ANNO 2 - N° 29
Domenica 16 luglio 2006
L’incontro
Supplemento de “L’anziano” di luglio n.6 - Direttore don Armando Trevisiol - Autorizzazione del Trib. di VE n. 624 del 5/2/1979.
Settimanale di informazione e formazione per i fedeli della Chiesa S. Croce del Cimitero di Mestre e per gli amici
del Centro don Vecchi, per l’associazione “Carpenedo solidale” e per la Pastorale del Lutto - Cellulare 334.9741275
GUARDARE SEMPRE AVANTI
La vita, i sogni, i progetti, il bene e lo stesso Dio stanno sempre un po’ oltre il luogo e il momento in cui ci troviamo. Tutti, proprio tutti: uomini e donne, ragazzi e anziani, intellettuali
o onorevoli, possiamo fare un passo oltre perché il bene diventi realtà. Allora, avanti!
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INCONTRI
POLITICA SPORCA E POLITICA PULITA
La politica è una delle più alte attività dell’uomo quando è svolta
come servizio alla persona e alla collettività
Ci puo’ essere anche una politica non sporca e dei politici che
non s’approfittano, ma che invece sono veramente impegnati
per il bene dei loro concittadini.
R
icordo molti anni fa di aver partecipato nella sala Lux della
mia vecchia parrocchia ad una
lezione – testamento dell’onorevole
Costante Degan, deputato al parlamento italiano e per un certo tempo
anche ministro. Avevano organizzato
l’incontro i giovani studenti dell’associazione scout. La sala era gremitissima per ascoltare questo esponente
di primo piano della democrazia cristiana mestrina. Tutti sapevano che
Degan era ammalato di cancro e che
la malattia era in una fase ormai terminale. Era quello un momento molto
difficile per il nostro comune e Degan
stava tentando di mediare per formare una compagine per il governo della
città. Sapevo per informazioni più che
attendibili che s’era fatto approntare
perfino una brandina in una stanza del
Municipio per riposarsi qualche istante tra le interminabili riunioni. Nonostante questa situazione gravissima
accettò di parlare ai nostri giovani.
Fu una conversazione che apparve
subito più un testamento spirituale
piuttosto che una disquisizione sul
grave momento politico in cui versava il Paese. Questo parlamentare disse ai giovani che l’attività politica è
l’espressione più alta della solidarietà sociale e della carità cristiana per
noi credenti. Perché mediante l’attività politica si creano le condizioni
perché ogni cittadino sia libero, possa
esprimere tutte le sue potenzialità,
perché individui e classi sociali possano impegnarsi in una cornice solidale,
perché i più forti e i più intelligenti si
facciano carico delle istanze e dei bisogni dei cittadini più fragili, perché
ogni persona possa essere messa in
condizioni di esprimere nella maniera
migliore e nelle condizioni più favorevoli le proprie capacità con vantaggio
di tutti. Degan parlava piano, quasi
ansimando perché il respiro era molto corto. Non disse cose tanto diverse
di quanto dicono gli altri uomini della
politica, ma le disse con tanta convinzione per cui tutta la sala comprese il
vero significato dell’azione politica di
chi crede in questo servizio fatto alla
collettività. Si avvertiva poi che queste sue convinzioni erano supportate
da una cultura veramente cristiana
e da delle scelte che trovavano nel
Vangelo le motivazioni più vere. Costante Degan fu in realtà un cristiano
convinto e coerente nella vita politica come in quella famigliare e come
membro della chiesa. Morì pochi giorni dopo questo suo intervento ed io
gli sono ancora molto riconoscente.
Quel discorso mi ha aiutato e mi aiuta
ancora ogni volta che mi imbatto nelle bassezze, negli intrighi, nei com-
promessi e nelle ambiguità in cui si
svolge purtroppo assai di frequente
l’attività del nostro parlamento e dei
nostri partiti, dei nostri uomini politici. Questa settimana avevo pensato di
proporre per la rubrica “Incontri” la
figura e la testimonianza di Giorgio La
Pira, “Il sindaco Santo”, perché sento il bisogno di dire a me stesso e ai
miei concittadini che “non possiamo
e non dobbiamo vivere da disperati”
per quanto riguarda il nostro rapporto con il mondo della politica, perché
anche in parlamento e nei partiti ci
sono ancora degli uomini sani che
pensano più al bene del Paese che al
loro portafoglio e la loro vanagloria.
Persone alla testimonianza delle quali dobbiamo ricorrere quando l’orizzonte si fa più fosco. A testimonianza
di questo penso opportuno proporvi la
lettura di uno splendido discorso di La
Pira e una notizia di un ragazzo ven-
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tenne che si propone come sindaco di
Zoldo Alto, nella speranza che questa
testimonianza sproni i nostri giovani
a non pensare solamente al calcio e
alla discoteca, ma comincino ad impegnarsi in un servizio difficile e pericoloso, ma nello stesso tempo nobile
e necessario.
Sac. Armando Trevisiol
GIORGIO LA PIRA
“Io non amo la furbizia dei politici
e i loro calcoli elettorali”
Dal discorso pronunciato nella seduta
del Consiglio comunale del 24 settembre 1954, seguita alla minaccia di dimissioni di una parte dei consiglieri in
disaccordo sulle decisioni prese da La
Pira, sindaco di Firenze. Interessante
l’idea dell’attività politica e amministrativa che ne emerge.
S
i allude forse ai miei interventi per
i licenziamenti e per gli sfratti e
per altre situazioni nelle quali si
richiedeva a favore degli umili, e non
solo di essi, l’intervento immediato,
agile, operoso del capo della città?
Ebbene, signori Consiglieri, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa; voi avete nei miei confronti un solo
diritto: quello di negarmi la fiducia!
Ma non avete il diritto di dirmi: signor
Sindaco non si interessi delle creature
senza lavoro (licenziati o disoccupati),
senza casa (sfrattati), senza assistenza
(vecchi, malati, bambini, ecc.).
E’ il mio dovere fondamentale questo:
dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima che dalla
mia posizione di capo della città -e
quindi capo dell’unica e solidale famiglia cittadina- dalla mia coscienza di
cristiano: c’è qui in giuoco la sostanza
stessa della grazia e dell’Evangelo.
Se c’è uno che soffre io ho un dovere
preciso: intervenire, in tutti i modi e
con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce,
perché quella sofferenza sia diminuita
o lenita. Altra norma di condotta per
un Sindaco in genere e per un Sindaco
cristiano in ispecie non c’è. Quindi, signori Consiglieri, è bene parlare chiaro
su questo punto. Ripeto, voi avete un
diritto nei miei confronti: negarmi la
fiducia; dirmi con fraterna chiarezza:
signor La Pira lei è troppo fantastico e
non fa per noi! Ed io vi ringrazierò: perché se c’è una cosa cui aspiro dal fondo
dell’anima è il mio ritorno ai silenzi ed
alla pace della cella di San Marco, mia
sola ricchezza e mia sola speranza. Ed
è forse bene, amici, che voi vi decidiate
così! Io non sono fatto per la vita politica nel senso comune di questa parola: non amo le furbizie dei politici ed i
loro calcoli elettorali; amo la verità che
è come la luce; la giustizia, che è un
aspetto essenziale dell’amore; mi piace di dire a tutti le cose come stanno:
bene al bene e male al male. Un uomo
così fatto non deve restare più oltre
nella vita politica che esige -o almeno
si crede che esiga- altre dimensioni tattiche e furbe!
Ma se volete che resti ancora sino al
termine del vostro viaggio allora voi
non potete che accettarmi come sono:
senza calcolo ma col solo calcolo di cui
parla l’Evangelo: fare il bene perché è
bene! Alle conseguenze del bene fatto
ci penserà Iddio!
