GIOVANNI ANSALDO
GRIGIOVERDE
Le Lettere
I
DUE RAGAZZI TRIESTINI*
Rovistavo, tempo fa, in una cassetta di vecchie carte; mi capitò tra mani,
di un tratto, un manipolo di lettere, raccolte in una bustina bianca.
Sulla bustina, c’era un francobollo austriaco da venticinque heller, un
francobollo con il profilo di Franz Joseph, e torno torno la dicitura:
«Kaiserliche-königliche Österreichische Post»; e il bollo nitido, chiaro: «Trieste-Triest». Lettere, dunque, di un tempo già tanto lontano, di
quando l’impero d’Austria, non contento di umiliarci con il confronto
del suo esercito strapotente, delle sue fortificazioni formidabili, della
sua burocrazia competentissima, ci umiliava perfino coi suoi francobolli, che erano tanto più belli, più grossi, più solidi dei nostri miserini…
Lì per lì, guardando la busta, e i caratteri minuti dell’indirizzo, non
ricordai chi avesse potuto essere, a scrivermi allora, da «Trieste-Triest».
Ma scorse le lettere, data un’occhiata alla firma, il ricordo di quell’episodio venne a galla, nel pozzo della memoria. La firma della prima
lettera è «Ugo Polonio». E, sotto, l’indirizzo: «Via San Francesco d’Assisi, n. 30, IV». Sicuro: come non ricordare un nome e un indirizzo che
avevo scritto tante volte, sulle lettere di risposta? Oh, che rammarico,
oh, che vergogna non essermene ricordato subito, appena prese quelle
letterine tra mani…
Si era, precisamente, nel 1914. Sotto il quarto ministero Giolitti. In
quell’epoca, i ragazzi dovevano spesso adattarsi ad uscire con vestiti di
ripiego, e con cappotti ridotti e rivoltati; erano tenuti estremamente a
stecchetto dai padri in quanto a quattrini; e dovevano sostenere battaglie per avere, la sera, la chiave di casa. Per di più, c’era ancora il “fronte
unico” tra professori e parenti; e questa alleanza funzionava benissimo,
nel senso che se un professore mandava a chiamare il padre di uno scolaro per dirgli che suo figlio era uno scaldabanchi, il padre gli dava subito
* «Il Borghese», 15 novembre 1953.
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ragione senza cercare attenuanti, e faceva al figlio scenate tremende lì,
su due piedi, nel corridoio della presidenza. Né alcun giornalista parlava del «problema dei giovani»; né alcun legislatore dei cosiddetti «diritti
dei giovani». Tutti, in generale, propendevano a ritenere che i ragazzi
non avessero alcun diritto. Tuttavia, anche così tenuti bassi, i ragazzi
di quei tempi erano sicurissimi del fatto loro. Prima di tutto, erano nazionalisti – di istinto, più che di idee e di dottrina – di un nazionalismo
che si sfogava in grandi fischiate sotto i consolati d’Austria. Il varo di
una nuova dreadnought era per loro un avvenimento importante; perché
essi trovavano che l’Adriatico era davvero «amarissimo». Poi, avevano ancora una forte capacità di indignarsi e di entusiasmarsi; le tirate
di Vitaliano in Romanticismo li mandavano in visibilio; e non avevano
vergogna di farsi vedere con gli occhi umidi. Infine, erano animati da
una ambizione fortissima, che si fondeva stranamente, nei loro cervelli,
con i progetti di guerra all’Austria, e con le esaltazioni poetiche; ed era
quella di mettere al più presto i pantaloni lunghi, per potere andare a
donne. Sarà stata una ambizione, questa, turpe, viziosa, riprovevole; ma,
insomma, essi la legavano con l’Inno a Oberdan e con l’Ode a una torpediniera da preda, e così, in qualche modo, la nobilitavano. Insomma, per
quanto slegati e scervellati fossero, quei ragazzi una certa spontaneità di
sentimenti, un certo fervore di vita bisogna riconoscere che l’avevano, e
che sentivano già, come si suol dire, l’erba nascere…
Il più bello era che, ogni tanto, questi ragazzi, così slegati e scervellati
com’erano, cercavano di stringersi in qualche cosa, o a qualche cosa; e
nascevano allora, come funghi, le associazioni studentesche. Mettete che,
allora, di queste associazioni, ne spuntassero cento all’anno, e vi tenete
bassi nel conto. Adunanza costitutiva, qualche festa goliardica, qualche
manifestazione, due o tre telegrammi di adesione agli studenti italiani di
Graz o di Innsbruck, qualche numero di un periodico studentesco… Poi
venivano le vacanze, e quei ragazzi, che non avevano campeggi, si sfogavano in grandi corse in bicicletta. Gran Coppa Basaluzzo, Gran premio
Pontedera. E l’associazione moriva.
