GETSEMANI
Foglio di informazione e di spiritualità dei Padri Passionisti di Ceglie Messapica (Br) www.passionistceglie.altervista.org - tel. 0831-377066 - ANNO I, n. 1 - settembre 2011
“Edificate la vostra vita
sulla roccia di Cristo”
Il Papa ai giovani nella
Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid.
Cari amici,
ringrazio per le affettuose parole che mi hanno rivolto i
giovani rappresentanti dei cinque continenti. Saluto
con affetto tutti coloro che sono
qui radunati, giovani di Oceania,
Africa, America, Asia ed Europa; e
anche coloro che non sono potuti
venire. Vi tengo sempre presenti e
prego per voi. Dio mi ha concesso
la grazia di potervi vedere e udire
più da vicino, e di porci insieme in
ascolto della sua Parola.
Nella lettura che è stata proclamata, abbiamo ascoltato un passo
del Vangelo nel quale si parla di
accogliere le parole di Gesù e di
metterle in pratica. Vi sono parole
che servono solamente per intrattenere e passano come il vento;
altre istruiscono la mente in alcuni
aspetti; quelle di Gesù, invece,
devono giungere al cuore, radicarsi in esso e forgiare tutta la vita.
Senza ciò, rimangono vuote e
divengono effimere. Esse non ci
avvicinano a Lui. E, in tal modo,
Cristo continua ad essere lontano,
come una voce tra molte altre che
ci circondano e alle quali ci siamo
già abituati. Il Maestro che parla, inoltre, non insegna
ciò che ha appreso da altri, ma ciò che Egli stesso è,
l’unico che conosce davvero il cammino dell’uomo
verso Dio, perché è Egli stesso che lo ha aperto per
noi, lo ha creato perché potessimo raggiungere la vita
autentica, quella che sempre vale la pena di vivere, in
ogni circostanza, e che neppure la morte può distrug-
gere. Il Vangelo prosegue spiegando queste cose con
la suggestiva immagine di chi costruisce sopra la roccia stabile, resistente agli attacchi delle avversità, contrariamente a chi edifica sulla sabbia, forse in un luogo paradisiaco,
potremmo dire oggi, ma che si
sgretola al primo soffio dei venti e
si trasforma in rovina.
Cari giovani, ascoltate veramente
le parole del Signore, perché siano
in voi «spirito e vita» (Gv 6,63),
radici che alimentano il vostro
essere, criteri di condotta che ci
assimilano alla persona di Cristo:
essere poveri di spirito, affamati di
giustizia, misericordiosi, puri di
cuore, amanti della pace. Fatelo
ogni giorno con costanza, come si
fa con il vero Amico che non ci
defrauda e con il quale vogliamo
condividere il cammino della vita.
Ben sapete che, quando non si
cammina al fianco di Cristo, che ci
guida, noi ci disperdiamo per altri
sentieri, come quello dei nostri
impulsi ciechi ed egoisti, quello
delle proposte che lusingano, ma
che sono interessate, ingannevoli
e volubili, lasciano il vuoto e la frustrazione dietro di sé.
Approfittate di questi giorni per conoscere meglio
Cristo e avere la certezza che, radicati in Lui, il vostro
entusiasmo e la vostra allegria, i vostri desideri di
andare oltre, di raggiungere ciò che è più elevato, fino
a Dio, hanno sempre un futuro certo, perché la vita in
pienezza dimora già
nel vostro essere.
Fatela crescere con
la grazia divina,
generosamente e
senza mediocrità,
prendendo in considerazione seriamente la meta della santità. E, davanti alle
nostre debolezze,
che a volte ci opprimono,
contiamo
anche sulla misericordia del Signore,
che è sempre disposto a darci di nuovo
la mano e che ci
offre il perdono attraverso il Sacramento della Penitenza.
tivare e abbellire l’opera della creazione. Dio desidera un
interlocutore
responsabile, qualcuno che possa dialogare con Lui e
amarlo. Per mezzo
di Cristo lo possiamo
conseguire
veramente e, radicati in Lui, diamo ali
alla nostra libertà.
Non è forse questo il
grande motivo della
nostra gioia? Non è
forse questo un terreno solido per edificare la civiltà dell’amore e della vita, capace di umanizzare ogni uomo?
Edificando sulla ferma roccia, non solamente la vostra
vita sarà solida e stabile, ma contribuirà a proiettare la
luce di Cristo sui vostri coetanei e
su tutta l’umanità, mostrando un’alternativa valida a tanti che si sono
lasciati andare nella vita, perché le
fondamenta della propria esistenza erano inconsistenti. A tanti che
si accontentano di seguire le correnti di moda, si rifugiano nell’interesse immediato, dimenticando la
giustizia vera, o si rifugiano nelle
proprie opinioni invece di cercare
la verità senza aggettivi.
Cari amici: siate prudenti e saggi, edificate la vostra
vita sulla base ferma che è Cristo. Questa saggezza e
prudenza guiderà i vostri passi,
nulla vi farà temere e nel vostro
cuore regnerà la pace. Allora sarete beati, felici, e la vostra allegria
contagerà gli altri. Si domanderanno quale sia il segreto della vostra
vita e scopriranno che la roccia che
sostiene tutto l’edificio e sopra la
quale si appoggia tutta la vostra
esistenza è la persona stessa di
Cristo, vostro amico, fratello e
Signore, il Figlio di Dio fatto uomo,
che dà consistenza a tutto l’universo. Egli morì per noi e risuscitò perché avessimo vita, e ora, dal trono
del Padre, continua ad essere vivo
e vicino a tutti gli uomini, vegliando
continuamente con amore per ciascuno di noi.
Cari giovani,
ascoltate veramente le parole
del Signore, perché siano in voi
«spirito e vita»,
radici che alimentano il vostro essere, criteri di condotta che ci assimilano alla persona di Cristo.
Sì, ci sono molti che, credendosi
degli dei, pensano di non aver
bisogno di radici, né di fondamenti
che non siano essi stessi.
Desidererebbero decidere solo da
sé ciò che è verità o no, ciò che è
bene o male, giusto e ingiusto;
decidere chi è degno di vivere o
può essere sacrificato sull’altare di
altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una
rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del
momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato.
È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono
a qualcosa di evanescente, come un’esistenza
senza orizzonti, una libertà senza Dio. Noi, in cambio, sappiamo bene che
siamo stati creati liberi, a
immagine di Dio, precisamente perché siamo protagonisti della ricerca
della verità e del bene,
responsabili delle nostre
azioni, e non meri esecutori ciechi, collaboratori
creativi nel compito di col-
Affido i frutti di questa Giornata
Mondiale della Gioventù alla
Santissima Vergine Maria, che
seppe dire «sì» alla volontà di Dio,
e ci insegna come nessun altro la fedeltà al suo divin
Figlio, che seguì fino alla sua morte sulla croce.
Mediteremo tutto ciò più attentamente nelle diverse
stazioni della Via Crucis.
Preghiamo che, come
Lei, il nostro «sì» di oggi
a Cristo sia anche un
«sì» incondizionato alla
sua amicizia, alla fine di
questa Giornata e durante tutta la nostra vita.
Grazie.
18 agosto 2011
Festa di accoglienza dei
giovani
- pag. 2 -
GMG - OMELIA ALLA MESSA CONCLUSIVA
«Il mondo ha bisogno
certamente di Dio,
ha bisogno della testimonianza della vostra fede»
BENEDETTO XVI
Cari giovani,
con la celebrazione dell’Eucaristia giungiamo al
momento culminante di questa Giornata
Mondiale della Gioventù. Nel vedervi qui,
venuti in gran numero da ogni parte, il
mio cuore si riempie di gioia pensando all’affetto speciale con il quale
Gesù vi guarda. Sì, il Signore vi
vuole bene e vi chiama suoi amici
(cfr Gv 15,15). Egli vi viene
incontro e desidera accompagnarvi nel vostro cammino, per
aprirvi le porte di una vita piena
e farvi partecipi della sua relazione intima con il Padre. Noi, da
parte nostra, coscienti della grandezza del suo amore, desideriamo
corrispondere con ogni generosità
a questo segno di predilezione con il
proposito di condividere anche con gli
altri la gioia che abbiamo ricevuto.
Certamente, sono molti attualmente coloro
che si sentono attratti dalla figura di Cristo e desiderano conoscerlo meglio. Percepiscono che Egli è la
risposta a molte delle loro inquietudini personali. Ma
chi è Lui veramente? Come è possibile che qualcuno
che ha vissuto sulla
terra tanti anni fa abbia
qualcosa a che fare con
me, oggi?Nel Vangelo
che abbiamo ascoltato
(cfr Mt 16,13-20) vediamo descritti due modi
distinti di conoscere
Cristo. Il primo consisterebbe in una conoscenza esterna, caratterizzata dall’opinione
corrente. Alla domanda
di Gesù: «La gente chi
dice che sia il Figlio
dell’Uomo?», i discepoli rispondono: «Alcuni
dicono Giovanni il
Battista, altri Elia, altri
Geremia o qualcuno
dei profeti». Vale a dire,
si considera Cristo come un personaggio religioso in
più di quelli già conosciuti. Poi, rivolgendosi personalmente ai discepoli, Gesù chiede loro: «Ma voi, chi dite
che io sia?». Pietro risponde con quella che è la prima
confessione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivente». La fede va al di là dei semplici dati empirici o
storici, ed è capace di cogliere il mistero della persona
di Cristo nella sua profondità.
rare la testa dal corpo (cfr 1Cor 12,12). La Chiesa
non vive di se stessa, bensì del Signore. Egli è presente in mezzo ad essa, e le dà vita, alimento e
forza.