E quanto all’avvenire, il nostro punto di
vista rimane quello medesimo che indicammo all’inizio della nostra navigazione amministrativa: miriamo al bene
della città: alla pacifica e fraterna coesistenza dei cittadini; all’ effettiva ed
efficace tutela degli operai e degli umili; ad una politica crescente di edilizia popolare; all’elevazione del reddito cittadino; alla difesa delle industrie
ed allo sviluppo degli investimenti; alla
crescente attrazione di questa città così
misteriosa e così bella per tutta l’orbita
della civiltà cristiana ed umana.
ROBERTO MOLIN
Sindaco di Zoldo Alto
a vent’anni di età
Appena eletto con 52,5 % di voti
Sindaco a vent’anni, il più giovane
d’Italia. II primato spetta a Roberto
Molin Pradel, giovane bellunese, appena eletto a capo del comune montano di Zoldo Alto (Belluno).
S
u mille e cento abitanti, il giovane
primo cittadino ha raccolto il 52,5
per cento di preferenze, battendo il sindaco uscente, Lucia Colussi,
assestatasi sul 47,8 per cento. «Inutile
dire che il risultato è stata una sorpresa del tutto inaspettata», racconta al
telefono subito dopo aver sostenuto
uno scritto di chimica organica all’università di Padova, dove sta frequentando un corso di laurea triennale in
Chimica. Un’elezione a sorpresa in
primis per lui, dato che la sua civica
“Per Zoldo Alto”, era nata soprattutto,
spiega, «per far avvicinare i giovani al
mondo della politica». Sorpresa anche
Dopo la chiusura della
Democrazia Cristiana, i cattolici
sono sparsi in tutti i partiti, ma
quando si tratta dei valori
fondamentali della vita e della
fede, dovrebbero ritrovare una
completa unità
per il papà Adelino, vicesindaco uscente, che si era presentato alle elezioni
con la lista uscita battuta: «Sono orgoglioso per la vittoria di Roberto spiega
il padre - ma anche un po’ dispiaciuto». Non tanto per il fatto che il figlio
lo abbia battuto su un campo -quello
della politica- dove lui era presente
da anni, quanto perchè «l’incarico di
sindaco non è una cosa da poco, ed
ho paura che mio figlio faccia fatica a
tenere in piedi l’amministrazione comunale e l’impegno universitario, che
deve rimanere al primo posto». Decisiva più di una campagna elettorale,
dunque, sarà la sfida del neosindaco a
destreggiarsi tra studio e politica, senza deludere i genitori né i concittadini. Ma Roberto Molin Pradel rassicura
tutti: «lo e gli altri della lista siamo
un bel gruppo -spiega– e sentiamo di
potercela fare. Nei prossimi mesi estivi
ci organizzeremo, in modo da metterci
subito al lavoro».
Nella lista che ha portato Roberto Molin Pradel allo scranno più alto di Zoldo
vi sono candidati espressione delle aree politiche più diverse, «ma ci accomuna l’essere giovani e determinati».
Tra i punti più importanti del programma, il sindaco cita «la tutela del
territorio- e la lotta alla speculazione
edilizia. Senza dimenticare la tutela
dei boschi ed il decoro dell’arredo urbano. Siamo una buona squadra, governeremo bene».
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Associazioni cattoliche a favore dell’uomo
CENTRO AIUTO VITA
A questo mondo e nel nostro paese e
nella nostra città c’è chi, pagato, lavora per la morte, ma fortunatamente c’è chi, volontario, lavora per la
vita.
Valentina: non mollare mai
C
iao a tutti coloro che amano la
vita.
Mi chiamo Valentina, ho 18 anni
e vivo in provincia di Venezia. La mia
storia, che in breve vi racconterò, è iniziata l’8 giugno 2002 durante la pizza
di classe di quarta superiore, quando,
dopo aver fatto il test di gravidanza,
ho scoperto di essere incinta e in una
frazione di secondo il mondo mi è crollato addosso. Inizialmente, visti i miei
17 anni e la paura di una situazione
troppo grande, avevo pensato di abortire. Ne ho parlato poi con i miei genitori che mi hanno fatto riflettere, ma
la conferma della mia scelta sbagliata
è avvenuta quando ho sentito il battito del cuore di quel piccolo esserino
che avevo dentro di me e tornando a
casa decisi di portare a termine la gravidanza. Dopo aver parlato con il mio
ragazzo ed i suoi genitori, fermamente
convinti che l’aborto fosse la decisione
migliore, ho iniziato ad andare avanti
giorno dopo giorno con la forza datami
dalla creatura che tenevo dentro di me.
Passarono i mesi ed era sempre più bello sentirlo dentro di me muoversi, calciare, sentirlo VIVO.
Al quinto mese il mio ragazzo ha cominciato a salutarmi ed a chiedermi della
mia bambina perché aveva saputo che
sarebbe nata G.; a dicembre però ha
ribadito il suo pensiero iniziale, non
voleva prendersi alcuna responsabilità,
ma io ho continuato la mia vita con l’affetto dei miei genitori e dei miei amici, che mi sono stati tanto vicini e che
ringrazio.
Il 27 gennaio 2003 alle ore 06.50 è nata
G., 3350gr e 52 cm di lunghezza. Non
sono mai stata così felice, l’ho tenuta
tra le braccia e guardandola negli occhi le ho giurato amore eterno.
Ieri G. ha compiuto un mese di vita… io
sono felice perché ho fatto una scelta
che mi ha cambiato la vita e che non ho
mai rimpianto. Darò a mia figlia l’amore
di madre e anche quella di un padre che
non avrà mai la soddisfazione di vedere la propria figlia crescere e augurargli
il buon giorno ogni mattina con il suo
dolce sorriso. La vita è una cosa meravigliosa, non uccidiamo una creatura
che ci possa amare, che ci fa tornare
il sorriso anche nelle giornate più buie,
fate come me: dite SI’ ALLA VITA!!!
Vorrei ringraziare il Centro Aiuto Vita
e invito tutte le ragazze in difficoltà di
contattarlo perché non vi lascerà sole
ed inoltre un ringraziamento a Giorgio
G. perché è una persona meravigliosa.
Spero di avervi fatto riflettere con la
mia storia.
Con affetto,
Valentina
La libertà di sbagliare
“V
oi dunque siate perfetti,
com’è perfetto il Padre
vostro che è nei cieli”
(Matteo 5, 48). “E, come figlioli d’ubbidienza, non vi conformate alle concupiscenze del tempo passato quand’eravate nell’ignoranza; ma come
colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra
condotta” (1 Pietro 1, 14-15). Dalla
lettura di questi versetti potremmo
intendere che per essere graditi a
Dio, bisogna essere perfetti, santi e
immuni dal peccato. Ma cosa significa
in questo caso “essere perfetti”? E’
opportuno fare una distinzione tra ciò
che si intende per “perfezionismo” e
“ricerca della perfezione”. Il primo è
un impulso prettamente umano che
porta l’interessato a liberarsi dall’ansia del rifiuto e di un eventuale giudizio negativo, mentre la seconda è il
desiderio di raggiungere una meta ritenuta buona per la propria vita, utilizzando tutte le risorse che il mondo
esterno offre. Così, il cristiano, cioè
colui che ricerca la perfezione, come
citato nel Vangelo, dovrà appoggiarsi
interamente su Gesù Cristo per il raggiungimento del suo scopo. E difatti,
Egli stesso ci ha indicato la strada da
percorrere: “lo sono la vite, voi siete
i tralci. Colui che dimora in me e nel
quale io dimoro, porta molto frutto;
perché senza di me non potete far
nulla” (Giovanni 15, 5).
Dio desidera che noi diventiamo simili
a Cristo e tutti i suoi interventi nella
nostra vita tendono a questo scopo.
Vuole plasmare il nostro carattere
fino al punto di rispecchiare l’animo
di Gesù, e cioè fino al punto che il
frutto dello Spirito diventi la nostra
attitudine naturale: amore, allegrezza, pace, longanimità, benignità,
bontà, fedèltà, dolcezza, temperanza (Galati 5, 22). L’amore, poi, comprende altri aspetti come l’umiltà,
la misericordia, la compassione, la
sottomissione, il perdono, che Dio
apprezza molto e che fanno parte di
quel tesoro che Lui ci vuole offrire e,
soprattutto, incidere nei nostri cuori.
