Club Alpino Italiano Finale Ligure Scuola di Alpinismo “Gianni Calcagno” Sentiero CAI Finale Ligure N. 1 Gruppo Grotte Borgio Verezzi Pubblicazione promossa dalla Sezione CAI di Finale Ligure con il contributo del Comune di Finale Ligure Testi e fotografie: Walter Nesti ONC – ORTAM CAI Finale Ligure (salvo dove diversamente indicato) Si ringraziano per la collaborazione: Giuseppe Vicino Daniele Arobba Andrea De Pascale Simona Mordeglia Un ringraziamento particolare a: Walter Daccò e Riccardo Granieri per la marcatura e segnaletica del percorso Club Alpino Italiano – Sezione di Finale Ligure Piazza del Tribunale, 11 – 17024 Finale Ligure (SV) Telef. +39 019694381 www.caifinaleligure.it - [email protected] Scuola di Alpinismo e Arrampicata Libera “G. Calcagno” C.A.I. Finale Ligure [email protected] Museo Archeologico del Finale Chiostri di Santa Caterina 17024 Finale Ligure Borgo (SV) Telef. +39 019 690020 Fax: +39 019 681022 [email protected] www.museoarcheofinale.it Orario di apertura: 10 – 12 e 16 – 19 (luglio – agosto) 9- 12 e 14.30 – 17 (da settembre a giugno) Lunedì chiuso Come sezione del CAI, ci siamo sempre occupati della manutenzione di parte della rete sentieristica del territorio finalese ma non abbiamo mai avuto un sentiero “nostro”. Con la “Via del Purchin” abbiamo finalmente colmato questa lacuna e realizzato un progetto che covava sotto la cenere da molto tempo. Il nome, “Purchin”, definizione locale del Porcellino di Terra, un piccolo crostaceo (Armadillium vulgare) la cui caratteristica è quella di appallottolarsi su se stesso se viene disturbato o minacciato, è stato scelto, non solo perché il “Camino del Purchin” , aperta nel 1977, è una delle vie di arrampicata storiche della Rocca di Perti, o perché semplicemente accattivante. La denominazione di questo itinerario vuole essere un omaggio a “I Purchin”, il primo gruppo di arrampicatori finalesi, quando il free-climbing a Finale era ancora lontano da diventare il fenomeno di massa che è oggi, dalle cui ceneri si può dire sia nata la Scuola di Alpinismo “Gianni Calcagno” della nostra Sezione. Ma, mi piace sottolineare, la “Via del Purchin” non vuole essere solo un tracciato escursionistico fine a se stesso ma un itinerario che permetta di scoprire la storia, le natura e l’ambiente dei luoghi attraversati. La zona monumentale del Becchignolo con i suoi castelli , la Rocca di Perti, così ricca di storia e dai panorami mozzafiato, la Valle dell’Aquila con le sue aree coltivate, per non parlare di Finalborgo, che non ha bisogno di presentazioni tanto è conosciuto. Speriamo, con questa pubblicazione, di essere riusciti nell’intento. Walter Nesti Presidente CAI Finale Ligure Geologia della Rocca di Perti di Giuseppe Vicino La Rocca di Perti (397 m, che costituisce anche il punto più elevato) è un imponente complesso calcareo (Pietra di Finale) che si erge fra la Val Pora, posta sul fondovalle e sulla destra idrografica, ed il vallone della Valle o valle di Montesordo, situato sulla sinistra e posto ad una certa quota in quanto rappresenta una valle fossile all’interno della complicata orografia finalese. La situazione geologica della Rocca di Perti ripete in parte quanto emerge nella parte sud-occidentale della zona delle Arene Candide dove imponenti lavori di cava, giunti sino ai giorni nostri, hanno chiaramente rivelato una sovrapposizione dei terreni miocenici direttamente sui calcari triassici. La Rocca di Perti vista da Calice Ligure Solo nella parte più elevata della valle di Montesordo troviamo un contatto con i terreni più antichi (scisti permo-carboniferi). Per quasi tutta la Rocca di Perti gli strati si presentano orizzontali o sub-orizzontali contribuendo a dare alla formazione un aspetto di solidità reso ancor più evidente se si osserva la rocca di Perti dalla cittadina di Calice Ligure. Tutta la formazione è caratterizzata dalla presenza di fossili marini, rappresentanti della