Anno 14, n. 9 – SETTEMBRE 2006 – EDIZIONI OCD ROMA – SPED. IN ABB. POST. D. L. 353/2003 (conv in L. 27/02/2004 n° 46, Comma 2) DCB – Filiale di Roma – Italia – Mensile P. JESÚS CASTELLANO testimone e maestro di preghiera NOVEMBRE 9 2006 PREGARE SOMMARIO anno 14 – numero 9 Novembre 2006 3 La spiritualità della Chiesa Rivista del Carmelo Teresiano d’Italia 4 Meditiamo la Bibbia Ai bordi del pozzo (6) 8 P. Jesús Castellano Cervera, ocd Uomo universale, testimone del Risorto EDITORE ©Associazione Carmelo Teresiano Italiano Edizioni OCD Via Anagnina 662/b – 00118 Morena (Roma) tel.(+39) 06.7989081– fax (+39) 06.79890840 E-mail: [email protected] - web: www.edizioniocd.it Speciale: Testimone e maestro di preghiera 10 La preghiera oggi Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 639 del 5-12-1992 Con approvazione ecclesiastica dell’Ordine 14 La preghiera alla luce della Dei Verbum 17 Originalità della preghiera cristiana DIRETTORE RESPONSABILE P. Claudio (Enzo) Truzzi 21 Eucaristizzare la preghiera 25 Verso il raccoglimento DIRETTORE REDAZIONALE P. Roberto Fornara 29 Una preghiera perseverante e semplice REDAZIONE 31 Lo scaffale Sentieri illuminati dallo Spirito Via Anagnina 662/b – 00118 Morena (Roma) tel. (+39) 06.79890838 – fax (+39) 06.79890840 E-mail: [email protected] - web: www.pregare.org ABBONAMENTI Via Anagnina 662/b – 00118 Morena (Roma) tel. (+39) 06.79890822 – fax (+39) 06.79890840 E-mail: [email protected] Quote di abbonamento annuale 2007 Italia € 16,00 Europa € 24,00 Altri continenti € 40,00 Un fascicolo sciolto € 2,00 Versamenti sul c.c.p. 39054481 intestato a: Pregare – Via Anagnina, 662/b 00118 Morena (Roma) In copertina: P. Jesús Castellano Cervera, carmelitano scalzo, cui è dedicato questo numero di Pregare, presta obbedienza al Papa a nome di tutti i consacrati, nella celebrazione eucaristica per il solenne inizio di pontificato di Benedetto XVI. Stampa – Edizioni Grafiche Manfredi snc. Via G. Mazzoni, 39/a – 00166 Roma Questo numero è stato stampato nel mese di Ottobre 2 LA SPIRITUALITÀ DELLA CHIESA “Uomo universale”. Si definiva così, qualche anno fa, padre Jesús Castellano Cervera, carmelitano scalzo, che lo scorso mese di giugno il Signore ha chiamato a sé. Professore apprezzato di teologia dogmatica e spirituale e di liturgia. Grande conoscitore del mondo orientale, e in modo particolare della spiritualità dell’icona. Collaboratore instancabile di diversi dicasteri vaticani, in modo particolare della Congregazione per la dottrina della fede e dell’Ufficio liturgico. Conoscitore e divulgatore della dottrina e della spiritualità di santa Teresa di Gesù, che amava in modo particolare. Amico e frequentatore di nuovi movimenti ecclesiali. Consulente ecclesiastico di diverse congregazioni religiose. Autore di libri e articoli. Predicatore itinerante. Mistagogo e amico della bellezza. Confessore, predicatore, direttore spirituale… Si potrebbe estendere ancora questo elenco, ma forse la qualifica che meglio lo definisce è quella che egli stesso si era scelto, e che Francisco Tejedor ci commenta nel breve profilo biografico del padre Castellano: “uomo universale”. Universale non solo perché i suoi molteplici impegni lo avevano condotto a girare il mondo. O perché da decenni viveva a Roma, in un ambiente internazionale. Universale anche perché i suoi interessi, i suoi campi di ricerca, il suo anelito di bellezza si estendevano a 360 gradi. Universale perché la preghiera che aveva imparato alla scuola di Teresa di Gesù gli aveva dilatato il cuore. Come ha ricordato opportunamente monsignor Piero Marini nel corso dei funerali, padre Jesús non ha portato agli altri una spiritualità particolare (quella carmelitana), fatta calare dall’alto con saccenteria, ma ha portato a tutti la spiritualità della Chiesa, vissuta e testimoniata da carmelitano. La spiritualità della Chiesa, del Battesimo e dell’Eucaristia. La spiritualità della preghiera, in modo particolare. Sì, perché padre Castellano è stato e si sentiva soprattutto un testimone e un maestro di preghiera. Vibrava interiormente ed esteriormente quando poteva parlare dell’orazione, della contemplazione, dell’uomo “capace di Dio”, abitato dalla Trinità. Ecco perché Pregare, in questo mese di novembre, tradizionalmente dedicato alla memoria dei fedeli defunti, rivolge a lui un ricordo grato e pieno di speranza, non tanto per rievocarne la figura, quanto piuttosto per riproporre e rimeditare alcuni suoi insegnamenti sulla preghiera. La parte centrale della rivista (Testimone e maestro di preghiera) attinge infatti dai suoi scritti per cogliere alcuni dei punti essenziali del suo insegnamento. Siamo convinti di fare cosa gradita ai nostri lettori riproponendo loro queste pagine attualissime, nella speranza che ci aiutino ad eucaristizzare la nostra preghiera, secondo un’espressione che p. Jesús utilizza in una delle sue catechesi. Aveva dedicato la sua tesi di dottorato al mistero eucaristico. Il Signore lo ha chiamato a sé nel giorno del Corpus Domini. Uomo eucaristico, uomo ecclesiale. E dunque universale. 3 Meditiamo la Bibbia Una tappa fondamentale per una orazione personale è la meditazione. E non c’è argomento migliore che la Parola di Dio. Padre Roberto Fornara, biblista, ci condurrà per mano con una serie di esempi pratici su come far nostro l’insegnamento ed il cuore del Signore. Ci proporrà la meditazione sull’episodio della Samaritana al pozzo di Sichem, episodio tanto caro a santa Teresa di Gesù. AI BORDI DEL POZZO –6– “Che non sia lui il Cristo?” La donna intanto lasciò la sua brocca e se ne tornò in città e dice agli uomini: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: che non sia lui il Cristo?”. Uscirono dalla città e andarono da lui (vv. 28-30). festato più grande del patriarca Giacobbe, infinitamente più grande di lui. Capace di placare per sempre quella sete che Giacobbe aveva potuto saziare solo per un attimo. Eppure rimani semplicemente un uomo. Un uomo... Ti sei rivelato, hai svelato la tua vera identità. Ti sei manifestato come il Cristo, il Messia inviato da Dio. E questa donna ti annuncia come un uomo. Semplicemente come un uomo. Che fatica riconoscerti, accettarti, accoglierti, testimoniarti... Sulle sue labbra sei un uomo. Certamente un uomo singolare, non come uno dei suoi tanti mariti. Un uomo che l’ha sconvolta, l’ha fatta fremere nell’intimo. Un uomo che - forse per la prima volta - ha saputo far vibrare tutte le corde del suo cuore assetato d’amore. Però semplicemente un uomo: “venite a vedere un uomo”. Hai solleticato i suoi desideri e li hai nutriti a poco a poco con la promessa dell’acqua viva. Ti sei mani- ...mi ha detto tutto quello che ho fatto... Sei un uomo, soltanto un uomo. Però un uomo particolare. Sei un uomo che ama la verità. Quante persone l’hanno avvicinata senza conoscerla? Quanti mariti e quanti uomini l’hanno posseduta senza amarla veramente? E quanti capi religiosi l’hanno illusa, usata, indottrinata senza preoccuparsi di lei? Invece tu, tu che non l’avevi mai incontrata, la conosci in profondità. Tu sai tutto di lei. Tu conosci meglio di lei 4 il suo passato di miseria, ma conosci anche la sua sete e le sue potenzialità. Tu conosci lo sguardo di Dio su di lei, sguardo d’amore e di perdono. Tu - con il tuo sguardo e la tua parola - sei penetrato in ogni fibra del suo essere e ti sei rivelato a lei dall’interno. “Signore, tu mi scruti e mi conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano” (Sal 139,1-5). “Uscirono dalla città” La donna intanto lasciò la sua brocca e se ne tornò in città e dice agli uomini: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: che non sia lui il Cristo?”. Uscirono dalla città e andarono da lui (vv. 28-30). Inizia un nuovo cammino. Lo stesso che ha percorso la donna. Lo stesso cammino degli apostoli, dei discepoli, di tanti che ti hanno incontrato o si sono lasciati incontrare sulle strade della Galilea, della Samaria, della Giudea, perfino nei territori pagani della Decapoli e dalle parti di Tiro e Sidone. Inizia un nuovo cammino che è fatto di lasciare e seguire. ...che non sia lui il Cristo? A lla fine rimane il dubbio, dubbio salutare. Rimane una speranza accesa, una possibilità di salvezza. Non è ancora la risposta definitiva: lo sarà. Le sicurezze spengono la ricerca e il desiderio. E tu vuoi, Signore, che questa donna rimanga in cammino. Le risposte certe desidero che tu le lasci agli studiosi seri e qualificati, alle persone per bene, a chi vive di apparenza, a chi crede per tradizione. Per me ti chiedo lo stimolo assillante di questo fuoco che mi bruci dentro, la domanda che nutre la ricerca, il desiderio di incontrarti e riconoscerti di più, per non sedermi mai. Simone e Andrea lasciarono le loro reti di pescatori e ti seguirono. Giacomo e Giovanni lasciarono il padre Zebedeo sulla barca con i garzoni e ti seguirono (cfr. Mc 1,16-20). All’uomo ricco e fedele alla legge, che aveva osservato i comandamenti fin dalla giovinezza, chiedesti tutto: “una cosa sola ti manca; va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10,21). A chi aveva già lasciato tanto per te: case, beni, affetti... chiedevi lo strappo più profondo e radicale: “se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26-27). Sal 45,2-18; Mc 8,27-30; Lc 22,31-34 “Uscirono dalla città”... Q uanto c’è di curiosità in quell’uscire? Quanto di sofferenza e di distacco? Quanto di ansia di liberazione, di deside5 rio e di speranza, come nel cuore della donna? Il cuore umano è un mistero, un universo in cui convivono miriadi di sentimenti, di attese, di richieste. Ma era comunque necessario che quegli uomini uscissero dalla loro città. Che uscissero dagli standard religiosi consolidati, dalle false sicurezze di un popolo, da un credere per abitudine e per sentito dire. Da una folla chiassosa e indaffarata ai suoi interessi spiccioli di ogni giorno, alle porte della città. Dalla preoccupazione di che cosa vestire o che cosa mangiare, che cosa vendere e che cosa comprare, alle porte della città. Dalle piccole e grandi liti che sfociavano nei processi, alle porte della città. Dal gran parlare e riparlare, criticare e giudicare, maledire e inveire, alle porte della città. Andare al tempio era l’aspirazione e il desiderio di ogni israelita. L’evento più atteso. Il momento più intenso. Intraprendere il pellegrinaggio per le feste pasquali l’esperienza gioiosa che si rinnovava ogni anno. E poi l’attesa, il desiderio e il sogno di ritornare: “l’anno prossimo a Gerusalemme”... G li uomini di Samaria intraprendono senza saperlo - il pellegrinaggio più vero. Si incamminano, ignari di ciò che li aspetta, verso il vero tempio, non costruito da mani d’uomo. Il tempio che non tramonta. Del tempio di Gerusalemme non rimarrà pietra su pietra; il tempio del tuo corpo, apparentemente distrutto dagli uomini, sarà ricostruito dal Padre in tre giorni e non conoscerà mai più la corruzione. Non c’è acqua viva alle porte della città. V Senza uscire dalla città, senza spezzare i cordoni ombelicali non comincia alcun pellegrinaggio verso i bordi del pozzo. ennero da te. E’ così semplice. E’ così bello. In tutte le stanchezze, in tutte le difficoltà: “venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30). Es 20,2-3; Mc 1,32-45; 7,1-13; Gal 5,1 “Andarono da lui” V ennero da te. E’ la prima esperienza che ci hai lasciato scoprire al momento della chiamata e l’unica realtà che ti interessava trasmetterci: “venite e vedrete” “andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui” (Gv 1,39). La donna intanto lasciò la sua brocca e se ne tornò in città e dice agli uomini: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: che non sia lui il Cristo?”