ANNO 2 - N° 29 Domenica 16 luglio 2006 L’incontro Supplemento de “L’anziano” di luglio n.6 - Direttore don Armando Trevisiol - Autorizzazione del Trib. di VE n. 624 del 5/2/1979. Settimanale di informazione e formazione per i fedeli della Chiesa S. Croce del Cimitero di Mestre e per gli amici del Centro don Vecchi, per l’associazione “Carpenedo solidale” e per la Pastorale del Lutto - Cellulare 334.9741275 GUARDARE SEMPRE AVANTI La vita, i sogni, i progetti, il bene e lo stesso Dio stanno sempre un po’ oltre il luogo e il momento in cui ci troviamo. Tutti, proprio tutti: uomini e donne, ragazzi e anziani, intellettuali o onorevoli, possiamo fare un passo oltre perché il bene diventi realtà. Allora, avanti! 2 INCONTRI POLITICA SPORCA E POLITICA PULITA La politica è una delle più alte attività dell’uomo quando è svolta come servizio alla persona e alla collettività Ci puo’ essere anche una politica non sporca e dei politici che non s’approfittano, ma che invece sono veramente impegnati per il bene dei loro concittadini. R icordo molti anni fa di aver partecipato nella sala Lux della mia vecchia parrocchia ad una lezione – testamento dell’onorevole Costante Degan, deputato al parlamento italiano e per un certo tempo anche ministro. Avevano organizzato l’incontro i giovani studenti dell’associazione scout. La sala era gremitissima per ascoltare questo esponente di primo piano della democrazia cristiana mestrina. Tutti sapevano che Degan era ammalato di cancro e che la malattia era in una fase ormai terminale. Era quello un momento molto difficile per il nostro comune e Degan stava tentando di mediare per formare una compagine per il governo della città. Sapevo per informazioni più che attendibili che s’era fatto approntare perfino una brandina in una stanza del Municipio per riposarsi qualche istante tra le interminabili riunioni. Nonostante questa situazione gravissima accettò di parlare ai nostri giovani. Fu una conversazione che apparve subito più un testamento spirituale piuttosto che una disquisizione sul grave momento politico in cui versava il Paese. Questo parlamentare disse ai giovani che l’attività politica è l’espressione più alta della solidarietà sociale e della carità cristiana per noi credenti. Perché mediante l’attività politica si creano le condizioni perché ogni cittadino sia libero, possa esprimere tutte le sue potenzialità, perché individui e classi sociali possano impegnarsi in una cornice solidale, perché i più forti e i più intelligenti si facciano carico delle istanze e dei bisogni dei cittadini più fragili, perché ogni persona possa essere messa in condizioni di esprimere nella maniera migliore e nelle condizioni più favorevoli le proprie capacità con vantaggio di tutti. Degan parlava piano, quasi ansimando perché il respiro era molto corto. Non disse cose tanto diverse di quanto dicono gli altri uomini della politica, ma le disse con tanta convinzione per cui tutta la sala comprese il vero significato dell’azione politica di chi crede in questo servizio fatto alla collettività. Si avvertiva poi che queste sue convinzioni erano supportate da una cultura veramente cristiana e da delle scelte che trovavano nel Vangelo le motivazioni più vere. Costante Degan fu in realtà un cristiano convinto e coerente nella vita politica come in quella famigliare e come membro della chiesa. Morì pochi giorni dopo questo suo intervento ed io gli sono ancora molto riconoscente. Quel discorso mi ha aiutato e mi aiuta ancora ogni volta che mi imbatto nelle bassezze, negli intrighi, nei com- promessi e nelle ambiguità in cui si svolge purtroppo assai di frequente l’attività del nostro parlamento e dei nostri partiti, dei nostri uomini politici. Questa settimana avevo pensato di proporre per la rubrica “Incontri” la figura e la testimonianza di Giorgio La Pira, “Il sindaco Santo”, perché sento il bisogno di dire a me stesso e ai miei concittadini che “non possiamo e non dobbiamo vivere da disperati” per quanto riguarda il nostro rapporto con il mondo della politica, perché anche in parlamento e nei partiti ci sono ancora degli uomini sani che pensano più al bene del Paese che al loro portafoglio e la loro vanagloria. Persone alla testimonianza delle quali dobbiamo ricorrere quando l’orizzonte si fa più fosco. A testimonianza di questo penso opportuno proporvi la lettura di uno splendido discorso di La Pira e una notizia di un ragazzo ven- 3 tenne che si propone come sindaco di Zoldo Alto, nella speranza che questa testimonianza sproni i nostri giovani a non pensare solamente al calcio e alla discoteca, ma comincino ad impegnarsi in un servizio difficile e pericoloso, ma nello stesso tempo nobile e necessario. Sac. Armando Trevisiol GIORGIO LA PIRA “Io non amo la furbizia dei politici e i loro calcoli elettorali” Dal discorso pronunciato nella seduta del Consiglio comunale del 24 settembre 1954, seguita alla minaccia di dimissioni di una parte dei consiglieri in disaccordo sulle decisioni prese da La Pira, sindaco di Firenze. Interessante l’idea dell’attività politica e amministrativa che ne emerge. S i allude forse ai miei interventi per i licenziamenti e per gli sfratti e per altre situazioni nelle quali si richiedeva a favore degli umili, e non solo di essi, l’intervento immediato, agile, operoso del capo della città? Ebbene, signori Consiglieri, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa; voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa (sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini, ecc.). E’ il mio dovere fondamentale questo: dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima che dalla mia posizione di capo della città -e quindi capo dell’unica e solidale famiglia cittadina- dalla mia coscienza di cristiano: c’è qui in giuoco la sostanza stessa della grazia e dell’Evangelo. Se c’è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire, in tutti i modi e con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia diminuita o lenita. Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in ispecie non c’è. Quindi, signori Consiglieri, è bene parlare chiaro su questo punto. Ripeto, voi avete un diritto nei miei confronti: negarmi la fiducia; dirmi con fraterna chiarezza: signor La Pira lei è troppo fantastico e non fa per noi! Ed io vi ringrazierò: perché se c’è una cosa cui aspiro dal fondo dell’anima è il mio ritorno ai silenzi ed alla pace della cella di San Marco, mia sola ricchezza e mia sola speranza. Ed è forse bene, amici, che voi vi decidiate così! Io non sono fatto per la vita politica nel senso comune di questa parola: non amo le furbizie dei politici ed i loro calcoli elettorali; amo la verità che è come la luce; la giustizia, che è un aspetto essenziale dell’amore; mi piace di dire a tutti le cose come stanno: bene al bene e male al male. Un uomo così fatto non deve restare più oltre nella vita politica che esige -o almeno si crede che esiga- altre dimensioni tattiche e furbe! Ma se volete che resti ancora sino al termine del vostro viaggio allora voi non potete che accettarmi come sono: senza calcolo ma col solo calcolo di cui parla l’Evangelo: fare il bene perché è bene! Alle conseguenze del bene fatto ci penserà Iddio! E quanto