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UN SORRISO
PER
BOUBACAR
a cura di
CELESTINA FORTINA
Storie, commenti, corrispondenza,
reportages, testimonianze ed altro
serviti, o non, a far sorridere
tanti bambini senegalesi
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Prefazione
Una novarese sulle frontiere
del bisogno e dell’emarginazione
Come fondatore e, nel momento in cui scrivo, presidente dell’Associazione Novaresi nel Mondo, provo grande soddisfazione se un socio
del sodalizio, in qualche parte del globo, raggiunge risultati d’eccellenza nella propria attività, a volte degni di importanti riconoscimenti.
Ma l’esempio di Celestina Fortina, missionaria laica in Senegal e nel
2012 insignita - dalla Regione Piemonte - del titolo di “Piemontese nel
Mondo” per meriti nell’ambito del sociale, ha un connotato particolare e diverso. Perché le tappe del suo ventennale percorso umanitario in un ambiente difficile si sono succedute in silenzio, senza
clamore. Grazie a Celestina e ai suoi collaboratori, il cammino di tante
persone infelici ha ritrovato fiducia.
Adesso, Celestina ha pensato che fosse giunto il momento di comunicare anche all’esterno una parte dell’esperienza vissuta, tanto ricca
di valori. In realtà la sua storia, in questo libro, è per lo più raccontata
attraverso le vicende degli altri, incontrati ai margini della savana e
delle foreste di baobab: gli umili, i derelitti, gli afflitti che si confrontano quotidianamente con l’indigenza e hanno a volte conosciuto la
lebbra, lontani discendenti degli schiavi che - da questo Paese - furono
per secoli deportati in catene verso l’America. Poveri sì, ma con l’orgoglio di un popolo che ha ritrovato la libertà. Sono storie di sofferenza e di composta dignità, in certi casi sconvolgenti ma sempre
edificanti.
Il legame di Celestina con l’Italia è solido e dunque c’è spazio anche
per le storie che vengono dal Piemonte e dal Novarese, polmoni rigeneratori per l’attività che prosegue senza sosta nei villaggi di Miname
e di Sowane. Grazie al “ponte” con l’Italia, c’è chi giunge in Africa per
portare doni ma soprattutto sapere: sono nati così, dove non c’era
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nulla, il centro sanitario, la chiesa, la scuola, i pozzi e persino posti di
lavoro. Il tutto però con ostacoli inimmaginabili da superare. Ogni
giorno non è mai uguale all’altro, a Miname o a Sowane, con il suo
pieno di rischi e di imprevisti.
Se generosamente arrivano aiuti dall’Italia, soprattutto le necessarie
medicine, bisogna comunque spendere soldi per sdoganare, sempre
che non ci siano razzie (dalle scarpe agli asciugamani) e poi tocca pagare anche per quello che manca. Si attrezza con fatica il campo di calcio per i ragazzi e magari una precaria tubatura può rompersi e
allagare tutto, per dover ricominciare. Cerchi un contatto via internet,
impalpabile ma essenziale filo di comunicazione, e d’improvviso sparisce la corrente elettrica per ore. Succede che spedisci un container da
Novara, stipato di materiali urgenti per la scuola e questo vaga per
due mesi da un porto all’altro dell’Africa mandando in frantumi un
progetto. Una sera pulisci per bene i vialetti dell’azienda floricola e
l’indomani li trovi ingombri di sabbia portata dal vento. E poi, peggio
di un’epidemia di colera (che a volte colpisce), cattiveria e invidia non
ti risparmiano neppure dove c’è tanta povertà.
Ogni giorno, gioia e sofferenza si alternano e si sovrappongono.
Ma la fede resiste. E c’è sempre il premio più bello - afferma Celestina - capace di dare un valore a quello che fai. È il sorriso felice dei
bambini che ti accolgono. Dovunque, un sorriso ti aspetta sempre e ti
ripaga tanto. È riportata nel libro una frase universale di Madre Teresa: “Il bene che fai potrà essere dimenticato: non importa, fai del bene”.
E si legge anche un’esortazione mirata di mons. Mario Bandera, direttore del Centro missionario novarese: “Celestina, va molto bene quello
che fai, ma... mi raccomando, continua a farlo!”. Ci vuole una bella forza.
L’esempio di Celestina mi fa pensare al detto “Aiutati che il ciel
t’aiuta”, nel senso che bisogna darsi da fare, sempre e comunque, nelle avversità. Poi qualcosa - magari nel momento più inaspettato - accade, ad aggiustare le cose.
Celestina Fortina, sarà per il suo cognome, sarà per il nome...
la forza del Cielo è con lei.
(Dott. Paolo BOSSI - Presidente dell’Associazione
“Novaresi nel Mondo”- novembre 2012)
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Un sorriso non costa nulla, ma produce moltissimo.
Arricchisce le persone che lo ricevono,
senza diminuire coloro che lo donano.
Dura solo un attimo, ma il suo ricordo talora è eterno.
NESSUNO È COSI RICCO DA POTERNE FARE A MENO,
NESSUNO E’ TANTO POVERO DA NON POTERLO DONARE.
CREA LA GIOIA NELLA FAMIGLIA
È UN SEGNO SENSIBILE D’AMICIZIA,
DÀ RIPOSO A CHI E’ STANCO,
DA’ CORAGGIO A COLORO CHE NON NE HANNO PIU’
E SE VI CAPITA DI INCONTRARE QUALCUNO
CHE NON VI DA IL SORRISO CHE MERITERESTE,
DATE A LUI IL VOSTRO,
PERCHE’ NESSUNO HA TANTO BISOGNO DI UN SORRISO
COME COLUI CHE NON PUO’ DARNE AGLI ALTRI.
(Madre Teresa di Calcutta)
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Al mio piccolo angioletto, Francesca Angela Aicha,
entrata nella nostra vita tardi,
ma portando un sorriso radioso e infinito.
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UNA PREMESSA
Vi dico subito, così non ve ne meraviglierete troppo, che leggendo
questi ricordi, vi potreste rendere conto, almeno i più critici tra voi,
che qualche frase vi sembrerà di averla già trovata, in un capitolo o
paragrafo precedenti. Anche qualche doppione delle vicende che
hanno portato alla sua realizzazione.
Posso giustificarmi, o semplicemente precisare, affermando che
tutto quanto è accaduto nel corso degli anni (volutamente non ho rispettato la cronologia dei fatti), è una ripetizione del quotidiano,
espresso o vissuto in modi diversi.
Ho cercato di riunire, allo scadere dei miei sette decenni, appunti,
ricordi, corrispondenza inviata e/o ricevuta, articoli che avevo gelosamente e... orgogliosamente conservati dall’inizio della mia ...missione, e ancora, piccole storie che ho vissuto, nelle quali mi sono
trovata protagonista, comparsa, o semplicemente spettatrice, spesso
impotente.
Ho citato e ricordato molti amici, altri sono rimasti in una memoria un po’ zoppicante: me ne sia fatta venia.
Sono stati tanti gli incontri durante i miei ritorni in Italia, alcuni
solo meteore per qualche tempo, che però hanno contribuito al prosieguo del mio cammino.
Oggi sono tutti nel mio cuore, ed in quello certamente dei tanti beneficiari!
E’ pur vero che tutto passa, le azioni si compiono, si dimenticano,
pur tuttavia qualcosa rimane, DEVE rimanere, altrimenti ogni atto è
stato inutile.
E’ con questa speranza che dedico, a tutti coloro che hanno camminato con me, a coloro che ho solo velocemente incrociato, a coloro
che si sono fermati...per un piccolo drink, a tutti loro dedico questi
ricordi, perchè sono stati soprattutto LORO che hanno contribuito a
far spuntare... UN SORRISO PER BOUBACAR!
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Per tutti i “Boubacar” senegalesi, dico GRAZIE a - NON in ordine
alfabetico o cronologico - :
Don Mario, Domenico e Rosario, Paola e Francesco, Patrizia, Patrizia, Patrizia, Patrizia, Patrizia, Angelo e Luisa, Claudia, Nicoletta,
Nicoletta, Lucilla, Monica, Lalla, Marisa e Alberto, Elena e Alberto,
Federico, Anna e Maurizio, Maurizio, Maurizio, Clelia e Danilo, Angelo e Luisa, Thomas, Nemis, Flavio, Padre Flavio, Padre Enzo,
Padre Carlo, Padre Bruno, Padre Jo, Paola e Lucio, Carla e Alberto,
Carlo, Carlo, Mario, Mario, Mario, Giovanni, Fabrizio, Gianfranco,
Dodo, Chico, Gigio, Emanuela, Simona, Simona, Laura e Rodolfo,
Laura, Manuela, Manuela, Roberta, Mariangela e consorte, Teresa,
Teresa, Teresa, Teresa, Maria Vittoria, Ettore, Paolo, Paolo, Viviana,
Felicina e consorte, Andrea, Attilio, Eugenio, Amparo e Daniele,
Francesca, Francesca, Franca, Gabriella, Gabriella, Gabriella, Rodolfo, Valentina, Valeria, Piero, Piero, Ornella, Ornella, Maria, Mariuccia, Mariella e Enrico, Giulia e Enrico, Walter, Nilla, Alida, Maria
Teresa, Marie Therèse, Maria Grazia e Aldo, Maria Rosa, Anna,
Anna, Anna, Anna. Anna Maria, Maura, Arturo, Lorenzo, Elena,
Giuliana, Angela, Giulia, Giulia, Gloria, Giorgio e Lidia, Donatella,
Stella... E tutti gli altri!!!
Celestina
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La vita non è un affare privato.
Una storia e le sue lezioni
sono utili se condivise
Sono certa che a non poche persone avvenga di trovarsi di fronte,
un giorno della loro esistenza, all’occasione, che potrebbe anche chiamarsi opportunità, desiderio, speranza o altro, di cambiare, di dare
una svolta sostanziale alla propria vita. Ma quante di queste persone
sono calamitate verso un ignoto affinchè sia loro reso... noto?
La Storia ne è piena, la Storia dei Grandi che ne hanno scritto le pagine più salienti, ma anche, e direi soprattutto, la storia spesso ignota,
ma ben più consistente dei Piccoli, che, in tantissimi casi, hanno fatto
grandi cose, che però non vengono scritte nei libri della Storia.
Non me ne voglia il lettore se, per raccontare ciò che è avvenuto,
sono costretta ad inserirmi nel novero di questi Piccoli, me ne sia resa
venia, con un po’ di vanità.
Il farne parte può essere servito a portare un esiguo contributo a
quella che, chiamandola Storia, vuole essere solo qualche rigo del
grande Libro dell’umanità, nel quale non contano i nomi e le persone,
ma gli atti; e di conseguenza i semi gettati nel suolo per una vita meno
grama a favore di chi di semi non ne ha a volte nemmeno visto uno!
Cercherò di raccontarvi, tra i tanti vissuti quotidiani, gli episodi che
mi sono rimasti nel cuore, che mi hanno dato speranze e delusioni,
gioie e tristezze, coraggio e sconforto, ma sempre, come sotto una
grande mano protettrice e guida, una volontà di non cedere, quasi mai
venuta meno.
...E se qualcuno degli episodi vi potrà dare qualcosa o vi toccherà
nel profondo, ciò sarà per me la ricompensa più preziosa, anche se non
lo verrò a sapere.
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L’andare verso il mare
di un’anima vissuta sempre a terra,
che supera le case, i promontori,
per sprofondare nell’eternità
Novara, 1967 – Pensieri premonitori dell’autrice
Servire il prossimo...
un’avventura meravigliosa
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Per tutti quegli anni avevo dormito,
e stavo soltanto sognando di essere sveglia!
PERCHE’ IL SENEGAL? DESTINO O PROVVIDENZA?
La ricerca di una vacanza decisa all’ultimo momento, uno stacco
dalla giungla di cemento e di grettezze cittadine, o il desiderio di calore nel grigiore dell’inverno.
Ed ecco che l’Agenzia propone un paese dove trovare questo calore,
forse non solo fisico.
Il Senegal, il Paese dell’Africa occidentale che i più conoscono per la
Parigi-Dakar, Paese francofono dell’Africa nera più occidentale, ancora pregno del retaggio della tratta degli schiavi di tutto il Continente,
comunque tappa forzata per salpare verso il nuovo mondo.
Il Senegal e la bellissima Casamance, regione meridionale piena di
contraddizioni, ricca di vegetazione, foreste di giganteschi baobab e
fromager (alberi tipici tropicali), melange di culture differenti per le
numerose colonizzazioni che hanno portato ad una affascinante, ma
non insolita, per un Paese dell’Africa nera, mescolanza di usi e costumi
tra le diverse etnie, le quali si scontrano con tradizioni ancestrali più
forti della civilizzazione bianca, che non è riuscita ad alterarne il contenuto, dove le religioni convivono con le pratiche feticistiche, forse
più che in altre parti dello stesso Paese, come vivono in simbiosi le
varie etnie (diola, bambara, serère, poulard, a cui si aggiungono lo
wolof, il mandingo, il creolo, il francese, lo spagnolo, il portoghese, il
libanese e... anche l’italiano, oltre all’arabo e l’inglese, e recentemente
il cinese e l’indù), anche se amalgamate e, parlate dai più, sono le lingue correnti tra queste etnie.
Qui i colonizzatori hanno lasciato un tale melange di vestigia, le
quali non sono riuscite a portare una vera indipendenza, insomma qui
l’Africa è veramente Africa: qui l’unica risorsa, il turismo, non riesce
a nascondere l’indigenza di un popolo fiero e dignitoso.
Chi arriva in Senegal, ed ha la fortuna di visitare la Casamance, dopo
qualche sosta nei villaggi, passaggi sul fiume omonimo sulle caratteristiche piroghe, escursioni nelle foreste e nei boschi “sacri”,... Al cui
confronto noi piccoli esseri umani, siamo pigmei davanti ai giganteschi baobab, sorrisi luminosi dei bambini che ti tendono la mano per
salutarti, ma con l’inconscia speranza di ritirarla con un piccolo dono
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che però non osano esprimere a parole, ebbene, capita a pochi di non
venire colpiti da un dardo che può assomigliare a quello prosaico del
mitologico Cupido, ma che provoca un sentimento, inspiegabile, e soprattutto irreversibile. Amore a prima vista, no, colpo di fulmine, no,
oblio di tutto ciò che è avvenuto prima, forse, voglia di restare, non
ancora, ma comincia dentro se stessi una riflessione al riguardo, di
fare, di cambiare o solo di vivere dentro a questo mondo veramente
nuovo.
L’impatto con tutto questo matura lentamente una determinazione
via via più consapevole: che ne faccio del mio benessere e della mia
solitudine?
Perchè non occuparsi, in qualunque modo (ancora non sapevo
quale) di questa gente, perchè non cercare di procurare un sorriso alle
centinaia di bambini, tanto lontani dalla nostra idea di vita, dai nostri
cosiddetti figli del benessere? Così titolavo il mio primo articolo sull’argomento: “Bianco zuccherino per un sorriso nero”; così titolavo la
mia prima campagna “Per un sorriso di Boubacar”, che ho ripreso per
queste note.
Il sorriso è sempre stato l’emblema della mia scelta.
Il sorriso di un bimbo è gioia, serenità, innocenza, ma soprattutto
forza di vita, richiamo di Cristo. Dietro quei primi sorrisi conquistatori
trovavo solo la fiducia verso chi prendeva la loro mano tesa per posarvi quasi con vergogna un semplice zuccherino.
Ma quanto potevo ancora dare? Un mondo che ti esplode dentro,
che rende vano e banale tutto ciò che è avvenuto e trascorso prima di
oggi, un mondo dove i valori che hanno accompagnato la tua vita sino
al mezzo secolo, assumono veramente la loro entità, o meglio, vengono ribaltati: solidarietà, carità, tenerezza, amore, qui hanno veramente il loro significato più puro.
Ritorni a casa confusa, frastornata, timorosa di non aver ben recepito, e quindi convinta e determinata a volerne sapere di più, di vedere
più a fondo, di capire di più, di fare qualcosa che esca fuori dalla banale, direi squallida, vita da zitella in pensione, in un Paese dove la civiltà dei consumi non ti lascia respirare.
Più i giorni passano, e più profondamente quei teneri sorrisi di bimbi
che non hanno giochi griffati, abiti di marca, TV (ancora i telefonini
non c’erano...) e non dico altro, quei teneri sorrisi ormai ti si sono stampati nel cuore, e non ne usciranno !!
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La speranza è un essere piumato
che si posa sull’anima
canta melodie senza parole e non finisce mai
I primi viaggi in Senegal ( 1992, 1994), via via più lunghi, sempre più
coinvolgenti, servirono di riflessione sulle mie possibilità di lavoro a
favore delle popolazioni visitate, prendendo contatti con alcuni Organismi preposti alla lotta contro la lebbra.
Trovai subito sul mio cammino (ma ero poi io ad averlo scelto?) il
primo villaggio di lebbrosi, ed i primi doni portati nella valigia trovarono utile collocazione.
Poi vi furono i tours negli altri villaggi dislocati in tutto il Paese, veri
ghetti dove gli ex ammalati, alcuni penosamente ridotti dalle conseguenze della malattia, vivono (ma è vita?) rifiutati come impuri anche
da coloro che non hanno migliori risorse, dove i bambini nascono e
muoiono con la stessa frequenza, perchè non c’è cultura, educazione,
pianificazione familiare (che pleonasmo!), ma sempre e solo istinto di
sopravvivenza: ecco lo scenario che mi si presentava.
A fine 1994 i soggiorni in Senegal si prolungarono, diminuendo i ritorni a casa, ma iniziò allora la collaborazione e il sostegno del CMD
di Novara, che mi preparò alla vita di missionaria laica che avevo
scelto per questa terra. Nel contempo fui introdotta nella Diocesi di
Dakar dai Padri Missionari OMI (Oblati Maria Immacolata), italiani,
presenti nel Paese in numerose missioni.
Da allora, in sintonia con il CMD di Novara, ebbi in loco il sostegno
morale, i consigli, le conoscenze culturali del luogo, e così via, che mi
permisero di capire e lavorare al meglio in un Paese dove povertà e
malattie vanno di pari passo con una ignoranza purtroppo molto diffusa.
Un vero aiuto lo ebbi dal defunto Cardinale Thiandum, che tra l’altro mi sostenne quando gli chiesi la dispensa per sposarmi con un non
cattolico, mio fido collaboratore, grazie al quale ho potuto svolgere
buona parte della mia missione a favore delle famiglie di ex lebbrosi,
dedicandoci anche alla formazione nel campo agricolo ed edile di alcuni giovani appartenenti a dette famiglie, senza dimenticare la preparazione al cucito delle ragazze adolescenti.
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I viaggi si susseguono ed i soggiorni si allungano. In Casamance,
nella brousse, covano rancori mai sopiti e la guerriglia riprende e uccide.
Il turismo si blocca, gli hotel chiudono, l’economia si arresta. Anche
la famiglia che ho (o che mi ha) adottata, si trova ad affrontare un problema di sopravvivenza. Si emigra al nord, dove creiamo una comunità, che lavora per produrre piante ornamentali ma anche alberi da
frutta, per il piacere dei benestanti cittadini, e per la sopravvivenza di
un gruppo, dove giovani imparano un mestiere e trovano anche un
focolare.
Contemporaneamente faccio una scelta tra tutti i villaggi visitati; uno
tra i più poveri, in piena savana, temperatura minima 35°, 300 anime,
più della metà minori, gli adulti, ammalati e non, dai corpi orrendamente mutilati, ma nei quali palpitano cuori sereni e fiduciosi. Gli interventi nel Villaggio di Sowane, uno dei 10 villaggi per lebbrosi
esistenti nel Senegal (dove venivano reclutate le famiglie dei malati
guariti che però restavano invalidi a vita), iniziarono nel 1995.
Praticamente ci siamo occupati di tutti i settori, dall’igiene all’educazione, dalla salute alla coltivazione, col solo sostegno economico
degli aiuti italiani e... dei propri mezzi, soprattutto a favore delle famiglie degli handicappati gravi. Col CMD abbiamo costruito un piccolo ambulatorio, che con gli anni ha meritato al villaggio un “Poste de
Santé”, il primo gradino della gerarchia sanitaria.
Sono stati creati pozzi e allacciamenti idrici in buona parte del villaggio, nonché coltivazioni di ortaggi e alberi da frutta (questo in collaborazione con l’Associazione Novara Center) ciò fu di sprone al
Governo per l’allacciamento idrico generale. Abbiamo inoltre costruito
un asilo e un parco giochi per i più piccoli: oggi lo Stato ha dotato il villaggio di 2 classi elementari, e rifatto asilo e parco.
Ma il mio impegno pressocchè costante sono gli interventi a favore
di singole famiglie, con aiuti per l’educazione scolastica, corsi per insegnare un mestiere, in particolare orticultura e edilizia, ospitando a
Dakar, presso il nostro centro agricolo (Florikounda), i giovani interessati. Ultimo grande impegno, che ha rinsaldato i nostri rapporti con
la Diocesi di Dakar, è stata la costruzione di una chiesa (doveva essere
una Cappelletta, ma mio marito ha deciso che non ci devono essere limiti per la casa del Signore!) per la minoritaria comunità cattolica di
Sowane (10 famiglie su 60) dedicata ai Santi Anna e Gioacchino.
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Qui come altrove in Senegal, cristiani, musulmani, animisti, tutti insieme sono uniti dallo stesso amore per un essere supremo in cui
hanno un’estrema fiducia, che pregano come sanno per continuare a
vivere, in attesa di una morte serena, con la stessa speranza di un bene
ancora sconosciuto, ma in cui credono, che si aggrappano a chiunque
possa portare loro anche il più piccolo cadeau: un materasso, un medicinale, un capo di vestiario, un pallone o una saponetta. Tutto quanto
è possibile viene fatto con l’aiuto della Provvidenza, che ha tante vie,
con umiltà e dedizione, nonostante le difficoltà che comportano le
“grandi” differenze con le quali mi confronto ogni giorno: etniche, sociali, religiose, e culturali.
“Ogni bambino di qualunque razza ha la bellezza della propria
innocenza. Quelli senegalesi hanno una bellezza in più: il retaggio
degli antenati portati in catene nel Nuovo Mondo. Il loro sacrificio
ha reso un popolo libero, ma ancora così profondamente povero da
accettare un piccolo zuccherino come un dono prezioso”
(Pensieri dell’autrice)
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SOEUR LILIANE
Durante il secondo viaggio (marzo ’92), il primo nella nuova veste di
“esploratrice di sorrisi”, mi trovavo presso una famiglia senegalese.
Per raggiungere la loro abitazione, una serie di capanne nel mezzo di
una foresta all’apparenza impenetrabile, si doveva percorrere qualche
centinaio di metri. Passando sul viottolo, un giorno udii pianti e gridolini di bimbi.
E’ l’Orfanotrofio di Suor Liliane, mi dissero, andiamo a renderle visita. Mi si presentò una giovane religiosa, di evidente etnia diola, con
un grande grembiule sull’abito monacale azzurro e beige stazzonati
per il caldo e l’umidità: era l’hivernage e soprattutto in Casamance il
periodo delle piogge è lungo e pesante. Appresi poi che si trattava
della tenuta della sua congregazione, il cui monastero, nei pressi di
Dakar, aveva lasciato su dispensa della Curia per motivi di salute.
Accaldata e indaffarata per la preparazione del pranzo, era aiutata
da due giovani donne, che, su di uno sgabellino, pestavano miglio,
pulivano il pesce e tagliavano cipolle, circondate da 3 o 4 ragazzine.
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Con una cortesia squisita, ci fece accomodare sulla veranda di una fatiscente casa di stile coloniale, che aveva visto tempi migliori, e dopo
le presentazioni ed i convenevoli di rito mi raccontò. Si occupava di
bambini abbandonati, in quel tempo ne aveva una quindicina, tra cui
due neonati accolti (o devo dire raccolti) da pochi giorni.
Pur dipendendo ufficialmente dalla Diocesi di Ziguinchor (capitale
della Casamance) diciamo che... lavorava in proprio, e mi lasciò capire dignitosamente che non aveva molti aiuti, vivendo tutti della
provvidenza quotidiana; non mancò di sottolineare il contributo provvidenziale della famiglia sua vicina, di cui ero ospite, la quale, disponendo di un pozzo artesiano, forniva loro gratuitamente l’acqua
necessaria e indispensabile.
Mi presentò con orgoglio una bimbetta di 2 o 3 anni che sarebbe presto partita per la Svizzera, adottata da una coppia; c’erano anche due
adolescenti (12-14 anni), fratello e sorella, che presto avrebbero dovuto
lasciarla (limiti di età) ed era preoccupata perchè non avevano dove
andare.
Conservo la foto di un piccolo esserino di meno di 2 anni, che essendo di fragile costituzione –la nascita ed i primi mesi di vita non le
avevano certo sorriso- abbisognava di cure e attenzioni particolari. ....e
mi chiese di prenderla con me! Che stretta al cuore.
Quando ritornai in un viaggio successivo c’erano stati arrivi e partenze tra i piccoli ospiti, ma più tardi, la recrudescenza della guerriglia
che insanguinava da 20 anni la regione, l’insicurezza conseguente e le
precarie condizioni di salute della buona suora, portarono alla chiusura del piccolo Orfanotrofio. Rividi Suor Liliane qualche anno dopo
a Dakar, era stata nel Convento della sua Congregazione al Nord ed
aveva potuto debellare la sua malattia, in tanti casi implacabile.
Aveva riaperto la Casa nella zona, ma non ho avuto più sue notizie.
Solo recentemente ho saputo che si occupa ancora di orfanelli, sempre in Casamance, malgrado la recente ripresa della guerriglia. Piccola suora coraggiosa che non si tirò mai indietro di fronte alle
difficoltà e che, con la tenacia di una volontà indomabile, cercava, pur
minata dalla malattia, le sue questue tra i villaggi, tra gente che disponendo di poco spartiva quel poco, per bambini rifiutati dal suo
stesso mondo.
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RIFLESSIONI E PROPOSITI
Se si vuole aiutare un Paese del Terzo Mondo, non basta portare
doni, ma per quanto ho potuto constatare con la mia esperienza “sul
campo”, occorre insegnare un mestiere ai suoi giovani, perchè possano “volare da soli”, soprattutto a coloro che non hanno una sia pur
rudimentale educazione di base o...nemmeno quella. Occorre a mio
avviso, sempre per cambiare una realtà evidente, educare le persone
a non attendersi la manna dal Cielo, ma aiutare il Cielo a far scendere
la manna. C’è chi ha avuto un po’ di fortuna - vedi aiuti dall’estero ed ha raggiunto la capitale, ma la più parte non rientra al villaggio.
C’è chi si barcamena con qualche coltura (miglio, arachidi) in una zona
arida e poco fertile.
Ci sono i giovani che senza risorse si lasciano andare alla disperazione, e ci sono centinaia di bambini abbandonati spesso a se stessi.
Alle soglie del secondo millennio, ci si rende conto che esistono ancora luoghi dove vivono segregati con le famiglie i sopravvissuti,
anche se con piaghe indelebili, della lebbra, persone i cui figli e nipoti
sani e abili sono comunque rifiutati dalla società, causa l’atavica ripugnanza per questa malattia di biblica memoria.
Pur essendo relativamente soddisfatta del mio lavoro, vorrei poter
fare molto di più. Sono però consapevole che anche un piccolo risultato, nel nome del Signore, non vada sottovalutato. Ho tenuto a Battesimo recentemente un bambino, un’altra creatura mi è stata affidata
dalla Provvidenza, il piccolo non fu riconosciuto dal padre biologico,
il quale aveva imposto alla madre nubile di liberarsene, ma il piccolo
Clement è sopravvissuto ad ogni tentativo, venendo al mondo di prepotenza.
Come già detto, in Senegal la maggioranza della popolazione è di
religione musulmana (se ne parlerà spesso più avanti), ho però constatato che i cristiani ...si difendono bene. Ma torniamo alla situazione
generale. A Dakar non c’è forse la grande povertà dei villaggi, per contro ogni giorno si assiste alla mendicità provocata da un’estrema miseria. Ho imparato, con grande sforzo lo ammetto, a chiudere gli occhi:
da sola non posso liberare il Paese da una piaga così profonda, ma
cerco di “vedere “ dietro ai vari casi che mi si presentano cosa succede
e... perchè.
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Così riusciamo a fare più bene possibile, con i mezzi di bordo. Ho
sempre sconsigliato le persone che vogliono immigrare, anche nell’ambito della famiglia che mi sto creando, d’altro canto non sono sempre le più misere, ma, insisto e ripeto, bisogna creare posti di lavoro,
dopo aver insegnato un mestiere, e impedire l’accattonaggio, spesso
più facile di un modesto impiego. Qualche volta ci riusciamo, e allora... è gioia e soddisfazione.
Dakar, 1997
UN ESEMPIO DI ADOZIONE A DISTANZA
A dicembre 1998, mi fu fatta una proposta da Novara per aiutare direttamente una famiglia di mia conoscenza. Vagliati alcuni casi...che
avevo sottomano, trovai chi poteva fare al caso nostro. Il padre, di formazione “sarto”, ma attualmente occupato come aiuto muratore, 50
anni, in precarie condizioni di salute, lavora da noi anche come apprendista giardiniere, da quando ci fu sottoposto come “caso sociale”
- disoccupato con numerosa famiglia a carico -; tenuto conto della sua
salute svolge mansioni “leggere” e soprattutto non è possibile corrispondergli un salario adeguato. E’ evidente che all’occorrenza, ci assumiamo spese mediche e aiuti ai 4 figli (dai 2 agli 8 anni), ma mi
rendo conto che è pur sempre troppo poco. I bambini non vanno a
scuola, la famiglia vive in condizioni ambientali al limite della decenza, e i nostri sforzi purtroppo non sono sufficienti. Pensai che un
anche piccolo sostegno in più al mese sarebbe stata una vera grazia di
Dio.
La moglie, molto più giovane, vendeva alla porta di casa, su una rudimentale tavola di legno, piccole cose, raffazzonate al mercato, a volte
ricevute da noi al giardino, come limoni e papaie, ma non avevamo
altro ...da commercializzare, e poi per occuparsi dei bambini avrebbe
avuto bisogno di più tempo, oltre che di mezzi. Inoltre con un po’ di
denaro in più, almeno due bambini sarebbero potuti andare a scuola,
si poteva cercare un alloggio più dignitoso, mentre con il salario fisso
la famiglia avrebbe avuto... di che vivere.
Il proponente accettò di buon grado e per una decina d’anni alla famiglia Diouf fu assicurato un congruo aiuto. I figli sono cresciuti, solo
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un piccolo di 4 anni fu chiamato in cielo “dopo una breve malattia”
come si dice qui ad ogni morte inspiegabile.
Il padre, malgrado le varie vicissitudini che ha condiviso con Florikounda, è rimasto fedele a noi ed ancora oggi è con noi (2012).
VICINO AI LONTANI
Carissimi amici, ho ricevuto e letto con piacere il vostro opuscolo
“Vicino ai Lontani”, e già questo nome mi ha profondamente colpita.
Per l’immediatezza del significato: come dire, il titolo è già un programma. Bravi!
Mi chiedete impressioni, commenti, suggerimenti.. Ebbene, la prima
impressione è decisamente positiva: un ottimo lavoro, chiaro, semplice, e pur molto significativo e toccante, decisamente positivo per
gli scopi che vi siete prefissati.
Se posso permettermi un suggerimento, ci metterei qualche foto in
più; esse toccano di più il cuore delle persone, abituate troppo, ahimè,
alla superficialità.
Tra le vostre esperienze che mi hanno di più toccata, quella della
Costa d’Avorio, “Il dono di un sorriso”.
Mi ricorda la mia prima campagna - ne troverete notizie in altre pagine - intitolata “Un sorriso per Boubacar”, che è diventato poi il titolo di questo scritto.
Le realtà descritte sono le stesse che trovo in Senegal, povertà, indigenza, malattie, anche deturpanti (non solo per il tipo di malattia come
la lebbra ad esempio, ma anche per cure insufficienti o comunque superficiali), il divario o, se volete, lo scontro tra opposte civiltà, ed infine la meravigliosa sensazione che dà il sorriso di un bimbo,
innocente di tutti questi mali.
Continuate su questa degnissima strada e, con l’aiuto di Dio e... delle
persone di buona volontà che vi sostengono, sicuramente i vostri
sforzi saranno premiati. Quanto a me, vorrei fare qualcosa anche qui
che possa servire alla vostra missione cittadina.
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Non c’è tempo per parlarne, ma potremo scriverci. Abito alle porte
di Dakar... e quando trovo un mezzo di trasporto, parto per l’interno,
per distribuire personalmente nei villaggi ex lebbrosari il materiale
che spedisco durante i rientri a Novara, e per seguire anche piccoli lavori che solo la generosità di pochi amici mi permettono di realizzare.
Grazie per avermi citata: ne sono veramente commossa, e ricevete
tutti fervidi auguri per la migliore riuscita delle vostre opere. 1996,
La collaborazione con il gruppo AMSA
(Associazione Missionaria di Sant’ Agabio)
è poi continuata sino ai giorni nostri.
Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano.
Ma se non ci fosse quella goccia, all’oceano mancherebbe.
(Madre Teresa di Calcutta)
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GIOIE E TRAGEDIE
DI VITA QUOTIDIANA
Eccovi alcune storie che direttamente o indirettamente ho vissuto.
Alcune a lieto fine, qualche tragedia, qualche miracolo, ma tutte per
insegnarci qualcosa!!
UN UOMO, L’AVVENTURA, UN BIMBO...
E I MIRACOLI CONTINUANO!
(Primavera 2009)
Un giorno ci chiamò un amico di gioventù di Keba. Aveva ricevuto
notizie da un compaesano comune, che da qualche anno non dava notizie di sé. E ci raccontò.
Dopo essere rimasto senza lavoro (ne parlerò più avanti) ed aver toccato il fondo per dover mantenere una numerosa famiglia, aveva deciso di partire, in cerca di fortuna: una decisione ardita per un uomo
di oltre 50 anni, ma non ne aveva altre! Passò 4 anni tra avventure,
lunghi cammini a piedi, disagi infiniti, assalito da briganti nel deserto
del nord Africa, che lo lasciarono nudo come un verme, impossibilitato
ad avvertire i congiunti, non aveva nulla per contattare la famiglia, far
sapere almeno che era ancora in vita, anche se spesso, aveva raccontato, aveva agognato di lasciare questo mondo, ormai abbandonato
dalla più piccola speranza di farcela, non più alla ricerca di una nuova
patria come tanti disperati in questo Continente, eppure sopraffatto
dal desiderio di tornare a casa, malgrado tutto.
La famiglia non credeva più alla sua esistenza: residente in un lontano villaggio, non distante dalla frontiera con la Guinea Conakry, a
sud est del Senegal, sosteneva tutto il peso di una numerosa figliolanza una coraggiosa madre di 6 o 7 figli, di cui una sola maggiorenne
e sposata nel vicino villaggio di Fadega, uno dei 10 “Villages de Réclassement” per lebbrosi esistenti nel Paese: in questo villaggio il nostro viaggiatore aveva lavorato per anni come animatore responsabile
di sviluppo e formazione dei giovani sani, sino alla scioglimento dell’Associazione Senegalese di Aiuto ai Lebbrosi, ASAL, da cui dipendeva (e che lo aveva poi determinato a...fuggire all’estero!).
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Per un po’ allora aveva tirato avanti, ma i figli erano piccoli e necessitavano di tante cose. Ricordo, ai primi tempi del mio soggiorno in
Senegal, che ogni tanto riuscivamo a dargli una mano. Ma poi anche
noi non avemmo più notizie. Sino alla telefonata!
Come prima decisione, lo accogliemmo da noi, nelle nuove installazioni che avevamo appena terminato e occupato, dopo il trasloco “per
ragioni di necessità pubbliche” che fummo costretti a fare.
Un letto non mancava! Nel frattempo potè contattare la famiglia, incredula nel saperlo ...in vita. Poichè altrimenti non avrebbe mai accettato di essere accolto gratuitamente, cominciò a lavorare nel nuovo
vivaio. Era però troppo presto per affrontare il lungo viaggio verso i
suoi cari, doveva anche riprendersi fisicamente (quanti segni di ferite
sui suoi arti emaciati!) ma soprattutto moralmente. O forse non era ancora pronto, non ne aveva ancora il coraggio. Ma almeno cominciò ad
inviare qualche sostentamento.
Fu così che maturò in mio marito l’idea di accompagnarlo a casa, e
così si fece al primo lungo weekend, quello di Ferragosto. Partimmo
all’alba per Kedugou, distante 1.500 km da Dakar. Fu un viaggio lungo
e un poco faticoso, essendo in pieno periodo delle piogge, ma alimentato da una forte speranza. Alla periferia del paese, in aperta campagna, trovammo la moglie sul ciglio della strada, in attesa. Si diedero
la mano, come due sconosciuti, o pudicamente, fui io a dire “Ma,
Ablaye, non l’abbracci neanche tua moglie?” Li lasciammo, sino all’indomani. E la mattina dopo li trovammo entrambi ad attenderci
nello stesso punto, da dove ci inoltrammo attraverso sentieri stretti e
tortuosi, con un po’ di pena per la nostra macchina, per raggiungere
la loro dimora.
Tutta la famiglia era riunita, si scambiavano ringraziamenti (la lingua il mandinche), si esprimevano gioia, sollievo, ma, anche e soprattutto da parte dei tre maschi adolescenti, un pesante silenzio che
esprimeva certo il patimento di anni di abbandono, di silenzio. Ma il
più era fatto. La famiglia riunita aveva ritrovato marito e padre, furono ricordati episodi di un passato difficile, ma prevaricati dal buon
esito di quell’incontro liberatorio. Io beneficiai di una traduzione ridotta all’essenziale, anche se non ne avevo bisogno, non mi si doveva
nulla, era il “loro” incontro.
Qui pongo un epilogo alla prima parte di questa storia. Aggiungo
solo, come trait d’union, che durante l’incontro avevo notato un pic23
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colino in grembo alla figlia maggiore: doveva avere un anno o giù di
li. Non dissi e non chiesi nulla: in Senegal i bambini sono sempre tanti
e...fanno parte del decoro ( mi si perdoni l’espressione).
L’indomani rientrammo a Miname, il nostro nuovo villaggio di residenza, riprendemmo la quotidianità della nostra vita, e attendevamo
il rientro di Ablaye, rimasto qualche giorno con i suoi.
Fu dopo il suo rientro che venni a conoscenza di...una prima versione che concerneva quel bimbo, che credevo fosse il nipotino di
Ablaye.
Circa un anno prima, la moglie del nostro, che sola provvedeva ai bisogni dei figli gestendo una “gargotte” (vendita di cibo pronto) al mercato di Kedugou (come dicevo loro abitavano nella lontana periferia),
aveva assoldato una ragazza della vicina Guinea, come aiuto per lavare le stoviglie: non si era accorta del suo avanzato stato di gravidanza, o forse se n’era accorta, ma la consuetudine impone un discreto
silenzio, tanto che, solo pochi giorni dopo una brevissima assenza per
partorire, si ripresentò con il neonato. Lasciò passare ancora qualche
giorno, poi lasciando il piccolo e le sue cose nel retro del locale, se ne
andò e non si fece più vedere. Alla Polizia dissero alla buona donna
che certamente la giovane era rientrata al suo Paese, dove non poteva
presentarsi col piccolo: quella era una prassi assai frequente, aggiunsero, in quel posto di frontiera.
Non restava quindi che tenersi il piccolo e...aspettare un miracolo.
E il primo avvenne qualche mese dopo, con le notizie del marito... redivivo, dopo 4 anni!
Intanto si prospettavano procedimenti burocratico-amministrativi e
legali, ma con che mezzi? Il piccolo, cui fu dato il nome di Ousmane,
non era ufficialmente nato, per denunciarlo all’anagrafe oltre alla dichiarazione della Polizia-che peraltro non avrebbe esitato a fornirlapareva necessario un “Certificato di Parto”della locale Maternità: ve lo
immaginate la povera signora, col marito assente da, allora, 3 anni, accettare di essere riconosciuta madre!! E inoltre, l’ostetrica interpellata
aveva chiesto di essere pagata per le prestazioni non effettuate. Quindi
nulla fu fatto e si continuava ad attendere ...il miracolo.
E qui apro una parentesi, molto importante per l’evolversi della vicenda.
Non più di una settimana dopo essere venuta a conoscenza della storia di Ousmane, quando mi scervellavo per trovare una soluzione che
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ci permettesse di dare una mano, mi fu inviata una e-mail da un’amica
italiana, che mi chiedeva se conoscevo una famiglia in particolare stato
di bisogno, della quale lei e la nuora avrebbero potuto occuparsi puntualmente, una sorta di adozione a distanza, come da anni posso fare
con l’aiuto di persone di buon cuore che mi concedono la loro fiducia.
Ed ecco il secondo miracolo!
Naturalmente non entro nei particolari delle azioni che sono state
condotte, ma vi trascrivo qui di seguito le ultime notizie (preziosi aggiornamenti) che ho inviato alla nuova famiglia “adottiva”, così il quadro è completo
A LAURA E FRANCESCA
Ciao a tutti! Ieri è rientrato dopo una visita di 15 gg alla famiglia, il
“papà” di Ousmane. Mi ha portato le foto, l’atto di nascita ufficiale
con i dati dei genitori “adottivi”, ed anche la tessera di iscrizione di
Ousmane quale membro di una Cassa Mutua istituita per gli abitanti
del villaggio di ex lebbrosi, Fadega, di cui il padre era stato animatore
e dove si è sposata e risiede la figlia maggiore. Spero che possa servire
per le inevitabili spese mediche. Ho fatto nuove e più approfondite indagini e così ho potuto ricostruire l’intera storia del piccolo. -Nell’agosto 2008, la madre incinta scappò in Senegal, dalla vicina Guinea
Conakry, dovo trovò lavoro di inserviente presso la moglie di Ablaye.
Qualche giorno dopo, il 15 precisamente, partori e uscì subito dalla
Maternità.
La donna raccontò con non poca reticenza che non sapeva chi fosse
il padre, e che era venuta in Senegal per non far sapere che era incinta,
e che, quindi, qui arrivata, doveva sbrigarsela da sola.. La signora, che
vedete in una delle due foto allegate, non si fidò e non voleva guai,
andò quindi alla Gendarmeria, per esporre il caso, e con un Agente
andarono al posto di lavoro. Qui trovarono solo il neonato, che aveva
due o tre giorni, con alcuni effetti personali e qualche moneta: pietoso
gesto per “pagare” l’abbandono del figlio. Vane furono le ricerche
della giovane da parte della Polizia, era scomparsa senza lasciare traccia. La buona Signora era angosciata. Come vi dissi, non vedeva il marito da 3 o più anni; benchè la Polizia le consigliava di tenersi il bimbo,
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come peraltro lei aveva già deciso di fare, restava il problema del marito lontano: avrebbe creduto che il bambino non era suo? Fecero indagini alla locale Maternità, dove si appurò che effettivamente il
piccolo era nato il 15 agosto da una donna che era subito fuggita dall’Ospedale dopo il parto. Il seguito vi è noto ed oggi il piccolo Ousmane ha trovato una famiglia e persone di buona volontà come voi
che si occuperanno di lui. Ma quanti bambini non hanno avuto questa
fortuna?
Non mi resta che inviarvi i nostri più cari saluti e la riconoscenza dei
neo-genitori. Un abbraccio.
Non esistono grandi scoperte nè reale progresso
finchè sulla terra esiste un bambino infelice
(Albert Einstein)
ALBERTO: UN ANGELO PARTITO
TROPPO IN FRETTA
Inserisco qui una storia senza miracoli, e molto molto triste. La considero un’altra “missione” cui fummo chiamati da una giovane coppia
del novarese. Mi avevano scritto perchè li aiutassimo a comprendere
la loro triste e sconvolgente, brevis assurda, storia.
Due anni prima avevano ottenuto in affiliazione un piccolo senegalese di pochi mesi; la madre, italiana, non ne aveva voluto sapere e
pare non l’avesse nemmeno voluto vedere dopo il parto. Il padre, senegalese, con moglie e figlio in patria, itinerante tra i due paesi, aveva
acconsentito a “darlo” a qualcuno che potesse occuparsene. Passarono
sei mesi prima che i soliti inghippi burocratici permettessero di affidare il bimbo a Daniele e Amparo, ma i neo genitori, come loro si consideravano, profusero subito tutto il loro affetto a quel delizioso
esserino, che, tra l’altro era anche un bellissimo meticcio. Meno di un
anno dopo l’Assistente Sociale che doveva sorvegliare l’affido, praticamente ORDINO’al padre naturale di portare il piccino al villaggio di
origine, in Senegal, “affinchè non perdesse le proprie radici etniche”.
Riuscì ad incutere nell’uomo questa supposta necessità, e gli mise ad26
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dosso una tale paura (non dimentichiamo che era comunque sempre
uno straniero!!), che lo spinse a portare il bimbo in terra d’Africa. Per
non rendere la partenza troppo scioccante fecero un breve periodo di
preparazione del piccolo, affinchè si abituasse ad un “secondo” padre,
ad un sistematico allontanamento da coloro che per lui erano i soli
mamma e papà, e tralasciamo di parlare del dolore e dell’angoscia di
costoro, che non potevano dire nulla e fingere un ritorno l’indomani.
