IL ROMANZO L’improvvisa morte di un anziano avvenuta in un piccolo centro commerciale di Torino libera uno sciame di sospetti senza fine. Il giovane agente Angelo Rizzo non crede che il decesso sia avvenuto per cause naturali e convince il burbero ispettore Silvia Longo a condurre un’indagine più approfondita. Come se non bastasse, un altro evento sconcertante turba la quiete del capoluogo piemontese: l’investigatore privato Mauro Breccia viene misteriosamente assoldato da un cliente come testimone di una scommessa dai connotati inquietanti. L’uomo infatti si propone di trascorrere la notte in una stanza maledetta appartenuta a un boia durante gli anni più tetri del XIX secolo. Nonostante la sorveglianza, il giorno successivo, Mauro trova il suo cliente senza vita con un cappio stretto attorno al collo. Solo terribili coincidenze o c’è un collegamento tra i due avvenimenti? Su questo macabro sfondo, prende vita un’avventura investigativa di grande atmosfera che terrà il lettore inchiodato al testo fino all’ultimo clamoroso colpo di scena. L’AUTORE Antonino Fazio è nato a Trapani e vive a Torino. Laureato in Filosofia e in Psicologia, ha già pubblicato articoli e racconti apparsi in antologie e raccolte; è stato curatore, insieme a Riccardo Valla, di L'incubo ha mille occhi, volume di saggi su Cornell Woolrich. È stato più volte finalista al Premio Urania e al Premio Tedeschi del Giallo Mondadori. Il cimitero degli impiccati di Antonino Fazio © 2014 Libromania S.r.l. Via Giovanni da Verrazzano 15, 28100 Novara (NO) www.libromania.net ISBN 9788898562220 Prima edizione eBook gennaio 2014 Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma o con alcun mezzo elettronico, meccanico, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. 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Bastava osservare la strafottenza con cui se ne stava dritto di fronte al portiere, le scarpe di cuoio ben piantate sulla passatoia verde, parlando a voce bassa col tono di chi si aspetta completa acquiescenza. Da quella angolazione si potevano scorgere chiaramente il collo taurino e la nuca coi capelli rasati. Il portiere annuì con aria collaborativa, e fece segno verso il piano superiore. Mauro era rimasto con il piede sinistro sollevato, sostenendosi al corrimano per non cadere, perché quei dannati gradini di legno tendevano a scricchiolare. Si ritrasse subito e risalì la scala a marcia indietro, muovendosi quasi al rallentatore. Riguadagnò il pianerottolo del primo piano, si girò, e imboccò il corridoio in direzione delle scale di servizio. Solo a quel punto si permise un’andatura più veloce. Alcuni metri più avanti incrociò una cameriera di evidente etnia filippina, appena uscita da una delle camere. Era una donna minuta dal viso stanco, che si scansò per lasciarlo passare. Lui bofonchiò uno: “Scusi” a fior di labbra, oltrepassò la porta della sua camera, e proseguì fino alla rampa. Discese i gradini a due per volta, superò l’ingresso della cucina, e raggiunse la porta che dava sul cortile. Non era passato più di un minuto. Nel pianerottolo aleggiavano i vapori di cottura sfuggiti alla cappa aspirante posta sui fornelli. Un gradevole aroma di ragù, che sovrastava quello degli altri cibi, quasi gli fece venir fame. Del resto erano le undici del mattino, non proprio ora di pranzo ma quasi. Una volta raggiunta la macchina sarebbe andato a cercarsi un ristorante, alla faccia di quel brutto ceffo che gli voleva mettere il sale sulla coda. Aprì la porta con decisione, e uscì all’aperto. Un ragazzotto con un grembiule allacciato in vita stava tirando delle rapide boccate da una sigaretta già consumata per metà. Gli lanciò un’occhiata perplessa, e lui temette che potesse pensare che fosse un cliente che cercava di svignarsela senza pagare il conto. In realtà la camera era stata saldata la sera prima, ed era sperabile che non fosse costretto a dimostrarlo. Per fortuna parve che l’aiuto cuoco avesse deciso che i clienti in fuga non erano un problema suo, o forse era stata la sua espressione decisa