ecclesia Parochialis
loci Bolzoiosi”, è in capo alla visita) e si parla appunto di parrocchiani, e, prova
certissima, è segnalata la presenza del battistero.
La parrocchia ha i suoi confini: “limites porochiae sunt per medium miliarum circa ab
ipsa ecclesia distantes; ciò vuol dire che il territorio di essa giunge quasi alle soglie della
chiesa parrocchiale plebana di Filighera da cui cento anni prima Belgioioso dipendeva.
Che il curato parroco non sappia esattamente il numero delle anime da Comunione della
sua cura, nessuna meraviglia: siamo nel primi anni di applicazione del Concilio di Trento,
che obbliga alla tenuta del registri di nozze; onde l'amorevole consiglio del Visitatore,
fatto al Regoggi, di provvedere un bel quaderno in folio e di procurare “singulis annis
describi doli capaces” ossia che faccia lo stato d'anime del fedeli dai sette anni in giù.
Ma degna di rilievo la costante povertà della chiesa e del curato. Il visitatore deve
constatare “difficile provideri posse de alio capellano et coadiutore propter ecclesiae
tenuitatem et etiam parochianorum inopia” i quali parrocchiani offrono al parroco solo un
poco di frumento e di legumi; e sono offerte rare ed incerte. non c'è dunque un beneficio
parrocchiale e perciò la chiesa non è parrocchia nel senso pieno quale noi intendiamo,
ossia con un beneficio sufficiente pur avendo tutta la giurisdizione parrocchiale e tutte le
74In quei tempi era stretto obbligo del fedeli di confessarsi e comunicarsi tutti dal Parroco ed era uso
comune la Comunione proprio nel giorno santo di Pasqua.
- 64 -
funzioni sacramentali.
Perciò quel 23 sacchi di frumento che abbiamo trovato nella visita del 1460 o non sono
stati dati come li avevano promessi, oppure si dovevano intendere nel modo che avevo
proposto: quello di una semplice decima sopra un totale di sacchi 23; decima da ravvisare
forse in quel poco frumento che i fedeli offrono ora al curato Regoggi, il quale
“Interrogatus et examinatus se expertum et satis edoctum ostendit in administratione
sacramentorum" e i fedeli so non lo soccorrono, almeno lo lodano “quia est sollers.”
Esponente di tanta povertà è il fabbricato della chiesa quello stesso del secolo precedente,
con la sagrestia praticata nel pianterreno del campanile, con gli arredi sacri poverissimi e
appena tollerabili, col cimitero - dinanzi alla chiesa – senza un cancello qualsiasi.
Che la Casa dei Conti Belgioioso, non sia patrona della Chiesa fa meraviglia, ma è
veramente così. Mai i Belgioioso furono qui patroni: se in qualche tempo fossero stati
tali, le visite pastorali dei Vescovi l'avrebbero certamente segnalato. Invece a poche
centinaia di metri da Belgioioso, la Torre degli Scanati (Turris Scanaturum), un piccolo
nucleo umano, era stata eretta in Parrocchia - staccandola dalla chiesa di Fellegaria - dal
Vescovo Guglielmo Centuario, sin del giorno 2 novembre 1394,75 per merito della
famiglia Negri, che ne aveva assunto il patronato e al piccolo paesello aveva dato un
proprio nome: Turris Nigrorum. Eppure Belgioioso nel sec. XVI ere ben più grande
dell'umile Torre de' Negri, rimasta ad oggi, un villaggio di pochissime centinaia di
contadini.
Dovremo dunque concludere che alla chiesa dì Belgioioso mancò quel soccorso della
Casa feudataria che certo ere invece stato cospicuo nel secolo precedente per opera del
conto Carlo. E può essere stato veramente così: pochi anni dopo la visita del Peruzzi, la
75Archivio della Curia Vescovile di Pavia: Regesto del rogiti del notato vescovile Albertolo Griffi.
- 65 -
terra di Belgioioso era funestata dalla presenza di un sanguinario tiranno: il conto
Galeotto Belgioioso (1590-1614). Dall'altra parte, la popolazione di Belgioioso, pure
numerosa nel sec. XVI, fu povera: viveva all'ombra del Castello, ma non del Castello:
viveva del lavoro dei campi che essa andava dissodando e bonificando.
Così le vicende della Parrocchia, quantunque scarsamente note, mi sono servite per
rilevare l'andamento demografico di Belgioioso nei secoli XV e XVI.
- 66 -
Capitolo X
IL SEICENTO SECOLO DELLA TRIBOLAZIONE
A stendere questo capitolo mi servono di orientamento e di informazione principale le
notizie che mi vengono fornite dall'Archivio Parrocchiale76 e sono notizie di travaglio, di
lavoro duro, di sofferenze continue, commi, del resto a tutto la Lombardia in quel tempo.
Di un parroco, tale Cesare Verzellati, entrato in Belgioioso il 1° gennaio 1592, poco dopo
non abbiamo più traccia: la cura d'anime torna ad essere riassunta, come nel sec. XV, dal
parroco di Filighera; si verifica una vacanza sino al 1604, certamente dannosa per il
paese. Non ne trovo il motivo, ma penso di doverla ricollegare con la presenza in quegli
anni, di quel parrocchiano che taceva poco onore a sé e agli altri: il Galeotto Belgioioso; e
con la povertà dei mezzi, contro la quale la Parrocchia ha dovuto sempre lottare; se c'era
la fede religiosa nella popolazione, non c'erano tuttavia le risorse per darle una imponente
manifestazione esteriore: desolante perciò lo stato nel quale trova la vecchia chiesa un
delegato vescovile nel 1603; una popolazione di almeno mille anime non è
convenientemente assistita: altari senza croci, senza candelieri, spariti i recipienti
metallici degli oli sacri; l'Eucarestia, in barba alle prescrizioni tassative del Concilio di
Trento, non si conserva; la Messa è celebrata solamente nei giorni di festa: peggio dello
stato in cui si trova oggi un oratorio di aperta campagna. A documentare la rozzezza del
tempi e i sentimenti d'umanità affievoliti in quei tempi duri, stava il cimitero, dinanzi e
intorno al fabbricato della chiesa: i morti vi erano gettati alla rinfusa, come in tempo di
76Alcune di esse sono esposte frammentariamente nel Bollettino della Parrocchia S. Michele del compianto
prevosto Ghia. ma purtroppo senza notizia delle fonti, così che per questo lavoro si è dovuto ripeterne la
ricerca.
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peste, in fosse poco profonde; con quale vantaggio del decoro e dell'igiene, si può
facilmente immaginare.
I due parroci che vennero dopo il 1604, non fecero lunga dimora; un inventario però dei
beni della chiesa, documentata la miseria di questo: le rendite fisse di tre casette in stato
di rovina, erano di poche lire, i paramenti logori e indecenti, di due missali uno mancava
di molte carte, poche altre suppellettili fuori uso.
E ci avviamo verso tempi più tristi: della carestia e della peste. Per fortuna però il paese
dal 1625 è assistito da un parroco che è forse il migliore tra quanti, nei tempi passati,
avevano retto questa chiesa: Ottaviano Antamori. Veniva, chissà poi per quali vie
impensate, ma certamente disposte dalla Provvidenza, dalle Marche, precisamente da
Montalto Píceno e più precisamente dal borgo di Porchia, ove era nato nel 1598 da
genitori che erano nobili.
E per fortuna della popolazione rimase tra noi ben 50 anni! perché confortata e assistita
da questo eccellente prete, essa passò le bufere più tempestose della sua esistenza: la
carestia, la peste e la guerra. Egli fu, vorrei quasi dire, un Federico minore, emulo di
quell'altro, che fu angelo consolatore di Milano in quelle medesime calamità.
a) La carestia, per l'insipienza del governo spagnolo e per l'avidità degli incettatori,
infuriò anche nelle campagne dove appunto costoro si recavano per fermare ed
accaparrare il grano. Essa durò in paese per tutti gli anni 1626-29. La miseria era tale che
nelle stalle, sotto il “porticone", non era raro il trovare, alla mattina, degli infelici morti
di fame e di freddo; tra essi molti erano accorsi dai paesi circonvicini e dall'oltrepò, nella
speranza di trovare un pezzo di pene77. Ho detto il Portico e precisamente il Porticone che
77 Dal Liber Mortuorum di quegli anni ricavo, appunto, questi particolari: qualche misellus, mindicus, sub
Porticone, in Porticone.
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chiudeva di fronte al Castello, la piazza olmata78 e che, quantunque di proprietà dei Conti,
era aperta al pubblico. Al Porticone faceva seguito, ma volgendo ad angolo retto, la
“Stallazza", da ravvisare nella “Stallalunga" delle memorie più recenti. Anche questa era
il ricovero ordinario del mendichi che di qui passavano negli inverni più rigidi degli anni
della carestia, e, al tempo della guerra del 1654-56, erano soldati sbandati o dispersi.
b) La peste: quando nel 1630 a Milano cominciò a decrescere, cioè nel settembre,
comparve qui con alcuni casi di morte che andarono crescendo nella massima mortalità
dell'ottobre e del novembre, diminuendo nel dicembre, per riprendere dopo una
scomparsa momentanea, nel 1631, in forma tuttavia, più benigna. Il fenomeno
magistralmente descritto nei Promessi Sposi si riprodusse, in proporzioni minori, anche
da noi e in tutti gli altri luoghi: pratiche superstiziose, occultamento di ammalati e di
cadaveri; seppellimenti negli orti e nei campi, mancanza assoluta di provvidenze
sanitarie; e qui, come ho detto, avemmo, in proporzioni sia pur minori, colui che per
Milano era stato il cardinal Federico, cioè il parroco Ottaviano Antamori. Nei registri di
morte, firmati sempre da lui, sono consacrati alla memoria i nomi dei morti di peste
sepolti nel Cimitero; ma di quelli sepolti negli orti non è rimasta traccia. La piccola
chiesetta della frazione campestre di S. Margherita, eretta in luogo di una più antica,
appartenuta all'Ordine di Malta, proprio nell'infuriare maggiore del contagio, accogliendo
i morti di quella località, è ancor oggi il testimonio, del flagello79. Ma non il solo: due
altri cimiteri esclusivamente per i morti di peste s'aprirono: uno nella via che va a
Genzone; e un altro a S. Giacomo in Porcaria, solennemente benedetto dall'Antamori e
che accolse più vittim, perché maggiormente infierì colà il contagio.
78 Il particolare degli olmi l'ho trovato nei Breviari del notaio Manzoli (1585-1604), il quale stende spesso
i suoi atti “in platea sub ulmis”.
79 La prima bara, deposta in quel cimitero, nel momento stesso della benedizione di esso, fa quello di una
piccina di 9 anni: figlia parvula.
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Le cure sanitarie erano apprestate da un barbiere, Pietro Vercellati, che, poverino, non
poté salvare se stesso colto e ucciso dalla peste anche lui80.