Ora, una di queste associazioni, un pochino più in gamba delle altre,
con un po’ più di idee e di mezzi, nel 1914 l’aveva impiantata a Siena
Luigi Bonelli-Cetoff; ho anche una vaga idea del periodico suo dalla
copertina adorna di fregi alla De Karolis.
L’associazione, come naturale, era irredentista; aveva progettato non
so più quale azione generale di tutti gli studenti d’Italia in favore della
Lega Nazionale, che era l’organo massimo della resistenza italiana nelle
province irredente. E queste lettere, che ho qui sul tavolo, si riconnettono a questa iniziativa. Il Polonio, studente triestino, aveva scritto ai
più vispi tra i propagandisti dell’associazione… Aveva scritto senza conoscere nessuno di persona, naturalmente; così, per la gioia di scrivere
due ragazzi triestini
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a dei coetanei italiani, per il fervore di sfogarsi, in qualche modo, a
parlar di politica, di lotte ideali, di sogni, con gente della stessa lingua,
della stessa generazione; di quella che di lì a poco tempo si sarebbe più
propriamente chiamata: «la stessa leva»…
La prima lettera del ragazzo triestino comincia così: «Caro compagno» (compagno di scuola, naturalmente). E dice: «Io non so se tu conosci Trieste e non so se ti formi un concetto esatto delle condizioni
di queste nostre povere terre; saprai in ogni modo che vi sono ancora,
fuori dei confini del Regno, molti che parlano italiano, molti che vivono
della vostra vita e fremono dei vostri entusiasmi… Non so dunque se
tu conosci questa città di lotte e di speranze, ma se ne hai una benché
pallida idea, ti potrai immaginare con che animo noi si sia accolta la
notizia della vostra iniziativa. Fra noi si era già pensato alla necessità di
un legame tra la studentesca del Regno e la nostra; ma ora quest’opera
prende proporzioni colossali, non sono più singole province, è tutta
l’Italia messa in relazione per mezzo delle sue energie più belle… Se voi
accetterete di combattere al nostro fianco, ci sentiremo più forti per il
vostro appoggio, più sicuri per il vostro consentimento».
Queste righe, lo si sente, sono scritte da un giovane fervoroso e ingenuo; hanno la freschezza e il fiore della giovinezza, hanno quella che
Lucrezio chiama novitas florida… Il ragazzo triestino che le scriveva
aveva allora diciassette anni.
«Tu mi hai chiesto di informarti dei miei studi. È presto detto. Io
sono in settima ginnasiale, e precisamente in quel ginnasio che la I.R.
Luogotenenza proibì al Comune di Trieste di chiamare Ginnasio Dante
Alighieri permettendosi però di fregiarlo del nome dell’Imperatore o di
un membro della famiglia imperiale. Chissà per che “individuo pericoloso al nesso dell’Impero” lo avranno preso, povero Dante!».
Il ragazzo di Trieste è tutto preso nella lotta eroica che la sua città
sostiene contro l’oppressione asburgica e l’invasione slava; è una questione di difesa concreta che, per lui, si presenta tutti i giorni e tutte le
ore. Altro che le fischiate quindicinali degli studenti del Regno sotto le
finestre dei consolati! Egli è veramente sul fronte della lotta nazionale,
dove il terreno è conteso, piede a piede, dove ogni uomo è impegnato.
«La tua lettera – egli scrive – per me costituisce una nuova prova contro quelli che qui asseriscono che noi, nel Regno, siamo dimenticati. Io
non l’ho mai creduto. Io spero che voi sappiate in che condizioni noi ci
troviamo sotto un governo che non è il nostro e con quale ansiosa attenzione noi si segua lo svolgersi del pensiero nazionale che forse un giorno
ci porterà alla nostra redenzione… Forse a leggere queste mie righe tu
riderai della mia ingenuità. Lo so, questi nostri son sogni, e rimarranno
forse eternamente tali, ma anche di sogni noi abbiamo bisogno per non
scoraggiarci nelle battaglie che dobbiamo quotidianamente sostenere».