Povero piccolo, avrebbe dovuto abituarsi presto ad un nuovo genere
di vita, parlava ormai benino, ma solo l’italiano, e poteva esprimere già
molti pensieri.
Dopo qualche finesettimana a casa del “nuovo” papà, il distacco definitivo, la partenza, il tutto affrontato con un arrivederci mamma, arrivederci papà, ci rivediamo domani...seguito da “Ciao tesoro, a lunedi
piccino mio”, nascondendo il più straziante degli addii, perchè già si
pensava ad un improbabile ritorno. Il piccolo Alberto raggiunse così
la terra dei suoi antenati, senza capire perchè doveva lasciare i propri
“genitori”.
Due, forse tre mesi dopo, la telefonata alla coppia: poche parole, “Alberto non ce l’ha fatta”, il padre andava di fretta, avrebbe spiegato una
volta rientrato in Italia! Disperati, incapaci di capire, i due giovani de27
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cisero di rivolgersi al Centro Missionario della Diocesi, da lì avrebbero
forse potuto avere un contatto con il Senegal. Ebbero i miei dati. Mi
scrissero perchè li aiutassi, sapevano ben poco, il nome del villaggio
della moglie, impreciso, una distanza da Dakar rivelatasi poi ben maggiore, il nome della moglie, pure inesatto. Mi scrissero la lettera che
segue.
Gentile Signora,
Ci siamo rivolti a Don Mario Bandera, che ci ha consigliato di rivolgerci a
Lei per sentire se ci può dare una mano o consigliarci per il nostro caso.
Siamo una coppia di Bellinzago, che circa due anni fa ha accolto in affidamento un bambino senegalese di nome Alberto, nato a giugno ’94. Nell’ottobre ’96 suo padre ha deciso di portarlo in Senegal. Il giorno 20 gennaio ’97,
ci ha telefonato dicendoci che il bambino era morto, senza spiegarci nè come
nè dove.
Noi ora vorremmo venire lì in Senegal per sapere cosa è successo di preciso
e perlomeno mettere dei fiori dove hanno sepolto il bambino.
Quello che vorremmo chiederle è, siccome non siamo pratici del luogo nè di
paesi tropicali e nemmeno della lingua, se Lei ci potesse dare qualche consiglio o informazione sulla zona dove dobbiamo andare, oppure se non è pretendere troppo, darci un recapito dove poterla contattare il giorno che
decideremo di venire, in modo che possa guidarci fino al bambino. Stiamo al
momento cercando tutte le informazioni su dove possa essere andato a vivere,
ma tuttora sappiamo solo che il padre si chiama M. Abdoullaye, nato a Koure
Deck, si è sposato a Koul, con una ragazza di nome M. Fatou, e che sono di
etnia Wolof. Da come ci parlava suo padre la zona dove vive è a circa 50/70
km da Dakar, verso l’interno.
Siamo consapevoli del fatto che se non avremo indicazioni più che precise
non vale la pena di venire, per questo ci stiamo informando del paese dove si
può trovare... la sua tomba.Immaginiamo che Lei non avrà molto tempo da dedicarci per questo stiamo cercando di sapere il più possibile, per evitare inutili perdite di tempo.
Se ci volesse contattare telefonicamente chiami pure a carico nostro.
Sappiamo di rubarle del tempo prezioso, ma per noi Alberto era molto più
di un figlio, siamo certi che ci capirà.
Daniele e Amparo – febbraio 1997
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Con l’aiuto della Provvidenza - ne parlammo con alcune persone che
fanno da intermediari per la vendita di sabbia, sulla strada a fianco
del nostro vivaio - si arrivò ad individuare il villaggio, uno di loro sapeva anche del decesso del bambino venuto dall’Italia, ma le cause di
tale decesso erano confuse. Prima del loro arrivo, ci recammo a tale
villaggio. E quando furono qui, li accompagnammo.
Con commozione e tristezza infinita assistemmo alla loro pena. Sulla
tomba, l’unica tra i tumuli di sabbia sparsi nella campagna adiacente
l’agglomerato di 4/5 casupole, abitate da vecchie (tra cui la nonna cui
fu affidato il bimbo), giovani donne e bambini, posarono un mazzo di
fiori portato dall’Italia.
Rimasero ancor più sconvolti per le scritte insicure poste su un mattone scalcinato, posato a terra: un nome arabo, sconosciuto, una data
diversa da quella loro comunicata, solo, eccezionalmente come dicevo,
una tomba, ovvero una piccola costruzione come vuole la tradizione
musulmana, unica prova, la tomba, dell’italianità del genitore, perchè
i bambini che muoiono in tenera età non hanno diritto ad essere seppelliti in un cimitero, ma vengono deposti poco distante dai villaggi.
E qui, nel sedicente villaggio, solo l’idioma wolof, la nonna non so
come comunicasse col piccolo, un ambiente che deve aver sconvolto il
povero Alberto, che non sapeva mangiare con le mani in una ciotola
comune, un cibo che non assomigliava a nulla di ciò a cui era abituato.
Ci dettero tre versioni della causa del decesso: una caduta da un muretto picchiando la testa, investito da un carretto trainato da un cavallo, “non ce l’aveva fatta”.
Quest’ultima frase corrisponde forse alla realtà, laconica, come si usa
qui . Non ce l’ha fatta, e aggiungiamo “a resistere”, come fu detto poi
all’assistente sociale, alla quale chiesero “Perchè rimandarlo alla radici? In fondo la mamma naturale era italiana! Perchè darlo in mano
alla morte? Per assolvere a quale legge o dovere umano”? Mi fermo
qui.
Ricordo che scrissi un articolo-denuncia su questi avvenimenti e decisioni “legali”, per pubblicarlo sulla stampa diocesana, ma al momento di consegnarlo, la coppia mi chiese di desistere. Non se la sono
sentita, preferendo il silenzio nel loro dolore.
Prima del rientro in Italia, vollero recarsi a Sowane, e credo che fece
loro del bene, ma quanto deve essere stato duro riprendere la vita quotidiana, per la consapevolezza di una doppia perdita: il loro piccolo e
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quanto allo stesso fu tolto da una legge esecrabile, o comunque interpretata nel modo più ingrato.
Quando ci salutammo prima della loro partenza, mi consegnarono
una busta, dicendomi di aprirla a casa. Qui di seguito, quanto scrissi
loro l’indomani.
Carissimi Amparo e Daniele,
Quando vi abbiamo lasciati con molta tristezza, abbiamo trovato ad un semaforo un giovane venditore di machete! Che insisteva affinchè ne comprassimo uno. Potete immaginare la sorpresa nell’aprire la Vostra busta!!
Voi ci ringraziate, ma sono io che devo farlo, perchè tutto il vissuto dal ricevimento della vostra prima lettera è stata un’esperienza talmente profonda,
utile e molto molto toccante. Io non ho fatto che il mio dovere, quel dovere che
mi sono imposta venendo a stabilirmi in questo Paese. Purtroppo, nel vostro
caso, non sono riuscita a... portare un sorriso ad un bimbo, ma sono certa che
il “nostro angelo, dopo questo viaggio, ci sorriderà da lassù: perdonatemi questa intromissione, ma sento Alberto molto vicino al mio cuore! Spero che per
voi giunga presto la rassegnazione e torni in voi la gioia di vivere, magari...per
qualcun altro. Ciò che è certo, il breve passaggio di Alberto non sarà vano, e
già se ne vedono i segni, credetemi.
Vi voglio molto bene e ringrazio Dio di avermi dato la gioia di conoscervi,
anche se a così caro prezzo. Noi tutti qui vi ricordiamo con simpatia. Non potete immaginare i sentimenti che si sono scatenati nell’animo di Keba. Lui conosce bene il suo popolo e quindi, certamente più di noi, capisce il dramma
consumato, ma soprattutto non può accettarlo, ne vuole ad Abdoullaye, a suo
avviso il più responsabile. Ma è certo che, anche se si passano anni in Europa, certi istinti ancestrali fatalmente rimangono e così si compiono errori irrimediabili. Non vogliatemene per queste parole. Non amo l’ipocrisia bensì
la franchezza.
Ormai tutto è finito, come sono rovinati i fiori che avete posato sulla tomba
di Alberto, ma resterà il ricordo di chi ci ha lasciato, ricordo che nel cuore di
chi ama non morrà mai, e il vostro piccino sarà sempre con voi, per guidarvi
e proteggervi, il vostro Angelo partito troppo in fretta.Un abbraccio forte forte
e a presto, in qualunque modo.
PS:Abbiamo acquistato il machete come mi avete chiesto, ed anche un montone, distribuito poi alle famiglie dei ragazzi di Florikounda. Grazie.
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Come dissi più avanti, al primo rientro in Italia, avevo scritto un articolo-denuncia, che doveva essere pubblicato sulla Stampa Diocesana
e Cittadina, che, all’ultimo momento, gli angosciati genitori mi chiesero di non pubblicare.
Oggi, allo scadere del 2012, mi hanno concesso di farlo in questo contesto. Fu scritto sotto forma di lettera inviata al Centro Missionario
Diocesano il 10 aprile 1997.
Caro Don Mario,
Ho il cuore turbato da un fatto che sto vivendo in questi tempi, a
proposito della coppia che mi hai indirizzato. Come saprai, hanno
perso il bambino che avevano avuto in affidamento dalla legge italiana, e sono venuti in Africa per portare un fiore sulla sua tomba, ma
anche per cercare di capire cosa sia successo. Già prima del loro arrivo
ero riuscita a trovare il villaggio - o meglio l’agglomerato di fatiscenti
abitazioni - dove il piccolo, di appena due anni, era stato portato dal
padre biologico, proveniente dall’Italia, dove ebbi versioni contrastanti
sulle cause del decesso. Ma il punto non è essenzialmente questo, ed
ecco perchè racconto questa triste storia, che comunque tocca da vicino non solo la sottoscritta, ma tutti coloro che si dedicano in qualche
modo, ai bambini: si tratta di un altro sorriso infantile spentosi per le
assurdità di un mondo adulto, per l’incoscienza o l’ignoranza (permettimi di essere dura) di un’assistente sociale. Che, applicando alla
lettera o direi dando un’interpretazione personale dei regolamenti,
non ha voluto vedere in modo più umano e comunque realistico la situazione effettiva. Mi spiego.
C’era un neonato, figlio naturale di un africano che vive in Italia, e
di un’italiana che lo rifiuta senza volerlo vedere dopo il parto. E c’è
una coppia senza figli, che da tempo attende in affidamento un bambino. Dopo inghippi burocratici che ritardano il riconoscimento del
padre naturale, non sposato alla madre biologica, il bimbo, 5 mesi e
mezzo, entra in una casa serena, cresce in un ambiente d’amore, con
due genitori che lo adorano, ma con la presenza costante del padre naturale, per circa due anni.
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Poi ci si mette di mezzo “la legge” o meglio l’applicazione della legge
da parte di un funzionario pignolo (puro eufemismo da parte mia!!).
Il padre deve andare in Africa per pochi mesi e vuole lasciare il piccolo con i genitori affidatari, ma l’assistente sociale gli mette paura,
facendogli credere che se lascia il bimbo in Italia, gli sarebbe stata tolta
la patria potestà, e perchè, secondo lei, ritiene più opportuno che il
bimbo cresca nel suo ambiente naturale ( ma forse che lei lo conosceva
questo “ambiente naturale”? E impone che il bimbo parta col padre in
Africa.
Assurdità: la madre naturale non l’ha mai voluto, il padre è sposato
con una connazionale che vive in Senegal ed hanno una bambina, i
genitori affidatari sono a disposizione del piccolo, quale ambiente più
naturale, dopo l’Istituto dei primi mesi? Ma no, bisogna mandarlo a
...casa sua, e sapete dove? In un agglomerato di fatiscenti costruzioni
in paglia, il cui colore si confonde con la sabbia rossiccia del terreno,
pochi alberi, qualche arbusto rinsecchito, e sabbia, sabbia, sabbia infinita, tutto bruciato dal sole cocente.
In un grande spiazzo, più o meno rurale, al cui centro un albero per
una provvidenziale frescura, della cui ombra non tutti i pur pochi abitanti possono beneficiare, si affacciano le abitazioni: una camera per
ogni famiglia, nessun telefono a meno di 4/5 km, un rudimentale ambulatorio medico a 5, l’ospedale a 55.
Nessun “centro commerciale”, qualche bottega con di tutto un po’ e
di scarsa igiene, perchè gli alimenti sono esposti per terra e sotto il
sole. E come esseri umani, bambini, giovani donne e vecchi. Nessuno
parla francese, la lingua nazionale, ma tanto meno l’italiano del povero piccolo, solo uno sconosciuto idioma locale.
Ed è qui che arriva un bimbo di poco più di due anni, sveglio, allegro, pieno di vita, da un Paese che dista 5.000 km. Non siamo riusciti
a conoscere i dettagli, quello che è certo è che il bambino non reagisce
bene; si direbbe, se fosse un adulto, che faccia lo sciopero della fame,
come dicono qui, non mangia. E’ di buona costituzione, ma tutto è così
strano.
Gli hanno detto che la vecchia sorridente è la sua nonna, ma non capisce quello che gli dice, nessuno parla come lui, solo il padre che ancora non è ripartito, non c’è latte fresco, e l’acqua minerale deve essere
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acquistata a qualche km. Ed è calda, perchè non c’è il frigorifero, perchè ancora la corrente non è arrivata al villaggio.
E poi... non si sa cosa succede, ma dopo tre mesi, la fine.
Ora riposa come tutti i piccoli partiti troppo presto nei campi intorno
ai villaggi, perchè i bambini non hanno diritto ad un cimitero con gli
adulti come tutti i mussulmani, ma per lui solo una rudimentale
tomba, mentre gli altri tumuli sono quasi scomparsi, cancellati dalla
furia del vento quotidiano.
Davanti al muretto, dei rami di rovi, per allontanare le capre o gli
uccelli predatori, una scritta in arabo sui mattoni interni, con un nome
sconosciuto e una data, che non corrisponde neppure a quella che avevano loro comunicato. Da ieri anche un vaso interrato con fiori artificiali protetti da una plastica, portati dall’Italia, da due genitori
disperati.
Non voglio aggiungere i sentimenti e le emozioni che, con i genitoeri
affidatari, abbiamo provato. Ma sento il dovere di formulare un “J’accuse”.
Le leggi degli uomini sono fatte per essere applicate, ma quale legge
è così crudele da strappare un bimbo dai suoi genitori, perchè chi cresce e ama un bambino, rifiutato dalla madre, diventa davanti a Dio il
vero genitore.
Nella cultura mandinga (una delle etnie africane più ricche di tradizioni) un bambino non può lasciare la casa dove è cresciuto prima dei
7 anni.
Ma questo non è per chi non ha mai messo piede fuori dell’Italia, un
paese civilizzato. In Italia quello che importa è far applicare la legge,
non cercare le sfumature per renderla “umana”.
Chi ridarà la vita al piccolo Alberto e ripagherà i suoi genitori della
disperazione che è stata loro inferta? Quello che mi conforta è la fede
che li sta aiutando, ma quanti altri dovranno subire lo stesso martirio?
Non puoi immaginare, Dom Mario, la rabbia, ecco si, è la parola giusta, la rabbia che ho provato e con me tutti coloro che mi vivono intorno.
Parlare a voi, spero che non sarà solo uno sfogo.
Un caro saluto in Cristo da Celestina
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LA TRAGEDIA DEL “JOOLA”
Caro Don Mario e Amici del CMD,
Un caldo incredibile ha salutato il nostro ritorno dopo il delizioso
clima di Novara, ma terribile è lo stato generale del Paese, dopo la tragedia del Traghetto Joola, che ha assunto proporzioni ben più drammatiche di quanto avevamo appreso in Italia.
Le vittime sono almeno 1.500, il numero non è definitivo, troppe le
persone senza biglietto, quelle che i marinai hanno diritto a portare al
seguito, i bambini di meno di tre anni non dichiarabili, i clandestini
abituali, ecc.
Ogni giorno apprendiamo di qualcuno che si conosce, famiglie intere
scomparse, Ziguinchor, la capitale della Casamance conta almeno 900
vittime, le altre sono sparse in tutto il Paese, senza contare i turisti stranieri, africani compresi. Non ricordo Dom Mario, se avevi avuto modo
di incontrare la Segretaria della nostra Parrocchia: anche lei è scomparsa, con la sua bambina e altri congiunti. Numerosi anche i catechisti e i parrocchiani, come molti rientravano dalle vacanze in famiglia,
almeno 70, ci ha detto Padre Giuseppe.
Oggi una nostra conoscente ci ha detto di aver perso tra parenti e
amici più di 100 persone care. Ad accrescere lo strazio, molti corpi non
sono stati recuperati, pare che i primi soccorsi siano arrivati alle 18 del
giorno dopo (il naufragio è avvenuto nella notte non lontano dalle
coste della Gambia). Le polemiche non si contano, la rabbia sale ogni
giorno...
Don Mario, ho tanto bisogno di preghiere, non dimenticarci.
DAKAR, 25 OTTOBRE 2002
La nave traghetto “Le Joola” assicurava il trasporto di veicoli, mercanzie e passeggeri tra la Regione sud del Senegal, la Casamance, e la
capitale Dakar. Andata in avaria, dopo parecchi mesi di sosta, fu alfine
riparata e riprese il servizio la sera del 26 settembre 2002. Non giunse
mai a Dakar. Al largo delle coste della Gambia, uno stato intermedio
che occupa una piccola superficie tra il Paese e la regione sud, durante
un temporale, per la violenza del vento ed il carico eccessivo, fece naufragio. Il numero esorbitante di passeggeri e del carico è stata la vera
causa del ribaltamento dello scafo, che non ha lasciato speranze di sal34
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vezza alla più parte dei passeggeri, che vi trovarono una morte atroce.
L’incoscienza degli addetti, che non hanno calcolato i partenti, continuando a caricare per assecondare il desiderio dei più di partecipare
al viaggio inaugurale, del quale si era tanto parlato e sul quale si era
speculato in maniera abominevole, non può giustificare la sua terribile conseguenza.
Il traghetto era abilitato per 550 passeggeri, ne furono ammessi circa
2.000; solo dopo i controlli effettuati con l’ausilio delle famiglie che
cercavano i loro congiunti scomparsi, si è potuto accertare il bilancio
definitivo: 1863 vittime e solo 59 sopravvissuti!
Tale tragedia sarà vissuta continuamente, come un profondo trauma.
Molte domande resteranno senza risposta, come lo sono ancora oggi,
9 anni dopo.
Gennaio 2011.
SICCITA?
(estratto da una lettera inviata al CMD)
...Siamo nel cosiddetto Hivernage (Periodo delle piogge, corrispondente alla nostra estate), ma quest’anno, a causa dell’Anticiclone delle
Azzorre, non abbiamo ancora visto una goccia di pioggia. Lo spauracchio della siccità è divenuto, per le zone più calde del centro, una
triste realtà, i contadini sono in crisi, le colture preparate per lo specifico periodo si seccano poco a poco, e di raccolto non se ne parlerà più
per quelle a ciclo fisso. Questo significa che il Paese conoscerà un aumento della povertà, con tutte le conseguenze immaginabili. Il nostro
Villaggio di Sowane purtroppo si trova in piena zona di siccità, il paesaggio intorno, che solo in questo periodo si arricchisce di verde alimentare, ora è di una tristezza infinita. Per fortuna che i nostri pozzi
e fontanelle sono in funzione, ma l’acqua è limitata per i noti problemi
della falda freatica troppo poco profonda, che causa la presenza di sale
(le saline di Fatick distano non più di 15 km.).
Credo che quest’anno chiederò agli amici di Novara soprattutto aiuti
alimentari, in mancanza del miglio che si produce in questo periodo,
per la consumazione sino al prossimo hivernage.
In mancanza di tale raccolto, questa povera gente sarà costretta a
mendicare per i prossimi mesi, e chissà anche per quanto tempo an35
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cora. E’ la prima volta da che sono in Senegal che vivo una situazione
così triste e mi fa male al cuore. Se si percorrono le strade verso l’interno, ma anche qui appena fuori Dakar, si trovano già le carogne di
animali, oppure mandrie di buoi pelle e ossa che cercano di brucare le
sterpaglie abbrustolite dal sole...
(9 agosto 2002)
MOMO E PHILIP
Qualche giorno fa, siamo a metà agosto 2011, ricevemmo una telefonata da Momò (Mosè in idioma locale), un quattordicenne figlio di
amici casamansesi. Si trovava in vacanza col fratello in un villaggio a
qualche chilometro da noi, presso la famiglia della religiosa che si occupa della loro istruzione catechistica, e su accordo dei loro genitori,
rimasti in Casamance, ci manifesta il loro desiderio di venire da noi
per il prossimo weekend.
Nei giorni che precedevano la data fissata per la loro visita, mi tornò
alla mente la loro storia, e mi resi conto di non aver ancora mai pensato ad inserirla in questi ricordi. L’occasione mi è gradita per raccontarvela, come farò qui di seguito. Come vedrete, può perfettamente
far parte di questo capitolo. Ma vi premetto in questa sede che in un
altro capitolo più avanti troverete un’ appendice assolutamente inattendibile e amara di questa storia. Vi lascio la sorpresa.
Circa quindici anni fa ci recammo in Casamance con un amico novarese che era venuto a trovarci, uno dei tanti che hanno portato un
sorriso a Sowane. Giunti a Ziguinchor, dopo un viaggio di oltre 700
km, lo lasciammo in albergo, per render visita ad una coppia di amici,
dai quali di solito riceviamo ospitalità durante le rare visite nella lontana regione senegalese.
La coppia, senza figli, aveva preso con sé da anni una bambina - mi
era stato detto che era adottata, seppi poi il significato che viene dato
qui: l’unico (di solito) genitore offre il neonato o poco più a qualcuno
di buon cuore che possa occuparsene, per poi riprenderselo da grande
quando potrà a sua volta occuparsi del genitore biologico! La bambina
studiava in un convento di suore cattoliche. La coppia era sola in casa.
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Trovammo Liliane nella sua camera, seduta sul letto, aveva accanto
una borsa da cui si intravedevano alcuni indumenti da neonato. Era in
lacrime. Dopo imbarazzati saluti, Keba raggiunse il marito. Io rimasi
con lei, in silenzio, in attesa che mi parlasse. Dopo qualche minuto, tra
i singhiozzi mi disse che Auguste da una relazione... aveva avuto un
bambino.
Continuava a piangere, ma non mi disse altro. Lui non le aveva mai
parlato durante l’attesa, ma alla nascita del bambino, che tra l’altro
aveva provocato gravi problemi alla partoriente, non aveva più potuto tacere. Donna di profonda fede cattolica, ne fu sconvolta: il loro
era un matrimonio più che ventennale.
La prima reazione che ebbe fu di andare al mercato ad acquistare
qualche indumento per il piccolo, ma non sapeva come affrontare il
marito. Pensieri contrastanti le sorgevano dalla mente, pensieri di vendetta, di perdono, di una fuga presso le care suore (che gestivano tra
l’altro un orfanotrofio, dove Liliane prestava saltuariamente la sua
opera).
E lacrime che non riuscivano a farla ragionare, prendere una decisione. Poi, i suoi doveri di ospitalità, che sono sacri qui in Africa, ebbero il sopravvento. Ci fece sistemare nella camera a noi destinata, ci
saremmo ritrovati poco dopo per raggiungere insieme Piero in albergo
per la cena.
Prima di uscire di casa, Liliane mi disse di aver ricevuto una telefonata che le imponeva di restare a casa per riflettere e rimandare a domani l’uscita insieme.
La Superiora dell’Orfanotrofio l’aveva informata della nascita di un
bambino, la cui giovanissima madre era malata terminale di cancro al
cervello (sarebbe deceduta qualche giorno dopo il parto), il padre,
pure adolescente, non poteva prendersi l’onere di un neonato arrivato
così... per caso. La buona suora aveva subito pensato a Liliane, proponendole di prenderlo con sè, come aveva sempre desiderato ma mai
avuto l’occasione, ed anche il coraggio, di decidere. Io rimasi per qualche minuto in silenzio, dovevo...digerire la doppia notizia, poi le dissi:
“E’ un segno della provvidenza. Uno o due, che differenza fa? La Vergine Maria ti ha mandato questi due esserini: uno perderà la sua
mamma molto presto, l’altro, la mamma non lo vuole, ma ha un padre
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che certamente, in nome della sua fede e della sua etica, non lo abbandonerà, se tu lo perdonerai.
La decisione è già pronta, non trovi?”. Mi rispose che non aveva ancora detto nulla al marito della telefonata, ma era troppo difficile decidere, tenuto conto anche degli aspetti collaterali, non ultimo quello
finanziario.
Avrebbe comunque confidato alla Vergine le sue angosce, e certamente Lei l’avrebbe guidata, come ha guidato i nostri passi proprio
quel giorno, da Dakar a Ziguinchor, e non prima o dopo.
La sera ne parlai con Keba, che mi confessò di essere al corrente da
qualche mese della gravidanza extraconiugale e che, pur rimanendone
scosso, soprattutto per il dolore che ne sarebbe derivato a Liliane,
aveva consigliato l’amico di non abbandonare il nascituro o la nascitura, assumendosene il carico per ogni conseguenza soprattutto morale che ne sarebbe derivata alla moglie.
Quanto poi alla proposta per il secondo bambino, mi disse che sicuramente era la volontà di Dio di unificare i due avvenimenti. Ripartimmo da Ziguinchor con la promessa, da parte di Lily, di riflettere e
prendere la buona decisione, e da parte nostra di fare tutto il possibile
per poterli sostenere nella eventuale decisione di tendere... le due braccia.
Il seguito della nostra storia è sintetico.
I bambini furono “adottati” con iscrizione all’anagrafe come figli
della coppia, Lily perdonò il marito, dal canto nostro ci attivammo per
trovare una famiglia in Italia che potesse aiutarli, almeno nei primi
tempi, come poi avvenne, Piero, che aveva perso con la moglie la propria figlia, cui era stato dedicato l’asilo di Sowane e ragione del suo
viaggio in Senegal, si attivò per inviare lettini e carrozzine con altri generi per i piccoli.
Momo (l’orfanello) e Philip hanno oggi 14 anni, vivono serenamente
la loro adolescenza e mamma e papà ne sono orgogliosi.
La loro “sorella” maggiore, pure adottata tanti anni prima, ha raggiunto la madre biologica che lavora in Francia, dove prosegue i suoi
studi.
Miname, agosto 2011
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DALLA DISPERAZIONE, AL SOLLIEVO.
(Messaggio pervenutomi a giugno 2004
dal Direttore del Centro Missionario di Novara)
Carissimi,
vengo a voi come portatore di una duplice bella notizia che consiste
precisamente in questo: a due giovani sposi, mesi fa, dopo anni di infruttuosi tentativi, finalmente era arrivata la conferma che aspettavano
un bambino, ma dopo qualche settimana una mazzata della scienza
medica: il bambino sarebbe nato con delle malformazioni.
Posti di fronte al dilemma se continuare la gravidanza o interromperla, si rivolsero a me, e potete ben immaginare in che atroce dubbio
mi venni a trovare. Attimi di esitazione e un mare di preghiere (di cui
certamente devo dare atto alla intercessione di mia sorella Chiara), poi
la stessa scienza medica che aveva dato un verdetto così negativo,
dopo più approfonditi ed appurati esami, dava responso completamente opposto: il bambino sarebbe nato sanissimo.
Il lieto evento si è realizzato lo scorso mese di maggio, ed è nata una
bellissima bambina che i genitori hanno voluto chiamare Anna. Per
sciogliere un voto fatto nei momenti più tragici del dilemma, mi hanno
consegnato, proprio ieri sera una somma... per un’opera missionaria
da realizzare secondo le mie indicazioni.
Come non pensare allora alla Chiesa di Sowane, che state realizzando, e chissà, con questa cifra si può pensare anche ad un ambulatorio medico più attrezzato o ad altre necessità che certamente voi
saprete indicare.
Pertanto cominciate a mettere in programma un incontro con questi due giovani non appena verrete a Novara il prossimo mese di settembre, se magari portate anche un bel po’ di foto sarà tutto molto
apprezzato da questi nostri amici.
Come vedete, la Provvidenza esiste!!
Augurandovi ogni bene, vi saluto in Colui che fa nuove tutte le cose.
Don Mario
PS. Se non avete ancora deciso a quale Santo dedicare la Cappella in
costruzione e se non ci sono indicazioni contrarie da parte della Chiesa
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locale, sarebbe davvero bello se questa Chiesetta potesse essere dedicata a S.Anna (e a S.Gioacchino) nonni di Gesù. Che ne dite?
Stavolta non è escluso che prima della fine dell’anno una scappata
insieme al papà di Anna riesco a farla in Senegal!
Non si vede bene che con il cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi.
(Antoine De Saint Exupery)
UN POZZO PER IL MIO VILLAGGIO
A fine aprile 2009 ricevetti la seguente lettera.
Carissima,
Ho bisogno un tuo aiuto, ascolta.
Una senegalese abitante in....(paese del basso novarese) dice all’Associazione locale più Comune, nei paesini le Associazioni fanno un
po’ tutto, che tornerà in Senegal per le ferie di agosto, “datemi 6.000
€, perchè vorrei fare un pozzo nel mio villaggio”. Sorge qualche perplessità, e un responsabile mi telefona, chiedendo consiglio. Cosa potevo dire? Per un pozzo profondo 6.000 € non bastano neppure come
acconto, se invece la signora pensava ad un pozzetto tradizionale, scavato a 10/12 metri con piccone, direi che ne cresce e avanza...avanza....
Il responsabile annuisce e teme che i soldi facciano una strana fine...per
cui chiede al Novara Center se può vedere e se del caso, operare. Ti risparmio tutte le obiezioni che feci. Ora ti chiedo e tu rispondi in tutta
sincerità e libertà se la via da me suggerita è praticabile. Il villaggio si
chiama Dielmo, e dovrebbe essere a 30...40 km da Dakar.
Puoi interessarti per: 1) vedere se il nome è giusto, ed il kilometraggio pure, se la popolazione supera le...5 unità; 2) chiedere ad una ditta
di perforazioni che faccia un sopraluogo per vedere se la falda c’è, pagando le spese vive del viaggio di un loro tecnico, ed in caso di risposta positiva, 3) che ti stendano un preventivo da trasmettermi via fax
o e-mail, così che possa estenderlo al Responsabile di quel Comune, affinchè prenda le sue decisioni. Mi spiace gravarti di un altro impegno,
ma è un servizio da rendere a quel Comune e Associazioni locali, che
potrebbe sfociare in un intervento utilissimo a quella gente di Dielmo.
Noi – tu ed io- siamo qui per questo... Se invece il preventivo, come
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temo, sarà troppo caro o le cose non piaceranno ai richiedenti, amen.
Fammi sapere e grazie! Con l’affetto e l’amicizia di sempre.
Federico Rizzi ( Novara Center Onlus) Novara, 22 aprile 2009.
RISPOSTA del 23 aprile 2009:
Ciao Federico,
innanzi tutto, grazie per ..la confiance! Di primo acchito, in attesa di
fare le indagini del caso, devo dirti che hai fatto bene a dimostrare le
tue reticenze, come pure afferma il mio consorte. Quando si parla di
pozzi nei villaggi (e il Novara Center è un esperto in materia!!), di solito sono come quelli che scavammo, ricordi?, a Sowane, esagerando
bastano 500€. Comunque ci daremo da fare. Il nome del villaggio non
ci dice nulla, non lo troviamo sulla cartina nei dintorni di Dakar, ma
cercheremo e chiederemo. Se puoi sapere sotto quale Comunità Rurale si trova, sarebbe già un passo avanti, o come si chiama il più
grande agglomerato più vicino, ma in ogni caso...partiamo subito con
le ricerche.
Un abbraccio affettuoso da noi tutti e a presto. Celestina e Keba
Seguirono ricerche e contatti che ci portarono a trovare sulla cartina
il villaggio, il cui nome è Dielmon, e i 30 km si rivelarono... circa 300.
Ma ricevemmo anche la lettera qui di seguito, da parte della nipote
della Signora italiana che si propose per realizzare l’opera.
I dettagli sulla località li vedrete nella relazione che preparammo per
i promotori, dopo la visita a Dielmon. Ma eccovi dapprima la lettera
di Valeria.
BUONGIORNO SIGNORA FORTINA,
Mi chiamo Valeria... ed ho trovato il suo nome ed indirizzo mail su
Internet, nel sito della Diocesi di Novara.
Le scrivo perchè sto cercando di avere contatti certi e sicuri in Senegal, in particolare nella zona a confine con il Gambia. Nel paese dove
vivono i miei parenti... in provincia di Novara, vive una piccola comunità senegalese, con cui i miei zii sono in stretto contatto. Provengono da un piccolo villaggio a nord del Gambia, privo di un pozzo.
Con l’aiuto dei miei zii si è riusciti a raccogliere i soldi necessari alla
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costruzione di tale pozzo, ma ora si pone un problema pratico: a chi affidare tali soldi per essere sicuri che effettivamente vengano utilizzati
per tale scopo? Per tale motivo siamo alla ricerca di missionari o associazioni sicure e affidabili che possano fare da coordinatori sul posto
per la realizzazione del progetto.Qualunque informazione potrà darci,
sarà utile. Le scriverò a breve per darle i riferimenti geografici del villaggio. Grazie. Valeria – 29 maggio 2009
RISPOSTA lo stesso giorno
Buon giorno a Lei, Valeria, grazie per il suo messaggio. La informo
subito che sarò a Novara a metà giugno, e sarà un piacere incontrarla,
per fare il punto della situazione, assicurandole sin da ora tutta la collaborazione possibile. Conosco la zona dove si trova il villaggio, un
po’ lontano da Dakar... ma non in capo al mondo. Mi faccia sapere più
dettagli e al mio arrivo le potrò dare le delucidazioni necessarie (tipo
di pozzo, costi, altre prospettive, ecc.). Già ci occupiamo di un villaggio di ex lebbrosi, dove abbiamo realizzato tra altre opere, anche pozzi,
ed è sulla strada per la Gambia! Cordialmente e a presto.
Celestina
SEGUITO, sempre il 29 maggio
La ringrazio per la risposta, che porta ottime notizie, oltretutto.
So darle indicazioni precise sulla localizzazione del villaggio, che si
chiama Dielmon e si trova nei pressi della Sokone-Karang Road, vicino a Tubakouta.
... A presto e ancora grazie mille. Valeria
Il 6 giugno partimmo, per il sud. Ed eccovi la relazione.
ALLA SCOPERTA DI DIELMON
A 240 km dalla nostra abitazione, Bargny Miname, e a 280 da Dakar,
passando per Kaolac, sulla Nazionale per Banjoul (Gambia), ad una
trentina di km dalla frontiera tra Senegal e Gambia.
Fino a Fatick tutto bene. Da Fatick a Kaolac la strada pur da poco rifatta, è molto dissestata, con profonde buche!! La Nazionale per il
Gambia, che parte a qualche km da Kaolac, è in fase di rifacimento da
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qualche anno sino a Passy (30 km), e si percorrono piste in terra battuta in mezzo alle saline di Kaolac. Poi si torna sull’asfalto molto deteriorato per una 20na di km., e finalmente da Sokone, la cittadina più
grande di questa Nazionale, e sino alla frontiera, la strada è nuova e
ben percorribile, per i 35 km che ci separano dalla svolta per Dielmon,
a 10 km da Toubakuta.
Percorriamo circa un km tra dune miste di sabbia e verzura, e arriviamo al villaggio. Le prime costruzioni ci dicono essere la Scuola elementare e l’asilo (ne riparleremo più in là), dove troneggia un pozzo,
intorno al quale una decina di donne attorniate da miriadi di bambini
fanno il bucato, sotto un albero di mango.
Entriamo nel villaggio, percorrendo sentieri attraverso decine di alberi: riconosciamo manghi e “acajoux”(alberi da cui si estrae il mogano), che in grande quantità proteggono e ombreggiano le fatiscenti
casupole, nascondendo con i loro rami rigogliosi (è la stagione) la vetustà delle costruzioni. Vicino ad una piccola moschea, ecco un altro
pozzo, ma non c’è nessuno intorno, mentre più distante ce n’è un terzo
dove un altro gruppo di donne fa il bucato.
Chiediamo del Capo Villaggio, che incontriamo poco dopo, il quale
ci riceve con molta cortesia e risponde con altrettanta cortesia alle nostre domande. Il suo nome Omar Lamine N’Dour. Ci racconta quanto
segue.
Il Villaggio di Dielmon, che fa parte della Comunità Rurale di Toubakuta, è costituito da 71 raggruppamenti famigliari, o, come vengono
chiamate nelle zone mandinghe, “concessioni”. L’ultimo censimento
per l’imposizione delle tasse, ha rilevato 113 uomini, di cui 4 anziani,
e 119 donne, di cui 2 anziane, 161 ragazzi e 125 bambine da 0 a 18
anni.
Dielmon vive essenzialmente di agricoltura, oltre alla produzione e
vendita di manghi e mandorle di acajou (il prezioso legno di questi alberi non viene... sfruttato). Dispone di un ruscello creato e alimentato
dalle piogge estive, da cui pompano l’acqua per l’irrigazione degli orti
e per la coltura del riso nella contro stagione, ma l’acqua è assolutamente non potabile! Per ciò esistono alcuni pozzi, dei quali allo stato
attuale sono usati solo 2, anche se le riserve d’acqua di quest’ultimi
sono agli sgoccioli, e comunque insufficienti per la popolazione. Tali
pozzi infatti sono soggetti ad un prosciugamento rapido, essendo poco
profondi (tra 10 e 15 metri). Con l’approssimarsi del periodo delle
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piogge, tra qualche settimana, si spera di fare qualche riserva, per l’alzarsi della falda freatica.
Per tornare al villaggio, si nota subito la mancanza di costruzioni recenti, muri screpolati e vecchi, capanne con obsoleti tetti di paglia o ondulati di alluminio.
Dopo aver fatto un giro, visitati gli orti, le risaie, i frutteti, che come
dicevo si mescolano anche alle abitazioni, si può affermare una situazione di dignitosa sopravvivenza per i prodotti di cui la natura è stata
generosa, ma anche la mancanza di mezzi per migliorare lo stato di
“povertà” che costringe la popolazione a rinunciare a un po’ di benessere.
Ci sono comunque stati alcuni interventi dall’esterno. Notiamo e
quindi visitiamo il Centro di Ricerche Pasteur (sono numerosi in Senegal), dove funziona anche un piccolo Ambulatorio. Le ricerche vertono sulle cause della malaria, diarrea infantile (e non) e
entomolopatie.
Una decina di piccole costruzioni portano un cognome occidentale:
si tratta degli studiosi che hanno contribuito a “trovare” qualcosa nelle
ricerche effettuate.
Nel cortile un insieme di pannelli solari e un gruppo elettrogeno:
scopriamo quindi che Dielmon non dispone di elettricità. Il Responsabile del Centro, Roger Ehemba, dice che, al tempo delle costruzioni,
fu loro chiesto un preventivo di 10 milioni di cfa per l’allacciamento,
15.300 Euro.
I pali sono a poco più di 1 km!! Incontriamo poi il Direttore della
Scuola, Yaya Diene. Si dispone di 6 classi elementari, con almeno 25
alunni per classe, provenienti anche da 2 /3 villaggi viciniori, e di un
asilo di piuttosto recente costruzione. Le diverse costruzioni della
scuola ci sono sembrate un po’ ...malandate! Il Direttore ci illustra le
difficoltà che sorgono ad ogni inizio d’anno scolastico, a causa della
mancanza di materiale didattico, che arriva, quando arriva, con mesi
di ritardo.
Anche l’asilo è carente di equipaggiamento (stuoie per sedersi, giochi didattici, ecc.). Ciò ovviamente oltre a ritardare l’avvio dei corsi,
danneggia il buon svolgimento dei programmi annuali.
Devo ammettere che è la grossa piaga delle scuole nei villaggi del
Paese!! Esiste una piccola mensa, i cui costi sono a carico dei genitori
e degli educatori.
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CONCLUSIONI:
Costruire altri pozzi a mano, può essere una buona soluzione, benchè temporanea e limitata: i pozzi si asciugano in fretta. Un pozzo artesiano, un “forage” come si dice qui, sarebbe l’ideale, ma i costi sono
elevati, considerata la mancanza di elettricità, cui ovviare con una
pompa a motore, ma pure con un gruppo elettrogeno, cisterna d’acqua
compresa.
Resterebbe però il grande vantaggio di assicurare igiene e sicurezza
alimentare, che oggi non esiste coi pozzi di cui ci si serve, e da cui si
estrae l’acqua con ogni sorta di recipiente, e dove i bambini gettano
ogni sorta di... sporcizia.
(Relazione a Novara Center e Comune, promotore della realizzazione di un pozzo a Dielmon).
In seguito, sulla base delle dette notizie, Novara Center e i proponenti stabilirono di costruire un pozzo artesiano, ed essendo nel frattempo uscito un
bando della Regione Piemonte per finanziare opere del genere, fu deciso di
parteciparvi. Non si ottenne nulla, ma gli stessi si attivarono per eseguire
ugualmente il “pozzo-forage”, e appena possibile si cominciò. Trascuro qui la
cronaca degli interventi, che comunque portarono alla realizzazione dell’opera.
Solo qualche lettera significativa.
IL 27 APRILE 2011 INVIAI QUANTO SEGUE
Faccio seguito alle precedenti per aggiornarvi e, nel contempo, per
richiedere a Federico una risposta per una pompa (dico UNA come
spiegherò più avanti).
Siamo stati a Dielmon giovedì e venerdi scorsi. Con una nostra
pompa che abbiamo portato in prova, abbiamo appurato che può funzionare con l’installazione fatta. Abbiamo fatto fare una piattaforma
circolare di 2 mt di diametro intorno allo scavo, dove verrà fissata la
pompa che si acquisterà previo Vs benestare. Con rammarico ho constatato che il Capo Villaggio... si aspettava di più (più tardi scoprimmo
che era stato influenzato da un “parente” dell’espatriata che aveva
chiesto i soldi in Italia, ma dovevano essere a lui destinati per il progetto!!), cioè una cisterna per l’acqua e un mezzo meno “faticoso” per
l’estrazione, quasi a preferire il secchio fatto scendere e sollevato con
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carrucola rudimentale nei pozzi fatiscenti e poco profondi che usano
attualmente. La cosa mi ha dato fastidio, ma Keba gli ha fatto gentilmente capire che non si poteva fare di più, per ora, e che devono già
rallegrarsene e... pregare perchè un giorno si possa , o qualcun altro
possa, fare di più. Purtroppo avviene spesso che la gente non apprezzi
l’operato di chi interviene a loro favore e, nel caso nostro, l’ignorare
l’identità della signora che ha chiesto di fare un pozzo per il suo villaggio credo abbia influito nel favorire queste reazioni.
Ma transeat! Comunque Keba propone di acquistare una sola
pompa, fissarla al suolo per poterla manipolare più facilmente (vorrà
dire che le donne faranno la coda per servirsene!) e consegnare ufficialmente l’opera al villaggio, compresa la targa alla memoria di Cristina (la figlia della zia di Valeria, deceduta da poco). Il tutto al più
presto possibile. Spero che siate d’accordo: noi abbiamo fatto del nostro meglio e l’importante è di... farlo, il bene.
Saluti a tutti e a presto. Celestina
Il 25 giugno 2011:
Eccomi a voi, dopo qualche giorno dal rientro di Keba da Dielmon,
ma soprattutto dopo che il Paese ha vissuto brutti momenti di insurrezione che ci hanno causato una paura folle. Ora è ritornata la calma
e...speriamo continui.
Come vedrete dalle foto, ABBIAMO FINITO! O almeno quasi. Abbiamo programmato una griglia per chiudere il cerchio, ma una serie
di imprevisti (interruzioni di corrente...) non ci ha permesso di finirla
in tempo. La consegneremo in agosto (a luglio organizziamo a casa la
Colonia di Vacanze per i migliori alunni di Sowane), quando andremo
a Dielmon per accertarsi che tutto sia andato bene e consegnare “ufficialmente” i lavori. Va bene? E tornando ai lavori, è mio dovere
esporvi quanto è successo a Keba, che peraltro non era d’accordo per
parlarvene. Allora, sabato scorso, mentre si apprestava ad andare in
macchina in un villaggio vicino per ritirare non so che materiale, col
Capo villaggio arriva un tizio, che si introduce dalla portiera aperta, sistemandosi comodamente e... senza essere invitato o presentarsi.
Lo fa il Capo Villaggio, e quello comincia ad inveire, con molta arroganza, definendosi un “fratello” (come si usa qui definire un conoscente assai o poco prossimo ) della senegalese che vive in Italia, dalla
quale avrebbe ottenuto l’incarico di occuparsi del progetto (e io ag46
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giungo, coi soldi che la stessa aveva richiesto...), ma una donna italiana “che conosce bene il villaggio” e che “ha inviato in Italia tante
foto dello stesso”, si è impossessata del “suo” progetto. Keba dapprima ha cercato di fargli capire che la donna italiana è sua moglie, incaricata dai finanziatori ecc. ecc., poi visto che lui contestava anche
l’utilità del forage realizzato, non gli ha più risposto, invitandolo a
scendere dalla macchina, praticamente... mandandolo al diavolo.