. Uscirono dalla città e andarono da lui (vv. 28-30). V ennero da te. Come venivano folle immense di uomini e donne desiderosi di ascoltare la tua parola, di trovare in te il Maestro. Come ti portavano gli ammalati, i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi per essere guariti da te. Come ti sottoponevano gli indemoniati per essere liberati da te. Vennero da te come tanti curiosi che, a Uscire per uscire non porta da alcuna parte. Andare per andarsene è il trionfo della tristezza. E’ la peggiore sconfitta per l’uomo. Uscire per una meta è come rinascere, vedere la luce. 6 poco a poco, si lasciarono conquistare dal tuo sguardo, dalle tue parole, dall’evidenza dei tuoi prodigi, dalla sapienza del tuo cuore. Vennero da te come viene ogni uomo, che lo sappia o non lo sappia, che lo riconosca o meno. H o parlato con un mio superiore. Ha un suo progetto, una sua idea, una sua decisione già presa da tempo. A nulla valgono i ragionamenti per smuoverlo dal suo proposito, per aiutarlo a ragionare, a riconsiderare le cose. Quando cerco di opporre il bene della persona, di rimetterlo al primo posto, mi trovo come di fronte ad un muro. “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68). Ho parlato con me stesso. Ho ripensa- to, cioè, al mio passato. Al mio modo di concepire il ministero come un continuo progettare. Anch’io ho deciso; si deve fare così. Talvolta proporre diventa imporre, preconfezionare un prodotto che va bene per chiunque. E mi meraviglio quando non viene accettato, compreso, quando viene espressamente rifiutato. Sal 122,1-9; Col 3,1-4; Eb 11,8-19; 12,18-29 La pedagogia di Gesù Ho parlato con te, Gesù. O meglio, ti ho H o parlato con la madre di famiglia contemplato mentre parlavi con questa preoccupata per i due figli, adolescenti, che non frequentano più. In ansia per la loro ribellione. Incapace di sentire le loro ragioni, incapace di ascoltare. Preoccupata piuttosto di trovare un modo convincente per riavvicinarli, per convincerli a tornare in chiesa. I dialoghi - se ho capito bene - sono divenuti monologhi alla ricerca di una forza di persuasione che non ha ancora trovato: più fallisce nel suo intento, più si intestardisce nel suo scopo. donna. E mi stupisco del tuo modo di fare, così diverso dal mio, dal nostro. Del tuo modo di attendere con pazienza il momento opportuno. E soprattutto della tua capacità di guidare gli eventi senza imporli. Hai cominciato il dialogo presentando una tua necessità, chiedendole da bere. Hai perso tempo con lei. L’hai condotta, a poco a poco, a riconoscere la propria verità, senza mai accusarla, senza puntare il dito, senza spendere una parola per tentare di convincerla con ragionamenti sottili. Le hai fatto nascere nel cuore il desiderio dell’acqua viva: l’hai portata a volere quell’acqua con tutto il cuore, a cercarla, ad invocarla. Mi hai fatto ricordare una frase di chissà quale autore, che mi ero appuntato anni fa: “se vuoi insegnare all’uomo a navigare, non procurargli il legname per costruirsi la barca; accendi nel suo cuore la nostalgia del mare infinito”. H o parlato con il parroco stanco e deluso perché non si sente corrisposto dalla sua gente. Ha investito risorse, energie, tempo e mezzi; si è buttato in ciò che credeva. Con quale risultato? I pochi fedeli di sempre. Tanti che gli voltano le spalle quando il cammino si fa più impegnativo. Altri - i più vicini - che lo deludono nelle sue attese più sacrosante. Sostienilo, Padre, con il tuo Spirito consolatore. Dt 8,1-5; Ez 16; Os 11,1-9 7 P. Jesús Castellano Cervera, ocd UOMO UNIVERSALE, TESTIMONE DEL RISORTO “Sono ormai 49 anni che sono partito da Villar. Una vocazione precoce alla vita religiosa, già chiaramente percepita all’età di otto anni, ha fatto di me un pellegrino del mondo e una persona universale”. Così, nel luglio del 2001, il P. Jesús Castellano comincia la sua breve autobiografia. Era nato il 30 luglio del 1941 a Villar del Arzobispo (Valencia, Spagna). Fece la sua professione religiosa nell’Ordine del Carmelo teresiano nel Deserto de las Palmas il 4 luglio 1957. Fu ordinato sacerdote a Roma il 25 aprile 1965. Scrive P. Jesús: “La mia vita è trascorsa prima in Spagna (Castellon e Valencia) e poi, ormai da 41 anni, a Roma, città eterna e centro del cattolicesimo. Questa caratteristica della città di Roma, centro della fede cattolica e del suo universalismo senza frontiere, ha fatto di me una persona dal cuore aperto, capace di comprendere e amare la diversità delle nazioni, delle culture, dei valori religiosi”. Dottore in teologia, è stato docente della nostra facoltà del Teresianum e di altri centri accademici per quasi 40 anni; attualmente era anche consultore di sette dicasteri vaticani, stimato collaboratore del Prefetto delle cerimonie pontificie, mons. Piero Marini. “A Roma – continua P. Jesús Castellano – ho avuto la fortuna di vivere in un ambiente internazionale, in una comunità in cui ho conosciuto persone dei cinque continenti e in un ruolo di docente, che mi mette quotidianamente a contatto con per- sone di tutte le razze e nazioni. Sono, dunque, un uomo universale e me ne vanto. La Provvidenza, inoltre, mi portato in giro per il mondo con la piacevole sorpresa di poter entrare quasi immediatamente in contatto con la gente. In Africa conosco il Camerun. In Medio Oriente, oltre alla Terra Santa, ho visitato il Libano. La mia esperienza europea è più ricca e va dalle nazioni più vicine all’Italia (Francia, Svizzera, Germania, Austria, Belgio, Grecia) a quelle più lontane, quali l’Irlanda, ad esempio, e soprattutto le nazioni dell’Est, quali la Repubblica Ceca, la Polonia, la Bielorussia, la Lituania, l’Ucraina… Quest’anno, per esempio [2001], ho vissuto la Settimana Santa in Russia visitando le tre città più grandi: Mosca, San Pietroburgo, Gorka, sempre per motivi di ministero sacerdotale. È stata per me una gioia poter predicare il Vangelo in spagnolo, mentre un sacerdote argentino mi traduceva in russo, ma è stata una gioia anche poter proclamare in lingua russa l’acclamazione della Veglia pasquale: Lumen Christi (Luce di Cristo)!”. Credo che nessuno – meglio dello stesso P. Castellano – possa esprimerci i suoi sentimenti, le sue esperienze, ciò che andava vivendo nella sua intensa e feconda vita: “La sorpresa della mia esperienza è sempre la stessa: incontrare con simpatia persone di diversa lingua e cultura, superare la barriera della lingua con il linguaggio del cuore, prestare attenzione alle persone, 8 accogliere con simpatia ciò che è proprio del luogo (la lingua, sforzandomi di imparare almeno alcune parole di saluto; il cibo, accogliendo con gratitudine quello che viene offerto; i canti e il folklore, entrando in sintonia con la loro musica e cantando con loro). E quando non c’è altra forma di comunicare, sorridendo e salutando con affetto, poiché il sorriso è un linguaggio universale e i gesti semplici di apprezzamento sono chiavi che aprono anche le serrature più arrugginite”. È stato anche autore di libri di teologia liturgica, spirituale e teresiana in spagnolo e in italiano, così come di numerosi articoli su riviste. Assiduo collaboratore dei nuovi movimenti ecclesiali e di tutto ciò che potesse essere servizio alla Chiesa. Il 15 giugno 2006, alle quattro del pomeriggio, questo lavoratore della vigna del Signore uscì per una passeggiata; lungo la strada si sentì molto male. Prontamente soccorso da persone generose, a cui chiese di essere portato all’ospedale di san Camillo, a Roma, vi fu trasportato in ambulanza, ma presto il suo cuore cessò di battere. È morto così, solo e sconosciuto. Voglio terminare queste righe osando tracciare il suo profilo spirituale dal punto di vista dell’amico: Il Carmelo teresiano. Era la sua vita. Facendo della sua preghiera la forza del suo vivere. Essendo un carmelitano semplice, serio e sempre vicino a tutti. Nessuno di quelli che non lo conoscevano poteva immaginare di stare di fronte ad una personalità eminente. Il momento più importante di ogni sua giornata: ORA. La persona più importante: quella che gli stava di fronte in ogni momento. Il suo impegno più importante: SERVIRE AMANDO e… SEMPRE SORRIDENDO. Il tempo. Non ha mai avuto tempo per se stesso, perché doveva darlo agli altri. La sua morte. Quella del povero del vangelo: solo, sconosciuto. Abbracciato solo da Dio. La data della sua morte. Un regalo di Dio: Corpus Christi. Il Mistero più studiato, amato, predicato e VISSUTO dal P. Castellano. Il suo funerale: il ringraziamento a Dio, perché ci aveva permesso di godere in vita di questo dono del lavoratore della sua vigna. Nella celebrazione liturgica: tre vescovi, quasi trecento sacerdoti, più di seicento religiosi, religiose, laici di movimenti ecclesiali, ecc. È tutto dire. Il suo ultimo pensiero. Immagino che nei suoi ultimi istanti, sereno, come la nostra Madre Teresa di Gesù, avrà potuto dire: “Muoio figlio della Chiesa”. P. Jesús Castellano ci lascia il suo esempio di come “servire amando e… sempre sorridendo”. La sua vita è valsa la pena di essere vissuta. Riposi in pace questo testimone del Risorto. Francisco M. Tejedor, ocd 9 Testimone e maestro di preghiera La preghiera oggi Se si dovessero mettere in luce alcune delle caratteristiche della attuale ricerca della preghiera personale, noterei sommariamente, senza indulgere a molti commenti, queste note rilevanti. Dimensione comunitaria Superato un certo individualismo nella preghiera, il pregare insieme, il condividerne le esperienze, l’essere educati alla preghiera o alla lectio insieme diventa una esperienza normale. Spesso la pedagogia della preghiera comprende anche i momenti comunitari previ di conoscenza delle persone, di preparazione - con una catechesi comunitaria - e ha i suoi momenti di condivisione e di amicizia che seguono la preghiera. Vi sono anche le forme esplicite di preghiera in comune per un discernimento comunitario per la preparazione alla correzione fraterna, qualche volta anche per la celebrazione della riconciliazione comunitaria. Vorrei aggiungere una osservazione importante. È vera l’affermazione che i metodi più decisamente cristiani del pregare aprono alla comunione