Il quaderno didattico
A Pavia con Francesco Petrarca
è stato elaborato dalla prof.ssa Elena Necchi, docente di scuola secondaria,
che lo ha gentilmente messo a disposizione
di studenti e docenti interessati all’argomento.
A PAVIA CON …
FRANCESCO PETRARCA
Percorso didattico per la scuola secondaria di primo grado
A cura di Elena Necchi
In copertina: Ottavio Ballada, Pianta di Pavia (1610)
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INDICE
INTRODUZIONE
I.
II.
III.
IV.
V.
IL MITTENTE
IL DESTINATARIO
LA LETTERA
ON THE ROAD
SCRIVI ANCHE TU
BIGLIOGRAFIA ESSENZIALE
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7
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39
p. 40
2
INTRODUZIONE
Il 9 febbraio 2006, nel corso della conferenza La cultura umanistica a Pavia in età
viscontea, Luciano Gargan, docente di Filologia medievale e umanistica presso
l’Ateneo pavese, commentando la lettera petrarchesca Senile V,1 datata al 22 dicembre
1365 e indirizzata a Giovanni Boccaccio, proponeva al pubblico convenuto presso la
Sala dell’Annunciata la sua inclusione «in un’antologia da destinarsi agli studenti
pavesi». Ci è dunque parso opportuno cogliere lo spunto offerto dal professore per
realizzare un percorso didattico per la scuola secondaria di primo grado. Quella
lettera scritta nel lontano Trecento permette infatti di delineare un itinerario nella
Pavia medievale, grazie anche alla vivida rappresentazione della città ivi contenuta: la
sua storia millenaria, i principali monumenti religiosi e civili, l’ubicazione non distante
dalla confluenza di due fiumi importanti, il clima e la salubrità dell’aria.
Ringrazio sentitamente il mio Maestro per avermi suggerito un percorso accattivante i
giovanissimi destinatari, i quali, forse, tralasceranno per qualche istante i loro
molteplici interessi per scoprire il fascino delle antiche carte e per avventurarsi nella
Pavia medievale con gli occhi, la mente e il cuore disposti a gustare il sapore delle sue
millenarie pietre.
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I.
IL MITTENTE: FRANCESCO PETRARCA
Fig. 1 Ritratto di Francesco Petrarca
Nato nel 1304 ad Arezzo da una famiglia fiorentina, sin dall’infanzia Francesco Petrarca
visse per lunghi periodi all’estero, in particolare ad Avignone, nella Francia meridionale,
dove il padre doveva scontare l’esilio per motivi politici. Qui il poeta iniziò gli studi di
giurisprudenza, che proseguì poi all’Università di Bologna. Interessato più allo studio
delle lettere che alle occupazioni nella politica, decise di avviarsi alla carriera ecclesiastica,
prendendo gli ordini minori ad Avignone, allora sede papale. Il 6 aprile 1327 avvenne il
suo primo incontro con Laura, la donna amata alla quale il poeta dedicò il Canzoniere, una
raccolta di rime in volgare alla quale il Petrarca lavorò per tutta la vita: l’opera non
contiene solamente poesie amorose, ma anche componimenti nei quali l’autore riflette su
argomenti politici allora attuali.
Gli anni della maturità del Nostro si divisero tra le numerose missioni diplomatiche in
varie città italiane e straniere gli studi letterari, che rimasero sempre al centro dei suoi
interessi e che gli fruttarono numerosi riconoscimenti ufficiali: dopo un esame da parte
del re di Napoli Roberto d’Angiò, l’8 aprile 1341, presso il Campidoglio di Roma gli
venne riconosciuta la laurea con la corona di alloro, insieme con la licenza di leggere,
interpretare, disputare e produrre opere poetiche.
Durante i momenti di riposo trascorsi nella sua casa di Valchiusa, nei pressi di Avignone,
compose delle opere in latino, che allora era la lingua ufficiale delle persone di cultura:
l’Africa, rimasta incompiuta, il Secretum (Il Segreto), confessione spirituale in forma di
dialogo con il vescovo e filosofo Agostino, e il trattato De vita solitaria (La vita solitaria). Si
spense ad Arquà, sui colli Euganei, nel 1374.
La stima di Francesco Petrarca per la nostra città è in gran parte dovuta ai rapporti
intrattenuti fra il 1353 e il 1361 con il duca di Milano Galeazzo II Visconti, il quale gli
concesse onori e protezione chiedendogli in cambio il contributo al prestigio culturale
4
della corte e il compimento di missioni diplomatiche di alto impegno politico. Fra il 1363
e il 1369 il poeta, che ormai non abitava più a Milano, dimorò per alcuni periodi a Pavia,
una sorta di capitale culturale del ducato milanese, in una casa messagli a disposizione dal
duca nella parrocchia di San Zeno, in prossimità dell’attuale Piazza Petrarca. Gli
facevano compagnia la figlia Francesca, il genero Francescuolo da Brossano,
sovrintendente alle bollette di Pavia, e i nipotini Eletta, che rinnovava il nome della
bisnonna materna Eletta Canigiani, e Francesco. La tranquillità della Pavia medievale
dovette essere particolarmente congeniale all’attività letteraria del Nostro. Appartengono
al periodo pavese i De remediis utriusque fortunae ( Rimedi contro la buona e la cattiva sorte), il
De suis ipsius et multorum aliorum ignorantia (L’ignoranza propria e di molti altri) e modifiche al
Canzoniere.
Presso il Castello o in casa propria il Petrarca ebbe modo di frequentare letterati e
uomini di cultura. Fu di grande aiuto e stimolo anche per il giovane Gian Galeazzo
Visconti, che divenne suo pupillo.
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II.
IL DESTINATARIO: GIOVANNI BOCCACCIO
Fig. 2 Ritratto di Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio nacque a Certaldo, nei pressi di Firenze, nel 1313, figlio illegittimo
di un importante uomo d’affari socio della Banca dei Bardi. Da giovane seguì il padre a
Napoli, dove potè condurre una vita agiata e frequentare la brillante società che si
raccoglieva attorno alla corte di re Roberto d’Angiò. In questo clima raffinato compose
le prime opere, tra cui il poema Filostrato e il romanzo d’amore Filocolo.
Tornato a Firenze nel 1340, dovette affrontare inattese difficoltà economiche e la
terribile esperienza della peste, che si abbattè sulla città nel 1348, portandogli via il padre.
Tra il 1349 e il 1351 compose il suo capolavoro, il Decameron, una raccolta di cento
novelle, che fece entrare il suo nome fra i grandi della letteratura e gli procurò fama fra i
concittadini.
Poeta ormai noto e apprezzato studioso, ottenne numerosi incarichi come ambasciatore:
in Romagna (1353), ad Avignone, presso il pontefice Innocenzo IV (1354), e a Napoli,
grazie un incontro con il fiorentino Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco del Regno.
Nel frattempo si dedicava allo studio degli autori greci e latini, diventando amico di
Francesco Petrarca. I due non solo corrisposero per lettera, ma si incontrarono in
diverse occasioni a Milano, Venezia e Padova. Il Boccaccio non raggiunse mai l’amico a
Pavia. Era infatti contrario alla politica del Visconti, i quali si erano impadroniti della
città nel 1315. Il Boccaccio dedicò gli ultimi anni allo studio dei classici e alla
composizione di opere in latino, fra cui una raccolta di biografie di donne famose, il De
claris mulieribus (Le donne famose), mentre la sua casa di Certaldo diventò il centro di un
colto gruppo di studiosi. Morì nella città natale nel 1375.
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III.
LA LETTERA DI FRANCESCO PETRARCA: SENILE, V, 1, §§ 2-9
Certo che, se non fossi stato incalzato da tanta fretta, ti sarebbe rimasto facile, una volta
giunto a Genova, volgere qui il tuo cammino: sarebbe stato un viaggio di soli due giorni.