Ma come si possono sviluppare queste
virtù nella nostra vita? Solo chi vede
le proprie debolezze e le confessa
può sperare di esserne liberato. Consideriamo ora un esempio tratto dalle
Scritture. In Luca 15 troviamo la parabola del figliol prodigo. La vicenda
la conosciamo tutti: un giovane abbandona la casa in cerca di fortuna;
tuttavia, una volta ravvedutosi dal
suo errore, vi fa ritorno. Egli adesso
diventa cosciente di cose che prima
non percepiva minimamente, e cioè
l’amore del padre nei suoi confronti, il valore che egli riveste agli occhi del genitore, la sicurezza di non
venire mai abbandonato, il senso di
protezione dalle insidie del mondo
una volta all’interno delle mura domestiche, e il vantaggio di osservare
le regole paterne. Percepisce anche
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una nuova visione del concetto di libertà. Infatti è per libera scelta che è
tornato dal padre e accetta le regole
della casa. Prima si vedeva in gabbia,
limitato, frustrato nei suoi desideri, con un’unica meta nella mente:
evadere da quella situazione. Adesso nessuno gli impone niente perché
è lui che si è sottomesso spontaneamente e con gioia. Ha capito che la
libertà non è dar libero sfogo ai propri
istinti, alle proprie passioni, ma piuttosto svincolarsi dal potere che questi
stessi esercitano sulla sua persona e
la schiavizzano. Questo e quello che
dobbiamo fare anche noi: non dobbiamo permettere volontariamente
che la carne ci domini e ci allontani progressivamente da Dio, perché,
come riportato nelle Scritture, “i desideri della carne sono in rivolta contro Dio... Quelli che vivono secondo
la carne non possono piacere a Dio”
(Romani 8, 7-8).
Adriana Cercato
L’INTERVISTA
DELLA SETTIMANA
A PERSONAGGI DEL VANGELO
“D
LA STRAGE DEGLI
INNOCENTI
evo lasciarla, signora, ho da
correre. Domattina parto per
la Palestina. Voglio fare un’
intervista a una delle mamme che ha perso il
bambino nella strage degli innocenti”.
Lì davanti al supermercato come tutte le
mattine, rannicchiata a chiedere la carità,
c’è una donna giovane: è vestita all’occidentale ma la carnagione olivastra e il fazzoletto sul capo tradiscono la sua origine. “Non
c’è bisogno che parta, signora, sono qua,
sono io quella mamma. Posso dirle io come
sono andate le cose”. Deglutisce e atteggia
la bocca ad una smorfia amara, poi di colpo
il suo viso si trasfigura. “Un grido si levò da
Rama in Betleem -declama esaltata- il pianto
di Rachele per il massacro dei suoi figli’’’.
“Io non capisco”. “A Rachele i figli li hanno uccisi i Caldèi, a noi i soldati di Erode:
sono arrivati in massa, come pazzi, a piedi,
sui carri, a cavallo, roteando le spade, travolgendo tutto e tutti quelli che si trovavano
sulla loro strada, abbattendo porte. La gente
gridava e scappava come poteva, i vecchi cadevano, i cesti si rovesciavano. Irrompevano
nelle case e ci strappavano i bambini più piccoli, li hanno sgozzati davanti ai nostri occhi.
Eravamo terrorizzati. Quando se ne andarono, le nostre case, i viottoli, i muri, tutto era
rosso di sangue...c’era un silenzio pauroso.
E poi il pianto, un unico grande pianto che si
univa al pianto di Rachele. Ognuna col suo
bambino morto in braccio, stringeva a se i
bambini più grandi. Ognuna col suo immenso, incredulo dolore”.
“E quella donna se n’è andata prima, di notte, l’hanno riconosciuta, era Maria col suo
bambino e il marito e scappavano. Lei sapeva, quella aveva appoggi al palazzo. Lei l’ha
salvato suo figlio... ma anche lei un giorno
piangerà”. (Non posso dirle che quel bambino era l’unico che doveva morire). Tace, poi
stringe gli occhi e le labbra a fessura, mali-
no pianto.”
Ho sentito ancora il grido di Rachele. “Dimmi la verità: è più forte il dolore o la rabbia
?”. “Si, anche la rabbia, la rabbia del mio
popolo. Rabbia e dolore non avranno mai
fine”.
Laura Novello
BEATITUDINI
degli educatori
Beati gli educatori «poveri in spirito».
Che, per educare alla fede i ragazzi, tirano
fuori e spendono tutto ciò che Dio ha dato
loro: tempo, energie, fantasia...
Beati gli educatori «miti».
Che evitano la tentazione delle scorciatoie,
delle minacce, dei ricatti, e prediligono la convinzione, il dialogo, la pazienza.
Beati gli educatori «affamati e assetati di
giustizia».
Che non si rifugiano nel passato ma lottano
per un’educazione alla fede adeguata ai ragazzi di oggi.
Beati gli educatori «misericordiosi».
Che, comprendendo le difficoltà dei ragazzi e
delle loro famiglie, non sentenziano ma ricercano soluzioni equilibrate.
Beati gli educatori «operatori di pace».
Di quella pace che nasce “dalla spada e dal
fuoco” del Vangelo contro tutto ciò che può
danneggiare il cammino dei ragazzi verso la
fede.
gna, livida. “Sono passati 2000 anni; sei mesi
fa una bomba di Israele ha sventrato la mia
casa. Una scheggia ha ucciso il mio piccolo
Ahmed, aveva due anni. Yasser ne aveva dodici, è tornato a casa col viso coperto da un
passamontagna nero, in mano un kalashnikov, doveva vendicare il fratellino. Hamas
lo ha plagiato, lo ha imbottito di esplosivo e
ne ha fatto un assassino. Yasser si è suicidato
su un autobus di studenti a Ramal, ha ucciso
14 ragazzi. Altro orrore, al tre mamme han-
Beati gli educatori «perseguitati».
Dal tempo che non basta mai; da quei bambini
che “se non ci fossero” e invece ci sono; dalla tentazione di lasciare, ma che ricominciano
sempre.
BEATI GLI EDUCATORI COSÌ…
Avranno un posto bellissimo in cielo.
E in più, la gioia di incontrare “lassù” qualcuno che sta lì perché anche grazie a loro ha
imboccato Ia strada per arrivarci.
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PREGHIERE semi di SPERANZA
Oggi, forse più di qualche tempo fa, è difficile ricevere gioia “a piene mani” dall’uomo ed è difficile forse ancora credere al valore dell’uomo...
Più semplice, meno sofferto è l’amore che ci porta
verso la natura, le macchine, i libri, gli animali...
Più facile, stranamente, avvertire la sofferenza di
altri esseri viventi che non siano l’uomo. Eppure,
in quanto uomini noi stessi, nulla può avere maggiore importanza ai nostri occhi dell’uomo stesso,
l’unico fatto a immagine e somiglianza di Dio.
PRIMA DI TUTTO L’UOMO
Non vivere su questa terra
come un estraneo
o come un sognatore vagabondo.
Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.
Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.
Ti diano gioia tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!
Nazim Hikmet
dall’ultima lettera al figlio,
poeta turco
(Salonicco, 1902 - Mosca, 1963)
re con comodità.
Vorrei essere come te, quando con l‛intelligenza dovuta all‛ istinto, agisci per
strappare un sorriso anche quando non
ne ho voglia.
Sei un semplice cane, non sei di razza,
non incuti timore ma sei stata messa al
mio fianco come una benedizione perché guardando te ho capito che più la
vita è vissuta semplicemente più vale
la pena di viverla.
Ti ringrazio Gemma quando avvicini il
tuo cuore al mio perché mi fai capire,
che seppure tu sei un semplice animale, sei una creatura del Signore posta
accanto a me per volermi bene, senza
secondi fini.
Ti ringrazio Gemma perché, in molte
occasioni, sei una maestra di vita per
la tua semplicità e il tuo amore per la
vita.