Doloroso dover constatare che, anche in mezzo a tanta calamità e a tanto spavento, non si
affievolisse la ferocia umana. Il 27 settembre certo Bastiano Pellegrini, per essersi
introdotto in una vigna non lontana da S. Giacomo in Porcaria e coltovi un grappolo
d'uva, venne ucciso sull'atto da un certo Marchino. Altro episodio di simile genere che ci
documenta i tempi è quello di una donna, Caterina Battanoli di S. Giacomo, che,
aggredita brutalmente da soldati (tedeschi o spagnoli non so), ne riportò tele spavento che
aborì “et prae doloribus oblit".
Come ho detto, nell'anno seguente il male riapparve in forma più mite, così che nei
registro l'espressione “peste infectus” è seguita da un punto interrogativo.
c) La guerra del 1654-56. Questa guerra combattuta tra spagnoli e imperiali da una parte,
e Francia-Savoia e duca di Modena dall'altra, produsse tali rovine da muovere a
compassione persino il fisco spagnolo che, alle rimostranze e querele del conte Lodovico
Gambarana oratore di Pavia a Milano, rispondeva benignamente: l' Ha esitari non potest
cum omnibus notum sit quaenam flagella allo praeterito passa sit Civitas Papiae una cum
illius Provincia tam Lumellinae quam Principatus et Campanerum ob Gallorum
incarsionem”81.
Nel luglio del 1655, mentre la città era assediata strettamente dai gallo-piemontesimodenesi e resisteva superbamente e vinse! - tutto il territorio in giro su largo tratto
veniva barbaramente saccheggiato. Il 10 di quel meso il paese di Belgioioso, rimase
perfettamente deserto! Tutti erano fuggiti huc illuc e soltanto allora se ne andò anche il
parroco Antamori, rifugíandosi a Castel S. Giovanni e non tornando che il 12 di
80 “Postquam multos peste infectos curavit, eodem morbo deccesit”.
81 Decreto del 2 giugno 1656, in Archivio Comunale presso il Museo Civico, pacco Assedio, 1655.
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settembre!82 Infatti il principe Tommaso di Savoia, che comandava Piemontesi e Francesi,
occupata Bereguardo, la depredò, bruciò il palazzo Ttolentini, passò a Binasco e alla
Pieve di Rosate, tutto abbandonando alle fiamme. Indi fu a S. Angelo e, congiuntosi
finalmente con l'esercito del duca di Modena passando per le nostre compagne che erano
in preda al terrore, muoveva su Pavia.
Ho detto che e Belgioioso eran rimasti i Frati soli, ma a tutto loro danno: qualcuno
incontratosi coi soldati sbandati, venne ucciso. Le case nostre vennero saccheggiate. Poi,
per anni interi soldati disertori o dispersi batterono la campagna, commettendo furti,
spoliazioni, assassini; qualcuno però si adattò a mettersi a servizio presso le famiglie,
specialmente al porto del Pissarello e a S. Giacomo della Porcaria; intatti nel registro dei
morti si trovano i nomi di alcuni servitori ex-soldati modenesi e francesi. Che sia
veramente così, come ci informa dai registri il parroco Antamori - degnissimo di fede - ci
è confermato da uno storico dell'assedio di Pavia del 1655, il Pirogallo il quale,
occupandosi anche delle sorti tristi dei dintorni, vi fa chiaro cenno: “... marchiò il dì
quattordicesimo di luglio (1655) il principe di Savoia alla volta di S. Angelo, di
Belgioioso e di Corteolona spogliando la soldatesca e depredando quelle campagne con
empietà barbara; vi furono truppe e fu senza saputa del Principe, il quale come tanto pio
quanto generoso avrebbe severamente punito una così esecranda operazione; ma in un
esercito numeroso e di molte nazioni e non cattoliche tutte, un generale ancorché santo né
tanto può sapere né a tutti i disordini rimediare...”83 e a questo punto invoca Polibio, come
spesso richiama Alessandra Magno, Cesare, Pompeo! E si comprende che questa zona
fosse battuta dalle soldatesche; era vicino il Po e, a seconda degli ordini, c'era da impedire
82 Come egli annota nel Libro dei Morti.
83 PIROGALLO, “Le glorie di Pavia dallo stretto assedio e liberazione di
Francia, di Savoia e di Modena l'MDCLV, ecc.”, Pavia, 1656.
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essa riportate contro l'armi di
o favorire il passaggio del Po al posto del Pisserello, per nave. Ma quello che mi torna
nuovo e che mi sorprende, è una informazione fornita da un libro nel quale si dice che il
conte Carlo di Belgioioso, al servizio della Spagna, ebbe ordine di difendere la riva
sinistra del Po tra gli sbocchi del Ticino e del Lambro84. Credo che il conte avrà accettato
volentieri, e forse avrà egli stesso offerto questo genere di servizio, perché proprio tra le
foci del Ticino e del Lambro si comprendevano i possessi della sua casa: faceva così due
servizi; al suo padrone e a sé! Ma, dopo quanto ho recato sulla misera sorte di queste
popolazioni, non riesco a misurare quanto efficaci siano stati questi servigi.
Comunque siano le cose, è certo che il parroco Antamori, non scoraggiato dalla carestia
né dalla peste, prese l'iniziativa di una nuova Chiesa sul luogo dell'antica, ruinosa. Il
primo aprile 1644, “pulsata campana”, convennero nella casa Parrocchiale i rettori di
questa Comunità (gli “assessori” d'allora) e 24 altre persone, in quorum potestate stat
omresolutio facienda in utilitatem Communis e molti altri. E si convenne di rinnovare la
chiesa antica, e si elessero due procuratori i quali si obbligarono in solido a condurre a
termine la fabbrica, dando a garanzia il proprio nome e le loro proprietà85. È vero che non
mancarono le difficoltà, tra le quali, gravissima, quella di certo Giampietro Villani e
Giandomenico Roneghi i quali, per commissione Illustrissimi Domini Comitis Francisci
de Barbiano, protestarono che né essi personalmente, né l'Ill.mo sig. Conte avrebbero
dato per la chiesa nuova il becco d'un quattrino. Bell'incoraggiamento! Tuttavia nel mese
stesso, il 25, dopo la processione solenne delle Rogazioni Maggiori di S. Marco, cui
partecipò tutto il paese, venne posta solennemente la prima pietra che, benedetta
dall'Antamori, fu collocata dalle mani stesse dei conti Carlo e Pietro Francesco e dai due
84 Famiglie Notabili lombarde, vol. I, nell'albero genealogico dei Barbiano-Belgioioso, ma non reca da
dove abbia attinto la notizia. Il Pirogallo, che ho citato, non ne fa mai parola.
85 Archivio Notarile di Pavia, Breviari di Barnaba Coppi, che fu notaio in Belgioioso dal 1602 al 1648.
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figli del primo, conti Lodovico e Giovanni. Evidentemente l'animo dei conti, prima
avverso, si era felicemente mutato ed è facile che simile conversione si dovesse
all'apostolo di questa iniziativa, all'Antamori86: tanto felicemente mutato che essi
concorsero alla maggior parte anche delle spese, mentre la Comunità avrebbe provveduto
specialmente al trasporto del materiale.
Infatti, che cosa di più avrebbe potuto dare una misera popolazione, stremata dalla
carestia e dalla peste?
Tuttavia l'impresa non era dappoco e forse il sussidio dei conti non fu continuativo e
nemmeno così cospicuo da poter pretendere il diritto di Patronato, e così non mi stupisce
che essi non siano mai stati patroni della chiesa, come erano, si può dire tutti i nobili nelle
loro parrocchie. Possibile che non apparissero, almeno per il prestigio loro davanti alle
popolazioni, e per accrescere potenza a sé, alla nomina del Parroco, alla quale avrebbe
dato diritto il Patronato? Il fatto, in ogni modo, è questo: la chiesa, a due passi e di fronte
al superbo Castello, è del Comune!
Ed è la medesima chiesa attuale, salvo il prolungamento del presbitero e del coro dovuto
al prevosto Veneroni nel sec. XX. Ad una navata grande, con cappelle poco profonde e
piatte, alle quali si appoggiano gli altari. Essa è ancora in uno stile cinquecentesco e reca
nella fronte movimentata, bellissime lesene e capitelli di terracotta, scoperti pochi anni fa
sotto uno stupido strato di calce, e restaurati e messi in luce87.
E conserviamo ancora il nome del progettista della nuova chiesa il magister a muro
Francesco Fossati di Merate di Como.
86 Il conte Francesco in quegli anni provvide a eseguire nel castello una cappella di famiglia ottenendone il
permesso da Innocenzo X. Rilevo che le forme architettoniche dell'attuale cappella sono settecentesche;
appartengono cioè il rifacimenti di Alberico XII.
87 Il bellissimo affresco sulla porta maggiore che offre S. Michele che fuga i demoni è opera di Paolo
Barlotti.
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La maggior parte degli operai al cenno del Fossaati non era di Belgioiosini, bensì di
brianzoli. Donde mi permetto di ricavare che la nostra popolazione, allora, fosse tutta di
contadini.
L'opera durò dal 25 aprile 1644 al 16 settembre 1647, e quando fa ultimata, il buon
Antamori si credette in diritto di scrivere: “sicut videtur, invitis nolentibus, constructa
est”.
A chi alludeva con quell'invitis nolentibus?
A quel Villani e a quel Roneghi che all'inizio avevano detto di no? Certo, in ogni
iniziativa, di contradditori ce ne sono sempre.
Se la chiesa non è una cospicua opera d'arte certo è un buon esponente di buon gusto, di
senso della misura, e delle proporzioni armoniose. E la metto accanto ad altra chiesa - più
modesta di proporzioni - al fianco sud del Castello, e sulla stessa linea della Chiesa dei
Frati, dovuta alla pietà dei medesimi conti di Belgioioso Carlo e Pietro, ed ampliata nel
1692 dai figli di quello: Lodovico e Giovanni88. L'ingresso è protetto da un atrio a
porticato che invita a sedere il pellegrino stanco della strada. La chiesetta si chiama la
Madonna del Morone, per un affresco ora facente da pala all'altare, incorniciata di buoni
marmi, mentre il pallio dell'altare è adorno degli stemmi dei Barbiano di Belgioioso, in
intarsio.
L'infaticabile Antamori non fu contento, se non quando ebbe anche inalzato il campanile
sul medesimo fondamento e sul medesime piano terreno di quello antico dovuto al conte
Carlo Barbiano, del 1489. Era l'anno 1670. Ed è il medesimo campanile attuale, nelle sue
forme architettoniche, alle quali, come ho detto già, si è rifatto- col proposito di renderlo
88 L'iscrizione dell'atrio dice: “Comites Carlus et Petrus Franciscus – Barbiani de Belgioioso – Comitis
Alberici Parentis insau – anno salutis 1692 – sacellum hoc B.V. erexerunt – Nunc comites Ludovicus et
Joannes – Ampliatum aeternitati dederunt.”
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un po' più alto, il più alto che si potesse! nel secolo XX – il coronamento, con una cupola
più che emisferica.
Pochi anni dopo, l'Antamori, il migliore dei parroci di Belgioioso dei tempi passati e vero
signore del Comune al quale comandava con la forza della carità, si spense in età di
77anni, il 27 gennaio 167589, carico di meriti e di onore.
Con lui si è come fermato il passo della storia di questo sec. XVII, perché di veramente
notevole nei rimanenti 25 anni non c'è nulla da segnalare.
