Anno 16
Numero 32
Giugno 2011
®
Foto: Ubald Trnkoczy
Foglio della comunità italiana di Capodistria
La città
Elsa Fonda durante la presentazione
E' stata restaurata la chiesa di San
Jan Zlatič della prima classe del Ginnasio
del suo libro »La cresta sulla zampa«
Biagio. I lavori hanno interessato il
»Gian Rinaldo Carli«, vincitore del
(Ibiskos editore) presso la sezione
tetto e la parte esterna. La prossima
primo premi oper l'opera grafica all'VIII
italiana della Biblioteca centrale »Srečko
fase riguarderà l'interno con gli altari
edizione del premio internazionale
Vilhar« di Capodistria. Foto J. Belcijan
»Giorgio Depangher« . Foto J. Belcijan e la tomba del vescovo Paolo Naldini
Questa foto ci è stata inviata da Donatella Pohar e riguarda il 30.esimo anniversario della matura. »Ci siamo
ritrovati il 26 marzo per la rimpatriata. I nomi da sinistra: Dean Guštin, Daniela Potočnjak (Kavalič), William
Knapič, Donatella Pohar, Patrizia Zonta, Laura Vianello. In piedi: Ugo Musizza, Ive Marković, Oliviero Cerin. Una
bella occasione per ricordare, in un clima goliardico davanti ad una bella tavolata, i spensierati anni del ginnasio.
Tra i tanti momenti e gli episodi vissuti tra i banchi, un ricordo affettuoso va in questa occasione a tutti i professori.
Un pensiero particolare alla nostra compagna, Luciana Fiorencis, scomparsa prematuramente
2
La città
»Elezioni il 10 luglio, nel 2014 Ancarano Comune«
Le elezioni amministrative il 10 luglio si faranno su tutto il territorio dell’attuale municipalità capodistriana, ma
sarà l’ultima volta: nel 2014 inizierà a funzionare il nuovo Comune di Ancarano. La Corte costituzionale slovena
lo ha costituito di propria iniziativa, poiché il Parlamento non era stato in grado di farlo e non vi sono altre vie per
conformarsi alla precedente delibera dell’Alta Corte in materia. Nel dicembre dello scorso anno aveva imposto il
distacco di Ancarano da Capodistria e le elezioni contemporanee nelle due nuove amministrazioni, nell’arco di due
mesi. Visti tutti i tentativi falliti di pervenire ad una simile soluzione, la Corte non ha ritenuto incostituzionale la
legge sulle amministrative capodistriane, già indette per il 10 luglio, ma ha deciso di usare il suo potere - è la prima
volta che accade - per realizzare quelli che sono considerati i legittimi diritti dei cittadini di Ancarano. Fra tre anni,
assieme agli altri enti locali del Paese, parteciperanno al voto in maniera autonoma.
La tutela della Comunità Nazionale Italiana nel nuovo
Comune questa volta è stata citata esplicitamente. Sarebbe
ampiamente garantita, nel rispetto degli atti internazionali
vigenti e dei dettami costituzionali. I connazionali della
zona, inoltre, avranno un seggio garantito nel nuovo
Consiglio municipale, che conterà 13 consiglieri.
Le reazioni alla sorprendente delibera della Corte
costituzionale non si sono fatte attendere. Il presidente
del Parlamento, Pavel Gantar non ha nascosto il proprio
disappunto, dichiarando che la delibera su Ancarano potrà
avere ripercussioni di natura giuridico - costituzionale.
In tale contesto si attende una reazione adeguata della
Camera di Stato ed un’attenta disamina delle competenze
dell’Alta Corte, che si è espressa su una materia che, in
questo caso, non era stata sottoposta alla sua attenzione.
Per il deputato al seggio specifico del Parlamento sloveno,
Roberto Battelli, si tratta, tutto sommato, di “una bella
giornata per tutti i capodistriani, che potranno finalmente
esercitare il loro fondamentale diritto al voto, anche se
luglio non è il periodo migliore per una consultazione
elettorale”. Sull’altra controversa delibera della Corte,
rileva che “fino al 2014 sarà ancora possibile fare
un’ulteriore riflessione sulle vere motivazioni che hanno
indotto i promotori del nuovo Comune. ”Sarà possibile
capire”, osserva Battelli, “quanto l’iniziativa sia legata
alla realizzazione di legittimi interessi della popolazione e
alla soluzione dei loro problemi, che come sappiamo non
si risolvono creando nuove municipalità, ma riformando
le leggi e attuando quelle esistenti, e quanto invece ad
un uso a dir poco disinvolto delle procedure giuridiche a
fini personali”. La soluzione migliore, secondo Battelli,
“sarebbe di stabilire una volta per tutte che non esistono
più i motivi che indussero nel 1994 la Corte costituzionale
a dichiarare non congruo con le norme esitenti il Comune
di Capodistria”. “Non è un caso”, conclude, “che lo
spiritus agens di quella sentenza abbia uno stretto legame
tuttora con i promotori del Comune di Ancarano”.
Per il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione
Italiana, Maurizio Tremul, si riapre una lunga vertenza
che sembrava già archiviata con la bocciatura di Ancarano
in Parlamento. “Ora la questione viene ribaltata. Credo sia
una decisione assurda e paradossale. Sconfessa la volontà
della maggioranza espressa alla Camera. Per quanto
riguarda la Comunità Nazionale Italiana, invece, viene
penalizzata proprio da chi doveva difendere i suoi diritti.
Considerato che i giudici ritengono i nostri connazionali di
Ancarano tutelati dalle norme vigenti, speriamo agiscano
sul piano operativo affinché esse siano regolarmente
attuate”, è stata la valutazione di Tremul.
”La Comunità autogestita costiera della nazionalità
italiana”, rileva il presidente, Flavio Forlani, “saluta
la decisione di permettere le elezioni per il Comune di
Capodistria, ma esprime rammarico per la decisione di
permettere la costituzione del Comune di Ancarano con
le amministrative del 2014. I giudici, anche in questo caso
non hanno sentito il bisogno di interpellare i rappresentanti
della Comunità italiana, credendo alle parole dei promotori
del Comune di Ancarano. La comunità italiana ha più
volte affermato e dimostrato che non viene rispettato lo
statuto speciale del Memorandum di Londra, che vieta
ogni cambiamento territoriale a danno della minoranza
italiana. Ad Ancarano non ci sono strutture e istituzioni
della minoranza italiana e pertanto non si può accettare
la constatazione della Corte costituzionale che gli
appartenenti alla comunità italiana di Ancarano abbiano
garantiti tutti i diritti che provengono dagli accordi
internazionali firmati dalla Slovenia. Se questi diritti
saranno attuati, come promettono i promotori del Comune
di Ancarano, allora speriamo che fino al 2014, quando si
dovrebbero tenere le elezioni del nuovo Comune, vengano
costituiti l’asilo, la scuola, la biblioteca e le altre strutture
necessarie per la vita e l’attività della comunità italiana”.
Sorpresa per la procedura che porterà al nuovo Comune
di Ancarano è stata espressa anche dal presidente della
Comunità Autogestita della Nazionalità di Capodistria,
Alberto Scheriani. “L’imposizione dei magistrati
è insolita. Finora le decisioni sulla nascita di nuove
municipalità nascevano in Parlamento ed è risaputo quali
sono state le decisioni dei deputati. Esprimo, invece,
soddisfazione per la conferma delle amministrative
capodistriane, quando saranno assegnati pure i tre seggi
specifici per la CNI in Consiglio comunale e sarà rinnovata
anche l’Assemblea della nostra CAN”. Comprensibile la
soddisfazione dell’Iniziativa civica per l’autonomia di
Ancarano. Il suo coordinatore, Gregor Strmčnik, ritiene
che la delibera della Corte restituisca ai suoi concittadini
la dignità che le procedure alla Camera di Stato avevano
loro tolto.
Gianni Katonar
(La Voce del Popolo del 14 giugno 2011)
3
La città
Franco Juri (Zares): Perché ho votato a favore
Innanzitutto voglio ringraziare La
Città per l’occasione che mi offre
di spiegare, anche se sinteticamente,
le ragioni per cui in parlamento ho
votato a favore sia del referendum
che della costituzione del comune di
Ancarano. Mi sia concesso osservare
che il dibattito su questo tema è stato
sin dall’inizio ostaggio di sospetti e
animosità che hanno voluto presentare
la costituzione del nuovo comune
come qualcosa di assiomaticamente
ostile alla comunità nazionale italiana.
Da ciò anche certi toni rancorosi a
seguito della costituzione formale
della Comunità degli Italiani di
Ancarano su iniziativa di un gruppo
di connazionali locali favorevoli alla
nascita di un comune proprio.
In merito penso sia opportuno
sottolineare la differenza di fondo
tra la situazione del 1999, ovvero il
tentativo di smembrare il comune
di Capodistria dall’alto e contro
la volontà dei diretti interessati, e
quella del 2009, in cui l’iniziativa
è sorta dal basso, vale a dire per
volontà diretta degli Ancaranesi,
esponenti della CNI compresi,
volontà verificata democraticamente
in un referendum consultivo dalla
partecipazione
indubbiamente
legittimante (il 65% degli aventi
diritto) e una netta vittoria dei sì
(56%). Il referendum è stato avallato
prima e dopo della consultazione
popolare dall’ Assemblea nazionale,
ma l’esito finale della vicenda per un solo voto la costituzione
del nuovo comune, bloccata, dopo
il primo avallo della legge, da
un veto del Consiglio nazionale,
4
non è stata possibile- ha spinto la
Corte costituzionale, interpellata
dagli Ancaranesi, ad emettere una
sentenza molto chiara che rileva
come il parlamento, vanificando la
volontà espressa al referendum che
prima aveva confermato, abbia agito
arbitrariamente. Arbitrariamente e
in termini discriminatori, in quanto
quello di Ancarano è diventato un
precedente in assoluto per la Slovenia;
il primo e unico caso di comune
abortito dal parlamento malgrado
l’esplicita volontà popolare emersa
da un referendum legittimo e legale.
Una serie di interessi particolari,
perlopiù economici e legati alla
speculazione immobiliare, nonché
evidenti inciuci che hanno tessuto
bizzarre alleanze politiche, hanno
vanificato qualcosa che in ogni
altra parte del paese sarebbe passata
senza alcun problema. Hanno
inoltre pericolosamente derubricato
la Corte costituzionale e l’istituto
del referendum, hanno esaltato
l’arbitrio di chi fa la voce grossa e
mantiene saldamente il controllo del
potere reale, di quello economico
e finanziario. Per camuffare i veri
motivi dell’ostracismo nei confronti
del nuovo comune abbiamo poi visto
attingere strumentalmente a piene
mani da alcuni timori – secondo me
immotivati – espressi dalle istituzioni
della CNI di Capodistria, ovviamente
schierata con l’amministrazione
comunale. Soprattutto quello di vedere
nascere una CI e una CAN svincolate
dal controllo dei vertici capodistriani.
Sono stati così evocati lo statuto
speciale e il Memorandum di Londra,
la non esistenza di una scuola italiana
ad Ancarano e l’ulteriore divisione
della CNI nell’ Istria slovena.
Timori legittimi ma che a un’attenta
verifica dei fatti non reggono.
Infatti il comune in gestazione
prevedeva sin dalla prima proposta
il pieno rispetto e l’applicazione dei
diritti della CNI in tutto il territorio
dell’attuale comunità locale di
Ancarano, a prescindere dal numero
dei connazionali. Così la legge sulla
costituzione del comune di Ancarano
contempla il seggio specifico in
consiglio comunale, la costituzione
della CAN e il bilinguismo in tutto il
territorio. Senza queste prerogative,
come parlamentare interpellato da 650
firmatari dell’iniziativa ancaranese,
non avrei mai sostenuto il diritto
al referendum e di conseguenza ad
un comune autonomo. La legalità
dell’iniziativa è stata confermata a più
riprese dal parlamento, dal governo e
dalla Corte costituzionale. Ė perciò
del tutto fuori luogo sostenere che
il referendum ad Ancarano sia stato
permesso senza rispettare il quadro
legale. Se così fosse il parlamento
non si sarebbe afrettato, subito dopo
che il comune di Ancarano era stato
vanificato dal veto, a modificare
la legge sulle atonomie locali,
cancellando l’articolo sulle eccezioni
concernenti il numero di abitanti
E mi sia consentito infine qualche
dubbio sui timori delle istituzioni
della CNI di fronte ad uno sviluppo
urbano, territoriale, economico e
demografico di Capodistria ben lungi
dagli interessi reali della sempre più
esigua e debole comunità italiana. I
veri problemi di quest’ultima non
sono certo la costituzione di un nuovo
comune bilingue, una nuova CAN e
una nuova Comunità degli Italiani ad
Ancarano. Per quanto riguarda invece
i motivi originari dell’iniziativa per
il comune autonomo penso vadano
individuati nella mancanza di
soggettività giuridica delle comunità
locali, soggette spesso all’arbitrio
di un potere comunale che pianifica
e impone i propri interessi senza
considerare quelli delle comunità di
cittadini direttamente interessati.
La città
Luka Juri (SD): Perché ho votato contro
Per due ragioni: sia perché Ancarano
no ha le condizioni legali e
costituzionali per diventare comune,
sia perché credo che tutti noi
abbiamo ed avremo più beneficio nel
vivere insieme in un comune unico.
Mi rendo conto che gran parte della
voglia di avere un proprio comune,
espressa da quel 35% degli elettori di
Ancarano che hanno votato a favore
di esso, scaturisce dalla delusione con
il sindaco attuale e dalla conseguente
“voglia di andarsene”. Credo però
che tale logica non sia giustificata
- in questo modo infatti un domani
pure una regione slovena, scontenta
col governo, potrebbe cominciare
a pretendere uno stato proprio.
Esiste un’altra via per cambiare la
guida del comune: questa è quella
delle elezioni amministrative che
spero presto saranno effettuate pure
a Capodistria. È proprio tramite le
elezioni, scegliendo il sindaco, i
consiglieri comunali e quelli delle
comunità locali, che possiamo
influenzare la scelta riguardo
la nuova direzione comunale.
Ancarano fa parte del concetto
urbano di Capodistria. È come voler
fare di Salara o di Semedella un
comune indipendente: ciò significa
più inefficienza, più divisioni e più
problemi e non garantisce affatto
più democrazia. Oltre a ciò la
Costituzione, tramite gli articoli 8, 64
e 139, non permette la costituzione
di un comune ad Ancarano, anche
perché si vuole garantire il rispetto
dei diritti della Comunità nazionale
italiana. Purtroppo ciò non ha
avuto l’attenzione dovuta prima del
referendum consultivo che molti di noi,
compreso io, avevamo erroneamente
interpretato
come
vincolante.
D’altro lato sono convinto che il nostro
comune, con un centro aperto verso
il mare ed una periferia articolata
ed interdipendente, rappresenti un
vantaggio nell’intento di favorire
lo sviluppo regionale. Un comune
grande e forte ha una posizione
migliore nel dialogo con lo stato,
come lo dimostra ad esempio uno
dei vivaci negoziati correntemente
in corso nei quali stiamo cercando
di modificare il proposto piano
regolatore per il porto nell’intento
di garantire una migliore convivenza
di quest’importante impresa con
noi, la gente che ci viviamo accanto.
Spero che tutti, sindaco compreso,
saremo capaci di favorire di più la
convivenza nel nostro comune ed a
dimostrare, giorno per giorno, che
un comune grande, forte ed unito
conviene a tutti, in primis a tutti noi, i
suoi cittadini.
5
La città
Cara Nazione Madre, anche noi ti auguriamo
Buon 150.mo compleanno
di Alessandra A. Tremul
Da alcuni mesi assistiamo ai festeggiamenti indetti per il 150.mo anniversario della nascita dell’Italia, che
avvenne finalmente nel 1861 dopo un processo durato lunghissimi anni, in un momento in cui tutte le condizioni
erano favorevoli a questo importante evento. Oggi però sono presenti in Italia diverse sfumature del sentirsi
italiani, anche molto distanti tra di loro. Spesso però, non ci si rende conto di quanto il sentirsi appartenenti ad
una cultura, il poter parlare nella propria lingua madre o lingua padre, sia un cammino lungo e tortuoso.
Le cittadine della costa istriana
sono state a forte prevalenza italiana
fino agli anni Cinquanta del secolo
scorso, dunque Capodistria, Isola,
Pirano in primis, ma anche in
tantissime altre località della penisola
era normalissimo vivere e parlare in
italiano. Oggi è importante ricordare
che noi italiani d’Istria, che siamo
stati uniti allo Stato italiano, solo
dopo la vittoria conseguita alla fine
della Grande Guerra e in virtù di un
Trattato di pace internazionale, siamo
stati quelli che abbiamo dovuto
pagare il conto per quella scellerata
politica condotta dalla classe politica
operante tra le due guerre mondiali, in
questi territori abitati da popolazioni
diverse.
Il nostro destino di comunità italiana
in Istria divenne incerto già nel corso
della Seconda guerramondiale, con
le prime violenze gratuite nei nostri
confronti, con il ridimensionamento
della Resistenza italiana, per poter
dimostrare così solo il lato oscuro
– quello del male – della presenza
italiana nell’Alto Adriatico. Tutto ciò
era naturalmente funzionale ai grandi
progetti di espansione e annessione
della Jugoslavia in una terra dove
da secoli convivevano popolazioni
diverse, ma in cui le città dunque
le attività economiche principali,
l’istruzione e la classe dirigente erano
in mano alla parte italiana.
In questa zona di confine dopo la
Seconda guerra mondiale si consumò
una rivoluzione senza precedenti, che
usando l’ideologia del socialismo,
unitamente ad una serie di pressioni
sulla popolazione locale, sopprimendo
Alessandra Argenti Tremul
6
la proprietà privata e introducendo
(momentaneamente) quella socialista
riuscì non solo ad effettuare il
passaggio di quasi tutti i beni
presenti sul territorio da un gruppo
sociale ad un altro, ma a cambiare
completamente e irreversibilmente
quasi tutta la popolazione. Ecco che
da maggioranza sul proprio territorio
d’insediamento siamo diventati
un’esigua minoranza.
Il nostro mondo, i nostri valori,
i nostri usi e costumi e la nostra
storia, in alcuni decenni sono stati
talmente erosi che anche molti di noi,
purtroppo, fanno fatica a riconoscerli.
Solo i più anziani della comunità,
ormai pochissimi, cioè solo quelle
persone che hanno visto il drastico
cambiamento avvenuto in Istria ne
hanno memoria.
La nostra memoria e la nostra
storia sono state sistematicamente
rimosse, cancellate e re-inventate per
farci sentire in colpa di errori non
commessi, per giustificare quello che
il sistema jugoslavo ha compiuto,
per farci dimenticare, o meglio
vergognare, di essere italiani.
Non è stato semplice resistere e
sopravvivere in un ambiente dove gli
italiani sono stati a lungo considerati
stranieri in una regione in cui invece
sono sempre stati a casa propria,
descritti esclusivamente in maniera
negativa.
Sulle nostre spalle abbiamo un lungo
periodo di angherie e soprusi, a
cominciare dal divieto (non sempre
codificato ma fortemente sottinteso)
di parlare nella nostra lingua madre/
padre nei luoghi pubblici, sul posto
La città
di lavoro; dell’essere stati per lunghi
anni senza un preciso status giuridico;
di non aver avuto sempre il diritto al
proprio nome scritto e pronunciato
nella sua forma originale cioè
italiana; dell’aver subito la chiusura
delle scuole in lingua italiana e/o
il traferimento forzato nelle scuole
slovene e croate; nell’essere di fatto
esclusi dal mondo del lavoro diverso
dal piccolo gruppo di enti che si
riferiscono alla minoranza italiana;
nell’essere ostacolati da tutta una
serie di pressioni psicologiche e
ambientali, nel tramandare la propria
lingua e cultura alle generazioni
future. Per tutta la sofferenza che ci è
stata inflitta e per l’essere comunque
rimasti a vivere a casa nostra, ancorati
ai nostri splendidi scogli come solo
i granchi lo sanno fare, per l’aver
continuato a parlare nella lingua di
Dante con i nostri figli e ma anche
con i nostri nipotini, per avere ancora
il coraggio di iscrivere i bambini e le
bambine alla nostra scuola, abbiamo
il diritto e il dovere morale di chiedere
il rispetto della nostra identità e della
nostra storia.
Per quanto riguarda la storia del
Risorgimento c’è da dire che anche
gli istriani, ma soprattutto noi
capodistriani abbiamo fatto la nostra
parte. Vi invito a spendere un’oretta
al Museo del Risorgimento di Trieste,
in piazza Oberdan, per appurarlo di
persona. In questo modo conosceremo
anche questa parte della nostra storia,
completamente dimenticata da più di
mezzo secolo.
Ricordiamoci che alla costruzione
dell’Italia hanno dato il loro contributo
Niccolò Tommaseo (Sebenico),
Domenico Lovisato (garibaldino di
Isola), i capodistriani Nazario Sauro,
Carlo Combi e Antonio Madonizza,
Carlo De Franceschi (Pisino),
Antonio Baiamonti (Spalato), i
fratelli Stuparich e tanti altri che
persero la vita nelle varie guerre
d’indipendenza.
La nostra storia è tutta da riscoprire
e valorizzare, da raccontare, non
solo ai più piccoli affinchè crescano
forti
delle
loro
radici e senza alcun
timore di esprimersi
nel
dialetto
capodistriano o istroveneto o in italiano,
dentro e fuori le
mura domestiche.
Questo è certamente
un
compito
complesso, ma che
ciascuno di noi può
cominciare a fare
solo
ricordandosi
delle
storie
di
vita di una volta
narrate da nonni e
bisnonni, recuperare
espressioni
linguistiche riposte
nei cassetti, tirare
fuori i giochi e le
filastrocche di una
volta,
preparare
e
mangiare
le
La lapide in ricordo di Carlo Combi murata
pietanze tipiche che
in Via Verdi, di fronte alla sede del Comune
(ex casa Madonizza)
si cucinavano nella
nostra città e regione.
Mangiamo ancora i bisi e i cunigi de dell’Italia sia importante ricordare
Capodistria? Le sepe o il brodeto con la nostra lingua e cultura, sempre
la polenta? Pinze, crostoli, fritole e naturalmente rispettando gli Stati
domiciliari in cui oggi viviamo. Al
bussolai sappiamo ancora farli?
