Anno 14, n. 9 – SETTEMBRE 2006 – EDIZIONI OCD ROMA – SPED. IN ABB. POST. D. L. 353/2003 (conv in L. 27/02/2004 n° 46, Comma 2) DCB – Filiale di Roma – Italia – Mensile
P. JESÚS CASTELLANO
testimone e maestro di preghiera
NOVEMBRE
9
2006
PREGARE
SOMMARIO
anno 14 – numero 9
Novembre 2006
3
La spiritualità della Chiesa
Rivista del Carmelo Teresiano
d’Italia
4
Meditiamo la Bibbia
Ai bordi del pozzo (6)
8
P. Jesús Castellano Cervera, ocd
Uomo universale,
testimone del Risorto
EDITORE
©Associazione Carmelo Teresiano Italiano
Edizioni OCD
Via Anagnina 662/b – 00118 Morena (Roma)
tel.(+39) 06.7989081– fax (+39) 06.79890840
E-mail: [email protected] - web: www.edizioniocd.it
Speciale:
Testimone e maestro di preghiera
10 La preghiera oggi
Autorizzazione del Tribunale di Roma
n. 639 del 5-12-1992
Con approvazione ecclesiastica dell’Ordine
14 La preghiera alla luce
della Dei Verbum
17 Originalità della preghiera cristiana
DIRETTORE RESPONSABILE
P. Claudio (Enzo) Truzzi
21 Eucaristizzare la preghiera
25 Verso il raccoglimento
DIRETTORE REDAZIONALE
P. Roberto Fornara
29 Una preghiera perseverante
e semplice
REDAZIONE
31 Lo scaffale
Sentieri illuminati dallo Spirito
Via Anagnina 662/b – 00118 Morena (Roma)
tel. (+39) 06.79890838 – fax (+39) 06.79890840
E-mail: [email protected] - web: www.pregare.org
ABBONAMENTI
Via Anagnina 662/b – 00118 Morena (Roma)
tel. (+39) 06.79890822 – fax (+39) 06.79890840
E-mail: [email protected]
Quote di abbonamento annuale 2007
Italia € 16,00
Europa € 24,00
Altri continenti € 40,00
Un fascicolo sciolto € 2,00
Versamenti sul c.c.p. 39054481 intestato a:
Pregare – Via Anagnina, 662/b
00118 Morena (Roma)
In copertina: P. Jesús Castellano Cervera,
carmelitano scalzo, cui è dedicato questo
numero di Pregare, presta obbedienza al
Papa a nome di tutti i consacrati, nella
celebrazione eucaristica per il solenne inizio di pontificato di Benedetto XVI.
Stampa – Edizioni Grafiche Manfredi snc.
Via G. Mazzoni, 39/a – 00166 Roma
Questo numero è stato stampato
nel mese di Ottobre
2
LA SPIRITUALITÀ DELLA CHIESA
“Uomo universale”. Si definiva così, qualche anno
fa, padre Jesús Castellano Cervera, carmelitano scalzo, che lo scorso mese di giugno il Signore ha chiamato a sé. Professore apprezzato di teologia dogmatica e spirituale e di liturgia. Grande conoscitore del
mondo orientale, e in modo particolare della spiritualità dell’icona. Collaboratore instancabile di diversi
dicasteri vaticani, in modo particolare della Congregazione per la dottrina della fede e dell’Ufficio liturgico. Conoscitore e divulgatore della dottrina e della
spiritualità di santa Teresa di Gesù, che amava in modo particolare. Amico e
frequentatore di nuovi movimenti ecclesiali. Consulente ecclesiastico di diverse congregazioni religiose. Autore di libri e articoli. Predicatore itinerante. Mistagogo e amico della bellezza. Confessore, predicatore, direttore spirituale…
Si potrebbe estendere ancora questo elenco, ma forse la qualifica che meglio
lo definisce è quella che egli stesso si era scelto, e che Francisco Tejedor ci commenta nel breve profilo biografico del padre Castellano: “uomo universale”.
Universale non solo perché i suoi molteplici impegni lo avevano condotto a
girare il mondo. O perché da decenni viveva a Roma, in un ambiente internazionale. Universale anche perché i suoi interessi, i suoi campi di ricerca, il suo
anelito di bellezza si estendevano a 360 gradi. Universale perché la preghiera
che aveva imparato alla scuola di Teresa di Gesù gli aveva dilatato il cuore.
Come ha ricordato opportunamente monsignor Piero Marini nel corso dei funerali, padre Jesús non ha portato agli altri una spiritualità particolare (quella carmelitana), fatta calare dall’alto con saccenteria, ma ha portato a tutti la
spiritualità della Chiesa, vissuta e testimoniata da carmelitano.
La spiritualità della Chiesa, del Battesimo e dell’Eucaristia. La spiritualità
della preghiera, in modo particolare. Sì, perché padre Castellano è stato e si
sentiva soprattutto un testimone e un maestro di preghiera. Vibrava interiormente ed esteriormente quando poteva parlare dell’orazione, della contemplazione, dell’uomo “capace di Dio”, abitato dalla Trinità. Ecco perché Pregare, in questo mese di novembre, tradizionalmente dedicato alla memoria dei
fedeli defunti, rivolge a lui un ricordo grato e pieno di speranza, non tanto per
rievocarne la figura, quanto piuttosto per riproporre e rimeditare alcuni suoi
insegnamenti sulla preghiera. La parte centrale della rivista (Testimone e maestro di preghiera) attinge infatti dai suoi scritti per cogliere alcuni dei punti essenziali del suo insegnamento. Siamo convinti di fare cosa gradita ai nostri lettori riproponendo loro queste pagine attualissime, nella speranza che ci aiutino ad eucaristizzare la nostra preghiera, secondo un’espressione che p. Jesús
utilizza in una delle sue catechesi. Aveva dedicato la sua tesi di dottorato al
mistero eucaristico. Il Signore lo ha chiamato a sé nel giorno del Corpus Domini. Uomo eucaristico, uomo ecclesiale. E dunque universale.
3
Meditiamo la Bibbia
Una tappa fondamentale per una orazione personale è la meditazione. E non c’è argomento migliore
che la Parola di Dio. Padre Roberto Fornara, biblista, ci condurrà per mano con una serie di esempi
pratici su come far nostro l’insegnamento ed il cuore del Signore. Ci proporrà la meditazione sull’episodio
della Samaritana al pozzo di Sichem, episodio tanto caro a santa Teresa di Gesù.
AI BORDI DEL POZZO
–6–
“Che non sia lui
il Cristo?”
La donna intanto lasciò la sua brocca
e se ne tornò in città e dice agli uomini:
“Venite a vedere un uomo
che mi ha detto tutto quello che ho fatto:
che non sia lui il Cristo?”.
Uscirono dalla città e andarono da lui (vv. 28-30).
festato più grande del patriarca
Giacobbe, infinitamente più grande di
lui. Capace di placare per sempre quella
sete che Giacobbe aveva potuto saziare
solo per un attimo. Eppure rimani semplicemente un uomo.
Un uomo...
Ti sei rivelato, hai svelato la tua vera
identità. Ti sei manifestato come il Cristo,
il Messia inviato da Dio. E questa donna
ti annuncia come un uomo.
Semplicemente come un uomo. Che fatica riconoscerti, accettarti, accoglierti,
testimoniarti... Sulle sue labbra sei un
uomo. Certamente un uomo singolare,
non come uno dei suoi tanti mariti. Un
uomo che l’ha sconvolta, l’ha fatta fremere nell’intimo. Un uomo che - forse per la
prima volta - ha saputo far vibrare tutte
le corde del suo cuore assetato d’amore.
Però semplicemente un uomo: “venite a
vedere un uomo”. Hai solleticato i suoi
desideri e li hai nutriti a poco a poco con
la promessa dell’acqua viva. Ti sei mani-
...mi ha detto tutto quello che ho fatto...
Sei un uomo, soltanto un uomo. Però un
uomo particolare. Sei un uomo che ama la
verità. Quante persone l’hanno avvicinata
senza conoscerla? Quanti mariti e quanti
uomini l’hanno posseduta senza amarla
veramente? E quanti capi religiosi l’hanno
illusa, usata, indottrinata senza preoccuparsi di lei? Invece tu, tu che non l’avevi
mai incontrata, la conosci in profondità.
Tu sai tutto di lei. Tu conosci meglio di lei
4
il suo passato di miseria, ma conosci
anche la sua sete e le sue potenzialità. Tu
conosci lo sguardo di Dio su di lei, sguardo d’amore e di perdono. Tu - con il tuo
sguardo e la tua parola - sei penetrato in
ogni fibra del suo essere e ti sei rivelato a
lei dall’interno. “Signore, tu mi scruti e mi
conosci; tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti
quando cammino e quando riposo. Ti sono
note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci
tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni
su di me la tua mano” (Sal 139,1-5).
“Uscirono
dalla città”
La donna intanto lasciò la sua brocca
e se ne tornò in città e dice agli uomini:
“Venite a vedere un uomo
che mi ha detto tutto quello che ho fatto:
che non sia lui il Cristo?”.
Uscirono dalla città
e andarono da lui (vv. 28-30).
Inizia un nuovo cammino. Lo stesso che
ha percorso la donna. Lo stesso cammino
degli apostoli, dei discepoli, di tanti che ti
hanno incontrato o si sono lasciati incontrare sulle strade della Galilea, della
Samaria, della Giudea, perfino nei territori pagani della Decapoli e dalle parti di
Tiro e Sidone. Inizia un nuovo cammino
che è fatto di lasciare e seguire.
...che non sia lui il Cristo?
A
lla fine rimane il dubbio, dubbio salutare. Rimane una speranza accesa, una
possibilità di salvezza. Non è ancora la
risposta definitiva: lo sarà. Le sicurezze
spengono la ricerca e il desiderio. E tu
vuoi, Signore, che questa donna rimanga
in cammino. Le risposte certe desidero che
tu le lasci agli studiosi seri e qualificati, alle
persone per bene, a chi vive di apparenza,
a chi crede per tradizione. Per me ti chiedo
lo stimolo assillante di questo fuoco che mi
bruci dentro, la domanda che nutre la
ricerca, il desiderio di incontrarti e riconoscerti di più, per non sedermi mai.
Simone e Andrea lasciarono le loro reti
di pescatori e ti seguirono. Giacomo e
Giovanni lasciarono il padre Zebedeo
sulla barca con i garzoni e ti seguirono
(cfr. Mc 1,16-20). All’uomo ricco e fedele
alla legge, che aveva osservato i comandamenti fin dalla giovinezza, chiedesti
tutto: “una cosa sola ti manca; va’, vendi
quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10,21).
A chi aveva già lasciato tanto per te: case,
beni, affetti... chiedevi lo strappo più profondo e radicale: “se uno viene a me e non
odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e perfino la propria vita,
non può essere mio discepolo. Chi non porta
la propria croce e non viene dietro di me, non
può essere mio discepolo” (Lc 14,26-27).
Sal 45,2-18; Mc 8,27-30; Lc 22,31-34
“Uscirono dalla città”...
Q
uanto c’è di curiosità in quell’uscire?
Quanto di sofferenza e di distacco?
Quanto di ansia di liberazione, di deside5
rio e di speranza, come nel cuore della
donna? Il cuore umano è un mistero, un
universo in cui convivono miriadi di sentimenti, di attese, di richieste. Ma era
comunque necessario che quegli uomini
uscissero dalla loro città. Che uscissero
dagli standard religiosi consolidati, dalle
false sicurezze di un popolo, da un credere per abitudine e per sentito dire. Da
una folla chiassosa e indaffarata ai suoi
interessi spiccioli di ogni giorno, alle
porte della città. Dalla preoccupazione di
che cosa vestire o che cosa mangiare, che
cosa vendere e che cosa comprare, alle
porte della città. Dalle piccole e grandi
liti che sfociavano nei processi, alle porte
della città. Dal gran parlare e riparlare,
criticare e giudicare, maledire e inveire,
alle porte della città.
