GETSEMANI Foglio di informazione e di spiritualità dei Padri Passionisti di Ceglie Messapica (Br) www.passionistceglie.altervista.org - tel. 0831-377066 - ANNO I, n. 1 - settembre 2011 “Edificate la vostra vita sulla roccia di Cristo” Il Papa ai giovani nella Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid. Cari amici, ringrazio per le affettuose parole che mi hanno rivolto i giovani rappresentanti dei cinque continenti. Saluto con affetto tutti coloro che sono qui radunati, giovani di Oceania, Africa, America, Asia ed Europa; e anche coloro che non sono potuti venire. Vi tengo sempre presenti e prego per voi. Dio mi ha concesso la grazia di potervi vedere e udire più da vicino, e di porci insieme in ascolto della sua Parola. Nella lettura che è stata proclamata, abbiamo ascoltato un passo del Vangelo nel quale si parla di accogliere le parole di Gesù e di metterle in pratica. Vi sono parole che servono solamente per intrattenere e passano come il vento; altre istruiscono la mente in alcuni aspetti; quelle di Gesù, invece, devono giungere al cuore, radicarsi in esso e forgiare tutta la vita. Senza ciò, rimangono vuote e divengono effimere. Esse non ci avvicinano a Lui. E, in tal modo, Cristo continua ad essere lontano, come una voce tra molte altre che ci circondano e alle quali ci siamo già abituati. Il Maestro che parla, inoltre, non insegna ciò che ha appreso da altri, ma ciò che Egli stesso è, l’unico che conosce davvero il cammino dell’uomo verso Dio, perché è Egli stesso che lo ha aperto per noi, lo ha creato perché potessimo raggiungere la vita autentica, quella che sempre vale la pena di vivere, in ogni circostanza, e che neppure la morte può distrug- gere. Il Vangelo prosegue spiegando queste cose con la suggestiva immagine di chi costruisce sopra la roccia stabile, resistente agli attacchi delle avversità, contrariamente a chi edifica sulla sabbia, forse in un luogo paradisiaco, potremmo dire oggi, ma che si sgretola al primo soffio dei venti e si trasforma in rovina. Cari giovani, ascoltate veramente le parole del Signore, perché siano in voi «spirito e vita» (Gv 6,63), radici che alimentano il vostro essere, criteri di condotta che ci assimilano alla persona di Cristo: essere poveri di spirito, affamati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, amanti della pace. Fatelo ogni giorno con costanza, come si fa con il vero Amico che non ci defrauda e con il quale vogliamo condividere il cammino della vita. Ben sapete che, quando non si cammina al fianco di Cristo, che ci guida, noi ci disperdiamo per altri sentieri, come quello dei nostri impulsi ciechi ed egoisti, quello delle proposte che lusingano, ma che sono interessate, ingannevoli e volubili, lasciano il vuoto e la frustrazione dietro di sé. Approfittate di questi giorni per conoscere meglio Cristo e avere la certezza che, radicati in Lui, il vostro entusiasmo e la vostra allegria, i vostri desideri di andare oltre, di raggiungere ciò che è più elevato, fino a Dio, hanno sempre un futuro certo, perché la vita in pienezza dimora già nel vostro essere. Fatela crescere con la grazia divina, generosamente e senza mediocrità, prendendo in considerazione seriamente la meta della santità. E, davanti alle nostre debolezze, che a volte ci opprimono, contiamo anche sulla misericordia del Signore, che è sempre disposto a darci di nuovo la mano e che ci offre il perdono attraverso il Sacramento della Penitenza. tivare e abbellire l’opera della creazione. Dio desidera un interlocutore responsabile, qualcuno che possa dialogare con Lui e amarlo. Per mezzo di Cristo lo possiamo conseguire veramente e, radicati in Lui, diamo ali alla nostra libertà. Non è forse questo il grande motivo della nostra gioia? Non è forse questo un terreno solido per edificare la civiltà dell’amore e della vita, capace di umanizzare ogni uomo? Edificando sulla ferma roccia, non solamente la vostra vita sarà solida e stabile, ma contribuirà a proiettare la luce di Cristo sui vostri coetanei e su tutta l’umanità, mostrando un’alternativa valida a tanti che si sono lasciati andare nella vita, perché le fondamenta della propria esistenza erano inconsistenti. A tanti che si accontentano di seguire le correnti di moda, si rifugiano nell’interesse immediato, dimenticando la giustizia vera, o si rifugiano nelle proprie opinioni invece di cercare la verità senza aggettivi. Cari amici: siate prudenti e saggi, edificate la vostra vita sulla base ferma che è Cristo. Questa saggezza e prudenza guiderà i vostri passi, nulla vi farà temere e nel vostro cuore regnerà la pace. Allora sarete beati, felici, e la vostra allegria contagerà gli altri. Si domanderanno quale sia il segreto della vostra vita e scopriranno che la roccia che sostiene tutto l’edificio e sopra la quale si appoggia tutta la vostra esistenza è la persona stessa di Cristo, vostro amico, fratello e Signore, il Figlio di Dio fatto uomo, che dà consistenza a tutto l’universo. Egli morì per noi e risuscitò perché avessimo vita, e ora, dal trono del Padre, continua ad essere vivo e vicino a tutti gli uomini, vegliando continuamente con amore per ciascuno di noi. Cari giovani, ascoltate veramente le parole del Signore, perché siano in voi «spirito e vita», radici che alimentano il vostro essere, criteri di condotta che ci assimilano alla persona di Cristo. Sì, ci sono molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio. Noi, in cambio, sappiamo bene che siamo stati creati liberi, a immagine di Dio, precisamente perché siamo protagonisti della ricerca della verità e del bene, responsabili delle nostre azioni, e non meri esecutori ciechi, collaboratori creativi nel compito di col- Affido i frutti di questa Giornata Mondiale della Gioventù alla Santissima Vergine Maria, che seppe dire «sì» alla volontà di Dio, e ci insegna come nessun altro la fedeltà al suo divin Figlio, che seguì fino alla sua morte sulla croce. Mediteremo tutto ciò più attentamente nelle diverse stazioni della Via Crucis. Preghiamo che, come Lei, il nostro «sì» di oggi a Cristo sia anche un «sì» incondizionato alla sua amicizia, alla fine di questa Giornata e durante tutta la nostra vita. Grazie. 18 agosto 2011 Festa di accoglienza dei giovani - pag. 2 - GMG - OMELIA ALLA MESSA CONCLUSIVA «Il mondo ha bisogno certamente di Dio, ha bisogno della testimonianza della vostra fede» BENEDETTO XVI Cari giovani, con la celebrazione dell’Eucaristia giungiamo al momento culminante di questa Giornata Mondiale della Gioventù. Nel vedervi qui, venuti in gran numero da ogni parte, il mio cuore si riempie di gioia pensando all’affetto speciale con il quale Gesù vi guarda. Sì, il Signore vi vuole bene e vi chiama suoi amici (cfr Gv 15,15). Egli vi viene incontro e desidera accompagnarvi nel vostro cammino, per aprirvi le porte di una vita piena e farvi partecipi della sua relazione intima con il Padre. Noi, da parte nostra, coscienti della grandezza del suo amore, desideriamo corrispondere con ogni generosità a questo segno di predilezione con il proposito di condividere anche con gli altri la gioia che abbiamo ricevuto. Certamente, sono molti attualmente coloro che si sentono attratti dalla figura di Cristo e desiderano conoscerlo meglio. Percepiscono che Egli è la risposta a molte delle loro inquietudini personali. Ma chi è Lui veramente? Come è possibile che qualcuno che ha vissuto sulla terra tanti anni fa abbia qualcosa a che fare con me, oggi?Nel Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Mt 16,13-20) vediamo descritti due modi distinti di conoscere Cristo. Il primo consisterebbe in una conoscenza esterna, caratterizzata dall’opinione corrente. Alla domanda di Gesù: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’Uomo?», i discepoli rispondono: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Vale a dire, si considera Cristo come un personaggio religioso in più di quelli già conosciuti. Poi, rivolgendosi personalmente ai discepoli, Gesù chiede loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro risponde con quella che è la prima confessione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». La fede va al di là dei semplici dati empirici o storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona di Cristo nella sua profondità. rare la testa dal corpo (cfr 1Cor 12,12). La Chiesa non vive di se stessa, bensì del Signore. Egli è presente in mezzo ad essa, e le dà vita, alimento e forza. Però la fede non è frutto dello sforzo umano, della sua ragione, bensì è un dono di Dio: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne, né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, che