a dissuaderlo dall’intervenire. Come che fosse, non fiatò. Una pioggia notturna di cui lui non si era accorto aveva lasciato per terra un paio di pozzanghere. La cicca ancora lunga del ragazzo, lanciata in una breve parabola, si andò a spegnere sfrigolando in mezzo centimetro d’acqua. Senza prendersi la briga di salutare, lui attraversò il cortile con poche falcate rapide, fece scattare la serratura del cancello, e si incamminò a passo svelto verso l’incrocio. La sua Fiat Punto blu scuro era parcheggiata subito dietro l’angolo, a pochi metri dall’ingresso dell’albergo. In quel momento il tizio che lo cercava doveva essere appena entrato nella camera centosette, grazie al passepartout del portiere, e avere scoperto che l’uccellino aveva preso il volo. Raggiunse la macchina, aprì la portiera di sinistra, si sedette al posto di guida e infilò la chiavetta di accensione nel quadro. Mentre il motore prendeva vita, alzò gli occhi allo specchietto retrovisore per valutare la distanza dal muso della berlina chiara piazzata subito dietro, e il cuore gli si arrestò nel petto. Gli occhi dell’uomo che era venuto a cercarlo in albergo erano fissi sulla sua testa. L’espressione del viso era dura, rocciosa, priva di qualsiasi sfumatura di empatia. Gli sfuggì un’imprecazione a bassa voce. Aveva sottovalutato quel figlio di puttana. Reagì nel modo peggiore. Storse la bocca in una smorfia di rabbia impotente e indirizzò allo specchietto un insulto silenzioso, ma del tutto leggibile dal labiale. “Ben arrivato” disse l’uomo. La voce suonò bassa e beffarda, quasi irridente. “Mi chiedevo se potevi darmi un passaggio. Perché ho idea che stiamo andando nella stessa direzione.” Il supermercato era uno di quelli che avevano preso il posto delle vecchie botteghe di quartiere. Non troppo grande, era adatto per i clienti che non caricavano la spesa in macchina. Angelo si aggiustò la divisa che gli tirava un po’ sull’ombelico. Percorse il marciapiede davanti alle vetrine tappezzate di manifesti che pubblicizzavano marche di detersivi, pannolini, e biscotti in formato famiglia. Quando arrivò davanti all’ingresso la cellula fotoelettrica fece scorrere la porta di lato. Superò la barriera di un cancelletto a pressione e si lasciò guidare dall’istinto per trovare la corsia dove lo stavano aspettando. Un uomo alto, con un’ispida capigliatura color fieno, era girato di schiena in fondo al reparto degli alimentari. Si girò a guardarlo, e subito gli andò incontro. “Buongiorno” disse Angelo. “Sono l’agente Rizzo.” “Buongiorno, agente. Sono Sergio Grinna, il direttore. Venga, il morto è da questa parte.” “Come lo sa che è morto?” L’altro fece un gesto come a dire che i morti si riconoscono. “Basta guardarlo. Comunque abbiamo chiamato anche l’ambulanza. Sarà qui a momenti.” Lo guidò in mezzo agli scaffali carichi di merce. C’erano un giovanotto e due donne a guardia di un uomo che giaceva bocconi sul pavimento, con addosso un vestito grigio scuro. Era mingherlino, con radi ciuffi di capelli bianchi appiccicati al cranio. “Sembra piuttosto anziano” osservò Angelo. “Aveva ottantasette anni” disse una ragazza esile, con un camice azzurro da commessa. “Lo conosceva?” “Lo conoscevamo tutti. Veniva spesso a fare la spesa da noi. Roberto gliela portava direttamente a casa, se qualche volta non stava troppo bene.” “Allora sapete chi è.” “Si chiama Arturo Scopelli” intervenne l’altra commessa, una bruna in carne con un rossetto dalla tinta troppo accesa. “Si chiamava, cioè. Era così gentile, poverino, mi faceva sempre dei complimenti.” “Vero” confermò il direttore, “e le sbirciava anche il sedere, a dirla tutta. Era piuttosto arzillo, per la sua età.” Angelo si guardò intorno. “Come mai non ci sono clienti?” “Stavamo per chiudere” spiegò Grinna. “C’era solo una signora alla cassa, che è andata via un attimo prima che Teresa” fece un cenno verso la bruna, “si accorgesse che Scopelli era accasciato a terra. Un malore improvviso, è evidente.” “Molto probabile, data l’età” ammise Angelo. “Ma che fine ha fatto l’ambulanza?” Dall’ingresso