Andare al tempio era l’aspirazione e il
desiderio di ogni israelita. L’evento più
atteso. Il momento più intenso.
Intraprendere il pellegrinaggio per le
feste pasquali l’esperienza gioiosa che si
rinnovava ogni anno. E poi l’attesa, il
desiderio e il sogno di ritornare: “l’anno
prossimo a Gerusalemme”...
G
li uomini di Samaria intraprendono senza saperlo - il pellegrinaggio più vero.
Si incamminano, ignari di ciò che li aspetta, verso il vero tempio, non costruito da
mani d’uomo. Il tempio che non tramonta.
Del tempio di Gerusalemme non rimarrà
pietra su pietra; il tempio del tuo corpo,
apparentemente distrutto dagli uomini,
sarà ricostruito dal Padre in tre giorni e
non conoscerà mai più la corruzione.
Non c’è acqua viva alle porte della città.
V
Senza uscire dalla città, senza spezzare i
cordoni ombelicali non comincia alcun
pellegrinaggio verso i bordi del pozzo.
ennero da te. E’ così semplice. E’ così
bello. In tutte le stanchezze, in tutte le difficoltà: “venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il
mio giogo sopra di voi e imparate da me, che
sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro
per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce
e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).
Es 20,2-3; Mc 1,32-45; 7,1-13; Gal 5,1
“Andarono
da lui”
V
ennero da te. E’ la prima esperienza
che ci hai lasciato scoprire al momento
della chiamata e l’unica realtà che ti interessava trasmetterci: “venite e vedrete” “andarono dunque e videro dove abitava e quel
giorno si fermarono presso di lui” (Gv 1,39).
La donna intanto lasciò la sua brocca
e se ne tornò in città e dice agli uomini:
“Venite a vedere un uomo
che mi ha detto tutto quello che ho fatto:
che non sia lui il Cristo?”.
Uscirono dalla città
e andarono da lui (vv. 28-30).
V ennero da te. Come venivano folle
immense di uomini e donne desiderosi di
ascoltare la tua parola, di trovare in te il
Maestro. Come ti portavano gli ammalati, i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi per essere
guariti da te. Come ti sottoponevano gli
indemoniati per essere liberati da te.
Vennero da te come tanti curiosi che, a
Uscire per uscire non porta da alcuna
parte. Andare per andarsene è il trionfo
della tristezza. E’ la peggiore sconfitta
per l’uomo. Uscire per una meta è come
rinascere, vedere la luce.
6
poco a poco, si lasciarono conquistare dal
tuo sguardo, dalle tue parole, dall’evidenza dei tuoi prodigi, dalla sapienza del
tuo cuore. Vennero da te come viene ogni
uomo, che lo sappia o non lo sappia, che
lo riconosca o meno.
H
o parlato con un mio superiore. Ha
un suo progetto, una sua idea, una sua
decisione già presa da tempo. A nulla
valgono i ragionamenti per smuoverlo
dal suo proposito, per aiutarlo a ragionare, a riconsiderare le cose. Quando cerco
di opporre il bene della persona, di
rimetterlo al primo posto, mi trovo come
di fronte ad un muro.
“Forse anche voi volete andarvene?”
(Gv 6,67).
“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di
vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto
che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68).
Ho parlato con me stesso. Ho ripensa-
to, cioè, al mio passato. Al mio modo di
concepire il ministero come un continuo
progettare. Anch’io ho deciso; si deve
fare così. Talvolta proporre diventa
imporre, preconfezionare un prodotto
che va bene per chiunque. E mi meraviglio quando non viene accettato, compreso, quando viene espressamente rifiutato.
Sal 122,1-9; Col 3,1-4; Eb 11,8-19; 12,18-29
La pedagogia
di Gesù
Ho parlato con te, Gesù. O meglio, ti ho
H o parlato con la madre di famiglia contemplato
mentre parlavi con questa
preoccupata per i due figli, adolescenti,
che non frequentano più. In ansia per la
loro ribellione. Incapace di sentire le loro
ragioni, incapace di ascoltare.
Preoccupata piuttosto di trovare un
modo convincente per riavvicinarli, per
convincerli a tornare in chiesa. I dialoghi
- se ho capito bene - sono divenuti monologhi alla ricerca di una forza di persuasione che non ha ancora trovato: più fallisce nel suo intento, più si intestardisce
nel suo scopo.
donna. E mi stupisco del tuo modo di fare,
così diverso dal mio, dal nostro. Del tuo
modo di attendere con pazienza il
momento opportuno. E soprattutto della
tua capacità di guidare gli eventi senza
imporli. Hai cominciato il dialogo presentando una tua necessità, chiedendole da
bere. Hai perso tempo con lei. L’hai condotta, a poco a poco, a riconoscere la propria verità, senza mai accusarla, senza
puntare il dito, senza spendere una parola
per tentare di convincerla con ragionamenti sottili. Le hai fatto nascere nel cuore
il desiderio dell’acqua viva: l’hai portata a
volere quell’acqua con tutto il cuore, a cercarla, ad invocarla. Mi hai fatto ricordare
una frase di chissà quale autore, che mi
ero appuntato anni fa: “se vuoi insegnare
all’uomo a navigare, non procurargli il legname per costruirsi la barca; accendi nel suo
cuore la nostalgia del mare infinito”.
H
o parlato con il parroco stanco e deluso perché non si sente corrisposto dalla
sua gente. Ha investito risorse, energie,
tempo e mezzi; si è buttato in ciò che credeva. Con quale risultato? I pochi fedeli
di sempre. Tanti che gli voltano le spalle
quando il cammino si fa più impegnativo. Altri - i più vicini - che lo deludono
nelle sue attese più sacrosante. Sostienilo,
Padre, con il tuo Spirito consolatore.
Dt 8,1-5; Ez 16; Os 11,1-9
7
P. Jesús Castellano Cervera, ocd
UOMO UNIVERSALE,
TESTIMONE DEL RISORTO
“Sono ormai 49 anni che sono partito da
Villar. Una vocazione precoce alla vita religiosa, già chiaramente percepita all’età di
otto anni, ha fatto di me un pellegrino del
mondo e una persona universale”.
Così, nel luglio del 2001, il P. Jesús
Castellano comincia la sua breve autobiografia. Era nato il 30 luglio del 1941 a
Villar del Arzobispo (Valencia, Spagna).
Fece la sua professione religiosa
nell’Ordine del Carmelo teresiano nel
Deserto de las Palmas il 4 luglio 1957. Fu
ordinato sacerdote a Roma il 25 aprile
1965.
Scrive P. Jesús: “La mia vita è trascorsa
prima in Spagna (Castellon e Valencia) e
poi, ormai da 41 anni, a Roma, città eterna
e centro del cattolicesimo. Questa caratteristica della città di Roma, centro della
fede cattolica e del suo universalismo
senza frontiere, ha fatto di me una persona
dal cuore aperto, capace di comprendere e
amare la diversità delle nazioni, delle culture, dei valori religiosi”.
Dottore in teologia, è stato docente della
nostra facoltà del Teresianum e di altri
centri accademici per quasi 40 anni; attualmente era anche consultore di sette dicasteri vaticani, stimato collaboratore del
Prefetto delle cerimonie pontificie, mons.
Piero Marini.
“A Roma – continua P. Jesús Castellano
– ho avuto la fortuna di vivere in un
ambiente internazionale, in una comunità
in cui ho conosciuto persone dei cinque
continenti e in un ruolo di docente, che mi
mette quotidianamente a contatto con per-
sone di tutte le razze e nazioni. Sono, dunque, un uomo universale e me ne vanto.
La Provvidenza, inoltre, mi portato in giro
per il mondo con la piacevole sorpresa di
poter entrare quasi immediatamente in
contatto con la gente. In Africa conosco il
Camerun. In Medio Oriente, oltre alla
Terra Santa, ho visitato il Libano. La mia
esperienza europea è più ricca e va dalle
nazioni più vicine all’Italia (Francia,
Svizzera, Germania, Austria, Belgio,
Grecia) a quelle più lontane, quali
l’Irlanda, ad esempio, e soprattutto le
nazioni dell’Est, quali la Repubblica Ceca,
la Polonia, la Bielorussia, la Lituania,
l’Ucraina…
Quest’anno, per esempio [2001], ho vissuto la Settimana Santa in Russia visitando
le tre città più grandi: Mosca, San
Pietroburgo, Gorka, sempre per motivi di
ministero sacerdotale. È stata per me una
gioia poter predicare il Vangelo in spagnolo, mentre un sacerdote argentino mi traduceva in russo, ma è stata una gioia
anche poter proclamare in lingua russa
l’acclamazione della Veglia pasquale:
Lumen Christi (Luce di Cristo)!”.
Credo che nessuno – meglio dello stesso
P. Castellano – possa esprimerci i suoi
sentimenti, le sue esperienze, ciò che
andava vivendo nella sua intensa e feconda vita:
“La sorpresa della mia esperienza è sempre la stessa: incontrare con simpatia persone di diversa lingua e cultura, superare
la barriera della lingua con il linguaggio
del cuore, prestare attenzione alle persone,
8
accogliere con simpatia ciò
che è proprio del luogo (la
lingua, sforzandomi di imparare almeno alcune parole di
saluto; il cibo, accogliendo
con gratitudine quello che
viene offerto; i canti e il folklore, entrando in sintonia
con la loro musica e cantando con loro). E quando non
c’è altra forma di comunicare, sorridendo e salutando
con affetto, poiché il sorriso è
un linguaggio universale e i
gesti semplici di apprezzamento sono
chiavi che aprono anche le serrature più
arrugginite”.
È stato anche autore di libri di teologia
liturgica, spirituale e teresiana in spagnolo
e in italiano, così come di numerosi articoli
su riviste. Assiduo collaboratore dei nuovi
movimenti ecclesiali e di tutto ciò che
potesse essere servizio alla Chiesa.
Il 15 giugno 2006, alle quattro del pomeriggio, questo lavoratore della vigna del
Signore uscì per una passeggiata; lungo la
strada si sentì molto male. Prontamente
soccorso da persone generose, a cui chiese
di essere portato all’ospedale di san
Camillo, a Roma, vi fu trasportato in
ambulanza, ma presto il suo cuore cessò
di battere. È morto così, solo e sconosciuto.
Voglio terminare queste righe osando
tracciare il suo profilo spirituale dal punto
di vista dell’amico:
Il Carmelo teresiano. Era la sua vita.
Facendo della sua preghiera la forza del
suo vivere. Essendo un carmelitano semplice, serio e sempre vicino a tutti.
Nessuno di quelli che non lo conoscevano
poteva immaginare di stare di fronte ad
una personalità eminente.
Il momento più importante di ogni sua giornata: ORA.
La persona più importante: quella che gli
stava di fronte in ogni momento.
Il suo impegno più importante: SERVIRE AMANDO e…
SEMPRE SORRIDENDO.
Il tempo. Non ha mai avuto
tempo per se stesso, perché
doveva darlo agli altri.
La sua morte. Quella del
povero del vangelo: solo,
sconosciuto. Abbracciato
solo da Dio.
La data della sua morte. Un
regalo di Dio: Corpus Christi.
Il Mistero più studiato,
amato, predicato e VISSUTO
dal P. Castellano.
Il suo funerale: il ringraziamento a Dio,
perché ci aveva permesso di godere in vita
di questo dono del lavoratore della sua
vigna. Nella celebrazione liturgica: tre
vescovi, quasi trecento sacerdoti, più di
seicento religiosi, religiose, laici di movimenti ecclesiali, ecc. È tutto dire.
Il suo ultimo pensiero. Immagino che nei
suoi ultimi istanti, sereno, come la nostra
Madre Teresa di Gesù, avrà potuto dire:
“Muoio figlio della Chiesa”.
