APRILE 2009
ANNO XXIV
EREMO DEI
SANTI APOSTOLI
PIETRO E PAOLO
BIENNO (BS)
LETTERE
DALL’EREMO
67
LETTERE
DALL’EREMO
Direttore Responsabile
Don Gabriele Filippini
Autorizzazione n. 4/89
del Tribunale di Brescia
EREMO DEI
SANTI APOSTOLI
PIETRO E PAOLO
25040 BIENNO (Brescia)
Telefono 0364/40081
www.eremodibienno.it
[email protected]
ABBONAMENTO:
Ordinario € 30,00
Sostenitore € 50,00
C.C. Postale n. 17738253
int. a Alma Tovini Domus
Dall’Eremo
Dal Monastero
Dalla Valle
Tra fede e testimonianza
Vicini nella gioia e nella preghiera
a mons. Beschi
Buona strada, vescovo Francesco
Ieri “Bollettino Parrocchiale”, oggi…
pag. 03
pag. 05
pag. 07
pag. 09
Chiamati alla santità
pag. 10
Mons. Beschi, dagli anni verdi a
vescovo di Bergamo
La memoria che vive
I cento anni della Tipografia Camuna
Il Consultorio sul fronte impegnativo
della prevenzione
Strada e ferrovia
pag. 20
pag. 21
Intellettuali napoleonici camuni
pag. 22
Santa in una terra di santi
pag. 32
La realtà della Fondazione
della Comunità Bresciana
pag. 44
Letture
Ascolta… piccolo uomo
Giorgio Gaioni
150 anni delle Terme
Conventi nella Lombardia alpina
pag. 49
pag. 50
pag. 52
pag. 54
Testimonianze
I cento anni di Matteo Re
pag. 56
Storia
Personaggi e Tempi
Istituzioni
pag. 12
pag. 14
pag. 18
Stampa:
Tip. Camuna S.p.A. - Breno
Tel. 0364/22007
Si ringrazia la
che, condividendone le finalità, contribuisce alla stampa e spedizione di questa rivista.
Dall’Eremo
TRA FEDE E TESTIMONIANZA
Il Convegno della Chiesa italiana a Verona1 ha ribadito l’urgenza della testimonianza personale e comunitaria.
Se è vero che la Chiesa sta riscoprendo,
oggi, la propria identità dentro l’orizzonte della missione, di un nuovo annuncio del Vangelo all’uomo di oggi, la
testimonianza ne diventa via privilegiata.
“Mostrare il ‘sì’ di Dio tocca le fondamenta stesse della Chiesa… Per questo, la via della missione ecclesiale più
adatta al tempo presente e più comprensibile per i nostri contemporanei prende
la forma della testimonianza personale e
comunitaria: una testimonianza umile e
appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata,
specchio dell’unità inscindibile tra una
fede amica dell’intelligenza e un amore
che si fa servizio generoso e gratuito”.2
Una testimonianza da pensare rispetto anzittutto al tempo che viviamo. A riguardo
suonano ancora attualissime le parole del
teologo Karl Rahner: “la spiritualità del futuro non sarà più sostenuta socialmente…
da un ambiente cristiano omogeneo; essa
dovrà vivere, molto più che fino ad oggi, in
forza di una personale e diretta esperienza
di Dio e del suo Spirito.
Oggi la fede cristiana, e quindi la spiritualità, vanno vissute in prima persona
1
Incontro al risorto
dentro un mondo secolarizzato, nella dimensione dell’ateismo, nella sfera di una
razionalità tecnico-scientifica.
In tale contesto la responsabile del singolo nella sua decisione di fede è necessaria e richiesta in maniera più radicale
che in passato”.3
Certamente la necessità di dare senso
alle cose del mondo innesca nella persona la ricerca di ‘qualcosa’ che possa
venire riconosciuto quale ‘misura’ del
suo giudicare ed è esattamente ‘ciò’ che
egli ‘testimonia’, manifesta.
Con la sua vita, dal suo modi di vestire di parlare - di affrontare le varie vicende
‘Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo’ - 16-20 ottobre 2006
CEI – ‘Rigenerati per una speranza viva’ (1Pt 1,3): testimoni del grande ‘sì’ di Dio all’uomo’
Nota dell’episcopato italiano dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale, 29 giugno 2007, n.11
3
Rahner Karl, Elementi di spiritualità nella Chiesa del futuro, in Goffi T.-Secondin B (edd.), Problemi e prospettive
di spiritualità – Queriniana, Brescia 1980, pg 437-438
2
Dall’Eremo
dell’esistenza, la persona rende presente
ciò che ha scelto come ‘misura’ del proprio vivere. Il testimone è, dunque, colui
che sta tra una verità che merita di essere
ricordata e il destinatario al quale si vuol
far giungere la verità stessa.
A questo punto il cristiano non può non
chiedersi quale è la verità che è essenziale
rendere manifesta?
La risposta non può che essere una: il cristiano è testimone della grande verità che
la fede è un vantaggio per la vita.
Ecco cosa ‘dice’ il credente: egli testimonia che credere in Gesù di Nazareth incrementa la qualità della vita umana; che
credere è una possibilità in più; che solo
in Dio l’uomo può incontrare se stesso;
che solo aprendosi al Vangelo può meglio
dare un nome ai desideri che porta dentro; che solo accogliendo Gesù Cristo può
fare pace con il proprio limite e le proprie
fragilità; che solo in questo incontro con
l’Altro riesce ad esprimere le potenzialità
di bene, di bello, di buono che sono in
lui; che solo in questo ‘patto’ riconosce e
resiste al male visto come impoverimento
della mia umanità, del mio essere uomo.
Credere, insomma, è il modo più umano
per prendermi cura della mia esistenza!
Accogliere così il Vangelo è essere testimone: una vita guidata dalla bellezza
della fede è una vita che sarà trasparenza
di essa. L’esposizione nella vita concreta
che la fede è davvero un vantaggio per la
mia vita… si fa qualità della scelta stessa
del Vangelo.
Dentro questo orizzonte si devono fare,
poi, i conti con i destinatari della testimonianza cristiana.
Destinatari molti dei quali non ritengono
che la fede sia un vantaggio per la vita e
4
CEI – ‘Rigenerati per una speranza viva’ (1Pt 1,3), 12
4
che nulla di buono e di bello possa essere
tratto dall’incontro con il Vangelo.
Non negano nulla della fede del credente
… semplicemente… scelgono altro come
riferimento per la propria esistenza.
Destinatari molti dei quali non provano
più nulla nei confronti della vita stessa
e sono caduti in quella condizione che
indichiamo di apatia, indifferenza, ‘depressione’. Spesso, tra i credenti, si pensa
che tutto sommato è abbastanza semplice
‘venire alla fede’ o compiere un cammino
di ‘ritorno alla fede’.
Non si ha, molte volte, coscienza della fatica che la fede richiede proprio partendo
dalle condizioni prima dette.
Vivere da cristiani, plasmare la propria
vita secondo i sentimenti di Cristo implica
il generare dentro alcuni atteggiamenti
verso di sé, verso gli altri, verso Dio che
non sempre appaiono immediatamente
vantaggiosi per la vita stessa.
D’altra parte il cristiano, ricco della sua
umanità proprio nell’incontro con Cristo,
è un uomo libero! Libero di incontrare e
amare il suo Signore.
E la testimonianza si fa ancora più forte
e decisa perché il credente da libero si
mostra appassionato di Dio.
E dire con la vita che si è uomini liberi…
questo sì… prende e fa pensare l’altro che
mi cammina a fianco.
Da Verona, allora, i credenti hanno ricevuto l’invito a trovare dentro le esperienze ordinarie, soprattutto da laici,
“l’alfabeto con cui comporre parole che
dicano l’amore infinito di Dio” , con cui
insegnare agli uomini e alle donne di oggi
la via della libertà.
DON RENATO MUSATTI
VICINI, NELLA GIOIA,
NELLA PREGHIERA
E NELL’AUGURIO
A MONS. FRANCESCO BESCHI
Dal 15 marzo mons. Francesco Beschi è
Vescovo di Bergamo a tutti gli effetti.
La diocesi di Brescia si è sentita onorata
per la scelta, pur nella constatazione di un
diffuso rammarico nel perdere un punto
di riferimento importante qual era quello
di mons. Beschi nel suo ruolo di Vescovo
ausiliare e Vicario generale.
Ma le ragioni della soddisfazione sono
certamente superiori a quelle del malinconico distacco.
Infatti, in questi tempi di crisi della
fede, di forte scristianizzazione e se-
Dall’Eremo
colarizzazione, di attacchi grossolani
alla Chiesa, di demotivazioni pastorali
e missionarie, di calo delle vocazioni
questa nomina è segno di speranza perché viene a parlare della vitalità delle
Chiese lombarde.
Quella delle diocesi di Lombardia è una
storia molto positiva nella quale emerge
che i valori cristiani hanno contribuito
a formare la civiltà delle popolazioni di
questa regione e la Chiesa ha camminato
fianco a fianco della gente influenzandola
nella scelta dell’onestà, del bene comune,
Mons. Francesco all'Eremo con don Renato
Dall’Eremo
nel creare opere di carità e solidarietà.
La vitalità delle Chiese lombarde è stata
ammirevole anche grazie allo scambio
di risorse personali e istituzionali quali
famiglie religiose sorte in una città e trapiantate in tante altre, e pastori passati da
una diocesi all’altra.
Bergamo ha donato a Brescia grandi Vescovi: mons. Gerolamo Verzeri per un
trentennio nel secondo Ottocento e nel
Novecento mons. Luigi Morstabilini e
mons. Bruno Foresti.
Ora Brescia dona mons. Beschi a Bergamo: continua una storia di fede e di
civiltà dell’amore che ci conforta e infonde fiducia in questa stagione storica
complessa e complicata.
Ma vi è una seconda ragione per gioire di
questa nomina.
Chi ha conosciuto mons. Beschi sa quanto
fede cristiana e umanità possono armonizzarsi fra loro. Mons. Beschi è persona
amabile, equilibrata, buona, sensibile, pacata anche quando deve affermare verità
che possono spiacere.
Amante della musica e lui stesso musicista è attento ai tempi, ai fatti, agli avvenimenti.
Rispettoso di tutti, sa ascoltare tutti: dai
più alti vertici istituzionali all’umile fedele sconosciuto che chiede di incontrarlo.
La sua affabilità lo porta a piacere molto
ai bambini che capiscono sempre quanto
comunica. Ma sa parlare anche ai giovani,
agli anziani e agli adulti di elevata cultura.
Ha anche quel pizzico di ironia e di humor, anche con se stesso, che è segno di
intelligenza e umiltà. Mons. Beschi saprà
essere un buon pastore proprio perché ha
un bagaglio di virtù umane che spianeranno la via alla sua azione episcopale.