all’avvenire, il nostro punto di vista rimane quello medesimo che indicammo all’inizio della nostra navigazione amministrativa: miriamo al bene della città: alla pacifica e fraterna coesistenza dei cittadini; all’ effettiva ed efficace tutela degli operai e degli umili; ad una politica crescente di edilizia popolare; all’elevazione del reddito cittadino; alla difesa delle industrie ed allo sviluppo degli investimenti; alla crescente attrazione di questa città così misteriosa e così bella per tutta l’orbita della civiltà cristiana ed umana. ROBERTO MOLIN Sindaco di Zoldo Alto a vent’anni di età Appena eletto con 52,5 % di voti Sindaco a vent’anni, il più giovane d’Italia. II primato spetta a Roberto Molin Pradel, giovane bellunese, appena eletto a capo del comune montano di Zoldo Alto (Belluno). S u mille e cento abitanti, il giovane primo cittadino ha raccolto il 52,5 per cento di preferenze, battendo il sindaco uscente, Lucia Colussi, assestatasi sul 47,8 per cento. «Inutile dire che il risultato è stata una sorpresa del tutto inaspettata», racconta al telefono subito dopo aver sostenuto uno scritto di chimica organica all’università di Padova, dove sta frequentando un corso di laurea triennale in Chimica. Un’elezione a sorpresa in primis per lui, dato che la sua civica “Per Zoldo Alto”, era nata soprattutto, spiega, «per far avvicinare i giovani al mondo della politica». Sorpresa anche Dopo la chiusura della Democrazia Cristiana, i cattolici sono sparsi in tutti i partiti, ma quando si tratta dei valori fondamentali della vita e della fede, dovrebbero ritrovare una completa unità per il papà Adelino, vicesindaco uscente, che si era presentato alle elezioni con la lista uscita battuta: «Sono orgoglioso per la vittoria di Roberto spiega il padre - ma anche un po’ dispiaciuto». Non tanto per il fatto che il figlio lo abbia battuto su un campo -quello della politica- dove lui era presente da anni, quanto perchè «l’incarico di sindaco non è una cosa da poco, ed ho paura che mio figlio faccia fatica a tenere in piedi l’amministrazione comunale e l’impegno universitario, che deve rimanere al primo posto». Decisiva più di una campagna elettorale, dunque, sarà la sfida del neosindaco a destreggiarsi tra studio e politica, senza deludere i genitori né i concittadini. Ma Roberto Molin Pradel rassicura tutti: «lo e gli altri della lista siamo un bel gruppo -spiega– e sentiamo di potercela fare. Nei prossimi mesi estivi ci organizzeremo, in modo da metterci subito al lavoro». Nella lista che ha portato Roberto Molin Pradel allo scranno più alto di Zoldo vi sono candidati espressione delle aree politiche più diverse, «ma ci accomuna l’essere giovani e determinati». Tra i punti più importanti del programma, il sindaco cita «la tutela del territorio- e la lotta alla speculazione edilizia. Senza dimenticare la tutela dei boschi ed il decoro dell’arredo urbano. Siamo una buona squadra, governeremo bene». 4 Associazioni cattoliche a favore dell’uomo CENTRO AIUTO VITA A questo mondo e nel nostro paese e nella nostra città c’è chi, pagato, lavora per la morte, ma fortunatamente c’è chi, volontario, lavora per la vita. Valentina: non mollare mai C iao a tutti coloro che amano la vita. Mi chiamo Valentina, ho 18 anni e vivo in provincia di Venezia. La mia storia, che in breve vi racconterò, è iniziata l’8 giugno 2002 durante la pizza di classe di quarta superiore, quando, dopo aver fatto il test di gravidanza, ho scoperto di essere incinta e in una frazione di secondo il mondo mi è crollato addosso. Inizialmente, visti i miei 17 anni e la paura di una situazione troppo grande, avevo pensato di abortire. Ne ho parlato poi con i miei genitori che mi hanno fatto riflettere, ma la conferma della mia scelta sbagliata è avvenuta quando ho sentito il battito del cuore di quel piccolo esserino che avevo dentro di me e tornando a casa decisi di portare a termine la gravidanza. Dopo aver parlato con il mio ragazzo ed i suoi genitori, fermamente convinti che l’aborto fosse la decisione migliore, ho iniziato ad andare avanti giorno dopo giorno con la forza datami dalla creatura che tenevo dentro di me. Passarono i mesi ed era sempre più bello sentirlo dentro di me muoversi, calciare, sentirlo VIVO. Al quinto mese il mio ragazzo ha cominciato a salutarmi ed a chiedermi della mia bambina perché aveva saputo che sarebbe nata G.; a dicembre però ha ribadito il suo pensiero iniziale, non voleva prendersi alcuna responsabilità, ma io ho continuato la mia vita con l’affetto dei miei genitori e dei miei amici, che mi sono stati tanto vicini e che ringrazio. Il 27 gennaio 2003 alle ore 06.50 è nata G., 3350gr e 52 cm di lunghezza. Non sono mai stata così felice, l’ho tenuta tra le braccia e guardandola negli occhi le ho giurato amore eterno. Ieri G. ha compiuto un mese di vita… io sono felice perché ho fatto una scelta che mi ha cambiato la vita e che non ho mai rimpianto. Darò a mia figlia l’amore di madre e anche quella di un padre che non avrà mai la soddisfazione di vedere la propria figlia crescere e augurargli il buon giorno ogni mattina con il suo dolce sorriso. La vita è una cosa meravigliosa, non uccidiamo una creatura che ci possa amare, che ci fa tornare il sorriso anche nelle giornate più buie, fate come me: dite SI’ ALLA VITA!!! Vorrei ringraziare il Centro Aiuto Vita e invito tutte le ragazze in difficoltà di contattarlo perché non vi lascerà sole ed inoltre un ringraziamento a Giorgio G. perché è una persona meravigliosa. Spero di avervi fatto riflettere con la mia storia. Con affetto, Valentina La libertà di sbagliare “V oi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5, 48). “E, come figlioli d’ubbidienza, non vi conformate alle concupiscenze del tempo passato quand’eravate nell’ignoranza; ma come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1, 14-15). Dalla lettura di questi versetti potremmo intendere che per essere graditi a Dio, bisogna essere perfetti, santi e immuni dal peccato. Ma cosa significa in questo caso “essere perfetti”? E’ opportuno fare una distinzione tra ciò che si intende per “perfezionismo” e “ricerca della perfezione”. Il primo è un impulso prettamente umano che porta l’interessato a liberarsi dall’ansia del rifiuto e di un eventuale giudizio negativo, mentre la seconda è il desiderio di raggiungere una meta ritenuta buona per la propria vita, utilizzando tutte le risorse che il mondo esterno offre. Così, il cristiano, cioè colui che ricerca la perfezione, come citato nel Vangelo, dovrà appoggiarsi interamente su Gesù Cristo per il raggiungimento del suo scopo. E difatti, Egli stesso ci ha indicato la strada da percorrere: “lo sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla” (Giovanni 15, 5). Dio desidera che noi diventiamo simili a Cristo e tutti i suoi interventi nella nostra vita tendono a questo scopo. Vuole plasmare il nostro carattere fino al punto di rispecchiare l’animo di Gesù, e cioè fino al punto che il frutto dello Spirito diventi la nostra attitudine naturale: amore, allegrezza, pace, longanimità, benignità, bontà, fedèltà, dolcezza, temperanza (Galati 5, 22). L’amore, poi, comprende altri aspetti come l’umiltà, la misericordia, la compassione, la sottomissione, il