Ma mi interessa molto una cifra. Nel 1647, cioè tra la peste del 1630 e le guerre del 165456, la popolazione raggiungeva le 1600 anime. Così reca lo stato d'anime di quell'anno,
che è la fonte più ufficiale che esista.
Statistica: nell'anno 1460: anime 50
nell'anno 1576: anime 1000
nell'anno 1647: anime 1600
L'incremento a ritmo accelerato è indice sicuro di due cose:
I) che la popolazione andava abbandonando le malfide bassure della valle di S. Giacomo
della Porcaria, insidiate e poi invase dal Po, per recarsi a una sede più stabile e più
sicura.
II) che la popolazione traeva il sostentamento dalle terre che andava man mano
dissodando e coltivando in modo sempre migliore e sopra una zone sempre più vasta.
Di quei tempi rimase un esempio vivo nella Zagonara.
89 Tre giorni dopo con grande concorso di clero e di popolo, egli venne sepolto in chiesa nella cappella del
Suffragio, da lui stessa eretta (“per eundem constructa”); distinta con lo stemma della sua famiglia e con
una iscrizione marmorea recentemente collocata a ricordarlo per sempre.
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Capitolo XI
SETTECENTO: IL SECOLO TRANQUILLO
Il sec. XVIII inizia, a dire la verità, in un modo poco promettente. Durante la guerra,
apertasi da due anni, per la successione di Spagna, nel settembre del 1702 mentre Milano
era momentaneamente in mano dei Francesi e dei Piemontesi, tre ufficiali dell'esercito
imperiale si vantano di saper correre dalle “Grazie” presso Mantova sino a Milano, e
penetrare in questa, attraverso gli accampamenti nemici. Presero, infatti, ottocento
cavalieri e passarono il Po a Borgo Dorte e lo sorpassarono di sorpresa a Parpanase - in
faccia a Pieve P. Morone - per giungere e Belgioioso. Qui essi con la forza imposero al
Console del paese di correre a Pavia e di chiedere al Comune diecimila doppie genovesi,
e fecero il saccheggio. Subito dopo, mentre il Console di Belgioioso era appena entrato in
cìttà a farvi la sua triste ambasciata, irruppero essi pure, mentre ere priva di presidio, con
fiere minacce la tassarono di 900 doppie genovesi poi invasero la Certosa ed estorsero
altre 2000 doppie ai Frati. Il giorno dopo, pure di sorpresa, assalirono Milano e vi
entrarono, per uscirne
però a malapena poche ore dopo, perché scopertosi finalmente il loro piccolo numero90.
Però, malgrado questo episodio che inaugurava male il secolo XVIII, questo si svolse in
Belgioioso, sino alle grosse
novità del 1796, con un ritmo tranquillo.
Alla dominazione spagnola é succeduta, coi trattati di Utrecht e di Rastadt, l'Austriaca,
90 Così narra il VIDARI, Frammenti cronistorici dell'agro ticinese, Pavia, 1886, vol. II, pag. 180-181,
togliendo l'informazione da documenti dell'Archivio Civico, non esattamente citati, così che non ho
potuto controllare.
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migliore. più illuaminta, massime nei tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II. Dalle
distinzioni e onorificenze toccate ai Conti di Belgioioso che si videro insigniti del diritto
di battere moneta, e creati addirittura principi91, si può ben arguire quanto fosso la loro
devozione verso i nuovi padroni. Ma il paese nostro, proseguendo il suo cammino, forse
non se ne accorse: gli Austriaci di oggi erano stranieri essi pure, come ieri era stata la
Spagna, quantunque vedessero che il sistema tributario, in virtù del catasto ordinato da
Maria Teresa, diventava per i contribuenti più razionale e più giusto. Un piccolo segno di
maggior agio dobbiamo
forse ravvisare nella ricostruzione della chiesa di S. Rocco in altra località diversa dalla
primitiva - che era a fianco della chiesa parrocchiale - per impulso del parroco Galerato, e
con il contributo – ritengo io - del conte Giovanni e della contessa Isabella coi figli
Antonia e Carlo, i quali assistevano alla posa della prima pietra, avvenuta nell'anno 1712.
La serie dei Parroci, i registri dei Morti, dei Nati e degli Sposi, nulla di importante hanno
da segnalare, così che l'espressione: “niente nuove, buone nuove” può applicarsi alla
storia muta del paese. Ma in compenso, il Castello vide le novità più liete, del tempo della
elevazione della contea in Principato dell'Impero. Antonio,
il capo della casa, che
riceveva (“sedes Belgioiosiae Atestiae”) la migliore società lombarda nello splendido
palazzo di Milano, che nel 1777 veniva
completato con la mirabile facciata del
Piermarini, possedeva buone doti d'ingegno versatile, ed avevo acquistato larghe
cognizioni nei numerosi suoi viaggi all'estero. Appena fatto principe, edificò nel Castello
la sontuosa cancellata del Parco, sulla quale si ostenta appunto la corona principesca,
mentre iniziava il riordino del castello dalla parte ovest con restauri dello stile del suo
91 Nella persona di Antonio (1693-1779). La moneta cosidetta “di ostentazione” che poteva battere era
d'argento e d'oro: talleri e zecchini; da una parte la sua effigie con la legenda Antonius Barbiani
Belgioiosi et S.R.I. Princeps; dall'altra, sotto la corona principesca, lo stemma tra leoni, le chiavi a
sinistra, i trofei a destra e la legenda Comes Cunii et Luigi March., Grumellae 1769.
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tempo, grandiosamente conclusi dal figlio Alblerico XII. Questi, sposando Anna
Ricciarda d'Este, vide, come ho già notato, tornare nella famiglia il Vicariato di
Belgioioso, che era stato stralciato dal paese fin dal sec. XV, e dato ai Simonetta.
Ma il Vicariato nei secoli si era assottigliato, e nel 1782, staccatosene anche Corteolona,
era ridotto a due soli paesi, Pieve Porto Morone e Miradolo, amministrati personalmente
dalla moglie Anna Ricciarda, vera signora del Castello per eccellenti doti dell'anima e
avvenenza della persona, così che, quando giovanissima ancora morì, non fu lutto
soltanto per il marito e per i familiari, ma per tutto il paese.
Alberico, io penso, nell'opera colossale di restauro e di abbellimento del Castello, volle
forse sopire il gravissimo dolore.
Come il Pierrmarini era stato agli orallai del principe Antonio, così il Pollak fu agli ordini
suoi. Il vecchio castello rimase nei tre lati di sud, di est e di nord, con la sua cortina
esteriore di mattoni; coronata di merli ghibellini legati alla memoria della dimora fattasi
dal primo duca di Milano e da suo padre, il fondatore. Ma interiormente, Leopoldo Pollak
rinnovava o creava uno scalone d'onore, ordinava la decorazione a stucchi di un salone
dove i mezzi busti e i medaglioni degli eroi di Casa Barbiano Belgioioso si fanno notare
non tanto per quello che voglion celebrare - ed é un'esagerazione - quanto per la finezza
del lavoro compiuto certamente verso il 1780-90, contemporaneamente cioè alla chiesa e
agli stucchi del Castello di Bereguardo.
Così il richiamo e l'accostamento a Bereguardo in principio del mio lavoro, ritorna ancora
verso la fine.
Di quegli stucchi, una composizione storica rappresenta Alberico I, il più illustre
Barbiano, trionfante sui Bretoni dell'antipapa Clemente VII, nella battaglia di Marino, coi
vinti incatenati dietro il carro. Di fronte, un Giovanni II, conte di Belgioioso che sconfisse
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ad Temes Amnem, nel 1604, i Turchi. Questa è una delle tante vittorie di cui è pieno il
Seicento; sarà stata, più che altro, una scaramuccia ben riuscita.
Il Pollak intonacò la facciata verso ponente, ossia verso il parco-giardino, temperandone
l'imponenza con le sagome civettuolo che erano di moda allora; e sul fianco nord eresse la
cosidetta “serra dei limoni". Lasciamone da parte l'uso volgaruccio, ma essa è la fronte di
un tempio dorico esastilo, trattato regolarmente nelle suo proporzioni e nei suoi elementi
coi trigli e le metope e un bel timpano recante il carro del Sole preceduto dall'Aurora
dalle dita rosee e seguita da alcune Ore, appoggiantisi con la mano, la prima alla spalliera
del cocchio e le altre a quella che immediatamente precede. Mattone intonacato e stucco,
una tinta giallastra di falso che neppure l'imitazione ha saputo evitare.
Ma Alberico, come raccolse nel proprio palazzo di Milano una ricchissima biblioteca e
una bella serie di stampe - ora nella Trivulziana passata in Castello di Milano – così qui
nel Castello di Belgioioso adunò varie sculture pregiate, ornando con esse tra gli altri
ambienti, anche la cappella che é a tre campate, nella centrale delle quali si apre una
cupoletta su altissimo tamburo (“Albericus a. 1791”). L'ornamento più bello è una
splendida Pietà con due angeli dalle bocche aperte a piangere, squisito altorilievo
quattrocentesco, degno dello scalpello di Giovanni Antonio Amadeo; e due trittici
marmorei di bassorilievo rappresentanti vari Santi della prima metà del sec. XV. Ma ai
piedi dello scalone d'onore e ancora di questo sec. XV è un frammento grande di
bassorilievo, che offre un bue e un asino, sotto una magnifica arcata a botte, ornata di
cassettoni, che vuol rappresentare i residui di un edificio classico in rovina. Ritengo,
dopo aver consultato alcuni studiosi, che si tratti di un grosso frammento di un imponente
Presepio e precisamente della parte sinistra di questo, dove la presenza del bue e
dell'asino, che devono scaldare col loro fiato i1 Bambino, fa supporre che dalla parte
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destra si trovasse l'altra arcata, pure con il bue e con l'asino, mentre nel centro doveva
troversi il gruppo del Bambino con la Madonna e S. Giuseppe. Anch'esso può attribuirsi
alla scuola dell'Amadeo, ma per certe negligenze e difetti, allo scalpello di qualche
discepolo meno valente.
Ai piedi del medesimo scalone d'onore sono state ordinate, forse dallo stesso Pollak, altre
sculture, una delle quali rappresenta un professore che, in cattedra, tiene lezioni nel
mezzo degli scolari divisi in due gruppi: è Giacomo Bosia “vir probus... qui tegitur hac
archa”. Si tratta dunque del frammento più cospicuo di una tomba che può risalire, essa
pure alla prima metà del Quattrocento.
Un medaglione recante il busto di Borso d'Este è attribuito da una lapidetta esplicativa,
nientemeno che a Jacopo Sansovino, il più grande scultore veneziano.
