Il quaderno didattico A Pavia con Francesco Petrarca è stato elaborato dalla prof.ssa Elena Necchi, docente di scuola secondaria, che lo ha gentilmente messo a disposizione di studenti e docenti interessati all’argomento. A PAVIA CON … FRANCESCO PETRARCA Percorso didattico per la scuola secondaria di primo grado A cura di Elena Necchi In copertina: Ottavio Ballada, Pianta di Pavia (1610) 1 INDICE INTRODUZIONE I. II. III. IV. V. IL MITTENTE IL DESTINATARIO LA LETTERA ON THE ROAD SCRIVI ANCHE TU BIGLIOGRAFIA ESSENZIALE p. 3 p. p. p. p. p. 4 6 7 9 39 p. 40 2 INTRODUZIONE Il 9 febbraio 2006, nel corso della conferenza La cultura umanistica a Pavia in età viscontea, Luciano Gargan, docente di Filologia medievale e umanistica presso l’Ateneo pavese, commentando la lettera petrarchesca Senile V,1 datata al 22 dicembre 1365 e indirizzata a Giovanni Boccaccio, proponeva al pubblico convenuto presso la Sala dell’Annunciata la sua inclusione «in un’antologia da destinarsi agli studenti pavesi». Ci è dunque parso opportuno cogliere lo spunto offerto dal professore per realizzare un percorso didattico per la scuola secondaria di primo grado. Quella lettera scritta nel lontano Trecento permette infatti di delineare un itinerario nella Pavia medievale, grazie anche alla vivida rappresentazione della città ivi contenuta: la sua storia millenaria, i principali monumenti religiosi e civili, l’ubicazione non distante dalla confluenza di due fiumi importanti, il clima e la salubrità dell’aria. Ringrazio sentitamente il mio Maestro per avermi suggerito un percorso accattivante i giovanissimi destinatari, i quali, forse, tralasceranno per qualche istante i loro molteplici interessi per scoprire il fascino delle antiche carte e per avventurarsi nella Pavia medievale con gli occhi, la mente e il cuore disposti a gustare il sapore delle sue millenarie pietre. 3 I. IL MITTENTE: FRANCESCO PETRARCA Fig. 1 Ritratto di Francesco Petrarca Nato nel 1304 ad Arezzo da una famiglia fiorentina, sin dall’infanzia Francesco Petrarca visse per lunghi periodi all’estero, in particolare ad Avignone, nella Francia meridionale, dove il padre doveva scontare l’esilio per motivi politici. Qui il poeta iniziò gli studi di giurisprudenza, che proseguì poi all’Università di Bologna. Interessato più allo studio delle lettere che alle occupazioni nella politica, decise di avviarsi alla carriera ecclesiastica, prendendo gli ordini minori ad Avignone, allora sede papale. Il 6 aprile 1327 avvenne il suo primo incontro con Laura, la donna amata alla quale il poeta dedicò il Canzoniere, una raccolta di rime in volgare alla quale il Petrarca lavorò per tutta la vita: l’opera non contiene solamente poesie amorose, ma anche componimenti nei quali l’autore riflette su argomenti politici allora attuali. Gli anni della maturità del Nostro si divisero tra le numerose missioni diplomatiche in varie città italiane e straniere gli studi letterari, che rimasero sempre al centro dei suoi interessi e che gli fruttarono numerosi riconoscimenti ufficiali: dopo un esame da parte del re di Napoli Roberto d’Angiò, l’8 aprile 1341, presso il Campidoglio di Roma gli venne riconosciuta la laurea con la corona di alloro, insieme con la licenza di leggere, interpretare, disputare e produrre opere poetiche. Durante i momenti di riposo trascorsi nella sua casa di Valchiusa, nei pressi di Avignone, compose delle opere in latino, che allora era la lingua ufficiale delle persone di cultura: l’Africa, rimasta incompiuta, il Secretum (Il Segreto), confessione spirituale in forma di dialogo con il vescovo e filosofo Agostino, e il trattato De vita solitaria (La vita solitaria). Si spense ad Arquà, sui colli Euganei, nel 1374. La stima di Francesco Petrarca per la nostra città è in gran parte dovuta ai rapporti intrattenuti fra il 1353 e il 1361 con il duca di Milano Galeazzo II Visconti, il quale gli concesse onori e protezione chiedendogli in cambio il contributo al prestigio culturale 4 della corte e il compimento di missioni diplomatiche di alto impegno politico. Fra il 1363 e il 1369 il poeta, che ormai non abitava più a Milano, dimorò per alcuni periodi a Pavia, una sorta di capitale culturale del ducato milanese, in una casa messagli a disposizione dal duca nella parrocchia di San Zeno, in prossimità dell’attuale Piazza Petrarca. Gli facevano compagnia la figlia Francesca, il genero Francescuolo da Brossano, sovrintendente alle bollette di Pavia, e i nipotini Eletta, che rinnovava il nome della bisnonna materna Eletta Canigiani, e Francesco. La tranquillità della Pavia medievale dovette essere particolarmente congeniale all’attività letteraria del Nostro. Appartengono al periodo pavese i De remediis utriusque fortunae ( Rimedi contro la buona e la cattiva sorte), il De suis ipsius et multorum aliorum ignorantia (L’ignoranza propria e di molti altri) e modifiche al Canzoniere. Presso il Castello o in casa propria il Petrarca ebbe modo di frequentare letterati e uomini di cultura. Fu di grande aiuto e stimolo anche per il giovane Gian Galeazzo Visconti, che divenne suo pupillo. 5 II. IL DESTINATARIO: GIOVANNI BOCCACCIO Fig. 2 Ritratto di Giovanni Boccaccio Giovanni Boccaccio nacque a Certaldo, nei pressi di Firenze, nel 1313, figlio illegittimo di un importante uomo d’affari socio della Banca dei Bardi. Da giovane seguì il padre a Napoli, dove potè condurre una vita agiata e frequentare la brillante società che si raccoglieva attorno alla corte di re Roberto d’Angiò. In questo clima raffinato compose le prime opere, tra cui il poema Filostrato e il romanzo d’amore Filocolo. Tornato a Firenze nel 1340, dovette affrontare inattese difficoltà economiche e la terribile esperienza della peste, che si abbattè sulla città nel 1348, portandogli via il padre. Tra il 1349 e il 1351 compose il suo capolavoro, il Decameron, una raccolta di cento novelle, che fece entrare il suo nome fra i grandi della letteratura e gli procurò fama fra i concittadini. Poeta ormai noto e apprezzato studioso, ottenne numerosi incarichi come ambasciatore: in Romagna (1353), ad Avignone, presso il pontefice Innocenzo IV (1354), e a Napoli, grazie un incontro con il fiorentino Niccolò Acciaiuoli, gran siniscalco del Regno. Nel frattempo si dedicava allo studio degli autori greci e latini, diventando amico di Francesco Petrarca. I due non solo corrisposero per lettera, ma si incontrarono in diverse occasioni a Milano, Venezia e Padova. Il Boccaccio non raggiunse mai l’amico a Pavia. Era infatti contrario alla politica del Visconti, i quali si erano impadroniti della città nel 1315. Il Boccaccio dedicò gli ultimi anni allo studio dei classici e alla composizione di opere in latino, fra cui una raccolta di biografie di donne famose, il De claris mulieribus (Le donne famose), mentre la sua casa di Certaldo diventò il centro di un colto gruppo di studiosi. Morì nella città natale nel 1375. 