Corso di introduzione
all’archeologia
Il rilievo archeologico
• Lo scopo del rilievo è quello di misurare le
dimensioni di uno o più manufatti per darne una
rappresentazione esatta. Nella tradizione di questa
disciplina la restituzione di un oggetto si basa sul
metodo delle proiezioni ortogonali e si
distinguono fondamentalmente due tipi di
rappresentazioni grafiche: la pianta e il prospetto.
La prima è una veduta zenitale che serve a
descrivere l’oggetto nella sua estensione rispetto a
un piano orizzontale; il secondo è una veduta
laterale che proietta l’oggetto su un piano verticale
• Il termine sezione indica la rappresentazione degli
oggetti che sono attraversati dal piano secante;
nella prassi viene utilizzato per le sole
rappresentazioni verticali. Il prospetto è la
restituzione grafica degli oggetti che sono
proiettati sul piano verticale corrispondente al
punto di vista, che può essere sia esterno sia
interno (quindi secante) al manufatto. Nella
documentazione degli interni i due tipi di
restituzione sono generalmente abbinati in uno
stesso disegno che viene pertanto denominato
sezione-prospetto. Si usa sempre il termine
prospetto per le rappresentazioni dei lati esterni
degli edifici
• Nel caso delle planimetrie quando il piano
di proiezione è situato sopra il manufatto si
parla di pianta dall’alto o a volo d’uccello,
se invece è secante si usa la definizione di
pianta sezionata, oppure di pianta del primo
(o secondo, o terzo, ecc.) livello. Nel campo
del rilievo archeologico è buona regola
menzionare la quota altimetrica del piano di
sezione orizzontale, per cui si dirà ad
esempio pianta a quota m. 52 s.l.m.
• Chi organizza un rilievo deve stabilire quante e
quali piante, prospetti e sezioni-prospetto sarà
necessario produrre. Dovrà quindi decidere le
quote altimetriche dei piani orizzontali di sezione
nonché la posizione e l’orientamento dei piani di
proiezione verticali, sia esterni che secanti. Per
quanto riguarda la documentazione planimetrica,
nel caso di un edificio allo stato di rudere, i cui
alzati si conservano per poche decine di centimetri
risulterà sufficiente una pianta dall’alto. Nel caso
di edifici integri o di cui si siano preservati, anche
parzialmente, almeno due piani oppure il pian
terreno e il solaio soprastante, sarà invece
opportuno realizzare più di una pianta.
• Fra i tipi di rappresentazioni grafiche si comprendono
anche l’assonometria e la prospettiva. Entrambe
hanno la proprietà di mostrare varie facce dell’oggetto
— ad esempio la pianta e due lati verticali — dandone
una rappresentazione più completa e intelligibile.
L’assonometria è una proiezione parallela (gli
elementi del disegno sono proiettati con linee parallele
su un piano che può essere diversamente orientato) e
ha il vantaggio di fornire una visione tridimensionale
in cui sono misurabili tutte le parti visibili del
manufatto. La prospettiva è una proiezione conica (le
linee di proiezione convergono verso il punto di vista)
che restituisce una visione tridimensionale conforme a
quella dell’occhio umano.
• La scala indica il rapporto tra le dimensioni
dell’oggetto reale e le dimensioni
dell’oggetto disegnato. Il rapporto di
riduzione si esprime con una frazione.
• La scelta della scala è condizionata dalle
dimensioni del contesto da documentare e
influisce sul livello di dettaglio del disegno.
La documentazione archeologica considera
gli ambiti più disparati — piccoli oggetti,
saggi di scavo, edifici, porzioni del
territorio — per cui nel nostro campo si usa
ogni tipo di scala.