Ma attira maggiormente la nostra attenzione una colonna di m. 2,50, reggente - un giorno
- un tabernacoletto gotico a quattro fronti con altrettante statuine di Santi, terminanti a
piramide. Essa ha una storia curiosa92. Si trovava prima eretta nella via davanti all'antica
chiesa di S. Antonio di Milano. Nella rovina, alla quale furono condannate tante opere
d'arte esposte in pubblico, pure questa, tolta di là col pretesto che ingombrasse il passo,
venne per fortuna acquistata appunto da Alberico XII nell'anno 1786 per erigerla a scopo
d'ornamento nel grandioso giardino, parco del suo Castello di Belgioioso. Però il merito
della compera è un po' scarso se si considera il prezzo di stima: lire 30. E fu comprata a
meno! Tale stima e tale compera riflettono il pensiero del Pollak che, purtroppo, come era
grande architetto, non era esperto apprezzatore delle reliquie del passato. Egli dunque
l'aveva definita una “barbara e insignificante colonnetta”, anzi in una sua relazione di
quell'anno 1786 insisteva perché abbattessero le colonne di S. Lorenzo di Milano! Per
92 DIEGO SANTAMBROGIO, Colonna votiva con tabernacoletto ecc., in Archivio Storico Lombardo, settembre
1892.
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fortuna il principe Alberico XII colse il pregio della colonnetta e lo manifestò nella lapide
che, col parco, egli fece porre ai piedi di essa; “Monumentum gentle et patrium”93. Il
principe dunque ebbe più buon gusto e più cultura dell'architetto, anche se questo era il
grande Pollak.
Anche una raccolta dì quadri, dovuta ad Alberico, attira lo studioso: ma si tratta spesso di
copie, alcune ben fatte però. E c'è una tavola quattrocentesca piccola con San Giovanni
Evangelista e posteriormente il nome dell'autore: Borgognone. Ma questa parola fu scritta
da mano tarda.
Nel Castello così trasformato in reggia splendida e nel Parco che fu il più sontuoso di
quel tempo, si tennero feste liete e spensierate sino alla vigilia della rivoluzione. Una,
rimasta memorabile, fu data in onore di Ferdinando IV e di Carolina d'Austria il 23 luglio
1783, e consistette in una grossa caccia nel parco; un'altra, dopo la rivoluzione, in onore
di Eugenio Beauharnais venuto in Italia come Viceré.
Una conversione politica di
Alberico? Non lo credo: forse egli solamente sperava che un viceré ponesse un poco di
misura alle libertà sfrenate che tanto lo avevano offeso nella sua principesca dimora. Ma
che alla sua età egli abbracciasse i principi dell'89, nessuno lo penserà. Certamente il
Beauharnais si lusingò di attirare Alberico a vivere ancora in Milano per sfruttare, dice il
Giulini, il prestigio che circondava questo superstite della più antica e pura nobiltà
lombarda, ma non vi riuscì. Il Viceré distribuì in Sant'Ambrogio, con cerimonia solenne,
le insegne cavalleresche della Corona di ferro- assegnate anche al Principe - questi non
volle presentarsi a riceverla. Ma usciamo per sempre dal Castello che ha cessato la sua
93 Ecco l'iscrizione: “Columnam – vetustate - artificio. Anaglyphis. insignem - Mediolani ad. aedem.
Antonianam. Philippo Pariae Joanni. Geleatii filio. Vicecomite – Duce. Mediolanensium. dicatam anno MDCCLXXXVII, cursus explicandi. caussa, loco. demaniali. Albericus XII. Atestius. Vicecomes.
Trivultius. Barbiani. Belgioiosi et Sacri Romani Imperii. Princeps - emptione. Nactus - stylobatae
impositam. in hortis. Statuendam. Curavit - ad monumentum. gentile et patrium - Posteritati,
prorogandum.”
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storia e vive del passato e torniamo tra le mura modeste del paese che è invece vivo e la
continua. Accostiamo due date: 1769 e 1766. Sono date di due promozioni. La prima
pomposa e imponente, conferita da un Imperatore: è il titolo principesco largito da
Giuseppe II; la seconda, invece, modesta e umile, ma cara, io credo, a chi la procurò e che
la riceveva: il conferimento del titolo onorifico di Prevosto al Parroco del paese.
L'informazione è offerta come le altre, dall'Archivio Parrocchiale. Il parroco, sino allora
era stato “Mercenario”. Denominazione odiosa certo, ma che era nell'uso corrente per
designare quei parroci numerosi che venivano assunti temporaneamente alla cura delle
anime e che, cessato quel periodo di 5-7 anni, potevano o essere confermati o essere
invece dimessi. Il paese evidentemente non vedeva di buon occhio tale forma di cura
d'anime la quale, pur tollerata dal Vescovo, non permetteva che il sacerdote potesse dirsi
Padre dei fedeli e i fedeli figli di lui. La popolazione della parrocchia ere ancora cresciuta,
e sentiva il giusto orgoglio di essere ormai una delle parrocchie più cospicue - non però
per lautezza di beneficio! - di tutta la Diocesi. Chi si rivolge all'Autorità ecclesiastica è la
Comunità la quale gode il Giuspatronato. È patrona in luogo del potente Signore che pur
vive nel Castello a due passi da loro. Così che potrei affermare che la Parrocchia di
Belgioioso è stata opera di popolo e sacrificio di popolo. La parrocchia adunque è riuscita
a costituire in quell'anno un beneficio parrocchiale sufficiente e decoroso. Finalmente!
Ciò non è solamente espressione di fede di ben inteso puntiglio, ma anche di benessere
collettivo.
Il Belgioioso della seconda metà del Settecento appartiene ed ha fisionomia del nostro
secolo più che dell'età precedente94.
94 Archivio Parrocchiale di Belgioioso, Cart, 5 – Fasc. 7. Visita Pastorale 24 ottobre 1834 (Vescovo
Angelo Ramazzotti). “Dall'anno 1766 essendo stata la cura Parrocchiale di Belgioioso mercenaria ed
il Parroco della medesima col semplice titolo di curato mercenario Nuncupativo col ius patronato
della nomina della Comunità di Belgioioso. Vacata detta cura per la spontanea dimissione fatta dal
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Una bella, grande strada, finalmente - l'attuale provinciale – viene aperta: Pavia - Motta S.
Damiano – Belgioioso – Corteolona, con “imperiali dispacci” del 13 febbraio e del 23
marzo 1778 di Giuseppe II, in sostituzione della vecchia medioevale, strata Regina, il cui
percorso era troppo lontano - presso il Po - per servire ad un paese che, ormai da secoli,
dal Po si era staccato! Questa nuova strada è essa pure il segno più bello e più
significativo delle fortune dell'antico paese Bello e gioioso.
Capitolo XII
“ALBERICUS XII PRINCEPS”
Se Alberico XII sia stato il migliore tra tutti i Barbiano di Belgioioso, o il più valoroso o
il più dotto, non so; corto fu il più splendido. Ed accettiamo la numerazione genealogica
degli Alberici, qualunque essa sia e che - ostentata sa tutte le porte, su tutti gli usci e in
tutti i buchi - ha la sottile intenzione di mettere in relazione l'ultimo, per tempo, Alberico
XII fastoso, con un Alberico, il primo della serie condottiero vittorioso.
E certamente per la nostra borgata - ormai la possiamo chiamare così - furono i giorni più
splendidi anche per essa, finché d'un tratto il soffio della rivoluzione spazzò via titoli e
stemmi, dame e cavalieri, conti e principi, come con un colpo di scopa.
Il principe e il borgo vissero le medesime vicende, furono testimoni degli avvenimenti più
vari e più contrari tra loro, ma con sentimenti ben diversi: il principe vide crollare d'un
M. Sig. Canonico Don Antonio Zucca e desiderando la Comunità suddetta che fosse eretta la detta
Cura Parrocchiale in beneficio perpetuo prepositurale Nuncupativo e che il parroco fosse
condecorado col titolo di Prevosto Nuncupativo, obbligandosi la medesima con gl'infrascritti
cassinaggi d'assegnare la congrua al Novo Parroco, come tutti gli successori, in perpetuo tutto ciò che
è sempre stata solita la detta Comunità e Cassinaggi a dare e pagare a tutti gli Parochi di Belgioioso;
cioè per ogni copia di coniugati in Belgioioso, una mina colma di segale, ed il Fittabile di Belgioioso
con tutti g1i suoi obligati.” (Dichiarazione della erezione in beneficio col titolo di Prepositura del 28
Ottobre 1766).
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tratto un edificio che aveva quattro secoli e morì con la nostalgia dei tempi passati e
irrevocabili; il borgo invece, dopo le prime incertezze e smarrimento, si avviò a iniziare
un'era nuova, fiducioso in nuove fortune.
Egli intanto fu così fortunato da riunire ancora, in una signoria unica, la sua, dopo ben tre
secoli, il feudo di Belgioioso col Vicariato di esso. Questo, donato o meglio venduto nel
1450 al Simonetta, era passato, per nozze, come ho detto, agli Estensi.
Ora, ritornava ai Barbiano ancora per nozze: forse le più cospicue che si son celebrate
nella famiglia: tra Alberico XII e Anna Ricciarda d'Este (giugno 1757). Però, di tutto il
Vicariato erano rimante tre comunità sole: Corte Olona, Pieve Porto Morone e Miradolo.
Il resto dei paesi s'era perduto per strada, e la strada era stata lunga: tre secoli che videro
rinunce e vendite per far denari. Tuttavia Anna Ricciarda d'Este conservò il titolo di
Feudataria del Vicariato e l'amministrò direttamente anche dopo le nozze95, le quali
intanto diedero diritto allo sposo di aggiungere ai suoi cognomi anche quello di Atestinus.
Nato il 20 ottobre 1725 da Antonio I Barbiano Belgioioso e da Barbara d'Adda, fu
migliore del padre che emanava decreti severissimi a difesa gelosa del diritti di caccia
nella sua proprietà privata, con la comminazione di pene severissime ai violatori, le quali
non potevano raggiungere altro effetto che quello dì incutere timore e spavento nei
sudditi: amore mai!
Alberico fu aiutante di campo del principe di Soubise, generale dell'esercito francoaustro-russo-sassone-svevo imperiale che muoveva a dare una lezione al tracotante
Federico II di Prussia, il quale tuttavia la inflisse tremenda ad essi sui campi di Rssbach il
5 novembre 1757, dove anche il Belgioioso fu ferito. Insomma i prodigi di valore di
Alberico e le sue ferite non riuscirono a conquistare la vittoria, e la storia su questi
95 Si conserva un editto di lei "Contessa di Belgioioso e del suo Vicariato, per la nomina di un custode
delle cacce.
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prodigi è muta. Comunque, da quella sua fatica militare si riposò e Belgioioso dove, nel
parco già abbellito con magnifica cancellata dal padre, eresse una statua: Le repos de
Mars, dove il Dio della guerra appunto, con le sembianze di Alberico, mollemente si
riposa ed una colonna dove è un accenno alle ferite riportate, accenno che forse rivelava il
desiderio che non se ne chiedesse troppo, ma che si rimanesse paghi, quando si pensi che
il Sonbise è presentato dalle caricature contemporanee come l'inettitudine in persona, con
un esercito allegro di commedianti, parassiti, parrucchieri, casse di cipria, belletti, cuochi,
buffoni... Lasciamo dunque stare: il buon nome di Alberico non tra fondato su questo.