ecclesiale; i metodi orientali chiudono nell’individualismo religioso. La caduta dei metodi classici di orazione mentale Mi riferisco ovviamente a quei metodi che avevano strutturato l’esercizio dell’orazione ad una complessità di atti e sono specialmente frutto della spiritualità postridentina. Altre forme di preghiera – francescana, ignaziana, carmelitana – sull’onda delle nuove esigenze, a loro modo sono aggiornate e riproposte. Sono però accettabili nella misura che rispondono a certe esigenze di base ormai generalizzate: interiorizzazione, attenzione alla vita, contatto con la Parola ed il mistero. Alcuni di questi metodi, se debitamente aggiornati, sono di nuovo utili nella pedagogia della Chiesa. Accentuazione del primato della Parola Anche senza eccessive teorizzazioni, sia nella lectio sia in altre forme di preghiera, il riferimento implicito o esplicito alla Parola o alla globalità del messaggio è un elemento positivo che libera la preghiera cristiana dall’eccessivo individualismo, dal sospetto del monologo e dello psicologismo, e la apre all’alterità del Dio personale che si è rivelato in Cristo. Il momento discriminante che crea la necessaria coscienza dell’alterità, viene dato dalla rivelazione di un Dio personale e in modo speciale dalla rivelazione di Cristo, dalla Democratizzazione della preghiera Con questo termine mi riferisco ad una certa generalizzazione del fenomeno della preghiera che non è retaggio di élites ecclesiali, ma attraverso esperienze di gruppi, movimenti, giovani, comunità di base, è diventato un fenomeno ecclesiale generalizzato. Ciò risponde anche alla stessa necessità di personalizzare l’esperienza della fede e della vita, alla chiamata universale alla santità, alla stessa democratizzazione della preghiera liturgica della Chiesa. 10 sua Incarnazione, dal suo mistero pasquale e dalla assoluta e necessaria sua mediazione. Per questo il riferimento a Cristo come mediatore universale della salvezza è una delle verità discriminanti fra meditazione cristiana e metodi orientali di meditazione. Il primato della Parola si manifesta anche nella ricerca della Bibbia come libro di preghiera fondamentale, lasciando da parte altri libri o guide di meditazione. ghiera, poiché tutta la vita è preghiera (ciò che può essere vero a certe condizioni). Oggi, il necessario legame con la vita viene riproposto come principio e come metodo; lo afferma la formula ricorrente: “pregare la vita”, che significa fare dell’esistenza quotidiana motivo di preghiera. Lo conferma la grande tradizione della preghiera biblica che è narrativa perché l’orante narra le grandi opere di Dio e narra davanti a lui la propria vita e la propria storia fino a trasformare in preghiera tutte le cose che popolano la vita, secondo la felice frase di M. Magrassi. Oggi, inoltre, una retta impostazione della teologia spirituale chiede l’attenzione alla realtà, come giustamente rivendica la corrente della teologia spirituale latino-americana. Per questo, anche gli autori spirituali indicano la necessità di far sbocciare la lectio divina nella contemplazione della vita e in atti che trasformano la preghiera in servizio ed impegno per il prossimo. Attenzione alla vita Una delle istanze della ricerca della preghiera odierna è il suo legame costante con la vita. Una certa critica fatta ai metodi tradizionali è appunto la loro estraneità alla vita concreta. Se in altri tempi molti padri spirituali consigliavano di lasciare da parte le cose e le preoccupazioni nel momento di andare alla preghiera, poi, per reazione, si è detto che non occorreva dedicare un momento speciale alla pre- 11 Il card. J. Ratzinger lo diceva molto bene nella presentazione del Documento Orationis formas. Riprendiamo le sue parole: “II criterio di validità della preghiera sta in questo, che conduca all’amore, all’inscindibile amore di Dio e del prossimo. Mi viene in mente a questo proposito una bellissima frase dalle Omelie su Ezechiele di Gregorio Magno: ‘In tutta la Sacra Scrittura, Dio ci parla solo per questo, per attirarci all’amore di sé e del prossimo’ (Lib. I, hom. 10,14). Questo è anche il criterio per giudicare ogni meditazione e ogni esegesi della Scrittura. La meditazione cristiana non è un ripiegamento nell’intimo o nel privato; ma in quanto addestramento all’esodo del superamento di se stessi è via verso l’amore e ha pertanto una fondamentale dimensione sociale”. dell’ascolto e della risposta. Si vogliono quindi percorrere non le complesse vie degli atti singoli, delle lunghe meditazioni, dei vari mazzetti spirituali insegnati da alcuni metodi, ma le vie del silenzio interiore, del raccoglimento contemplativo, che sono vie autenticamente cristiane. Ma le vie del silenzio non sono facili. Anzi sono soggette e molte illusioni e delusioni. Però sono vie oltre modo affascinanti, spesso più appaganti che il chiacchierio e il mormorio delle molte parole. Vie dell’ineffabilità che ritornano a porre i problemi della contemplazione silenziosa, del raccoglimento interiore e delle forme della preghiera contemplativa. La preghiera ha quindi bisogno di molti spazi di silenzio; tali tempi lunghi sono richiesti nella pedagogia della preghiera, eppure hanno bisogno di guida e di discernimento. Ricerca di interiorizzazione Al di là delle esigenze che possono venire dai metodi orientali, penso che oggi si senta un profondo bisogno di interiorizzazione, di arrivare alla dimensione interiore Ritmi e crescita Voglio finalmente attirare l’attenzione su due problemi che si presentano oggi nel campo della pedagogia della preghiera. 12 Non è difficile iniziare una scuola di preghiera; è difficile continuarla e far crescere le persone in questa esperienza. Ciò pone due questioni. Prima di tutto quella del ritmo della preghiera. Non vi è un’autentica esperienza di preghiera se non vi è una perseveranza nella preghiera, nel senso del perseverare orante del Nuovo Testamento. Anche le iniziazioni di gruppo devono portare alla personalizzazione della preghiera. Questa inoltre ha bisogno dei suoi ritmi, non facili neanche a chi per impegno della propria vocazione deve dedicare molto tempo a questo esercizio, se non si mette al primo posto Dio nella vita. Tanto più difficile per chi non trova con una certa facilità i tempi ed i luoghi che sono, se non necessari assolutamente, certamente molto convenienti per la preghiera assidua, regolare e prolungata. In secondo luogo penso al problema più grave che è quello della crescita della preghiera e della vita di preghiera. Non si deve intendere questa crescita in puri termini di psicologia, ma di normale sviluppo della vita cristiana, di crescita nella comunione con Cristo e di docilità allo Spirito, e quindi nel senso teologico-spirituale di un certo itinerario di preghiera del quale parlano i maestri della vita spirituale. Inoltre, mi sembra che anche la preghiera liturgica, non nella sua oggettività ma bensì nella sua soggettività, cioè nella concreta esperienza degli oranti, percorre un certo cammino, anche se trovo praticamente inesistente l’attenzione a questa problematica. Eppure è qui che il tema “liturgia e spiritualità” si deve confrontare con la questione dell’itinerario spirituale, il dinamismo di crescita e di maturità nella esperienza cristiana. Il vero problema è il rapporto preghiera-vita a livello morale-spirituale della persona, le possibili difficoltà e stanchezze nel cammino, le misteriose vie delle promesse e delle sorprese di Dio nell’iti- nerario verso l’Oreb della preghiera. Queste cose sembrano per il momento non preoccupare troppo eccessivamente i pedagoghi della preghiera, supposto che abbiano colto il problema. Ed è qui che il confronto con i metodi orientali diventa arduo. Questi promettono vie spedite verso l’unione con il divino. La preghiera cristiana sembra ignorare questi facili traguardi. Quando e come introdurre alla preghiera? Il rito della consegna e della riconsegna del Padre nostro nell’ambito della preparazione al battesimo, diventa un momento importante ed impegnativo per la verità stessa del rito; si tratta non solo di insegnare una preghiera ma di insegnare a pregare. E poiché il rito della iniziazione cristiana è la legge quadro o, se vogliamo, il sacramento quadro della pedagogia dei battezzati, abbiamo qui l’esigenza fondamentale di una educazione alla preghiera come parte costitutiva di un autentico programma di pastorale battesimale degna di questo nome. Più che attirare l’attenzione su quando e come iniziare alla preghiera, volevo sollevare il problema della necessità dell’educazione alla preghiera come parte integrale della pastorale dell’iniziazione cristiana alla fede. Non basta insegnare le preghiere. Questo si fa; è bene insegnare a pregare, anche ai più piccoli. Nella misura in cui la preghiera è connaturale all’esperienza della fede, la necessità di un’autentica iniziazione alla preghiera nell’ambito della pastorale si pone chiaramente. L’iniziazione va fatta gradatamente e in diversi momenti della vita. Ma probabilmente si tratta di un dispositivo pastorale da tenere sempre attivato nella vita della Chiesa e delle singole comunità e, nell’attenzione premurosa, per una crescita di qualità nella nostra vita e in quella dei nostri fedeli. 13 Testimone e maestro di preghiera La preghiera alla luce della Dei Verbum Per fondare una seria teologia della preghiera cristiana, desidero riportarmi all’origine stessa della preghiera che è il fatto della rivelazione. È qui che noi troviamo il carattere dialogico e il senso personale di tale relazione di Dio con ciascuna delle sue creature, che si realizza attraverso la preghiera. In questo atto Dio si rivela, cioè si dona, si comunica e aspetta una risposta incondizionata. La preghiera, pertanto, non può mai separarsi dal senso globale della vita di Dio e della vita dell’uomo. La costituzione Dei Verbum del Vaticano II ci permette di mettere in evidenza alcuni aspetti di questa condiscendenza di Dio che fondano la preghiera come mistero di amicizia e di dialogo. Oggi questo documento è il più aperto al futuro perché ci porta verso la sorgente stessa della parola di Dio che attualizza, proclama e comunica in ogni generazione la storia della salvezza mediante la fede e l’orazione. È parola costante e quotidiana affidata alla Chiesa sotto l’azione dello Spirito. Grazie ad essa, Dio entra in perenne dialogo di amore con i suoi figli. È la Parola fatta carne in Cristo Gesù, maestro, modello e mediatore della preghiera cristiana, per mezzo del suo Spirito. - - - DV 2: tra l’accoglienza della rivelazione e la risposta umana Il testo del paragrafo 2 della Dei Verbum ci offre le linee principali che ci permettono di descrivere la teologia della preghiera cristiana: - La rivelazione di Dio è il dono che egli fa di se stesso o della sua autocomunicazio- - 14 ne. Dio si rivela come verità e vita, e rivela anche il disegno della sua volontà; questa comunicazione