Vi è, poi, una terza ragione che può por-
6
tare ad essere lieti di questa nomina:
mons. Beschi, nel suo lungo impegno per
la famiglia, le coppie, gli sposi e nella sua
azione al Centro pastorale Paolo VI, soprattutto in qualità di Vicario episcopale
per i laici, è un pastore che ha stima del
laicato: ne conosce l’alta vocazione, il valore, le potenzialità, la missione. Per una
realtà come l’Eremo dei Santi Pietro e Paolo in Bienno, nato anche per sostenere e
alimentare la spiritualità, l’impegno e la
formazione dei laici è confortante sapere
che il pastore dell’importante diocesi bergamasca parte nel suo ministero con uno
sguardo attento al laicato, con una conoscenza singolare di gruppi, movimenti,
aggregazioni, associazioni.
A Brescia ne ha conosciuto la storia, ne ha
apprezzato il carisma, ne ha promosso la
presenza. A Bergamo potrà ancor meglio
essere, oltre che un padre per i presbiteri,
un maestro e una guida per i laici.
E il pensiero dei laici, anche in relazione
all’Eremo, ci induce infine a pensare ad
una quarta ragione per essere: è sempre
stato, lui originario della città, vicino alla
Valle. Diventa, allora, spontaneo il ricordo della sua presenza, fin da giovane,
nel Consiglio di amministrazione di Villa
Luzzago a Ponte di Legno, le feste di
Natale e la settimana santa trascorse ad
Angolo Terme, la sua frequente presenza
all’Eremo per svariate iniziative.
Siamo certi che i monti della Val Seriana
e della Val Brembana, non cancelleranno
in lui il ricordo della Valle Camonica,
della sua gente, della sua storia, del suo
Eremo.
La Chiesa vive anche di questa comunione che non conosce confini né usura
del tempo.
DON GABRIELE FILIPPINI
(Direttore Responsabile di “Lettere dall'Eremo)
Dall’Eremo
BUONA STRADA...
VESCOVO FRANCESCO!
Carissimo Vescovo Francesco,
ti abbiamo salutato in occasione dell’ultimo incontro di spiritualità-giovani
all’Eremo, quando già la tua partenza
per Bergamo era ‘imminente’.
Abbiamo gustato, assaporato, custodito
gelosamente le meditazioni, le riflessioni,
le preghiere, “in una parola”, i ricordi, di
questi splendidi incontri spirituali mensili, attraverso i quali ci hai condotto
per mano e fatto conoscere gli aspetti
più inusuali e sconosciuti della Parola
di Dio. Hai tratteggiato il volto di San
Giuseppe, come mai nessuno ci aveva dipinto, hai illustrato il rapporto tra il "giovane posseduto" del Vangelo di Marco
ed il padre, in maniera sorprendente…
Passo dopo passo, con te, Vescovo Francesco, abbiamo approfondito, letto,
mediato, pregato la Parola e ci siamo
scoperti giovani di Parola… Nel nostro
cuore resterà a lungo il ricordo dell’ultimo tuo dono: hai riletto, rimodellato,
drammatizzato per noi la parabola del
Figliol Prodigo e mentre ti ascoltavamo,
incantati, pensavamo a come, tu, questa
Mons. Beschi durante la festa del Ringraziamento
8
misericordia infinita del Padre l’avevi di
certo sperimentata ed ora la “regalavi”
anche a noi… Quasi ci sembrava di avvertire l’abbraccio benedicente di Dio…
È ancora vivo in noi il timore con cui, una
sera della Quaresima 2008, in Cattedrale,
al termine della Scuola della Parola, ti
abbiamo preso da parte ed, intimoriti, ti
abbiamo chiesto il “regalo” di venire in
Valle Camonica per condurre gli incontri
di spiritualità-giovani e tu, senza remore
né perplessità alcuna, ci hai risposto con il
tuo disarmante sorriso: “E perché no? Si
può fare! Il prossimo anno sarò da Voi!”
E quest’anno, puntuale, ogni mese ti presentavi silenzioso in chiesa all’eremo:
incontravamo il tuo sguardo mite, il tuo
sorriso luminoso, le tue mani aperte,
ma soprattutto il tuo cuore capace di
ascolto, di comprensione per ciascuno e
per tutti… Quando ti abbiamo salutato
in Cattedrale a Brescia (giovedì 5 marzo
2009), in prossimità dell’ingresso nella
diocesi orobica, ci ha ricordato ancora
una volta che vale la pena vivere di Cristo e per Cristo e per lui vale sempre la
pena scommettere la vita, giocare fino in
fondo la nostra quotidianità! Ci hai chiesto di continuare a rimanere nella chiesa
pietre vive, donando alla chiesa la nostra
vita e la nostra vocazione di laici ed ancora una volta hai dimostrato che per te
la collaborazione tra clero e laicato è la
vera forza motrice della chiesa, anzi ne
è la speranza. Caro Vescovo Francesco,
(proprio tu hai voluto essere chiamato
amichevolmente così e spesso ci hai fatto
notare che preferivi il “don Francesco”,
quasi ad evidenziare che il cuore del tuo
ministero sta nel sacerdozio), con te abbiamo ascoltato, pregato la Parola, spezzato il Pane dell’Eucaristia e ti abbiamo
avuto vicino, quasi complice, nelle varie
adunate giovanili (da ultimo la tua pre-
senza al Guglielmo per la GMG 2008 da
te fortemente voluta per permettere anche
a chi non era a Sydney con il Santo Padre di assaporare quel clima e di vivere
l’esperienza). Ci mancherai, è vero, ne
abbiamo avuto la piena consapevolezza
al momento del saluto, ma siamo convinti
che il tuo esempio, la tua sapiente guida,
il tuo servizio umile alla chiesa bresciana
ci sarà di sprone ed ora diverrà il più bel
dono alla e per la chiesa bergamasca.
Salutandoci, ci hai confidato che con i
giovani stavi bene perché “i giovani conservano il gusto del bene, del bello, del
santo e del vero e lo sanno riconoscere in
chi lo testimonia in maniera credibile”.
E tu, Vescovo Francesco, ce lo hai, con
semplicità, senza vanagloria, senza orpelli, fortemente e tenacemente testimoniato. In te abbiamo incontrato un TESTIMONE CREDIBILE DI CRISTO!
BUONA STRADA VESCOVO FRANCESCO e che il Signore ti accompagni,
illumini il tuo cammino, ti custodisca e
ti aiuti a guidare la chiesa bergamasca
come hai fatto in mezzo a noi, come nostro Vescovo ausiliare. Noi ti assicuriamo
la preghiera e ti facciamo una promessa:
quando passeremo da Bergamo e osserveremo stagliarsi in alto, sul colle, la cupola della cattedrale penseremo a Te con
la certezza che tu penserai a noi…
Buon cammino!
I
GIOVANI DELLA VALLE CAMONICA
Dall’Eremo
IERI BOLLETTINO PARROCCHIALE,
DOMANI GIORNALE DELLA COMUNITÀ
Corso per animatori della comunicazione e della cultura, all’Eremo durante il
mese di febbraio, con lo scopo di aiutare
i “giornalisti” dei nostri bollettini a trasformarli in “Giornali della Comunità”.
Giornali ormai a pieno titolo e di grande
importanza proprio perché della comunità,
del paese, del borgo, del quartiere che si
identificano, religiosamente, ecclesialmente e culturalmente con la parrocchia.
Giornali che giungono in tutte le famiglie,
anche in quelle non credenti e per queste
ultime, forse, unico collegamento con la
loro chiesa locale. Organizzati dall’Ufficio
delle comunicazioni sociali gli appuntamenti sono stati introdotti da don Adriano
Bianchi, massimo responsabile del settimanale diocesano “La Voce del Popolo”
partendo dal racconto dell’avventura ateniese di Paolo all’areopago (At 17, 2234). Bianchi prende lo spunto dall’anno
paolino per sottolineare come l’Apostolo
(giornalista “ante litteram”) tenti subito un
aggancio con gli ascoltatori, cogliendo le
domande e catturando l’attenzione. Entra
quindi nel merito con un intervento sulla
necessità di un giornale della comunità cui
segue nel primo incontro la relazione di
Claudio Baroni Vice direttore del Giornale di Brescia su: “Il giornale della comunità, voce autorevole del territorio”.
Nel successivo incontro don Giuseppe
Mensi parla del parroco e delle opportunità offerte dal giornale per pensare e
promuovere l’azione pastorale e Angelo
Onger della “regia redazionale”. E’ quindi
Ieri bollettini parrocchiali
la volta di Massimo Tedeschi, giornalista
del “Bresciaoggi” che reca un contributo
su “Struttura di un giornale ed organizzazione redazionale: figure, compiti, responsabilità”. Conclude la terza tornata un altro Massimo, questa volta però Venturelli,
giornalista di “Voce del Popolo” secondo
cui è urgente pensare e mettere in pratica
stili di comunicazione e linguaggi che
consentano al giornale d’esser recepito
come tale. Le regole auree sono: semplicità, parole di uso comune, conoscenza del
pubblico. La sfida delle sfide - conclude
Venturelli - che dovremmo assumere anche nei linguaggi adottati, sarebbe quella
di fare della religione un evento sconvolgente. La conclusione degli incontri tocca
al Prof. Castrezzati sull’importanza del disegno grafico e a Federico Natali con un
precisa collocazione delle norme relative
alla stampa dei nostri non più bollettini
parrocchiali, ma ora (un poco alla volta se
non subito) giornali della comunità.
LUIGI DOMENIGHINI
Dal Monastero
CHIAMATI ALLA SANTITA'
Possiamo forse giustamente pensare che
la nostra Valle, piccola e sperduta, sia cara
agli occhi di Dio. Ancora una volta, infatti,
la Chiesa proclama santa una delle sue figlie. Con il 26 aprile, infatti, si aggiunge
alla schiera delle sante anche la biennese
Caterina Geltrude Comensoli.
Vogliamo lasciarci provocare da queste
donne e uomini, che con noi condividono
non solo l’umanità, ma anche l’orizzonte
fisico, quello di monti, fiume e torrenti,
boschi, case, chiese e campanili? Alzare lo
sguardo e sentire (bruciante?) nel cuore la
domanda: se lei/lui, perché non anch’io?