arrivò un rumore di passi. “Eccoli che arrivano” disse il direttore. Si mosse lungo la corsia. “Siamo qui!” Da dietro la fila degli scaffali sbucarono tre uomini, portando una barella. Quello più giovane si fece avanti con aria decisa, si accovacciò vicino al vecchio, gli appoggiò le dita ai lati del collo. Dopo qualche secondo si rialzò. “Non c’è battito nella giugulare.” Grinna lanciò un’occhiata ad Angelo, come a dire: “Che ti avevo detto?” “Da quanto tempo è così?” “Quasi mezz’ora, ormai” disse la commessa bionda. “Non c’è più niente da fare, vero?” Il medico si rialzò. “Dev’essere morto sul colpo. Non c’è traccia di sofferenza nel viso.” “Meno male. Sono contenta per lui. Mi diceva sempre: ‘Cara Linda, spero di andarmene senza patire troppo’.” “Be’, credo sia stato accontentato.” C’è quasi da invidiarlo, pensò Angelo. In quel mentre, in cima alla corsia comparve la sagoma di una donna. Era una signora sui sessant’anni, di altezza media, e con la figura tozza infagottata in un tailleur abbondante di un verde slavato. Il direttore sbuffò. “E quella che vuole?” bofonchiò in tono irritato. E poi, a voce più alta: “Guardi che siamo chiusi. Torni più tardi.” La donna venne avanti, come se non avesse sentito. Malgrado il passo un po’ strascicato, dava l’idea di qualcuno difficile da bloccare. Il direttore le andò incontro, con aria irritata. “Pure sorda...” commentò a denti stretti. Poi alzò la voce. “Le ho detto che il supermercato è chiuso, signora. Non possiamo servirla, in questo momento.” La donna gli lanciò addosso uno sguardo gelido. Parlò a bassa voce, ma scandendo le parole in modo chiaro: “Non sono io che ho bisogno di voi. Siete voi che avete bisogno di me.” Grinna si bloccò, con aria interdetta. “Come ha detto, scusi?” La donna lo raggiunse, lo superò, andò a fermarsi nei pressi dell’uomo disteso a terra. “Mi chiamo Silvia Longo, e sono un funzionario di polizia. Chi è il morto?” Mauro osservò con astio l’uomo che lo aveva incastrato. Dopo essersi trasferito sul sedile del passeggero, stava parlando al telefono senza staccargli gli occhi di dosso nemmeno per un istante. Sul viso squadrato aleggiava un sorrisetto di soddisfazione. Non c’era dubbio che sapesse far bene il proprio lavoro. Un vero professionista, accidenti a lui. “Sì, l’ho beccato. Era in un alberghetto nei pressi di... adesso ce l’ho qui con me, a portata di mano... come no, tra venti minuti siamo lì.” Chiuse la chiamata e fece segno di mettere in moto. “Parti. Ti dirò io la strada.” “Come se non la conoscessi. Ma ve la state prendendo con la persona sbagliata. Io non ho fatto niente.” “E chi se ne fotte. Io ti devo solo portare a destinazione. Il resto non mi riguarda. Coraggio, non ti torcerò un capello. Sempre che non ti metti a fare lo stronzo, s’intende.” Mauro infilò la chiavetta nel quadro. “Non ti metta.” “Cosa?” “Ci vuole il congiuntivo.” “Ficcatelo in quel posto il congiuntivo. Pensa a guidare e stai zitto, saputello.” Quel dannato gorilla non ci avrebbe pensato due volte a mettergli le mani addosso, se lo avesse provocato. Avrebbe sempre potuto dire che aveva tentato di scappare. Nulla di più credibile, del resto, considerato il modo in cui si era eclissato dopo che era successo il fattaccio. Ma che altro avrebbe potuto fare? Visto com’erano andate le cose, nessuno sarebbe stato disposto a credere che lui non c’entrasse niente. Avrebbe dovuto fare contenta sua madre, e studiare da ragioniere. “Come sei riuscito a beccarmi?” “Non ti ho appena detto di stare zitto?” “Che ti costa fare un po’ di conversazione?” “Preferisco pensare ai fatti miei, piuttosto che parlare con te. E poi, che domande del cazzo vai facendo? Lo sai anche tu come si fa a beccare qualcuno che si nasconde, no? Basta controllare aeroporto, stazione e agenzie di noleggio. Nel frattempo si fa il giro degli alberghi, quelli più piccoli e scalcagnati nei quali è più facile farsi registrare con un’identità fasulla. Poi...” “Potevo essere partito con la mia macchina.” “Abbiamo la targa. Ti avremmo beccato subito