• 1. La scala 1:1. La
ceramica
La scala
1:1 si usa per la
rappresentazione di
piccoli oggetti, i quali
vengono rilevati
usando il pettine (la
ceramica), a contatto
(piccole porzioni di
mosaici e di pitture
parietali, campioni di
paramenti murari)
•
2 Le scale 1:1/1:10. La
decorazione architettonica Il
rilievo della decorazione
architettonica dei monumenti
antichi ha alle spalle una insigne
tradizione che inizia con i maestri
del Rinascimento. L’interesse si
concentrava soprattutto sugli
ordini, costituiti dalle colonne con
le relative trabeazioni, i quali erano
studiati e presi a modello per la
progettazione dei nuovi edifici. In
molte rappresentazioni dei secoli
passati si faceva largo uso di
ombreggiature realizzate con fitte
trame di linee. Il più alto livello
formale si raggiunge nelle
immagini del XIX secolo ove il
trattamento grafico crea effetti
plastici di grande eleganza e
realismo.
•
3 La scala 1:10. Le sepolture La
scala 1:10 viene utilizzata anche
per il rilievo delle sepolture,
particolarmente per quelle a fossa,
tipologia che ha una grandissima
diffusione sul territorio. Gli scavi
di questi ultimi anni eseguiti nel
Suburbio di Roma hanno
comportato l’esecuzione di
centinaia di rilievi che
documentano tombe a fossa scavate
nel terreno tufaceo o argilloso e le
relative deposizioni. L’elaborato
grafico di ciascuna tomba
comprende una pianta per ogni
livello stratigrafico significativo e
una sezione cumulativa,
solitamente posizionata sull’asse
longitudinale della fossa, in cui è
riportato il profilo dei vari strati
scavati
• 4. La scala 1:20. Saggi di scavo e piccoli edifici.
Documentazione dello scavo. Lettura stratigrafica
della parete. Caratterizzazione Questo rapporto
(in alternativa alcuni preferiscono quello 1:25)
viene adottato per la documentazione dei saggi di
scavo e degli edifici di piccole dimensioni. La
metodologia del rilievo si adegua a quella dello
scavo archeologico il quale si fonda sulla
individuazione di singoli strati (o unità
stratigrafiche) ciascuno dei quali viene scavato e
documentato separatamente dagli altri.
•
La documentazione comporta in primo luogo
la redazione di piante di strato. Di ogni unità
positiva viene rappresentata in una pianta a sé
stante l’interfaccia, cioè la superficie
superiore nella sua massima estensione
orizzontale. Il rilievo viene eseguito nel
momento in cui l’interfaccia è stata
completamente liberata dagli strati più recenti
che la coprivano. Una volta terminato il
disegno si procede allo scavo dello strato fino
a mettere in luce l’interfaccia dell’unità
successiva che sarà oggetto di un nuovo
rilievo e rappresentata su un’altra planimetria.
Nella pianta viene riportato il contorno dello
strato con una linea continua, si indicano le
quote altimetriche di alcuni punti per dare
conto di eventuali pendenze, si disegnano i
materiali visibili in superficie — ceramica,
frammenti di tufo, tegole, ecc. La posizione
di alcuni reperti particolari, come ad esempio
le monete, può essere indicata con un
asterisco e un numero che rimanda ad una
scheda. Il profilo delle unità negative che
hanno tagliato lo strato viene segnato con una
linea a tratteggio. Il limite del saggio di scavo
che interrompe la visione dell’interfaccia è
reso con una linea a tratto-punto. Sulla pianta
si riporta il numero assegnato allo strato
(numero di US) ed eventualmente anche
quello delle unità negative.
•
Nel rilievo archeologico assume in ogni caso
un’importanza centrale la lettura stratigrafica
della parete. Nel disegno gli elementi che
vanno prima di tutto chiaramente distinti,
evidenziandoli rispetto agli altri per mezzo di
un segno più marcato, sono i contorni delle
singole unità stratigrafiche murarie.
Secondariamente — seguendo un ordine
gerarchico che trova corrispondenza nella
progressiva diminuzione dello spessore del
segno — andranno considerati all’interno
delle varie USM i profili di elementi
architettonici che legano con quelli adiacenti
e quindi sono stati costruiti nella stessa fase
(ad esempio un timpano a mattoni messo in
opera insieme alla cortina laterizia che gli sta
a fianco); in terzo luogo verranno i contorni
dei singoli elementi del materiale da
costruzione (i cubilia dell’opera reticolata, i
mattoni dell’opera laterizia, gli scapoli del
conglomerato, ecc.); in ultimo eventuali segni
di caratterizzazione che danno conto
dell’usura e delle asperità dei materiali.