Questa è la vera provocazione di ogni canonizzazione e beatificazione: mostrare
che uno di noi, uno proprio come noi, è
entrato, attraverso la porta del Vangelo,
che Gesù dice essere stretta, nel Regno
promesso. Un Regno che è possesso dei
poveri, di quanti sono afflitti, dei miti e
degli operatori di pace, dei misericordiosi, di quelli che cercano, senza tregua
e senza lasciarsi scoraggiare, di realizzare la volontà di Dio anche sulla terra
e non si rassegnano a contemplarla solo
nel cielo, per questo affrontano lieti anche qualche persecuzione, perché ciò a
cui anelano può essere pagato (e sarà un
prezzo comunque scontato, tanto è grande
il suo valore) con un po’ di sofferenza. In
fondo, se pensiamo alle vite dei santi che
cosa c’è di tanto particolare, se non uno
sguardo rivolto costantemente a Gesù,
tanto che un po’ alla volta la sua vicenda
(l’essenza della sua vita) è diventata anche
la loro? E che cosa c’è di tanto diverso
Bienno, Casa Natale di S. Geltrude Comensoli
dal cammino (che dovrebbe essere quello)
di ogni cristiano? Molto poco. Forse solo
le occasioni concrete in cui è chiesto a
ciascuno di riflettere il volto di Gesù, di
rendere concreto il suo modo di rivelare
l’amore del Padre. I santi (coloro che sono
guidati dallo Spirito) del medioevo, come
Chiara e Francesco, l’hanno fatto, per il
loro tempo, in cui il denaro e la nobiltà
avevano un’importanza eccessiva e disgregante, richiamando l’attenzione sulla
povertà (ontologica) di Gesù il Cristo, il
Figlio di Dio che per noi si è fatto uomo.
Santa Caterina Geltrude e la beata Annunciata, nell’ottocento, si sono fatte carico della miseria di tanti (e soprattutto di
11
Dal Monastero
tante), cercando di riscattarla, riportando
almeno, pur nella povertà, la dignità.
E soprattutto hanno aiutato a scorgere, anche nelle ristrettezze più acute, il volto di
Gesù, che conosce, soccorre, condivide in
un amore che non viene mai meno.
Così gli altri beati di casa nostra. Forse
proprio questo intendeva Giuseppe Tovini
quando affermava che senza la fede i nostri figli non saranno mai ricchi, e con la
fede non saranno mai poveri: uno sguardo
continuo a Gesù autore e perfezionatore
della fede, come lo descrive la lettera agli
Ebrei.
Non sempre è facile scorgere nei sentieri,
spesso tortuosi della quotidianità, i tratti
del volto di Cristo.
Non è facile per nessuno, non lo è stato
neppure per coloro che oggi la Chiesa ci
indica come santi. Basta leggere le loro
biografie per farsi anche solo una pallida
idea di quali difficoltà, incomprensioni,
durezze hanno dovuto affrontare. Per tutti
e per ogni tempo rimangono come bussola
e come cartina geografica il cuore di Gesù
e il suo Vangelo.
Un cuore che contempliamo trafitto per
noi e per la nostra salvezza e un (IL) Vangelo, la buona notizia che, in una storia
concreta, ci testimonia la determinazione
di Gesù a svelare quanto siamo preziosi
per il Padre suo.
Tutto qui? Il materiale di base, sì, è tutto
qui. A portata di ciascuno, perché, come
ci ricorda la Lumen Gentium1 tutti nella
Chiesa sono chiamati alla santità, secondo
il detto dell’apostolo (Paolo) “Certo la
volontà di Dio è questa, che vi santifichiate... e Lui, con il suo Spirito, è sempre
in azione...e c’è sempre spazio!
LE SORELLE CLARISSE
Lettere dall'Eremo
AUGURA
ai suoi lettori
una Santa Pasqua
di resurrezione
1
Lumen Gnetium, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, documento del Concilio Ecumenico Vaticano II, cap.5:
L’universale chiamata alla santità, n.39
MONSIGNOR FRANCESCO BESCHI
DAGLI ANNI VERDI ...
A VESCOVO DI BERGAMO
Incontro per la prima volta il giovane seminarista Francesco Beschi nel Settembre
del 1970 in un pellegrinaggio che le classi
di prima e seconda Teologia del nostro
Seminario fanno al Santuario di Lourdes,
al quale partecipo pure io, da pochi giorni
chiamato in Seminario per una nuova
esperienza.
Mi sentivo alquanto timoroso per il nuovo
incarico e con una certa curiosità osservavo quel bel gruppo di giovani allegri,
gioviali e bene impegnati.
Dalla Valle
Non mi sfuggì, anche solo per brevi momenti, tra questi anche Francesco Beschi.
Ebbi con lui la possibilità, dopo due anni
di diventare amico di viaggio per gli ultimi tre anni del corso teologico, decisivi
per il sacerdozio.
Per gli amici Francesco venne sempre
chiamato “Cece” che già aveva conseguito il diploma in violino al Conservatorio Luca Marenzio di Brescia.
Con Francesco che faceva parte di un
“quartetto” musicale (due fratelli e un
loro amico) ci fu un tacito consenso per
La consegna del Segno e del Mandato ai giovani
13
Mons. Beschi durante l'omelia del 13 febbraio 2009,
all'incontro di spiritualità dei giovani
le uscite fino a tarda sera per le loro prove
e concerti.
L’amicizia e la stima crebbero ancora di
più conoscendo la sua numerosa famiglia
vivace e degna di stima e ammirazione.
Ricordo un particolare di quando più tardi
diventai Parroco di Villacarcina, che parlando con un giovane di “lotta continua”
andando a visitare sua mamma molto
malata, ebbi occasione di parlare del suo
lavoro in ferrovia a Milano.
Nella conversazione dissi che conoscevo
abbastanza bene il papà di Francesco,
Capo Stazione di Brescia.
Mi fece questo apprezzamento, lui così
lontano dalla fede:”quando noi abbiamo
seri motivi o personali o familiari ci rivolgiamo a papà Beschi Pietro che riteniamo
essere un po’ il nostro Padre Spirituale e
Dalla Valle
apprezzato consigliere”. Don Francesco diventa Sacerdote il 7 Giugno 1975
con altri trenta compagni. La classe più
numerosa di quegli anni. Ognuno per la
propria destinazione. Ci si incontrerà di
tanto in tanto per intensificare amicizia e
esperienze. Curato al Villaggio Sereno 2
poi in Cattedrale con lo stesso compito
dove ebbe la fortuna di incontrare come
Prevosto Mons. Gianni Capra col quale
fece un’ottima esperienza.
Poi altro incarico come Direttore del Centro Pastorale Paolo VI, anche delegato per
la Pastorale Familiare Diocesana e pure
impegnato a guidare i corsi di preparazione al Matrimonio.
Poi la nomina a Provicario Generale quindi
chiamato da Mons. Giulio Sanguineti ad
affiancarlo come Vescovo Ausiliare.
Si è sempre distinto nelle tante mansioni
in cui ha operato.
Sono convinto che la vicina Chiesa di
Bergamo lo saprà apprezzare, stimare e
amare. Ottima la sua calda e suadente eloquenza da tutti apprezzata e goduta.
Ebbi la fortuna di partecipare con parecchi
miei parrocchiani a tre Pellegrinaggi Diocesani da lui guidati spiritualmente.
Tutti si rimaneva entusiasti per la sua
affabilità, per le sue riflessioni calde e
suadenti e mettendo a proprio agio quanti
con lui volessero parlare, dialogare e porre
qualche problema personale.
Auguro a Mons. Francesco un fecondo
apostolato, carico di tante responsabilità
ma anche con qualche soddisfazione. Certamente pure Mons. Francesco, come ogni
altra persona avrà qualche limite ma, sono
profondamente convinto, che Brescia doni
alla vicina Bergamo un Pastore attento,
ben preparato, sensibile e ricco di fede e
di umanità.
DON FRANCO RIVADOSSI
Dalla Valle
LA MEMORIA CHE VIVE
La “Giornata della memoria” fu istituita
con Legge n. 211 il 20 luglio 2000 al fine
di non dimenticare Shoah, le leggi razziali, la persecuzione dei cittadini ebrei,
gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte.
La posizione storica di questa scelta è
particolarmente significativa: negli anni
immediatamente successivi alla fine del
secondo conflitto mondiale il bisogno di
memoria era subordinato alla necessità di
chiarezza.
Al sentimento di “rimozione” che segue
e accompagna i traumi, si sostituì, con il
passare degli anni, una marcata tendenza
che, partita da alcune legittime richieste
di “revisione” (la storia non si fa con i
ma e con i se, ma è in contempo ricostruzione, quindi soggetta ad interpretazione:
negare il diritto alla rilettura sarebbe atto
formalmente e culturalmente scorretto),
si spinse su linee di aperto negazionismo, di cui abbiamo avuto una brutta
dimostrazione anche recente in ambito
“cattolico”.
Le finalità e i modi di attuazione della
Legge sono chiariti nell’Art.2: “In occasione del Giorno della Memoria […]
sono organizzati cerimonie, iniziative,
incontri e momenti comuni di narrazioni
dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado
[…] in modo da conservare nel futuro
dell’Italia la memoria di un tragico ed
oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi
non possano mai più accadere”.
La collocazione il 27 gennaio 1945 ricorda l’entrata delle truppe sovietiche
dell'Armata Rossa nel campo di concentramento di Auschwitz e, conseguentemente, la dimostrazione formale degli
orrori nazisti, precedentemente solo sospettati.
C’è da dire che la commemorazione partì
in sordina, anche in virtù della scarsa o
nulla messa a disposizione di finanziamenti che potessero sostenere iniziative
concrete.
15
Accanto alle cerimonie ufficiali si registrò un coinvolgimento “tiepido” delle
scuole, invitate ad esprimersi attraverso
la pratica del “minuto di silenzio”, contestata soprattutto nelle classi inferiori del
sistema di formazione, per la sua dubbia
efficacia educativa: sospendere le attività ha senso se prima si è costruito un
percorso di informazione e formazione,
il simbolo deve essere riempito di significato, perché valga.
Non mancarono poi le polemiche più
squisitamente “partitiche”, in alcuni casi
sfociate anche in piazzate di dubbio gusto, finalizzate a ribadire che l’orrore e
le vittime andavano ricercati al di là degli schieramenti e dei colori. Allo scopo
venne promulgata la Legge 30 marzo
2004 n. 92 con la quale “La Repubblica
riconosce il 10 febbraio quale "Giorno
del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli
italiani e di tutte le vittime delle foibe,
dell'esodo dalle loro terre degli istriani,
fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del
confine orientale.
Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole
di ogni ordine e grado.
È altresì favorita, da parte di istituzioni
ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende.
Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani
dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate,
in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e
negli anni presenti, allo sviluppo sociale
e culturale del territorio della costa nordorientale adriatica ed altresì a preservare
Dalla Valle
le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e
all'estero”.