ci rivela la sua intimità e ci invita a partecipare della sua stessa vita divina. La fede non dà solo alcune informazioni sull’identità di Cristo, bensì suppone una relazione personale con Lui, l’adesione di tutta la persona, con la propria intelligenza, volontà e sentimenti alla manifestazione che Dio fa di se stesso. Così, la domanda «Ma voi, chi dite che io sia?», in fondo sta provocando i discepoli a prendere una decisione personale in relazione a Lui. Fede e sequela di Cristo sono in stretto rapporto. E, dato che suppone la sequela del Maestro, la fede deve consolidarsi e crescere, farsi più profonda e matura, nella misura in cui si intensifica e rafforza la relazione con Gesù, la intimità con Lui. Anche Pietro e gli altri apostoli dovettero avanzare per questo cammino, fino a che l’incontro con il Signore risorto aprì loro gli occhi a una fede piena. Cari giovani, permettetemi che, come Successore di Pietro, vi inviti a rafforzare questa fede che ci è stata trasmessa dagli Apostoli, a porre Cristo, il Figlio di Dio, al centro della vostra vita. Però permettetemi anche che vi ricordi che seguire Gesù nella fede è camminare con Lui nella comunione della Chiesa. Non si può seguire Gesù da soli. Chi cede alla tentazione di andare «per conto suo» o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa di Lui. Cari giovani, anche oggi Cristo si rivolge a voi con la stessa domanda che fece agli apostoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la tua vita per me. Voglio seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te e metto la mia intera vita nelle tue mani. Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona. Da questa amicizia con Gesù nascerà anche la spinta che conduce a dare testimonianza della fede negli ambienti più diversi, incluso dove vi è rifiuto o indifferenza. Non è possibile incontrare Cristo e non farlo conoscere agli altri. Quindi, non conservate Cristo per voi stessi! Comunicate agli altri la gioia della vostra fede. Il mondo ha bisogno della testimonianza della vostra fede, ha bisogno certamente di Dio. Penso che la vostra presenza qui, giovani venuti dai cinque continenti, sia una meravigliosa prova della fecondità del mandato di Cristo alla Chiesa: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Anche a voi spetta lo straordinario compito di essere discepoli e missionari di Cristo in altre terre e paesi dove vi è una moltitudine di giovani che aspirano a cose più grandi e, scorgendo nei propri cuori la possibilità di valori più autentici, non si lasciano sedurre dalle false promesse di uno stile di vita senza Dio. Nella sua risposta alla confessione di Pietro, Gesù parla della Chiesa: «E io a te dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Che significa ciò? Gesù costruisce la Chiesa sopra la roccia della fede di Pietro, che confessa la divinità di Cristo. Sì, la Chiesa non è una semplice istituzione umana, come qualsiasi altra, ma è strettamente unita a Dio. Lo stesso Cristo si riferisce ad essa come alla «sua» Chiesa. Non è possibile separare Cristo dalla Chiesa, come non si può sepa- - pag. 3 - Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri. Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire la bellezza del suo amore. Per la crescita della vostra amicizia con Cristo è fondamentale riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così come la partecipazione all’Eucarestia di ogni domenica, il frequente accostarsi al sacramento della riconciliazione e il coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio. Cari giovani, prego per voi con tutto l’affetto del mio cuore. Vi raccomando alla Vergine Maria, perché vi accompagni sempre con la sua intercessione materna e vi insegni la fedeltà alla Parola di Dio. Vi chiedo anche di pregare per il Papa, perché come Successore di Pietro, possa proseguire confermando i suoi fratelli nella fede. Che tutti nella Chiesa, pastori e fedeli, ci avviciniamo ogni giorno di più al Signore, per crescere nella santità della vita e dare così testimonianza efficace che Gesù Cristo è veramente il Figlio di Dio, il Salvatore di tutti gli uomini e la fonte viva della loro speranza. Amen Madrid, 21 agosto 2011 VOCAZIONI - CONSACRAZIONE RELIGIOSA Chiamato ad essere “sacramento dell’amore crocifisso”. L’11 settembre 2011 a Laurignano (CS), nel Santuario della Madonna della Catena, si è consacrato al Signore nella Congregazione dei Passionisti il giovane Salvatore Viola. Riportiamo l’omelia del Provinciale P. Cosimo Chianura. Carissimi, siamo qui per celebrare la santa messa e accogliere la professione religiosa di confr. Salvatore. Siamo grati al Signore perché consacra un giovane alla sua Passione redentrice. Saluto tutti i confratelli concelebranti. Intorno all’altare questa sera diamo un segno di unità in Cristo Gesù. Pace e serenità a te, signora Michelina e a tutti i tuoi figli, parenti e amici. Saluto i devoti della Madonna della Catena, partecipi della gioia di un giovane che ha deciso di seguire il Signore nella Congregazione dei Passionisti. Caro Salvatore, bentornato a casa e benvenuto nella tua nuova famiglia, la Provincia del Sacro Costato. 1. San Paolo della Croce scriveva: “Mi venne una ispirazione di radunare compagni per stare poi uniti assieme per promuovere nelle anime il santo timore di Dio (il principale desiderio), … mi restava sempre nel cuore. (Lettere IV, 217-218) Il desiderio di Paolo è diventato realtà: la Congregazione dei Padri Passionisti nasce, cresce e si sviluppa nel tempo. Oggi l’istituto è vivo più che mai. Tra breve anche tu, Salvatore, entrerai nel sogno di Paolo della Croce. Risponderai all’invito di far parte dei suoi compagni “per promuovere nelle anime il Santo Timor di Dio”. Al tuo “eccomi” - che tra breve pronuncerai - è legata la vita dei fratelli. Sarai sacramento dell’Amore Crocifisso. Ovunque il Signore vorrà mandarti, incontrerai tanta gente che esclamerà: “Finalmente! Ti abbiamo aspettato tanto”. E tu risponderai donandoti a loro. Sentiranno l’amore di Dio in te, nel tuo sorriso e nella tua bontà. Caro Salvatore, la tua scelta di consacrazione al Signore sembra una follia. Perché un giovane sceglie di vivere in obbedienza, povero e casto in un mondo che invece esalta la libertà individuale, la ricchezza e il piacere? Se tu potessi ora venire al microfono e - pag. 4 - dare una risposta a questa domanda, diresti: “Voglio diventare passionista perché sono stato conquistato da Gesù Cristo”. Avevi davanti altre opportunità: gli studi universitari, un lavoro, l’affetto di una ragazza e una famiglia solo tua. Saresti potuto andare ovunque, essere chiunque e percorre un itinerario diverso da quello tracciato per te da Cristo. Ma di fronte al Signore Gesù, Parola di verità e di amore che si dona, come San Pietro hai detto: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Nessuna creatura umana è in grado di parlarci e di amarci come Gesù. La Parola del suo Amore si è fatto corpo donato sulla Croce, ed è viva per noi nel sacramento della Santa Eucarestia. Così recita la preghiera del 25° Congresso Eucaristico appena concluso nella città di Ancona. Un avvenimento ecclesiale che ha riflettuto sul bisogno di far diventare l’Eucaristia il centro della vita delle famiglie, dei giovani e delle nostre città. genitori dei religiosi sono i primi benefattori della Congregazione, offrendo a Dio ciò che hanno di più prezioso: la vita di un figlio. Forse ti senti un po’ confusa e disorientata: “Sarà felice? E’ proprio questa la sua strada?”. In questo momento chiedo a te e ai tuoi figli di fidarvi ciecamente di Dio. La fede e l’esempio ricevuti in famiglia sono stati i mezzi attraverso cui Salvatore, ultimo di sette figli, ha conosciuto Dio. Oggi entra nella famiglia di San Paolo della Croce, mettendo al primo posto Dio nei suoi interessi. Salvatore comunque non vi lascerà mai. Siete e sarete sempre i suoi familiari. Nel suo cuore ci sarà un posto speciale riservato a ciascuno di voi. Vi rallegrerete delle sue gioie, sarete felici nel vederlo circondato ed amato dai confratelli. Quante volte si sentirà dire: “Beati i tuoi genitori”. Scoprirete poco a poco il regalo che Dio vi ha fatto. Lo ringrazierete in eterno. 