popolazione faunistica che abitava quell’antica insenatura di mare tropicale di circa 25 milioni di anni fa. Osservando una carta geologica è ancor oggi ben visibile la copertura operata dal mare miocenico per oltre una trentina di km 2 Anche in questo punto del Finalese la Pietra di Finale presenta notevoli fenomeni carsici come grotte e ripari mentre non mancano forme di condotti ipogei a pressione ed esempi notevoli di forme erosive di superficie (Le Formaggette e la cosi detta Acropoli). Notevole rilievo rivestono anche i numerosi itinerari d'arrampicata che si trovano lungo i suoi fianchi. I settori interessanti alpinisticamente sono il versante Ovest e la parete Nord, dove esiste la massima concentrazione di vie. Il versante ovest della Rocca di Perti La formazione delle “formaggette” La formazione rocciosa definita “Acropoli” Preistoria ed archeologia di Giuseppe Vicino Tralasciamo la zona del Becchignolo, i cui monumenti sono descritti nei box a corredo della spiegazione dell’itinerario, per parlare della preistoria della Rocca di Perti che, al pari delle restanti zone del Finalese, è molto ricca e sufficientemente documentata. Bisogna però separare i siti e le grotte che si trovano alla base della formazione (in qualche caso originatisi per discontinuità geologica) dalle emergenze situate lungo i fianchi e sulla superficie sommitale della Rocca. Sui fianchi occidentali e alla base della formazione della Rocca di Perti si trova l’Arma dei Tre Solai – da non confondersi con l’ampio riparo posto in quota elevata che oggi presenta una scritta in tal senso – conosciuta già dai vecchi ricercatori e che ha dato reperti di Orso delle Caverne mescolati a ceramica dell’età del Ferro, fra i quali è notevole un coperchio di urna cineraria. Serie di coppelle incise nella roccia, nei pressi dell’Acropoli. Risalenti all’Età dei Metalli, riproducono, presumibilmente, la costellazione delle Pleiadi Ph. Giuseppe Vicino Ph. G. Vicino Arma delle Anime Ph. Giuseppe Vicino Orcio neolitico rinvenuto all’Arma delle Anime A San Sebastiano, nei pressi dell’omonima chiesa, è stato individuato un insediamento, disposto in modo caotico, del Neolitico antico a ceramica Cardiale. È fra i più antichi siti neolitici della Liguria e dimostra come i neolitici liguri avessero già avviato pratiche agricole intorno al sesto millennio a.C. Sulla Rocca di Perti sono da segnalare: l’Arma delle Anime, una grotta scavata dal Gruppo Ricerche della Sezione Finalese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, dal 1962 al 1964. I reperti ritrovati sono rappresentativi di vari momenti preistorici, dal Neolitico antico all’età del Ferro. Resti del perimetro di una capanna nel “Villaggio delle Anime” e sua costruzione ipotetica (disegno di Oscar Giuggiola) Lungo le pendici che vanno dal punto più elevato della Rocca di Perti verso la Valletta delle Anime, è stato evidenziato un insediamento dell’età del Ferro (VIII – VI sec a. C.) – il Castelliere di Rocca di Perti, detto anche “Villaggio delle Anime” - con costruzioni in pietre a secco di forma quadrata e rettangolare, che restituirono quanto rimasto di un villaggio protostorico esteso su alcune centinaia di m2. Recentemente sono state anche individuate, nei pressi dell’Acropoli, insiemi di incisioni rupestri che testimonierebbero attività e/o culti legati alla frequentazione dei luoghi. Da segnalare anche, nei pressi della Chiesa di S. Eusebio, una necropoli romana con diverse tombe datate tra I e IV sec. D. C. Ricostruzione del castellaro ligure della prima età del Ferro, denominato “Villaggio delle Anime” esposto presso il Museo Archeologico del Finale CENNI SUL PAESAGGIO VEGETALE Lungo il tracciato della “Via del Purchin” si potranno osservare i principali aspetti vegetazionali del Finalese, caratterizzati da una natura per la maggior parte calcarea del substrato e dalla scarsità di precipitazioni nel periodo estivo, senza