ENGIM LOMBARDIA
Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo
per la Formazione Professionale
A scuola di adolescenza
di Fabio Dovigo e Alessandra Galizzi
Le esperienze dei genitori a confronto
Fabio Dovigo
Alessandra Galizzi
ENGIM Lombardia
Via Sombreno, 2 - 24030 Valbrembo (BG)
Fondazione Istituti Educativi di Bergamo
S. LEONARDO MURIALDO
(Torino 1828-1900)
Fondatore della Congregazione di San Giuseppe
Amico, fratello e padre dei giovani
ENGIM LOMBARDIA
Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo
per la Formazione Professionale
A scuola di adolescenza
Le esperienze dei genitori a confronto
Fabio Dovigo
Alessandra Galizzi
A scuola di adolescenza
INDICE
Prefazione..................................................................................................pag. 3
Famiglie nel mutamento............................................................................pag. 4
Figli preziosi..............................................................................................pag. 4
COSTRUIRE LA PROPRIA IMMAGINE................................................pag. 6
I conti col passato.......................................................................................pag. 7
Il gioco delle parti......................................................................................pag. 8
LASCIAR FARE, LASCIAR ESSERE.....................................................pag. 10
Crescere con i figli.....................................................................................pag. 12
Figli da sogno.............................................................................................pag. 13
QUANDO ENTRA IN CASA...................................................................pag. 15
Essere all’altezza........................................................................................pag. 17
Pensare insieme..........................................................................................pag. 18
DOPO LA SCUOLA MEDIA....................................................................pag. 19
Terra di mezzo............................................................................................pag. 21
Congedarsi per ritornare............................................................................pag. 22
Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo
2009
Le esperienze dei genitori a confronto
Prefazione
Si parla tanto oggi di emergenza educativa e di difficoltà vissute “invalicabili” dai
genitori che, sempre più sfiduciati, non riescono a spiegarsi come tutte le cure e le
attenzioni dedicate a creare un buon rapporto con i figli, a un certo punto si rivelino
inefficaci. Spesso ci si affida agli “specialisti” con la stessa modalità del malato che
si rivolge al medico: alla ricerca di una ricetta risolutiva. Ma è possibile affrontare
le tensioni in famiglia, le incomprensioni, i conflitti, le ansie e i sensi di colpa e
inadeguatezza che ne derivano, senza ricorrere all’aiuto del “medico”? Nell’opuscolo
il lettore potrà ascoltare le voci di altri genitori e avviare un percorso nuovo che lo
aiuti a ritrovare il proprio ruolo e a capire che la “ricetta” migliore per i propri figli sono
i genitori stessi!
Fabio Dovigo e Alessandra Galizzi hanno accettato l’anno scorso la proposta di
guidare un gruppo di genitori di allievi frequentanti i corsi ENGIM, non alla ricerca di
facili soluzioni ma per far emergere, dall’ascolto reciproco, strategie possibili, ipotesi
d’intervento spesso celate e rimaste inascoltate.
Il lavoro proseguirà quest’anno coinvolgendo altri genitori, con la speranza che
il seme appena germogliato possa meravigliarci arricchendo di senso il nostro
impegno quotidiano.
Alla realizzazione di questo opuscolo hanno contributo i genitori che si sono messi
in gioco con le loro storie e la Fondazione Istituti Educativi di Bergamo che da anni
sostiene le attività della Congregazione dei Padri Giuseppini a Bergamo. A tutti va il
mio ringraziamento.
Giuseppe Cavallaro
Direttore di ENGIM Lombardia
2009
ENGIM LOMBARDIA
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A scuola di adolescenza
Famiglie nel mutamento
In un’epoca di rapido cambiamento, come è la nostra, alcuni mutamenti sono
più chiaramente visibili: ad esempio per quanto riguarda lo sviluppo continuo
delle tecnologie (il cellulare, il computer, internet) o il continuo movimento di
persone che si spostano ormai da una parte all’altra del pianeta.
Altri cambiamenti invece sono un po’ meno evidenti, ma non per questo il
loro effetto sulla nostra vita è meno importante. Il passaggio dalla famiglia
tradizionale a quella contemporanea appartiene proprio a quest’ultimo
genere di cambiamento. La famiglia tradizionale era fondata in primo luogo
su un forte senso delle norme e delle gerarchie, che mettevano in primo
piano il ruolo e la struttura verticale nel rapporto tra le generazioni.
La famiglia di oggi è invece un organismo più orizzontale, il cui funzionamento
si basa su un nucleo di relazioni che ha al centro l’affettività, e una continua
negoziazione tra genitori e figli rispetto alle scelte e ai comportamenti
desiderabili.
Più precisamente, in passato prevaleva essenzialmente una concezione dei
figli come esseri a cui dar forma, da plasmare. Ai figli si cercava soprattutto
di impartire delle norme, un insieme di valori e comportamenti che potessero
fare da guida per l’inserimento nel mondo dei coetanei e degli adulti, prima
nell’ambiente scolastico e poi nella realtà del lavoro.
Oggi invece il nostro rapporto con i figli è profondamente cambiato. Ciò è in
parte dovuto al fatto che attualmente di bambini se ne fanno molti meno di un
tempo (circa 1,3 bambini per ogni coppia, un dato ormai diffuso in quasi tutto
il mondo occidentale) e dunque ad essere in primo piano è l’aspetto della
“qualità”, più che della “quantità” della riproduzione delle famiglie.
Per questo, e per molti altri motivi di carattere, sociale e culturale, possiamo
dire che oggi è cambiata l’idea stessa di cosa è un figlio.