3. L’ultima parola è per i confratelli e i Salvatore, abbi cura dell’incontro tuo fedeli presenti qui al Santuario. A un personale con l’Eucarestia, sacramengiovane che chiedeva “Come posso to che t’inserisce quotidianamente nel capire qual era la mia vocazione?”, mistero silenzioso di Cristo. Diventerai Madre Teresa rispondeva: “Dove trovi pane spezzato, amore che si dona la tua gioia più profonda, lì cerca la con sacrificio ai fratelli. La forza che tua vocazione”. Ripeto a voi queste già ricevi da questo sacramento contiparole. Dio non ha chiamato solo nui ad ardere nel tuo cuore e renda Salvatore e noi religiosi qui presenti. E’ Confratel Salvatore Viola santa, onesta e generosa la tua consabene che ognuno scopra il volere di crazione al Signore. Dio nella sua vita. I genitori cristiani Nell’Eucarestia e nei tanti segni ricevuti dall’alto, hai educhino le nuove generazioni a prendere in considecompreso che il Signore posava su di te il suo sguarrazione la consacrazione religiosa e sacerdotale. do: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” dice il Signore nel vangelo di San Giovanni (Gv 15,16). Per la nostra Provincia Religiosa continua ad avverarLa gioia è il segnale evidente che tu, proprio tu, sei si il sogno di Paolo della Croce di radunare compagni: stato chiamato a una vocazione così insolita agli occhi un postulante è già pronto ad entrare in noviziato del mondo. (Antonio Parrino, anch’egli calabrese, di Tarsia). Un altro giovane è in serio discernimento per iniziare il Diventando passionista, non rinunci affatto ai godicammino di formazione a Bari. Ciò dimostra che i giomenti della vita. Semplicemente hai sperimentato una vani sono alla continua ricerca di Dio. Siamo dunque felicità più grande che attrae e seduce. Una letizia chiamati a favorire l’amicizia con Cristo e a testimoniadiversa che non viene né da uno sguardo di una donna re la contentezza nello stare in comunità e con Lui. né dal sorriso dei propri figli, tantomeno da una carrieIl modo di pensare e di agire dei passionisti deve incora professionale onesta e brillante. raggiare la scelta del nostro caro Salvatore. Il Signore Ti sei lasciato vincere dalla bellezza misteriosa del ci chiede di amare la vocazione ricevuta e di manifeCrocifisso. Un amore che puoi toccare starla al mondo. Il resto lo farà lui. nell’Eucarestia, più intenso e vero di tutti gli amori umani. Gesù ti ha detto: “Rimani nel mio amore” (cf. Gv 4. Salvatore fra poco dirai la formula della professione 15,9). Il Signore deve diventare il tuo unico grande religiosa. Farai parte della grande famiglia passionista amore. Gli consegni la vita ed egli ti dona la sua gioia. con i diritti e i doveri inerenti al tuo stato di giovane in L’amore di Dio non ti allontana dal mondo. Al contrario, formazione, proteso verso la consacrazione perpetua. dilata il tuo cuore verso tutti. In tanti chiederanno il tuo Ti do il benvenuto, a nome di tutti i confratelli di questa affetto, la tua tenerezza, la tua attenzione. Sarai padre, nostra Provincia, ringraziando ancora la tua famiglia e fratello e amico. Presto aiuterai i poveri e gli esclusi a i religiosi che ti sono stati vicini negli anni di postulato risorgere. e di noviziato. Che tu possa gustare, ogni giorno di più, la bellezza 2. Adesso mi rivolgo alla tua mamma, lascia che io dica della vocazione ricevuta. Non fuggire l’invito di farti qualcosa a lei. Carissima signora Michelina, la tua santo, tendi alla perfezione. Non tirarti indietro e non famiglia è stata visitata dal Signore Gesù. Egli chiede smettere di sognare. Lo scrittore francese Léon Bloy di donargli il frutto del tuo amore, quel figlio amato sul scriveva: «L'unica tristezza è quella di non essere quale tu e il consorte Cosimo, ora in Paradiso, aveva"Santi"». Sii felice. te riposto desideri e speranze. San Paolo della Croce ti benedice. Il nostro fondatore amava ripetere che i Sia lodato Gesù Cristo. - pag. 5 - Assemblea dell'Unione Superiori Generali (USG) La vita consacrata, una vita speciale La vita consacrata interamente a Dio con i voti di povertà, castità e obbedienza è una vita molto speciale. Un modo diverso di stare al mondo rispetto alla maggior parte degli uomini e donne che sono naturalmente sensibili a orientarla in prevalenza per la riuscita entro un ideale misurabile e certo di esistenza terrena. I religiosi fedeli alla loro consacrazione giocano, invece, una scommessa quasi temeraria, puntando sulle certezze della fede, poco verificabili con gli strumenti della scienza a nostra disposizione, ma fidandosi in modo strepitoso di Dio. A lui si donano interamente preferendolo a ogni risorsa terrena. male con la specificità della vita consacrata. Da qui l'urgenza di incontrare un linguaggio che renda leggibile e credibile la nostra vocazione e il valore umanizzante dei voti. Esso sarà possibile se la vita religiosa diventa sempre più aperta, meno chiusa su se stessa, in dialogo, incarnata nel mondo, in cammino verso gli altri e con altri. Ciò sarà possibile se la missione degli ordini, congregazioni e istituti viene capita e vissuta come partecipazione alla missione della Chiesa, che sgorga dalla missione di Dio". La vita consacrata è importante per quello che è ricorda Chàvez -. "Quello che fa a volte in sostituzione dello Stato (educazione, salute, promozione umana, attenzione all'emarginazione ecc.), - egli aggiunge - ha senso per quello che è: una metafora di Dio, una rivelazione che Dio è carità, la personificazione del Cristo. Il valore della vita consacrata è appunto quello di essere un segno della presenza di Dio nel mondo, essere testimonianza gioiosa e convinta della sua esistenza, prova della sua capacità di colmare tutta una vita, di renderla piena di senso, significativa, incantevole. È talmente ardita questa scelta di vita sulla scia dei consigli evangelici proposti da Cristo stesso che non è scontato comprenderla e valorizzarla a pieno neppure tra i cristiani. Abbiamo fatto quasi l'abitudine a veder girare tra la gente dei nostri Paesi suore con abiti dalle mille fogge o frati con sai dai tanti colori fino a considerarli stili familiari nel modo di vestire nelle società occidentali. I religiosi sono considerati come una sorta di figure immancabili nella rappresentazione della comunità cattolica, ma si fatica a vedere oltre l'abito. Nei secoli hanno provveduto sia i fondatori di comunità di vita consacrata, sia i Papi - ancora recentemente Benedetto XVI - a raccontare la vita consacrata come parte essenziale della Chiesa. Essa infatti, tenendo viva la fiamma della sequela di Cristo e la centralità di Dio, non potrà mai venire meno senza che venga meno la stessa Chiesa che vive in ragione della testimonianza e dell'annuncio del vangelo. La via dei consigli evangelici nella vita quotidiana è tanto impegnativa che gli stessi religiosi in epoche di passaggi storici sentono il bisogno di mettere a fuoco la loro identità entro i nuovi contesti. La recente assemblea dell'Unione superiori generali (Usg) tenuta a Roma è servita a dare nuovo impulso a una ricerca teologica aggiornata sull'essere della vita consacrata prima che sulle cose da fare. Da tempo i religiosi si sono chiesti cosa comunicare di sé e come comunicarlo per essere percepiti portatori di senso cristiano particolarmente dentro le società secolarizzate dell'occidente che faticano a riferirsi a Dio. Lo ha ricordato concludendo l'assemblea dei superiori don Pascual Chávez Villanueva, presidente dell'Usg. "Alla fine - egli ha detto - abbiamo ricevuto una serie di stimoli non solo per la riflessione teologica ma soprattutto per il rinnovamento della nostra vita, che illuminano la nostra identità di "figli dei cieli e figli della terra", di "mistici e profeti", di "discepoli e testimoni", che vivono della ricerca di Dio, spinti da una grande mistica, vivendo la comune consacrazione battesi- La vita consacrata è valida per la grandezza morale e spirituale di uomini e donne trasfigurati dalla esperienza di Dio, felici di vivere in comunità con una fratellanza che non procede dalla carne né dal sangue ma dallo Spirito, dediti con tutte le energie a collaborare nella umanizzazione del mondo, nella realizzazione del meraviglioso disegno di Dio che vuole che tutti gli uomini si salvino. La vocazione e missione dei consacrati, uomini e donne, è di essere "sensori" della storia, che rilevano i dinamismi storici e li leggono da credenti, cercando di scoprire il passo dello Spirito nel mondo; il loro compito è di essere "sentinelle del mattino", attenti a contemplare i semi di bene che stanno germogliando, annunciando l'arrivo della primavera; profeti di speranza che non cedono al pessimismo ma traggono luce ed energia della resurrezione, la vittoria della vita sulla morte". da: L'Osservatore Romano, 1 giugno 2011 - pag. 6 - BENEDETTO XVI AL CONGRESSO EUCARISTICO DI ANCONA Eucaristia, via per costruire una società più equa “L’Eucaristia sostiene e trasforma l’intera vita quotidiana”. Lo ha detto Benedetto XVI, che