perdono, che Dio apprezza molto e che fanno parte di quel tesoro che Lui ci vuole offrire e, soprattutto, incidere nei nostri cuori. Ma come si possono sviluppare queste virtù nella nostra vita? Solo chi vede le proprie debolezze e le confessa può sperare di esserne liberato. Consideriamo ora un esempio tratto dalle Scritture. In Luca 15 troviamo la parabola del figliol prodigo. La vicenda la conosciamo tutti: un giovane abbandona la casa in cerca di fortuna; tuttavia, una volta ravvedutosi dal suo errore, vi fa ritorno. Egli adesso diventa cosciente di cose che prima non percepiva minimamente, e cioè l’amore del padre nei suoi confronti, il valore che egli riveste agli occhi del genitore, la sicurezza di non venire mai abbandonato, il senso di protezione dalle insidie del mondo una volta all’interno delle mura domestiche, e il vantaggio di osservare le regole paterne. Percepisce anche 5 una nuova visione del concetto di libertà. Infatti è per libera scelta che è tornato dal padre e accetta le regole della casa. Prima si vedeva in gabbia, limitato, frustrato nei suoi desideri, con un’unica meta nella mente: evadere da quella situazione. Adesso nessuno gli impone niente perché è lui che si è sottomesso spontaneamente e con gioia. Ha capito che la libertà non è dar libero sfogo ai propri istinti, alle proprie passioni, ma piuttosto svincolarsi dal potere che questi stessi esercitano sulla sua persona e la schiavizzano. Questo e quello che dobbiamo fare anche noi: non dobbiamo permettere volontariamente che la carne ci domini e ci allontani progressivamente da Dio, perché, come riportato nelle Scritture, “i desideri della carne sono in rivolta contro Dio... Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio” (Romani 8, 7-8). Adriana Cercato L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA A PERSONAGGI DEL VANGELO “D LA STRAGE DEGLI INNOCENTI evo lasciarla, signora, ho da correre. Domattina parto per la Palestina. Voglio fare un’ intervista a una delle mamme che ha perso il bambino nella strage degli innocenti”. Lì davanti al supermercato come tutte le mattine, rannicchiata a chiedere la carità, c’è una donna giovane: è vestita all’occidentale ma la carnagione olivastra e il fazzoletto sul capo tradiscono la sua origine. “Non c’è bisogno che parta, signora, sono qua, sono io quella mamma. Posso dirle io come sono andate le cose”. Deglutisce e atteggia la bocca ad una smorfia amara, poi di colpo il suo viso si trasfigura. “Un grido si levò da Rama in Betleem -declama esaltata- il pianto di Rachele per il massacro dei suoi figli’’’. “Io non capisco”. “A Rachele i figli li hanno uccisi i Caldèi, a noi i soldati di Erode: sono arrivati in massa, come pazzi, a piedi, sui carri, a cavallo, roteando le spade, travolgendo tutto e tutti quelli che si trovavano sulla loro strada, abbattendo porte. La gente gridava e scappava come poteva, i vecchi cadevano, i cesti si rovesciavano. Irrompevano nelle case e ci strappavano i bambini più piccoli, li hanno sgozzati davanti ai nostri occhi. Eravamo terrorizzati. Quando se ne andarono, le nostre case, i viottoli, i muri, tutto era rosso di sangue...c’era un silenzio pauroso. E poi il pianto, un unico grande pianto che si univa al pianto di Rachele. Ognuna col suo bambino morto in braccio, stringeva a se i bambini più grandi. Ognuna col suo immenso, incredulo dolore”. “E quella donna se n’è andata prima, di notte, l’hanno riconosciuta, era Maria col suo bambino e il marito e scappavano. Lei sapeva, quella aveva appoggi al palazzo. Lei l’ha salvato suo figlio... ma anche lei un giorno piangerà”. (Non posso dirle che quel bambino era l’unico che doveva morire). Tace, poi stringe gli occhi e le labbra a fessura, mali- no pianto.” Ho sentito ancora il grido di Rachele. “Dimmi la verità: è più forte il dolore o la rabbia ?”. “Si, anche la rabbia, la rabbia del mio popolo. Rabbia e dolore non avranno mai fine”. Laura Novello BEATITUDINI degli educatori Beati gli educatori «poveri in spirito». Che, per educare alla fede i ragazzi, tirano fuori e spendono tutto ciò che Dio ha dato loro: tempo, energie, fantasia... Beati gli educatori «miti». Che evitano la tentazione delle scorciatoie, delle minacce, dei ricatti, e prediligono la convinzione, il dialogo, la pazienza. Beati gli educatori «affamati e assetati di giustizia». Che non si rifugiano nel passato ma lottano per un’educazione alla fede adeguata ai ragazzi di oggi. Beati gli educatori «misericordiosi». Che, comprendendo le difficoltà dei ragazzi e delle loro famiglie, non sentenziano ma ricercano soluzioni equilibrate. Beati gli educatori «operatori di pace». Di quella pace che nasce “dalla spada e dal fuoco” del Vangelo contro tutto ciò che può danneggiare il cammino dei ragazzi verso la fede. gna, livida. “Sono passati 2000 anni; sei mesi fa una bomba di Israele ha sventrato la mia casa. Una scheggia ha ucciso il mio piccolo Ahmed, aveva due anni. Yasser ne aveva dodici, è tornato a casa col viso coperto da un passamontagna nero, in mano un kalashnikov, doveva vendicare il fratellino. Hamas lo ha plagiato, lo ha imbottito di esplosivo e ne ha fatto un assassino. Yasser si è suicidato su un autobus di studenti a Ramal, ha ucciso 14 ragazzi. Altro orrore, al tre mamme han- Beati gli educatori «perseguitati». Dal tempo che non basta mai; da quei bambini che “se non ci fossero” e invece ci sono; dalla tentazione di lasciare, ma che ricominciano sempre. BEATI GLI EDUCATORI COSÌ… Avranno un posto bellissimo in cielo. E in più, la gioia di incontrare “lassù” qualcuno che sta lì perché anche grazie a loro ha imboccato Ia strada per arrivarci. 6 PREGHIERE semi di SPERANZA Oggi, forse più di qualche tempo fa, è difficile ricevere gioia “a piene mani” dall’uomo ed è difficile forse ancora credere al valore dell’uomo... Più semplice, meno sofferto è l’amore che ci porta verso la natura, le macchine, i libri, gli animali... Più facile, stranamente, avvertire la sofferenza di altri esseri viventi che non siano l’uomo. Eppure, in quanto uomini noi stessi, nulla può avere maggiore importanza ai nostri occhi dell’uomo stesso, l’unico fatto a immagine e somiglianza di Dio. PRIMA DI TUTTO L’UOMO Non vivere su questa terra come un estraneo o come un sognatore vagabondo. Vivi in questo mondo come nella casa di tuo padre credi al grano, alla terra, al mare, ma prima di tutto credi all’uomo. Ama le nuvole, le macchine, i libri, ma prima di tutto ama l’uomo. Senti la tristezza del ramo che secca, dell’astro che si spegne, dell’animale ferito che rantola, ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell’uomo. Ti diano gioia tutti i beni della terra: l’ombra e la luce ti diano gioia, le quattro stagioni ti diano gioia, ma soprattutto, a piene mani, ti dia gioia l’uomo! Nazim Hikmet dall’ultima lettera al figlio, poeta turco (Salonicco, 1902 - Mosca, 1963) re con comodità. Vorrei essere come te, quando con l‛intelligenza dovuta all‛ istinto, agisci per strappare un sorriso anche quando non ne ho voglia. Sei un semplice cane, non sei di razza, non incuti timore ma sei stata messa al mio fianco come una benedizione perché guardando te ho capito che più la vita è vissuta semplicemente più vale la pena di