dimenticare l’influenza di altri fattori determinanti come l’intensità dell’esposizione solare e l’elevata temperatura media annuale. Tutto questo, unito all’azione del vento, che in questa zona sovente è intenso, fa che gli ambienti siano molto aridi, adatti ad ospitare specie tipiche della vegetazione mediterranea. Fioriture di cisto biancastro (Cistus albidus) lungo la Via del Purchin La prima parte del percorso, da Finalborgo a Perti Alto, si sviluppa in un ambiente contraddistinto da un ambiente brullo e roccioso con una vegetazione piuttosto degradata, a macchia secondaria, causata da un impoverimento del suolo dovuto principalmente all’attività antropica con taglio ricorrente delle piante o al ripetuto passaggio del fuoco nel corso degli anni, permettendo l’insediamento di specie arbustive meno esigenti come il cisto, l’erica e la ginestra. Nelle zone dove il degrado del suolo è più accentuato si trova una vegetazione erbacea con radi arbusti come, ad esempio, alcune piante aromatiche: timo, lavanda e rosmarino. Solo in alcuni tratti della dorsale del Becchignolo la vegetazione è caratterizzata da macchia bassa, dove lo strato arboreoarbustivo raramente supera i due metri, principalmente costituito da corbezzoli, alaterno e lentisco. Ginestra fiorita (Spartium junceum) Superato il borgo di Perti l’tinerario si sviluppa lungo l’omonima Rocca. L’ambiente cambia radicalmente e la copertura arborea è costituita quasi integralmente dalla lecceta, in cui si associano sovente roverella e carpino nero a formare un bosco misto termofilo. La lecceta è la vegetazione climax di questo territorio. Il leccio resiste alla siccità, anche se preferisce una moderata piovosità, e non patisce eccessivamente il freddo; in condizioni ottimali può arrivare anche a 20 metri di altezza; le foglie sono ovali, scure e coriacee e formano chiome piuttosto dense, perennemente verdi. Le leccete che si possono osservare lungo il percorso sono piuttosto giovani, come si intuisce dalle dimensioni degli alberi che hanno ricolonizzato il territorio dopo un breve periodo di riposo dal taglio. La zona coltivata della Valle Aquila Il pino domestico monumentale Proseguendo lungo il perscorso, si scollina la dorsale della Rocca di Perti e si inizia la discesa sul versante settentrionale, tra macchia alta, lecceta e tratti a maggior pendenza con vegetazione più rada. L’area di fondovalle (Valle Utra) conserva ancora una discreta attività agricola. Nella parte alta sono presenti principalmente vigneti e frutteti mentre in basso è diffuso l’uliveto. Raggiunta la Valle Aquila, nella borgata Sottoripa merita di essere osservato un gigantesco pino domestico. L’esemplare è iscritto nel registro degli alberi monumentali italiani. L’albero, dall’età stimata di 200 anni, svetta imponente e maestoso. L’itinerario L’itinerario si sviluppa ad anello ed ha come punto di partenza/arrivo Piazza del Tribunale a Finalborgo, sulla quale si affaccia l’omonimo Palazzo medievale, recentemente restaurato. Percorrendo l’antica “Strada della Regina” o “Via Beretta” ben visibile, anche grazie alla caratteristica “mattonata” centrale, a sinistra del caseggiato, che in discreta ascesa risale il costone del Becchignolo, portandosi verso la Zona Monumentale di Finalborgo. Dopo poche decine di metri la “mattonata” termina per lasciare il posto all’acciottolato. Superato un tornante, si arriva alla Porta della Mezzaluna prima della quale, a destra, si trova il “Sasso della Mezzaluna”, paretina rocciosa sulla quale la sezione finalese del CAI, ha allestito una piccola palestra di arrampicata dedicata principalmente ai bambini. Superata la Porta della Mezzaluna, si giunge ai piedi della fortezza di Castel San Giovanni dove su un largo tornante sono state poste delle panchine in pietra, dalle quali si può godere di un bel panorama sul borgo medievale. La “Porta della Mezzaluna” , lungo la Strada Beretta o “Via della