Ti ringrazio Gemma perché mi hai fatto capire che, anche se sembra molto
difficile, è molto meglio perseguire uno
scopo di amore, perché l‛amore ti gratifica sempre mentre odio e rancore,
sentimenti da te totalmente assenti,
uccidono giorno per giorno l‛anima.
Grazie Gemma di tutto, grazie di esserci
Mariuccia Pinelli
LA FAVOLA
DELLA SETTIMANA
V
VORREI ESSERE COME TE
orrei essere come te quando fremi per il desiderio di giocare.
Vorrei essere come te per l‛impegno che metti nel gioco, per la felicità di avere compagnia nel gioco, per
le poche cose che ti servono per esprimerti al meglio mentre giochi.
Vorrei essere come te quando nel sonno ti lasci andare nel tuo mondo fantastico del quale forse anch‛io faccio
parte.
Vorrei essere come te quando esprimi
la contentezza per il pranzo o anche
solo per un semplice spuntino.
Vorrei essere come te quando dimostri
gioia per una semplice carezza anche
se distratta.
Vorrei essere come te per la tua prorompente vitalità.
Vorrei essere come te per la caparbietà che dimostri quando desideri qualche cosa, per i trucchi che sai mettere
in atto affinché i tuoi desideri si avverino.
Vorrei essere come te per la semplicità e l‛immediatezza che hai nei rapporti con gli altri anche se di razze
diverse.
Vorrei essere come te quando, desiderosa di ricevere attenzione, fai assumere al tuo corpo delle strane posture
e dai tuoi occhi esce una luce che ripete, come in un mantra: “Ti voglio bene,
ti voglio bene, coccolami, coccolami”.
Vorrei essere come te, quando sgridata, magari a torto, guardi con occhi
tristi, occhi che esprimono tutto il dolore per l‛incomprensione e il torto subito.
Vorrei essere come te per la prontezza con cui dimentichi i torti e sei
subito pronta a dispensare e ricevere
affetto.
Vorrei essere come te quando guardi
il mondo con una dignità pari ad una
principessa.
Vorrei essere come te per la mancanza
di orgoglio e per la grande umiltà che
hai nel riconoscere i tuoi limiti e le tue
manchevolezze.
Vorrei essere come quando mi vieni
vicino e guardandomi, sia che io lo voglia sia che io non lo voglia, cerchi di
venire in braccio per farti accarezza-
UN VESCOVO CORAGGIOSO
Monsignor Brigantini, vescovo
di Locri scomunica i mafiosi
D
i fronte aIl’ennesimo episodio
di intimidazione il vescovo di
Locri Gerace, monsignor Giancarlo Bregantini, ha risposto con la
scomunica alla mafia e alla ‘ndrangheta. Con una lettera, divulgata in
tutte le parrocchie della diocesi, fa
riferimento «ai tanti atti di intimidazione che hanno il terribile intento
di scoraggiare chi vuole il bene e si
è impegnato, con fecondi risultati,
a creare tante occasioni di lavoro in
una terra avara di speranza e di futuro... Qui c’è una strategia mortale,
che vuole spezzare le nostre intelligenze e minaccia le nostre risorse.
Per questo è un atto che, come vescovo, condanno nel più forte dei modi. Lo condanno con la scomunica.
Quella stessa scomunica che la Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto,
è ora doveroso, purtroppo, lanciarla
contro coloro che fanno abortire la
vita dei nostri giovani - uccidendo e
sparando - e delle nostre terre - avvelenando».
7
SGUARDO SUL
QUOTIDIANO
Il coraggio di Alice
“S
alve, mi chiamo Alice e sono
un’alcolista.
Sono sobria da 184 giorni.
Ho bevuto la mia prima birra quando
avevo nove anni. Mio padre è un’alcolista e a mia madre piaceva dare la
colpa al suo cattivo esempio se io bevevo, così ci colpiva tutti e due.
Comunque mi è piaciuta quella birra.
E quelle che sono seguite.
Un anno fa mi sono ubriacata. Non
riuscivo a smettere, ho bevuto tanto.
Non ero mai arrivata a quel punto e
non so ancora perché l’ho fatto.
Ho detto bugie a tutti quelli che conosco, a tutti quelli che amo e… provavo vergogna e terrore e umiliazione
ogni giorno.
Un giorno sono uscita dalla doccia,
ho preso un asciugamano e sono andata a fare la spesa. Nessuno mi ha
vista uscire dalla porta o per strada
e devo dire… meno male, perché tenevo l’asciugamano così, sul palmo
della mano.
So che sono stata fortunata, perché
certe volte portavo fuori le mie bambine ed ero completamente sbronza.
Un sabato ho portato la mia piccola con me e quando sono tornata a
casa… mi sono accorta che non c’era
più. L’avevo lasciata in qualche posto
e… dato che non mi ricordavo dov’ero
stata, non avevo idea di dove fosse.
Ho passato tre o quattro ore a chiamare tutti i negozi che frequentavo,
finché il ragazzo del fornaio non ha
suonato alla porta: avevano trovato
il mio indirizzo su un assegno. L’ho
ricompensato naturalmente, ma non
sono più entrata in quel negozio.
Il fondo l’ho toccato 184 giorni fa,
quando la mia bambina mi ha visto
mandare giù aspirine e vodka. E l’ho
picchiata. E quando sono svenuta lei
era sola con me e ha creduto che fossi
morta.
E per tutta la vita lei di questo porterà il segno.
Lo so che devo perdonarmi per questo. E devo perdonarmi anche per
quello che ho fatto a mio marito. E’
spaventoso quanto ci si può odiare
per essere deboli e meschini; e lui
non poteva salvarmi, così gli ho scaricato tutto addosso: ho dato a lui ogni
colpa; ma non bastava mai, capite?
Quando ha cercato di aiutarmi gli ho
detto che mi faceva sentire piccola
e inutile. Ma non è vero, nessuno ci
può far sentire cosi: facciamo tutto
da soli.
L’ho allontanato da me perché sapevo
che se avesse visto sul serio com’ero
“dentro”, non mi avrebbe amato.
Siamo separati ora. Lui se n’è andato
via. Ed è stata così dura non implorarlo di restare!
Non lo so se avrò un’altra occasione,
ma adesso devo convincermi che ne
merito una.
Come la meritano tutti”.
“Mia moglie è un’alcolista.
E’ la persona migliore che abbia mai
conosciuto. Ha seicento modi diversi
di sorridere che mi illuminano la vita.
Sa farmi ridere. Ridere forte: è l’unica. Ed è l’unica che sa anche farmi
piangere. Davvero: le basta fare un
sorriso.
Dovreste vederla con le sue bambine.
Dovreste vedere come la guardano,
quando lei non le vede.
Se penso a tutto quello che ha passato
e a come non ho saputo aiutarla…”
“… forse non era compito tuo”.
“Sì che lo era. Io l’amo tanto e le ho
provate tutte. Tranne ascoltarla. E
l’ho lasciata sola.
Me ne sono vergognato tanto, e non
sono riuscito a dirglielo. Ma se glielo dicessi, chissà se mi amerebbe lo
stesso”.
“Di più. Ti amerebbe di più. Dovresti
dirgliele certe cose a tua moglie”.
(tratto da “Amarsi”, 1994, di Louis Mandoki, con M. Ryan e A. Garcia).