Però la fede non è frutto dello sforzo umano, della sua
ragione, bensì è un dono di Dio: «Beato sei tu, Simone,
figlio di Giona, perché né carne, né sangue te lo hanno
rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, che ci rivela la sua intimità e
ci invita a partecipare della sua stessa vita divina. La
fede non dà solo alcune informazioni sull’identità di
Cristo, bensì suppone una relazione personale con
Lui, l’adesione di tutta la persona, con la propria intelligenza, volontà e sentimenti alla manifestazione che
Dio fa di se stesso. Così, la domanda «Ma voi, chi dite
che io sia?», in fondo sta provocando i discepoli a
prendere una decisione personale in relazione
a Lui. Fede e sequela di Cristo sono in
stretto rapporto. E, dato che suppone
la sequela del Maestro, la fede deve
consolidarsi e crescere, farsi più
profonda e matura, nella misura
in cui si intensifica e rafforza la
relazione con Gesù, la intimità
con Lui. Anche Pietro e gli altri
apostoli dovettero avanzare
per questo cammino, fino a
che l’incontro con il Signore
risorto aprì loro gli occhi a una
fede piena.
Cari giovani, permettetemi che, come Successore di
Pietro, vi inviti a rafforzare questa fede che ci è stata
trasmessa dagli Apostoli, a porre Cristo, il Figlio di
Dio, al centro della vostra vita. Però permettetemi
anche che vi ricordi che seguire Gesù nella fede è
camminare con Lui nella comunione della Chiesa.
Non si può seguire Gesù da soli. Chi cede alla tentazione di andare «per conto suo» o di vivere la fede
secondo la mentalità individualista, che predomina
nella società, corre il rischio di non incontrare mai
Gesù Cristo, o di finire seguendo un’immagine falsa
di Lui.
Cari giovani, anche oggi Cristo
si rivolge a voi con la stessa
domanda che fece agli apostoli:
«Ma voi, chi dite che io sia?».
Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane
qual è il vostro. Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il
Figlio di Dio, che hai dato la tua vita per me. Voglio
seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te e metto la
mia intera vita nelle tue
mani. Voglio che Tu sia
la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi
abbandona.
Da questa amicizia con Gesù nascerà anche la spinta che conduce a dare testimonianza della fede negli
ambienti più diversi, incluso dove vi è rifiuto o indifferenza. Non è possibile incontrare Cristo e non farlo
conoscere agli altri. Quindi, non conservate Cristo
per voi stessi! Comunicate agli altri la gioia della
vostra fede. Il mondo ha bisogno della testimonianza
della vostra fede, ha bisogno certamente di Dio.
Penso che la vostra presenza qui, giovani venuti dai
cinque continenti, sia una meravigliosa prova della
fecondità del mandato di Cristo alla Chiesa: «Andate
in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Anche a voi spetta lo straordinario
compito di essere discepoli e missionari di Cristo in
altre terre e paesi dove vi è una moltitudine di giovani che aspirano a cose più grandi e, scorgendo nei
propri cuori la possibilità di valori più autentici, non si
lasciano sedurre dalle false promesse di uno stile di
vita senza Dio.
Nella sua risposta alla
confessione di Pietro,
Gesù
parla
della
Chiesa: «E io a te dico:
tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la
mia Chiesa». Che
significa ciò? Gesù
costruisce la Chiesa
sopra la roccia della
fede di Pietro, che confessa la divinità di
Cristo.
Sì, la Chiesa non è
una semplice istituzione umana, come qualsiasi altra,
ma è strettamente unita a Dio. Lo stesso Cristo si riferisce ad essa come alla «sua» Chiesa. Non è possibile separare Cristo dalla Chiesa, come non si può sepa-
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Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da
appoggio per quella degli altri. Vi chiedo, cari amici,
di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che
vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha
fatto scoprire la bellezza del suo amore. Per la crescita della vostra amicizia con Cristo è fondamentale
riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così
come la partecipazione all’Eucarestia di ogni domenica, il frequente accostarsi al sacramento della
riconciliazione e il coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio.
Cari giovani, prego per voi con tutto l’affetto del mio
cuore. Vi raccomando alla Vergine Maria, perché vi
accompagni sempre con la sua intercessione materna e vi insegni la fedeltà alla Parola di Dio. Vi chiedo
anche di pregare per il Papa, perché come
Successore di Pietro, possa proseguire confermando
i suoi fratelli nella fede. Che tutti nella Chiesa, pastori e fedeli, ci avviciniamo ogni giorno di più al
Signore, per crescere nella santità della vita e dare
così testimonianza efficace che Gesù Cristo è veramente il Figlio di Dio, il Salvatore di tutti gli uomini e
la fonte viva della loro speranza.
Amen
Madrid, 21 agosto 2011
VOCAZIONI - CONSACRAZIONE RELIGIOSA
Chiamato ad essere
“sacramento dell’amore
crocifisso”.
L’11 settembre 2011 a Laurignano (CS), nel
Santuario della Madonna della Catena, si è consacrato al Signore nella Congregazione dei Passionisti
il giovane Salvatore Viola. Riportiamo l’omelia del
Provinciale P. Cosimo Chianura.
Carissimi, siamo qui per celebrare la santa messa e
accogliere la professione religiosa di confr.
Salvatore. Siamo grati al Signore perché consacra
un giovane alla sua
Passione redentrice.
Saluto tutti i confratelli
concelebranti. Intorno
all’altare questa sera
diamo un segno di unità
in Cristo Gesù.
Pace e serenità a te,
signora Michelina e a
tutti i tuoi figli, parenti e
amici.
Saluto i devoti della
Madonna della Catena,
partecipi della gioia di un
giovane che ha deciso di
seguire il Signore nella
Congregazione
dei
Passionisti.
Caro Salvatore, bentornato a casa e benvenuto nella
tua nuova famiglia, la Provincia del Sacro Costato.
1. San Paolo della Croce scriveva: “Mi venne una
ispirazione di radunare compagni per stare poi uniti
assieme per promuovere nelle anime il santo timore
di Dio (il principale desiderio), … mi restava sempre
nel cuore. (Lettere IV, 217-218)
Il desiderio di Paolo è diventato realtà: la
Congregazione dei Padri Passionisti nasce, cresce e
si sviluppa nel tempo. Oggi l’istituto è vivo più che
mai. Tra breve anche tu, Salvatore, entrerai nel
sogno di Paolo della Croce. Risponderai all’invito di
far parte dei suoi compagni “per promuovere nelle
anime il Santo Timor di Dio”.
Al tuo “eccomi” - che tra breve pronuncerai - è legata la vita dei fratelli. Sarai sacramento dell’Amore
Crocifisso. Ovunque il Signore vorrà mandarti, incontrerai tanta gente che esclamerà: “Finalmente! Ti
abbiamo aspettato tanto”. E tu risponderai donandoti a loro. Sentiranno l’amore di Dio in te, nel tuo sorriso e nella tua bontà.
Caro Salvatore, la tua scelta di consacrazione al
Signore sembra una follia. Perché un giovane sceglie
di vivere in obbedienza, povero e casto in un mondo
che invece esalta la libertà individuale, la ricchezza e
il piacere? Se tu potessi ora venire al microfono e
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dare una risposta a questa domanda, diresti: “Voglio
diventare passionista perché sono stato conquistato da Gesù Cristo”. Avevi davanti altre opportunità: gli studi universitari, un lavoro, l’affetto di una ragazza e una famiglia solo tua. Saresti potuto andare ovunque, essere chiunque e percorre un itinerario diverso
da quello tracciato per te da Cristo.
Ma di fronte al Signore Gesù, Parola di verità e di
amore che si dona, come San Pietro
hai detto: “Signore, da chi andremo?
Tu hai parole di vita eterna”. Nessuna
creatura umana è in grado di parlarci e
di amarci come Gesù. La Parola del
suo Amore si è fatto corpo donato sulla
Croce, ed è viva per noi nel sacramento della Santa Eucarestia.
Così recita la preghiera del 25°
Congresso Eucaristico appena concluso nella città di Ancona. Un avvenimento ecclesiale che ha riflettuto sul
bisogno di far diventare l’Eucaristia il
centro della vita delle famiglie, dei giovani e delle nostre città.
genitori dei religiosi sono i primi benefattori della
Congregazione, offrendo a Dio ciò che hanno di più
prezioso: la vita di un figlio.
Forse ti senti un po’ confusa e disorientata: “Sarà felice? E’ proprio questa la sua strada?”. In questo
momento chiedo a te e ai tuoi figli di fidarvi ciecamente di Dio. La fede e l’esempio ricevuti in famiglia sono
stati i mezzi attraverso cui Salvatore, ultimo di sette
figli, ha conosciuto Dio.
Oggi entra nella famiglia di San Paolo
della Croce, mettendo al primo posto
Dio nei suoi interessi. Salvatore
comunque non vi lascerà mai. Siete e
sarete sempre i suoi familiari. Nel suo
cuore ci sarà un posto speciale riservato a ciascuno di voi.
Vi rallegrerete delle sue gioie, sarete
felici nel vederlo circondato ed amato
dai confratelli. Quante volte si sentirà
dire: “Beati i tuoi genitori”. Scoprirete
poco a poco il regalo che Dio vi ha
fatto. Lo ringrazierete in eterno.