Regina” La Strada Beretta La prima parte del percorso si sviluppa sulla dorsale del Bechignolo, il crinale roccioso che dalla Rocca di Perti scende verso i torrenti, lungo l’antico tracciato della Strada “Beretta”, conosciuta anche come “Via della Regina” anche se la denominazione più corretta sarebbe “Via dell’Imperatrice” dal momento che la costruzione della strada, avvenuta nel 1666, aveva come principale scopo quello di creare una via di comunicazione, percorribile da carrozze, con la Val Bormida, al fine di permettere alla giovane Infanta Margherita Teresa di Spagna, di raggiungere il promesso sposo, l’Imperatore d’Austria Leopoldo I. I pochi resti che noi vediamo non vanno interpretati come testimonianza di una realtà locale ma come le tracce di una viabilità che, precorrendo i tempi, univa la Spagna ai possedimenti imperiali lombardi e quindi, attraverso i passi alpini, all’Europa Centrale. Ufficialmente la Strada “Beretta” ha inizio dalla “Porta della Mezzaluna”, sulla quale si trova la scritta “Maggio 1666”, a breve distanza dalla fortezza di Castel San Giovanni. Castel San Giovanni La tozza e massiccia costruzione di Castel San Giovanni, anche se sarebbe più appropriato dire Forte San Giovanni, domina l’abitato di Finalborgo. Costruito durante il periodo spagnolo, aveva come scopo principale quello di proteggere il Borgo e Castel Gavone oltre a quello di esercitare un controllo sul sistema viario che, attraverso le valli interne, collegava l’entroterra con il mare. Nel 700, dopo l’acquisto del Marchesato del Finale da parte dei Genovesi, si iniziarono a smantellare le fortificazioni spagnole. Fortunatamente l’operazione si rivelò troppo costosa e, per quanto riguarda la fortezza di San Giovanni si limitarono ad abbattere le mura a protezione di Castel Gavone. Dal 1822 al 1900 la fortezza fu utilizzata come carcere duro femminile. Terminata questa funzione la struttura venne abbandonata e lasciata degradare sino agli anni 80 del secolo scorso, quando iniziò il restauro a cura della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Liguria. Oggi viene utilizzata per manifestazioni e mostre. Subito dopo avere oltrepassato Castel San Giovanni, il piano viario diventa leggermente più sconnesso ma sempre in buono stato. Ancora un centinaio di metri e s’incontra un bivio sulla sinistra, che con una modesta salita porta a Castel Gavone, accessibile solo con visite guidate. Si consiglia di fare questa piccola deviazione per godere del panorama del Castello da un punto di vista privilegiato. Si può ridiscendere e riprendere il percorso della “Via del Purchin”, qui il percorso inizia a scendere dolcemente in direzione di Perti, in mezzo a terrazzamenti coltivati a uliveto. Poco prima di arrivare alla borgata il panorama si apre sulla sottostante valle dell’Aquila dove si può ammirare, poco più in basso, il monumentale esemplare di pino domestico già segnalato. Castel Gavone Forse il monumento più conosciuto del Finalese, tanto che ha avuto l’onore di essere rappresentato su uno dei francobolli della serie “Castelli d’Italia”. Distrutto dai Genovesi nella primavera del 1715 conserva le sembianze di una struttura militare demolita dal “nemico”. Recentemente sono stati eseguiti lavori di manutenzione e ristrutturazione, con lo scopo, non solo di approfondire le ricerche sulle parti ancora interrate del castello, ma anche di renderlo fruibile per visite guidate. Il castello, che appare in tutta la sua imponenza da qualsiasi punto di vista, sembra fare parte integrante del dosso roccioso sul quale sorge. Il corpo principale, a pianta poligonale, costruito in più riprese dal 1200 alla fine del 1400, in origine era staccato dalla torre. La “torre dei diamanti”, così chiamata a causa del rivestimento a bugnato in pietra del Finale, risale al 1500. Costruita sul lato meridionale al preesistente perimetro venne raccordata ad esso mediante due murature che