Non avresti veduto soltanto me che ti sono sempre presente ovunque tu sia, ma questa
città di Ticinum (ora i moderni la chiamano Papia con termine che i grammatici vogliono
che significhi «ammirevole»), la quale, posta appunto sulle rive del fiume Ticino fu già,
un tempo, reggia famosa dei Longobardi (…).
Avresti potuto vedere il luogo [ la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro] dove Agostino ha
ora il sepolcro, dove Boezio trascorse da vecchio il suo esilio e incontrò quindi la morte,
e dove ora giacciono entrambi in compagnia di quel re Liutprando che fu colui che
trasportò qui a Pavia, dalla Sardegna, il corpo dello stesso Agostino. Consorzio davvero
pio e devoto di uomini tanto grandi! (…).
Avresti infine veduto una città famosissima per antichità, almeno per voce pubblica; a
me infatti, prima del tempo della seconda guerra punica alla quale poc’anzi accennavo,
non è mai accaduto di leggerne parola; anzi, se la memoria non mi tradisce, Livio parla
sì di Ticinum, ma solo riguardo al fiume. Potrebbe forse essere insorta una certa
confusione per via dell’omonimia – il fiume Ticinum e Ticinum città – e tuttavia, per
tralasciare le questioni incerte e restringermi alle certe, posso dire che avresti veduto una
città dal clima alquanto mai salubre.
Ascolta: sono ormai due estati che trascorro a Pavia e, almeno a mia memoria, non mi
sembra di essermi mai imbattuto, altrove, in stagioni estive che avessero piogge tanto
dolci e frequenti, temporali tanto rari e di poca durata, che non fossero infastidite da un
caldo eccessivo e godessero invece di un clima tanto mite e temperato. E la sua
posizione? Una gran parte della Gallia Cisalpina è tenuta dai Lombardi, un popolo
anticamente potente e oggi potentissimo [ i Visconti, signori di Milano di altre parti della
Lombardia], e la città, posta in mezzo a loro sopra una modesta altura lievemente
declinante, leva verso il cielo la selva delle sue torri e con una prospettiva tutto intorno
così libera e priva di ostacoli che non credo che ci sia città di pianura che ne possegga
una altrettanto aperta e piacevole.
Quasi senza bisogno di volgere lo sguardo hai di qui, di fronte all’occhio, le vette nevose
delle Alpi, di qui invece i colli verdeggianti dell’Appennino. Quanto al Ticino, che
discende con lieti meandri e si affretta a gettarsi nel Po, scorre, lambendole, ai piedi delle
mura e col proprio impeto, come è scritto, vivifica tutta la città mentre le sue rive sono
congiunte da un ponte di pietra davvero ammirevole: questo Ticino che è il più limpido
di tutti i fiumi e che, come si dice e come in realtà è, ha un corso particolarmente rapido,
anche se qui giunge quasi stanco del tanto cammino compiuto, quasi per aver rallentato
in vicinanza di un fiume più famoso e avendo anche perduto qualcosa del suo nativo
nitore per avere ricevuto tanti affluenti (…).
Fra le tante cose per le quali so che hai una particolare propensione (e io più di te),
avresti ammirato quella statua equestre un bronzo dorato [ il Regisole] che, dal centro
della piazza, quasi avesse preso lo slancio, sembra volgersi verso il sommo dell’altura;
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statua un tempo strappata, come si racconta, ai tuoi ravennati e che gli intendenti di arte
scultorea e pittorica sostengono essere tra i monumenti più belli.
Ultimo non certo per bellezza ma per tempo di costruzione, avresti veduto, al sommo
della città, il grande palazzo, ammirevole per struttura e spese profuse, eretto dal
magnanimo Galeazzo Visconti (questo più giovane), signore di Milano, di Pavia e di
molte altre città tutt’intorno, un uomo che tanto superiore agli altri in molte cose, lo è
perfino a se stesso nella munificenza delle costruzioni. Se non mi fa velo l’amore per lui,
io credo che – dotato di sensibilità quale sei – tu l’avresti ritenuta la più sontuosa fra
tutte le costruzioni moderne e che avresti preso piacere non soltanto del vedere me (…),
ma del potere ammirare bellezze non lievi (…), ma davvero grandi e importanti. Quanto
a me, esse non solo mi dilettano ma mi attraggono e il solo guaio è che le mie faccende
mi trascinano altrove. Sto infatti per lasciare Pavia, ma con il proposito di tornare a
trascorrervi di tanto in tanto i mesi estivi, sempre che il destino continui a concedermeli.
Da Francesco Petrarca, Le Senili [Libri I – VI], vol. I, a c. di U. Dotti, Torino, Nino
Aragno Editore, 2004, pp. 551-559.
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IV.
ON THE ROAD
Ora inizia la nostra avventura nella Pavia medievale, della quale sopravvivono diverse
testimonianze. Il nostro percorso sarà segnato da tappe corrispondenti ai monumenti
civili e religiosi citati nella lettera di Francesco Petrarca, della quale riporteremo i relativi
passaggi.
1. IL PONTE SUL TICINO
Quanto al Ticino (...) le sue rive sono congiunte da un ponte di pietra
davvero ammirevole (...).
Partiamo dal Ticino, luogo di approdo del nostro Francesco Petrarca in arrivo da
Venezia via fiume. Pare che già in età romana esistesse un ponte in pietra,
successivamente rifatto verso la fine del V secolo per volere del vescovo Crispino I. Nel
1351 fu costruito sui suoi ruderi un nuovo ponte, su progetto di Giovanni da Ferrara e
di Jacopo da Cozzo. Il monumento, completato nel 1354 (Ponte Vecchio), era coperto e
dotato di dieci arcate irregolari e di due torri alle due estremità, che servivano per la
difesa. Durante la costruzione delle mura spagnole nel XVII secolo, la prima arcata e
mezza verso la città e la prima arcata dal lato del Borgo furono comprese nei bastioni e,
quindi, chiuse. Successivamente furono aggiunti un portale di ingresso dalla parte del
Borgo Ticino (1599), una cappella al centro del ponte in onore di San Giovanni
Nepomuceno (XVIII secolo) e infine anche un portale di ingresso dalla parte del centro
storico, eretto dall'Amati (1822).
Fig. 3 Veduta del Ponte trecentesco
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Ma il vero colpo di grazia sopraggiunse il 5 settembre 1944, quando un bombardamento
delle forze alleate danneggiò gravemente l'antico ponte trecentesco fino a renderlo
inservibile. Ne seguì, alla fine della guerra, un aspro dibattito sull'opportunità di
ripristinarlo o di demolirlo. Nell' agosto 1947 rovinò la seconda arcata. Nel timore di
nuovi crolli che potessero ostruire il letto del fiume e provocare un allagamento, nel
febbraio 1948 il Ministero dei lavori pubblici ordinò la demolizione con la dinamite e la
rimozione delle rovine. Alcune macerie dell'antico ponte sono ancora visibili nelle acque
del fiume; è rimasta anche la base del portale parzialmente interrato sulla riva sinistra.
Fig. 4 Il Ponte trecentesco bombardato
Nel 1949 si iniziò la costruzione del nuovo ponte (Ponte Coperto), che fu inaugurato nel
1951. Sul portale dalla parte della città un'epigrafe cita: «Sull'antico varco del ceruleo
Ticino, ad immagine del vetusto Ponte Coperto, demolito dalla furia della guerra, la
Repubblica Italiana riedificò». Il ponte attuale è stato costruito circa 30 metri a valle del
precedente, ed è più largo e più alto rispetto a quello antico. Le arcate sono più ampie e
inferiori di numero: cinque al posto di sette. La costruzione è anche più corta in quanto
segue un percorso perpendicolare alla corrente del fiume, mentre quello antico seguiva la
linea che congiunge Strada Nuova (dalla parte del centro) con Via dei Mille (dalla parte
del Borgo Ticino). Le modifiche attuate al progetto hanno consentito di migliorare la
viabilità sul ponte (aumento di dimensioni in larghezza e altezza) e, nel contempo, di
facilitare lo scorrimento delle acque (spostamento del percorso e allargamento delle
arcate).