6 III. LA LETTERA DI FRANCESCO PETRARCA: SENILE, V, 1, §§ 2-9 Certo che, se non fossi stato incalzato da tanta fretta, ti sarebbe rimasto facile, una volta giunto a Genova, volgere qui il tuo cammino: sarebbe stato un viaggio di soli due giorni. Non avresti veduto soltanto me che ti sono sempre presente ovunque tu sia, ma questa città di Ticinum (ora i moderni la chiamano Papia con termine che i grammatici vogliono che significhi «ammirevole»), la quale, posta appunto sulle rive del fiume Ticino fu già, un tempo, reggia famosa dei Longobardi (…). Avresti potuto vedere il luogo [ la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro] dove Agostino ha ora il sepolcro, dove Boezio trascorse da vecchio il suo esilio e incontrò quindi la morte, e dove ora giacciono entrambi in compagnia di quel re Liutprando che fu colui che trasportò qui a Pavia, dalla Sardegna, il corpo dello stesso Agostino. Consorzio davvero pio e devoto di uomini tanto grandi! (…). Avresti infine veduto una città famosissima per antichità, almeno per voce pubblica; a me infatti, prima del tempo della seconda guerra punica alla quale poc’anzi accennavo, non è mai accaduto di leggerne parola; anzi, se la memoria non mi tradisce, Livio parla sì di Ticinum, ma solo riguardo al fiume. Potrebbe forse essere insorta una certa confusione per via dell’omonimia – il fiume Ticinum e Ticinum città – e tuttavia, per tralasciare le questioni incerte e restringermi alle certe, posso dire che avresti veduto una città dal clima alquanto mai salubre. Ascolta: sono ormai due estati che trascorro a Pavia e, almeno a mia memoria, non mi sembra di essermi mai imbattuto, altrove, in stagioni estive che avessero piogge tanto dolci e frequenti, temporali tanto rari e di poca durata, che non fossero infastidite da un caldo eccessivo e godessero invece di un clima tanto mite e temperato. E la sua posizione? Una gran parte della Gallia Cisalpina è tenuta dai Lombardi, un popolo anticamente potente e oggi potentissimo [ i Visconti, signori di Milano di altre parti della Lombardia], e la città, posta in mezzo a loro sopra una modesta altura lievemente declinante, leva verso il cielo la selva delle sue torri e con una prospettiva tutto intorno così libera e priva di ostacoli che non credo che ci sia città di pianura che ne possegga una altrettanto aperta e piacevole. Quasi senza bisogno di volgere lo sguardo hai di qui, di fronte all’occhio, le vette nevose delle Alpi, di qui invece i colli verdeggianti dell’Appennino. Quanto al Ticino, che discende con lieti meandri e si affretta a gettarsi nel Po, scorre, lambendole, ai piedi delle mura e col proprio impeto, come è scritto, vivifica tutta la città mentre le sue rive sono congiunte da un ponte di pietra davvero ammirevole: questo Ticino che è il più limpido di tutti i fiumi e che, come si dice e come in realtà è, ha un corso particolarmente rapido, anche se qui giunge quasi stanco del tanto cammino compiuto, quasi per aver rallentato in vicinanza di un fiume più famoso e avendo anche perduto qualcosa del suo nativo nitore per avere ricevuto tanti affluenti (…). Fra le tante cose per le quali so che hai una particolare propensione (e io più di te), avresti ammirato quella statua equestre un bronzo dorato [ il Regisole] che, dal centro della piazza, quasi avesse preso lo slancio, sembra volgersi verso il sommo dell’altura; 7 statua un tempo strappata, come si racconta, ai tuoi ravennati e che gli intendenti di arte scultorea e pittorica sostengono essere tra i monumenti più belli. Ultimo non certo per bellezza ma per tempo di costruzione, avresti veduto, al sommo della città, il grande palazzo, ammirevole per struttura e spese profuse, eretto dal magnanimo Galeazzo Visconti (questo più giovane), signore di Milano, di Pavia e di molte altre città tutt’intorno, un uomo che tanto superiore agli altri in molte cose, lo è perfino a se stesso nella munificenza delle costruzioni. Se non mi fa velo l’amore per lui, io credo che – dotato di sensibilità quale sei – tu l’avresti ritenuta la più sontuosa fra tutte le costruzioni moderne e che avresti preso piacere non soltanto del vedere me (…), ma del potere ammirare bellezze non lievi (…), ma davvero grandi e importanti. Quanto a me, esse non solo mi dilettano ma mi attraggono e il solo guaio è che le mie faccende mi trascinano altrove. Sto infatti per lasciare Pavia, ma con il proposito di tornare a trascorrervi di tanto in tanto i mesi estivi, sempre che il destino continui a concedermeli. Da Francesco Petrarca, Le Senili [Libri I – VI], vol. I, a c. di U. Dotti, Torino, Nino Aragno Editore, 2004, pp. 551-559. 8 IV. ON THE ROAD Ora inizia la nostra avventura nella Pavia medievale, della quale sopravvivono diverse testimonianze. Il nostro percorso sarà segnato da tappe corrispondenti ai monumenti civili e religiosi citati nella lettera di Francesco Petrarca, della quale riporteremo i relativi passaggi. 1. IL PONTE SUL TICINO Quanto al Ticino (...) le sue rive sono congiunte da un ponte di pietra davvero ammirevole (...). Partiamo dal Ticino, luogo di approdo del nostro Francesco Petrarca in arrivo da Venezia via fiume. Pare che già in età romana esistesse un ponte in pietra, successivamente rifatto verso la fine del V secolo per volere del vescovo Crispino I. Nel 1351 fu costruito sui suoi ruderi un nuovo ponte, su progetto di Giovanni da Ferrara e di Jacopo da Cozzo. Il monumento, completato nel 1354 (Ponte Vecchio), era coperto e dotato di dieci arcate irregolari e di due torri alle due estremità, che servivano per la difesa. Durante la costruzione delle mura spagnole nel XVII secolo, la prima arcata e mezza verso la città e la prima arcata dal lato del Borgo furono comprese nei bastioni e, quindi, chiuse. Successivamente furono aggiunti un portale di ingresso dalla parte del Borgo Ticino (1599), una cappella al centro del ponte in onore di San Giovanni Nepomuceno (XVIII secolo) e infine anche un portale di ingresso dalla parte del centro storico, eretto dall'Amati (1822). Fig. 3 Veduta del Ponte trecentesco 9 Ma il vero colpo di grazia sopraggiunse il 5 settembre 1944, quando un bombardamento delle forze alleate danneggiò gravemente l'antico ponte trecentesco fino a renderlo inservibile. Ne seguì, alla fine della guerra, un aspro dibattito sull'opportunità di ripristinarlo o di demolirlo. Nell' agosto 1947 rovinò la seconda arcata. Nel timore di nuovi crolli che potessero ostruire il letto del fiume e provocare un allagamento, nel febbraio 1948 il Ministero dei lavori pubblici ordinò la demolizione con la dinamite e la rimozione delle rovine. Alcune macerie dell'antico ponte sono ancora visibili nelle acque del fiume; è rimasta anche la base del portale parzialmente interrato sulla riva sinistra. Fig. 4 Il Ponte trecentesco bombardato Nel 1949 si iniziò la costruzione del nuovo ponte (Ponte Coperto), che fu inaugurato nel 1951. Sul portale dalla parte della città un'epigrafe cita: «Sull'antico varco del ceruleo Ticino, ad immagine del vetusto Ponte Coperto, demolito dalla furia della guerra, la Repubblica Italiana riedificò». Il ponte attuale è stato costruito circa 30 metri a valle del precedente, ed è più largo e più alto rispetto a quello antico. Le arcate sono più ampie e inferiori di numero: cinque al posto di sette. La costruzione è anche più corta in quanto segue un percorso perpendicolare alla corrente del fiume, mentre quello antico seguiva la linea che congiunge Strada Nuova (dalla parte del centro) con Via dei Mille (dalla parte del Borgo Ticino). Le modifiche attuate al progetto hanno consentito di migliorare la viabilità sul ponte (aumento di dimensioni in larghezza e altezza) e, nel contempo, di facilitare lo scorrimento delle acque (spostamento del percorso e allargamento delle arcate). 