rivela all’uomo il senso della sua vita e della sua storia, alla luce del piano salvifico di Dio. Questa rivelazione ha una dimensione storica e si realizza nella economia trinitaria attraverso Cristo e nello Spirito Santo, fino a comunicare all’uomo in pienezza la vita divina. L’accoglienza e la risposta avranno allo stesso tempo una dimensione storica e una economia trinitaria. Il primo passo della rivelazione si attualizza mediante un movimento di condiscendenza, frutto dell’immenso amore di Dio per gli uomini. Dio si rivela come Amico con un’affabilità e familiarità che si traducono in dialogo. Dio è l’Amico degli uomini. È il Dio della filantropia (amore per gli uomini) e della synkatàbasis (della condiscendenza), come dice la teologia patristica orientale. La rivelazione è in definitiva un invito alla comunione profonda con Dio, alla partecipazione alla sua verità e alla sua vita, a un dialogo di parole e di opere, dialogo di vita, insomma, che si manifesta e raggiunge la pienezza nel Cristo e nel dono dello Spirito. Questa lunga storia della salvezza alla quale ciascun uomo è chiamato a partecipare, è fatta di parole e di opere tra loro collegate e complementari. È una storia di amicizia, un dialogo permanente che congloba la vita e la storia, un’offerta di vita divina personalizzata in ciascun uomo. In questa prospettiva, la preghiera è precisamente un luogo privilegiato per accogliere e personalizzare la rivelazione, un momento culminante della risposta che richiede la continuità della vita quotidiana: risposta in parole ed azioni a un Dio che si rivela e si dà anche attraverso i fatti e le parole che costituiscono la storia della salvezza. logo di salvezza e comunicazione della vita divina. Perciò la liturgia della Chiesa è strutturata come la storia della salvezza con parole e azioni (Parola e Sacramento) e avvolta in un atteggiamento orante. In continuità vitale con la liturgia e nella realizzazione personale per ogni cristiano, la preghiera permette questa risposta propria, irreversibile che si realizza attraverso la fede e l’azione interiore dello Spirito. La fede è già una dimensione della preghiera. Però bisogna dire che la preghiera personale è il luogo normale della personalizzazione della vita di fede. È il luogo della celebrazione del dialogo, dell’alleanza nuova, il momento del dialogo e del discernimento, delle opzioni e degli impegni. In esso si manifestano la relazione di Dio con ciascuno e anche la dignità di ogni creatura che entra nella storia della salvezza chiamata con il suo nome, accolta nella dignità irrepetibile della sua persona singolare. La preghiera è, dunque, anche coscienza della propria dignità e responsabilità, uno spazio di libertà filiale davanti a Dio. DV 5: accogliere la rivelazione nella fede, per mezzo dello Spirito Al tema iniziale della rivelazione che culmina in Cristo e nello Spirito come mistero di Alleanza nuova e definitiva, corrisponde quello dell’accettazione o dell’accoglienza personale della rivelazione, grazie all’azione efficace dello Spirito. Tutta la grande tradizione biblica ci insegna che il rapporto di Dio con il suo popolo e con ciascuno dei suoi figli si attualizza nel dialogo della preghiera. Questa è anche l’esperienza di Gesù che prega in dialogo con il Padre, e l’esperienza della Chiesa fin dai suoi primi albori. La preghiera è la forma che instaura la relazione dell’uomo con Dio: è accogliere Dio che si rivela e si dona, è celebrarlo e rispondergli. È la sintesi vitale e coerente della fede, della speranza e della carità. Mediante la preghiera, la Chiesa si apre al mistero trinitario e lo accoglie nella propria vita. Tutto questo si realizza in un modo sacramentale e comunitario nella liturgia della Chiesa che è attualizzazione del dia- DV 8: la preghiera, ermeneutica complementare della rivelazione È importante sottolineare, come è detto in questo numero, che la preghiera e anche la contemplazione dei cristiani ha costituito, e continua a costituire, uno dei fattori di arricchimento della comprensione delle parole e degli avvenimenti della rivelazione. “Cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti - i quali le meditano in cuor loro (cf Lc 2,19.51) -, sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali”. C’è qui un’allusione al mistero della preghiera cristiana come meditazione sapienziale, e contemplazione ed esperienza dei fatti e delle parole rivelate. Si tratta di una specie di ermeneutica fatta in comunione con la Chiesa e con l’assistenza 15 Parola, è destinata al fallimento o all’illusione. Al contrario, ogni preghiera che passa attraverso i sentieri della Parola avrà la forza e il vigore, il realismo e la densità, l’attualità e la ricchezza del dialogo di salvezza tra Dio che ha interpellato e l’uomo che ascolta e risponde nella propria storia. Se la Scrittura è la sorgente limpida ed eterna della vita spirituale, lo è sicuramente quando si tratta di una Parola pregata e vissuta. dello Spirito Santo. Di fronte a questo testo occorre fare due osservazioni: - la prima, per sottolineare il carattere mariano esemplare della meditazione della parola nel profondo del cuore, come coscienza e penetrazione delle parole e degli atti di Gesù; in effetti, quando la Chiesa medita e prega, vive una funzione tipicamente mariana; - la seconda osservazione si riferisce al fatto di poter penetrare attraverso la meditazione e l’esperienza nella comprensione profonda e vitale della rivelazione; si può parlare qui sia dell’esperienza mistica alla quale aprono la preghiera e la contemplazione, sia anche dell’esperienza quotidiana attraverso cui si cerca di vedere alla luce di Dio gli eventi della vita della Chiesa e della storia personale che si trasforma in storia della salvezza. DV 25: il dialogo della preghiera La Chiesa ci offre non soltanto una serie di princìpi dottrinali che illuminano la teologia della preghiera cristiana, ma anche un invito urgente che, in cerchi concentrici, raggiunge tutte le categorie del Popolo di Dio, affinché si realizzi un’esperienza della lectio divina che culmina nel dialogo della preghiera cristiana: “Ma - è necessario ricordarsene - la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo”. Questa definizione della preghiera cristiana è sottolineata da un testo di S. Ambrogio che riprende un insegnamento comune ai Padri della Chiesa: “È a Dio che parliamo quando preghiamo, Lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini”. Questa osservazione della Chiesa ci presenta la struttura di dialogo della preghiera cristiana come realizzazione personale della relazione con Dio. In realtà non c’è lettura della Parola nella fede che non esiga di essere accolta nella preghiera. Non c’è preghiera cristiana che, direttamente o indirettamente, non sia provocata e vivificata dalla parola divina. Bisogna dunque orientarsi verso la struttura normale del rapporto con Dio che è di vivere la sua amicizia nel dialogo salvifico della parola. In questo si radica la teologia autentica della preghiera, capace di favorire nella Chiesa una pedagogia, una prassi che faccia crescere i cristiani del nostro tempo nel colloquio con Dio. DV 21: la meditazione costante della Parola La meditazione costante della rivelazione è la Parola a cui la Chiesa riserva una venerazione speciale, simile a quella che riserva all’Eucaristia. Vale la pena considerare di nuovo uno dei paragrafi di questo numero: “Nei Libri Sacri, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi; nella parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale”. Bisogna mettere in rilievo in questo testo che la rivelazione e la sua accoglienza, la ricchezza dell’interpretazione che possiamo fare nella preghiera circa il mistero di Dio nella nostra storia, passano continuamente attraverso la Parola, oggetto primario della meditazione e della preghiera cristiana, attualizzazione costante della conversazione di Dio con i suoi figli. Da qui deriva che ogni preghiera, che non si orienta decisamente verso il cammino della meditazione e dell’ermeneutica della 16 Testimone e maestro di preghiera Originalità della preghiera cristiana come suo Padre nello Spirito Santo di Dio, che egli ci trasmette veramente, perché noi possiamo scrutare con esso le profondità di Dio... La meditazione cristiana è così, nello stesso tempo, pienamente trinitaria e pienamente umana. Nessuno deve voltare la schiena alla propria umanità personale e sociale per trovare Dio, per vedere il mondo e se stesso così come devono essere contemplati dalla parte di Dio”. Se Dio ha parlato Ci piace rimandare qui ad una pagina essenziale di von Balthasar che fa da prologo al suo opuscolo Meditare da cristiani (Brescia 1986, pp. 7 e ss.), dove parla della profondità della rivelazione cristiana nella Parola del Padre che è Cristo e quindi della profondità della meditazione e della preghiera che partecipano in Lui e nella sua parola delle profondità del mistero trinitario e del mistero umano. “Tutto dipende - egli scrive - dall’interrogativo se Dio ha parlato all’umanità […] oppure se l’Assoluto resta il Silenzio al di là di ogni parola terrena”. Se la seconda ipotesi rimanesse vera, ed in parte lo è per chi non conosce la rivelazione, tutti i sentieri per la ricerca dell’Assoluto rimangono aperti. Ma se è corretta la prima ipotesi, cioè che Dio ha parlato e ci ha parlato nel Figlio suo, ecco che la preghiera, cioè il nostro modo di accogliere Lui ed andare verso di Lui, non può essere altro che lo stesso percorso con il quale egli è venuto fino a noi aprendo sentieri di luce nel cuore dell’uomo, ed è ritornato al Padre aprendo il sentiero della comunione. Nella preghiera di Cristo tocchiamo le profondità del mistero trinitario e l’interiorità dell’uomo orante. Ed è appunto il caso della preghiera per i cristiani della quale afferma in sintesi il nostro autore: “La meditazione cristiana può iniziare solo là dove Dio si rivela come uomo, dove dunque questo uomo rivela Dio in tutta la sua profondità. Ed essa si può realizzare pienamente là dove l’uomo rivelatore, Gesù Cristo Figlio di Dio, rivela Dio Rivelazione e preghiera Ecco perché la Parola rimane sempre il contatto con il Dio della rivelazione e garantisce continuamente il realismo e la verità della preghiera; al di là di ogni possibile illusione ci unisce a Colui che ci ha parlato nella pienezza dei tempi come Parola unica e sostanziale del Padre. Alle parole di Dio o alla sua Parola deve esplicitamente o implicitamente riferirsi ogni preghiera cristiana. Per i cristiani la preghiera è fondamentalmente la ricerca di Dio in Cristo, pienezza della rivelazione; è l’ascolto delle sue parole e da qui l’articolazione di un dialogo vitale, di una risposta. Inoltre non soltanto Dio si è rivelato, ma egli chiede di stabilire con noi un colloquio amichevole, ci ha resi atti a questo dialogo mediante il suo Spirito che, abitando nei nostri cuori, ci