Figli preziosi
I bambini oggi sono considerati sin dalla nascita individui preziosi e
potenzialmente dotati, già competenti e aperti alle relazioni con gli altri. E al
tempo stesso, proprio perché sono visti come esseri preziosi, i figli divengono
da subito anche dei soggetti che richiedono un forte investimento sul futuro,
anche in termini di scelte educative e professionali. In questo senso per i
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Le esperienze dei genitori a confronto
genitori diviene sempre meno facile cercare di inculcare comportamenti e
scelte decise a priori, “per il bene” del figlio o della figlia.
Se ad esempio torniamo indietro di un paio di generazioni, sappiamo che
cento anni fa il figlio di un contadino o di un minatore aveva ben poche
possibilità di scegliere un lavoro diverso da quello dei propri genitori (e se lo
faceva si trattava di una scelta ad alto rischio sul piano professionale).
Non solo il lavoro veniva trasmesso da una generazione all’altra, ma con esso
anche l’appartenenza a un determinato territorio, spesso molto circoscritto.
Si nasceva e si viveva nel raggio di pochi chilometri, e le uniche forme di
mobilità, le poche occasioni di conoscere il “mondo” erano il servizio militare e
il viaggio di nozze (a Milano, a Venezia). Oppure ci si rassegnava a emigrare,
con tutti i costi che questo sradicamento significava (e ancora oggi per molti
versi significa).
Oggi il panorama, da questo punto di vista, è profondamente cambiato.
Benché in Italia tale cambiamento avvenga in maniera più lenta rispetto ad
altri paesi - molte professioni si tramandano tuttora di padre in figlio (pensiamo
agli artigiani, i farmacisti, gli avvocati), la possibilità di farsi una casa è ancora
molto legata alle economie familiari - le scelte tuttavia sono ora molto più
aperte e molteplici. Di conseguenza, la famiglia si è gradualmente trasformata
da meccanismo di trasmissione diretta di valori, saperi, beni, in struttura di
supporto, che si pone al servizio del ragazzo per aiutarlo a sviluppare le
sue competenze, per permettergli di scoprire la sua vocazione umana e
professionale e sostenerla negli anni cruciali dell’infanzia e dell’adolescenza.
Molte famiglie appaiono disorientate di fronte a questo orizzonte di scelte,
che oggi si presenta molto aperto, e quindi potenzialmente molto allettante
ma anche realmente difficile da decifrare.
Vi è però una certezza diffusa che accomuna molti dei genitori con cui
abbiamo parlato nel corso dei nostri incontri: ai figli vanno offerte le migliori
opportunità, non solo perché possano costruirsi il progetto di vita che
desiderano, ma soprattutto perché “non debbano patire quello che abbiamo
patito noi”, ossia fatica, sofferenza, delusioni. Se per molti genitori il futuro
si presenta incerto, il passato invece è un luogo da cui occorre prendere le
distanze e allontanarsi.
È bene chiedersi perché.
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A scuola di adolescenza
COSTRUIRE LA PROPRIA IMMAGINE
In terza media tutte le mie compagne portavano minigonne di jeans
e collant colorati. A me era vietato, con la solita scusa... “Cosa dirà la
gente?”, dovevo accontentarmi – si fa per dire – di gonne scozzesi e
calzettoni di lana. Tra tutti i parenti, per la festa del mio compleanno
una zia mi regalò una bellissima minigonna in jeans. Ma continuava a
essermi vietata a scuola. Una mattina la misi nello zaino insieme ai libri
e, appena arrivata a scuola, corsi nei bagni a cambiarmi. Ero felicissima.
Non avevo fatto i conti col fatto che abitavamo vicino alle scuole e mia
mamma passava spesso di lì sulla strada delle compere. I conti li dovetti
fare al ritorno da scuola a mezzogiorno. Mi presi una sonora “sculacciata”
con relativa urlata e “sequestro” della gonna fino all’estate. Oggi devo
scendere a compromessi con mia figlia per una maglia che arriva a
stento all’ombelico. Però, tutte le volte che sento montare dentro di me
l’irritazione per un capo di abbigliamento di mia figlia che non mi piace,
vado col pensiero alla mia minigonna di un tempo e al suo significato, che
solo molti anni dopo ho avuto la possibilità di capire.
La minigonna di allora voleva dire esplorarmi, sperimentarmi, osare.
Così, oggi, riesco a riconoscere che cambiano le forme – un tempo era
la minigonna, oggi l’ombelico di fuori – ma il desiderio di sperimentarsi
appartiene a ogni ragazzo. Qualche mese fa mia figlia ha cominciato a
parlare di piercing.
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Le esperienze dei genitori a confronto
Come fa lei, prendendola da lontano. All’inizio ero piuttosto sconcertata,
non sapevo come trattare la questione. Gliel’ho detto, le ho detto “sai,
faccio fatica a capire che cosa pensarne”. Subito l’ho vista sollevata,
come se la mia sincera dichiarazione di “impreparazione” avesse sottratto
miccia alle polveri. Ci siamo dette parliamone, esploriamo insieme questo
mondo. Lei ha fatto qualche ricerca in Internet che poi mi ha mostrato. Io
ci ho capito qualcosa di più, anche se la mia idea di fondo si è addirittura
rinforzata: non mi piacciono i piercing perché sono una modificazione
permanente, in questo senso ben altra cosa rispetto alla mia innocente
minigonna che potevo togliere la sera per ritornare in un attimo quella di
prima. No a me non piace, ma mi accorgo anche che è un mio giudizio,
che dipende dalla mia età e so che se mia figlia continuerà a desiderare di
farsene uno – ovviamente all’ombelico – sceglieremo insieme un centro
specializzato che ci possa garantire per lo meno condizioni igieniche
sicure. Per ora sto ancora aspettando.