fuori città.” “E se me la fossi fatta prestare da un amico?” “Quale amico?” sogghignò l’uomo. “Non ci risulta che tu abbia amici disposti a mettersi nei guai per te.” “Ce li ho, invece” protestò Mauro. “Sono io che non metterei mai nei guai un amico, semmai. “Ma che bravo ragazzo. Adesso però stai zitto e pensa a guidare. Risparmia il fiato per quando sarai interrogato.” Non replicò. Stava pensando che doveva imbastire una storia plausibile, se voleva avere qualche probabilità di essere creduto. Che cosa avrebbe potuto raccontare, per tirarsi fuori dai guai e al tempo stesso risultare convincente? Non era facile. Mentre cercava di concentrarsi sul problema, l’altro riprese a parlare. “Piuttosto...” “Cosa?” “Che cosa speravi di fare, nascondendoti come un topo? Lo sapevi che prima o poi ti avremmo trovato.” “Sono affari miei.” “Ah, improvvisamente non hai più voglia di fare conversazione?” “No” sbottò Mauro. “E tu non mi hai detto per ben tre volte di stare zitto?” “Arturo Scopelli, ottantasette anni” disse Angelo. “Ha avuto un malore.” “Lei è...” domandò la Longo senza guardarlo. Teneva gli occhi appuntati sul morto. “Agente Rizzo, dottoressa.” “Come fa a saperlo?” “Come faccio a sapere come mi chiamo?” si stupì lui. “Come fa a sapere che il vecchio ha avuto un malore.” “Ah... be’, ho appena ricostruito la dinamica dell’evento, e sembra chiaro che...” “Allora facciamolo portar via.” “Ma come, così?” Stavolta lei lo fissò. “Ha qualche obiezione?” “No, ma non deve arrivare il medico legale?” “Per cosa?” “Per dichiarare la morte del defunto.” “Esiste la possibilità che il defunto sia ancora vivo?” In apparenza il tono della donna era del tutto privo di ironia. “No, ma...” Angelo tacque, imbarazzato. “Non c’è dubbio che quest’uomo sia morto” intervenne il medico del Pronto Soccorso. “Perciò, se ci permettete di portarlo via...” “Ma dobbiamo fotografare la scena del crimine” insisté Angelo, caparbio. “Quale crimine? Non ha detto prima che si è trattato di un malore?” “Sì, ma la foto...” “La faccia lei una foto.” “Non ho la macchina.” “Usi il cellulare.” Angelo scattò alcune foto da varie angolazioni. Poi i due addetti caricarono il morto sulla barella. Il capannello di persone si sfoltì, mentre la situazione veniva idealmente derubricata da crimine potenziale a morte per cause naturali. Longo si rivolse ad Angelo. “Raccolga tutte le informazioni che le serviranno per il rapporto. Io aspetto fuori.” Si allontanò lungo la corsia, come se intendesse seguire i portantini e il cadavere nel percorso verso l’ambulanza. Angelo si rivolse a Roberto. “Lei portava spesso la spesa direttamente a casa del signor Scopelli.” Il commesso annuì. Era un tipo sui trenta, di media altezza, con capelli scuri che si arricciavano sulle tempie. Indossava un camice azzurro di una tonalità più cupa rispetto a quello delle ragazze. “Sì.” “Quindi sa dove abitava.” “Qui sulla piazza, al numero cinque.” “Abitava con qualcuno? Dei parenti?” “No, credo che non avesse nessuno.” “Ci dev’essere una figlia sposata da qualche parte” intervenne Linda. “Credo si chiami Fulvia, ma abita altrove.” “Non sa dove?” La commessa scosse la testa bionda, con aria incerta. “In Francia, mi pare.” “C’è altro che potete dirmi di lui?” “Faceva il tipografo” disse Teresa, l’altra commessa. “Quando lavorava, cioè.” “Aveva una buona pensione?” Il direttore bofonchiò qualcosa e si allontanò. Gli altri si strinsero nelle spalle. Il dramma che si era appena svolto sembrava già sbiadire nel quotidiano. “Non saprei” disse Roberto. “Però non lesinava sulla spesa, e neanche sulle mance.” La stanza era piccola e quadrata, priva di finestre come uno sgabuzzino. Conteneva unicamente un tavolino e due sedie in formica verde particolarmente scomode. Mauro lo sapeva perché ne stava occupando una. Una lampada appesa al soffitto spandeva una luce dalla tonalità lattiginosa. L’aria odorava di polvere e, stranamente, di liquirizia. Si trovava lì dentro da poco più di cinque minuti, e già si stava chiedendo se avessero intenzione di lasciarlo a macerare