dice che noi siamo allo stesso tempo il soggetto della preghiera e il luogo in cui si può instaurare il dialogo. Abbiamo davanti a noi la Parola fatta carne, la Rivelazione divenuta persona, in Gesù Cristo, l’eterno interlocutore degli uomini. Questa presenza del Signore e del suo Spirito, che ci ricorda 17 che siamo invitati al dialogo della salvezza e insieme abilitati per questa conversazione, libera la preghiera cristiana dall’illusione e dall’inganno. La preghiera non è un cammino verso una meta oscura e sconosciuta; non è un grido che si perde nell’abisso dell’universo; non è nemmeno una penosa introspezione che sfocia nel nostro proprio “io”. In Cristo e nel suo Spirito, la preghiera è sempre un dialogo a doppio senso, un cammino aperto verso il Padre, una Parola che avanza sempre verso il suo misterioso destino, grazie a colui che prega in noi con gemiti ineffabili, lo Spirito Santo, e a colui che è sempre pronto a intercedere per noi, Gesù Cristo, nostro Mediatore, attraverso il quale resta libero l’accesso del Padre verso noi e dell’umanità verso Dio. La Parola di Dio non soltanto libera la nostra preghiera da possibile illusione, ma ci offre tutta la ricchezza di ciò che Dio ci ha rivelato e continuamente ci dice attraverso Cristo che è la sua Parola unica e definitiva. Se si tratta di un dialogo di amicizia, non possiamo escludere due cose essenziali che fondano e facilitano questo colloquio con Dio: l’iniziativa del suo amore e la presenza della sua persona. Noi preghiamo perché sappiamo che Dio ci ama; preghiamo perché sappiamo che questo amore di Dio si è fatto vicino fino ad essere presenza dentro di noi. Ma non è Dio che deve rispondere, è l’uomo che deve sempre dare la risposta a Dio che si è rivelato, ci ha amati per primo e si è reso presente. Il che non esclude che si intensifichi il dialogo e che l’uomo implori e chieda a Dio delle risposte; occorre tuttavia avere coscienza che sarà sempre l’uomo che dovrà attualizzare, incarnare, rivivere in ogni momento le sue parole di risposta a Dio. In questa prospettiva, la preghiera non può essere un’attività puramente mentale; essa fa appello alla persona umana tutta intera. Non è un relax psicologico né una segreta ricerca di potere e di conoscenze nascoste; è un’apertura al potere della grazia di Dio e ai tesori della sua sapienza. Non può essere un semplice incontro con il nostro io interiore; la preghiera deve sfociare nell’incontro con Dio che vive in noi ma è diverso da noi. Non sarà nemmeno un discorso accademico che faremo con Dio; sarà un umile ascolto, una ricerca della sua verità, un’apertura alla sua comunicazione e una risposta iniziale di disponibilità alla sua parola e alla sua volontà. Pertanto, lungi dall’essere un’astrazione o un esercizio metodico, accademico, vagamente religioso, praticamente privo di significato per la vita del credente, la preghiera si colloca al centro stesso della nostra esistenza, della storia di salvezza che Dio le rivela con la sua parola e l’esperienza di vita che il credente fa ogni giorno nella sua esistenza concreta. Valore teologale della preghiera cristiana Non c’è vera vita di fede senza apertura al mistero, costantemente attualizzata, che è la preghiera. Purtroppo, molti cristiani non hanno coscienza di qualcosa che è evidente. Abilitati dal battesimo a recitare il Padre Nostro, essi sono chiamati a penetrare tutte le dimensioni che la preghiera del 18 Signore apre a coloro che si chiamano e sono veramente figli di Dio. Senza questa coscienza filiale la vita cristiana si impoverisce; non c’è la libera e amorosa relazione con Dio propria di un figlio, di un amico. Non si riesce a dare tutto il suo valore alla dignità e alla responsabilità di essere cristiano. Ciò influisce sulla visione della vita cristiana che non è percepita nella sua dimensione di alleanza, di presenza di Dio e di comunione d’amore con Lui, di offerta di salvezza e di risposta gratuita al suo servizio, di obbedienza alla sua legge per amore. Senza questo valore della preghiera, il cristianesimo si degrada al punto da diventare un’abitudine, un moralismo di obblighi o un giuridismo di prescrizioni, espressione di una religiosità naturale che progetta i suoi bisogni piuttosto che essere l’accoglimento del Dio Amore che si è rivelato. Il Dio dei cristiani, rivelato in Gesù e comunicato dal suo Spirito, resta lontano, sotto una immagine deformata. E il cristiano non si sente più ormai né figlio né amico di Dio, perché non parla con Dio come un figlio e non percepisce la sua relazione con Lui come un’autentica comunione di amicizia e di vita. Da qui l’urgenza pastorale di una educazione della fede che arrivi a una educazione della preghiera, di una pedagogia della preghiera per ciascun cristiano, che ci renda capaci di superare il cristianesimo convenzionale per arrivare a un cristianesimo convinto nel quale ciascuno si senta interpellato da Dio e invitato a ricevere la vita divina in abbondanza. Una rivitalizzazione del cammino della preghiera personale, al di là della semplice ripetizione di formule o della partecipazione impersonale alla liturgia, diventa indispensabile. Si tratta di dare ai cristiani la loro propria dignità di figli che parlano familiarmente con Dio in ogni tempo e in ogni luogo, nel santuario del loro cuore. Pregare per essere cristiani Pregare giorno dopo giorno, aperti a Dio che fa la storia con noi e assume la nostra esistenza nella sua storia di salvezza, non può essere per nessun cristiano, sacerdote, religioso o laico che sia, né un momento marginale della sua vita di fede, né un tempo perduto della sua giornata, né un’attività puramente facoltativa o un esercizio per una élite di spirituali. La preghiera è molto di più: è l’esercizio e il luogo quotidiano della fede personale, l’appuntamento naturale in cui si attualizzano per noi la rivelazione di Dio e la nostra risposta, il punto centrale del discernimento costante della nostra fedeltà dinamica alla storia della salvezza personale e comunitaria. Il cristiano, per essere figlio di Dio e discepolo di Cristo, non può fare di meno che essere un uomo di preghiera. Basterà ricordare che nel battesimo cristiano, il gesto dell’Effatà nel quale si fa il segno della croce nell’orecchio e sulla bocca, ha il suggestivo significato di una iniziazione, di un’abilitazione al dialogo totale: ad ascoltare la Parola e ad aprire le labbra nella lode della preghiera. Il cristiano è “colui che ascolta la Parola” e, al tempo stesso, “colui che confessa la sua fede” e la attualizza nel dialogo con Dio. Occorrerà ricordare anche che, nella dignità battesimale del cristiano, entrano contemporaneamente il senso sacerdotale della propria vita e la dimensione profetica e regale della propria vocazione. Quando il cristiano prega, esercita il suo sacerdozio filiale. Quando ascolta la Parola e la medita nel suo cuore, egli vive il più autentico profetismo, quello dei confidenti e amici di Dio; quando prega si comporta da re, da figlio del Re. Non si possono rivolgere parole in nome di Dio, in un profetismo falso, quando le stesse parole che si ricevono da Dio per essere trasmesse non sono passate attraverso il cuore prima che attraverso le labbra. 19 La preghiera si può definire come una “storia di amicizia con Cristo”. Nella dimensione storica si inserisce il dinamismo di una relazione che non fa che crescere in intensità e in fedeltà. Accentuando l’amicizia, si pone in rilievo la carità con tutte le sue conseguenze da parte di Dio (presenza, compagnia, comunione, condiscendenza, apertura al dialogo) e tutte le sue esigenze da parte di chi prega (ascoltare la parola di Dio, fare la sua volontà, progredire sotto la sua iniziativa attraverso le gioie e le prove della vita). La personalizzazione nel Cristo fa della preghiera un incontro interpersonale con colui che è insieme piena rivelazione di Dio e piena rivelazione dell’uomo. In realtà, là dove c’è una risposta di amore c’è anche una risposta di fede e di speranza. Pregare è celebrare nel santuario del cuore dell’uomo la presenza di Dio e della sua salvezza, in un dinamismo crescente di fedeltà alla storia di Dio e alla storia che vive il cristiano nella Chiesa e nell’umanità. La preghiera, essendo per sua natura un esercizio totalizzante di relazione con Dio, diventa un vero concentrato di virtù teologali. Il cristiano che è colui che crede, spera e ama - è questa la sua originalità fondamentale! - si realizza come uomo teologale e cresce in questa relazione con Cristo a misura che la sua preghiera è più autentica e che la sua relazione si apre a tutte le dimensioni che solo Dio sa scavare nel cuore del credente finché la comunicazione sia piena e la risposta assoluta. Per questo motivo la preghiera, che è la coscienza battesimale ed eucaristica che attualizza la vocazione cristiana e la realizza in pienezza, quando è vissuta con la dovuta densità e pienezza nella Chiesa, diventa sorgente di dinamismo apostolico perché disponibilità totale a un Dio che ci chiede la vita per fare di noi i suoi collaboratori. Nella linea dell’amicizia e della risposta teologale Nella Dei Verbum n. 2, ci viene ricordato che “Dio parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé”. In questo contesto, si evoca l’amicizia di Dio con Mosè il quale parlava a Dio come a un amico (Es 33,11) e l’amicizia di Gesù con i suoi discepoli che egli non chiamava più servi ma amici perché condividevano con lui i segreti della sua intimità (cf Gv 15,1415). Colui che prega è un amico. E la preghiera “un rapporto di amicizia”, come dice s. Teresa. J. Moltmann ha attirato l’attenzione sulla necessità di ravvisare nella teologia cristiana la dimensione dell’amicizia come uno degli attributi di Dio e della rivelazione di Cristo, che ha il suo radicamento soprattutto nella teologia biblica e patristica e che potrebbe convincere meglio l’uomo di oggi parlandogli di Dio. L’amicizia divina è una dimensione che già Ireneo di Lione esaltava come caratteristica della rivelazione e della sua piena manifestazione in Cristo. In questo campo lo seguirono Agostino e Ambrogio in Occidente; Origene, Giovanni Crisostomo ed altri in Oriente, fino a Nicola Cabasilas che parla della grande amicizia di Dio verso l’uomo. È curioso che nelle prime definizioni della preghiera cristiana figuri pienamente il tema dell’amicizia di Dio con l’uomo. Clemente Alessandrino ricorda che “l’uomo spirituale parla con Dio come con un amico, cuore a cuore” (Strom. VII). E Giovanni Crisostomo afferma che “la preghiera o dialogo con Dio è un bene supremo perché è una comunione intima con Dio” (Sulla preghiera, Omelia n. 6: PG 64,462). È in questa linea pienamente biblica e patristica che si colloca la famosa definizione teresiana della preghiera: parlare tra amici, spesso, solo a solo con colui dal quale ci si sa amati (cf Vita, 8, 5). 