racchiudevano ampi vani. Giunti a Perti Alto è necessario svoltare a sinistra e spostarsi sul lato opposto della piazzetta, dove è anche possibile rifornirsi d’acqua da una fontanella. Si passa in mezzo ai due monumenti ai caduti e, ignorando lo stradello inerbito che scende verso la località Chiazzari in Val Pora, si svolta immediatamente a destra, dove si passa alle spalle della Chiesa di Sant’Eusebio, proseguendo lungo il sentiero inizialmente fiancheggiato da alcuni cipressi. Dopo aver percorso un centinaio di metri in piano il sentiero inizia a salire, alternando tratti ripidi ad altri più dolci, per ritornare pianeggiante o in leggera discesa, in mezzo alla lecceta. Quando il sentiero riprende a salire continua a mantenere il percorso di destra. Lungo il cammino s’incontrano gradini scavati nella roccia, una testimonianza dell’antico utilizzo di questo percorso. Perti Alto: Chiesa di Sant’Eusebio La chiesa di Sant’Eusebio Le vicessitudini del villaggio di Perti furono strettamente collegate alle vicende di Castel Gavone, ove un tempo passava la via Julia Augusta interna e dove sopravvisse un nucleo rurale per tutto l’Alto Medioevo. La principale testimonianza di quel tempo è la Chiesa di Sant’Eusebio, che venne costruita a più riprese. All’originale chiesa romanica (fine X secolo) è stato aggiunto il campanile a vela di epoca tardo-gotica (XV secolo) e la chiesa barocca, che si trova alla destra del complesso (XVIII secolo). Oggi tutta la struttura è splendidamente inserita nell’ambiente e le costruzioni posteriori contribuiscono a creare un quadro d’insieme d’armonica fusione. La parte più interessante e suggestiva è la cripta di origine romanica, realizzata tagliando il banco di arenaria sul quale venne fondata la chiesa. La cripta è visitabile previa prenotazione presso il Museo Archeologico del Finale. Chiesa di Sant’Eusebio: dettaglio del campanile a vela Un ultimo tratto di salita, con un ripido “strappetto” finale, permette di arrivare al piazzale delle vecchie cave, dove veniva estratta la “Pietra del Finale” . Nel primo tratto potrebbe succedere che i segnavia risultino poco evidenti rendendo difficile individuare il sentiero ma basta tenere presente che si deve attraversare completamente il piazzale, sino a raggiungere la base dell’area di taglio della pietra, dove il percorso ritorna ben evidente. Superata la cava, si arriva alle pareti d’arrampicata, dove sono state aperte numerose vie. Ignorando il sentiero che sale dal basso, utilizzato dai climber per arrivare alla falesia, si prosegue lungo il percorso che passa alla base delle pareti, prestando attenzione in quanto la cengia è priva di protezioni sul baratro a valle. Al termine della falesia, in località “Testa dell’Elefante”, bel punto panoramico, si svolta a destra e ci si inoltra nuovamente nella lecceta, ignorando, dopo pochi metri, il bivio a destra, che porta alla “Grotta del Mulo” e alla Chiesa di San Benedetto (sovente indicata su carte e guide come Chiesa di San Bernardo). Si prosegue poi tenendosi a sinistra mentre il territorio si fa più pianeggiante e in mezzo agli alberi si intravedono numerosi muretti a secco che delimitavano qugli antichi terrazzamenti, testimoni di un uso agricolo del territorio ormai abbandonato. La Rocca di Perti vista dal versante della Val Pora Il sentiero nei pressi della vecchia cava di “Pietra del Finale” Siamo ormai nei pressi del “Villaggio delle Anime”, insediamento risalente all’età del Ferro, del quale restano solo alcuni resti di basi in pietra a secco di capanne, peraltro di difficile individuazione in mezzo alla vegetazione. Dopo aver raggiunto il sentiero contrassegnato da tre bolli rossi, che sale da località Cianassi”, lo si segue, svoltando a sinistra, sino a raggiungere la Croce di vetta della Rocca di Perti, o Bric della Croce, la quota più alta dell’itinerario (397 m s.l.m.). Il sentiero prosegue in direzione nord e, dopo un