Questa gerarchia va considerata anche nel
rilievo degli strati di terra, per lo meno su tre
livelli: prima il limite dello strato, poi il
contorno dei materiali, infine il dettaglio
all’interno dei materiali.
• 5 La scala 1:50. Scavi estensivi e grandi edifici Si
adatta per la rappresentazione di edifici articolati
in vari ambienti oppure per estesi scavi
archeologici che hanno messo in luce vasti insiemi
(una villa, un lungo segmento stradale, una serie di
fosse di coltivazione, una necropoli di tombe a
fossa) in modo che possano essere contemplati in
un numero limitato di elaborati grafici, se non in
un’unica tavola. La documentazione di scavo
della scala 1:50 seguirà gli stessi criteri della scala
1:20. Delle strutture murarie si darà una lettura
stratigrafica secondo i principi sopra esposti. La
caratterizzazione è ancora di tipo naturalistico, ma
più sintetica e con un maggiore livello di
astrazione
• 6 Le scale 1:200 e 1:500. Piante d’insieme, tematiche, di
fase e ricostruttive Questi rapporti di scala si prestano per
inquadrare in un’unica planimetria vasti complessi
archeologici e monumentali. Nella maggior parte dei casi
sono il frutto di rielaborazioni di piante più dettagliate in
scala 1:20 e 1:50 che vengono georeferenziate e
ricomposte per essere ridisegnate in modo schematico. Si
riprendono i contorni dei muri e dei tagli più importanti
(canali, sepolture, tracciati stradali, ecc.) semplificando il
segno e tralasciando la caratterizzazione archeologica. I
nuovi elaborati in scala più piccola avranno funzione di
piante d’insieme. Dei riquadri rettangolari potranno
eventualmente rinviare alle piante di dettaglio
• 7 Le scale 1:1000/1:5000. Mappe di centri urbani e di porzioni del
territorio. Le piante archeologiche a piccola scala di tipo urbanistico
o territoriale sono elaborate, nella maggior parte dei casi, utilizzando
planimetrie realizzate da altri soggetti e in genere di pubblico dominio
le quali descrivono il contesto topografico odierno (ad esempio mappe
catastali, aerofotogrammetrie, tavolette IGM). Su queste vengono
posizionati i resti archeologici già noti che possono essere dedotti da
altre planimetrie oppure quelli individuati in occasione di scavi o
ricognizioni recenti. Questa impostazione di base accomuna le mappe,
in scala relativamente più grande (1:000/1:5000), alle carte
topografiche che sono in scala più piccola (1:10.000/1:200.000). Sono
differenti però le modalità di rappresentazione grafica tra le une e le
altre, che sono dovute alla differenza di scala, ma anche i metodi di
acquisizione dei dati. Uno dei più importanti esempi di piante
archeologiche urbane, che tutt’ora costituisce un modello nella sua
modernità, è la Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani pubblicata tra
il 1893 e il 1901
• 8 Le scale 1:5000/1:200.000. Le carte topografiche In
questo ambito la base più utilizzata dagli archeologi in
Italia è quella delle carte topografiche dell’Istituto
Geografico Militare. La vecchia serie, ancora in uso, è
costituita da 278 fogli in scala 1:100.000 che coprono
l’intero territorio nazionale, a ciascuno dei quali
corrispondono quattro quadranti in scala 1:50.000
designati da numeri romani, a loro volta suddivisi in
quattro tavolette in scala 1:25.000 denominate dai punti
cardinali (NE, SE, SO, NO). Ogni carta è identificata
anche da un titolo che corrisponde a un toponimo della
zona inquadrata, generalmente il nome della città più
importante. La sua posizione è riportata in un quadro
d’unione che può essere consultato sul sito internet
dell’Istituto. Le carte sono vendute sia in formato cartaceo
che vettoriale. Sono in corso aggiornamenti mediante
stereorestituzioni e sono state create delle nuove serie.
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