viverla. Ti ringrazio Gemma quando avvicini il tuo cuore al mio perché mi fai capire, che seppure tu sei un semplice animale, sei una creatura del Signore posta accanto a me per volermi bene, senza secondi fini. Ti ringrazio Gemma perché, in molte occasioni, sei una maestra di vita per la tua semplicità e il tuo amore per la vita. Ti ringrazio Gemma perché mi hai fatto capire che, anche se sembra molto difficile, è molto meglio perseguire uno scopo di amore, perché l‛amore ti gratifica sempre mentre odio e rancore, sentimenti da te totalmente assenti, uccidono giorno per giorno l‛anima. Grazie Gemma di tutto, grazie di esserci Mariuccia Pinelli LA FAVOLA DELLA SETTIMANA V VORREI ESSERE COME TE orrei essere come te quando fremi per il desiderio di giocare. Vorrei essere come te per l‛impegno che metti nel gioco, per la felicità di avere compagnia nel gioco, per le poche cose che ti servono per esprimerti al meglio mentre giochi. Vorrei essere come te quando nel sonno ti lasci andare nel tuo mondo fantastico del quale forse anch‛io faccio parte. Vorrei essere come te quando esprimi la contentezza per il pranzo o anche solo per un semplice spuntino. Vorrei essere come te quando dimostri gioia per una semplice carezza anche se distratta. Vorrei essere come te per la tua prorompente vitalità. Vorrei essere come te per la caparbietà che dimostri quando desideri qualche cosa, per i trucchi che sai mettere in atto affinché i tuoi desideri si avverino. Vorrei essere come te per la semplicità e l‛immediatezza che hai nei rapporti con gli altri anche se di razze diverse. Vorrei essere come te quando, desiderosa di ricevere attenzione, fai assumere al tuo corpo delle strane posture e dai tuoi occhi esce una luce che ripete, come in un mantra: “Ti voglio bene, ti voglio bene, coccolami, coccolami”. Vorrei essere come te, quando sgridata, magari a torto, guardi con occhi tristi, occhi che esprimono tutto il dolore per l‛incomprensione e il torto subito. Vorrei essere come te per la prontezza con cui dimentichi i torti e sei subito pronta a dispensare e ricevere affetto. Vorrei essere come te quando guardi il mondo con una dignità pari ad una principessa. Vorrei essere come te per la mancanza di orgoglio e per la grande umiltà che hai nel riconoscere i tuoi limiti e le tue manchevolezze. Vorrei essere come quando mi vieni vicino e guardandomi, sia che io lo voglia sia che io non lo voglia, cerchi di venire in braccio per farti accarezza- UN VESCOVO CORAGGIOSO Monsignor Brigantini, vescovo di Locri scomunica i mafiosi D i fronte aIl’ennesimo episodio di intimidazione il vescovo di Locri Gerace, monsignor Giancarlo Bregantini, ha risposto con la scomunica alla mafia e alla ‘ndrangheta. Con una lettera, divulgata in tutte le parrocchie della diocesi, fa riferimento «ai tanti atti di intimidazione che hanno il terribile intento di scoraggiare chi vuole il bene e si è impegnato, con fecondi risultati, a creare tante occasioni di lavoro in una terra avara di speranza e di futuro... Qui c’è una strategia mortale, che vuole spezzare le nostre intelligenze e minaccia le nostre risorse. Per questo è un atto che, come vescovo, condanno nel più forte dei modi. Lo condanno con la scomunica. Quella stessa scomunica che la Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto, è ora doveroso, purtroppo, lanciarla contro coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani - uccidendo e sparando - e delle nostre terre - avvelenando». 7 SGUARDO SUL QUOTIDIANO Il coraggio di Alice “S alve, mi chiamo Alice e sono un’alcolista. Sono sobria da 184 giorni. Ho bevuto la mia prima birra quando avevo nove anni. Mio padre è un’alcolista e a mia madre piaceva dare la colpa al suo cattivo esempio se io bevevo, così ci colpiva tutti e due. Comunque mi è piaciuta quella birra. E quelle che sono seguite. Un anno fa mi sono ubriacata. Non riuscivo a smettere, ho bevuto tanto. Non ero mai arrivata a quel punto e non so ancora perché l’ho fatto. Ho detto bugie a tutti quelli che conosco, a tutti quelli che amo e… provavo vergogna e terrore e umiliazione ogni giorno. Un giorno sono uscita dalla doccia, ho preso un asciugamano e sono andata a fare la spesa. Nessuno mi ha vista uscire dalla porta o per strada e devo dire… meno male, perché tenevo l’asciugamano così, sul palmo della mano. So che sono stata fortunata, perché certe volte portavo fuori le mie bambine ed ero completamente sbronza. Un sabato ho portato la mia piccola con me e quando sono tornata a casa… mi sono accorta che non c’era più. L’avevo lasciata in qualche posto e… dato che non mi ricordavo dov’ero stata, non avevo idea di dove fosse. Ho passato tre o quattro ore a chiamare tutti i negozi che frequentavo, finché il ragazzo del fornaio non ha suonato alla porta: avevano trovato il mio indirizzo su un assegno. L’ho ricompensato naturalmente, ma non sono più entrata in quel negozio. Il fondo l’ho toccato 184 giorni fa, quando la mia bambina mi ha visto mandare giù aspirine e vodka. E l’ho picchiata. E quando sono svenuta lei era sola con me e ha creduto che fossi morta. E per tutta la vita lei di questo porterà il segno. Lo so che devo perdonarmi per questo. E devo perdonarmi anche per quello che ho fatto a mio marito. E’ spaventoso quanto ci si può odiare per essere deboli e meschini; e lui non poteva salvarmi, così gli ho scaricato tutto addosso: ho dato a lui ogni colpa; ma non bastava mai, capite? Quando ha cercato di aiutarmi gli ho detto che mi faceva sentire piccola e inutile. Ma non è vero, nessuno ci può far sentire cosi: facciamo tutto da soli. L’ho allontanato da me perché sapevo che se avesse visto sul serio com’ero “dentro”, non mi avrebbe amato. Siamo separati ora. Lui se n’è andato via. Ed è stata così dura non implorarlo di restare! Non lo so se avrò un’altra occasione, ma adesso devo convincermi che ne merito una. Come la meritano tutti”. “Mia moglie è un’alcolista. E’ la persona migliore che abbia mai conosciuto. Ha seicento modi diversi di sorridere che mi illuminano la vita. Sa farmi ridere. Ridere forte: è l’unica. Ed è l’unica che sa anche farmi piangere. Davvero: le basta fare un sorriso. Dovreste vederla con le sue bambine. Dovreste vedere come la guardano, quando lei non le vede. Se penso a tutto quello che ha passato e a come non ho saputo aiutarla…” “… forse non era compito tuo”. “Sì che lo era. Io l’amo tanto e le ho provate tutte. Tranne ascoltarla. E l’ho lasciata sola. Me ne sono vergognato tanto, e non sono riuscito a dirglielo. Ma se glielo dicessi, chissà se mi amerebbe lo stesso”. “Di più. Ti amerebbe di più. Dovresti dirgliele certe cose a tua moglie”. (tratto da “Amarsi”, 1994, di Louis Mandoki, con M. Ryan e A. Garcia). Marco Doria DIRITTI E PENTIMENTO I n una delle scorse domeniche primaverili è uscita dal carcere per giocare una partita di pallavolo organizzata dai responsabili del carcere in cui sta scontando la pena per il duplice delitto commesso. Le telecamere ci hanno mostrato una bella ragazza (è stata una bella adolescente), disinvolto il suo atteggiamento, molto curata la sua persona. Nessun ravvedimento, nessuna espressione di pentimento da allora, dal giorno in cui, con l’aiuto di Omar, lei ha ucciso fratellino e mamma