I conti col passato
Questo mutamento nel modo di vedere i figli si riflette a sua volta sul modo
in cui i genitori interpretano se stessi e il proprio ruolo. I genitori tendono in
questo senso a mettere sempre più da parte, nella relazione educativa con
i propri figli, la dimensione della colpa, della frustrazione e del castigo (in
particolare la punizione fisica) come strumenti per la maturazione personale.
Il loro posto è stato preso da altre modalità, che privilegiano la relazione e
la comprensione, la coltivazione della motivazione nei figli piuttosto che la
coercizione in nome delle norme sociali e culturali prescritte. Ciò significa
che sempre più di rado oggi il rapporto tra genitori e figli è fatto di ordini, ma
piuttosto di un dialogo serrato e continuo rivolto a spiegare i motivi per cui è
bene fare una serie di cose, o non è bene fare determinate scelte. E anche
quando viene dato un ordine, si tende sempre ad aggiungere rapidamente
una motivazione, un “perché” che faccia comprendere al figlio che ci sono
delle buone ragioni che è importante che capisca. Non vogliamo che i nostri
figli siano semplici esecutori della nostra volontà, li vogliamo autonomi,
capaci di pensare e di prendere delle decisioni.
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A scuola di adolescenza
Certamente tutto questo ha un costo, in termini di tempo speso a discutere
con i propri figli, a negoziare richieste da una parte e dall’altra: i genitori
chiedono di mettere a posto la camera, i figli di rientrare un po’ più tardi
la sera. Si originano così discussioni che qualche volta sembrano portare
tutti allo sfinimento, e talvolta come genitori siamo tentati di pensare con
rimpianto ai “buoni vecchi tempi” in cui, come figli, dovevamo ubbidire senza
fiatare alle richieste dei nostri genitori e tutto ci sembrava molto più semplice
(anche se rimaneva spesso la forte sensazione di aver subito un torto, una
grande ingiustizia: “Solo noi andiamo a letto alla nove!”). Sappiamo bene però
che questo passato ideale e fantomatico, se pure c’è effettivamente stato,
comunque non può tornare. I tempi sono diversi, le condizioni sono diverse e
così anche le persone. I nostri stessi genitori, diventati nonni, spesso sono i
primi ad essersi ammorbiditi, a cedere le armi, e talvolta concedono ai nostri
figli cose che non avrebbero mai pensato di permettere a noi, come se aver
potuto scrollarsi finalmente di dosso il peso della responsabilità diretta nella
gestione dei figli li lasci liberi di godere di un piacere – la compagnia dei più
piccoli – che in fondo non si erano mai potuti veramente permettere.
Il passato gioca dunque un ruolo importante nel rapporto tra genitori e figli,
ma che al tempo stesso è ambiguo e di difficile definizione.
Da un lato si vuole fuggire dal passato, si desidera che l’esperienza dei figli
sia diversa, migliore, più facile e gratificante. Dall’altro si tende invece a
rimpiangerlo, a connotarlo come un’epoca in cui le cose e le decisioni erano
più semplici, chiare e dirette. Qualunque siano o motivi di questa ambivalenza,
il passato rappresenta pertanto uno snodo particolarmente cruciale delle
riflessioni che ognuno è chiamato a compiere nel lungo e difficile percorso
che accompagna l’esperienza dell’essere genitore.
Il gioco delle parti
Perché il passato ha un ruolo così importante nell’avventura dell’essere
genitori? Quando si diventa madri e padri un mondo nuovo si spalanca
vertiginosamente davanti a noi: non solo il ritmo della nostra esistenza
cambia per adeguarsi alle esigenze dei più piccoli, ma diventiamo in qualche
modo consapevoli che attraverso la maternità e paternità prolunghiamo la
nostra stessa vita, e dunque abbiamo una responsabilità diretta nei confronti
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Le esperienze dei genitori a confronto
dei nostri figli e del loro benessere (e aggiungeremmo, anche della integrità
del mondo in cui si troveranno a vivere). Per quanto questa esperienza
rappresenti un evento originale e irripetibile della nostra vita, non ci arriviamo
però del tutto impreparati. Certamente abbiamo passato un lungo periodo,
nell’inquieta ricerca della nostra identità adulta e del consolidamento della
nostra autonomia. Per far questo abbiamo dovuto prendere man mano
le distanze. Prima, da adolescenti, nei confronti degli adulti (“sono troppo
invadenti”) e della nostra infanzia (“sono cose da bambini”). Poi, da adulti,
nei confronti della nostra adolescenza (“sono cose da ragazzini”). Diventare
genitori significa essere in parte catapultati all’indietro, verso situazioni ed
emozioni dalle quali
pensavamo di esserci emancipati, che pensavamo superate una volta per
tutte. E proprio perché i figli rappresentano per noi un investimento così forte
e importante, in essi proiettiamo le nostre passate esperienze, riviviamo
stati d’animo e sensazioni che ci riportano istantaneamente all’indietro
e che pensavamo di aver ormai superato dimenticato. A una richiesta,
un “capriccio”, un gesto di nostro figlio sembriamo rispondere in modo
immediato, quasi automatico, spesso tirando fuori inavvertitamente le stesse
frasi o atteggiamenti che i nostri genitori usavano con noi: “metti a posto la
tua camera”, “se esci così ti prenderai un accidente”, “e non alzare gli occhi
al cielo!”, e così via. E in questo modo ci troviamo a riproporre quelle frasi o
quei gesti che da piccoli subivamo e trovavamo francamente irritanti, e ora
invece sembrano venir fuori quasi spontaneamente, tant’è che in qualche
caso ci sorprendiamo a pensare: “mi sembra di essere mia madre” o “aveva
ragione mio padre quando diceva”. E questo scambio delle parti è davvero
una strana sensazione.