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Fig. 5 Il Ponte Coperto di Pavia
• Questo non è il ponte descritto dal Petrarca, distrutto nel 1944. Ora
osserva con attenzione il rudere che vedi sulla destra. Si tratta di un pezzo
della prima arcata dell’antica costruzione di epoca viscontea. Se il fiume è in
secca puoi vedere anche altri resti emergere dall’acqua: sono la
testimonianza superstite dell’antico ponte romano.
Fig. 6 I resti del Ponte trecentesco
• Quale materiale si usò per la costruzione di epoca viscontea?
□ marmo
□ mattoni in cotto
□ pietra arenaria
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• Com’era il Ponte trecentesco rispetto a quello di oggi?
□ più ampio
□ più stretto
• L’ampiezza dell’antica costruzione era tale da consentire il passaggio di un
solo carro alla volta. Sul Ponte moderno transitano autobus in entrambi i
sensi di marcia, ma le automobili possono viaggiare solamente in una
direzione.
• Perché, secondo te, il passaggio delle automobili è stato limitato?
........................................................................................................................................................... .
•
Quale potrebbe essere l’effetto dell’inquinamento ambientale sui
monumenti?
………………………………………………………………………………………….
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2. GLI AFFRESCHI DI SAN TEODORO
Ora inerpichiamoci per le stradine in salite e raggiungiamo San Teodoro. La chiesa non
è compresa nell’elenco dei monumenti pavesi citati dal Petrarca, tuttavia al suo interno
troviamo una specie di «premessa pittorica» al nostro viaggio. Il primo edificio
paleocristiano risale al VII secolo. Fra XII e XIII secolo venne realizzata la nuova
costruzione, nuovamente rimaneggiata nel corso del tempo.
Fig. 7 La basilica di San Teodoro: facciata
• Quale stile architettonico riconosci nella facciata?
□ gotico
□ rinascimentale
□ romanico
• La facciata a capanna presenta degli elementi – loggetta cieca, croce aperta,
bacini in maiolica, che abbiamo notato in un’altra basilica pavese, che
potremo ammirare in seguito, San Pietro in Ciel d’Oro.
Ora entriamo. L’interno è veramente accattivante, ma non dimentichiamoci lo scopo
della nostra tappa: un’anticipazione del nostro viaggio attraverso i monumenti descritti in
una corrispondenza fra letterati nel 1365.
Osserva il dipinto della controfacciata. Raffigura l’assedio posto dai Francesi alla città
di Pavia nel 1522. Originariamente era collocato sulla parete sinistra e, dopo il restauro
13
del 1956, ci si è accorti che sotto la versione definitiva ce n’era un’altra rimasta
incompiuta: quella che vediamo nel luogo d’origine. Studi recenti hanno permesso di
attribuire l’opera a Bernardino Lanzani, pittore molto attivo a Pavia nella prima metà del
Cinquecento. La prima stesura dell’opera si concentra sull’assedio della città, che sarebbe
caduta in mano agli Spagnoli con la battaglia del 24 febbraio 1525.
La seconda stesura, quella della controfacciata, raffigura la città di Pavia come si doveva
presentare intorno al 1520, e presumibilmente non era molto cambiata rispetto all’epoca
del soggiorno del Petrarca.
Osserva bene l’affresco.
Fig. 8. San Teodoro, controfacciata: Bernardino Lanzani, Pavia assediata nel 1522
• Il personaggio in primo piano è s. Antonio Abate, al quale era dedicata una
cappella in Borgo Ticino. Alle sue spalle si dispiega la città di Pavia con i suoi
monumenti, compresi quelli della lettera del Petrarca.
• Cerca di elencarli secondo la direzione nord – sud che abbiamo seguito anche noi
nel nostro viaggio.
1) ………………………………
2) ………………………………
3) ……………………………….
4) ………………………………..
5) ……………………………….
14
• Oltre a quelli scelti dal Petrarca, l’affresco ritrae altri monumenti della Pavia
medievali, che il Nostro vide senz’altro, alcuni dei quali sono ancora conservati,
altri no.
• Sapresti indicarne qualcuno?
1)……………………………………..
2)……………………………………..
3)……………………………………..
4)…………………………………….
5)…………………………………….
6)……………………………………
15
3. PIAZZA DUOMO E REGISOLE
Fra le tante cose per le quali so che hai una particolare propensione (e io più di
te), avresti ammirato quella statua equestre in bronzo dorato che, dal centro
della piazza, quasi avesse preso lo slancio, sembra volgersi verso il sommo
dell’altura; statua un tempo strappata, come si racconta, ai tuoi ravennati, e che
gli intendenti di arte scultorea e pittorica sostengono essere tra i monumenti più
belli.
Usciti da San Teodoro, risaliamo ancora un po’ e raggiungiamo la Piazza del Duomo. La
statua del Regisole che vediamo ora non è l’originale.
Fig. 9 La statua del Regisole
Il monumento primitivo di bronzo dorato, che raffigurava un cavaliere, venne trasferita
da Ravenna a Pavia in epoca imprecisata. All’inizio fu probabilmente sistemata nel cortile
del palazzo regio, andato distrutto nel 1024. Perciò entro il terzo decennio dell’XI secolo
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il cavaliere venne trasferito nella piazza della cattedrale, issato su di una colonna di
mattoni: una mano reggeva le briglie, l’altra era protesa; un cagnolino ritto sembrava
reggere la zampa alzata del cavallo. Il 7 ottobre 1315 Matteo Visconti entrò nella città di
Pavia e se ne impadronì. Il cavaliere di bronzo fu ridotto in frantumi e deportato a
Milano. Fortunatamente i pavesi riuscirono a recuperarne i pezzi, a restaurarlo e a
riportarlo al suo posto, quasi sicuramente almeno dal 1320. Nel 1387 il Regisole subì uno
dei vari successivi restauri, e dieci anni dopo, il 3 febbraio 1397, sotto la sua ombra il
duca di Milano Giangaleazzo Visconti ricevette l’investitura a conte di Pavia. Il grande
genio del Rinascimento Leonardo da Vinci, soggiornando a Pavia fra il luglio e il
novembre 1490, si soffermò ad ammirare il cavaliere di bronzo, che dovette
probabilmente fornirgli degli spunti per la realizzazione di un monumento equestre in
onore di Francesco Sforza commissionato da circa dieci anni da Ludovico il Moro. Con
la famosa Battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525 Pavia passò dalla dominazione francese
a quella spagnola. Ma i Francesi continuarono a infierivi. Il 6 ottobre 1527 entrarono in
città recando devastazione. Un ravennate a seguito delle truppe francesi chiese e ottenne
dal suo signore di riportare il Regisole a Ravenna, ma fortunatamente il capitano
Annibale Picenardi bloccò la nave a Cremona, e il prezioso ritornò a Pavia solo nel 1531.