breve tratto in piano, inizia decisamente a scendere, portandosi sul versante della Valle Utra, sopra l’abitato di Montesordo, aggirando la Rocca. In questo tratto si richiede maggior attenzione in quanto a breve distanza si trova il bordo a strapiombo della falesia. In breve si raggiunge nuovamente il sentiero con i tre bolli rossi, si gira a sinistra e si continua a scendere, incontrando subito dopo la Cavernetta del Bric della Croce N. 2 e, poco più avanti, alla destra del sentiero, una curiosa buca rettangolare, rivestita in pietra a secco, di ignoto significato. Si continua a scendere, sempre seguendo il percorso contrassegnato sia dai segnavia del CAI sia dai tre bolli rossi raggiungendo la località “Cianassi”. Si arriva ad una piccola area al termine della stradina utilizzata come parcheggio per i numerosi arrampicatori che si dirigono alle falesie della Rocca di Perti, di Montesordo e di Pianmarino. Qui si trova anche una fontanella che permette di fare rifornimento d’acqua. Il panorama dal Bric della Croce verso Ponente Non si trovano notizie certe sull’origine della Croce della Rocca di Perti. Alcune fonti orali affermano che fu posta dai Calicesi sulla sommità dell’altura, in epoca medievale, come esorcismo, in quanto si credeva che il luogo fosse infestato da streghe. Successivamente la Croce venne divelta e gettata dalla rupe da vandali e solo alla fine del secolo scorso recuperata e ricollocata al suo posto Perti Alto: La Chiesa dei Cinque Campanili e, sullo sfondo, la bassa valle dell’Aquila Il percorso che ci riporta verso Finalborgo ricalca la strada asfaltata, permettendoci un bel colpo d’occhio sia sulla borgata di Montesordo sia sulle falesie soprastanti. Lungo il cammino si può osservare come nella Valle Utra si mantenga ancora viva la tipica attività contadina dell’entroterra finalese. Il percorso diventa estremante facile e permette di raggiungere la borgata “Case Valle” e, successivamente la piccola Chiesa di San Benedetto. Ancora poche centinaia di metri di cammino e si arriva in vista della “Chiesa dei Cinque Campanili” dove si lascia la strada asfaltata per svoltare a sinistra lungo una stradina a fondo naturale che passa a ridosso della stessa chiesa. Si prosegue lungo una mulattiera, protetta per i primi metri da una ringhiera verde, e in forte discesa si raggiunge nuovamente la strada più a valle con fondo in cemento. La si segue, continuando a scendere, sino a raggiungere un agriturismo. Il percorso continua lungo il sentiero che parte alla destra del cancello. Si possono ancora notare tracce dell’antico acciottolato di una mulattiera che costituiva la principale via di collegamento tra i vari nuclei abitati del territorio. Chiesa dei Cinque Campanili La chiesa di Nostra Signora di Loreto, più conosciuta come Chiesa dei Cinque Campanili, è un unicum nel panorama dell’architettura rinascimentale lombarda in Liguria. Risalente alla fine del 1400, è impostata su un unico ambiente a pianta quadrata sul cui lato settentrionale si affianca un piccolo coro anch’esso a pianta quadra. La caratteristica principale, da cui il nome con la quale viene indicata, è data dai cinque “Campanili”. I quattro “campanili” ai lati altro non sono che il prolungamento dei pilastri angolari, alleggeriti nella parte mediana delle guglie da esili colonnine e circondano il “lanternino” centrale, posto sul tamburo. Si rimarca come l’accostamento della pietra del Finale ai rossi mattoni crei un risultato cromatico molto ricercato nell’architettura finalese quattrocentesca. Raggiunta Valle del torrente Aquila e le case della borgata Bolla, la vecchia mulattiera, sempre in leggera discesa, prosegue lungo una “crosa” (stradina costeggiata da alti muri poderali posti a protezioni degli orti), per un breve tratto fiancheggiata da un piccolo ruscello, quasi sempre attivo. Arrivati alla borgata di Sottoripa, e superato un archivolto, si può ancora ammirare