20 Testimone e maestro di preghiera Eucaristizzare la preghiera L’espressione “eucaristizzare” la preghiera può sembrare insolita. In realtà evoca semplicemente la possibilità di dare alla nostra preghiera la varietà e la ricchezza dei sentimenti che la Chiesa esprime nella preghiera eucaristica. In tale maniera la oratio può acquistare il tono di una preghiera personale che, modulata con le espressioni della preghiera eucaristica, ne è come un prolungamento. Pregare con i sentimenti della preghiera eucaristica ci permette di cogliere prima di tutto la varietà e armonia dei momenti della preghiera: ringraziamento, epiclesi, offerta, intercessione; inoltre ci insegna a scoprire in questi sentimenti come un complesso realismo del rivolgersi a Dio con i sentimenti umani del cuore, con gli atteggia- menti religiosi del popolo d’Israele, con il cuore del Figlio e finalmente con la preghiera della Chiesa. Gli atteggiamenti della preghiera eucaristica Ci sia permesso accennare brevemente a ciascuno degli atteggiamenti della preghiera eucaristica con la loro densità teologica e spirituale. Ringraziamento II nome e la struttura della preghiera eucaristica ci ricordano la sua caratteristica: è preghiera di lode e di ringraziamento. Da questo nobilissimo sentimento del cuore umano sono pervasi tutti gli elemen- 21 ti dell’anafora: il prefazio ed il Sanctus, il post-Sanctus e le parole dell’istituzione, nelle quali si fa memoria dell’atteggiamento di Gesù che “rese grazie con la preghiera di benedizione”, magnificando la misericordia del Padre. Vi è il senso di ringraziamento, l’anamnesi dei misteri e della consapevolezza del servizio sacerdotale; il ringraziamento esplode nella dossologia finale con l’incomparabile terminologia cristologica e trinitaria del canone romano che riassume la ricchezza dei doni in Cristo e della nostra risposta ancora in Lui. La Chiesa esprime la sua lode ed adorazione al Padre per quello che egli è - la lode teologica - ed il suo ringraziamento per quello che egli ha fatto - il ringraziamento per 1’“economia” della salvezza -; lo fa in un suo aspetto particolare o nel racconto delle sue meraviglie, che ora si concentrano nel corpo e sangue del Crocifisso Risorto, con la consapevolezza che nell’eucaristia è raccolto in uno tutto ciò che Dio ha fatto e farà per gli uomini. Epiclesi L’Eucaristia è anche epiclesi, invocazione ardente e fiduciosa al Padre affinchè invii lo Spirito Santo. Varie sono le realtà che nel corso della preghiera sono attribuite all’azione dello Spirito Santo invocato. Tutta l’Anafora è già una preghiera nello Spirito. La conversione sacramentale del pane e del vino sono opera dello Spirito Santo. Chi altro avrebbe la possibilità di realizzare questa meraviglia se non lo Spirito Santo creatore e ricreatore, lo Spirito della novità delle opere della divina Pentecoste? E come potrebbe essere solo una transignificazione o una transfinalizzazione e non una transustanziazione l’opera possente dello Spirito che non solo cambia il significato e la finalità del pane e del vino, cosa che al limite possiamo fare anche noi, ma possiede il potere di sottomettere la creazione all’opera onnipotente del Padre che fa una “nuova creazione” mediante la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e sangue del Signore Risorto? È pure con la stessa logica che si chiede che lo Spirito della Pentecoste, che impregna il corpo ed il sangue eucaristico del Cristo Risorto, faccia dell’assemblea il Corpo del Signore e un sacrificio perenne gradito al Padre. Offerta di Cristo e di noi stessi II memoriale comporta l’offerta attualizzata del sacrificio redentore di Cristo da parte della Chiesa secondo la classica struttura delle parole del canone romano: memores offerimus, “celebriamo il memoriale ed offriamo...”. Ripresentiamo al Padre dall’altare nel tempo e nello spazio della Chiesa, il sacrificio di Cristo, offerto una volta per sempre sul Calvario, presente ora nei segni sacramentali (il corpo dato in sacrificio ed il sangue versato della nuova ed eterna alleanza). Ma assieme a Cristo, la novità di ogni Messa, quella che il Signore ci chiede, sta appunto in 22 quella co-offerta della Chiesa, del Capo e del Corpo, della Sposa unita allo Sposo. Cristo non torna al Padre a mani vuote, porta con sé l’oblazione della sua Chiesa, il sacrificio spirituale dell’esistenza, l’impegno di vivere nella logica del sacrificio stesso di Cristo, in totale obbedienza al Padre, in oblatività di amore, fino al dono della vita per i fratelli. Per questo all’attualizzazione dell’offerta con Cristo deve seguire, per non vanificare l’impegno assunto, la logica del vivere il culto spirituale dell’esistenza, l’essere un sacrificio spirituale gradito al Padre. Un impegno per tutta la vita, un patto quotidiano: essere come Cristo, Eucaristia per il Padre e per i fratelli. lizza nella sua filiazione divina il vertice della preghiera umana e della preghiera d’Israele, quella, infine, della Chiesa. Non possiamo soffermarci a farne qui un’analisi dettagliata, basti solo un esempio riferito alla preghiera di ringraziamento. Essa nella sua complessa costellazione di sentimenti di lode, di benedizione, di rendimento di grazie, proclamazione e grata memoria di quello che Dio è e di quanto egli ha fatto per noi, presuppone sempre il senso antropologico della lode e del ringraziamento: la maturità umana del conoscere e riconoscere, dell’ammirare e del corrispondere, del contemplare e del dire in mezzo all’assemblea con gioia, libertà e spontaneità, la parola bella del grazie, come memoria dei benefici, accompagnata dallo stupore per la gratuità dei doni, per polarizzarsi in contemplazione in quel Tu finale: “A te Dio Padre onnipotente...”, da cui tutto viene perché egli è tutto. Questo senso antropologico ha la sua spiccata espressione nella preghiera dell’uomo religioso dell’Antico Testamento; in essa il popolo di Israele o ciascuno degli oranti, vede tutto alla luce della creazione e della pasqua; quindi egli contempla la natura e la storia come trasparenza della presenza e dell’amore di Dio per noi. Per questo il vertice della preghiera d’Israele nella Pasqua esaurisce nella molteplicità delle espressioni il linguaggio della lode: “Perciò è nostro dovere rendere grazie, lodare, celebrare, glorificare, magnificare, encomiare colui che fece ai nostri padri e a noi questi prodigi...”. È nel cuore del Figlio che la preghiera di lode e di ringraziamento attinge il vertice dell’umano e della tradizione israelitica. Gesù si è inserito nel popolo che “sapeva pregare” ed ha manifestato la sua predilezione per la preghiera di ringraziamento e di glorificazione. È la preghiera che avvolge il gesto dell’istituzione nell’ultima Cena e pervade la grande orazione “sacerdotale” del cap. 17 di Giovanni. Intercessione Infine la Chiesa intercede per il mondo davanti al Padre, chiede di rendere effettivo il frutto del sacrificio di Cristo e della sua perenne intercessione celeste, estendendola a tutti gli uomini, in una presentazione delle intenzioni più care, la santità e l’unità della Chiesa, dei suoi pastori e ministri, di tutto il popolo santo di Dio, di particolari categorie di persone, dei vivi e dei defunti, senza che nessuno rimanga escluso dall’efficacia dell’Eucaristia, affinché per tutti si realizzino le promesse della vita eterna, della risurrezione finale, della ricapitolazione in Cristo di tutte le cose, dei cieli nuovi e della terra nuova. Ricchezza umana, biblica, cristologica ed ecclesiale Gli atteggiamenti descritti hanno la fortuna di sintetizzare, per così dire, i sentimenti essenziali e più nobili della preghiera. Ognuno di essi contiene, nella verità delle parole espresse, la profondità dei sentimenti della preghiera a quattro livelli essenziali e interdipendenti: la preghiera del cuore umano, quella dell’uomo religioso della Bibbia, quella ancora di Cristo che rea- 23 È finalmente la preghiera che la Chiesa assume, interpreta ed attualizza, fino a renderla propria in questa complessa e stimolante ricchezza del cuore che si apre alla lode, dell’uomo religioso che fa memoria delle meraviglie di Dio, della preghiera benedicente e glorificatrice del Figlio. Non si tratta solo di atteggiamenti di preghiera, ma altresì di atteggiamenti di vita. Non dovrebbe esistere distanza fra la Chiesa in preghiera e la vita della Chiesa, almeno in quell’attimo della celebrazione eucaristica. La Chiesa che prega, infatti, rivela il suo vero volto, il suo voler essere ed il suo dover essere, fin dalle profondità della sua esistenza umana. Non possiamo ringraziare senza la logica di una esistenza che sia grata a Dio, che sappia ringraziare Dio per tutto, che si espanda nella gratuità del dono al servizio dei fratelli. Non possiamo chiedere ed ottenere lo Spirito se non per vivere secondo lo Spirito. Non possiamo offrire Cristo e offrirci con Lui senza diventare con una vita sacerdotale e cultuale un’oblazione totale e pura, a lode della sua gloria. Non possiamo intercedere per la salvezza di tutti, senza avere il cuore colmo di ardore apostolico per attuarlo con la preghiera, la sofferenza e l’azione apostolica. graziare per tale circostanza lieta o dolorosa, sapendo che “tutto è grazia”, ad invocare fiduciosamente lo Spirito per poter vivere tale circostanza con assoluta docilità filiale, ad accettare o impegnare la nostra volontà e la nostra vita in una offerta sacrificale davanti alle esigenze, talvolta eroiche, che tale circostanza ci chiede, ad intercedere per tutti coloro che, amici o nemici, sono coinvolti con me in tale fatto. Altre volte si tratterà semplicemente di dare spazio alla preghiera, ora con uno ora con l’altro di questi atteggiamenti, secondo le circostanze... Nella capacità di eucaristizzare la nostra preghiera risuona l’autentica preghiera nello Spirito, ed il Padre ascolta nella nostra voce quella di Cristo e quella della Chiesa che prega così. Chi impara ad eucaristizzare la propria preghiera, progressivamente impara pure ad eucaristizzare la vita, a vivere in uno stile eucaristico di lode, di invocazione, di offerta, di intercessione universale. Dalla preghiera eucaristica alla preghiera personale Si può eucaristizzare la parola. A partire da un brano biblico nel momento della oratio, lasciar fluire con spontaneità, talvolta senza rumore di parole questi atteggiamenti della preghiera eucaristica, personalizzando al massimo il nostro dialogo con il Tu trepido e filiale che rivolgiamo a Dio. Lo stesso si può fare a partire da una situazione o un evento, da una circostanza che vogliamo rimettere nelle mani del Signore attraverso una preghiera che ci aiuta a rin24 Testimone e maestro di preghiera Verso il raccoglimento La pedagogia teresiana della preghiera si concentra nel raccoglimento come in un suo metodo semplice ed efficace, autenticato dalla sua esperienza. Ci troviamo davanti a quel tipo di preghiera che Teresa si è sforzata di inculcare, sottolineandone la facilità e il