L’istituzione di questa seconda giornata,
colta da molti come contraltare della
prima, si è col tempo dimostrata, per
ragioni di calendario, fortemente utile
e funzionale. Si è infatti andata delineando la tendenza a progettare iniziative
di sensibilizzazione e riflessione che,
dilatando ulteriormente il periodo fino
alla “Giornata della Pace”, hanno fatto
di gennaio una sorta di “mese della Pace
nel ricordo”.
I contenuti delle diverse proposte sono
spesso plasmabili e allargati, soprattutto
nelle zone come la nostra in cui, nella
mentalità comune, è ancora tutta da costruire una cultura che riconosca il coinvolgimento del territorio in azioni storicamente fondate. Non che i fatti manchino,
anzi.
E’ che il silenzioso bruciare delle ferite
del primo periodo è stato sostituito dalla
voglia di dimenticare, più che dal bisogno di ricostruire e ricordare. Complici
la scuola, che per anni ha relegato la
storia del Novecento agli ultimi capitoli
del libro, quelli a cui non arrivi mai, e
la prudenza, che insegna che “certi argomenti è meglio non toccarli, perché sono
troppo freschi”, la generazione di adulti
che non ha vissuto direttamente gli eventi
ha generalmente, per questi decenni, ampi
buchi di conoscenza, facilmente manipolabili in termini negazionisti.
Ben ha fatto l’ANPI di Valle Camonica
a costituire una Commissione ScuolaCultura allo scopo di sostenere l'azione
degli insegnanti, fornendo loro documenti
ed organizzando mostre, incontri ed altre
attività.
Documentare, mediare, promuovere,
quindi. Un lavoro di selezione condotto
Dalla Valle
silenziosamente negli archivi che, spesso
senza clamori e riconoscimenti, da gennaio a maggio, dalla Giornata della Memoria al 25 aprile, si sposta nelle scuole.
Qui, gratuitamente, vengono promossi incontri con ex deportati e con partigiani,
sono allestite mostre sulla deportazione
ambientate in contesti diversi, sono organizzati incontri di formazione nel corso
dei quali alcuni storici locali forniscono
documenti e proposte su Fascismo e la
Resistenza, calandoli concretamente in
contesto camuno. Un “qui e poco tempo
fa” fondamentale per sottolineare la concretezza del bisogno di continuare a parlarne e ad insegnarne.
La commemorazione quest’anno si è
tinta di musica a Cividate Camuno dove
l'Auser Insieme Camuna-Università
della Libera età ha organizzato un concerto del gruppo "Sesto Tono" con i vocalist del coro "Hope Singers". Al centro
16
dell’evento musiche e canti della tradizione klezmer e popolare dell'Est europeo, inframmezzate da letture dal testo di
Isaac B. Singer "Quando Shliemel andò
a Varsavia".
La comunità di Bienno ed alcune sale cinematografiche camune, hanno proposto
la poetica storia d’amicizia raccontata dal
film “Il bambino con il pigiama a righe”.
Ancora bambini come protagonisti per
l’iniziativa del Comune e della Biblioteca
Comunale di Berzo Demo dove le leggi
razziali e l’Olocausto sono stati presentati
nel corso di una serata in cui Emanuele
Turelli ha presentato "Il coraggio di vivere", la storia vera di Nedo Fiano, liberamente tratto dal romanzo "Il coraggio
di vivere".
Storia, documentazione, testimonianza,
sensibilizzazione anche a Capo di Ponte
con lo spettacolo “La memoria che vive”.
La definizione "spettacolo" è di fatto ri-
17
duttiva: si è trattato di una mostra - lezione, offerta allo scopo di sensibilizzare
il territorio e di formare, nei ragazzi,
la voglia di testimoniare. Gli studenti
della scuola secondaria, sotto la guida
della prof. Zanetta e dei docenti della
Commissione "Il treno della memoria",
hanno raccolto e selezionato documenti,
li hanno classificati e organizzati in una
rappresentazione.
Hanno quindi pensato un contenitore che
potesse permettere di offrirli ai coetanei e
al paese in una occasione di riflessione sul
dramma dell'Olocausto. L'iniziativa, che
ha ottenuto il patrocinio dell'Assessorato
alle Attività e Beni Culturali e alla Valorizzazione delle Identità Culture e Lingue
Locali della Provincia di Brescia, ha visto
un unanime consenso di critica, per il suo
*
Dalla Valle
carattere semplice, ma allo stesso tempo
denso di drammatica emozione.
La partecipazione di pubblico è stata corale: oltre 180 spettatori alla prima rappresentazione (dato di iscrizione), oltre
450, più adulti che ragazzi, per l'edizione
serale (dato stimato dagli addetti al servizio di vigilanza e protezione), altri 240
ragazzi l'ultima giornata (dato di iscrizione). Il plauso va senz'altro agli insegnanti e a quanti hanno collaborato alla
manifestazione (ANPI, Fiamme Verdi, Le
Nord, Protezione Civile, Carabinieri, Amministrazione Comunale, personale ATA
della scuola, Banda Capontina, privati
cittadini, associazioni e ditte della zona)
ma soprattutto agli interpreti che, nonostante la giovane età, hanno saputo calarsi
perfettamente nella parte (g.r.)*.
Le immagini si riferiscono alla manifestazione di Capo di Ponte
Dalla Valle
I CENTO ANNI
DELLA TIPOGRAFIA CAMUNA
All’avvicinarsi della primavera fervono
i preparativi per le celebrazioni del centenario di fondazione della Tipografia
Camuna, realtà aziendale valligiana che,
fondata a Cividate Camuno nel lontano 6
ottobre 1909, è ormai giunta a festeggiare
il primo secolo di vita.
Iniziative di carattere culturale, commerciale e religioso legate all’attività
tipografica saranno al centro di un ricco
e lungo calendario di eventi, organizzati
dall’azienda per festeggiare questo importante traguardo: coronamento di quel
sogno in cui, cento anni fa, i ventinove
soci fondatori vollero sperare, credere ed
investire.
Grande l’impegno umano: sin dagli albori
infatti l’attività ha gravitato attorno alla
pubblicazione ed alla divulgazione della
cultura e delle informazioni su tutto il territorio valligiano (la stampa del periodico
“La Valcamonica”, è addirittura indicata
all’Articolo 2 dell’Atto Costitutivo, redatto nel 1909 dal notaio Daniele Tovini)
oltre alla creazione di posti di lavoro.
Questi sono i principi ed i valori che per
un secolo hanno animato l’attività di questa azienda, tramandati nell’impegno di
coloro che, negli anni, si sono succeduti
alla guida della tipografia.
Depositari di quel capitale di ricchezza
morale lasciato dai fondatori, uomini fortemente ispirati ed immersi nel contesto
della propria epoca, queste persone hanno
saputo continuare la linea dei principi
Attuale logo realizzato, dal pittore S. Peci nel 1958
tracciata dai fondatori, dagli albori della
meccanica industriale sino alle recenti
rivoluzioni tecnologiche, perpetrandone
la volontà ed il profondo impegno etico,
sociale e civile.
Non meno importante l’aspetto industriale di questa azienda, che nonostante
le difficoltà delle epoche attraversate, segnate tra l’altro dai due violenti conflitti
mondiali e da alterni periodi di crisi, si
rispecchia nella realtà limpida e coerente
di un’attività che ha saputo tener testa alle
situazioni e guardare al futuro, aggiornan-
19
dosi continuamente per restare al passo
coi tempi, rinnovandosi nelle tecniche e
nei macchinari ed accrescendo quell’inestimabile patrimonio di saperi che, legato
alle maestranze dei diversi settori, è realmente in grado di offrire un servizio d’eccellenza. Le strategie aziendali seguite in
questi cento anni, la spiccata capacità di
adattamento nonché quel notevole spirito
innovativo che ben si rispecchia nelle
scelte che hanno guidato l’azienda, hanno
fatto di questa realtà una tra le più note
ed efficienti tipografie del territorio, che
oggi può contare su due centri produttivi:
uno a Breno ed uno a Brescia, dopo l’acquisizione nel 1999 della Cartografica
Bresciana, amministrati dal dottor Massimo Ghetti e diretti dal dottor Francesco
Marcolini, sotto la presidenza del dottor
Pier Paolo Camadini.
Particolare attenzione merita il simbolo
scelto per raffigurare il centenario, già
visibile sui calendari prodotti per l’occasione: un’immagine gradevole e colorata
ma nel contempo ricca di significati e riferimenti a questi cento anni di fervida
attività. Interamente realizzato all’interno
dell’azienda dopo un attento studio di
progettazione grafica, il simbolo si compone di numerosi elementi, non appartiene a nessun carattere conosciuto, ma è
stato piuttosto ricavato estrapolando una
sezione degli scompartimenti in legno
dell’antica cassa tipografica, in cui erano
contenuti i caratteri tipografici di piombo
utilizzati per la stampa. Questo elemento
rappresenta l’essenza più antica della tipografia e le sue origini strettamente legate
all’ambito a connotazione manuale della
composizione, che richiedeva grande attenzione e bravura da parte dell’uomo. Il
primo “0” è invece in realtà una lettera
Dalla Valle
Logo scelto per il centenario
“o” del carattere “Bodoni Poster”, che
simboleggia appunto la tradizione, ovvero
la continuità nel tempo, mentre il secondo
“0”, di nuovo una lettera “o” ma appartenente al carattere “Futura”, proietta, con
il proprio aspetto ed il proprio nome, lo
stesso concetto di stampa verso un’ideale
di innovazione e di ricerca. Insieme, questi due zeri, disposti in modo tale per cui
l’uno sia leggermente sollevato rispetto al
secondo, rappresentano due rulli: i cilindri meccanici della macchina da stampa.
Tra questi due rulli scorrono i fogli di
carta, qui rappresentati da linee formate
da puntini colorati, cento in tutto come
gli anni della tipografia, ed adagiati l’uno
sull’altro come in una risma, la cui gradazione cromatica ricompone le sfumature
dei colori utilizzati della quadricromia tipografica (ciano, magenta, giallo e nero)
il cui intreccio simboleggia la compatta
sinergia tra le risorse umane che operano
nell’azienda nei diversi settori che la
compongono.