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A scuola di adolescenza
LASCIAR FARE, LASCIAR ESSERE
Quando avevo sedici anni ho iniziato ad andare in vacanza da solo con
gli amici. Partivamo con tenda e sacco a pelo e pochi soldi; tornavo dopo
trenta giorni dimagrito e con le ciabatte infradito consumate (viaggiavamo
in autostop). Mia madre al vedermi piangeva dalla contentezza e l'anno
successivo mi lasciava di nuovo partire. Adesso lo so che per lei era
difficile. Non aveva mai fatto vacanze da sola. Per la precisione non aveva
mai fatto vacanze. Aveva solo dieci anni quando sua madre era morta, e
tra fratellini e campi c’era ben poco tempo libero. Eppure non aveva mai
voluto dimenticare di essere una ragazza. So – perché qualche anno
fa me lo ha confidato – che la domenica pomeriggio incontrava le sue
vecchie compagne di classe. Sull’argine del fiume si sdraiava, chiudeva
gli occhi e si faceva aggiornare “per non cadere vecchia di colpo” dai
racconti delle sue coetanee.
E anche se non era più andata a scuola, tutte le sere, finiti i lavori di casa,
studiava l’inglese perché si ricordava i racconti della madre di quando
da bambina ascoltavano Radio Londra. Io a Londra ci sono andato la
seconda estate che giravo con gli amici. Le avevo portato una sciarpa
lunghissima fatta ai ferri, come quelle che piacevano a lei.
Ho tre figlie. Lavinia sta finendo il linguistico, studia cinese e ogni volta
che parte mi sento sospeso, provo un’apprensione leggera, come quando
da piccola aveva l’otite e nel sonno stavamo sempre all’erta.
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Le esperienze dei genitori a confronto
Giuliana, la seconda, starebbe sempre a casa. È domestica, stanziale.
Prima mi arrabbiavo, mi sembrava quasi vecchia a quindici anni, senza
desideri. Mia madre mi ha aiutato a capire che – semplicemente – non
erano come i miei. Ora che con mia moglie siamo separati, mi accorgo
di rivolgermi spesso a lei, a questa donna che conserva ancora quella
sciarpa delle bancarelle di Penny Lane per usarla quando c’è la nebbia
perché – dice – le protegge la voce. Ma forse quella vecchia sciarpa sa
proteggere anche lo sguardo perché è da mia madre che ho imparato
a vedere Giuliana. La mia seconda figlia è una creatura domestica in
costante contatto con la natura. In questo senso deve aver preso un po’
dalla sua nonna. La sua immobilità è solo apparente: osserva le piante
del giardino e interviene con azioni appropriate – pota, innaffia, innesta.
Passa ore in contemplazione del cielo e si prepara per il cambio delle
stagioni. Trasforma gli ambienti col cambiare del clima: composizioni
floreali, oli essenziali. Ci ho messo un po’ a capirla, ma adesso mi è
chiaro che anche lei esplora, solo che si dedica agli elementi naturali che
la circondano mentre io sono sempre andato altrove, lontano, distante.
Irene non so ancora come sarà. È troppo presto per dirlo. Però ho fiducia
che sarà se stessa e io ne verrò di nuovo sorpreso.
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Crescere con i figli
Scopriamo così che dai nostri genitori non abbiamo ereditato evidentemente
solo il colore degli occhi o quel certo modo di ammiccare, ma anche una
serie di comportamenti che abbiamo assorbito e che tendiamo a riprodurre
anche con i nostri figli. Questa scoperta può condurre verso una sorta di
mitizzazione del passato, come luogo ideale e depositario di esemplari
modelli educativi (“Ai miei tempi...”, “Se avessi osato rivolgermi così a mia
madre, sai cosa avrebbe fatto?”). Ma può anche riportarci a situazioni e
comportamenti che abbiamo vissuto con disagio, negativamente, e da cui
avevamo pensato di essere riusciti ad allontanarci, spesso con fatica. In
ogni caso, si tratta di un processo di trasmissione di stili educativi che si
ripropone costantemente nel passaggio da una generazione all’altra, e di cui
siamo gli attori, in buona parte in modo inconsapevole. Dalle conversazioni
con i genitori emerge spesso che le scelte educative che riguardano i figli
sono largamente dettate dalle scelte che le loro madri e i loro padri hanno
attuato nei loro stessi confronti. Dietro i desideri e le paure più profonde che
i padri e le madri provano verso i propri figli, vi sono i desideri e le paure che
loro stessi hanno provato nel corso della loro infanzia e adolescenza, e che
sono chiaramente tanto più forti e incontrollabili nella misura in cui non vi è
una consapevolezza di questo legame con il passato. Nel corso dei nostri
incontri, molti genitori trovano le parole per raccontare questo passato, e
diviene allora possibile trovargli finalmente una collocazione, prenderne le
distanze, ossia comprendere che il comportamento (le parole, le azioni) dei
nostri genitori sono semplicemente il meglio che essi sono riusciti a fare di
fronte a un compito di cui oggi anche noi comprendiamo tutta la difficoltà.