Valutando poi insieme il fatto, ci siamo resi conto che ancora una
volta la cupidigia, accompagnata dalla gelosia, si era instaurata, non
avendo ricevuto da noi alcun trattamento di favore: si paga chi lavora,
e una carica telefonica al Capo Villaggio come vuole tradizione! Ed è
tutto! Al tizio oso credere che ciò non sia piaciuto.
Questa comunque è la mia valutazione, perchè mio marito si è astenuto dai commentare il comportamento di un suo connazionale come
la sua etica gli impone. Vi chiedo umilmente scusa per aver riportato,
in sintesi, il suddetto fatto. Già avevo toccato l’argomento lo scorso 27
aprile, ed ora abbiamo capito l’atteggiamento imbarazzato del Capo
Villaggio. Ho chiesto a Keba se aveva ritenuto il nome del tizio, ma mi
ha confessato che non ha voluto neanche farselo lasciare. Passiamoci
sopra: il pozzo è stato completato, un “forage” vero e proprio, da una
Ditta specializzata e non certo la più cara, con l’intervento benevolo
dell’Ispettore dell’Idraulica della zona, che ci ha dato tante direttive
utili, e tutto è andato bene. E speriamo che la signora senegalese ve ne
sia almeno riconoscente.
E il 18 agosto 2011:
Eccomi qua, carissimi Federico e C..... Siamo appena rientrati da
Dielmon, per la posa della porta e della targa ricordo, e, almeno nelle
nostre intenzioni, la consegna ufficiale del pozzo-forage al Villaggio.
A voce vi racconteremo i particolari e la conferma dei dubbi che abbiamo avuto nei viaggi precedenti. Innanzi tutto anticipo la necessità
di incontrare la signora senegalese che vi ha coinvolti in quest’opera,
peraltro, vi assicuro, di enorme importanza, ma per nulla voluta, e
quindi apprezzata, dal “suo” villaggio. Il mio consorte ci terrebbe veramente a parlare con lei. Io qui non voglio aggiungere altro. Abbiamo
fatto –voi avete fatto- un’ottima azione, ed è quello che conta. Come
dice Madre Teresa, “continuate a fare il bene”.
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Abbiamo avuto qualche problema logistico: in pieno hivernage la
pioggia non ci ha risparmiati, e la nostra macchina ne ha un poco sofferto, malgrado sia coriacea. Ma tutto è rientrato nell’ordine. Keba ha
svolto il compito che gli era stato affidato, il lavoro ben fatto e ultimato, e la nostra signora non può che congratularsene, per il momento. Il dolore di una mamma è stato in parte alleviato, e la memoria
della sua cara Cristina è oggi impressa in questo lontano villaggio dell’Africa nera, ed è quello che conta. Che questa presenza spirituale sia
monito e aiuto per la povera gente che un giorno si renderà conto dell’opera che la mamma ha voluto e contribuito, con tutti voi, a realizzare.
A presto e che Dio vi assista, sempre.
Celestina
Non aggiungo altro, l’opera è finita, altre in altri luoghi sono state fatte o
sono in corso. L’importante è poter continuare a farne.
IL SENSO DELLA MISSIONE
Buongiorno a tutti, e grazie per avermi ricevuta, e grazie ovviamente
al vostro prezioso Parroco, Don Fiorenzo, per avermi chiesto di venire
a parlarvi delle mie esperienze; esperienze che possono senza dubbio
inserirsi in uno dei vari aspetti dell’Opera Missionaria.
Io sono una di voi, come voi. Per gli imperscrutabili disegni divini,
mi sono trovata a scoprire un mondo tanto lontano da qui e tanto diverso, dove le nostre ricchezze (lo dico tra virgolette) sono un’utopia;
dove è pur vero non ci sono i massacri della ex Jugoslavia, o la fame
implacabile della Somalia, ma purtuttavia ci sono tutti gli elementi che
impediscono ad un popolo di vivere dignitosamente e talora anche di
sopravvivere: povertà, malattie, analfabetismo e alta percentuale di
mortalità soprattutto infantile. Vi parlo del Senegal, uno Stato dell’Africa occidentale, sull’Oceano Atlantico, con una superficie di circa
200.000 kmq, poco meno di 8 milioni di abitanti, un territorio di savana e deserto al nord e di foreste tropicali al sud, una temperatura
ovviamente tropicale media di 30 g°. Con punte di 40 nelle zone più
aride. Un Paese nel cui interno, lontano dalla capitale Dakar dove
regna un apparente quanto precario benessere per la presenza di strut48
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ture straniere o ex coloniali, le popolazioni dei villaggi vivono una dignitosa povertà.
Circa due anni fa, durante una vacanza al sud, in un’oasi creata dal
e per il turismo, e dove oggi continua una ventennale guerriglia, che
ha praticamente arrestato il turismo stesso (unica fonte di ...benessere),
il che ha aggravato la già precaria situazione delle popolazioni , ho visitato alcuni dei villaggi limitrofi. Fu così che ebbi la “chiamata”: nugoli di bambini cenciosi, ma bellissimi, a piedi scalzi, tendevano la
mano timidamente, solo perchè i “toubab” (i bianchi) avevano già
pronta la loro di mano con qualche zuccherino (che vergogna ho provato!, credetemi), ma così pieni di un’incredibile dignità. Ho capito
che dovevo ritornare e fare qualcosa, per quei bambini.
Così ho iniziato, tutta sola. In Italia ho raccolto indumenti per infanzia e adolescenza soprattutto, ovviamenti estivi, perchè laggiù fa
solo caldo, medicinali, materiale scolastico, ed anche giocattoli, per
molti una vera novità.
Dapprima li aggiungevo ai miei ridottissimi effetti personali, poi ho
cominciato a spedire scatoloni via aerea, in concomitanza dei miei ritorni in terra africana, dove provvedevo poi, dopo lo sdoganamento e
personalmente , alla distribuzione nei villaggi. Fu allora che ebbi il
primo contatto con una delle malattie più spaventose dell’umanità,
che oggi fortunatamente può essere curata e debellata, la lebbra, detta
Morbo di Hansen, dal nome del suo scopritore. Noi occidentali abbiamo avuto sempre una sorta di ripulsa, e di paura, per gli effetti devastanti che produce ai sopavvissuti.
Ebbene, visitando gli ex lebbrosari, che oggi si sono trasformati in
comunità per le famiglie dei lebbrosi guariti, pur conservando uno statuto di “ghetto”, mi sono resa conto che anche le mutilazioni più tremende (il morbo colpisce dapprima le parti molli come le cartilagini,
e poi i nervi delle articolazioni), i volti ridotti a maschere orrende,
moncherini al posto delle mani, tesi in un saluto che non deve essere
rifiutato perchè fermamente atteso, appartengono ad esseri sfortunati
si, ma che grazie alla scienza sono sopravvissuti per continuare a godere della propria famiglia o poterne formare una nuova, pur non potendovi provvedere direttamente.
Ma chi se la sente di privare quei poveri esseri umani, un tempo normali e ...magari dotati di rara bellezza, di privarli della gioia di un figlio, di una discendenza che possa essere più fortunata dei loro
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genitori? Ed è a quei bambini che destino tutte le mie forze.Poter aprire
una scuola dove ancora non esiste (l’analfabetismo rappresenta il 90%
della popolazione paesana, allestire o rendere più funzionale una piccola infermeria o una piccola maternità in questi nuclei che vivono separati dalle persone “normali”, come dicevo in queste specie di ghetti,
ai quali dai villaggi vicini se ne guardano bene dall’avvicinarsi.
Organizzare corsi informativi alle giovani madri, affinchè possano
affrontare il grave handicap della mortalità infantile. 96 bambini su
1.000 nati vivi sopravvivono all’infanzia: questa la media del Paese,
ma nei villaggi è ancora più bassa.
Questi i miei programmi, ma sono sola ed i miei risparmi non mi
consentono di continuare a lungo . Voi siete stati meravigliosi , la
scorsa primavera , nel donare ciò che avevate a disposizione, ma oggi
non so se riuscirò a spedire ancora gli oltre 200 kg della volta scorsa.
Gli spedizionieri e le linee aeree non fanno servizi umanitari o comunque gratuiti.
Ma se avrò dei contributi li utilizzerò per l’acquisto laggiù di generi
di prima necessità, così avrò perseguito due scopi, uno l’aiuto diretto
senza intermediari...da pagare, l’altro un incentivo per l’economia locale.Vivo alla periferia di Dakar, da dove raggiungo, spesso attraverso
percorsi accidentati, i villaggi più lontani. La mia base è presso una
famiglia senegalese, che mi sostiene e contribuisce all’espletamento
della mia opera, dando in cambio un aiuto per la loro sopravvivenza.
Affronto mille problemi, dai frequenti attacchi di malaria, di cui
quasi tutti soffrono, e che miete più vittime del cancro, alle più comuni
escoriazioni dei bambini, che soffrono anche di sfoghi sulla pelle per
la presenza di parassiti interni, che si curano con semplici antibiotici...se ci sono, lavoro con loro, adattandomi alle più umile usanze,
come dormire a terra su di un telo di gomma piuma (sono tutti così i
materassi, cambia solo ....lo spessore, più hai mezzi e più aumenta!), o
mangiare in un’unica ciotola tutti insieme.
Lavoro la terra e faccio cucito (solo a mano perchè non ho mai imparato con la macchina, malgrado la bravura della mia cara mamma),
e la sera, quando spesso manca la luce, racconto ai bambini favole italiane nel mio francese africano, oppure...giochiamo a parlare italiano.
Non ho quasi nessuna delle nostre comodità, come frigorifero o vettura, che hanno prezzi proibitivi, eppure...non vedo l’ora di ritornare.
Ecco, è tutto. Anche il mio modesto operato possiamo definirlo “mis50
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sione”. L’opera missionaria è molto importante, ma difficile da sostenere, ed ha bisogno di tutti.
Vedete, è facile per noi portare in Parrocchia o ad altre istituzioni,
abiti usati o altro che non ci serve più, ma avete mai pensato come facciano i padri missionari a recapitare dagli aereoporti o dai porti nelle
località ben più lontane tutto ciò? Sapete cosa mi disse una suora della
Caritas di Dakar? “Per favore dica in Italia di non spedirci nulla, perchè noi non disponiamo dei soldi per pagare alla dogana i pacchi che
ci pervengono”. Vi posso assicurare che è vero, perchè ho dovuto affrontare gli stessi problemi per il materiale che avevo spedito, e che
ho provveduto a ritirare in prima persona.
Concludo ricordando ciò che mi ha detto il Direttore del Centro Missionario, Don Mario Bandera: Celestina, va molto bene quello che fai,
ma, mi raccomando, continua a farlo”.
Grazie a tutti e buona giornata
(Incontro con i parrocchiani di un Paese del Basso Novarese, 1994)
Per un ennesimo avvenimento negativo
dò a mio fratello una risposta...
Mariuccio, dovrei dirti a mia volta dov’erano, i Santi, durante il nazismo e la sterminazione degli ebrei, durante lo tsunami nell’Oceano
Indiano, e aggiungiamoci pure durante il terremoto abruzzese, cinese,
turco, ecc. Ma non me lo chiedo perchè non mi è dato chiederlo.Capisco la tua, e quella di tutti quanti, rabbia, e so che dirti “le vie del Signore sono infinite” non ti piace.
Dobbiamo solo ricordarci che le sofferenze personali e universali
fanno parte della nostra vita su questa terra, e dovrei aggiungere
“come ce l’ha insegnato Gesù”.Spesso quando ce ne lamentiamo lo dimentichiamo. Preghiamo se lo sappiamo fare, e aiutiamo, se possiamo
farlo, chi soffre più di noi. Ciao bello e non incavolarti, tanto non serve
a nulla.Bacioni.
Tua sorella non santa, ma solo un po’ saggia. (20.01.2010)
PS: Un’altra cosa: i Santi non vivono in una nicchia dove rifugiarsi,
sarebbe troppo comodo! Loro hanno sofferto prima e certo molto più
di noi, e ci aiutano, se li preghiamo, ad accettare la nostra sofferenza!
PAROLE DAL CUORE. E, credimi, FUNZIONA!
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Ho esitato a lungo prima di decidere se e dove inserire i seguenti brani pubblicati sul“Corriere di Novara”, firmati dall’amica Lalla Negri; tanto tempo è passato
e i contatti con gli interessati si sono persi, pur tuttavia la storia molto tragica di
cui si parla ritengo debba rientrare in questo testo. Dove? Tra“Gioie e Tragedie”o
tra le“Testimonianze”? Finalmente ho optato per la prima: si tratta di una storia
triste che ha permesso numerose opere di bene, e quindi recare gioie a molta povera
gente. Accettate dunque questo spazio e fatene buona memoria. I Sigg. Guidetti e
Costa non me ne vorranno se...non ho chiesto il loro permesso a pubblicarli, non
essendo scritti privati, bensì estratti da articoli a suo tempo ben diffusi sulla stampa
pubblica. (1996-1999).
PRESTO IN SENEGAL UN ASILO
PORTERA’ IL NOME DI RACHELE E CECILIA
“E’ per loro, per mia figlia Rachele, e per Cecilia, perchè siano ricordate con qualcosa di concreto che permetterà ad altri bambini di
crescere e di vivere meglio”. E’ commosso, ma anche sereno Piero
Guidetti, libero professionista novarese, mentre parla con entusiasmo
di quel progetto che si sta realizzando in Senegal, a sud-est di Dakar,
in un villaggio ex lebbrosario.
Molto presto l’Asilo di questo piccolo centro porterà il nome di Rachele Guidetti e di Cecilia Costa, due bimbe undicenni scomparse a
seguito di un terribile incidente stradale avvenuto lo scorso mese di luglio sull’Autostrada A4, alle porte di Novara, mentre facevano ritorno
da una vacanza al mare. Con loro aveva perso la vita anche Renata
Regidore, 42 anni, mamma di Rachele e moglie di Piero, unico sopravvissuto alla straziante tragedia, che aveva scosso l’intera città.
“E’ mia intenzione” ha spiegato “andare avanti in questo progetto,
che prima di me aveva coinvolto mia moglie, dipendente del Laboratorio di Sanità Pubblica dell’Usl 31.
Qui erano stati raccolti infatti fondi da inviare in Senegal tramite
la Novarese Celestina Fortina (che la città conosce soprattutto per la
campagna umanitaria “Un sorriso per Boubacar” lanciata con successo, qualche tempo fa) Dopo l’incidente i colleghi di lavoro, con il
desiderio di ricordarla come lei avrebbe voluto, hanno proseguito e
rafforzato l’iniziativa, che è stata successivamente estesa anche a persone che non erano della stretta cerchia del Laboratorio ma che erano
già in contatto con Celestina. Così, piano piano sono stato coinvolto
anch’io, ed insieme a me hanno aderito altri numerosi amici.
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Persino gli alunni della Scuola Elementare Perotti (vedere Testimonianze-NdA) di Vignale, in occasione della festa Natalizia, hanno
devoluto una generosa offerta. Insomma, stiamo diventando tanti:
può darsi che in futuro, grazie alla collaborazione e all’altruismo di
tutte queste persone, si riesca a dar vita ad una vera e propria fondazione”.
Dopo aver coordinato la partenza di un conteiner di aiuti, avvenuta
nel mese di ottobre e che ha permesso il decollo di una campagna di
prevenzione sanitaria, circa quindici gg fa Piero Guidetti ha raggiunto
Celestina (ex dipendente della Provincia di Novara, che dopo la pensione si è “buttata” nell’iniziativa umanitaria) a Sowane, dove si è trattenuto per una decina di giorni. Ha raccontato: “Nel momento in cui
ho deciso di appoggiare in prima persona questo progetto, ho pensato che dovevo assolutamente recarmi sul posto, per capire di cosa
quella gente avesse davvero bisogno.
La realtà che ho trovato a Sowane per noi occidentali è davvero
inimmaginabile: un villaggio nel quale i due terzi degli abitanti
hanno meno di quindici anni, dove molte famiglie non conoscono
l’età dei propri figli, dove un bambino, nell’arco della giornata fa
fatica a trovare un cucchiaio di miglio per sfamarsi, dove - e questo
è il fatto più drammatico - la gente muore davvero per un nonnulla”.
Grazie agli aiuti inviati nell’ultimo mese, l’asilo che sarà dedicato a
Rachele e Cecilia è ormai decollato. Dice Guidetti: “Chiamarlo asilo è
un eufemismo, perchè si tratta di una costruzione esagonale di 44
mq, che per ragioni termiche è coperta da un tetto di paglia, anche
se noi ci rendiamo conto di determinate esigenze non ancora soddisfatte, per chi non ha mai avuto nulla, quel tetto è già qualcosa”.
Tanti chilometri per aiutare il prossimo e per dare un senso al ricordo
dei propri cari. “Certo” ha ammesso, “Se si volesse fare del bene, lo
si potrebbe fare anche qui.
Ma bisogna ricordare che, comunque, anche il nostro peggio non
rappresenta nulla rispetto alle gravi difficoltà nelle quali versano
queste popolazioni. Penso che, per ringraziare tutte quelle persone
che ci hanno aiutato, sia giusto far sapere quanta generosità, c’è a
Novara, perchè la città sappia che il nostro gruppo esiste e lavora. E
perchè, se qualcuno si vuole unire al nostro progetto è sicuramente
ben accetto”. Tanti kilometri per uno straordinario viaggio di solidarietà...
Lalla Negri (Corriere di Novara - 1996)
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NELLA GIOIA DI UN PARCO GIOCHI
IL RICORDO DI CECILIA E DI RACHELE
(Piero e Nicoletta Costa parlano del progetto realizzato
in Senegal, in memoria delle due bambine)
Oggi, giovedì 15 luglio 1999, ricorre il quarto anniversario della
scomparsa di Cecilia Costa, dell’amichetta Rachele e della mamma di
quest’ultima, Renata Regidore, tutte morte a seguito di un tragico incidente stradale avvenuto sull’autostrada Torino Milano, nei pressi di
Novara. “Questo doloroso triste anniversario - hanno detto i genitori
di Cecilia, Piero e Nicoletta Costa- ci consente di ringraziare pubblicamente tutte le persone che hanno reso possibile un modo di ricordare Cecilia e Rachele: la realizzazione di un Parco giochi a loro
dedicato, costruito e inaugurato più di un anno fa nel villaggio di
Sowane, nella regione senegalese di Fatik, una realtà già nota e seguita attraverso iniziative benefiche organizzate dai colleghi del Laboratorio d’Igiene Pubblica, organismo dove lavorava la mamma di
Rachele. La nostra gratitudine va in particolare a tutti gli amici dell’Ospedale Maggiore (dove Piero Costa, medico radiologo, lavorava
all’epoca dell’incidente), che all’indomani del lutto hanno voluto
mettere in atto qualcosa di concreto per manifestare l’affetto che li
legava a noi e a Cecilia.” Piero e Nicoletta Costa hanno spiegato come
è nata l’idea del parco giochi.
“La nostra intenzione era quella di realizzare qualcosa indirizzato
ai bambini. Sono stati numerosi gli enti e associazioni che hanno
preso contatto con noi, rendendosi disponibili ad accettare le donazioni destinare ad iniziative di solidarietà di vario tipo, ciascuna
delle quali sarebbe stata intitolate alle bambine. Nessuna di queste
però rispecchiava ciò che noi ritenevamo il giusto modo di ricordarle, e cioè qualcosa legato al divertimento, alla vitalità, alla gioia
che dovrebbero contraddistinguere un dono che si vuole fare ai più
piccoli.”
L’occasione si è presentata appunto con il villaggio senegalese, ex
lebbrosario, e con l’opera di volontariato che la novarese Celestina
Fortina vi svolge costantemente da alcuni anni. A Sowane, grazie
anche al sostegno ed al contributo del Centro Missionario Diocesano
ed a quello del “Novara Center”, sono già stati realizzati numerosi in54
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terventi, come un piccolo acquedotto, una rudimentale Maternità, ricostruzioni di case fatiscenti, ecc.
“La scelta è ricaduta su questo villaggio, perchè qui abbiamo avuto l’opportunità di dare vita a qualcosa che può direttamente contribuire ad una serena crescita dei fanciulli, facendoli divertire in maniera gioiosa e sana. Certo
alla nostra decisione si possono porre obiezioni, in quanto questa scelta può
apparire superflua, visto che l’opera è stata realizzata in una realtà che nella
scala delle priorità, prima che al divertimento, riserva spazio ad altre emergenze, come l’alimentazione e le cure mediche.
Emergenze queste, che non abbiamo in ogni caso dimenticato,visto che si è
provveduto a rispondere anche a questi problemi. Anche noi abbiamo a lungo
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riflettuto su quest’apparente stridore, ma alla fine abbiamo concordato che i
soldi raccolti tra gli amici del “Maggiore” dovessero andare a finanziare anche
un progetto che di fatto rappresenta un piccolo lusso per i bambini di ex lebbrosi. Ci è sembrata la cosa giusta, perchè riteniamo che anche quei piccoli, che
la vita stessa costringerà a lottare in maniera quasi quotidiana per l’essenziale, abbiano il diritto di concedersi, almeno in un’occasione, il lusso di un’altalena, di una giostra, di fiori in un giardino. E dobbiamo dire che - anche
secondo quanto dettoci da Celestina- quello di Sowane resta un villaggio in
un certo senso eccezionale, proprio per la presenza di uno spazio tutto per i
bambini. Uno spazio bello, nel quale è possibile stare bene tutti insieme, e che
farà si che grandi e piccini si chiedano chi erano Cecilia e Rachele.”
Un giardino ben curato, con i cordoli a delimitare le aiuole, alle quali
fanno da sfondo i baobab.
Un’attrezzatura ricca e moderna, che, come dimostrano le foto inviate da Celestina alla famiglia Costa, regala momenti di svago e di
spensieratezza ai bambini del villaggio ed alle loro famiglie, e sul muro
del portale d’ingresso del parco dedicato alle due piccole novaresi, un
particolare, una nota di tenerezza, una prima voce al ricordo: sull’intonaco bianco sono stati dipinti due angioletti con ai piedi due pattini
a rotelle.
“Si tratta - ha precisato in proposito Nicoletta Costa - di un disegno
che Cecilia aveva fatto sul suo quaderno di religione e che era già
stato utilizzato come logo della manifestazione-concorso “M’illumino d’immenso”, organizzata nel 1996, un’idea nata dalla collaborazione di diverse realtà novaresi, dal mondo scolastico al quale le
bambine appartenevano, quello delle “Elementari Bottacchi”, ai
miei colleghi insegnanti del Liceo Artistico Statale. Cecilia disegnava benissiomo ed era con Rachele una grande appassionata di
pattinaggio, sport che praticava con l’associazione novarese “Rotellistica ‘93”, che dedica annualmente una propria manifestazione
sportiva alle bambine”.
L’intenzione della famiglia Costa è quella di organizzare in futuro
iniziative in memoria di Cecilia e di Rachele, nuovamente rivolte ai
bambini ed ai ragazzi, ma questa volta a livello locale.
Lalla Negri (Corriere di Novara- 15.07.1999)
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DAL SENEGAL: PONTI VERSO NOVARA...
E NON SOLO
Ho perso un mondo qualche giorno fa! Qualcuno l’ha trovato?
Lo si può riconoscere dalla corona di stelle attorno al capo.
ANCORA SUL SENEGAL
Carissimi amici.
Vi voglio raccontare qualcosa di ciò che avviene qui, in terra
d’Africa.
Il Senegal (Africa Occidentale) non è un vastissimo Paese, come la
Nigeria o l’Angola, ci sono tantissimi problemi di sopravvivenza, a
pochi km dalla capitale, ma anche nella città stessa, per l’afflusso dei
paesani in cerca di lavoro, e, come spesso succede, troppa è la sperequazione tra la vita cittadina, ma solo da certi livelli in su, e quella periferica. Non parliamo poi dei villaggi sparsi nella savana, molti dei
quali senza luce, eccezionalmente un pozzo d’acqua, senza scuole,
senza chiesa, nè ospedali.
Durante i miei giri per distribuire i generi vari che ogni volta porto
dall’Italia, ho scoperto un villaggio un po’ singolare. Fa parte di quelli
(ce ne sono una decina in tutto il Paese) dove la Fondazione Raul Folleraux (il protettore dei lebbrosi di tutto il mondo) ha confluito le famiglie degli ammalati, e dei sopravvissuti, ma con le tracce invalidanti
della malattia, nel quale oggi vivono una cinquantina di famiglie, di
cui solo gli anziani sono ex lebbrosi.
L’ho “scelto” tra quelli visitati, perchè uno dei più piccoli (300 anime)
quindi più poveri, visti anche i nostri mezzi limitati. Si chiama Sowane, non esiste a livello amministrativo, quindi la gente non è considerata cittadino senegalese con diritto di voto ( solo qualche anno
dopo questo riconoscimento sarà effettuato). Si trova a meno di 150
km da Dakar, ma in piena savana.
Da quattro anni lo frequento appena possibile (per le condizione
della strada ci vogliono anche 4 ore a volte per arrivarci), portando
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tutto ciò che ho: medicine, abiti, cancelleria varia, biancheria, giocattoli, e specificatamente quello che la volta precedente mi fu chiesto da
quella povera gente: una radiolina, una chitarra, un materasso, un
mazzo di carte.
Qualche tempo fa avevamo ristrutturato, con i mezzi di bordo, un locale adibito a “maternità” - un vero eufemismo!, che comunque oggi
è già in degrado. Ma abbiamo altri progetti in fase di studio o di realizzazione, progetti più azzardati, grazie ai dipendenti del Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi.
Una grande tragedia famigliare alle porte di Novara, un terribile incidente che si è preso una madre, la figlioletta undicenne e una sua
coetanea, un uomo distrutto dal dolore che ha voluto rispettare i desiderata della moglie che faceva parte del personale del Laboratorio
che già si interessava a Sowane, decidendo di aiutare questa povera
gente senza risorse: così sorsero l’Asilo, il Parco Giochi (voluto dai genitori dell’altra bambina), un Centro di Animazione per i giovani,
mentre è in fase di studio una riorganizzazione dell’intero villaggio, il
rifacimento più funzionale della Maternità, e un altro progetto interesserà la piccola Cappella. Contiamo sempre nelle persone di buona
volontà, perchè ci aiutino ad aiutare il nostro prossimo.
A questa storia, vorrei aggiungere una postilla. Alla periferia di
Dakar abbiamo creato una comunità, dove giovani senza risorse
hanno imparato il mestiere di giardiniere. Sono 7 allo stato attuale e 3
muratori. Lavorano con gioia, per un buon pasto e qualche franco al
mese.
Provvediamo a vestirli, curarli, ad inviare almeno il necessario alle
loro famiglie, sempre terribilmente numerose.
La Dakar dei funzionari, dei diplomatici, dei Centri Turistici e anche
di alcune congregazioni religiose comiciano a conoscerci ed a acquistare le nostre produzioni: belle piante tropicali. Per mezzo di loro possiamo continuare a far sorridere altri bambini, compresi i 4 che ho
adottato...
(lettera inviata al Gruppo Missionario di S.Agabio
Novara, 1 febbraio 1996)
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VIVI CON I BAMBINI
E IMPARERAI AD AMARE
Agli alunni della scuola elementare Perotti di Vignale-Novara
Cari bambini,
ho avuto il vostro generoso contributo per aiutare i bambini di un
Villaggio estremamente povero, che si chiama Sowane, in Africa, nello
Stato del Senegal.
Questi bambini, meno fortunati di voi, sono figli o nipoti di ex ammalati di lebbra (una terribile malattia che colpisce ancora le popolazioni più indigenti di Africa e Asia), i quali, con l’aiuto di persone di
buon cuore hanno potuto in parte vincere la loro terribile invalidità,
ma con gravi mutilazioni , che impedisce loro di lavorare e quindi di
occuparsi dei loro piccoli.
Questi ultimi, dunque, anche con il vostro intervento, potranno
avere un luogo dove riunirsi per studiare, giocare, cantare, un luogo
meno misero delle loro misere capanne: stiamo infatti costruendo
espressamente per loro un Centro di Animazione.
A loro nome, perciò, Vi ringrazio tutti e Vi esorto ad essere sempre
generosi nella vostra vita. Quella che per voi è una piccola somma,
magari per un piccolo giocattolo, per questi bimbi è una necessità di
vita.
Grazie!
26.febbraio1996
Le cortesie più piccole - un fiore o un libro Piantano sorrisi come semi che germogliano nel buio.
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LETTERA
AGLI AMICI D’UFFICIO
Carissima Ornella e colleghi d’Ufficio Giunta e Consiglio
dell’Amministrazione Provinciale di Novara
Solo ora trovo un po’ di spazio per inviare a tutti voi componenti del
glorioso Ufficio Giunta e Consiglio (si chiama ancora così?), il nostro
Grazie per quanto avete voluto destinarci. Mi ha fatto immenso piacere rivedere voi, come pure gli altri colleghi e colleghe della “mia”
Provincia, e una punta di nostalgia si è fatta comunque sentire, non
certo di rimpianto, ma per la consapevlezza del tempo passato.
Oggi sono di nuovo ripiombata in questa mia nuova vita, che peraltro sta diventando anch’essa... vecchia, tanto lavoro, tanti problemi
che ogni giorno ci si presentano, troppo spesso difficili se non impossibili da risolvere. Ma tentiamo in ogni caso di fare del nostro meglio.
Ogni volta che rientro da Novara (è l’inizio dell’anno scolastico),
trovo nuove richieste di aiuti per alunni e studenti senza mezzi per
continuare o iniziare gli studi. Per Grazia divina siamo riusciti anche
stavolta a farvi fronte quasi completamente, e ciò grazie alle persone
come voi che ci permettono di fare quel bene di cui mi parlate nella vostra lettera. Il coraggio e la forza di volontà che mi attribuite lo devo
in gran parte anche a voi.
E non aggiungo altro, solo che una giovane ragazza, i cui fratelli non
si sono occupati di lei, ha potuto iscriversi all’ultimo anno di Liceo:
abbiamo cercato una scuola pubblica, ma i termini erano scaduti, e
così l’abbiamo iscritta ad una privata, cattolica, come la ragazza, che
però è a pagamento.
Ho messo insieme i contributi delle ex colleghe e abbiamo fatto una
persona felice come non potete immaginare. La mia partecipazione
personale: vive con noi! Posso dire con orgoglio che un’altra bella pagina della mia vita è stata scritta...dai novaresi.
Aggiungo che non si tratta di coraggio e di buona volontà: sono un
umile strumento di Qualcuno che ha ritenuto di cambiare una vita di
acida zitella in qualcosa di....meraviglioso!
Un abbraccio dalla ...ex befana!
Dakar, 16 novembre 2004
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Maria carissima,
può bastare un grosso grazie per esprimerti la nostra riconoscenza?
Se non basta, sappi che ho ricevuto il tuo prezioso contributo in un
momento particolarmente difficile, come spesso ne capitano qui.
Avevo delle scadenze, oltre ai salari di aprile, a cui non potevamo far
fronte: capita che le entrate del vivaio si blocchino di colpo, ma noi
tutti dobbiamo vivere e quindi... preghiamo.
E ancora una volta Lui ci ha ascoltati, ed ecco che ho trovato alla
posta la comunicazione della Banca. Ero con il maggiore dei miei figli,
e si parlava appunto dei problemi di attualità, quando scorrendo le
lettere ritirate dalla Casella Postale, ne vidi una con l’intestazione della
BPN. Dissi “Guarda Aramis, chissà mai che in questa lettera non ci
siano un po’ di...fondi”. Il ragazzo mi rivolge uno sguardo sorpreso,
poi ridendo dice. “Ma dai, sarebbe proprio un miracolo”. Beh! Ti lascio
immaginare il seguito.
E siccome qui mi dicono che per le mie previsioni sono un po’ una
strega...
Nell’immediato sappi comunque che mi hai salvato dal dover chiedere ai miei ragazzi di dover aspettare. Grazie a te sono tutti felici per
le loro famiglie, ed io soprattutto perchè ho ricevuto un’ulteriore conferma di non essere abbandonata.
Tutte le buone persone che gravitano intorno sensibili alla nostra crociata, che Dio le benedica!!
Qui cominciamo a lasciare qualche traccia. Sowane ha vissuto con
gioia la Giornata Mondiale della Lebbra, in prima persona; per la
prima volta è stato scelto questo piccolo villaggio per la celebrazione
annuale, e devo ammettere che ci hanno gratificato con un riconoscimento plebiscitario, quanto spontaneo, da parte degli abitanti, il che ha
sorpreso le Autorità nazionali, peraltro da parte nostra sempre tenute
all’oscuro.
Un riconoscimento culminato “in extremis” nella presa d’atto da
parte del Ministro della Sanità dei lavori eseguiti dalla Comunità Novarese.
A tutti voi dunque la gratitudine di questa povera gente.
Dakar, 8 maggio 1997
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Mia cara Patrizia,
Non ti ho risposto subito per quanto concerne la tua disponibilità di
garze, perchè ho voluto riflettere e cercare soluzioni più adeguate. Il
problema che qui si pone non è tanto se servono o meno, è ovvio che
si tratta di un genere più che utile per l’igiene e la salute, ma è come e
da parte di chi servirsene.
Ti spiego. Il villaggio di cui ci occupiamo e dove stiamo realizzando,
con la collaborazione dei ragazzi della comunità che abbiamo creato a
Dakar, alcune strutture sociali, è un ex lebbrosario, dove nei tempi passati (anni ‘30) confluivano le persone in fase di guarigione, con le loro
famiglie - di solito elementi sani - affinchè non vivessero nei normali
villaggi. Sai bene come già nell’antichità questi infelici venissero considerati impuri, e quindi scartati.
Da qualche anno gli organismi preposti, Raul Folleraux in primis,
cercano di rendere questi villaggi il più normale possibile, vale a dire
smettere di lasciare questa gente alla mercè dell’accattonaggio, se non
della carità pubblica qui tanto rara, e formare i giovani sostenendo i
loro studi, affinchè possano sopperire ai bisogni dei loro vecchi inabili. E veniamo alle bende. La necessità di medicinali antimalarici, antinfiammatori, antibiotici, pediatrici, ecc., è un dato di fatto. Le bende
pure, ma in grandi quantità come mi proponi, andrebbero meglio in
Ospedale, dove viene accolto ogni nuovo caso accertato di lebbra. Io,
che pure ho il “naso” un po’ dappertutto per quanto concerne questo
settore, con tutta onestà non riesco ad occuparmi di assistenza sanitaria specifica, almeno per ora.
Ci sono qui lo Stato e le diverse Cooperazioni (grossi organismi) con
personale e mezzi. Io sono un piccolo veicolo che percorre un’altra
strada, dove ci sono i bambini, figli o nipoti di malati, che pure hanno
tanto bisogno.
Per concludere, vorrei tanto approffittare della tua cortesia, ma se ci
sono altri indirizzi, tra gli amici missionari di tutto il mondo, sicuramente ne troverai, pensa a loro! Da me hai la riconoscenza per la tua
buona volontà e per aver pensato a noi. Grazie di cuore. Ed un grosso
grazie per i piccoli (ma quanto grandi di cuore) pensieri che mi invii
di tanto in tanto. Anche la neve per il mio Natale Tropicale!
(PS: negli anni successivi non sono mancati gli arrivi di bende e generi di
primo soccorso, che ho potuto fornire a numerosi piccoli dispensari nella
brousse, oltre a quello che poi costruimmo a Sowane).
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Carissimi amici lontani, così straordinariamente
vicini a noi...
Qui al solito i problemi sono infiniti; quasi ogni giorno ci confrontiamo a richieste di aiuto di ogni genere, come se fossimo il Buon Dio
che tutto può risolvere. Spesso ci lasciamo abbattere dallo sconforto
per non poter far nulla, ma ogni tanto “facciamo centro”. Abbiamo
potuto intervenire, con gli aiuti dei novaresi, presso alcune famiglie,
per consentire ad almeno un giovane in età scolare per famiglia di intraprendere o continuare gli studi.
E’ questo uno dei nostri chiodi fissi. L’ignoranza, l’analfabetismo, la
povertà non potranno costituire la base di una società. Non parliamo
poi dell’igiene causa di malattie, l’altra grossa piaga contro cui cerchiamo di lottare con tutte le nostre forze.
La sporcizia cronica ci angoscia ogni giorno. Un giorno, arrivando a
Sowane, come al solito siamo stati accolti da un nugolo di bambini (ce
ne sono sempre di più ad ogni visita); sempre la stessa scena, arrivano
di corsa e ti tendono le loro manine. I volti invasi da croste mal curate,
pieni di mosche e sporcizia, i nasini con le mucose rinsecchite e sporche.
Ho fatto subito riunione con alcuni adulti, “ordinando” che non accetterò più un solo bambino che non abbia lavato la faccia e le mani.
Non ci crederete, la volta successiva, al mio arrivo.....di primo acchito
non si presentò quasi nessuno.
Poi poco alla volta li vedo arrivare, tutti sorridenti e...puliti, alcuni
addirittura cambiati con abiti freschi.
E da allora, anche le stradine ed i cortili venivano sistematicamente
spazzati. Seppi poi che era stato costituito un gruppo di ”volontari”
che, suddiviso il villaggio in quattro parti, si occupava della... pulizia.
L’importante è non scoraggiarsi e persistere nei nostri intenti e, di
fronte a questi risultati, quale gioia!!
Vi abbraccio simbolicamente insieme a tutti coloro che qui mi sono
vicini nelle piccole opere quotidiane per il nostro prossimo tanto bisognoso.
10 gennaio 2001
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Tre cose ci sono rimaste del Paradiso:
le stelle, i fiori, e i bambini.
(Dante Alighieri)
FLORIKOUNDA CASA DEI FIORI:
Quando l’entusiasmo europeo incontra la fantasia africana,
nasce la solidarietà tra i popoli.
Florikounda: la casa della flora, un nome esotico in una lingua esotica, il mandinke.
Ma è ben più che la casa dei fiori. E’ la casa che unisce l’intraprendenza di alcuni volontari con la fantasia del popolo africano; l’entusiasmo suscitato in ogni essere umano d’animo semplice e buono dal
fiorire della natura, che corrisponde al trionfo della vita, anche nella
morte.
E in questo quadro di esaltante bellezza c’è posto per una grande
opera di solidarieà.
Un uomo che ama tanto la natura quanto il suo paese, originario di
una regione in cui la guerriglia non dà certezze, sostenuto dalla Provvidenza che premia il suo fervore, trasferisce tutti i suoi beni, che si riducono a se stesso, quattro figli ed una collezione di piante delle più
svariate varietà, al nord del Senegal; lascia la sua amata regione, la Casamance, ma non la sua gente, perchè chiama vicino a se giovani della
sua zona.
Crea a Dakar dal nulla una “pepinière”, un vivaio di piante ornamentali; per due anni non ci sono entrate, i giovani che si adoperano
per allestire vivaio, frutteti, fiori, arbusti, non chiedono nulla. Un solo
pasto assicurato ed una capanna di fortuna come camera.
Questo il debutto agli inizi del 1993: ma quest’uomo, che oltre ai
quattro giovani che lavorano per lui, deve provvedere a tre bambini in
età scolare (il maggiore è rimasto in Casamance), non si scoraggia.
E intanto lavoro, molto lavoro, ma anche le prime risposte. E con
esse le prime entrate e qualche braccia in più, tutti con famiglie, o rimaste al Sud, o trasferite faticosamente a Dakar.
Riflessioni di Don Mario Bandera.
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Conclusioni dell’autrice:
Oggi Florikounda è il più grande vivaio del Senegal, una quindicina
di persone vi lavorano a tempo pieno, permettendo ad altrettante famiglie (e anche di più) di vivere più o meno dignitosamente.
C’è inoltre spazio per i giovani che vogliono imparare un mestiere,
per i giovani del villaggio di Sowane (l’ex lebbrosario di cui ci si occupa da alcuni anni), che vengono a Dakar per “giustificare” gli aiuti
che ricevono anche dai novaresi, consapevoli come sono, di voler imparare a coltivare l’orto e a costruire le loro case. Poichè Keba Aidara,
il Patriarca di Florikounda, ha loro insegnato tutto questo. Molti amici
e famiglie novaresi seguono da anni le nostre attività, il nostro cammino in un Paese tra i più poveri del Continente Nero.
Abbiamo cercato di non deludere nessuno, ma soprattutto abbiamo
cercato di conservare l’entusiasmo e la voglia di andare avanti di tutte
quelle persone che vivono accanto a noi, sostenute da una fede che supera anche i contrasti religiosi. Una fede nell’uomo di buona volontà
che ha Dio come supremo anelito e come Padre sa accogliere ed amare
tutti i suoi figli, di popoli diversi, ma appartenenti alla stessa famiglia
umana. L’avventura continua...
24 maggio 2004
COMMENTO AD UN VIDEO REPORTAGE
Girato da Maurizio Faraboni per la Fondazione Salina di Arona
Siamo rientrati da Sowane, che abbiamo lasciato sotto un forte vento,
causa dei rumori di sottofondo che coprono la mia voce. Tra l’altro ci
scusiamo per le riprese disturbate dai gridolii dei bimbi, ma come evitarlo? Tutto è stato improvvisato, compresa la nostra visita. Vorrei aggiungere qualche notizia.
Sowane è abitato da circa 350 anime, 50 famiglie, una quarantina di
anziani portatori di mutilazioni da lebbra. La fascia da 0 a 15 anni costituisce la percentuale maggiore di abitanti. Non c’è elettricità, nè
scuola, due le classi di asilo.
L’acqua viene da pozzi precari per lo stato del terreno, ma alimenta
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il villaggio per mezzo di tubazioni e fontanelle che abbiamo potuto
costruire.
Tale progetto, cui fece seguito un orto modello e una piantagione di
manghi, è stato finanziato da Novara Center con a volte il contributo
della Regione Piemonte e della Provincia di Novara.
Mio marito ed io, con un gruppo di giovani, tutti padri di famiglia,
istruiti allo scopo, ci occupiamo di sviluppare ed eseguire i progetti
che via via ci sembrano più utili, con l’aiuto di novaresi ed altri amici
italiani, tra i quali alcuni hanno scelto di occuparsi di famiglie singole,
se volete una sorta di adozioni a distanza, ma seguite e gestite da noi
in loco.
Ci interessano soprattutto i bambini, i giovani, con un occhio anche
alle mamme: il paese deve uscire dal suo stato di ghetto per la lebbra,
che suscita la repulsione come ai tempi della Bibbia, che è tabù per gli
stessi abitanti nei confronti di parenti lontani, che non è nemmeno riconosciuto come centro abitato dalle autorità, cosa che ci causa ritardi
e complicazioni burocratiche, ma vogliamo che diventi un villaggio
normale e poco alla volta ci stiamo riuscendo, pur se con grande fatica,
perchè puntiamo a cambiare la mentalità.
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Il Parco Giochi è stato il primo passo verso questa apertura: gli abitanti dei villaggi viciniori si sono accorti che Sowane è vivo, è normale
e non lo evitano più, addirittura lo attraversano anzichè passarvi da
parte, e si fermano anche!
Se un giorno ci sarà una chiesetta, con cortile per incontri, sarà occasione di raccolta di fedeli, anche se la comunità cristiana è minoritaria.
Ma lo stesso vale per i musulmani. Avete visto il Capo del Villaggio,
è anche Iman del paese, mentre il Presidente del Comitato di gestione,
è cattolico.
Un perfetto accordo che gioca a nostro favore, perchè non si fa la differenza, sono tutti bisognosi, poveri, infelici, reietti, ma tutte creature
di Dio, molto più sfortunati di noi, ma non meno meritevoli di una
vita degna di essere chiamata tale. Dateci una mano per loro.
Celestina, febbraio 2003
MALATTIE DIMENTICATE
Carissimi, Eccomi finalmente a rispondere al vostro messaggio.
Qui la vita è complicata (ma dove non lo è!?), e fare del bene è difficile, confrontati come siamo a scelte dolorose (troppi casi per pochi
mezzi), a scontri etnici che creano gelosie a causa delle nostre scelte, e
soprattutto ad una estrema indigenza che rende spesso le persone
astiose verso chi non è nelle loro condizioni e che diventano quindi...
loro nemici.
Grazie al Cielo, per me, per quanto concerne il mio impegno a Sowane dopo più di 10 anni, ebbene devo dire di essermi bene integrata
ed accettata, ma ciò non toglie che quello che si fa non è mai abbastanza. Ho sempre trovato tra gli ex ammalati e le loro famiglie una dignità e fierezza che i segni indelebili delle mutilazioni sopraggiunte
alla malattia, non ha leso o diminuito. E ciò mi conforta , frenandomi
da dolorose rinunce a continuare.
Il mio impegno a Sowane, a carattere, lo sottolineo, privato e perso68
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nale, con l’aiuto e la collaborazione del mio consorte senegalese, che
già da giovane in qualità di scout si prodigava a favore dei lebbrosi, si
confronta in questi tempi con alcuni problemi logistici: la distanza da
Dakar, dove risiediamo e lavoriamo, i mezzi di locomozione limitati
(in questi tempi addirittura mancanti per una serie di panne), problemi di salute miei - l’Africa non perdona -, ma cerco comunque di
non scoraggiarmi e di continuare...a distanza.