per renderlo più malleabile. In quel mentre l’uomo che lo aveva pizzicato ritornò. “Vieni con me, forza.” “Mauro si rizzò in piedi.” “Dove mi porti?” “C’è una signora che ti vuol parlare. Contento?” “Spero che ami la conversazione più di te.” L’altro scosse la testa. “Più che altro è una buona ascoltatrice. Temo che sarai soprattutto tu a parlare.” “E se non ne avessi voglia?” “Non dire cazzate.” Gli afferrò il gomito e lo trascinò fuori dalla stanza. Nel corridoio incrociarono un paio di uomini dall’aria annoiata, che non badarono a loro. Il tipo si arrestò davanti a una porta che in apparenza era uguale a tutte le altre. Diede due rapidi colpi con le nocche della mano libera, fece ruotare la maniglia, socchiuse l’uscio e spinse Mauro nello spiraglio. Le pareti della stanza erano occupate da armadi e schedari di metallo grigio. L’unica zona libera era quella corrispondente a una finestra, a fianco della quale era sistemata una massiccia scrivania in noce. Dietro la scrivania c’era una donna bruna, fra i trenta e i quaranta. Se ne stava a occhi chiusi, le spalle addossate allo schienale di una poltrona di pelle rossa. Le gambe erano sollevate, e sembravano galleggiare nell’aria. In realtà erano sostenute dai calcagni, che poggiavano sul ripiano del tavolo, scavalcando il bordo arrotondato del vetro che lo ricopriva. Mauro attese, immobile, respirando piano. La donna aprì gli occhi, lo fissò. “Signor Breccia, che sorpresa” disse, calcando la voce sull’appellativo. “Cominciavo quasi a disperare in una sua visita.” Lui fece la faccia feroce, per nascondere il disagio. “Ho avuto da fare” bofonchiò, sarcastico. “Davvero? Ma si sieda, la prego.” Mauro scosse la testa. “Resterò in piedi, grazie.” “Si sieda” insisté lei in tono asciutto. “O preferisce che glielo ordini?” Mauro raggiunse la poltroncina di fronte alla scrivania, la scostò e si sedette, rigido. La donna annuì, come per approvare. “Bene. E adesso mi racconti tutto.” Capitolo secondo Angelo uscì dal supermercato. Silvia Longo se ne stava immobile sul marciapiede, con l’aria di una a cui facessero male le gambe. Sua madre soffriva di flebite, e lui aveva imparato a riconoscere la postura rigida e la smorfia di sofferenza dei momenti peggiori. “Dove abitava il morto?” “Qui nella piazza, al numero cinque.” “Andiamoci.” “A fare cosa?” “Dobbiamo avvertire i familiari.” “Non aveva nessuno. Non qui, perlomeno.” Lei scrollò le spalle. “Non cambia nulla. Ci sarà qualcuno che lo conosceva. Non vorrà che lo vengano a sapere dalla lettura dei necrologi.” “No, ma...” “Lei obietta sempre, Rizzo?” “No, che dice...” “L’ha appena fatto. Venga, coraggio. Nemmeno io trovo divertente dover annunciare la morte di qualcuno, ma fa parte del nostro lavoro.” Si mosse lungo il marciapiede, con un’andatura veloce che lo sorprese. Per un attimo lui pensò di aver sbagliato a pensare che la donna soffrisse di disturbi circolatori alle gambe. Poi intuì che lei, semplicemente, tentava di ignorare il problema. Doveva possedere una volontà di ferro. Anche sua madre era così. Nel frattempo si era fatto staccare. Non era dotato di un grande scatto. La raggiunse all’incrocio. “Non ho mai informato nessuno che...” si interruppe, imbarazzato. “C’è sempre una prima volta” disse Longo, in tono asciutto. “Comunque c’è una cosa peggiore di questa.” “Quale?” “La cosa peggiore è quando vengono ad avvertire te che ti è morto qualcuno.” Nella voce si era insinuata una nota dolente. Angelo aprì la bocca per replicare, ma in quel momento scattò il verde. La vide ripartire e le si mise dietro, quasi arrancando. “Scusi, non può andare più piano?” sbottò. “Come?” “Le chiedevo di rallentare. Che fretta c’è?” “Non mi dica che vado troppo in fretta, per lei.” Il tono era sarcastico. “Quanti anni ha: venti, venticinque?” Angelo si sentì arrossire. “Ventisette. Ma io dicevo per...” “Alla sua età dovrebbe essere una scheggia. Ma forse è fuori forma.” “Sono sovrappeso, non si vede?” “E io ho la flebite, e anche l’artrosi alle ginocchia. Chi è messo peggio, secondo lei?” Angelo