Si può iniziare con dei piccoli contempo, desidero anche il rispetto
gesti nella nostra vita quotidiana a e la dovuta considerazione per la
conservare e tramandare le nostre storia e l’identità che siamo riusciti a
radici. Oltre al ruolo della famiglia è mentenere nonostante le avversità del
fondamentale anche il compito della secolo scorso, non solo da parte di
scuola e dei docenti che con un pizzico coloro che vivono accanto a noi, ma
di amore verso la propria/nostra anche dalla nostra Nazione Madre.
comunità e la nostra regione, hanno Mi auguro che nella prossima
modo di recuperare il nostro passato ricorrenza della Giornata del ricordo
nelle diverse materie d’insegnamento, delle vittime delle foibe e dell’esodo
dunque di aiutarci a garantire e giuliano-dalmata, anche noi rimasti
costruire un futuro ai nostri figli e possiamo partecipare assieme agli
alle nostre figlie, alla nostra comunità esuli, seduti uno vicino all’altro,
nazionale autoctona in Istria. Poi alla cerimonia al Quirinale non solo
però ci vuole il coinvolgimento in considerazione della comune
delle istituzioni, che grazie alla loro sofferenza per lo stravolgimento
professionalità, possono contribuire della nostra società e della nostra
notevolmente a recuperare il nostro vita, ma soprattutto per l’impegno
immenso (e sconosciuto) patrimonio che abbiamo profuso nel mantenere
ancora oggi viva la lingua e la cultura
artistico, storico e culturale.
italiane in Istria, nel Quarnero e in
Credo che in questa occasione del Dalmazia.
150.mo anniversario della nascita
7
La città
Italia sì, Italia no
In questi giorni mi sto chiedendo
cosa può significare per me un
anniversario così importante, come lo
è il 150.esimo anniversario dell’Unità
d’Italia. Che contributo può dare,
a questo avvenimento, la tribù a
cui appartengo, quella Comunità
nazionale italiana abbarbicata in Istria
8
e dintorni come un residuato bellico,
come la parete di un casolare indecisa
se andar giù o restare in piedi.
Il caso politico e mediatico che sta
lievitando intorno all’evento, le prese
di posizione secessioniste della Lega
nord, lo snobismo germanico della
minoranza tedesca del Sud Tirolo, la
pacata partecipazione della minoranza
slovena, mi stanno imbrigliando in
una rete di strane sensazioni, miste
fra distacco e nostalgia. Chissà se la
passione per la cultura italiana e il
dna linguistico che accomuna me e la
mia tribù alla grande famiglia del Bel
Paese sia condizione sufficiente per
aderire al giubilo generale? Oppure,
al contrario, il nostro essere italiani
fuori d’Italia, fuori da tutti i suoi
circuiti culturali e politici, il nostro
essere figli di più storie e più Stati, mi
dovrebbe porre in una condizione tutto
sommato indifferente nei confronti di
un processo, l’unificazione dell’Italia,
che per noi non è altro che un riverbero
culturale e linguistico.
Ma un riverbero sottile e nitido,
impresso nella memoria e pronto
a riemergere ogniqualvolta cerco
una risposta alla mia, alla nostra,
condizione particolare, eccentrica,
marginale, emarginata e trincerata.
Un riverbero che per me ha la forma
di un ricordo d’infanzia, appiccicato
come il frammento di quel puzzle
attaccato alla parete traballante
del
nostro
vecchio
casolare.
Mi sono ancora ignoti i motivi per cui
mia madre, nei lontani anni Sessanta
del secolo scorso, decise di investire
una bella somma di lire per acquistare,
a rate, la grande enciclopedia Hoepli
che ancora oggi addobba il salotto di
casa. Sette rate per sette enormi tomi
che non ho mai smesso di sfogliare
come un oceano di parole, di storie,
di spunti per sognare. Vedo ancora
oggi, nitido come un raggio di sole,
una madre e un figlio prendere la
corriera per Trieste, fare la fila al
confine di Rabuiese, incamminarsi
giù per viale Carducci per ritornare,
dopo una sosta in libreria, in Largo
Barriera Vecchia, da dove ripartivano
le corriere per l’Istria. Vedo ancora
come stringono sotto il braccio, un
po’ lei, un po’ lui, con circospezione,
con gelosia, un libro pesante come un
mattone.
Aljoša Curavić
La città
Il Cimitero di S. Canziano, monumento da salvare
di Mario Steffè
Nella ricorrenza del duecentesimo anniversario della fondazione del cimitero di Capodistria a San Canziano, si
impone una doverosa riflessione sulla conservazione e tutela del patrimonio culturale, artistico e achitettonico della
necropoli cittadina. Il perimetro storico del cimitero capodistriano entro l’area delimitata dalla vecchia cinta muraria
è stato fra i primi in Istria ad essersi adeguato nella pianificazione urbanistica alla moderna disciplina cimiteriale
conseguente all’introduzione delle nuove norme di sepoltura in età napoleonica, mantenendo nei secoli il sito originario
nonostante i successivi ampliamenti e ristrutturazioni. L’area del nucleo storico cimiteriale si presta pertanto, per
quanto notevolmente intessata negli ultimi decenni da nuove sepolture che hanno rimpiazzato sepolcri antecedenti di
cui erano cessati gli oneri del canone e di manutenzione, a svariate ipotesi di indagine di ordine sociodemografico,
storico ed artistico-monumentale.
Essenziale è innanzitutto prendere coscienza del fatto che
all’area cimiteriale vanno associate, accanto alla pietà del
culto per i defunti, un’etica di rispetto e considerazione
di una sfera di primaria importanza per il vissuto storico
urbano. Dai monumenti funebri emerge una traccia non
indifferente del nostro passato che riporta alla struttura
sociodemografica dell’epoca nonchè all’incidenza
locale dei cognomi, alla storicizzazione del blasone
sociale, operato e virtù civici, censo, meriti pubblici e
privati della popolazione capodistriana. Accanto alle
fonti di documentazione storica, gli elementi materiali
che rimandano al passato recente e la traccia di una
presenza postuma collegata al territorio, costituiscono
una componente di non poco conto nella storia di un
luogo. Se si considerano poi i tanti illustri cittadini nel
campo della storia patria, delle arti e delle scienze le cui
spoglie mortali hanno trovato ultima dimora nel cimitero
di San Canziano, la tutela dell’area cimiteriale e delle
tombe di rilevanza storica, monumentale e artistica
dovrebbe immediatamente imporsi come un impegno
civico e morale prioritario. Un’eco di tale indirizzo si può
rintracciare nelle convenzioni internazionali e nelle norme
di carattere generale che sanciscono i principi di tutela
delle aree cimiteriali a cui ogni società civile dovrebbe far
riferimento in virtù degli elementi sopraccennati.
Ma vi è un altro aspetto, spesso sottaciuto o travisato,
che dovrebbe da solo convogliare tutto l’impegno da
parte delle istituzioni rappresentative della Comunità
Nazionale Italiana sul suo territorio di insediamento
storico a difesa di tale elemento. Mi riferisco alla presenza,
inesorabilmente intaccata con l’andare del tempo, delle
tombe italiane nel cimitero di Capodistria e in generale
in tutta l’area istriana. E qui si intende la presenza storica
di tutta quella parte di popolazione di nazionalità italiana
di cui resta traccia nelle vestigia cimiteriali, in quanto
componente egemonica del tessuto cittadino fino agli
anni ‘50 del secolo scorso. Se il prezioso patrimonio
monumentale, artistico e architettonico che fa bella
mostra di sé nel contesto cittadino continua a rendere
testimonianza dell’importante lascito di impronta istroveneta, è legittimo chiedersi fino a quando e in che misura
si conserverà traccia nelle testimonianze cimiteriali della
matrice autoctona italiana.
Di fatto, a partire dagli anni ‘60, con un incremento negli
anni ‘70 e ‘80 (in particolar modo prima degli interventi
di estensione dell’area cimiteriale resisi necessari in
seguito all’espansione demografica della popolazione
capodistriana), le nuove sepolture riconducibili alla
sopraggiunta componente non autoctona hanno mutato
sostanzialmente l’aspetto cimiteriale nella sua parte storica.
9
La città
Sulla situazione preesistente si è innestasta pertanto la
nuova componente etnico-demografica della città, a volte
con aspetti stridenti e in assenza di una regolamentazione
specifica a tutela del patrimonio storico cimiteriale. Il
ricambio biologico-generazionale della popolazione
non autoctona introdotta nel tessuto urbano in seguito ai
radicali mutamenti sul territorio indotti dalle profonde
trasformazioni politico-economico-sociodemografiche
del dopoguerra, ha quindi inciso immancabilmente anche
sul nuovo assetto cimiteriale.
Solo a partire dagli anni ‘90, in un clima di nuova
sensibilità ed aperture civili, si è iniziato a valutare gli
aspetti di tutela della memoria storica in relazione all’area
cimiteriale e ai monumenti funebri. Su un fronte l’Istituto
Regionale per la Cultura Istriana di Trieste si è adoperato
per la tutela delle sepolture italiane in Istria, pianificata
a partire dal 1995. Nell’ambito di tale progetto di tutela
sono state compiute ricognizioni e catalogazioni delle
tombe e delle epigrafi lapidarie dei cimiteri istriani, e
sostenuti finanziariamente i canoni di manutenzione di
alcune tombe di rilevanza storico-monumentale. Per
quanto riguarda il cimitero di Capodistria, la Comunità
Nazionale Italiana si è impegnata sin dai primi anni ‘90
per l’introduzione di nuove disposizioni amministrative
comunali volte a conservare il patrimonio stotricomonumentale cimiteriale in quanto lascito artisticoculturale e testimonianza della presenza italiana sul
territorio. Tale identità, ben riconoscibile nell’area storica
del cimitero di San Canziano, rischiava e rischia tuttora di
affievolirsi in seguito al degrado, all’incuria e alla mancata
attuazione di un regime efficace di tutela e salvaguardia
delle tombe che dovrebbero essere interessate da tale
vincolo.
Dico dovrebbero perchè con l’entrata in vigore dal dicembre
1996 del nuovo decreto comunale sull’amministrazione
Le tombe dei 10 capodistriani fucilati dai tedeschi il 2 ottobre del 1943
10
La città
dei cimiteri l’amministratore (l’azienda municipalizzata
Komunala s.r.l.) è tenuto a rispettare, in assenza di decreti
particolari di tutela, le istruzioni e gli orientamenti prodotti
dall’Ente competente per la salvaguardia del patrimonio
naturale e culturale. Tali orientamenti preliminari non
sono però di fatto mai confluiti in uno specifico decreto
d’interesse particolare volto a stabilire il valore artistico,
storico, monumentale ed altro, ivi compresi gli elementi
comprovanti il carattere autoctono degli appartenenti alla
nazionalità italiana. È importante far notare che in assenza
di tali disposizioni e in regime provvisorio di tutela,
l’amministratore ha l’obbligo per qualsiasi intervento nella
parte vecchia del cimitero di ottenere il relativo permesso
dell’Ente intercomunale per la tutela del patrimonio
11
La città
naturale e culturale di Pirano, nonché acquisire il parere
della Comunità autogestita della nazionalità italiana di
Capodistria. Sebbene sia dimostrabile la rimozione di
diversi monumenti funebri e l’accoglimento di nuove
sepolture su precedenti inumazioni nella parte storica del
cimitero di Capodistria, nessuna richiesta di parere è stata
finora trasmessa all’indirizzo della Comunità autogestita
della nazionalità italiana, in palese inottemperanza alle
disposizioni normative in materia. Giova forse a tal
proposito riconsiderare la diffusa e palese contrarietà
all’introduzione di disposizioni chiare e definitive in
materia di tutela dell’area storica cimiteriale espressa
all’epoca in sede di formulazione del decreto comunale
sull’amministrazione dei cimiteri. Il risultato all’atto
pratico ha generato l’odierno approccio in materia,
dal quale consegue una generalizzata incuria se non
addirittura un non dichiarato indirizzo di progressiva
ridefinizione dell’area cimiteriale d’interesse storico.
Anche l’auspicato allestimento dell’apposito lapidario per
preservare le lapidi e pietre sepolcrali rimosse non sembra
avere corretto riscontro nella prassi alla luce degli esigui
reperti cimiteriali superstiti.
Recentemente è stato accolto dal Comune di Isola un
decreto sulla proclamazione del cimitero isolano quale
monumento di interesse locale per i valori culturali e
storici (commemorativi). Il regime di tutela contempla
la conservazione dell’impianto originario dell’area
cimiteriale e la tutela dei monumenti funebri, inclusi
gli elementi comprovanti l’autoctonia della Comunità
Nazionale Italiana. Ritengo che questa sia la strada giusta
da intraprendere anche a Capodistria, implementando
le attuali disposizioni amministrative in uno spirito di
rivalutazione di un patrimonio storico culturale cittadino
di primaria importanza. Non certo per togliere spazio alle
sepolture recenti, ma per definire in tutta chiarezza e con
adeguati strumenti applicativi l’esigenza di rispettare la
memoria storica della città, che si rispecchia anche nel
lascito cimiteriale di San Canziano.
E l’occasione del duecentesimo anniversario della
fondazione del cimitero capodistriano può costituire una
valida occasione per rivendicare ulteriormente presso gli
organismi comunali pertinenti l’adozione di più efficaci
strumenti di tutela del patrimonio storico d’interesse
locale.
12
La città
Nel 1888 Gedeone Pusterla pubblicava l’opuscolo dal titolo:
»La necropoli di S. Canziano nel suburbio di Capodistria«
Ne riportiamo il testo, senza gli elenchi pubblicati in calce all’opera
Memorie storiche
Per lunghi secoli le umane spoglie venivano racchiuse
dall’amore dei superstiti nelle chiese e nei luoghi abitati.
Ogni famiglia agiata, ogni sodalizio avea la propria
tomba, e l’affetto dei morti era manifestato con uffici di
propiziazione e col rendere il venerato recesso il meglio
possibile appariscente. Capo d’Istria diede luminoso
esempio d’alti sensi di pietà, abbellendo la dimora al
sempiterno riposo dell’infinita miseria umana.
Nel Duomo vennero deposte le umane reliquie dei vescovi:
S. Nazario (524 – non potendo precisare l’anno della
morte d’ogni Vescovo, s’indica quello della loro nomina),
B. Assalone (1220), Giovanni Loredano (1390), Geremia
Pola (1420), Gabriele de Gabrieli (1448), Giacomo
Valaresso ((1482), Antonio Elio (1572), Baldassare
Bonifazio Corneani (1653), Antonio Maria conte
Borromeo (1713), – e di altri. La chiesa di S. Alessandro,
attigua al portone d’ingresso del Vescovato, ora atterrata,
accolse la salma del vescovo Pietro Morari (1630);
– la chiesa di S. Biagio quella di Paolo Naldini (1686);
– la chiesa del Carmine quella d’Agostino conte Brutti
(1733); – la chiesa di S. Chiara quella di Pietro Antonio
Delfino (1684); – quella di Semedella di Bonifazio Da
Ponte (1776); – e la chiesa di S. Francesco quella di
Pietro Manolesso (1301). In quest’ultima chiesa ebbero
l’avello: il Beato Monaldo de’ Monaldi giustinopolitano;
– il principe Enrico duca di Bar, nipote di Giovanni II
re di Francia, e consanguineo di Carlo V il Saggio e di
Carlo VI l’Amato, morto in questa città li 3 ottobre 1397;
– il generale Filippo Arcelli nell’anno 1421; – addì 19
settembre 1742, nell’arca di Nicolò del Bello, vicina a
quella dei conti Sabini (poscia Grisoni), S. E. Alfonso di
Cardenas di Napoli, conte dell’Acerra, marchese de Lain,
cavaliere del Toson d’Oro, principe del Sacro Romano
Impero, Grande di Spagna di Prima Classe; – ed i membri
delle più illustri Prosapie della città, chiudendo il registro,
li 20 Gennaro 1806, la nobil donna Lucinia de Gavardo
nata de Almerigotti.
Editto imperiale vietò nel 1806 ogni sepoltura in città, ed il
terreno all’ingiro della chiesa della Madonna delle Grazie
di Semedella, consacrato all’immutabile soggiorno degli
estinti nell’ultima pestilenza (1630-31), veniva destinato
alla tumulazione dei decessi, cittadini e militari, fino al
giorno 25 Maggio 1811, in cui riceveva seppellimento
per ultimo, il cadavere del bambino Domenico Rosa di
Francesco.
L’incomodo trasporto dei cadaveri con la barca, essendo la
vecchia strada terrestre lunga e disagiosa, spronò i rettori
del comune ad occuparsi per sostituire al campo santo
di Semedella, un fondo di facile accesso per via di terra.
Idoneo all’uopo venne ritenuto un campo di proprietà
del civico nosocomio, sul versante settentrionale della
collina di S. Canziano, nel suburbio di questa città, ad un
quarto d’ora di distanza, il quale fu circondato da muri in
calce dell’altezza di 9 piedi e fu aperto ai Resurrecturis
dal Reverendissimo Decano capitolare Monsignor Pietro
D’Andri; ricettando, per primo, il giorno 27 Maggio
1811, la salma dell’Eccellentissimo Dr. Leone Urbani,
Protomedico dell’Istria, d’anni 81, figlio del defunto
Pietro, da Gemona, marito di Elena Cerineo e suocero del
Barone Angelo Calafati.
Nel centro del sacro ed augusto recesso è stata eretta una
chiesa di forma quadrata, collocandovi nella medesima
l’altare della soppressa chiesa di S. Nazario, situata
appresso la strada postale, convertita in polveriera ed ora
ridotta a caserma della finanza.
La custodia della nuova Necropoli fu affidata, fino al
1818, al sacerdote D. Luigi Bencich.
Il Cimitero portava il numero catastale 3208, e la chiesa il
numero catastale 305, con un’area di tese quadrate 1279.
Risultando in progresso essere ristretta la nostra futura
dimora a capire le spoglie mortali di questa popolazione,
13
La città
fu divisato dalla rappresentanza comunale d’aggrandirla
con due pezzi di terreno, l’uno al lato d’Ostro, erigendovi
in questo nel 1830 dall’imprenditore Francesco Mori la
seconda chiesa, che nel 1849, su disegno dell’architetto
Dr. Girolamo de Almerigotti di Marco, dall’imprenditore
Giovanni Cibeu, coll’ispezione del tecnico Pietro Zeriul
14
fu Antonio e degli assessori comunali conte Giuseppe
Tacco di S. Domenico e Luigi Gallo fu Francesco, è
stata rinnovata e nel 1850 ufficiata; – e l’altro al lato
di Tramontana, stato nel 1858, dall’imprenditore Pietro
Gallo cinto di muro in calce, in luogo dell’assito.
L’ampliata suprema dimora fu solennemente benedetta
La città
nel 1856 dall’Illustrissimo Preposito infulato, Monsignor
Elio-Nazario Stradi, coll’assistenza del clero e col
concorso della popolazione (…).
Giuseppe Martissa fu Nicolò e Matteo Mocoraz hanno
ceduto gratuitamente due lembi dei loro limitrofi fondi
al campo santo, necessari per la regolazione del pezzo di
terreno da incorporarsi nel medesimo.
Il fondo del Cimitero, perché in riflessibile pendenza, è
stato ridotto a ripiani parallelogrammi, con vie comode
e regolari, specialmente quella del centro, e reso, dalla
benemerita Commissione, a capo della quale sta il
prestantissimo Andrea Bullo fu Giovanni, condegno asilo
dei morti, non risparmiando cure e vigilanza per abbellire,
in difetto di tesori marmorei, con verdeggianti zolle, la
desolata memoria dei nostri estinti, alcuni dei quali vengono
ricordati da iscrizioni, epigrafi, croci, ghirlande, fiori, mirti,
cipressi, salici piangenti, semprevivi e marmi.
terza il nobile Giovanni de Gavardo, che il Municipio
collocò all’invece nel cortile dell’edifizio ginnasiale, per
contrassegnare le ore di scuola. Sulla facciata della chiesa
è infissa l’epigrafe:
I molto reverendi Vicari corali Don Pietro Sincich (ora
Canonico del Reverendissimo Capitolo di Trieste), e Don
Giovanni Evangelista Treun, ebbero il merito negli ultimi
mesi del 1855 e nei primi del 1856, di raggranellare, da
offerte di persone divote, un gruzzolo per provvedere
la nuova chiesa di arredi e di oggetti indispensabili per
l’ufficiatura, e d’acquistare a Lubiana la campana e a
Vienna, col mezzo di Don Giovanni Nepomuceno Glavina
(in allora alunno nell’Istituto di sublime educazione presso
Sant’Agostino, ed ora nostro venerato Pastore), un calice
d’argento e sei candelieri di ghisa inverniciata a nero.
Mercè l’opera dei sullodati benemeriti sacerdoti è stata
istituita nel 1856 la Confraternita del suffragio dei defunti,
che presentemente abbisogna di venire vivificata, per non
abbandonare nell’oblio i nostri morti, e per ispirarci colla
contemplazione delle tombe che racchiudono gelide e
mute le loro salme (…) a solenni pensieri sulla miseria
umana e sul nostro dovere di suffragarli, d’inaffiare colle
lacrime il freddo avello e di svegliere il cardo, l’ortica e le
cattive erbe dal medesimo.
Essendo stata furata (rubata, ndr) la predetta campana,
ne veniva data in dono una di minore grandezza dalla
contessa Orsolina de Totto, vedova del conte Giovanni,
ch’ebbe la sorte della prima, e poscia inviava una
PRESCELTA A CAMPO SANTO
SOTTO IL REGNO ITALICO
QUESTA OCCIDENTALE APPENDICE
DEL COLLE S. CANZIANO
LA PRIMA SALMA ACCOLSE
LI 27 MAGGIO 1811
1885.
Alla porta della medesima stà l’invito a stampa:
O TU CHE QUESTE ZOLLE A PREMER VIENI
IMPLORA PACE ALL’ALME DEI SEPOLTI
E PERCHE’ LINDO SEMPRE SIA IL TEMPIETTO
QUI UNA MONETA GETTA PRIA D’USCIR
Rettori della chiesa furono: Don Pietro D’Andri, D.
Giuseppe Rossi, D. Elio-Nazario Stradi, D. Luigi Vlah,
D. Elio-Nazario Stradi per la seconda volta, e dal 1868
impoi è il cavaliere Mons. Francesco Petronio.
Appartato sepolcro hanno i sacerdoti secolari e regolari
nel riparto a mano destra della chiesa; i greci non uniti,
i protestanti, gli ebrei, i turchi ed i suicidi, in un riparto
non benedetto; e 122 famiglie, in fondi lungo i muri di
cinta al prezzo di f. 30 di convenzione, pari a f. 31 e 50
di valuta austriaca, elevato a f. 50, acquistati dal comune.
15
La città
Carnevale istriano: la sfilata dei mille con il gruppo
della CI »Santorio«
Più di mille maschere hanno preso parte al terzo Carnevale istriano, organizzato quest’anno da tutti e tre i
Comuni costieri con un programma estremamente ricco e variegato. Alla sfilata, snodatasi davanti alla porta
della Muda per confluire di fronte alla Taverna, hanno partecipato 16 gruppi mascherati (composti da 8 a ben
90 elementi). E per la prima volta ha partecipato alla sfilata anche un gruppo della Comunità degli italiani di
Capodistria che, guidato da Biserka Forlani, ha indossato maschere veneziane prodotte dalla sezione Lavori
creativi della CI. Dettagli e foto li trovate sul sito www.istrski-karneval.si.