3. L’ultima parola è per i confratelli e i
Salvatore, abbi cura dell’incontro tuo
fedeli presenti qui al Santuario. A un
personale con l’Eucarestia, sacramengiovane che chiedeva “Come posso
to che t’inserisce quotidianamente nel
capire qual era la mia vocazione?”,
mistero silenzioso di Cristo. Diventerai
Madre Teresa rispondeva: “Dove trovi
pane spezzato, amore che si dona
la tua gioia più profonda, lì cerca la
con sacrificio ai fratelli. La forza che
tua vocazione”. Ripeto a voi queste
già ricevi da questo sacramento contiparole. Dio non ha chiamato solo
nui ad ardere nel tuo cuore e renda
Salvatore e noi religiosi qui presenti. E’
Confratel Salvatore Viola
santa, onesta e generosa la tua consabene che ognuno scopra il volere di
crazione al Signore.
Dio nella sua vita. I genitori cristiani
Nell’Eucarestia e nei tanti segni ricevuti dall’alto, hai
educhino le nuove generazioni a prendere in considecompreso che il Signore posava su di te il suo sguarrazione la consacrazione religiosa e sacerdotale.
do: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” dice
il Signore nel vangelo di San Giovanni (Gv 15,16).
Per la nostra Provincia Religiosa continua ad avverarLa gioia è il segnale evidente che tu, proprio tu, sei
si il sogno di Paolo della Croce di radunare compagni:
stato chiamato a una vocazione così insolita agli occhi
un postulante è già pronto ad entrare in noviziato
del mondo.
(Antonio Parrino, anch’egli calabrese, di Tarsia). Un
altro giovane è in serio discernimento per iniziare il
Diventando passionista, non rinunci affatto ai godicammino di formazione a Bari. Ciò dimostra che i giomenti della vita. Semplicemente hai sperimentato una
vani sono alla continua ricerca di Dio. Siamo dunque
felicità più grande che attrae e seduce. Una letizia
chiamati a favorire l’amicizia con Cristo e a testimoniadiversa che non viene né da uno sguardo di una donna
re la contentezza nello stare in comunità e con Lui.
né dal sorriso dei propri figli, tantomeno da una carrieIl modo di pensare e di agire dei passionisti deve incora professionale onesta e brillante.
raggiare la scelta del nostro caro Salvatore. Il Signore
Ti sei lasciato vincere dalla bellezza misteriosa del
ci chiede di amare la vocazione ricevuta e di manifeCrocifisso. Un amore che puoi toccare
starla al mondo. Il resto lo farà lui.
nell’Eucarestia, più intenso e vero di tutti gli amori
umani. Gesù ti ha detto: “Rimani nel mio amore” (cf. Gv
4. Salvatore fra poco dirai la formula della professione
15,9). Il Signore deve diventare il tuo unico grande
religiosa. Farai parte della grande famiglia passionista
amore. Gli consegni la vita ed egli ti dona la sua gioia.
con i diritti e i doveri inerenti al tuo stato di giovane in
L’amore di Dio non ti allontana dal mondo. Al contrario,
formazione, proteso verso la consacrazione perpetua.
dilata il tuo cuore verso tutti. In tanti chiederanno il tuo
Ti do il benvenuto, a nome di tutti i confratelli di questa
affetto, la tua tenerezza, la tua attenzione. Sarai padre,
nostra Provincia, ringraziando ancora la tua famiglia e
fratello e amico. Presto aiuterai i poveri e gli esclusi a
i religiosi che ti sono stati vicini negli anni di postulato
risorgere.
e di noviziato.
Che tu possa gustare, ogni giorno di più, la bellezza
2. Adesso mi rivolgo alla tua mamma, lascia che io dica
della vocazione ricevuta. Non fuggire l’invito di farti
qualcosa a lei. Carissima signora Michelina, la tua
santo, tendi alla perfezione. Non tirarti indietro e non
famiglia è stata visitata dal Signore Gesù. Egli chiede
smettere di sognare. Lo scrittore francese Léon Bloy
di donargli il frutto del tuo amore, quel figlio amato sul
scriveva: «L'unica tristezza è quella di non essere
quale tu e il consorte Cosimo, ora in Paradiso, aveva"Santi"». Sii felice.
te riposto desideri e speranze. San Paolo della Croce
ti benedice. Il nostro fondatore amava ripetere che i
Sia lodato Gesù Cristo.
- pag. 5 -
Assemblea dell'Unione Superiori Generali (USG)
La vita consacrata,
una vita speciale
La vita consacrata interamente a Dio con i voti di
povertà, castità e obbedienza è una vita molto speciale. Un modo diverso di stare al mondo rispetto alla
maggior parte degli uomini e donne che sono naturalmente sensibili a orientarla in prevalenza per la riuscita entro un ideale misurabile e certo di esistenza terrena. I religiosi fedeli alla loro consacrazione giocano,
invece, una scommessa quasi temeraria, puntando
sulle certezze della fede, poco verificabili con gli strumenti della scienza a nostra disposizione, ma fidandosi in modo strepitoso di Dio. A lui si donano interamente preferendolo a ogni risorsa terrena.
male con la specificità della vita consacrata. Da qui
l'urgenza di incontrare un linguaggio che renda leggibile e credibile la nostra vocazione e il valore umanizzante dei voti. Esso sarà possibile se la vita religiosa
diventa sempre più aperta, meno chiusa su se stessa,
in dialogo, incarnata nel mondo, in cammino verso gli
altri e con altri. Ciò sarà possibile se la missione degli
ordini, congregazioni e istituti viene capita e vissuta
come partecipazione alla missione della Chiesa, che
sgorga dalla missione di Dio".
La vita consacrata è importante per quello che è ricorda Chàvez -. "Quello che fa a volte in sostituzione
dello Stato (educazione, salute, promozione umana,
attenzione all'emarginazione ecc.), - egli aggiunge - ha
senso per quello che è: una metafora di Dio, una
rivelazione che Dio è carità, la personificazione del
Cristo. Il valore della vita consacrata è appunto quello
di essere un segno della presenza di Dio nel mondo,
essere testimonianza gioiosa e convinta della sua esistenza, prova della sua capacità di colmare tutta una
vita, di renderla piena di senso, significativa, incantevole.
È talmente ardita questa scelta di vita sulla scia dei
consigli evangelici proposti da Cristo stesso che non è
scontato comprenderla e valorizzarla a pieno neppure
tra i cristiani. Abbiamo fatto quasi l'abitudine a veder
girare tra la gente dei nostri Paesi suore con abiti dalle
mille fogge o frati con sai dai tanti colori fino a considerarli stili familiari nel modo di vestire nelle società
occidentali. I religiosi sono considerati come una sorta
di figure immancabili nella rappresentazione della
comunità cattolica, ma si fatica a vedere oltre l'abito.
Nei secoli hanno provveduto sia i fondatori di comunità di vita consacrata, sia i Papi - ancora recentemente
Benedetto XVI - a raccontare la vita consacrata come
parte essenziale della Chiesa. Essa infatti, tenendo
viva la fiamma della sequela di Cristo e la centralità di
Dio, non potrà mai venire meno senza che venga
meno la stessa Chiesa che vive in ragione della testimonianza e dell'annuncio del vangelo.
La via dei consigli evangelici nella vita quotidiana è
tanto impegnativa che gli stessi religiosi in epoche di
passaggi storici sentono il bisogno di mettere a fuoco
la loro identità entro i nuovi contesti. La recente assemblea dell'Unione superiori generali (Usg) tenuta a
Roma è servita a dare nuovo impulso a una ricerca
teologica aggiornata sull'essere della vita consacrata
prima che sulle cose da fare.
Da tempo i religiosi si sono chiesti cosa comunicare di
sé e come comunicarlo per essere percepiti portatori di
senso cristiano particolarmente dentro le società secolarizzate dell'occidente che faticano a riferirsi a Dio. Lo
ha ricordato concludendo l'assemblea dei superiori
don Pascual Chávez Villanueva, presidente dell'Usg.
"Alla fine - egli ha detto - abbiamo ricevuto una serie di
stimoli non solo per la riflessione teologica ma soprattutto per il rinnovamento della nostra vita, che illuminano la nostra identità di "figli dei cieli e figli della
terra", di "mistici e profeti", di "discepoli e testimoni", che vivono della ricerca di Dio, spinti da una grande mistica, vivendo la comune consacrazione battesi-
La vita consacrata è valida per la grandezza morale e spirituale di uomini e donne trasfigurati dalla
esperienza di Dio, felici di vivere in comunità con
una fratellanza che non procede dalla carne né dal
sangue ma dallo Spirito, dediti con tutte le energie a
collaborare nella umanizzazione del mondo, nella realizzazione del meraviglioso disegno di Dio che vuole
che tutti gli uomini si salvino. La vocazione e missione
dei consacrati, uomini e donne, è di essere "sensori"
della storia, che rilevano i dinamismi storici e li leggono da credenti, cercando di scoprire il passo dello
Spirito nel mondo; il loro compito è di essere "sentinelle del mattino", attenti a contemplare i semi di bene che
stanno germogliando, annunciando l'arrivo della primavera; profeti di speranza che non cedono al pessimismo ma traggono luce ed energia della resurrezione, la vittoria della vita sulla morte".
da: L'Osservatore Romano, 1 giugno 2011
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BENEDETTO XVI AL CONGRESSO EUCARISTICO
DI ANCONA
Eucaristia,
via per costruire
una società più equa
“L’Eucaristia sostiene e trasforma l’intera vita quotidiana”. Lo ha detto Benedetto XVI, che nell’omelia
della messa che ha concluso, l’11 settembre, il XXV
Congresso eucaristico nazionale di Ancona si è soffermato sulla necessità di “riaffermare il primato di Dio”
nella società, proprio a partire dalla spiritualità eucaristica. “La comunione eucaristica ci strappa dal
nostro individualismo”, ha affermato il Papa, davanti
ad una “platea” di decine di migliaia di fedeli,
auspicando che “dall’Eucaristia nasca una
nuova e intensa assunzione di responsabilità a tutti i livelli della vita comunitaria, nasca quindi uno sviluppo
sociale positivo, che ha al centro la persona, specie quella
povera, malata o disagiata”.