Accetto a corte, sentì dirsi a Vienna da Maria Teresa che l'aveva creato Principe del Sacro
Romano Impero (1767) “Sono contenta di voi!” ciò che egli ricordava con piacere, come
egli ricordava una lettera personale direttagli da Giuseppe II, e un'udienza concessagli da
Vittorio Amedeo III; le quali cose e la soddisfazione che provava a contarle, vanno
collocate, per un giusto apprezzamento, nei tempi e nei luoghi loro, che sono in questo
caso il castello di Belgioioso, una società di cavalieri con lo spadino, e di dame incipriate:
è la secondo metà del sec. XVIII prima di quello sconquasso della Rivoluzione francese.
Così che torna spontaneo anche per me il quesito se l'Alberico degli anni più giovanili
non sia per avventura da ravvisarsi nell'immortale Giovin Signore del Parini.
Se ne è scritto pro e contro, a lungo. Ma la doppia possibilità prospettata dal poeta che il
giovin signore sia discendente da “magnanimi lombi", oppure che il difetto del sangue sia
emendato dai “compri onori” non conviene affatto a quell'Alberico per il quale si verificò
solo il prima caso.
C'è chi, sottilmente trova nel Mezzogiorno, un'allusione finissima: ... del suo senso
gioisci...
A te i piaceri tuoi nato a recarli.
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Su la mensa real, non a gioirne. Si vuol dire dunque, Belgioioso? È troppo poco davvero.
Positivamente, il Parini che con un'ode anacreontica, canta la nascita del primo figlio di
Alberico, Rinaldo, nel 1760, non può esserne l'atroce, finissimo derisore nel 1763.
Ma più lusinghiera per la nostra borgata, la dimora che fece il Foscolo nell'estate del
1812, presso il principe che compiva ormai gli 87 anni, quando cioè s'eran diradate le
nobili brigate intorno al nume del luogo, adulatrici della sua vanità soddisfatta, ed egli si
aggirava, sorretto dai servi, per i magnifici viali ombrosi di quel giardino splendidissimo
da lui stesso ordinato.
Appunto per queste circostanze, al Foscolo quella dimora di 40 giorni non riuscì
dilettevole.
Scriveva alla signora Marianna Verneri di Milano: “L'ospite zio (il principe Alberico) è
solo, affatto solo, perché i suoi parenti e amici temono a questi mesi l'aria troppo umida
di Belgioioso, ed io sono stato accolto da lui così amabilmente che non ho cuore di
abbandonarlo nella sua solitudine: è cieco, cadente, mezzo sordo e poco lontano dai
novant'anni; non gli resta se non la serenità della morte e la gioia dell'anima che egli
perde ad un tratto, quando rimane senza compagnia”96. E scrivendo a Gian Battista
Giovio il 5 agosto, sempre di quell'anno 1812: “Quaranta giorni passati a Belgioioso non
mi giovarono né alla mente né al corpo". Dovettero essere infatti, giorni d'una noia
mortale. Cercava di non lasciarla travedere al povero vecchio, col quale pranzava alle 8 di
sera. Alle 11 il principe si addormentava sulla sua seggiola e dormiva regolarmente sino
all'una dopo mezzanotte, ora nella quale cominciava la conversazione che durava a giorno
fatto. In altri tempi c'era stato gioco e ballo. Dopo la conversazione, cioè a giorno
inoltrato, il Foscolo faceva il bagno si sbarbava e poi andava a passeggio. Di ritorno,
96 Epistolario, t. I, pag, 409.
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finalmente, andava a dormire, sino alle 14, ora nella quale attendeva allo studio, fino
all'ora della trottata col Principe, la quale durava sino alle 8 per il pranzo, e così di
seguito.
Le relazioni col Principe erano quelle che possono intercedere tra un mecenate illuminato
e un po' vanitoso e il protetto che ne gode, non senza adulazione. Il principe lo chiamava
“dottissimo professore capitano Ugo Foscolo" e “preziosissimo e balsamico" il tabacco
rapé che questi gli aveva regalato, e, confidenzialmente anche lo chiamava “il mio
Foscoletto”; e il Foscoletto a sua volta si dichiarava “pronto a riguardare sempre come
favori tutti gli ordini” del Principe, e avrebbe conservato sempre "religiosamente" una
scatola avuta in dono, che “acquistava grandissimo prezzo dal modo e dal carattere del
donatore". Gli scriveva il 16 luglio 1812 che “la beata e magnifica villa di Belgioioso gli
rende la vita, se non la più bella del mondo, certamente la più tranquilla e la meno
invidiata” e non cesserà mai di “vivere con l'immaginazione e col cuore presso di lui”.
E poi è stato il Foscolo steso a dire che non vi fu milanese che non abbia riconosciuto
nell'eroe del Giorno, il Principe di Belgioioso!
Per quanto riguarda gli uomini di Belgioioso proprio di quegli anni, è interessante che il
Foscolo mandi a salutare, per mezzo del Principe, i commensali abituali: “il signor
Gerolamo Criminali, il dott. Carlo Strambio, il sacerdote giocatore di tarocchi, e
segnatamente il signor prevosto”.
Della famiglia dello Strambio dirò alquanto a lungo a proposito del movimento, che era
futuro, di indipendenza nazionale. Il Criminali, cui è dedicata una via, lasciò tutto il suo
patrimonio in opere di pubblica beneficenza. Quanto al prete “giocatore di tarocchi” è
difficile identificarlo: erano otto preti in paese! Il Foscolo ricorda soprattutto il prevosto
Don Celestino Ravazzoli, perché nelle domeniche di sua dimora a Belgioioso, si recava,
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nel pomeriggio, a udirne le prediche e le spiegazioni della dottrina cristiana, fatta dal
pulpito nella chiesa parrocchiale; e forse il Foscolo vi era tratto dall'ordine e dalla
limpidezza che questo degno sacerdote aveva nello scrivere e nel parlare. E così rompeva
la noia della vita nel Castello.
Il Foscolo rintanò una seconda volta a Belgioioso, l'anno seguente, il 20 agosto 1813,
quando Alberico “cieco”, mezzo sordo e cadente era moribondo. Vi dimorò solo sei
giorni e gli toccò di essere ospite nella casa del lutto, quando “mentre chiamavano a
tavola - la sera del 26 agosto - lo colse l'apoplessia, di cui morì poco dopo”. Il poeta
fuggì subito, non volendo “essere importuno e importunato, tento più che non c'era
persona da consolare".
Ma il Foscolo nel castello di Belgioioso era stato già, ma solo di riflesso, per così dire,
per un avvenimento che fece pensare a lui e ad un libro suo e che avrà fatto pensare alle
persone un po' colte di Belgioioso e di Pavia: “Ecco un nuovo Jacopo Ortis!” Fu nel
magnifico parco del Castello. Ce ne informa una scrittura molto semplice, ma non priva
d'efficacia, che si conserva nel Museo Civico di Pavia ed è dovuta a Momina Laudi
maritata Bellisomi, nipote prediletta di Ippolito Pindemonte, ammiratrice del Foscolo, il
quale più volte fu ospite gradito nel più bel palazzo pavese del Settecento. La riproduco,
quale venne fatta conoscere ultimamente dal compianto prof. Sòriga97.
Si tratto di un giovane artigliere trentino, certo Federico Federici, che a motivo di un
pazzo amore per una gentildonna non corrisposto, decise di sopprimersi nel parco del
97 Archivio Parrocchiale di Belgioioso: Liber Defunctorum in Paroccia Belgioiosi ab anno 1798 ad
annum 1820, Federico de Federicis Miles/ Anno Domini millesimo octingentesimo tertio die decimo
quinto Federicus de Federicis, Religionis Chatolice 'et tridentina Provincia annos natus quattuor supra
viginti. Miles non ex infinis Italiae Cohortis tormenti bellici, magna tristitia usque ad dementiam
absorptus ignea ballista se ipsum interfecit. Postauditas hoc mane duas Missas. Eius cadaver die
seguenti praemissis exequiis sepultum fuit in hoc cimiterio.
Dunque il cippo collocato da Alberico nel giardino suo non segnava la sepoltura, bensì solo il luogo
dell'atto insano dell'infelice.
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Castello di Belgioioso, dove si trovava di servizio, seguendo in ciò l'esempio incitatore
del prediletto eroe del tempo, Jacopo Ortis, nelle cui lettere il Foscolo aveva voluto
riprodurre se stesso. “La mattina del 15 luglio 1803 certo Quartiermastro della
Repubblica Italiana chiammato Federici, trovandosi occasionalmente a Belgioioso
andiede dal peruchiere a farsi petenare; quindi si recò alla locanda e vestitosi con abiti di
gala con pantaloni e gilé bianco di panno finissimo, con marsina verde con oro e cappello
fino con fiocchi parimente d'oro, andiede di poi nella chiesa sentendo due messe con
esemplarissima devozione, facendo elemosina nella bossola di una lira.
Dopo di ciò andiede da un mercante a farsi dare un lapis e un foglio di carta; di poi
portatosi nel giardino dell'ex Principe di Belgioioso, il giardiniere vedendo questo
ufficiale in tale arnese si portò dal suddetto offrendosi a fargli vedere le principali cose di
quella delizia; ma l'ufficiale, bramando di solo rimanere, gli disse: - Non incomodatevi
galantuomo; voglio da me solo passeggiare" e nonostante che il giardiniere non volesse
abbandonarlo, fu costretto dalle preghiere dell'ufficiale di lasciarlo in libertà.
Adunque l'infelice proseguendo da solo si portò nel boschetto dove vi era un canapè; colà
arrivato osservò attentamente se vi era qualcuno che lo osservasse, si mise a sedere per
scrivere la qui unita lettera col lapis che aveva seco; di poi sguainò la spada e mettendo la
guardia in terra rivolta la punta al petto fece per uccidersi; ma come risultò dalla visita, la
punta della spada andiede in una costa e forse sentendo la puntura che non passava,
risoluto di uccidersi lasciò andare la spada per terra, prese una pistola, la mise al petto e
restò morto con un braccio alla testa appoggiato al canapè che sembrava dormisse a tal
segno che due giovani, che per caso passavano, fecero, avanzando, rumore con i ferri
credendo che dormisse; ma di poi avvicinandosi maggiormente videro che aveva un
fazzoletto bianco sopra i calzoni e che era tutto imbrattato di sangue. Allora corsero
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subito a partecipare l'avviso e videro questo spettacolo con questa sotto scritta lettera:
“Al padrone di queste solitudini deliziose: sin che ho parola vi domando perdono di aver
scelto questo luogo per finirvi i miei giorni affannati; ché, se voi non aveste un cuore
sensibile, il solo fasto non poteva immaginare questi viali e questi recessi cari alle anime
afflitte. Un'altra volta vi scongiuro, perdonatemi e se dall'alto della vostra opulenza voi
non isdegnate di volgermi uno sguardo di compassione, non negato alla miserabile mia
salma quattro palmi di terreno che la copra fra piante e piante. Questa è un'opera pia, ed
oso sperarla da voi, così che muoio meno acerbamente. Che se così voi fate, scendano
sopra di voi le rugiade della felicità che io ho cercato sempre e che forse non trovo che in
questo istante.
Federici
A chiunque
Nessuno s'incolpi della mia morte; me la diedi io stesso. In fede, Federici.”