Le maschere del Circolo davanti alla sede
della Comunità. Foto Matia Ščukovt
Il corteo passa davanti alla porta della Muda
Bambini in visita alla Casa del pensionato
Presso l’asilo Delfino Blu dell’unità di Semedella, noi
maestre abbiamo organizzato una festa mascherata,
abbiamo decorato l’ambiente, scelto i balli e i giochi per i
bambini e preparato una bella sorpresa. Avendo avuto una
bellissima esperienza l’anno precedente, anche quest’anno
il martedì grasso abbiamo fatto visita agli anziani presso
la locale Casa del pensionato.
All’entrata dell’enorme salone, siamo stati accolti con
l’accompagnamento musicale di un’allegra fisarmonica.
Gli anziani stavano già seduti in attesa di vedere quello
che i bambini avevano preparato per loro. Con grande
entusiasmo abbiamo iniziato con il ballo “Metti la mano”
seguito da “Jupi ja ja”, poi ancora “Kili kili”, infine
abbiamo invitato alcuni anziani a ballare con noi il “Ballo
del qua qua”. Li abbiamo fatti gioire, battere le mani a
tempo e perfino a ballare assieme a noi!
Alla fine abbiamo sfilato con le nostre maschere e li
abbiamo salutati mandandogli tanti bacini con la promessa
di tornare ancora.
La Città è il periodico semestrale della Comunità degli Italiani Santorio Santorio di Capodistria. Viene pubblicato
nell’ambito dell’attività editoriale prevista dal programma culturale della Comunità autogestita della nazionalità
italiana di Capodistria cofinanziato dal Ministero per la Cultura della Repubblica di Slovenia e dal Comune città di
Capodistria, e con il contributo finanziario dell’Unione Italiana. Redattore responsabile: Alberto Cernaz. Stampa:
Pigraf s.r.l. Isola. Tiratura: 1.300 copie. Distribuzione gratuita a mezzo posta riservata ai soci della Comunità.
Indirizzo: Comunità degli italiani Santorio Santorio di Capodistria, Redazione de La Città, Via Fronte di Liberazione
10, 6000 Koper-Capodistria (SLO). E-mail: [email protected]. Foto di copertina di Ubald Trnkoczy.
16
La città
Fare teatro
di Edda Viler*
La recita a scuola era sempre un evento che riuniva insegnanti alunni e genitori. Alla fine dell’anno scolastico, oltre
ad essere una festa (al posto del grembiule si indossava un abito più bello e si potevano calzare le scarpe - per noi
femminucce un vero vanto), era una conferma davanti ai nostri compagni, ai genitori e parenti che facevano da
pubblico. Chi faceva parte della filodrammatica sentiva di valere, di essere un po’ più bravo e più bello degli altri.
Non era una gara: era una felicità derivante dall’idea di aver fatto bene qualcosa. La nostra bravura non influiva
sulla pagella. La recita era pura soddisfazione, e anche vanto per l’insegnante che ci guidava.
È chiaro, dunque, che l’attività teatrale
è sempre stata la mia passione, fin dalle
elementari, attività che ho proseguito
anche più tardi, quando al liceo e
all’università, la filodrammatica era
diventata una presenza piacevole e
familiare ma soprattutto un bisogno.
Una volta diventata insegnante ho
voluto trasmettere questa possibilità
ai ragazzi. Il teatro diventava uno
degli strumenti più utili e dilettevoli
nell’insegnamento
della
lingua
italiana.
Ho iniziato a scrivere brevi testi ‘’a
misura di ragazzo’’ perché all’epoca
non esistevano commedie per i
piccoli (ora in rete si trova qualcosa,
ma solo grazie a poche insegnanti
appassionate e volenterose). Vorrei
precisare che fare teatro non vuol dire
solo imparare un testo e interpretarlo;
vuol dire capire i personaggi, dare
loro un’espressione, una personalità.
Vuol dire interagire con i compagni
di scena, curare la pronuncia e
la dizione e seguire la situazione
scenica. Il teatro diventa un itinerario
molto articolato in cui sia l’attività
mimica (il movimento, la gestualità,
il ritmo) che verbale (la modulazione
della voce, il tono) creano un legame
tra i piccoli attori anche dopo le
prove e dopo la rappresentazione.
Il teatro diventa parte del percorso
educativo, che fra i principali
obiettivi interdisciplinari vede la
comunicazione, la relazione con i
compagni e gli insegnanti, il riacquisto
di un’identità, una coscienza del
proprio ruolo nel gruppo. Significa
anche un avvicinamento al mondo
letterario, alla poesia, al linguaggio
narrativo,
musicale,
pittorico:
elementi inscindibili che, sul palco e
nella comunicazione scenica, hanno
un ruolo essenziale.
Dopo questa lunga premessa posso
affermare che vivo e rivivo la mia
felicità ormai da tre anni, proprio
assieme ai ragazzi della Scuola Pier
Paolo Vergerio il Vecchio, sezione di
Bertocchi. E posso dire con grande
soddisfazione che il sodalizio in
quest’anno scolastico che volge al
termine, è stato consolidato proprio con
la commediola ‘’Gli scacciamaestre’’.
Le insegnanti Astrid, Silvia ed
Alessia sono state delle formichine,
una presenza preziosa per l’esito
finale. Voglio ricordare che i piccoli
di Bertocchi si sono dimostrati dei
campioni di scena anche due anni fa
con ‘’Il Paese di carta’’. Per quanto
riguarda gli elementi scenici: carta
e cartone, materiali poveri, va detto
che hanno trasformato lo scenario
in qualcosa di ricco. Inoltre voglio
ricordare che i costumi meravigliosi
e vistosi sono stati cuciti a mano;
grazie all’abilità di ago e filo delle
signore della Comunità degli Italiani
di Bertocchi (Ana, Nerina e Anica) la
rappresentazione non avrebbe avuto
quella magia e quel brio che tutti gli
spettatori hanno avvertito.
Ecco perché il teatro l’ho sempre
visto come strumento formativo, di
crescita personale, sia per i ragazzi
che per le insegnanti, naturalmente
coinvolgendo anche le famiglie dei
ragazzi. Il teatro, la filodrammatica
sono un modello pedagogico orientato
a sviluppare una serie di competenze
e di abilità necessarie per una vera
formazione dell’alunno. L’idea del
teatro didattico non ha come obiettivo
la rappresentazione finale. Conta
maggiormente l’itinerario: il lavoro
di squadra, quel procedere gomito
a gomito nelle varie fasi, ascoltarsi,
osservarsi e accettarsi. Per rafforzare
la consapevolezza, per migliorarsi e
sentirsi bene, con se stessi e con gli
altri.
*mentore del gruppo
di filodrammatica giovanile
della CI di Bertocchi
17
La città
1954, Crevatini e dintorni
Questa è l’ultima foto scattata durante
l’anno scolastico 1953/54: una recita
di Natale a Bosici, per la sceneggiatura
di Bruna Frausin (che non appare
nella foto) allora splendida giovane
maestra, oggi splendida nonna.
Aveva il dono di assegnare ruoli
importanti a tutti gli alunni, nessuno
era inferiore a nessuno. Osservo la
foto con malinconia, quanti ricordi!
Letizia Pincin, la rossa, esule da
Piemonte d’Istria, Argeo Ciacchi
da poco scomparso, Lino Novello, il
“Terminator “della scuola, Osvaldo
Crevatin, che da bravi bambini
dispettosi avevamo soprannominato
Osvaldo Leprotto, personaggio di
un fumetto allora in voga, Roberto
Bossi, Graziella Circotta dei quali
abbiamo perso le tracce. Al centro, le
due inseparabili, fin dall’asilo: Elda
Fontanot e Maria Pia Novello. La
nostra avventura si concluse,nel
1954 anno in cui la nostra identità
fu stravolta. Con l’avvento del
nuovo confine molti se ne andarono
lasciando case, beni e affetti. Noi
bambini si ebbe la sensazione di
essere in un cilindro trasparente da
dove osservavamo il vuoto che ci
circondava non amati ne’ di qua ne’
di là dal confine.
Negli anni alcuni di noi ebbero
modo di vedersi, ma sempre da
lontano forse timorosi di quello che
avremmo voluto dire o sentire. Sono
dovuti passare cinquant’anni per
incominciare ad annusarci, a studiarci
per aprirci e con serenità parlare di
noi delle nostre gioie dei nostri dolori.
Fin dal primo incontro abbiamo
cominciato a ricordare. E’ stato un
momento bellissimo, siamo cambiate
solo nell’aspetto, ma la nostra identità
il nostro essere à rimasto intatto.
Ricordo la frase che disse Elda
quando nel 1954 suo padre lasciò
la casa: Papà hai chiuso la porta a
chiave? Noi tutte assieme quella
porta l’abbiamo aperta.
M.PIA
Complimenti a Dimitri
Il 14 dicembre 2010 Dimitri Kuštrin
ha conseguito la laurea magistrale in
Ingegneria Aerospaziale al Politecnico
di Torino con i prof. Gaetano Iuso e
Lionel Rossi difendendo la tesi scritta
interamente in lingua inglese ed
esposta in italiano Enhancing mixing
in laminar flows using Lorentz body
forces - Incremento della miscelazione
in flussi laminari utilizzando le forze
di Lorentz. Dimitri ha frequentato la
scuola elementare italiana “Pier Paolo
Vergerio il Vecchio” i primi quattro
anni nella sezione di Crevatini e poi
a Capodistria, conclusa con l’ottimo
18
profitto in tutti gli anni. Dopo questo
percorso ha deciso di iscriversi al
ginnasio “Gian Rinaldo Carli” di
Capodistria, dove ha frequentato solo
i primi due anni, per poi continuare
al Collegio del Mondo Unito
dell’Adriatico di Duino. Durante le
elementari e le medie ha partecipato
a molte gare di matematica, chimica
e inglese con buoni risultati.
Infine la scelta di studiare ingegneria
aerospaziale al Politecnico di Torino,
un po’ lontano da casa, ma ne è valsa
la pena. Per la stesura della laurea ha
intrapreso l’esperienza dell’Erasmus
all’Imperial College di Londra. Tanti
sogni, tanta volontà e molta tenacia
nell’esaudirli.
Crediamo possa essere un esempio
per molti giovani, tanto impegno
nello studio però senza trascurare mai
il divertimento. É solo una questione
di sapere come gestire il proprio
tempo e ovviamente avere sempre
la testa sulle spalle. Gli facciamo i
complimenti e un grande in bocca al
lupo per il futuro.
Con orgoglio la Ci di Crevatini
e le maestre.
La città
Semedella 2011
Mantenere vive le tradizioni, far riemergere i ricordi e passare un piacevole pomeriggio in compagnia. Sono
stati i fini, tutti puntualmente raggiunti, che hanno portato anche quest’anno una folta schiera di partecipanti
ai festeggiamenti per la Beata Vergine delle Grazie presso la chiesetta di Semedella.
I capodistriani rimasti, radunati attorno
alla Comunità degli Italiani “Santorio
Santorio”, sono tornati ad incontrare
con grande affetto i concittadini che
il dramma dell’esodo ha spinto a
lasciare la propria città natia, dopo
la Seconda guerra mondiale. Ai
cordiali saluti iniziali ha fatto seguito
la cerimonia religiosa, officiata dal
vescovo ausiliario di Capodistria,
mons. Jurij Bizjak, assistito dai
parroci di Capodistria, Jože Pegan e
di San Marco, Jože Koren. La liturgia
è stata accompagnata dai Gruppo
corale “Incontro” di Trieste. Nella sua
omelia, mons. Bizjak ha rimarcato
l’importanza di questo pellegrinaggio
a Semedella, che rinsalda vincoli
d’amicizia e conferma l’attaccamento
Mario Gandusio di Semedella e Fabio Ceppi esule a Bibione.
dei capodistriani al santuario l’intercessione della Madonna contro
della Beata Vergine delle Grazie, la terribile epidemia di peste in città.
costruito 380 anni fa, per ricordare Il presule ha ringraziato per la sua
presenza il Console Generale d’Italia
a Capodistria, Marina Simeoni,
e per lo sforzo organizzativo la
Comunità degli Italiani ed il suo
presidente, Mario Steffè. Ha rivolto
un commosso ricordo a don Giovanni
Gasperutti, scomparso lo scorso anno.
Il sacerdote capodistriano, che dopo
l’esodo ha prestato la sua preziosa
opera nelle parrocchie triestine, è
stato per anni uno degli animatori
del raduno di Semedella, assieme al
compianto presidente del sodalizio
capodistriano, Lino Cernaz. Dopo la
messa è seguito l’incontro conviviale.
(gk)
Il vescovo ausiliario Bizjak e il coro »Incontro« di Trieste.
La prima lettura affidata a Livio Nardi
19
La città
“MIFEST” – Festival della Comunità Nazionale Italiana
di Roberta Vincoletto*
Il Centro Italiano Carlo Combi, attivo dal 2007, ha voluto quest’anno presentarsi al vasto pubblico con un’iniziativa
nuova e di ampia portata per l’intera Comunità Nazionale Italiana che vive in Slovenia, vale a dire il primo
“MIFEST” – Festival della Comunità Nazionale Italiana. Dopo aver organizzato, agli inizi dell’anno diversi eventi,
quali, il ciclo di conferenze intitolato “Le scuole italiane in Slovenia” – nell’ambito del programma “Le scuole delle
comunità nazionali in Ungheria, Slovacchia e Slovenia”, in collaborazione con la Comunità Nazionale Ungherese,
la partecipazione di 80 connazionali dei tre Comuni costieri all’evento sportivo-culturale a Venezia “Su e zo per i
ponti” (33º maratona non competitiva di 13 chilometri con 53 ponti, lungo tutto il perimetro della città lagunare), la
visita al Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, all’Ecomuseo “Casa della batana” e alla città di Rovigno di una
cinquantina di studenti dei Ginnasi Gian Rinaldo Carli di Capodistria, Antonio Sema di Pirano e della Scuola Media
Pietro Coppo di Isola e partecipato alla coedizione della pubblicazione “I beni librari della Biblioteca centrale
Srečko Vilhar Capodistria”, si è deciso di proporre una manifestazione di tipo promozionale che raggruppasse tutte
le istituzioni della CNI sotto un “unico tetto”.
Alunni di Crevatini con la caposcuola Sonja Maier
L’idea del Festival nasce verso la fine un evento culturale e promozionale.
del 2010, quando dopo un incontro con In
armonia
con
l’indirizzo
la responsabile dell’Organizzazione programmatico fondamentale del
turistica del Comune città di Centro Italiano Carlo Combi, quale
Capodistria, ci veniva offerta la dare organicità e rilevanza strategica
possibilità di utilizzare la Taverna (ex generale alle attività e alle iniziative
magazzino del sale) per organizzare culturali programmate, promosse e
Il coro »La porporela«
20
realizzate dalla Comunità Nazionale
Italiana in Slovenia, abbiamo reputato
utile sfruttare la suggestiva cornice
che ci veniva offerta per presentare le
istituzioni della CNi.
Partiti in po’ in sordina, dopo un
primo giro di chiamate ed incontri
con i rappresentanti delle nostre
istituzioni, abbiamo capito che l’idea
poteva funzionare e rappresentare
un successo. Pertanto il 23 maggio
2011 (forse la data proposta era
un po’ infelice, perché cadeva di
lunedì, ma questo certamente non
ci ha scoraggiato!) si è svolto tra
la Taverna e l’adiacente Piazza
Carpaccio il primo Festival della
Comunità Nazionale Italiana che ha
visto allestite a festa 24 bancarelle
con presenti le sei Comunità degli
Italiani, tutte le istituzioni prescolari
e scolastiche dei tre Comuni costieri,
Radio e TV Capodistria e diversi
produttori connazionali. Nel corso
della mattina sono stati organizzati
anche dei laboratori per ragazzi con
la presentazione degli antichi mestieri
e delle tradizioni locali. Tutte le
I mandolinisti capodistriani
La città
L'olio d'oliva di Giorgio Marino e Norma Zudich di Sezza
istituzioni partecipanti si sono date alla promozione dell’evento, infine,
da fare per presentarsi al meglio e ci è stato senz’altro fornito dai mass
tale messaggio è stato recepito anche media. In particolar modo è stato un
da chi ha avuto modo di visitare il piacere per noi ospitare la diretta in
Festival.
mattinata di Radio Capodistria dalla
Oltre all’allestimento delle bancarelle Taverna ed essere stati ospiti in
è stato organizzato al pomeriggio un diverse trasmissioni. Un servizio sulla
programma con la partecipazione manifestazione è andato anche sul Tg
dei gruppi artistico-culturali operanti del primo canale di Tv Slovenia.
presso i sei sodalizi e, ciliegina sulla In qualità di organizzatori di questa
torta, il concerto finale del gruppo nuova iniziativa, eravamo un po’
Calegaria. Un importante contributo preoccupati per la riuscita e ricaduta
dell’evento, ma dopo i riscontri
più che positivi tra i visitatori e tra
gli stessi partecipanti, possiamo
convenire che una manifestazione
che riunisse le istituzioni della CNI
effettivamente mancava e che tra una
critica costruttiva e un suggerimento,
possiamo pensare di organizzare
Andrej Bertok e Roberta Vincoletto
del Centro »Combi«
assieme un secondo MIFEST,
ancora più ricco e suggestivo
per una maggiore promozione e
valorizzazione della nostra realtà
italiana al vasto pubblico. Un grazie
a tutti!
*Capo programma del Centro
Italiano “Carlo Combi”
I giochi di una volta mostrati da
Francesco Rosso
21
La città
Folkest 2011
Anche quest’anno la carovana di Folkest farà tappa a Capodistria. È un evento che si ripeterà per la diciannovesima
volta. La più grande manifestazione di musica etnica dell’Alto Adriatico si fermerà da noi per tre serate di grande
impatto. La manifestazione è patrocinata dalla Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana. Il calendario completo
di Folkest si articola, per tutto il mese di luglio, in una lunga serie di concerti nel Friuli - Venezia Giulia e in Slovenia.
Giovedì, 14 luglio – Piazza Carpaccio:
AT FIRST LIGHT (Irlanda)
Eccezionale concentrato di talenti
artistici, questo gruppo è stato fondato
da John McSherry, uno dei più acclamati
virtuosi di Uillean pipe (già con Tamalin,
Lunasa e Coolfin di Donal Lunny), e Dónal
O’Connor, talentuoso musicista proveniente
da una famiglia di violinisti tradizionali del
Nord Irlanda. A completare la formazione
hanno poi chiamato accanto a loro Francis
McIlduff del Clan McPeake.
Venerdì, 15 luglio – Piazza Carpaccio:
ESMA REDŽEPOVA (Macedonia)
Interprete della tradizione dei Rom
di Skopje. Oltre a continuare a rappresentare
il suo paese nel mondo, ha costruito intorno
a sé una scuola di musica, un museo d’arte e
tradizioni locali e vari centri di assistenza e
animazione, soprattutto per bambini. Esma
ha inciso più di 500 lavori che la diaspora
rom e l’emigrazione dai Balcani hanno
portato in tutto il mondo. Con lei saliranno sul
palco Zahir Ramadanov (tromba), Simeon
Atanasov (fisarmonica), Sami Zekiroski
(clarinetto), Elam Radisov (darbouka) ed
Elvis Huna (tastiere).
Domenica, 17 luglio – CI Crevatini:
COMPAGNIA DALTROCANTO (Italia)
Dalla comune passione per la musica
popolare nasce una proposta che nel solco
della tradizione si apre a sonorità nuove,
reinterpretando in modo originale e attuale canti
e balli della tradizione campana e del sud Italia.
Formazione: Antonio Giordano (zampogne,
bouzouki greco), Martino Brucale (ciaramelle,
flauti, sax), Paola Tozzi (voce); Bruno Mauro
(chitarra classica, bouzouki irlandese), Floriana
Attanasio (voce, tamburello, danza), Flavio
Giordano (basso elettrico), Christian Brucale
(voce, tamburi a cornice, percussioni), Luca
Lanzara (tamburi a cornice, percussioni), China
Aresu (mandolino, tamburi a cornice).
22
La città
“Guitar Radio Live” negli scatti di Igor Opassi
Tra i molti concerti organizzati quest’anno dalla Comunità va ricordata in particolare la serie “Guitar Radio
Live” trasmessa in diretta da Radio Capodistria. Le foto, esposte a fine maggio in una mostra intitolata
“BlueSantorio, sono del capodistriano Igor Opassi.
Sugar Blue
Mississipi heat
Max Carletti
Ian Siegal
Greg Koch
Francesco Piu
23
La città
A colloquio con Lorella Fermo
Carpe risum…ergo…SMILE!
È il titolo della mostra allestita presso la nostra Comunità e la Galleria del Museo Regionale di Capodistria delle
caricature di Lorella Fermo. In una giornata solare di maggio abbiamo incontrato Lorella in piazza. Ci siamo
seduti vicino al palazzo Pretorio e abbiamo chiacchierato un po’.
Sul pannello della mostra c’era una foto che ti ha
scattato lo scrittore Marjan Tomšič quand’eri bambina.
Comincerei l’intervista da quella foto.
È un bellissimo ricordo della mia infanzia. Avrò avuto sette/
otto anni ed ero affacciata alla finestra di casa mia, posizione
»strategica« perché passavo ore ad osservare l’andirivieni di
gente. Forse avevo iniziato già allora, poprio lì ad osservare le
persone, i loro aspetti, ma anche a cogliere i loro »animi«. Ad
un certo punto vedo la figura di questo signore molto serio,
barbuto, capelli tagliati a spazzola, guardare su, fermarsi e
mormorare qualcosa. Non avevo capito, perché lo sloveno,
allora, non lo conoscevo molto bene… (neanche oggi, se è
per questo….scherzo!) Mi scattò una foto… La settimana
dopo si ripresentò a casa nostra e ce la consegnò. L’ho
rivisto più o meno sette anni fa per chiedergli l’autografo.
Questa fotografia è ricca di contenuti ed ha un ruolo speciale
nell’album dei miei ricordi; esprime tantissimo, col magico
gioco di luci e ombre, nasconde tanto dietro alla mia figura
col micio, rappresenta quella che è stata la mia infanzia nella
bellissima via di allora, ciò che si vedeva, i giochi in strada
con gli amici…sono cose che al giorno d’oggi, purtroppo,
non si colgono più.
I tuoi genitori sono venuti a Capodistria dal Momianese,
giovanissimi. Ma tu sei nata lì, o sei nata qua?