da vicino il gigantesco pino domestico descritto precedentemente. Il piccolo slargo è ingentilito dalla presenza di un bella edicola votiva, dedicata alla Madonna. Qui una stradina permette di arrivare sulla sponda sinistra del Torrente Aquila, dove incontra la carrozzabile per Finalborgo. Il percorso procede diritto, sempre costeggiato da alti muri, sino a quando, al termine di un caseggiato si gira a destra, per proseguire in piano, tra terrazzamenti e aree coltivate pianeggianti, lungo il corso del Torrente Aquila, a sinistra. La Valle Aquila Quando la stradina piega a sinistra la si abbandona e si percorre la “Strada Romana” (indicata anche da un cartello) che in breve conduce all’ingresso del Borgo, attraverso la “Porta Romana”. Superate le mura, si percorrono ancora poche decine di metri lungo il caruggio di Via delle Fabbriche e si ritorna in Piazza del Tribunale a Finalborgo, concludendo il percorso, da dove eravamo partiti. Il rifugio antiaereo Nell’ultimo tratto d’itinerario, poco prima di ritornare a Finalborgo, lungo la “Via Romana”, sul lato a monte del viottolo, si possono osservare due ingressi cementati che s’inoltrano nella collina. Si tratta di un rifugio antiaereo risalente alla Seconda Guerra Mondiale, oggi in stato di abbandono. L’incuria e il degrado fanno si che sovente passi inosservato malgrado sia anch’esso una testimonianza della storia recente del territorio finalese. Lo segnaliamo non tanto come un invito alla visita ma come una curiosità degna di nota. Nel 2012 il Gruppo Grotte di Borgio Verezzi ha eseguito il rilievo topografico della struttura La variante “del Mulo” o “Via del Mulo” La “Via del Purchin” è stato integrata con il nuovo sentiero (indicato in blu nella cartina) che permette di dimezzarne la lunghezza, indicato dai classici segnavia biancorossi e dalla sigla “VM” stante ad indicare “Via del Mulo o Variante Mulo”. Il percorso, che prende il nome dalla grotta che si incontra a metà cammino (vedi box), inizia poco dopo aver superato la Roccia dell’Elefante, ed essersi inoltrati nella lecceta. La deviazione a destra è indicata da una palina segnavia con l’indicazione “Chiesa di San Benedetto” meta finale della variante. In poco più di mezz’ora si raggiunge la Chiesa di San Benedetto o S Bernardo (realizzata nella seconda metà del XV secolo e con trasformazioni settecentesche), ricongiungendosi nuovamente al percorso della “Via del Purchin” lungo la stradina asfaltata che collega Perti Alto con la località Montesordo. Tutto il tracciato si sviluppa all’interno di una giovane lecceta che ha ricolonizzato il territorio dopo l’abbandono dello stesso da parte dell’uomo. Oltre alla già citata grotta, si intravedono in mezzo agli alberi i resti degli antichi terrazzamenti sostenuti da muri a secco. Queste strutture servivano non solo per ricavare piccole aree pianeggianti destinate alle coltivazioni ma avevano anche lo scopo di smorzare la discesa dei torrenti effimeri che si creavano in caso di forti piogge all’interno della valletta che si percorre in discesa nella prima parte della variante La Chiesa di San Benedetto GROTTA DEL MULO (LI SV 476) Si tratta di un ampio riparo sottoroccia naturale che è stato chiuso con muretti per ottenere uno spazio delimitato e coperto, da utilizzare come ricovero agricolo e stalla. La grotta attualmente si presenta apertura centrale e due con un piccoli finestrini. I muretti della grotta sono stati realizzati con pietre locali (Pietra di Finale) e argilla rossastra. numerose grotte Nel e legante Finalese antri che vi di sono presentano strutture murarie simili a quelle della grotta del Mulo, a testimonianza di un uso agricolo, pastorale e talvolta abitativo di questi ambienti a partire dal Medioevo in avanti. Simona Mordeglia La “Via del Purchin” CTR scala 1:5000 REALIZZATA DALLA REGIONE LIGURIA - Autorizzazione n. 42 del 28/03/2012 Dislivello: 390 mt Lunghezza: 7 Km Difficoltà: E