P. Jesús Castellano ci lascia il suo esempio di come “servire amando e… sempre
sorridendo”. La sua vita è valsa la pena di
essere vissuta. Riposi in pace questo testimone del Risorto.
Francisco M. Tejedor, ocd
9
Testimone e maestro di preghiera
La preghiera oggi
Se si dovessero mettere in luce alcune
delle caratteristiche della attuale ricerca
della preghiera personale, noterei sommariamente, senza indulgere a molti commenti, queste note rilevanti.
Dimensione comunitaria
Superato un certo individualismo nella
preghiera, il pregare insieme, il condividerne le esperienze, l’essere educati alla
preghiera o alla lectio insieme diventa una
esperienza normale. Spesso la pedagogia
della preghiera comprende anche i
momenti comunitari previ di conoscenza
delle persone, di preparazione - con una
catechesi comunitaria - e ha i suoi momenti di condivisione e di amicizia che seguono la preghiera. Vi sono anche le forme
esplicite di preghiera in comune per un
discernimento comunitario per la preparazione alla correzione fraterna, qualche
volta anche per la celebrazione della riconciliazione comunitaria. Vorrei aggiungere
una osservazione importante. È vera l’affermazione che i metodi più decisamente
cristiani del pregare aprono alla comunione ecclesiale; i metodi orientali chiudono
nell’individualismo religioso.
La caduta dei metodi classici
di orazione mentale
Mi riferisco ovviamente a quei metodi
che avevano strutturato l’esercizio dell’orazione ad una complessità di atti e sono
specialmente frutto della spiritualità
postridentina. Altre forme di preghiera –
francescana, ignaziana, carmelitana – sull’onda delle nuove esigenze, a loro modo
sono aggiornate e riproposte. Sono però
accettabili nella misura che rispondono a
certe esigenze di base ormai generalizzate:
interiorizzazione, attenzione alla vita, contatto con la Parola ed il mistero. Alcuni di
questi metodi, se debitamente aggiornati,
sono di nuovo utili nella pedagogia della
Chiesa.
Accentuazione del primato della Parola
Anche senza eccessive teorizzazioni, sia
nella lectio sia in altre forme di preghiera,
il riferimento implicito o esplicito alla
Parola o alla globalità del messaggio è un
elemento positivo che libera la preghiera
cristiana dall’eccessivo individualismo,
dal sospetto del monologo e dello psicologismo, e la apre all’alterità del Dio personale che si è rivelato in Cristo. Il momento
discriminante che crea la necessaria
coscienza dell’alterità, viene dato dalla
rivelazione di un Dio personale e in modo
speciale dalla rivelazione di Cristo, dalla
Democratizzazione della preghiera
Con questo termine mi riferisco ad una
certa generalizzazione del fenomeno della
preghiera che non è retaggio di élites
ecclesiali, ma attraverso esperienze di
gruppi, movimenti, giovani, comunità di
base, è diventato un fenomeno ecclesiale
generalizzato. Ciò risponde anche alla
stessa necessità di personalizzare l’esperienza della fede e della vita, alla chiamata
universale alla santità, alla stessa democratizzazione della preghiera liturgica della
Chiesa.
10
sua Incarnazione, dal suo mistero pasquale e dalla assoluta e necessaria sua mediazione. Per questo il riferimento a Cristo
come mediatore universale della salvezza
è una delle verità discriminanti fra meditazione cristiana e metodi orientali di meditazione. Il primato della Parola si manifesta anche nella ricerca della Bibbia come
libro di preghiera fondamentale, lasciando
da parte altri libri o guide di meditazione.
ghiera, poiché tutta la vita è preghiera (ciò
che può essere vero a certe condizioni).
Oggi, il necessario legame con la vita viene
riproposto come principio e come metodo;
lo afferma la formula ricorrente: “pregare
la vita”, che significa fare dell’esistenza
quotidiana motivo di preghiera. Lo conferma la grande tradizione della preghiera
biblica che è narrativa perché l’orante
narra le grandi opere di Dio e narra
davanti a lui la propria vita e la propria
storia fino a trasformare in preghiera tutte
le cose che popolano la vita, secondo la
felice frase di M. Magrassi. Oggi, inoltre,
una retta impostazione della teologia spirituale chiede l’attenzione alla realtà, come
giustamente rivendica la corrente della
teologia spirituale latino-americana. Per
questo, anche gli autori spirituali indicano
la necessità di far sbocciare la lectio divina
nella contemplazione della vita e in atti
che trasformano la preghiera in servizio ed
impegno per il prossimo.
Attenzione alla vita
Una delle istanze della ricerca della preghiera odierna è il suo legame costante con
la vita. Una certa critica fatta ai metodi tradizionali è appunto la loro estraneità alla
vita concreta. Se in altri tempi molti padri
spirituali consigliavano di lasciare da
parte le cose e le preoccupazioni nel
momento di andare alla preghiera, poi, per
reazione, si è detto che non occorreva
dedicare un momento speciale alla pre-
11
Il card. J. Ratzinger lo diceva molto bene
nella presentazione del Documento
Orationis formas. Riprendiamo le sue parole: “II criterio di validità della preghiera
sta in questo, che conduca all’amore,
all’inscindibile amore di Dio e del prossimo. Mi viene in mente a questo proposito
una bellissima frase dalle Omelie su
Ezechiele di Gregorio Magno: ‘In tutta la
Sacra Scrittura, Dio ci parla solo per questo, per attirarci all’amore di sé e del prossimo’ (Lib. I, hom. 10,14). Questo è anche il
criterio per giudicare ogni meditazione e
ogni esegesi della Scrittura. La meditazione cristiana non è un ripiegamento nell’intimo o nel privato; ma in quanto addestramento all’esodo del superamento di se
stessi è via verso l’amore e ha pertanto una
fondamentale dimensione sociale”.
dell’ascolto e della risposta. Si vogliono
quindi percorrere non le complesse vie
degli atti singoli, delle lunghe meditazioni,
dei vari mazzetti spirituali insegnati da
alcuni metodi, ma le vie del silenzio interiore, del raccoglimento contemplativo,
che sono vie autenticamente cristiane. Ma
le vie del silenzio non sono facili. Anzi
sono soggette e molte illusioni e delusioni.
Però sono vie oltre modo affascinanti,
spesso più appaganti che il chiacchierio e
il mormorio delle molte parole. Vie dell’ineffabilità che ritornano a porre i problemi
della contemplazione silenziosa, del raccoglimento interiore e delle forme della preghiera contemplativa. La preghiera ha
quindi bisogno di molti spazi di silenzio;
tali tempi lunghi sono richiesti nella pedagogia della preghiera, eppure hanno bisogno di guida e di discernimento.
Ricerca di interiorizzazione
Al di là delle esigenze che possono venire dai metodi orientali, penso che oggi si
senta un profondo bisogno di interiorizzazione, di arrivare alla dimensione interiore
Ritmi e crescita
Voglio finalmente attirare l’attenzione su
due problemi che si presentano oggi nel
campo della pedagogia della preghiera.
12
Non è difficile iniziare una scuola di preghiera; è difficile continuarla e far crescere
le persone in questa esperienza. Ciò pone
due questioni.
Prima di tutto quella del ritmo della preghiera. Non vi è un’autentica esperienza di
preghiera se non vi è una perseveranza
nella preghiera, nel senso del perseverare
orante del Nuovo Testamento. Anche le
iniziazioni di gruppo devono portare alla
personalizzazione della preghiera. Questa
inoltre ha bisogno dei suoi ritmi, non facili
neanche a chi per impegno della propria
vocazione deve dedicare molto tempo a
questo esercizio, se non si mette al primo
posto Dio nella vita. Tanto più difficile per
chi non trova con una certa facilità i tempi
ed i luoghi che sono, se non necessari assolutamente, certamente molto convenienti
per la preghiera assidua, regolare e prolungata.
In secondo luogo penso al problema più
grave che è quello della crescita della preghiera e della vita di preghiera. Non si
deve intendere questa crescita in puri termini di psicologia, ma di normale sviluppo della vita cristiana, di crescita nella
comunione con Cristo e di docilità allo
Spirito, e quindi nel senso teologico-spirituale di un certo itinerario di preghiera del
quale parlano i maestri della vita spirituale. Inoltre, mi sembra che anche la preghiera liturgica, non nella sua oggettività ma
bensì nella sua soggettività, cioè nella concreta esperienza degli oranti, percorre un
certo cammino, anche se trovo praticamente inesistente l’attenzione a questa
problematica. Eppure è qui che il tema
“liturgia e spiritualità” si deve confrontare
con la questione dell’itinerario spirituale, il
dinamismo di crescita e di maturità nella
esperienza cristiana.
Il vero problema è il rapporto preghiera-vita a livello morale-spirituale della
persona, le possibili difficoltà e stanchezze nel cammino, le misteriose vie delle
promesse e delle sorprese di Dio nell’iti-
nerario verso l’Oreb della preghiera.
Queste cose sembrano per il momento
non preoccupare troppo eccessivamente i
pedagoghi della preghiera, supposto che
abbiano colto il problema. Ed è qui che il
confronto con i metodi orientali diventa
arduo. Questi promettono vie spedite
verso l’unione con il divino. La preghiera
cristiana sembra ignorare questi facili traguardi.
Quando e come introdurre
alla preghiera?
Il rito della consegna e della riconsegna
del Padre nostro nell’ambito della preparazione al battesimo, diventa un momento
importante ed impegnativo per la verità
stessa del rito; si tratta non solo di insegnare una preghiera ma di insegnare a
pregare. E poiché il rito della iniziazione
cristiana è la legge quadro o, se vogliamo,
il sacramento quadro della pedagogia dei
battezzati, abbiamo qui l’esigenza fondamentale di una educazione alla preghiera
come parte costitutiva di un autentico programma di pastorale battesimale degna di
questo nome. Più che attirare l’attenzione
su quando e come iniziare alla preghiera,
volevo sollevare il problema della necessità dell’educazione alla preghiera come
parte integrale della pastorale dell’iniziazione cristiana alla fede. Non basta insegnare le preghiere. Questo si fa; è bene
insegnare a pregare, anche ai più piccoli.
Nella misura in cui la preghiera è connaturale all’esperienza della fede, la necessità
di un’autentica iniziazione alla preghiera
nell’ambito della pastorale si pone chiaramente. L’iniziazione va fatta gradatamente
e in diversi momenti della vita. Ma probabilmente si tratta di un dispositivo pastorale da tenere sempre attivato nella vita
della Chiesa e delle singole comunità e,
nell’attenzione premurosa, per una crescita di qualità nella nostra vita e in quella
dei nostri fedeli.
13
Testimone e maestro di preghiera
La preghiera alla luce
della Dei Verbum
Per fondare una seria teologia della preghiera cristiana, desidero riportarmi all’origine stessa della preghiera che è il fatto
della rivelazione. È qui che noi troviamo il
carattere dialogico e il senso personale di
tale relazione di Dio con ciascuna delle sue
creature, che si realizza attraverso la preghiera. In questo atto Dio si rivela, cioè si
dona, si comunica e aspetta una risposta
incondizionata. La preghiera, pertanto,
non può mai separarsi dal senso globale
della vita di Dio e della vita dell’uomo.
La costituzione Dei Verbum del Vaticano
II ci permette di mettere in evidenza alcuni
aspetti di questa condiscendenza di Dio
che fondano la preghiera come mistero di
amicizia e di dialogo. Oggi questo documento è il più aperto al futuro perché ci
porta verso la sorgente stessa della parola
di Dio che attualizza, proclama e comunica in ogni generazione la storia della salvezza mediante la fede e l’orazione. È
parola costante e quotidiana affidata alla
Chiesa sotto l’azione dello Spirito. Grazie
ad essa, Dio entra in perenne dialogo di
amore con i suoi figli. È la Parola fatta
carne in Cristo Gesù, maestro, modello e
mediatore della preghiera cristiana, per
mezzo del suo Spirito.