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Segue il racconto di uno di quegli episodi, che nell’ambiente triestino
di avanti guerra erano avvenimenti che esaltavano le menti e le fantasie:
«Questi giorni abbiamo avuto una delusione; ci si aspettava la visita di
una nave da guerra italiana che doveva venire a prendere il Principe
di Wied. I circoli giovanili erano in subbuglio; per la prima volta nelle
nostre acque sarebbe giunto il tricolore. Noi già ci preparavamo ad
abbracciare i nostri fratelli; ma ora ci si annuncia con tutta certezza che
non giungono. Ti confesso che più di uno n’è rimasto molto dispiacente. Eppure se a distogliere il governo del Regno dal mandare la nave è
stata la ripugnanza di far salutare la bandiera austriaca sventolante in
un porto italiano, noi non abbiamo che a ringraziare».
Ma poi la lotta per le scuole italiane in Austria lo riprende tutto. In
una lettera in data 28 febbraio 1914, il Polonio scrive: «È inutile che io ti
ricordi la nostra questione universitaria; tu saprai che noi domandiamo
una università dal milleottocentoquarantotto. Ora finalmente l’Italia ha
preso verso l’Alleata un contegno più energico e che, lasciamelo dire, le
conviene meglio di quello arrendevole adottato altra volta. È però ancor
dubbio se ci daranno l’università. Ad ogni modo la Camera è convocata
per il 5 marzo, e, sbrigati due progetti di legge, parlerà finalmente di noi».
E in una lettera del 29 marzo: «Qui noi passiamo un periodo molto
agitato. Tutta la stampa slovena ci si è scagliata contro violentemente,
dopo l’incidente della Scuola Revoltella che essa si studiò di gonfiare a
bella posta dando il nome di “martiri” ai suoi connazionali aggressori.
Essa ha dato fiato a tutte le trombe: “Assalto a Trieste!”. A Graz i nostri studenti universitari non si trovano in condizioni migliori. Oramai
sono in poche decine perché la maggioranza è partita per le vacanze
pasquali, e per uscire di casa devono essere sempre armati. Or ora mi
si racconta di cinque studenti nostri che dovettero stare tutta la notte
barricati in un caffè perché assediati da un centinaio di studenti slavi
armati di randelli e di rivoltelle».
Il Polonio è veramente nella lotta; e come sempre succede a chi è
impegnato a fondo, molto spesso manca del senso delle proporzioni,
del senso critico; la lotta di Trieste è il suo mondo, il suo tutto, e, perché
non succeda più che gli studenti italiani siano picchiati a Graz, vorrebbe quasi che l’Italia saltasse senz’altro addosso all’Austria… E poiché io
(Dio sa con quali argomentazioni!) devo averlo richiamato a un po’ più
di diplomatica pazienza, ecco la sua risposta: «Leggendo la tua lettera
mi è venuto il timore che tu mi abbia frainteso. Non mi è mai passato
per la testa il pensiero di dire che l’Italia dovrebbe affrettare una guerra. Lo so che non è ancora il tempo. Quello che noi desideriamo per ora
è l’avere con noi l’opinione pubblica del Regno, la Nazione; ed è per
questo che tentiamo sempre di farvi conoscere le nostre condizioni…».
Povero ragazzo di Trieste! Questi si scusa del suo fervore italiano;
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quasi cerca di nasconderlo, di fare il diplomatico anche lui, di essere
«triplicista» come erano tutte le persone serie, le quali poi non erano
punto serie; e tutte le persone che contavano, le quali poi non contavano niente, come chiaramente si vide, nel Regno…
Ma nella lettera successiva è di nuovo ottimista, tutto ardente: «Sì: recentemente sono anche giunti aiuti finanziari alla nostra Lega Nazionale,
da Roma, da Terni, da Udine, da Venezia, e ti assicuro che ci giungono
sempre a proposito perché i bisogni si fanno sempre maggiori benché
Trieste sola contribuisca con più di un quarto di milione ogni anno… E
in quanto alla stampa del Regno non abbiamo da lagnarci ché massimamente negli ultimi tempi tutti i giornali hanno parlato di noi. Leggendo
per esempio gli articoli dei maggiori giornali italiani a proposito del
Convegno di Abbazia mi sono realmente stupito nel vedere come posponevano tanti problemi pur vitali per l’Italia alla difesa nostra. E questo
per ora ci basta; ci basta perché l’opinione pubblica e la stampa hanno
una forza poderosa e possono anche intimorire in certe occasioni il governo I.R. e lo possono quindi debitamente frenare; e ancor più perché
preparano intanto la Nazione che aspetterà il momento opportuno che le
verrà indicato da chi la governa».