Parlare del passato significa metterlo in prospettiva, e ciò consente di uscire
dalla falsa alternativa per cui possiamo solo ripetere o rifiutare il modo in cui i
nostri genitori ci hanno allevato. Ripetizione e rifiuto non rappresentano infatti
vere scelte, ma solo un prolungarsi indefinito della nostra esperienza di figli
nei confronti delle figure genitoriali che conserviamo dentro di noi. La scelta
diviene tale nel momento in cui diveniamo consapevoli della nostra storia e,
raccontandola, ne tracciamo i significati e i contorni. In questo modo il ripetere
o il rifiutare possono essere contenuti, non sono un impulso o un obbligo,
ma un’opzione tra le altre, e possiamo anche scegliere di fare qualcos’altro,
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Le esperienze dei genitori a confronto
qualcosa non più riferito obbligatoriamente al nostro passato, ma capace
anche di presente, di futuro. Riusciamo così ad accogliere l’eredità del nostro
passato senza farla pesare sui nostri figli, a dare ascolto alle loro esperienze
senza rinchiuderle nelle nostre, e a lasciarli liberi di progettare il loro futuro,
con il nostro aiuto. Possiamo dire, dunque, che non cresciamo i figli, ma
cresciamo con i nostri figli.
Figli da sogno
Un altro elemento che caratterizza in maniera sempre più marcata la
complessità delle relazioni che si stabiliscono tra genitori e figli sono le
aspettative reciproche. Il forte investimento che, come abbiamo notato, i
genitori ripongono nei confronti del proprio figlio o figlia, inizia a prendere
corpo nella coppia genitoriale molto prima della nascita del bambino o della
bambina. Il figlio che nasce è preceduto, in un certo senso, dal figlio che
si è anche sognato, da un bambino ideale in cui si ripongono forti attese e
desideri di crescita e di realizzazione. Questo figlio ideale riassume in sé
una serie di qualità immaginate che vanno dall’aspetto fisico, al carattere,
all’intelligenza, alle capacità di stare bene con gli altri e così via. Rispetto a
questo immaginario di (quasi) perfezione, è inevitabile che il figlio reale sia
diverso, e in qualche misura si discosti dalle aspettative rispetto all’una o
l’altra di queste caratteristiche o capacità. Nell’affermare la sua individualità,
la sua diversità, il figlio mette così alla prova la capacità dei genitori di essere
aperti, di sorprendersi, di accogliere la divergenza non come un fattore di
peggioramento rispetto al modello che si vagheggiava, ma anzi come una
qualità positiva, proprio perché si basa sulla capacità del figlio di diventare
se stesso, unico, originale, differente anche rispetto all’ideale che i genitori
continuano ad avere in mente.
Si tratta di un percorso che non si risolve in poco tempo, ma dura anzi a lungo,
per tutto il tempo in cui permane la relazione tra genitori e figli. I genitori si
trovano così a fare i conti con la supposta inadeguatezza del figlio, o meglio,
con la paura che il figlio riveli di non essere all’altezza ogni volta che occorre
affrontare una nuova tappa di crescita, un nuovo compito di sviluppo. I primi
passi, l’inserimento a scuola, le prime amicizie, le interrogazioni in classe, le
gare sportive rappresentano momenti agognati e al tempo stesso temuti dai
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A scuola di adolescenza
genitori, perché ogni incertezza, inciampo o insuccesso sembrano andare
nella direzione di confermare la paura profonda del genitore che il figlio
abbia ereditato non solo le proprie qualità, ma anche i propri difetti: è un tipo
chiuso, non va bene in matematica, ha bisogno degli occhiali, guarda quanto
è maldestro... Occorre una buona dose di fiducia reciproca per continuare
a rimanere in contatto, per mantenere aperti i canali di comunicazione
anche quando nostro figlio si rivela diverso da quanto avevamo sperato,
si incammina per strade che non conosciamo e sembra così allontanarsi
progressivamente da noi.
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Le esperienze dei genitori a confronto
QUANDO ENTRA IN CASA
Quando entra in casa dopo la scuola capisco che c’è qualcosa che non
gira. “C’è qualcun’altro a pranzo?” mi chiede. No ci sono solo io, ti posso
bastare? Percepisco che sono di troppo e non troppo poco, la osservo
con la coda dell’occhio sdraiata sul divano, prona, assente, apatica. Le
chiedo aiuto per il pranzo, di apparecchiare la tavola, di vuotare il bidone
dell’organico – anch’io ho da fare e poco dopo pranzo dovrò andare a
lavorare. Mi risponde male, si rifiuta, vorrebbe giocare al computer e fa di
tutto per forzare il mio divieto; le ricordo i nostri accordi di collaborazione
reciproca e sbuffando fa quello che le chiedo. Il malumore è percepibile,
denso come la nebbia d’inverno, impalpabile eppure presente. So che lo
dovrò attraversare. Finalmente siamo a tavola e in fondo non è neppure
tardi. La guardo. Mi accorgo che si è tirata sotto al tavolo, stretta stretta,
come quando era piccola e aveva bisogno di sentirsi contenuta. Provo
un’infinita tenerezza per questa figlia così intensa, passionale e certe
volte anche faticosa. La prendo alla larga, meglio lavorare per cerchi
concentrici. So per esperienza che devo darle il tempo di scendere nelle
sue “cantine” un gradino alla volta.
• Cosa avete fatto oggi a scuola?
• Le solite cose.
• Con chi fate informatica?
• La GIUSI calca, per sottolineare la mia congenita incapacità a
ricordare i nomi degli insegnanti.
Ma guardandoti ho l’impressione che non sia andata un gran bene.
La passerella è gettata e la ragazzina ci si inerpica come su un ponte
tibetano, oscillando, rischiando di perdere la presa, tutta fremente di
dolore.
• No le cose non sono andate bene, c’è stata la verifica di inglese e io
non lo sapevo, ho sbagliato tutto lo so e, guarda, ti faccio vedere le
verifiche, per fortuna che erano prove di ingresso, questa per ultima,
prima il dettato (9), poi il riassunto (8) ecco, invece nell’analisi logica
ho preso 5, invece Margherita, che ha fatto più errori di me, 6.