-
-
-
DV 2: tra l’accoglienza della rivelazione
e la risposta umana
Il testo del paragrafo 2 della Dei Verbum
ci offre le linee principali che ci permettono di descrivere la teologia della preghiera
cristiana:
- La rivelazione di Dio è il dono che egli fa
di se stesso o della sua autocomunicazio-
-
14
ne. Dio si rivela come verità e vita, e
rivela anche il disegno della sua volontà;
questa comunicazione rivela all’uomo il
senso della sua vita e della sua storia,
alla luce del piano salvifico di Dio.
Questa rivelazione ha una dimensione
storica e si realizza nella economia trinitaria attraverso Cristo e nello Spirito
Santo, fino a comunicare all’uomo in
pienezza la vita divina. L’accoglienza e
la risposta avranno allo stesso tempo
una dimensione storica e una economia
trinitaria.
Il primo passo della rivelazione si attualizza mediante un movimento di condiscendenza, frutto dell’immenso amore di
Dio per gli uomini. Dio si rivela come
Amico con un’affabilità e familiarità che
si traducono in dialogo. Dio è l’Amico
degli uomini. È il Dio della filantropia
(amore per gli uomini) e della synkatàbasis (della condiscendenza), come dice la
teologia patristica orientale.
La rivelazione è in definitiva un invito
alla comunione profonda con Dio, alla
partecipazione alla sua verità e alla sua
vita, a un dialogo di parole e di opere,
dialogo di vita, insomma, che si manifesta e raggiunge la pienezza nel Cristo e
nel dono dello Spirito.
Questa lunga storia della salvezza alla
quale ciascun uomo è chiamato a partecipare, è fatta di parole e di opere tra
loro collegate e complementari. È una
storia di amicizia, un dialogo permanente che congloba la vita e la storia, un’offerta di vita divina personalizzata in ciascun uomo.
In questa prospettiva, la preghiera è precisamente un luogo privilegiato per accogliere e personalizzare la rivelazione, un
momento culminante della risposta che
richiede la continuità della vita quotidiana: risposta in parole ed azioni a un Dio
che si rivela e si dà anche attraverso i fatti
e le parole che costituiscono la storia della
salvezza.
logo di salvezza e comunicazione della vita
divina. Perciò la liturgia della Chiesa è
strutturata come la storia della salvezza
con parole e azioni (Parola e Sacramento) e
avvolta in un atteggiamento orante.
In continuità vitale con la liturgia e nella
realizzazione personale per ogni cristiano,
la preghiera permette questa risposta propria, irreversibile che si realizza attraverso
la fede e l’azione interiore dello Spirito. La
fede è già una dimensione della preghiera.
Però bisogna dire che la preghiera personale è il luogo normale della personalizzazione della vita di fede. È il luogo della celebrazione del dialogo, dell’alleanza nuova,
il momento del dialogo e del discernimento, delle opzioni e degli impegni. In esso si
manifestano la relazione di Dio con ciascuno e anche la dignità di ogni creatura che
entra nella storia della salvezza chiamata
con il suo nome, accolta nella dignità irrepetibile della sua persona singolare. La
preghiera è, dunque, anche coscienza della
propria dignità e responsabilità, uno spazio di libertà filiale davanti a Dio.
DV 5: accogliere la rivelazione
nella fede, per mezzo dello Spirito
Al tema iniziale della rivelazione che
culmina in Cristo e nello Spirito come
mistero di Alleanza nuova e definitiva,
corrisponde quello dell’accettazione o dell’accoglienza personale della rivelazione,
grazie all’azione efficace dello Spirito.
Tutta la grande tradizione biblica ci insegna che il rapporto di Dio con il suo popolo e con ciascuno dei suoi figli si attualizza
nel dialogo della preghiera. Questa è
anche l’esperienza di Gesù che prega in
dialogo con il Padre, e l’esperienza della
Chiesa fin dai suoi primi albori.
La preghiera è la forma che instaura la
relazione dell’uomo con Dio: è accogliere
Dio che si rivela e si dona, è celebrarlo e
rispondergli. È la sintesi vitale e coerente
della fede, della speranza e della carità.
Mediante la preghiera, la Chiesa si apre al
mistero trinitario e lo accoglie nella propria
vita. Tutto questo si realizza in un modo
sacramentale e comunitario nella liturgia
della Chiesa che è attualizzazione del dia-
DV 8: la preghiera, ermeneutica
complementare della rivelazione
È importante sottolineare, come è detto
in questo numero, che la preghiera e anche
la contemplazione dei cristiani ha costituito, e continua a costituire, uno dei fattori
di arricchimento della comprensione delle
parole e degli avvenimenti della rivelazione. “Cresce infatti la comprensione, tanto
delle cose quanto delle parole trasmesse,
sia con la riflessione e lo studio dei credenti - i quali le meditano in cuor loro (cf Lc
2,19.51) -, sia con l’esperienza data da una
più profonda intelligenza delle cose spirituali”. C’è qui un’allusione al mistero della
preghiera cristiana come meditazione
sapienziale, e contemplazione ed esperienza dei fatti e delle parole rivelate. Si tratta
di una specie di ermeneutica fatta in
comunione con la Chiesa e con l’assistenza
15
Parola, è destinata al fallimento o all’illusione. Al contrario, ogni preghiera che passa
attraverso i sentieri della Parola avrà la
forza e il vigore, il realismo e la densità, l’attualità e la ricchezza del dialogo di salvezza
tra Dio che ha interpellato e l’uomo che
ascolta e risponde nella propria storia. Se la
Scrittura è la sorgente limpida ed eterna
della vita spirituale, lo è sicuramente quando si tratta di una Parola pregata e vissuta.
dello Spirito Santo. Di fronte a questo testo
occorre fare due osservazioni:
- la prima, per sottolineare il carattere
mariano esemplare della meditazione
della parola nel profondo del cuore,
come coscienza e penetrazione delle
parole e degli atti di Gesù; in effetti,
quando la Chiesa medita e prega, vive
una funzione tipicamente mariana;
- la seconda osservazione si riferisce al
fatto di poter penetrare attraverso la
meditazione e l’esperienza nella comprensione profonda e vitale della rivelazione;
si può parlare qui sia dell’esperienza
mistica alla quale aprono la preghiera e
la contemplazione, sia anche dell’esperienza quotidiana attraverso cui si cerca
di vedere alla luce di Dio gli eventi della
vita della Chiesa e della storia personale
che si trasforma in storia della salvezza.
DV 25: il dialogo della preghiera
La Chiesa ci offre non soltanto una serie
di princìpi dottrinali che illuminano la teologia della preghiera cristiana, ma anche un
invito urgente che, in cerchi concentrici,
raggiunge tutte le categorie del Popolo di
Dio, affinché si realizzi un’esperienza della
lectio divina che culmina nel dialogo della
preghiera cristiana: “Ma - è necessario
ricordarsene - la lettura della Sacra Scrittura
dev’essere accompagnata dalla preghiera,
affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio
e l’uomo”. Questa definizione della preghiera cristiana è sottolineata da un testo di
S. Ambrogio che riprende un insegnamento
comune ai Padri della Chiesa: “È a Dio che
parliamo quando preghiamo, Lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini”.
Questa osservazione della Chiesa ci presenta la struttura di dialogo della preghiera cristiana come realizzazione personale
della relazione con Dio. In realtà non c’è
lettura della Parola nella fede che non
esiga di essere accolta nella preghiera.
Non c’è preghiera cristiana che, direttamente o indirettamente, non sia provocata
e vivificata dalla parola divina. Bisogna
dunque orientarsi verso la struttura normale del rapporto con Dio che è di vivere
la sua amicizia nel dialogo salvifico della
parola. In questo si radica la teologia
autentica della preghiera, capace di favorire nella Chiesa una pedagogia, una prassi
che faccia crescere i cristiani del nostro
tempo nel colloquio con Dio.
DV 21: la meditazione costante
della Parola
La meditazione costante della rivelazione
è la Parola a cui la Chiesa riserva una venerazione speciale, simile a quella che riserva
all’Eucaristia. Vale la pena considerare di
nuovo uno dei paragrafi di questo numero:
“Nei Libri Sacri, il Padre che è nei cieli
viene con molta amorevolezza incontro ai
suoi figli e discorre con essi; nella parola di
Dio è insita tanta efficacia e potenza, da
essere sostegno e vigore della Chiesa, e per
i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo
dell’anima, sorgente pura e perenne della
vita spirituale”. Bisogna mettere in rilievo
in questo testo che la rivelazione e la sua
accoglienza, la ricchezza dell’interpretazione che possiamo fare nella preghiera circa il
mistero di Dio nella nostra storia, passano
continuamente attraverso la Parola, oggetto
primario della meditazione e della preghiera cristiana, attualizzazione costante della
conversazione di Dio con i suoi figli.
Da qui deriva che ogni preghiera, che non
si orienta decisamente verso il cammino
della meditazione e dell’ermeneutica della
16
Testimone e maestro di preghiera
Originalità
della preghiera cristiana
come suo Padre nello Spirito Santo di Dio,
che egli ci trasmette veramente, perché noi
possiamo scrutare con esso le profondità
di Dio... La meditazione cristiana è così,
nello stesso tempo, pienamente trinitaria e
pienamente umana. Nessuno deve voltare
la schiena alla propria umanità personale e
sociale per trovare Dio, per vedere il
mondo e se stesso così come devono essere
contemplati dalla parte di Dio”.
Se Dio ha parlato
Ci piace rimandare qui ad una pagina
essenziale di von Balthasar che fa da prologo al suo opuscolo Meditare da cristiani
(Brescia 1986, pp. 7 e ss.), dove parla della
profondità della rivelazione cristiana nella
Parola del Padre che è Cristo e quindi
della profondità della meditazione e della
preghiera che partecipano in Lui e nella
sua parola delle profondità del mistero trinitario e del mistero umano.
“Tutto dipende - egli scrive - dall’interrogativo se Dio ha parlato all’umanità […]
oppure se l’Assoluto resta il Silenzio al di
là di ogni parola terrena”. Se la seconda
ipotesi rimanesse vera, ed in parte lo è per
chi non conosce la rivelazione, tutti i sentieri per la ricerca dell’Assoluto rimangono aperti. Ma se è corretta la prima ipotesi,
cioè che Dio ha parlato e ci ha parlato nel
Figlio suo, ecco che la preghiera, cioè il
nostro modo di accogliere Lui ed andare
verso di Lui, non può essere altro che lo
stesso percorso con il quale egli è venuto
fino a noi aprendo sentieri di luce nel
cuore dell’uomo, ed è ritornato al Padre
aprendo il sentiero della comunione. Nella
preghiera di Cristo tocchiamo le profondità del mistero trinitario e l’interiorità dell’uomo orante. Ed è appunto il caso della
preghiera per i cristiani della quale afferma in sintesi il nostro autore:
“La meditazione cristiana può iniziare
solo là dove Dio si rivela come uomo,
dove dunque questo uomo rivela Dio in
tutta la sua profondità. Ed essa si può realizzare pienamente là dove l’uomo rivelatore, Gesù Cristo Figlio di Dio, rivela Dio
Rivelazione e preghiera
Ecco perché la Parola rimane sempre il
contatto con il Dio della rivelazione e
garantisce continuamente il realismo e la
verità della preghiera; al di là di ogni possibile illusione ci unisce a Colui che ci ha
parlato nella pienezza dei tempi come
Parola unica e sostanziale del Padre. Alle
parole di Dio o alla sua Parola deve esplicitamente o implicitamente riferirsi ogni preghiera cristiana. Per i cristiani la preghiera
è fondamentalmente la ricerca di Dio in
Cristo, pienezza della rivelazione; è l’ascolto delle sue parole e da qui l’articolazione
di un dialogo vitale, di una risposta.