profitto spirituale che se ne ricava: “II Signore voglia insegnare questo modo di orazione a quelle tra voi che non lo conoscono. Da parte mia vi confesso che non ho mai saputo cosa fosse pregare con soddisfazione, finché il Signore non me l’ha insegnato; ho sempre trovato tanti vantaggi in questa abitudine di raccoglimento interiore che per tal motivo mi sono così dilungata in proposito” (C 29,7). Difatti, la nostra autrice ha dedicato ben quattro capitoli del Cammino di Perfezione (26, 27, 28 e 29) per illustrare a diverse riprese le caratteristiche, i mezzi e gli effetti di questa sua tipica preghiera. La nostra esposizione non vuole essere un’analisi dettagliata di questi capitoli, ma semplicemente una esposizione progressiva ed integrativa dei diversi momenti di questa preghiera e un invito alla lettura personale di quanto la Santa propone nelle sue pagine dense di evocazioni, capaci di trasmettere con forza carismatica il gusto per questo tipo di preghiera contemplativa, una specie, passi la parola, di yoga teresiano. sfera interiore dell’uomo, per realizzarsi dentro, e una grazia contemplativa che suppone l’azione di Dio che “attira” e “raccoglie” i sensi esterni ed interni. Si può parlare allora di raccoglimento attivo e passivo. Nella nostra esposizione ci riferiamo specialmente al primo tipo di raccoglimento. Poiché trattiamo di un metodo, cioè di qualcosa che sta nelle nostre mani, ci riferiamo al raccoglimento attivo anche se supponiamo, secondo la dottrina della Santa, che questo sboccia, per puro dono di Dio, in un raccoglimento passivo che si potrebbe paragonare al movimento col quale il Signore “raccoglie”, come il pastore con un fischio le pecore, le nostre potenze esteriori ed interiori (cf M IV, 3,2 e R 5). Una breve e sostanziosa definizione del raccoglimento viene data in questi termini: “Si chiama raccoglimento perché raccoglie l’anima, tutte le potenze, ed entra dentro di sé, con il suo Dio...” (cf C 28,4.) Vengono qui indicati i tre momenti caratteristici: - raccoglie l’anima, tutte le potenze: interiorizzazione dei sensi esterni ed interni; - entra dentro di sé: realizzazione nella propria interiorità; - con il suo Dio: rapporto interpersonale. Esiste un primo tentativo di raccoglimento in quanto si cerca di staccare i sensi esterni ed interni dai propri oggetti per attirarli verso un’altra realtà che media il rapporto con Dio. Ma queste mediazioni devono essere interiorizzate in un secondo momento, per arrivare alla comunicazione con Dio nella propria interiorità. La realizzazione nella propria interiorità viene proposta dalla Santa con forza in questo contesto, per offrire prima di tutto ai sensi interiori la meraviglia e lo stupore di un mondo nuovo nel quale pos- “Raccoglimento”: risonanze e contenuti La parola “raccoglimento” è stata presa da Teresa dal linguaggio spirituale del suo tempo. Ma in lei ha una originalità e semplicità singolari. Esprime un movimento di interiorizzazione che si stabilisce in una sosta contemplativa. Esprime insieme uno sforzo attivo per attirare i sensi verso la 25 forse in sei mesi”, aprendo la strada ad altre forme passive di comunicazione con Dio (C 29,8). Teresa conclude la sua esposizione sulla preghiera di raccoglimento sottolineando la necessità dello sforzo: “Non s’impara nulla senza un po’ di fatica...”; l’apertura al dono: “... Il Signore, volendolo, potrà innalzarvi a grandi cose, giacché scoprirà in voi la disposizione adatta, trovandovi vicine a sé” (Ibid.). Si tratta di un esercizio che richiede una certa gradualità, che impegna in uno sforzo di cui non si vedono subito i frutti, ma che a lungo andare fiorirà in una semplificazione del processo di raccoglimento dei sensi. Lo fa intendere Teresa con fine intuizione: “Quantunque in principio non ci si renda conto di tali effetti... se l’anima si abitua ad esso, (pur con la fatica che costa all’inizio reclamando il corpo i suoi diritti...) se prosegue in tal maniera per alcuni giorni e fa seri sforzi, ne vedrà chiaramente il vantaggio perché, cominciando ella a pregare, i suoi sensi si raccoglieranno come quando le api, tornate all’alveare, vi entrano per fare il miele...” (C 28, 7). Lo sforzo dell’uomo di cercare il Signore dentro di sé viene sono realizzarsi. Il rapporto interpersonale è l’approdo normale di questa preghiera: parlare, essere con Dio, dentro di noi. I tre momenti costituiscono una sola esperienza, dove va sottolineato il rapporto interpersonale. Raccogliere i sensi è favorire la piena presenza a se stessi e a Dio. Realizzarsi nella propria interiorità risponde alla domanda: Dove incontrare Dio? Dio è dentro di noi! L’interiorità assicura la piena apertura dei due protagonisti dell’incontro fino alla comunione. “Raccogliersi”: possibilità e mezzi La preghiera di raccoglimento è un’attività che dipende in fondo dallo sforzo umano, aiutato dalla grazia, e non un fatto assolutamente soprannaturale come può essere il raccoglimento passivo, puro dono di Dio, per il quale non si possono avanzare pretese. In Cammino c. 25, 1-3, dopo una descrizione della contemplazione, la Santa conclude: “Si tratta di opera sua che supera le nostre umane possibilità”. Teresa definisce così la preghiera strettamente mistica, anche nelle forme più semplici: “Chiamo io soprannaturale quello che noi non possiamo assolutamente acquistare con i nostri mezzi e la nostra diligenza, pur cercando di procurarcelo, anche se possiamo disporci...” (R 5,3). Ma ogni sforzo in questo campo vale la pena di farlo e viene ampiamente ripagato. Teresa ce lo ricorda con parole persuasive: “Oh sorelle mie, voi che non potete discorrere molto con l’intelletto, né potete concentrare il vostro pensiero senza cadere in distrazioni, abituatevi a ciò che vi suggerisco, abituatevi!... Se non lo otteniamo in un anno, impieghiamocene pur molti! Non rimpiangiamo un tempo così bene speso: chi ci corre dietro? Ripeto che potete acquistarne l’abitudine e adoperarvi a stare in compagnia di questo vero maestro” (C 26,2). Anzi, quasi per incoraggiare in questo cammino, promette che ci riusciremo, mettendoci tutto l’impegno, “in un anno o 26 in qualche modo ripagato dalla grazia di Dio: “II Signore ha voluto che per il tempo in cui ha atteso a questo lavoro, l’anima abbia meritato un tale dominio sulla volontà, che non appena fa solo segno di volersi raccogliere, i sensi le obbediscono e si raccolgono in lei” (Ibid.). Come fare? Bisogna distogliere i sensi dai loro oggetti per concentrarli dentro di noi, dove i sensi hanno una possibilità di realizzazione piena nel rapporto con Dio. Prima per brevi momenti, poi con spazi più prolungati ed intensi: “Diventare poco a poco padrone di sé...”; poi riconvertire la funzione dei sensi: “Se deve parlare, cerchi di ricordarsi che c’è con chi parlare dentro di sé; se ascoltare, si ricordi di porgere l’orecchio a chi le parla più da vicino, se sente il bisogno di una presenza, ecco il Signore vicino a noi” (C 29,7). avvincere il lettore nella riscoperta della sua interiorità descrivendola con i tratti più suggestivi: “Immaginiamoci dunque che dentro di noi ci sia un palazzo di un’enorme ricchezza, un edificio tutto d’oro e di pietre preziose, quale infine si conviene a un tale Signore... Pensate, inoltre, che in questo palazzo abita il gran Re che si è compiaciuto di esser vostro Padre e che siede su un trono di enorme valore: il vostro cuore” (C 28,9). Questa dottrina è il preludio della grandiosa visione positiva dell’uomo “immagine di Dio” e “tempio di Dio” che imposta fin dall’inizio il capolavoro teresiano, il Castello interiore (M I,1). Presenza di Dio, dignità dell’uomo, possibilità di realizzarsi nella propria interiorità che appare meravigliosa per opera di un Dio che per essere Signore, può fare ciò che vuole, e perché ci ama si adatta con particolare condiscendenza alla nostra condizione umana (cf C 28,11). Ecco le parole di Teresa: “In verità essendo egli il Signore di tutto, può fare ciò che vuole, e siccome ci ama, si adatta alla nostra misura”. Teresa rimane sempre sconvolta da questa condiscendenza di Dio che vive in noi, e apprezza l’infinito valore dell’uomo proprio perché è capacità di Dio (cf M I, 1,1). La presentazione positiva della bellezza dell’anima, tempio di Dio, non distrae Teresa dal realismo della condizione umana. Questo tempio non è libero e spesso non è splendente. Deve essere sgomberato da tutti gli ostacoli che impediscono un pieno possesso da parte di Dio. Bisogna operare uno “svuotamento” di quanto impedisce la sua presenza piena. Dio esige il dono totale e la purezza interiore. È un consiglio da non interpretare semplicemente a livello ascetico, per l’insieme della vita di chi intende vivere in questo rapporto con Dio, ma anche in senso psicologico riguardo ad un’operazione previa alla preghiera di raccoglimento: “svuotarsi” di quanto impedisce la piena realizzazione del rapporto con Dio nella nostra interiori- “Non siamo vuoti”: realizzarsi nella propria interiorità II processo di riconversione dei sensi esterni ed interni passa per la riscoperta del mistero della propria interiorità. L’uomo non è vuoto dentro. È tempio, castello, cielo, paradiso, pura capacità di Dio che abita dentro di lui. Con tratti vigorosi Teresa traccia la teologia di questo mistero dell’interiorità e della presenza, ampiamente descritta poi nel Castello interiore: “Voi già sapete che Dio è in ogni luogo. Ora è chiaro che dove sta il re, come si dice, lì resta la sua corte; pertanto dove è Dio, lì è il cielo... Considerate inoltre quello che diceva sant’Agostino, che lo cercava in molti luoghi e lo trovò finalmente in se stesso” (C 28,2); “le persone che sapranno rinchiudersi in questo piccolo cielo della loro anima, dove sta colui che l’ha creata e che pur creò la terra, e abituarsi a non volgere lo sguardo su ciò che può distrarre i loro sensi esteriori, seguono, credano pure, un cammino eccellente” (C 28, 5). Non contenta dell’affermazione teologica della presenza di Dio in noi, Teresa vuol 27 corpo rimane a servizio dell’anima, quieto e pacificato. La preghiera fluisce calma e pacifica. L’abitudine genera una più grande facilità progressiva nel raccogliere i sensi fino a raggiungere una certa stabilità che precede il dono della contemplazione perfetta (cf V 28,7). Sono notevoli gli effetti spirituali che lascia questo stato di preghiera. Una maturità “carismatica” che affretta il raggiungimento delle virtù; si cammina come navi portate dal soffio dello Spirito, col vento in poppa. Una sicurezza più grande per vincere nelle occasioni di peccato. Un rinnovamento interiore che viene spontaneo dalla vicinanza di Dio, fuoco che porta all’incandescenza dell’amore (cf C 28,8). Ma a misura che aumentano gli effetti propri di questa preghiera, si intravedono le esigenze totalitarie che porta con sé una comunione più intensa con Dio, meglio conosciuto e più fortemente percepito come il tutto di un’esistenza. Progressivamente contemplato nella ricchezza dei suoi attributi, ma anche nella pienezza di un Dio che ha tutti i nomi e i cognomi dell’amore: “Trattate con lui come con un padre, con un fratello, con un maestro, con uno sposo...”