Questa lettera è l’ultima. Essa porta la data del 27 aprile 1914. A
questa data l’Italia era già governata da Antonio Salandra. Il povero
ragazzo di Trieste che aveva scritto di momento opportuno non sapeva,
non sospettava, non sognava neppure, che quel momento opportuno,
da lui rinviato indefinitamente nel vago futuro, era incombente. Se gli
avessero detto: «Ora tu farai gli esami per essere promosso all’ottava
ginnasiale; poi ci sarà un attentato, così e così, a Seraievo; poi scoppierà
la guerra; poi, nel maggio dell’anno venturo “chi governa l’Italia le indicherà il momento opportuno”» che salti di gioia, nelle stanze del quarto
piano del numero 30, in via San Francesco d’Assisi, a Trieste… E che
lettera di fuoco e di fiamma al corrispondente genovese!
Rilette queste lettere, mi prese il desiderio di sapere con esattezza la
sorte del ragazzo triestino. Di lui, dopo l’ultima sua lettera dell’aprile
1914 non avevo ricevuto più niente; la guerra… Ugo Polonio! Avevo
sì, l’impressione di aver letto questo nome in qualche elenco di morte
e di gloria. Doveva essere caduto in guerra, certo. Ma dove, ma come?
Ho scritto, dunque, a Mario Nordio, che sa tutto, sui ragazzi triestini
di prima del 1914, sui suoi compagni. Ecco qui la sua risposta: «Ugo
Polonio di Ettore. Nato a Trieste il 17 gennaio 1897. Studente, di ardenti sentimenti nazionali, si arruolò volontario il 24 maggio 1915 nel
58° Reggimento Fanteria. Promosso sottotenente, dopo essersi sempre
distinto per fede e valore, cadde a Vermegliano, il 22 ottobre 1915. Gli
venne assegnata la medaglia d’oro al valor militare. È il primo irredento
insignito dell’altissima onorificenza».
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Motivazione della medaglia d’oro: «Polonio Ugo, da Trieste, sottotenente volontario nel 58° Reggimento Fanteria. Già distintosi per ripetute prove di cosciente ardimento, preparava il 20 ottobre l’attacco alle
trincee nemiche, facendo brillare, con alcuni suoi valorosi, tubi esplosivi nei reticolati. Col plotone, infiammato del suo stesso entusiasmo,
mosse all’attacco tra l’infuriare del fuoco avversario. Ferito una prima
volta, persisteva nella corsa, e al grido di “Savoia” giungeva primo alla
mèta: quivi caduto per mortali ferite, trovava la forza, spirando, di dirsi
contento di morire per la Patria. Vermegliano, 22 ottobre 1915».
Con le parole nude e solenni della motivazione, tutto è detto. La
mia curiosità, d’essere informato con precisione sul ragazzo triestino,
è stata accontentata. Così ho ripiegato le lettere. Le ho rimesse nella
piccola busta con sopra il francobollo azzurro di Franz Joseph, e il bollo «Trieste-Triest». E il pensiero ha indugiato sugli anni lontani della
giovinezza; quando ricevevo poca posta, e punti libri in omaggio «con
preghiera di recensione»; ma ero degno, almeno in nome delle comuni
speranze, che Ugo Polonio mi scrivesse da Trieste, incominciando così:
«Caro compagno»… E mi sono chiesto con una punta di malinconia,
se a Trieste ci siano, e crescano ancora ragazzi che somiglino a Ugo
Polonio.