ANDREA RICHINI
Dalla Valle
IL CONSULTORIO SUL FRONTE
IMPEGNATIVO DELLA PREVENZIONE
Si è tenuta alla fine di gennaio l’assemblea
ordinaria annuale del Consultorio familiare
di Breno. Si è trattato di un appuntamento
significativo, utile a fare il punto su una
realtà ormai consolidata sul territorio camuno-sebino che si pone al servizio della
coppia e della famiglia ma anche dei singoli
che si trovano nel bisogno. Il Consultorio
intitolato al beato Tovini è nato per volontà
delle zone pastorali della Vallecamonica
in collaborazione con la sede di Breno
dell’Istituto Pro Familia nei cui ambienti
ha fissato la propria sede. Tra i principali
propositi vi è quello di puntare sull’educazione e la formazione delle persone e dei
gruppi, senza dimenticare che è necessario
offrire aiuto, sostegno e consiglio quando
si affacciano le difficoltà e i problemi. Ed
è proprio quello che il Consultorio fa attraverso la consulenza e la terapia quando c’è
bisogno. L’assemblea è stata chiamata ad
approvare il bilancio consuntivo del 2008
e quello preventivo del 2009, un’occasione
preziosa per prendere conoscenza delle
cose fatte e di quelle programmate per
l’anno in corso. E’ così emerso che anche il
2008 è stato un anno di intensa attività. Per
riepilogare l’attività complessiva possiamo
dire che dal settembre del 1997 (anno di
inizio) al 31 dicembre 2008 le consulenze
erogate sono state 10.468 ed hanno interessato 2.980 persone. Guardando più da
vicino i dati del 2008, ci accorgiamo subito
che i nuovi casi sono stati 78 e che circa la
metà sono già stati espletati. Va fatto notare che tra i 113 casi espletati nel corso
del 2008 ci sono otto coppie che si sono
ricomposte superando così le difficoltà incontrate. Visti i tempi, non è davvero poca
cosa. In tre casi il consultorio è stato utile
per giungere alla dichiarazione di nullità
matrimoniale. Al Consultorio si rivolgono
per consulenza o terapia soprattutto le persone che hanno un’età compresa tra i 19 e
i 45 anni, anche se sono numerosi quelli
che rientrano nella fascia compresa tra i 46
e i 55 anni o che si trovano in età adolescenziale. A fianco della normale attività
di consulenza e sostegno, in questi anni il
Consultorio familiare “Tovini” ha attivato
numerose iniziative che vanno dai corsi a
favore delle famiglie a guida monoparentale alle iniziative formative e di prevenzione rivolte agli adolescenti, dai progetti
destinati alle scuole fino alla formazione
degli studenti rappresentanti di classe. Una
serie di iniziative che negli ultimi due anni
si è sviluppata sotto la direzione di Lucia
Pelamatti. Basterebbe pensare agli incontri formativi per gli alunni dell’istituto
“Olivelli” di Darfo, “Ghislandi” di Breno
e “Meneghini” di Edolo. In quest’ultimo
caso sono stati coinvolti anche i genitori.
Così facendo, il Consultorio si pone sul
fronte sempre delicato ed impegnativo
della prevenzione. Si tratta di progetti per
i quali non sono mancati gli apprezzamenti
e i riconoscimenti da parte della Regione,
autentici incoraggiamenti ad andare avanti
sulla strada intrapresa.
G. M. M.
Dalla Valle
STRADA E FERROVIA
Senza particolari cerimonie, dopo tanti
anni di abbandono sono ripresi i lavori per
il compimento dei lotti IV, V e VI della
superstrada che da Nadro sfocia a Berzo
Demo. A Breno, presso il salone del Bim,
rispettando una certa periodicità, s’è riunito
il comitato di coordinamento sulla viabilità in Valcamonica, convocato da Mauro
Parolini, assessore ai Lavori Pubblici della
Provincia di Brescia. Presenti: il presidente
Alberto Cavalli, gli altri assessori Corrado
Scalari e Riccardo Minini ed i consiglieri
Nilo Pedersoli e Pierluigi Mottinelli; il presidente Anas Pietro Ciucci, il capo-compartimento Lombardia Claudio De Lorenzo;
Alessandro Bonomelli e Mario Pendoli,
rispettivamente presidente ed assessore
della comunità montana di Valcamonica;
i parlamentari camuni Davide Caparini e
Giampiero De Toni. Circostanziata relazione tecnica di De Lorenzo: estensione totale del tratto in costruzione km 8,4, di cui
6,9 in galleria e 1,5 all’aperto. Due gallerie:
la “Sellero” di m 5.047 (tratti già scavati in
precedenza m 3.530 ed ancora da scavare
1.496) e la “Capo di Ponte” di m 1.866,
Sezione stradale, con lunghezza della piattafiorma pavimentata m 10,5, con panchina
di 1,50. La galleria “Capo di Ponte” sarà
dotata di 6 piazzole per l’accesso alle vie di
fuga e la “Sellero” di una galleria finestra
naturale e di una centrale di ventilazione.
Sin dal primo istante della progettazione
è stato tenuto particolarmente d’occhio
l’impatto ambientale. Il cronoprogramma
previsto fissa il completamento dell’intera
opera in 1.220 giorni: se non vi saranno
L'ATR 220
ulteriori difficoltà, il tratto Nadro-Capo di
Ponte-Sellero-Berzo Demo dovrebbe essere
consegnato al traffico per dicembre 2012.
Costo complessivo dell’opera 191 milioni
di euro, Iva esclusa. Buone notizie anche
sul versante della ferrovia. Le “Ferrovie
Nord Milano” (ente gestore della strada
ferrata per ordine e conto del Pirellone)
hanno acquistato dalla società ferroviaria
polacca Pesa due modernissimi treni Atr
220, composti di tre carrozze della lunghezza di metri 55, che hanno una capienza
di 154 posti a sedere. Le vetture sono tutte
dotate di aria condizionata, motore Diesel,
possibilità di trasporto per disabili, particolare attrezzatura che informa automaticamente l’utente, tramite altoparlante, circa la
prossima stazione di arrivo. La commessa
va ad aggiungersi a quella prevista di 25
milioni di euro Regione e Provincia) per
l’acquisto di ulteriori otto nuovi treni. Il
tutto ha il preciso scopo di valorizzare la
ferrovia, non solo in favore dei pendolari,
ma anche per scopi turistici. Presso varie
stazioni si stanno poi mettendo a punto i
centri d’interscambio ferro-gomma.
ERMETE GIORGI
Storia
INTELLETTUALI
NAPOLEONICI CAMUNI
Sollecitato dal suo diretto superiore Brunetti, titolare della prefettura del Dipartimento del Serio, sedente in Bergamo, il 16
dicembre 1803 il vice prefetto del circondario di Breno Gerolamo Tadini Oldofredi
(Brescia 1774 - 1839) faceva girare tra uno
scelto gruppetto di “letterati” residenti nella
giurisdizione della Valle Camonica una circostanziata nota contenente le linee programmatiche del foglio di natura politica
intitolato “Il Giornale Italiano”. Il periodico
era in procinto di avviare le proprie pubblicazioni nella città di Milano (licenziato
dai torchi dello stabilimento tipografico del
“cittadino” Federico Agnelli), diretto dal
valente storico e patriota abruzzese Vincenzo Cuoco (1770 - 1823), in esilio nella
città meneghina, incaricato di stenderne le
linee portanti del progetto editoriale. Sotto
la sua guida il giornale fiancheggiò con
intelligenza l’attività del governo napoleonico, ospitando in seguito –in modo sempre più crescente- argomenti di contenuto
letterario. Nei propositi dei promotori era
destinato a diventare l’espressione ufficiale
dei corpi dirigenziali della Repubblica Italiana (e poi del Regno d’Italia, sorto nel
1805)1. La circolare diffusa dal Tadini Oldofredi informava come l’organo di stampa
fosse strutturato in quattro sezioni: novelle
politiche, statistica, arti e varietà.
Nella prima ripartizione “il giornalista si
1
Ritratto del Notaio
Candido Bonettini
propone di dare tutte le nuove del giorno
con la massima veracità, e sollecitudine,
non che gli atti officiali del Governo. Tutto
ciò che verte sulla popolazione, sulle finanze, sul commercio, in fine quanto si
riferisce alla descrizione fisica, e politica
delle nazioni, sarà l’oggetto della seconda.
Le arti che sono il più bel retaggio degli
italiani, le arti che avvicinano l’uomo alla
potenza creatrice, e che hanno cotanta relazione coll’economia e morale pubblica, sa-
Il giornale venne stampato dal gennaio 1804 al 31 dicembre 1815; al Cuoco successero nella direzione Giovanni
Gherardini e (dalla primavera del 1806) l’abate Guillon. Con l’insediamento del potere austriaco cessò le pubblicazioni,
sostituito dalla “Gazzetta di Milano”.
23
ranno sotto i loro diversi aspetti analizzate
nella terza parte. Onde rallegrare lo spirito
e ridonargli con utilità ed economia, quella
elasticità che viene rallentata nell’analisi
di oggetti complicati, si è opportunamente
pensato ad inserire la quarta parte sotto
il titolo di varietà. Il giornalista previene
che comunque quest’articolo si abbia in
mira di dilettare la mente, cionullameno i
diversi squarci che si avrà cura di riportare, avranno per oggetto la morale, e la
maggior parte saranno cavati dalla nostra
storia, riproducendone i tratti più istruttivi,
ed i nomi più illustri. Si è già fatto un gran
passo verso la pubblica istruzione, quando
si è convinto il popolo, che esso discende
da uomini che altre volte furono grandissimi, e per valore, e per prudenza, e per
virtù. Un siffatto giornale è destinato a far
conoscere al consumatore, all’artista, al negoziante, le derrate di cadaun circondario
dello Stato, le sue manifatture ed al Governo l’indole de’ suoi abitanti, la natura
del suolo, e le provvidenze che esiggono
per giugnere al migliore possibile stato di
prosperità”. Il vice prefetto chiariva come
le autorità rimanessero in calda attesa “che
anche i dotti di questo circondario forniscano al compilatore degli articoli sopra
qualunque soggetto giovevole alla pubblica
istruzione”2. L’elenco dei destinatari della
sollecitazione del pubblico funzionario
comprendeva una ventina di personalità,
esponenti di punta della vivace società camuna, costituita sia da una piccola nobiltà
che viveva di quanto avanzava di antiche
e già floride rendite terriere, sia da un ceto
borghese dedito agli affari, ai traffici di ferrarezza e ai commerci di pannine, tessuti
e granaglie. Da queste classi uscivano autorevoli professionisti (notai, agrimensori,
avvocati, medici, farmacisti), un tempo ag2
Storia
Incipit di componimento poetico
del notaio Tomaso Quartari
ganciati al potere della soppressa Comunità di Valle e all’epoca gravitanti attorno
alla nervatura burocratica del circondario
(organizzata negli uffici di vice prefettura,
pretura, ispettorati censuario, stradale e boschivo), nonché sacerdoti in cura d’anime
o dotati di beneficio laicale; era tutta gente
che si era formata con buoni studi condotti
in Valle, a Lovere, a Brescia e presso le
università di Padova, Bologna e Milano.
Ecco, di seguito, le brevi schede biografiche riguardanti i personaggi coinvolti
nell’iniziativa.