10 Fig. 5 Il Ponte Coperto di Pavia • Questo non è il ponte descritto dal Petrarca, distrutto nel 1944. Ora osserva con attenzione il rudere che vedi sulla destra. Si tratta di un pezzo della prima arcata dell’antica costruzione di epoca viscontea. Se il fiume è in secca puoi vedere anche altri resti emergere dall’acqua: sono la testimonianza superstite dell’antico ponte romano. Fig. 6 I resti del Ponte trecentesco • Quale materiale si usò per la costruzione di epoca viscontea? □ marmo □ mattoni in cotto □ pietra arenaria 11 • Com’era il Ponte trecentesco rispetto a quello di oggi? □ più ampio □ più stretto • L’ampiezza dell’antica costruzione era tale da consentire il passaggio di un solo carro alla volta. Sul Ponte moderno transitano autobus in entrambi i sensi di marcia, ma le automobili possono viaggiare solamente in una direzione. • Perché, secondo te, il passaggio delle automobili è stato limitato? ........................................................................................................................................................... . • Quale potrebbe essere l’effetto dell’inquinamento ambientale sui monumenti? …………………………………………………………………………………………. 12 2. GLI AFFRESCHI DI SAN TEODORO Ora inerpichiamoci per le stradine in salite e raggiungiamo San Teodoro. La chiesa non è compresa nell’elenco dei monumenti pavesi citati dal Petrarca, tuttavia al suo interno troviamo una specie di «premessa pittorica» al nostro viaggio. Il primo edificio paleocristiano risale al VII secolo. Fra XII e XIII secolo venne realizzata la nuova costruzione, nuovamente rimaneggiata nel corso del tempo. Fig. 7 La basilica di San Teodoro: facciata • Quale stile architettonico riconosci nella facciata? □ gotico □ rinascimentale □ romanico • La facciata a capanna presenta degli elementi – loggetta cieca, croce aperta, bacini in maiolica, che abbiamo notato in un’altra basilica pavese, che potremo ammirare in seguito, San Pietro in Ciel d’Oro. Ora entriamo. L’interno è veramente accattivante, ma non dimentichiamoci lo scopo della nostra tappa: un’anticipazione del nostro viaggio attraverso i monumenti descritti in una corrispondenza fra letterati nel 1365. Osserva il dipinto della controfacciata. Raffigura l’assedio posto dai Francesi alla città di Pavia nel 1522. Originariamente era collocato sulla parete sinistra e, dopo il restauro 13 del 1956, ci si è accorti che sotto la versione definitiva ce n’era un’altra rimasta incompiuta: quella che vediamo nel luogo d’origine. Studi recenti hanno permesso di attribuire l’opera a Bernardino Lanzani, pittore molto attivo a Pavia nella prima metà del Cinquecento. La prima stesura dell’opera si concentra sull’assedio della città, che sarebbe caduta in mano agli Spagnoli con la battaglia del 24 febbraio 1525. La seconda stesura, quella della controfacciata, raffigura la città di Pavia come si doveva presentare intorno al 1520, e presumibilmente non era molto cambiata rispetto all’epoca del soggiorno del Petrarca. Osserva bene l’affresco. Fig. 8. San Teodoro, controfacciata: Bernardino Lanzani, Pavia assediata nel 1522 • Il personaggio in primo piano è s. Antonio Abate, al quale era dedicata una cappella in Borgo Ticino. Alle sue spalle si dispiega la città di Pavia con i suoi monumenti, compresi quelli della lettera del Petrarca. • Cerca di elencarli secondo la direzione nord – sud che abbiamo seguito anche noi nel nostro viaggio. 1) ……………………………… 2) ……………………………… 3) ………………………………. 4) ……………………………….. 5) ………………………………. 14 • Oltre a quelli scelti dal Petrarca, l’affresco ritrae altri monumenti della Pavia medievali, che il Nostro vide senz’altro, alcuni dei quali sono ancora conservati, altri no. • Sapresti indicarne qualcuno? 1)…………………………………….. 2)…………………………………….. 3)…………………………………….. 4)……………………………………. 5)……………………………………. 6)…………………………………… 15 3. PIAZZA DUOMO E REGISOLE Fra le tante cose per le quali so che hai una particolare propensione (e io più di te), avresti ammirato quella statua equestre in bronzo dorato che, dal centro della piazza, quasi avesse preso lo slancio, sembra volgersi verso il sommo dell’altura; statua un tempo strappata, come si racconta, ai tuoi ravennati, e che gli intendenti di arte scultorea e pittorica sostengono essere tra i monumenti più belli. Usciti da San Teodoro, risaliamo ancora un po’ e raggiungiamo la Piazza del Duomo. La statua del Regisole che vediamo ora non è l’originale. Fig. 9 La statua del Regisole Il monumento primitivo di bronzo dorato, che raffigurava un cavaliere, venne trasferita da Ravenna a Pavia in epoca imprecisata. All’inizio fu probabilmente sistemata nel cortile del palazzo regio, andato distrutto nel 1024. Perciò entro il terzo decennio dell’XI secolo 16 il cavaliere venne trasferito nella piazza della cattedrale, issato su di una colonna di mattoni: una mano reggeva le briglie, l’altra era protesa; un cagnolino ritto sembrava reggere la zampa alzata del cavallo. Il 7 ottobre 1315 Matteo Visconti entrò nella città di Pavia e se ne impadronì. Il cavaliere di bronzo fu ridotto in frantumi e deportato a Milano. Fortunatamente i pavesi riuscirono a recuperarne i pezzi, a restaurarlo e a riportarlo al suo posto, quasi sicuramente almeno dal 1320. Nel 1387 il Regisole subì uno dei vari successivi restauri, e dieci anni dopo, il 3 febbraio 1397, sotto la sua ombra il duca di Milano Giangaleazzo Visconti ricevette l’investitura a conte di Pavia. Il grande genio del Rinascimento Leonardo da Vinci, soggiornando a Pavia fra il luglio e il novembre 1490, si soffermò ad ammirare il cavaliere di bronzo, che dovette probabilmente fornirgli degli spunti per la realizzazione di un monumento equestre in onore di Francesco Sforza commissionato da circa dieci anni da Ludovico il Moro. Con la famosa Battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525 Pavia passò dalla dominazione francese a quella spagnola. Ma i Francesi continuarono a infierivi. Il 6 ottobre 1527 entrarono in città recando devastazione. Un ravennate a seguito delle truppe francesi chiese e ottenne dal suo signore di riportare il Regisole a Ravenna, ma fortunatamente il capitano Annibale Picenardi bloccò la nave a Cremona, e il prezioso ritornò a Pavia solo nel 1531. A metà del 1551, in seguito a una disputa fra i poteri civile e religioso, il Pretore depredò la statua, ma, su intervento dell’imperatore Carlo V in persona, il cavaliere riconquistò il proprio posto nella piazza. Nei due secoli successivi non mancarono atti di oltraggio e spregio contro il simbolo di Pavia. Ma la vera catastrofe giunse nel 1796. Il 9 maggio gli Austriaci, succeduti agli Spagnoli nel governo di gran parte della Lombardia nel 1714, lasciarono la città, e fra il 13 e il 14 vi entrarono i Francesi del generale Napoleone Bonaparte. Il 16 maggio il cavaliere venne atterrato e ridotto in pezzi: nella caduta si staccarono la zampa sinistra del cavallo e la testa del cavaliere, la quale rimase tuttavia intatta. I frammenti, tranne la zampa del cagnolino, che andò smarrita, e un braccio della statua, di cui si impossessò un soldato, vennero trasportati in un cortile del Municipio. Fu poi rimossa anche la colonna di mattoni. Nel 1809 il bronzo venne venduto, e con il ricavato si realizzò un passeggio pubblico in Piazza Castello, invece i resti del basamento vennero definitivamente rimossi il 17 giugno 1811. La statua che vediamo, un rifacimento dello scultore Antonio Messina donato alla città nel 1932 dal Governo italiano, ricevette la posizione attuale nel 1937. Il nostro cavaliere tiene il viso rivolto a un’enorme chiesa, la Cattedrale. Ma anche questa non è la stessa del Trecento. Molti secoli fa su quest’area sorgeva probabilmente un tempio dedicato alla dea Cibele. Nel V secolo, al tempo del vescovo Epifanio, la costruzione venne distrutta e sostituita da due chiese paleocristiane. Fra XII e XIII secolo queste ultime lasciarono il posto ad altrettante basiliche romaniche, dedicate rispettivamente a Santo Stefano (cattedrale estiva) e a Santa Maria del Popolo (cattedrale invernale). 