Inoltre non soltanto Dio si è rivelato, ma
egli chiede di stabilire con noi un colloquio amichevole, ci ha resi atti a questo
dialogo mediante il suo Spirito che, abitando nei nostri cuori, ci dice che noi
siamo allo stesso tempo il soggetto della
preghiera e il luogo in cui si può instaurare
il dialogo. Abbiamo davanti a noi la
Parola fatta carne, la Rivelazione divenuta
persona, in Gesù Cristo, l’eterno interlocutore degli uomini. Questa presenza del
Signore e del suo Spirito, che ci ricorda
17
che siamo invitati al dialogo della salvezza e insieme abilitati per questa conversazione, libera la preghiera cristiana dall’illusione e dall’inganno. La preghiera non è
un cammino verso una meta oscura e sconosciuta; non è un grido che si perde nell’abisso dell’universo; non è nemmeno
una penosa introspezione che sfocia nel
nostro proprio “io”. In Cristo e nel suo
Spirito, la preghiera è sempre un dialogo
a doppio senso, un cammino aperto verso
il Padre, una Parola che avanza sempre
verso il suo misterioso destino, grazie a
colui che prega in noi con gemiti ineffabili, lo Spirito Santo, e a colui che è sempre
pronto a intercedere per noi, Gesù Cristo,
nostro Mediatore, attraverso il quale resta
libero l’accesso del Padre verso noi e dell’umanità verso Dio.
La Parola di Dio non soltanto libera la
nostra preghiera da possibile illusione, ma
ci offre tutta la ricchezza di ciò che Dio ci
ha rivelato e continuamente ci dice attraverso Cristo che è la sua Parola unica e
definitiva. Se si tratta di un dialogo di
amicizia, non possiamo escludere due
cose essenziali che fondano e facilitano
questo colloquio con Dio: l’iniziativa del
suo amore e la presenza della sua persona.
Noi preghiamo perché sappiamo che Dio
ci ama; preghiamo perché sappiamo che
questo amore di Dio si è fatto vicino fino
ad essere presenza dentro di noi. Ma non
è Dio che deve rispondere, è l’uomo che
deve sempre dare la risposta a Dio che si è
rivelato, ci ha amati per primo e si è reso
presente. Il che non esclude che si intensifichi il dialogo e che l’uomo implori e
chieda a Dio delle risposte; occorre tuttavia avere coscienza che sarà sempre l’uomo che dovrà attualizzare, incarnare, rivivere in ogni momento le sue parole di
risposta a Dio.
In questa prospettiva, la preghiera non
può essere un’attività puramente mentale;
essa fa appello alla persona umana tutta
intera. Non è un relax psicologico né una
segreta ricerca di potere e di conoscenze
nascoste; è un’apertura al potere della grazia di Dio e ai tesori della sua sapienza.
Non può essere un semplice incontro con
il nostro io interiore; la preghiera deve sfociare nell’incontro con Dio che vive in noi
ma è diverso da noi. Non sarà nemmeno
un discorso accademico che faremo con
Dio; sarà un umile ascolto, una ricerca
della sua verità, un’apertura alla sua
comunicazione e una risposta iniziale di
disponibilità alla sua parola e alla sua
volontà. Pertanto, lungi dall’essere un’astrazione o un esercizio metodico, accademico, vagamente religioso, praticamente
privo di significato per la vita del credente, la preghiera si colloca al centro stesso
della nostra esistenza, della storia di salvezza che Dio le rivela con la sua parola e
l’esperienza di vita che il credente fa ogni
giorno nella sua esistenza concreta.
Valore teologale
della preghiera cristiana
Non c’è vera vita di fede senza apertura
al mistero, costantemente attualizzata, che
è la preghiera. Purtroppo, molti cristiani
non hanno coscienza di qualcosa che è evidente. Abilitati dal battesimo a recitare il
Padre Nostro, essi sono chiamati a penetrare tutte le dimensioni che la preghiera del
18
Signore apre a coloro che si chiamano e
sono veramente figli di Dio. Senza questa
coscienza filiale la vita cristiana si impoverisce; non c’è la libera e amorosa relazione
con Dio propria di un figlio, di un amico.
Non si riesce a dare tutto il suo valore alla
dignità e alla responsabilità di essere cristiano.
Ciò influisce sulla visione della vita cristiana che non è percepita nella sua
dimensione di alleanza, di presenza di
Dio e di comunione d’amore con Lui, di
offerta di salvezza e di risposta gratuita al
suo servizio, di obbedienza alla sua legge
per amore. Senza questo valore della preghiera, il cristianesimo si degrada al
punto da diventare un’abitudine, un
moralismo di obblighi o un giuridismo di
prescrizioni, espressione di una religiosità
naturale che progetta i suoi bisogni piuttosto che essere l’accoglimento del Dio
Amore che si è rivelato. Il Dio dei cristiani, rivelato in Gesù e comunicato dal suo
Spirito, resta lontano, sotto una immagine
deformata. E il cristiano non si sente più
ormai né figlio né amico di Dio, perché
non parla con Dio come un figlio e non
percepisce la sua relazione con Lui come
un’autentica comunione di amicizia e di
vita.
Da qui l’urgenza pastorale di una educazione della fede che arrivi a una educazione
della preghiera, di una pedagogia della preghiera per ciascun cristiano, che ci renda
capaci di superare il cristianesimo convenzionale per arrivare a un cristianesimo convinto nel quale ciascuno si senta interpellato da Dio e invitato a ricevere la vita divina in abbondanza.
Una rivitalizzazione del cammino della
preghiera personale, al di là della semplice ripetizione di formule o della partecipazione impersonale alla liturgia, diventa
indispensabile. Si tratta di dare ai cristiani
la loro propria dignità di figli che parlano
familiarmente con Dio in ogni tempo e in
ogni luogo, nel santuario del loro cuore.
Pregare per essere cristiani
Pregare giorno dopo giorno, aperti a Dio
che fa la storia con noi e assume la nostra
esistenza nella sua storia di salvezza, non
può essere per nessun cristiano, sacerdote,
religioso o laico che sia, né un momento
marginale della sua vita di fede, né un
tempo perduto della sua giornata, né
un’attività puramente facoltativa o un
esercizio per una élite di spirituali. La preghiera è molto di più: è l’esercizio e il
luogo quotidiano della fede personale,
l’appuntamento naturale in cui si attualizzano per noi la rivelazione di Dio e la
nostra risposta, il punto centrale del
discernimento costante della nostra fedeltà
dinamica alla storia della salvezza personale e comunitaria.
Il cristiano, per essere figlio di Dio e
discepolo di Cristo, non può fare di meno
che essere un uomo di preghiera. Basterà
ricordare che nel battesimo cristiano, il
gesto dell’Effatà nel quale si fa il segno
della croce nell’orecchio e sulla bocca, ha il
suggestivo significato di una iniziazione, di
un’abilitazione al dialogo totale: ad ascoltare la Parola e ad aprire le labbra nella lode
della preghiera. Il cristiano è “colui che
ascolta la Parola” e, al tempo stesso, “colui
che confessa la sua fede” e la attualizza nel
dialogo con Dio. Occorrerà ricordare anche
che, nella dignità battesimale del cristiano,
entrano contemporaneamente il senso sacerdotale della propria vita e la dimensione profetica e regale della propria vocazione.
Quando il cristiano prega, esercita il suo
sacerdozio filiale. Quando ascolta la Parola
e la medita nel suo cuore, egli vive il più
autentico profetismo, quello dei confidenti
e amici di Dio; quando prega si comporta
da re, da figlio del Re. Non si possono
rivolgere parole in nome di Dio, in un profetismo falso, quando le stesse parole che si
ricevono da Dio per essere trasmesse non
sono passate attraverso il cuore prima che
attraverso le labbra.
19
La preghiera si può definire come una
“storia di amicizia con Cristo”. Nella
dimensione storica si inserisce il dinamismo di una relazione che non fa che crescere in intensità e in fedeltà.
Accentuando l’amicizia, si pone in rilievo
la carità con tutte le sue conseguenze da
parte di Dio (presenza, compagnia, comunione, condiscendenza, apertura al dialogo) e tutte le sue esigenze da parte di chi
prega (ascoltare la parola di Dio, fare la
sua volontà, progredire sotto la sua iniziativa attraverso le gioie e le prove della
vita). La personalizzazione nel Cristo fa
della preghiera un incontro interpersonale
con colui che è insieme piena rivelazione
di Dio e piena rivelazione dell’uomo. In
realtà, là dove c’è una risposta di amore
c’è anche una risposta di fede e di speranza. Pregare è celebrare nel santuario del
cuore dell’uomo la presenza di Dio e della
sua salvezza, in un dinamismo crescente
di fedeltà alla storia di Dio e alla storia
che vive il cristiano nella Chiesa e nell’umanità.
La preghiera, essendo per sua natura un
esercizio totalizzante di relazione con Dio,
diventa un vero concentrato di virtù teologali. Il cristiano che è colui che crede,
spera e ama - è questa la sua originalità
fondamentale! - si realizza come uomo
teologale e cresce in questa relazione con
Cristo a misura che la sua preghiera è più
autentica e che la sua relazione si apre a
tutte le dimensioni che solo Dio sa scavare
nel cuore del credente finché la comunicazione sia piena e la risposta assoluta. Per
questo motivo la preghiera, che è la
coscienza battesimale ed eucaristica che
attualizza la vocazione cristiana e la realizza in pienezza, quando è vissuta con la
dovuta densità e pienezza nella Chiesa,
diventa sorgente di dinamismo apostolico
perché disponibilità totale a un Dio che ci
chiede la vita per fare di noi i suoi collaboratori.
Nella linea dell’amicizia
e della risposta teologale
Nella Dei Verbum n. 2, ci viene ricordato
che “Dio parla agli uomini come ad amici
e si intrattiene con essi per invitarli e
ammetterli alla comunione con Sé”. In
questo contesto, si evoca l’amicizia di Dio
con Mosè il quale parlava a Dio come a un
amico (Es 33,11) e l’amicizia di Gesù con i
suoi discepoli che egli non chiamava più
servi ma amici perché condividevano con
lui i segreti della sua intimità (cf Gv 15,1415). Colui che prega è un amico. E la preghiera “un rapporto di amicizia”, come
dice s. Teresa. J. Moltmann ha attirato l’attenzione sulla necessità di ravvisare nella
teologia cristiana la dimensione dell’amicizia come uno degli attributi di Dio e
della rivelazione di Cristo, che ha il suo
radicamento soprattutto nella teologia
biblica e patristica e che potrebbe convincere meglio l’uomo di oggi parlandogli di
Dio.
L’amicizia divina è una dimensione che
già Ireneo di Lione esaltava come caratteristica della rivelazione e della sua piena
manifestazione in Cristo. In questo campo
lo seguirono Agostino e Ambrogio in
Occidente; Origene, Giovanni Crisostomo
ed altri in Oriente, fino a Nicola Cabasilas
che parla della grande amicizia di Dio
verso l’uomo. È curioso che nelle prime
definizioni della preghiera cristiana figuri
pienamente il tema dell’amicizia di Dio
con l’uomo. Clemente Alessandrino ricorda che “l’uomo spirituale parla con Dio
come con un amico, cuore a cuore” (Strom.
VII). E Giovanni Crisostomo afferma che
“la preghiera o dialogo con Dio è un bene
supremo perché è una comunione intima
con Dio” (Sulla preghiera, Omelia n. 6: PG
64,462). È in questa linea pienamente biblica e patristica che si colloca la famosa definizione teresiana della preghiera: parlare
tra amici, spesso, solo a solo con colui dal
quale ci si sa amati (cf Vita, 8, 5).