“Nutrirsi di Cristo - ha proseguito il Santo Padre - è la
via per non restare estranei o indifferenti alle sorti
dei fratelli, ma entrare
nella stessa logica di
amore e di dono del sacrificio della Croce; chi sa
inginocchiarsi
davanti
all’Eucaristia, chi riceve il
corpo del Signore non può non
essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle situazioni
indegne dell’uomo, e sa piegarsi in
prima persona sul bisognoso, sa spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con l’assetato, rivestire chi è nudo,
visitare l’ammalato e il carcerato”.
“Una spiritualità eucaristica – le parole del Papa - è
vero antidoto all’individualismo e all’egoismo che spesso caratterizzano la vita quotidiana, porta alla riscoperta della gratuità, della centralità delle relazioni, a partire dalla famiglia, con particolare attenzione a lenire le
ferite di quelle disgregate”. “Una spiritualità eucaristica – ha proseguito - è anima di una comunità
ecclesiale che supera divisioni e contrapposizioni
e valorizza le diversità di carismi e ministeri ponendoli a servizio dell’unità della Chiesa”. È “via per
restituire dignità ai giorni dell’uomo e al suo lavoro,
nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della
festa e della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione”. Una spiritualità eucaristica, inoltre, “ci aiuterà
anche ad accostare le diverse forme di fragilità umana
consapevoli che esse non offuscano il valore della persona, ma richiedono prossimità, accoglienza e aiuto”.
Da essa, infine, “trarrà vigore una rinnovata capacità
educativa, attenta a testimoniare i valori fondamentali
dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e
culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città degli
uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte
del bene comune per la costruzione di una società più
equa e fraterna”.
“L’uomo è incapace di darsi la vita da se stesso,
egli si comprende solo a partire da Dio: è la relazione con Lui a dare consistenza alla nostra umanità e a rendere buona e giusta la nostra vita”.
Questa l’altra affermazione di fondo del Papa, che ha
ribadito che “è anzitutto il primato di Dio che dobbiamo
recuperare nel nostro mondo e nella nostra vita”. Per
“recuperare e riaffermare il primato di Dio”, dunque, bisogna “partire dall’Eucaristia”. “Questa
parola è dura – ha spiegato il Papa citando il discorso
di Gesù sul pane di vita narrato da Giovanni - perché
spesso confondiamo la libertà con l’assenza di vincoli, con la convinzione di poter fare da soli, senza
Dio, visto come un limite alla libertà”. Un’ “illusione”,
questa, che “non tarda a volgersi in delusione, generando inquietudine e paura e portando, paradossalmente, a rimpiangere le catene del
passato” In realtà, per Benedetto XVI,
“solo nell’apertura a Dio, nell’accoglienza del suo dono, diventiamo
veramente liberi, liberi dalla
schiavitù del peccato che sfigura il volto dell’uomo e capaci di servire al vero bene dei
fratelli”. “Dopo aver messo
da parte Dio, o averlo tollerato come una scelta privata che non deve interferire
con la vita pubblica – l’altra
denuncia di Benedetto XVI certe ideologie hanno puntato a organizzare la società
con la forza del potere e dell’economia”. La storia, al contrario, “ci dimostra, drammaticamente, come l’obiettivo di assicurare a tutti sviluppo, benessere
materiale e pace prescindendo da Dio
e dalla sua rivelazione si sia risolto in un
dare agli uomini pietre al posto del pane”. “Il pane
– ha detto il Papa - è frutto del lavoro dell’uomo, ma è
anche, e prima ancora, frutto della terra, dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la
fiducia degli umili”.
“Buon cammino” all’Italia. “Ripartiamo da questa
terra marchigiana con la forza dell’Eucaristia in una
costante osmosi tra il mistero che celebriamo e gli
ambiti del nostro quotidiano”, l’esortazione del Papa,
secondo il quale “non c’è nulla di autenticamente
umano che non trovi nell’Eucaristia la forma adeguata
per essere vissuto in pienezza”. “La vita quotidiana
diventi dunque luogo del culto spirituale, per vivere in
tutte le circostanze il primato di Dio, all’interno del rapporto con Cristo e come offerta al Padre”. “Buon cammino, con Cristo Pane di vita, a tutta la Chiesa che è in
Italia!”, l’augurio finale.
da: Avvenire, 12 settembre 2011
- pag. 7 -
STORIA
Lager, quelle tonache
contro l’inferno
Don Mauro Bonzi è stato l’unico sacerdote ambrosiano
deportato in un campo di sterminio durante la Seconda
guerra mondiale. Possiamo considerarlo a tutti gli effetti una vittima del nazismo in quanto, anche se tornò in
Italia nel maggio del 1945, morì due anni dopo stroncato da una grave forma di tubercolosi contratta durante la prigionia.
Il ministero del sacerdote legnanese si
svolse essenzialmente in ambito educativo, prima nei Seminari diocesani e
successivamente come rettore del
Collegio Arcivescovile Pio XI di Desio.
È qui che fu arrestato nell’aprile
1944 per aver nascosto armi all’interno del collegio e operato a favore dei partigiani. Non sappiamo
quanto ci sia di vero in queste accuse.
È certo che don Bonzi si assunse
responsabilità non sue al fine di
proteggere i suoi confratelli. Il
sacerdote occupa perciò, a pieno titolo, un posto nella schiera di quei
«ribelli per amore» che sacrificarono
la loro vita per aver privilegiato la solidarietà in un momento storico dominato dalla sopraffazione e dal disprezzo
verso ogni valore umano.
Al centro del suo apostolato ci furono sempre le
responsabilità educative derivanti dagli incarichi via via
ricoperti. Da più parti è stato definito come «un uomo
tutto d’un pezzo», un sacerdote con un forte senso
del dovere e delle proprie responsabilità pastorali. Don
Paolo Liggeri, che fu suo compagno di detenzione,
scrisse: «Don Bonzi non era un
intellettuale, ma un uomo sensibile, di gran cuore e certamente questo lo portò a rischiare, direi più sul piano della carità, che politico».
Durante il periodo trascorso in
carcere e successivamente nei
campi di Bolzano e Dachau, è
in lui costante la preoccupazione di far avere sue notizie al
cardinale Schuster per chiedere aiuto e per rassicurarlo sulle
sue condizioni di salute. Da
San Vittore scrive: «Il carcere è per se stesso una
punizione umiliante, anche per il colpevole.
Trovarvisi senza colpa e per di più a contatto con
ogni sorta di degenerati, diventa per un sacerdote
un tormento morale raffinato, maggiore del quale
non si può pensare».
Poco prima di essere trasferito a Dachau riuscirà a far
arrivare all’Arcivescovo un’altra lettera che conferma la
sua determinazione di essere sacerdote anche in quelle circostanze: «Mi manca il conforto della S. Messa
e di ogni altro privilegio sacerdotale, ma faccio
tutto il possibile per mantenermi unito al Signore
durante le ore di lavoro e di inoperosità. Sono con
me altri quattro sacerdoti di diverse diocesi e ci
sosteniamo a vicenda, se non altro nel richiamare il
pregio dei doni perduti, nel pregare insieme, nell’esortarci alla completa rassegnazione ai voleri di
Dio e nel consolare le tante afflizioni dei nostri fratelli. Questa vita è dura e mortificante, ma l’accetto a
mia purificazione ed elevazione. Quando piacerà al
Signore la prova finirà e tornerò alla mia cara Diocesi
per essere nuovamente attivo ed esemplare nei miei
doveri di ministero».
Possiamo affermare che per don Mauro Bonzi il tempo
vissuto nel lager è stato un tempo di
Dio e la deportazione una drammatica
esperienza religiosa. Don Roberto
Angeli, sacerdote livornese e suo compagno di sventura, ha giustamente sottolineato che la presenza di sacerdoti
nei campi di sterminio è stata provvidenziale, soprattutto per quello
che essi rappresentavano come
contrapposizione di valori agli pseudovalori del nazismo.
«Non celebravamo la Messa. Ma la
mattina, all’appello, quando sul piazzale del campo ventimila uomini doloranti
iniziavano la loro giornata di pene inenarrabili, noi stavamo lì per compiere il
nostro ufficio di mediatori tra Dio e l’umanità: quel campo brulicante era
come una grande patena più preziosa
di quelle dorate delle nostre chiese,
una patena carica di tutte le atroci sofferenze del mondo, e noi la innalzavamo al cielo implorando pietà e perdono di pace. Sì, ci voleva in quei
posti il sacerdote. Egli doveva raccogliere tutto
quell’infinito dolore e presentarlo a Dio. Perché
quel mare di dolore umano aveva un valore immenso e non doveva andare disperso. Forse era ciò che
mancava alla Passione di
Cristo per la redenzione e la
salvezza di molti».