I miei genitori si sono trasferiti a Capodistria il 31 dicembre
1963. Io sono nata il giorno dopo al vecchio ospedale di
Capodistria. Mia madre mi ricordava spesso il momento
della nascita quando l’ostetrica esclamò: »Je punčka!« . Il
nostro percorso di vita capodistriana è iniziato proprio con
la mia nascita. Mio padre, Attilio, invece è nato a Briz di
Collalto.
Con antenati di Vergnacco.
Il nonno paterno, Rodolfo Fermo, era nato a Vergnacco.
Mentre invece mia madre, Caterina Marin, momianese,
aveva origini venete. Sua bisnonna, Angiolina, era nata a
Conegliano Veneto e spesso mamma mi riportava delle
frasi nella sua parlata veneta.
Tipo?
Sembra che da bambina, mia madre fosse piuttosto
vivace e portasse un ricciolo, un ciuffo arricciolato sulla
Foto Marjan Tomšič
24
La città
fronte. Quando combinava qualche marachella, »nonna
Angiolina« le gridava:«Vien qua, bisbetica, che te taio
quel ciòt!«.
Come mai scelsero di venire a Capodistria?
Era una decisione di famiglia. Avevano acquistato un
appartamento a palazzo Elio, che doveva essere una tappa
prima di trasferirsi definitivamente a Trieste. Almeno
questo era quello che avrebbe voluto mia madre. Cosa che
poi non è mai avvenuta. Sai, non sempre le strade della
vita ti portano dove vorresti… (»L’ uomo può fare ciò che
vuole, ma non sempre vuole ciò che fa.« Schopenhauer).
L’appartamento era stato venduto dal signor Novacco,
anche lui nato a Vergnacco. Prima di noi, invece, qui ci
abitava il dottor Rapotec.
Dell’infanzia che ricordi hai?
Abitando di fronte alla scuola di musica si sentivano
sempre le lezioni di piano, di flauto, di tromba. Ci si
abitua, ma col tempo ti accorgi quanto l’ambiente
influisca sulla tua formazione. Il temperamento però lo
erediti e probabilmente nel nostro patrimonio genetico era
ben segnata questa passione per la musica e l’arte. Io
all’età di otto anni ho avuto in premio una chitarra, che
custodisco ancora gelosamente. Mi fu consegnata a Nimis
durante il festival regionale della canzone per bambini.
È stata determinante, pur a livello amatoriale, nel mio
percorso musicale, ma ancor più in quello di mio fratello
Danilo, allora allievo del maestro Skocir e oggi chitarrista
nel gruppo Calegaria.
Tu hai cantato invece nel coro della Comunità col
maestro Stancich.
Sì, ero prima voce e addirittura solista in qualche canzone.
Una bellissima esperienza legata a tanti bei ricordi. Si
viaggiava parecchio coi mitici Silvio e Silvana Stancich.
Era un periodo ricco, pieno di energia, movimento, molto
formativo, che ha lasciato i suoi segni.
Avevi neanche cento metri per arrivare a scuola. Hai
frequentato anche il nostro ginnasio?
Sì, ho frequentato il Ginnasio italiano e dopo la maturità
ho intrapreso gli studi a Trieste, alla Facoltà di Lettere e
Filosofia, corso di Laurea in lingue e letterature straniere
moderne, indirizzo critico letterario. Ho conosciuto
tanti bravi docenti che hanno influito molto sulla mia
formazione. È stato fondamentale perché il mio intento
di base era impossessarmi degli strumenti necessari per
comunicare ed esprimermi. La lingua, la scrittura, l’arte
sono tutte forme di comunicazione ed espressione atte
a »creare«. Marjan Tomšič mi ripete spesso: »Lorella,
vi imate božji dar komunikacije! » ovvero »Lorella, lei
ha il dono divino della comunicazione!) …Mi piace
comunicare,…non credo divinamente! Sono riuscita a
realizzare molti progetti importanti. È una questione di
scelte, di rinunce e di tanto impegno. Ho insegnato alla
nostra scuola elementare pur dedicandomi a tanti altri
interessi. Curavo coreografie, scenografie teatrali, ho
tenuto corsi di lingua inglese per adulti, ho insegnato
Lorella nello studio di casa. Foto Maksimiljana Ipavec,
Primorske novice
italiano alla scuola slovena di Prade. Facevo tante cose,
anche perché all’epoca non avevo ancora famiglia… Una
mia , intendo... Con la famiglia e la nascita di Valeria
ed Elvio ( che considero le mie due opere maggiori
e migliori) le cose sono cambiate. Ho sempre voluto e
voglio essere presente nella crescita dei miei figli. Questo
mi ha allontanato da numerosi impegni , ma non mi ha
certo impedito di curare e coltivare quelle che erano da
sempre le mie passioni. Ora, che i figli sono più grandi
riprendo gradualmente spazio e tempo anche per le cose
che amo, oltre che alle persone.
Ti è piaciuto lavorare con gli alunni?
Sì, tantissimo. Per mia indole non potrei mai fare cose che
non mi entusiasmano.
Quando li incontro per strada ci si ferma sempre. Credo,…
spero di aver trasmesso loro la sensibilità ed il rispetto
verso il prossimo e la vita. Sai com’ è, la materia di studio
è sacra, ma ci sono tante altre componenti indispensabili
nella formazione scolastica di un alunno. Accanto al
sapere, non deve mancare l’educazione, il buon senso. Le
scuole sono delle istituzioni magiche, essere insegnante
è una vocazione. Rispondi della formazione di giovani
individui. I ragazzi sono il futuro della società. Però lo
devi fare con amore, dedizione. Devono sentirsi ben
voluti. La prima domanda che mi fece la direttrice della
scuola, Lidia Colarich, fu «Ti piacciono i bambini?«…
Ci vuole passione. E pazienza. Come in tutto. Vale
anche per noi genitori. Gli adulti hanno una grossa
responsabilità. Dovrebbero servire da modello, da punto
di riferimento. Credo che la massima forma di autorità
sia l’esempio. L’insegnante, attraverso la sua persona, i
suoi atteggiamenti, riesce ad ottenere più di mille parole.
25
La città
Miloš Koradin posa davanti alla sua caricatura
Ci vogliono anche quelle, dopo. Non esiste peggior cosa
del… predicar bene e razzolar male. I ragazzi »captano«
tutto. Sono un pubblico attentissimo.
Vale per i maestri, ma tanto più per i genitori…
Assolutamente. Soprattutto per noi genitori. Io sono la
prima a dire ai miei figli : »Io non dico le parolacce, per
cortesia non ditele neanche voi!« Oppure :»Queste cose
non si fanno! Io non le faccio e voi neanche!« Così li
disarmi subito. Però ci vuole coerenza…e disciplina.
Per quanto riguarda il disegno, hai cominciato subito
con le caricature?
No. Da piccola ero molto timida. Tutti dicevano a mia
madre che mi avrebbe persa perché stavo sempre zitta…
(poi ho recuperato…) Osservavo molto, però. Non mi
sfuggiva niente e ho avuto sempre un’ottima memoria.
Ricordo che in prima classe dovevo copiare un disegno
dal libro »Primi voli« con la maestra Elena Sponza,
riguardava un lupo e delle ochette e non sapevo come
fare. Chiesi aiuto a mia madre: ricordo le sue mani, il suo
tratto…Mi ero stupita di quanto il suo disegno fosse fedele
a quello originale. Devo averlo ancora quel quaderno da
qualche parte. Col tempo mi sono perfezionata e poi non
mi sono più fermata! Ho usato diverse tecniche e mi sono
dedicata a vari generi.
Comprese le caricature.
Le caricature sono apparse per la prima volta in quarta
Il discorso del critico d'arte Enzo Santese durante
l'inaugurazione della mostra
26
ginnasio. Sai, inizi sempre con le persone che ti stanno
attorno. Avevo ritratto i miei compagni di classe:
Marco Apollonio, Daniela Gregorič, Igor Opassi, Dean
Rogoznica, Alberto Scheriani, Mario Steffè ed Ingrid
Škerlič (te li ho detti in ordine alfabetico come nel
registro), per un’edizione del giornalino scolastico. E,
visto l’ entusiasmo riscosso, ho osato ritrarre anche i
professori.
Come l’hanno presa?
Ricordo la reazione del prof. Kogoj. Insegnava latino
dopo la scomparsa del mitico prof. Miroslav Žekar. Un
giorno entrò in classe e venne spedito da me. Io ero seduta
all’ultimo banco vicino alla finestra. Mi porse la mano
e mi disse «Brava!« Avevo una maglietta bianca con
stampato lo stemma della moneta americana dell’aquila
dalle ali aperte con scritto:»E pluribus unum« . Il
professore mi disse »Ecco!…E pluribus unum! Tu sai che
cosa significa?«. »Da tanti, uno - credo« risposi. E lui :
»Ebbene, tu sei uno! Anzi, una!«. E mi predicò una sorta
di profezia: »Sappi che la caricatura è una cosa speciale,
difficile. Non tutti sono in grado di farla e, stai attenta…
non tutti sono in grado di capirla! Nella vita avrai successo
e i tuoi intenti saranno buoni, ma non tutti li capiranno…
potranno essere travisati, malintesi...« Rimasi sbalordita.
Col tempo avrei capito quello che intendeva. Il giorno
dopo mi portò una copia della moneta e disse »Tu hai
fatto la mia caricature e io ti regalo questa moneta. Non
è originale, è una sua ‘caricatura’!« Il professore era
numismatico…
Ci sarà stato qualcuno che, nel tuo disegno, non si è
piaciuto…
L’allora direttore del ginnasio, il professor Leo Fusilli. Io
feci le caricature di tutti, ma evitai la sua per una questione
di rispetto. Lui si sentì »escluso« e scendendo assieme
le scale del ginnasio mi chiese »Beh, allora, perché non
mi hai disegnato?...Devi fare anche me!«. Al momento
esitai. Poi gli dissi che lo avrei ritratto secondo il »mio«
punto di vista . E lui rispose »Naturalmente!« . Ho giocato
un po’ sulla sua statura, notoriamente bassa, facendogli
»rotolare« la cravatta a terra. In classe ci siamo divertiti
tantissimo perché lui sosteneva di non assomigliarsi
affatto, mentre noi allievi ci sbellicavamo dalle risate
sotto i banchi… le mie intenzioni comunque erano
buone, comiche ma buone. Definisco le mie caricature
terapeutiche, mai intenzionalmente offensive. Più tardi,
all’ univarsità tra gli appunti di italiano, avevo disegnato
la caricatura del professor Elvio Guagnini, che non ha mai
visto. (A quell’esame presi 30!) L’ho voluta elaborare e
l’ ho presentata alla mostra. Mi ha fatto piacere risentirlo
dopo tanti anni...e si ricordava ancora di me…
Franco Juri fa le caricature soprattutto dei politici,
protagonista dei tuoi disegni è invece la gente
comune.
La sfera politica è quella maggiormente presa di mira dai
caricaturisti. Ma quella è satira. A me piace l’ ironia, la
La città
psicologia. Ho voluto fare qualcosa di diverso, di originale.
Mi interessano i settori che uniscono, non quelli che
dividono. Siamo circondati da tanta bella gente nota che
si presta alla caricatura ed è fuori dall’ambiente politico:
parlo del mondo dell’arte, della musica, della cultura. E
poi le mie caricature sono fatte prettamente a memoria
dopo aver conosciuto le persone dal vivo. Hanno un
percorso diverso. Mi viene in mente la mitica caricatura
della redazione dei notiziari di Radio Capodistria fatta
nell’84. Una delle più articolate, suggeritami dalle
»antenne» di Bojan Saksida…
Continuerai su questa scia o hai in mente dell’altro?
Chi mi conosce, sa che disegno da una vita e non potrei
mai farne a meno… spero di avere altre mostre. Magari
anche in altri posti. Ho già finito molte caricature nuove.
Però ho anche altri progetti… come scrivere un libro, una
raccolta di aneddoti, di »quadretti« tratti dal quotidiano,
magari alternati da vignette. Ci sono tante situazioni
comiche da cogliere in giro, anche istruttive, che ti portano
a riflettere. Sai, io sono una che, malgrado il cognome,
non sta mai ferma…prendo costantemente appunti. Se
vuoi te ne racconto una velocissima…
OK.
Durante la mostra ero molto occupata, presa dai contatti
coi giornalisti, con gli amici. Un giorno mio figlio Elvio,
di 11 anni, mi guarda e dice: »Senti mamma, ma tu sei
capace di pensare solo alle tue caricature… e alla tua
intervista???«…Sono rimasta di stucco, mi chiedevo cosa
volesse dire. Poi, guardandomi negli occhi e scuotendo la
testa continua:«E ai giapponesi???« ( Era il periodo del
terremoto in Giappone…) »Non ci pensi ai giapponesi?…
Hai idea di quello che stiano passando in questi giorni?
…Non ti è venuto in mente di disegnare la caricatura di
un giapponese che sorride e di mandargliela giù? Così
almeno gli dai un po’ di speranza!.« In un primo momento
pensavo si sentisse trascurato, poi ho capito che l’intento
era un altro: ricordarsi anche delle persone in difficoltà e
magari aiutarle. Mi credeva capace.
Hai seguito poi il suo consiglio?
No…Però sono momenti che ti fanno riflettere. Sono
il risultato di un ragionamento. È segno di sensibilità.
Hai grande soddisfazione, perchè entri nell’animo del
bambino. È un mondo che non sempre siamo in grado
di capire. Possiamo guardare tanto ma non »vedere«
niente. Lo stesso vale per l’ascolto: puoi ascoltare e non
»sentire«. È molto importante, sai, e non solo nell’età
evolutiva, saper osservare e ascoltare. Ma questo richiede
tempo, pazienza, interesse… cose che la società di oggi
tende a rubarti.
Vorrei concludere con una delle tante citazioni che
leggiamo nel catalogo della tua mostra. Regalare un
sorriso non costa nulla ma vale tanto.
E te ne aggiungo ancora una se vuoi, di Voltaire: «Il
sorriso è la palestra della felicità!«.
Io ci credo. Sembra che mio nonno materno, »nono
Mirjana Starčevič
Iano« (Aureliano), tenore tra l’altro, fosse propenso allo
scherzo, all’ironia, alla battuta pronta al momento giusto.
Dicono che io gli assomigli molto. Uno è in grado di
cogliere la situazione che ti ispira la battuta. E poi ridere
fa star bene! Noi a casa si rideva sempre. Alleni l’animo
alle gioie della vita, fa parte del tuo modo di essere. Non
so, sarà anche una strategia, un sistema di difesa, un modo
per sdramatizzare, come ce lo insegnavano i manuali di
psicologia. Però credo che sia tra i più efficaci e positivi.
E semplici…
Mooolto semplici! Ma difficili da raggiungere. Ci devi
arrivare. C’è un percorso da fare. Essere autoironico tu ,
per primo. Essere solare, sereno, equilibrato e in pace con
te stesso…è la condizione di base. Poi, di riflesso, riesci
a trasmettere la propria positività anche agli altri. Io lo
faccio con le caricature! O almeno ci provo…
A parte le prime due, le foto sono di Danilo Fermo.
27
La città
Vojc Sodnikar Ponis
28
La città
Graziella Ponis Sodnikar
29
La città
»L’albero sarà morto, ma il legno non muore mai«
In visita dal liutaio Ivo Magherini, tornato in Istria dopo 55 anni passati tra Firenze, Roma, Manchester e
Brema. Continua a produrre strumenti nel suo laboratorio di Decani, presso Capodistria. Questo è l’indirizzo
del suo sito www.floxflorum.com
Magherini non è un cognome istriano. Qual’è il tuo
collegamento con l’Istria?
Il collegamento diretto è mia madre, Ogrin di nome nata
a Bezovica, per cui diciamo il 50% del mio bagaglio
genetico è qui. Magherini è il nome toscanissimo di mio
padre, quello che si eredita.
Come si sono incontrati i tuoi genitori?
Le grandi storie, belle e brutte, dei tempi di guerra. Mio
padre era militare in Italia all’epoca quando qualcuno
decise di spezzare le reni al resto del mondo, per cui lui si
ritrovò in Albania, in Grecia e poi finì qui.
Tanto che tu hai vissuto la tua infanzia a S. Lucia.
E’ una storia che non mi ha mai raccontato, perchè poi non
ci parlavamo molto. Con mia madre si conobbero dopo la
guerra quando lui rientrò dalla prigionia in Germania e
rimase qui.
Che ricordo hai degli anni passati a S. Lucia?
Ho vissuto lì fino all’età di 10 anni e mezzo. Ho dei ricordi
meravigliosi, infatti non è un caso che 55 anni dopo sono
tornato qui a vivere.
Oggi S. Lucia è una città, allora c’erano poche case di
campagna…
C’era una stazione ferroviaria, c’era un campo sportivo,
c’erano le saline e c’era il tram per andare a Portorose. Il
resto era campagna. Sono cresciuto praticamente senza
problemi, all’aperto, nella natura…
Dove frequentavi la scuola?
30
A S. Lucia, nella stessa casa c’erano le scuole italiana e
slovena.
Per cui hai avuto modo anche di imparare lo sloveno
in quegli anni.
Parlavamo tutte e due le lingue. Con mia nonna per
esempio potevo parlare solo sloveno.
Sloveno che per tanti anni, in giro per il mondo, non
hai avuto più modo di parlare. Ricordi qualcosa?
Ricordo qualcosa, è una specie di rumore di fondo,
riconosco un sacco di parole, a parte il fatto che piano piano
comincio a studiarlo perchè è giusto parlare la lingua del
posto dove si vive. Parlavo inglese in Inghilterra, parlavo
tedesco in Germania, per cui…
Per cui nekaj razumeš?
Malo razumem. Učim se, počasi.
Il tuo rapporto con la musica inizia già da bambino?
Non c’era neanche bisogno di pensarci, perchè era una
famiglia molto musicale. La parte slovena della famiglia,
gli Ogrin, erano tutti musicisti: mia madre era una delle
più grandi voci soprano all’epoca e suonava anche la
fisarmonica, tutti gli zii suonavano qualcosa… tromba,
violino, chitarra; uno degli zii dirigeva il coro, per cui
sono cresciuto dentro la musica. A 8 anni a cominciato ad
imparare il clarinetto per la banda di S. Lucia.
A 10 anni la famiglia decide di spostarsi a Firenze.
La decisione fu di mio padre quando nel 1956 si definirono
i confini. Per motivi suoi decise di tornare da mamma sua
piuttosto che diventare socialista, non lo so. Non me l’ha
mai spiegato. Per cui noi l’abbiamo seguito a Rufina,
un paese a 25 km da Firenze, una zona molto bella della
Toscana fra l’altro.
Come ti sei trovato?
Male. Nel senso che la Toscana è bellissima, ma è piena
di toscani.
E che c’hanno di male i toscani?
Beh, qualcuno ce l’ha anche scritto »Toscani maledetti«.
Era soprattutto uno scontro di mentalità.
Uno immagina le splendide battute di Benigni…
Sì, ma Benigni non fa ridere noi. Noi quelle battute le
facevamo alle 8 di mattina aspettando il campanello della
scuola, capito? Cioè, a Prato sono tutti così, fra l’altro. Non
tutti sono matti come lui però. No, lo dico con simpatia
perchè Roberto è davvero una bella persona, però lui non
è niente di eccezionale lì...è quell’umorismo toscano,
ficcante, acido molto spesso, e fin lì va bene infatti.
Tornando all’impatto con l’ambiente toscano?
Tu tieni conto di un ragazzino che cresce in mezzo alla
natura, liberissimo, senza un dio, senza una religione, in
una mentalità con il bel socialismo dell’epoca…almeno
la gente ci credeva, e poi trovarti in un ambiente dove ti
prendono in giro semplicemente se pronunci una E aperta
o chiusa al posto sbagliato, fino a farti piangere. E’ uno
choc. Naturalmente c’è bella gente in Toscana, come c’è
qui…quello l’ho scoperto dopo però.
La città
Quanti anni sei stato a Firenze?
12 anni. Ho fatto il tempo a farmi l’alluvione del ‘66, poi
partii militare. Lì praticamente si è concluso il grosso della
mia vita in Toscana. Poi ci sono tornato dopo due anni
vissuti in Inghilterra, ma poco dopo me ne sono andato a
lavorare a Roma.
Hai un diploma in economia?
Ragioneria esattamente. Non ci ho mai fatto niente. E’
stato comunque un periodo impegnato bene, perchè
chiaramente era la scuola sbagliata: a vent’anni avevo già
molto chiaro in mente quello che non volevo fare nella
vita. Ed è un grosso vantaggio, credimi.
In quegli anni qual’è stato il tuo rapporto con la
musica?
Quello era il periodo della chitarra, dei gruppi, del
rock’n’roll.
Che cosa ascoltavi?
All’epoca ho avuto la fortuna di scoprire i grandi bluesman
americani, tipo Muddy Waters, Howlin Woolf e questa
gente qui da una parte, dall’altra ho cominciato a studiare
la chitarra da autodidatta e ho scoperto abbastanza
rapidamente la chitarra classica, che poi è stato l’inizio
della lunga strada che mi ha portato al liuto. D’altra parte
era il periodo dei primi grandi gruppi, i Beatles, i Rolling
Stones.
Ti piacevano?
Gli Stones li apprezzavo. Quando questi bluesman
suonavano in Inghilterra, a Mick Jagger gli mettevano
un’armonica dentro la bocca e gli altri lo accompagnavano.
Per cui sono dei bravi bluesman, lo sono sempre stati.
Bene o male è gente che ci ha sempre messo la faccia,
perchè – diciamoci la verità – abbiamo questo mito del sex,
drugs and rock’n’roll, però era molto facciata: il mondo
della musica pop all’epoca era pieno di bravi ragazzi, se
tu guardi chi c’era sul mercato veramente. I Beatles non
erano gli ultimi di questi, insomma.
Come capiti a Manchester?
Manchester è un punto d’arrivo non calcolato. Avevo
intenzione di andarmene da Firenze comunque, e quello
era il periodo…siamo alla fine degli anni ‘60 – che
andavano tutti in Inghilterra.
Come hai vissuto quegli anni?
Sono stati una grande esperienza in un mondo diverso
da quello che conoscevo, sia quello istriano che quello
toscano. D’altra parte, anche lì ho fatto una strada laterale,
come tante volte nella mia vita. Ho vissuto un anno a
Londra e non la sopportavo sinceramente, con tutto quello
che aveva da offrire. Lì trovavo di tutto e di tutti, tranne
che gli inglesi. Io volevo imparare l’inglese, imparare
qualcosa di nuovo…andare a Londra per incontrare degli
italiani o dei portoghesi non mi interessava. Avendo
conosciuto una ragazza di Manchester, andai a fare il fine
anno da quelle parti, ma ci rimasi poi per quasi due anni.
Ma i soldi te li mandava papà o te li guadagnavi?