Ma un’ora dopo sono stato punito del mio dubbio, perché, recatomi
in redazione, trovo le prime notizie di ciò che è accaduto a Trieste nella
giornata del 5 novembre [1953] dinanzi alla Chiesa di Sant’Antonio
Vecchio; e ho letto sui fogli della telescrivente della morte dello studente Pietro Addobbati, di quindici anni, e visto la telefoto di lui, portato
a braccia all’ospedale, moribondo, e moribondo per avere gridato, dinanzi alla polizia di Winterton, la sua volontà di restare italiano…
Sì; a Trieste ancora crescono dei ragazzi come c’erano nel 1914.
Siamo noi, che siamo mutati, e siamo diventati più pigri, più tardi, più
vili, e indegni di essere chiamati «compagni» da loro. Ma a Trieste, i
fratelli minori di Ugo Polonio ci sono ancora.
II
I PRIMISSIMI*
Apro e sfoglio, alla ricerca di una certa notizia, il volume del secondo
semestre della «Illustrazione Italiana» del 1914; cioè del semestre in cui
esplose la prima grande guerra d’Europa. La rivista settimanale del vecchio Treves era allora all’apogeo suo della notorietà e della autorità; e
trovo che, in effetti, essa nel tragico agosto di quell’anno riesce a dare una
idea abbastanza approssimata della bufera che si è scatenata sull’Europa.
Scene della mobilitazione nelle varie capitali, con i richiamati tedeschi
che scrivono col gesso Nach Paris sui vagoni che li devono portare alla
frontiera; dimostrazioni di folle a Parigi per accompagnare alla Gare du
Nord contingenti di rappelès, con donne oneste e fiere, che marciano
con la mano nella mano dei loro mariti; gli sbarchi dei primi reggimenti
scozzesi, con le cornamuse in testa, a Dunkerque e negli altri porti della
Manica; prime vedute fotografiche di una grande battaglia che infierisce
lungo tutto l’arco della frontiera settentrionale francese, battaglia che per
il momento non ha ancora un nome definito, e che si chiamerà di lì a poche settimane «Battaglia della Marna», prime vedute di un’altra battaglia
che si sta svolgendo alla frontiera orientale tedesca, dove in una prima
fase i russi hanno avanzato, e donde, qualche settimana dopo, comincia
ad arrivare il nome del generale tedesco che li ha fermati, e di cui di lì a
poco tempo tutti conosceranno: Hindenburg. E in questa raccolta di visioni di guerra l’Italia non è per nulla rappresentata perché l’Italia ha dichiarato fin dai primi di agosto la propria neutralità, ed è completamente
«fuori». Le sole illustrazioni che la riguardano sono quelle dell’arrivo a
Chiasso di treni carichi di emigrati nostri, che rientrano in patria perché
per loro non c’è più posto in Europa.
Quando ad un tratto, al voltare di una pagina, più esattamente alla
pagina 263 di quel semestre, trovo la notizia che cercavo: «Italiano
* «Il Mattino», 21 agosto 1964.
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grigioverde
morto eroicamente in guerra». E sotto a questo titolo la fotografia di
un volto fiorente di giovinezza; è quello di un giovane napoletano,
Francesco Conforti, discendente da una famiglia illustre nelle vicende
del liberalismo meridionale, arcipronipote dell’Abate Conforti, caduto
vittima della reazione borbonica del 1799; nipote di Raffaele Conforti,
Ministro del Regno d’Italia; parente di Luigi Conforti, poeta di una certa voga nella società napoletana nell’epoca della «buona vita» giolittiana. E leggo un articoletto che racconta il perché ed il modo in cui quel
giovinetto napoletano morì. Egli era di idee vagamente repubblicane e
naturalmente irredentista; convinto cioè che bisognasse impiantare in
Italia la repubblica, perché la monarchia era troppo tarda, e pigra, e
impacciata da riguardi dinastici, per adempiere il grande lascito morale
del Risorgimento; la liberazione di Trento e Trieste, operazione che, naturalmente, in mente sua come in mente di tanti suoi compagni, doveva
accompagnarsi con lo spiantamento dell’Impero austriaco, e con la liberazione delle nazionalità balcaniche, naturalmente «oppresse»; e con
la fondazione di una bella Confederazione Balcanica destinata a fiorire
nella concordia più completa, e destinata ad essere, inutile dirlo, amicissima dell’Italia anch’essa nel frattempo diventata repubblicana. E
leggo che con questi generosi propositi in capo il giovane Conforti (che
secondo la «Illustrazione Italiana» era anche ben provveduto di mezzi)
aveva deciso la partenza sua, e quella di un gruppo di suoi giovani amici, ondeggianti tra il radicalismo e l’anarchismo, solidali, comunque,
con lui nell’opinione che bisognava partire subito, prestissimamente,
senza indugio, per andare a dare una mano ai serbi, che difendevano
Belgrado contro le armate austriache. Ed erano partiti, dunque, lui,
Francesco Conforti; e Cesare Colizza, e Mario Corvisieri, e Vincenzo
Rocca e Nicola Goretti, e Arturo Reale, tutti o di Roma o dei Castelli
Romani; ed avevano raggiunto per mare le terre balcaniche, probabilmente ad Antivari; e di là, chissà come, avevano raggiunto la linea donde si sparava addosso alle truppe di Seiner Kaiserlicher und Koniglicher
Majestat Franz Joseph, in un posto montano chiamato Babina Glava,
dov’erano rimasti uccisi quattro su sei di essi nel tentativo di fronteggiare un assalto delle truppe austriache.