A metà del 1551, in seguito a una disputa fra i poteri civile e religioso, il Pretore depredò
la statua, ma, su intervento dell’imperatore Carlo V in persona, il cavaliere riconquistò il
proprio posto nella piazza. Nei due secoli successivi non mancarono atti di oltraggio e
spregio contro il simbolo di Pavia. Ma la vera catastrofe giunse nel 1796. Il 9 maggio gli
Austriaci, succeduti agli Spagnoli nel governo di gran parte della Lombardia nel 1714,
lasciarono la città, e fra il 13 e il 14 vi entrarono i Francesi del generale Napoleone
Bonaparte. Il 16 maggio il cavaliere venne atterrato e ridotto in pezzi: nella caduta si
staccarono la zampa sinistra del cavallo e la testa del cavaliere, la quale rimase tuttavia
intatta. I frammenti, tranne la zampa del cagnolino, che andò smarrita, e un braccio della
statua, di cui si impossessò un soldato, vennero trasportati in un cortile del Municipio.
Fu poi rimossa anche la colonna di mattoni. Nel 1809 il bronzo venne venduto, e con il
ricavato si realizzò un passeggio pubblico in Piazza Castello, invece i resti del basamento
vennero definitivamente rimossi il 17 giugno 1811.
La statua che vediamo, un rifacimento dello scultore Antonio Messina donato alla città
nel 1932 dal Governo italiano, ricevette la posizione attuale nel 1937. Il nostro cavaliere
tiene il viso rivolto a un’enorme chiesa, la Cattedrale. Ma anche questa non è la stessa
del Trecento. Molti secoli fa su quest’area sorgeva probabilmente un tempio dedicato alla
dea Cibele. Nel V secolo, al tempo del vescovo Epifanio, la costruzione venne distrutta e
sostituita da due chiese paleocristiane. Fra XII e XIII secolo queste ultime lasciarono il
posto ad altrettante basiliche romaniche, dedicate rispettivamente a Santo Stefano
(cattedrale estiva) e a Santa Maria del Popolo (cattedrale invernale).
17
Fig. 10 Opicino de Canistris, Veduta prospettica delle due cattedrali romaniche (1330).
Manoscritto Palatino Latino 1993 della Biblioteca Apostolica Vaticana, f. 2v
Verso la fine del Quattrocento i Pavesi ottennero dal papa, per intercessione del
cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro che allora governava il ducato di
Milano, il permesso di demolire le due chiese medievali per edificare una suntuosa
cattedrale sul modello della basilica di Santa Sofia di Istambul. I lavori si protrassero nei
secoli successivi, e ultimamente sono state necessarie opere di restauro. Negli ultimi
decenni la Cattedrale è rimasta chiusa per restauro ed è stata riaperta al pubblico il 13
ottobre, proprio per consentirci una sbirciatina anche all’interno. Il palazzo vescovile di
fronte fu iniziato nel Cinquecento, per cui al tempo del Petrarca non esisteva.
Ora osserva i ruderi sul lato sinistro del Duomo. Si tratta dei resti di un monumento che
il nostro Petrarca vide sicuramente. I tuoi professori lo ricordano e, senza la sciagura del
17
marzo
1989,
ora
lo
potresti
ammirare
anche
tu.
Era l’antica Torre Civica, l’unica nella quale si potesse entrare prima del rovinoso crollo
costato la vita a quattro persone, come ricorda la lapide che si può leggere. La
costruzione iniziò intorno al 1063, e, a differenza delle altre, era una presenza costante
per i Pavesi. Fu proprio la cittadinanza a sceglierla a come strumento principale per
radunare i cittadini per le convocazioni pubbliche, per le notificazioni, per le feste, i lutti,
per la mobilitazione delle forze armate, per comunicare le condanne a morte e perfino
per scandire le lezioni universitarie. Perciò non era solamente il campanile della
cattedrale, ma una specie di radio cittadina! Ovviamente era molto più grande delle altre
torri. Alla fine del Cinquecento, su progetto di Pellegrino Pellegrini, venne aggiunto il
coronamento. Improvvisamente, alle 8, 55 di venerdì 17 marzo 1989, la Torre crollò, e il
dibattito su una sua eventuale ricostruzione non è ancora stato risolto.
18
Fig. 11 Il Duomo con la Torre Civica di Pavia in una foto d’epoca
4. I RESTI DI SAN ZENO
Poco distante da Piazza del Duono e attraversato Cordo Cavour, raggiungiamo il
quartiere dove doveva sorgere l’abitazione che i Visconti avevano riservato al Petrarca e
alla sua famigliola. In Piazza Giucciardi ci troviamo di fronte a un rudere. Sono i resti
della basilica romanica di San Zeno, la chiesa di riferimento di Petrarca e dei suoi. Ora
rimangono solamente alcune parti dell’abside. Qui nel 1368 venne sepolto Franceschino,
il nipotino del Petrarca morto a soli due anni e mezzo il 19 maggio. Il nonno appresa la
notizia, raggiunse Pavia a esequie compiute e dettò il testo dell’epigrafe ora conservata
presso i Musei Civici del Castello Visconteo.
• Di quale materiale sono i muri? …………………………………………………
• Come si chiamano le buche che vedi? ………………………………………… .
19
Fig. 12 Resti dell’abside di San Zeno
5. LE TORRI DI PIAZZA LEONARDO
(...) la città, posta in mezzo a loro [i Lombardi] sopra una modesta altura
lievemente declinante, leva verso il cielo la selva delle sue torri e con una
prospettiva tutto intorno così libera e priva di ostacoli che non credo che ci sia
città di pianura che ne possegga una altrettanto aperta e piacevole.
Ora attraversiamo Strada Nuova e percorso l’atrio dell’Università, raggiungiamo prima
Piazza Giorgio La Pira, quindi Piazza Leonardo da Vinci. Abbiamo di fronte tre delle
numerose torri che formavano la «selva» decantata dal Petrarca. Chissà quante volte
ebbe modo di ammirarle stupito! Ancora oggi, nei giorni limpidi, giungendo da sud, già a
dieci chilometri dalla città iniziano a delinearsi le snelle sagome delle torri ancora
rimanenti: quelle pressoché intatte sono solo cinque. Ma nel Trecento erano di più,
anche se molte erano già crollate per i motivi più diversi: cedimenti strutturali o
abbattimenti. Con il trascorrere del tempo altre sono state abbassate e adibite ad
abitazioni, così che ora risulta difficile riconoscerle. Le torri, costruite tutte intorno al
XII secolo, sono i monumenti più misteriosi di Pavia. Mancano infatti documenti e
testimonianze certe in grado di dirci quante fossero, per quale scopo, da chi e con quali
tecniche siano state fatte erigere. Difficilmente si può pensare a una funzione difensiva –
offensiva, infatti erano troppo strette per consentire a soldati e macchine da guerra di
muoversi comodamente al loro interno; probabilmente la loro costruzione aveva
soprattutto un significato simbolico, per indicare il prestigio e la potenza delle famiglie
pavesi che le commissionavano. Per vedere meglio le nostre tre «gemelle»
posizioniamoci nel cortile Teresiano dell’Università.
20
Fig. 13 Le Torri di Piazza Leonardo
• Al centro Torre del Maino (altezza m. 51, 23). È la seconda in altezza delle torri
gentilizie ed è la più sottile. L’enorme spessore dei muri (in basso 2 metri) lascia
solo uno strettissimo vano centrale, in cui sale una scaletta a chiocciola di legno,
larga solo quanto basta per fare passare le spalle di un uomo, almeno per un lungo
tratto inferiore. Si sale quasi al buio. A un certo punto lo spazio interno si allarga
leggermente e lo spessore dei muri si assottiglia.
• Ai lati Le due Torri dell’Università. La torre a destra è alta 38, 93 metri ed è
chiamata anche Torre dell’orologio, elemento aggiunto secoli dopo la
costruzione. Quella a sinistra invece è alta 38, 33 metri. Sono un po’ più larghe
della torre centrale, perciò i vani sono meno stretti. In origine dovevano essere più
alte e devono essere state «decapitate» nel corso del tempo.