Ho sempre fatto da solo. Io lavoravo anche quando andavo
a scuola. Da profughi non c’erano molti mezzi in casa, e
poi a mio padre non avrei mai chiesto niente comunque;
era una questione di orgoglio. Per cui ho fatto il fotografo
– sapevo lavorare in camera oscura molto prima di avere
i soldi per comprarmi una macchina fotografica – ho
fatto il pellettiere, l’orologiaio…tutte cose dove lavoravi
comunque con le mani. Evidentemente ho questo istinto.
Da militare poi, credici o no, ma sono riuscito a risparmiare
un po’ di soldi. Feci il servizio di leva nei Carabinieri, per
cui ci pagavano. E’ stata un’esperienza anche quella.
Da Manchester all’incontro con il liuto, il passo è stato
breve?
Non proprio. Quello che è successo nel frattempo è che
con la chitarra classica scoprivo via via musica più antica,
cioè sono i passi all’indietro, dalla musica romantica;
scopri Bach, poi scopri la musica per liuto o le trascizioni
di chitarra barocca fatte per chitarra classica. Da lì mi
sono incursiosito e un certo punto ho detto »Va bene,
questa è musica scritta per il liuto. Come suona?« E andai
a Manchester al Northern Renaissance Instruments e mi
feci fare uno strumento. Allora non avevo idea come
si costruisse uno strumento musicale. Era fatto benino
però non era uno strumento eccellente dal punto di vista
musicale. Avevo nel frattempo, grazie alla conoscenza di
un falegname di origine irlandese, imparato a costruire
qualcosa di legno per la casa. Rientrato a Roma ho preso
dimestichezza col lavoro manuale con il legno e ho
pensato di modificare un po’ il liuto che avevo.
Allora è a Roma che cominci a costruire strumenti?
E lì che comincio a costruire gli strumenti. Io all’epoca
lavoravo per l’Alitalia, facevo lo steward, e per rilassarmi
tra un massacro e l’altro in giro per il mondo mi chiudevo
appunto dentro casa e mettevo insieme queste scatole di
legno. All’epoca non pensavo veramente di diventare
liutaio di professione. Era un passatempo. Volevo costruire
qualcosa per me, ma lì si fermava il discorso. Il fatto di
avere dei materiali vivi sotto le mani è molto rilassante:
l’albero sarà morto, ma il legno non muore mai, poi alla
fine ha sempre una vita sua.
31
La città
Sarà stato difficile cominciare…
Ma guarda, io come battuta dico sempre che potresti
insegnare a uno scimpanzè a costruire liuti. Per quello
che riguarda il lavoro meccanico, il lavoro manuale, non
è particolarmente difficile. Qualsiasi lavoro manuale ha
le sue difficoltà che sono però quelle di imparare ad usare
certi attrezzi e di imparare a conoscere il materiale che
stai lavorando.
In che cosa si riconosce la bravura di un liutaio?
Nel suono. Chiaramente quello che rende particolare
qualsiasi strumento sono le qualità acustiche, quello che
lo strumento ti concede di fare come musicista. Io non
mi sono mai ritenuto un artista, ma sono un costruttore di
strumenti, di attrezzi da lavoro se vogliamo, per artisti. E
lì caschiamo un po’ nel mito, che è una cosa che rifiuto
sinceramente: non esistono segreti particolari! Il segreto
è proprio quello che a un certo punto, per istinto, per
esperienza, riesci a mettere insieme delle scatole che danno
un bel suono e che mettono un musicista in condizione di
produrre dei bei lavori d’arte.
I segreti non si raccontano certo in un’intervista…
Ma sono segreti anche per me! Non te li so spiegare, è
questo che voglio dire. Se Stradivari avesse scritto un libro
sulla costruzione dei violini, sarebbe uno delle centinaia di
libri scritti sull’argomento. Dei tanti figli di Stradivari, tre
erano liutai, violinari, e nessuno era bravo all’altezza del
padre. Se avesse avuto qualche segreto, loro l’avrebbero
conosciuto sicuramente. Per cui il segreto è quello che
non riesci poi a mettere in parole, è tutto lì.
I primi liuti li facevi solo per se…
Era qualcosa che facevo solo per me. Era un hobby
evidentemente, però è stato un periodo molto fortunato,
in quel momento stavamo alla fine degli anni ‘70, a Roma
c’erano due liutisti che erano proprio all’inizio della loro
carriera – uno si chiama Andrea Damiani ed è ancora il
nome più noto in Italia come liutista.
Che differenza c’è tra liutaio e liutista?
Liutaio è il costruttore, liutista è il musicista. E Andrea
si era diplomato alla Royal College a Londra, aveva giù
32
tre o quattro allievi. Io costruivo qualcosa, lui provava gli
strumenti, mi diceva tutto quello che non andava o quello
che anche gli piaceva. Così ho cominciato a fare degli
strumenti accettabili diciamo, finchè un giorno uno dei
suoi allievi mi dice »Ma mi costruisci uno strumento per
studiare?« Accettai ed è cominciata così. Da allora, dalla
fine degli anni ‘70, vivo praticamente solo di quello.
Da Roma ti sei spostato in Germania.
Già l’Italia pre-berlusconiana cominciava a starmi un
po’ stretta, con Roma avevo comunque un rapporto
conflittuale…la città stava cambiando. Quando ci arrivai
nel ‘72 parcheggiavamo sotto il Colosseo, andavamo a
Piazza Navona in macchina, sentivi parlare romanesco,
trovavi ancora la gente suduta sui marciapiedi davanti alla
porta di casa l’estate, cose che non vedi più.
Comunque tu, quando ti viene voglia di traferirti, non
è che ci pensi molto. Te ne vai e basta.
Vedi, il fatto di essere stato sradicato da questa terra così
giovane ha un suo vantaggio. Una volta superato il dolore,
il vantaggio è che poi non metti radici da nessuna parte,
ovvero, casa è dove stai bene. Per cui mi sono sempre
adeguato molto bene alla situazione del momento.
»Casa è dove stai bene«, allora in Germania sei stato
bene…
A Brema sì. E’ un mondo abbastanza particolare,
la Germania del nord. Di solito non ci si pensa, ma la
Germania è una scatola chiusa, che ha formato un po’ il
carattere tedesco: a sud ci sono le Alpi e lì è un limite, a est
gli slavi e sono botte, a ovest i francesi e sono botte; per
cui l’unica porta aperta sul mondo era il mare: Amburgo
e Brema, Rostock, tutto il mondo anseatico.
Che mestiere hai fatto a Brema?
A Brema, per 17 anni, ho fatto solo il liutaio.
Che cosa ti ha dato professionalmente questo
periodo?
Professionalmente, non come liutaio direttamente, ma
come cultore della musica. A Brema c’era un’Accademia
per musica antica che purtroppo hanno chiuso dopo
pochi anni, ma è stata un crogiuolo di talenti ed è stata
comunque alla base di quella che diventerà la Facoltà di
musica antica del Conservatorio di Brema. Con insegnanti
e musicisti molto bravi e un ambiente molto aperto, dove
si sperimentava molto, a differenza del Conservatorio
italiano classico dove c’è il maestro che ti dice dalle 8
alle 10 quello che devi fare, dove per imparare la chitarra
devi studiare dieci anni. Diciamolo chiaramente: se non
impari a suonare uno strumento dopo due anni e meglio
che fai qualcos’altro. A Brema ho fatto molta esperienza
nella costruzione della musica, la preparazione di opere
– lavoravo con i cantanti, che cantavano in italiano senza
conoscere la lingua, per cui ho fatto un po’ di coaching.
Hai anche composto?
No. Lavoravo sulla pronuncia, sui testi italiani. Non sono
così bravo come musicista. Mai stato.
In quale paese si trovano i migliori liutai?
In Inghilterra, sicuramente, perchè hanno più esperienza
degli altri, hanno incominciato un po’ prima.
Immaginavo l’Italia.
L’Italia è un paese strano…cioè non è strano per chi lo
conosce. Riesce a far crollare a pezzi Pompei, è il paese
che se ne sbatte tranquillamente di quello che ha, della
La città
cultura, delle opere d’arte, di quello che le appartiene.
Metti un po’ di donnine nude in televisione, un balletto
brasiliano e sono tutti contenti.
C’è poca coscienza di quello che si ha?
Pochissima. Il liuto effettivamente era lo strumento
principe per due secoli in Italia. L’hanno dovuto riscoprire
gli inglesi.
Sting ha reinterpretato nel suo ultimo album antichi
brani col liuto. Che ne pensi?
Lo trovo brillante. E’ molto discussa questa cosa nel
mondo specialista della musica antica. Io penso che lui sia
molto più vicino all’originale di quanto ci piaccia pensare
noi e sicuramente, è un’opinione personale, rende i testi
seicenteschi di John Dowland molto più vicini alla realtà
di quanto facciano gli specialisti moderni di quel tipo di
musica.
Dalla Germania, un anno e mezzo fa ti sei traferito a
Decani, vicino a Capodistria. Ma allora è vero che con
gli anni arriva il richiamo delle radici?
E’ verissimo. Non ci avrei mai creduto ancora vent’anni
fa, me l’avessero detto. Come dicevo prima, una volta
sradicato perdi la tendenza a rimettere radici, e invece
quello che è successo – perchè tornavo sempre a trovare
i miei parenti, mio cugino Jadran – sono sempre tornato
con una forte emozione. Cioè ho vissuto tutti quegli anni
vicino a Firenze e a Roma, io ci ripasso, ci ritorno, una
bella cartolina…morta, senza emozioni. Brema è stato
un posto molto importante, come ti dicevo prima, e
effettivamente ci torno con una certa emozione. E qui in
Istria mi si apriva il cuore. Quando arrivavi, prima che
costruissero lo svincolo autostradale, quando avevi da
fare la 202, quando uscivi dall’autostrada e vedevi per la
prima volta il mare, mi si apriva il cuore.
Tra l’altro, il posto dove vivi è splendido, un po’ fuori
dal villaggio, immerso nella natura. Queste colline
istriane assomigliano a qualche angolo di Toscana?
Diciamo che la differenza nella Toscana, perlomeno
quella non litoranea, è che manca il mare, mentre qui c’è
questo influsso ancora più bello, più dolce. Si raggiunge
in pochi minuti Capodistria e anche Trieste, dove vado
spesso. A Trieste c’è una realtà intellettuale stimolante e
vivace, più di quanto ricordavo.
A Decani adesso hai un tuo laboratorio. C’è richiesta
per gli strumenti che produci?
La parte bella del mio lavoro è che te lo porti dietro. Io
sono ormai trent’anni che vivo esclusivamente di liuteria,
ho circa due anni di lista d’attesa, ho strumenti sparsi dal
Canada all’Argentina all’Australia… e tutto quello che ci
sta in mezzo.
Quanto costa un tuo strumento?
Dalle cose più semplici dai tremila euro, fino ai chitarroni
o tiorbe, come si chiamavano, dove andiamo intorno ai
5.500 euro.
Dopo aver girato mezza Europa, come vedi il tuo
futuro?
Ci sono già dentro. Sto a Decani, da qui sicuramente
non mi muovo più, anche perchè finalmente ho una casa
tutta mia, un laboratorio che è incluso nella casa…e ho
ritrovato veramente la mia gente e quella serenità, quella
tranquillità che ho cercato per cinquant’anni in giro per il
mondo.
a.c.
33
La città
»Bastet« di Carlo Marzuttini, una delle opere esibite
alla mostra »Ludens«. Alla collettiva, organizzata
assieme all'Associazione culturale »La Roggia« di
Pordenone e la galleria »Insula« di Isola, hanno
partecipato anche Elena Armellini, Angelo Maisto e
Vincenzo Rusciano.
Mostra Gail Morris e Vojc Sodnikar Ponis. Provenienti
da esperienze formative diverse - la Morris è gallese ed
ha studiato a Londra, Sodnikar è nato a Lubiana e si è
formato a Parigi - hanno in comune l’amore per l’Istria,
dove vivono e lavorano da molti anni (Foto J. Belcijan).
Il 31 maggio l'ex calciatore del Milan, campione
mondiale nel 1982, Franco Baresi, ha presentato a
palazzo Pretorio la terza edizione del Milan Junior
Camp, scuola estiva di calcio che si svolge in varie
città, compresa Capodistria. Nella foto Baresi firma un
autografo a Mattia Sponza (Foto D. Fermo).
Alcune scene di »Faccia d'angelo«, il film di Andrea
Porporati sul boss Felice Maniero, sono state girate
a Capodistria (Port'Isolana, Calegaria). Alunni della
»Vergerio« vi hanno partecipato come comparse
(vergerio.si). A interpretare il protagonista del film è
l'attore Elio Germano.
Il 16 aprile gli alunni della »Vergerio« hanno aderito
all'iniziativa ecologica promossa dalla Comunità locale
di Giusterna. Sacchetti in mano, hanno percorso i
sentieri che dal Monte San Marco si calano fino alla
riva. In primo piano Liam Cernaz, Timotej Glavina e
Cristian Ponis (Foto Fermo).
Il 19 maggio a Medina, sull'isola di Malta, il nostro
Loris Morosini ha tenuto una mostra personale. Le
sculture sono state esposte nel Chiostro del Carmelite
Priory Museum. Presenti all'inaugurazione il console
onorario per la Slovenia Nicholas Baldacchino con la
moglie Nadia, nata a Ika (Foto S. Morosini).
34
La città
L'11 maggio è stato in visita alla Ci di Capodistria, il
deputato del Partito Democratico, Massimo D'Alema.
Nell'occasione il presidente della Giunta UI, Maurizio
Tremul, ha espresso un sentito ringraziamento al
governo, al Parlamento e a tutta la Nazione italiana per
il sostegno offerto alla CNI (Foto Katonar).
Conferito a Emil Zonta il Premio 2011 della Comunità
autogestita della nazionalità di Capodistria. Musicologo
e musicista impegnato nella valorizzazione delle
tradizioni musicali istriane, Zonta ha suonato in vari
complessi. Ultimamente dirige il gruppo di canto
»La Porporela« della CI »Santorio« (Foto Katonar).
Il 20 maggio, i ragazzi della nona classe della
»Vergerio« hanno presentato al teatro di Capodistria
il recital “Creare legami” e il video “Così come sono”
dell’alunna Tina Braico. attori gli stessi ragazzi, che
si sono divertiti a mettere in scena la complessità dei
rapporti d’amicizia a scuola (Foto Fermo).
Incontro conoscitivo Capodistria tra la VI classe della
locale Scuola elementare italiana e la II classe media
della Scuola »Nazario Sauro« di Muggia. I muggesani
hanno presentato uno spettacolo con l'interpretazione
della fiaba “La barba del conte” di Italo Calvino
(Foto Fermo).
Terzo incontro degli operatori scolastici pensionati delle istituzioni scolastiche della Comunità Nazionale Italiana in
Slovenia e Croazia, tenutosi in quest’occasione a Palazzo Gravisi. L’iniziativa, promossa dal Settore Istruzione della
Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, nell’ambito di un percorso di valorizzazione delle risorse umane della CNI, è
divenuta un evento tradizionale, volto a riconoscere l’impegno di chi ha operato per la crescita di generazioni di giovani.
35
La città
Il Silos. Vicissitudini di un esodo
di Vinicio Bussani
C’è un’iscrizione bene in vista sulla facciata del vecchio “Silos” di Trieste, che rievoca al frettoloso viandante una
parentesi dolorosa della nostra storia, connessa ai drammatici fatti del secondo dopoguerra, quando migliaia di
profughi istriani, fiumani e dalmati, furono costretti ad abbandonare la terra natia e rifugiarsi a Trieste, accolti a più
riprese in questo enorme edificio asburgico, prima di approdare a nuove destinazioni per ricominciare una nuova
vita. L’edificio in questione, la cui architettura abbastanza rigida e austera, dà l’idea di un luogo di pena o forse di
una antica caserma, sorge tra il porto vecchio e la stazione ferroviaria; nasce in origine con la creazione del Porto
di Trieste, come magazzino-deposito di granaglie e terminale ferroviario. Fino a quando il porto regge le sfide della
concorrenza sullo scenario internazionale, il Silos mantiene la sua importante funzione, ma più tardi, al manifestarsi
di una grave crisi dell’attività portuale, perde questa sua prerogativa e viene lasciato in uno stato di abbandono. Solo
nel dopoguerra, riassume una funzione di grande utilità, divenendo un’ampia struttura di accoglienza per la gente
dell’Esodo. Assolta per circa vent’anni anche questa funzione, ritorna nell’anonimato e nell’oblio, fino al verificarsi
di un grave episodio: viene infatti colpito da un disastroso incendio, in cui rimane danneggiato in modo molto serio.
Da questo fatto, si sollevano contrasti e dispute per il suo mantenimento: alla fine prevale la decisione di conservarlo
e viene dichiarato “monumento di archeologia industriale”. Dopo un adeguato intervento di ristrutturazione, alla
fine è trasformato nell’attuale autoparcheggio.
Chiuso il preambolo, voglio
soffermarmi
su
alcuni
fatti
significativi che hanno dato una
svolta al nostro destino di esuli. La
mia famiglia come tante altre, con
l’arrivo a Trieste, ha dovuto far fronte
da subito, ad una situazione a dir
poco difficile. Dopo lo smarrimento
iniziale, abbiamo preso coscienza di
questa nuova realtà: in primo luogo
urgeva una soluzione al problema
principale, vale a dire la ricerca di
una sistemazione e successivamente
la ricostruzione di un futuro dal
contorno ancora incerto. Le prime
grosse difficoltà, non tardarono però
a presentarsi.
Inizialmente credevamo in una
possibile accoglienza al Silos, che
ben presto ci viene preclusa in quanto
il numero degli spazi abitativi in quel
momento, erano pochi e riservati a
famiglie con “necessità precise”,
che noi, secondo la commissione non
possedevamo. Queste disposizioni
non erano sempre rispettate, dal
momento che contavano molto le
raccomandazioni dei politici locali.
Giunge pertanto il momento di doverci
arrangiare da soli: vissuto un breve
periodo in casa di parenti, riusciamo
dopo molte ricerche a trovare una
stanza in affitto al pianterreno di un
casolare di campagna, nella periferia
di Zaule.
Questo luogo isolato e fuori mano,
era l’unico che poteva rientrare nelle
nostre possibilità: abbiamo accettato
quindi questa situazione, “facendone
buon viso”.
Il monolocale che ci è stato proposto,
risultava essere un luogo angusto di
appena 14mq, semibuio di giorno,
emanava un odore caratteristico di
muschio, tipico di un ambiente umido
e malsano. Osservando l’interno, si
vedevano lungo gli angoli delle pareti
e sul soffitto delle macchie più o
Il Silos
36
meno estese di umidità punteggiate di
muffa. Questo posto avrà un’influenza
negativa sulla nostra salute, ma
soprattutto su quella di mia mamma,
che subirà le maggiori conseguenze.
Ricordo che alla sera mentre mi
coricavo, percepivo sulla pelle
una sensazione di freddo-umido a
contatto con le lenzuola e la mamma
tutte le volte poneva ai piedi del letto,
tra le coperte, la borsa dell’acqua
calda, avvolta in un panno e nel
piacevole tepore, mi addormentavo
con il lume acceso. Quando il sonno
ritardava, osservavo il soffitto con le
sue macchie di umidità e nella mia
fantasia le sostituivo con delle forme
immaginarie di oggetti o animali,
mentre la tremolante fiammella del
lume proiettava sulla nuda parete
laterale, le ombre in movimento dei
miei cari, che stanchi della giornata,
si predisponevano al riposo notturno.
In questa stanza fredda e disadorna,
priva di corrente elettrica, di giorno
filtravano a stento i raggi del sole,
quasi sempre ostacolati dai rami folti
di un pergolato sovrastante la nostra
unica finestra, che essendo molto
bassa, era protetta da una grata.
Al calar della sera, tutta la zona
circostante il casolare, per un vasto
raggio, era immersa nell’oscurità:
per uscire, era indispensabile
premunirsi di una piccola torcia
tascabile e percorrere un buon tratto
di strada prima di arrivare in una
zona illuminata. In questa atmosfera,
ovattata da un silenzio surreale,
La città
udivo talvolta l’abbaiare lontano di
un cane e ai primi tepori primaverili
percepivo il verso lugubre, sempre
uguale, di un uccello notturno.
Tutto questo mi recava un senso di
struggente malinconia e di isolamento,
che cercavo di fronteggiare in casa
svolgendo di malavoglia i miei
compiti. Nelle lunghe pause serali,
fissavo il lume acceso davanti a me e
con la mente ritornavo a Capodistria,
agli amici e al mio mare, che avrei
rivisto nel corso della lunga vacanza
estiva, atteso come sempre con affetto,
nella casa delle nonne rimaste.
Una delle maggiori preoccupazioni
vivendo in questo posto, era il
problema dell’acqua - che il più
delle volte doveva essere prelevata
da un pozzo e fatta bollire per essere
resa potabile; c’era inoltre l’enorme
carenza dei servizi igienici, per
cui in caso di impellente necessità,
bisognava uscire in aperta campagna
dentro un rudimentale casotto di
legno, che racchiudeva un cesso
maleodorante e scomodo.
Finalmente, dopo due anni, venimmo
accolti, si fa per dire, nella struttura
del Silos, le cui condizioni di
vivibilità, malgrado tutto, erano
migliori delle precedenti. Ci
adattammo ben presto a questo
nuovo ambiente, che comprendeva
una superficie di appena 16 mq. I
mini-locali messi a disposizione per
le famiglie, erano definiti “box” e la
loro composizione formata a celle
d’alveare, era distribuita sui tre piani
dell’edificio: il terzo era sicuramente
il più favorevole per luminosità, in
quanto aveva il vantaggio dei grandi
lucernai posti sul tetto. I singoli
box erano tutti numerati e disposti
linearmente, in modo tale da formare
lunghi corridoi intervallati da brevi
passaggi in corrispondenza dei quali
c’erano le rare finestre per far entrare
la luce e l’aria.
Tornando ai box; il nostro in
particolare era delimitato all’interno
da sottili pareti di legno, che
confinavano su due lati con gli altri
contigui. La copertura del soffitto
invece, era costituita da fogli di
carta d’impacco, tenuti insieme da
un collante e sostenuti nella parte
interna da un intreccio di sottile filo
di ferro zincato disposto a reticolo.
La parete anteriore con la porta
Durante la messa. Sono al centro che guardo il prete
d’ingresso rivolta al corridoio, era
formata da pannelli di faesite a loro
volta fissati su un telaio di legno
e nella parte superiore era stata
ricavata un’apertura ad anta girevole,
per sfogare all’esterno gli odori ed i
vapori di cottura.