1. Cristoforo Leonardo Agostani (Capo
di Ponte 1754 – 27 agosto 1819). Figlio
del medico Giulio Ottavio (Capo di Ponte
1721 - 1784), si laureò anch’egli in medicina, esercitando la condotta di Cemmo.
Perfezionato in ostetricia, venne “riputato
eccellente” in tale branca e considerato lo
specialista più capace a livello valligiano.
Si adoperò nell’azione di contenimento
Archivio di Stato di Brescia, Atti della Val Camonica, b. 161.
Storia
24
Pastore aggregato all’Arcadia, scrisse alcune poesie, tra cui Nume adorato Virginal
Pudore e Uscite o Driadi dal cavo speco,
inserite nelle Rime per le nozze de’ nobilissimi Signori conte Rutilio Calini feudatario
di Pavone e contessa Paola Uggeri (1788).
Un suo ritratto giovanile è conservato in
casa Bonettini a Breno.
Incipit di componimento poetico
del Notaio Quartari
della grave epidemia di peste petecchiale
scoppiata nel 1817. Morì “di veleno, dicesi”.
2. Pietro Luigi Candido Bonettini (Malegno 1753 - 1821). Figlio dell’avvocato
Giovan Maffeo (Malegno 1711 – 1769).
Diplomato notaio grazie a tabellionato
conseguito l’11 dicembre 1783, venne
anche abilitato a rogare nelle cause civili;
in seno alla Comunità di Valle fu deputato
pubblico, calmedraro e nunzio. Caduto
l’antico regime, fu pro-presidente e presidente dell'Amministrazione Centrale del
Dipartimento d'Adda ed Oglio (con sede
a Morbegno, in Valtellina).
E’ autore dell’opuscolo Riflessioni sopra
la località della Valcamonica, presentato
nel 1798 al “Corpo legislativo” della Cisalpina al fine di ottenere una più appropriata
collocazione amministrativa della Valle
nell’ambito del comparto territoriale della
Repubblica, creato a tavolino da funzionari
centrali ignari delle più elementari cognizioni di storia e di geografia.
3. Luigi Maffeo Gaetano Calvi (Edolo 26
febbraio 1766 – 29 agosto 1833). Figlio
del medico Ignazio Pietro (Edolo 1724
– 1785). Ottenuta l’ordinazione al sacerdozio (che esercitò in patria), fu delegato
all’amministrazione dei beni nazionali per
la zona di Edolo (1802) e svolse l’incarico
di fabbricere della locale pieve (1822).
“Degnissimo sacerdote di tutta moralità”,
morì di tisi.
4. Ludovico Capoferri (Castro 14 febbraio
1752 - 18 marzo 1830). Figlio dell’imprenditore di ferro Bonaventura, aderì alla
Cisalpina e fu esponente di rilievo della
pubblica amministrazione durante l'epoca
napoleonica.
Membro della consulta di Lione (1802) e
del consiglio dipartimentale del Serio, studiò il nuovo piano di distrettualizzazione
della provincia bergamasca, a cui venne
aggregata nel 1801 la Valle Camonica.
Impegnato nell’attività mineraria e siderurgica, fece funzionare forni fusori a Castro
e a Cemmo; in Valle possedette miniere,
fucine e diritti di bosco. Pubblicò a Bergamo nel 1803 il saggio Memoria sulla
Valcamonica, contenente informazioni di
carattere geografico, storico, economico,
politico e sociale.
5. Francesco Cattaneo (Malonno 12 luglio
1751 - Edolo 19 giugno 1830).
Figlio di Domenico, abbracciò la vocazione sacerdotale; dal 1784 alla morte fu
25
Storia
Frontespizio di Opuscolo commemorativo di
Giovanni Antonio Corna
canonico -del titolo di Santa Caterina- nella
pieve di Santa Maria di Edolo. Venne anche
nominato nelle mansioni di sub-economo
ai benefici vacanti del distretto superiore,
incarico a cui rinunciò nel 1820.
“Valente naturalista” ed “uomo distinto per
i rari di lui talenti”, si impegnò nelle ricerche mineralogiche. Scoprì diversi filoni di
“galena, piriti, granate, ferro, marmi pregiati, rame, piombo”.
Nel 1803 rintracciò un banco di “ottimo
sale purgativo amaro come il sale d'Inghilterra”, un solfato di magnesia da allora
chiamato “sal Cattaneo”, estratto da una
cavità situata sul monte Carona, tra i comuni di Sellero e di Cedegolo. Collezionò
minerali e fossili che donò all'Ateneo di
Scienze, Lettere e Arti di Brescia, di cui
era “socio d'onore”.
Dedito ad allevare le api, fu “egregio coltivatore delle scienze naturali, indefesso studioso del suolo del proprio paese e pratico
assai nelle scienze naturali, valoroso e fortunato cooperatore d'ogni buono studio”.
6. Giovanni Antonio Corna (Pisogne
19 aprile 1774 - 14
novembre 1855).
Figlio di Pietro (Parzanica 1736 - Pisogne 1803), fu attivo
nei commerci, con
grosso emporio di
generi da pizzica- Segno di tabellionato del
gnolo, macelleria, ri- notaio Luigi Raimondi
vendita di cereali ed
alimentari. In seguito si impegnò nel settore
del ferro, comprando quote nelle miniere e
nelle compagnie dei forni di Pisogne. Durante la Repubblica Cisalpina (1801-1802)
fu presidente della municipalità distrettuale
avente sede a Pisogne.
Sindaco del paese dal 1808 al 1816, in
epoca austriaca fu per decenni deputato
municipale, membro della commissione
amministratrice della locale Congregazione
di carità, fabbriciere, presidente del consiglio comunale e del collegio-liceo “Don
Giacomo Mercanti”.
Promosse la costruzione, tra il 1828 e il
1850, della strada lacuale. Nel 1848 fu
tra i capi della guardia civica. Dispose un
notevole legato a beneficio del Pio Luogo
Elemosiniere di Pisogne “per la fondazione
di un ospitale pei poveri ammalati”.
Egli “si guadagnò la stima universale, curò
la pace e la concordia delle famiglie, fu devoto di Dio e de' poverelli, a tutti sapiente
e gratuito consigliere, stimato degno di sedere capo di provincia, ingegno robusto,
della storia specialmente degli ultimi tempi
eruditissimo”.
Il dotto don Pietro Zanardini (Pisogne 1811
– 1867) compose alcune Iscrizioni ne' solenni funerali del signor Giovanni Corna
celebrati nella chiesa parrocchiale di Pisogne il giorno 16 novembre 1855.
Storia
26
Figlio del Corna
fu don Giacomo
Maria (Pisogne
1827 – Brescia
1913), vescovo
della diocesi di
Brescia dal 1883
alla scomparsa.
7 . Va l e n t i n o
Camillo Dabeni
(Borno 9 marzo
1769 – Pian
di Borno 1848). Figlio del notaio Lodovico (Borno 1723 - 1776), compì i corsi
di studio elementari presso la scuola retta
dall’arciprete di Cividate don Giambattista
Guadagnini. Nel 1787 si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia dell’università
di Padova dove si laureò l’8 giugno 1791.
A lungo medico condotto in patria e interinale (nel 1814) ad Angolo, dal 1797 fu
giudice di pace del circondario di Borno,
rimanendo in carica durante il periodo napoleonico.
Amministratore (1803-1817) dei beni
della locale società degli antichi originari,
coltivò la musica, esercitandosi come organista presso la parrocchiale di Cividate.
Stabilitosi definitivamente con la famiglia
nella frazione di Pian di Borno, continuò
ad avere incarichi pubblici: primo deputato
e consigliere del comune, presidente della
congregazione di carità, fabbriciere della
cappellania Gheza (1812-1815), presidente
della Delegazione agli argini sul fiume
Oglio (con sede in Darfo) raggruppante
i proprietari da Pian di Borno a Pisogne
(1830). Venne tenuto in alta considerazione
per “il senno, il sentimento religioso, l’onestà dei costumi, l’amore alla fatica, la carità
coi poverelli, l’ospitalità sincera con tutti”,
doti ampiamente dimostrate in ogni occasione.
Segno di tabellionato
del notaio Girolamo Vielmi
Frontespizio di opuscolo commemorativo
del medico Pietro Antonio Gaioni
8. Giambattista Damioli di Pisogne. Imprenditore minerario e siderurgico, ebbe
rilevanti quote di partecipazione nel forno
vecchio di Pisogne.
9. Giovan Battista Favallini (Zoanno 5 febbraio 1777 – 1 aprile 1835). Figlio di Bonifacio, frequentò l’università di Padova;
laureatosi in medicina, fu assistente presso
la cattedra medica dell'università di Pavia.
In epoca austriaca esercitò la condotta di
Ponte di Legno.
10. Alessandro Fiorini (Gianico 28 ottobre
1750 - 17 agosto 1824). Figlio del medico
Zaccaria (Gianico 1707 - 1774). Ordinato
sacerdote, fu ecclesiastico “degnissimo”,
vivendo in casa sua senza accollarsi alcun
incarico pastorale. Nel 1802 venne nominato delegato governativo del ministro
27
Ritratto dell'Arciprete Giambattista Guadagnini
per il culto, con competenza sul distretto
di Darfo (per le parrocchie da Pisogne e
Rogno, fino a Erbanno), reggendo l’ufficio
per qualche anno.
11. Defendente Francesconi (nato a Bienno
il 5 settembre 1771).
Figlio del notaio Agostino (Bienno 1743 1820), fu anch’esso abilitato all’esercizio
della professione notarile con tabellionato
assegnato il 30 aprile 1792 e reso idoneo
a partecipare alle cause civili. Imbevuto
di idee illuministe, nel primo Ottocento si
trasferì a Rovato.
12. Pietro Antonio Maria Gaioni (Nadro
1746 – 28 aprile 1833). Figlio di Lorenzo
(Nadro 1710 – 1794).
Dopo gli studi di grammatica, compiuti
a Capo di Ponte presso don Santo Pennacchio, e quelli di umanità e di retorica
nell’accademia di don Guadagnini a Ci-
Storia
vidate, si consolidò nelle scienze frequentando il collegio dei gesuiti di Brescia.
Iscritto a medicina a Padova, fu allievo del
celebre professore di anatomia Giambattista Morgagni (1682 - 1771) e del filosofo
Giannalberto Colombo (1708 - 1777),
ottenendo nel 1764 il posto di “primario consigliere nel teatro anatomico” di
quell’ateneo, dove il 5 luglio 1763 aveva
conseguito la laurea in medicina e filosofia.
Medico condotto a Nadro e Ceto, fu protofisico (dal 1783) e sindaco (1781, 1787)
di Valle, nonché presidente della chiesa di
Nadro (1788).