17 Fig. 10 Opicino de Canistris, Veduta prospettica delle due cattedrali romaniche (1330). Manoscritto Palatino Latino 1993 della Biblioteca Apostolica Vaticana, f. 2v Verso la fine del Quattrocento i Pavesi ottennero dal papa, per intercessione del cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro che allora governava il ducato di Milano, il permesso di demolire le due chiese medievali per edificare una suntuosa cattedrale sul modello della basilica di Santa Sofia di Istambul. I lavori si protrassero nei secoli successivi, e ultimamente sono state necessarie opere di restauro. Negli ultimi decenni la Cattedrale è rimasta chiusa per restauro ed è stata riaperta al pubblico il 13 ottobre, proprio per consentirci una sbirciatina anche all’interno. Il palazzo vescovile di fronte fu iniziato nel Cinquecento, per cui al tempo del Petrarca non esisteva. Ora osserva i ruderi sul lato sinistro del Duomo. Si tratta dei resti di un monumento che il nostro Petrarca vide sicuramente. I tuoi professori lo ricordano e, senza la sciagura del 17 marzo 1989, ora lo potresti ammirare anche tu. Era l’antica Torre Civica, l’unica nella quale si potesse entrare prima del rovinoso crollo costato la vita a quattro persone, come ricorda la lapide che si può leggere. La costruzione iniziò intorno al 1063, e, a differenza delle altre, era una presenza costante per i Pavesi. Fu proprio la cittadinanza a sceglierla a come strumento principale per radunare i cittadini per le convocazioni pubbliche, per le notificazioni, per le feste, i lutti, per la mobilitazione delle forze armate, per comunicare le condanne a morte e perfino per scandire le lezioni universitarie. Perciò non era solamente il campanile della cattedrale, ma una specie di radio cittadina! Ovviamente era molto più grande delle altre torri. Alla fine del Cinquecento, su progetto di Pellegrino Pellegrini, venne aggiunto il coronamento. Improvvisamente, alle 8, 55 di venerdì 17 marzo 1989, la Torre crollò, e il dibattito su una sua eventuale ricostruzione non è ancora stato risolto. 18 Fig. 11 Il Duomo con la Torre Civica di Pavia in una foto d’epoca 4. I RESTI DI SAN ZENO Poco distante da Piazza del Duono e attraversato Cordo Cavour, raggiungiamo il quartiere dove doveva sorgere l’abitazione che i Visconti avevano riservato al Petrarca e alla sua famigliola. In Piazza Giucciardi ci troviamo di fronte a un rudere. Sono i resti della basilica romanica di San Zeno, la chiesa di riferimento di Petrarca e dei suoi. Ora rimangono solamente alcune parti dell’abside. Qui nel 1368 venne sepolto Franceschino, il nipotino del Petrarca morto a soli due anni e mezzo il 19 maggio. Il nonno appresa la notizia, raggiunse Pavia a esequie compiute e dettò il testo dell’epigrafe ora conservata presso i Musei Civici del Castello Visconteo. • Di quale materiale sono i muri? ………………………………………………… • Come si chiamano le buche che vedi? ………………………………………… . 19 Fig. 12 Resti dell’abside di San Zeno 5. LE TORRI DI PIAZZA LEONARDO (...) la città, posta in mezzo a loro [i Lombardi] sopra una modesta altura lievemente declinante, leva verso il cielo la selva delle sue torri e con una prospettiva tutto intorno così libera e priva di ostacoli che non credo che ci sia città di pianura che ne possegga una altrettanto aperta e piacevole. Ora attraversiamo Strada Nuova e percorso l’atrio dell’Università, raggiungiamo prima Piazza Giorgio La Pira, quindi Piazza Leonardo da Vinci. Abbiamo di fronte tre delle numerose torri che formavano la «selva» decantata dal Petrarca. Chissà quante volte ebbe modo di ammirarle stupito! Ancora oggi, nei giorni limpidi, giungendo da sud, già a dieci chilometri dalla città iniziano a delinearsi le snelle sagome delle torri ancora rimanenti: quelle pressoché intatte sono solo cinque. Ma nel Trecento erano di più, anche se molte erano già crollate per i motivi più diversi: cedimenti strutturali o abbattimenti. Con il trascorrere del tempo altre sono state abbassate e adibite ad abitazioni, così che ora risulta difficile riconoscerle. Le torri, costruite tutte intorno al XII secolo, sono i monumenti più misteriosi di Pavia. Mancano infatti documenti e testimonianze certe in grado di dirci quante fossero, per quale scopo, da chi e con quali tecniche siano state fatte erigere. Difficilmente si può pensare a una funzione difensiva – offensiva, infatti erano troppo strette per consentire a soldati e macchine da guerra di muoversi comodamente al loro interno; probabilmente la loro costruzione aveva soprattutto un significato simbolico, per indicare il prestigio e la potenza delle famiglie pavesi che le commissionavano. Per vedere meglio le nostre tre «gemelle» posizioniamoci nel cortile Teresiano dell’Università. 20 Fig. 13 Le Torri di Piazza Leonardo • Al centro Torre del Maino (altezza m. 51, 23). È la seconda in altezza delle torri gentilizie ed è la più sottile. L’enorme spessore dei muri (in basso 2 metri) lascia solo uno strettissimo vano centrale, in cui sale una scaletta a chiocciola di legno, larga solo quanto basta per fare passare le spalle di un uomo, almeno per un lungo tratto inferiore. Si sale quasi al buio. A un certo punto lo spazio interno si allarga leggermente e lo spessore dei muri si assottiglia. • Ai lati Le due Torri dell’Università. La torre a destra è alta 38, 93 metri ed è chiamata anche Torre dell’orologio, elemento aggiunto secoli dopo la costruzione. Quella a sinistra invece è alta 38, 33 metri. Sono un po’ più larghe della torre centrale, perciò i vani sono meno stretti. In origine dovevano essere più alte e devono essere state «decapitate» nel corso del tempo. Le due torri presentano alcune particolarità. Innanzitutto, i lati dell’una non sono paralleli a quelli dell’altra, e nessuna delle due li ha paralleli a quelli delle vie della città. Inoltre tutte le tre «gemelle» di Piazza Leonardo a Pavia sono le uniche ad avere l’ingresso a terreno. • Osserva bene le tre torri e rispondi • Di quale materiale sono fatte? □ marmo □ mattoni in cotto □ pietra arenaria • Pensi le torri fossero adatte come abitazione? 21 SÌ □ NO □ • Perché? ………………………………………………………………………………………… …………………………………………………………………………………………. ………………………………………………………………………………………… 6. SAN PIETRO IN CIEL D’ORO Avresti potuto vedere il luogo [ la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro] dove Agostino ha ora il sepolcro, dove Boezio trascorse da vecchio il suo esilio e incontrò quindi la morte, e dove ora giacciono entrambi in compagnia di quel re Liutprando che fu colui che trasportò qui a Pavia, dalla Sardegna, il corpo dello stesso Agostino. Attraverso i cortili dell’Università raggiungiamo di ancora Strada Nuova, percorriamola fino a Viale Matteotti, attraversiamolo e raggiungiamo quella che in epoca viscontea era la Cittadella. Ci troviamo ora davanti alla basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, una delle più famose e antiche della città. Il monumento primitivo, datato al VI secolo, raggiunse grande splendore sotto il regno del sovrano longobardo Liutprando (712-744), che ne patrocinò l’ampliamento e vi fece trasportare dalla Sardegna le reliquie del dottore della Chiesa Agostino d’Ippona. Accanto alla basilica il re fondò un monastero di monaci benedettini; qui nel 774 il re franco Carlo Magno, subentrato ai Longobardi, istituì una celebre scuola di studi superiori: la biblioteca fu danneggiata inseguito all’incendio divampato durante l’incursione degli Ungari nel 924. Nel X secolo l’abate francese Maiolo di Cluny promosse una riforma del monastero, che fu occupato dai Canonici Mortariensi nel 1213 e, dal 1518, dai Lateranensi, cui si deve la costruzione del grandioso convento a sinistra della basilica. La chiesa della quale parla il Petrarca, ovvero quella che ammiriamo noi oggigiorno, è in stile romanico e fu consacrata da papa Innocenzo II nel 1132. Giovanni Boccaccio, pur non avendo mai visitato Pavia, conosceva la chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Essa è infatti uno dei luoghi delle vicende narrate nella penultima novella del Decamerone, che ha come protagonista il pavese Torello da Strada (Decameron, giornata X, novella 9). 