Marco Doria
DIRITTI E PENTIMENTO
I
n una delle scorse domeniche primaverili è uscita dal carcere per
giocare una partita di pallavolo organizzata dai responsabili del carcere
in cui sta scontando la pena per il duplice delitto commesso. Le telecamere
ci hanno mostrato una bella ragazza (è
stata una bella adolescente), disinvolto il suo atteggiamento, molto curata
la sua persona. Nessun ravvedimento,
nessuna espressione di pentimento da
allora, dal giorno in cui, con l’aiuto di
Omar, lei ha ucciso fratellino e mamma
servendosi dei coltelli della cucina di
casa. Nessun pentimento. Ne durante
gli anni trascorsi al carcere minorile,
ne in seguito. Alcuni uomini e donne di
legge hanno espresso il loro disappunto,
perchè in occasione dell’uscita di Erica,
che non ha mancato di suscitare stupore
e provocare non poche proteste da parte dell’opinione pubblica, hanno detto
che la giovane detenuta è stata fatta
oggetto di una vera e propria aggressione mediatica. L’eccessivo buonismo
di alcuni giudici è cosa nota, ma non
per questo deve cessar di stupire. Cosa
altrettanto logica è aspettarsi che la
prima, inaspettata, immeritata uscitasvago di una giovane reclusa colpevole
di un così efferato delitto a così breve
tempo dalla sua condanna, susciti interesse e poco benevoli commenti. E’
il minimo scotto che già doveva essere preventivato sia dalla detenuta,che
dagli avvocati difensori, quanto dai responsabili dell’istituto di pena che da
certi buonissimi, indulgentissimi uomini
e donne di legge.
E Omar? Il ragazzo che aiutò la fidanzatina a compiere il delitto, a cancellarne
le tracce ed architettare la successiva
quanto ingenua messinscena? Dal carcere in cui sta scontando la pena Omar,
anziché tacere, parla. Parla per bocca
8
dei suoi avvocati, che anziché consigliare il silenzio a loro assistito, dicono
che Omar trova profondamente ingiusto il fatto che ad Erica sia concesso di
uscire e divertirsi mentre a lui che studia e s’impegna questo diritto sia stato
finora negato.
Riabilitazione. Reinserimento. Vane,
vuote parole. Chi uccide, e chi uccide
con l’aggravante di determinazione e
crudeltà inaudita e dopo pochi anni dall’averlo fatto, anziché tacere, avanza
diritti e confronti o si lamenta perché
fotografi e giornalisti la inquadrano,
lascia mal sperare sulla vera attuazione, sul possibile raggiungimento della
propria riabilitazione, soprattutto se
non sostenuta da un vero, sofferto, totale pentimento. Che il tempo, le circostanze,l’aiuto di persone preparate e
totalmente disinteressate aiuti queste
due creature a raggiungere la difficile
meta.
Dio. Come tutti i giovani di oggi, esse
si lasciano facilmente coinvolgere
dai passatempi e dalle mode del loro
tempo, come è stato per me alla loro
età. Io tuttavia, continuo a pregare
per loro e a seminare la Parola del
Vangelo nella loro vita, nella speranza che presto la mia preghiera venga
ascoltata e sicura che prima o poi i
frutti arriveranno. Non mi sento scoraggiata dall’attesa, poiché ho già
sperimentato nel mio passato che Dio
mi è sempre stato fedele e veritiero.
Se perseveriamo e non ci scoraggiamo, ci renderemo presto conto del
S
U
na delle mie principali priorità
è sempre stata quella di trasferire alle mie figlie il desiderio
di partecipare alla vita della chiesa,
in modo che la spiritualità potesse
diventare parte della loro vita che
le avrebbe sostenute nei diversi momenti della loro esistenza.
Questo concetto lo avevo trovato,
efficacemente espresso, anche nella
Bibbia: “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere: anche quando
sarà vecchio non se ne allontanerà”
(Proverbi 22,6). Tuttavia, ora che mie
figlie sono adolescenti sembra cosi
arduo per esse dare nella loro vita
priorità alla chiesa e alla volontà di
Daniela Cercato
TESTIMONIANZA DEL SIGNORE
NELLA CHIESA VENEZIANA
Luciana Mazzer Merelli
GLI ADOLESCENTI
compimento delle promesse di Dio
per noi. Nel frattempo ho conservato nel mio cuore le parole di Paolo a
Sila: “Credi nel Signore Gesù e sarai
salvato tu e la tua famiglia”. lo non
conosco i tempi dell’ adempimento
della promessa di Dio, tuttavia sono
certa che un giorno le mie figlie intraprenderanno più attivamente un
percorso spirituale. Allora anch’io potrò affermare, insieme a Giosuè (24,
15):” Quanto a me e alla casa mia,
serviremo il Signore”.
“avevo una vita coniugale, era piena,
ma mi mancava un figlio”
ono nata e vissuta a Burano, fino a
ventidue anni. Ho incontrato mio
marito e ho lasciato l’isola quando
l’ho sposato. Più di ogni cosa al mondo desideravamo formare una famiglia e avere
dei figli. Situazioni dolorose infantili di entrambi avevano segnato la nostra vita che
era forse più bisognosa di donare e ricevere
amore.
La nostra vita coniugale era piena, ma non
perfetta poiché il nostro amore non dava
frutto e quest’amarezza si trascinava dolorosa nei nostri cuori. La strada ci sembrava sempre più difficile, ci sentivamo a
momenti forse anche inutili e tutti i nostri
pensieri lasciavano spazio a domande senza risposta: “Perché proprio a noi?”, “Cosa
abbiamo fatto per meritare questo?”. Poi
in me, in maniera diversa, comunque non
meno intensa di mio marito, si è insinuata una sensazione di vuoto per l’impossibilità di riversare quello che avevo dentro
verso una creatura. Poi si è fatta strada una
preghiera. Non insistente, discreta. Considerando che il mio “male” pareva essere
nulla in confronto ad altre situazioni mi
sentivo egoista. Non volevo più piangermi
addosso, ed è affiorata lentamente una convinzione che forse tenevo dentro da tempo:
non dovevo commiserarmi, ma far uscire
da questa situazione qualcosa di buono ed
appagante per me e mio marito.
Si è aperta così, non senza difficoltà ma
con convinzione ed entusiasmo, la via dell’adozione. Ci sono state vicine persone
meravigliose che ci hanno dato fiducia e
hanno aperto un altro capitolo della nostra
vita. Dopo nove anni di matrimonio final-
mente stringevamo tra le braccia il nostro
piccolo. Con la presenza del bambino si è
focalizzato quello che già da prima avevo
cominciato a comprendere: il progetto che
era stato scritto per me, era che anch’io
potevo essere madre, far felice un bimbo
che aveva bisogno di crescere in una famiglia serena ed accogliente. Il mio bambino
mi ha dato la gioia di vederlo crescere sano
e felice. Lui ha donato la vita a noi e noi
abbiamo donato la vita per lui. La gratuità
dell’amore di questo figlio ci ha ricompensato dei momenti bui e tristi.
Quando aveva sette anni siamo ritornati a
Burano con la gioia nel cuore di ritrovare
la mia famiglia di origine e la dimensione
dell’isola dove tutto è vicino e che per me
è importante.
Qui abbiamo seguito incontri legati al catechismo del nostro bambino, in un percorso
di iniziazione cristiana.
Qualche anno dopo, su invito discreto degli animatori, ho iniziato a frequentare i
Gruppi di Ascolto. Ho sentito la necessità
di approfondire la mia fede, che in passato
aveva anche vacillato. Qui ho trovato molte risposte. Mi pongo con molta umiltà, ma
la semplicità dei luoghi e le persone con cui
si parla mi fanno sentire a mio agio e riesco
ad aprirmi e a comprendere la profondità
del messaggio cristiano che finalmente sento mi appartiene.
È la testimonianza di una donna della
parrocchia di S. Martino di Burano (Venezia): dall’ adozione di un figlio all’ingresso in un gruppo d’ascolto
C
9
RIFLESSIONI
SUL VANGELO
16 luglio 2006
XV DEL TEMPO ORDINARIO
Marco 6,7-13
«Gesù chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due...».
È la prima volta che tu invii i tuoi
apostoli in missione, un impegno di
qualche giorno in cui faranno 1’esperienza di ciò che la loro vita sarà più
tardi.
Tu li invii due a due: potranno sostenersi vicendevolmente. Dovranno soprattutto trasmettere il tuo messaggio
d’amore con l’esempio della loro vita
fraterna.
Se vi amate gli uni gli altri, tutti riconosceranno che siete miei discepoli...