servendosi dei coltelli della cucina di casa. Nessun pentimento. Ne durante gli anni trascorsi al carcere minorile, ne in seguito. Alcuni uomini e donne di legge hanno espresso il loro disappunto, perchè in occasione dell’uscita di Erica, che non ha mancato di suscitare stupore e provocare non poche proteste da parte dell’opinione pubblica, hanno detto che la giovane detenuta è stata fatta oggetto di una vera e propria aggressione mediatica. L’eccessivo buonismo di alcuni giudici è cosa nota, ma non per questo deve cessar di stupire. Cosa altrettanto logica è aspettarsi che la prima, inaspettata, immeritata uscitasvago di una giovane reclusa colpevole di un così efferato delitto a così breve tempo dalla sua condanna, susciti interesse e poco benevoli commenti. E’ il minimo scotto che già doveva essere preventivato sia dalla detenuta,che dagli avvocati difensori, quanto dai responsabili dell’istituto di pena che da certi buonissimi, indulgentissimi uomini e donne di legge. E Omar? Il ragazzo che aiutò la fidanzatina a compiere il delitto, a cancellarne le tracce ed architettare la successiva quanto ingenua messinscena? Dal carcere in cui sta scontando la pena Omar, anziché tacere, parla. Parla per bocca 8 dei suoi avvocati, che anziché consigliare il silenzio a loro assistito, dicono che Omar trova profondamente ingiusto il fatto che ad Erica sia concesso di uscire e divertirsi mentre a lui che studia e s’impegna questo diritto sia stato finora negato. Riabilitazione. Reinserimento. Vane, vuote parole. Chi uccide, e chi uccide con l’aggravante di determinazione e crudeltà inaudita e dopo pochi anni dall’averlo fatto, anziché tacere, avanza diritti e confronti o si lamenta perché fotografi e giornalisti la inquadrano, lascia mal sperare sulla vera attuazione, sul possibile raggiungimento della propria riabilitazione, soprattutto se non sostenuta da un vero, sofferto, totale pentimento. Che il tempo, le circostanze,l’aiuto di persone preparate e totalmente disinteressate aiuti queste due creature a raggiungere la difficile meta. Dio. Come tutti i giovani di oggi, esse si lasciano facilmente coinvolgere dai passatempi e dalle mode del loro tempo, come è stato per me alla loro età. Io tuttavia, continuo a pregare per loro e a seminare la Parola del Vangelo nella loro vita, nella speranza che presto la mia preghiera venga ascoltata e sicura che prima o poi i frutti arriveranno. Non mi sento scoraggiata dall’attesa, poiché ho già sperimentato nel mio passato che Dio mi è sempre stato fedele e veritiero. Se perseveriamo e non ci scoraggiamo, ci renderemo presto conto del S U na delle mie principali priorità è sempre stata quella di trasferire alle mie figlie il desiderio di partecipare alla vita della chiesa, in modo che la spiritualità potesse diventare parte della loro vita che le avrebbe sostenute nei diversi momenti della loro esistenza. Questo concetto lo avevo trovato, efficacemente espresso, anche nella Bibbia: “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere: anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Proverbi 22,6). Tuttavia, ora che mie figlie sono adolescenti sembra cosi arduo per esse dare nella loro vita priorità alla chiesa e alla volontà di Daniela Cercato TESTIMONIANZA DEL SIGNORE NELLA CHIESA VENEZIANA Luciana Mazzer Merelli GLI ADOLESCENTI compimento delle promesse di Dio per noi. Nel frattempo ho conservato nel mio cuore le parole di Paolo a Sila: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”. lo non conosco i tempi dell’ adempimento della promessa di Dio, tuttavia sono certa che un giorno le mie figlie intraprenderanno più attivamente un percorso spirituale. Allora anch’io potrò affermare, insieme a Giosuè (24, 15):” Quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore”. “avevo una vita coniugale, era piena, ma mi mancava un figlio” ono nata e vissuta a Burano, fino a ventidue anni. Ho incontrato mio marito e ho lasciato l’isola quando l’ho sposato. Più di ogni cosa al mondo desideravamo formare una famiglia e avere dei figli. Situazioni dolorose infantili di entrambi avevano segnato la nostra vita che era forse più bisognosa di donare e ricevere amore. La nostra vita coniugale era piena, ma non perfetta poiché il nostro amore non dava frutto e quest’amarezza si trascinava dolorosa nei nostri cuori. La strada ci sembrava sempre più difficile, ci sentivamo a momenti forse anche inutili e tutti i nostri pensieri lasciavano spazio a domande senza risposta: “Perché proprio a noi?”, “Cosa abbiamo fatto per meritare questo?”. Poi in me, in maniera diversa, comunque non meno intensa di mio marito, si è insinuata una sensazione di vuoto per l’impossibilità di riversare quello che avevo dentro verso una creatura. Poi si è fatta strada una preghiera. Non insistente, discreta. Considerando che il mio “male” pareva essere nulla in confronto ad altre situazioni mi sentivo egoista. Non volevo più piangermi addosso, ed è affiorata lentamente una convinzione che forse tenevo dentro da tempo: non dovevo commiserarmi, ma far uscire da questa situazione qualcosa di buono ed appagante per me e mio marito. Si è aperta così, non senza difficoltà ma con convinzione ed entusiasmo, la via dell’adozione. Ci sono state vicine persone meravigliose che ci hanno dato fiducia e hanno aperto un altro capitolo della nostra vita. Dopo nove anni di matrimonio final- mente stringevamo tra le braccia il nostro piccolo. Con la presenza del bambino si è focalizzato quello che già da prima avevo cominciato a comprendere: il progetto che era stato scritto per me, era che anch’io potevo essere madre, far felice un bimbo che aveva bisogno di crescere in una famiglia serena ed accogliente. Il mio bambino mi ha dato la gioia di vederlo crescere sano e felice. Lui ha donato la vita a noi e noi abbiamo donato la vita per lui. La gratuità dell’amore di questo figlio ci ha ricompensato dei momenti bui e tristi. Quando aveva sette anni siamo ritornati a Burano con la gioia nel cuore di ritrovare la mia famiglia di origine e la dimensione dell’isola dove tutto è vicino e che per me è importante. Qui abbiamo seguito incontri legati al catechismo del nostro bambino, in un percorso di iniziazione cristiana. Qualche anno dopo, su invito discreto degli animatori, ho iniziato a frequentare i Gruppi di Ascolto. Ho sentito la necessità di approfondire la mia fede, che in passato aveva anche vacillato. Qui ho trovato molte risposte. Mi pongo con molta umiltà, ma la semplicità dei luoghi e le persone con cui si parla mi fanno sentire a mio agio e riesco ad aprirmi e a comprendere la profondità del messaggio cristiano che finalmente sento mi appartiene. È la testimonianza di una donna della parrocchia di S. Martino di Burano (Venezia): dall’ adozione di un figlio all’ingresso in un gruppo d’ascolto C 9 RIFLESSIONI SUL VANGELO 16 luglio 2006 XV DEL TEMPO ORDINARIO Marco 6,7-13 «Gesù chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due...». È la prima volta che tu invii i tuoi apostoli in missione, un impegno di qualche giorno in cui faranno 1’esperienza di ciò che la loro vita sarà più tardi. Tu li invii due a due: potranno sostenersi vicendevolmente. Dovranno soprattutto trasmettere il tuo