si accorse che stavano quasi urlando. Abbassò la voce, sconcertato. “Non è mica una gara” obiettò. Lei lo osservò per un attimo, con aria imbronciata. Poi la bocca si distese in un sorriso. “Ha ragione. Sono una vecchia acida. Non ci faccia caso.” “Lei non è vecchia” si sentì in dovere di precisare lui. “Bugiardo” replicò la donna, senza animosità. “C’è poco da raccontare. Non sono stato io.” “A far cosa?” “Lo sa” sbuffò Mauro. “A uccidere quell’uomo.” “Quale uomo?” Il tono della donna era privo di qualsiasi inflessione. “La smetta di giocare come un gatto col topo. Non ho intenzione di rilasciare dichiarazioni.” “E perché no?” “Perché non mi credereste. E allora tanto vale stare zitto. Almeno non potrete usare le mie stesse parole contro di me.” “Lei legge troppi gialli” la donna scosse la testa. “Come il mio collega Trocca.” “È lei che legge troppi gialli, e anche di qualità mediocre. Ma dove si è mai vista una poliziotta con le gambe stese sul tavolo in questo modo? “Lasci perdere le mie gambe, Breccia. Lei è nei guai, si rende conto?” “Non sono più il signor Breccia?” “Ci tiene all’appellativo?” “Per nulla.” “Meglio così. Non serve preoccuparsi della forma, è la sostanza che interessa. Giusto?” “Se lo dice lei...” “E la sostanza è che lei era con Federico Colaianni, quando Colaianni è morto. C’era lei, e non c’era nessun altro. Dico bene?” “Forse.” Negli occhi della donna passò un lampo di irritazione. Mise giù le gambe dalla scrivania e si alzò in piedi. “Dove spera di arrivare, in questo modo? Se ci sono degli elementi che possono alleggerire la sua posizione li tiri fuori, perdiana. Altrimenti è come se stesse confessando, se ne rende conto?” “Se le racconto com’è andata, la prenderà come una confessione. Tanto vale che stia zitto.” La donna si rimise a sedere, con aria pensierosa. “Forse comincio a capire. Lei non ha una versione credibile da offrirci, è così?” “Ha proprio ragione, non ce l’ho.” “Questo può significare due cose. O, semplicemente, lei è colpevole...” “No, non è così.” “Oppure lei si è infilato in un impiccio che non è in grado di districare.” Mauro non parlò. “Dico bene?” “Sì.” “Allora la sua unica possibilità è di raccontare tutto.” “No.” “Perché no? Se lei è davvero innocente...” “Se non sono in grado io di risolvere l’impiccio, vuol dire che non ne sareste capaci neanche voi. Di conseguenza non mi credereste.” “Non ci sottovaluti. Guardi che...” “Con tutto il rispetto, dottoressa Ghisleni...” “Mi conosce?” “Dato il mio mestiere, devo tenermi informato sui principali esponenti della polizia cittadina. Lei è una donna brillante, ma non ha l’immaginazione per districarsi in una situazione come questa, mi creda. Senza offesa, ma...” Lei lo bloccò con un gesto della mano. “Non stia a scusarsi. Riconosco di essere una persona con i piedi ben piantati per terra. Ma c’è il mio collega che...” “Non sta mica parlando di quel tipo che mi ha pizzicato, vero? È un vero mastino, non lo metto in dubbio, ma non saprebbe da che parte cominciare.” La Ghisleni scosse la testa. “Non mi riferivo a Palumbo. Lui ha altre doti. No, si tratta del collega che ho nominato prima, Trocca.” “Mai sentito. Eppure pensavo di conoscere i nomi di tutti gli investigatori ben quotati.” “Trocca lavora in archivio” disse lei. “Un archivista? Lei vuol prendermi in giro.” “Per niente. In realtà ha la qualifica di ispettore. È passato ai servizi sedentari dopo essere stato coinvolto in una sparatoria che... ma questo non ha importanza. Trocca è la persona giusta per ascoltare una storia come la sua. Se ho intuito di che tipo di storia si tratta, s’intende. Adesso lo chiamo.” Mauro scrollò le spalle, poco convinto. “Se ci tiene, ma le dico subito che...” Lei non gli badava. Compose un numero interno, rimase un momento in attesa, poi mise giù la cornetta. “Non risponde. Dirò a Palumbo di cercarlo.” Compose un altro interno, poi parlò. “Rocco, mi cerchi Sandro, per favore? Digli solo che ho bisogno di lui, grazie.” Rimise giù la cornetta, e guardò Mauro. “Arriva subito. Che ne dice di un