Abbiamo “adottato” alcune delle famiglie più bisognose ( ma lo sarebbero tutte!!), nelle quali i genitori per lo più anziani portano i segni
invalidanti della lebbra, per le quali i mezzi di sostentamento dipendono dalla carità del prossimo, dove i bambini, ai quali le condizioni
tremende della famiglia non impediscono comunque... di nascere,
sono più numerosi degli adulti, e destinati ad una selezione naturale
dalla precarietà di salute, igiene e nutrizione: che tristezza utilizzare
queste espressioni peraltro realistiche!
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Con l’aiuto di amici di Novara e di strutture umanitarie del luogo,
riusciamo ad assicurare loro un sostegno mensile durevole nel tempo
sino a che dureranno i sostegni.
Nel passato siamo intervenuti nelle strutture comuni del Villaggio
(asilo, ambulatorio, orto modello, rete idrica da pozzi, ristrutturazione
di alcuni alloggi tra i più fatiscenti, servizi igienici, ecc.), ma il clima
ingrato della zona, tra le più aride del Paese, ed i mezzi limitati non
permettono una regolare ed efficace manutenzione delle strutture
stesse.
E’ vero, dobbiamo evidenziare la precarietà degli interventi rapportata alla volontà di fare di più, ma anche il miglioramento delle condizioni: è come se il nostro passaggio negli anni sia servito da sprone,
o anche solo da esempio, per gli abitanti, almeno i più giovani e sani.
Per esempio, l’aver costruito alcune toelette per le famiglie senza
sostegni ha spinto i figli partiti dal villaggio ad occuparsi dei loro vecchi offrendo loro un servizio igienico nel cortile di casa (che NON sono
mai esistiti nel villaggio!), oppure comperare cemento e ferro per ristrutturare le vecchie abitazioni risalenti al vecchio lebbrosario che era
stato creato negli anni trenta.
Insomma, reputiamo di non aver lavorato invano, e credo che stiamo
dando a questa gente il gusto di vivere anzichè di vegetare sino alla
fine dei loro giorni. Non è male, vero? Ciò ci compensa di tante sconfitte, in altri settori dei nostri interventi. Cari amici, voi rappresentate
un organismo chiamato “Malattie dimenticate”, tra le quali la lebbra
rappresenta un esempio lampante.
Non sono entrata nel merito del vostro operato; sono le conseguenze
materiali della lebbra che ci toccano, non solo le mutilazioni fisiche,
ma soprattutto quelle psicologiche, di questa gente che, malgrado
siano passati più di 2000 anni, sono ancora considerati esseri impuri
come al tempo di Gesù (ho rivisto recentemente il grandioso film “Ben
Hur”!!!).
Termino con un piccolo episodio di cui siamo stati partecipi: siamo
riusciti a far incontrare due anziani fratelli, uno ex lebbroso con una
numerosa famiglia e moglie pure ex ammalata, l’altro residente a
meno di 15 km dal villaggio.
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Le due famiglie non solo non si erano MAI incontrate, i bambini non
conoscevano l’esistenza degli altri; i genitori ne avevano vergogna.
Non vi dico l’emozione di quell’incontro, eppure si continua ad avere
ripulsa per un lebbroso.(lettera del 19 marzo 2005 a “Malattie Dimenticate” di Torino).
Devo purtroppo aggiungere che non ho mai avuto seguito a questa
lettera, solo un incontro a Novara, che però non ha portato a nessuna
collaborazione!
Ma non è e non sarà la prima volta.
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La lettera che segue la inviai ad una giovane laureanda italiana, che mi fu
presentata da una Suora Missionaria operante nel Paese. Voleva ...un po’ di
notizie sull’insegnamento elementare.
SPUNTI PER UNA TESI
Cara Valentina
Cercherò di darle qualche notizia, sulla base della mia esperienza
personale, anche se non sarà molto completa.
In Senegal ci sono scuole pubbliche e private, a tutti i livelli, dalle
materne alle università. Devo però dirle che quelle private, le più valide, risalgono spesso ai tempi coloniali: sono le più affidabili per livello di insegnamento, sicurezza degli studenti, contatti con le
famiglie, assistenza dopo i corsi, ecc. Non che quelle pubbliche facciano difetto, ma direi che sono più soggette a scioperi, agitazioni, disordini. Le private soprattutto, dalle elementari alla maturità sono per
lo più cattoliche, e sono molto apprezzate anche dalle famiglie musulmane, che ne hanno recepito il valore, benchè la religione NON influisca sull’insegnamento, ma lo integri.
Per le zone rurali, è un altro discorso. Ho potuto constatare, per le
zone dove opero, che lo Stato sta facendo negli ultimi anni qualche
sforzo per dotare di classi elementari i piccoli villaggi, pur con molte
difficoltà, legate alla mentalità dei capi famiglia, soprattutto quando si
presenta un finanziatore privato (per lo più straniero). Ai tempi del
Presidente Senghor, il primo del Sénégal indipendente (1960-1970), le
scuole furono costruite dappertutto, soprattutto le superiori, mettendo
anche a disposizione collegi e convitti per studenti fuori sede. Ma i
suoi successori pare abbiano avuto altri interessi e molte strutture furono lasciate all’abbandono.
Le posso raccontare la mia esperienza al riguardo, nelle zone rurali:
il villaggio di riclassamento per ex lebbrosi di cui sono la madrina da
oltre 10 anni era una specie di ghetto, dove accogliere le famiglie di
ammalati guariti (blanchis), ma handicappati e comunque invalidi al
lavoro per le mutilazioni riportate. Abbiamo costruito alcune strutture
comunitarie.
Una Fondazione Italiana che collabora con noi mi propose di co72
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struire una scuola. Si fecero disegni e preventivi, secondo le nostre
idee, ma si scoprì che lo Stato esigeva schemi fissi di costruzioni. Però
abbiamo quantomeno agitato le acque, a tal punto che qualche tempo
dopo ci comunicarono che sarebbero state costruite due classi elementari! Oggi ce ne sono 4 e i ragazzini non si fanno più 6 o 7 km a
piedi per raggiungere la scuola, beneficiandone a casa loro. E le assicuro che di casi simili ce ne sono sempre di più.
Voglio aggiungere qualche parola sulla laicità della scuola pubblica,
come mi ha chiesto.
Non sono molto addentro per sapere le cose, ma la laicità è un dato
fondamentale al quale l’attuale Presidente tiene molto.
E credo che ci riesca! Quelle che proliferano sono invece le scuole coraniche, tenute da privati, dove si insegna l’arabo per leggere il Corano e, in alcuni casi anche il francese, che è comunque la lingua
ufficiale del Paese. Non mi pronuncio, perchè sarei di parte, ma quei
bimbi che ripetono parole incomprensibili, con gli sguardi increduli o
annoiati, che vanno dai 4 ai 6/7 anni, spesso in vani aperti sui marciapiedi, beh, mi fanno pena. E che Dio mi perdoni!
Dimenticavo un’altra cosa: in Senegal è molto scarsa la scolarizzazione delle bambine. Sono più utili a casa, dicono i padri di famiglia,
benchè si stiano divulgando le azioni per pubblicizzare l’importanza
presso le famiglie, soprattutto da private cittadine impegnate nel sociale e ci auguriamo di raccoglierne i frutti in un futuro non lontano.
11 novembre 2007
UN VOTO ESAUDITO
LETTERA AL CMD DI NOVARA
Eccomi a voi per parlarvi della Cappella di Sowane, che lentamente
comincia a prendere consistenza; qualche settimana fa è stato piastrellato il pavimento: una grande Croce avorio, immersa nelle “galaxie” (Don Mario sei stato Grande a scegliercele!), è stata posata al
centro, dall’ingresso sino all’Altare, passando sui gradini; sono stati
collocati i banchi e le strutture delle finestre, con tanto di zanzariere.
Un giovane artista locale ha realizzato un basso rilievo della Vergine
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con Gesù, da fissare nell’icona sul portale. Keba, a mia insaputa, gli
aveva dato la foto della facciata di una cappella scattata nei dintorni
di Novara, sulla statale per Magenta, che gli era tanto piaciuta da dargli l’idea per la costruzione a Sowane.
Ha anche deciso di fargli dipingere su tutto il muro dietro l’altare
una grande riproduzione, immagino nel suo stile tutto particolare, di
un disegno del Tiepolo, riproducente Sant’Anna e San Gioacchino, con
la Vergine ed il Santo Bambino, che mi offrirono a Galliate nel corso
della Veglia missionaria del 2004.
Per varie difficoltà, abbiamo dovuto rinunciarvi; in seguito abbiamo
appeso una grande croce ottocentesca (Grazie, Nemis), il Tabernacolo
con porta in argento scolpito (Grazie Mario M.), due quadri dei genitori della Vergine (Grazie Patrizia e Padre Flavio), nonchè un bassorilievo in bronzo del Cristo Morente (grazie Padre Enzo). Insomma, la
Chiesetta che sarà dedicata a Sant’Anna e San Gioacchino sarà presto
una realtà.(10 Giugno 2006)
Caro Don Mario,
Non si è ancora spenta l’eco della bella festa di luglio, quando con C.
venisti a Sowane per l’inaugurazione della Chiesetta di S.Anna, che
domenica 2 Marzo i nostri abitanti del villaggio hanno beneficiato
della seconda visita pastorale del neo Cardinale Senegalese, Mons.
Adrien Theodore Sarr: la prima dopo la sua elevazione alla porpora fu
fatta il mese scorso al suo villaggio natale di Joal, che tu hai visitato durante la tua prima visita in terra senegalese.** La presenza del Cardinale ha permesso la Consacrazione della Chiesa, con benedizione delle
reliquie installate nel piano dell’altare.
Per quell’occasione abbiamo potuto montare la targa che dedica ai
Santi “Anne et Joachim” la cappella, orgoglio non solo dei cittadini di
Sowane, ma di tutta la Parrocchia di Fatick e dei villaggi viciniori.
Prova ne è stata (ma sicuramente la presenza di Mons.Sarr, che appartiene alla etnia più presente nella zona, ha giocato molto) l’affluenza molto forte.
Ti posso dire con orgoglio che la nostra opera è il fulcro di un dialogo
interreligioso, assai comune in Senegal, ma non sempre così evidente.
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Gli elogi alla “coppia Aidara” per aver contribuito a questo avvenimento di simbiosi ci hanno molto commosso, e non ho mancato nel
mio intervento conclusivo di sottolineare l’impegno di tutti coloro che
ce lo hanno permesso, toccando certamente gli animi di molti, quando
raccontai... perchè l’abbiamo dedicata a S.Anna.
Nel portarti il saluto personalissimo del Cardinal Sarr, ti prego di
rendere ancora una volta il merito a coloro che ci hanno dato... i mattoni per questa opera che il Signore ci ha permesso di realizzare in un
villaggio che solo da pochi anni sta trovando una fisionomia dignitosa, dopo decenni di isolamento dovuto alla sua condizione di ex lebbrosario.
Oggi Sowane è uscito dal ghetto in cui si trovava dagli anni 30,
quando furono creati i lebbrosari in Sénegal, e posso dirlo con orgoglio: noi siamo stati umile strumento di Colui che fa nuove tutte le
cose (scusa se riprendo una frase a te tanto cara).
Celestina, marzo 2008
Il primo viaggio di Don Mario in Senegal, 7 anni prima, fu per celebrare le nostre nozze cristiane alla Parrocchia Maria Immacolata di
Parcelles Assenies, rione di Dakar, accompagnato da Flavio Bobbio,
che fu il mio testimone, mentre quello di Keba era stato... il papà di
Momo e Philip, la cui storia avete già incontrato nelle pagine precedenti.
L’INCONTRO CON IL GRUPPO MISSIONARIO
DI SANT’AGABIO - NOVARA
E’ tornata dal Senegal raccontandoci una fiaba dai lieti sviluppi: cristianesimo ed islamismo, rispettandosi a vicenda, possono costruirsi
un futuro in cui convivere.
Il 29 settembre 2004, presso il Centro Pastorale, abbiamo accolto tra
noi Celestina, missionaria laica novarese da anni impegnata nel piccolo centro di Sowane. Sowane non è un villaggio qualsiasi, trattandosi
di ex lebbrosario dove vivono cooncentrate tante famiglie accumunate
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dall’aver conosciuto in tempi non lontani quella terribile malattia.
Ci ha aggiornato la sua esperienza in terra di missione, mostrandoci
le foto della nuova Cappella, che si sta edificando, grazie al contributo
di tanti novaresi. La sua principale attenzione è rivolta alle famiglie,
sostenute in tutti i modi, specie nel difficile compito di educare le
nuove generazioni.
Lo Stato, si sa, fa molto poco e limita il suo intervento a due anni di
educazione scolastica nel piccolo centro (e solo da un anno) lasciando
poi i ragazzi letteralmente in mezzo alla strada. Celestina conosce
ormai troppo bene le debolezze e i limiti di questa gente, sa che lasciare un bene funzionante significa troppo spesso rivederlo inutilizzato per incuria e trascuratezza dopo poco tempo. Così i suoi sforzi
non sono faraonici, non mirano a grandi realizzazioni, rimanendo piccoli ma mirati. Puntano sul coinvolgimento dei singoli in opere fattibili, misurate sui loro piccoli passi.
Così è bene aiutare le famiglie nell’educazione dei ragazzi, è bene insegnare alle donne un po’di cucito o aiutare con accorti finanziamenti
la ristrutturazione edilizia di un villaggio inevitabilmente e perennamente degradato. Con il metodo dei microprogetti e dei microfinanziamenti alle famiglie, ecco l’economia del villaggio mettersi in moto,
ecco la gente con qualcosa da fare quando si sveglia al mattino, ecco
venir fuori la voglia di lavorare lasciando fuori dalla porta l’ozio e la
trascuratezza di tutto e di se stessi. Merito di tante cose fatte, dice Celestina, è anche dell’uomo che ha incontrato, di fede musulmana, con
il quale è felicemente sposata. Anche lui ha saputo trasmettere ai suoi
compatrioti tante conoscenze, e se in paese esistono tanti muratori,
tanti che sanno lavorare il ferro e che hanno appreso le tecniche dell’orticoltura, lo si deve a suo marito. Questa della nostra concittadina
sembra sotto certi aspetti una fiaba, vissuta in un Paese lontano anni
luce dal periodo storico che stiamo vivendo, in cui viene prospettato
uno scontro religioso planetario imminente.
Eppure, in questo Centro di 150 anime, per il 90% di fede musulmana, ricco al suo interno di una forte coesione data dalla comunanza
dell’esperienza di una terribile malattia, quello che sta realizzando Celestina è la semplice realtà, per niente miracolosa. D’altro canto, cosa
sono i miracoli, se non cose normalissime, eseguite da persone normalissime, fuori dai riflettori della notorietà?
(La Redazione del “Foglio di Informazione Missionaria dell’AMSA)
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Carissima, ti scriviamo due righe in occasione dell’uscita del nostro
giornalino, il n°15! Speriamo ti faccia piacere soprattutto l’articolo (qui
sopra-NdA) sull’incontro di cui ci hai gratificato.
Per il futuro aspettiamo sempre tue notizie e siamo attenti a valutare eventuali tue proposte di aiuto. Per esempio, tanto per mettere lì
un’idea, è possibile aiutarti con le adozioni a distanza? Ogni tanto
qualcuno si fa avanti in tal senso e tener pronta un’opportunità in più
non guasterebbe...
Un abbraccio da Walter e gli amici dell’AMSA
Associazione Missionaria S. Agabio Parrocchia di Sant’Agabio di Novara - 2 febbraio 2005
Caro Walter, Grazie innanzitutto per la bella testimonianza che mi avete riservato, ma grazie soprattutto per il tempo che dedicate ai lontani: Dio ve ne
renderà sicuramente merito.
Quanto all’iniziativa di occuparvi di adozioni a distanza, non posso che
complimentarmi: aiutare una famiglia bisognosa, dove i mezzi di sostentamento sono ridotti al minimo se i genitori sono ex ammalati di lebbra e portatori dei conseguenti handicap, dove i bambini , che l’estrema indigenza non
impedisce comunque di venire al mondo, sono ahimè numerosi, ebbene è veramente Grazia di Dio.
Come sapete da tempo destino i contributi degli amici novaresi ad alcune famiglie, ma...ce ne sono sempre di più!
Si fa quello che è possibile, con i mezzi di cui si dispone dopo scelte sempre
più difficili. Con affetto e riconoscenza.
Celestina, 12 marzo 2005
MISCELLANEA EPISTOLARE
Caro Mario,
mi scuso di non aver potuto rispondere prima al tuo messaggio,
siamo sottoposti a continue interruzioni di corrente e...la corrispondenza, ma non solo essa, ne paga le conseguenze.
Giovanna è fin troppo generosa nel giudicarmi. Facciamo quello che
possiamo e purtroppo spesso dobbiamo rinunciarvi o chiudere gli
occhi non potendolo fare. Mi ha fatto però molto piacere ricevere il vostro contatto: mi crea imbarazzo parlare di me, anzi di noi, e di quanto
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agiamo qui in Senegal. Forse il Centro Missionario Diocesano, il Novara Center, il Gruppo Missionario di S.Agabio, la Fondazione Salina,
oltre ai numerosi amici che ci seguono e sostengono e quindi ci aiutano
a FARE, potranno essere più utili. Con la collaborazione di mio marito
e dei giovani che da tempo lavorano con noi dopo aver imparato un
mestiere, riusciamo a dare qualcosa, quel qualcosa che a volte manca
in assoluto. Il villaggio di lebbrosi di cui sono la madrina (qui quando
ci si occupa di qualcuno se ne diventa la “madrina”) da oltre 15 anni,
si è a poco a poco trasformato per i nostri interventi, dal ghetto originario ad un agglomerato civico dignitoso, da cui la gente non scappa
più, e dove i bambini vengono educati ed istradati verso una vita normale: cosa impensabile 15 anni fa!
I progetti realizzati, quelli in corso, e quelli che osiamo sperare di
poter fare, sono prova di sacrifici, ma soprattutto di aiuti degli amici
(o semplici sconosciuti!) novaresi, tanti dei quali sono anche venuti
qui, da noi invitati per rendersi conto delle nostre realtà. E ti assicuro
che sono stati loro i più..... disponibili.
Prima di spedire cercherò qualche foto: per il terzo anno organizzeremo a favore degli alunni più bravi delle scuole di Sowane, il “mio”
villaggio (che beneficia da soli 4 anni di classi elementari), una Colonia di vacanze a casa nostra: 15 ragazzini che non sono mai usciti di
casa, qui in faccia all’oceano che non avevano mai visto, condotti in
escursione in luoghi di cui solo qualcuno di loro aveva sentito parlare,
a scuola, ma nessuno aveva visto.
15 giorni di escursioni, passeggiate ecologiche, giochi didattici o puramente divertenti, un po’ di spiaggia libera, ecc. Igiene, educazione,
salute, sostegni familiari, tutto ciò che possiamo fare, anche attraverso
le cosiddette “adozioni a distanza”, non di un solo bambino, ma di intere famiglie, e voi sapete bene quanto sono numerose le famiglie africane..., il tutto senza disacriminazione di religione, sono i nostri
obbiettivi.
Non aggiungo altro, dico solo, a nome di tutti loro, grazie se ci aiuterete a far sorridere.
Spero di aver presto vostre notizie, e come dico sempre a tutti, la nostra casa è la vostra casa, venite a trovarci!
Celestina, 5 maggio 2011
P.S. Innanzi tutto dì a te stesso chi vuoi essere,
poi fa ogni cosa di conseguenza
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CARISSIMI AMICI E AMICHE NOVARESI
(e colleghi della Provincia di Novara)
Ancora una volta mi avete colpito nel profondo del cuore con la vostra massiccia dimostrazione di amicizia, ed è con grande commozione
che stendo velocemente questa “circolare” (vogliate scusarmi, ma non
c’è tempo per scrivere individualmente ), per poter affidare a Don
Mario, la copia a voi destinata, in risposta ai vostri... pensieri.
Dirvi grazie non è che un pleonasmo, ma è l’unica parola che può
rendere l’idea e che so pronunciare in questi momenti di commozione.
La dico questa semplice parola con Keba al mio fianco, per sempre
mio sposo davanti a Dio e con la Sua Benedizione. Voi tutti sapete
quanto devo a questo compagno fedele nella realizzazione delle “Vostre” opere qui in Senegal. Oggi la mia vita è ancora di più nelle sue
mani, con la grazia di Dio Onnipotente, che ha benedetto ieri le nostre
nozze.
Voglio che voi tutti sappiate che le vostre lettere, i vostri “pensieri”,
le vostre attenzioni e dimostrazioni di stima e affetto che non hanno
prezzo, ci hanno fatto un gran bene, ed hanno soprattutto dato un
altro colpetto a beneficio dei nostri poveri. Ed è a loro nome che esprimiamo la gratitudine più sincera.Vorrei qui citarvi ad uno ad uno, non
lo faccio per discrezione. Voi tutti sapete, siete nel nostro cuore, e
quanto ci date ci sostiene nel continuare la nostra opera.
Non posso concludere senza ringraziare pubblicamente il caro Don
Mario, che ci ha fatto il grande onore di affrontare il viaggio per Dakar,
accompagnato dal Dr. Flavio Bobbio: ho avuto la gioia di beneficiare
della loro presenza in qualità rispettivamente di Celebrante e di testimone alle nostre nozze cristiane.
Altre parole sarebbero inutili.Grazie con tutto il nostro affetto!
Celestina e Keba - 28 maggio 2001
PS: Giovanna permettimi di riportare qui di seguito le parole di Madre Teresa di Calcutta che mi hai, tra l’altro, inviato. Grazie!
IL MEGLIO DI TE:
Il bene che fai potrà essere dimenticato, non importa, fai il bene.
Quello che hai costruito sarà distrutto Non importa, costruisci.
La gente che hai aiutato forse non ti dirà grazie, non importa, aiutala.
Dai al mondo il meglio di te e ti tirano le pietre
Non importa, dà il meglio di te.
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UN PO’ DI STANCHEZZA
Carissimo Lucio,
eccomi qui rientrata nella bagarre quotidiana, dopo la sempre piacevole parentesi novarese, quest’anno un poco dura...
Non vorrei essere noiosa nel ripetermi, ma non posso che ringraziarti per la grande pazienza che sempre mi concedi. Purtroppo ho dovuto accettare senza riserve il fatto che il tempo passa e il peso degli
anni si fa sentire, certo più di prima. Credo di aver raggiunto un
punto... di non ritorno, in cui gli acciacchi e la fatica predominano sulla
volontà e l’ottimismo. Ma non mi voglio lasciar abbattere più di tanto,
così la faccio io da padrona su di essi!
La bella novità del mio rientro è la decisione di Keba di dimettersi:
l’ambiente in cui si è trovato non gli confà, troppi sono i personaggi loschi e falsi cui deve confrontarsi il suo carattere onesto, così ha preferito rinunciare a pur non facili guadagni, in nome della serenità e
rettitudine, che ben gli conosciamo.
Per il resto, la nostra vita continua con tutti i problemi esistenziali e
logistici, aggravati proprio in questi giorni dall’epidemia di colera che
si è abbattuta su Dakar e anche nel nostro rione. 126 i casi... dichiarati
oggi, una campagna a tappeto di prevenzione fondata sulla sensibilizzazione all’igiene, e la paura comunque per i nostri figli che devono
usare mezzi pubblici per recarsi a scuola..
Non stancarti troppo con i tuoi ammalati!!!
Buon inverno e tanta serenità.
Cele con Keba
28 ottobre 2004.
la risposta:
Carissimi Cele e Keba, abbiamo letto con grande apprensione soprattutto l’ultima parte del messaggio di ieri, che si riferiva all’epidemia di colera. Fateci sapere se avete bisogno di qualcosa, farmaci ad
esempio, e se possiamo esservi di aiuto.
Siamo sicuri che la scelta di Keba sarà stata sofferta, ma dettata da
una serena e completa valutazione delle circostanze. Ci auguriamo che
la situazione torni alla normalità nel più breve tempo possibile e che i
tuoi acciacchi beneficino della quotidiana ginnastica familiare.
Un grande abbraccio - Paola Lucio Edo e Cecy - 29 ottobre 2004
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UNA VEGLIA MISSIONARIA
CHE HA TOCCATO IL CUORE
Caro don Mario e amici CMD
Ormai reinseriti nel pieno delle nostre attività, abbiamo serbato nei
nostri cuori i momenti toccanti degli incontri con tutti gli amici, culminanti nella serata della Veglia Missionaria, che ha lasciato un segno
molto particolare. Keba mi ha assicurato che non vuole perdere le
prossime occasioni, se il Signore gli permetterà ancora di potervi partecipare! Grazie Don Mario per averci fatto questo grande dono, grazie per i sentimenti che sentiamo così profondi.
E visto che ci siamo, ti ringrazio in anticipo per le preghiere che ti
chiedo di rivolgere alla Vergine Santissima, per l’azione che abbiamo
intrapreso a partire dalla notte scorsa, quando è arrivato il giovane di
cui ti avevo parlato. Siamo consapevoli che sarà un grosso e difficile
impegno, ma abbiamo fiducia nelle vostre preghiere... e nella Provvidenza. Per motivi di privacy, non posso parlarvi di questo “caso”. Non
andò subito bene al 100% ma un passo importante fu fatto, e se ne videro i frutti qualche anno dopo.
Appena possibile Keba andrà a Sowane e darà il via alle fondazioni
della Cappella: ti terrò informato.
Un abbraccio affettuoso a tutti, e...arrivederci per la Casamance.
Celestina e Keba - 31 ottobre 2003
NON ABBASSARE LA GUARDIA
Carissimi, mentre lavoravo alla traduzione in italiano del discorso
del Cardinale di Dakar, Mons. Theodore Adrien Sarr sulla Giornata
della Pace, ho ricevuto e letto il vostro documento ed ho scrollato la
testa!
Mi chiedo infatti come in questo mondo devastato da guerre –di religione tribali di interessi o semplicemente di follia- ci sia ancora qualcuno che pretenda di gridare alla pace, sventolando bandiere e buoni
propositi, e poi, dietro una scrivania che rappresenta il “potere”, proponga l’acquisto di nuovi armamenti, adducendo i migliori, secondo
lui, propositi, per di più in un Paese come l’Italia dove, per la Grazia
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di Dio, la guerra è un lontano e tremendo ricordo. Vedendo poi quello
che accade qui in Africa, mi chiedo quanta forza deve darci il Signore
per non chiudere gli occhi di fronte a queste allucinanti situazioni.
Che Dio aiuti tutti gli uomini di buona volontà, autentici Operatori
di Pace, e li ispiri in questa “lotta” impari che devono loro malgrado
affrontare.
Un caro saluto a tutti, e che il Signore Vi assista nel vostro lavoro.
Celestina Fortina - 20 marzo 2010
(Articolo apparso sul settimanale diocesano l’Azione con alcune testimonianze di Missionari del Centro Missionario Diocesano, sull’accoglienza positiva del “Documento della Commissione Diocesana Giustizia e Pace, contro
la corsa agli armamenti).
DIFFICOLTÀ E RITMI AFRICANI
Gent.mi Sigg. Costa,
vogliate ricevere queste due righe che scrivo velocemente per poterle consegnare ad un volontario novarese che rientra, alle quali accludo qualche foto.
Come vedete, l’Angelo di Cecilia è molto ben riuscito, sono due dipinti ad ogni lato del portale d’accesso al parco giochi.
Ho affidato la manutenzione ad un giovane padre di famiglia del
villaggio; le donne, che finalmente hanno capito l’importanza del
parco per i loro piccoli, si sono costituite in 4 gruppi per assicurare
l’innaffiatura giornaliera: solo così potranno salvare le pianticelle dalla
furia delle intemperie naturali.
In questi tempi siamo occupati a terminare le costruzioni delle due
“cases” per completare il Centro Sociale di Cecilia e Rachele (asilo e
sala attività), e quindi abbiamo soprasseduto dal costruire altri giochi
per il parco, che comunque non mancheremo di fare nei prossimi mesi.
Il clima comincia a creare i problemi che anche lo scorso anno ci avevano tormentato, la stagione secca si annuncia con vento e sabbia, sabbia che, come potete costatare dalle foto, ha ricoperto la laterite dei
vialetti. Noterete pure il cancello, che permette veramente la sicurezza
dell’area.
C’è stato un inconveniente con la recinzione, perchè i pali in cemento
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previsti all’inizio per fissare la rete, si sono rivelati troppo deboli per
tenerla ben tesa, (rete molto solida e di buona fattura), per cui si son
dovuti acquistare dei tubi in ferro speciale, presso la ditta venditrice
della rete metallica, più resistenti e... più cari.
Ma tutto è ora ben fissato. Noterete anche il tettuccio dei portali:
quello danneggiato quando hanno demolito l’altro in uscita non è stato
ancora montato, anche perchè... altri interventi hanno avuto la precedenza!
Ecco, qui continuiamo a darci da fare, pur con i ritmi che il Paese ci
impone, ma sempre con la buona volontà
Saluti Celestina
6 febbraio 1999
LA VITA È UN GIARDINO,
IN CUI L’AMICIZIA È IL FIORE PIÙ PREZIOSO
Ciao cara Suor Lucia
spero che questa mia ti trovi più serena e risollevata, dopo tutte le vicissitudini passate lo scorso anno! E’ questo il mio più affettuoso augurio per questo neonato 1995.
Anche le notizie che mi arrivano dall’Italia non sono confortanti, ma
occorre avere fiducia nel futuro: è un dono prezioso questo che Dio ci
ha dato. Senza la speranza di migliorare saremmo veramente dei disperati. Come succede qui, dove la rassegnazione è uno dei sentimenti
più conosciuti e... applicati a tutto! E’ veramente triste constatare come
tanti non reagiscono neppure alle disgrazie. Tutto è volontà di Dio,
quindi è da accettare. Non sono tanto d’accordo, ed è per questo che
ogni giorno mi arrabatto per fare qualcosa di utile.
Il lavoro al vivaio procede benino, è però molto e non gratificato ...
dagli acquirenti, per cui devo fare i salti mortali per quadrare i conti.
Ma nel frattempo non dimentico i miei poveri lebbrosi, per i quali le
mie visite sono sempre più attese, anche se alla fine non tutti possono
beneficiare di qualche piccolo dono.
La novità rispetto al passato consiste nel fatto che la mia famiglia è
aumentata, ho infatto “adottato” un nuovo bambino, un adorabile ra84
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gnetto di 7 anni, che la madre naturale aveva “parcheggiato” a Dakar
lo scorso anno, presso la zia dei miei. Poichè era cresciuto con loro
quando stavano in Casamance, non ho avuto problemi a farlo accettare. Ha imparato molto in fretta a farsi capire e a capire il francese, per
cui anch’io non ho difficoltà. Unico inghippo, non era stato denunciato all’anagrafe, e non ha quindi documenti validi per la scuola, ma
ho contattato una suora italiana, che mi ha....suggerito un escamotage,
come si è soliti fare qui. E così adesso ha tutto in regola ed anche... il
cognome dei miei ragazzi.
Questa volta alla dogana hanno fatto razzia, ho trovato TUTTI i cartoni aperti e ...ridotti. Scarpe, zainetti, asciugamani, e certamente altro
che non avevo catalogato rigorosamente come avrei dovuto. Sono stata
molto scossa, non riuscivo a farmene una ragione. Ma tutto passa e
anche questo è ormai un ricordo, che mi farà la prossima volta essere
più accorta e vigile.
Non so ancora quando rientrerò, ma ti terrò informata. Grazie ancora per tutto quanto fate: siete meravigliose.
Un abbraccio affettuoso a tutta l’Equipe.
Cele, 30 gennaio 1995
*Solo qualche tempo dopo ho scoperto che il bambino era... un figlio
naturale di mio marito...*
AI “VICINI AI LONTANI”
Carissimi Amici,
quando si vive a 5.000 km dal nostro paese, ricevere notizie dalla nostra città fa bene al cuore; se le notizie sono inaspettate e tali da toccarci
nel più profondo dell’animo, quando ci si rende conto che le nostre
preghiere sono state ascoltate, non si può parlare solo di bene o di
gioia, ma di qualcosa ancora di più Grande.
La consapevolezza di non essere soli quaggiù, sapere che nel frattempo qualcuno lavora per noi, o meglio, con noi, per gli stessi scopi:
portare un sorriso a chi è tanto meno fortunato di noi.
Eccovi, dopo questo dovuto preambolo, il mio grazie.
Grazie per la vostra lettera e il suo toccante contenuto, grazie per la
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pubblicazione (molto positiva: Bravi!), e per l’attenzione riservata alla
mia modesta opera.
Rileggendo la mia del lontano febbraio 1996, con una rapida carrellata nel passato, mi rendo conto di quanto lavoro è stato fatto in questi due anni, con l’aiuto anche dei bravi novaresi, sia di quanto resti
ancora da fare.
L’Africa è dura, credetemi. Un intervento oggi, in condizioni precarie, non dura a lungo, e così si deve sempre operare, intervenire, aggiustare, rifare. Ma non solo. La popolazione del mio “singolare”
villaggio cresce, si evolve, ma con gli inevitabili avvenimenti di vita e
di morte, ed i problemi sono sempre evidenti, reali, pressanti, spesso
gravi e insolubili.
Lo sconforto sembra a volte prendere il sopravvento, specie quando
ci si sente impotenti, di fronte alla malattia, alla morte stessa, ai mille
bisogni quotidiani di questa povera gente, abituata a non avere niente,
e non ci si rende nemmeno conto di quanto sia importante per essa
una ciotola di acqua potabile. Sono pertanto brevi quei momenti, sui
quali non è permesso soffermarci.
I lavori a Sowane si sono susseguiti, con la lentezza cui non si può
sfuggire, per i disagi del clima, della distanza da Dakar, dei mezzi.
Goccia dopo goccia, avanziamo.
Quando temo di non poter più proseguire, ecco la Divina Provvidenza, sotto i suoi molteplici aspetti. Oggi sono orgogliosa di poter ricevere anche il vostro provvidenziale aiuto. La fatiscente Cappella
datata anni ’30 è stata sommariamente ristrutturata, manca il tetto,
progetto che avevo accantonato. Ora la speranza si realizza, grazie a
Voi, Amici dei Lontani. Stiamo costruendo, a beneficio dell’Asilo, un
Parco giochi, per desiderio dei Sigg. Costa, tragicamente colpiti dal
dramma che costò la vita alla loro Cecilia. Per la maternità (eufemismo!!) è stato adattato un piccolo edificio esistente, ma resta ancora
molto da fare.
Intanto le 300 anime del villaggio ricevono piccole attenzioni, con i
mezzi di cui dispongo, qualche kg di riso, materassi, sapone, medicinali, materiale scolastico , ecc.
Grazie e arrivederci al prossimo ritorno.
Celestina
(Lettera del 9 febbraio 1998 pubblicata sull’Opuscolo
“Vicino ai Lontani” del gruppo AMSA di Novara)
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NOTIZIE DELLA FAMIGLIA
Carissimi amici e amiche dell’ARPA,
forse non ci crederete, ma rileggo spesso la vostra ultima lettera, soprattutto nei momenti duri, e non potete immaginare come mi faccia
bene! E’ quindi mio preciso dovere farvene partecipi, e con l’occasione
darvi mie notizie. In linea generale e nonostante il grande guazzabuglio quotidiano, le cose vanno benino. Ho appena avuto i risultati dell’anno scolastico.
Tutti sono stati promossi, anche Aramis, nonostante il brutto momento passato a causa dell’infezione al pollice (si dice patereccio?) che
si è dovuto operare tagliando la prima falange, pur salvando... mezza
unghia.
Rimane il maggiore, al penultimo anno delle superiori, il quale essendo in una scuola pubblica, ha perso due mesi a causa di scioperi,
che hanno penalizzato tutta l’istruzione pubblica senegalese.
Hanno prolungato sino ad agosto per cercare di salvare l’anno scolastico, ma con molti rischi perchè i promotori degli scioperi non si
sono per nulla calmati. Al giardino sembra che le cose si stiano chiarendo, per quanto riguarda la prevista condotta idrica.
Sono venuti a fare un ennesimo sopralluogo per formulare il piano
di passaggio e sembra, dico sembra, che la zona vendita in muratura
(eufemisticamente la si chiama boutique!) non verrà demolita, verrà
solo “attraversato il terreno nella sua... lunghezza, proprio a metà dello
stesso.
Certo è sempre un grosso guaio, ma almeno ne subiranno le conseguenze solo... le piante. Per adesso, aspettiamo gli eventi, che sembrano previsti per settembre o ottobre.
Ma in questo Paese tutto è nell’incertezza!! Nel frattempo, dovrò programmare il ritorno annuale in Italia, e come sempre ho buone ragioni per tornare: recuperare tutti quei generi di materiali qui molto
necessari, oltre beninteso ai miei controlli medici, ma soprattutto rivedere gli amici. Ecco il mio forte legame con l’Italia e Novara: gli
amici.
A Sowane stiamo sempre lavorando per rendere il villaggio autonomo; è difficile, ma non mancano segni tangibili che l’opera intra87
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presa è quella giusta. Pensate che alla Giornata Mondiale della Lebbra,
che per quest’anno è stata celebrata al mio villaggio !!, ho potuto constatare che hanno capito il nostro intento, dimostrandolo apertamente
alle Autorità presenti, che peraltro non ne erano al corrente.
La nostra costruzione (Asilo dedicato a Rachele, Renata e CeciliaNdA) ha strabiliato il Ministro della Sanità, che non ha certo mandato
a dire il suo pensiero al Presidente dell’ASAL (Associazione Senegalese Aiuto ai Lebbrosi), cosa che, temo, abbia aggravato i già forti contrasti che ho con tale Associazione.
Apro qui una piccola parentesi, riferendomi alla vostra proposta di
costituirmi in ONG: al di là delle difficoltà burocratiche di azione sul
posto, mi duole far rilevare l’ingerenza dei locali ...che vogliono la loro
parte a discapito dei beneficiari per avere un bell’ufficio, una macchina
personale, stipendi esorbitanti e spesso alloggi gratuiti: il nostro impegno è di agire direttamente, dalla fonte al...consumatore diretto, è lo
scopo primordiale del nostro lavoro, fatto e da fare.
E chiudo la parentesi su questo argomento, di cui parleremo a voce.
Qualche settimana dopo la suddetta giornata mondiale, inaugurando il furgoncino di Florikounda, abbiamo ultimato il trasporto dei
pacchi per ogni singola famiglia e quindi effettuata la consegna ufficiale.
Quella si che è stata una festa, perchè mai nel villaggio era accaduto
che tutti, proprio tutti, ricevessero un pensiero tangibile, proprio solo
per loro.
Ora attendono le altre due capanne col tetto in paglia, tanto meglio
delle loro abitazioni con ondulati di plastica portatori di calore infernale: non siamo ancora pronti, purtroppo.
Ma nel frattempo è stata effettuata una disinfestazione generale di
tutte le abitazioni del villaggio, con la nostra pompa ed i prodotti che
ho provveduto a far avere, cosa veramente importante prima dell’inizio delle piogge: a proposito, la prima ci ha ...investiti mentre trasportavamo i cartoni...senza protezione.
Per fortuna stavamo attraversando un villaggio e una sosta provvidenziale ci ha...salvati.
Che Dio vi benedica.
Celestina - 2 luglio 1997
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NOTIZIE DALLE MISSIONI AFRICANE
Volontariato laico in Africa: una vivace realtà
Ogni qualvolta rientro in Italia, mi sento in colpa verso coloro che mi
sembra di abbandonare, sia pure per poche settimane. Dopo quasi
sette anni, da quando cioè ho deciso di trasferirmi in terra d’Africa, e
portare le mie energie, quelle che la vita mi poteva ancora riservare
alla soglia dei 60 anni, a favore dei bambini e di tanta povera gente,
sono sempre più consapevole di aver fatto la scelta giusta. A Novara
ritrovo i parenti e gli amici con grande gioia, ma con la sensazione del
viaggiatore in transito.
Quanta fretta di tornare laggiù, lontano dal lusso, dal superfluo, dal
benessere materiale, ma inebriata dal benessere dello spirito. Benessere datomi soprattutto dai piccoli, inconsapevoli della loro miseria,
ma forti del loro disarmante sorriso, spesso su volti scarni, che non
hanno mai conosciuto un ‘Kinder Briosche’, al massimo una ciotola di
miglio bollito. Non voglio cadere nella retorica, quindi passo a notizie
più concrete.
Quest’ultimo anno ho avuto la gioia di occuparmi soprattutto di casi
specifici, cui ho dedicato più tempo possibile. Gli sforzi necessari per
aiutare una famiglia, uno studente, una madre-bambina, un vecchio
invalido, un’altra famiglia senza tetto sono stati molto produttivi. Mi
sono resa conto che anche questo è un modo di fare del bene, e ringrazio da queste pagine tutte le brave persone che con il loro sostegno
mi permettono di concretizzare gli interventi per i quali non basta la
sola buona volontà.
Oggi, una giovane madre di famiglia sta imparando i primi rudimenti di cucito, per poter non solo far fronte alle esigenze dei suoi 5
bambini, , ma anche per essere in grado un giorno non lontano di
istruire a sua volta altre giovani, affinchè siano utili ad altre ancora:
una vera catena per un bene infinito. Un povero vecchio invalido, i cui
figli sono andati lontano in cerca di fortuna, ha un nuovo tetto sulla
sua misera capanna, al sicuro dai raggi cocenti del sole africano e dall’acqua devastante dei temporali tropicali.
Un piccolo venuto al mondo per la determinazione della sua
mamma-bambina potrà essere allevato, e forse salvarsi dalla miseria in
cui versa la famiglia dove è venuto al mondo. Potrei continuare con
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decine di altri episodi, che hanno caratterizzato questi ultimi mesi, trascorsi in uno dei Paesi africani, il Senegal appunto, che forse ma anche
fortunatamente, non riempie tristemente le cronache dell’attualità
mondiale, ma nasconde dietro una grande dignità i problemi e i disagi presenti in tutti i paesi del cosiddetto Terzo Mondo.
Mi fermo qui, chiedendo a Dio Onnipotente e Misericordioso la forza
di poter continuare sul cammino che mi ha indicato.
(Una scelta giusta - riflessioni inviate al CMD per la stampa diocesana - 2001)
RICHIESTA DI MEDICINALI
Buongiorno,
Da Maurizio P., un giovane che ci aiuta dall’Italia a raccogliere medicinali e altri generi utili per far fronte a tante esigenze da parte dei
meno abbienti di questo Paese, ho avuto il vostro recapito.
Oltre ad essere “Madrina” di un villaggio, dove risiedono ancora
malati di lebbra e guariti ma con evidenti handicap (si tratta di un ex
lebbrosario dove sin dagli anni 30 venivano raggruppati i malati, che
non potevano o dovevano vivere con la gente normale), mi occupo di
solidarietà sociale contribuendo con gli aiuti di amici, novaresi e non,
a realizzare progetti anche sanitari, di cui l’ultimo in fase di ultimazione: un Centro di Prime Cure, propugnato dall’Associazione di Avigliana “Mattone su Mattone” (affiancata dal Comune di Bruino e
dall’Associazione Aequalitas di Cisano (Sv)), nel piccolo villaggio di
pescatori , ad una trentina di km da Dakar, dove risiedo e svolgo con
mio marito anche un’attività di floricoltura e mestieri annessi (falegnameria, edilizia, metallurgia artigianale), il tutto per dare lavoro,
formandoli, ai giovani del Paese. Maurizio mi ha già inviato nel passato generi vari per i bambini di Sowane, e saputo che abbiamo realizzato questo piccolo Centro Sanitario, davvero necessario per la
mancanza di strutture del genere, si è impegnato a procurarci anche
generi sanitari. Qui le malattie più frequenti sono la malaria e purtroppo, ma per noi difficili da seguire, lo SIDA, ma molte sono le sintomatologie derivate da mal nutrizione, mancanza di igiene ed
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educazione sanitaria, povertà estrema che limita se non impedisce
l’acquisto dei medicinali di prima necessità.
Vi saremmo infinitamente riconoscenti se dalle vostre scorte (o fondi
di magazzino) potreste fornirci, oltre ai generi di prima necessità, di
cui Maurizio vi ha certamente fornito la mia lista, anche materiale di
pronto soccorso (garze, disinfettanti, siringhe, vitamine...), e quanto
altro necessario per dotare il nuovo Centro del minimo indispensabile
per i non abbienti della zona, e nel limite del possibile, anche per il
Centro di Salute Pubblica che realizzammo negli anni passati a Sowane, a più di 100 km da noi.Tali generi non sono facili da importare,
per le gravose tasse doganali, nè sarebbe possibile acquistarli sul
posto, non essendoci assistenza sanitaria gratuita, ma noi realizzeremo
un conteiner nel mese di settembre e ci attiveremo per ottenere qualche agevolazione per poterne trasportare.
Grazie per tutto quanto potrete fare, e vi assicuro sin da ora la nostra
ulteriore gratitudine, a nome di coloro che potranno usufruirne.
Celestina
(Lettera inviata al Direttore di una farmacia di Torino che peraltro ha ben
risposto alla richiesta 2011)
SEMPRE TRAGEDIE...