E male non si apposero le supreme volontà dell'infelice suicida, perché il nobile signore
del Castello, nel luogo stesso ove era avvenuto il fatto luttuoso, dispose senz'altro la
erezione d'un cippo sepolcrale, circondato da salici piangenti, che per lunghi anni fu meta
romantica di patetiche passeggiate al chiaro di luna, sul quale fece apporre la seguente
epigrafe ora dispersa: “L'anno 1803 il dì 15 luglio alle ore 10 del mattino Federico
Federici della città di Trento, ufficiale nel corpo dell'artiglieria italiana di guarnigione a
Pavia in età di 24 anni per delirio di amore si uccise”.
In tal guisa prosegue il Sòriga un amico e contemporaneo del Foscolo commemorava il
fato tragico dell'infelice trentino; il che, data la nequizia dei tempi, non desterà
meraviglia, atteso che il suicidio era allora la malattia dell'epoca e quasi non passava
giorno che non se ne contassero, sopra tutto nell'esercito, come avvenne poco dopo in
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Pavia per il noto patriota meridionale Francesco Lomonaco e in Milano per il
giovanissimo fratello del cantore del Sepolcri.
Ma l'onda travolgente della passione che aveva stroncato la ancor acerba esistenza del
povere Federici non si limitò a questa vittima; perché pure l'oggetto involontario di tale
funesto avvenimento, dopo breve tempo cadde in uno stato di fiera melanconica che
stroncò per sempre la sua già amareggiata esistenza di sposa infelice".
Ma già da un pezzo si era entrati nel periodo della decadenza, più che per l'età senile del
principe, per gli avvenimenti gravi che dal 1796 avevano sconvolto tanta parte d'Italia. Il
soffio di libertà giunto a Pavia e Milano, si era sentito nel più modesto del villaggi:
figurarsi poi se non giungesse e Belgioioso dove, in ossequio alle idee nuove, c'era molto
da abbattere e c'è da meravigliarsi che, malgrado le intenzioni precise non abbiano
scalzato delle fondamenta quell'insigne monumento feudale, che era la mole merlata del
castello!
Ma debbo procedere con ordine: dopo l'incendio di Binasco e il sacco di Pavia (26
maggio 1796), insieme con l'invito ai nobili di farsi popolo, affinché il popolo li avesse ad
abbracciare” (22 pratile - 10 giugno), si abolivano per sempre, con la nobiltà e con ogni
autorità feudale, le armi gentilizie, i lavori delle livree, tutti i distintivi di essa. Termine
per l'esecuzione della legge: otto giorni. Nell'anno medesimo (11 nevoso – 31 dicembre),
si abolivano solennemente tutti i titoli feudali: “Vi saranno ancora del vili per
pronunziarli e per gloriarsene?”. Si chiedeva in quel bando. Ciò veniva ribadito nell'aprile
seguente: “proibito il dare e il ricevere i titoli dì Conte, di Marchese, di Don e di
Signore”.
Orbene, il “cittadino” Alberico Belgioioso, posto tra l'ossequio alla legge e la
disobbedienza aperta ad essa, elesse una via di mezzo: ricoperse le armi gentilizie e i
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segni blasonici esistenti sulla magnifica facciata, dovuta al Piermarini, del suo palazzo in
Milano, e il 29 nevoso - 19 gennaio 1797 ne dava relazione al Comitato di Polizia; il
quale naturalmente non si contentò e impose la distruzione radicale di ciò che era stato
coperto. Invano si intromise una persona, dicono, amica del Belgioioso; poiché l'Ispettore
di Polizia, certo Mulazzani, rimase irremovibile; e Alberico dovette “levare il segno delle
siffre incoronate esistenti sulle porte, e distruggere l'arme di mezzo ricoperta in modo
troppo visibile perché non si avesse a sospettare l'intenzione di restituire tutto alla luce, al
bramato ritorno degli austriaci”98.
Né poteva egli consolarsi con la speranza che alla fin dei conti, quel che si faceva nella
città, si sarebbe risparmiato nelle campagne. Ahimè! si fu anzi più violenti. Invitato a
distruggere ogni emblema di “realismo” Alberico non mancò di far conoscere i danni che
sarebbero venuti al castello, quando dal timpano della fronte occidentale si fosse tolto “il
grandioso stemma legato con chiavi e controchiavi e dilatantesi nella circonferenza degli
altri muri e poggiante sulla volta di un salone”; ma fu inutile anche a Belgioioso, come
ere stato inutile a Milano.
Infatti sulla fine di Settembre il Comando del Potere Esecutivo spediva a Belgioioso una
Deputazione con l'incarico “di far atterrare di propria autorità tutti gli stemmi ed altri tali
significati di nobiltà, che si fossero ritrovati tanto al di fuori che al di dentro della di lui
(Alberico “cittadino” Belgioioso) Casa ivi situata” e munita “anche di un invito al
cittadino Visconti comandante della colonna mobile di Belgioioso" perché prestasse “la
sua assistenza anche colla forza armata in caso di bisogno”.
E la deputazione eseguì appuntino gli ordini ricevuti. Si conservarono, è vero, per rispetto
98 Archivio di Stato di Milano: Araldica e Polizia-Urbana, Casa Belgioioso nell'ultima metà del sec.
XVIII. Raccolta degli Ordini e Avvisi stati pubblicati dopo il cessato governo Austriacodel 7 maggio
1796 al 1 settembre 1796 (Milano, Veladini). Raccolta di tutti gli Avvisi e proclami pubblicati in Pavia
dall'8 maggio 1796 al 1798 (Pavia, Marelli).
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alle Belle Arti, i busti e le iscrizioni nell'anticamera della galleria, ma si vollero spianati
tutti gli scudi con armi.
Nella saletta attigua si levarono dalle porte d'ingresso i due bastoni in croce e i gigli; le
lapidi di fondo dei camini furono rivoltate; cassate le parole “Albericus XII Princep” (per
fortuna di lui, non da per tutto); distrutti i vani del giardino recanti lo stemma gentilizio e,
dopo altre simili prodezze, cadeva sotto i colpi dello scalpello il magnifico stemma coi
quattro grandi trofei, coi gigli, con le corone, con gli anelli, con gli elementi blasonici
della fronte occidentale del palazzo, la quale era stata tutta opera di lui.
Nulla si risparmiò per umiliare quell'uomo che pochi anni prima si era considerato come
un piccolo re nelle sue terre e che ora veniva ridotto nella condizione di un cittadino
qualunque. Peggio e più vergognoso sfregio venne strappato, sotto gli occhi stessi di lui,
lo scettro dorato della statua della dolcissima consorte Anna Ricciarda, morta nel fior
degli ami.
Aveva luogo allora una scenetta abbastanza curiosa, che è dipinta al vivo in un romanzo
che ha per sfondo quei tempi e per scenario anche il borgo stesso di Belgioioso99.
“D'improvviso si odono le argentine vibrazioni di una campana che si ripetono senza
legge né armonia, ma sempre con maggior forza e rapidità.
- Oh, si grida, fuoco? Ladri?
- Saranno i frati di S.Maria che si divertono.
- Oh giusto! Andiamo a vedere!
Si corre alla chiesa dei Frati:
- Che è? chi è quell'uomo sul campanile?
- È Tobia.
99 Dott. don ANGELO CODARA, Il Sacrificio, apparso in puntate nel giornale il Ticino degli anni 1896-1897 e
raccolto in due volumi, del 1897, Tipografia Artigianelli, Pavia.
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- È Carlantonio.
- Ah! lo vedo: è lui; è Emanuele il fabbro.
Era proprio il fabbro ferraio. Stava con lime e scalpelli raschiando dalle due campanelle
della chiesa gentilizia di S. Marla dei Frati, l'iscrizione Albericus XII Princeps; così aveva
intimato l'autorità di chi comandava allora".
Se il “cittadino” Alberico sentì dal vicino Castello quello stridore, deve essersi messo
certamente le mani nei capelli: chi mai dei Belgioiosini, chi mai nei secoli passati era
salito lassù sul campanile, chi mal in futuro vi sarebbe salito per il gusto di vedere quegli
stemmi?
E allora, valeva proprio la pene di limarli via? Non era cessato quel movimento di
sorpresa, che si ricominciò a far altrettanto, in quel giorno stesso, alle campane della
Parrocchia, invano opponendosi alla forza il parroco, che si chiamava Don Carlo Ricci, il
quale anzi fu costretto a far levare dagli stessi paramenti sacri preziosi, donati dai
Belgioioso gli stemmi gentilizi.
Non bastò: sedici giorni dopo, cioè il 30 vendemmiale (21 ottobre) si intimava da Pavia
al “cittadino” Belgioioso di “distruggere i Ponti levatoi al Castello e i Torrini alla cima
dei medesimi, detti i Merli, i quali sono i veri segni di dispotismo, di signoria e di
feudalità”.
Questa volta il perseguitato uomo insorse e, con l'attività e la sostanza riuscì a impedire
l'esecuzione dell'ordine barbaro, che, attuato, avrebbe reso il Castello un miserevole
moncone.
Il popolo di Belgioioso s'era diviso in due correnti, ma la maggiore, veduti quegli sfregi e
uditi i saccheggi, s'era persuasa che non era così che i novatori predicanti la libertà,
potessero portarla.
- 94 -
Un'altra invece, piccola, ma rissosa e pronta, desiderosa di novità e di tumulto o cupida di
arricchire a spalle altrui, s'era messa a favorire questa novità e e discendere ad atti
tutt'altro che degni di lode. Ed è significativo che ciò venga deplorato da un esponente
stesso del governo nuovo: il comandante del Potere Esecutivo presso il Dipartimento del
Ticino, certo “cittadino” Barletti, recatosi, d'ordine superiore a vedere come a Belgioioso
stessero le cose, assicurava nella relazione che ne fece, che “In Belgioioso vi sono alcuni
che non hanno in sé medesimi in vista altro che di abituarsi per tal modo (fingendosi
armati di spirito patriottico) a saziare la loro capacità ed a sfogare le loro passioni e altri
privati interessi contrari al buon ordine ed alla pubblica tranquillità.
E sono d'ordinario, coloro che gridano e schiamazzano e fanno indecenti e false relazioni
sulla feudalità e blasonerie, le quali non esistono; e vorrebbero, nell'esecuzione degli
ordini pubblici, associare l'insulto con modi violenti e di saccheggio. Queste parole fanno
onore a colui che le ha scritte e rivelano uno spirito onesto e moderato.
Quanto al Belgioiosini della prima categoria, essi accrescevano il numero dei così detti
paesam o villani che, a quei moti e a quegli sfregi incomposti e talvolta sacrileghi, e
amanti dell'ordine tranquillo, s'eran rivoltati e avevano anche, i più arditi, prese la armi e
s'eran mossi verso la città dove per qualche giorno, avevano potuto sopraffare il tenue
presidio francese col suo comandante Latrille e lo stesso generale Haquin, assediandolo
in Castello.
Ma, venuto il generale Bonaparte, l'avevano pagata cara e, per quello che interessa
Belgioioso, un Belgioiosino, Natale Barbieri, agitatore antigiacobino, capomastro di
professione, catturato dopo un giudizio sommario di pochi istanti, il 26 maggio famoso,
veniva fucilato.100 Ma ne dirò più innanzi.