nell’omelia della messa che ha concluso, l’11 settembre, il XXV Congresso eucaristico nazionale di Ancona si è soffermato sulla necessità di “riaffermare il primato di Dio” nella società, proprio a partire dalla spiritualità eucaristica. “La comunione eucaristica ci strappa dal nostro individualismo”, ha affermato il Papa, davanti ad una “platea” di decine di migliaia di fedeli, auspicando che “dall’Eucaristia nasca una nuova e intensa assunzione di responsabilità a tutti i livelli della vita comunitaria, nasca quindi uno sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona, specie quella povera, malata o disagiata”. “Nutrirsi di Cristo - ha proseguito il Santo Padre - è la via per non restare estranei o indifferenti alle sorti dei fratelli, ma entrare nella stessa logica di amore e di dono del sacrificio della Croce; chi sa inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il corpo del Signore non può non essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo, e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con l’assetato, rivestire chi è nudo, visitare l’ammalato e il carcerato”. “Una spiritualità eucaristica – le parole del Papa - è vero antidoto all’individualismo e all’egoismo che spesso caratterizzano la vita quotidiana, porta alla riscoperta della gratuità, della centralità delle relazioni, a partire dalla famiglia, con particolare attenzione a lenire le ferite di quelle disgregate”. “Una spiritualità eucaristica – ha proseguito - è anima di una comunità ecclesiale che supera divisioni e contrapposizioni e valorizza le diversità di carismi e ministeri ponendoli a servizio dell’unità della Chiesa”. È “via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e al suo lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione”. Una spiritualità eucaristica, inoltre, “ci aiuterà anche ad accostare le diverse forme di fragilità umana consapevoli che esse non offuscano il valore della persona, ma richiedono prossimità, accoglienza e aiuto”. Da essa, infine, “trarrà vigore una rinnovata capacità educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città degli uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una società più equa e fraterna”. “L’uomo è incapace di darsi la vita da se stesso, egli si comprende solo a partire da Dio: è la relazione con Lui a dare consistenza alla nostra umanità e a rendere buona e giusta la nostra vita”. Questa l’altra affermazione di fondo del Papa, che ha ribadito che “è anzitutto il primato di Dio che dobbiamo recuperare nel nostro mondo e nella nostra vita”. Per “recuperare e riaffermare il primato di Dio”, dunque, bisogna “partire dall’Eucaristia”. “Questa parola è dura – ha spiegato il Papa citando il discorso di Gesù sul pane di vita narrato da Giovanni - perché spesso confondiamo la libertà con l’assenza di vincoli, con la convinzione di poter fare da soli, senza Dio, visto come un limite alla libertà”. Un’ “illusione”, questa, che “non tarda a volgersi in delusione, generando inquietudine e paura e portando, paradossalmente, a rimpiangere le catene del passato” In realtà, per Benedetto XVI, “solo nell’apertura a Dio, nell’accoglienza del suo dono, diventiamo veramente liberi, liberi dalla schiavitù del peccato che sfigura il volto dell’uomo e capaci di servire al vero bene dei fratelli”. “Dopo aver messo da parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve interferire con la vita pubblica – l’altra denuncia di Benedetto XVI certe ideologie hanno puntato a organizzare la società con la forza del potere e dell’economia”. La storia, al contrario, “ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere materiale e pace prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione si sia risolto in un dare agli uomini pietre al posto del pane”. “Il pane – ha detto il Papa - è frutto del lavoro dell’uomo, ma è anche, e prima ancora, frutto della terra, dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli umili”. “Buon cammino” all’Italia. “Ripartiamo da questa terra marchigiana con la forza dell’Eucaristia in una costante osmosi tra il mistero che celebriamo e gli ambiti del nostro quotidiano”, l’esortazione del Papa, secondo il quale “non c’è nulla di autenticamente umano che non trovi nell’Eucaristia la forma adeguata per essere vissuto in pienezza”. “La vita quotidiana diventi dunque luogo del culto spirituale, per vivere in tutte le circostanze il primato di Dio, all’interno del rapporto con Cristo e come offerta al Padre”. “Buon cammino, con Cristo Pane di vita, a tutta la Chiesa che è in Italia!”, l’augurio finale. da: Avvenire, 12 settembre 2011 - pag. 7 - STORIA Lager, quelle tonache contro l’inferno Don Mauro Bonzi è stato l’unico sacerdote ambrosiano deportato in un campo di sterminio durante la Seconda guerra mondiale. Possiamo considerarlo a tutti gli effetti una vittima del nazismo in quanto, anche se tornò in Italia nel maggio del 1945, morì due anni dopo stroncato da una grave forma di tubercolosi contratta durante la prigionia. Il ministero del sacerdote legnanese si svolse essenzialmente in ambito educativo, prima nei Seminari diocesani e successivamente come rettore del Collegio Arcivescovile Pio XI di Desio. È qui che fu arrestato nell’aprile 1944 per aver nascosto armi all’interno del collegio e operato a favore dei partigiani. Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste accuse. È certo che don Bonzi si assunse responsabilità non sue al fine di proteggere i suoi confratelli. Il sacerdote occupa perciò, a pieno titolo, un posto nella schiera di quei «ribelli per amore» che sacrificarono la loro vita per aver privilegiato la solidarietà in un momento storico dominato dalla sopraffazione e dal disprezzo verso ogni valore umano. Al centro del suo apostolato ci furono sempre le responsabilità educative derivanti dagli incarichi via via ricoperti. Da più parti è stato definito come «un uomo tutto d’un pezzo», un sacerdote con un forte senso del dovere e delle proprie responsabilità pastorali. Don Paolo Liggeri, che fu suo compagno di detenzione, scrisse: «Don Bonzi non era un intellettuale, ma un uomo sensibile, di gran cuore e certamente questo lo portò a rischiare, direi più sul piano della carità, che politico». Durante il periodo trascorso in carcere e successivamente nei campi di Bolzano e Dachau, è in lui costante la preoccupazione di far avere sue notizie al cardinale Schuster per chiedere aiuto e per rassicurarlo sulle sue condizioni di salute. Da San Vittore scrive: «Il carcere è per se stesso una punizione umiliante, anche per il colpevole. Trovarvisi senza colpa e per di più a contatto con ogni sorta di degenerati, diventa per un sacerdote un tormento morale raffinato, maggiore del quale non si può pensare». Poco prima di essere trasferito a Dachau riuscirà a far arrivare all’Arcivescovo un’altra lettera che conferma la sua determinazione di essere sacerdote anche in quelle circostanze: «Mi manca il conforto della S. Messa e di ogni altro privilegio sacerdotale, ma faccio tutto il possibile per mantenermi unito al Signore durante le ore di lavoro e di inoperosità. Sono con me altri quattro sacerdoti di diverse diocesi e ci sosteniamo a vicenda, se non altro nel richiamare il pregio dei doni perduti, nel pregare insieme, nell’esortarci alla completa rassegnazione ai voleri di Dio e nel consolare le tante afflizioni dei nostri fratelli. Questa vita è dura e mortificante, ma l’accetto a mia purificazione ed elevazione. Quando piacerà al Signore la prova finirà e tornerò alla mia cara Diocesi per essere nuovamente attivo ed esemplare nei miei doveri di ministero». Possiamo affermare che per don Mauro Bonzi il tempo vissuto nel lager è stato un tempo di Dio e la deportazione una drammatica esperienza religiosa. Don Roberto Angeli, sacerdote livornese e suo compagno di sventura, ha giustamente sottolineato che la presenza di sacerdoti nei campi di sterminio è stata provvidenziale, soprattutto per quello che essi rappresentavano come contrapposizione di valori agli pseudovalori del nazismo. «Non celebravamo la Messa. Ma la mattina, all’appello, quando sul piazzale del campo ventimila uomini doloranti iniziavano la loro giornata di pene inenarrabili, noi stavamo lì per compiere il nostro ufficio di mediatori tra Dio e l’umanità: quel campo brulicante era come una grande patena più preziosa di quelle dorate delle nostre chiese, una patena carica di tutte le atroci sofferenze del mondo, e noi la innalzavamo al cielo implorando pietà e perdono di pace. Sì, ci voleva in quei posti il sacerdote. Egli doveva raccogliere tutto quell’infinito dolore e