Le due torri presentano alcune particolarità. Innanzitutto, i lati dell’una non sono
paralleli a quelli dell’altra, e nessuna delle due li ha paralleli a quelli delle vie della
città. Inoltre tutte le tre «gemelle» di Piazza Leonardo a Pavia sono le uniche ad
avere l’ingresso a terreno.
• Osserva bene le tre torri e rispondi
• Di quale materiale sono fatte?
□ marmo
□ mattoni in cotto
□ pietra arenaria
• Pensi le torri fossero adatte come abitazione?
21
SÌ □ NO □
• Perché?
…………………………………………………………………………………………
………………………………………………………………………………………….
…………………………………………………………………………………………
6. SAN PIETRO IN CIEL D’ORO
Avresti potuto vedere il luogo [ la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro] dove
Agostino ha ora il sepolcro, dove Boezio trascorse da vecchio il suo esilio e
incontrò quindi la morte, e dove ora giacciono entrambi in compagnia di quel re
Liutprando che fu colui che trasportò qui a Pavia, dalla Sardegna, il corpo dello
stesso Agostino.
Attraverso i cortili dell’Università raggiungiamo di ancora Strada Nuova, percorriamola
fino a Viale Matteotti, attraversiamolo e raggiungiamo quella che in epoca viscontea era
la Cittadella. Ci troviamo ora davanti alla basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, una delle
più famose e antiche della città. Il monumento primitivo, datato al VI secolo, raggiunse
grande splendore sotto il regno del sovrano longobardo Liutprando (712-744), che ne
patrocinò l’ampliamento e vi fece trasportare dalla Sardegna le reliquie del dottore della
Chiesa Agostino d’Ippona. Accanto alla basilica il re fondò un monastero di monaci
benedettini; qui nel 774 il re franco Carlo Magno, subentrato ai Longobardi, istituì una
celebre scuola di studi superiori: la biblioteca fu danneggiata inseguito all’incendio
divampato durante l’incursione degli Ungari nel 924. Nel X secolo l’abate francese
Maiolo di Cluny promosse una riforma del monastero, che fu occupato dai Canonici
Mortariensi nel 1213 e, dal 1518, dai Lateranensi, cui si deve la costruzione del grandioso
convento a sinistra della basilica.
La chiesa della quale parla il Petrarca, ovvero quella che ammiriamo noi oggigiorno, è in
stile romanico e fu consacrata da papa Innocenzo II nel 1132. Giovanni Boccaccio, pur
non avendo mai visitato Pavia, conosceva la chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Essa è
infatti uno dei luoghi delle vicende narrate nella penultima novella del Decamerone, che ha
come protagonista il pavese Torello da Strada (Decameron, giornata X, novella 9).
22
LA FACCIATA
La facciata ha una struttura a capanna, con una loggetta cieca nella parte superiore e
loggette bifore e monofore; è decorata da piatti di ceramica di provenienza orientale. Il
portale, ornato da capitelli con figure mostruose, è inquadrato da un timpano. Possiamo
notare la struttura in mattoni e arenaria a capanna, caratteristica delle chiese in
architettura romanica, uno stile diffusosi dopo l’anno Mille. La loggetta che vediamo
sopra il portale e detta cieca, in quanto dietro è chiusa.
Fig. 14 San Pietro in Ciel d’Oro: la facciata
• La luce penetra all’interno attraverso le tre aperture che vedi lassù. Che
forma hanno?
…………………………………………………………………………………………
Vedi dei punti più chiari incastrati nel mattone rosso? Sono piattini in maiolica di origine
orientale e hanno funzione decorativa, infatti al tramonto riflettono la luce del sole.
Il portale presenta nei capitelli sculture di origine orientale e un frontone triangolare con
raffigurati tre personaggi. Al centro troviamo un angelo con uno scettro nella mano
destra e un globo nella sinistra. A sinistra si vede un servo con una semplice veste e
senza scarpe in posizione sacrificata, mentre il personaggio altolocato a destra, vestito e
calzato con eleganza, potrebbe raffigurare il sovrano che nell’ VIII secolo fece
trasportare dalla Sardegna le reliquie del dottore della Chiesa Agostino di Ippona.
• Ricordi il suo nome?
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□ Carlo Magno
□ Desiderio
□ Liutprando
Ai lati del portale notiamo due contrafforti, sporgenze di muro usate per rinforzare la
struttura. Quello a destra è più grande, in quanto ha all’interno una scala che conduce
alla prima bifora. Sulla destra noterai una placca di marmo con un’iscrizione nella lingua
volgare del Trecento.
Fig. 15 San Pietro in Ciel d’Oro, epigrafe con terzina dantesca
• Comprendi bene il testo? …… .
Si tratta della celebre citazione dalla Divina Commedia (Paradiso, canto X, versi 127-129) di
Dante Alighieri: il poeta toscano ricorda l’uccisione e la sepoltura del filosofo Severino
Boezio:
Lo corpo ond’ella fu cacciata giace
Giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
E da esilio venne a questa pace.
Parafrasi: Il corpo di Severino Boezio giace sulla Terra nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro; lui
dall’esilio raggiunse questa pace del Paradiso.
L’INTERNO
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L’interno è diviso in tre navate. La pianta presenta una forma rettangolare, per cui nulla
esce dai muri perimetrali ed è suddivisa in tre navate. Ora dirigiamoci alla ricerca delle
memorie dei tre personaggi ricordati dal Petrarca quasi come eterni «inquilini» della
basilica.
Percorriamo la navata centrale fino al capocroce, dove si passa dalla figura del quadrato a
quella dell’ottagono, che nel Medioevo simboleggiava la perfezione divina. Avrai notato i
pilastri con dei capitelli con sculture raffiguranti foglie di cardo e acanto, draghi e
mostriciattoli, elementi che, al di là della funzione decorativa, servivano a impartire
insegnamenti morali ai fedeli.
Raggiungiamo l’abside. Il mosaico risale al secolo scorso e rappresenta la figura di Cristo
in trono con ai lati a sinistra s. Agostino e s. Monica, a destra s. Pietro. Il mosaico antico
era tutto dorato, e questa potrebbe essere stata un’altra spiegazione dell’intitolazione a
San Pietro in Ciel d’Oro.
Sull’altare troneggia l’arca in marmo di s. Agostino.
Fig. 16 San Pietro in Ciel d’Oro: arca di marmo di Agostino d’Ipppona
25
Venne fatta costruire fra il 1362 e il 1400, perciò il nostro Petrarca non potè vederla
finita. Si sviluppa su tre piani realizzate dalla mano di due differenti artisti, in quanto si
possono scorgere due stili differenti, uno fino al primo piano, l’altro fino alla sommità: è
alta m. 3, 93, lunga m. 3, 07, larga m. 1, 68 e pesa 300 quintali. Diciannove bassorilievi
realizzati con scalpelli d’argento dalla punta di diamante rappresentano scene di vita del
personaggio venerato. Al piano intermedio il Dottore della Chiesa giace sul letto di
morte con davanti un libro e attorniato da vescovi e religiosi di alto rango. Nella fascia
inferiori troviamo altri santi, gli apostoli, che reggono il cartiglio con il Credo, e le Virtù
teologali, cardinali e monastiche. Nella penultima fascia troviamo scene della vita di
Agostino, mentre nell’ultimo piano, costituito da guglie tipiche dello stile gotico sono
raffigurati i miracoli in vita. All’inizio l’arca venne situata nella sacrestia, ma dopo la
scoperta delle ossa nel 1738, trovò posto nel presbiterio. Alla cacciata dell’ordine
agostiniano nel 1799 si decise di lasciarla alla cattedrale, ma nel 1900 fece ritorno nella
sede primitiva.