PER UN BENE PIÙ GRANDE
Cara Maria Vittoria,
Che dirti? Non ci sono parole adatte e non servirebbero neppure, eppure so che sarà per te un piccolissimo conforto leggermi, perchè avrai
la conferma che sono vicina a te e Paola, nel vostro grande dolore. Qui
la morte è accettata come un passaggio naturale e soprattutto per la
sola volontà di Dio, ma io non lo accetto, se mi tocca da vicino ne ho
orrore. A metà aprile è morto un bimbo di 6 anni, figlio della giovane
che voi del Laboratorio avete aiutato per imparare a cucire: un attacco
di meningite scambiato per malaria se lo è portato via in meno di 24
ore.
Quando mi hanno chiamato per informarmi, credevo di impazzire...
Cara Vittoria, perdonami se te ne ho parlato, ma ho visto come un’affinità. Tutto quanto state facendo per noi! Qui ho strettissimi legami
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con il più triste degli avvenimenti, e posso solo dirti: sii abbastanza
forte anche per Paola, a cui il padre mancherà moltissimo. Qualche
tempo dopo, quando ho ricevuto il bonifico, di cui in un primo tempo
non sapevo la provenienza, la stessa cara signora mi ha chiamata angosciata perchè il figlio maggiore, l’ultimo maschio che le resta, è stato
colpito da un’infezione all’intestino (uso i termini medici che loro
stessi usano quindi anch’io non sempre capisco di che si tratta) e doveva essere ricoverato con urgenza a Dakar per un’operazione. Li ho
ospitati a casa nostra, pagando tutte le spese: ancora un giorno, mi
disse il chirurgo e sarebbe morto di setticemia se non ci fosse stato il
vostro provvidenziale intervento.
Ho voluto raccontarti questo episodio, per darti, anche se minimo,
un po’ di sollievo: il tuo grave lutto ha dato la vita ad un ragazzino di
14 anni, le vie del Signore sono imperscrutabili.
Sii forte cara Maria Vittoria, non so dirti altro, ma sappimi vicina al
tuo dolore con tutto il mio affetto Celestina.
Dakar, 14 giugno 1999
Carissima Mariangela e amici tutti,
Ho cercato di contattarti quando ho ricevuto la tua lettera con la triste notizia del decesso del Dr. Mantegazza, ho scritto a Maria Vittoria,
e vengo ora a te con preghiera di volermi scusare per il ritardo. Ho già
spiegato a lei come ho usato il denaro pervenutomi: è stato veramente
un caso incredibile, ma sappiate tutte che avete salvato un adolescente.
Adesso, dopo la tragedia che ha portato via l’altro maschio della vostra assistita e che mi ha messo in una profonda depressione, la giovane è ammalata, e non si capisce di cosa.
I soldi della sig.ra Brusatori sono serviti per pagare visite e medicine, e lei ha potuto terminare il suo corso di cucito, ha ricevuto la macchina da cucire e non le manca che installarsi nel Centro attiguo
all’asilo. Un altro lutto ci ha colpiti da vicino: un piccolo di pochi mesi,
figlio di Jean, (il giovane che voleva fare il portiere di calcio, che due
anni fa feci venire a Dakar per allenarsi e nel contempo formarsi da noi
e che ora è il responsabile del nostro cantiere a Sowane), è deceduto
per cause, come sempre, inspiegabili.
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Purtroppo tutti questi avvenimenti mi fanno rendere conto che,
anche con tutta la nostra buona volontà, è ancora molto difficile lottare
contro l’indigenza e la malattia... e la morte. E pertanto, ti assicuro che
abbiamo fatto tali e tanti passi avanti nel villaggio, da non riconoscerlo, oggi, confronto a cinque anni fa.
Un caro saluto a tutti
Celestina - Dakar 19 luglio 1999
LE DOLENTI NOTE
La fede è un’invenzione molto bella.
Quando gli uomini possono vedere.
Ma forse è meglio usare i microscopi
In caso di emergenza.
Sig. Capo Villaggio di Sowane
Le invio questa lettera prima di tutto per ringraziarla dell’accoglienza riservata alle Autorità, in occasione della consegna ufficiale
delle nuove strutture e dei doni per il villaggio che con gioia siamo
riusciti a portare.
Sono tuttavia addolorata di doverla informare di ciò di cui sono venuta a conoscenza, purtroppo SOLO al termine della cerimonia, di ciò
che è successo alle nostre spalle e contro le azioni che, anche con fatica,
svolgiamo a favore di Sowane: ciò ci ha veramente scioccato e ci ha
fatto molto molto male.
Un giovane mi aveva scritto una lettera non solo per contestare
quanto da anni svolgevamo al villaggio, ma ci accusava di fare scelte
personali, senza chiedere il parere di un sedicente “Comitato di Gestione”, e, per esempio, trascurando proprio lui che....ne aveva tanto
bisogno.
Tutto ciò che, con la preziosa collaborazione del mio consorte Keba
e con l’aiuto dei miei connazionali riesco a portare al villaggio, con lo
scopo di un sia pur limitato benessere per gli abitanti, è rivolto soprattutto agli anziani senza sostegni ed alle loro progenie, affinchè tali
progenie possano un giorno dare loro i sostegni necessari, in forme dirette o indirette secondo i casi, ma senza alcun obbligo.
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Ricevere pertanto la lettera di un giovane abitante il giovane divenne in seguito uno dei nostri migliori collaboratori e non solo! (che
peraltro mi risulta avere una professione dignitosamente remunerativa), lettera che le allego, affinchè ne possa prendere atto, ebbene lo ritengo quantomeno indelicato se non offensivo.
Se devo lavorare per Sowane agli ordini di un sedicente Comitato,
del quale peraltro nessuno ci aveva mai sino ad ora parlato!!, al contrario dei precedenti, preferisco lasciar perdere tutto e abbandonare
per sempre il vostro villaggio.
Sono stata sempre chiara, non ho MAI voluto fare pubblicità delle
nostre azioni e Lei, Capo, conosce bene le ragioni per cui ho accettato
mio malgrado di derogare ai miei propositi per questi interventi più
recenti, ho troppo rispetto per gli abitanti del villaggio.
Ma avere a che fare con maleducati, per non dire di peggio, no, grazie! Ho amato Sowane sin dalla prima visita, i suoi vecchi così dignitosi, i suoi bambini sorridenti malgrado tutto, le donne che non
cessano di chiedere qualche piccolo dono, ma sempre simpatiche e
gentili, e i suoi giovani che, senza nulla loro chiedere, ci aiutano nei lavori.
Ma non posso amare chi mi pugnala alle spalle.
Se Sowane preferisce altri donatori, che invitano la TV o la Radio locale per esibire i due sacchi di riso che hanno offerto per più di 300
persone, ciò vuol dire che il tempo di Celestina è finito, almeno per
ciò che riguarda le azioni dirette alla Comunità.
Le famiglie che ci sostengono e che sono leali verso mio marito e me,
quelle saranno sempre apprezzate e aiutate nei limiti delle nostre possibilità, oltre che amate.
Non c’è posto per gli altri. Grazie, caro Capo, della sua amabilità e
attenzione.
Le chiedo la cortesia di portare questo scritto a conoscenza dei notabili del villaggio e informare gli abitanti che Celestina non accetta le
imposizioni soprattutto se sono scortesi e addirittura volgari.
Quando si fa del bene, lo si fa discretamente e volontariamente, non
certo su comando.
Voglia ricevere tutto il nostro rispetto, ed i migliori saluti alla sua famiglia ed a tutto il villaggio.
Grazie di cuore
La Marraine de Sowane - 28 febbraio 2001
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PROBLEMI AMBIENTALI
Carissime Amiche dell’ARPA,
avevo promesso notizie più dettagliate e mi scuso di non aver potuto
mantenere prima la promessa. Ma sono certa che vorrete comprendermi.
Mai come quest’anno, al nostro rientro, ci siamo confrontati con una
serie di problemi che solo la nostra determinazione e tenacia ci hanno
permesso di affrontare: la contaminazione del suolo di tutto il Vivaio
dalle acque di scarico non depurate, fuoriuscite dalla vicina Stazione
di Depurazione (i dettagli sarebbero troppo complicati e comunque
inutili), con perdita del 50% della produzione degli ultimi anni; i continui tiramolla della proprietaria del terreno, che un giorno vuol vendere e un altro vuole aumentare l’affitto, già oneroso per i dettami di
un terreno agricolo!!!!; la conferma che costruiranno un cavalcavia, che
ci dovrebbe espropriare i quattro quinti del terreno occupato, strutture commerciali comprese, là dove il suolo NON è stato contaminato;
e da ultimo i piccoli guai quotidiani.
In compenso il Villaggio di Sowane ha voluto organizzare una festa,
invitando le Autorità della Regione (in tutti questi anni non ho mai
voluto ufficializzare il nostro operato!), per la consegna delle Opere
realizzate da noi a favore dei paesani: e ciò è stato voluto dagli abitanti quando hanno constatato che una sedicente Associazione Francosenegalese si era attribuita alla radio la paternità delle nuove strutture
realizzate da noi, con l’aiuto dei novaresi, il che ci ha fatto... conoscere... al Governo ed ai notabili dei villaggi viciniori. Sic!! Ciò tuttavia non ha mancato di suscitare la gelosia ed il malcontento di un
piccolo gruppo di paesani, quelli che non parlano mai, e se ne stanno
in disparte, salvo quando si tratta di ritirare il pacco a loro destinato,
e che anche in quest’occasione hanno ritirato senza indugi.
Non è stata una piacevole scoperta da parte mia, ma non lo è stata
soprattutto per Keba, che passa tanto tempo al villaggio per i lavori, ed
è sempre disponibile a rendere i vari servizi richiestigli, come portare
un ammalato all’ospedale di Fatick, pagare le medicine o il gas, e senza
chiedere ...la carta d’identità!Come vedete fare del bene ha i suoi limiti, confidiamo sempre nel nostro coraggio per superare questi spiacevoli momenti.
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I nostri piccoli interventi si sono succeduti anche quest’anno, dopo
il rientro dall’Italia, quando, fatto il punto della situazione, ho potuto
programmare le operazioni annuali più necessarie, pur sempre con il
celato malcontento di chi ne resta fuori, ma sono certa di aver agito
per il meglio.
Celestina
27 febbraio 2001
LETTERA AL CAPO VILLAGGIO
Buongiorno,
Le invio questa lettera , dopo lunga riflessione sugli avvenimenti che
si sono susseguiti recentemente, e che mi hanno lasciato amarezza e
delusione.
Innanzi tutto, mi permetta di ricordare a lei ed agli abitanti del suo
villaggio che malgrado i non pochi colpi bassi ricevuti da quando iniziammo quasi dieci anni fa ad occuparci di Sowane e dei suoi problemi
di villaggio ghetto, non abbiamo tralasciato di sostenere, con le nostre
umili forze, il villaggio stesso, alcune tra le famiglie più bisognose,
nonchè la formazione scolastica e professionale dei vostri ragazzi, che
la lebbra ha risparmiato.
Constatiamo con pena la mancanza di interesse riservata alle nostre
realizzazioni comunitarie, basta guardare il parco giochi, che si trova
in uno stato di assoluto abbandono; e pensare che questi giovani che
oggi ci contestano avrebbero potuto organizzarsi per tener pulita la
zona (pubblica) regolarmente, così come facevano i loro... fratelli maggiori, come si faceva nei primi anni della nostra presenza, quando il
villaggio stesso, suddiviso su loro iniziativa in quattro quartieri, veniva mantenuto in ordine, per l’igiene dei più piccoli. In fondo il parco
fu creato anche per loro.
Per fortuna abbiamo incaricato qualcuno per la cura dei manghi del
Dispensario e quelli comunitari (parco e aree pubbliche), altrimenti
non sarebbero sopravvissuti, come purtroppo è accaduto alla maggioranza di quelli piantati nelle singole abitazioni. Sig. Capovillaggio,
mi permetta di farle pure osservare che conseguenza di questa instabilità e mancanza di interesse (tralascio per umiltà il termine ingrati96
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tudine), avete avuto la brillante idea di istallare un cartello inneggiante all’ultima arrivata tra i vostri “generosi” donatori, per aver portato qualche sacco di cemento per modificare le finestre di una delle
nostre costruzioni e chiamarla “Scuola elementare”. Ricordo che sin
dai tempi del nostro inserimento, ci avevate messo a disposizione la
zona, nella quale, dopo averla debitamente recintata per la protezione
dagli animali, sono sorte tutte le realizzazioni (che non è certo il caso
di elencare!) Mi vien da dire, Capo, che questa storia è stata concepita
unicamente per farci del male da parte di chi ha ritenuto di non aver
ricevuto...abbastanza del bene!! Ecco, Sig. MBaye, la mia delusione,
che ha diminuito l’entusiasmo e la fierezza di essere considerata da
voi la madrina di Sowane, come mi è stato fatto credere sino ad ora.
Non per questo mi fermerò, e continuerò sul mio cammino, e non
rinuncerò all’impegno assunto di costruire la Chiesetta, che Monsignor Bandera, in occasione della sua visita, ci ha chiesto di realizzare...
10 aprile 2004
PERCHÈ LOUISE?
Un giorno Emilie, una ragazza di etnia serère, ma di madre djola,
quindi casamansese, che si occupa delle vendite e delle pulizie della
zona commerciale del vivaio, ci parlò della propria madre ammalata,
che avrebbe voluto far venire a Dakar, e della necessità di farla assistere dalla sorella minore, che già le dava una mano essendo senza lavoro fisso.
Tutto viene fatto al meglio e ben presto la vecchia signora si sistema
non lontano dal vivaio e dalla figlia maggiore, prendendo con se la figlia minore ed il figlioletto della stessa. Dopo qualche tempo, essendosi liberato il posto di cuoca dei ragazzi di Florikounda, gli stessi ci
propongono di dare a lei l’incarico. Tutti si affezionano a Luise così si
chiama, non solo perchè è una cuoca eccellente, sa fare dei buoni piatti
Casamansesi, unitamente a molti altri tradizionali del nord, ma perchè
è gentile e simpatica.
Un giorno ci annuncia che aspetta un bambino (la povera è caduta
per la seconda volta...in errore), i ragazzi non vogliono perderla e
quindi si tassano col nostro aiuto per poterla pagare anche nelle ul97
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time settimane e nei primi giorni seguenti il parto. Alla bambina viene
dato il mio nome e viene praticamente adottata da tutti noi. Un bel
giorno ci comunica che deve andare nel suo villaggio di origine per
rendere omaggio alla memoria di una vecchia deceduta alla quale lei
era molto affezionata.
Nonostante i nostri consigli di non far affrontare un viaggio lungo e
faticoso alla bambina troppo piccola, se ne è andata, senza preoccuparsi di trovare un rimpiazzo, come è consuetudine per questi lavori
precari.
A nulla sono serviti anche i consigli della sorella per farle comprendere che non era prudente rischiare di perdere un lavoro sicuro (chi
l’avrebbe rimpiazzata poteva meritarsi l’impiego, chissà!) e fare affrontare alla neonata un viaggio faticoso e pericoloso poichè tra l’altro
la regione è sotto guerriglia da anni. Non l’abbiamo più vista per due
anni.
L’incontrai in chiesa, una domenica di dicembre 2001, e mi chiese se
poteva portare la piccola alla festa di Natale che tradizionalmente Florikounda organizza per i bambini degli operai. Ci venne, ed alla bimba
fu consegnato il suo regalino.
Sei mesi dopo, durante i quali non ebbimo più contatti, è pervenuta
una citazione in giudizio, a mio carico, per ...licenziamento abusivo!!!
Per farla breve, istigata da un sedicente sindacalista, ha montato un
castello di falsità, imprecisioni, assurdità sino a chiedere un rimborso
di circa 10 milioni di lire.
Prima dell’incontro in Tribunale, ha tentato di farsi risarcire brevi
manu “à l’amiable”, ma mio marito, persona buona ma molto integra,
non ha accettato un riconoscimento di colpa inesistente: l’Ispettore
del Lavoro fu sorpreso di apprendere che non era la mia domestica, e
stava già ricusando la denuncia, quando i sigg.ri si affrettarono a “girarla” a Florikounda, non capendo che al limite era da farsi alla comunità del personale.
E così si è arrivati in Tribunale, che ha condannato la sedicente parte
lesa al pagamento delle spese (a cui ovviamente abbiamo rinunciato),
dopo aver dichiarato la nullità del reato contestato. Vorrei fare una valutazione che possa far capire la nostra amarezza.
Al di là delle ragioni umane che l’hanno fatta accettare tra noi, ve ne
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sono alcune direi personali, e cioè: è della stessa regione di Keba , ragione per averle dato una mano, è cattolica, ragione per la quale io..mi
ci ero affezionata, sua figlia porta il mio nome, ragione per la quale si
impone un obbligo morale, sua sorella lavorava da anni per noi con
soddisfazione, ragione di una conoscenza più sicura.
E mi fermo qui. Ma devo comunque evidenziare, sempre con amarezza, che ha voluto accanirsi contro la donna bianca, pensando di poterla mungere... ancora di più: pensare che se aveva bisogno di soldi...
non doveva far altro che continuare a chiedere come aveva sempre
fatto.
Sante le parole di Madre Teresa:
continua a fare del bene, comunque.
Celestina, aprile 2003
E ANCORA...
Mia Cara,
ho saputo che Felicina doveva andare in pensione, ma non ero al corrente che non ha più il suo indirizzo telematico.
Quindi prendo atto. Purtroppo per lei, non ho buone notizie. Il giovane che mi aveva chiesto di aiutare e che per due anni grazie a lei e
a suo marito abbiamo potuto mandare a scuola per imparare il mestiere di elettricista, ha improvvisamente deciso di smettere, rinunciare al diploma e, ovviamente di lasciar perdere anche il lavoro che
svolgeva part-time da noi, per completare le spese di trasporto (vitto
e alloggio erano a nostro carico).
Ancora una volta una delusione soprattutto per Keba: è il primo di
8 sorelle, la madre, abbandonata dal marito che l’ha lasciata con tutti
i figli da allevare, era una sua vicina di casa, quando abitava in Casamance, brava donna, lavoratrice, e non abbiamo esitato ad aiutare il figlio quando ce lo ha chiesto, e ciò coincideva con l’incidente che portò
via il figlio a Felicina.
In effetti non so come dirlo a lei e a suo marito, che potrebbero vedere morire il loro ragazzo per la seconda volta.
Vedi tu con Maria e fammi sapere come dobbiamo comportarci.
Celestina, 19 gennaio 2005
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CIAO DA NOI TUTTI
A mio parere bisognerebbe inventare una scienza che si occupi della
prevenzione e della soluzione rapida dei problemi, poichè ovunque
nel mondo, ognuno con la sua gravità più o meno marcata, il problema che si presenta improvviso è una costante che accompagna la
quotidianità di ogni essere umano: coraggio, che sei in buona compagnia! La medicina non è stata ancora trovata; nell’attesa, combattiamo ogni giorno con le mille problematiche della vita, con lo spirito
di sentirsi vivi. Tutto questo, per spiegare il cedimento a livello morale
non solo verso il Senegal ed i senegalesi, ma un po’ in linea generale;
mi sento di condividere i disagi altrui ma non più di accalorarmi cercando a tutti i costi di mitigarli. E’ un momento così... non sono per
niente in stallo, ma sto considerando quanta energia e quanto denaro
ho praticamente sprecato senza ottenere gli obiettivi che mi ero prefisso ed i consuntivi ogni tanto bisogna pur farli. Nel vortice dei miei
impegni extra lavoro, oggi mi sono preso tre ore di pausa, almeno sono
riuscito a risponderti in un tempo decentemente breve.
Salutoni a tutti e che il Signore ci accompagni. Danilo – 10 ott.2009
Appendice a “Gioie e tragedie di vita quotidiana”
Articolo “Momo e Philip”
Verso la fine del mese di agosto 2011, accogliemmo per un weekend
i due ragazzini, in vacanza presso gli zii nel villaggio poco distante
dal nostro. Fu piacevole e interessante dopo tanti anni rivederli e ricordare la loro storia, che tra l’altro mi spinse ad inserirla in queste pagine. Da noi non ci sono limiti per gli ospiti, i ragazzi erano liberi di
girare dappertutto e mi seguivano dappertutto. La domenica andammo tutti a Messa ad una 15na di km da casa, e nel pomeriggio li
riportammo dai loro parenti. Nel frattempo mi ero accorta della sparizione del cellulare dove tengo la SIM italiana, che avevo tirato fuori
per preparare il viaggio in Italia di lì a qualche giorno.
Era scomparso anche quello di mio marito, che poi Philip trovò appoggiato...dietro la televisione!! Solo più tardi Keba si accorse che mancava la carta memoria dello stesso. Del mio comunque nessuna traccia.
La domenica sera i ragazzi avevano partecipato alle ricerche in tutti gli
angoli della casa, ovviamente senza esito, prima che li accompagnassimo. Dopo il rientro, Momo chiama per avvertire che aveva trovato
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il mio telefono, tra le cose di Philip. Mio marito prese subito la macchina e si recò a casa loro: la padrona di casa consegnò oltre al cellulare anche due DVD della mia bambina, di cui non avevamo certo
constatato la mancanza. Quando ebbi tra le mani il mio telefono mi
accorsi subito che mancava la SIM. Il ragazzo giurò che quando lo
aveva preso la SIM non c’era!! Momo ci disse che lo stava regalando
ad una ragazzina vicina di casa dei loro parenti! E fu in quel momento
che si rese conto che si trattava del mio telefono. Sino ad oggi (sono
passati quasi tre mesi) il papà di Philip non è stato informato dell’accaduto, per paura, sembra, delle eventuali reazioni violente contro il
ragazzo, la madre, informata da Momo, non ci ha fatto sapere nulla:
per vergogna, forse, a me non importa più, il guaio è stato forte avendo
perso tutti i miei contatti italiani alla vigilia dell’annuale viaggio, ma
ben più grave è sapere che, quando si semina, non sempre si ha un
raccolto completamente buono, basta un solo piccolo seme dannoso.
Poi è rimasta solo una grande tristezza. E non dico altro.
INIZIO DI UN BEN TRISTE EPILOGO
Accoglienza fatale
Quando si crede di aver visto tutto nella vita... non si è visto proprio
nulla!
La storia che mi accingo a raccontare è certamente incredibile per
chi non conosce la vera natura dell’Africa, del popolo e delle credenze
del Continente nero. Vi assicuro che anche quando si pensa che, sì, è
vero, gli usi e le tradizioni ancestrali hanno la loro ingerenza nell’attuale, ebbene, si è ancora lontani dalla realtà quotidiana. L’ho constatato e capito dopo 20 anni, meglio tardi che mai, no?Veniamo ai fatti,
benchè non sappia se riuscirò a farvi capire tutto. Perdonatemi in anticipo, comunque.
Innanzi tutto, lascio questo capitolo per ultimo, perchè più di questo
proprio non saprei cosa raccontarvi, francamente non so, ora a fine
marzo 2012, quale sarà l’epilogo della mia avventura africana. Cercherò di essere chiara, anche se forzatamente prolissa.
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Come dicevo, siamo a fine marzo 2012. Gli avvenimenti precedenti
- alcuni si sono incrociati - li conoscete già, e non è il caso di ripeterli.
Vi ricordo solo il nostro impegno per il villaggio di Sowane, che mi ha
portato ad essere riconosciuta madrina dello stesso. Sapete anche che
nel passato mese di luglio abbiamo organizzato per il terzo anno consecutivo una Colonia estiva di vacanze per i migliori alunni delle classi
elementari. Proprio in questa occasione ha inizio quanto segue.
Dopo aver ingaggiato per la cucina una brava signora dimorante in
un villaggio dei dintorni, per i primi due anni, fu deciso, da mio marito, di interpellare dalla lontana Casamance, una giovane (ma che
fosse giovane me ne accorsi solo al suo arrivo!) ragazza madre, giusto
per darle una mano.
Aveva lavorato come domestica presso una famiglia di amici (I genitori di Momo e Philip), non guadagnava molto, aveva una bimba
della stessa età della nostra, insomma mi convinsero ad occuparmi di
lei, per darle un piccolo aiuto. Quello che non mi fu rivelato fu il parere contrario della suddetta famiglia, ed il fatto che non era poi nei più
gravi bisogni, avendo un altro lavoro in una fabbrica.
Non potei fare altro che acconsentire alla richiesta del mio coniuge,
che esaltava supposte arti culinarie, tipiche della sua Regione. Dovetti
anche personalmente contattarla, essendo mio marito in viaggio, cosa
che si ritorse contro di me quando mi si accusò di averla io chiamata!
Pur rendendomi conto che la sua presunta arte in cucina non eccelleva punto, lasciai correre.
Prima della conclusione della colonia, la tizia riuscì, con mezze verità e mezze menzogne a toccare i sentimenti della volontaria venuta
dall’Italia per i bambini, che ci chiese se fossimo disposti ad accoglierla
in casa, per l’anno scolastico successivo, con la figlioletta, affinchè le
fosse data una chance, togliendola da un luogo di estrema povertà secondo le lamentele della madre. Confesso che, poco cristianamente,
non fui entusiasta della proposta, malgrado l’assicurazione che tutte
le spese sarebbero state a carico di amici che la volontaria avrebbe contattato al suo rientro. Accettai perciò, più o meno di buon grado.
E’ pur vero che in tanti anni avevamo accolto in casa giovani ragazze
in età scolare per assisterle nei loro studi e condurle sino al debutto
della loro vita sociale, e non c’erano mai stati problemi. Una compa102
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gnia per la mia Francesca poteva essere solo positiva, e le pesanti necessità del piccolo nucleo famigliare giustificarono la mia accettazione!
Non sto a recriminare le corse per poter trovare un posto in una delle
due scuole cattoliche della cittadina più prossima a casa (13/14 km),
le iscrizioni, le forniture, tutto nei pochi giorni che precedettero il nostro viaggio in Italia a settembre, essendo tutto agosto chiuse le segreterie delle scuole. Ma riuscimmo a trovare un posto con la complicità
dei miei amici... sacerdoti, purtroppo non nella stessa Scuola di Francesca. Rientrammo la vigilia dell’apertura, trovammo a casa le nuove
ospiti, e...l’avventura incominciò.
Sin dall’inizio chiarii i rapporti e gli oneri della nuova arrivata;
avendo già una brava ragazza come collaboratrice famigliare, il padrone fissò un compenso mensile più che equo, che mi assunsi con gli
oneri scolastici, e suddivisi chiaramente i compiti. Ben presto però il
comportamento della nuova arrivata cominciò a cambiare. Da perfetta
acqua cheta, riuscì a mettere a disagio la mia ragazza, che tra l’altro si
occupava ottimamente anche della mia bambina. L’altra sempre più silenziosa mi ignorava riconoscendo solo l’autorità del padrone di casa,
che peraltro chiedeva sempre più le sue attenzioni, come dapprima il
caffè dopo i pasti, e infine i pasti stessi. E guai se qualcun altro si intrometteva. Erano scene a non finire con minacce di rinvii. Da parte
mia, incominciai a soffrire di strani dolori, muscolari, nevriti, reumatismi, fitte nei posti più impensati, senza rendermi conto che gli stessi
si acuivano quando la tizia era nei paraggi. Ricordo che un giorno, esasperata, arrivai a pregarla di non rimanere nella mia cucina (mentre la
mia ragazza si dava da fare, lei rimaneva a braccia conserte a guardarci) perchè non mi serviva il suo non aiuto, ma riferì subito il fatto
a mio marito.
Da allora lui incominciò a prendermi di mira, come la perfida, addirittura la satanica. Ne parlai ad un amico sacerdote, che mi mise in
contatto con un confratello esorcista, originario della stessa Regione
della tizia. Nel corso del colloquio che ebbimo, non esitò a rivelarmi
che soffrivo di numerosi dolori, chiedendomene via via conferma, e
constatando una provenienza “innaturale” degli stessi.
Organizzammo una benedizione della casa, estesa anche al vivaio,
cosa che si fece qualche giorno dopo. Intanto il comportamento della
tizia (mi si perdoni ma il suo nome lo eviterò sempre) era sempre più
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strano, come strani furono alcuni fatti che ebbero a verificarsi. Ve ne accenno qualcuno, ma solo ad onor di cronaca, senza commentare.
Secondo l’ordine perentorio del padrone, era lei a preparargli il caffè
dopo i pasti. Una sera passando vicino alla tazza che stava riempiendogli, non sentii il piacevole aroma del buon moka italiano, lo feci notare e, prima ancora che prendessi la caffettierina in mano per
verificare la guarnizione, come mi venne subito in mente, lei “letteralmente” scappò dalla cucina. La richiamai, affinchè portasse il caffè
nella sala da pranzo, lungi da me pensare che ci fosse qualcosa di
strano.
Una domenica sera, rientrando con la bambina dal weekend all’ora
di cena, che solevo sempre preparare per tutti, si presentò con una
donna, senza presentarmela, la quale si limitò a darmi la mano per un
fugace saluto.
Seppi poi che aveva avvertito mio marito del suo arrivo, dovendo
poi proseguire la sera stessa per la Casamance. Trovai strano che da
Dakar fosse venuta sino da noi, quando è da Dakar che partono i trasporti pubblici più facili per il Sud, mentre lei doveva essere accompagnata ad un villaggio dopo il nostro per iniziare il suo viaggio,
obbligando noi ad accompagnarla; non feci caso al tempo che passò
nella camera della tizia prima di sedersi a tavola, al fatto che assaggiò
appena la cena, al tempo che ci mise mio marito per portarla a destinazione, al fatto che camminava a piedi nudi (seppi poi che avevano
avvertito la mia segretaria che si era infilata tra le dita nude qualcosa
di losco!).
Poi gli avvenimenti si accavallarono. Amici che chiamano per avvertire i nostri figli che “qualcosa” era stato perpetrato contro di me da
qualcuno che ospitavamo, con dovizia di particolari sulla persona in
questione, mirando la stessa ad allontanare l’attenzione di mio marito
dalla sua famiglia per dirigerla verso di... lei.
La fuga precipitosa con frasi balbettate nello spiegare la sua intenzione di voler andarsene da casa nostra, nonostante il mio mancato
accordo per non turbare il percorso scolastico della sua bambina iniziato da 5 mesi, storie allucinanti di “amuleti” interrati in “boschi
sacri” in Casamance e in casa nostra, interventi dei nostri ragazzi ma
anche di tanti amici che avevano “visto” per combattere queste sup104
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poste magie, ma soprattutto l’allucinante comportamento dell’uomo,
che dichiarando a tutti la sua intenzione di andarsene da casa, continuava ad inveire contro le persone più “care”, io in primis con la mia
bambina, con minacce orribili, che non posso ripetere.
Le stregonerie, cui aggiungo l’aggettivo “supposte” per rispetto di
chi alle stregonerie non crede (come la sottoscritta), si scoprono via
via. Mi dissero di cercare nella camera che aveva occupato un oggetto
“tagliente”.
Ci andai con Lalla, la nostra ragazza, trovammo due lamette da
barba sul comodino vuoto.
L’indomani della sua partenza la povera Lalla fu da lui cacciata, da
noi si direbbe licenziata in tronco, per vendicarsi di me (sono sue parole) che avevo “cacciato” la sua protetta.
Quello che accadde in seguito, in breve, è stato un allontanarsi progressivo, con contatti giornalieri con l’altra nella capitale, da cui noi
distiamo una trentina di km. In previsione della vacanze di Pasqua
programmate dalla scuola di Francesca, progettai di andare con la piccola in Italia, ufficialmente per render visita a miei congiunti con problemi di salute in famiglia.
La proposta venne accolta con soddisfazione dal consorte (seppi che
telefonò subito all’altra per avvertirla che sarebbe potuta venire a casa
l’indomani della nostra partenza, cosa che peraltro lei non fece...).
Due giorni prima del previsto rientro in Senegal, ricevetti, la sera di
Pasqua, due sms di addio dal cellulare senegalese, sul quale in seguito
non fu più raggiungibile.
Oggi è il 10 maggio , avendo ricevuto lo stesso sms di addio da un
numero... europeo, lo composi perchè Francesca voleva fare gli auguri
di compleanno al suo papà. Alla domanda “quando torni a casa,
papà” , ha risposto “Non torno più”, lasciandola in lacrime.
Testo completato il 15 maggio 2012.
Per 6 mesi non lo si vide più, poi un giorno rientrò... e fu l’inizio di
tanto male, ma non so ora dirvi la fine.
Celestina, 10 ottobre 2012
P. S. Non fatemi avere sete con il vino alle labbra
e mendicare con le ricchezze in tasca.
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TESTIMONI E TESTIMONIANZE
PAROLE DAL CUORE
Testimonianze, non per sbandierare riconoscenza o altro, ma perchè
hanno colto il significato intrinseco del nostro operato, toccato il cuore
di persone che hanno capito; perchè altri dopo di noi siano, chissà,
ispirati a fare qualcosa, in nome della fede, della solidarietà umana o,
più semplicemente, un’antitesi all’egoismo che troppo spesso limita
la vita, il pensiero, i sentimenti dei più! Ho scelto i più semplici, i più
toccanti, quelli che mi hanno più commosso, perchè non sono stati
scritti per me, ma per tutti coloro che la mia modesta persona rappresenta tra di loro.
La lettera di Babacar che racconta tutte le azioni che abbiamo intrapreso, per la sua famiglia e per il villaggio, è una dichiarazione di fierezza, di orgoglio, non perchè abbiamo dato, ma perchè ha ricevuto,
lui tra tanti altri, e con fierezza si sente un privilegiato.
Ma anche le parole dei visitatori, di chi viene in “vacanza” e scopre
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quanto c’è da fare lontano dalla consuetudine del proprio quotidiano,
alla quale non potrà ovviamente rinunciare, ma che riaffronterà con
nuovi sentimenti, e anche con una diversa visione del quotidiano
stesso.
Forse dopo essere rientrati in quel loro quotidiano, vi saranno catapultati di nuovo con nessuna possibilità di uscirne, ma forse (ed è la
mia speranza!!) un piccolo spiraglio si è aperto nel loro cuore. Spiraglio nel quale noi, che già lo viviamo in loco, confidiamo e speriamo,
affinchè continuino ad operare fruttuosamente, come una catena che
non si può e non si deve spezzare.
LETTERA DI BOUBACAR
(traduzione letterale dall’originale in francese etnico,
da parte di un vecchio ex lebbroso, analfabeta,
che ha dettato in serère ciò che gli suggeriva il cuore)
Sowane 2.01.2006
Signora,
ho l’onore e il più grande piacere, di far uscire le mie parole dal
cuore, chiedendovi dapprima lo stato della vostra salute e quella della
vostra famiglia, senza dimenticare di pregare in ogni momento perchè tutto continui bene. Per quanto mi riguarda, io sto bene.
Vi scrivo questa lettera per ringraziarvi delle azioni che fate per gli
abitanti del villaggio e soprattutto per me e la mia famiglia. Voglio
anche ricordare che tutto il villaggio (grandi, piccoli, donne e uomini)
ha apprezzato il vostro “ben fare” in seno al villaggio.
Tutto ciò vuol dire che voi partecipate al futuro del villaggio perchè,
per avere un avanzamento, occorrono la salute, l’educazione, la protezione dell’ambiente, ma anche la pratica delle religioni, per pregare
“in Dio”. Voi avete contribuito a tutto questo, realizzando i progetti
seguenti: omissis.
E tante altre cose che servono agli abitanti, tutto ciò resta indimenticabile nel presente e nel futuro, perchè questo è il destino. Io stesso in
persona non posso dimenticare ciò che fate per me (mi avete comprato un cavallo e costruito un gabinetto) e per mia figlia vostra omonima, di cui siete la madrina. Io vi ringrazio e certo Dio vi ringrazierà.
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DISCORSO di BERNARD
(tradotto letteralmete dal franco-senegalese)
Reverendo Monsignor Mario,
Reverendo Padre Yacint della Parrocchia St.Jeanne d’Arc de Fatick,
Sig Rappresentante dell’Arcivescovo di Dakar, Padre Giuseppe,
Sig. Keba e Signora
Cari invitati,
Vorrei innanzi tutto darvi il benvenuto al Villaggio di Sowane.
Monsignor Mario, voi avete affrontato un lungo viaggio per incontrare la nostra popolazione, il che giustifica pienamente il vostro impegno e la vostra determinazione a condividere con noi i nostri
problemi sociali. Nel 1955 la Comunità Cattolica di Sowane beneficiava di una piccola Cappella. Oggi voi avete messo a sua disposizione
una Chiesa, ben costruita e attrezzata.
Perciò noi vi ringraziamo e vi chiediamo, rientrato in Italia, di essere
nostro interprete presso amici e parenti italiani, al fine di trasmettere
loro la nostra piena soddisfazione e i nostri sinceri ringraziamenti.
Signore e Signori, permettetemi ora di riservare un’attenzione particolare a coloro che da tempo si occupano del nostro villaggio.
Se Sowane ha avuto uno sviluppo in diversi settori, ciò è grazie alle
vostre realizzazioni ma soprattutto al sostegno sociale destinato alle famiglie più povere ed agli orfani, e ciò ha contribuito a far dimenticare
a tutti loro un passato doloroso, a ritrovare la forza per rivalutare ed
acquisire nuove facoltà al fine di adattarsi ad una nuova situazione,
che è il progresso sociale.
Questi giovani, per mio tramite, vi ringraziano profondamente.
Certo, “niente è più grande di un atto generoso”. Voi ci avete reso un
grande servizio e tutto ciò resterà inciso nella memoria delle generazioni che verranno.
Che il Buon Dio ve ne renda il centuplo!
Voglio anche ringraziare per la loro presenza ed il loro sostegno, i
nostri fratelli musulmani, uniti a noi nel beneficiare di tutto quanto
abbiamo ricevuto.
luglio 2007
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INAUGURATA A SOWANE IN SENEGAL
UNA CHIESA NEL LEBBROSARIO DOVE OPERA
LA VOLONTARIA NOVARESE CELESTINA
Recita un antico proverbio: fa meno rumore una foresta che cresce
che un albero che cade, mai queste parole si sono rivelate opportune
come riferimento ad un fatto accaduto a migliaia di chilometri da Novara, ma di cui tutti i novaresi dovrebbero sentirsi fieri.
Ci riferiamo all’inaugurazione della chiesa del lebbrosario di Sowane
in Senegal, dove da oltre quindici anni lavora la volontaria novarese
Celestina Fortina.
Qualche anno fa, lei ed il marito senegalese Keba Aidara, un agronomo impegnato anch’egli sul fronte della promozione sociale del suo
paese, si rivolsero al Centro Missionario Diocesano per avere un aiuto
al fine di realizzare la costruzione di una chiesetta nel lebbrosario dove
da diversi anni entrambi profondono le loro energie, al fine di offrire
ai cristiani di quella comunità un luogo di incontro e di preghiera. La
sollecitazione è stata fatta circolare in diversi ambienti e parrocchie e
tante persone hanno risposto generosamente, contribuendo a far si che
questo desiderio diventasse realtà.
Sowane è un villaggio situato a circa un centinaio di chilometri da
Dakar, la capitale del Senegal; sorse durante il periodo coloniale francese come luogo dove raccogliere coloro che, contagiati dalla lebbra, in
maniera un po’ inspiegabile ne avevano superato le fasi più brutali arrivando ad una condizione fisica in cui, pur restando in vita, conservano i postumi della lebbra ben evidenti nei loro corpi martoriati; in
parole povere si tratta di lebbrosi guariti, che però segnati dalla malattia non possono più far riferimento ai loro villaggi d’origine, né
tanto meno ritornarvi.
Sowane è diventato così un luogo dove vivono dei lebbrosi con le
loro famiglie e attraverso piccole coltivazioni comunitarie e lavoretti
artigianali riescono a vivere in maniera decorosa.
La chiesa dedicata ai Santi Anna e Gioacchino è stata inaugurata lo
scorso 22 luglio con la partecipazione del sottoscritto e di altri amici
novaresi che hanno voluto con la loro presenza rendere evidenti i legami di solidarietà che intercorrono tra Novara e Sowane.
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La Celebrazione, molto partecipata ed intensa, ha visto il coinvolgimento di tutti gli abitanti di Sowane, una cinquantina di famiglie (circa
trecento persone) di cui l’ottanta per cento mussulmani!
Ciò che in Italia si stenta a credere, nell’Africa Nera è una realtà quotidiana, la convivenza tra Islamici e Cristiani è un dato di fatto che non
crea assolutamente nessun problema, la presenza dell’Iman nei primi
banchi della chiesa adornata a festa insieme ad altri fedeli dell’Islam
era un gesto squisito di cortesia apprezzato dalla comunità islamica
che ha partecipato durante la funzione con delle preghiere specifiche
rivolte ai “fratelli cristiani”; la stessa corale, composta esclusivamente
da giovani, in cui i tamburi erano lo strumento principale, era formata
da ragazzi e ragazze delle due comunità e i loro canti salivano al cielo
come espressione di lode sincera a Dio Grande e Misericordioso.
Mons. Theodore Adrien Saar, arcivescovo di Dakar, solo qualche
mese dopo eletto Cardinale dal Santo Padre, commentando il fatto che
causava sorpresa agli ospiti italiani, ci ha detto: “Quello che voi fate fa-
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tica a mettere in atto, per noi è una consuetudine collaudata da tempo”; sta
a vedere, mi sono chiesto, che buona parte di tanti benpensanti che
guardano gli extracomunitari presenti in mezzo a noi dall’alto in basso
con una certa sufficienza, avrebbero proprio bisogno di imparare da
questi “poveri negri” che su alcuni valori, vedi la tolleranza ed il rispetto, hanno certamente molto da insegnarci.
Un pranzo ed una festa comunitaria protrattasi per tutta la giornata
ha evidenziato come, se noi aiutiamo i poveri del Terzo Mondo, loro
ci ripagano con iniezioni di dignità che non hanno prezzo, sotto questo aspetto i lebbrosi di Sowane e con loro la novarese Celestina ne
sono un esempio straordinario.
Don Mario Bandera - luglio 2007
Direttore Centro Missionario della Diocesi di Novara
I SOGNI SI AVVERANO
Le cortesie più piccole un fiore, un libro
piantano sorrisi come semi, che germogliano nel buio.
Carissimi, C., L., A. e G.
Vi ringrazio moltissimo per quello che avete fatto, è straordinario,
se non si vede, non si crede.
La Chiesa di Sant’Anna è favolosa, non capisco come sia stato possibile, anzi la risposta c’è, siete super!Ragazzi, spero proprio di riuscire a portare con me in Italia l’essenza di quello che state facendo
per promuovere la causa di Sowane, che, come detto, oggi ha saltato
il fosso ed è slanciata verso l’essere una comunità “normale”!
Sono convinto, per la verità, che Sowane diventerà d’esempio per
altre Comunità.
Ci terremo sempre in contatto tramite Dom Mario e le visite perchè
il prosieguo del progetto sia sempre un’occasione di impegno anche
per noi in Italia.
Con grandissimo affetto e riconoscenza,
Dakar, 24 luglio 2007
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AICHA
Qui una stella, là un’altra stella.
Qualcuno smarrisce la via !
Qui una nebbia, là un’altra nebbia.
Poi, il giorno!
Durante i nostri annuali ritorni in Italia, siamo ospitati da amici, i
quali, con nostro grande imbarazzo frammisto però ad una grande
gioia e riconoscenza, non esitano a scovare un angolino nella loro abitazione, per impedirmi, mi dicono, di sprecare fondi in albergo, fondi
che saranno più utili per le nostre opere di quaggiù.
Dopo l’arrivo nella nostra famiglia di un frugoletto di 18 mesi, arrivo
che ha non poco scompigliato i nostri ritmi quotidiani, la porto sempre con me.Vi regalo i pensieri che il mio angioletto ha suggerito ad
una cara amica.
2007 - Un ottobre missionario rivoluzionario. Siccome di solito sono un po’
recalcitrante ad accogliere gli inviti che i missionari mi fanno a visitare i luoghi e le persone a loro vicini, quest’anno il Signore ha pensato bene di portarmi
la missione... a domicilio!
Effettivamente è una bella rivoluzione, in tutti i sensi!
La famiglia missionaria che si è accampata a casa mia (dico così perchè la
casa non è tanto grande e quindi, poveretti, hanno avuto uno spazio ridotto
per sistemarsi) ha avuto nell’esponente minore il soggetto che più di tutti mi
ha dato la dimensione missionaria di questo mese.
Francesca, due anni e mezzo, è stata per tutta la sua permanenza una continua strada di missione sulla quale camminare giorno per giorno; mi ha insegnato a camminare e non correre, ad assaporare ogni cosa con calma; mi ha
dimostrato la sua cultura parlando indifferentemente due lingue (ma parla
anche wolof), gettando un ponte di conversazione tra senegalesi e italiani con
una semplicità straordinaria: ha dimostrato una pazienza incredibile uniformando la sua giornata a quella carambolante dei suoi genitori, senza fare un
capriccio che superasse i 15 secondi di tempo!
Il vero esercizio di missione l’ha fatto lei a me! Che lezione!
Perchè, sotto sotto, molti di noi partono sempre dal fatto che la missione
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abbia un “senso unico”: da noi battezzati del primo mondo verso i fratelli del
terzo mondo che non conoscono Dio: non conoscono Dio perchè non lo ri-conoscono, ossia manca loro l’insegnamento cristiano e la scoperta della fede, ma
quanto ad essere figli di Dio , lo sono al pari nostro e i piccoli ci precederanno
nel Regno dei Cieli!