presentarlo a Dio. Perché quel mare di dolore umano aveva un valore immenso e non doveva andare disperso. Forse era ciò che mancava alla Passione di Cristo per la redenzione e la salvezza di molti». Mentre il nostro Paese celebra quest’anno il 150° anniversario dell’Unità nazionale, è commovente rileggere il racconto di quando, durante il trasferimento a Dachau, i deportati, arrivati al Brennero, salutarono l’Italia intonando tra le lacrime «O mia patria sì bella e perduta». È grazie anche a questi «martiri della carità» se l’Italia ha saputo risollevarsi dalla disfatta della Seconda guerra mondiale e rinascere su nuove basi morali. Don Bonzi era uno di loro. Card. Dionigi Tettamanzi da: Avvenire, 27 maggio 2011 - pag. 8 - TESTIMONIANZE Benigni: con Dante ritorno a Dio «Mia mamma era analfabeta, ma come la "Madonna del cardellino" di Raffaello aveva sempre in mano il Vangelo, si metteva accanto a una cosa calda e apriva questo libro senza saper leggere. E io le dicevo: "Ma mamma, non sai leggere…", e lei mi guardava in un modo e sorrideva e non rispondeva, ma sembrava che mi dicesse: "So leggere più di te"». Chissà quanto volte sarà tornata alla mente di Roberto Benigni questa immagine che affidò alle pagine di questo giornale nella conversazione con Davide Rondoni nel 2007? Certo è che di Vangelo il comico toscano ne ha masticato molto, soprattutto per portare sulle piazze del mondo la Commedia dantesca e arrivare a dire che «Gesù, il Signore, s’è fatto uomo perché gli uomini diventassero Dio. Lui che non ha mai peccato s’è preso tutti i peccati, ha fatto tutto quello… è una cosa spettacolare quello che ha fatto». Oppure che «una volta morto è andato di là; non solo ha liberato tutti noi, ma è andato anche a liberare nell’Inferno qualcuno che non riteneva giusto che fosse lì… Gesù Cristo ne ha salvati proprio tanti! C’è sempre una speranza con Gesù, ragazzi. Io credo che c’è speranza anche all’Inferno, se c’è Gesù». Altrettanto certo è che nelle opere di Benigni (dagli spettacoli di cabaret ai varietà televisivi, dai film alle letture dantesche) c’è una attenzione ricorrente per le tematiche religiose. Dio, Gesù, la Bibbia, la creazione, angeli e diavoli, il Giudizio universale, Maria… Gli esempi sono innumerevoli. Argomenti affrontati a volte con ironia, a volte con grande profondità. Si pensi ai primi spettacoli, di tanti anni fa, alle feste dell’Unità (poi raccolti nel primo «Tuttobenigni»). Quelli in cui diceva che «Dio che sta nell’alto dei cieli» suonava troppo lontano, metteva persino paura e suggeriva al Padreterno (parlandogli con familiarità, più che con sfrontatezza) di prendere un nome più familiare: «Guido, che sta a mezz’aria…». E poi i film, dagli improbabili miracoli del Gesù bambino di «Tu mi turbi» al Padre Nostro recitato, per intero, davanti alla moglie morente ne «La tigre e la neve». Per arrivare alle grandi disquisizioni sull’Inferno e il Paradiso, il peccato e la grazia, l’uomo e Dio, che infarciscono i commenti alla Divina Commedia. Da qui è nata l’idea di un libro a più mani, in uscita nei prossimi giorni (Roberto Benigni. Da «Berlinguer ti voglio bene» alla «Divina Commedia», il percorso di un comico che si interroga su Dio), a cura di Riccardo Bigi, edito dalla Società editrice fiorentina, che analizza in maniera sistematica il modo in cui Benigni nelle sue opere (e in particolare nei film e nelle letture dantesche) parla di Dio. Lasciando fuori il Benigni "politico", la satira, le comparsate televisive su cui già si è detto e scritto tanto, mentre mai prima d’ora era stato studiato quale idea del divino e dell’umano emerga dai suoi lavori. Su questo sono stati coinvolti un critico cinematografico, Francesco Mininni, e un teologo, monsignor Andrea Bellandi. «Benigni è un artista che rimanendo fedele a se stesso ha allargato i propri orizzonti. Una persona – spiega Mininni – che a lungo andare, guardandosi allo specchio, ha capito che lo sberleffo da solo non basta a esprimere i sentimenti che ha dentro. E che ha deciso di fare e dire di più. Tra Berlinguer ti voglio bene e La vita è bella non passano soltanto vent’anni. Ci sono un percorso, una riflessione, un cambiamento di punto di vista, un diverso amore per la vita, una differente interiorità». «Grazie a Benigni, la Commedia – afferma Bellandi – è tornata e sta tornando a essere testo appassionante e ricercato da molte persone che desiderano coglierne la portata educativa, magari anche volendo approfondirne l’origine e il contenuto spirituale. Ma il merito di Benigni è anche quello di mettersi lui stesso in gioco di fronte al testo, accettando consapevolmente di correre un rischio duplice: quello di deludere i numerosi fan del Benigni comico e quello di incorrere negli strali degli addetti ai lavori: letterati, intellettuali, perfino alcuni ecclesiastici. Non sappiamo quanto la scommessa sia stata vinta; è certo però che, dopo il suo tentativo, il capolavoro di Dante è ritornato prepotentemente attuale. Ciò non vuol dire che l’interpretazione datane dall’artista toscano sia sottoscrivibile in ogni sua parte, o esaurisca tutta la sconfinata profondità, soprattutto teologica, dell’opera medesima; tuttavia non si può negare che egli vi si sia confrontato lealmente, mettendo in gioco tutta la ricchezza della propria umanità». «Non c’è comunque dubbio che la cultura popolare di Benigni – conclude il curatore del libro – sia intrisa fino al midollo di religiosità. Una religiosità che può esprimersi nella presa in giro, nella battuta, nell’irrisione come nell’esposizione appassionata di sofisticate dottrine teologiche che si nascondono dietro i versi di Dante. Perché in fondo la comicità e la poesia, come ogni forma d’arte, sono strade per dire quelle cose che il linguaggio umano, altrimenti, non riesce a esprimere». Andrea Fagioli da: Avvenire, 11 maggio 2011 - pag. 9 - FEDE E VITA Medjugorje, un mistero lungo 30 anni La scena è unica al mondo e non può non toccarti il cuore. Non si tratta di apparizioni ma di qualcosa che tutti possono vedere coi loro occhi: lunghe file di persone in attesa davanti a tante nicchie di un vasto cortile su ognuna delle quali è indicata la lingua in cui è possibile confessarsi, un’ordinata Babele dove compaiono perfino il coreano e il giapponese. Questo sperduto villaggio dell’Erzegovina che si raggiunge dopo aver percorso ripidi e stretti tornanti (il nome Medjugorje significa «tra i colli») è diventato il più grande confessionale del mondo a cielo aperto. È uno spettacolo che va in onda tutti i giorni, più o meno da quando, trent’anni fa, sei ragazzi affermarono d’aver visto e parlato con la Madonna sulla collina del Podbrdo, oggi chiamata «la collina delle apparizioni». C’è un fiume ininterrotto di pellegrini che arrivano qui da ogni angolo del pianeta, si fermano nella chiesa di San Giacomo, un grande edificio con due campanili sulla facciata giallognola, pregano, si confessano e poi s’inerpicano su un terreno brullo e pietroso fino al luogo dove oggi sorge una bianca statua della «Gospa», la Signora in croato. Era il 24 giugno del 1981 quando su quel sentiero «apparve una figura femminile luminosa» che il giorno dopo si sarebbe presentata come la Vergine Maria. Ma la visione più sconvolgente sarebbe avvenuta all’indomani, il 26 giugno, con la Madonna che invoca la pace e lancia un accorato appello alla riconciliazione. Esattamente dieci anni più tardi, il 26 giugno 1991, la Jugoslavia si spacca con il suo sanguinoso strascico di guerre e di atrocità efferate. Il messaggio di Medjugorje acquista una sua tragica attualità. Le visioni e i messaggi della Madonna sarebbero proseguiti negli anni ad appuntamenti fissi e continuano ancora oggi, sostengono i veggenti. Un fenomeno su cui la Chiesa non si è ancora pronunciata ufficialmente ma che è ormai notissimo in tutto il mondo ed alimenta un flusso di fedeli in continua crescita. Quando venni qui la prima volta, a metà degli anni Ottanta, c’erano soltanto povere case di contadini e le apparizioni erano un argomento tabù. Il regime comunista vedeva con fastidio e preoccupazione l’arrivo dei pellegrini ed i presunti veggenti erano inavvicinabili. Mi ricordo che durante la Messa se ne stavano nascosti in sacrestia, praticamente invisibili. Spesso dovevano subire gli interrogatori della polizia. I padri francescani di Medjugorje venivano minacciati e perseguitati. Proprio in questi giorni sono usciti i documenti dei servizi segreti jugoslavi, pubblicati dal gior- nale di Zagabria «Vecernij List», che mostrano gli intrighi e le manipolazioni messi in atto dal partito comunista, approfittando delle