messaggio d’amore con l’esempio della loro vita fraterna. Se vi amate gli uni gli altri, tutti riconosceranno che siete miei discepoli... «Diede loro potere sugli spiriti immondi...». La loro missione non sarà facile. È quella che il Padre ti ha affidato: portare la liberazione ai prigionieri, invitare gli uomini alla conversione, ridonare loro la gioia dei figli di Dio sottraendoli al peccato e alla presa del maligno. Compito vasto e difficile! Come possono affrontare questa «missione impossibile» ? «Ordinò loro che non prendessero nulla per il viaggio...». Che strana raccomandazione! Forse gli apostoli hanno chiesto spiegazione? L’evangelista Marco non ne parla perché sta a noi comprendere la tua chiamata, Signore. Siamo noi quelli che tu invii oggi nel mondo dicendoci di non prendere nulla per il cammino. Tu ci fai comprendere, così, che la salvezza del mondo non è opera nostra, ma tua. Non è il nostro messaggio che dobbiamo trasmettere, ma il tuo. Tu ci hai donato 1’esempio: «Io non parlo da me stesso ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare...» (Gv 12,49-50). Fa’, Signore, che ti lasciamo agire in noi e fa’ di noi degli strumenti docili tra le tue mani per la missione che tu ci confidi. DIARIO DI UN PRETE IN PENSIONE Lunedì on dedico molto tempo alla lettura de “Il Gazzettino” e del poco tempo che impegno per il quotidiano solo una piccolissima porzione la impegno per la cronaca. Ci sono però certi titoli su cui non è proprio possibile sorvolare tanto accaparrano la mia curiosità. Stamattina mi sono imbattuto in una di queste esche infallibili: “Nell’ospedale di Mestre occorre un anno per ottenere la possibilità d’avere una mammografia”. E’ giusto un titolo che comunque desta indignazione; se però s’è appena venuto a sapere che due persone amiche corrono dei pericoli perché hanno tardato di un paio di mesi nel sottoporsi a questo esame, allora l’indignazione diventa rabbia e in ribellione. Ho chiesto delucida- N numero al giorno, fatto quel numero negli stessi ambulatori ne fanno a pagamento quanti altri ne vogliono! Ora sto a vedere cosa farà il nuovo ministro; speriamo che non completi i danni già fatti dalla Bindi! Martedì na ventina di mie antiche alunne delle magistrali hanno voluto passare alcune ore assieme con me, loro insegnante. Le ho invitate a pranzo e così hanno mangiato assieme ai residenti del don Vecchi al Senior Restaurant. Queste alunne si sono diplomate nel 1965 ed ormai sono tutte in pensione. Temevo questo incontro perché a più di quarant’anni di distanza dal tempo che le avevo incontrate sui banchi della scuola, n’era passata tanta di acqua sotto i ponti della nostra vita e temevo che potessimo trovare solamente estraneità ed imbarazzo. Invece no: tra di loro avevano mantenuto un qualche rapporto e con me, altre però non le avevo più riviste da così tanto tempo, non c’è stato alcun disagio. Avevano mantenuto un’immagine bella e serena del prete loro insegnante e del messaggio che ho tentato di passare. Mi sono accorto che con le più lontane il legame s’era mantenuto vivo per i messaggi concreti che sono apparsi nella stampa cittadina durante questi quattro decenni tanto che m’è sembrato che avessero continuato ad ascoltare i temi che avevo proposto a scuola e che poi ho tentato di tradurre in scelte di vita concreta. Di certo non ho incontrato le ragazze in fiore dei loro 18 anni, ma ho potuto accorgermi che le idee di fondo e gli orientamenti della loro vita non s’erano discostati di molto da ciò che avevo insegnato. Sono stato soprattutto felice perché m’è parso d’avere una prova che la fatica di quegli anni non era stata inutile. U Mercoledì n giovane parroco, m’ha chiesto di celebrargli un funerale perché lui aveva un precedente impegno. Gli ho detto subito di si, anche perché mi era facile fargli questo piacere e provavo gioia nel poterglielo fare. Quando andai in pensione, e mi trovai col vuoto sotto i piedi, per qualche giorno pensai di scrivere una lettera ai parroci di Mestre per dichiarare loro la mia disponibilità ad aiutarli, dato che le cose erano an- U zioni ad una persona dell’ambiente su come mai si verificano questi ritardi, e mi ha spiegato che suddetto esame si può ottenere l’oggi per il domani, basta pagare. I medici addetti a questo esame specifico hanno un contratto con l’ospedale per farne un certo 10 date diversamente da come le avevo immaginate. Poi, prudentemente attesi per vedere che indirizzo avrebbe avuto la mia vita sacerdotale. Ora faccio fatica a far star dentro, nelle mie giornate, tutte le cose di cui mi occupo forse anche perché sono meno agile mentalmente, ma comunque mi ha fatto molto piacere poter essere di aiuto a chi è in difficoltà. Penso che anche per le prossime vacanze, quando la vita dei parroci sarà più cruciale per i campi estivi dei ragazzi, vorrò essere disponibile per quanto potrò e per quanto riuscirò. L’affermazione della Scrittura “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” oggi m’appare ancora più vera e più gratificante di quanto non avessi immaginato prima! Giovedì na giornalista del “Gazzettino” mi ha telefonato per sentire se avevo qualcosa da dirgli su come la pensavano gli anziani circa l’eutanasia. Non avevo riflettuto molto, in quanto prima non vivevo tra anziani; comunque essendo molto anziano pure io, non m’è stato difficile di darle notizie sicure di prima mano. L’eutanasia è un falso problema creato in maniera fittizia, ma non interessa gli anziani, o è un problema per la gente sofisticata, per gente che si crede molto lontana dalla morte, o di gente che ha il gusto sadico –come i radicali– di dire sempre qualcosa di diverso e di opposto di quanto la Chiesa e il buon senso vanno ripetendo da secoli. Tutto sommato il pensare dei vecchi si rifà a questa verità popolare: “magari attaccato a un chiodo!” I vecchi, appunto perché sono vecchi, e perciò con qualche pericolo di morire presto, pensano solamente a vivere e non a morire. Non voglio scomodare l’istinto di conservazione; la sensazione comunque di quasi tutti è d’avere ancora molte cose da fare, il desiderio di godersi qualche anno in pace dopo tanto lavorare e cose del genere. I vecchi desiderano vivere, come avviene un po’ per tutti, lasciando a quella gente che s’accanisce per crearsi comunque problemi anche quando non ci sono; ciò non toglie che sono convinto che prima o poi i nostri politici massoni e anticlericali finiranno di introdurre l’eutanasia, perché se non fosse così non sarebbero neppure quegli spostati che sono. U Venerdì i capita di frequente di riflettere sul tema della libertà. Anche ai nostri giorni, col fondamentalismo arabo dilagante, con regimi militari e corrotti, o con governi ultranazionalisti, la libertà non vive tempi facili e felici. Anche noi che viviamo in una democrazia consolidata siamo fortemente influenzati dai mass media, che esercitano un potere subdolo, ma quanto mai determinato, facciamo fatica a vivere in maniera effettivamente liberi. Però rimango sempre convinto che l’anelito alla libertà, il desiderio di autodeterminazione rimarrà comunque non solo un diritto, ed un bisogno mai completamente sopprimibile; rimane un istinto così profondo che nessuna forma di oppressione, violenta