Amante di speculazioni filosofiche e di
letteratura, compose alcuni sonetti, tra cui
quattro redatti nel 1800 e rimasti inediti:
Poiché di Benedetto a un novo figlio; Sciogliesi l’acre inverno al giovinetto; Roma,
odi ‘l novel gran Sacerdote; Il lieto augurio, e l’umile preghiera.
Il suo necrologio, a firma del direttore generale del Censo Antonio Balduzzi, comparve sulla “Gazzetta di Milano” del 15
giugno 1833; su di lui vedasi il volumetto
Memorie della vita e degli studj del protomedico dottore Pier-Antonio Gajoni di
Nadro in Valcamonica (Brescia 1834).
13. Giambattista Guadagnini (Esine 22 ottobre 1723 - Cividate 22 marzo 1807). Figlio dell’agrimensore Oberto (Esine 1688
- 1744).
Compiuti gli studi di grammatica e di retorica a Borno, presso il parroco del luogo
don Arcangelo Barcellandi (Borno 1709 –
1747), studiò filosofia a Lovere e teologia
a Brescia, plasmandosi sotto l'eccezionale
influsso intellettuale del vescovo cardinal
Angelo Maria Querini (Venezia 1680 –
Brescia 1755).
Ordinato sacerdote nel 1746, fu organista e maestro di scuola a Borno, Breno ed
Esine, nonchè titolare (1750-1760) della
Storia
28
cappellania esinese del Rosario. Dal 1760
alla morte fu arciprete di Cividate, disimpegnando per alcuni decenni anche l’incarico
di vicario foraneo. Predicatore instancabile,
autore di innumerevoli composizioni poetiche, continuò per tutta la vita a svolgere
l’attività di insegnante.
Esponente di spicco della corrente italiana
del movimento giansenista e finissimo studioso di scienze sacre, fu teologo dogmatico e morale, scrittore politico, agiografo,
storico, aritmetico, cronologo e calendarista, apologeta, biografo, paleografo, autore
di una sessantina di opere a stampa e di
oltre 270 inediti.
Tra l’altro, pubblicò: De antiqua paroeciarum origine (1782); Difficoltà sopra il
pio esercizio della Via Crucis (1786); Vita
(1790) e Apologia di Arnaldo da Brescia
(1790); Memorie de' Santi Confessori
di Cristo Costanzo ed Obizio di Niardo
(1791); Vita di Santa Giulia Vergine e Martire (1794); Del diritto della civil podestà
sul contratto del matrimonio (1797); Sul
celibato ecclesiastico (1798). Postumi uscirono: Confessarius cleri (1813); Ricerca
istorica in cui si mostra che in Valcamonica mai fu l'Ollio il confine del territorio
bergamasco (1857); Riflessioni sopra la
caduta del temporale principato del romano pontefice e della corte ecclesiastica
di Roma (1862). Sulla sua insigne figura:
F. CALDANI, Memoria sulla vita e sulle
opere di Giambattista Guadagnini, arciprete in Val Camonica (Padova 1808).
14. Gaetano Giuseppe Nicolini (Edolo 13
luglio 1758 - 29 novembre 1818). Figlio del
nobile Francesco Cristoforo (Edolo 1703 c.
- 1777). Sacerdote, amico del Guadagnini,
simpatizzò per le posizioni gianseniste.
Nel 1784 venne promosso rettore della
chiesa nobiliare di San Giovanni Battista
di Edolo, conservando il beneficio sino
alla morte, unitamente al chiericato di San
Martino della parrocchiale di Vezza. Nel
1786 brigò, invano, per ottenere la cattedra
di Sacra Scrittura presso l'ateneo di Pavia.
Nel settembre 1788 il suo nominativo
venne proposto –senza successo- dalle vicinie di Edolo e di Mù per la promozione
ad arciprete pievano di Edolo, poichè “dal
popolo si giudica abbia tutti quei requisiti
degni d'un parroco”.
Morì “dopo luonghissima e penosissima
malattia”, sopportata “con ammirabile
rassegnazione”.
15. Giacomo Martino Maria Panzerini
(Capo di Ponte 12 novembre 1775 – 7
luglio 1836). Figlio dell’imprenditore di
ferrarezze Giovanni Battista (Cedegolo
1740 c. – Capo di Ponte 1803). Sacerdote
e abate, fu delegato del ministro per il culto
al controllo dei benefici ecclesiastici della
zona di Cedegolo.
Diede vita con il fratello Nazaro (Capo di
Ponte 1787 - 1836) a una ditta nel settore
del ferro, espletando anche l’incarico di
procuratore dei mineranti di Cemmo e di
Cerveno.
Segno di tabellionato e sottoscrizione del Notaio Defendente Francesconi
29
16. Tomaso Quartari (Breno 6 gennaio
1735 – 15 novembre 1807). Figlio dello
speziale e musicista Giovanni (Breno 1689
– 1770). Studiò a Pavia e a Bologna, laureandosi in diritto civile e canonico. Svolse
in patria la professione notarile, avendo
ottenuto il tabellionato il 18 giugno 1756;
esaminatore dei notai camuni, fu sindaco
(l’ultimo della serie, nel 1797) e avvocato
(1796) di Valle.
Cultore di belle lettere e maestro di cappella, nel 1770 fondò in Breno l’Accademia detta degli Eccitati. Autore di “molti
consulti legali raccolti, ma non pubblicati”,
scrisse vari componimenti poetici (in massima parte rimasti allo stadio di inediti),
tra cui: Venite, o Grazie, venite, Amori, in
occasione della rappresentazione in Breno,
durante il carnevale del 1784, de “Il Giuseppe riconosciuto, e ‘l Gioas del Metastasio”; l’Idilio pastorale Me non vedesti
porgerti, dedicato al capitano di Valle conte
Cesare Martinengo Cesaresco (1784); Le
ninfe dell’Oglio. Idilio per le nozze de’ Nobili Signori Conte Rutilio Calini e Paola
Uggieri Nobili Bresciani seguite dopo la
metà d’aprile dell’anno 1787. Secondo il
vice prefetto di Breno Balduzzi, “il merito
del dottor Quartari in fatto di lettere, e massime delle antiche, è forse men conosciuto,
che non converrebbe.
Le sue poesie italiane sono di gusto molto
sodo, e vi spicca la purità della lingua”.
“Uomo di somma probità”, morì “preso
improvvisamente da uno scopio di sangue”.
17. Luigi Raimondi (Edolo 1761 - 1810).
Figlio di Fabio.
Ottenuto il diploma di notaio con tabellionato concesso il 22 novembre 1787, venne
abilitato ad aver parte nelle cause civili; fu
deputato, elezionario e stimadore della Comunità di Valle. Durante l’epoca napoleo-
Storia
nica divenne anziano del Comune e giudice
di pace a Edolo, nonchè pretore a Tirano,
in Valtellina.
18. Giannantonio Luigi Ronchi (Breno
12 giugno 1775 - 15 ottobre 1839). Figlio
dell’avvocato Andrea (Breno 1736 – Losine 1819).
Laureato in giurisprudenza a Padova nel
1796, membro della commissione dipartimentale di polizia e fiduciario del commissario straordinario ai confini con il Tirolo Francesco Gambara (1771 - 1848), fu
“acclamato” pretore di Breno (1801-1805)
e di Romano di Lombardia (1805-1807),
esattore distrettuale di Breno (1803), deputato alla consulta di Lione e componente
del consiglio generale dipartimentale del
Serio (1807).
Membro del collegio elettorale dei possidenti, nel 1807 divenne primo presidente
dell'Imperial Regia Alta Corte di giustizia
civile e criminale di Bergamo. Con la Restaurazione, rimase nella città orobica in
qualità di capo della giudicatura politica
fino all'estate 1818 quando venne trasferito
alle funzioni di consigliere del tribunale di
Brescia.
Iscritto alla loggia bergamasca della massoneria, durante l’età austriaca venne controllato come soggetto pericoloso per le
sue idee liberali da “antico repubblicano”,
mantenendosi tuttavia “esemplare nel suo
ministero ed incensurabile”. Morì di “stravaso sciroso”.
19. Giovan Battista Rosa (Breno 16 agosto
1770 – 21 ottobre 1845). Figlio del commerciante cremonese Giuseppe Antonio
(originario di Formigara, † Breno 1805).
Sacerdote, decorato con il titolo di abate,
durante il periodo napoleonico esercitò le
funzioni di delegato per i benefici ecclesiastici del distretto di Breno.
Storia
“D'abilità, e di sanità ferrea, mà quasi sempre in giro, absente dalla parrochia per il
suo impiego di Sub-Ecconomo, o per interessi d'altra natura”, tenne la carica di
responsabile dei benefici vacanti anche
durante l’epoca del Lombardo Veneto, fino
alla morte avvenuta per “idrotorace”.
20. Giacomo Luigi Simoni (Bienno 21
giugno 1761 - Bergamo 23 ottobre 1841).
Figlio di Orazio (Bienno 1715 – 1793),
compiuti gli studi a Bergamo, fu presidente dell'ospedale degli esposti di Malegno (1803), sindaco di Bienno (1811) e
deputato comunale (1832).
Possidente, “caldissimo amatore delle cose
patrie e forse il più ricco della Valle”, raffinato antiquario, si distinse nella raccolta
di testimonianze dell'antichità; acquistò in
Valle una notevole collezione di epigrafi e
di reperti dell'epoca romana che “immurò
nel giardino della bella casa di sua abitazione” in Bergamo, dove si era stabilito con
la famiglia. Nel 1847 i figli donarono le
lapidi al Museo Civico di quella città.
21. Giacomo Maria Sola (Saviore 12 settembre 1760 - Bienno 24 ottobre 1829).
Di famiglia dedita ai commerci, figlio di
Andrea, si laureò in medicina e chirurgia
a Padova il 4 maggio 1783; stabilitosi a
Bienno, tenne la locale condotta (unitamente a quella di Prestine).
Allievo ed amico di don Guadagnini, nel
1797 fu deputato presso l'assise della Repubblica Bresciana, interessandosi ad argomenti legati all'introduzione di riforme
legislative per regolamentare la materia
del matrimonio; la fedeltà alla Chiesa lo
consigliò di rimettere il mandato.
“Premuroso di veder difesa la cristiana religione”, nel 1798 ispirò al Guadagnini la
stesura del saggio Antidoto contro il pestifero libro del Ranza sopra la segreta con-
30
fessione (pubblicato a Cremona nel 1800),
redatto per contrastare le tesi contrarie alla
confessione sostenute dal giacobino piemontese Giovanni Antonio Ranza.
Commissario di sanità del distretto di
Breno nel 1801, nel 1817 diresse presso
l'ospedale degli esposti di Malegno l’infermeria aperta per la cura degli ammalati di
tifo petecchiale. Morì consumato da “longa
infermità”.