20
Testimone e maestro di preghiera
Eucaristizzare la preghiera
L’espressione “eucaristizzare” la preghiera può sembrare insolita. In realtà
evoca semplicemente la possibilità di dare
alla nostra preghiera la varietà e la ricchezza dei sentimenti che la Chiesa esprime
nella preghiera eucaristica. In tale maniera
la oratio può acquistare il tono di una preghiera personale che, modulata con le
espressioni della preghiera eucaristica, ne
è come un prolungamento. Pregare con i
sentimenti della preghiera eucaristica ci
permette di cogliere prima di tutto la
varietà e armonia dei momenti della preghiera: ringraziamento, epiclesi, offerta,
intercessione; inoltre ci insegna a scoprire
in questi sentimenti come un complesso
realismo del rivolgersi a Dio con i sentimenti umani del cuore, con gli atteggia-
menti religiosi del popolo d’Israele, con il
cuore del Figlio e finalmente con la preghiera della Chiesa.
Gli atteggiamenti
della preghiera eucaristica
Ci sia permesso accennare brevemente a
ciascuno degli atteggiamenti della preghiera eucaristica con la loro densità teologica e spirituale.
Ringraziamento
II nome e la struttura della preghiera
eucaristica ci ricordano la sua caratteristica: è preghiera di lode e di ringraziamento.
Da questo nobilissimo sentimento del
cuore umano sono pervasi tutti gli elemen-
21
ti dell’anafora: il prefazio ed il Sanctus, il
post-Sanctus e le parole dell’istituzione,
nelle quali si fa memoria dell’atteggiamento di Gesù che “rese grazie con la preghiera di benedizione”, magnificando la misericordia del Padre. Vi è il senso di ringraziamento, l’anamnesi dei misteri e della
consapevolezza del servizio sacerdotale; il
ringraziamento esplode nella dossologia
finale con l’incomparabile terminologia
cristologica e trinitaria del canone romano
che riassume la ricchezza dei doni in
Cristo e della nostra risposta ancora in Lui.
La Chiesa esprime la sua lode ed adorazione al Padre per quello che egli è - la lode
teologica - ed il suo ringraziamento per
quello che egli ha fatto - il ringraziamento
per 1’“economia” della salvezza -; lo fa in
un suo aspetto particolare o nel racconto
delle sue meraviglie, che ora si concentrano nel corpo e sangue del Crocifisso
Risorto, con la consapevolezza che nell’eucaristia è raccolto in uno tutto ciò che Dio
ha fatto e farà per gli uomini.
Epiclesi
L’Eucaristia è anche epiclesi, invocazione
ardente e fiduciosa al Padre affinchè invii
lo Spirito Santo. Varie sono le realtà che
nel corso della preghiera sono attribuite
all’azione dello Spirito Santo invocato.
Tutta l’Anafora è già una preghiera nello
Spirito. La conversione sacramentale del
pane e del vino sono opera dello Spirito
Santo. Chi altro avrebbe la possibilità di
realizzare questa meraviglia se non lo
Spirito Santo creatore e ricreatore, lo
Spirito della novità delle opere della divina Pentecoste? E come potrebbe essere
solo una transignificazione o una transfinalizzazione e non una transustanziazione
l’opera possente dello Spirito che non solo
cambia il significato e la finalità del pane e
del vino, cosa che al limite possiamo fare
anche noi, ma possiede il potere di sottomettere la creazione all’opera onnipotente
del Padre che fa una “nuova creazione”
mediante la transustanziazione del pane e
del vino nel corpo e sangue del Signore
Risorto? È pure con la stessa logica che si
chiede che lo Spirito della Pentecoste, che
impregna il corpo ed il sangue eucaristico
del Cristo Risorto, faccia dell’assemblea il
Corpo del Signore e un sacrificio perenne
gradito al Padre.
Offerta di Cristo e di noi stessi
II memoriale comporta l’offerta attualizzata del sacrificio redentore di Cristo da
parte della Chiesa secondo la classica
struttura delle parole del canone romano:
memores offerimus, “celebriamo il memoriale ed offriamo...”. Ripresentiamo al
Padre dall’altare nel tempo e nello spazio
della Chiesa, il sacrificio di Cristo, offerto
una volta per sempre sul Calvario, presente ora nei segni sacramentali (il corpo
dato in sacrificio ed il sangue versato
della nuova ed eterna alleanza). Ma assieme a Cristo, la novità di ogni Messa, quella che il Signore ci chiede, sta appunto in
22
quella co-offerta della Chiesa, del Capo e
del Corpo, della Sposa unita allo Sposo.
Cristo non torna al Padre a mani vuote,
porta con sé l’oblazione della sua Chiesa,
il sacrificio spirituale dell’esistenza, l’impegno di vivere nella logica del sacrificio
stesso di Cristo, in totale obbedienza al
Padre, in oblatività di amore, fino al dono
della vita per i fratelli.
Per questo all’attualizzazione dell’offerta
con Cristo deve seguire, per non vanificare
l’impegno assunto, la logica del vivere il
culto spirituale dell’esistenza, l’essere un
sacrificio spirituale gradito al Padre. Un
impegno per tutta la vita, un patto quotidiano: essere come Cristo, Eucaristia per il
Padre e per i fratelli.
lizza nella sua filiazione divina il vertice
della preghiera umana e della preghiera
d’Israele, quella, infine, della Chiesa. Non
possiamo soffermarci a farne qui un’analisi dettagliata, basti solo un esempio riferito alla preghiera di ringraziamento.
Essa nella sua complessa costellazione di
sentimenti di lode, di benedizione, di rendimento di grazie, proclamazione e grata
memoria di quello che Dio è e di quanto
egli ha fatto per noi, presuppone sempre il
senso antropologico della lode e del ringraziamento: la maturità umana del conoscere e riconoscere, dell’ammirare e del
corrispondere, del contemplare e del dire
in mezzo all’assemblea con gioia, libertà e
spontaneità, la parola bella del grazie,
come memoria dei benefici, accompagnata
dallo stupore per la gratuità dei doni, per
polarizzarsi in contemplazione in quel Tu
finale: “A te Dio Padre onnipotente...”, da
cui tutto viene perché egli è tutto.
Questo senso antropologico ha la sua spiccata espressione nella preghiera dell’uomo
religioso dell’Antico Testamento; in essa il
popolo di Israele o ciascuno degli oranti,
vede tutto alla luce della creazione e della
pasqua; quindi egli contempla la natura e
la storia come trasparenza della presenza e
dell’amore di Dio per noi. Per questo il
vertice della preghiera d’Israele nella
Pasqua esaurisce nella molteplicità delle
espressioni il linguaggio della lode:
“Perciò è nostro dovere rendere grazie,
lodare, celebrare, glorificare, magnificare,
encomiare colui che fece ai nostri padri e a
noi questi prodigi...”.
È nel cuore del Figlio che la preghiera di
lode e di ringraziamento attinge il vertice
dell’umano e della tradizione israelitica.
Gesù si è inserito nel popolo che “sapeva
pregare” ed ha manifestato la sua predilezione per la preghiera di ringraziamento e
di glorificazione. È la preghiera che avvolge il gesto dell’istituzione nell’ultima Cena
e pervade la grande orazione “sacerdotale” del cap. 17 di Giovanni.
Intercessione
Infine la Chiesa intercede per il mondo
davanti al Padre, chiede di rendere effettivo
il frutto del sacrificio di Cristo e della sua
perenne intercessione celeste, estendendola a tutti gli uomini, in una presentazione
delle intenzioni più care, la santità e l’unità della Chiesa, dei suoi pastori e ministri,
di tutto il popolo santo di Dio, di particolari categorie di persone, dei vivi e dei
defunti, senza che nessuno rimanga escluso dall’efficacia dell’Eucaristia, affinché
per tutti si realizzino le promesse della
vita eterna, della risurrezione finale, della
ricapitolazione in Cristo di tutte le cose,
dei cieli nuovi e della terra nuova.
Ricchezza umana, biblica,
cristologica ed ecclesiale
Gli atteggiamenti descritti hanno la fortuna di sintetizzare, per così dire, i sentimenti essenziali e più nobili della preghiera. Ognuno di essi contiene, nella verità
delle parole espresse, la profondità dei
sentimenti della preghiera a quattro livelli
essenziali e interdipendenti: la preghiera
del cuore umano, quella dell’uomo religioso
della Bibbia, quella ancora di Cristo che rea-
23
È finalmente la preghiera che la Chiesa
assume, interpreta ed attualizza, fino a
renderla propria in questa complessa e stimolante ricchezza del cuore che si apre
alla lode, dell’uomo religioso che fa
memoria delle meraviglie di Dio, della
preghiera benedicente e glorificatrice del
Figlio.
Non si tratta solo di atteggiamenti di
preghiera, ma altresì di atteggiamenti di
vita. Non dovrebbe esistere distanza fra la
Chiesa in preghiera e la vita della Chiesa,
almeno in quell’attimo della celebrazione
eucaristica. La Chiesa che prega, infatti,
rivela il suo vero volto, il suo voler essere
ed il suo dover essere, fin dalle profondità
della sua esistenza umana. Non possiamo
ringraziare senza la logica di una esistenza
che sia grata a Dio, che sappia ringraziare
Dio per tutto, che si espanda nella gratuità
del dono al servizio dei fratelli. Non possiamo chiedere ed ottenere lo Spirito se
non per vivere secondo lo Spirito. Non
possiamo offrire Cristo e offrirci con Lui
senza diventare con una vita sacerdotale e
cultuale un’oblazione totale e pura, a lode
della sua gloria. Non possiamo intercedere
per la salvezza di tutti, senza avere il
cuore colmo di ardore apostolico per
attuarlo con la preghiera, la sofferenza e
l’azione apostolica.
graziare per tale circostanza lieta o dolorosa, sapendo che “tutto è grazia”, ad invocare fiduciosamente lo Spirito per poter
vivere tale circostanza con assoluta docilità filiale, ad accettare o impegnare la
nostra volontà e la nostra vita in una offerta sacrificale davanti alle esigenze, talvolta
eroiche, che tale circostanza ci chiede, ad
intercedere per tutti coloro che, amici o
nemici, sono coinvolti con me in tale fatto.
Altre volte si tratterà semplicemente di
dare spazio alla preghiera, ora con uno ora
con l’altro di questi atteggiamenti, secondo le circostanze... Nella capacità di eucaristizzare la nostra preghiera risuona l’autentica preghiera nello Spirito, ed il Padre
ascolta nella nostra voce quella di Cristo e
quella della Chiesa che prega così. Chi
impara ad eucaristizzare la propria preghiera, progressivamente impara pure ad
eucaristizzare la vita, a vivere in uno stile
eucaristico di lode, di invocazione, di
offerta, di intercessione universale.
Dalla preghiera eucaristica
alla preghiera personale
Si può eucaristizzare la parola. A partire
da un brano biblico nel momento della oratio, lasciar fluire con spontaneità, talvolta
senza rumore di parole questi atteggiamenti della preghiera eucaristica, personalizzando al massimo il nostro dialogo con
il Tu trepido e filiale che rivolgiamo a Dio.
Lo stesso si può fare a partire da una situazione o un evento, da una circostanza che
vogliamo rimettere nelle mani del Signore
attraverso una preghiera che ci aiuta a rin24
Testimone e maestro di preghiera
Verso il raccoglimento
La pedagogia teresiana della preghiera
si concentra nel raccoglimento come in un
suo metodo semplice ed efficace, autenticato dalla sua esperienza. Ci troviamo
davanti a quel tipo di preghiera che Teresa
si è sforzata di inculcare, sottolineandone
la facilità e il profitto spirituale che se ne
ricava: “II Signore voglia insegnare questo
modo di orazione a quelle tra voi che non
lo conoscono. Da parte mia vi confesso che
non ho mai saputo cosa fosse pregare con
soddisfazione, finché il Signore non me
l’ha insegnato; ho sempre trovato tanti
vantaggi in questa abitudine di raccoglimento interiore che per tal motivo mi sono
così dilungata in proposito” (C 29,7).