«Diede loro potere sugli spiriti immondi...».
La loro missione non sarà facile.
È quella che il Padre ti ha affidato:
portare la liberazione ai prigionieri,
invitare gli uomini alla conversione,
ridonare loro la gioia dei figli di Dio
sottraendoli al peccato e alla presa
del maligno. Compito vasto e difficile! Come possono affrontare questa
«missione impossibile» ?
«Ordinò loro che non prendessero
nulla per il viaggio...».
Che strana raccomandazione! Forse
gli apostoli hanno chiesto spiegazione? L’evangelista Marco non ne parla
perché sta a noi comprendere la tua
chiamata, Signore.
Siamo noi quelli che tu invii oggi nel
mondo dicendoci di non prendere nulla per il cammino.
Tu ci fai comprendere, così, che la salvezza del mondo non è opera nostra,
ma tua. Non è il nostro messaggio che
dobbiamo trasmettere, ma il tuo. Tu ci
hai donato 1’esempio: «Io non parlo
da me stesso ma il Padre che mi ha
mandato, egli stesso mi ha ordinato
che cosa devo dire e annunziare...»
(Gv 12,49-50).
Fa’, Signore, che ti lasciamo agire in
noi e fa’ di noi degli strumenti docili
tra le tue mani per la missione che tu
ci confidi.
DIARIO DI UN
PRETE IN PENSIONE
Lunedì
on dedico molto tempo alla
lettura de “Il Gazzettino” e del
poco tempo che impegno per
il quotidiano solo una piccolissima
porzione la impegno per la cronaca.
Ci sono però certi titoli su cui non è
proprio possibile sorvolare tanto accaparrano la mia curiosità. Stamattina mi sono imbattuto in una di queste
esche infallibili: “Nell’ospedale di
Mestre occorre un anno per ottenere
la possibilità d’avere una mammografia”. E’ giusto un titolo che comunque desta indignazione; se però
s’è appena venuto a sapere che due
persone amiche corrono dei pericoli
perché hanno tardato di un paio di
mesi nel sottoporsi a questo esame,
allora l’indignazione diventa rabbia
e in ribellione. Ho chiesto delucida-
N
numero al giorno, fatto quel numero
negli stessi ambulatori ne fanno a
pagamento quanti altri ne vogliono!
Ora sto a vedere cosa farà il nuovo
ministro; speriamo che non completi
i danni già fatti dalla Bindi!
Martedì
na ventina di mie antiche alunne delle magistrali hanno voluto passare alcune ore assieme
con me, loro insegnante. Le ho invitate a pranzo e così hanno mangiato
assieme ai residenti del don Vecchi
al Senior Restaurant. Queste alunne
si sono diplomate nel 1965 ed ormai
sono tutte in pensione. Temevo questo
incontro perché a più di quarant’anni di distanza dal tempo che le avevo
incontrate sui banchi della scuola,
n’era passata tanta di acqua sotto i
ponti della nostra vita e temevo che
potessimo trovare solamente estraneità ed imbarazzo. Invece no: tra di
loro avevano mantenuto un qualche
rapporto e con me, altre però non le
avevo più riviste da così tanto tempo,
non c’è stato alcun disagio. Avevano
mantenuto un’immagine bella e serena del prete loro insegnante e del
messaggio che ho tentato di passare.
Mi sono accorto che con le più lontane il legame s’era mantenuto vivo
per i messaggi concreti che sono apparsi nella stampa cittadina durante
questi quattro decenni tanto che m’è
sembrato che avessero continuato ad
ascoltare i temi che avevo proposto
a scuola e che poi ho tentato di tradurre in scelte di vita concreta. Di
certo non ho incontrato le ragazze
in fiore dei loro 18 anni, ma ho potuto accorgermi che le idee di fondo
e gli orientamenti della loro vita non
s’erano discostati di molto da ciò che
avevo insegnato. Sono stato soprattutto felice perché m’è parso d’avere
una prova che la fatica di quegli anni
non era stata inutile.
U
Mercoledì
n giovane parroco, m’ha chiesto di celebrargli un funerale
perché lui aveva un precedente
impegno. Gli ho detto subito di si, anche perché mi era facile fargli questo
piacere e provavo gioia nel poterglielo fare. Quando andai in pensione, e
mi trovai col vuoto sotto i piedi, per
qualche giorno pensai di scrivere una
lettera ai parroci di Mestre per dichiarare loro la mia disponibilità ad
aiutarli, dato che le cose erano an-
U
zioni ad una persona dell’ambiente su
come mai si verificano questi ritardi,
e mi ha spiegato che suddetto esame
si può ottenere l’oggi per il domani,
basta pagare. I medici addetti a questo esame specifico hanno un contratto con l’ospedale per farne un certo
10
date diversamente da come le avevo
immaginate. Poi, prudentemente attesi per vedere che indirizzo avrebbe avuto la mia vita sacerdotale. Ora
faccio fatica a far star dentro, nelle mie giornate, tutte le cose di cui
mi occupo forse anche perché sono
meno agile mentalmente, ma comunque mi ha fatto molto piacere poter
essere di aiuto a chi è in difficoltà.
Penso che anche per le prossime vacanze, quando la vita dei parroci sarà più cruciale per i campi estivi dei
ragazzi, vorrò essere disponibile per
quanto potrò e per quanto riuscirò.
L’affermazione della Scrittura “c’è
più gioia nel dare che nel ricevere”
oggi m’appare ancora più vera e più
gratificante di quanto non avessi immaginato prima!
Giovedì
na giornalista del “Gazzettino”
mi ha telefonato per sentire
se avevo qualcosa da dirgli su
come la pensavano gli anziani circa l’eutanasia. Non avevo riflettuto
molto, in quanto prima non vivevo
tra anziani; comunque essendo molto
anziano pure io, non m’è stato difficile di darle notizie sicure di prima
mano. L’eutanasia è un falso problema creato in maniera fittizia, ma non
interessa gli anziani, o è un problema per la gente sofisticata, per gente
che si crede molto lontana dalla morte, o di gente che ha il gusto sadico
–come i radicali– di dire sempre qualcosa di diverso e di opposto di quanto la Chiesa e il buon senso vanno
ripetendo da secoli. Tutto sommato
il pensare dei vecchi si rifà a questa
verità popolare: “magari attaccato a
un chiodo!” I vecchi, appunto perché
sono vecchi, e perciò con qualche
pericolo di morire presto, pensano
solamente a vivere e non a morire.
Non voglio scomodare l’istinto di conservazione; la sensazione comunque
di quasi tutti è d’avere ancora molte
cose da fare, il desiderio di godersi
qualche anno in pace dopo tanto lavorare e cose del genere. I vecchi
desiderano vivere, come avviene un
po’ per tutti, lasciando a quella gente
che s’accanisce per crearsi comunque
problemi anche quando non ci sono;
ciò non toglie che sono convinto che
prima o poi i nostri politici massoni
e anticlericali finiranno di introdurre
l’eutanasia, perché se non fosse così
non sarebbero neppure quegli spostati che sono.
U
Venerdì
i capita di frequente di riflettere sul tema della libertà.
Anche ai nostri giorni, col fondamentalismo arabo dilagante, con
regimi militari e corrotti, o con governi ultranazionalisti, la libertà non
vive tempi facili e felici. Anche noi
che viviamo in una democrazia consolidata siamo fortemente influenzati dai mass media, che esercitano un
potere subdolo, ma quanto mai determinato, facciamo fatica a vivere in
maniera effettivamente liberi. Però
rimango sempre convinto che l’anelito alla libertà, il desiderio di autodeterminazione rimarrà comunque
non solo un diritto, ed un bisogno mai
completamente sopprimibile; rimane
un istinto così profondo che nessuna
forma di oppressione, violenta o subdula, riuscirà a sopprimere totalmente. Mio padre, che ormai è in cielo
da molto tempo, da vecchio aveva un
merlo a cui era affezionatissimo: lo
nutriva con le leccornie più gradite a
questa specie di volatili, curava che
la gabbia fosse pulitissima, lo portava
all’aperto in un ambiente ombreggiato d’estate, al calduccio in casa
durante i tempi freddi, lo visitava e
dialogava con lui fischiettando; era
insomma un merlo che viveva da re.