. Si tratta di parlargli “come a un padre, supplicarlo come un padre, esporgli i propri travagli e chiedergliene il rimedio, consapevole, peraltro, di non meritare di essere sua figlia” (cf C 28,3). Affiora allora l’esigenza totalitaria dell’amore di Dio che chiede tutto, perché offre tutto. Chiede e accetta il dono gratuito della nostra libertà e offre liberamente se stesso in dono: “Egli non vuol forzare la nostra volontà; prende ciò che gli diamo, ma non si dà interamente a noi finché noi non ci diamo interamente a lui” (C 28,11; un testo simile in M V, 1,3.). Si è ormai vicini alla fonte dell’acqua viva: “non mancheranno di giungere a bere l’acqua della fonte e faranno molta strada in poco tempo” (C 28,5). tà. Poi seguirà, come afferma Teresa, il momento “psichedelico” della preghiera, la “dilatazione interiore”: “Egli non le si dà a conoscere finché non ingrandisce a poco a poco la sua capacità... Per questo dico che può fare ciò che vuole, perché ha il potere di ingrandire questo palazzo” (C 28,12). Pensiamo che questo esercizio di svuotamento proposto dalla Santa, anche se non vi insiste molto, abbia grande importanza dal punto di vista ascetico e pedagogico. Bastano le sue parole: “Questo è fuor di dubbio, ed essendo di grande importanza ve lo ricordo continuamente: non opera il Signore nell’anima se non quando, del tutto sgombra da ostacoli, è sua; diversamente non so come potrebbe agire, amante com’è dell’ordine. Se, infatti, riempiamo il palazzo da gente da poco e di cose inutili, come può trovarvi posto il Signore con la sua corte? È già molto se si trattiene un momento fra tanti impicci” (C 28,12). Il raccoglimento suppone quindi una purificazione interiore che permetta al Signore di prendere possesso pieno dell’anima. Alle volte per l’anima sarà una sofferenza, come quella insinuata in questo contesto nella prima redazione del Cammino; osserva infatti con acutezza: “Anche noi proviamo disappunto di avere ospiti a casa nostra se non possiamo dir loro di andarsene via!”. Segni ed effetti di questa preghiera L’esperienza della preghiera di raccoglimento può essere costatabile attraverso una serie di effetti psicologici e spirituali. I primi forniscono gli elementi di esperienza immediata, i secondi sono la garanzia di un’autenticità. Si sente innanzitutto un rafforzamento dell’uomo interiore, il dominio stesso del proprio corpo e dei propri sensi che vengono soggiogati dallo spirito. Il chiudere gli occhi diventa come un segno eloquente del ritirarsi dalle cose esteriori per concentrarsi dentro, in modo che lo sguardo dell’anima si acuisca di più; il 28 Testimone e maestro di preghiera Una preghiera perseverante e semplice II segreto della pedagogia della preghiera e del suo esercizio è la perseveranza, secondo l’insegnamento di Gesù, della Chiesa apostolica e dell’Apostolo Paolo e della tradizione della Chiesa. Gesù, infatti, ci esorta a pregare sempre (Lc 18,1). La Chiesa primitiva era unita nella preghiera assidua (At 1,14; 2,42) II Catechismo della Chiesa Cattolica esorta: ““Pregate incessantemente” (1Tes 5,17), “rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5,20); “pregate incessantemente con ogni sorta di preghie- re e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef 6,18). “Non ci è stato comandato di lavorare, di vegliare e di digiunare continuamente mentre la preghiera incessante è una legge per noi” (Evagrio Pontico). Questo ardore instancabile non può venire che dall’amore. Contro la nostra pesantezza e la nostra pigrizia il combattimento della preghiera è quello dell’amore umile confidente, perseverante. Questo amore apre i nostri cuori su tre evidenze di fede, luminose e vivificanti” (n. 2742). 29 Ed ecco in sintesi le tre evidenze: - la preghiera è sempre possibile; - pregare è una necessità vitale; - preghiera e vita cristiana sono inseparabili (nn. 2743-2745). A questo tende ogni buona pedagogia della preghiera. 5. All’inizio piace il cambiamento e la varietà delle metodologie. Ma con l’età s’impara la bellezza della preghiera che si ripete incessantemente. 6. All’inizio si sceglie con cura il luogo per pregare, il tempo, i gesti tradizionali. Ma poi si impara a pregare in ogni luogo, in ogni tempo. Vogliamo concludere con queste dieci regole di B. Fischer, raccolte da J. Aldazábal che illuminano il cammino della preghiera. 7. All’inizio si crede che non vi sia un rapporto fra la preghiera liturgica e la preghiera personale. Poi si scopre la forza che hanno per la preghiera privata anche le formule liturgiche. 1. All’inizio siamo inclini a vedere la preghiera come un’azione nostra; ma con il tempo si percepisce chiaramente che è un dono di Dio, un’azione dello Spirito Santo. 8. Si crede all’inizio che i Salmi siano soltanto preghiere per le celebrazioni liturgiche. Ma poi si scopre che il Salterio è una riserva inesauribile per la nostra preghiera se sono recitati in Cristo e con Cristo. 2. All’inizio sentiamo la preghiera come una buona occasione di chiedere cose per noi; ma più tardi si scopre la bellezza di intercedere, di chiedere per gli altri. Più tardi ancora si scopre quanto sia importante la preghiera di ringraziamento e di lode. 9. All’inizio sembra che leggere la Bibbia e pregare siano due cose diverse. Ma poi si impara che leggere la Bibbia pregando è qualcosa di stupendo. 10. Sembra all’inizio che nella preghiera non si possa prescindere dal proferire le parole. Ma ad alcuni è dato pure di pregare senza parole in una preghiera silenziosa profonda e matura. (Cf Claves para la oración, Barcelona, CPL, 1981, pp. 98-100). “Che il ricordarti di Gesù si unisca continuamente al tuo respiro” (Giovanni Climaco). “Respirate sempre Cristo” (Antonio il Grande). È questo l’ideale di una preghiera perfetta! 3. All’inizio assumiamo le formule imparate a memoria o tratte dai libri per pregare, ma più tardi sentiamo che dobbiamo imparare a pregare con il cuore, con una preghiera spontanea. 4. All’inizio pensiamo a fare una preghiera dettagliata e ordinata che esprima tutte le nostre idee e richieste; ma a misura che si matura nella vita si insegna la forza di una preghiera breve, di una giaculatoria, della preghiera di Gesù, di formule semplici... Per un insegnamento più approfondito e completo di p. Jesús Castellano sulla preghiera: J. CASTELLANO, Incontro al Signore. Pedagogia della preghiera, Edizioni OCD, Roma Morena 2002. Il libro può essere richiesto direttamente alla casa editrice: Edizioni OCD - Via Anagnina 662/b - 00118 Roma Morena Tel. 06.79.89.081 - Fax: 06.79.89.08.40 E-mail: [email protected] - Web: www.edizioniocd.it 30 Lo scaffale AA. VV. SENTIERI ILLUMINATI DALLO SPIRITO Atti del Congresso Internazionale di mistica Abbazia di Münsterschwarzach Edizioni OCD Roma 2006 na, nella terza parte del libro. Dopo una panoramica generale delle scuole mistiche e delle principali correnti, la mistica carmelitana viene presentata come “paradigma referenziale della mistica cristiana”. Tre figure vengono studiate più di altre: Teresa di Gesù, Giovanni della Croce ed Edith Stein. Un contributo a sé stante è quello del card. Tomas Spidlik, sulla Mistica ortodossa (quarta sezione). Più composita la sezione finale, dedicata a Prassi mistica e contesti culturali. Due orientamenti la caratterizzano: da una parte il rapporto fra l’esperienza mistica e le scienze umane o l’ambito culturale e letterario; dall’altra la contestualizzazione dell’esperienza mistica in alcune epoche storiche particolari o in alcuni ambiti culturali e geografici specifici, come l’Africa, l’India e l’America latina. Una conclusione di Bruno Secondin riassume il percorso compiuto, indicando alcune tracce di apertura per approfondimenti ulteriori. In sintesi, un prezioso volume che pur non avendo tutte le caratteristiche del manuale ne sintetizza tutti i pregi, aggiungendovi la componente analitica di molti approfondimenti e studi specifici. Uno strumento imprescindibile per chi vorrà capire, studiare e affrontare a qualsiasi livello il fenomeno mistico. Un congresso di mistica, come quello di cui questo libro pubblica gli atti, testimonia l’attuale tendenza divulgativa dei testi mistici, prima lettura quasi esclusiva degli specialisti, considerati gli unici in grado di capirli, ora alla portata di tutti, secondo l’idea che la mistica appartiene all’essenza della vita cristiana. Come Cristo unisce in sé la natura umana e quella divina, ogni cristiano, infatti, vive secondo le sue esigenze della natura umana e secondo quelle dello Spirito che abita nel suo cuore. La preghiera, in quanto colloquio con Dio, è essenzialmente mistica e connaturale all’uomo, di cui la relazione con altre persone e con Dio è una caratteristica. La prima parte del volume (Fenomenologia e simbologia mistica) affronta temi introduttivi e generali, che permettono un approccio al fenomeno mistico anche al lettore totalmente sprovvisto di conoscenze adeguate in materia. Particolarmente interessante, in questa prima sezione, lo studio di Gabriel Castro Martínez sul simbolismo e sul linguaggio della mistica cristiana (un’attenzione particolare viene dedicata ai mistici del Carmelo, ma il linguaggio e il simbolismo mistico è universale e condiviso). Una seconda sezione (Mistica – dogma – teologia) affronta poi i fondamenti teologici e in modo particolare cristologici del fenomeno mistico, arrivando a presentare figure importanti e controverse come quella di Pierre Teilhard de Chardin. Grande spazio viene dedicato alla Storia della mistica, e in particolare alla Mistica carmelita- Isabella Aldanese Edizioni OCD Via Anagnina 662/b 00118 MORENA ROMA Tel. 06.79.89.08.1 - Fax 06.79.89.08.40 Web: www.edizioniocd.it E-mail: [email protected] 31 Gocce di rugiada Una vecchietta serena, sul letto d’ospedale, parlava con il parroco che era venuto a visitarla._ “Il Signore mi ha donato una vita bellissima. Sono pronta a partire”. “Lo so” mormorò il parroco. “C’è una cosa che desidero. Quando mi seppelliranno voglio avere un cucchiaino in mano”. “Un cucchiaino?”. Il buon parroco si mostrò autenticamente sorpreso. “Perché vuoi essere sepolta con un cucchiaino in mano?”. “Mi è sempre piaciuto partecipare ai pranzi e alle cene delle feste in parrocchia. Quando arrivavo al mio posto guardavo subito se c’era il cucchiaino vicino al piatto. Sa che cosa voleva dire? Che alla fine sarebbero arrivati il dolce o il gelato”. “E allora?”. “Significava che il meglio arrivava alla fine! È proprio questo che voglio dire al mio funerale. Quando passeranno vicino alla mia bara si chiederanno: _“Perché quel cucchiaino?”. Voglio che lei risponda che io ho il cucchiaino perché sta arrivando il meglio!”. www.pensieridelgufo.it/