Grazie Franca perchè hai scombussolato il mio tran-tran, espressione quanto
mai onomatopeica per la monotonia e il sonno!
Ottobre 2008 - Non ho bisogno di andare ai Caraibi per avere il ricorrente
ciclone al quale viene dato (ora capisco perchè!) un nome di donna; anche quest’anno, ad ottobre, puntuale, è arrivato il “ciclone Franca”.
Una italo-senegalesina di tre anni e mezzo incontenibile nella sua vitalità
che si esprime indifferentemente in italiano o in francese, ballando o cantando,
facendone un’artista da palcoscenico.
Consapevole di essere la beniamina della casa, non si monta però la testa ed
improvvisamente passa dal faceto (“je fais une petite sieste” quando non ha
voglia di finire ciò che ha nel piatto) al serio (“penso, penso, penso... ai miei
amici del Senegal”)...
Questa convivenza nella mia casa tra due mondi così differenti finisce col
plasmarci vicendevolmente, così che quando ci lasciamo siamo un po’ più vicini, perchè ci siamo un po’ più compresi nel nostro differente modo di essere.
E’ questo il bagaglio in più che Franca porta in Senegal e che mi lascia a ricordo di queste settimane straordinarie che, come l’anno scorso, mi hanno
fatto fare la missione a domicilio! Grazie, Franca!
Patrizia
Nessuno conosce le sue possibilità finchè non le mette alla prova
(Publio Siro)
VOLONTARI: GENTE SPECIALE
Anche tra i volontari laici ci sono le cosiddette vocazioni adulte:
esempio solare è Celestina Fortina, novarese doc, approdata alle fatiche missionarie dell’Africa dopo i cinquantanni! Chiusa infatti l’esperienza lavorativa in Provincia, libera da vincoli familiari, Celestina
approda in Senegal, dove la sua squisita fantasia femminile può sbiz113
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zarrirsi nei campi più svariati.
Due soprattutto i riferimenti fondamentali della sua esperienza missionaria: il villaggio di Sowane dove vivono un centinaio di ex lebbrosi bisognosi di tutto ed una serra florovivaistica dove trovano
lavoro una ventina di persone.
In entrambi i settori, è accompagnata dalla passione e dalla competenza professionale di Keba, singolare figura di laico musulmano, impegnato sul versante del disagio e dell’emarginazione del suo Paese.
Un impegno comune di lavoro che ha avuto il suo sbocco in una vita
matrimoniale che ha suggellato il singolare cammino di due esistenze
che, partite da mondi diversi, si sono trovate a camminare insieme nei
vasti orizzonti africani.
Una storia esaltante che continua tutt’ora!
Don Mario Bandera
ECCO IO VI MANDO...
In settembre, come ormai da qualche anno, è tornata tra noi Celestina, missionaria laica novarese, presente in Senegal.
Siamo molto legati a lei, un po’ perchè laica come noi, un po’ perchè
affascinati dalla sua storia e dalle sue realizzazioni in quella terra. La
sua vita privata è ormai felicemente ancorata laggiù, da quando ha
sposato un uomo di religione musulmana, con il quale condivide le
speranze di un mondo migliore, dove uomini di Culture e Credo diversi possono unire i loro sforzi e vivere in armonia.
Un uomo che ha costruito la piccola Chiesa di Sowane, una donna,
poi, particolare, che ci piace ricordare, che pur senza alcuna organizzazione alle spalle, riesce a far arrivare su quel fronte di povertà tanti
aiuti che molti novaresi le affidano, anche attraverso le cosiddette adozioni a distanza.
Fondi sapientemente ridistribuiti attraverso l’aiuto mirato a tanti
capi famiglia, spesso coinvolti in mini progetti di utilità comune.
E tutto questo non ci sembra poco!
Gennaio 2007
Associazione Missionaria di Sant’Agabio
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A NOME DI TUTTI GLI ABITANTI
DEL VILLAGGIO DI RECUPERO SOCIALE
DI SOWANE
Lettera di ringraziamento (traduzione dal franco-senegalese)
Al sig.Pierre in Italia.
Gioia, onore, allegria, sono messi a nostra disposizione per salutarvi,
con l’augurio che questa lettera trovi in buona salute voi e i vostri collaboratori.
Vi auguriamo di riuscire in tutti i vostri progetti.
Caro signore, siamo molto contenti delle tangibili azioni effettuate
tuttoggi a favore nostro e dei nostri bambini. Voi fate parte di quegli
uomini di buona volontà che amano le povere vittime di una terribile
malattia, vale a dire la lebbra.
Quindi affermiamo che senza il sostegno morale, materiale, e finanziario i lebbrosi ed i loro figli non potranno mai sparire (?!).
Oggi rendiamo grazie a Dio Onnipotente, che vi ha dato il sentimento per aiutarci notte e giorno, senza scoraggiarvi, e con la fierezza
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di fare e continuare a fare per noi del bene, soprattutto in materia di salute e di sviluppo per il nostro villaggio.
Non smetteremo mai di ringraziarvi di tutto cuore, come ringraziamo la nostra madrina, vostra collaboratrice. Effettivamente lei pure
ha fatto molto per il villaggio perchè lo ama molto e cerca sempre di
assumersene i vari problemi.
Dunque grazie a tutti coloro che hanno amato questo villaggio e che
cercano di dargli un indirizzo più dignitoso.
Il Presidente del Comitato di Gestione di Sowane
UNA SECONDA MAMMA
Ho conosciuto Celestina – tutti la chiamavano Mammina- per un
caso fortuito. Nell’aprile del ’99, durante un viaggio in Benin, avevo
iniziato un reportage sui malati di lebbra. Visitai ospedali, villaggi e
veri e proprio lebbrosari di alcuni paesi dell’Africa occidentale, e dopo
quasi due anni speravo di poter concludere il mio lavoro nel migliore
dei modi, ossia mettendo a confronto le realtà crude e tremende degli
ammalati e quelle non meno dolorose di chi era invece “guarito”.
Nel gennaio dello scorso anno, presso un ufficio del Comune di Novara, dove si occupava di immigrazioni e assistenza, ho conosciuto
Amy, una signora di origine senegalese, che mi disse di avere stretti
rapporti con una famiglia di Dakar, la quale si occupava proprio di un
villaggio di ex henseniani (la lebbra prende il nome dal suo scopritore,
ecco perchè Morbo di Hensen).
La cosa mi rese molto felice, ma non si limitò solo a questo; con molto
stupore infatti seppi che la signora che avrei dovuto contattare in Senegal era di Novara.
Ricordo che durante la prima telefonata, dopo averle esposto il mio
progetto fotografico, risultò subito persona molto gentile e disponibile, ed entusiasta di ospitare me e la mia ragazza.
Poco meno di un mese dopo, partimmo per il Senegal, al nostro arrivo Celestina ci accolse col figlio maggiore, e nel solo tragitto dall’aeroporto alla loro casa, si instaurò subito uno splendido rapporto.
Durante la nostra lunga permanenza poi, ho potuto considerarla
come una seconda mamma.
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Mammina, come da allora l’ho sempre chiamata, è una donna speciale, sincera, forte e molto coraggiosa, innamorata dell’Africa, dei più
bisognosi e dello straordinario marito Keba, nonchè dei figli acquisiti,
Aramis, Cheykh e Abdoul.
Maurizio Faraboni
Novara, febbraio 2001
TRA I LEBBROSI DELL’AFRICA
Missionaria in un villaggio isolato dal mondo
(Articolo di Marco Benvenuti - Da “L’Osservatore Novarese”)
Non è facile lasciare tutto, il tran-tran di una vita tranquilla, il meritato pensionamento, insomma ciò che tutti desidererebbero dopo anni
di lavoro, quando si raggiunge l’età pensionabile. Celestina, classe
1940, ha rinunciato a tutto questo, alle comodità ed ai lussi della vita
cittadina, per dedicarsi agli altri, alle persone che soffrono e in difficoltà.
E non a due passi da casa, ma a 5.000 km, in Senegal, Africa nera.
“Pensare che tutto è avvenuto per caso...” commenta nel raccontare la
sua storia. Novarese Doc, riceve dalle colleghe di lavoro quando decide di andare in pensione (un po’ anticipata, causa una dura malattia), un viaggio in Africa. Decide per il Kenia, ma deve rinunciare per
il decesso dell’amato papà.
Ma tiene in serbo il biglietto e, qualche mese dopo, trova posto per
il Senegal, sempre per caso. Incontra Keba, laico musulmano impegnato sul versante del disagio e dell’emarginazione, ha modo di apprezzare il suo impegno (costante sin dalla giovinezza), viene a
contatto con realtà di povertà e malattia “che noi borghesi vissuti in
città per una vita non ci possiamo immaginare”. Da allora sono passati
10 anni, dopo quei primi viaggi ne sono seguiti tanti altri, sino alla
scelta definitiva: lasciare tutto e trasferirsi, per “lavorare meglio”.
Ha sposatoKeba, anche con rito cattolico, ed ha accolto come una
madre i figli di lui. Vite e cammini diversi, che si sono incrociati nei
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vasti orizzonti africani e che ora vengono affrontati come in una
grande famiglia. Due i riferimenti fondamentali della sua esperienza
missionaria: il villaggio di Sowane, dove vivono un centinaio di lebbrosi con famiglia, ed una serra florovivaistica, che gestisce col marito, dando lavoro ad una ventina di persone salvate dalla strada,
dall’indigenza, dalla disoccupazione.
In Africa si vive alla giornata.
“È strabiliante vedere come a Dakar ci sia un contrasto così netto tra
la vita cittadina cosmopolita, la vita del 2000, e la periferia e le zone circostanti, che vivono ancora un profondo medioevo: la gente mangia
sul marciapiede, si lava per strada, vive in gran povertà e tristezza,
con la convinzione di non poter fare molto per uscire da questa situazione, il che ha causato una miserevole recrudescenza del fenomeno
degli espatri clandestini sulle barche omicide”.
Celestina non ha mollato nè si è scoraggiata; ha trovato preziosi collaboratori, che hanno fatte loro le sue stesse idee, che l’hanno avvicinata all’ambiente degli ex lebbrosi, soprattutto, ai villaggi ghetti dove
furono isolati dal colono.
“Vivono in condizioni veramente spaventose, noi abbiamo cercato di
dare loro una mano, coi mezzi di bordo, a partire dai bambini, creando
l’asilo, aree dove potessero giocare in sicurezza, e crescere normali,
sensibilizzando al tempo stesso i novaresi perchè ci aiutino, perchè si
occupino a distanza di qualcuno di loro”.
Dalla malattia ai temi del lavoro e dell’istruzione: la loro piccola impresa agricola gestita a Dakar offre e insegna lavoro a ragazzi tolti
dalla strada (che in questo modo imparano un mestiere, senza oziare
in attesa di poter scappare in Europa in cerca di fortuna), ma anche a
capi famiglia disoccupati e oberati da una prole che non riescono a limitare!! Ci sono però decine e decine di persone ogni giorno, che passano per chiedere aiuto, soldi per pagare una ricetta, una bolletta, un
pezzo di pane.
“E’ ovvio che non possiamo aiutare tutti, si fa quel che si può”.
E ancora occupazioni di ogni genere: dal pozzo per l’acqua al progetto per una scuola. “ E’ importante far studiare i ragazzi, così si appassionano, si interessano, si crea un legame con la loro terra, il loro
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villaggio, evitando soprattutto che scappino via tutti per studiare o lavorare lontani dalla loro terra, dai loro vecchi”.
Il tragitto vivaio-lebbrosario è più impegnativo di quanto si possa
pensare: circa 150 km, con una temperatura media di 35/40 gradi,
anche quattro ore di viaggio su una strada, nazionale, ma sconnessa,
percorsa grazie a vecchi macinini: gli ammortizzatori sono da cambiare, ma “ci sono tante altre priorità per usare i soldi che riceviamo,
la macchina può aspettare!”
La mia casa adesso è in Senegal
Tutto questo Celestina lo vive con molta semplicità e modestia.
“Niente di eccezionale” - commenta come se si trattasse di ordinaria
amministrazione. Ho avuto la fortuna di conoscere il mio sposo, che
sin da giovane, come scout, dava una mano in alcuni villaggi dei lebbrosi, e sono rimasta subito colpita dalla forza d’animo che si poteva
inculcare a questa gente.
Credo molto nel destino, che certi incontri siano già scritti, non rimpiango la mia scelta.
Difficile per lei tornare sui propri passi; rientra a Novara quasi ogni
anno, a settembre, ottobre, anche per qualche controllo medico. Ma è
quasi una sofferenza. “E’ bello ritrovare gli amici, gli ex colleghi, i
nuovi conoscenti, tutti ti circondano, ti vogliono incontrare, non finirebbero mai di chiamare, fare domande. Ma la mia casa adesso è in
Africa, e quando ne sono lontana, non vedo l’ora di ritornare là, tra i
miei ragazzi.
A Novara mi sento a volte...un pesce fuor d’acqua.”
Se è qui in Italia, il suo pensiero è costantemente a chilometri di distanza, ai suoi malati, ai suoi bambini, alla gente che lavora e collabora con lei.La sua seconda vita.
Novara, febbraio 2001
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UNA AFFETTUOSA RISPOSTA
Dopo aver letto l’articolo,
inviai queste righe il 15 febbraio 2002
Caro Maurizio,
Duplice e graditissima la sorpresa che ho avuto ieri sera, ricevendo
il tuo fax, mio caro. Sorpresa per l’articolo, poi”gustato lentamente” e
sorpresa perchè da quando ho installato l’apparecchio non ho mai ricevuto nulla, tanto da temere che non funzionasse.
Avete fatto un buon lavoro e sono ansiosa di vedere l’originale, perchè le foto e le scritte su nero non sono ovviamente chiare, ma i testi
sono OK!! Tu però non credi aver esagerato negli apprezzamenti? Ricordati che NON sono Madre Teresa!
A parte gli scherzi sei un bravo ragazzo, e spero che l’appello lanciato ai novaresi giunga a segno: non ce la facciamo più a rifiutare i
continui aiuti richiesti, e fare lo struzzo per non vedere coloro che tendono la mano credimi che fa male al cuore.
Ti cito due esempi. L’altro ieri Jean da Sowane ci ha portato la lettera
del vecchio catechista, Jean Baptiste, non so se te lo ricordi, ha mani e
piedi mutilati ed ha un modo di avanzare tipico di questa infermità.
Ci ha chiesto 30.000 cfa - circa 100.000 lire - per poter pagare un cavallo per il suo carretto. Stasera invece la sorella del nostro testimone
di nozze (gente che comunque ha uno stipendio dignitoso e lei universitaria) ci ha chiesto 150.000 cfa - più di 450.000 lire, per risolvere
“un problema”.
Keba è tornato a casa più nero della sua pelle!
Chiudo per spedire subito, anche se da voi è mezzanotte.
PS: Sowane si trova in Senegal e non in Kenia (didascalia della grande foto)
e il Senegal, secondo alla Coppa Africana per Nazioni, andrà al Campionato
del Mondo di football naturalmente.
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AIUTO AI BAMBINI MALATI DEL SENEGAL
Con una valigia gonfia di solidarietà, oltre che di indumenti e generi
alimentari, riparte oggi per il Senegal una novarese ex dipendente
della Provincia, Celestina Fortina. La sua è una missione umanitaria,
per portare aiuti a nove villaggi di lebbrosi (ex lebbrosi- NdA) che vivono in condizioni disperate, tra povertà e malattie.
“Ho sempre amato viaggiare – racconta Celestina- e tutto è nato
pochi mesi fa, quando decisi di ritornare in Africa, continente dal quale
sono sempre stata attratta, ma finora in sola veste di turista.
E pensai al Senegal. Ho trascorso qualche settimana con la gente del
posto, confrontando la loro con la nostra vita. Bambini denutriti, adulti
malati che muoiono di fame. Mi sono resa conto che questa gente ha
bisogno di aiuto”.
Tornata a Novara, la signorina Fortina non ha fatto altro che raccogliere ogni genere di materiale, da portare nei villaggi senegalesi. “ Ho
lanciato il mio appello, invitando chiunque avesse qualcosa da donare,
vecchi vestiti, scarpe, anche quaderni e matite, a presentarsi da me.
Nel giro di qualche settimana mi sono ritrovata la casa che pareva un
magazzino, piena di qualsiasi oggetto. Adesso però chiedo un aiuto
per le spese di spedizione. I costi alla dogana sono elevatissimi: un milione per il bagaglio portato in aereo, e 800.000 per quello spedito. Purtroppo per questi motivi ho dovuto lasciare a casa tanto materiale, che
laggiù avrebbe fatto molto comodo.
m.p.
(Quotidiano La Stampa- 1.12.1992)
COINCIDENZE PROVVIDENZIALI
Le linee della vita di ognuno di noi si incontrano in modo imprevedibile!!!!
Nel settembre del 2001, dopo essere stato nominato nel Consiglio di
Amministrazione della Fondazione Salina costituitasi in Arona nel dicembre 2000, decidemmo di inserire, fra le iniziative della Fondazione,
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anche la collaborazione con la realtà africana del Senegal; contattammo i Padri Missionari Comboniani che hanno una loro Casa a Gozzano. cittadina vicina ad Arona.
Loro ci informarono di essere presenti in molti stati Africani ma non
in Senegal; ci indirizzarono però al “Centro Missionario” di Novara
diretto da Don Mario Bandera.
Il nome non mi giungeva nuovo poiché mio padre, nella sua carriera
lavorativa nella scuola, aveva avuto l’occasione di conoscerlo e di parlarmene.
Pertanto una mattina dell’ottobre 2001 gli telefonai prospettando la
nostra intenzione: la risposta fu “ho qui davanti a me una signora novarese che vive in Senegal”.
Ci incontrammo qualche giorno dopo. Fummo subito colpiti dalla
sua disponibilità e cordialità: ci illustrò la sua iniziativa di aiuto al villaggio di “Sowane” comunità di ex lebbrosi allora ignorata dallo Stato
Senegalese e delle estreme difficoltà nel portare avanti iniziative di sostegno in quella realtà.
Potemmo così iniziare una collaborazione proficua che si è sostanziata in alcune iniziative fra cui la creazione del dispensario, la creazione dei bagni, il sostegno ad una giovane per la frequenza del corso
da infermiera, l’aiuto a 4 famiglie e, da ultimo, nella scorsa estate, nella
“colonia di vacanza” di una quindicina di ragazzini del villaggio ospitati nella nuova casa di Celestina con aiuto anche di un volontario italiano.
Non possiamo quindi che essere grati a Celestina che traduce in realtà il nostro desiderio di portare sostegno a chi, meno fortunato di
noi, deve affrontare una vita difficile.
Resta ancora una cosa da fare (oltre a proseguire nell’aiuto economico): da parte nostra recarci a renderci conto direttamente di quella
realtà - da parte di Celestina programmare un futuro che possa continuare nel tempo.
Con affetto.
Dr. Maurizio Giliotos - Arona
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APPUNTI DI VIAGGIO
65 minuti di appunti video su un giro a Sowane, Casamance, Florikounda, Dakar e Gorè, fatto con Celestina, Keba, Aramis, Abdoul e la
simpatica Samia (labrador), nell’Agosto del 2003 di Mario Biava
Keba e Celestina sono una bella coppia multietnica che da oltre 12
anni dimostra come l’amore, di coppia e per il prossimo, possa superare i problemi che quotidianamente si presentano in una normale vita
coniugale, con un lavoro ed un’ideologia comuni, a cui nel loro caso
si aggiungono problemi derivanti da diverse origini, tradizioni abitudini.
L’amore che li unisce sa contrastare tutte le pressioni del mondo
esterno perchè supportato da passione, fiducia, rispetto e stima.
Questi 65 minuti di nastro sono stati girati da un pessimo dilettante,
con scarsi mezzi di ripresa e montaggio. Chiedo scusa a tutti coloro
che compaiono per non aver reso giustizia nè a ciò che sono nè a ciò
che fanno e anche a tutti quelli che riusciranno a sopportare la visione
arrivando alla parola fine.
Ritengo importante precisare che la “lezione d’amore” di cui sopra,
aggiunta all’aver visto e toccato con mano ciò che “i due” fanno a
Dakar e a Sowane gratuitamente per “altri molto mal messi”, mi ha
ripagato abbondantemente dalle fatiche del viaggio.
I due non più ragazzini impegnano tante energie per cui viene spontaneo chiedere “... Chi ve lo fa fare?”.
Non rispondono, perchè si intuisce l’ovvia risposta: “Amore” per i
molto mal messi, soprattutto di Sowane.
E’ questo un villaggio a circa 150 km da Dakar (3 ore d’auto) con 350
abitanti tutti appartenenti a nuclei famigliari con almeno un ex lebbroso.
Le sue risorse sono nulle o quasi. Viverci è difficile. Tentare di migliorare la qualità della vita è facile, perchè peggiorarla sarebbe difficile! Ancor più difficile è far si che i risultati tengano nel tempo.
La natura, le condizioni climatiche, unitamente alle condizioni fisiche dei residenti, spesso rendono vani gli sforzi di questa coppia.
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A volte si sentono frustrati e non “a posto” con chi dall’Italia da’ e
vorrebbe vedere risultati “belli e subito”.
A chi la pensa così suggerisco un viaggio sul posto perchè validerebbe la teoria del “quanto sia facile dare disposizioni e raccogliere oggetti, denaro, idee, e quanto sia difficile distribuire bene senza alterare
equilibri, ottenendo risultati duraturi”.
Mi scuso anche per il sonoro, per le sciocchezze che dico e per il tono
irriverente che uso con persone che mi onorano della loro amicizia.
Auguro una buona visione a chi se la sente di affrontarla... Auguri
LA “BAMBINA” VIZIATA
Da grande mi piacerebbe tanto scrivere un libro, perchè no, sulle
moltitudini dell’Africa....per ora mi limito a scrivere i miei pensieri e
le emozioni della mia vita.
In questo momento ho un’immensa distesa bianca sotto i miei occhi
e vorrei che la matita scrivesse tutta da sola, perchè vi assicuro che è
difficilissimo trovare le giuste parole per ringraziarvi dell’immensità
che ci avete dato.
Questo viaggio è stata una bella botta per la bambina viziata che c’è
in me, ma penso che io abbia potuto apprendere solo cose positive dal
Senegal e soprattutto da voi.
Siete due persone stupende e sono certa che, nonostante le avversitè
che la vita vi propina, con la vostra perseveranza e col vostro amore un
giorno il mondo intero vi sorriderà!!! I progetti di Keba per i vostri ragazzi si realizzeranno, e finalmente tu, Celestina, potrai goderti il tuo
uomo e la tua “pensione” in santa pace.
Ci sarebbero mille pensieri nella mia mente per voi, ma le parole non
darebbero giustizia ai sentimenti. Maurizio ed io abbiamo deciso di
farvi un piccolo regalo.....L’ultimo favore che vi chiediamo è di far nascere un sorriso sul volto del “bambino solitario” di Sowane. Grazie,
mille volte grazie. Un bacione ai magnifici tre!
Eleonora e Maurizio- Dakar 5 marzo 2001 ore 18,48
(Trovai questo scritto, a matita, l’indomani mattina, sul letto dove aveva
dormito Eleonora, lasciato prima di recarsi all’Aeroporto).
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DA CLEMENCE
Vi lascio il testo in francese, è più “diretto”e, ne sono certa,
comprensibile
Chère Maman, Depuis notre connaissance, j’ai l’impression de
vivre un rêve émerveillé. Tout semble nouveau, la vie a une nouvelle saveur pour moi, ma vie a encore un sens.
Je ne peux que te remercier de m’avoir fait connaître un sentiment
aussi puissant, m’apprendre chaque jour un peu plus ce que signifie la vie. Vois-tu, je n’aspire plus qu’à une chose: demander à Dieu
le Tout Puissant qu’il vous protège et vous garde longtemps parmi
nous.
Je t’embrasse. Clémence - 27 août 2002
(Da allora, questa giovane di Sowane, sta con noi, è il nostro braccio destro, e sostiene i genitori e una sorella maggiore ammalati, e con le sue economie, anche i 4 o 5 figli della sorella, abbandonata dal marito, tutti residenti
a Sowane).
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Di seguito alcune testimonianze dei volontari che, venuti da Novara, mi hanno aiutata, nell’assistenza di una quindicina di alunni
delle scuole elementari di Sowane, che abbiamo ospitato presso di
noi, e che per aver ben lavorato a scuola, si sono meritati una Colonia estiva di 15 giorni. Ho scelto alcuni dei loro scritti.
MANUELA 1
Chère Famille Aidara, c’est difficile trouver les paroles pour vous remercier,
et ç pas parce que je suis en train d’écrire en français, mais parce que vous avez
été comme une deuxième famille pour moi pendant ce mois. Je vous remercie
pour l’hospitalité que vous m’avez donné. Merci beaucoup pour m’avoir fait
connaitre votre monde (je ne sais pas si c’est du bon français!). Merci beaucoup pour tout, vous me manquerez beaucoup.
Cara Cele, dopo questa breve parentesi in francese, un poco inventato, vorrei scriverti due righe per esprimerti tutta la mia gratitudine
per quello che hai fatto per me in questo mese (luglio 2010- n.d.a).
Non hai idea di quanto questa esperienza mi sia servita, quanto mi
abbia dato e quanto mi abbia arricchito. Ti devo confessare che all’inizio ho sentito molto la mancanza della mia famiglia, ma col passare dei giorni ho trovato in te, in Keba e in Francesca, una seconda
famiglia capace di donare gioia e amore a chi vi sta intorno.
Siete stati davvero fantastici con me, sarà difficile sdebitarmi.
Sono davvero felice che l’amicizia che ti lega ai miei genitori ora si
sia estesa anche a me. Grazie per i momenti trascorsi insieme, per i discorsi che abbiamo fatto, i momenti passati in cucina e davanti al computer. Grazie per esserti fidata di me, è molto importante per me
sapere che tu hai riposto la tua fiducia su di me...avrei una lista infinita di Grazie! Da farti.
Ringrazia Keba da parte mia per tutte le spiegazioni che mi ha dato
sulle piante, sulle stelle, sul suo Paese, e soprattutto per avermelo fatto
conoscere. Ringrazia FrancESCa, è così piena di vita che mi fa sorridere
ogni volta che penso a lei, è puro argento vivo.
Potranno pure dire che siete stati pazzi a darle l’opportunità di vivere, ma devi sapere che nella vita bisogna essere pazzi, è l’unico
modo per godersela tutta e apprezzarla pienamente.
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Vorrei darti un consiglio, anche se fa ridere che una diciottenne elargisca consigli ad una donna come te: ogni tanto fermati, e pensa un
po’ a te stessa, devi essere un po’ più egoista, stacca la spina e prenditi
qualche minuto solo per te, cerca di importelo. “Bisogna prima aiutare se stessi per poter aiutare gli altri”. Coraggio! Sei una persona straordinaria, stringi i denti e vai avanti, anche se le cose sembrano andare
nel verso sbagliato; un detto uruguajano dice “Siempre que claviò,
parò” ovvero “Tutte le volte che ho pianto, ho smesso”. E qui in Senegal ho imparato che dopo la stagione delle piogge tutto cresce e rinasce più forte di prima.
Basta annoiarti, sappi solo che vi voglio bene e che mi mancherete,
non vedo l’ora di rivedervi a settembre. Un abbraccio enorme.
Manu
P.S. Non saranno parole originali ma ti posso assicurare che vengono dal
cuore. (Scritto all’Aeroporto di Dakar, prima di rientrare in Italia ai primi di
agosto 2010)
MANUELA 2
Qui tutto bene, più che rimpiangere la vita senegalese rimpiango la
vita con la famiglia Aidara: Franca che mi da il buongiorno la mattina,
noi due che cuciniamo e sentirmi dire quasi tutte le mattine “non sai
cos’è successo!”, e scoprire che non c’è mai un momento in cui si può
tirare un sospiro di sollievo a villa Celeste...insomma qualcosa da fare
lì da voi si trova sempre.
Spero riusciate a sistemare al più presto tutti i problemi di recinzione,
nel vivaio e soprattutto cerca di pensare alla tua salute, senza di te lì
sono tutti persi!
Le parole di Franca mi hanno veramente commosso, è stupendo
come una bambina così piccola abbia il potere così grande di far sorridere la gente!...è proprio difficile stare senza di lei, non vedere tutti
i giorni quel “musino” dolcissimo!!
Per favore leggile queste parole:
Cara Francesca,
grazie mille per la tua letterina, anche tu mi manchi tantissimo mia
piccola sorellina (in inglese si dice “I miss you”=”mi manchi”, così
adesso sai una frase in più in inglese). Sei una bambina intelligentis127
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sima, e anche molto allegra; non diventare triste perchè non sono lì
con te, ricordati dei momenti belli che abbiamo passato insieme. Ricordati di sorridere sempre perchè così sei più bella, non fare il muso,
perchè la Franca col muso non mi piace tanto, invece quando sorridi
riconosco la mia principessa.
Mi raccomando ogni tanto fai i tuoi devoirs così sarai pronta quando
inizierà la scuola. Come promesso ho detto a mia sorella che sei molto
brava a fare l’iniziale del suo nome e lei è veramente fiera di te!! Ti voglio tantissimo bene ma cherie. Non vedo l’ora di riabbracciarti a settembre!
Un bacione enorme, la tua sorellona Manu
Ti ho inviato una canzone che a Franca piaceva tantissimo, spero riuscirete a sentirla.
Un bacione, mi mancate tantissimo saluti da “Dominico”, Rosario e
Ximena, saluta Keba.
Manuela - Novara, agosto 2010
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ROBERTA
Buongiorno Celestina, mi chiamo Roberta e vivo vicino a Borgomanero. Qualche sera fa ero a Novara, al Centro Missionario con Don
Mario Bandera e altri, e lui mi ha fatto leggere la tua email di richiesta
di una ragazza per dare una mano a luglio con i bambini nel luogo
dove operi tu.
Don Mario mi ha spiegato brevemente cosa fai in Senegal.
Io ti scrivo per darti la mia disponibilità come volontaria a venire in
Senegal, e a fare un’esperienza con i bambini e la gente del posto. Mi
metto a disposizione di ciò che serve fare. Lavoro molto con i bambini
in Italia, nelle scuole soprattutto.
Mi piace molto stare a contatto con persone con disabilità in particolare. Sono laureata in Filosofia, ho 31 anni e lavoro presso una Cooperativa sociale qui nella zona, gestendo un doposcuola per bambini
nella scuola primaria e una biblioteca comunale.
Lavoro anche nelle scuole elementari con progetti di vario tipo e faccio parte dell’Associazione Orizzonti di Invorio che si occupa di integrazione scolastica e sociale di bambini con disabilità.
Conosco Thomas (Il volontario che è già intervenuto per due anni
nella Colonia di Vacanze per i bambini di Sowane, a Miname), da qualche tempo ho preso contatti con lui e gli ho chiesto informazioni sulla
sua esperienza in Senegal.
Lo incontrerò presto e gli chiederò ancora altre cose. Intanto ti ringrazio per la richiesta che hai fatto a Don Mario, è una bellissima opportunità che dai a persone di qui di poter vivere e vedere un luogo
come quello in cui sei tu.
Spero di sentirti presto per chiederti alcune cose tecnico-organizzative.
Ciao Roberta
30 maggio 2011
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DUE MESI DOPO
Ciao cara Celestina,
dopo essere riatterrata in Italia e catapultata di nuovo nella vita “normale” ho un momento tranquillo in cui scriverti.
L’impatto con il rientro è stato duro: tanti toubab (uomo bianco) in
aereo, tutti visi pallidi...poverini!E poi il ritorno a casa, alle comodità,
ai miei vizi...
La mia famiglia mi ha ascoltata molto oggi.
Ho raccontato tanto di te e della tua famiglia e della nostra esperienza insieme.
Con Thomas oggi all’aeroporto ero un po’ triste. Anche se vive a 4
km da me mi mancherà molto anche lui.
Qui non è come in Senegal.
Dai un abbraccio grande a Keba e a Franca: cercate di trovare il
tempo per portarla in riva al mare, in fondo dovete solo... attraversare
la strada!
Mia mamma ha apprezzaro molto le piante che le avete regalato e i
manghi. Se n’è mangiato uno subito! Mio papà mi ha chiesto molte
cose sulla realtà del Senegal e abbiamo parlato della vostra permanenza qui e delle possibili visite a vivai in Italia. Fammi sapere come
stai e quando arrivate in Italia.Ti abbraccio fortissimo mia cara Celestina.
Prego per te e ti sono vicina, come in quest’ultimo mese.
Roberta Borgomanero 30 luglio 2011
ROBERTA 2
Ciao cara Celestina non posso non pensarti tutti i giorni qui dall’Italia.
Il Senegal mi manca molto, mi mancate molto tu, Keba, Franca e i
bambini di Sowane.
Oggi ho preso Radici in biblioteca e lo leggerò. L’ho iniziato ed è
bello...
Vorrei che mi sentissi vicina anche se sono a 5000 KM di distanza.
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Alla fine la distanza fisica non conta molto..ti abbraccio forte e ti
aspetto quando arriverete in Italia. Ti voglio bene
Roberta - Borgomanero, 2 agosto 2011
RISPOSTE DALL’AFRICA
Cara Roberta,
Sto per andare a dormire, e aspetto che torni l’acqua per fare la doccia.
Ho aperto e leggo il tuo messaggio.Ti dico solo poche parole, ti siamo
vicini e ci manchi tantissimo, più di quanto tu possa immaginare, credimi. Ti racconterò...
Scusami se non ho risposto alla tua precedente.
Fa un caldo torrido, stasera è piovuto un po’, ma non è servito a
nulla.
Nei prossimi giorni prenoteremo verso il 10 settembre, per venire in
Italia..
Speravo di potermi riposare in questi giorni e potermi preparare per
il viaggio, ma per ora non è proprio possibile.
Per fortuna che posso pensare a te e a Thomas, e a tutto quanto abbiamo vissuto insieme: mi aiuta a sopportare.
Goditi Radici, vedrai come ti chiarirà tante cose..E aspettaci. Intanto
sii certa che sei più che vicina a noi tutti.
Con affetto Celestina, Keba e Francesca
(che ti manda un saluto particolare)!
2 agosto 2011
Qualche giorno dopo, Roberta fu contattata da un giornalista della sua zona,
che, saputo della sua esperienza in Senegal gli ha chiesto di scrivere qualcosa.
Al momento in cui lo trascrivo nessuna pubblicazione è stata fatta, ma Roberta mi ha autorizzata a riportare le sue riflessioni, espresse sulla base degli
argomenti in titolo.
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INCONTRO CON UNA REALTÀ
SUGGESTIVA
Ho incontrato Celestina, 71 anni, tramite Don Mario Bandera, Direttore del Centro Missionario Diocesano di Novara, è lui che mi
chiede se voglio andare in Africa a luglio 2011, perchè Celestina chiede
una presenza femminile per le alunne che parteciperanno alla “colonie des vacances”con gli altri alunni selezionati, il cui punto di riferimento è stato invece un volontario, Thomas Vaglietti, di Borgomanero,
che per il terzo anno sarebbe ritornato in Senegal a gestire la Colonia.
Celestina a 50 anni va in pensione dopo 30 di lavoro in Provincia
(Novara). E’ single, i genitori muoiono e lei rimane sola a Novara,
dove la vita da zitella, a detta sua, è squallida.
Decide di partire per l’Africa, dove si occuperà di sociale, di fare
qualcosa per qualcuno. Le viene proposto il Senegal. Lei va.
Incontra poco dopo Keba, scout che da sempre si occupa di sociale
nel suo Paese, un uomo che non vivrebbe mai nella “ricca” Europa,
ma che ha deciso di lavorare nel e per il suo Paese e Continente. Iniziano a lavorare insieme per la riqualificazione di Sowane, uno dei 12
villaggi in Senegal ex lebbrosari.
I coloni francesi avevano creato infatti alcuni villaggi “artificiali” nei
quali avevano collocato i lebbrosi e rispettive famiglie, ghettizzandoli
per evitare il contagio.
Ora Sowane porta con sè ancora qualche residuo di questa maledizione, come era considerata la lebbra: dire di provenire da Sowane non
è facile per i suoi abitanti, ma è ormai ben avviata la strada della normalizzazione di questo villaggio, che ha una sua scuola materna, e una
primaria, un piccolo Centro di Salute, una Chiesa, una Moschea, vari
pozzi per l’acqua, alcuni bagni privati per le abitazioni dei più disabili,
un mangheto. Vi vivono 350 persone, la maggior parte di religione
musulmana.
Circa 10 famiglie sono cattoliche, la convivenza è pacifica e rispettosa. Meno di 40 persone, tutti anziani, portano su di loro i segni della
lebbra, ma sono ormai guariti. I bambini ed i loro genitori, sono sani.
Incontro Celestina in aeroporto a Dakar, dopo un viaggio lunghissimo e pieno di ritardi, nella notte del 5 luglio.
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Vivo a casa sua, per un mese, a contatto diretto con una coppia
molto particolare: lei bianca, occidentale, italiana, cattolica, donna; lui
nero, africano, senegalese, musulmano, uomo.
Insomma una convivenza interessante, anche se non facile. Celestina
ha scelto di ricominciare una seconda vita in un altro posto del mondo
non scontato, e tutti i giorni incontra e si scontra con una cultura e un
modo di pensare totalmente diversi da quelli da cui lei proviene.
L’ESPERIENZA SENEGALESE
Sono andata in Senegal con un obiettivo preciso: quello di lavorare
con 12 bambini per due settimane. I 12 migliori allievi delle ultime
classi della scuola elementare di Sowane infatti vincono da ormai tre
anni una vacanza presso la famiglia Aidara (Celestina è la Madrina
del villaggio), la Colonie des vacances, cioè una specie di campo scuola
di 15 giorni a sud di Dakar, nel paese di Bargny-Miname, vicino all’Oceano Atlantico.
I bambini in questo modo sono invogliati tutto l’anno a lavorare seriamente, a studiare molto, a dare il meglio di se, per poter vincere la
possibilità di vivere una vacanza lontano dal villaggio, vicino al mare,
in un posto diverso, per fare esperienza pedagogica nuova.
La Colonia offre ai bambini l’opportunità di imparare nuove cose
grazie alle escursioni educative che si fanno: la Casa degli schiavi sull’Isola di Gorée fa ragionare noi adulti e i bambini senegalesi su ciò
che fu la tratta dei neri, le sue origini, le condizioni di vita degli schiavi,
il segno indelebile che questo pezzo di storia lascia in ogni africano,
ma anche in noi occidentali.
Visitiamo il Museo sorto nella casa padronale di Senghor, il primo
Presidente del Senegal indipendente dal 1960 al 1980; uomo di cultura, poeta letterato, che grazie al suo impegno politico ha reso il Senegal un Paese pacifico e rispettoso dell’uomo, e che grazie al concetto
della “Negritudine”, da lui coniato, ha restituito all’Africa tutto il merito di essere terra piena di cultura e di caratteristiche sue proprie e di
ricoprire un posto importante a livello mondiale nello sviluppo culturale stesso.
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L’Africa con orgoglio, secondo Senghor, può rivendicare qualità peculiari proprie dei neri e deve confrontarsi con l’Occidente al fine di
creare quel confronto fecondo tra popoli così diversi, che culturalmente possono crescere solo se si rispettano e accolgono l’altro per
come è, senza pretendere di assimilarlo a sè.
Poi coi bambini abbiamo giocato tanto: abbiamo dipinto le nostre
magliette, fatto volare gli aquiloni nel cielo, costruito giochi con materiale povero, ballato e cantato, parlato molto per conoscerci, mischiato italiano francese e “serère” (l’idioma di Sowane), per capirci.
Abbiamo fatto lo sforzo bellissimo di venirci incontro, letto libri e
raccontato storie; abbiamo fatto lunghe passeggiate nella savana circostante, fermandoci a riposarci sotto i baobab enormi e stupendi, abbiamo fatto il bagno nell’Oceano, che molti di loro non avevano ancora
visto.
QUALCHE RIFLESSIONE CONCLUSIVA
Chiunque può fare la mia esperienza. Non è nulla di speciale.
Quello che ha spinto me a partire è stato il desiderio di vedere con i
miei occhi l’Africa, respirare l’aria e gli odori, camminare sulla trerra
di questo Continente, sono partita per incontrare i bambini, per questi bambini.
E per me che lavoro con bambini “pallidi” tutto l’anno nelle scuole,
incontrarne di così scuri e diversi anche solo a livello di pelle, è sembrata una bella scommessa ed una bella esperienza fin da subito. Sono
partita per essere io una volta in minoranza, l’unica ad essere bianca,
a non sapere bene la lingua francese.
Credo che viaggiare, in un certo modo con uno stile rispettoso del
paese in cui sto per andare e delle persone che sto per incontrare, sia
uno dei modi migliori per informarsi e conoscere dal vivo la realtà di
un posto. L’informazione che giunge nelle nostre case è parziale, a
volte non vera, ed io faccio sempre più fatica a bermi qualsiasi cosa
mi si propini. Il viaggio in Senegal mi è servito per andare al nocciolo
di alcune questioni, per avere davanti a me persone che sono nate ,
che vivono e che probabilmente vi moriranno senza mai poter uscire
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dal loro Paese e che mi possono raccontare com’è la loro vita davvero.
Quando vai da qualche parte con la volontà di assorbire un altro
modo di stare al mondo e con la libertà di farti scardinare alcune categorie mentali che hai nella testa, puoi davvero incontrare un’umanità
che è diversa da te. Ma che in realtà ti appartiene, in quanto tutti condividiamo la condizione di esseri umani.
Credo sia bello avere il desiderio di qualcosa di essenziale, di concentrarsi e non distrarsi, come invece tutto ti porta a fare qui nel ricco
e benestante Occidente, il desiderio di andare alle radici.
RICORDI: IL PASSATO NEL PRESENTE
Da Catania al Senegal
Carissima, Dio mio, sono passati ben cinque anni dall’ultima volta
che ho ricevuto tue notizie!
Penso spesso a te, a come stai e se ti sei pentita del tuo passo così coraggioso, di cambiare totalmente la tua vita. Ma solo oggi ho trovato
un piccolo spazio di tempo per scriverti.
Si corre sempre, si fanno mille cose e spesso ci si dimentica di quelle
più importanti come le amicizie; anche se la nostra era solo l’inizio di
una quasi amicizia, comunque era nata una simpatia istantanea, e poichè le amicizie sono troppo rare e quasi estinte, si devono curare anche
le simpatie.
Ed eccomi qua! Il tempo passa cosi veloce! Strano, da giovane sembrava non passasse mai, invece ora, dopo i 40, tutto va così in fretta.
Oggi è il compleanno di mio Padre: 79 anni, e come avrai capito dal
tono della mia lettera questi 79 mi trasmettono tanta ansia, preoccupazione e malinconia, invece di essere semplicemente felice di poter festeggiare questi 79 insieme alla mia Mamma, i miei figli e mio marito.
Sono immensamente grata che i miei stanno bene, e che ho la fortuna di avere ancora tutti e due in vita, ma rimpiango di aver dato
spesso priorità a cose meno importanti del tempo da passare con loro.
Basta!
Tutto sommato, stiamo tutti bene. I miei figli crescono e l’adole135
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scenza si allontana, mio marito ed io lavoriamo tanto tanto tanto, sempre al Villaggio.
Ci occupiamo sempre di equitazione, gente nuova e gente vecchia,
ma forse con meno entusiasmo di prima.
Insomma, siamo tutti più stanchi. Potremmo essere tutti così “felici”
anche con poco, ma siamo sempre alla ricerca, di che cosa non si sa o
se si sa, non si riesce ad ottenerlo o costa troppa fatica!?
E tu spero di cuore che stia bene e che sia serena e contenta.
Mi piacerebbe tanto sapere di più di te e di come hai trovato la forza
di superare tutte le difficoltà che presumo avrai dovuto affrontare.
Ci sarebbe ancora tanto da raccontare, ma il mio tempo a disposizione è finito e mi aspettano a pranzo. E’ il pranzo del compleanno di
mio Padre.
Elisabeth
26 gennaio 2000
Dal Senegal a Catania
Carissima Elisabeth,
come posso esprimere a parole il piacere di ricevere la tua lettera?
Già quando ho visto la busta, il mio cuore ha fatto un balzo. Ed eccoci
qui, dopo dieci anni più o meno dalla mia esperienza catanese, e dal
nostro incontro, con una serie incredibile di avvenimenti che hanno
riempito sino ad oggi la nostra vita.
Tu, con la tua bella famiglia, un lavoro emozionante e simpatico, e la
grande fortuna di avere ancora i tuoi genitori vicini e in buona salute,
ma tutto velato, come è ineluttabile, da inquietudine e malinconia per
il tempo che comunque non si ferma. Per me in fondo non è molto diverso.
Presto avrò 60 anni, e mi trovo una famiglia già fatta, con tentacoli
da ogni parte, perchè non so dove finisce.
Ho sposato il padre dei bambini di cui mi occupo da tempo, un matrimonio sereno realizzato al tramonto della vita, che mi aiuta a dimenticare tanti anni di assoluta solitudine, ma non privo di certi
problemi a causa della differenza di...pelle, ma anche del mio carat136
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tere di vecchia zitella inacidita e spesso intollerante. Eppure è un buon
sodalizio.