È una tromba d’aria questa figlia, un torrente tumultuoso che trasporta
autocommiserazione, orgoglio ferito, doloroso confronto con la realtà e
coi propri limiti. I tempi dei verbi uno fra tutti.
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A scuola di adolescenza
Per aver voglia di guardare e trattare i propri limiti prima dobbiamo essere
accolti come si deve. Così le lascio esprimere tutta l’autocommiserazione
di cui è capace – ed è veramente molta – e pian piano comincio a costruire
gli argini come un agricoltore del Polesine, coi sacchi di sabbia, un sacco
alla volta, con pazienza. Non è facile, soprattutto se non sei stato trattato
così tu da bambino. Certe volte mi capita ancora di reagire come avrebbe
fatto mia mamma, con un’esortazione, o peggio ancora un moto di rabbia,
con quell’incapacità che conosco così bene di leggere quello che sta sotto
la buccia grinzosa di una risposta. Alla fine del pranzo siamo d’accordo
che c’è del lavoro da fare sui tempi dei verbi, sia per quanto riguarda l’uso
nei testi, sia per quanto riguarda l’analisi, e che le prove d’ingresso ci
fanno vedere quali sono i punti di forza e di debolezza per consentirci di
lavorarci sopra. Non mi ricordo che cosa abbiamo mangiato quel giorno,
né che sapore avesse. Ricordo però il profumo dei suoi capelli quando ci
siamo abbracciate prima di andare a lavorare.
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Le esperienze dei genitori a confronto
Essere all’altezza
L’impatto con le imperfezioni dei figli ci sgomenta (soprattutto le madri)
o ci irrita (soprattutto i padri) non solo perché rivela e approfondisce la
distanza tra le nostre fantasie e la realtà, ma anche perché lo percepiamo
istintivamente come una nostra sconfitta, la prova che noi, come genitori,
siamo inadeguati e a nostra volta carenti. Nel giudicare su questi presupposti
i nostri figli giudichiamo in primo luogo anche noi stessi, e non sempre il
giudizio è, come dovrebbe, tollerante, bonario, capace di rispettare i tempi
di crescita e maturazione delle persone. Se nostro figlio non risulta sempre
all’apice delle forti aspettative che riponiamo in lui, il giudizio ricade su di noi,
ci sentiamo mortificati, delusi, avviliti.
Il rischio è allora che il percorso di crescita dei figli si trasformi in una sorta
di corsa a ostacoli, in cui ogni passaggio e cambiamento viene vissuto con
apprensione, e questa ansia finisce con il colorare in modo permanente i
rapporti all’interno della famiglia. Diviene allora più difficile trovare delle
alternative, delle vie di uscita a questa sensazione di fallimento e di reciproca
delusione. Che è tanto più marcata in quanto si credeva di poter controllare
l’educazione di proprio figlio così come siamo abituati a pianificare molti
aspetti della nostra vita adulta (il lavoro, la casa, il tempo libero...), ma il
compito si rivela più intricato e difficile. Per cercare di combattere quest’ansia,
la sensazione di non essere all’altezza del compito educativo nei confronti
dei propri figli, molti genitori si mettono alla ricerca di soluzioni esterne, di
indicazioni pronte all’uso da parte di esperti, di ricette che siano in grado di
garantire comunque il successo della relazione educativa. Purtroppo però
quanto più ci concentriamo sul piano delle prescrizioni, delle ricette, dei “facili
consigli” tanto più tendiamo a irrigidire i nostri comportamenti, e ad allontanarci
ulteriormente dalla comprensione dei nostri figli. La comprensione non è frutto
infatti di un irrigidimento, ma al contrario di divenire più flessibili nella nostra
capacità di ascolto e interpretazione dei bisogni. Quanto più siamo impegnati
a seguire “formule magiche” tanto meno prestiamo attenzione ai messaggi
che i nostri figli stanno tentando di inviarci. Messaggi certamente ambigui e
confusi, ma che meritano di essere ascoltati, se solo riusciamo a concederci
un varco, una pausa nella continua lotta che sosteniamo per essere – noi e
i nostri figli – “adeguati”. Per quanto aiuti e indicazioni possano servire, solo
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ENGIM LOMBARDIA
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A scuola di adolescenza
noi possiamo essere gli artefici di una relazione soddisfacente con i nostri
figli, qualunque essa sia.
Pensare insieme
La scoperta più importante (e più liberatoria) che ogni genitore può fare
in questo senso è che non esistono formule magiche, proprio perché in
educazione non esistono linee guida e prescrizioni valide per tutti, in grado
di assicurare il risultato “a prescindere” dai soggetti coinvolti. Pertanto è
necessario che i genitori facciano i conti con le proprie capacità, e quindi
anche con gli inevitabili errori che costituiscono il punto di partenza della
relazione tra genitori e figli. L’idea di fondare una relazione sull’errore, sulle
reciproche imperfezioni anziché su scelte e azioni sempre appropriate può
sembrare un paradosso. Tuttavia occorre tenere presente che il successo di
una relazione educativa è il risultato non solo della “giustezza” dell’azione di
una delle due parti, ma anche di un incontro in cui pensieri, motivazioni, gesti
e sentimenti si confrontano, riescono a trovare una comune terra di mezzo
in cui è possibile soffermarsi e parlarsi senza rinunciare ai propri desideri e
ai propri bisogni. In un incontro sono sempre possibili errori, incomprensioni,
malintesi, e sono proprio questi errori ciò che lo rendono particolarmente
interessante agli occhi dei figli. I figli infatti non sono alla ricerca di un padre
o una madre perfetti, infallibili, che non sbagliano mai. Al contrario, hanno
bisogno di vedere che anche i genitori possono sbagliare, e soprattutto come
si comportano nel momento in cui ciò accade, se sono in grado di fermarsi,
riflettere, e se necessario fare marcia indietro. È dall’incontro con questo tipo
di atteggiamento che i figli hanno la possibilità di imparare che, di fronte ai
tanti problemi che si è chiamati ad affrontare, la risposta non è nella regola
rigida, nella proibizione, nell’irrigidimento, e neppure nella resa, nel darsi per
vinti, nell’abbandonare il campo. Si tratta piuttosto di accettare la propria
fallibilità come un dato normale, ma che non ci impedisce di agire al meglio
e decidere per il meglio, soprattutto se azioni e decisioni sono frutto di una
ricerca comune di soluzioni, di un pensare insieme. È proprio questo pensare
insieme ciò che i figli ricercano e di cui hanno bisogno, non di soluzioni
preconfezionate. In altri termini, buona parte della soluzione del problema
risiede proprio nel processo congiunto di ricerca di soluzioni.