22 LA FACCIATA La facciata ha una struttura a capanna, con una loggetta cieca nella parte superiore e loggette bifore e monofore; è decorata da piatti di ceramica di provenienza orientale. Il portale, ornato da capitelli con figure mostruose, è inquadrato da un timpano. Possiamo notare la struttura in mattoni e arenaria a capanna, caratteristica delle chiese in architettura romanica, uno stile diffusosi dopo l’anno Mille. La loggetta che vediamo sopra il portale e detta cieca, in quanto dietro è chiusa. Fig. 14 San Pietro in Ciel d’Oro: la facciata • La luce penetra all’interno attraverso le tre aperture che vedi lassù. Che forma hanno? ………………………………………………………………………………………… Vedi dei punti più chiari incastrati nel mattone rosso? Sono piattini in maiolica di origine orientale e hanno funzione decorativa, infatti al tramonto riflettono la luce del sole. Il portale presenta nei capitelli sculture di origine orientale e un frontone triangolare con raffigurati tre personaggi. Al centro troviamo un angelo con uno scettro nella mano destra e un globo nella sinistra. A sinistra si vede un servo con una semplice veste e senza scarpe in posizione sacrificata, mentre il personaggio altolocato a destra, vestito e calzato con eleganza, potrebbe raffigurare il sovrano che nell’ VIII secolo fece trasportare dalla Sardegna le reliquie del dottore della Chiesa Agostino di Ippona. • Ricordi il suo nome? 23 □ Carlo Magno □ Desiderio □ Liutprando Ai lati del portale notiamo due contrafforti, sporgenze di muro usate per rinforzare la struttura. Quello a destra è più grande, in quanto ha all’interno una scala che conduce alla prima bifora. Sulla destra noterai una placca di marmo con un’iscrizione nella lingua volgare del Trecento. Fig. 15 San Pietro in Ciel d’Oro, epigrafe con terzina dantesca • Comprendi bene il testo? …… . Si tratta della celebre citazione dalla Divina Commedia (Paradiso, canto X, versi 127-129) di Dante Alighieri: il poeta toscano ricorda l’uccisione e la sepoltura del filosofo Severino Boezio: Lo corpo ond’ella fu cacciata giace Giuso in Cieldauro; ed essa da martiro E da esilio venne a questa pace. Parafrasi: Il corpo di Severino Boezio giace sulla Terra nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro; lui dall’esilio raggiunse questa pace del Paradiso. L’INTERNO 24 L’interno è diviso in tre navate. La pianta presenta una forma rettangolare, per cui nulla esce dai muri perimetrali ed è suddivisa in tre navate. Ora dirigiamoci alla ricerca delle memorie dei tre personaggi ricordati dal Petrarca quasi come eterni «inquilini» della basilica. Percorriamo la navata centrale fino al capocroce, dove si passa dalla figura del quadrato a quella dell’ottagono, che nel Medioevo simboleggiava la perfezione divina. Avrai notato i pilastri con dei capitelli con sculture raffiguranti foglie di cardo e acanto, draghi e mostriciattoli, elementi che, al di là della funzione decorativa, servivano a impartire insegnamenti morali ai fedeli. Raggiungiamo l’abside. Il mosaico risale al secolo scorso e rappresenta la figura di Cristo in trono con ai lati a sinistra s. Agostino e s. Monica, a destra s. Pietro. Il mosaico antico era tutto dorato, e questa potrebbe essere stata un’altra spiegazione dell’intitolazione a San Pietro in Ciel d’Oro. Sull’altare troneggia l’arca in marmo di s. Agostino. Fig. 16 San Pietro in Ciel d’Oro: arca di marmo di Agostino d’Ipppona 25 Venne fatta costruire fra il 1362 e il 1400, perciò il nostro Petrarca non potè vederla finita. Si sviluppa su tre piani realizzate dalla mano di due differenti artisti, in quanto si possono scorgere due stili differenti, uno fino al primo piano, l’altro fino alla sommità: è alta m. 3, 93, lunga m. 3, 07, larga m. 1, 68 e pesa 300 quintali. Diciannove bassorilievi realizzati con scalpelli d’argento dalla punta di diamante rappresentano scene di vita del personaggio venerato. Al piano intermedio il Dottore della Chiesa giace sul letto di morte con davanti un libro e attorniato da vescovi e religiosi di alto rango. Nella fascia inferiori troviamo altri santi, gli apostoli, che reggono il cartiglio con il Credo, e le Virtù teologali, cardinali e monastiche. Nella penultima fascia troviamo scene della vita di Agostino, mentre nell’ultimo piano, costituito da guglie tipiche dello stile gotico sono raffigurati i miracoli in vita. All’inizio l’arca venne situata nella sacrestia, ma dopo la scoperta delle ossa nel 1738, trovò posto nel presbiterio. Alla cacciata dell’ordine agostiniano nel 1799 si decise di lasciarla alla cattedrale, ma nel 1900 fece ritorno nella sede primitiva. Ora guarda sotto l’altare accostato all’arca, appena sopra dei tre gradini. Si tratta del sarcofago in argento fatto realizzare da re Liutprando per raccogliere le spoglie del dottore della Chiesa Agostino fatte arrivare dalla Sardegna. Fu aperto una prima volta nel 1022 o 1024, quando venne prelevato un braccio da regalare ad Egelnoto, arcivescovo della chiesa inglese di Canterbury. Nel 1695 venne ritrovato all’interno di un’urna di mattoni dietro l’altare della cripta allora in procinto di essere demolita. Subito sorsero dubbi sull’identità delle spoglie, fino alla dichiarazione favorevole del pontefice Benedetto XIII, per cui il sarcofago raggiunse l’altare maggiore. Il cofano di cristallo profilato in oro risale al 1833 e serve all’apertura del sarcofago attraverso quattro chiavi possedute rispettivamente dal vescovo, dal Comune, dal capitolo della Cattedrale e dal priore degli agostiniani. Nel 1842 allo scheletro fu asportata un’ulna, che venne concessa in dono al vescovo di Ippona Dupuch in cambio di un frammento del mosaico a tessere bianche e nere prelevate dalle rovine della città africana. Adesso rivolgiamo lo sguardo al pilone destro guardando il presbiterio. Vi si trovano le ossa di re Liutprando, l’altro «inquilino». Conservate fino al XII secolo presso la chiesa di S. Adriano, mausoleo dei re Longobardi annesso all’antica basilica di Santa Maria alle Pertiche orsa scomparsa, furono probabilmente fatte traslare qui dal vescovo Ulderico, che forse patrocinò la ristrutturazione della basilica longobarda, e collocate a destra del presbiterio in un tempietto a quattro colonne, che sicuramente il Petrarca vide e che fu fatto distruggere nel 1570: secondo il Concilio di Trento i laici non potevano essere sepolti nelle chiese, quindi si può dedurre che le ossa del re Longobardo siano state interrate sotto il pilone a quell’epoca. Nel 1895 le spoglie del sovrano longobardo vennero alla luce in una cassetta di legno ormai marcia in occasione dei lavori di sterro per la nuova pavimentazione. L’epitafio inciso sulla lastra di marmo applicata al pilone risale al XII secolo. La navata