100 SILVIO MANFREDI, L'insurrezione e il sacco di Pavia del 1796, Pavia, 1900, pag, 140.
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Da quei giorno sul Castello discese un velo di tristezza: l'antico principe festoso non
tornò a Milano mai più: chiusosi in queste mura, visse ancora 17 anni: visse di memorie,
di ricordi, di rimpianti: rappresentava un mondo in sfacelo, un mondo lontano, come
lontani erano ormai gli anni della costruzione di questa signorile dimora.
Solitario in questo suo vasto palazzo feudale da lui ammodernato e abbellito in una parte
cospicua, attendeva chi gli facesse qualche visita, lieto se lo si chiamasse ancora coi titolo
titoli antichi. E a dargli dell' “altezza” a tutto spiano c'era non solo la compagnia ordinaria
dello Strambio, del Criminali, del Prevosto Ravazzoli, di altri, ma per quaranta giorni,
c'era stato anche il fierissimo “cittadino” Nicolò Ugo Foscolo!
Quand'egli morì - il territorio del vasto feudo andò diviso: al figlio primogenito toccò il
castello di S. Colombano e il titolo di Principe; al ramo cadetto toccò Belgioioso col
titolo di conte.
Noi pure ci allontaniamo da questa nobile figura con qualche tristezza. Nel castello un
suo ritratto grande, al naturale, dovuto a buon pennello, ce lo presenta nell'ambito aulico
di cerimonia. Ma non lo giudicheremo da queste pomposità tronfie e vane: lo
giudicheremo meglio pensando a quanto egli fece o direttamente o indirettamente per il
paese, prosciugando nelle terre di sua proprietà le paludi delle “Mortizze” del Po, sterili e
malsane, rafforzando gli argini protettori dalle insidie del grande fiume, bonificando
larghi terreni - canale “Alberico” - aprendo una scuola per i bambini dei suoi coloni in
Belgioioso, il che fu come l'annunzio della futura nostra scuola elementare.
Le tombe, sua e del padre, che sono nella chiesa parrocchiale in uno stile neoclassico,
addossate a due pareti, sono riguardate con rispetto, forse anche con riconoscenza dai
buoni di Belgioioso.
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Capitolo XIII
I TEMPI NUOVI
Ho già accennato ad essi necessariamente, quando ho dovuto occuparmi della figura di
Alberico XII e delle due correnti che si erano determinate nell'opinione pubblica del
paese. La più numerosa, devota o almeno rispettosa al principe vicino, fedele alla chiesa e
ai suoi sacerdoti, massime quando uno di essi si chiamava Don Celestino Ravazzoli,
morto poi arcidiacono della cattedrale di Pavia, non aveva veduto certo di buon occhio
quelle novità.
Quei moti incomposti, anzi violenti, quei saccheggi a ferro e fuoco, - come fu il caso
della misera Binasco e di Pavia nel maggio 1796 - quei sacrilegi perpetrati anche nella
chiese di Pavia - da una chiesa fu rubato un Ostensorio contenente l'Ostia consacrata e
venduto il tutto sopra un mercato di Milano! - quelle grida e quegli alteri di libertà
sfrenata, l'avevano turbato profondamente e si comprendo che, più che la limatura degli
stemmi dei Belgioioso sulle campane della Parrocchia e dei Frati, l'avevano offeso le
parole sediziose dei predicatori giacobini. Si comprende perciò il movimento così detto
dei “villani”, capeggiato persino dai parroci - quello di Samperone venne preso e
“giustiziato" dai francesi che, entrati con zappe e badili in città avevano per poche ore
avuto il sopravvento sul piccolo presidio francese; e si comprende il gesto del
Belgioiosino Natale Barbieri che, impadronitosi dei quattro innocui cannoncini che
Alberico teneva per ornamento nel castello, li conduce a Pavia per rafforzare il
movimento insurrezionale, movimento esso pure incomposto, con l'assalto alle case per
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farsi dar cibo dai contadini tranquilli e paurosi.
I quattro cannoncini vengono caricati di ferro - non c'erano altre munizioni - e puntati dal
Barbieri contro il castello di Pavia, dove si è chiuso il generale Haquin. Ma giunge subito
il Bonaparte, e la repressione è violentissima: la città è data al saccheggio il 26 maggio.
Nel giorno stesso il Barbieri, già crudelmente percosso durante la notte dei francesi,
avviandosi alla fucilazione, apostrofa il Bonaparte: - “Sin dal primo momento che ho
preso l'armi contro di voi, ho preveduto il mio destino. Datemi pure la morte e passerò a
raggiungere mio padre che tre giorni fa, morendo, mi animò a combattere per la patria e a
cacciarvi dalle nostre mura. A mio padre piacerà che io mi unisca a lui nella tomba101.
Ma, anche se non fosse vera questa parlata del condannato a Napoleone - dicono altri che
il Barbieri in quel momento era già mezzo morto per le percosse - rimane certo lo spirito
e l'iniziativa generosa di lui.
Poi le corti si avviarono a maggior tranquillità; l'imponente vicenda napoleonica attrasse
molti sguardi e destò molte speranze: alcune riforme, codici, strade, “Monti” Duomo di
Milano, Naviglio di Pavia - conciliarono gli animi; il senso della libertà, spogliata dalle
violenze con cui in un primo tempo si era voluta affermare, si insinuò in essi.
Il nostro paese, tornato con il trattato di Vienna sotto l'Austria, riprese il suo ritmo calmo.
Ma non era l'Austria della prima dominazione. Era quella della seconda, che reprimeva
ogni movimento aspirante a libertà dallo straniero e a ricomporre le membra divise della
Patria.
Ora, tra tutti i paesi del territorio, si distinse il nostro: il Risorgimento ebbe anche qui i
suoi martiri e i suoi apostoli. Una forza pratica di soccorso al movimento era per noi
101 Nel ms. del FENINI, citato dal MANFREDI, op. cit. c'è pure una notizia confusa dei tre fratelli
Mahone di Belgioioso, condannati a morte in contumacia in quel medesimo giorno e, penso, partecipi
del movimento di cui era a capo il Barbieri.
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quella di aiutare quei patrioti lombardi che avevano bisogno di valicare il Ticino o il Po
per salvarsi delle persecuzioni della polizia Austriaca. Le rive ornai deserte di S.
Giacomo della Porcaria e del Pissarello videro spesso le audaci barchette che al lume
della luna trasportavano di là, nel silenzio, quegli uomini nel libero Piemonte.
Nella lotta delle Cinque giornate un gruppo di animai, mosse, il 19 marzo 1848, di buon
mattino da Belgioioso verso Milano: li comandava Giuseppe Guj di Filighera ed erano
con lui il fratello Ottavio con due nipoti studenti, l'ingegnere Angelo Maccabruni di
Corteolona e altri. Giunti presso il bastione di Porta Tosa e disposti i suoi all'assalto, il
Guj muove arditamente innanzi. Colpito da una palla di carabina tiratagli da un ussaro,
spira l'anima generosa102.
Nei medesimi giorni, un ardimentoso popolano di Belgioioso, Francesco Trabucchi,
prestava pure con gravissimo pericolo, servizio d'informazione e spingeva la sua audacia
a trasportare a Milano armi che, passando di notte sul Po, si procurava a Stradella.
Ma sfortunatamente, forse per opera di qualche spia malvagia, arrestato e perquisito a
Melegnano, vennero a lui trovate indosso, cucite negli abiti, lettere assai compromettenti.
Consegnato all'autorità militare, che pure doveva andarsene tra poche ore, venne condotto
legato ad un affusto di cannone sino a Lodi, e da Lodi al piccolo paese di Fontana e
fucilato.
A tavola con Alberico XII, il Foscolo, nelle vacanze del 1812, trova pure un signor
Strambio di Belgioioso. Nessuno allora poteva pensare che il figlio di lui, Pietro, che
aveva allora quattro anni, si sarebbe distinto nella difesa di una causa ben lontana dallo
spirito e dalle tendenze politiche del principe così largamente ospitale!
Pietro Strambio, nato a Belgioioso nel 1808, cospiratore, perseguitato dalla polizia,
102 ROBERTO RAMPOLDI, Pavia nel Risorgimento Nazionale,Pavia 1927 pag..55-57.
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fuggito in Francia, prese parte colà ai moti del 1830. Tornato in Italia e iscrittosi alla
Giovine Italia nel 1848 partecipò all'insurrezione; l'anno dopo fu alla difesa di Roma e vi
cadde ferito. Nel 1859 appartenne ai “Cacciatori delle Alpi”; nel 1860 facendo parte alla
spedizione Medici in Sicilia fu nuovamente ferito il 1° ottobre a S. Maria di Capua.
Entrato poi nell'esercito regolare, trovandosi a Sassari e rifiutandosi di fare la “parte di
questurino" verso i propri soldati in una dimostrazione, ne uscì e venne collocato a
riposo. Tornato a Belgioioso, modesto agricoltore, nel 1862 ebbe l'onore di una visita di
Garibaldi e nel 1892 di Felice Cavallotti che brindò un'ultima volta con lui morente103. Il
paese gli dedicò una via, come dedicò una lapide a Garibaldi in memoria di quella visita,
lapide inaugurata dal Cavallotti stesso con un discorso nel 1882104.
Con lo Strambio ricorderò pure Luigi Pellegrini, ottimo patriota che, alla vigilia della
laurea in medicina, corse invece ad arruolarsi nel battaglione degli studenti nella guerra
del 1848. moriva a Belgioioso nel 1888. Né dimenticherò Abele Moretti, ingegnere che,
soldato volontario con Garibaldi, venne ferito a Varese e al Volturno, dove si guadagnò il
grado di ufficiale. Belgioioso gli rase solenni onoranze funebri il 13 marzo 1897.
Le tradizioni garibaldine, con tendenze apertamente anticlericali, rimasero per tutto il
resto di questo secolo XIX, tenute vive nei discorsi repubblicani del Billia e del
Cavallotti, che furono anche i rappresentanti del Collegio Elettorale alla Camera dei
Deputati.
I discorsi politici del “bardo della democrazia” pronunciati a Belgioioso e a Corteolona in
occasione delle elezioni e della inaugurazione della bandiera della Società Operaia
103 Nel museo Civico di Storia Patria di Pavia - sezione Museo del Risorgimento, in Castello - si vede un
buon ritratto di lui e si trovano varie notizie biografiche.
104 Il giornale “La Provincia Pavese” recò nel giorno della morte dello Strambio un ampio necrologio, dal
quale attingo questi cenni, come attingo da un discorso del Cavallotti che ricorda quel simposio estremo
col “fortissimo vecchio che, dietro di lui, sugli origlieri, aveva voluto che fosse posta e spiegata la
bandiera tricolore, la bandiera del suo generale.
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riflettono bene il clima saturo di passioni e di lotte che seguirono all'avvento della
Sinistra al potere (1876). In forma concitata e polemica contro il governo Cairoli, tenuti
in un'atmosfera sempre più vivamente accesa dai giornali locali “La Canaglia” e “La
Provincia Pavese” e dal “Secolo” di Milano che per molti mesi bestemmiò contro la
divinità di Cristo, ottenevano degli ascoltatori – i “brucia Cristo” - facili applausi: ma di
quei discorsi ben pochi e i più colti potevano seguire il filo e la forma e capirne il senso.