L’aria e la luce del sole, non
arrivavano mai direttamente a
tonificare l’ambiente, che dalla
mattina alla sera veniva illuminato
con luce artificiale ed era viziato da
aria impura. A lungo andare, questo
posto si rivelerà deleterio per il
mio organismo, che nella fase più
importante di crescita, sarà colpito da
un’infezione polmonare, con tempi
di guarigione molto lunghi, trascorsi
nel più assoluto riposo. La vita dei
primi anni al Silos, scorreva per me
veloce e spensierata. Potevo contare
su un gruppo di amici con i quali
dividevo passatempi e sfide sportive:
per questo avevamo a disposizione
un ampio terrazzo, posto tra le due
ali interne dell’edificio ed un cortile
situato ad un livello più in basso,
al quale si poteva accedere solo da
una scala di ferro. Per noi questo
spazio costituiva il campo di calcio,
dal fondo oltremodo irregolare e
cosparso di sassi, che cercavamo
di eliminare di volta in volta per
non farci troppo male. Un muro di
confine divideva il nostro campo
dall’area prospiciente la ferrovia.
Spesso
bisognava
scavalcarlo,
per recuperare il pallone calciato
accidentalmente oltre. Ci si sfidava in
partite interminabili, assieme a quelle
di “palla avvelenata”, considerata una
derivazione dell’attuale pallamano.
Quando il tempo atmosferico era
inclemente, trascorrevamo le ore
di svago all’interno dei cosiddetti
“cameroni”e lì giocavamo a carte,
mettendo in palio giornaletti o
figurine.
Costretti a vivere in questo ambiente
certamente limitato, avvertivamo
continuamente un insopprimibile
bisogno di evasione, cercando
insistentemente luoghi diversi al di
fuori del Silos. E con l’inizio della
bella stagione, ci spostavamo in
gruppi in direzione di Scorcola, verso
“la campagneta”, dove c’era un rudere
che chiamavamo “il Castelletto”.
Però le grandi opportunità arrivavano
d’estate, con i bagni di mare. Talvolta
con qualche amico, attendevo alla
fermata l’arrivo del tram della linea
6 e appena giungeva, eravamo
pronti a saltare con destrezza sul
rimorchio ancora in movimento. La
destinazione era il litorale di Barcola,
dove tra tuffi e nuotate, godevamo un
intero pomeriggio di sole, aspettando
il tramonto per rientrare. Quelle
splendide giornate non avevano mai
fine e si concludevano a tarda sera,
quando sfinito dalla stanchezza,
sfruttavo le poche energie, per i
giochi notturni sul terrazzo.
Nel periodo estivo c’era anche la
possibilità, per chi lo desiderava,
di frequentare la colonia marina o
montana, tramite l’“Opera figli del
Popolo” diretta da don Marzari ed è
stato grazie a questa iniziativa che ho
37
La città
potuto conoscere la montagna per la
prima volta e apprezzarne il fascino.
Molti episodi derivanti dalla
promiscuità o dalla mancanza delle
più elementari regole di buona
educazione, condizionavano la vita
degli abitanti del Silos; l’intimità
e la libertà erano spesso violate
e
inevitabilmente
avvenivano
scontri verbali conditi con minacce:
bisognava quindi fare attenzione nel
trattare con certi soggetti irritabili.
I rumori e i fastidi erano all’ordine
del giorno, anche se il silenzio era
regolato da una norma interna: chi
doveva per esempio lavorare la notte,
era costretto a sopportare il vicino che
teneva la radio accesa a pieno volume,
oppure come nel mio caso, subire
per interi pomeriggi le canzoni di
Claudio Villa, che una giovinetta del
box adiacente metteva ripetutamente
sul suo giradischi.
I problemi si presentavano già di buon
mattino, quando uscendo dal box per
andarsi a lavare, ti trovavi davanti
ai lavelli una fila di persone che
cercavano di occupare quanto prima
un rubinetto o un bagno. Appena si
liberava un posto, c’era subito ressa,
qualcuno non rispettava il suo turno e
all’istante nasceva un battibecco.
La domenica però, “tutti buoni”:
si andava alla messa nella piccola
cappella interna, il rito era officiato
da un prete mite e bonario, di origine
bresciana: padre Vinci. Questi
essendo un ottimo conoscitore
dell’animo umano e abile psicologo,
sapeva attirare su di sé l’attenzione
dei fedeli. A volte, nelle dispute di
varia natura, molti ricorrevano a lui,
che con intelligenza e buon senso
riusciva a metter d’accordo un po’
tutti, dicendo sempre che il torto o la
ragione non stanno mai da una sola
parte. Era molto sensibile agli stati
d’animo delle persone, specialmente
Il cortile. Io sono al centro, davanti il pallino
38
nei riguardi degli anziani che non
volevano mai rassegnarsi alla perdita
della loro terra. Comprendeva il
tormento e la speranza dei più giovani
smaniosi di uscire prima degli altri da
questa bolgia del Silos, per avere al
più presto una casa e un lavoro.
Intanto passa inesorabile il tempo
e finalmente arriva anche per noi il
momento tanto atteso: la concessione
di un appartamento. Un sogno
che diventa realtà dopo dieci anni
trascorsi in un’alternanza di speranze
e delusioni. Finalmente possiamo
ripartire e iniziare un nuovo capitolo
della nostra vita, con ritrovata fiducia
e nuovi stimoli.
A questo punto si impone un’amara
considerazione: la nostra tragedia
istriana, è stata inizialmente
ignorata dai nostri politici, distratti
e superficiali, a volte distolti da
problemi più pressanti, in un’Italia
umiliata e prostrata da una guerra
perduta. In passato la classe politica
dominante, ricordava l’Istria e la sua
gente, con “comizi strappa-lacrime”
soltanto in prossimità di scadenze
elettorali, facendo promesse fasulle
e mai mantenute! Ora dopo 50’anni
hanno riscoperto il problema istriano
istituendo “il giorno del ricordo”, che
sa tanto di ipocrisia.
Scriveva un mio stimato professore
d’italiano
dell’istituto
Volta
originario di Pola: “il problema
dell’Istria non doveva essere posto
in termini nazionalistici, ma in un
contesto europeo, più tollerante e più
intelligente”.
I nostri figli che in larga maggioranza
nulla sanno, o conoscono poco la
nostra storia, distratti da altre cose
e proiettati, loro malgrado, verso un
futuro in cui regna solo instabilità
e incertezza, si limitano a dire: ma
quelli erano altri tempi, ora bisogna
guardare avanti e scordare il passato
anche se tragico. Allora io dico: se
noi dimentichiamo il nostro passato,
dopo queste sconvolgenti vicende,
un passato che è segno profondo
di una tradizione, di un costume di
vita, di una civiltà; un popolo che
abbia coscienza di questo, deve
portare avanti i frutti della propria
cultura e poter ricostruirsi un futuro
consapevole della propria identità.
Vinicio Bussani
La città
I coniugi Gina e Petar Terzić, assidui frequentatori della
nostra Comunità, hanno festeggiato recentemente il
sessantesimo anniversario di matrimonio. Lei nativa di
Momiano, lui di origini serbe, si vogliono bene come il
primo giorno. Continuate così! Auguri.
»Evropska vas - Villaggio europeo« in Piazzale
Carpaccio. Scopo della manifestazione avvicinare ai
giovani i Paesi dell'Unione europea presentandone le
varie culture. La »Vergerio« quest'anno ha presentato
il Portogallo e l'Italia. Nella foto, in primo piano il prof.
Apollonio (Foto Fermo).
Il Sermino continua a restituirci vestigia romane di
quella che forse fu Egida. Nel corso di scavi effettuati ad
aprile in vista del rinnovo della ferrovia, è stato rivenuto
il basamento di una colonna e numerose tegole con
iscrizioni: AMBROSI, CRISPINI, CL HER
(Foto Ilona Dolenc-Primorske novice).
La Comunità degli Italiani di Bertocchi ha organizzato
in aprile la tradizionale manifestazione »Saluto
alla primavera«. Ospiti: l'asilo e la scuola italiana
di Bertocchi, il Coro Brnistra-Ginestra, il Gruppo
filodrammatico giovanile della CI di Verteneglio (foto) e
il Gruppo danza della CI Valle.
La strada di Semedella venne costruita nel 1826 per favorire il traffico dei paolani verso le loro campagne. Prima
potevano uscire con i loro carri solo attraverso la strada principale che passa oggi vicino allo stadio. Davanti
all'attuale Hotel Koper bisognava attraversare un ponticello chiamato »el ponte de tola«. Fino ai primi anni Ottanta
la strada di Semedella era trafficata dalle automobili. Oggi è la riva che i capodistriani, e non solo loro, prediligono
per le passeggiate. Quest'anno la strada è stata allargata, munita di panchine e lastricata con blocchi di arenaria.
39
La città
Il mio ricordo di Bossedraga
di Egidio Salvatore Di Grazia
Venni ad abitare con la mia famiglia a Capodistria nel gennaio del 1950, avendo lasciato il villaggio natio abbarbicato
sul versante meridionale della valle della Dragogna. Sul far della sera arrivammo alla porta della Muda, il punto di
collegamento tra la città, altera e scostante, e gli abitanti della campagna verso i quali i capodistriani avevano un
sentimento di diffidenza e superiorità.
Ci era stata assegnata una parte della grande casa di
proprietà della contessa Gambini, erede di una famiglia
di possidenti ed armatori, posta sullo stradone principale
che dal Brolo conduceva al mare in prossimità del quale
si diramava, a sinistra verso il Convento di Sant’Anna,
trasformato in carcere, ed a destra al porticciolo di San
Pieri. A quel tempo la strada più non aveva i maestosi
platani che l’ombreggiavano nelle afose giornate estive
ma era ancora sterrata, polverosa d’estate, fangosa nei
giorni di pioggia.
La vecchia contessa, con la quale condividevamo
alcuni locali della sua casa, mi appariva, soprattutto
nel portamento, fiero e riservato, tanto diversa dalle
contadine che avevo fino a quel tempo conosciuto.
Compariva raramente e quando attraversavamo il suo
soggiorno rapidamente, ma con un sussiegoso contegno,
si ritirava nella sua stanza da letto. Con il passare del
tempo fece amicizia con mia madre o, meglio, la degnò di
considerazione tale da superare la barriera che fino a quel
momento ci aveva reso estranei pur in tale promiscuità.
Il retro della casa comunicava, tramite un piccolo cortile,
sempre in ombra, che dava una sensazione di vecchio e
stantio, con la calle che dal montaron scendeva ripida
verso il porticciolo di Bossedraga. Questo, già nel 1957,
l’anno del primo dei miei tanti ritorni a Capodistria, più
non esisteva essendo stato interrato per creare le banchine
del nuovo porto industriale. L’accesso al mare è stato
gradualmente chiuso da muri, recinzioni di filo spinato
Brazzera capodistriana (1890) di Anders Beer
40
per evitare traffici o passaggi illeciti.
La distruzione del mandracchio aveva rappresentato il
colpo finale per Bossedraga, la cui anima vitale si era già
persa con l’esodo dei suoi abitanti terminato pochi anni
prima.
Oggi il muro non esiste più e l’ampio piazzale di
Sant’Andrea è aperto su di un lato alla nuova strada che lo
mette in comunicazione con il resto della città, anch’essa
profondamente mutata. Ma il rione non pulsa più della
vita operosa dei suoi abitanti, che si svolgeva per lo più
fuori dalle modeste case, nelle calli, negli squeri e sulle
banchine dei porticcioli. In un certo senso i suoi abitanti
sembravano appagati dell’emarginazione del rione dal
contesto sociale cittadino, in un certo modo voluto dai
suoi abitanti i quali, come afferma Tomizza, nelle pagine
introduttive del romanzo storico sulla vita di Vergerio, “si
vantavano di non essere stati da anni su , in piassa”.
Sul punto un cui la calle inizia a scendere più ripida verso
il Mandracchio, lungo la quale mi lanciavo con il mio
monopattino curvando strettamente sulla sua banchina,
finendo talvolta in acqua quando la manovra non era
tempestiva, faceva mostra di sé , l’edicola che un tempo
conteneva il dipinto, intitolato “La Madonna del mare”.
Opera del pittore capodistriano, Bartolomeo Gianelli,
risaliva alla metà del 19.esimo secolo. Rappresentava la
Madonna, Sant’Andrea, e sullo sfondo il mandracchio di
Bossedraga.
Mi trovai, dunque, a vivere in un’ambivalenza, favorita
dalla posizione della mia casa, posta a mezzo fra la città
dei commercianti e della nascente nomenclatura slava,
burocratica e militare, ed il rione dei pescatori, separato,
per non dire avulso da essa. Sul “campo de Bossedraga”
(Piazzale S. Andrea), si trovava la testata del vecchio
magazzino, già del sale, sul quale si apriva il grande
portone d’ingresso della “fabrica de sardine”, l’industria
delle conserve ittiche De Langlade, che aveva adottato
per insegna la testa anguicrinita della Medusa, stemma di
Capodistria.
La zia Giovannina, sorella giovanissima di mia madre,
che per me era come una sorella, iniziò subito a lavorare
presso la De Langlade la quale da sempre aveva dato
lavoro a molte donne, che concorrevano in tal modo ad
arrotondare i bilanci familiari. La fabbrica era rifornita
non solo dai pescatori locali. Di frequente giungevano al
mandracchio barche colme di pesce, ma sul volto di chi
le governava si notava una cupa amarezza unita ad timore
e rabbia nello stesso tempo. Erano le barche di pescatori
non istriani che la milizia titina aveva colto in acque sotto
la giurisdizione jugoslava e scortate fino a Bossedraga
dove avrebbero scaricato il loro carico nella “fabrica de
sardine”.
La città
Com’era naturale fui attratto dalla gente di Bossedraga,
dal ritmo del piccolo porto di pescatori. Qui passavo ore
ed ore non solo a giocare insieme ai loro figli, ma anche
condividere con loro i momenti tipici della vita marinara:
la gioia per il ritorno delle barche colme di pesce, il
sollievo per lo scampato pericolo in caso di maltempo.
Passavo tutti i momenti liberi intorno al porticciolo,
intorno al quale vi erano le case dei pescatori, dove
essi erano intenti a rammendare le reti. Vivevo le loro
esperienze, sentivo i loro discorsi tanto che il tratto di
mare tra Capodistria ed Ancarano divenne lo spazio nel
quale passavo la maggior parte della giornata non priva di
avventure talvolta pericolose.
Della mia “nuova vita” i miei genitori non erano partecipi
perché non avevano fatto amicizia con nessuna delle
famiglie di pescatori. Del resto questa amicizia sarebbe
stata impossibile specie con mia madre che era e restava
una contadina dell’interno, tanto diversa dai cittadini
capodistriani, bottegai o pescatori che fossero. Costoro
esprimevano una chiusura verso gli altri, specie per gli
slavi che da secoli davano loro ricchezza ma anche timore.
Anch’io, per loro, era uno “s’ciavo”. Ricordo quando,
attendendo gli amici per andare a giocare a nascondino
od ai pirati tra le barche accatastate nello squero, mi ero
seduto sul gradino di una casa antistante. Una anziana
donna notandomi chiese, con un tono affettuoso, a colui
che poteva essere suo marito, “chi xe ‘sto bel putel?”.
“ Mah...- rispose lui- el sarà un s’ciavo”, intendendo
con questa espressione la mia provenienza dall’interno
dell’Istria.
In quell’occasione provai una forte umiliazione dovuta
più al tono con il quale la parola fu pronunciata che al
significato: era la stessa che dovevano provare i contadini
dell’interno, quando, con il loro incerto parlare in italiano,
andavano a Capodistria a fare acquisti nelle “privative”
condotte da italiani alteri e superbi.
Edicola e volto a Bossedraga
La mia breve, ma intensa ed indelebile, stagione
capodistriana si concludeva in una triste giornata di fine
ottobre 1953. Capodistria, infatti, mi è rimasta, nel cuore
e nel ricordo cosicchè, come afferma Herman Hesse, “…
i vicoli, le case, la gente e le storie di laggiù sono per me
modello e archetipo di tutte le patrie e di tutte le storie
degli uomini”.
41
La città
Lettere dal Siam
Bangkok, 12 Magio 2011
Tripoli, bel suol d’amore, ti giunga dolce questa mia canzon!
Tripoli, terra incantata, sarai italiana al rombo del cannon!
Caro Alberto,
in sti giorni anca nel Siam lontan, se parla ‘sai de Libia.
Tanti qua no la gaveva mai sentida nominar e xe anca
gente che me dimanda dove che xe la Libia. Mi, no me
meraveja perché qua, in Siam, la geografia no xe stada
mai de moda, gnanca desso. Pensa che una, gnanca propio
sproveduda, me ga dimandà se, per andar de Bangkok
in Arabia, bisogna passar per l’Europa. Tanto per dar
una idea, ma i esempi podaria esser tanti, ancora più
paradossali.
Se parla tanto, che me xe vignù per forsa in mente una
serie de episodi che riguarda ‘sai de vissin la Libia (quela
de cento ani fa, dato che semo in tema de centenari e de
centosinquantenari) e che i me xe capitai mentre, qualche
ano fa, stavo aiutando a alestir, a Bangkok, una mostra
sul pitor e decorator italian Galileo Chini, no ‘sai conossù
in Italia (dove che al ga afrescà, fra l’altro, el Palazzo dei
Congressi de Salsomaggiore Terme), ma ‘sai nominà in
Tailandia per i sui afreschi al Palazzo del Trono che al ga
scominsià a far proprio sento ani fa, tondi tondi.
Dovemo saver che, durante el secondo viagio che re
Chulalongkorn de Tailandia ga fato in Europa, fra cui
Venezia (1907), par che al gabi amirà afreschi fati de sto
pitor, apunto a la Bienale de Venezia, e che al lo gabi
invità a lavorar a la decorasion del Palazzo del Trono che
i stava giusto costruindo a Bangkok.
Ancora però no podemo capir cossa che ghe entra la
Libia con la presenza de Chini a Bangkok. E invesse!!
Traficando con le carte (documenti, relazioni e fotografie)
che riguardava sto pitor, me son sprofondà nell’esame
critico del suo diario de viagio, che po’ no jera un diario;
par infati che al sia stado scrito dopo e che tante robe le
sia un poco confuse, al punto che qualchidun disi che
qualche episodio descrito come capità nel primo viagio,
riguardi invesse el secondo. In ogni caso no xe date, che
le xe ricavade invesse dalla “biografia ufficiale” del pitor.
Ma no semo qua a parlar de Chini, anca perché la roba
andaria ‘sai per le longhe e ti, caro Alberto, tanto spasio
sul giornal, no ti me lo dà.
Dunque la biografia su Chini parla che i ‘veva firmà el
contrato col governo siamese in magio (1911 e da quel
giorno partiva anche el compenso!!), ma che Chini no
veva podù partir subito, perché al veva in pie una mostra a
Roma che andava avanti fino in giugno. Alora el biografo
(quel uficiale) stabilissi che lu al xe partido per el Siam in
giugno (sempre del 1911).
Recente manifestazione pro Gheddafi in Piazza verde a Tripoli (Foto Boris Palakovič)
42
La città
Possibile, ma no che fussi necessariamente cussì. Al varia
anca podù esserse ciolto un poco de tempo per sistemar le
so robe, resta el fato che dai documenti tailandesi, risulta
che lu, el primo stipendio, comprensivo dei aretrati da
magio, lo ga tirà in novembre. Qua me xe nato el primo
dubio. Che nol gabi tirà un solo scheo fin a novembre,
co’ la paga ghe spetava da magio? Vedo anca una foto
de la partenza dall’Italia e vedo che la gente che jera
sul mol, no la jera vestida come de solito se se vesti in
giugno. E alora i dubi me se ga raforzà! Pareva gente
vestida de autuno. Continuo a leger el suo, ciamemolo,
diario. Al descrivi i suoi compagni de viagio, oviamente
de prima classe e, altretanto oviamente bianchi de pele.
Solo la presenza de una fameia indiana, par che no la ghe
andava zo. Al la ga nominada un saco de volte, come una
anomalia (in prima classe!!) e ogni volta al se sentiva in
dover de come giustificar la presenza anomala, precisando
che se tratava de una fameia, “sai ricca”. E Alora ogni
volta che al la nominava al doveva scriver la intiera frase
“la ricca famiglia indiana”. Me pareva quela batuda sul
negro che diseva che “un negro ricco è un “ricco”, mentre
un negro povero è un “negro”. Bon, ma fin qua ancora
con la Libia no ghe semo. Ma ‘sai vissin!! La nave va zo
per el Mediterraneo e la riva al Canale de Suez. Prima de
traversarlo i se ferma a Port Said e i ga ocasion de veder
una sfilata de “volontari arabi”, con tanto de baioneta
inestada e i ven a saver che i xe reduci dala bataglia de
Sciara Sciat, in Libia dove i veva fato strage de bersaglieri
italiani. E lui naturalmente che ghe boiva dentro, al
pensiero che quele baionete …
Mi me son sempre interessà de storia, de quando jero
picio, ma el nome de sta bataglia no lo ‘vevo mai sentì.
Ver savù, però, quando se gaveva svolto sta bataglia, me
varia aiutà a identificar, se no la data esatta de la partensa
de Chini per Bangkok, almeno el mese che, ripeto, no me
pareva podessi esser sta giugno.
Adesso lassemo Chini sul suo vapor che andava verso
Singapore (dove che al doveva cambiar per andar a
Bangkok) con i suoi compagni de viagio bianchi de pele
e con la presenza anomala de la “ricca famiglia indiana” e
se concentremo su Sciara Sciat.
Go ripassà duti i libri de storia, che ‘vevo a disposision a
Bangkok: gnente! Vardo le carte topografiche e no trovo
gnente. E pur! Se la ‘veva fato tanto colpo sul “nostro”
Chini, ghe doveva esser stada una bataglia importante!
Dopo, legendo de la “giornata dell’odio” contro l’Italia,
istituida da Gheddafi (dopo spostada al 7 de otobre in
ricordo dell’espulsione dei Italiani da la Libia nel 1970),
vegno a saver che la jera stada istituida per comemorar
la strage fata dai Italiani in Libia per vendicarse de la
sconfita de Sciara Sciat, che jera stada el 23 de otobre del
1911.
Ghe semo! Se la bataglia la xe stada el 23 de otobre, e
Chini ga visto i reduci de quela bataglia, lu nol podeva
esser partì 4 mesi prima de quela bataglia. La partenza
Commissariato di polizia dato alle fiamme nel centro
di Ghadames. Foto B. Palakovič
quindi doveva esser stada verso la fine del mese de otobre
(eco giusti i vestidi de la gente sul mol!), con arivo a
Bangkok in novembre (e eco che funsiona anca el suo
primo stipendio, tirà apunto in novembre).
Podé facilmente imaginar come me ga scominsià a
interessar quel nome strano Sciara Sciat e la bataglia che
portava quel nome. Acuratamente nascosta sui libri de
storia che vevo studià a scola, ma anca su quei ‘sai più
seri de quei de scola. Serco sule carte, trovo una piantina
de Tripoli del 1930 e vedo che ghe jera una “via Sciara
Sciat”, vicin al porto, disemo in periferia de Tripoli stessa.