Ora guarda sotto l’altare accostato all’arca, appena sopra dei tre gradini. Si tratta del
sarcofago in argento fatto realizzare da re Liutprando per raccogliere le spoglie del
dottore della Chiesa Agostino fatte arrivare dalla Sardegna. Fu aperto una prima volta
nel 1022 o 1024, quando venne prelevato un braccio da regalare ad Egelnoto,
arcivescovo della chiesa inglese di Canterbury. Nel 1695 venne ritrovato all’interno di
un’urna di mattoni dietro l’altare della cripta allora in procinto di essere demolita. Subito
sorsero dubbi sull’identità delle spoglie, fino alla dichiarazione favorevole del pontefice
Benedetto XIII, per cui il sarcofago raggiunse l’altare maggiore. Il cofano di cristallo
profilato in oro risale al 1833 e serve all’apertura del sarcofago attraverso quattro chiavi
possedute rispettivamente dal vescovo, dal Comune, dal capitolo della Cattedrale e dal
priore degli agostiniani. Nel 1842 allo scheletro fu asportata un’ulna, che venne concessa
in dono al vescovo di Ippona Dupuch in cambio di un frammento del mosaico a tessere
bianche e nere prelevate dalle rovine della città africana.
Adesso rivolgiamo lo sguardo al pilone destro guardando il presbiterio. Vi si trovano le
ossa di re Liutprando, l’altro «inquilino». Conservate fino al XII secolo presso la chiesa di
S. Adriano, mausoleo dei re Longobardi annesso all’antica basilica di Santa Maria alle
Pertiche orsa scomparsa, furono probabilmente fatte traslare qui dal vescovo Ulderico,
che forse patrocinò la ristrutturazione della basilica longobarda, e collocate a destra del
presbiterio in un tempietto a quattro colonne, che sicuramente il Petrarca vide e che fu
fatto distruggere nel 1570: secondo il Concilio di Trento i laici non potevano essere
sepolti nelle chiese, quindi si può dedurre che le ossa del re Longobardo siano state
interrate sotto il pilone a quell’epoca. Nel 1895 le spoglie del sovrano longobardo
vennero alla luce in una cassetta di legno ormai marcia in occasione dei lavori di sterro
per la nuova pavimentazione. L’epitafio inciso sulla lastra di marmo applicata al pilone
risale al XII secolo.
La navata destra conserva i resti del mosaico pavimentale del XII secolo: raffigura un
cavaliere, forse san Giorgio, in lotta contro un drago.
Ora non ci resta che cercare tracce di Severino Boezio. Questi, nato da una famiglia di
nobili origini, fu educato a Roma, completò gli studi ad Atene e ricoprì importanti
cariche alla corte del re ostrogoto Teodorico. Accusato di tradimento, nell’inverno tra il
523 e il 524 venne imprigionato a Pavia e, secondo la Cronaca Teodoriciana, fu condotto
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«nel battistero dell’agro di Calvenzano»: nella zona orientale, dietro il Castello Visconteo,
si trova un quartiere chiamato appunto Borgo Calvenzano, nel quale esisteva una torre,
probabilmente usata anche come battistero e crollata nel 1584, che la tradizione pavese
identificava come «torre di Severino Boezio» o «fraudolenta», a indicare che la condanna
di Boezio era stata il frutto di un inganno. In carcere il filosofo scrisse la sua famosa
opera La consolazione della filosofia. Venne giustiziato nel 526: secondo una
leggenda,
sul luogo dell’esecuzione sarebbe poi sorta la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro.
Occorre scendere nella cripta, un ambiente a navatelle e colonnine di marmo rifatto fra
‘800 e ‘900 sulla base di tracce antiche e di un’incisione su marmo del Settecento.
Sull’altare è posato il recente (1923) sarcofago in marmo del filosofo giustiziato vocino
alla chiesa (Borgo Calvenzano) nel 525 e le cui ossa vennero alla luce proprio durante il
regno di Liutprando. Dietro, inciso su marmo rosso, leggiamo un anonimo epitaffio
composto fra X e XI secolo.
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7. IL CASTELLO VISCONTEO
Ultimo non certo per bellezza ma per tempo di costruzione, avresti veduto, al
sommo della città, il grande palazzo, ammirevole per struttura e spese profuse,
eretto dal magnanimo Galeazzo Visconti (questo più giovane), signore di Milano,
di Pavia e di molte altre città tutt’intorno, un uomo che tanto superiore agli altri
in molte cose, lo è perfino a se stesso nella munificenza delle costruzioni (...) io
credo che – dotato di sensibilità quale sei – tu l’avresti ritenuta la più sontuosa
fra tutte le costruzioni moderne e che avresti preso piacere non soltanto del
vedere me, amico tuo (cosa che non spero, ma che so esserti graditissima), ma dal
potere ammirare bellezze non lievi (...), ma davvero grandi e importanti.
Usciti da San Pietro in Ciel d’Oro, dobbiamo affrontare l’ultima tappa, il Castello
Visconteo, che Francesco Petrarca definì al «sommo» delle opere architettoniche della
Pavia Trecentesca. La sua costruzione ebbe infatti inizio nel 1360, un anno dopo
l’annessione di Pavia ai territori viscontei. Esso non fu concepito come fortificazione
militare, ma come splendida reggia di una signoria prestigiosa intenzionata alla
realizzazione nel Pavese di una serie di interventi architettonici, artistici e culturali in
vista dell’affermazione del casato. L’opera fu iniziata da Galeazzo II, il signore
magnanimo protettore del Nostro. Il luogo prescelto non fu all’interno delle mura, ma al
limite nord della città. È probabile che il duca si sia servito dell’opera dell’architetto
Bernardo da Venezia. Il lavori proseguirono così in fretta che Galeazzo II poté dimorare
nella residenza pavese già nel 1365, quando era presente in città anche il Petrarca, il
quale, se dovette frequentare la corte, scelse di abitare in una casa privata non molto
lontano. Nel 1450 Bianca Maria Visconti, ultima erede dei Visconti, sposò Francesco
Sforza, che divenuto signore di Milano, continuò ad apprezzare la dimora pavese, come
pure i suoi figli. Nel 1487 Ludovico il Moro, zio e tutore di Giovan Galeazzo Sforza,
divenne padrone del Castello e i rapporti fra le due corti di Milano e Pavia divennero
molto stretti. Nel 1490 Leonardo da Vinci intervenne per organizzare, oltre a interventi
difensivi, anche le giostre che si tenevano nel castello.
Nel Cinquecento l’Italia venne contesa da Francesi e Spagnoli. Questi ultimi, a seguito
della Battaglia di Pavia del 1525 combattuta nel Parco Visconteo, si impossessarono della
città e vi rimasero per circa due secoli, quando vi subentrarono gli Austriaci. Nel 1656 il
Castello resistette al lungo assedio di Tommaso Savoia e nel 1706 a quello del principe
Eugenio. Saccheggiato dai soldati di Napoleone, nel 1854 il governo austriaco iniziò i
lavori di restauro, proseguiti anche dopo l’Unità d’Italia. Furono ricostruite le finestre e
le merlature, riabbassati i tetti delle due torri laterali all’ingresso principale. Nel 1921
cessò di essere adibito a caserma e dal 1929 è stato sottoposto a nuovi restauri, che ne
hanno messo in luce la struttura primitiva.
Ora il castello, inserito nel contesto urbano, ospita i Musei Civici, la Pinacoteca
Malaspina e la Biblioteca d’Arte.
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Ci troviamo davanti all’ingresso principale che dà sull’attuale Piazza Castello. L’aspetto
attuale è il risultato di molte modifiche. Come puoi notare, la costruzione presenta un
aspetto massiccio.
Fig. 17 Ingresso del Castello sulla piazza omonima
• Quali sono i materiali usati per la costruzione?