antiche rivalità tra il vescovo della diocesi di Mostar ed i francescani di Medjugorje. Contro l’autenticità delle apparizioni si era dichiarato, in modo molto duro, l’allora vescovo di Mostar, monsignor Zanic, il cui giudizio è condiviso anche dal suo successore attuale, monsignor Peric. Altri prelati la pensano in modo opposto. Di fatto oggi Medjugorje, benché non possa essere definito ufficialmente un santuario «mariano», è uno dei luoghi-simbolo della venerazione alla Madonna come Lourdes e Fatima. Sono migliaia i casi di guarigioni inspiegabili e di conversioni repentine. E le folle che giungono qui sono davvero impressionanti. Si parla di 30 milioni di pellegrini in questi trent’anni. «Ma è difficile calcolare il numero preciso – spiega padre Milenko Steko, responsabile della comunicazione e vice provinciale dei francescani dell’Erzegovina –. Abbiamo i dati a partire dal 1985: 27 milioni di ostie e 600 mila Messe». Nei prossimi giorni, per il trentesimo anniversario delle apparizioni, non è prevista alcuna celebrazione speciale ma è in corso una novena segnata dal ritmo quotidiano della recita del Rosario sulla collina del Podbrdo, della Messa sulla spianata della chiesa di San Giacomo alle 19, e dell’adorazione eucaristica alle 22 che proseguirà per tutta la notte tra venerdì e sabato. Si prevede l’arrivo di 100 mila fedeli che hanno già iniziato a riempire questo piccolo villaggio di quattromila abitanti dove ogni giorno spuntano nuovi hotel e negozi di souvenir. Ma il chiasso e la confusione si fermano sulle soglie dell’area centrale, attorno alla chiesa, dove campeggia la scritta «Silentium» e domina un clima di grande raccoglimento. C’è gente di ogni età e nazionalità, gruppi organizzati e famigliole. C’è chi dice d’aver assistito a dei prodigi come il roteare del sole. Ma le voci più commoventi sono quelle che raccontano la fede ritrovata. «È questo il miracolo più grande e si ripete ogni giorno» mi dice Marija Pavlovic, una delle presunte veggenti che afferma d’avere apparizioni quotidiane della Madonna. «Ma ancora non si è stancata?», chiedo con una battuta un po’ scettica. Lei sorride, spiega che con la Vergine non fa conversazioni da salotto bensì invocazioni e preghiere. Non c’è fanatismo nelle parole di Marija, mi sembra una donna molto serena che cerca di vivere con normalità quella che ritiene una grazia speciale. È appena tornata dal supermercato con le borse della spesa, ha con sé tanti fiori. Il motivo? «Oggi da Cracovia mi portano una reliquia del beato Giovanni Paolo II», sussurra con aria furtiva, come volesse farmi complice della sua felicità contagiosa. Luigi Geninazzi da: Avvenire, 23 giugno 2011 - pag. 10 - ALL'ASSEMBLEA DELLE RADIO CATTOLICHE za e di simpatia sincera verso coloro che si impegnano in questo campo per favorire l’incontro e il dialogo, servire la comunità umana, contribuire alla crescita pacifica della società. Radio e tv sostengano difesa vita e famiglia Cari amici, sono molto lieto di dare il benvenuto a tutti voi, membri e partecipanti alla 17° Radio Assembly della European Broadcasting Union, che quest’anno è ospite della Radio Vaticana, in occasione dell’80° della sua fondazione. Saluto l’Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali. Ringrazio il Presidente della European Broadcasting Union, Jean Paul Philippot, e il Padre Federico Lombardi, Direttore Generale della Radio Vaticana, per le cortesi parole con cui hanno illustrato la natura del vostro incontro e i problemi che dovete affrontare. Quando il mio predecessore Pio XI si rivolse a Guglielmo Marconi perché dotasse lo Stato della Città del Vaticano di una Stazione radio all’altezza della migliore tecnologia disponibile a quel tempo, dimostrò di aver intuito con acutezza in quale direzione si stava sviluppando il mondo delle comunicazioni e quali potenzialità la radio poteva offrire per il servizio della missione della Chiesa. Effettivamente, attraverso la radio, i Papi hanno potuto trasmettere aldilà delle frontiere messaggi di grande importanza per l’umanità, come quelli giustamente famosi di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, che hanno dato voce alle aspirazioni più profonde verso la giustizia e la pace, o come quello di Giovanni XXIII al momento culminante della crisi fra Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1962. Ancora attraverso la radio Pio XII ha potuto far diffondere centinaia di migliaia di messaggi delle famiglie per i prigionieri e i dispersi durante la guerra, svolgendo un’opera umanitaria che gli guadagnò gratitudine imperitura. Attraverso la radio, inoltre, sono state a lungo sostenute le attese di credenti e di popoli soggetti a regimi oppressivi dei diritti umani e della libertà religiosa. La Santa Sede è consapevole delle potenzialità straordinarie che ha il mondo della comunicazione per il progresso e la crescita delle persone e della società. Si può dire che tutto l’insegnamento della Chiesa su questo settore, a partire dai discorsi di Pio XII, passando attraverso i documenti del Concilio Vaticano II, fino ai miei più recenti messaggi sulle nuove tecnologie digitali, è attraversato da una vena di ottimismo, di speran- Naturalmente, ciascuno di voi sa che anche nello sviluppo delle comunicazioni sociali si nascondono difficoltà e rischi. Permettetemi perciò di manifestare a tutti voi il mio interesse e la mia solidarietà nell’importante opera che svolgete. Nelle società odierne sono in gioco valori basilari per il bene dell’umanità, e l’opinione pubblica, nella cui formazione il vostro lavoro ha tanta importanza, si trova spesso disorientata e divisa. Voi sapete bene quali preoccupazioni nutre la Chiesa cattolica a proposito del rispetto della vita umana, della difesa della famiglia, del riconoscimento degli autentici diritti e delle giuste aspirazioni dei popoli, degli squilibri che causano sottosviluppo e fame in tante parti del mondo, dell’accoglienza dei migranti, della disoccupazione e della sicurezza sociale, delle nuove povertà ed emarginazioni sociali, delle discriminazioni e delle violazioni della libertà religiosa, del disarmo e della ricerca di soluzione pacifica dei conflitti. A molte di tali questioni ho fatto riferimento nell’Enciclica “Caritas in veritate”. Alimentare ogni giorno una corretta ed equilibrata informazione e un approfondito dibattito per trovare le migliori soluzioni condivise su tali questioni in una società pluralistica, è compito delle radio come pure delle televisioni. E’ un compito che richiede alta onestà professionale, correttezza e rispetto, apertura alle prospettive diverse, chiarezza nell’affrontare i problemi, libertà da steccati ideologici, consapevolezza della complessità dei problemi. Si tratta di una ricerca paziente di quella “verità quotidiana” che meglio traduce i valori nella vita e meglio orienta il cammino della società, e che va cercata insieme con umiltà. In questa ricerca la Chiesa cattolica ha un suo contributo specifico da dare, e intende darlo testimoniando la sua adesione alla verità che è Cristo, ma allo stesso tempo con apertura e spirito di dialogo. Come ho affermato nell’incontro con i qualificati rappresentanti del mondo politico e culturale britannico nella Westminster Hall di Londra nello scorso settembre, la religione non intende prevaricare nei confronti dei non credenti, ma aiutare la ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. La religione contribuisce a “purificare” la ragione, aiutandola a non cadere in distorsioni, come la manipolazione da parte dell’ideologia, o l’applicazione parziale che non tenga conto pienamente della dignità della persona umana. Allo stesso tempo, anche la religione riconosce di aver bisogno del correttivo della ragione per evitare eccessi, come l’integralismo o il settarismo. “La religione non è un problema da risolvere, ma un fattore - pag. 11 - che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione”. Invito perciò anche voi, “nell’ambito delle vostre sfere di influenza, a cercare di promuovere ed incoraggiare il dialogo fra fede e ragione” nella prospettiva del servizio al bene comune nazionale. Il vostro è un “servizio pubblico”, servizio alla gente, per aiutarla ogni giorno a conoscere e a capire meglio ciò che succede e perché succede, e a comunicare attivamente per concorrere al cammino comune della società. So bene che questo servizio incontra difficoltà, con differenti aspetti e proporzioni nei diversi Paesi. Vi possono essere la sfida della concorrenza da parte dell’emittenza commerciale; il condizionamento di una politica vissuta come spartizione del potere