caffè, nel frattempo?” Questa mi vuole fottere, pensò lui, ma sorrise in risposta all’offerta. “Ristretto e macchiato, grazie.” Lo stabile era relativamente nuovo. Sulla pulsantiera del citofono mancavano alcuni nomi, ma quello del morto c’era, in corrispondenza del terzo piano, il penultimo. Nell’atrio un ragazzo di colore, magro e alto, stava inserendo dentro le buche degli opuscoli pubblicitari. “Quanta cartaccia inutile” borbottò Longo. Il ragazzo non reagì. Hai ragione, sei proprio una vecchia acida, pensò Angelo. Indirizzò un sorriso di incoraggiamento verso il nero, che però non stava guardando. “Speriamo che l’ascensore funzioni,” disse la donna, “altrimenti dovrà cavarsela da solo. Non li faccio tre piani di scale a piedi.” “L’idea di avvertire i conoscenti del morto era sua” le ricordò lui. “Se l’ascensore non funziona ce ne andiamo via.” “È così che intende il suo lavoro, Rizzo?” “La smetta. Il morto non aveva parenti, qui. Non siamo tenuti ad avvertire nessuno. Piuttosto, bisognerà rintracciare la figlia, che abita in Francia.” “In Francia?” “Così mi hanno detto. Farò delle ricerche una volta tornato in ufficio. Comunque l’ascensore funziona, contenta?” “Allora salgo. Lei farebbe meglio a farsela a piedi, però. L’aiuterebbe a smaltire un po’ di peso.” “Grazie del consiglio, dottoressa, ma vengo con lei.” “Venga pure. Speriamo regga.” Angelo fece una smorfia. Poi si rese conto che lei cercava di essere spiritosa. Dio ce ne scampi, pensò, meglio quand’è seria. L’ascensore si mise in moto, non senza qualche cigolio, e li depositò al terzo piano. C’erano due porte, una da un lato e una dall’altro. Sul pulsante di quella sulla destra c’era scritto il nome del morto. Longo si accostò all’altra porta. Suonò il campanello, che riportava il nome “Garlasco”, e attese. Dopo qualche secondo si udì una voce femminile provenire dall’interno. “Chi è?” “La signora Garlasco?” “Chi è lei? Cosa vuole?” “Non si spaventi, signora. Sono della polizia.” Ci fu un momento di silenzio, poi la porta venne aperta. Sull’uscio comparve la sagoma di una donna esile, piuttosto anziana. Aveva un portamento elegante, come una dama di altri tempi. “Cosa vuole la polizia da me?” “Mi chiamo Silvia Longo, e lui è l’agente Rizzo. Non vogliamo niente da lei, in realtà. Siamo venuti per darle una notizia.” La signora batté le palpebre, tradendo un certo nervosismo. “La polizia non porta buone notizie, di solito.” “Purtroppo ha ragione. Possiamo entrare?” La vecchia esitò un attimo, poi si fece da parte. “Prego, accomodatevi.” “Grazie.” C’era un piccolo ingresso che dava su una cucina spaziosa. Avanzarono tutti e tre di qualche passo, poi rimasero in piedi, a guardarsi in faccia. “Conosce il signor Scopelli, immagino.” “Il mio dirimpettaio? Certo. Siamo buoni amici.” Longo abbassò la testa. “Mi duole dirle che il suo vicino è morto, signora Garlasco. Si trovava al supermercato, ed è improvvisamente mancato.” “Mi sta dicendo che è morto?” “Esatto. Il cuore, probabilmente.” La signora era impallidita, ma non vacillò. “Sì, aveva il cuore malandato, povero ragazzo.” “Ragazzo?” si intromise Angelo. “Io lo chiamavo così. Era uno scherzo tra di noi. Lui diceva che io ero una ragazzina, perché ho solo ottant’anni.” “Se può consolarla, credo che non abbia sofferto. Da quanto è stato riferito, dev’essere morto sul colpo.” “Grazie agente. Sì, questa notizia è molto importante per me. Non avrei sopportato di sapere che...” La vecchia si interruppe. Per ogni evenienza, Angelo la accompagnò a sedersi su una poltrona che c’era davanti a un televisore. “Le prendo un bicchiere d’acqua.” Recuperò un bicchiere dall’acquaio, lo riempì al rubinetto e lo portò alla signora Garlasco, che ne bevve un sorso e poi se lo appoggiò in grembo. “Sa dirmi se c’è qualche parente da avvertire?” chiese Longo. “Una figlia a Montpellier, in Francia. Fulvia, si chiama. Non ricordo il cognome da sposata, ma ce l’ho segnato da qualche parte, con il numero di telefono. La avvertirò io. È meglio che ricevere la notizia dalla polizia.” “Sì, grazie. Noi