Papà s’era convinto d’essere amato
da questo signor merlo in redinghote nera. Sennonché un bel giorno, o
meglio un brutto giorno per il mio genitore, si dimenticò la porticina della
gabbia aperta e il merlo, nonostante
tutte le moine e la vita facile e comoda che mio padre aveva tentato di
dargli, s’involò nel cielo libero senza
far più ritorno. La libertà costa, ma
rimane comunque un diritto, un dovere, un bisogno profondo che nessuna
blandizia o violenza può toglierci! Io
so quanto m’è costata la mia libertà,
però sono ancora disposto a difenderla con i denti!
M
Sabato
ra il mio ministero sacerdotale
lo svolgo soprattutto in cimitero. Il camposanto è la mia nuova parrocchia, il luogo in cui svolgo
il mio apostolato. Tutti pensano che
il cimitero sia dimora dei morti, ma
in realtà c’è una vita intensa e variegata anche tra le tombe. Da mane a
sera un continuo via vai di persone
anima i viali che corrono fra le tombe e normalmente hanno modi pacati, sentimenti sereni, persone in cui
O
emergono gli aspetti migliori della
loro umanità, per cui è molto facile avvertire un rapporto amichevole
anche con chi non conosci e che incontri casualmente. Il denominatore
comune di chi frequenta questo luogo
di silenzio e di pace è sempre caldo
e fraterno. M’è sempre dolce entrare
nella piccola e povera chiesa e scorgere questo ondeggiare di fiammelle
rosse che sembrano essere il segno di
una preghiera calda e silente cosicchè anche quando non c’è nessuno mi
pare gremita di un popolo che prega.
Porta conforto al mio cuore scorgere
persone di tutte le età, che in tutte
le ore del giorno, entrano dal vecchio
cancello portando fiori in mano avviarsi frettolosi, prima e dopo il lavoro, presso un appuntamento trepido
ravvivato dalla memoria e dall’affetto. E poi l’Eucarestia sotto un cielo
aperto, tra i cipressi, con cori di uccelli che pare accompagnino le preghiere e le parole del Vangelo, sono
momenti di grande gaudio interiore.
Sento ormai d’essermi profondamente legato a questa gente, a questo
popolo del Signore e mi pare che di
settimana in settimana diventi sempre più numeroso, sempre più affiatato e sempre più partecipe ai divini
misteri che si celebrano insieme ai
fratelli del cielo. Ormai mi sono innamorato della mia piccola e grande
nuova parrocchia!
Domenica
n mio giovane amico, laureato
da non moltissimi anni, ma intelligente e appassionato della
sua professione, impegnato in uno
studio di commercialista e docente
universitario, recentemente mi chiese un consiglio che ha fatto emergere
nel mio animo una frustrazione che,
U
11
nonostante la mia veneranda età, non
ho ancora superato. E’ uscito un bando
di concorso pubblico, che ipocritamente la legge impone, per fare parte del
consiglio di amministrazione di un grosso ente pubblico della nostra Città. Era
incerto se inviare ancora una volta il suo
brillante curriculum come aveva fatto
altre volte senza avere alcun riscontro.
Mi informai come stessero le cose da
una persona che aveva avuto modo di
vedere qual’era il percorso e la soluzione. Mi disse: “Don Armando, neppure
ci pensi, questi posti sono spartiti tra i
partiti che li danno a persone legate al
loro coro. Sono posti ambiti, ben pagati, ma vi accedono solamente persone
che fan parte dei clan della politica”.
Mi ricordai del protagonista del romanzo “Le stelle ci stanno a guardare” del
Cronin. L’umile minatore che riesce a
diventare deputato con l’intento di aiutare gli ultimi, ma che sconfitto dalle
consorterie dominanti è costretto a
scendere nuovamente in miniera “mentre le stelle fredde e beffarde stanno
a guardare la sua sconfitta”. Proposi al
mio giovane amico “vuoi che scriva a
Galan della Regione, a Zoggia della Provincia a Cacciari del Comune, spedendo
il tuo curriculum e chiedendo loro se
queste nomine sono fatte in rapporto al
merito o a motivi clientelari? Io fortunatamente non ho nulla da perdere!”. Poi
ci ripensai, temevo di bruciare ancor
di più questo ragazzo, figlio di operai,
che ha tutti i titoli, soprattutto l’onestà
oltre che la preparazione professionale per dare un contributo alla gestione
delle cose pubbliche. Non ne facemmo
nulla, ma m’è parso d’aver partecipato
anch’io, assieme ai “potenti di turno”,
a far discendere nelle viscere della terra un giovane che sogna un mondo più
onesto!
NOTIZIE DI CASA
NOSTRA
IL CASSONETTO FUNZIONA, ECCOME!
Il cassonetto posto all’ingresso del
Centro don Vecchi funziona alla grande. Non solamente le famiglie del
viale don Sturzo, ma anche i cittadini
del centro città portano i loro vestiti
in questa custodia sicura e a portata
di mano dei magazzini. I responsabili
dei magazzini si augurano di ottenere
un finanziamento da parte del “Centro servizi” in maniera da poter collocare almeno una decina di questi
cassonetti presso le principali chiese
della città.
CONCERTO DI “AMICI IN CORO”
Domenica 25 giugno il gruppo corale
“Amici in coro” ha offerto un concerto ai residenti del Centro don Vecchi.
Il concerto che ebbe come repertorio
le canzoni di Bepi De Marzi è stato
eseguito in piazzetta a nord del Centro alle ore 16. Molti gli anziani presenti e molti gli apprezzamenti per la
bella ed interessante esecuzione.
L’INCONTRO PIACE
Il segno evidente che il settimanale
“L’incontro” piace è che c’è perfino
chi si pone il problema del suo costo ed ha pensato di contribuire con
un’offerta. Una affezionata lettrice “che legge dalla prima all’ultima
riga” ha offerto un mese fa 500 euro,
e qualche giorno fa altri 150 euro. In
verità non sono finora molti i benefattori di cui veniamo a conoscenza, ma
per fortuna ci sono. Anche se sarebbe
più opportuno fossero di più perché i
costi sono notevoli.
UNA TELA DELLA PITTRICE ANTONIETTA PANTELLARO
Domenica 11 giugno la signora Carmela Pantellaro, sorella di Maria
Antonietta, deceduta l’undici marzo
scorso, insegnante elementare, ma
soprattutto pittrice di valore, ha donato a don Arman-do per la galleria del
Centro don Vecchi una grande tela. Il
soggetto di suddetta opera pittorica
è “L’eremo di San Francesco” segnalato con medaglia d’argento Città di
Padova, rassegna D’Arte, Arcella 1982
in occasione dell’VIII centenario della nascita di San Francesco d’Assisi.
L’opera è stata inserita nella galleria permanente d’arte moderna del
Centro. La Direzione del don Vecchi
ringrazia sentitamente la Signora Carmela Pantellaro per il dono veramente prezioso ed inserisce nell’archivio
storico di suddetta galleria la critica
che Paolo Rizzi ha esteso di suddetta
opera.
RIORDINO DELLE AIUOLE DEL PARCHEGGIO
In questi giorni stiamo provvedendo
al riordino delle aiuole che abbelli-
scono il parcheggio che fiancheggia la
strada “Società dei 300 campi”. Pur
consci che questo non sarebbe tempo
più opportuno per questo intervento
s’è deciso di farlo perché solamente
ora si ha la persona giusta che lo può
fare.
Comunque ci auguriamo di riuscire in
futuro a tener sempre sotto controllo
il sempreverde che tenderebbe a diventare presto bosco.