destra conserva i resti del mosaico pavimentale del XII secolo: raffigura un cavaliere, forse san Giorgio, in lotta contro un drago. Ora non ci resta che cercare tracce di Severino Boezio. Questi, nato da una famiglia di nobili origini, fu educato a Roma, completò gli studi ad Atene e ricoprì importanti cariche alla corte del re ostrogoto Teodorico. Accusato di tradimento, nell’inverno tra il 523 e il 524 venne imprigionato a Pavia e, secondo la Cronaca Teodoriciana, fu condotto 26 «nel battistero dell’agro di Calvenzano»: nella zona orientale, dietro il Castello Visconteo, si trova un quartiere chiamato appunto Borgo Calvenzano, nel quale esisteva una torre, probabilmente usata anche come battistero e crollata nel 1584, che la tradizione pavese identificava come «torre di Severino Boezio» o «fraudolenta», a indicare che la condanna di Boezio era stata il frutto di un inganno. In carcere il filosofo scrisse la sua famosa opera La consolazione della filosofia. Venne giustiziato nel 526: secondo una leggenda, sul luogo dell’esecuzione sarebbe poi sorta la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Occorre scendere nella cripta, un ambiente a navatelle e colonnine di marmo rifatto fra ‘800 e ‘900 sulla base di tracce antiche e di un’incisione su marmo del Settecento. Sull’altare è posato il recente (1923) sarcofago in marmo del filosofo giustiziato vocino alla chiesa (Borgo Calvenzano) nel 525 e le cui ossa vennero alla luce proprio durante il regno di Liutprando. Dietro, inciso su marmo rosso, leggiamo un anonimo epitaffio composto fra X e XI secolo. 27 7. IL CASTELLO VISCONTEO Ultimo non certo per bellezza ma per tempo di costruzione, avresti veduto, al sommo della città, il grande palazzo, ammirevole per struttura e spese profuse, eretto dal magnanimo Galeazzo Visconti (questo più giovane), signore di Milano, di Pavia e di molte altre città tutt’intorno, un uomo che tanto superiore agli altri in molte cose, lo è perfino a se stesso nella munificenza delle costruzioni (...) io credo che – dotato di sensibilità quale sei – tu l’avresti ritenuta la più sontuosa fra tutte le costruzioni moderne e che avresti preso piacere non soltanto del vedere me, amico tuo (cosa che non spero, ma che so esserti graditissima), ma dal potere ammirare bellezze non lievi (...), ma davvero grandi e importanti. Usciti da San Pietro in Ciel d’Oro, dobbiamo affrontare l’ultima tappa, il Castello Visconteo, che Francesco Petrarca definì al «sommo» delle opere architettoniche della Pavia Trecentesca. La sua costruzione ebbe infatti inizio nel 1360, un anno dopo l’annessione di Pavia ai territori viscontei. Esso non fu concepito come fortificazione militare, ma come splendida reggia di una signoria prestigiosa intenzionata alla realizzazione nel Pavese di una serie di interventi architettonici, artistici e culturali in vista dell’affermazione del casato. L’opera fu iniziata da Galeazzo II, il signore magnanimo protettore del Nostro. Il luogo prescelto non fu all’interno delle mura, ma al limite nord della città. È probabile che il duca si sia servito dell’opera dell’architetto Bernardo da Venezia. Il lavori proseguirono così in fretta che Galeazzo II poté dimorare nella residenza pavese già nel 1365, quando era presente in città anche il Petrarca, il quale, se dovette frequentare la corte, scelse di abitare in una casa privata non molto lontano. Nel 1450 Bianca Maria Visconti, ultima erede dei Visconti, sposò Francesco Sforza, che divenuto signore di Milano, continuò ad apprezzare la dimora pavese, come pure i suoi figli. Nel 1487 Ludovico il Moro, zio e tutore di Giovan Galeazzo Sforza, divenne padrone del Castello e i rapporti fra le due corti di Milano e Pavia divennero molto stretti. Nel 1490 Leonardo da Vinci intervenne per organizzare, oltre a interventi difensivi, anche le giostre che si tenevano nel castello. Nel Cinquecento l’Italia venne contesa da Francesi e Spagnoli. Questi ultimi, a seguito della Battaglia di Pavia del 1525 combattuta nel Parco Visconteo, si impossessarono della città e vi rimasero per circa due secoli, quando vi subentrarono gli Austriaci. Nel 1656 il Castello resistette al lungo assedio di Tommaso Savoia e nel 1706 a quello del principe Eugenio. Saccheggiato dai soldati di Napoleone, nel 1854 il governo austriaco iniziò i lavori di restauro, proseguiti anche dopo l’Unità d’Italia. Furono ricostruite le finestre e le merlature, riabbassati i tetti delle due torri laterali all’ingresso principale. Nel 1921 cessò di essere adibito a caserma e dal 1929 è stato sottoposto a nuovi restauri, che ne hanno messo in luce la struttura primitiva. Ora il castello, inserito nel contesto urbano, ospita i Musei Civici, la Pinacoteca Malaspina e la Biblioteca d’Arte. 28 Ci troviamo davanti all’ingresso principale che dà sull’attuale Piazza Castello. L’aspetto attuale è il risultato di molte modifiche. Come puoi notare, la costruzione presenta un aspetto massiccio. Fig. 17 Ingresso del Castello sulla piazza omonima • Quali sono i materiali usati per la costruzione? □ marmo con decorazioni in ferro □ marmo con decorazioni in cotto □ mattoni con decorazioni in pietra arenaria • Ora concentra la tua attenzione sulle finestre • Su quanti piani sono distribuite? ………………………………………………. . • E sulle torri? ……………………. . 29 • Le finestre delle torri sono tutte uguali? Sì □ NO □ Spostiamoci ora sul rivellino, la costruzione posta davanti all’ingresso del castello come protezione dagli attacchi nemici. Se ci affacciamo noteremo un fossato, che anticamente, per difendere la dimora, veniva riempito di acqua. Le finestre che si vedono in basso sono state aperte nel XVIII secolo per dare un po’ di luce alle prigioni. Più a ovest noteremo che il muro all’interno del fossato non è perpendicolare, ma a scarpa, e ciò consentiva di proteggere meglio la costruzione. I buchi nel muro si chiamano buche pontaie, infatti servivano a inserire le travi del ponteggio durante la costruzione. I tiranti di ferro messi di recente assicurano la stabilità del monumento. Attraverso il parco raggiungiamo il rivellino ovest, che un tempo era l’entrata principale dei Visconti e che ora funge da ingresso ai Musei Civici. Salite le scale ci si trova al centro del fossato nel punto in cui si univano i due ponti levatoi: uno scendeva dal castello, l’altro dal rivellino. A sinistra si possono notare due feritoie di forma strombata, ovvero con una svasatura verso l’interno. • Secondo te, quale poteva essere la loro funzione? □ impedire che chi si affacciava cadesse nel fossato □ consentire agli arcieri di tenere l’arco comodamente senza costituire però un facile bersaglio per il nemico □ impedire al nemico di vedere in faccia l’arciere e quindi evitare che lo riconoscesse Alla nostra destra c’è una piccola scala che non conduce da nessuna parte. • Osserva il muro del castello di fronte a te. Che cosa vedi in corrispondenza del tuo sguardo? □ una finestra □ una porta aperta □ una porta murata Anticamente in questo punto esisteva un ponte mobile fra il rivellino e il castello. Il ponte levatoio e la pusterla, che era una porta più piccola accanto a quella principale e dotata di un proprio ponte levatoio, venivano aperti e chiusi attraverso un sistema di catene e 30 carrucole inserite nel muro. Lo confermano i bolzoni, ovvero le superstiti fenditure nel muro. Alziamo lo sguardo! Il castello è coronato su tutti i lati da merli, una specie di decorazione a forma di greca. Essi servivano innanzitutto per le guardie che facevano la