Il movimento chiamato radicale democratico, aveva carattere esclusivamente politico:
non era movimento economico sociale; era piuttosto delle categorie borghesi-mediciingegneri-avvocati-professionisti insomma, ed esercenti e possidenti. L'unica provvidenza
di carattere economico-sociale fu l'istituzione di Società Operaie alle quali i cattolici
opposero subito, le Società Operaie Cattoliche, e a feste per l'inaugurazione delle
bandiere di quelle ne contrapposero altrettante per l'inaugurazione delle bandiere di
queste. E tutto si limitò lì. Il popolo del lavoratori era assente, in attesa
di ben altro
verbo, quello socialista.
Con la morte tragica in duello del “Bardo” questo movimento venne meno, custodito da
alcuni ancora, ma come una tradizione, nostalgicamente105.
105 Frutto dell'influenza di questo idee, male assimilate, su fantasie altrettanto accese, fu l'avvenimento del
15 settembre 1892 del quale si dovettero occupare i giornali (“Il Ticino”, “La Provincia Pavese”, “La
Lombardia di Milano”). Tre giovanetti, Felice Manzoli di 18 anni, Luigi Lavezzi di anni 17, e Carlo
Dell'Era di 18 anni, venivano sorpresi nella notte dai carabinieri locali, nei sotterranei del castello, dove
manipolavano arnesi di fonderia, cotone fulminante ed altri materiali adatti alla fabbricazione di bombe.
Arrestati, condotti a Pavia e sottoposti a lunghi interrogatori dal Procuratore del Re e dal Giudice
Istruttore, negarono. Dissero che solamente si erano voluti divertire per molte notti a preparare
spettacoli pirotecnici. Furono scarcerati più tardi e assolti per insufficienza di prove; nella quale
sentenza della Camera al Consiglio dovette entrare in larga parte la considerazione dello “scarso
discernimento” di questi minorenni. Ma l'avvenimento morboso, se non criminale, lasciò in paese un
lungo strascico di polemiche, delle quali rimane l'eco tuttora. Il Manzoli, compiuti gli studi di Medicina
e, dopo essere stato soldato nella guerra, recatosi nel Congo, non tornò più. Un'iscrizione, apposta alla
sua casa natale, suona così:
Felice Manzoli
Dottore in Medicina
Nutrì la giovinezza con gli ideali più puri.
Recò alla guerra il tributo della Camicia Rossa
e cadde nel Congo misterioso
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Altri tempi, altri partiti sopravvennero, incalzandosi: il socialista e poi, per due decenni, il
fascista e poi le reazioni imponenti del Comunismo e della Democrazia Cristiana.
Quello che fu sentito in Italia, si constatò pure, in proporzioni ridotte, nel paese dove
peraltro la massa dei contadini “obbligati”, tutta comunista, è avventizia e nomade di
paese in paese ad ogni “San Martino” e non rende certo la fisionomia politica locale.
Il fenomeno migratorio ha costituito, per fortuna, anche nei decenni più critici, una
percentuale minima: il paese trae dalla propria terra e dalle propria risorse il sufficiente
per la vita. Il territorio ormai tutto dissodato e lavoratissimo dagli antenati, offre cereali,
foraggi, legumi, gelsi, lino e frutta. Ma, del resto, tutto il mandamento di Belgioioso, che
è una delle più fertili plaghe del circondarlo pavese, è limitato dal Po, del quale segue la
capricciosa sponda, dal Ticino che appunto in questo territorio si scarica nel Po, e
percorso dalla “regale” Olona. Così la chiama il Monti nel poemetto “La Feroniade” in
ricordo di quando la Corte dell'Olona fu villa dei re longobardi e italici.
Sulla fine del ecc. XIX il censimento segnava la cifra di 4.589 abitanti. Specialmente
dopo l'apertura del tronco ferroviario Pavia-Cremona e per le altre facilitate
comunicazioni, il paese - dirò finalmente: il borgo! - é in via di continuo progresso e in
completo rinnovamento.
Una filanda aperta dal Com. Dozzio nel 1850 rimase attiva e diede 1avoro a 260 famiglie
sino al 1934106, nel quale anno si chiuse perché altre forme dì lavoro erano subentrate nel
frattempo; e da tutti i paesi vicini si portavano a primavera, i bozzoli ricavati dalla cura
dei bachi, alla filanda di Belgioioso, la quale li pagava bene. Ancora: un'officina
meccanica, con fonderie di ghisa, impiegava, verso il 1894, altri 40 operai; un brillatoio
vittima del dovere.
106 Le donne vi erano così distribuite: filere 150, scopinere 75, sala seta e galettaio 25; più dieci uomini
macchinisti e fuochisti.
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per riso; una fabbrica di paste da minestra; dieci caseifici nei dintorni, primo tra i quali, la
pingue Zagonara; una attiva lavorazione di panieri di vimini - che si esportano - fatti con
le giunchiglie che si traggono dalle vicine rive del Po, del Ticino e dell'Olona.
Ma il Po, dalle cui bassure gli antenati nostri sono risaliti lentamente, nei secoli, a questi
terrazzi, non entra che minimamente nell'economia del borgo. I passaggi su di esso, sono
fuori del territorio suo, sono cioè alla “Stella” di S. Leonardo, a Spessa e a Pieve.
Il fiume, quantunque vicino, è lontano: oggi qua dal Po non approda più nessuno.
La carità cristiana ha pure aperto qui istituti d'assistenza provvida. La Pia Casa S.
Giuseppe, aperta l'anno 1897 dal santo sacerdote don Luigi Guanella, accoglie qui tutti i
malati cronici, i vecchi e le infermità più ributtanti anche di una larga plaga dei dintorni:
oggi vi si trovano ricoverate ben 164 persone, assistite con abnegazione e sacrificio
eroico dalle Suore della Divina Provvidenza.
La famiglia Dozzio, proprietaria di vaste possessioni, ha pure aperto, 40 anni fa sulla
Guardagiosa, un piccolo Ospedale per il borgo.
L'istituto Canossiano ha fondato qui, nel dicembre dell'anno 1886, una casa di educazione
e d'istruzione per le giovanette e le giovani e un Asilo per i bambini e le bambine della
Parrocchia.
Esponente materiale di tanta floridezza, la Chiesa. Dotata nell'anno 1928 nuovamente di
campane, in luogo di quelle che avevano subito lo sfregio giacobino, ha dovuto risolvere
il problema di accogliere ben più numerosi fedeli di quello che si fosse pensato nell'anno
1644, quando la si riedificò più grande. A ciò provvide un parroco “realizzatore”, il
Veneroni, che negli anni 1906-1907, abbattuto il coro quadrato, ampliò da quella parte la
chiesa, allungandola quasi del doppio, così armoniosamente che le proporzioni sono in
giusta misura e la chiesa sembra sia stata originariamente concepita tutto quanta così.
- 103 -
E come la chiesa segna sensibilmente i progressi del borgo, così il Castello, alla cui
ombra pure nacque il borgo, segna sensibilmente la decadenza. Dove era il parco famoso
che ebbe anche la fortuna di essere ritratto nelle incisioni del Dal Re107, oggi è un vasto
campo a granoturco; e dove erano un dì, sotterranee prigioni a cui si pensava con terrore,
oggi invece, al livello del fondo del fossato trovasi officine di lavoro: febbri, falegnami,
sellai e... un'impresa di pompe funebri. Le sale sontuose sono pure divenute deserte e
silenziose: su tutto nel Castello si è steso un velo di tristezza e grava il silenzio come su
cose morte!
107 Sono incisioni in rame, grandi, illustranti le principali ville settecentesche di Lombardia. Alcune,
riguardanti la villa di Belgioioso, sono riprodotte nel giornale Ticinum (a. I, 1937, n. 7).
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CONCLUSIONE
La storia di Belgioioso ha la sua caratteristica. Esso non è nato nel Medioevo, come tutti i
paesi dei dintorni, bensì quando questo già declinava e i primi bagliori del primo
Rinascimento illuminavano - con l'ingresso dei Visconti (1359) - la città di Pavia e i
dintorni. Anzi il castello di Belgioioso va messo in linea con le costruzioni viscontee di
Bereguardo, del Castello, dello Certosa, ossia con le prime manifestazioni dell'arte
rinascente e con i primi atti di governo della signoria viscontea, iniziata nel 1359 in
mezzo a noi.
Nato con un nome bello e gioioso, dovuto al sito e alla natura, ebbe la fortuna di vederlo
mantenuto anche dagli uomini potenti con lo splendore del castello, massime negli ultimi
tempi della decadenza feudale e del tramonto.
Nato all'ombra del Castello e alle dipendenze del Castello, visse nel Quattrocento
nell'orbita di esso. Me ne assicura il più antico notalo. Intanto Castello e paesello hanno
subito vari trapassi. Disgiunto dal suo Vicariato, che passa ai Simonetta e poi agli
Estensi, il Castello tuttavia non perde della sua importanza.
Un primo progresso veramente notevole del paese si può rilevare nella signoria del conte
Carlo Barbiano, sulla fine di quel sec. XV. È di lì che il paese fa un balzo innanzi e dal
misero stato che ha un riflesso in un documento della Curia del 1460, passa, dopo un
trentennio, a condizioni migliori.
Ma ciò non è solo per la generosità illuminata di un Signore; è anche per un altro fatto:
questo territorio prima deserto e poco fertile, si dissoda, si coltiva, si bonifica nelle paludi
o “mortizze” fatte dal Po: si migliora. I contadini, che nel Medio Evo erano rimasti
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raccolti sulle rive del Po accanto all'Ospedale della Porcaria e al Porto del Pissarello,
abbandonano quelle terre insidiate dal grande fiume, risalgono quassù a questi terrazzi
dove l'aria è un po più salubre e dove c'è più sicurezza per le loro vite e i loro lavori.
Da quell'epoca appunto, le relazioni di dipendenza del paese dal Castello si allentano. È
l'agricoltura, non il Castello, che richiama a questi terreni gente a lavorare, a imprimere al
paese la fisionomia, che gli rimarrà sempre, di paese eminentemente agricolo e
industriale.
Non gli mancano le avversità: è un tiranno di villaggio, è la carestia, è la peste, è la
guerra, tutto regalo del sec. XVII; ma le supera felicemente; e quel migliaio di anime che
troviamo nel sec. XVI, si raddoppia nel seguente, s'accresce sempre più, sino
all'imponente cifra attuale di 5.200 abitanti tra la Parrocchia e il Comune.
Esponente della vigorosa Communitas è la chiesa, opera del popolo, che ne è il Patrono.
Nelle famiglie dei nobili padroni si succedono ora figure degne di rispetto, alle quali
sopraggiunge anche il titolo principesco, nobilissime tra tutte e dignitose quelle di
Alberico XII e della sposa Anna Ricciarda, estense.
Poi é il crollo del feudo, di tutti i feudi.
La vita si arresta nel castello e si è chiusa del suo libro l'ultima sua pagina, mentre essa
continua e ferve nella borgata con ritmo sempre più intenso, con la consapevolezza di
sempre migliori destini.
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Tesi di laurea di Luigia SUARDI 1947-1948 su Belgioioso (PV)