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Le esperienze dei genitori a confronto
DOPO LA SCUOLA MEDIA
Dopo la scuola media ha voluto iscriversi al liceo scientifico. Io non
capivo che cosa avesse a che fare con lei, ma mio marito era mancato
da un anno, gli insegnanti avevano dato quel “consiglio di orientamento”
e in quel momento non ce l’ho fatta ad aprire un nuovo fronte caldo
nelle nostre relazioni. Era già abbastanza difficile così. Dopo meno di
tre mesi mi ha detto che non era quello che avrebbe voluto fare. Lo
psicopedagogico avrebbe invece fatto al caso suo. Sono andata a parlare
con la preside del nuovo istituto per scoprire che però quell’anno non
sarebbe stato possibile nessun progetto passerella. C’erano stati troppi
iscritti. Serena avrebbe potuto transitare sul percorso di scienze sociali
e poi da qui, l’anno successivo, sul secondo anno di psicopedagogico.
Non mi sembrava un granché come proposta, ma naturalmente mia
figlia ne è stata subito entusiasta. E così ha cambiato. Da gennaio, anno
nuovo scuola nuova. Peccato che dopo circa un mese sono riemersi i
soliti vecchi problemi: nessuna voglia di studiare combinata con assenze
ingiustificate. A fine anno è stata bocciata e a quel punto è ripartita con la
prima dello psicopedagogico. Bene, le ho detto, adesso sei dove volevi
essere. Ma dentro di me non ero affatto tranquilla. Questa figlia non mi
faceva dormire la notte. È vero che non mi dava altri grattacapi – aveva
amicizie affidabili, non aveva grandi esigenze di abbigliamento, usciva
con moderazione - però la scuola, il suo posto nel mondo, sembrava
essere un cammino ad ostacoli. Io non sapevo nemmeno come esserle
utile. Avevo frequentato solo scuole private e mi sentivo impreparata ad
affrontare i cambi di insegnanti, i programmi nuovi, la disciplina vaga. Poi
c’erano gli altri due a cui pensare, il lavoro da mantenere, la casa e i miei
studi. Dopo una prima laurea che avevo preso da ragazza mi ero iscritta
di nuovo all’università. Mi è sempre piaciuto studiare e se avessi potuto
– adesso senza mio marito non è più possibile – avrei passato la vita a
studiare, approfondire, scoprire nuove vie della conoscenza.
Il primo anno di psicopedagogico si è concluso con un debito di tre
materie ripianato a settembre dopo un’estate di inferno.
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A scuola di adolescenza
E con la scoperta
che anche questa
scuola non era
quello che mia
figlia avrebbe
voluto fare.
Troppo studio,
troppe richieste.
Aveva pensato
di trasferirsi in un
professionale.
Lì era sicura di riuscire a reggere l’impegno. Io mi sentivo come durante
un terremoto. Le pareti davanti a miei occhi, il pavimento sotto i miei
piedi sussultavano e oscillavano. Ricordo che dovetti sedermi preda di
un conato di vomito che riuscii a controllare solo con una lunga serie
di profondi respiri. Era il panico, lo sapevo e ricordavo che subito dopo
sarebbe arrivata la paralisi. L’impossibilità totale di dare uno spazio alle
obiezioni, alle considerazioni, di dare loro una voce, una forma.
Ora Serena frequenta il secondo anno di tecnico dei servizi turistici. Si
è data un gran daffare nei percorsi di “riallineamento” e per un attimo ho
creduto che fossimo finalmente al sicuro. Poi però mi hanno chiamata
da scuola. Il coordinatore di classe voleva parlarmi: a un mese dall’inizio
della scuola hanno cominciato a notare un calo nell’impegno.
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Le esperienze dei genitori a confronto
Terra di mezzo
A volte, specialmente con i preadolescenti, la ricerca di soluzioni congiunte
risulta particolarmente difficile perché la comunicazione funziona solo a tratti,
o anche per niente, in apparenza. Quanto più si cerca un contatto attraverso
domande, richieste, preghiere, ingiunzioni, tanto più l’adolescente sembra
richiudersi a riccio, estraniarsi e cercare rifugio in un mondo tutto suo. Per
i genitori sentirsi ignorati o respinti è un’esperienza nuova, difficile e per
molti versi sconvolgente. I padri e le madri esprimono questa sensazione di
disagio con frasi che sembrano andare dallo stupore e alla rassegnazione:
“non lo riconosco più”, “con me non vuole parlare”, “ha deciso così, non so
cosa farci”. Il figlio che viene descritto sembra uscito di colpo dalla sfera
degli affetti, ed essere diventato qualcun altro, una persona che stentiamo
a riconoscere, un essere lontano e imperscrutabile, un perfetto estraneo.