□ marmo con decorazioni in ferro
□ marmo con decorazioni in cotto
□ mattoni con decorazioni in pietra arenaria
• Ora concentra la tua attenzione sulle finestre
• Su quanti piani sono distribuite? ………………………………………………. .
• E sulle torri? ……………………. .
29
• Le finestre delle torri sono tutte uguali? Sì □
NO □
Spostiamoci ora sul rivellino, la costruzione posta davanti all’ingresso del castello come
protezione dagli attacchi nemici. Se ci affacciamo noteremo un fossato, che
anticamente, per difendere la dimora, veniva riempito di acqua. Le finestre che si
vedono in basso sono state aperte nel XVIII secolo per dare un po’ di luce alle
prigioni.
Più a ovest noteremo che il muro all’interno del fossato non è perpendicolare, ma a
scarpa, e ciò consentiva di proteggere meglio la costruzione. I buchi nel muro si
chiamano buche pontaie, infatti servivano a inserire le travi del ponteggio durante la
costruzione. I tiranti di ferro messi di recente assicurano la stabilità del monumento.
Attraverso il parco raggiungiamo il rivellino ovest, che un tempo era l’entrata
principale dei Visconti e che ora funge da ingresso ai Musei Civici.
Salite le scale ci si trova al centro del fossato nel punto in cui si univano i due ponti
levatoi: uno scendeva dal castello, l’altro dal rivellino.
A sinistra si possono notare due feritoie di forma strombata, ovvero con una svasatura
verso l’interno.
• Secondo te, quale poteva essere la loro funzione?
□ impedire che chi si affacciava cadesse nel fossato
□ consentire agli arcieri di tenere l’arco comodamente senza costituire però un facile
bersaglio per il nemico
□ impedire al nemico di vedere in faccia l’arciere e quindi evitare che lo
riconoscesse
Alla nostra destra c’è una piccola scala che non conduce da nessuna parte.
• Osserva il muro del castello di fronte a te. Che cosa vedi in corrispondenza del
tuo sguardo?
□ una finestra
□ una porta aperta
□ una porta murata
Anticamente in questo punto esisteva un ponte mobile fra il rivellino e il castello. Il ponte
levatoio e la pusterla, che era una porta più piccola accanto a quella principale e dotata di
un proprio ponte levatoio, venivano aperti e chiusi attraverso un sistema di catene e
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carrucole inserite nel muro. Lo confermano i bolzoni, ovvero le superstiti fenditure nel
muro.
Alziamo lo sguardo! Il castello è coronato su tutti i lati da merli, una specie di decorazione
a forma di greca. Essi servivano innanzitutto per le guardie che facevano la ronda sui
camminamenti: tra un merlo e l’altro ci potevano essere le ventiere, ante di legno che
riparavano le guardie dal freddo e che potevano essere aperte o chiuse in base alla
necessità. I merli erano anche un simbolo dell’orientamento politico della città. Quelli del
nostro Castello sono del tipo detto « a coda di rondine», e indicavano l’appartenenza al
partito del Ghibellini, amici dell’Imperatore; invece i merli «diritti» indicavano i Guelfi,
seguaci del Papa.
Ora entriamo sotto il portone. Sulla destra si trova la cosiddetta Sala del Rivellino.
• Anticamente a che cosa poteva servire? Considera che era la sala più vicina
all’ingresso, luogo che doveva essere costantemente controllato
□ sala dei banchetti
□ sala di attesa degli ospiti
□ sala delle guardie
Entriamo dalla porta a sinistra. Attraversata la biglietteria, sbuchiamo nel porticato che
circonda il cortile.
• Come puoi notare al Castello manca un’ala. Quale? Indicala con un punto
cardinale
....................................................... .
L’ala mancante era la più prestigiosa del palazzo e si affacciava sul Parco fatto allestire da
Galeazzo II a partire dal 1366 (Parco Vecchio), un giardino lussureggiante dotato anche
di peschiere e di una riserva di caccia, passatempo molto praticato a corte. Fra il 1383 e il
1395 Gian Galeazzo vi fece aggiungere una vasta area (Parco Nuovo) circondata da
mura, all’interno della quale, a partire dall’agosto 1396, si iniziò l’erezione della famosa
Certosa di Pavia, splendida cappella della famiglia Visconti. L’ala nord è stata distrutta
nel 1527 durante l’assedio posto dai Francesi per vendicare la sconfitta del loro sovrano
Francesco I due anni prima nella Battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525. Quello che ora
rimane è un tratto delle mura spagnole erette nel XVI secolo.
• Osserva le tre ali rimaste. Ognuna è costruita su due piani: il porticato nella parte
inferiore, il loggiato al primo piano.
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• Ti sembra che le tre ali siano tutte uguali?
SÌ □ NO □
• Qual è la differenza più evidente?
………………………………………………………… .
In origine le finestre del castello erano tutte quadrifore. Successivamente vennero
sostituite da bifore e monofore per due motivi principali: perché lo richiedeva la moda, ma
soprattutto per non disperdere calore. I vetri erano composti da piccoli quadri montati
su intelaiature di ferro.
Fig. 18 Le quadrifore del Castello
Come si può notare, i capitelli delle colonne del porticato sono tutti diversi, ma il tipo di
decorazione è lo stesso.
• Sono rappresentati:
□ elementi vegetali
□ esseri umani mostruosi
□ figure geometriche
Hai notato il pozzo? Era un elemento molto importante. In tempo di pace forniva
l’acqua per i bisogni alimentari e per la pulizia, oltre che per abbeverare gli animali. In
tempo di guerra, quando il castello era circondato, era l’unica riserva di acqua interna.
• Percorrendo il porticato si possono ancora scorgere tracce degli antichi
affreschi che decoravano le volte: rappresentavano episodi della storia dei
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Visconti. Pare che fosse raffigurato anche Galeazzo II seguito da armati.
Riesci a trovare la scena? Che cosa vedi sulle volte?
□ tracce di decorazioni
□ pitture con scene di caccia
□ disegni
Possiamo ora visitare gli interni del piano terra. Le sale, che ora ospitano le varie sezioni
dei Musei Civici, sono numerate. Guardandoti intorno potrai scorgere tracce delle
antiche decorazioni: stemmi, zoccolo a rombi bianchi e grigi, motivi vegetali, motivi
floreali stilizzati, motivi a stella. Visitiamone qualcuna!
SALA I
La finestra ha come affresco lo stemma visconteo (serpente con in bocca un saraceno) e
l’elmo di Galeazzo II Visconti con tizzoni ardenti e secchie pendenti.
SALA II
È forse la più bella, infatti conserva i restauri degli antichi affreschi. Il soffitto è in
azzurro. Siamo all’interno della torre ovest. Proprio qui, a partire dal 1368, Galeazzo II
iniziò l’allestimento di una ricca biblioteca.
Fig. 18 La Torre ovest del Castello e le bifore
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Qualche anno più tardi Gian Galeazzo riuscì a impadronirsi dei manoscritti
petrarcheschi che allora si trovavano presso la biblioteca dei Carraresi a Padova e a
riunirli presso il Castello di Pavia. Tale patrimonio librario venne fatto trasportare in
Francia da Luigi XII, e ora i codici del Petrarca, interamente scritti a mano, sono
conservati, oltre che alla Biblioteca Nazionale di Parigi, in altre biblioteche europee. La
Biblioteca Ambrosiana di Milano conserva uno di questi preziosi tesori un tempo
conservati a Pavia. Si tratta di un codice del Petrarca che contiene le Georgiche (il libro
degli agricoltori), le Bucoliche (il libro dei pastori) e l’Eneide (il libro di Enea) del poeta
latino Publio Virgilio Marone; il verso del primo foglio è occupato da una miniatura del
pittore Simone Martini con la rappresentazione delle tre opere.