I RAGAZZI DELLA “VECELLIO” IN VISITA AL DON VECCHI
Giovedì 8 giugno, alla vigilia del termine dell’anno scolastico, tre classi
della scuola elementare Tiziano Vecellio, accompagnati dalle loro insegnanti, hanno visitato il don Vecchi
ed hanno cantato agli ospiti anziani
alcune canzoni veneziane. La signora
Giovanna Miele Molin, insegnante in
pensione della stessa scuola ha fatto
gli onori di casa, poiché tutta la direzione era impossibilitata ad essere
presente. Alla fine dell’incontro s’è
offerto il gelato a tutti i bambini. Al
don Vecchi si gradiscono quanto mai
queste visite che portano una ventata di freschezza.
SOLE SUL NUOVO GIORNO
Ricordiamo ai lettori che all’inizio
di ogni mese esce, per iniziativa del
nostro settimanale e quello della parrocchia di Carpenedo, un opuscolo
con un “pezzo di valore” di uno scrittore di grosso spessore. L’opuscolo è
intitolato: “Sole sul nuovo giorno”. La
pubblicazione vuole offrire uno spunto per la meditazione quotidiana.
L’opuscolo è stampato in sole 500 copie, 250 per la chiesa del cimitero e
250 per quella di Carpenedo. Le copie
che sono negli espositori della chiesa
del Cimitero durano pochissimo, motivo per cui chi ne rimane senza può
cercarla in chiesa a Carpenedo.
UNA BELLA MADONNA DEL SETTECENTO PER LA CAPPELLA DEL DON
VECCHI
Don Armando ha avuto una bella occasione di poter acquistare una bella
statua della Madonna col bambino in
braccio, del ‘700. Per ora ha collocato
questa statua nella cappella del don
Vecchi augurandosi di poterla collocare al più presto nella nuova chiesa
del cimitero.
TERESA STINEA
Non passa giorno che il buon Dio non
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“LE DONNE DE CASA”
Domenica 11 giugno alle ore 16,30 la
Filodrammatica degli anziani della
parrocchia di Santa Rita s’è esibita
al Centro don Vecchi con la commedia di Carlo Goldoni “Donne di casa
nostra”. La filodrammatica diretta
da Bruna Valvo non è nuova a questi spettacoli, infatti da molti anni
si esibisce in parrocchie e case di riposo. La commedia è stata ridotta
dalla stessa regista che ha sforbiciato
le scene più esilaranti. Gli anziani del
don Vecchi hanno gradito quanto mai
lo spettacolo applaudendo a scena
aperta gli attori che si sono dimostrati veramente bravi.
chiami a sé qualche nostro fratello
per far posto a chi deve arrivare in
questo nostro mondo. Mercoledì 7
giugno il Signore ha chiamato al Cielo
la signora Teresa Stinea ch’era nata
il 24 maggio del 1948. Teresa aveva
sposato Dino Zanella dalle cui nozze
ebbe tre figli ed abitava nel litorale a
Treporti. Ricoverata all’ospedale Umberto I é colà deceduta. Don Armando
ha celebrato la funzione del commiato
cristiano nella chiesetta del cimitero
sabato 10 giugno alle ore 11. Don Armando esprime al marito Dino, ai figli
e ai famigliari i sentimenti del suo più
vivo e fraterno cordoglio. Invita tutti
alla preghiera di suffragio per questa
sorella che ora ci aspetta il cielo.
CONCLUSIONE DEGLI INCONTRI DELL’ASSOCIAZIONE PARKISON DI MESTRE
Sabato 10 giugno ha avuto luogo al
Centro don Vecchi l’ultimo incontro
dell’associazione Parkison mestrina.
Con questo ultimo incontro s’è conclusa la sezione primaverile degli incontri di informazione circa questo
morbo; incontri che l’associazione
promuove mensilmente presso la sala
Carpineta del Centro don Vecchi.
L’ARCHITETTO ZANETTI SOCCORRE
DON ARMANDO
Abbiamo già informato che don Armando è preoccupato per la continuazione del servizio che il Foyer S.
Benedetto svolge a favore dei parenti
dei ricoverati in ospedale a Mestre e
dei pazienti che devono ritornare per
le terapie, quando andrà in funzione
il nuovo ospedale. E’ evidente che
Riviera Miani ove attualmente svolge
la sua benefica e preziosa attività il
Foyer è assolutamente decentrata per
chi dovrà fruire dei servizi del nuovo
ospedale. Le ricerche fatte finora da
un agente immobiliare amico di don
Armando, risultano terribilmente
onerose e fuori da ogni sua possibilità
di intervento. L’Architetto Giovanni
Zanetti, progettista del don Vecchi
a Marghera, s’è offerto di sondare la
possibilità di ottenere gratuitamente cinquemila metri di terreno per
costruire ex-novo questa struttura
complementare al nuovo ospedale e
dedicata agli utenti che non possono
permettersi l’albergo a causa delle
loro condizioni economiche. Per ora
don Armando sta attendendo il risulta-
to di questa operazione, ma se anche
fosse superata positivamente questa
prima fase bisognerebbe che un grosso benefattore s’accollasse la spesa
della costruzione. Don Armando si dichiara finora ben felice di intitolare
la struttura col nome del benefattore
o di chi questi voglia dedicarla. Per
ogni informazione o chiarimento telefonare a don Armando 041.53.53.059
VIOLINI IN ERBA
Sabato 10 giugno gli allievi della scuola di violino diretta dai coniugi Paola
e Carlo Lazzari, “Violini in erba”, si
sono esibiti nella Sala Carpineta affollata dai residenti del Centro don
Vecchi. Gli anziani hanno tributato
calorosi applausi ai piccoli alunni che
si sono esibiti con garbo e maestria.
VENTICINQUE ANNI DI SACERDOZIO
DI DON MARINO GALLINA
Domenica 11 giugno don Marino Gallina, attualmente parroco della comunità di S. Maria di Lourdes di Via
Piave, ha celebrato il suo 25° anno di
ordinazione pastorale. Don Armando,
che ha avuto come collaboratore don
Marino nella parrocchia di Carpenedo
e che ha mantenuto sempre un rapporto di stima e di affetto con questo
sacerdote ha partecipato idealmente
alla celebrazione solenne di questo
fausto ed importante anniversario da
segno della partecipazione sua e della comunità del don Vecchi ha offerto
una icona russa al festeggiato.
LETIZIA DUODO
Venerdì 9 giugno, sempre nella chiesetta del cimitero don Armando ha
porto l’ultimo saluto a Letizia Duodo.
Concittadina ch’era nata il 17 ottobre 1929 ed è deceduta lunedì 5 giugno del corrente anno. Don Armando,
ancora una volta ha celebrato il santo sacrificio eucaristico per la pace
eterna di questa cara sorella che ci
ha preceduti in cielo, chiedendole di
continuare a volerci bene e che ora,
che è presso Dio, interceda per tutti
noi che siamo ancora in marcia per
la Patria Celeste. Don Armando ha
espresso il suo cordoglio al fratello
Bruno e ai famigliari invitando infine
tutti a mantenere vivo il ricordo dei
nostri cari che ci hanno preceduto in
Cielo mediante la preghiera di suffragio.
ASSUNTA TOMEI
Giovedì 8 giugno don Armando ha celebrato il commiato religioso per la
concittadina Assunta Tomei. La sorella
che ci ha lasciti era nata il 25 agosto
1922, aveva sposato il signor Sartorelli
di cui ebbe Luigi, unico figlio. Essendo la signora Assunta rimasta vedova
e in precarie condizioni di salute era
stata collocata in Casa di Riposo “Anni
Azzurri” è deceduta il 4 giugno scorso. Don Armando ha affidato con fiducia alla Misericordia di Dio l’anima di
questa anziana signora, ha espresso al
figlio e ai famigliari i sentimenti del
suo fraterno cordoglio, invitando i fedeli a ricordare nella preghiera la cara
estinta, rammentando a tutti che in
occasione del trigesimo della morte e
nei prossimi cinque anni si celebrerà
una preghiera di suffragio per lei.
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16 luglio 2006 - Il Centro don Vecchi