faremo comunque una comunicazione per via burocratica, ma intanto lei glielo faccia sapere.” “Le sarei grato, però, se ci fornisse i dati in suo possesso” disse Angelo. “Ci risparmierà del lavoro.” “Certo. Vado a recuperare l’appunto.” “Faccia con comodo, signora.” La vecchia si alzò, si spostò in un’altra stanza. “Ha visto, Rizzo? Non è stato difficile, e sta pure recuperando delle informazioni senza fatica.” Angelo non replicò. Benché la Longo si fosse occupata in prima persona della cosa, il semplice fatto di essere presente lo disturbava. Per lui era difficile impedirsi di assorbire le emozioni delle persone. Quella donna invece sembrava immune. La signora Garlasco ritornò con un foglietto. “Le ho trascritto tutto: nome, cognome, telefono e indirizzo.” “Grazie, signora. Lei è un angelo.” La vecchia gli lanciò uno sguardo colmo di disperazione. “C’è un solo angelo, l’angelo della morte.” La Ghisleni mise giù le gambe dal tavolo e allungò la mano verso il bicchierino del caffè. Diede una rapida mescolata, poi bevve. Mauro fece altrettanto. “Non male, per essere roba della macchinetta” osservò. Qualcuno bussò alla porta, si affacciò senza attendere risposta. Era un uomo scuro di capelli, col viso simpatico e l’aria sveglia. Sembrava un assistente universitario in procinto di ottenere una cattedra, oppure di essere licenziato. “Mi cercavi, Elena? Palumbo ha detto che avevi bisogno di me.” “Ciao, Sandro. Conosci il signor Mauro Breccia?” “L’investigatore privato? Il caso dell’uomo strangolato nella casa del boia! Caspita, ma lui è l’indiziato principale, per non dire l’unico.” “Il signor Breccia è qui in qualità di persona informata dei fatti” precisò la donna. Trocca la fissò, con aria interdetta. “Davvero? Se lo dici tu...” “Ascolta, Sandro, il signor Breccia è un po’ indeciso. Se noi formalizziamo le accuse contro di lui si rifiuterà di parlare, e chiederà l’intervento di un avvocato, com’è suo diritto.” “Ma tu hai detto che non lo hai ancora arrestato.” “Infatti.” Mauro si alzò di scatto. “In tal caso posso andarmene.” “Al tempo. Se cerca di andarsene l’arrestiamo seduta stante. Ha capito bene?” “Sì.” “Bene. Dicevo, Sandro, che il signor Breccia non ha molta voglia di raccontarci come sono andate le cose, perché è convinto che non gli crederemmo.” “E allora?” “Lui dice di essere innocente, ma è consapevole del fatto che la sua versione non regge.” “Vieni al dunque, Elena, non ti seguo.” “Per farla breve, gli ho assicurato che tu sei l’unico in grado di dargli una mano.” “Non vedo come. La sola persona che possa far diventare la sua versione più convincente è un avvocato.” “Non hai capito. Devi partire dall’ipotesi che il signor Breccia intenda dire la verità.” “Ah.” “Mi segui? Lui ci racconta la verità, noi la prendiamo per buona. e a te tocca il compito di farla funzionare. Hai capito, adesso?” “E se non ci riesco?” La donna scrollò le spalle. “Se non ce la fai tu, il nostro amico qui è fottuto. In quel caso lo arrestiamo, e buttiamo via la chiave.” “Un momento, e se io non vi racconto niente?” chiese Mauro in tono di sfida. “Se lei non parla l’arrestiamo lo stesso, e buttiamo via la chiave.” “Ma io avrei diritto a un avvocato.” “Come no” sogghignò lei. “Ma se lei avesse pensato che un avvocato potesse toglierla dai guai, a quest’ora ne avrebbe già cercato uno. Dico bene?” Lui non replicò. Quella dannata poliziotta aveva ragione. Valutò quante possibilità avesse di convincere Trocca. Sembrava un tipo tutt’altro che facile da intortare. “Allora che ne dice, Breccia? Quella che le sto offrendo è la sua unica possibilità.” Sì, pensò Mauro, la possibilità di mettermi il cappio al collo con le mie mani. A quel pensiero non poté impedirsi di rabbrividire. “D’accordo,” decise, “vi racconterò come sono andate le cose. Siete pronti?” “Non potrei essere più pronta di così. Sandro?” “A dire il vero, ho lasciato un lavoro a metà.” “Qualcosa di urgente?” “Non direi, no. È solo che...” La Ghisleni spazzò via l’obiezione con un gesto secco della mano. “Che si fotta, allora.”