Keba è anche il mio braccio destro, e stretto collaboratore nella realizzazione dei progetti sociali che impegnano la mia vita in terra
d‘Africa. Ex lebbrosi da sostenere, bambini abbandonati da “sistemare”, famiglie bisognose cui dare una mano (spesso, direi, solo un
pezzetto di unghia!), giovani studenti senza mezzi da incoraggiare,
casi continui di sopravvivenza quotidiana, ecco il mondo che ho scelto
per portare a termine la mia esistenza!
Come sai, l’input per partire fu la morte di mio padre e la freddezza
che sentivo intorno a me.
Ma ad ogni rientro in Italia, cui sono costretta ogni anno per i controlli medici, nuovi amici mi cercano, mi ascoltano, mi aiutano, aggiungendosi alla schiera esistente.
Così oggi ci sono bambini cui fu dato il nome di alcuni delle persone
che se ne occupano a distanza, strutture in memoria di qualcuno scomparso, organismi che hanno fiducia nel nostro operato. Tengo la “contabilità” di tutti i casi, e sono disponibile per coloro che vengono qui
in visita o semplicemente in vacanza.
Non ho tempo per i rimpianti, che cosa posso rimpiangere poi? Eppure a volte la tristezza mi fa compagnia, la tristezza per l’impotenza
di fronte a storie disperate, per l’impossibilità di dare di più, per la
stanchezza fisica di qualche primavera di troppo, e anche, lo ammetto
per un po’ di nostalgia del tempo che fu.
In tutto questo c’è però anche tanta gioia: il sorriso di un bimbo, la
stima delle persone, l’amore che ho trovato in mio marito e nei nostri
ragazzi, e soprattutto una grande fede nella Divina Provvidenza che
non mi ha abbandonato mai.
La società in cui viviamo è spesso difficile: la mia pelle bianca è ancora simbolo di diffidenza e non mancano coloro che cercano di approffittarne. In tutto questo, resta un punto fermo: il contatto con
coloro che mi hanno conosciuta ...nell’altra vita, e che mi gratificano
della loro stima, simpatia o amicizia. Come te, cara Elisabeth, che ricordo con vero affetto.
Celestina
6 aprile 2000
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I 150 DELL’ITALIA - DAL SENEGAL:
SIAMO ITALIANI NEL MONDO
In occasione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’Associazione “Novaresi nel Mondo”(di cui sono uno dei soci “pionieri”) ha chiesto se e come noi riusciamo a seguire all’estero gli avvenimenti di questo anno
speciale.
Ecco il mio pensiero.
Ho sistemato un po’ di carte, ho chiuso la porta a tutti i problemi che
ci accompagnano ogni giorno e mi concentro per esporre i miei pensieri, anche se...non c’è corrente dall’alba: per spedire a Novara si
vedrà.
I 150 anni dell’Italia? Quando riesco ad entrare in Internet cerco le
notizie relative e trovo solo... discussioni. Le televisioni (locale e francesi) non lo ritengono argomento da prima pagina, considerate le tragedie che avvengono giornalmente nel mondo.
Un amico mi ha indicato un sito, un “ricordo” con Inno di Mameli,
foto di immigrati del primo novecento e della seconda guerra mondiale, un finale pavarottiano: ho pianto, lo giuro.
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Ho ripercorso la mia vita dal dopoguerra (ho solo sprazzi di ricordi
degli anni precedenti), quando il senso della nazionalità era molto
forte, quando gli italiani sopravvissuti, non solo ai bombardamenti,
ma a tutte le conseguenze dei disagi, delle perdite, delle delusioni e del
dolore, con energia si misero a ricostruire, dentro e fuori di loro.
Nel 1961 vissi la gioia e la fierezza di essere italiana. Nel ’68 superammo gli avvenimenti che portarono a tanti cambiamenti dolorosi. E
poi?
Che dire di oggi? Siamo italiani, ma quanti ancora se ne sentono orgogliosi? Non entro nel merito della situazione attuale, nella quale
tanti valori sono calpestati, o addirittura scomparsi. Prego solo che i
pochi (o forse tanti!) che si sono salvati da tale disastro, disorganizzazione e...non continuo... come si dice pochi ma buoni, trovino la forza
di calpestare tutto questo male.
Che i sacrifici di chi ha fatto l’Italia, di chi ama e sostiene questo nostro meraviglioso Bel Paese, non siano vanificati, anche se oggi sembra
tanto difficile.
Noi, Novaresi, ma non dimentichiamolo, Italiani nel Mondo, dobbiamo lanciare questo monito. Italiani, non abbandonate nel vostro
cuore, nelle vostre azioni, nell’educazione dei vostri figli, nelle vostre
campagne di vita, la nostra ITALIA: gli uomini se ne vanno, ma non
le tradizioni.
Lei è sempre là, lo stivale ben piantato, ma sempre scalpitante, verso
una meta di pace, solidarietà e tanto amore.
Ecco il mio pensiero di Novarese nel Mondo. Qui in Africa, lontano
dalla mia Patria e dove ho scelto di vivere una missione di carità, il
mio cuore è sempre vicino a tutti coloro che continuano la loro opera
per far grande il loro Paese, anche se, è triste ammetterlo, leggendo i
media, non capisco più chi siano.
E che non sia una mera illusione!
Un abbraccio forte forte a tutti i “Novaresi nel Mondo” con l’augurio di continuare al meglio la loro attività, ma col pensiero costante
alla terra che hanno lasciato.
A presto Celestina
Senegal, marzo 2011
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UN PREMIO MERITATO
Cara, carissima, Celeste,
Quante belle parole! Troppe, davvero, ma sinceramente, poichè vengono da te, molto molto apprezzate. Tu hai ricevuto (tu sì meritatamente mille volte) lo stesso riconoscimento, e sai come vanno le cose.
Da un lato si è contenti e quindi non bisogna esagerare con la modestia che in certe circostanze è decisamente fuori posto. Dall’altro lato
mi rendo ben conto che ci sono molte persone che, nel nascondimento,
vivono la carità cristiana in misura e in modo che meriterebbero altro
che il “Cortinovis”. Io ti dirò... ”vendo bene la mia merce” e quindi...
Va bè! Ma che tu aggiunga fierezza, gioia e tante altre belle cose, ebbene sì, sono contento. Credo di capire la sincerità dei sentimenti
anche se i meriti sono inferiori alle lodi. Da te accetto questo ed altro
ancora. Ma tu rientri nel numero molto esiguo delle persone che fanno
parte della ristretta cerchia più vicina al cuore! (quindi vedi bene che
seleziono un po’, altro che carità cristiana!!).
Ed è abbastanza vero che con tipi... come noi sulla breccia, se non
tutte, certo un po’ di cose al mondo vanno meglio!!!
Saluta il mio caro Amico Keba, sono contento di come vanno le cose
nella sua amata Casamance. A te posso mandare un abbraccio molto
affettuoso e... lungo.
Angelo
PS: Il CMD lavora; 2)Don Mario sta tornando dalla visita in Tchad;
3)La Diocesi si prepara all’anno dedicato ai bambini secondo quanto
indicato dal Vescovo; 4) Ci sono ovviamente molte iniziative in favore
delle popolazioni vittime dello tsunami, il CMD si appoggia ai Missionari e Missionarie del PIME operanti laggiù e su loro indicazione
daremo una mano alle genti delle isole Andamane e Nicobare (India);
5) il nostro grande Vescovo emerito Mons. Del Monte sta molto male
ed è molto difficile un miglioramento, ricordiamolo nella preghiera;
6) Qui fa un freddo... bestia, come gli inverni di una volta e l’influenza
domina.
Angelo Spinatonda, Presidente del Centro Missionario Diocesano di
Novara e Direttore della “Casa Speranza” Centro di accoglienza immigrati e non, insignito per il 2004 del Premio alla Bontà Cristiana
“Angelo Cortinovis”.
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NOVARA MON AMOUR
Celestina Fortina, la sua Africa
A cura di Gianfranco Capra
Simpaticissima ragazza, nata a Milano nel 1940, e trasferitasi a Novara dopo il forzato sfollamento della guerra, Celestina Fortina, semplicemente nota come “la Celestina”, si diede un gran da fare negli
anni della giovinezza nel tanto o poco tempo libero che le lasciava il
lavoro presso l’Amministrazione Provinciale di Novara. Siamo negli
anni Sessanta, quelli del “miracolo economico”. S’avvicinò prima al
mondo della politica (in Provincia imperava Nicolazzi dai mille tentacoli), poi a quello dei “ragazzi bene”, quelli che correvano i rally,
specialità automobilistica che ebbe il suo avvio boom proprio a metà
degli anni ’60. Allora si correvano soltanto il rally di Sanremo e quello
di Montecarlo. Il resto erano corsette per gentlemen definite “gare di
regolarità”.
Il boom scoppiò improvviso, ma era nell’aria. I giovani di allora che
ne avevano la possibilità (figli di imprenditori, di grossi commercianti
o di professionisti) erano in grado di accostarsi al rally acquistando
una Lancia HF 1600 oppure una FIAT 124 Sport Spyder. I più sfiziosi
potevano permettersi una poderosa Porsche 911 S. Il rally era un
mondo particolare, ricco di umori, di vitalità e di giovinezza.
Noi avevamo la fortuna di viverlo in presa diretta, pur non essendo
piloti.
Celestina si immerse in questo mondo, ragazza brillante e dalle immense capacità organizzative. Le piacque questo mix di giovani ricchi un po’ scapestrati e di “parvenu” che tentavano di darsi un quarto
di nobiltà. Alla prova del sangue pochissimi risultavano di sangue
blu... Riuscì simpatica a tutti, e nel 1969 fu nominata segretaria organizzativa del neonato “Club Tre Gazzelle” un gruppo di amici e di appassionati dell’auto che si ingrossava anno dopo anno, sino a
diventare un “cult” nel mondo dello sport dei motori.
La Celestina visse spensieratamente quegli anni rallistici e sportivi,
girando tutta l’Italia e vigilando su iscrizioni, rifornimenti, prenotazioni alberghi, cambi di gomme, assistenza culinaria, dall’ufficio che
il Tre Gazzelle, scuderia di “sciur” (di ricchi Nda), aveva aperto nella
sua sede in piazza Martiri, sopra alla litografia Torri.
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Celestina fu una segretaria organizzativa formidabile. L’andazzo
andò avanti alcuni anni, precisamente sino al 1974, quando dilagò la
crisi energetica. Il costo della benzina e dei carburanti in genere aumentò in modo spropositato e i giovani piloti furono costretti (dai loro
padri saggi ed avveduti) a segnare il passo.
Intanto, dopo il pensionamento presso l’Amministrazione Provinciale nella Celestina Fortina era spuntato un nuovo germe, piccolo piccolo, ma che piano piano si ingrandiva senza far rumore, penetrando
bene nella coscienza della ormai matura signorina.
Il virus del volontariato. E la “Cele” com’era nel suo stile, entrò a
piedi pari in questo nuovo settore e si innamorò della sua nuova sorprendente situazione, fino a guadagnarsi nel 1996 il Premio Cortinovis assegnato ogni anno dalla Diocesi di Novara a personaggi del
mondo del volontariato.
Diventa Volontaria laica. Va in Africa nel 1994, conosce quel mondo
di estrema povertà, si innamora del senegalese Keba, padre di quattro
figli e lo sposa. Adesso il suo stato civile è Celestina Fortina Aidara,
abita a Miname-Bargny, non lontano da Dakar, Senegal, Africa.
Ci ha scritto qualche anno fa in occasione dei quarant’anni della scuderia Tre Gazzelle, salutando virtualmente tutti gli amici della giovinezza.
Ci ha scritto l’altro giorno informandosi della nostra salute fisica.
Oggi è madrina di un villaggio di ex lebbrosi. Con la collaborazione
del marito, in quindici anni di lavoro, ha cercato di dare una dignità
umana a coloro che sono sempre stati considerati “intoccabili”, inavvicinabili.
Ha lavorato giorno e notte per inseguire il suo sogno di aiutare gli
altri. Cura a Dakar anche un vivaio di piante, di alberi da frutta, impiegando o insegnando a giovani bisognosi.
Cura una famiglia numerosissima: quattro figli del marito, più altri
quattro adottati, oggi già padri o madri di famiglia.
Non basta: Celestina ed il marito hanno un’altra piccola bambina,
nata nel 2005, Francesca Angela.
Affermano che sarà la gioia della loro vecchiaia. Soprattutto avrà
un futuro come essere umano, questa bambina fortunata. Piange il
cuore alla volontaria laica Celestina, obbligata a chiudere gli occhi davanti alla miseria e all’indigenza che incontra giornalmente sulle
strade del Senegal.
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Chiude la sua lettera sperando che la salute l’assista fino all’ultimo.
E’ una donna fortunata Celestina, ex segretaria della scuderia Tre Gazzelle. Ha fatto in tempo a trovare la strada maestra della sua vita e la
sua personale Africa. L’ammiriamo e la invidiamo, benevolmente.
Gianfranco Capra (giornalista e scrittore novarese, era l’addetto stampa
della Scuderia Automobilistica Tre Gazzelle negli anni ‘60/’70.
Ci siamo contattati in occasione del quarantennale, quando mi chiese un...
tuffo nel passato- N.d.A.)
(Corriere di Novara- agosto 2011)
UNA LETTERA DAL SENEGAL...
Cari Amici della gloriosa Scuderia Tre Gazzelle, il piacere di avere
notizie del “risorto Tre Gazzelle”ha certamente superato la sorpresa
per la vostra e-mail. Rispondo alle vostre questioni... nello stesso stile
delle stesse. Mi chiamo sempre Celestina Fortina, ora in Aidara, abito
alla periferia di Dakar, Senegal, Africa.
- DI BELLO: sono madrina di un villaggio di ex lebbrosi, nel quale,
con la collaborazione di mio marito in 10 anni di attività abbiamo cercato di dare una dignità umana a coloro che come al tempo di Gesù
sono sempre considerati intoccabili. Non vi sto ad elencare le opere,
non è il caso, l’importante è poter continuare a farne, con l’aiuto di Dio
e ...degli amici novaresi. A Dakar abbiamo un vivaio di piante e alberi
da frutta, dove lavorano o imparano il mestiere giovani bisognosi,
anche del mio villaggio. Oggi abbiamo con noi una piccola meravigliosa bambina, di due anni: è la gioia della nostra vecchiaia, ma soprattutto un gran bene per il suo futuro di essere umano.
- DI BRUTTO: dover rifiutare richieste di nuovi aiuti quando sono
superiori alle nostre forze, chiudere gli occhi davanti alla miseria e all’indigenza che trovi sulle strade, soprattutto qui a Dakar, e dover fare
i conti con la salute non sempre all’altezza della situazione.
- UN FLASH DI RICORDO DEL 3G: qualcosa appartenente ad un
bel passato, spensierato, simpatico, che resterà sempre nel mio cuore.
Cari saluti a tutti,
Celestina, giugno 2007
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BIANCO ZUCCHERINO
PER UN SORRISO NERO
Una gita in Senegal, una partenza dettata dal desiderio di evadere
dalla routine quotidiana, verso paesaggi di suggestiva bellezza, ed un
rientro con il cuore rigenerato dal contatto con un popolo umile e sincero, che chiede solo un po’ di amore.
Ogni anno, migliaia di turisti s’imbarcano su aerei charter o di linea,
diretti verso Paesi lontani: ecco l’optional più ambito, che siano lontani, per lasciare più spazio possibile tra essi ed il proprio mondo. Si
parte con intenzioni di rilassarsi, di divertirsi forse, e soprattutto di
scoprire mondi e popoli nuovi, o molto semplicemente per cercare un
conforto alternativo alla perdita di un genitore impossibile da accettare
nel proprio ambiente. Si vivono otto o quindici giorni diversi, per poi
rientrare nella routine, ai problemi, alla nebbia o alle zanzare, a seconda delle stagioni. E questa è per lo più la norma. Non c’è eccezione
a tale norma. Le premesse sono identiche: una partenza per la vacanza
di fine anno, la voglia di non passare assolutamente le feste tra la solita gente o addirittura in solitudine. Vai quindi all’agenzia viaggi,
dove conoscono i tuoi gusti, e ti affidi a loro. E’ un po’ tardi per altri
siti, ma ce n’è ancora in Senegal. Si, mi sta bene, ma ci sono già stata
lo scorso anno....però ero al nord, mi manca la Casamance, la regione
meridionale di cui ho tanto sentito parlare e sempre entusiasticamente,
turisticamente parlando. Se però vuoi partire da Malpensa (che per
noi novaresi è l’optimum in stagione di nebbia) devi farti due settimane, altrimenti c’è posto solo da Verona. A fine dicembre è una follia! Dunque, sta bene per le due settimane, anzi tutto sommato è molto
meglio, così ci sarà il tempo di girare un po’, non solo per riposarci.
D’accordo. E si parte.
E si arriva. Ed è subito colpo di fulmine. Non è il primo incontro col
Senegal, come dicevo, sono felice di tornare nel Paese dei baobab, i
mastodonti della flora africana tropico-equatoriale, ma la Casamance
è una vera scoperta. Una bellezza misteriosa, entusiasmante, magica.
E loro, i dignitosi e “ribelli” Djiola, i possenti Wolof, i bellissimi mandinghi, e soprattutto i bambini, tanti, sorridenti, stupendi.
La prima escursione è un assaggio della foresta tropicale, in jeep, attraverso una radura dove, tra gli immensi fromagers (in Casamance
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sono molto più numerosi dei baobab e decisamente più imponenti)
sorgono villaggi tribali coperti di polvere: qui la polvere regna sovrana, anche se meno che al nord, e benchè la vegetazione sia più che
rigogliosa, viste le vicinanze del fiume che dà il nome alla regione. E’
il primo impatto con i giovanissimi senegalesi. Rincorrono il nostro
fuoristrada, con le braccia tese, quasi un disperato appello ai “ricchi turisti” (o come appresi negli anni successivi “ai tubab” che vuol dire
uomo bianco); se poi ti fermi, è l’assalto, pur cauto e dignitoso. Puoi
donare qualsiasi cosa, ma non ci sei preparata, non hai nulla, e ti senti
un verme. All’escursione successiva, che dopo un percorso in piroga
tra i vari rami del grande fiume ci porterà all’Isola Carabane –vi venivano assemblati gli schiavi raccolti nell’interno prima di inviarli alla
più tristemente famosa Isola di Goré, davanti a Dakar luogo di partenza per le Americhe- arrivo con il gruppo degli italiani al primo vero
villaggio fluviale.
Sbarcando dalla piroga, ti si affolla intorno un nugolo di ragazzini,
piccolissimi, alcuni non camminano ancora, e sono trascinati dai più
grandicelli, ma tutti sotto i sei-sette anni, perchè gli altri (lo vedremo
poi) sono a scuola. Sembra un rito: ognuno si “sceglie” un tubab, gli
tende la mano, non per ricevere qualcosa, semplicemente per tenerla
fra le sue. E per tutta la visita al villaggio –le donne ti mostrano i loro
tuguri, non saprei trovare un altro termine per definire le loro misere
abitazioni- la bimba che ti ha scelto ti accompagna, stringendosi a te in
una sorta di disperato bisogno di umanità.
Ci viene spiegato che nel villaggio, per lo più di religione musulmana, ogni uomo ha almeno tre mogli, ed ognuna di esse ha una
media di sei figli: come possono trovare il tempo per dedicarsi esclusivamente ad uno solo di loro, visto che da esse dipende l’andamento
famigliare? Gli uomini sono lontano, magari proprio in Italia, rincorrendo un sogno spesso illusorio, mentre le famiglie cercano di sopravvivere. Le donne - ne vediamo alcune mentre navighiamo - sulle
rive provvedono alla raccolta delle ostriche, caparbiamente attaccate
alle radici delle mangrovie, praticamente l’unica vegetazione per chilometri e chilometri lungo le rive del fiume.
Al villaggio, le vecchie vicino ai bracieri fanno la cucina, gli adolescenti, che non possono permettersi di frequentare scuole superiori,
aspettano...che il tempo passi, qualche venditore ambulante di oggetti
artigianali (li troveremo dappertutto) passeggia tra i cortili, e infine
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bambini, polli e suini, in una mescolanza naturale. Sono crude descrizioni di una realtà che si incontra. E così sarà per la maggior parte dei
villaggi che visiteremo nei giorni successivi, soprattutto quelli più addentro, nella foresta, o lungo gli altri rami del fiume. Sempre lo stesso
copione, ma adesso non siamo più sprovveduti. Al ristorante dell’albergo ci siamo muniti di marmellatine, mandarini e zuccherini. Abbiamo comperato caramelle. Io mi sono portata anche le saponettine,
avendo notato che sono molto gradite dalle giovani donne. L’unico
rammarico, non averne abbastanza per tutti.
Quello che più colpisce è la dignità nel prendere ogni cosa che viene
loro afferta. Non sono invadenti, come mi accadde di vedere in Egitto,
dove i ragazzini arrivano ad accoltellarsi per una biro. Qui i più grandicelli, che tengono per mano o in braccio un piccolino, ti chiedono
con gli occhi di dare qualcosa anche a loro. E’ commovente, e ti tocca
il cuore. Potrei continuare all’infinito a descrivere queste scene, che si
ripetevano con nuovi personaggi e in diversi luoghi: sempre però ti
allontanavi dai loro sguardi sorridenti, da quegli occhioni incredibilmente vivaci ed espressivi, con un qualcosa in più, difficile da dimenticare.
Mi viene da pensare se questo genere di escursioni, mirato alla visita
di un popolo, di un modo di vivere e non di vestigia del passato o di
opere d’arte, anche se qui la natura stessa è un’opera d’arte, non sia
fatto apposta per toccare l’animo dei turisti: in fondo, se così fosse, non
è poi tanto male, anzi! E spesso lo scopo è raggiunto.
Resta il fatto che, tornata a casa, non ho fatto altro che prepararmi...a
ritornare laggiù, ma questa volta ho preparato una valigia piena di
tutto quanto ho potuto trovare, dai quaderni e matite a indumenti per
ogni età. Appena tutto è stato pronto, sono tornata in Casamance.
Solo 5 giorni, più i due del viaggio, sono stati sufficienti per visitare
altri villaggi, tra cui uno riservato ad una comunità di lebbrosi, dove
ho potuto consegnare indumenti e oggetti, la maggior parte rigorosamente nuovi!, messimi a disposizione da amici novaresi che hanno
aderito spontaneamente alla mia iniziativa. Così, girando non più da
turista, ma con uno scopo meno egoistico, ho avuto la fortuna di scoprire nuove possibilità per aiutare questo stupendo popolo.
Perchè il vero Senegal non è quello illustrato dalle guide turistiche,
o la sede degli ultimi Campionati Africani di Calcio. E’ un Paese, come
ha proclamato Papa Giovanni Paolo II, che ha bisogno di tutto il no146
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stro aiuto. E poi, tutti quei bambini, come non si può rimanere toccati
dai loro sguardi dolcissimi, dai loro sorrisi innocenti, che non hanno
conoscenza di alcun benessere, a parte la ciotola di riso quotidiana?.
”Tutti i bambini, a qualunque razza appartengano, hanno la bellezza
della loro innocenza, ma quelli che ho incontrato ed ho avuto la fortuna di fotografare hanno una bellezza in più: il retaggio dei loro antenati portati in catene per nuovi mondi, il cui sacrificio ha reso oggi
un popolo libero, anche se tanto povero da accontentarsi di uno zuccherino, donato quasi con vergogna in un tovagliolino di carta”
Celestina Fortina
(Articolo pubblicato sulla Rivista “NOVARA MESE” - giugno 1992)
UN EDITORIALE
COME GRAZIE !
Sono stati tanti a telefonare in redazione chiedendo come mai abbiamo sospeso la pubblicazione della rubrica “Notizie dalla Francia”,
a cura di Jehan Baptiste De Monleon. Il motivo è semplice e chi ha
chiamato ha capito ed apprezzato: Jehan Baptiste, che è un collaboratore assai prezioso, un paio di settimane prima di Natale è partito per
la Jugoslavia. Non solo è un ottimo fotografo-giornalista, ma è anche
uno dei pochi esperti riconosciuti dalla CEE nel soccorrere le popolazioni in difficoltà. Alla mia domanda se sapesse quando sarebbe tornato, ha risposto: ”Quando non avranno più bisogno di me...” Non
finimmo l’ultima chiamata che riuscì a farci perchè cadde la linea. E
non ho più avuto notizie.
Poco dopo Natale era anche partita Celestina Fortina, preziosa collaboratrice in Piemonte: anche lei è stata via per motivi umanitari. Suo
luogo d’operazione un lebbrosario in Senegal. Ha portato gli aiuti che
è riuscita a raccogliere (ben pochi duole notarlo nell’ambiente ricco
dell’equitazione) e si è fermata per aiutare. Due mesi tra lebbrosi ed invalidi da lebbra. Non è una vacanza. Eppure ha voglia di ritornare e
lo farà non appena sarà riuscita a “rifare il pieno” delle cose da portar
giù. Beh ve lo confesso, mi fa piacere avere tra i collaboratori di Oxer
della gente così. Grazie Jehan e grazie Celestina.
Mario Palumbo
(Direttore della Rivista di Equitazione “Oxer”- aprile 1993)
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SENEGAL: IL BAOBAB,
ALBERO GIGANTE CHE ISPIRA SENTIMENTI
Verso la fine del 2011 l’Associazione “Novaresi nel Mondo”, di cui
mi onoro essere “socia pioniera”, nella persona del suo Presidente
Paolo Bossi, chiese ai vari novaresi nel mondo di inviare una testimonianza che illustrasse il Paese che avevano scelto per vivere, una
spigolatura su un qualunque soggetto, che potesse “parlare” della loro
nuova Patria. Scelsi l’albero feticcio del Senegal, e inviai quanto mi
venne dal cuore.
Paolo lo pubblicò sul sito dell’Associazione e ve lo riporto qui nella
sua integralità, con la premessa del Nostro Presidente.
Spero vi farà piacere.
(Dal sito www.novaresinelmondo.it/soci.php)
Continuano a pervenirci i “saluti dal mondo”dei nostri soci, questa
volta dal Senegal, Paese africano vasto come due terzi dell’Italia e colonia francese sino al 1960.
La nostra socia “pioniera” Celestina Fortina vi si trova da quasi vent’anni e con il marito senegalese Keba e altri amici, è stabilmente impegnata, come missionaria laica coordinata dal Centro Missionario
Novarese, in molteplici attività umanitarie a favore di famiglie, giovani e anziani sfiorati o spesso duramente toccati dalla lebbra.
Il villaggio in cui abita Celestina è Miname, non lontano da Dakar,
dove a stento arrivano acqua ed energia elettrica. Ma la natura è fantastica.
Scrivo dal Senegal, estrema punta dell’Africa occidentale, da molti
conosciuto per lo storico Rallye Parigi-Dakar, anche se ormai da qualche anno viene organizzato in America Latina.
E’ un Paese ritenuto tranquillo e che, malgrado costituisse il punto
di imbarco - Isola di Gorée - degli schiavi africani per le Americhe, è
rimasto un agglomerato di culture e religioni diverse, in piena armonia. Ma non è di questo che voglio scrivere.
Il Senegal è il Paese che ho scelto (o meglio, che “mi” ha scelto) per
portare a termine degnamente una vita che sembrava quella di zitella
più o meno inacidita.
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Ci sto riuscendo, con tante attività socio-umanitarie, che rallentano
o addolciscono l’inarrestabile avanzare degli anni.
In mezzo a tutto ciò un’attrazione fortissima rende questo Paese a
me ancora più caro: il baobab! Proprio così: il Baobab, scritto con la B
maiuscola, pachiderma della flora africana, e uno degli alberi più mastodontici e longevi della Terra.
Sin dalla mia infanzia ha riempito i miei sogni e l’ho ritrovato qui, in
questa terra che sa essere stupenda anche nelle zone più squallide. Di
questi giganti, che innalzano verso il cielo , come radici capovolte, i
loro rami contorti, ne ho fotografati tantissimi, ho dato loro nomi esotici, secondo quanto mi ispirava un aspetto sempre diverso, e altri
nomi li ho scoperti sui libri, tra questi “Trono degli Dei”, il più toccante.
Pur sempre presa dalle mie attività, ci ho vissuto accanto, traendo
spesso da essi una forza difficile da trovare altrove. Mi sono messa
anche a coltivarne in miniatura, come bonsai.
Dopo tanti anni di permanenza, un avvenimento cambiò la nostra
vita: la distruzione del nostro vivaio, per lasciare il posto ad un’autostrada, oggi peraltro non ancora terminata..., e ci costrinse a spostarci
dalla capitale Dakar, per ricreare la nostra sede in una zona a prima
vista spoglia, senza abitazioni, il mare a poche centinaia di metri, che
consuma implacabilmente Miname, un villaggio di pescatori senza
altre risorse, e intorno... foreste di baobab.
Oggi qui c’è anche la nostra casa, il vivaio è quasi finito, ma l’attività
è ancora da riprendere. Nuovi esemplari di questo pachiderma vegetale, cresciuti dai semi vaganti, si stanno ingrandendo (dico ingrandendo e non semplicemente crescendo) intorno e in mezzo a noi.
Uno di essi, che ci aveva conquistati, enorme, al nostro arrivo qui, è
caduto, consumato dal tempo; non ne rimane più nulla , ma altri
hanno preso il suo posto.
Mi delizio di tramonti tra i loro rami, e di aurore tra le loro foglie. Mi
danno gioia, forza, anche senso di rassegnazione, compagnia, speranza e molto di quanto serve per continuare nella vita.
Con tale immagine di vigore voglio mandare tanti cari saluti a tutti
i Novaresi nel Mondo, in qualunque posto essi possano leggere queste mie parole.
Celestina - Novembre 2011
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DA ROMA...
Cara Cele,
da tempo ho ricevuto la tua lettera, ma solo ora sono riuscita a trovarne un poco per scriverti. E’ proprio incredibile, vero?
Ogni giorno che passa ho un acciacco diverso, che dici? Sarà l’età?
Forse!!
Il lavoro aumenta di giorno in giorno, tanto che a volte mi lascio
prendere da gravi attacchi di panico. Tra qualche giorno verrà a lavorare per Piazza di Siena (Concorso Ippico Internazionale-NdA) Benedetta, per inviare i moduli di accredito ai giornalisti.
Questo mi ha portato a pensare che tra pochissimo anche tu dovresti tornare in Italia.
Spero che Caterina (C. Vagnozzi, titolare di Equiequipe, Ufficio
Stampa della Federazione Italiana Sport Equestri - NdA) ti abbia già
contattata: chissà, forse farai prima ad arrivare tu a Roma, che questa
mia lettera in Senegal!
Con Nicoletta (altra amica per Piazza di Siena-NdA) parliamo spesso
di te e ci facciamo tante domande sulla tua vita laggiù, sui tuoi bambini, che se non stai attenta ti troverai a fare la mamma di una miriade
di ragazzini pestiferi.
Non che questo non sia stupendo, ma so che purtroppo hai difficoltà
economiche che ti portano a tirare avanti a fatica.
...Quindi cerca di venire a piazza di Siena, per incrementare il bilancio!! Mi ha fatto stare male sapere che non hai i soldi per acquistare il
biglietto aereo. Vedrai che il Signore ti aiuterà perchè te lo meriti veramente per tutto quello che fai.
Forse non te l’ho mai detto, ma sei una persona eccezionale, capace
di donare tanto amore a chi ne ha bisogno, e questo fa di te una persona speciale. Per me è così.
Spero di riuscire con Nicoletta a chiamarti da un telefono libero.
Con la speranza di sentire presto la tua voce che mi dica che sei a
Fiumicino, ti lascio augurandoti tutto il bene del mondo.
Lucilla, Roma 7 aprile 1995
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CARA ACCIACCATA RAGAZZA,
purtroppo non la sentirai ancora per qualche tempo la mia voce che
ti chiama da Fiumicino, e dovrai accontentarti di queste righe, con la
speranza per me che la tua allergia agli occhi sia passata e possa tu
leggermi...bene. Non puoi immaginare quanto piacere mi abbia fatto
la tua missiva! Ma non devi esagerare negli elogi, sono una persona
normale che di straordinario ha solo la fortuna di essere capitata quaggiù e aver trovato qualcuno che ha bisogno del piccolo aiuto che io,
donna sola, posso dare.
Se avessi avuto una famiglia mia, con marito e figli, non sarei qui, ma
ciò è stato scritto! La mia vita qui è dura, perchè non ero abituata ad
una famiglia così estesa, e ad una serie ininterrotta di problemi di sopravvivenza, fare le spese, pensare alla cena - il pranzo viene preparato al vivaio da una ragazza per tutta la comunità dovendo però io
predisporre per la spesa quotidiana - ai bisogni dei bambini e dei
grandi che gravitano intorno, alla casa che, benchè piccola e senza alcuna pretesa, dà comunque il suo da fare. E poi c’è il vivaio, dove trascorro, facendo anche ...giardinaggio, tutta la giornata, feste comprese.
Ogni giorno c’è qualcuno che chiede la carità, ma ho imparato a riconoscere i casi più disperati e, quando posso, non rifiuto un pezzo di
pane o un frutto, soprattutto se si tratta di bambini o di vecchi. Ma
spesso sono costretta a mostrare le mani vuote, perchè anch’io sono in
difficoltà. Ed è quello che mi fa più male. Ma basta parlare di queste
cose!
Ho ricevuto una telefonata da Benedetta dalla Fise, che voleva sapere se sarei tornata. Lei stessa ha riconosciuto che non mi sarebbe
convenuto e quindi l’ho rassicurata che quest’anno non sarò con
Equiequipe. Ciò mi rattrista non poco, per non poter rivedere le “vere”
amiche, compagne e collaboratrici di tante avventure di lavoro. Credimi in tutta sincerità.
Per il resto vi auguro buon lavoro e buona massacrata. Sembrava che
dovessi tornare a giugno per traslocare, ma proprio stamani mia sorella mi ha informata che l’appartamentino che mi avevano proposto
non è più disponibile. Forse verrò ad agosto! Ti posso chiedere un favore, magari con l’aiuto di Nicoletta, che gira di più. A Roma e dintorni
ci sono molti pini, cipressi e tuia; soprattutto quest’ultime mi interes151
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sano. Se riesci a procurarti un po’ di semi, sono quelle graziose ghiandoline verdi che crescono a grappoli sui rami. Ne avevo trovate ai Pratoni del Vivaro e le piantine derivate da tali semi oggi sono alte dai 20
ai 30 cm.! Forse bisognerà aspettare nei prossimi mesi, ma se ti capitasse di procurarne un certo numero, che potrai mettere in quelle buste
di plastica imbottite e spedirmele, mi faresti un vero piacere. Naturalmente ti rimborserò la spesa dei francobolli!
Avrei voluto mandarti alcune foto, ma il mio vecchio apparecchio
non ce la fa più!
Ti lascio cara, salutami Nicoletta e Caterina e tu, riguardati.
Un bacione,
Celestina, 14 maggio 1995
CERCANDO... NEL CUORE DELLA COMUNITÀ
Storie non necessariamente legate al Senegal, ma che possono entrare nel
contesto missionario di queste pagine
Una rosa, una cartolina, e tante stelle
Clima raccolto, atmosfera pregnante di spiritualità, e la testimonianza del “deserto” là dove la vita missionaria è più vera, più intensa
e per certi versi più evangelica. Questi gli ingredienti della Veglia missionaria di sabato scorso dove nella Basilica di San Gaudenzio a Novara tante persone si sono ritrovate per unirsi nella preghiera a tutti
coloro che in tante parti del mondo portano avanti l’impegno di promozione umana e di evangelizzazione.
Il Centro Missionario Diocesano, seguendo lo slogan della Giornata
Missionaria di quest’anno: “Vangelo senza confini”, ha preparato una
traccia di preghiera in cui l’attenzione è stata posta sulla delicata e difficile presenza dei cristiani nel mondo islamico.
Punto di partenza per questa riflessione il martirio dei sette monaci
trappisti avvenuto a Thibirine in Algeria nel maggio del ’96 e testimone privilegiato di questi fatti padre Raphael Dheillon dei Padri
Bianchi, da oltre vent’anni in Algeria, venuto ad offrire la sua riflessione al posto di Mons. Henri Tessier Vescovo emerito di Algeri, gravemente ammalato.
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Padre Raphael, autore tra l’altro di un libro dal titolo “La rosa del
deserto”, ha fatto emergere un’intuizione profetica che interroga l’attività missionaria fin dagli albori dell’età apostolica:”Dio è presente
nel cuore di ogni uomo e precede l’arrivo di ogni missionario”; questa
geniale affermazione spalanca in maniera incredibile l’orizzonte della
missione, in quanto permette di capire che Dio è già all’opera in ogni
popolo, razza e cultura e che compito di colui che annuncia il Vangelo
è quello di saper scoprire le meraviglie che lo spirito suscita sotto ogni
latitudine.
Un ribaltamento di 180 gradi rispetto alla visione un po’ paternalistica che ha caratterizzato per un certo tempo l’attività missionaria
della Chiesa.
Lo stesso testamento di Padre Christian De Chergé, superiore di Thiberine, letto con intensità ed emozione da Don Giovanni Cavagna, ha
messo in luce come ai nostri giorni ciò che conta davvero nell’annuncio del Vangelo è la testimonianza di vita, se necessario sino al Martirio, più che le obsolete strategie di programmi e di interventi sporadici
che lasciano il tempo che trovano.
La copertina del libretto di preghiera riproduceva un cielo stellato,
raffigurante la miriade di missionari, uomini e donne autenticamente
innamorati della gente con cui vivono e che al loro fianco esprimono
tutta la solidarietà della nostra Chiesa che vuole porsi accanto, sia ai
missionari, come ai poveri ed emarginati con i quali essi condividono
il loro servizio.
La raccomandazione finale di inviare una cartolina ad ogni missionario novarese con tanto di dedica e di ricordo personale, è stata recepita con simpatia da parte di tutti, in quanto in questo piccolo gesto
si è ravvisato l’impegno di camminare con tutte quelle persone che
sinceramente attratte dal Vangelo, attualizzano ancora ai nostri giorni
il mandato di renderlo presente fino agli estremi confini della Terra.
Se il deserto fa fiorire le rose e anche la notte più buia fa meno paura
per la presenza costante del tremolio delle stelle, si può davvero credere che nulla è impossibile per chi vuole vivere fino in fondo gli ideali
del Vangelo.
Don Mario Bandera
Articolo sulla Veglia Missionaria alla Basilica di San Gaudenzio, Novara
Ottobre 2009, pubblicato sulla Stampa Diocesana il 24 ottobre 2009.
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Qualche tempo dopo ricevetti anch’io una di tali cartoline. Me la
mandò una gentile signora di Novara, che, nell’entusiasmo di scriverci, si è lasciata prendere da un poco di fantasia, dicendo tra l’altro: “A voi che è stato dato dal Signore Gesù il potere di camminare
tra scorpioni e serpenti, auguro ogni bene”.
Le ho risposto, tra l’altro: “Non sempre è vero, ma sia pur molto raramente, scorpioni e serpenti si trasformano in esseri umani, tra i
quali ci si deve destreggiare.
Per fortuna che unitamente alla nostra fede, ci sono persone come
voi a sostenerci. Ed è per questo che troviamo la forza per continuare, nonostante tutto”.
Grazie al cielo, il male che ogni tanto forzatamente incontriamo,
non è così grave come quello provocato da... scorpioni e serpenti!
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A metà degli anni ’90, ricevetti un dono “Un percorso Via Crucis per
le strade di Dakar”.
Era stato redatto da un missionario che non ho avuto il piacere di
incontrare, ma che l’aveva distribuito perchè ne venissero a conoscenza i più, sopratutto gli stranieri di passaggio e non.
Dopo averne informato parecchi amici italiani, lo tenni tra i miei
dossier.
Non ho potuto chiedere permessi speciali per pubblicarlo, ma sono
certa di non dispiacere Padre Sante, inserendolo tra questi miei ricordi, ringraziandolo per aver espresso cosi’ chiaramente tante tristi
situazioni di vita quotidiana, che oggi, dopo tanti anni, sono attuali
come allora.
UN PERCORSO ”VIA CRUCIS“
PER LE STRADE DI DAKAR
1° - I RAGAZZI DI STRADA
Già dal primo mattino le strade di Dakar sono invase da carretti trainati dagli asini, dagli alunni che si recano a scuola, dai mendicanti alla
ricerca dell’angolo per l’accattonaggio.
Poco dopo l’ambiente è un po’ più tranquillo pur continuando a popolarsi di montoni e di bambini e bambine che si rincorrono giocando.
Dov’è il 40% dei più grandicelli che non frequenta la scuola? In città
a mendicare, al mercato ad aiutare i clienti a trasportare sacchetti, borse e pacchi, presso gli hotel dei turisti a frugare nelle pattumiere dei rifiuti... Passando accanto ti salutano con un toubab! Toubab! (bianco) carico di
simpatia e allo stesso tempo misterioso e di condanna...
Quali pensieri nell’animo di questi piccoli africani, dopo secoli di
schiavitù e di tratta dei neri?
2° - I TALIBE’S DELLA PIAZZA INDIPENDENZA
Il centro di Dakar è un formicaio di ragazzini scalzi, stracciati e macilenti. Sono i talibés, gli alunni delle scuole coraniche.
I marabouts li obbligano a mendicare durante l’intera giornata e a
consegnare l’incasso (poche monete, zollette di zucchero, manciate di
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riso), bastonandoli se non è buono. Vogliono far credere che questi
bambini svolgono una funzione sociale e religiosa, per permettere al
buon musulmano di fare l’elemosina giornaliera. In realtà è puro sfruttamento.
3° - STORPI E LEBBROSI
La strada che conduce alla Cattedrale è una “via crucis” di poveri e
derelitti. I lebbrosi sono stesi lungo il marciapiede, accanto le stampelle e il barattolo di conserva per l’elemosina, e invocano pietà mostrando i monconi delle mani e dei piedi.
Un po’ più avanti, in un animato dialogo, gli storpi, e più distante un
folto gruppo di paralitici sulle sedie a rotelle, invalidi per accidenti,
poliomielite..Nessuno è assistito o aiutato da una pensione o da organismi sociali. Non hanno altra risorsa che mendicare per sopravvivere.
4° - I RAGAZZI DELLA SPIAGGIA
Dopo uno stretto passaggio, pericoloso di notte per attentati e rapine, si arriva a Novotel (un Hotel tra i più prestigiosi della città), dove
comincia la Corniche: corona di spine di Dakar. Si ode il fragore delle
onde infrangersi sulle scogliere.
Un ripido sentiero serpeggia tra i dirupi scendendo alla spiaggia.
Deserta? No, gruppi di adolescenti hanno stabilito la loro dimora fatta
di bastoni, stracci, cartoni e lamiere. Sono fuggiti di casa, causa vessazioni, o dalla scuola coranica, stufi di una tirannia assurda, sperando
di trovare un futuro migliore. Si raggruppano per difendersi e proteggersi dalla violenza urbana. Si prostituiscono... e dopo si ritrovano
per curare le lacerazioni fisiche e morali che hanno subito per un
pugno di riso.
Se arriva la polizia si nascondono tra le rocce o si gettano in mare. Salutano il nostro arrivo con simpatia: ormai ci conoscono. Galas, 13
anni, scoppia a piangere.
Ha camminato per più di 70 km ed ora sente nostalgia del suo villaggio, degli amici, della campagna. Davide ha una brutta piaga purulenta alla gamba e ci chiede di curarla. Moussa è piegato su se stesso
per il mal di pancia.
Dobbiamo portarlo in un centro di sanità, forse è appendicite o altro,
chissà...
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Altri ragazzi vagano nell’evanescenza di un caracollare stanco, ciondolandosi sullo strofinaccio imbevuto di benzina - la droga del povero
- sniffano per scordare le loro incurabili lacerazioni.
Guardo l’immensità dell’Oceano e sento il rumore delle onde che si
sciolgono dolcemente ai miei piedi. Prego per questi ragazzi, così giovani e già tanto provati dalla fatica della loro angosciosa esistenza.
5° - I VENDITORI DEL PORTO
E’ mezzogiorno e in comunità si pranza all’una. Arriveremo a
tempo? Oltrepassare l’incrocio del porto per raggiungere l’autostrada
(principale via d’uscita dalla città verso i rioni periferici) è un’impresa
ardua. Più di mezzora per un solo chilometro. In quel tratto, frotte di
ragazzi venditori ci sommergono con le loro più svariate mercanzie,
più o meno a buon mercato: banane, agrumi di stagione, musicassette,
ventilatori, radioline, posate e accessori di ogni genere. E’ ormai prossima la Tabaski (festa musulmana che commemora il sacrificio di
Abramo “il montone al posto del figlio Isacco”). Anche se non abbiamo
alcun montone da uccidere, finiamo per comperare un coltello. Però,
che tristezza e che angoscia sul volto di questi giovani, condannati,
giorno dopo giorno, ad un futuro senza sbocco!