Non mi risulta che la tragica avventura di quei giovani libertari
romani abbia avuto molta eco sulla stampa del tempo, tutta occupata a parlare delle grandi battaglie che si svolgevano in Francia e nella
Prussia Orientale. Non ne ho trovato traccia neppure nelle relazioni
e nei telegrammi del barone Squitti, allora nostro rappresentante alla
Corte di Belgrado, pubblicati nel XII volume di Documenti Diplomatici
Italiani che si riferiscono al fatale biennio 1914-1915, pubblicato a cura
dal Ministero degli Esteri. So che subito dopo la morte di quei giovanotti furono pubblicati a Roma opuscoli e volantini di cui per altro
i primissimi
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non ho avuto mai un campione. Eppure, a guardare bene quel tragico
episodio, noi, con il gran vantaggio che c’è conferito dal “senno di poi”;
comprendiamo benissimo l’importanza sintomatica di quella spedizione disperata ed eroica di giovani che lasciano la dolce e comoda Roma
di quell’estate per andare a combattere un nemico che non scherzava, e
per lasciare la pelle su qualche disperata sassaia serba.
Essi dunque sono i primissimi. Essi sono il presagio di una partenza
più numerosa e più importante: quella dei garibaldini per le Argonne,
effettuata l’inverno successivo, con tanto maggiore clamore, con tanto maggiore spargimento di sangue, con tutto l’alone irraggiato su di
essa dal grande nome e dalle grandi memorie di Garibaldi. Ma non
basta. C’è dell’altro. Quella piccola spedizioncina preparata e (forse)
finanziata da un giovane napoletano, quella spedizioncina che nessuno
ricorda più è, a considerarla bene, il presagio di ciò che avverrà nel
maggio dell’anno successivo, quando centinaia di migliaia di giovani
coetanei dei combattenti a Babina Glava chiederanno anch’essi di partire, per ideali, e speranze, illusioni simili a quelle da cui erano animati
il Conforti e i suoi compagni. L’interventismo italiano che divamperà
nelle giornate dell’aprile e del maggio successivi è già tutto, in nuce, in
germe nella spedizione del Conforti. È già tutto in quell’ansia di quei
giovanotti che osano dichiarare essi la guerra a Sua Maestà Imperiale e
Reale Francesco Giuseppe e pagano di persona per la loro personalissima dichiarazione di guerra.
Ed è perciò che io dopo avere parlato di loro indugio ancora a guardare la fotografietta di Francesco Conforti; e parmi di riconoscere in
essa i tratti di tanti compagni della mia gioventù.
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1917. Giovanni Ansaldo
INDICE
Prefazione di Francesco Perfetti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . p.
Due ragazzi triestini. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I primissimi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un militare modello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sguardi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quel 24 maggio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un italiano in Francia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I cinesi di Château Thierry . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I denti d’oro. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
“Celta ferox” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I giorni del Piave . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Due gesti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Intermezzo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La testa più grossa della compagnia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I denari dei soldati. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La «meschina». . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Un principe romano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ombre . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’inventore del Lager. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Una birretta a Bad Orb . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ti ricordi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I tre russi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La reliquia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Congedo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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