Difatti, la nostra autrice ha dedicato ben
quattro capitoli del Cammino di Perfezione
(26, 27, 28 e 29) per illustrare a diverse
riprese le caratteristiche, i mezzi e gli effetti di questa sua tipica preghiera. La nostra
esposizione non vuole essere un’analisi
dettagliata di questi capitoli, ma semplicemente una esposizione progressiva ed
integrativa dei diversi momenti di questa
preghiera e un invito alla lettura personale
di quanto la Santa propone nelle sue pagine dense di evocazioni, capaci di trasmettere con forza carismatica il gusto per questo tipo di preghiera contemplativa, una
specie, passi la parola, di yoga teresiano.
sfera interiore dell’uomo, per realizzarsi
dentro, e una grazia contemplativa che
suppone l’azione di Dio che “attira” e
“raccoglie” i sensi esterni ed interni. Si
può parlare allora di raccoglimento attivo
e passivo. Nella nostra esposizione ci riferiamo specialmente al primo tipo di raccoglimento. Poiché trattiamo di un metodo,
cioè di qualcosa che sta nelle nostre mani,
ci riferiamo al raccoglimento attivo anche
se supponiamo, secondo la dottrina della
Santa, che questo sboccia, per puro dono
di Dio, in un raccoglimento passivo che si
potrebbe paragonare al movimento col
quale il Signore “raccoglie”, come il pastore con un fischio le pecore, le nostre potenze esteriori ed interiori (cf M IV, 3,2 e R 5).
Una breve e sostanziosa definizione del
raccoglimento viene data in questi termini:
“Si chiama raccoglimento perché raccoglie
l’anima, tutte le potenze, ed entra dentro di
sé, con il suo Dio...” (cf C 28,4.) Vengono
qui indicati i tre momenti caratteristici:
- raccoglie l’anima, tutte le potenze: interiorizzazione dei sensi esterni ed interni;
- entra dentro di sé: realizzazione nella
propria interiorità;
- con il suo Dio: rapporto interpersonale.
Esiste un primo tentativo di raccoglimento in
quanto si cerca di staccare i sensi esterni ed
interni dai propri oggetti per attirarli verso
un’altra realtà che media il rapporto con
Dio. Ma queste mediazioni devono essere
interiorizzate in un secondo momento, per arrivare alla comunicazione con Dio nella propria interiorità. La realizzazione nella propria
interiorità viene proposta dalla Santa con
forza in questo contesto, per offrire prima
di tutto ai sensi interiori la meraviglia e lo
stupore di un mondo nuovo nel quale pos-
“Raccoglimento”: risonanze e contenuti
La parola “raccoglimento” è stata presa
da Teresa dal linguaggio spirituale del suo
tempo. Ma in lei ha una originalità e semplicità singolari. Esprime un movimento di
interiorizzazione che si stabilisce in una
sosta contemplativa. Esprime insieme uno
sforzo attivo per attirare i sensi verso la
25
forse in sei mesi”, aprendo la strada ad
altre forme passive di comunicazione con
Dio (C 29,8). Teresa conclude la sua esposizione sulla preghiera di raccoglimento sottolineando la necessità dello sforzo: “Non
s’impara nulla senza un po’ di fatica...”; l’apertura al dono: “... Il Signore, volendolo,
potrà innalzarvi a grandi cose, giacché scoprirà in voi la disposizione adatta, trovandovi vicine a sé” (Ibid.).
Si tratta di un esercizio che richiede una
certa gradualità, che impegna in uno sforzo di cui non si vedono subito i frutti, ma
che a lungo andare fiorirà in una semplificazione del processo di raccoglimento dei
sensi. Lo fa intendere Teresa con fine intuizione: “Quantunque in principio non ci si
renda conto di tali effetti... se l’anima si
abitua ad esso, (pur con la fatica che costa
all’inizio reclamando il corpo i suoi diritti...) se
prosegue in tal maniera per alcuni giorni e
fa seri sforzi, ne vedrà chiaramente il vantaggio perché, cominciando ella a pregare,
i suoi sensi si raccoglieranno come quando
le api, tornate all’alveare, vi entrano per
fare il miele...” (C 28, 7). Lo sforzo dell’uomo di cercare il Signore dentro di sé viene
sono realizzarsi. Il rapporto interpersonale è
l’approdo normale di questa preghiera:
parlare, essere con Dio, dentro di noi.
I tre momenti costituiscono una sola
esperienza, dove va sottolineato il rapporto interpersonale. Raccogliere i sensi è
favorire la piena presenza a se stessi e a
Dio. Realizzarsi nella propria interiorità
risponde alla domanda: Dove incontrare
Dio? Dio è dentro di noi! L’interiorità assicura la piena apertura dei due protagonisti
dell’incontro fino alla comunione.
“Raccogliersi”: possibilità e mezzi
La preghiera di raccoglimento è un’attività che dipende in fondo dallo sforzo
umano, aiutato dalla grazia, e non un fatto
assolutamente soprannaturale come può
essere il raccoglimento passivo, puro dono
di Dio, per il quale non si possono avanzare pretese. In Cammino c. 25, 1-3, dopo una
descrizione della contemplazione, la Santa
conclude: “Si tratta di opera sua che supera le nostre umane possibilità”. Teresa
definisce così la preghiera strettamente
mistica, anche nelle forme più semplici:
“Chiamo io soprannaturale quello che noi
non possiamo assolutamente acquistare
con i nostri mezzi e la nostra diligenza,
pur cercando di procurarcelo, anche se
possiamo disporci...” (R 5,3).
Ma ogni sforzo in questo campo vale la
pena di farlo e viene ampiamente ripagato.
Teresa ce lo ricorda con parole persuasive:
“Oh sorelle mie, voi che non potete discorrere molto con l’intelletto, né potete concentrare il vostro pensiero senza cadere in
distrazioni, abituatevi a ciò che vi suggerisco, abituatevi!... Se non lo otteniamo in un
anno, impieghiamocene pur molti! Non
rimpiangiamo un tempo così bene speso:
chi ci corre dietro? Ripeto che potete acquistarne l’abitudine e adoperarvi a stare in
compagnia di questo vero maestro” (C
26,2). Anzi, quasi per incoraggiare in questo cammino, promette che ci riusciremo,
mettendoci tutto l’impegno, “in un anno o
26
in qualche modo ripagato dalla grazia di
Dio: “II Signore ha voluto che per il tempo
in cui ha atteso a questo lavoro, l’anima
abbia meritato un tale dominio sulla
volontà, che non appena fa solo segno di
volersi raccogliere, i sensi le obbediscono e
si raccolgono in lei” (Ibid.).
Come fare? Bisogna distogliere i sensi
dai loro oggetti per concentrarli dentro di
noi, dove i sensi hanno una possibilità di
realizzazione piena nel rapporto con Dio.
Prima per brevi momenti, poi con spazi
più prolungati ed intensi: “Diventare poco
a poco padrone di sé...”; poi riconvertire la
funzione dei sensi: “Se deve parlare, cerchi
di ricordarsi che c’è con chi parlare dentro
di sé; se ascoltare, si ricordi di porgere l’orecchio a chi le parla più da vicino, se sente
il bisogno di una presenza, ecco il Signore
vicino a noi” (C 29,7).
avvincere il lettore nella riscoperta della
sua interiorità descrivendola con i tratti più
suggestivi: “Immaginiamoci dunque che
dentro di noi ci sia un palazzo di un’enorme
ricchezza, un edificio tutto d’oro e di pietre
preziose, quale infine si conviene a un tale
Signore... Pensate, inoltre, che in questo
palazzo abita il gran Re che si è compiaciuto
di esser vostro Padre e che siede su un
trono di enorme valore: il vostro cuore” (C
28,9). Questa dottrina è il preludio della
grandiosa visione positiva dell’uomo
“immagine di Dio” e “tempio di Dio” che
imposta fin dall’inizio il capolavoro teresiano, il Castello interiore (M I,1). Presenza
di Dio, dignità dell’uomo, possibilità di
realizzarsi nella propria interiorità che
appare meravigliosa per opera di un Dio
che per essere Signore, può fare ciò che
vuole, e perché ci ama si adatta con particolare condiscendenza alla nostra condizione umana (cf C 28,11). Ecco le parole di
Teresa: “In verità essendo egli il Signore di
tutto, può fare ciò che vuole, e siccome ci
ama, si adatta alla nostra misura”. Teresa
rimane sempre sconvolta da questa condiscendenza di Dio che vive in noi, e apprezza l’infinito valore dell’uomo proprio perché è capacità di Dio (cf M I, 1,1).
La presentazione positiva della bellezza
dell’anima, tempio di Dio, non distrae
Teresa dal realismo della condizione
umana. Questo tempio non è libero e spesso non è splendente. Deve essere sgomberato da tutti gli ostacoli che impediscono
un pieno possesso da parte di Dio. Bisogna
operare uno “svuotamento” di quanto
impedisce la sua presenza piena. Dio esige
il dono totale e la purezza interiore. È un
consiglio da non interpretare semplicemente a livello ascetico, per l’insieme della
vita di chi intende vivere in questo rapporto con Dio, ma anche in senso psicologico
riguardo ad un’operazione previa alla preghiera di raccoglimento: “svuotarsi” di
quanto impedisce la piena realizzazione
del rapporto con Dio nella nostra interiori-
“Non siamo vuoti”:
realizzarsi nella propria interiorità
II processo di riconversione dei sensi
esterni ed interni passa per la riscoperta
del mistero della propria interiorità.
L’uomo non è vuoto dentro. È tempio,
castello, cielo, paradiso, pura capacità di
Dio che abita dentro di lui. Con tratti vigorosi Teresa traccia la teologia di questo
mistero dell’interiorità e della presenza,
ampiamente descritta poi nel Castello interiore: “Voi già sapete che Dio è in ogni
luogo. Ora è chiaro che dove sta il re, come
si dice, lì resta la sua corte; pertanto dove è
Dio, lì è il cielo... Considerate inoltre quello che diceva sant’Agostino, che lo cercava
in molti luoghi e lo trovò finalmente in se
stesso” (C 28,2); “le persone che sapranno
rinchiudersi in questo piccolo cielo della
loro anima, dove sta colui che l’ha creata e
che pur creò la terra, e abituarsi a non volgere lo sguardo su ciò che può distrarre i
loro sensi esteriori, seguono, credano pure,
un cammino eccellente” (C 28, 5).
Non contenta dell’affermazione teologica
della presenza di Dio in noi, Teresa vuol
27
corpo rimane a servizio dell’anima, quieto
e pacificato. La preghiera fluisce calma e
pacifica. L’abitudine genera una più grande facilità progressiva nel raccogliere i
sensi fino a raggiungere una certa stabilità
che precede il dono della contemplazione
perfetta (cf V 28,7).
Sono notevoli gli effetti spirituali che
lascia questo stato di preghiera. Una maturità “carismatica” che affretta il raggiungimento delle virtù; si cammina come navi
portate dal soffio dello Spirito, col vento in
poppa. Una sicurezza più grande per vincere nelle occasioni di peccato. Un rinnovamento interiore che viene spontaneo
dalla vicinanza di Dio, fuoco che porta
all’incandescenza dell’amore (cf C 28,8).
Ma a misura che aumentano gli effetti propri di questa preghiera, si intravedono le
esigenze totalitarie che porta con sé una
comunione più intensa con Dio, meglio
conosciuto e più fortemente percepito
come il tutto di un’esistenza.
Progressivamente contemplato nella ricchezza dei suoi attributi, ma anche nella
pienezza di un Dio che ha tutti i nomi e i
cognomi dell’amore: “Trattate con lui
come con un padre, con un fratello, con un
maestro, con uno sposo...”. Si tratta di parlargli “come a un padre, supplicarlo come
un padre, esporgli i propri travagli e chiedergliene il rimedio, consapevole, peraltro,
di non meritare di essere sua figlia” (cf C
28,3).