Mentre il nostro Paese celebra
quest’anno il 150° anniversario
dell’Unità nazionale, è commovente rileggere il racconto di
quando, durante il trasferimento a Dachau, i deportati,
arrivati al Brennero, salutarono l’Italia intonando tra le
lacrime «O mia patria sì bella
e perduta». È grazie anche a
questi «martiri della carità» se l’Italia ha saputo risollevarsi dalla disfatta della Seconda guerra mondiale e
rinascere su nuove basi morali. Don Bonzi era uno di
loro.
Card. Dionigi Tettamanzi
da: Avvenire, 27 maggio 2011
- pag. 8 -
TESTIMONIANZE
Benigni: con Dante
ritorno a Dio
«Mia mamma era analfabeta, ma come la "Madonna
del cardellino" di Raffaello aveva sempre in mano il
Vangelo, si metteva accanto a una cosa calda e apriva
questo libro senza saper leggere. E io le dicevo: "Ma
mamma, non sai leggere…", e lei mi guardava in un
modo e sorrideva e non rispondeva, ma sembrava che
mi dicesse: "So leggere più di te"».
Chissà quanto volte sarà tornata alla mente di Roberto
Benigni questa immagine che affidò alle pagine di questo giornale
nella conversazione con Davide
Rondoni nel 2007? Certo è che di
Vangelo il comico toscano ne ha
masticato molto, soprattutto per
portare sulle piazze del mondo la
Commedia dantesca e arrivare a
dire che «Gesù, il Signore, s’è
fatto uomo perché gli uomini
diventassero Dio. Lui che non ha
mai peccato s’è preso tutti i peccati, ha fatto tutto quello… è una
cosa spettacolare quello che ha
fatto». Oppure che «una volta
morto è andato di là; non solo ha
liberato tutti noi, ma è andato
anche a liberare nell’Inferno qualcuno che non riteneva giusto che
fosse lì… Gesù Cristo ne ha salvati proprio tanti! C’è sempre una
speranza con Gesù, ragazzi. Io
credo che c’è speranza anche
all’Inferno, se c’è Gesù».
Altrettanto certo è che nelle opere
di Benigni (dagli spettacoli di cabaret ai varietà televisivi, dai film alle letture dantesche) c’è una attenzione
ricorrente per le tematiche religiose. Dio, Gesù, la
Bibbia, la creazione, angeli e diavoli, il Giudizio universale, Maria… Gli esempi sono innumerevoli. Argomenti
affrontati a volte con ironia, a volte con grande profondità. Si pensi ai primi spettacoli, di tanti anni fa, alle
feste dell’Unità (poi raccolti nel primo «Tuttobenigni»).
Quelli in cui diceva che «Dio che sta nell’alto dei cieli»
suonava troppo lontano, metteva persino paura e suggeriva al Padreterno (parlandogli con familiarità, più
che con sfrontatezza) di prendere un nome più familiare: «Guido, che sta a mezz’aria…». E poi i film, dagli
improbabili miracoli del Gesù bambino di «Tu mi turbi»
al Padre Nostro recitato, per intero, davanti alla moglie
morente ne «La tigre e la neve». Per arrivare alle grandi disquisizioni sull’Inferno e il Paradiso, il peccato e la
grazia, l’uomo e Dio, che infarciscono i commenti alla
Divina Commedia.
Da qui è nata l’idea di un libro a più mani, in uscita nei
prossimi giorni (Roberto Benigni. Da «Berlinguer ti
voglio bene» alla «Divina Commedia», il percorso di un
comico che si interroga su Dio), a cura di Riccardo Bigi,
edito dalla Società editrice fiorentina, che analizza in
maniera sistematica il modo in cui Benigni nelle sue
opere (e in particolare nei film e nelle letture dantesche) parla di Dio. Lasciando fuori il Benigni "politico",
la satira, le comparsate televisive su cui già si è detto
e scritto tanto, mentre mai prima d’ora era stato studiato quale idea del divino e dell’umano emerga dai
suoi lavori. Su questo sono stati coinvolti un critico
cinematografico, Francesco Mininni, e un teologo,
monsignor Andrea Bellandi.
«Benigni è un artista che rimanendo fedele a se stesso ha allargato i propri orizzonti. Una persona – spiega
Mininni – che a lungo andare, guardandosi allo specchio, ha capito che lo sberleffo da solo non basta a
esprimere i sentimenti che ha dentro. E che ha deciso
di fare e dire di più. Tra Berlinguer ti voglio bene e La
vita è bella non passano soltanto
vent’anni. Ci sono un percorso,
una riflessione, un cambiamento
di punto di vista, un diverso amore
per la vita, una differente interiorità».
«Grazie a Benigni, la Commedia –
afferma Bellandi – è tornata e sta
tornando a essere testo appassionante e ricercato da molte persone che desiderano coglierne la
portata educativa, magari anche
volendo approfondirne l’origine e
il contenuto spirituale. Ma il merito
di Benigni è anche quello di mettersi lui stesso in gioco di fronte al
testo, accettando consapevolmente di correre un rischio duplice: quello di deludere i numerosi
fan del Benigni comico e quello di
incorrere negli strali degli addetti
ai lavori: letterati, intellettuali, perfino alcuni ecclesiastici. Non sappiamo quanto la scommessa sia
stata vinta; è certo però che, dopo
il suo tentativo, il capolavoro di
Dante è ritornato prepotentemente attuale. Ciò non
vuol dire che l’interpretazione datane dall’artista toscano sia sottoscrivibile in ogni sua parte, o esaurisca tutta
la sconfinata profondità, soprattutto teologica, dell’opera medesima; tuttavia non si può negare che egli vi si
sia confrontato lealmente, mettendo in gioco tutta la
ricchezza della propria umanità».
«Non c’è comunque dubbio che la cultura popolare di
Benigni – conclude il curatore del libro – sia intrisa fino
al midollo di religiosità. Una religiosità che può esprimersi nella presa in giro, nella battuta, nell’irrisione
come nell’esposizione appassionata di sofisticate dottrine teologiche che si nascondono dietro i versi di
Dante. Perché in fondo la comicità e la poesia, come
ogni forma d’arte, sono strade per dire quelle cose che
il linguaggio umano, altrimenti, non riesce a esprimere».
Andrea Fagioli
da: Avvenire, 11 maggio 2011
- pag. 9 -
FEDE E VITA
Medjugorje, un mistero
lungo 30 anni
La scena è unica al mondo e non può non toccarti il
cuore. Non si tratta di apparizioni ma di qualcosa che
tutti possono vedere coi loro occhi: lunghe file di persone in attesa davanti a tante nicchie di un vasto cortile su ognuna delle quali è indicata la lingua in cui è
possibile confessarsi, un’ordinata Babele dove compaiono perfino il coreano e il giapponese.
Questo sperduto villaggio dell’Erzegovina che si raggiunge dopo aver percorso ripidi e stretti tornanti (il
nome Medjugorje significa «tra i colli») è diventato il
più grande confessionale del mondo a cielo aperto.
È uno spettacolo che va in onda tutti i giorni, più o
meno da quando, trent’anni fa, sei ragazzi affermarono d’aver visto e parlato con la Madonna sulla
collina del Podbrdo, oggi chiamata «la collina delle
apparizioni». C’è un fiume ininterrotto di pellegrini che arrivano
qui da ogni angolo del pianeta, si
fermano nella chiesa di San
Giacomo, un grande edificio con
due campanili sulla facciata giallognola, pregano, si confessano
e poi s’inerpicano su un terreno
brullo e pietroso fino al luogo
dove oggi sorge una bianca statua della «Gospa», la Signora in
croato.
Era il 24 giugno del 1981 quando su quel sentiero «apparve
una figura femminile luminosa» che il giorno dopo si
sarebbe presentata come la Vergine Maria. Ma la visione più sconvolgente sarebbe avvenuta all’indomani, il
26 giugno, con la Madonna che invoca la pace e lancia un accorato appello alla riconciliazione.
Esattamente dieci anni più tardi, il 26 giugno 1991,
la Jugoslavia si spacca con il suo sanguinoso strascico di guerre e di atrocità efferate. Il messaggio di
Medjugorje acquista una sua tragica attualità. Le visioni e i messaggi della Madonna sarebbero proseguiti
negli anni ad appuntamenti fissi e continuano ancora
oggi, sostengono i veggenti. Un fenomeno su cui la
Chiesa non si è ancora pronunciata ufficialmente
ma che è ormai notissimo in tutto il mondo ed alimenta un flusso di fedeli in continua crescita.
Quando venni qui la prima volta, a metà degli anni
Ottanta, c’erano soltanto povere case di contadini e le
apparizioni erano un argomento tabù. Il regime comunista vedeva con fastidio e preoccupazione l’arrivo
dei pellegrini ed i presunti veggenti erano inavvicinabili. Mi ricordo che durante la Messa se ne stavano
nascosti in sacrestia, praticamente invisibili. Spesso
dovevano subire gli interrogatori della polizia. I padri
francescani di Medjugorje venivano minacciati e perseguitati. Proprio in questi giorni sono usciti i documenti dei servizi segreti jugoslavi, pubblicati dal gior-
nale di Zagabria «Vecernij List», che mostrano gli
intrighi e le manipolazioni messi in atto dal partito
comunista, approfittando delle antiche rivalità tra il
vescovo della diocesi di Mostar ed i francescani di
Medjugorje. Contro l’autenticità delle apparizioni si era
dichiarato, in modo molto duro, l’allora vescovo di
Mostar, monsignor Zanic, il cui giudizio è condiviso
anche dal suo successore attuale, monsignor Peric.