6° - I TUGURI DI COLABANE
Finito l’ingorgo del porto, si prosegue, in libera viabilità, sino al mercato di Colabane. Un vespaio di gente, veicoli, carri e carrettini a mano,
carriole, panche e baracche d’ogni tipo.
E’ la bidonville, i tuguri di Colabane, fatti di fango, rami secchi cartoni e tavole di legno.
Qui i missionari cercano di comporre un’urbanizzazione accettabile,
ma la gente arriva in continuazione stipando questi tuguri inumani e
alimentando un irrefrenabile sgretolamento sociale e morale.
7° - GORE’
Poco distante dal porto c’é l’isola di Gorée: luogo nefasto nella storia dell’Africa, vergogna dell’Europa rinascimentale e dei diritti dell’uomo. Si arriva in venti minuti di battello. I ragazzi ci vengono
incontro nuotando e attirano l’attenzione dei turisti affinchè gettino
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monete in acqua, che loro come delfini prendono prima che tocchino
il fondo. Provo vergogna per questa nuova forma di schiavitù che, tuttavia, s’incastona nel folclore dell’isola.
Dal molo ci dirigiamo verso la casa degli schiavi, viva testimonianza
di una pratica abominevole che durò più di tre secoli.
Quanti milioni di africani furono misurati, pesati, caricati di catene
e stipati nelle stive maleodoranti delle navi negriere europee, verso le
americhe? Dieci..quindici…quaranta? Forse gli storici un giorno lo potranno dire.
Visitiamo la prigione che, ahimè, è un’esplosione di catene, manette,
tagliole e palle di ferro che attaccavano ai piedi degli schiavi.
E la bilancia per pesarli e la porta “senza ritorno” dalla quale scomparivano per sempre, anche quelli che, per fuggire, si gettavano in
acqua finendo in pasto ai pescicani….
8° - XALE BUUR LA
Lungo la strada che conduce alla scuola Xalé Buur La (Il ragazzo è
re) ci imbattiamo in una mamma che picchia come una forsennata il
suo bambino. Il piccolo si rotola per terra urlando a pieni polmoni,
mentre è percosso a ciabattate. Finalmente una vicina frena le furie
della donna accaldata che gronda sudore da tutte le parti.
La scuola Xalé buur La è un’oasi nel deserto ( chissà, possiamo immaginare la Veronica che asciuga il volto di Gesù).
Alcuni giovani cristiani del gruppo S.P.E.R. (Solidarietà per i Ragazzi
di Strada) si dedicano all’educazione dei bambini, circa 170, allo scopo
di prevenire o di toglierli dal vagabondaggio e dal rischio che finiscano nella delinquenza.
Buon Giorno! Saluta in coro la classe di prima elementare. Le aule affittate sono piccole e poco illuminate.
I ragazzi sono stipati come sardine, ma felici perchè hanno una
scuola e si sentono amati. Cantano, contenti, che la loro patria è il Senegal, prescindendo dalle etnie d’appartenenza: wolof, serer, peul,
mandinghi, djola.
I vescovi senegalesi esortano i cristiani ad educare alla fraterna comunione, formando una coscenza di lavoro e di servizio per il bene
comune e al di sopra di ogni etnia e religione.
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9° - MAN KENEEN KI
Oltrepassata la Gran Medina ci troviamo nel piazzale dello stadio, affollato dai talibés. Proseguendo si giunge a Parcelles Assenies dov’è situato il Centro Man Kenéen Ke (Io e l’Altro). Stanno traslocando,
perchè l’affitto è troppo caro.
Hanno trovato un’altra casa nel quartiere di Rebeus, vicino alle carceri, dove si trova anche David di 11 anni, quello della piaga alla
gamba, preso durante una retata della Polizia.
Prima di uscire posiamo nell’atrio per una foto.
E’ morto, dice laconicamente il Direttore del Centro. Il ragazzo è
steso sopra un sacco con uno sguardo penetrante, un misto di serenità
e di interrogativi d’adolescente. Al margine della foto c’è scritto: A te
Amico, che tante notti hai dormito a cielo aperto, il nostro affetto e la nostra
ammirazione. Lassù per sempre ti accompagnino le stelle….
10° - IL LABORATORIO DI E.N.D.A.
E.N.D.A – Terzo Mondo, è un’associazione che ha lo scopo di rieducare e insegnare un mestiere a coloro che hanno accettato di lasciare la
strada.
Accolgono con entusiasmo l’arrivo di Abdoullah, che ha allestito un
laboratorio per riciclare i barattoli di conserva, cocacola e Nescafè, trasformandoli in cofanetti, valigette e oggetti didattici vari.
Molti altri box accolgono gruppi di ragazzi, donne e uomini che lavorano la ceramica, confezionano bambole souvenir, tessono la tela
con telai manuali, lavorano di cucito o intrecciano panieri di ogni dimensione e per svariati usi domestici e decorativi.
Ciò che più importa è che costoro hanno lasciato la strada e la spiaggia, e vengono recuperati come persone, e orientati ad una vita meno
derelitta.
11° - IL CARCERE DI REBEUS
Prima di poter incontrare David, nel carcere di Rebeus (in piena zona
residenziale) si deve percorrere una complicata e scoraggiante giungla
di pratiche, richieste burocratiche, logoranti attese, impedimenti di
ogni genere. Non si ottiene nulla senza una mancia ai funzionari, fino
all’ultimo custode.
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Chi non ha appoggi, innocente o colpevole, resta in carcere, in attesa
di un processo che non arriva mai. E’ mai possibile tenere in carcere un
ragazzo di 11 anni? Amnesty International è solo carta stampata, perchè ciò che avviene dentro queste mura è tutt’altra cosa. Logorante è
la fatica e enorme il prezzo imposto per sollecitare le pratiche giudiziarie, che dormono il sonno eterno.
Lì, i ragazzi imputridiscono mescolati con gli internati adulti, che
abusano liberamente e senza scrupoli. Raramente si riesce a far trasferire qualcuno al Centro di Accoglienza per Minori.
Che sconforto e abbandono in quel mondo devastato dalla corruzione!
12° - LA CORRUZIONE
Corruzione, parola chiave, che spiega molte cose.
La commissione. Per avere un posto di lavoro si deve compensare
il funzionario con una parte del mensile.
La gratifica.Dare un compenso per ogni pratica o servizio.
Lo stantuffo. Il favoritismo spudorato verso la propria etnia, villaggio, circolo, parentado.
Il tributo.Estorsione per proseguire il viaggio e evitare il sabotaggio della macchina.
La parrucca. Utilizzo del bene comune, dello stato, delle imprese
per uso privato.
Lo scivolo. Sviamento dei fondi destinati ad opere e attività pubbliche e sociali, verso le aziende private.
Il servizio. Corrispondere alle richieste dei professori, in denaro o
con intime prestazioni, per accedere agli esami o ricevere il diploma.
Come vivere in questa emorragia senza fine?
13° - LA POUPONNIERE
La Pouponnière (asilo nido)delle suore francescane, ospita 40 bambini inferiori a tre anni.
Mamadou, quando lo portarono, pesava un chilo e mezzo.
E’ arzillo, vivace e chiede d’essere preso in braccio. Suor Sara afferma
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che è un bambino molto intelligente e già intuisce che dovrà presto lasciare il Centro, è per questo motivo che non vuole mai separarsi dalle
suore.
Fra i 40 piccoli ospiti, ci sono tre coppie di gemelli e un trigemellaggio. Le mamme portano i bambini sovente in fin di vita o in gravissime condizioni. All’età di tre anni, devono lasciare il centro. Alcuni
vengono recuperati dalle famiglie naturali, altri adottati o accolti in
istituti gestiti da religiosi e suore missionarie.
14° - KEUR TAISE’
Al calar del sole, l’atrio dei Fratelli di Taisè si riempie di bambini,
di qualche giovane e adolescente. C’è un gran silenzio. Celebriamo
l’Eucarestia.
Poco a poco la notte si illumina di candele disposte un po’ dovunque, e accanto alle icone che ci introducono nel Mistero. La voce limpida e acuta di una bimba rompe il silenzio: magal Yalla (Lodiamo il
Signore): Un coro di voci lo ripete varie volte.
“…la pace di Nostro Signore, l’amore del Padre, la comunione dello Spirito
Santo sia con voi…”
Dal di fuori giunge l’eco del quartiere popolare, le ultime chiamate del muezzin, che egli pure invita i musulmani alla preghiera.
O Signore , che la religione non sia mai un’occasione di conflitto,
ma ci guidi alla vera pace, premessa indispensabile per l’autentico
progresso dell’umanità.
Tu che hai rivelato la tua volontà di salvare tutti gli uomini, concedici di disporre le nostre energie al servizio di questo Tuo disegno
d’Amore.
Prima di ritirarci, ci salutiamo:
Salam alekum! Alekum salam!
(La pace sia con te! E anche con te!)
(Padre Sante sm)
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LA ROSA DI JERICHO
SIMBOLO DELLA VITA CHE NON MUORE MAI
E DELL’AMORE CHE PUÒ FARLA RIFIORIRE
Chiunque veda la Rosa di Jericho per la prima volta farà fatica a credere che questo bulbo, apparentemente senza vita, appassito, possa
diventare una pianta che si apre a fiore di un vellutato color verde.
Eppure la magia può riuscire, basta volerlo! Per farla sbocciare infatti
è necessario riporre il bulbo nell’acqua: i rametti e le foglie privi di vita
inizieranno a vivere.
Narra la leggenda che la Rosa di Jericho fu portata in Europa dalla
Terra Santa dai crociati e, più tardi, dai pellegrini medievali. Da allora
diverse sorprendenti leggende sono cresciute intorno ad essa.
Durante il suo viaggio da Nazareth in Egitto, per esempio, si narra
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che la Vergine Maria abbia benedetto questa pianta, dandole così la
vita eterna.Vive solitamente in regioni estremamente secche, quindi
può sopravvivere per lunghi periodi di siccità. In condizioni aride diventa una palla di colore verde-grigio e continua la sua crescita dopo
essere annaffiata.
Ma non muore mai.
E’ un miracolo della natura, che sopravvive per secoli senza acqua
né terra. La Rosa di Jericho nella sua fase iniziale è come un bambino
abbandonato, dimenticato, privato del nutrimento della famiglia: è triste, inaridito, spento.
Ma in lui proprio come nella pianta l’istinto vitale non muore mai:
così come una semplice goccia d’acqua può trasformare una pianta
inaridita in uno splendido fiore, basta una goccia d’amore per aiutarlo
a riaprirsi al mondo, un piccolo gesto di solidarietà perché capisca che
non è solo.
Ciò che sembrava morto si riapre alla vita, ritrova calore, forza, respiro nutrendosi dell’acqua. Ma senza di essa torna a spegnersi e a
chiudersi su se stesso.
Allo stesso modo l’attenzione e l’amore verso il bambino devono essere duraturi e stabili, perché lui possa continuare a crescere, sentirsi
accolto e amato come un figlio.
Per fare aprire la Rosa basta mettere il bulbo in acqua fredda, tiepida, o calda (per determinare il colore verde), in un piatto fondo o
ciotola (mezzo cm d’acqua), e controllare che le radici siano ben bagnate per favorirne la massima fioritura. Smettendo di aggiungere
acqua, la pianta si richiude e rinsecchisce completamente.
Dopo 15/20 giorni, ribagnare le radici, per farla rifiorire.
E COSÌ DURERÀ IN ETERNO.
Scritto inviatomi da Mario Biava
al rientro dal viaggio in Senegal nel 2003
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Epilogo ma non fine di una meravigliosa avventura
UNA GUIDA PREZIOSA
Avrete constatato, tra il materiale fin qui letto, la presenza di testi
da e per Don Mario Bandera, Direttore “storico” del CMD di Novara, la guida preziosa che da anni mi accompagna spiritualmente e
di più nell’arduo cammino della mia missione.
Devo molto a questo sacerdote eccezionale, da lui ho imparato e
avuto tante sfumature per agire al meglio, tanti consigli, tanto tanto
bene, mi ha asciugato lagrime di sconforto, partecipato a provvidenziali gioie.
Ne ho trovati altri di scritti, che ci siamo scambiati; ho voluto inserirli qui, alla fine del mio viaggio letterario, per rendere partecipi,
con lo stesso obiettivo perseguito nel Capitolo “Testimonianze”,
anche coloro che per caso o per propria volontà, si troveranno a scorrere queste pagine. Sono scambi di missive e articoli apparsi sulla
stampa cittadina, ulteriore testimonianza della vita missionaria.
Grazie Dom Mario! “Colui che fa nuove (io aggiungo grandi) tutte
le cose” come dici sempre, per te le ha fatte “grandissime” e... per
tuo tramite, a beneficio di moltissimi!
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COME ANNUNCIARE CRISTO
PER FAR VIVERE IL MONDO
Per l’ottobre missionario, il CMD, con lo slogan del titolo, ha organizzato, tra altre occasioni di incontri, la giornata di fraternità con i famigliari e gli amici dei missionari, il 6 ad Arona. Una giornata intensa,
iniziata con la testimonianza di tre esperienze di viaggio e lavoro, in
Senegal, Uruguay e Brasile. L’esperienza di lavoro in Senegal offerta
da Celestina, volontaria laica che ha dato una nuova svolta alla sua
vita dedicandosi agli esclusi degli esclusi: i lebbrosi.
L’esperienza di viaggio dei coniugi Frangioia, Gabriella e Franco, in
Uruguay che hanno testimoniato come i sogni di libertà e uguaglianza
che hanno alimentato diverse generazioni di uomini in America Latina
non sono andati in fumo, ma vivono e si esprimono nella consapevolezza di quegli uomini semplici incontrati da Gabriella e Franco di far
parte di un corpo sociale, di vivere una comunione che stende la coscienza oltre i confini più stretti dell’io.
L’esperienza di studio di Monica Marchetti in quel nord-est del Brasile maltrattato dall’inclemenza del clima e dello Stato e popolato da
asciutti contadini imprevedibilmente capaci di affrancarsi dalle angustie di una realtà che sembra non dare scampo per far emergere la speranza di un futuro migliore... Dal lavoro di gruppo apparso nel
pomeriggio è emerso tra l’altro... che sono proprio i popoli dei Paesi
più poveri che ci sono maestri nel gioire di ciò che di buono si possiede, poco o tanto che sia, e che ci fanno un poco vergognare della
nostra cultura del “lamento”... Ed è proprio nella nostra società del
benessere, quella che tante volte ingiustamente malediciamo, che si
danno gli strumenti perchè dallo sforzo personale di migliorare se
stessi, si passi all’azione politica che sola può migliorare la realtà in
cui viviamo.
In una società come la nostra, in cui prevale la logica della scienza
della tecnologia e della programmazione, c’è un ampio spazio per fare
scelte libere e responsabili e per progetti nobili e aperti al bene del genere umano....Don Bandera ha quindi chiuso un incontro ricco ed emozionante, sollecitando l’impegno di tutti a proseguire l’itinerario di
ricerca di quei cammini che meglio annunciano Cristo e fanno vivere
il mondo.
Monica Marchetti - L’Azione Novembre 1996
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L’OTTOBRE MISSIONARIO È...
... UN appuntamento importantissimo per la pastorale diocesana in
quanto spalanca le finestre delle nostre Comunità sull’esaltante
mondo missionario e sulle giovani Chiese che sono autentiche e meravigliose protagoniste di un’avventura che dura da duemila anni!
... UN Kit che puntualmente arriva dalle gloriose e vetuste Pontificie Opere Missionarie (POM per gli amici) con tutto il necessario
per imbastire fior di iniziative anche nelle parrocchie più asfittiche.
... UN Centro Missionario Diocesano che entra in una eccitante fibrillazione, producendo iniziative a getto continuo in ogni Vicariato,
facendo sognare, trasalire, ammutolire, a volte ...anche arrabbiare,
perchè non lascia tranquillo nessuno, neanche i vicari di zona.
... Una serata di preghiera in cui centinaia di religiose si pongono
sotto l’area protettrice e benedicente di Santa Teresa del Bambino
Gesù... quante cose ancora da imparare da lei (e da San Francesco
Saverio, compatrono delle missioni, ovviamente!)
... UN pranzo sociale al Collegio De Filippi di Arona, in cui i famigliari dei missionari, (specialmente papà e mamme), tra un risotto
e un bicchiere di quello buono, coltivano di anno in anno amicizie
feconde nel ricordo dei figli lontani.
... UNA Celebrazione Eucaristica in Colleggiata a Domodossola,
dove tra emozioni e groppi in gola si saluta l’Ernesto (Don Bozzini
per intenderci) che ci riprova ancora con il Sudamerica, conquistandosi così una cittadinanza ossolana “ad honorem”.
... UNA serata magica a Cameri, con Juan, la sua musica, il suo
canto, la sua poesia, una testimonianza che lascia il segno su un
paese intero e non solo sui ragazzi dell’Oratorio.
... UN andarivieni frenetico di ragazzi giovani e meno giovani, per
far arrivare dappertutto i manifesti della Veglia. Gli improperi dei
parroci per le dimensioni degli stessi, formato lenzuolo, si “incassano”al Centro Missionario, unitamente alle offerte della Giornata
Missionaria”’96, così qualcuno magari si ricorda che deve ancora
versare quella del ’95...’94...’93!
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... UN convegno diocesano dove i più “impallinati”della missione
si contano e decidono di “tenere la linea del Piave” fino al contrattacco di primavera (di quale anno è meglio non dirglielo).
... UNA veglia a Borgomanero dove decine di giovani volontari
hanno dato il meglio di se stessi, per rendere agevole piacevole scorrevole l’intera serata, in tempi dove i giovani sono accusati (ingiustamente) di menefreghismo: questi sono da dieci e lode. Grazie
ragazzi!
... UN Vescovo (Zanetta) che dal palco ammalia e trascina i presenti
alla veglia con una pirotecnica testimonianza brasileira, facendo percepire le meraviglie che lo Spirito Santo suscita laggiù... nel Sertao.
... UN Vescovo (Corti) che per sua stessa ammissione lascia da parte
tutto ciò che aveva scritto e preparato, per parlare “a braccio”, giovane fra i giovani, vescovo per tutti, padre, fratello e amico con ciascuno.
... UNA canzone anni ’30 di Edith Piaf, “Non, rien de rien, je ne regrette rien”, che nel silenzio dei duemila presenti accompagna la lettura del testamento dei monaci trappisti dell’Algeria. Canto
Gregoriano, voce cristallina di Edith Piaf, viscerale silenzio dei cistercensi...tutto è grazia, Bernanos e Piaf sorridono dal cielo.
... anzi QUATTRO Bibbie in diverse lingue (spagnolo, portoghese,
inglese), consegnate insieme ai crocifissi, simboli per eccellenza dei
missionari, alle suore in procinto di partire per quattro nazioni diverse. La Missione al femminile continua, la sezione maschile segna
un po’ il passo.
... UNA videocassetta che narra le semplici storie di Aldo, Mauro,
Catina, Alfredo, missionari semplici, veri, discreti nella loro testimonianza, colti con la palma del martirio nell’ora feconda dell’offerta della loro vita.
... tutta UNA serie di incontri parrocchiali con i missionari attualmente a casa, organizzati dal CMD, per dare loro la possibilità di
narrare, spiegare, descrivere, avvincere...Dai, spegnamo la TV....lasciamoci accendere da un missionario, e soprattutto non cambiar canale, mi raccomando!
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... UN nome che coglie tutti impreparati, Mons. Ximenes Belo Vescovo di Timor Est a cui viene assegnato il Nobel per la pace. Un
Nobel che va ad aggiungersi ai Nobel “missionari”: Perez Esquivel,
Rigoberta Manchù., Desmond Tutu... Missione è pace e impegno di
Giustizia, ieri, oggi e sempre.
... UN Rosario sgranato giornalmente da centinaia di ammalati e
sofferenti per i missionari. Nel motore della missione si versa la
“super” della preghiera, così la missione va senza una “grippata”.
... UNA telefonata: Pronto CMD?- Si- Senta, siamo un gruppo di
giovani, che ha partecipato alla veglia, vorremmo mettere in piedi un
gruppo, missionario, ci date una mano? - Certo - Possiamo incontrarci per parlarne? - Va bene martedi prossimo?-Si!. - OK - Ciao, ci
vediamo! Il telefono allunga e allarga la missione.
... UN gruppo di bambini che consegna i salvadanai al Parroco:
“Per i nostri coetanei che soffrono la fame, affinchè possano avere
qualcosa da mangiare”. Continuate così ragazzi, il mondo ha più che
mai bisogno di gente come voi.
... UNA mamma che legge favole africane alla sua bambina: entrambe sognano e vivono la speranza di un mondo senza confini.
... UNA tromba che suona nella notte un “silenzio fuori ordinanza”
per i missionari martiri.
Bucando la nebbia ottobrina le note si stendono nel cosmo, entrano nelle fessure e nelle piaghe di un mondo umiliato e offeso.
Anticipano una tromba ben più solenne che suonerà nel Giorno del
Giudizio.
... UN mese che dura un anno intero, anzi...sempre.
E che ti rende ogni giorno più giovane.
Provare per credere,
Mario Bandera
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SCAMBI DI IMPRESSIONI
Caro Don Mario e amici del CMD,
... Tristi notizie mi hanno accolto all’arrivo dall’Italia: la nostra bella
Casamance è di nuovo sottoposta alle follie del potere umano.
La ribellione e la conseguente repressione, o almeno il tentativo di repressione, sono riprese con recrudescenza. Imboscate, mine che saltano sulle strade, assalti notturni nelle abitazioni più isolate a scopo di
rapina, rappresaglie nei covi supposti di ribelli, sono notizie giornaliere, mentre le vittime tra i civili, donne e bambini, aumentano.
C’è una forte determinazione delle autorità religiose congiunte, ma
soprattutto la ferrea volontà della Chiesa locale affinchè siano intrapresi tra governo e separatisti negoziati di pace il giorno di Natale: la
gente vi spera e prega quando non è occupata a piangere le sue vittime.
Il morale è a terra, anche se la fede ci fa sperare. Purtroppo lo spettro dei vari Burundi, Ruanda, Somalia (tanto per restare in Africa) aleggia nell’aria e la paura aumenta. In questo contesto la vita continua il
suo corso, giorno per giorno e non ci impedisce di proseguire nel nostro operato.
I miei lebbrosi sono in attesa di poter presto disporre di acqua ...quasi
potabile, senza troppa fatica, grazie alle promesse di Novara Center, e
tra non molto avranno anche una cisterna a riserva, uno “chateau
d’eau” come dicono qui. Così anche i bambini dell’asilo, e non solo
loro, disporranno di una fontanella, per imparare a lavarsi prima e
dopo aver giocato nel Parco giochi che stiamo attrezzando per loro.
C’è molto fermento al villaggio di Sowane, ma anche molta gioia.
E della gioia di questa povera gente mi servo per augurare a tutti
Voi un Santo Natale.
Dakar, 19 dicembre 1997
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E ancora...
Caro Don Mario, è molto probabile che questa mia ti venga recapitata da una cara Signora di Castelletto Ticino, moglie di un funzionario della nostra Ambasciata. L’ho conosciuta attraverso Padre Carlo
(Omi) e grazie a lei sto incontrando la maggior parte dei missionari
italiani nel Paese. Devo a lei una trasferta alla sua missione, Kaffrine,
ad oltre 300 km dalla Capitale, che mi da’ lo spunto per un ulteriore
“racconto di viaggio”. Siamo stati infatti in una zona veramente infausta, con tempeste di sabbia ed aria irrespirabile in questa stagione,
terreno arido e improduttivo.
Malgrado ciò, la serenità ed il sorriso dei padri, e, ad un’ottantina di
km più all’interno, quelli delle suore “Francescane dei Poveri”, che ci
hanno accolte con una grande gioia. Là mi sono resa conto di quanto
poco io faccia quaggiù. Suor Angelina (così chiamavamo in famiglia
la mia mamma!), quasi settantenne, ha un’energia da trentenne, una
parola buona per tutti - qualche tempo fa allorchè operava a Dakar mi
aiutò a risolvere problemi di documenti per Abdoul, il figlio più piccolo degli Aidara - una risposta ad ogni problema, la disponibilità in
assoluto. E’ stata un’esperienza impagabile, che mi ha dato veramente
molto. Il ritorno, con una sosta a Sowane, è stato scioccante.
A Kaffrine tutto era perfetto, non ho nemmeno sentito la calura nell’
”oasi” della missione, qui gli immensi bisogni della gente mi sono
sembrati insuperabili e da parte mia l’impotenza. Naturalmente ho
reagito con forza e mi sono gettata in trincea con la determinazione di
sempre.
Questo racconto di viaggio di cui mi è sembrato importante farvi
partecipi è uno scorcio di vita che con l’aiuto di Nostro Signore mi ha
dato nuove energie. Ci sono stati molti problemi nei mesi trascorsi,
che se pure non mi hanno impedito di assolvere i compiti prefissatimi,
ne hanno comunque resa difficile la realizzazione.
Mi domando come fate Voi Religiosi Missionari a non demoralizzarvi alla vista di quei poveri esseri, soprattutto vecchi e bambini, che
sono abbandonati a se stessi o alla carità della gente, perchè nessuno
pensa a loro: quanti ce ne sono qui in città!
Celestina, 31 maggio 1998
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Carissima Celestina,
rispondo con immenso ritardo alla tua lettera del 31 maggio u.s.,
nella quale mi racconti con dovizia di particolari le meraviglie che lo
Spirito opera in quell’angolo dell’Africa, tra lebbrosi, emarginati, poveri ed esclusi.
Gioisco con te di fronte a questi risultati, e mi unisco (sia pure dalle
retrovie- dove opero ormai da quasi vent’anni) alla lode da rivolgere
al Signore e agli sforzi da profondere con impegno accanito ad ogni
uomo/donna di buona volontà.
Mi accenni pure nella tua lettera al fatto che ritornerai in Italia il prossimo mese di settembre, per le “solite” cure ed i relativi esami, conto
quindi di incontrarti personalmente, non solo per scambiare due chiacchiere e qualche opinione, ma anche e soprattutto per darti una buona
notizia per le tue attività.
Più precisamente si tratta di una cospicua offerta che ho ricevuto
personalmente da un benemerito benefattore, che però, prima di esserti consegnata, ha bisogno di una spiegazione piuttosto “delicata”,
che ovviamente ti farò a voce, non appena ti incontrerò.
La cifra a te destinata si aggirerebbe sui..., una bella somma non c’è
che dire! che certamente ti permetterà di sistemare parecchi tuoi progetti, non credi?
Di questa cosa per il momento ti sarei grato se non ne facessi parola
con nessuno: quando avremo modo di parlarci, capirai il perchè di
tanta discrezione. Conto quindi sulla tua comprensione e collaborazione.
Termino adesso, Cara Cele , augurandoti ogni bene in Colui che fa
nuove tutte le cose.
Tuo affezionatissimo, Don Mario
30 luglio 1998
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FAX DA DAKAR
Carissimo Don Mario,
quando ho ricevuto la notizia della prematura scomparsa di Dom
Mario Zanetta, ho pianto! Non è retorica.
L’incontro che ebbi quell’unica volta ad Armeno, nell’ottobre 1997,
mi aveva lasciato una traccia, e ho letto sempre con interesse gli articoli che parlavano di Lui e della Sua grande missione, articoli che cercavo ogni qualvolta ricevevo una copia dell’Azione. Non so a cosa sia
dovuto, perchè ci sono persone che ci passano vicine e subito vengono
dimenticate, mentre altre ci restano nel cuore! Ricordo il suo carisma
così naturale, il suo andare di fretta come se ben altro lo aspettasse,
sembrava non aver tempo da perdere, e ancora le sue parole semplici,
il suo metterti a tuo agio, come ti chiami, cosa fai laggiù in Senegal,
brava, brava!
Così lo ricordo, Mario, il tuo omonimo amico, con la consapevolezza,
anzi la certezza che adesso un’altra stella brilla lassù, e quando guardo
questo meraviglioso cielo africano, dove le stelle sembrano tanto vicine e tanto più numerose e splendenti, ne vedrò una in più, cui rivolgere la mia preghiera.
Con un senso di tristezza voglio essere vicina a tutti voi del CMD, ed
augurare nel contempo a ciascuno un Santo Natale e ogni bene per il
prossimo anno...
17 dicembre 1998
SANTO NATALE 1998
Ai missionari novaresi sparsi nel mondo
Carissimi, l’approssimarsi del Santo Natale mi dà l’occasione di rivolgermi
a voi non solo per gli auguri di rito, ma anche e soprattutto per riprendere quel
dialogo fecondo che ci tiene uniti nel solco del Vangelo e nel ricordo della nostra Chiesa Diocesana.
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L’anno che sta per chiudersi ha visto alcuni di voi rientrare in Italia per
qualche mese di riposo, ha visto altri iniziare nuove e più esaltanti avventure
missionarie, altri ancora hanno continuato con costanza e pazienza il lavoro
da tempo avviato, qualcuno invece è partito, meglio è Ritornato alla Casa del
Padre.
Di questi nostri amici che sono entrati definitivamente nella Gloria del paradiso, mi è caro ricordare Dom Mario Zanetta, Vescovo di Paulo Afonso
(Brasile), morto lo scorso 13 novembre in terra di missione.
Nato a Borgomanero nel ‘38, ordinato prete nel ’62, in Brasile nel ’69, Vescovo di Paulo Afonso dall’88, era il fiore all’occhiello della missionarietà novarese, in quanto unico vescovo missionario originario della nostra terra.
La sua umanità, il suo calore, la simpatia che sprigionava da ogni poro,
unite ad una dedizione non comune verso il Regno di Dio e verso i poveri, ne
facevano un personaggio straordinario.
Un uomo e un missionario semplice e vero, che, credo proprio, ci mancherà.
Nel ricordo di Dom Mario e di tutti coloro che come lui continuano indefessamente l’impegno apostolico di evangelizzazione e promozione umana (e
voi siete tra questi), mi è caro offrirvi i miei sentimenti di stima affetto e amicizia.
Buon Natale e Felice Anno Nuovo
Don Mario Bandera
con tutti gli amici del CMD che si uniscono a me
nell’augurarvi ogni bene:
Angelo, Flavio, Eugenio, Tonino, Paola, Franco, Claudia,
Suor Maurizia, Nemis, Monica
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AL SERVIZIO DEI PIÙ PICCOLI
UN INCERTO ED ESALTANTE CAMMINO
Caro Don Mario e amici del CMD,appena rientrata dall’Italia ho provato una grande gioia di ritrovarvi tutti, amici di sempre, amici del recente passato, amici! Che mi confortano, mi sostengono, mi criticano
anche, ma mi aiutano a proseguire su quella strada intrapresa ormai
da sette anni e trovo inimmaginabile abbandonare. Una strada iniziata
a piccoli passi, incerti e difficili dapprima, via via più grandi e sempre
faticosi per le numerose e difficili situazioni umane che incontro quotidianamente, ma una strada sempre più chiara e determinata.
Oggi Sowane, ex ghetto per ex lebbrosi, sta assumendo poco alla
volta un aspetto più umano, dove 300 anime dispongono di strutture
con un minimo di decenza, dove si comincia a capire cosa significa
igiene e pulizia, dove i bimbi hanno uno spazio per loro, che sarà ancora più utile quando gli alberi che abbiamo piantato per loro saranno
in grado di fare da diga alle tempeste di sabbia ed al vento quotidiano.
Ho la fortuna di poter intervenire anche sul piano sanitario: il piccolo
ambulatorio con annessa maternità, è in fase di ultimazione, ma le malattie non danno tregua e non c’è personale qualificato. Non ci arrendiamo però, grazie anche al vostro sostegno ed a quello di molti amici
e continuiamo il nostro lavoro.
La popolazione comincia a capire e lo dimostra sempre più con attiva partecipazione alle varie opere avviate.
Riporto alcuni brani di lettere che ho ricevuto prima di partire. Sono
state dettate a chi sa scrivere, da anziani, mutilati dalla lebbra e analfabeti.
“Le fontanelle, il giardino, il centro sociale, l’ambulatorio...sono oggi
indispensabili per lo sviluppo di Sowane....il parco giochi, il terreno
per lo sport, gli equipaggiamenti per l’asilo sono ugualmente indispensabili per l’educazione e lo sviluppo mentale dei piccoli...”.
“Noi speriamo che il Buon Dio vi protegga, vi lasci a lungo vicino a
noi e vi preservi da ogni maledizione (ecco l’Africa tribale) e che vi
lasci perseguire gli obiettivi fissati...”.
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“Voi non siete come tutta quella gente che viene al villaggio e manifesta una compassione senza concretizzarla, a voi la compassione non
basta, ma il dovere di solidarietà umana vi obbliga ad aiutare i poveri
e gli sfortunati...”.
Trasmetto a tutti voi queste parole, perche ne siete tutti destinatari:
con l’aiuto del Signore ed il conforto di chi è sensibile ai problemi degli
emarginati, sono orgogliosa di proseguire nel cammino al quale sono
stata chiamata.
Rendiamo grazie a Dio.
Celestina, 1999
foto
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CI MANCA
IL TEMPO PER FARE TUTTO
Caro Don Mario, con rinnovato piacere ti invio questo scritto, che
affiderò ad un novarese che è venuto a Dakar...
La vita qui scorre sempre con una serie incessante di problemi su
problemi. Ci diamo da fare con i ritmi che il Paese impone, ma sempre
con testarda volontà. Se riusciamo a risolvere un “Caso” quanta è la
gioia di vedere la gratitudine di una famiglia o di un singolo, e anche
se la gratitudine spesso non la si vede, poi subito se ne presentano altri
e non tutti risolvibili. Non c’è il tempo per ascoltare tutti e, ma poco
importa, non c’è il tempo per le faccende più personali. Mi capisci,
vero?
Quest’anno abbiamo assistito alla partenza di religiosi e laici italiani,
la cui presenza mi era stata di aiuto e sostegno morali, ed è stato molto
triste. E’ vero, il dovere del missionario è di andare dove viene chiamato, ma per noi esseri umani, il distacco è spesso doloroso. Per fortuna ci resta quell’unione spirituale che prevalica paesi e continenti e
ci aiuta ad accettare certi distacchi.
Penso spesso ai miei rientri a Novara ed agli incontri tanto utili che
mi è dato fare. E’ vero, non scrivo spesso, ma dopo giornate faticose e
piene, la sera, prima di addormentarmi, instauro sempre un contatto
con il pensiero a tutte le persone care che mi sostengono, mi vogliono
bene, mi sono virtualmente vicine, ed è grazie a loro che continuo con
impegno e con la fedele collaborazione dei miei cari qui vicini, nella
vita che mi sono trovata addosso.
Don Mario, perdonami queste parole, all’apparenza un po’ tristi, effetto di una stanchezza fisica un poco eccessiva forse. Un abbassamento del clima mi ha fatto temere per la mia salute, ma adesso va
meglio.
Mi è caro ricordavi tutti e rinnovarvi i voti per un sereno anno
nuovo, in attesa di ritrovarvi a settembre.
Ma tu, Don Mario, non riesci proprio a fare una puntatina quaggiù?
Potrei avere qualcosina da farti fare!!Un abbraccio affettuoso
Celestina - Dakar, 6 febbraio 1999
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IL TEMPO
È UN CARDIOGRAMMA
Carissima Celestina,
approffitto della venuta in Senegal del dott. Fabrizio De Gasperis,
per inviarti due righe, che riannodino il nostro dialogo.
Ti ringrazio inoltre per l’accoglienza di Fabrizio: è un bravo dentista,
ed una persona molto generosa, se “ben incanalato”, saprà rendersi
molto utile.
Per quanto mi riguarda, potrei ipotizzare un viaggio per la prima
settimana di luglio, però se vuoi che mettiamo insieme più opportunità, tipo valutazione progetto/i, visite a missionari/ie italiani, eventuali inaugurazioni, ecc., forse si può pensare ad un altro periodo, che
vada bene soprattutto a voi. Fammi sapere.
Qui le cose procedono con il solito ritmo, cioè a “cardiogramma”, a
volte scoppiamo di lavoro, altre volte si respira un po’ di più. Ieri è
passata la nostra amica Amparo, ha portato un libro, che ti mando, ne
aggiungo uno anch’io, per allietare le tue serate africane.
Termino augurandoti ogni bene e salutandoti in Colui che fa grandi
tutte le cose.
Don Mario
Novara, 1 giugno 1999
PS: Le persone della Colombia, che tu non conosci, ma che hanno beneficiato, ti ringraziano cordialmente!!
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ALLA SCUOLA DEI POVERI
(Aprile 2008)
Confesso che l'aver partecipato all’ inaugurazione della chiesa del
lebbrosario di Sowane, ha suscitato in me tutta una serie di riflessioni e considerazioni che ritengo utile condividere con i lettori proprio perché l’esperienza vissuta non può essere semplicemente
annoverata come una tra le tante dell'impegno missionario della nostra diocesi.
Per prima cosa vorrei sottolineare che coloro che hanno voluto, accompagnato e sostenuto, la costruzione della Chiesa sono stati due
laici, meglio ancora, una coppi a di sposi molto particolare!
Lei, Celestina, laica novarese partita per un impegno d volontariato in Africa dopo aver conseguito il traguardo della pensione; lui,
Keba, agronomo senegalese di religione musulmana impegnato da
tempo nel sostegno a favore dei lebbrosi.
Entrambi, dopo un certo numero di anni in cui insieme portavano
avanti il servizio verso la comunità di Sowane, decisero di sposarsi
e di continuare così come coppia un lavoro che li vedeva protagonisti sul campo già da tempo.
Un'altra considerazione è dovuta al fatto che la costruzione della
Chiesa si è realizzata grazie all'impegno di tutta la comunità del lebbrosario di Sowane: giovani e vecchi, donne e bambini, sani e malati, ma quel che più conta, musulmi e cristiani hanno scavato le
fondamenta, tirato su le mura, messo il tetto, per realizzare una
chiesa cattolica in una comunità dove oltre l'ottanta per cento dei
suoi abi tanti è di fede islamica!
Ma la sorpresa maggiore l’ho avuta all’interno del tempio durante
la celebrazione della Messa inaugurale, seduti l'uno accanto all'altro
c'erano cristiani e musulmani, e il capo villaggio, un musulmano,
nel dare il benvenuto agli ospiti e nel ringraziare gli artefici di
un'opera così significativa, ha tenuto a sottolineare come tutti siano
credenti nell’unico Dio Grande e Misericordioso, verso il quale
siamo incamminati. Se queste parole potevano apparire di circostanza data l' occasione dell’inaugurazione, non lo sono state cer178
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tarrente le innumerevoli preghiere dei fedeli in cui musulmani e cristiani rivolgevano ad alta voce le loro invocazioni di lode e di supplica a Dio e tutta l'assemblea rispondeva:
"Ascoltaci o Signore".
Anche la stessa corale, dove trionfavano i tamburi su cui ritmicamente battevano le splendide mani dei giovani figli del continente
nero, non segnate dalla lebbra che invece aveva martoriato le membra dei loro genitori, faceva salire verso il cielo una vibrante armonia di suoni e colori che accompagnati dalle squillanti voci delle
ragazze della comunità, davano forza ad una preghiera ricca di struggente poesia e voglia di vivere.
La mia sorpresa nel vedere gesti ed azioni liturgiche in cui venivano coinvolti anche i fedeli dell’Islam, l'ho manifestata all'Arcivescovo di Dakar, Mons. Theodore Adrien Saar, che ha invitato a
pranzo la delegazione novarese il giorno seguente, Mons. Sarr con
un sorriso ha risposto: “Qui siamo in Senegal, qui siamo in Africa,
ciò che magari in Europa si stenta a realizzare e a vivere nella quotidianità, noi lo facciamo già da tempo, i rapporti con l’Islam sono
cordiali, non vi sono tracce di scontri, meno che meno di demonizzazione reciproca, il nostro ecumenismo fatto di rispetto e attenzione
agli altri è un dato di fatto al quale teniamo moltissimo.”
Sta a vedere, mi sono chiesto, che dobbiamo proprio imparare dai
figli del Continente nero, da popoli che buona parte dell’opinione
pubblica nostrana giudica rozzi e arretrati, come si vive la tolleranza
e come si pratica il rispetto reciproco.
In tempi in cui va di moda l’incomprensione e la demonizzazione
del diverso, incontrare gente dal sorriso radioso e dal cuore aperto,
aiuta a vedere il futuro con un tocco di speranza in più.
Mario Bandera
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Eccomi giunta alla parola fine!
Ma può esistere una parola fine?
Oggi, - mentre scrivo - siamo a fine ottobre 2012,
tanti problemi sono insoluti,
altri continuano a caderci addosso,
e non necessariamente dal lato “missione”.
Dice Don Mario:
sempre bene non può andare,
sempre male non può durare.
Con questa speranza,
continuo la mia opera in Senegal.
Celestina Fortina
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A mo’ di conclusione
QUANDO
L’AFRICA TI CAMBIA…
Da più di trent’anni mi occupo del settore missionario della diocesi di Novara, suore, sacerdoti e laici partiti dalla nostra terra hanno in questi decenni
scritto pagine meravigliose nel grande libro delle Missioni in ogni parte del
mondo.
Diversi di loro li ho accompagnati all’aeroporto, quando in procinto di lasciare l’Italia, la propria famiglia, i propri affetti, gli amici, al momento di imbarcarsi un forte e prolungato abbraccio suggellava l’inizio di una nuova
avventura missionaria.
Con Celestina non è stato così; infatti, l’ho conosciuta dopo che lei era tornata dal Senegal ed era già decisa ad aiutare in mille modi quella che sarebbe
diventata la sua seconda patria.
Il compianto don Aldo Mercoli, incontrandomi un giorno, mi disse che c’era
una laica che stava organizzando un container da mandare in Africa e aveva
bisogno di un aiuto per gli scogli burocratici che in questi casi sono sempre
in agguato, gli risposi dicendo che la persona in questione venisse a parlarmi
al Centro Missionario per vedere in che modo potevo esserle utile. E così fu.
Un giorno venne in ufficio da me una simpatica signora che in poche parole
mi mise al corrente di quello che stava realizzando in Senegal.
Capii al volo che si trattava di una persona molto decisa nei suoi intenti e
cosciente delle fatiche che l’aspettavano per il lavoro che si accingeva a compiere. Visto che era già in terra d’Africa e che parlava bene la lingua francese,
che si muoveva a suo agio nel mondo africano, non mi restò altro da fare che
“inquadrarla” fra i quadri dei missionari novaresi in attività. A quel container ne seguirono altri e allo stesso tempo le relazioni che inviava al CMD cominciavano a veicolarsi sulla Stampa Diocesana e negli altri mezzi di
informazione locale così da far conoscere ai novaresi le attività della volontaria laica Celestina Fortina.
Agli scambi epistolari seguirono le visite personali, la prima volta che mi
recai in Senegal per far visita a Celestina fu in occasione del suo matrimonio
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con Keba Aidara, un musulmano che da tempo affiancava Celestina nel servizio al lebbrosario di Sowane e quella fu per me l’unica volta che celebrai un
matrimonio tra una cattolica ed un islamico.
La seconda volta fu invece per l’inaugurazione della chiesetta e del presidio
sanitario nel lebbrosario di Sowane, dove scoprii il mondo dei lebbrosi e l’ospitalità che i poveri, i bisognosi e gli emarginati sanno esprimere meglio di
chiunque altro.
La cerimonia, presieduta dal Cardinale di Dakar, Mons. Saar, vide la partecipazione di tutta la comunità dei lebbrosi, cristiani e musulmani e alla preghiera dei fedeli anche i musulmani si unirono ai cristiani elevando preghiere
al Dio onnipotente e misericordioso, Padre di tutti.
Al momento dello scambio della pace si protesero verso di me mani e braccia che portavano i segni indelebili della malattia del morbo di Hansen.
Confesso che in quel momento mi sentii perso e impotente, con la paura atavica di essere contagiato dalla lebbra, ma vedendo Celestina che girava stringendo le mani e abbracciando i lebbrosi, capii che le mie paure erano infondate
e che quelle persone aspettavano da me, non aiuti materiali, ma che riconoscessi in loro la dignità di esseri umani stringendo loro le mani.
Quell’esperienza grazie a Celestina la porto tuttora in cuore e mi ha aiutato
a vedere i poveri da un’altra angolatura, ciò che loro hanno bisogno da noi non
sono i nostri soldi, essi hanno bisogno di essere considerati persone nè più nè
meno come tutti gli altri. Celestina fa questo, non fa semplice carità, aiuta
ciascuno dei bisognosi che incontra a ritrovare quella dignità che viene loro
negata, in questo l’amore e la dedizione che dona gratuitamente alla piccola
Francesca ne è la prova più evidente e cristallina.
Celestina aiuta anche noi a far bella figura, lei infatti si trova ad essere la
punta di diamante di un intervento che è possibile realizzare se ci coinvolgiamo e le diamo una mano.
Questo libro nasce proprio con l’intento di camminare insieme, di rompere
le barriere e di andare oltre ogni ostacolo, guardare nella stessa direzione aiuterà tutti ad arrivare verso quell’orizzonte di pace e fraternità verso il quale
tutti dobbiamo convergere.
Che il Signore illumini i nostri passi.
Don Mario Bandera
Direttore Centro Missionario Diocesano
Novara
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Finito di stampare nel mese di marzo 2013
“Quelli di Via Sforzesca”
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pubblichiamo il libro di Celestina Fortina