Osserva
Fig. 19 Frontespizio del manoscritto Milano, Biblioteca Ambrosiana, f. 1v
• Osserva le figure in senso orario e sottolinea il completamento che ritieni esatto:
Il personaggio in alto a destra rappresenta un poeta/un marinaio, infatti tiene in
mano lo stilo/il timone. Il pastore in basso a destra è il simbolo dell’Eneide/delle
Bucoliche. Il contadino in basso a sinistra rappresenta le Georgiche/il Decameron. Il
personaggio in alto a sinistra con la lancia è Enea/Ulisse, infatti rappresenta
l’Eneide/l’Odissea.
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SALE DELLA SEZIONE LONGOBARDA
Conservano testimonianze sul periodo longobardo: lastre tombali con iscrizioni
funerarie, tra le quali la famosa lastra del Senatore (sec. VIII), un reliquario appartenuto
alla basilica da San Teodoro, il tesoretto di San Michele, il sigillo di re Lotario (anteriore
all’855), anelli, crocette, fibbie, collane e monete; c’è anche la cosiddetta “sella pictilis”
trovata nel Ticino nel 1949. Ricordi? Il Petrarca, nella lettera al Boccaccio, fa riferimento
a Pavia capitale dei Longobardi!
SALE DELLA SEZIONE ROMANICA
Vi sono esposti capitelli, colonne, portali e mosaici pavimentali recuperati da antiche
chiese. In particolare, troviamo la lapide con l’epigrafe composta da Francesco Petrarca
in occasione della morte a soli due anni e mezzo del nipotino Francesco il 19 maggio
1368. La lastra proviene dall’antica chiesetta romanica di San Zeno, dove il piccolo
venne sepolto. Il nonno raggiunse Pavia solo il 30 maggio. Probabilmente il testo ti
risulta incomprensibile, infatti è scritto in latino, che nel Trecento era la lingua degli
intellettuali. La traduzione è questa:
Appena, ospite novello, avevo toccato con tenero piede l’inizio del mio viaggio nel mondo e la dura soglia
della vita che se ne va trasvolando. Padre mi fu Francesco, madre Francesca. Camminando sulle loro
orme, dal fonte battesimale recai il loro stesso nome. Fui un bambino graziosissimo, fui la dolce
consolazione dei miei genitori. Ora non c’è per loro che il dolore. Per questo solo la mia sorte è meno
lieta; per il resto sono felice, avendo raggiunto le gioie della vita vera ed eterna, così velocemente, così
facilmente. Il sole aveva compiuto due intere orbite tortuose e quattro la luna, quando mi si fece incontro
la morte. Sbaglio. La vita mi si fece incontro. Mi diede al mondo la città di Venezia, mi rapì Pavia.
Ma non me ne lamento. Era stabilito che da questa città dovessi essere ristabilito al Cielo. Nell’anno
1368, il 19 maggio, alle 3 del pomeriggio.
Sul sigillo tombale si legge:
Francesco da Brossano milanese – Fanciullo bello e innocente qui giace.
SALA X
È situata nella torre est. Nel passaggio di muro con la sala successiva si nota una stretta
scala ricavata nel muro medesimo. Permetteva l’accesso al piano superiore: ogni piano,
come ogni torre, era infatti collegato da una scala analoga.
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SALA XIII
Viene anche chiamata Sala della Colombina, in quanto vi è ritratta una colomba bianca, l’
impresa o simbolo di Bona di Savoia, sposa di Galeazzo Maria Sforza. La camera fu infatti
allestita in occasione delle loro nozze nel 1468.
SALA XIV
Qui si conserva gran parte della decorazione del soffitto, in azzurro come quello della di
un’altra Sala che abbiamo visitato.
• Quale?
I□
VI □
II □
• A
che
cosa
ti
fa
……………………………………. .
pensare
questo
colore?
La parete nord conserva tracce di una decorazione detta «a tappezzeria», perché presenta
motivi geometrici ripetuti che sembrano una stoffa. Questi affreschi vengono anche
definiti «a compassi», infatti uno dei motivi ricorrenti è il cerchio, e si trovano in molte
altre stanze del Castello.
LA CAPPELLA
• Percorrendo il porticato noterai due porte diverse dalle altre. Come ti
sembrano?
□ più strette
□ più basse
□ più decorate
Sono le porte di ingresso alla cappella, che doveva essere immediatamente individuabile
in quanto all’epoca si pregava in diversi momenti della giornata. Perciò le sue porte sono
riccamente decorate.
Alcune figure permettono di identificare la porta principale.
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• Che cosa rappresentano?
…………………………………………………………………………………………
All’interno vi è un ampio locale con affreschi di due santi a figura intera, una Madonna
con il Bambino, un busto di Cristo benedicente e una figura di donna. Cerca di
individuarli.
La cappella confinava con il forno.
• Perché?
□ per avere il pane durante le funzioni
□ per far passare il calore
□ per sentire il profumo del pane
LA SCALA
La scala di accesso al secondo piano risale al XVIII secolo. Il sole e la luna di bronzo
appesi al muro facevano parte dell’orologio della Torre civica crollata nel 1989.
LA PINACOTECA MALASPINA
L’attuale Pinacoteca Malaspina è una vasta sala composta da più campate, spazi dal
soffitto a volta delimitati da colonne, pilastri o muri.
• Quante sono? ..................................................... .
A ogni campata corrisponde una finestra con dei sedili da cui si poteva ammirare il
giardino sottostante.
Le volte della prima campata sono del tipo a crociera. Le vele raffigurano i Quattro elementi
dell’Universo: terra, aria, acqua, fuoco, invece sulle vele della seconda campata notiamo le
Quattro fatiche di Ercole. Questi affreschi vennero eseguiti in epoca spagnola nel XVI
secolo, come pure Le Quattro stagioni, delle quali rimane solo un frammento di Estate.
Compaiono inoltre decorazioni di epoca precedente:
- un orso vicino a un ciliegio
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- due figure femminili
- uno stemma visconteo
- dei riquadri di marmo
Le sale successive hanno perso gran parte delle decorazioni, ma un tempo erano
affrescate da immagini di animali: «sala dei leopardi», «sala dei conigli».
SALA CON IL MODELLO DEL DUOMO DI PAVIA
Le pareti sono dipinte di rosso e decorate con corone di alloro; il verde è quasi del tutto
scomparso. C’erano anche degli stemmi ancora parzialmente riconoscibili.
Siamo nella torre est. Qui venivano conservate più di cento reliquie, i resti materiali che
si riteneva essere appartenuti a santi e ritenute dotate di poteri speciali: un braccio di
Maria Maddalena, un dente di san Cristoforo e la testa del drago di san Giorgio.
UNA SALA «CURIOSA»
Alla fine della nostra visita al Castello entriamo in una sala particolare. Costeggia la
parete sud fino ad arrivare a una porticina. Erano i servizi igienici di allora: il fossato del
castello raccoglieva i rifiuti organici che vi arrivavano direttamente senza passare dalle
fognature.
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SCRIVI ANCHE TU
Ora sei ritornato in classe. Dal lavoro svolto sull’opuscolo e durante il viaggio a Pavia ti
sarai fatto un’idea della città visitata da Francesco Petrarca. Confrontala con quella che
conosci tu. Immagina di invitare un tuo amico a visitarla scegliendo gli aspetti che ritieni
più significativi.
39
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
1. ANDREOLLI PANZARASA M. P., Il Petrarca e Pavia viscontea, in «Archivio
storico lombardo», 100 (1974), pp. 42-65
2. AMBAGLIO D. (a cura di), Opicino de Canistris e le lodi della città di Pavia (XIV sec.),
Pavia, Edizioni Antares, 2004, passim
3. BECKER H. – J., s.v. Opinino de Canistris, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol.
XVIII, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1975, pp. 116-119
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A Pavia con Francesco Petrarca