La difficoltà più grande per i genitori, in questo senso, è che spesso si è
convinti, se non di riuscire a controllare, quanto meno di conoscere bene i
pensieri e i comportamenti di nostro figlio. Abbiamo talvolta la presunzione
di sapere meglio noi di lui cosa gli pensa, quali sono i suoi desideri. Il nuovo
atteggiamento del ragazzo o della ragazza, così distaccato, così chiuso,
mette in evidenza la sua necessità di difendersi da ciò che tende a percepire
ormai come un’invasione nella sua vita. Il messaggio rivolto ai genitori è: “tu
non sai quello che mi passa per la mente”, ed è un messaggio molto chiaro,
anche se molto difficile da accogliere da parte dei genitori. In realtà, sin da
molto piccoli i bambini manifestano la loro individualità e il loro bisogno di
autonomia attraverso forme di contrapposizione che si esprimono nel rifiuto di
un certo cibo, vestito o programma che abbiamo scelto per lui “nel suo miglior
interesse”. A volte abbiamo puntato i piedi e ci siamo imposti, altre abbiamo
ceduto perché non era il caso di farne una tragedia, ma la vera questione è
quanto tempo abbiamo investito, in un caso o nell’altro, per cercare di capire
quali erano i motivi della sua scelta, della sua insistenza, del “capriccio” che
a noi sembrava così irragionevole. È lì che il bambino ha capito e imparato
a conoscere che c’è questa terra di mezzo in cui i genitori sanno sostare per
un certo tempo nei suoi desideri, sanno mettersi nei suoi panni. Panni molto
diversi da quelli di un adulto ma che pure, come abbiamo osservato, ognuno
di noi ha vestito nel suo passato.
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A scuola di adolescenza
Congedarsi per ritornare
Questo spazio di mezzo si crea dunque se riusciamo a riprendere in mano
questo passato - anche in quegli aspetti ed esperienze che all’epoca
ci avevano fatto sentire a disagio. In questo modo possiamo arrivare a
comprendere il “no” del bambino, e i motivi che sono alla base del “no”, senza
risolvere affrettatamente la questione (e poco importa a quel punto se si
tiene duro o si cede). Arriva però un momento, con l’adolescenza, in cui tutto
questo non basta più. L’adolescente mette in questione non solo il modo in
cui le decisioni vengono prese ma anche, in maniera ancor più sottile e forte,
la pretesa da parte dei genitori che il proprio figlio sia sempre leggibile nelle
sue intenzioni e “trasparente” nelle sue scelte. Il ragazzo o la ragazza non
desiderano più essere una “gemmazione” della famiglia, scoprono di voler
essere semplicemente se stessi, e ciò comporta sottolineare le differenze,
le distanze. L’idea che il proprio mondo possa essere ancora compreso e
per buona parte inglobato in quello dei genitori suona come una limitazione
insopportabile. Al tempo stesso, anche per i genitori è difficile affrontare
questa sfida radicale che traccia un limite apparentemente invalicabile, e che
rifiuta in modo timido o brusco l’appoggio, il consiglio, l’“essere con” della
madre e del padre. Si ha la sensazione di perdere, e di perdersi. Spesso,
quando un genitore confida a qualcuno questa sua preoccupazione rispetto
all’allontanamento del figlio o della figlia, viene spontaneo fargli notare che
quel certo sguardo, quel tono di voce, quell’atteggiamento sono proprio i
suoi, inconfondibili, e probabilmente lo erano ancora di più quando aveva
l’età di suo figlio. Del resto, la rivendicazione del figlio per la differenziazione,
per essere se stesso, è tanto più grande e urgente quanto più egli stesso
percepisce questa somiglianza, e in essa la forza del legame che lo unisce
alla sua famiglia, la forza di un amore traboccante e illimitato, di cui egli deve
trovare i confini proprio perché sia possibile orientarsi nella costruzione del
proprio cammino personale. Per i genitori ciò non significa abdicare alle
proprie capacità di comprensione, ma farle lavorare in una nuova direzione,
quella del “lasciare andare” il proprio ragazzo verso esperienze di vita in cui
il loro continuo supporto non è più necessario, perché essi saranno presenti
per sempre nella mente del figlio. Per quanto inevitabilmente venato di
malinconia, questo lasciare andare rappresenta un passaggio fondamentale
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Le esperienze dei genitori a confronto
per ogni genitore e ogni figlio, perché è solo attraverso di esso che si apre la
strada per un possibile ritorno, per una relazione nuova, diversa e pienamente
appagante per entrambi.
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Fabio Dovigo (Phd) è Professore associato presso Facoltà di Scienze
della Formazione dell’Università di Bergamo, dove insegna Pedagogia
sperimentale e Metodologia della ricerca organizzativa.
È direttore, presso la stessa Università, del Corso di perfezionamento
post-laurea in “Mediazione sociale e familiare”.
È autore di numerose pubblicazioni, tra cui ricordiamo “Fare differenze”
(Erickson, Trento), “Didattica attiva e apprendimenti multipli” (Carocci,
Roma), “La salute s’impara” (Carocci, Roma).
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Alessandra Galizzi
Psicopedagogista e Psicomotricista, si occupa da più di vent’anni di
bambini, ragazzi, famiglie e scuole sia nella struttura pubblica (dove
coordina un laboratorio di pedagogia speciale e interculturale) sia
nell’attività libero professionale.
Impaginazione: Massimiliano Cafarotti - Editing: Giuseppe Cavallaro
Stampa: Scuola Tipografica S. Pio X - Roma
Valbrembo, (BG) novembre 2009
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