Altri prelati la pensano in modo opposto.
Di fatto oggi Medjugorje, benché non possa essere
definito ufficialmente un santuario «mariano», è uno
dei luoghi-simbolo della venerazione alla Madonna
come Lourdes e Fatima. Sono migliaia i casi di
guarigioni inspiegabili e di conversioni repentine.
E le folle che giungono qui sono davvero impressionanti. Si parla di 30 milioni di pellegrini in questi
trent’anni. «Ma è difficile calcolare il numero preciso –
spiega padre Milenko Steko, responsabile della comunicazione e vice provinciale dei francescani
dell’Erzegovina –. Abbiamo i dati a partire dal 1985: 27
milioni di ostie e 600 mila Messe».
Nei prossimi giorni, per il trentesimo anniversario delle
apparizioni, non è prevista alcuna celebrazione speciale ma è in corso una novena
segnata dal ritmo quotidiano
della recita del Rosario sulla collina del Podbrdo, della Messa
sulla spianata della chiesa di
San Giacomo alle 19, e dell’adorazione eucaristica alle 22
che proseguirà per tutta la notte
tra venerdì e sabato. Si prevede
l’arrivo di 100 mila fedeli che
hanno già iniziato a riempire
questo piccolo villaggio di quattromila abitanti dove ogni giorno
spuntano nuovi hotel e negozi di
souvenir. Ma il chiasso e la confusione si fermano sulle soglie
dell’area centrale, attorno alla chiesa, dove campeggia
la scritta «Silentium» e domina un clima di grande raccoglimento. C’è gente di ogni età e nazionalità, gruppi
organizzati e famigliole. C’è chi dice d’aver assistito
a dei prodigi come il roteare del sole. Ma le voci più
commoventi sono quelle che raccontano la fede
ritrovata.
«È questo il miracolo più grande e si ripete ogni giorno» mi dice Marija Pavlovic, una delle presunte veggenti che afferma d’avere apparizioni quotidiane
della Madonna. «Ma ancora non si è stancata?», chiedo con una battuta un po’ scettica. Lei sorride, spiega
che con la Vergine non fa conversazioni da salotto
bensì invocazioni e preghiere. Non c’è fanatismo nelle
parole di Marija, mi sembra una donna molto serena
che cerca di vivere con normalità quella che ritiene una
grazia speciale. È appena tornata dal supermercato
con le borse della spesa, ha con sé tanti fiori. Il motivo? «Oggi da Cracovia mi portano una reliquia del
beato Giovanni Paolo II», sussurra con aria furtiva,
come volesse farmi complice della sua felicità contagiosa.
Luigi Geninazzi
da: Avvenire, 23 giugno 2011
- pag. 10 -
ALL'ASSEMBLEA DELLE RADIO CATTOLICHE
za e di simpatia sincera verso coloro che si impegnano
in questo campo per favorire l’incontro e il dialogo, servire la comunità umana, contribuire alla crescita pacifica della società.
Radio e tv sostengano
difesa vita e famiglia
Cari amici,
sono molto lieto di dare il benvenuto a tutti voi, membri
e partecipanti alla 17° Radio Assembly della European
Broadcasting Union, che quest’anno è ospite della
Radio Vaticana, in occasione dell’80° della sua fondazione. Saluto l’Arcivescovo Claudio Maria Celli,
Presidente del Pontificio Consiglio per le
Comunicazioni Sociali. Ringrazio il Presidente della
European Broadcasting Union, Jean Paul Philippot, e il
Padre Federico Lombardi, Direttore Generale della
Radio Vaticana, per le cortesi parole con cui hanno illustrato la natura del vostro incontro e i problemi che
dovete affrontare.
Quando il mio predecessore Pio XI si rivolse
a
Guglielmo
Marconi perché dotasse lo Stato della Città
del Vaticano di una
Stazione radio all’altezza della migliore
tecnologia disponibile
a quel tempo, dimostrò
di aver intuito con acutezza in quale direzione si stava sviluppando il mondo delle
comunicazioni e quali
potenzialità la radio
poteva offrire per il servizio della missione
della
Chiesa.
Effettivamente, attraverso la radio, i Papi hanno
potuto trasmettere aldilà delle frontiere messaggi
di grande importanza per l’umanità, come quelli giustamente famosi di Pio XII durante la seconda guerra
mondiale, che hanno dato voce alle aspirazioni più profonde verso la giustizia e la pace, o come quello di
Giovanni XXIII al momento culminante della crisi fra
Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1962. Ancora attraverso la radio Pio XII ha potuto far diffondere centinaia
di migliaia di messaggi delle famiglie per i prigionieri e
i dispersi durante la guerra, svolgendo un’opera umanitaria che gli guadagnò gratitudine imperitura.
Attraverso la radio, inoltre, sono state a lungo sostenute le attese di credenti e di popoli soggetti a regimi
oppressivi dei diritti umani e della libertà religiosa. La
Santa Sede è consapevole delle potenzialità straordinarie che ha il mondo della comunicazione per il progresso e la crescita delle persone e della società. Si
può dire che tutto l’insegnamento della Chiesa su questo settore, a partire dai discorsi di Pio XII, passando
attraverso i documenti del Concilio Vaticano II, fino ai
miei più recenti messaggi sulle nuove tecnologie digitali, è attraversato da una vena di ottimismo, di speran-
Naturalmente, ciascuno di voi sa che anche nello sviluppo delle comunicazioni sociali si nascondono difficoltà e rischi. Permettetemi perciò di manifestare a tutti
voi il mio interesse e la mia solidarietà nell’importante
opera che svolgete. Nelle società odierne sono in gioco
valori basilari per il bene dell’umanità, e l’opinione
pubblica, nella cui formazione il vostro lavoro ha
tanta importanza, si trova spesso disorientata e
divisa. Voi sapete bene quali preoccupazioni nutre la
Chiesa cattolica a proposito del rispetto della vita
umana, della difesa della famiglia, del riconoscimento
degli autentici diritti e delle giuste aspirazioni dei popoli, degli squilibri che causano sottosviluppo e fame in
tante parti del mondo, dell’accoglienza dei migranti,
della disoccupazione e della sicurezza sociale, delle
nuove povertà ed emarginazioni sociali, delle discriminazioni e delle violazioni della libertà religiosa, del disarmo e della ricerca di soluzione pacifica dei conflitti. A
molte di tali questioni ho fatto riferimento nell’Enciclica
“Caritas in veritate”.
Alimentare ogni giorno una corretta ed
equilibrata informazione e un approfondito dibattito per trovare
le migliori soluzioni
condivise su tali questioni in una società
pluralistica, è compito
delle radio come pure
delle televisioni. E’ un
compito che richiede
alta onestà professionale, correttezza e rispetto, apertura alle prospettive diverse, chiarezza nell’affrontare i
problemi, libertà da
steccati ideologici, consapevolezza della complessità dei problemi. Si tratta di
una ricerca paziente di quella “verità quotidiana” che
meglio traduce i valori nella vita e meglio orienta il cammino della società, e che va cercata insieme con umiltà.
In questa ricerca la Chiesa cattolica ha un suo contributo specifico da dare, e intende darlo testimoniando la
sua adesione alla verità che è Cristo, ma allo stesso
tempo con apertura e spirito di dialogo. Come ho affermato nell’incontro con i qualificati rappresentanti del
mondo politico e culturale britannico nella Westminster
Hall di Londra nello scorso settembre, la religione non
intende prevaricare nei confronti dei non credenti,
ma aiutare la ragione nella scoperta dei principi
morali oggettivi. La religione contribuisce a “purificare” la ragione, aiutandola a non cadere in distorsioni, come la manipolazione da parte dell’ideologia, o l’applicazione parziale che non tenga conto
pienamente della dignità della persona umana. Allo
stesso tempo, anche la religione riconosce di aver
bisogno del correttivo della ragione per evitare
eccessi, come l’integralismo o il settarismo. “La religione non è un problema da risolvere, ma un fattore
- pag. 11 -
che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico
nella nazione”. Invito perciò anche voi, “nell’ambito
delle vostre sfere di influenza, a cercare di promuovere ed incoraggiare il dialogo fra fede e ragione” nella
prospettiva del servizio al bene comune nazionale.
Il vostro è un “servizio pubblico”, servizio alla
gente, per aiutarla ogni giorno a conoscere e a
capire meglio ciò che succede e perché succede, e
a comunicare attivamente per concorrere al cammino comune della società. So bene che questo servizio incontra difficoltà, con differenti aspetti e proporzioni nei diversi Paesi. Vi possono essere la sfida della
concorrenza da parte dell’emittenza commerciale; il
condizionamento di una politica vissuta come spartizione del potere invece che come servizio del bene comune; la scarsezza di risorse economiche accentuata da
situazioni di crisi; l’impatto degli sviluppi delle nuove
tecnologie di comunicazione; la ricerca affannosa dell’audience. Ma troppo grandi e urgenti sono le sfide del
mondo odierno di cui dovete occuparvi, per lasciarvi
scoraggiare e arrendervi di fronte a queste difficoltà.
Vent’anni fa, nel 1991, quando il Venerabile Giovanni
Paolo II, che domani avrò la gioia di proclamare Beato,
riceveva la vostra Assemblea generale in Vaticano, vi
incoraggiava a sviluppare la vostra mutua collaborazio-
ne, per favorire la crescita della comunità dei popoli del
mondo. Oggi, penso ai processi in corso in Paesi del
Mediterraneo e nel Vicino Oriente, diversi dei quali
sono pure membri della vostra Associazione.