o subdula, riuscirà a sopprimere totalmente. Mio padre, che ormai è in cielo da molto tempo, da vecchio aveva un merlo a cui era affezionatissimo: lo nutriva con le leccornie più gradite a questa specie di volatili, curava che la gabbia fosse pulitissima, lo portava all’aperto in un ambiente ombreggiato d’estate, al calduccio in casa durante i tempi freddi, lo visitava e dialogava con lui fischiettando; era insomma un merlo che viveva da re. Papà s’era convinto d’essere amato da questo signor merlo in redinghote nera. Sennonché un bel giorno, o meglio un brutto giorno per il mio genitore, si dimenticò la porticina della gabbia aperta e il merlo, nonostante tutte le moine e la vita facile e comoda che mio padre aveva tentato di dargli, s’involò nel cielo libero senza far più ritorno. La libertà costa, ma rimane comunque un diritto, un dovere, un bisogno profondo che nessuna blandizia o violenza può toglierci! Io so quanto m’è costata la mia libertà, però sono ancora disposto a difenderla con i denti! M Sabato ra il mio ministero sacerdotale lo svolgo soprattutto in cimitero. Il camposanto è la mia nuova parrocchia, il luogo in cui svolgo il mio apostolato. Tutti pensano che il cimitero sia dimora dei morti, ma in realtà c’è una vita intensa e variegata anche tra le tombe. Da mane a sera un continuo via vai di persone anima i viali che corrono fra le tombe e normalmente hanno modi pacati, sentimenti sereni, persone in cui O emergono gli aspetti migliori della loro umanità, per cui è molto facile avvertire un rapporto amichevole anche con chi non conosci e che incontri casualmente. Il denominatore comune di chi frequenta questo luogo di silenzio e di pace è sempre caldo e fraterno. M’è sempre dolce entrare nella piccola e povera chiesa e scorgere questo ondeggiare di fiammelle rosse che sembrano essere il segno di una preghiera calda e silente cosicchè anche quando non c’è nessuno mi pare gremita di un popolo che prega. Porta conforto al mio cuore scorgere persone di tutte le età, che in tutte le ore del giorno, entrano dal vecchio cancello portando fiori in mano avviarsi frettolosi, prima e dopo il lavoro, presso un appuntamento trepido ravvivato dalla memoria e dall’affetto. E poi l’Eucarestia sotto un cielo aperto, tra i cipressi, con cori di uccelli che pare accompagnino le preghiere e le parole del Vangelo, sono momenti di grande gaudio interiore. Sento ormai d’essermi profondamente legato a questa gente, a questo popolo del Signore e mi pare che di settimana in settimana diventi sempre più numeroso, sempre più affiatato e sempre più partecipe ai divini misteri che si celebrano insieme ai fratelli del cielo. Ormai mi sono innamorato della mia piccola e grande nuova parrocchia! Domenica n mio giovane amico, laureato da non moltissimi anni, ma intelligente e appassionato della sua professione, impegnato in uno studio di commercialista e docente universitario, recentemente mi chiese un consiglio che ha fatto emergere nel mio animo una frustrazione che, U 11 nonostante la mia veneranda età, non ho ancora superato. E’ uscito un bando di concorso pubblico, che ipocritamente la legge impone, per fare parte del consiglio di amministrazione di un grosso ente pubblico della nostra Città. Era incerto se inviare ancora una volta il suo brillante curriculum come aveva fatto altre volte senza avere alcun riscontro. Mi informai come stessero le cose da una persona che aveva avuto modo di vedere qual’era il percorso e la soluzione. Mi disse: “Don Armando, neppure ci pensi, questi posti sono spartiti tra i partiti che li danno a persone legate al loro coro. Sono posti ambiti, ben pagati, ma vi accedono solamente persone che fan parte dei clan della politica”. Mi ricordai del protagonista del romanzo “Le stelle ci stanno a guardare” del Cronin. L’umile minatore che riesce a diventare deputato con l’intento di aiutare gli ultimi, ma che sconfitto dalle consorterie dominanti è costretto a scendere nuovamente in miniera “mentre le stelle fredde e beffarde stanno a guardare la sua sconfitta”. Proposi al mio giovane amico “vuoi che scriva a Galan della Regione, a Zoggia della Provincia a Cacciari del Comune, spedendo il tuo curriculum e chiedendo loro se queste nomine sono fatte in rapporto al merito o a motivi clientelari? Io fortunatamente non ho nulla da perdere!”. Poi ci ripensai, temevo di bruciare ancor di più questo ragazzo, figlio di operai, che ha tutti i titoli, soprattutto l’onestà oltre che la preparazione professionale per dare un contributo alla gestione delle cose pubbliche. Non ne facemmo nulla, ma m’è parso d’aver partecipato anch’io, assieme ai “potenti di turno”, a far discendere nelle viscere della terra un giovane che sogna un mondo più onesto! NOTIZIE DI CASA NOSTRA IL CASSONETTO FUNZIONA, ECCOME! Il cassonetto posto all’ingresso del Centro don Vecchi funziona alla grande. Non solamente le famiglie del viale don Sturzo, ma anche i cittadini del centro città portano i loro vestiti in questa custodia sicura e a portata di mano dei magazzini. I responsabili dei magazzini si augurano di ottenere un finanziamento da parte del “Centro servizi” in maniera da poter collocare almeno una decina di questi cassonetti presso le principali chiese della città. CONCERTO DI “AMICI IN CORO” Domenica 25 giugno il gruppo corale “Amici in coro” ha offerto un concerto ai residenti del Centro don Vecchi. Il concerto che ebbe come repertorio le canzoni di Bepi De Marzi è stato eseguito in piazzetta a nord del Centro alle ore 16. Molti gli anziani presenti e molti gli apprezzamenti per la bella ed interessante esecuzione. L’INCONTRO PIACE Il segno evidente che il settimanale “L’incontro” piace è che c’è perfino chi si pone il problema del suo costo ed ha pensato di contribuire con un’offerta. Una affezionata lettrice “che legge dalla prima all’ultima riga” ha offerto un mese fa 500 euro, e qualche giorno fa altri 150 euro. In verità non sono finora molti i benefattori di cui veniamo a conoscenza, ma per fortuna ci sono. Anche se sarebbe più opportuno fossero di più perché i costi sono notevoli. UNA TELA DELLA PITTRICE ANTONIETTA PANTELLARO Domenica 11 giugno la signora Carmela Pantellaro, sorella di Maria Antonietta, deceduta l’undici marzo scorso, insegnante elementare, ma soprattutto pittrice di valore, ha donato a don Arman-do per la galleria del Centro don Vecchi una grande tela. Il soggetto di suddetta opera pittorica è “L’eremo di San Francesco” segnalato con medaglia d’argento Città di Padova, rassegna D’Arte, Arcella 1982 in occasione dell’VIII centenario della nascita di San Francesco d’Assisi. L’opera è stata inserita nella galleria permanente d’arte moderna del Centro. La Direzione del don Vecchi ringrazia sentitamente la Signora Carmela Pantellaro per il dono veramente prezioso ed inserisce nell’archivio storico di suddetta galleria la critica che Paolo Rizzi ha esteso di suddetta opera. RIORDINO DELLE AIUOLE DEL PARCHEGGIO In questi giorni stiamo provvedendo al riordino delle aiuole che abbelli- scono il parcheggio che fiancheggia la strada “Società dei 300 campi”. Pur consci che questo non sarebbe tempo più opportuno per questo intervento s’è deciso di farlo perché solamente ora si ha la