ronda sui camminamenti: tra un merlo e l’altro ci potevano essere le ventiere, ante di legno che riparavano le guardie dal freddo e che potevano essere aperte o chiuse in base alla necessità. I merli erano anche un simbolo dell’orientamento politico della città. Quelli del nostro Castello sono del tipo detto « a coda di rondine», e indicavano l’appartenenza al partito del Ghibellini, amici dell’Imperatore; invece i merli «diritti» indicavano i Guelfi, seguaci del Papa. Ora entriamo sotto il portone. Sulla destra si trova la cosiddetta Sala del Rivellino. • Anticamente a che cosa poteva servire? Considera che era la sala più vicina all’ingresso, luogo che doveva essere costantemente controllato □ sala dei banchetti □ sala di attesa degli ospiti □ sala delle guardie Entriamo dalla porta a sinistra. Attraversata la biglietteria, sbuchiamo nel porticato che circonda il cortile. • Come puoi notare al Castello manca un’ala. Quale? Indicala con un punto cardinale ....................................................... . L’ala mancante era la più prestigiosa del palazzo e si affacciava sul Parco fatto allestire da Galeazzo II a partire dal 1366 (Parco Vecchio), un giardino lussureggiante dotato anche di peschiere e di una riserva di caccia, passatempo molto praticato a corte. Fra il 1383 e il 1395 Gian Galeazzo vi fece aggiungere una vasta area (Parco Nuovo) circondata da mura, all’interno della quale, a partire dall’agosto 1396, si iniziò l’erezione della famosa Certosa di Pavia, splendida cappella della famiglia Visconti. L’ala nord è stata distrutta nel 1527 durante l’assedio posto dai Francesi per vendicare la sconfitta del loro sovrano Francesco I due anni prima nella Battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525. Quello che ora rimane è un tratto delle mura spagnole erette nel XVI secolo. • Osserva le tre ali rimaste. Ognuna è costruita su due piani: il porticato nella parte inferiore, il loggiato al primo piano. 31 • Ti sembra che le tre ali siano tutte uguali? SÌ □ NO □ • Qual è la differenza più evidente? ………………………………………………………… . In origine le finestre del castello erano tutte quadrifore. Successivamente vennero sostituite da bifore e monofore per due motivi principali: perché lo richiedeva la moda, ma soprattutto per non disperdere calore. I vetri erano composti da piccoli quadri montati su intelaiature di ferro. Fig. 18 Le quadrifore del Castello Come si può notare, i capitelli delle colonne del porticato sono tutti diversi, ma il tipo di decorazione è lo stesso. • Sono rappresentati: □ elementi vegetali □ esseri umani mostruosi □ figure geometriche Hai notato il pozzo? Era un elemento molto importante. In tempo di pace forniva l’acqua per i bisogni alimentari e per la pulizia, oltre che per abbeverare gli animali. In tempo di guerra, quando il castello era circondato, era l’unica riserva di acqua interna. • Percorrendo il porticato si possono ancora scorgere tracce degli antichi affreschi che decoravano le volte: rappresentavano episodi della storia dei 32 Visconti. Pare che fosse raffigurato anche Galeazzo II seguito da armati. Riesci a trovare la scena? Che cosa vedi sulle volte? □ tracce di decorazioni □ pitture con scene di caccia □ disegni Possiamo ora visitare gli interni del piano terra. Le sale, che ora ospitano le varie sezioni dei Musei Civici, sono numerate. Guardandoti intorno potrai scorgere tracce delle antiche decorazioni: stemmi, zoccolo a rombi bianchi e grigi, motivi vegetali, motivi floreali stilizzati, motivi a stella. Visitiamone qualcuna! SALA I La finestra ha come affresco lo stemma visconteo (serpente con in bocca un saraceno) e l’elmo di Galeazzo II Visconti con tizzoni ardenti e secchie pendenti. SALA II È forse la più bella, infatti conserva i restauri degli antichi affreschi. Il soffitto è in azzurro. Siamo all’interno della torre ovest. Proprio qui, a partire dal 1368, Galeazzo II iniziò l’allestimento di una ricca biblioteca. Fig. 18 La Torre ovest del Castello e le bifore 33 Qualche anno più tardi Gian Galeazzo riuscì a impadronirsi dei manoscritti petrarcheschi che allora si trovavano presso la biblioteca dei Carraresi a Padova e a riunirli presso il Castello di Pavia. Tale patrimonio librario venne fatto trasportare in Francia da Luigi XII, e ora i codici del Petrarca, interamente scritti a mano, sono conservati, oltre che alla Biblioteca Nazionale di Parigi, in altre biblioteche europee. La Biblioteca Ambrosiana di Milano conserva uno di questi preziosi tesori un tempo conservati a Pavia. Si tratta di un codice del Petrarca che contiene le Georgiche (il libro degli agricoltori), le Bucoliche (il libro dei pastori) e l’Eneide (il libro di Enea) del poeta latino Publio Virgilio Marone; il verso del primo foglio è occupato da una miniatura del pittore Simone Martini con la rappresentazione delle tre opere. Osserva Fig. 19 Frontespizio del manoscritto Milano, Biblioteca Ambrosiana, f. 1v • Osserva le figure in senso orario e sottolinea il completamento che ritieni esatto: Il personaggio in alto a destra rappresenta un poeta/un marinaio, infatti tiene in mano lo stilo/il timone. Il pastore in basso a destra è il simbolo dell’Eneide/delle Bucoliche. Il contadino in basso a sinistra rappresenta le Georgiche/il Decameron. Il personaggio in alto a sinistra con la lancia è Enea/Ulisse, infatti rappresenta l’Eneide/l’Odissea. 34 SALE DELLA SEZIONE LONGOBARDA Conservano testimonianze sul periodo longobardo: lastre tombali con iscrizioni funerarie, tra le quali la famosa lastra del Senatore (sec. VIII), un reliquario appartenuto alla basilica da San Teodoro, il tesoretto di San Michele, il sigillo di re Lotario (anteriore all’855), anelli, crocette, fibbie, collane e monete; c’è anche la cosiddetta “sella pictilis” trovata nel Ticino nel 1949. Ricordi? Il Petrarca, nella lettera al Boccaccio, fa riferimento a Pavia capitale dei Longobardi! SALE DELLA SEZIONE ROMANICA Vi sono esposti capitelli, colonne, portali e mosaici pavimentali recuperati da antiche chiese. In particolare, troviamo la lapide con l’epigrafe composta da Francesco Petrarca in occasione della morte a soli due anni e mezzo del nipotino Francesco il 19 maggio 1368. La lastra proviene dall’antica chiesetta romanica di San Zeno, dove il piccolo venne sepolto. Il nonno raggiunse Pavia solo il 30 maggio. Probabilmente il testo ti risulta incomprensibile, infatti è scritto in latino, che nel Trecento era la lingua degli intellettuali. La traduzione è questa: Appena, ospite novello, avevo toccato con tenero piede l’inizio del mio viaggio nel mondo e la dura soglia della vita che se ne va trasvolando. Padre mi fu Francesco, madre Francesca. Camminando sulle loro orme, dal fonte battesimale recai il loro stesso nome. Fui un bambino graziosissimo, fui la dolce consolazione dei miei genitori. Ora non c’è per loro che il dolore. Per questo solo la mia sorte è meno lieta; per il resto sono felice, avendo raggiunto le gioie della vita vera ed eterna, così velocemente, così facilmente. Il sole aveva compiuto due intere orbite tortuose e quattro la luna, quando mi si fece incontro la morte. Sbaglio. La vita mi si fece incontro. Mi diede al mondo la città di Venezia, mi rapì Pavia. Ma non me ne lamento. Era stabilito che da questa città dovessi essere ristabilito al Cielo. Nell’anno 1368, il 19 maggio, alle 3 del pomeriggio. Sul sigillo tombale si legge: Francesco da Brossano milanese – Fanciullo bello e innocente qui giace. SALA X È situata nella torre est. Nel passaggio di muro con la sala successiva si nota una stretta scala ricavata nel muro medesimo. Permetteva l’accesso al piano superiore: ogni piano, come ogni torre, era infatti collegato da una scala analoga. 