Sappiamo che le nuove forme di comunicazione hanno
svolto e svolgono un ruolo non secondario in questi
stessi processi. Vi auguro di saper mettere i vostri contatti internazionali e le vostre attività al servizio di una
riflessione e di un impegno affinché gli strumenti delle
comunicazioni sociali servano al dialogo, alla pace
e allo sviluppo solidale dei popoli, superando le
distanze culturali, le diffidenze o le paure.
Infine, cari amici, mentre auguro a tutti voi e alla vostra
Associazione un fecondo lavoro, desidero esprimere
ancora la mia gratitudine per la collaborazione concreta che in molte occasioni avete dato e date al
mio ministero, come nelle grandi celebrazioni del
Natale e della Pasqua o in occasione dei miei viaggi. Anche per me e per la Chiesa cattolica siete dunque
degli alleati e degli amici importanti nella nostra missione. In questo spirito sono lieto di invocare su tutti
voi, sui vostri cari e sul vostro lavoro la Benedizione del
Signore.
Benedetto XVI
da: Avvenire, 30 aprile 2011
L’8 settembre, durante una
solenne concelebrazione
eucaristica il Padre
Provinciale Cosimo
Chianura ha insediato il
nuovo Superiore e la nuova
comunità passionista di
Ceglie Messapica.
Ora la comunità risulta così composta:
P.
P.
P.
P.
Piero Greco - Superiore
Cosimo Pezzolla, Vicario - economo
Cosimo De Monte - Missionario
Damiano D’ Amore - Cappellano dell’Ospedale
AUGURI A TUTTI I PADRI
DI UN SERENO CAMMINO COMUNITARIO
E DI UN FECONDO APOSTOLATO.
- pag. 12 -
SANTITA’
Sant'Alfonso Maria
de' Liguori
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei presentarvi la figura di un santo Dottore
della Chiesa a cui siamo molto debitori, perché è stato
un insigne teologo moralista e un maestro di vita spirituale per tutti, soprattutto per la gente semplice. E’
l’autore delle parole e della musica di uno dei canti
natalizi più popolari in Italia e non solo: Tu scendi
dalle stelle.
Appartenente a una nobile e ricca famiglia napoletana, Alfonso Maria de’ Liguori nacque nel 1696. Dotato
di spiccate qualità intellettuali, a soli 16 anni conseguì
la laurea in diritto civile e canonico. Era l’avvocato
più brillante del foro di Napoli: per otto anni vinse tutte
le cause che difese. Tuttavia, nella sua anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione, il Signore lo conduceva a
comprendere che un’altra era la
vocazione a cui lo chiamava.
Infatti, nel 1723, indignato per la
corruzione e l’ingiustizia che
viziavano l’ambiente forense,
abbandonò la sua professione - e
con essa la ricchezza e il successo - e decise di diventare
sacerdote, nonostante l’opposizione del padre.
Ebbe degli ottimi maestri, che lo
introdussero allo studio della
Sacra Scrittura, della Storia della
Chiesa e della mistica. Acquisì
una vasta cultura teologica, che
mise a frutto quando, dopo qualche anno, intraprese la sua opera
di scrittore. Fu ordinato sacerdote nel 1726 e si legò, per l’esercizio del ministero, alla
Congregazione diocesana delle
Missioni Apostoliche. Alfonso iniziò un’azione di evangelizzazione e di catechesi tra gli
strati più umili della società napoletana, a cui amava
predicare, e che istruiva sulle verità basilari della fede.
Non poche di queste persone, povere e modeste, a
cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi
e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava
loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro
modo di vivere.
Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri
della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla
sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe,
per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la
guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri
sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi
di fedeli. Quando, per desiderio dell’arcivescovo di
Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle
della città, presero il nome di “cappelle serotine”.
Esse furono una vera e propria fonte di educazione
morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i
poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per
scomparire.
Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di
sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le “cappelle
serotine” appaiono un modello di azione missionaria a
cui possiamo ispirarci anche oggi per una “nuova
evangelizzazione”, particolarmente dei più poveri, e
per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di
ministero spirituale, mentre laici ben formati possono
essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito
evangelico in seno alla società.
Dopo aver pensato di partire per evangelizzare i
popoli pagani, Alfonso, all’età di 35 anni, entrò in contatto con i contadini e i pastori delle regioni interne del
Regno di Napoli e, colpito dalla loro ignoranza religiosa e dallo stato di abbandono in cui versavano, decise
di lasciare la capitale e di dedicarsi a queste persone,
che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel
1732 fondò la Congregazione religiosa del
Santissimo Redentore, che pose sotto la tutela del
vescovo Tommaso Falcoia, e di cui successivamente
egli stesso divenne il superiore.
Questi religiosi, guidati da
Alfonso, furono degli autentici
missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti
esortando alla conversione e alla
perseveranza nella vita cristiana
soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi,
sparsi in tanti Paesi del mondo,
con nuove forme di apostolato,
continuano questa missione di
evangelizzazione. A loro penso
con riconoscenza, esortandoli ad
essere sempre fedeli all’esempio
del loro santo Fondatore.
Stimato per la sua bontà e per il
suo zelo pastorale, nel 1762
Alfonso fu nominato Vescovo
di Sant’Agata dei Goti, ministero
che, in seguito alle malattie da cui
era afflitto, lasciò nel 1775, per
concessione del Papa Pio VI. Lo
stesso Pontefice, nel 1787,
apprendendo la notizia della sua morte, avvenuta
dopo molte sofferenze, esclamò: “Era un santo!”. E
non si sbagliava: Alfonso fu canonizzato nel 1839, e
nel 1871 venne dichiarato Dottore della Chiesa.
Questo titolo gli si addice per molteplici ragioni.
Anzitutto, perché ha proposto un ricco insegnamento
di teologia morale, che esprime adeguatamente la
dottrina cattolica, al punto che fu proclamato dal Papa
Pio XII “Patrono di tutti i confessori e i moralisti”.
Ai suoi tempi, si era diffusa un’interpretazione molto
rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che, anziché alimentare la fiducia e la
speranza nella misericordia di Dio, fomentava la
paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo,
ben lontano da quello rivelatoci da Gesù.
Sant’Alfonso, soprattutto nella sua opera principale
intitolata Teologia Morale, propone una sintesi equili-
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brata e convincente tra le esigenze della legge di Dio,
scolpita nei nostri cuori, rivelata pienamente da Cristo
e interpretata autorevolmente dalla Chiesa, e i dinamismi della coscienza e della libertà dell’uomo, che proprio nell’adesione alla verità e al bene permettono la
maturazione e la realizzazione della persona. Ai
pastori d’anime e ai confessori Alfonso raccomandava
di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo, nel contempo, un atteggiamento caritatevole,
comprensivo, dolce perché i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro
cammino di fede e di vita cristiana. Sant’Alfonso non
si stancava mai di ripetere che i sacerdoti sono un
segno visibile dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e illumina la mente e il cuore del peccatore affinché si converta e cambi vita. Nella nostra epoca, in
cui vi sono chiari segni di smarrimento della coscienza
morale e – occorre riconoscerlo –
di una certa mancanza di stima
verso il Sacramento della
Confessione, l’insegnamento di
sant’Alfonso è ancora di grande
attualità.
Insieme alle opere di teologia,
sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla
formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose
lingue, le opere di sant’Alfonso
hanno contribuito a plasmare la
spiritualità popolare degli ultimi
due secoli. Alcune di esse sono
testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime
eterne, Le glorie di Maria, La
pratica d’amare Gesù Cristo,
opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera,
che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere
quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione.
Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad
alcuno la grazia della preghiera, con la quale si
ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e
ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò
sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra
salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma
1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito,
l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile
Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità
cristiane devono diventare «scuole di preghiera»...
Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi
un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente
da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo
Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione,
breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi
all’Eucaristia. “Certamente – scrive Alfonso – fra tutte
le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è
la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più
utile a noi... Oh, che bella delizia starsene avanti ad
un altare con fede... e presentargli i propri bisogni,
come fa un amico a un altro amico con cui si abbia
tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a
Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione).
La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La
meditazione del mistero dell’Incarnazione e della
Passione del Signore sono frequentemente oggetto
della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la
Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo
di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia,
Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci
sarà di grande conforto nel
momento della nostra morte. Egli
era convinto che la meditazione
sul nostro destino eterno, sulla
nostra chiamata a partecipare per
sempre alla beatitudine di Dio,
come pure sulla tragica possibilità
della dannazione, contribuisce a
vivere con serenità ed impegno, e
ad affrontare la realtà della morte
conservando sempre piena fiducia
nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è
un esempio di pastore zelante,
che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando
i Sacramenti, unito ad un modo di
agire improntato a una soave e
mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la
Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente
ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad
ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare
Dio e il prossimo.
In conclusione, vorrei ricordare che il nostro Santo,
analogamente a san Francesco di Sales – di cui ho
parlato qualche settimana fa – insiste nel dire che la
santità è accessibile ad ogni cristiano: “Il religioso
da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote
da sacerdote, il maritato da maritato, il mercante
da mercante, il soldato da soldato, e così parlando
d’ogni altro stato” (Pratica di amare Gesù Cristo.