Go imaginà che la località la ‘vessi fato parte dell’oasi de
Tripoli, ma che adesso la sia sparida, inglobada nela cità.
Deso scominsiava a esser squasi duto ciaro.
L’Italia ‘veva dichiarà guera a la Libia a la fin de setembre
e ai primi de otobre la ‘veva za ocupà Tripoli. I giornai
italiani faseva grande propaganda per la guera e tanti partiva
volontari tanto, i pensava, jera de far una passegiata. La
Libia la fasseva parte dell’Impero Ottomano, che i Libici
vedeva de malocio. Jera solo poche migliaia (i disi 4000)
i soldai turchi presenti in duta la Libia, con la gente araba
che no sperava altro che rivassi i Italiani e alora!! Se parti.
Jera de gran voga in quei giorni, la canzoneta, “Tripoli
bel suol d’amore”, che ‘vemo riportà qua sora, cantada
da una cantante, la Gea de la Garisenda, che ‘veva gran
successo. No se ga mai capì se jera per l’entusiasmo che
suscitava, quela volta, l’impresa de Libia, o per le fato
che la se presentava in scena solo vestida con la bandiera
tricolore e … gnente soto! In ogni caso nissun notava la
43
La città
La partenza del pittore Chini da Genova
contradission fra duti i Libici che spetava i liberatori e el
fato che, dixeva la canzon, Tripoli sarà italiana al rombo
del canon. Che bisogno ghe jera de le canonade? I Turchi
jera 4 gati, comunque za scampai al primo sbarco, i Libici
no spetava altro che i “liberatori”!
Fato sta che, sicuri de sto fato, i generai italiani i
andava come a nozze. I se spetava solo gloria! E anche
i fantaccini, da le letere che i mandava a casa, i ciodeva
duto soto gamba. I parlava più dei muleti che i li tirava
per la giaca per farse dar qualcossa de magnar (… una
turba di piccoli bimbi, coperti de una camicia a brandelli,
mi si attaccano alle ginocchia gridando “bono taliano,
mangeria, mangeria, italiano bono”). Anche i giornalisti i
jera su de giri e i presentava la Libia come favolosamente
ricca (duta roba che sarà nostra); el giornalista Bevione,
su la Stampa de Torin, scriveva che ne speta ”milioni
di posti di lavoro in Tripolitania”, naturalmente sempre
dito insieme a la “facilità della conquista”. Jera anca voci
più realiste come quela del magior Luigi Breganze che
sovraintendeva al sbarco e che descriveva nei suoi raporti,
per filo e per segno, el caos che regnava e i furti che
vigniva fati, sia dai “corpi militari stessi e dagli indigeni”.
Naturalmente el controlo portava solo al mazamento de
qualche ragazzotto arabo che robava sensa furbissia e al
se fasseva becar. Quei che robava in grando ….. gnente!!
Ma xe roba che dura anca ogi!
Un militar scriveva a casa: “abbiamo tribolato molto, dato
il terreno sabbioso”. Ma i generai no saveva prima che
in Tripolitania ghe jera el “terreno sabbioso”? Po’, podé
imaginar duti sti militari italiani, giovini e sensa ragazze
… in un paese mussulman. Nissun gaveva previsto ste
robe e nonostante i proclami uficiali sul rispeto che i varia
dà a la dona mussulmana, i bersaglieri se ocupava più
de sercar done che de altro. E sempre pezo li vardava la
popolasion araba, specialmente quela … maschile.
Ariva la matina del 23 otobre (sempre 1911, semo al
centenario) e de matina presto se scominsia a sentir
qualche colpo de arma de fogo. Ma roba sparsa, sembrava
inizitive squasi private. I bersaglieri che no vedi gnente e
no i xe pratici de oasi, i scominsia a ritirarse e sercar de
44
meterse su posisioni più sicure. L’oasi xe grande, Tripoli
no xe lontana, i Turchi rimasti in zona jera pochi ma quei
che sbarava scominsiava a esser tanti. E chi sbarava,
alora? Jera arabi tripolini, quei che sbarava, Quei che fin
a l’altro giorno i pareva poveri ragazzi sottomessi e che te
diseva “bono taliano”, e i saltava fora da per duto. L’oasi
nascondeva le armi che sbarava, specialmente a chi l’oasi
no la conosseva e gnente ‘veva fato in quei primi giorni
de calma, per imparar a conosserla. Semo i più forti, no?
Una volta i ‘veva visto un rioplan turco che volava sora de
lori e i ‘veva scherzà su “l’uccello di Maometto”. Adeso
la voja de scherzar la jera finida de boto. I arabi i jera da
per duto, i saltava fora a l’improviso con cortei e pugnai.
I se la ciapava specialmente con i uficiai. I pugnai de lori
no i veva pietà per nissun. Ai bersaglieri no restava che
ritirarse, verso Tripoli e lassar l’oasi ai Arabi e, sempre
nell’oasi, tanti lori compagni che no se varia alzà più.
Ma quando za quei che se stava ritirando i scominsiava a
sentirse sicuri, ecco che i trova altri arabi, citadini stavolta
che ghe bloca la strada (i doveva acoglierli “a braccia
aperte” e invesse i ghe sbara: “traditori”!!). Xe stada una
carneficina; solo a Sciara Sciat 400 bersaglieri morti. Ma no
se podeva dirlo dopo dute le grancasse che i giornai ‘veva
batù al momento de la partenza dei soldai. Un giornal jera
vignù fora col titolo: “I nostri soldati non vanno a Tripoli
a morire, vanno a compiere una passeggiata trionfale”.
Come se podeva far saver a la gente che la situasion jera
sai grave? Silensio! De Sciara Sciat xe vignui a saver solo
chi che legeva la stampa estera (‘sai pochi). Dopo, e fin a
poco tempo fa, silenzio assoluto.
Silenzio assoluto anche e specialmente su la repression
che xe cominciada subito dopo. Se ga scadenà quel che
la stampa estera ga ciamà “ un vero e proprio genocidio”
e che l’ordine del giorno del comando talian ciamava
invesse “disarmo generale degli arabi e perquisizioni”.
Un giornalista tedesco della Frankfurter Zeitung, Walter
Weibel, che ‘veva scrito articoli su quei fatti al xe sta
semplicemente costretto “di lasciare Tripoli al più presto,
e di guardarsi dal rimettere piede a Roma nell’avvenire”.
Un altro giornalista tedesco e un american i ga restitui la
tessera de giornalisti e i ga lassà Tripoli spontaneamente
e immediatamente.
In seguito, quando Gheddafi ga preso el poter in Libia,
al se ga afretà a dichiarar quel giorno (26 otobre) giorno
dell’odio o della vendetta; xe sta istituì un museo dove
se pol veder foto a dir poco raccapriccianti. Tempo fa la
nostra TV usava mostrar esecuzioni sui campi sportivi dei
talebani, dove veniva copade done inzinociade. Le foto xe
simili, anca se no le xe fate in un campo sportivo, solo che
quei che sbara, no xe talebani!
Duto questo xe saltà fora ani fa, perché no podevo creder
che el nostro Galileo Chini al fussi partì per Bangkok in
giugno del 1911. Xe proprio vero che quando se serca
qualcossa, se trova… magari no proprio quel che se
sercava, ma in questo caso quel e anca tanto altro ancora.
Lucio
La città
Tv Capodistria compie 40 anni
Intervista con il caporedattore responsabile dei programmi italiani Robert Apollonio
Si dice che la vera maturità di una
persona arriva 40 anni. È che così
anche per un’emittente?
Per quanto riguarda le persone è
molto soggettivo: c’è chi raggiunge
la maturità prima, chi dopo e…chi
mai. Per quanto riguarda invece
Tv Capodistria credo che 40 anni
di televisione siano un retaggio
importante che ha portato maturità
e crescita giacchè a Tv Capodistria
hanno lavorato generazioni di
giornalisti di operatori di tecnici
eccetera, che hanno investito
molto sulla loro professionalità.
Sicuramente vedendo il prodotto di
quella volta e quello di oggi, credo
che l’emittente abbia raggiunto una
maturità nel senso più ampio. Oggi
è una realtà televisiva forse diversa
rispetto al passato, ma comunque
importante in un’area qual’è quella
a cavallo dei confini tra Slovenia,
Croazia e Italia. Ha evoluto il suo
ruolo rispetto a certi momenti del
passato soprattutto in funzione della
Comunità nazionale italiana. Anche
dal punto di vista tecnologico e dei
programmi si è sviluppata molto. A
livello di emittenza televisiva areale
transfrontaliera è oggi la realtà più
importante.
Quando è entrato a Tv Capodistria?
Nel 1984. Era un periodo diverso
rispetto ad oggi. Sono entrato come
giovane giornalista, lavoravo in
redazione del telegiornale, scrivevo
le notizie, facendo servizi, poi il
capoturno. Erano anni non facili:
la tecnologia che avevamo a
disposizione era poca, c’era l’arte
dell’arrangiarsi, ma c’è stata sempre
molta professionalità sia dal punto di
vista giornalistico che dal punto di
vista tecnico. Si cercava di lavorare
dando il massimo; c’erano dei buoni
maestri, giornalisti di esperienza
- anche oggi alcuni di questi sono
qui con noi e stanno dando il loro
contributo fattivo alla creazione dei
nostri programmi.
Il concetto di Tv all’epoca era
diverso da quello che intendiamo
oggi…
All’epoca tutta la realtà mediatica
era diversa rispetto ad oggi. Non
solo mediatica: all’epoca c’era la
Jugoslavia, uno stato monopartitico,
socialista e i mass media, volente o
nolente erano un po’ espressione
di quella realtà. Oggi le cose sono
cambiate sia dal punto di vista
mediatico ma anche del ruolo che
i media possono o vogliono avere.
Oggi, soprattutto nel campo dei mezzi
elettronici, tutto è cambiato, ci sono
tante piattaforme, ci sono tv, radio,
internet…ci sono mille modi per far
arrivare le notizie.
Tante opportunità, ma anche più
concorrenza.
Logicamente c’è tanta concorrenza,
ognuno deve in qualche modo
identificare quali sono le sue funzioni,
il suo pubblico e svolgere poi
questo ruolo nel migliore dei modi.
L’importante è essere presenti sulle
tante piattaforme di cui dicevo prima
per raggiungere quanti più utenti.
Di sera in poltrona, cosa quarda in
Tv Robi Apollonio?
Come primo, mi siedo poco in
poltrona, nel senso che ho tante cose da
fare. Seguo sicuramente i programmi
di Tv Capodistria, un po’ per lavoro
un po’ per interesse…cerco di crearmi
un’opinione da telespettatore. Mi
sembra importante questo elemento
per poi poter valutare, anche dal
punto di vista professionale quello
che stiamo facendo. Comunque
prediligo sicuramente programmi un
po’ più impegnati…possono essere
documentari,
approfondimenti,
telegiornali; ma guardo con piacere
anche film e telecronache sportive.
Scelgo molto guardando la televisione,
lo faccio non per passatempo ma per
cercare di imparare.
Che cos’hanno gli altri che noi non
abbiamo? E viceversa…
Il mondo mediatico è abbastanza
in crisi, la recessione ha colpito un
po’ tutti e quindi c’è un problema
di risorse. Se parliamo dei grandi
servizi pubblici come può essere la
Rai, ma anche Tv Slovenia rispetto a
Capodistria, hanno a disposizione più
risorse dal punto di vista finanziario…
quindi
per
poter
impegnarle
nella produzione facendo magari
produzioni più esigenti, facendo
scene di un certo tipo. Le risorse
sono importanti per poter impostare
un certo programma televisivo. La
televisione costa, però d’altra parte
i buoni prodotti…se a monte ci sta
una buona idea e che quindi riesce
a cogliere l’attenzione di una fetta
di pubblico, sicuramente è sempre
un fattore rilevante. Comunque le
persone, la loro creatività e capacità
fanno la differenza.
Un’emittente, per distinguersi, deve
proporre qualcosa di specifico…
Le grosse emittenti possono acquistare
dei buoni film, dei format…la
specificità nostra è che ci rivolgiamo
a un target ben preciso, a un territorio.
Siamo molto presenti anche sul
regionale, sul minoritario e abbiamo
comunque un know-how della gente.
40 anni di tv non sono pochi e un
certo di grado di professionalità è
stato tramandato di generazione in
generazione. Quando sento anche gli
altri – dicono che comunque abbiamo
dei prodotti televisivi di qualità, sia
per contenuti che dal punto di vista
visivo – questo ti da una marcia in
più. Anche tecnologicamente siamo
ben attrezzati. Sicuramente è giusto
pretendere di più, però mi pare che
da questo punto di vista, rispetto ad
altre realtà televisive sul territorio,
abbiamo comunque questo tipo di
marcia in più.
In che direzione dovrebbe andare
Tv Capodistria?
Tv Capodistria penso abbia un
ruolo ben definito. Negli ultimi anni
abbiamo cercato di svolgere nel
migliore dei modi la nostra funzione
rispetto la Comunità nazionale italiana
sul territorio, ma anche rispetto
al mantenimento della presenza
della lingua e della cultura italiana,
nonché dell’approfondimento su un
ampio territorio transfrontaliero. Una
visione chiara con progetti come
la “Tv transfrontaliera”. Abbiamo
45
La città
telespettatori molto variegati, anche
dal punto di vista territoriale: dalla
minoranza, dal Litorale, dal resto
della Slovenia, dal Friuli Venezia
Giulia, dal Veneto, dall’Istria…ma
anche dal Quarnero e dalla Dalmazia
visto che da alcuni anni trasmettiamo
anche via satellite. Da un anno siamo
anche su una piattaforma satellitare
italiana, Tivù Sat, nel cui ambito
siamo rientrati a pieno titolo sul
circuito televisivo italiano. Queste
sono le strade da seguire, puntando
inoltre sulla multimedialità e sulle
sinergie tra Tv e Radio Capodistria,
per mantenere viva e sviluppare
questa realtà culturale, linguistica e
professionale in un territorio dove
la Comunità italiana è storicamente
presente.
Ci stiamo attrezzando per i futuri
cambi generazionali?
La questione dei quadri è per noi
fondamentale. Dobbiamo ringiovanire
le nostre file. Sta andando in pensione
da alcuni anni la prima generazione di
giornalisti, ma anche di altri operatori
televisivi, e logicamente all’interno
del servizio pubblico televisivo c’è un
momento di crisi. C’è questa precisa
volontà di ridurre il numero dei
dipendenti a cui noi cerchiamo di far
fronte, perché per noi è fondamentale
avere un ricambio. Tv Capodistria, da
questo punto di vista, sta diventando
un punto di riferimento per molti
giovani, non solo connazionali, che
46
vogliono avviarsi al lavoro televisivo.
Ci contattano anche dall’Italia. Ci
rendiamo conto di essere una realtà
viva che in qualche maniera riesce
anche a catalizzare l’interesse dei
giovani.
Ma la nostra Comunità è piccola.
Come trovare ragazzi e ragazze
interessati al mestiere?
Dipende molto anche dai singoli. Noi
cerchiamo di avere contatti continui
con alcuni giovani della Comunità
nazionale cercando di avvicinarli al
giornalismo o ad altri lavori. Spesso
e volentieri riusciamo a creare anche
dei quadri che collaborano con noi
sottoforma di collaboratori esterni,
poi però il blocco delle assunzioni fa
scegliere loro altre strade.
Queste prime collaborazioni fanno
vedere se un giovane ha la stoffa
per fare il mestiere.
È fondamentale sia per noi, che per
il giovane che deve capire se questo
lavoro fa per lui. Ci sono giovani
interessati, solo che poi trovano altre
strade. Tutti aspirano all’assunzione
a tempo indeterminato, ma oggi nel
mondo lavorativo c’è purtroppo
molta precarietà. Per noi diventa un
problema, visto che i collaboratori
vengono pagati con le risorse per le
spese vive dei programmi. Queste
son poche e siamo limitati. Per
noi comunque le assunzioni sono
importanti, soprattutto quelle di
appartenenti alla Comunità nazionale
che possono garantire un futuro a
questa emittente.
Nella strategia della RTV c’è anche
un riferimento al contenimento
della precarietà.
Noi operiamo all’interno di un ente
che ha la sua situazione. Siamo
riusciti comunque, negli ultimi anni,
ad assumere dei giovani e fare un
parziale turn-over che si è dimostrato
anche valido. Penso che abbiamo
dei giovani collaboratori che stanno
già emergendo dando un contributo
importante.
Altri problemi da risolvere?
Per ogni emittente è fondamentale la
diffusione del segnale. È una battaglia
continua per Tv Capodistria, fa parte
della sua storia ormai. È stato sempre
un problema cruciale raggiungere col
nostro segnale quei telespettatori ai
quali ci rivolgiamo. Vogliamo essere
in primo luogo un servizio pubblico
televisivo per tutta la Comunità
nazionale italiana e sicuramente
la parte problematica è arrivare
ai connazionali nella parte croata
dell’Istria, a Fiume e in Dalmazia. Mi
pare importante poterli raggiungere.
Il satellite è una soluzione, però credo
che con questi sviluppi tecnologici,
resterà un problema che va risolto. La
stessa diffusione, passata di recente
al digitale terrestre, è problematica,
perché i formati usati in Slovenia
sono diversi rispetto a quelli usati
in Croazia e Italia. Ciò crea delle
difficoltà.
Ognuno ha un sogno nel cassetto.
Se avesse la bacchetta magica…
Credo non ci sia operatore televisivo
che non sogni di gestire un’emittente
importante, che abbia buon riscontro
e al contempo sia capace di andare
controcorrente. La tv di oggi s’è un
po’ appiattita, si parla diffusamente
di ‘tv spazzatura’. Il sogno è quello di
restituire, assieme ad altre emittenti,
la dignità alla televisione, quindi
di essere uno strumento in grado di
informare, di modificare la società,
portando valori e progettualità.
Questa mi pare sia la direzione in cui
soprattutto i servizi pubblici dovranno
tornare.
a.c.
La città
Isabella Flego ha ricevuto il Premio annuale del
Comune di Capodistria »15. Maggio«. Il riconoscimento
le è stato assegnato »per il suo lavoro pluriennale
nell’ambito del sociale, della cultura, dell’arte e di altri
settori, e per la sua speciale apertura ai nuovi stimoli di
democrazia civile e di convivenza«.
Cinque i riconoscimenti »Istria Nobilissima« andati
quest'anno a connazionali capodistriani. Flavio
Forlani di Radio Capodistria si è aggiudicato il Premio
giornalistico per »Verde Istria«, trasmissione dedicata
al patrimonio ambientale della penisola. Alessandra
Argenti Tremul di Tv Capodistria ha ottenuto il primo
premio nella sezione „Arte cinematografica, video e
televisione“ per il documentario »Istria nel tempo«.
Nella stessa categoria, si è classificata seconda Anna
Apollonio (Tv Capodistria) per »Una vita, una storia:
Alessandro Damiani«. Menzioni onorevoli a Claudio
Geissa nella sezione Poesia per »Inseminazioni
patetiche« e Sergio Settomini per i Testi teatrali con
»Giro d'aria in Calegaria«.
Laura Morgan si è laureata presso la facoltà di Psicologia
dell'Università di Trieste. Tesi: »Le leggi che governano la
salute mentale in Italia e Slovenia. Un confronto«. Laura
ci tiene a ringraziare le persone che le sono state vicine:
»il dott. Dell'Acqua per avermi introdotto al mondo della
psichiatria, la mia famiglia, mia madre e mia nonna perchè
il loro sogno è sempre stato vedermi laureata. Anche se non
possono più essere presenti sono convinta che sarebbero
state felici ed orgogliose«.
Marko Loredan ha conseguito la laurea in Scienze
politiche all'Università degli studi di Trieste, presentando
in febbraio una tesi riguardante la Seconda guerra
mondiale: »Economia e ideologia nella guerra di Hitler«.
47
La città
Il »Piccolo teatro di Capodistria« al »Leone d’oro« di Umago
Il »Piccolo Teatro Città di
Capodistria”, diretto da Livio
Crevatin, regista radiofonico e
teatrale, ha fornito un’eccellente
prova della propria qualità con lo
spettacolo “La memoria di Medea”
di Ugo Vicich. La protagonista Paola
Bonesi ha offerto un’interpretazione
molto impegnativa, affiancata da
Adriano Giraldi, nel ruolo dello
psichiatra che l’ha in cura.
“Sicuramente
uno
spettacolo
dall’impronta forte e seria”, commenta
la tematica il regista Crevatin, “anche
perciò in platea era necessario avere
un pubblico di giovani già più adulti”.
Il Teatro di Capodistria infatti, ha
ospitato due Ginnasi italiani, il “Gian
Rinaldo Carli” di Capodistria e
l’”Antonio Sema” di Pirano, nonché
i ragazzi della Scuola media tecnica
“Pietro Coppo” di Isola ed alcuni
studenti del corso di Italianistica
della Facoltà di Studi umanistici
dell’Università del Litorale. Tutte le
istituzioni, tra l’altro, che collaborano
con il “Piccolo Teatro” a livello
organizzativo e di proposte delle
opere e degli autori trattati. “La nostra
offerta ha anche un valore formativo,
che va ad integrare il programma
scolastico”, rileva ancora Crevatin.
Da segnalare che “la memoria di
Medea” è stato selezionato, tra una
quarantina di candidati, a far parte dei
dieci partecipanti al Premio teatrale
internazionale “Leone d’oro”, che si
svolgerà a Umago all’inizio di luglio.
Mentre già si lavora a un nuovo
spettacolo, ispirato a Pasolini.
In febbraio a Isola sono stati consegnati i premi ai
partecipanti alle gare di lingua italiana che si erano
tenute a Rovigno lo scorso novembre. I tre temi meritevoli
d’essere premiati sono risultati nell’ordine quelli scritti
da Nicola Mitar (foto), del ginnasio “Gian Rinaldo Carli”
di Capodistria, Pamela Sirotić, della SMSI Leonardo
da Vinci di Buie, ed Eufemia Barzellato, della SMSI di
Rovigno. Fra i tre temi proposti, i primi due classificati
avevano scelto “In un mondo che uniforma tutto, dove il
modello della globalizzazione viene visto come necessario
e conveniente, secondo te, quanto sono ancora validi il
senso di appartenenza ad un gruppo sociale, l’importanza
delle proprie radici e delle proprie tradizione e il valore
delle piccole realtà locali?”.
48
»L’anima e il corpo del suono. Quando nasce la
necessità di allontanarsi verso spazi ideali e silenzi
lontani« è il titolo dell’evento promosso dal Comitato
della Dante Alighieri di Capodistria lo scorso 23 marzo.