persona giusta che lo può fare. Comunque ci auguriamo di riuscire in futuro a tener sempre sotto controllo il sempreverde che tenderebbe a diventare presto bosco. I RAGAZZI DELLA “VECELLIO” IN VISITA AL DON VECCHI Giovedì 8 giugno, alla vigilia del termine dell’anno scolastico, tre classi della scuola elementare Tiziano Vecellio, accompagnati dalle loro insegnanti, hanno visitato il don Vecchi ed hanno cantato agli ospiti anziani alcune canzoni veneziane. La signora Giovanna Miele Molin, insegnante in pensione della stessa scuola ha fatto gli onori di casa, poiché tutta la direzione era impossibilitata ad essere presente. Alla fine dell’incontro s’è offerto il gelato a tutti i bambini. Al don Vecchi si gradiscono quanto mai queste visite che portano una ventata di freschezza. SOLE SUL NUOVO GIORNO Ricordiamo ai lettori che all’inizio di ogni mese esce, per iniziativa del nostro settimanale e quello della parrocchia di Carpenedo, un opuscolo con un “pezzo di valore” di uno scrittore di grosso spessore. L’opuscolo è intitolato: “Sole sul nuovo giorno”. La pubblicazione vuole offrire uno spunto per la meditazione quotidiana. L’opuscolo è stampato in sole 500 copie, 250 per la chiesa del cimitero e 250 per quella di Carpenedo. Le copie che sono negli espositori della chiesa del Cimitero durano pochissimo, motivo per cui chi ne rimane senza può cercarla in chiesa a Carpenedo. UNA BELLA MADONNA DEL SETTECENTO PER LA CAPPELLA DEL DON VECCHI Don Armando ha avuto una bella occasione di poter acquistare una bella statua della Madonna col bambino in braccio, del ‘700. Per ora ha collocato questa statua nella cappella del don Vecchi augurandosi di poterla collocare al più presto nella nuova chiesa del cimitero. TERESA STINEA Non passa giorno che il buon Dio non 12 “LE DONNE DE CASA” Domenica 11 giugno alle ore 16,30 la Filodrammatica degli anziani della parrocchia di Santa Rita s’è esibita al Centro don Vecchi con la commedia di Carlo Goldoni “Donne di casa nostra”. La filodrammatica diretta da Bruna Valvo non è nuova a questi spettacoli, infatti da molti anni si esibisce in parrocchie e case di riposo. La commedia è stata ridotta dalla stessa regista che ha sforbiciato le scene più esilaranti. Gli anziani del don Vecchi hanno gradito quanto mai lo spettacolo applaudendo a scena aperta gli attori che si sono dimostrati veramente bravi. chiami a sé qualche nostro fratello per far posto a chi deve arrivare in questo nostro mondo. Mercoledì 7 giugno il Signore ha chiamato al Cielo la signora Teresa Stinea ch’era nata il 24 maggio del 1948. Teresa aveva sposato Dino Zanella dalle cui nozze ebbe tre figli ed abitava nel litorale a Treporti. Ricoverata all’ospedale Umberto I é colà deceduta. Don Armando ha celebrato la funzione del commiato cristiano nella chiesetta del cimitero sabato 10 giugno alle ore 11. Don Armando esprime al marito Dino, ai figli e ai famigliari i sentimenti del suo più vivo e fraterno cordoglio. Invita tutti alla preghiera di suffragio per questa sorella che ora ci aspetta il cielo. CONCLUSIONE DEGLI INCONTRI DELL’ASSOCIAZIONE PARKISON DI MESTRE Sabato 10 giugno ha avuto luogo al Centro don Vecchi l’ultimo incontro dell’associazione Parkison mestrina. Con questo ultimo incontro s’è conclusa la sezione primaverile degli incontri di informazione circa questo morbo; incontri che l’associazione promuove mensilmente presso la sala Carpineta del Centro don Vecchi. L’ARCHITETTO ZANETTI SOCCORRE DON ARMANDO Abbiamo già informato che don Armando è preoccupato per la continuazione del servizio che il Foyer S. Benedetto svolge a favore dei parenti dei ricoverati in ospedale a Mestre e dei pazienti che devono ritornare per le terapie, quando andrà in funzione il nuovo ospedale. E’ evidente che Riviera Miani ove attualmente svolge la sua benefica e preziosa attività il Foyer è assolutamente decentrata per chi dovrà fruire dei servizi del nuovo ospedale. Le ricerche fatte finora da un agente immobiliare amico di don Armando, risultano terribilmente onerose e fuori da ogni sua possibilità di intervento. L’Architetto Giovanni Zanetti, progettista del don Vecchi a Marghera, s’è offerto di sondare la possibilità di ottenere gratuitamente cinquemila metri di terreno per costruire ex-novo questa struttura complementare al nuovo ospedale e dedicata agli utenti che non possono permettersi l’albergo a causa delle loro condizioni economiche. Per ora don Armando sta attendendo il risulta- to di questa operazione, ma se anche fosse superata positivamente questa prima fase bisognerebbe che un grosso benefattore s’accollasse la spesa della costruzione. Don Armando si dichiara finora ben felice di intitolare la struttura col nome del benefattore o di chi questi voglia dedicarla. Per ogni informazione o chiarimento telefonare a don Armando 041.53.53.059 VIOLINI IN ERBA Sabato 10 giugno gli allievi della scuola di violino diretta dai coniugi Paola e Carlo Lazzari, “Violini in erba”, si sono esibiti nella Sala Carpineta affollata dai residenti del Centro don Vecchi. Gli anziani hanno tributato calorosi applausi ai piccoli alunni che si sono esibiti con garbo e maestria. VENTICINQUE ANNI DI SACERDOZIO DI DON MARINO GALLINA Domenica 11 giugno don Marino Gallina, attualmente parroco della comunità di S. Maria di Lourdes di Via Piave, ha celebrato il suo 25° anno di ordinazione pastorale. Don Armando, che ha avuto come collaboratore don Marino nella parrocchia di Carpenedo e che ha mantenuto sempre un rapporto di stima e di affetto con questo sacerdote ha partecipato idealmente alla celebrazione solenne di questo fausto ed importante anniversario da segno della partecipazione sua e della comunità del don Vecchi ha offerto una icona russa al festeggiato. LETIZIA DUODO Venerdì 9 giugno, sempre nella chiesetta del cimitero don Armando ha porto l’ultimo saluto a Letizia Duodo. Concittadina ch’era nata il 17 ottobre 1929 ed è deceduta lunedì 5 giugno del corrente anno. Don Armando, ancora una volta ha celebrato il santo sacrificio eucaristico per la pace eterna di questa cara sorella che ci ha preceduti in cielo, chiedendole di continuare a volerci bene e che ora, che è presso Dio, interceda per tutti noi che siamo ancora in marcia per la Patria Celeste. Don Armando ha espresso il suo cordoglio al fratello Bruno e ai famigliari invitando infine tutti a mantenere vivo il ricordo dei nostri cari che ci hanno preceduto in Cielo mediante la preghiera di suffragio. ASSUNTA TOMEI Giovedì 8 giugno don Armando ha celebrato il commiato religioso per la concittadina Assunta Tomei. La sorella che ci ha lasciti era nata il 25 agosto 1922, aveva sposato il signor Sartorelli di cui ebbe Luigi, unico figlio. Essendo la signora Assunta rimasta vedova e in precarie condizioni di salute era stata collocata in Casa di Riposo “Anni Azzurri” è deceduta il 4 giugno scorso. Don Armando ha affidato con fiducia alla Misericordia di Dio l’anima di questa anziana signora, ha espresso al figlio e ai famigliari i sentimenti del suo fraterno cordoglio, invitando i fedeli a ricordare nella preghiera la cara estinta, rammentando a tutti che in occasione del trigesimo della morte e nei prossimi cinque anni si celebrerà una preghiera di suffragio per lei.