35 SALA XIII Viene anche chiamata Sala della Colombina, in quanto vi è ritratta una colomba bianca, l’ impresa o simbolo di Bona di Savoia, sposa di Galeazzo Maria Sforza. La camera fu infatti allestita in occasione delle loro nozze nel 1468. SALA XIV Qui si conserva gran parte della decorazione del soffitto, in azzurro come quello della di un’altra Sala che abbiamo visitato. • Quale? I□ VI □ II □ • A che cosa ti fa ……………………………………. . pensare questo colore? La parete nord conserva tracce di una decorazione detta «a tappezzeria», perché presenta motivi geometrici ripetuti che sembrano una stoffa. Questi affreschi vengono anche definiti «a compassi», infatti uno dei motivi ricorrenti è il cerchio, e si trovano in molte altre stanze del Castello. LA CAPPELLA • Percorrendo il porticato noterai due porte diverse dalle altre. Come ti sembrano? □ più strette □ più basse □ più decorate Sono le porte di ingresso alla cappella, che doveva essere immediatamente individuabile in quanto all’epoca si pregava in diversi momenti della giornata. Perciò le sue porte sono riccamente decorate. Alcune figure permettono di identificare la porta principale. 36 • Che cosa rappresentano? ………………………………………………………………………………………… All’interno vi è un ampio locale con affreschi di due santi a figura intera, una Madonna con il Bambino, un busto di Cristo benedicente e una figura di donna. Cerca di individuarli. La cappella confinava con il forno. • Perché? □ per avere il pane durante le funzioni □ per far passare il calore □ per sentire il profumo del pane LA SCALA La scala di accesso al secondo piano risale al XVIII secolo. Il sole e la luna di bronzo appesi al muro facevano parte dell’orologio della Torre civica crollata nel 1989. LA PINACOTECA MALASPINA L’attuale Pinacoteca Malaspina è una vasta sala composta da più campate, spazi dal soffitto a volta delimitati da colonne, pilastri o muri. • Quante sono? ..................................................... . A ogni campata corrisponde una finestra con dei sedili da cui si poteva ammirare il giardino sottostante. Le volte della prima campata sono del tipo a crociera. Le vele raffigurano i Quattro elementi dell’Universo: terra, aria, acqua, fuoco, invece sulle vele della seconda campata notiamo le Quattro fatiche di Ercole. Questi affreschi vennero eseguiti in epoca spagnola nel XVI secolo, come pure Le Quattro stagioni, delle quali rimane solo un frammento di Estate. Compaiono inoltre decorazioni di epoca precedente: - un orso vicino a un ciliegio 37 - due figure femminili - uno stemma visconteo - dei riquadri di marmo Le sale successive hanno perso gran parte delle decorazioni, ma un tempo erano affrescate da immagini di animali: «sala dei leopardi», «sala dei conigli». SALA CON IL MODELLO DEL DUOMO DI PAVIA Le pareti sono dipinte di rosso e decorate con corone di alloro; il verde è quasi del tutto scomparso. C’erano anche degli stemmi ancora parzialmente riconoscibili. Siamo nella torre est. Qui venivano conservate più di cento reliquie, i resti materiali che si riteneva essere appartenuti a santi e ritenute dotate di poteri speciali: un braccio di Maria Maddalena, un dente di san Cristoforo e la testa del drago di san Giorgio. UNA SALA «CURIOSA» Alla fine della nostra visita al Castello entriamo in una sala particolare. Costeggia la parete sud fino ad arrivare a una porticina. Erano i servizi igienici di allora: il fossato del castello raccoglieva i rifiuti organici che vi arrivavano direttamente senza passare dalle fognature. 38 SCRIVI ANCHE TU Ora sei ritornato in classe. Dal lavoro svolto sull’opuscolo e durante il viaggio a Pavia ti sarai fatto un’idea della città visitata da Francesco Petrarca. Confrontala con quella che conosci tu. Immagina di invitare un tuo amico a visitarla scegliendo gli aspetti che ritieni più significativi. 39 BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE 1. ANDREOLLI PANZARASA M. P., Il Petrarca e Pavia viscontea, in «Archivio storico lombardo», 100 (1974), pp. 42-65 2. AMBAGLIO D. (a cura di), Opicino de Canistris e le lodi della città di Pavia (XIV sec.), Pavia, Edizioni Antares, 2004, passim 3. BECKER H. – J., s.v. Opinino de Canistris, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XVIII, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1975, pp. 116-119 4. CAU E. – CASAGRANDE MAZZOLI M.A., Cultura e scrittura a Pavia (secoli VX), in Storia di Pavia . II. L’Alto Medioevo, Milano, Banca del Monte di Lombardia, 1987, pp. 188-203 5. CERRI A, Francesco Petrarca a Pavia, in Storia di Pavia .III/1. Dal libero Comune alla fine del Principato indipendente, Milano, Banca del Monte di Lombardia 1992, pp. 487-92 6. FUSI G. ( a cura di), Da Lotario a Maria Teresa. Un percorso didattico sull’Università per la scuola media, Pavia, Industria Grafica Pavese, 2004. 7. FUSI G. (a cura di), C’era una volta la Torre Civica … Percorso didattico sulle tracce di un monumento dimenticato, a c. di G. Fusi, Pavia, Industria Grafica Pavese, 2006. 8. GABBA E., Ticinum: dalle origini alla fine del III sec. d. C., in, Storia di Pavia. I. L’Età Antica, Milano, Banca del Monte di Lombardia, 1984, pp. 212, 229 9. GABBA E., Il nome di Pavia, in Storia di Pavia . II. cit. pp. 9-19. 10. GARGAN L. , La cultura umanistica a Pavia in età viscontea, in «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», 107 (2007), pp. 159- 207 11. GASPARRI S., Pavia longobarda, in Storia di Pavia . II. cit., pp. 20 – 68 10. GIANANI F., Opicino de Canistris. L’ «Anonimo Ticinese» e la sua descrizione di Pavia (Cod. Vaticano Palatino 1993), Pavia, Tipografia Fusi, 1976, pp. 15-27 11. MAJOCCHI P., Pavia città regia, Roma, Viella, 2008, pp. 152-225. 12. MILANI M., Boezio. L’ultimo degli antichi, Milano, Camunia, 1994, pp. 135-82. 13. NECCHI E. Quattro passi con … Francesco Petrarca. Esperienza didattica, in « Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», 109 (2009), pp. 421-423. 40 14. NECCHI E. Sulle orme dei Longobardi. Esperienza didattica, in «Bollettino della Società Pavese di Storia Patria», 110 (2010), pp. 267-271. 13. REPOSSI C. (a cura di), Omaggio di Pavia a Francesco Petrarca (Catalogo della mostra, Pavia, aprile-maggio 1975), Pavia, Tip. del libro, 1975 14. SALETTI C. , Il Regisole di Pavia, Como, Edizioni New Press, 1997 15. SARTORI A.– COMASCHI C.- MERIGGI N. – SCALABRINI M.C. (a cura di), La dimora difesa. Storia e vita del Castello Visconteo di Pavia, Vigevano, Diacronia, 1998 16. SARTORI A. (a cura di) I pittori raccontano storie. Progetto didattico della Scuola secondaria di primo grado Felice Casorati di Pavia, Pavia, Nuova Tipografia Popolare, 2005. 17. SAVINI MAZZILLI M. T., L’architettura gotica pavese, in Storia di Pavia, III (L’arte dall’ XI al XVI secolo), Milano, Banca Regionale Europea, 1996, pp. 47386 17. SETTIA A.A., Pavia carolingia e postcarolingia, in Storia di Pavia, II, cit. , p. 104 18. TANCREDI A. – BUGIANI P. – NOJA T., Letture in primo piano. Percorsi tra letteratura e storia dalle origini a oggi (Letteratura), Milano, Garzanti Scuola, 2004, pp. 44, 46. 19. TOZZI P. , Il ponte romano di Pavia, in «Annali Benacensi», 7 (1981), pp. 91-97. 20. TOZZI P., Pavia. Le più antiche carte della città (1330 – 1340 ca), Varzi, Guardamagna Editori, 2006, pp. 1-2 21. VACCARI G., Pavia. Torri e città, Pavia, Luigi Ponzio e Figlio, 1986, pp. 9-18 41