invece che come servizio del bene comune; la scarsezza di risorse economiche accentuata da situazioni di crisi; l’impatto degli sviluppi delle nuove tecnologie di comunicazione; la ricerca affannosa dell’audience. Ma troppo grandi e urgenti sono le sfide del mondo odierno di cui dovete occuparvi, per lasciarvi scoraggiare e arrendervi di fronte a queste difficoltà. Vent’anni fa, nel 1991, quando il Venerabile Giovanni Paolo II, che domani avrò la gioia di proclamare Beato, riceveva la vostra Assemblea generale in Vaticano, vi incoraggiava a sviluppare la vostra mutua collaborazio- ne, per favorire la crescita della comunità dei popoli del mondo. Oggi, penso ai processi in corso in Paesi del Mediterraneo e nel Vicino Oriente, diversi dei quali sono pure membri della vostra Associazione. Sappiamo che le nuove forme di comunicazione hanno svolto e svolgono un ruolo non secondario in questi stessi processi. Vi auguro di saper mettere i vostri contatti internazionali e le vostre attività al servizio di una riflessione e di un impegno affinché gli strumenti delle comunicazioni sociali servano al dialogo, alla pace e allo sviluppo solidale dei popoli, superando le distanze culturali, le diffidenze o le paure. Infine, cari amici, mentre auguro a tutti voi e alla vostra Associazione un fecondo lavoro, desidero esprimere ancora la mia gratitudine per la collaborazione concreta che in molte occasioni avete dato e date al mio ministero, come nelle grandi celebrazioni del Natale e della Pasqua o in occasione dei miei viaggi. Anche per me e per la Chiesa cattolica siete dunque degli alleati e degli amici importanti nella nostra missione. In questo spirito sono lieto di invocare su tutti voi, sui vostri cari e sul vostro lavoro la Benedizione del Signore. Benedetto XVI da: Avvenire, 30 aprile 2011 L’8 settembre, durante una solenne concelebrazione eucaristica il Padre Provinciale Cosimo Chianura ha insediato il nuovo Superiore e la nuova comunità passionista di Ceglie Messapica. Ora la comunità risulta così composta: P. P. P. P. Piero Greco - Superiore Cosimo Pezzolla, Vicario - economo Cosimo De Monte - Missionario Damiano D’ Amore - Cappellano dell’Ospedale AUGURI A TUTTI I PADRI DI UN SERENO CAMMINO COMUNITARIO E DI UN FECONDO APOSTOLATO. - pag. 12 - SANTITA’ Sant'Alfonso Maria de' Liguori Cari fratelli e sorelle, oggi vorrei presentarvi la figura di un santo Dottore della Chiesa a cui siamo molto debitori, perché è stato un insigne teologo moralista e un maestro di vita spirituale per tutti, soprattutto per la gente semplice. E’ l’autore delle parole e della musica di uno dei canti natalizi più popolari in Italia e non solo: Tu scendi dalle stelle. Appartenente a una nobile e ricca famiglia napoletana, Alfonso Maria de’ Liguori nacque nel 1696. Dotato di spiccate qualità intellettuali, a soli 16 anni conseguì la laurea in diritto civile e canonico. Era l’avvocato più brillante del foro di Napoli: per otto anni vinse tutte le cause che difese. Tuttavia, nella sua anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione, il Signore lo conduceva a comprendere che un’altra era la vocazione a cui lo chiamava. Infatti, nel 1723, indignato per la corruzione e l’ingiustizia che viziavano l’ambiente forense, abbandonò la sua professione - e con essa la ricchezza e il successo - e decise di diventare sacerdote, nonostante l’opposizione del padre. Ebbe degli ottimi maestri, che lo introdussero allo studio della Sacra Scrittura, della Storia della Chiesa e della mistica. Acquisì una vasta cultura teologica, che mise a frutto quando, dopo qualche anno, intraprese la sua opera di scrittore. Fu ordinato sacerdote nel 1726 e si legò, per l’esercizio del ministero, alla Congregazione diocesana delle Missioni Apostoliche. Alfonso iniziò un’azione di evangelizzazione e di catechesi tra gli strati più umili della società napoletana, a cui amava predicare, e che istruiva sulle verità basilari della fede. Non poche di queste persone, povere e modeste, a cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro modo di vivere. Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe, per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi di fedeli. Quando, per desiderio dell’arcivescovo di Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle della città, presero il nome di “cappelle serotine”. Esse furono una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire. Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le “cappelle serotine” appaiono un modello di azione missionaria a cui possiamo ispirarci anche oggi per una “nuova evangelizzazione”, particolarmente dei più poveri, e per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di ministero spirituale, mentre laici ben formati possono essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito evangelico in seno alla società. Dopo aver pensato di partire per evangelizzare i popoli pagani, Alfonso, all’età di 35 anni, entrò in contatto con i contadini e i pastori delle regioni interne del Regno di Napoli e, colpito dalla loro ignoranza religiosa e dallo stato di abbandono in cui versavano, decise di lasciare la capitale e di dedicarsi a queste persone, che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel 1732 fondò la Congregazione religiosa del Santissimo Redentore, che pose sotto la tutela del vescovo Tommaso Falcoia, e di cui successivamente egli stesso divenne il superiore. Questi religiosi, guidati da Alfonso, furono degli autentici missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti esortando alla conversione e alla perseveranza nella vita cristiana soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi, sparsi in tanti Paesi del mondo, con nuove forme di apostolato, continuano questa missione di evangelizzazione. A loro penso con riconoscenza, esortandoli ad essere sempre fedeli all’esempio del loro santo Fondatore. Stimato per la sua bontà e per il suo zelo pastorale, nel 1762 Alfonso fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti, ministero che, in seguito alle malattie da cui era afflitto, lasciò nel 1775, per concessione del Papa Pio VI. Lo stesso Pontefice, nel 1787, apprendendo la notizia della sua morte, avvenuta dopo molte sofferenze, esclamò: “Era un santo!”. E non si sbagliava: Alfonso fu canonizzato nel 1839, e nel 1871 venne dichiarato Dottore della Chiesa. Questo titolo gli si addice per molteplici ragioni. Anzitutto, perché ha proposto un ricco insegnamento di teologia morale, che esprime adeguatamente la dottrina cattolica, al punto che fu proclamato dal Papa Pio XII “Patrono di tutti i confessori e i moralisti”. Ai suoi tempi, si era diffusa un’interpretazione molto rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che, anziché alimentare la fiducia e la speranza nella misericordia di Dio, fomentava la paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo, ben lontano da quello rivelatoci da Gesù. Sant’Alfonso, soprattutto nella sua opera principale intitolata Teologia Morale, propone una sintesi equili- - pag. 13 - brata e convincente tra le esigenze della legge di Dio, scolpita nei nostri cuori, rivelata pienamente da Cristo e interpretata autorevolmente dalla Chiesa, e i dinamismi della coscienza e della libertà dell’uomo, che proprio nell’adesione alla verità e al bene permettono la maturazione e la realizzazione della persona. Ai pastori d’anime e ai confessori Alfonso raccomandava di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo, nel contempo, un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce perché i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana. Sant’Alfonso non si stancava mai di ripetere che i sacerdoti sono un segno visibile dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e illumina la mente e il cuore del peccatore affinché si converta e cambi vita. Nella nostra epoca, in cui vi sono chiari segni di smarrimento della coscienza morale e – occorre riconoscerlo – di una certa mancanza di stima verso il Sacramento della Confessione, l’insegnamento di sant’Alfonso è ancora di grande attualità. Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera»... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34). Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia. “Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo. In conclusione, vorrei ricordare che il nostro Santo, analogamente a san Francesco di Sales – di cui ho parlato qualche settimana fa – insiste nel dire che la santità è accessibile ad ogni cristiano: “Il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercante da mercante, il soldato da soldato, e così parlando d’ogni altro stato” (Pratica di amare Gesù Cristo. Opere ascetiche I, Roma 1933, p. 79). Ringraziamo il Signore che, con la sua Provvidenza, suscita santi e dottori in luoghi e tempi diversi, che parlano lo stesso linguaggio per invitarci a crescere nella fede e a vivere con amore e con gioia il nostro essere cristiani nelle semplici azioni di ogni giorno, per camminare sulla strada della santità, sulla strada verso Dio e verso la vera gioia. Grazie. BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE Mercoledì, 30 marzo 2011 - pag. 14 - Meditazioni dal libro: L’imitazione di Cristo LIBRO II Capitolo 5 - Pensare a se stessi 1. Non possiamo fare troppo affidamento su noi stessi, perché spesso ci manca la grazia e la capacità di sentire rettamente. Scarsa è la luce che è in noi, e subitamente la perdiamo per la nostra negligenza. Spesso poi non ci accorgiamo neppure di essere così ciechi interiormente: facciamo il male e, cosa ancora peggiore, ci andiamo scusando. Talora siamo mossi dalla passione, e la prendiamo per zelo; rimproveriamo negli altri piccole cose e passiamo sopra a quelle più grosse, commesse da noi. Avvertiamo con prontezza, e pesiamo ben bene ciò che gli altri ci fanno soffrire, ma non ci accorgiamo di quanto gli altri soffrono per causa nostra. Chi riflettesse bene e a fondo su se stesso, non giudicherebbe severamente gli altri. 2. L'uomo interiore, prima di occuparsi di altre cose, guarda dentro di sé; e, intento diligentemente a se stesso, è portato a tacere degli altri. Solamente se starai zitto sugli altri, guardando specialmente a te stesso, giungerai a una vera e devota interiorità. Se sarai tutto intento a te stesso e a Dio, ben poco ti scuoterà quello che sentirai dal di fuori. Sei forse da qualche parte, quando non sei presente in te? E se, dimenticando te stesso, tu avessi anche percorso il mondo intero, che giovamento ne avresti ricavato? Se vuoi avere pace e spirituale solidità, devi lasciar andare ogni cosa, e avere dinanzi agli occhi solamente te stesso. 3. Grande sarà il tuo progresso se riuscirai a mantenerti libero da ogni preoccupazione terrena; se invece apprezzerai in qualche modo una qualsiasi cosa temporale, farai un gran passo indietro. Nulla per te sia grande, nulla eccelso nulla gradito e caro, se non solamente Iddio, oppure cosa che venga da Dio. Considera vano ogni conforto che ti venga da qualsiasi creatura. L'anima che ama Dio disprezza tutto ciò che sia inferiore a Dio. Conforto dell'anima e vera letizia del cuore è soltanto Dio, l'eterno, l'incommensurabile, colui che riempie di sé l'universo. Capitolo 6 - Gioia della buona coscienza 1. Giusto vanto dell'uomo retto è la testimonianza della buona coscienza. Se sarai certo, in coscienza, di aver agito rettamente, sarai sempre nella gioia. La buona coscienza permette di sopportare tante cose ed è piena di letizia, anche nelle avversità. Al contrario, se sentirai in coscienza di aver fatto del male, sarai sempre timoroso ed inquieto. Dolce riposo sarà il tuo, se il cuore non avrà nulla da rimproverarti. Non rallegrarti se non quando avrai fatto del bene. I cattivi non godono mai di una vera letizia e non sentono mai la pace dell'anima, giacché «non c'è pace per gli empi», dice il Signore (Is 48,22; Is 57,21). E se la gente dice: « siamo in pace, non ci accadrà alcun male, chi mai oserà farci del male? » (Mic 3,11) non creder loro, ché improvvisa si leverà la collera di Dio, « e quello che hanno fatto andrà in fumo, e i loro piani svaniranno » (Sal 145,4). 2. Per colui che ama Iddio, non è difficile trovare la propria gloria nella sofferenza poiché ciò significa trovarla nella croce dei Signore. La gloria data o ricevuta dagli uomini dura poco; e una certa tristezza le si accompagna sempre. Invece la gloria dei giusti viene dalla loro coscienza, non dalle parole della gente, la loro letizia viene da Dio ed è in Dio, la loro gioia viene dalla verità. Colui che aspira alla gloria vera ed eterna non si preoccupa di quella temporale; invece colui che cerca questa gloria caduca anziché disprezzarla dal profondo dell'animo, evidentemente ama di meno la gloria celeste. Grande serenità di spirito possiede colui che non bada alle lodi né ai rimproveri della gente; giacché, se ha la coscienza pulita, si sentirà facilmente contento e tranquillo. Tu non sei maggiormente santo se ricevi delle lodi, né maggiormente cattivo se ricevi dei rimproveri; sei quello che sei, e non puoi esser ritenuto più grande di quanto tu non sia agli occhi di Dio. Se fai attenzione a quello che tu sei in te stesso, interiormente, non baderai a ciò che possano dire di te gli uomini. L'uomo vede in superficie, Dio invece vede nel cuore; l'uomo guarda alle azioni esterne. Dio invece giudica le intenzioni. Agire bene, sempre, e avere poca stima di se medesimi, è segno di umiltà di spirito; non cercare conforto da alcuna creatura è segno di grande libertà e di fiducia interiore. 3. Chi non cerca per sé alcuna testimonianza dal di fuori, evidentemente si abbandona del tutto a Dio. Infatti, come dice S. Paolo, « non riceve il premio colui che si loda da sé, ma colui che è lodato da Dio » (2Cor 10,18). Procedere tenendo Dio nel cuore, e non esser stretto da alcun legame che venga di fuori, ecco la condizione dell'uomo spirituale. - pag. 15 - PREGARE CON I SALMI SALMO 36 [2]Nel cuore dell'empio parla il peccato, davanti ai suoi occhi non c'è timor di Dio. [3]Poiché egli si illude con se stesso nel ricercare la sua colpa e detestarla. [4]Inique e fallaci sono le sue parole, rifiuta di capire, di compiere il bene. [5]Iniquità trama sul suo giaciglio, si ostina su vie non buone, via da sé non respinge il male. [6]Signore, la tua grazia è nel cielo, la tua fedeltà fino alle nubi; [7]la tua giustizia è come i monti più alti, il tuo giudizio come il grande abisso: uomini e bestie tu salvi, Signore. [8]Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali, [9]si saziano dell'abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. [10]E' in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. [11]Concedi la tua grazia a chi ti conosce, la tua giustizia ai retti di cuore. [12]Non mi raggiunga il piede dei superbi, non mi disperda la mano degli empi. [13]Ecco, sono caduti i malfattori, abbattuti, non possono rialzarsi. Salmo 36 Malizia del peccatore e bontà di Dio Il salmo è una lamentazione individuale di un uomo perseguitato. Si compone di due parti che descrivono l’empio nel peccato e il giusto nel tempio. vv. 2-5 Il salmista inizia la preghiera con una sconsolata costatazione: il peccato prende il posto di Dio e rende l’uomo empio. Questi àdula se stesso, per non riconoscere la propria irresponsabilità e detestarla. Dominato e sedotto dal peccato, diviene un ribelle a Dio, un menzognero, incapace di avere relazioni buone con gli altri, di compiere il bene e vive sempre sotto la suggestione del male. Nelle ore notturne, quando nella calma lo spirito è più propenso a scegliere il bene, non respinge il male, ma si ostina in esso. vv. 6-7 Il salmista, con un brusco passaggio, inizia a parlare di Dio trascendente, infinito, fedele, giusto e provvidenziale verso le sue creature. La sua grazia raggiunge il cielo, la fedeltà tocca le nubi, la sua giustizia l’altezza dei monti, il suo diritto le profondità. vv. 8-9 Nel tempio Dio manifesta quanto è preziosa la sua grazia; i giusti vi trovano rifugio come i pulcini sotto le ali della chioccia e si saziano delle vivande sacre e dissetano al torrente delle sue grazie. vv. 10-12 Il salmista rivolge ora a Dio una supplica riassuntiva ed ardente: Voglia egli dal tempio continuare a donargli la sua grazia e a beneficare coloro che vivono nello spirito dell’alleanza. In particolare lo prega che lo difenda dai superbi e dagli empi; non permetta inoltre che essi lo scaccino dal tempio e dalla nazione. v. 13 Dio giusto non rimane indifferente alla supplica finale del salmista, ma interviene in forma fulminea, schiantando i peccatori, che si ritenevano tanto sicuri. Colpiti dal suo terribile giudizio, essi si ritrovano distesi a terra ed incapaci di rialzarsi. Lettura cristiana Gesù ha parlato del peccato che distrugge l’uomo, ma anche della grazia che lo redime. A coloro che si sentono sicuri di sé, egli dice: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41). Ora egli è il nuovo tempio dove trovano rifugio, coloro che credono nel suo nome. Per costoro egli imbandisce il banchetto eucaristico, garantendo che la sua carne è vero cibo, il suo sangue vera bevanda. Chi mangia la sua carne e beve il suo sangue dimora in lui e egli in loro (Gv 6,55-56). - pag. 16 -