Affiora allora l’esigenza totalitaria dell’amore di Dio che chiede tutto, perché
offre tutto. Chiede e accetta il dono gratuito della nostra libertà e offre liberamente
se stesso in dono: “Egli non vuol forzare la
nostra volontà; prende ciò che gli diamo,
ma non si dà interamente a noi finché noi
non ci diamo interamente a lui” (C 28,11;
un testo simile in M V, 1,3.). Si è ormai
vicini alla fonte dell’acqua viva: “non
mancheranno di giungere a bere l’acqua
della fonte e faranno molta strada in poco
tempo” (C 28,5).
tà. Poi seguirà, come afferma Teresa, il
momento “psichedelico” della preghiera,
la “dilatazione interiore”: “Egli non le si dà
a conoscere finché non ingrandisce a poco
a poco la sua capacità... Per questo dico che
può fare ciò che vuole, perché ha il potere
di ingrandire questo palazzo” (C 28,12).
Pensiamo che questo esercizio di svuotamento proposto dalla Santa, anche se non
vi insiste molto, abbia grande importanza
dal punto di vista ascetico e pedagogico.
Bastano le sue parole: “Questo è fuor di
dubbio, ed essendo di grande importanza
ve lo ricordo continuamente: non opera il
Signore nell’anima se non quando, del
tutto sgombra da ostacoli, è sua; diversamente non so come potrebbe agire, amante
com’è dell’ordine. Se, infatti, riempiamo il
palazzo da gente da poco e di cose inutili,
come può trovarvi posto il Signore con la
sua corte? È già molto se si trattiene un
momento fra tanti impicci” (C 28,12). Il raccoglimento suppone quindi una purificazione interiore che permetta al Signore di
prendere possesso pieno dell’anima. Alle
volte per l’anima sarà una sofferenza, come
quella insinuata in questo contesto nella
prima redazione del Cammino; osserva
infatti con acutezza: “Anche noi proviamo
disappunto di avere ospiti a casa nostra se
non possiamo dir loro di andarsene via!”.
Segni ed effetti di questa preghiera
L’esperienza della preghiera di raccoglimento può essere costatabile attraverso
una serie di effetti psicologici e spirituali. I
primi forniscono gli elementi di esperienza
immediata, i secondi sono la garanzia di
un’autenticità. Si sente innanzitutto un rafforzamento dell’uomo interiore, il dominio
stesso del proprio corpo e dei propri sensi
che vengono soggiogati dallo spirito. Il
chiudere gli occhi diventa come un segno
eloquente del ritirarsi dalle cose esteriori
per concentrarsi dentro, in modo che lo
sguardo dell’anima si acuisca di più; il
28
Testimone e maestro di preghiera
Una preghiera
perseverante e semplice
II segreto della pedagogia della preghiera
e del suo esercizio è la perseveranza, secondo l’insegnamento di Gesù, della Chiesa
apostolica e dell’Apostolo Paolo e della tradizione della Chiesa.
Gesù, infatti, ci esorta a pregare sempre
(Lc 18,1). La Chiesa primitiva era unita
nella preghiera assidua (At 1,14; 2,42) II
Catechismo della Chiesa Cattolica esorta:
““Pregate incessantemente” (1Tes 5,17),
“rendendo continuamente grazie per ogni
cosa a Dio Padre nel nome del Signore
nostro Gesù Cristo” (Ef 5,20); “pregate
incessantemente con ogni sorta di preghie-
re e di suppliche nello Spirito, vigilando a
questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi” (Ef 6,18). “Non ci è
stato comandato di lavorare, di vegliare e
di digiunare continuamente mentre la preghiera incessante è una legge per noi”
(Evagrio Pontico). Questo ardore instancabile non può venire che dall’amore. Contro
la nostra pesantezza e la nostra pigrizia il
combattimento della preghiera è quello dell’amore umile confidente, perseverante.
Questo amore apre i nostri cuori su tre evidenze di fede, luminose e vivificanti” (n.
2742).
29
Ed ecco in sintesi le tre evidenze:
- la preghiera è sempre possibile;
- pregare è una necessità vitale;
- preghiera e vita cristiana sono inseparabili (nn. 2743-2745). A questo tende
ogni buona pedagogia della preghiera.
5. All’inizio piace il cambiamento e la
varietà delle metodologie. Ma con l’età
s’impara la bellezza della preghiera che
si ripete incessantemente.
6. All’inizio si sceglie con cura il luogo per
pregare, il tempo, i gesti tradizionali.
Ma poi si impara a pregare in ogni
luogo, in ogni tempo.
Vogliamo concludere con queste dieci
regole di B. Fischer, raccolte da J. Aldazábal
che illuminano il cammino della preghiera.
7. All’inizio si crede che non vi sia un rapporto fra la preghiera liturgica e la preghiera personale. Poi si scopre la forza
che hanno per la preghiera privata
anche le formule liturgiche.
1. All’inizio siamo inclini a vedere la preghiera come un’azione nostra; ma con il
tempo si percepisce chiaramente che è
un dono di Dio, un’azione dello Spirito
Santo.
8. Si crede all’inizio che i Salmi siano soltanto preghiere per le celebrazioni liturgiche.
Ma poi si scopre che il Salterio è una
riserva inesauribile per la nostra preghiera se sono recitati in Cristo e con Cristo.
2. All’inizio sentiamo la preghiera come
una buona occasione di chiedere cose
per noi; ma più tardi si scopre la bellezza di intercedere, di chiedere per gli
altri. Più tardi ancora si scopre quanto
sia importante la preghiera di ringraziamento e di lode.
9. All’inizio sembra che leggere la Bibbia e
pregare siano due cose diverse. Ma poi
si impara che leggere la Bibbia pregando è qualcosa di stupendo.
10. Sembra all’inizio che nella preghiera
non si possa prescindere dal proferire le
parole. Ma ad alcuni è dato pure di pregare senza parole in una preghiera
silenziosa profonda e matura. (Cf Claves
para la oración, Barcelona, CPL, 1981, pp.
98-100).
“Che il ricordarti di Gesù si unisca continuamente al tuo respiro” (Giovanni
Climaco).
“Respirate sempre Cristo” (Antonio il
Grande). È questo l’ideale di una preghiera perfetta!
3. All’inizio assumiamo le formule imparate a memoria o tratte dai libri per pregare, ma più tardi sentiamo che dobbiamo imparare a pregare con il cuore, con
una preghiera spontanea.
4. All’inizio pensiamo a fare una preghiera
dettagliata e ordinata che esprima tutte
le nostre idee e richieste; ma a misura
che si matura nella vita si insegna la
forza di una preghiera breve, di una giaculatoria, della preghiera di Gesù, di
formule semplici...
Per un insegnamento più approfondito e completo di p. Jesús Castellano sulla preghiera: J. CASTELLANO, Incontro al Signore. Pedagogia della preghiera, Edizioni OCD, Roma
Morena 2002.
Il libro può essere richiesto direttamente alla casa editrice:
Edizioni OCD - Via Anagnina 662/b - 00118 Roma Morena
Tel. 06.79.89.081 - Fax: 06.79.89.08.40
E-mail: [email protected] - Web: www.edizioniocd.it
30
Lo scaffale
AA. VV.
SENTIERI ILLUMINATI DALLO SPIRITO
Atti del Congresso Internazionale di mistica
Abbazia di Münsterschwarzach
Edizioni OCD
Roma 2006
na, nella terza parte del libro. Dopo una panoramica generale delle scuole mistiche e delle
principali correnti, la mistica carmelitana viene
presentata come “paradigma referenziale della
mistica cristiana”. Tre figure vengono studiate
più di altre: Teresa di Gesù, Giovanni della
Croce ed Edith Stein.
Un contributo a sé stante è quello del card.
Tomas Spidlik, sulla Mistica ortodossa (quarta sezione). Più composita la sezione finale,
dedicata a Prassi mistica e contesti culturali.
Due orientamenti la caratterizzano: da una
parte il rapporto fra l’esperienza mistica e le
scienze umane o l’ambito culturale e letterario; dall’altra la contestualizzazione dell’esperienza mistica in alcune epoche storiche particolari o in alcuni ambiti culturali e geografici
specifici, come l’Africa, l’India e l’America
latina.
Una conclusione di Bruno Secondin riassume
il percorso compiuto, indicando alcune tracce
di apertura per approfondimenti ulteriori. In
sintesi, un prezioso volume che pur non avendo tutte le caratteristiche del manuale ne sintetizza tutti i pregi, aggiungendovi la componente analitica di molti approfondimenti e studi
specifici. Uno strumento imprescindibile per
chi vorrà capire, studiare e affrontare a qualsiasi livello il fenomeno mistico.
Un congresso di
mistica,
come
quello di cui questo libro pubblica
gli atti, testimonia
l’attuale tendenza divulgativa dei testi mistici,
prima lettura quasi esclusiva degli specialisti,
considerati gli unici in grado di capirli, ora alla
portata di tutti, secondo l’idea che la mistica
appartiene all’essenza della vita cristiana.
Come Cristo unisce in sé la natura umana e
quella divina, ogni cristiano, infatti, vive
secondo le sue esigenze della natura umana e
secondo quelle dello Spirito che abita nel suo
cuore. La preghiera, in quanto colloquio con
Dio, è essenzialmente mistica e connaturale
all’uomo, di cui la relazione con altre persone
e con Dio è una caratteristica.
La prima parte del volume (Fenomenologia e
simbologia mistica) affronta temi introduttivi e
generali, che permettono un approccio al fenomeno mistico anche al lettore totalmente
sprovvisto di conoscenze adeguate in materia.
Particolarmente interessante, in questa prima
sezione, lo studio di Gabriel Castro Martínez
sul simbolismo e sul linguaggio della mistica
cristiana (un’attenzione particolare viene dedicata ai mistici del Carmelo, ma il linguaggio e
il simbolismo mistico è universale e condiviso).
Una seconda sezione (Mistica – dogma – teologia) affronta poi i fondamenti teologici e in
modo particolare cristologici del fenomeno
mistico, arrivando a presentare figure importanti e controverse come quella di Pierre
Teilhard de Chardin.
Grande spazio viene dedicato alla Storia della
mistica, e in particolare alla Mistica carmelita-
Isabella Aldanese
Edizioni OCD Via Anagnina 662/b
00118 MORENA ROMA
Tel. 06.79.89.08.1 - Fax 06.79.89.08.40
Web: www.edizioniocd.it
E-mail: [email protected]
31
Gocce di rugiada
Una vecchietta serena, sul letto d’ospedale,
parlava con il parroco che era venuto a visitarla._
“Il Signore mi ha donato una vita bellissima.
Sono pronta a partire”.
“Lo so” mormorò il parroco.
“C’è una cosa che desidero.
Quando mi seppelliranno
voglio avere un cucchiaino in mano”.
“Un cucchiaino?”.
Il buon parroco si mostrò autenticamente sorpreso.
“Perché vuoi essere sepolta con un cucchiaino in mano?”.
“Mi è sempre piaciuto partecipare ai pranzi e alle cene
delle feste in parrocchia.
Quando arrivavo al mio posto guardavo subito
se c’era il cucchiaino vicino al piatto.
Sa che cosa voleva dire?
Che alla fine sarebbero arrivati il dolce o il gelato”.
“E allora?”.
“Significava che il meglio arrivava alla fine!
È proprio questo che voglio dire al mio funerale.
Quando passeranno vicino alla mia bara
si chiederanno: _“Perché quel cucchiaino?”.
Voglio che lei risponda che io ho il cucchiaino
perché sta arrivando il meglio!”.
www.pensieridelgufo.it/
Scarica

La preghiera alla luce della Dei Verbum