Opere ascetiche I, Roma 1933, p. 79). Ringraziamo il
Signore che, con la sua Provvidenza, suscita santi e
dottori in luoghi e tempi diversi, che parlano lo stesso
linguaggio per invitarci a crescere nella fede e a vivere con amore e con gioia il nostro essere cristiani
nelle semplici azioni di ogni giorno, per camminare
sulla strada della santità, sulla strada verso Dio e
verso la vera gioia. Grazie.
BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 30 marzo 2011
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Meditazioni dal libro:
L’imitazione di Cristo
LIBRO II
Capitolo 5 - Pensare a se stessi
1. Non possiamo fare troppo affidamento su noi stessi,
perché spesso ci manca la grazia e la capacità di sentire
rettamente. Scarsa è la luce che è in noi, e subitamente
la perdiamo per la nostra negligenza. Spesso poi non ci
accorgiamo neppure di essere così ciechi interiormente:
facciamo il male e, cosa ancora peggiore, ci andiamo
scusando. Talora siamo mossi dalla passione, e la prendiamo per zelo; rimproveriamo negli altri piccole cose
e passiamo sopra a quelle più grosse, commesse da
noi. Avvertiamo con prontezza, e pesiamo ben bene ciò
che gli altri ci fanno soffrire, ma non ci accorgiamo di
quanto gli altri soffrono per causa nostra. Chi riflettesse
bene e a fondo su se stesso, non giudicherebbe severamente gli altri.
2. L'uomo interiore, prima di occuparsi
di altre cose, guarda dentro di sé; e,
intento diligentemente a se stesso, è
portato a tacere degli altri. Solamente
se starai zitto sugli altri, guardando
specialmente a te stesso, giungerai a
una vera e devota interiorità. Se sarai
tutto intento a te stesso e a Dio, ben
poco ti scuoterà quello che sentirai dal
di fuori. Sei forse da qualche parte,
quando non sei presente in te? E se,
dimenticando te stesso, tu avessi
anche percorso il mondo intero, che
giovamento ne avresti ricavato? Se
vuoi avere pace e spirituale solidità,
devi lasciar andare ogni cosa, e avere
dinanzi agli occhi solamente te stesso.
3. Grande sarà il tuo progresso se
riuscirai a mantenerti libero da ogni
preoccupazione terrena; se invece
apprezzerai in qualche modo una qualsiasi cosa temporale, farai un gran passo indietro. Nulla per te sia grande,
nulla eccelso nulla gradito e caro, se non solamente
Iddio, oppure cosa che venga da Dio. Considera vano
ogni conforto che ti venga da qualsiasi creatura. L'anima
che ama Dio disprezza tutto ciò che sia inferiore a Dio.
Conforto dell'anima e vera letizia del cuore è soltanto Dio,
l'eterno, l'incommensurabile, colui che riempie di sé l'universo.
Capitolo 6 - Gioia della buona coscienza
1. Giusto vanto dell'uomo retto è la testimonianza
della buona coscienza. Se sarai certo, in coscienza,
di aver agito rettamente, sarai sempre nella gioia. La
buona coscienza permette di sopportare tante cose ed è
piena di letizia, anche nelle avversità. Al contrario, se sentirai in coscienza di aver fatto del male, sarai sempre
timoroso ed inquieto. Dolce riposo sarà il tuo, se il cuore
non avrà nulla da rimproverarti. Non rallegrarti se non
quando avrai fatto del bene. I cattivi non godono mai di
una vera letizia e non sentono mai la pace dell'anima,
giacché «non c'è pace per gli empi», dice il Signore (Is
48,22; Is 57,21). E se la gente dice: « siamo in pace, non
ci accadrà alcun male, chi mai oserà farci del male? »
(Mic 3,11) non creder loro, ché improvvisa si leverà la collera di Dio, « e quello che hanno fatto andrà in fumo, e i
loro piani svaniranno » (Sal 145,4).
2. Per colui che ama Iddio, non è difficile trovare la
propria gloria nella sofferenza poiché ciò significa trovarla nella croce dei Signore. La gloria data o ricevuta
dagli uomini dura poco; e una certa tristezza le si accompagna sempre. Invece la gloria dei
giusti viene dalla loro coscienza, non
dalle parole della gente, la loro letizia
viene da Dio ed è in Dio, la loro gioia
viene dalla verità. Colui che aspira
alla gloria vera ed eterna non si
preoccupa di quella temporale;
invece colui che cerca questa gloria
caduca anziché disprezzarla dal profondo dell'animo, evidentemente ama
di meno la gloria celeste.
Grande serenità di spirito possiede
colui che non bada alle lodi né ai
rimproveri della gente; giacché, se
ha la coscienza pulita, si sentirà facilmente contento e tranquillo. Tu non
sei maggiormente santo se ricevi
delle lodi, né maggiormente cattivo
se ricevi dei rimproveri; sei quello
che sei, e non puoi esser ritenuto più
grande di quanto tu non sia agli occhi
di Dio. Se fai attenzione a quello che
tu sei in te stesso, interiormente, non baderai a ciò che
possano dire di te gli uomini. L'uomo vede in superficie,
Dio invece vede nel cuore; l'uomo guarda alle azioni
esterne. Dio invece giudica le intenzioni. Agire bene,
sempre, e avere poca stima di se medesimi, è segno di
umiltà di spirito; non cercare conforto da alcuna creatura
è segno di grande libertà e di fiducia interiore.
3. Chi non cerca per sé alcuna testimonianza dal di fuori,
evidentemente si abbandona del tutto a Dio. Infatti, come
dice S. Paolo, « non riceve il premio colui che si loda da
sé, ma colui che è lodato da Dio » (2Cor 10,18).
Procedere tenendo Dio nel cuore, e non esser stretto da
alcun legame che venga di fuori, ecco la condizione dell'uomo spirituale.
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PREGARE
CON I SALMI
SALMO 36
[2]Nel cuore dell'empio
parla il peccato,
davanti ai suoi occhi
non c'è timor di Dio.
[3]Poiché egli si illude
con se stesso
nel ricercare la sua colpa
e detestarla.
[4]Inique e fallaci
sono le sue parole,
rifiuta di capire,
di compiere il bene.
[5]Iniquità trama sul suo giaciglio,
si ostina su vie non buone,
via da sé non respinge il male.
[6]Signore, la tua grazia
è nel cielo,
la tua fedeltà fino alle nubi;
[7]la tua giustizia
è come i monti più alti,
il tuo giudizio
come il grande abisso:
uomini e bestie tu salvi, Signore.
[8]Quanto è preziosa la tua grazia,
o Dio!
Si rifugiano gli uomini
all'ombra delle tue ali,
[9]si saziano dell'abbondanza
della tua casa
e li disseti al torrente
delle tue delizie.
[10]E' in te la sorgente della vita,
alla tua luce vediamo la luce.
[11]Concedi la tua grazia
a chi ti conosce,
la tua giustizia ai retti di cuore.
[12]Non mi raggiunga il piede
dei superbi, non mi disperda
la mano degli empi.
[13]Ecco, sono caduti i malfattori,
abbattuti, non possono rialzarsi.
Salmo 36
Malizia del peccatore e bontà di Dio
Il salmo è una lamentazione individuale di un uomo perseguitato. Si compone di due parti che descrivono l’empio nel
peccato e il giusto nel tempio.
vv. 2-5 Il salmista inizia la preghiera con una sconsolata
costatazione: il peccato prende il posto di Dio e rende l’uomo
empio. Questi àdula se stesso, per non riconoscere la propria
irresponsabilità e detestarla. Dominato e sedotto dal peccato,
diviene un ribelle a Dio, un menzognero, incapace di avere
relazioni buone con gli altri, di compiere il bene e vive sempre sotto la suggestione del male. Nelle ore notturne, quando
nella calma lo spirito è più propenso a scegliere il bene, non
respinge il male, ma si ostina in esso.
vv. 6-7 Il salmista, con un brusco passaggio, inizia a parlare
di Dio trascendente, infinito, fedele, giusto e provvidenziale
verso le sue creature. La sua grazia raggiunge il cielo, la
fedeltà tocca le nubi, la sua giustizia l’altezza dei monti, il suo
diritto le profondità.
vv. 8-9 Nel tempio Dio manifesta quanto è preziosa la sua
grazia; i giusti vi trovano rifugio come i pulcini sotto le ali della
chioccia e si saziano delle vivande sacre e dissetano al torrente delle sue grazie.
vv. 10-12 Il salmista rivolge ora a Dio una supplica riassuntiva ed ardente: Voglia egli dal tempio continuare a donargli la
sua grazia e a beneficare coloro che vivono nello spirito dell’alleanza. In particolare lo prega che lo difenda dai superbi e
dagli empi; non permetta inoltre che essi lo scaccino dal tempio e dalla nazione.
v. 13 Dio giusto non rimane indifferente alla supplica finale
del salmista, ma interviene in forma fulminea, schiantando i
peccatori, che si ritenevano tanto sicuri. Colpiti dal suo terribile giudizio, essi si ritrovano distesi a terra ed incapaci di rialzarsi.
Lettura cristiana
Gesù ha parlato del peccato che distrugge l’uomo, ma anche
della grazia che lo redime. A coloro che si sentono sicuri di
sé, egli dice: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma
siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv
9,41).
Ora egli è il nuovo tempio dove trovano rifugio, coloro che
credono nel suo nome. Per costoro egli imbandisce il banchetto eucaristico, garantendo che la sua carne è vero cibo,
il suo sangue vera bevanda. Chi mangia la sua carne e beve
il suo sangue dimora in lui e egli in loro (Gv 6,55-56).
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