A Palazzo Gravisi, sede della Comunità degli Italiani,
è stata infatti ospitata l’installazione sonora »Silenzi
lontani« di Giovanni Corvaglia. La performance è stata
preceduta da un’illustrazione
del suono, che da fenomeno
fisico si trasforma in emozione,
tenuta da Luigi Mancini
(Foto Maja Pertič Gombač
– Primorske Novice).
La città
Dante, il mistero dell’erma scomparsa
È un anno di relativa calma il 1930, e
così in una città, sita ai bordi del Regno
d’Italia, l’argomento del giorno era:
dove la mettiamo? Siamo nell’anno
dopo il grande crollo di Wall Street,
l’intera economia mondiale ne soffrì.
In Europa monta l’ideologia fascista.
Contemporaneamente al problema
dell’indebitamento, sia dei vincitori
sia dei vinti, e i possibili risarcimenti
post bellici, abbiamo in Germania
l’ascesa di Hitler. Grandi tragedie
sono alle porte. Ma il momento è di
apparente tranquillità, in un tempo
in cui il peggiore dei mali è la crisi
economica, ci si può rifugiare nella
serenità della lettura, anzi, della
letteratura e della cultura in generale.
Nella nostra città c’era una “Società
di abbellimento”, la stessa, sembra,
che l’anno precedente, s’interessò
all’erma dedicata al senatore Felice
Bennati (Pirano 1856 – Capodistria
1924). Infatti, racconta Aldo Cherini,
nel marzo del 1929 Capodistria si
apprestava ad erigere e a dedicare
al Bennati, un busto. In occasione
del quinto anniversario della sua
morte nasce la volontà di onorarne
la memoria con un monumento. Si
scelse di collocare l’erma nel giardino
del Belvedere, un posto che ci svelerà
tutta la sua “magia” quando parleremo
di Dante. Arrivò poi il giorno in cui
questa erma doveva essere inaugurata,
ed era il 21 ottobre 1929. L’opera
era firmata dallo scultore Giovanni
Mayer, e all’evento parteciparono
i rappresentanti del Senato e della
Camera dei Deputati di Roma, delle
provincie di Trieste e dell’Istria, i
podestà di diverse città e delegati di
numerose associazioni ed enti. Un
grande evento coronato da discorsi
solenni e promesse di un futuro
all’insegna dell’illustre esempio.
Il busto è rimasto nel giardino,
almeno sino al 1945, posto di fronte
al Belvedere. Ma la curiosa assenza
nelle cronache e nella memoria dei
più, del busto dedicato a Dante,
forse la possiamo spiegare attraverso
una richiesta della “Società di
abbellimento
di
Capodistria”.
Questa società, infatti, promosse
un anno dopo l’inaugurazione una
nuova erma: quella a Dante. Questo
illustrissimo poeta e padre della
lingua italiana che, forse non a caso
doveva porsi lì. La proposta è mossa,
al municipio di Capodistria, da Piero
Almerigogna. Questo pilastro, che
doveva proteggere i viandanti, è stato
donato dall’associazione nazionale
Dante Alighieri all’omonima sezione
di Capodistria. Dice l’Almerigogna:
“Il busto è una pregevolissima opera
d’arte (purtroppo non è indicato
l’artista) e, a parere nostro dovrebbe
esser collocato, senza cerimonie
speciali nel primitivo posto ove
avrebbe dovuto esser posta l’erma a
Bennati.” Ma come, non l’avevano
inaugurata, in modo solenne, l’anno
precedente?
Guardando il mondo dall’alto, si nota
una cosa curiosa: l’Atlante d’Italia
del 1930 indica, come posizione sul
Globo terrestre di questo Belvedere,
la latitudine di 45°. Ma, guardando
bene e avendo in mente le famose
terzine: Sí come ad Arli, ove Rodano
stagna, sí com’a Pola, presso del
Carnaro ch’Italia chiude e suoi
termini bagna, (Inferno, Canto IX, vv.
109 e segg.) si raggiunge un’insolita
e singolare conclusione: Pola si
trova sul 44° meridiano! Come per
indicare, forse malinconicamente, lo
sguardo di Dante volto, leggermente
verso ponente, dalla parte opposta al
Carnaro, dove l’Italia chiudeva i suoi
confini. Oltre le valli, oltre il Quieto
… forse verso Ravenna, dove le sue
spoglie riposano, ancora e in perenne
attesa di quel riconoscimento e
incoronamento a Poeta. Il viso rivolto
verso il tramonto che, secondo la
tradizione cristiana, indica un funesto
presagio.
Valentina Petaros Jeromela
Il busto bronzeo di Dante conservato al Ginnasio »Carli«. Sul
piedistallo reca la scritta »L'opera sua torna ch'era dipartita.
1321-1921«
49
La città
Freschi di stampa
La cresta sulla zampa di Elsa Fonda
Elsa Fonda, piranese di nascita,
triestina dal 1955 in seguito all’esodo
e romana d’adozione, artistica e
professionale. Nell’estate del 2010
pubblica il romanzo autobiografico
“La cresta sulla zampa”, per l’Ibiskos
Editrice. Testo in cui riversa i
ricordi di una vita, legati alla terra
d’origine, presentato alla Comunità
degli Italiani “Giuseppe Tartini”
di Pirano e successivamente anche
a Capodistria, nell’ambito della
serata, organizzata dalla Comunità
degli Italiani “Santorio Santorio”
assieme alla sezione italiana della
Biblioteca civica “Srečko Vilhar”. Da
un’intervista alla Voce del Popolo:
»La gente parteggia: o sei per l’uno
o per l’altro – dice Elsa Fonda. Se
invece vuoi essere fuori dai partiti
e ragionare con la tua testa, questo
implica l’odio di entrambe le parti.
Ciò vale per tutte le situazioni, e si
può generalizzare affermando che la
persona libera è detestata e non vista
bene. Oltre a qualcuno che ti stima
o ammira, non si trovavano molti
simpatizzanti. Questo ho capito della
vita: le persone, per sentirsi qualcuno,
devono mettersi nel gregge”.
“Il patrimonio scritto di Capodistria, dalla conservazione dei documenti pubblici al
riordino dell’archivio storico” Z. Bonin – D. Rogoznica
Zdenka Bonin e Deborah Rogoznica,
ricercatrici ed archiviste presso
l’Archivio regionale di Capodistria
sono autrici di un volume che
ripercorre la tradizione archivistica
della nostra città. Molti dei materiali,
anche se originari e legati a Capodistria
sono oggi custoditi in archivi, musei e
biblioteche all’estero, tra cui Venezia,
Trieste e Fiume. “Bisogna ricordare
che la nostra eredità storiografica è
legata all’attività notarile”, ha spiegato
durante la presentazione il dott. Darko
Darovec, “e nel Capodistriano questa
era ben sviluppata, rispetto ad altre
aree interne dell’attuale Slovenia”. I
notai, tra le rare persone alfabetizzate
del Medioevo, con i loro atti avevano
funzione e valore pubblico (fides
publica) e a Capodistria nella seconda
metà del secolo XIII fu istituito
l’Ufficio della vicedominaria, che
aveva il compito di autenticare gli
atti giuridici. Più tardi, nel 1598 seguì
la fondazione del Collegio dei notai
– per contrapposizione, un’istituzione
simile esiste all’interno della Slovenia
solo negli ultimi anni del XIX secolo.
Nel volume sono riportati dati sino
50
al periodo dopo la Seconda guerra
mondiale, quando l’archivio fu
sventrato, e molti di quei materiali sono
introvabili ancora oggi. Nella storia e
nel mantenimento dell’archivistica
e dell’inventarizzazione spiccano
diverse personalità. Agostino Vida,
che nel 1611 – giusto quattro secoli
fa - fu incaricato da Venezia di
ordinare e riorganizzare i documenti
dell’archivio
capodistriano,
e
Francesco Maier. Su questi si è
soffermata pure Deborah Rogoznica,
connazionale e co-autrice, ricordando
che Maier si è occupato, tra il 1903 e
il 1908, dell’inventario dei materiali
capodistriani. Lavoro svolto da
volontario, il quale fu pubblicato in
più edizioni di “Pagine istriane”, ed
infine anche come volume unico e
completo. L’altra autrice, Zdenka
Bonin, ha ricordato l’impegno per
la realizzazione dell’opera, con le
visite agli archivi statali di Venezia,
Trieste, poi alle biblioteche con
fototeche sempre di Trieste, l’archivio
parrocchiale capodistriano, l’archivio
di Fiume e naturalmente quello di
casa.
Deborah Rogoznica ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in
storia all'Università di Lubiana,
con una tesi dal titolo »Prisilni
premoženjski ukrepi in vzpostavljanje novega gospodar-skega
sistema v coni B Svobodnega
tržaškega ozemlja« (»Provvedimenti patrimoniali restrittivi e costituzione del nuovo sistema economico nella zona B del TLT«).
La città
Repertorio italiano di corrispondenza
alle voci dialettali capodistriane
Tratto dall’appendice al Dizionario storico fraseologico
etimologico del dialetto di Capodistria di Giulio Manzini
Q
Quaderno – quaderno, (ant.) teca
Quadrato – quadro
Quaglia – quaia
Qualche – calche
Qualchecosa – calcossa
Qualcheduno – calchidun
Quale – qual (-ai), quala
Qualità – sorte
Qualora – quando che, se, si
Qualunque – calunche
Quando – co
Quantità – misura, mucio, (grande
q.) desìo, borida, butada, capelada,
fraco, furegoto, carego, saco, monte
Quantunque – abenchè
Quarantina – quarantena
Quarta parte – (di 1 m., della
bussola) quarta, (di 1 litro) quarto,
(di staio) quartariòl
Quartiere – rion, contrada
Quasi – squasi, de boto
Quatto – quacio
Quercia (veg.) – ròver
Questo – questo, ‘sto
Quindi – per questo
Quinto (mar.) – corba
Quisquilia – roba de gnente, monada
R
Rabbia – rabia, fota
Rabbrividire – ingrissolirse
Raccattare – ingrumar, cior su,
coleser, (ant.) catàr
Raccolto – entrada
Raccontare – contàr
Racconto – storia, fiaba
Raccorciare – scurtar
Raccorciamento – scurtada
Racimolare – ingrumar, meter
insieme
Raddrizzare – drissar, refar
Radice – radisa
Rado – raro, ciaro
Raffica – refolo, gobo
Raffinato – fin
Raffio – ganso, (dell’ancora) pata
Affittire – infissir
Reganella – ranèla
Ragazzaglia – marmaia, mularia
Ragazzo – fio, putel, mulo
Raggirare – inbroiar
Raggiungere – ciapar; rivar
Raggiustare – governar
Ragù – sguassèto
Ramaiolo – poto, cassiol
Ramanzina – filada
Ramarro (rettile) – sboro
Ramificare – butar zimi
Rammarico – crùssio
Ramo – zimo
Rannicchiarsi – cufolarse
Ranocchia – rana, crota
Ranuncolo (veg.) – naroncolo
Rapidamente – a la svelta, presto
Rapidità – sveltessa
Rappezzo – tacon, bieco
Rapprendersi – (del latte) andar
insieme
Raramente – de ciaro
Rasare – rasar, taiar a fil
Raschiare – rascar
Rasserenare – s’ciarir
Rassomigliare – somejar
Rastrellare – rastelar
Rastrello – rastel
Razza – rassa, (pesce) rasa, baracola,
colonbo
Razzo – rochèta
Reagire – dar contra
Realizzare – far, meter su
Realmente – de seno, de fato
Recapitare – portar
Recedere – andar indrio
Recidere – taiar, soncàr
Recinto – seràio
Redarguizione - sigada
Redine – brena, brèdena
Reggere – tegnir, guantar
Reggi tende – bonagrassia
Regolamento – regola, (di
confraternita) mariegola
Regredire – andar indrio, driocul
Remare – vogar, (piano) paiolar
Remissivo – bon, cucio
Remoto – lontan
Rendere – tornar; frutar
Reprimere – sofegar
Resistente – duro, forte
Respingere – mandar indrio
Respirare – respirar, tirar el fià
Restaurare – governar, meter in sesto
Restituire – tornar
Rete – rede (plur. rede), arte, (a
strascico) cocia, trata, gripo, (a
tramaglio) passelera, gonbina
Rete metallica – ramada
Retino (con manico) – volega
Retta (dar r.) – dar bada
Rettamente – ben, pulito
Ribassare – sbassar, calar
Ribrezzo – senso
Riccio – porcospin
Ricciolo – risso, bocolo
Ricerca – batuda
Ricevere – ciapar
Richiedere – dimandar
Ricotta – puina
Ridarella – ridariola
Ridosso (a r.) – a colo
Riempimento – incolmada, inbunida
Riempir – inpinir, inbunir
Rifare – far de novo
51
La città
Rifocillare – dar de magnar
Rifornimento – provianda
Rigagnolo – fosseto
Rigattiere – strassariol
Rigettare – gomitar, far i gatisini
Rigogolo (ucc.) – papafigo, becafigo
Rilasciare – molar
Rilassamento – bandon
Rilassatezza – fiaca
Rilucente – lustro
Rilucere – sluser, lusìr
Riluttante – contravoia
Rimando (di r.) – de rebatìn
Rimbalzello (giocare a r.) – far
petole
Rimbambire – insempiarse, andar a
la sensa
Rimbambito – insenpià, insemenì
Rimbombare – intronar
Rimessa – recovero, lupa; barco
Rimesso lucido – lustrofin
Rimestare – missiar
Rimorchio – remurcio
Rimpinzare – incoconar
Rincorare – far coraio
Rincorrere – corer drio
Rincrescere – despiàser
Rincrescimento – dispiasèr
Rinfusa (alla r.) – sensa stivar
Ringalluzzire – ciapar fià, meter su
bava
Ringhiare – rugnar
Rinnegare – denegar
Rinomato – famoso
Rinsavire – far judissio
Rintanarsi – sconderse
Rinterrare – coverser, inbunir
Rintocco – boto
52
Riordinare – distrigar, meter a posto
Ripeter (annoiando) – tontonar
Ripianare – valisar
Riporre – salvar, meter via
Ripostiglio – cànova, (di bordo)
gavòn
Riprendere – refar, (del vento)
riondar
Risacca – antimama
Risata – ridada
Rischiare – ris’ciar
Risciacquare – resentar
Risentimento – rusene
Risiedere – star
Risolto – distrigà
Risparmiare – sparagnar
Rissa – barufa
Risvolto – patela, balsana
Ritardare – (ant.) intardigar
Ritenere – creder
Rito religioso – funsion
Ritorcere – intorcolar
Ritornello (stucchevole) – nàina,
làina
Ritto – drito
Riunire – ingrumar
Rivalità – rifa
Rivangare – tirar fora
Rivendugliola – venderigola
Riverso – roverso
Rivo – fosso, rio
Rivoltare – revoltar, voltar
Robusto – stagno
Rocchetto – rochel
Roccia – piera, scoio, grota, grebeno
Rodimento – bruseghin, cicada,
crussio
Rompere – ronper, spacar
Rondella – sàiba
Rondine (ucc.) – rondola
Rondone (ucc.) – rondon
Rosa (fiore) – rosa
Rosa (pianta) – rosèr
Rosicare – rosegar
Rotaia – sina
Rotolare – rodolar, tonbolar
Rotondo – tondo
Rovesciamento – rebalton, (di barca)
capela, scufia
Rovesciare – rebaltar, incapelar
Roveto – graia
Rovina – rovina, malora, remengo
Rovinare – andar a remengo
Rovo (veg.) – rubida
Rozzo – grezo, rustego, grubian
Rubare – robar, portar via, cior,
gratar
Rubinetto – spina
Ruggine – ruseno
Rugiada – rosada
Rullare (mar.) – rolar, balar
Rullio (mar.) – gaiòla
Ruminare – rumegar
Ruota – roda; (di propulsion mar.)
tànbura
Rupe – scoio
Rurale – canpagnol
Ruscello – fosso, aguàr
Ruspare – sgrapedar
Russare – ronchisar
Ruta (veg.) – ruda
Ruvido – ruspedo; groposo
Ruzzolone – sbrissada, tonbola
La città
In Memoriam
Fabio Abram (1943) – È stato presidente della
Comunità degli italiani di Crevatini, voluta e
sostenuta da suo padre Apollinio. Dall’infausto giorno
dell’incidente che gli portò via il figlio Gregor, fu messo
a durissima prova. In questa triste circostanza vogliamo
esprimere a Fabio tutta la nostra riconoscenza per quello
che ha fatto e per ciò che è stato.
Sergio Zorzet (1927) – I Zorzet, di origine friulana,
giungono a Capodistria nel ‘700 come coloni. Nel tempo
si sono sviluppati due rami, quello di San Micèl vicino
a Bertocchi e quello di Pastoràn nella Val d’Olmo.
Sergio era di quest’ultimo. Ha sempre fatto l’agricoltore,
curando – finchè la salute glie l’ha concesso – le sue
amate campagne.
Bruno Auber (1938) – Nato a Trieste, ma traferitosi
presto a Salara, Bruno Auber ha lavorato prima come
operaio alla Stil e alla Tomos e poi come agricoltore. Lo
ricordiamo sempre presente agli incontri in Comunità
per Carnevale, San Nazario e San Martino. Il suo rifugio
preferito però, era la sua casa, la campagna, i suoi
famigliari.
Guido Porro (1932) – Secondo di dieci fratelli, «il
professore» per generazioni di studenti si è spento a
Pordenone. Esodato nel ‘53 – la famiglia abitava vicino
alla fontana della Muda - si laureò in Storia e filosofia
a Trieste e insegnò al liceo “Grigoletti” di Pordenone.
Autore del libro “Dalla parte dei piccoli”, di cui
abbiamo pubblicato un capitolo ne La Città di luglio
2005.
Armida Perossa (1918) – È morta un mese dopo
l’omonima nipote, lo scorso dicembre. Avevamo
intervistato la signora Armida nel numero de La Città
dedicato a Sermino (dicembre 2002). Una testimonianza
preziosa sulla vita in campagna (cibo e usanze), le
superstizioni (le strolighe), sulla guerra e il periodo
successivo.
Elisabetta Polvi (1953) – Chi non ricorda la signora
Betty che abitava nella casa tra Via OF e la Calegaria.
Sua madre era belgradese, suo padre il triestino Claudio
Polvi tecnico del trasmettitore di Radio Capodistria
a Croce bianca. È stata redattrice del programma per
ragazzi di Tv Capodistria realizzando anche una serie di
pregevoli cortometraggi.
Aldo Cherini (1919) – Nato alla Case nove, esule dal
‘52, Cherini si è interessato fin dalla giovane età di storia
patria e marinara, ha pubblicato un libro in proprio e tre
libri con coautore, una ventina di opuscoli e numerosi
articoli per periodici e giornali. Una biografia e suoi
disegni (acquerelli con motivi capodistriani) sono
consultabili sul sito www.webalice.it/cherini
Edda Vergerio – Pittrice, scultrice e poetessa, Edda
Vergerio era nata nel rione capodistriano di Porta Isolana
e ha vissuto in Belgio, Grecia e a Roma. Diplomata in
disegno ed educazione tecnica a Torino, ha insegnato
per molti anni nelle scuole italiane. Una presentazione
della sue opere è stata organizzata dalla nostra Comunità
nel 2002. Alcune sue poesie sono state tradotte da Ciril
Zlobec.
Senza confine
Rimane senza confine
la confusione
delle gracili notti
sgretolate
di calce e pezzi di cielo.
Scandiscono con rumore
di vetri infranti
le ore che precedono l’abbandono
in una dolina riparata
ascoltando le raffiche di bora
piegare e gemere
fronde e sassi
come lamentoso addio.
E questa ricchezza
mistificata
spenta dagli affanni
folle rincorsa
in questo cerchio
che chiudo nel palmo.
e dal pugno escono
rivoli verdi
germinati dalla fatica
si aprono le chiuse
scorre poesia e morte
ritrovare l’etica primordiale
è arrivo senza nastri.
Edda Vergerio
53
La città
Progetto europeo Shared Culture
Casa Baseggio diventerà un Centro per il recupero del patrimonio veneto
il comune patrimonio veneto, a
Capodistria ricchissimo e non sempre
sufficientemente valorizzato. Il
progetto è condotto dal Centro di
ricerche scientifiche dell’Università
del Litorale di Capodistria e coinvolge
le Università Ca’ Foscari di Venezia
e di Udine, la Regione Veneto e poi
il Comune e la CAN di Capodistria,
nonché l’Istituto per i beni culturali
della Slovenia.
Tra gli obiettivi principali del
progetto vi è la creazione di un
centro interuniversitario per il
patrimonio storico culturale veneto.
Sarà aperto ai ricercatori e agli
studiosi, ma anche al pubblico che
attraverso mostre, presentazioni,
convegni ed altro potranno conoscere
meglio la storia di questo territorio.
Aleksander
Panjek,
vice
coordinatore del progetto, rileva
che fondamentale è stato il ruolo
del Comune di Capodistria, che ha
concesso all’Università il palazzo,
consentendole con ciò di elaborare
e presentare il progetto per il
finanziamento europeo e di realizzare
quindi il recupero dell’edificio
storico.
Il pianoterra e la doppia scalinata che sale al piano nobile
Entro il 2012, il centro storico di scalinata e un ballatoio in legno,
Capodistria potrà vantare il recupero avviene grazie ai fondi europei (per
di un importante monumento, per una somma di 1 milione di Euro) e al
tanti anni abbandonato a se stesso. Si contributo del ministero della Cultura
tratta dell’edificio barocco Baseggio sloveno. Rientra, più concretamente,
(precedenti proprietari erano anche nel Programma di cooperazione
i Vida e i Tiepolo) di Via Krelj, transfrontaliera tra Italia e Slovenia
ex Combi. Il caseggiato, noto in 2007-2013. Si tratta del progetto
sloveno come “Borilnica” (luogo dei strategico “Shared Culture - Cultura
combattimenti) poichè vi sono stati condivisa”, che intende valorizzare
trovati degli affreschi che ritraggono
confronti di scherma tra nobili, è
attualmente sottoposto a una notevole
ed impegnativa opera di restauro.
Oltre al recupero degli affreschi
(comprendenti anche stemmi e una
raffigurazione della Madonna) la
prima fase ha visto all’opera gli
archeologi. Negli strati medievali
sono state rinvenute due tombe, nelle
quali sono state rinvenute ceramiche
e conchiglie. Secondo l’archeologa
Katharina Zanier, coordinatrice
dello scavo condotto dall’Istituto
per il Patrimonio del Mediterraneo
del Centro di Ricerche Scientifiche
dell’Università del Litorale, le tombe
potrebbero essere connesse con il
vicino monastero di Santa Chiara.
Il recupero del palazzo, che conserva
all’interno una splendida doppia
Il retro dell'edificio, verso le Case nove
54
La città
55
La città
56
Popolana di Capodistria nel primo Novecento. Da una tomba di famiglia al cimitero di San Canziano.
Scarica

La citta 32.indd - Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di