22. Antonio Maria Taglierini (Breno 3
febbraio 1743 – 16 febbraio 1813). Figlio
del notaio e cancelliere della Comunità di
Valle Pietro Giuseppe (Breno 1699 - 1748).
Conseguita la laurea in legge a Milano nel
1762, svolse la professione a Breno; fu sindaco (1779, 1785, 1792) e avvocato (1776,
1784, 1790, 1796) di Valle, nonché esaminatore nel collegio dei notai valligiani.
Durante la breve parentesi austriaca (aprile
1799 - metà anno 1800), funse da vicario
di Valle, con competenza nelle materie di
natura criminale. Morì di malattia “pleuritide”.
23. Girolamo Francesco Vielmi (Breno 17
febbraio 1744 - Artogne 12 maggio 1817).
Figlio del notaio e cancelliere di Valle Bartolomeo (Breno 1721 - 1767), laureato in
giurisprudenza a Milano nel 1762, esercitò
la professione notarile per la quale aveva
ottenuto il tabellionato il 14 aprile 1767.
Fu più volte sindaco generale (1785, 1787,
1793), avvocato (1788, 1791, 1794), deputato, esaminatore vitalizio dei notai,
elezionario, calmedraro e consigliere di
segreto della Comunità di Valle. Giudice,
commissario militare di truppe antifrancesi raccolte in Pisogne (1797), tra il 1797
ed il 1799 guidò le insorgenze filo venete
contro il dilagare della rivoluzione, reggendo pure le cariche di capitano e di vice
capitano di Valle (fino a metà dell’anno
31
Storia
1800). Costretto a fuggire in Trentino, rientrò quando le acque si furono calmate.
Sindaco di Artogne-Piano (1810), nel 1816
divenne capo di gabinetto della prima divisione della vice prefettura di Breno. Fu
anche deputato della Delegazione agli argini lungo l'Oglio esistenti da Pian Borno
a Pisogne, costituita per iniziativa del vice
prefetto di Breno nel 1813. Morì di febbre
petecchiale.
***
Il 20 maggio 1807, su indicazione del vice
prefetto di Breno Antonio Balduzzi, vennero segnalati al prefetto di Bergamo cavalier Curzio Frangipane per l’inserimento in
“una specie di repertorio de' letterati, dotti
ed artisti più distinti in ciascun ramo”, in
preparazione per iniziativa della Direzione
generale della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia3, i nominativi dei già citati dot-
tori Agostani e Quartari, con l’aggiunta di
quello del dottor Flaminio Antonio Gaetano
Luigi Griffi (Breno 21 aprile 1764 – 27 ottobre 1818). Questi, figlio dell’avvocato
Giovan Francesco (Breno 1732 - 1781),
immatricolato presso la facoltà di medicina
dell’università di Padova nel 1782, vi conseguì la laurea il 6 giugno 1787. Esercitò
la professione in patria, facendosi valere
in particolare nella cura delle affezioni petecchiali; fu, inoltre, delegato dell’ufficio
distrettuale per la libertà di stampa (1807).
Cultore di lettere, produsse alcune rime, tra
cui, nel 1809, Questa che per mia mano
umil ti porge e Questa vita mortal, che in
una, o in due. In occasione dei suoi funerali “si distribuì un componimento poetico,
quale giustamente si dovea al defonto per
le sue preggievoli qualità e in medicina,
e in musica, e in letteratura, e in onestà e
buon costume”.
Stemmi della Repubblica Cisalpina
3
Archivio di Stato di Brescia, Atti della Val Camonica, b. 161.
OLIVIERO FRANZONI
Personaggi e Tempi
SANTA IN UNA TERRA DI SANTI
Nel suo discorso mai letto, rivolto all’Università La Sapienza di Roma, papa Benedetto XVI affermava tra l’altro: “varie
cose dette da teologi nel corso della storia
o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false
dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo
stesso tempo è vero che la storia dei Santi,
la storia dell’umanesimo cresciuto sulla
base della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza
per la ragione pubblica”. La verità della
nostra fede cristiana, nel suo nucleo essenziale, viene dunque dimostrata dalla
storia dei Santi, il che è un altro modo
per dire quello che qualche anno fa aveva
sostenuto il bresciano mons. Enzo Giammancheri, con queste ulteriori espressioni:
“il più grande tesoro che la Chiesa porta
con sé e consegna al giro di boa del terzo
millennio, insieme con la Parola di Dio e
l’eucarestia, è la Santita dei suoi figli”.
A ben vedere, con entrambe queste importanti riflessioni, una rilevante responsabilità viene riversata su tutte le comunità
cristiane presenti in Val Camonica, impegnandoci a confrontarci seriamente con la
nostra storia contemporanea, impregnata
proprio di storie di Santi. In effetti è straordinariamente singolare la circostanza per
la quale una fitta serie di figure di Santi ha
veramente costellato la nostra valle specie
nel periodo ricompreso tra l’Ottocento e il
primo Novecento: Bartolomea Capitanio
e Vincenza Gerosa, Giovanni Scalvinoni
Santa Geltrude Comensoli
- Innocenzo da Berzo, Annunciata Asteria
Cocchetti, Giuseppe Tovini, Mosé Tovini,
e la biennese Caterina Geltrude Comensoli. Questo non può non indurci a meditare, attentamente, cercando di andare in
profondità nella nostra ricerca personale
e comunitaria.
Un motivo di più per assumerci questa responsabilità viene dalla circostanza gioiosa della canonizzazione proprio della
camuna Geltrude Comensoli, avvenuta il
26 aprile a Roma, insieme ad un altro bresciano, il sacerdote diocesano Arcangelo
Tadini, fondatore delle Suore Operaie della
Santa casa di Nazareth, a Botticino. Si
tratta di un evento straordinario anzitutto
33
Personaggi e Tempi
per Bienno, paese d’origine di Caterina,
ma più in generale per quella stessa Val
Camonica che abbiamo individuato come
terra di Santi nel XIX secolo. Vale dunque
la pena ripercorrere il profilo biografico
della nuova Santa, proprio per iniziare a
corrispondere alle importanti parole dalle
quali abbiamo preso le mosse.
Le origini a Bienno
Caterina Comensoli nasceva a Bienno,
il 18 gennaio 1847, alle nove di sera. Il
padre si chiamava Carlo e la madre Anna
Maria Milesi. Il giorno dopo, 19 gennaio,
riceveva il battesimo celebrato dal cugino
del papà, don Angelo Comensoli. La famiglia, come molte altre all’epoca, diventava
nel tempo assai numerosa, con ben dieci
figli - Caterina era la sesta - anche se solo
tre di questi giunsero alla maggiore età.
Particolarmente funesto fu l’anno 1860,
quando Caterina era tredicenne, perché
morirono a causa di un’epidemia di morbillo i fratellini Francesco a gennaio, Ippolita a febbraio e Maddalena a marzo.
Questi lutti privavano la famiglia del sostegno importante dei figli maschi, i soli
in grado di proseguire l’attività del padre
nella fucina. Nel frattempo la piccola
Caterina cresceva, sull’esempio dei suoi
genitori e all’interno della comunità parrocchiale di Bienno. Il padre era un uomo
semplice e di intensa orazione, così pure
la mamma. Quest’ultima era sempre apprensiva per via del carattere decisamente
vivace della bimba, la quale tuttavia capitava che la consolasse dicendole teneramente: “niente paura, vedrete quello che
io farò! lasciatemi giocare, sono ancora
piccola”. In quella fase seguiva i corsi
della scuola elementare minore in paese,
che consisteva in due classi che gli alunni
cominciavano a frequentare dai sei anni
La Santa al tavolo con il crocifisso
e fino all’apprendimento del programma
stabilito.
Caterina fin da questa età, già a cinque
anni, iniziava a vivere alcune esperienze
interiori che nel tempo si confermavano:
Gesù le faceva sentire dentro al cuore un
grande desiderio di amarlo intensamente,
ed insieme la ammaestrava su come doveva comportarsi per piacergli e potersi
quindi dedicare completamente e lui.
Iniziava in questo modo misterioso il suo
cammino vocazionale.
La vocazione religiosa
Gesù continuava ad istruirla e ad attrarla
in maniera irresistibile. Al punto che un
giorno, non potendo più resistere al desiderio di accostarsi all’eucarestia, non
avendo ancora l’età per ricevere il sacramento, decideva di farlo segretamente
pensando che Gesù non ne avrebbe avuto
Personaggi e Tempi
Incontro personale, prolungato con Gesù
a male. Una notte dunque si alzò molto
presto e al richiamo dell’Ave Maria entrò nella chiesina dell’oratorio di S. Carlo
officiata da don Paolo Simoni e vicina a
casa sua, dove era conservata l’eucarestia.
Ritta in piedi, poggiata sulla balaustra, il
sacerdote le dava la comunione, all’insaputa di tutti. Quella comunione furtiva si
rivelava un’emozione incredibile.
Nel corso del 1854 riceveva da mons.
Simoni la prima comunione, mentre già
da tempo si confessava con regolarità, di
solito il sabato ma se riusciva anche più
spesso. In generale sostava lungamente in
chiesa, davanti all’adorabile sacramento,
in una sorta di raccoglimento eucaristico.
Il 6 ottobre 1861 il vescovo di Brescia,
mons. Girolamo Verzeri, le impartiva il
sacramento della cresima a Bienno, insieme a tante ragazzi e ragazze della comunità. Nel contempo cresceva in lei il
34
desiderio di una regola di vita che fosse
contemplativa ma anche attiva, di essere
accolta quindi in un’altra famiglia più
grande, una famiglia religiosa. Anche per
questo nel 1863 stendeva con cura un programma di vita al fine di garantire alla sua
condotta un carattere inconfondibilmente
religioso, pure nella vita secolare. Ciò che
ad esempio colpiva le amiche erano la devozione ed il fervore veramente singolari
con cui si accostava alla comunione, e ad
essa seguiva immancabilmente un lungo
ringraziamento durante il quale rimaneva
assorta in una contemplazione così intensa
che nulla poteva distrarla. Anche per questo si confermava in lei l’intendimento di
avvicinarsi ad alcune esperienze di vita
religiosa che aveva avuto modo di conoscere. In questa prospettiva, tuttavia, incontrava anche la prevedibile opposizione
dei genitori che tendevano a rinviare la
decisione sino ai 21 anni.
Nel frattempo Caterina iniziava a frequentare Giovanna Rizzieri e Marianna Vertova, due figure esemplari di educatrici
che ebbero un’influenza non marginale
sui suoi orientamenti. Di conseguenza, a
soli quindici anni e mezzo e quindi superando le perplessità dei genitori, accedeva al noviziato delle Suore di carità di
Lovere, dove Bartolomea Capitanio il 21
novembre 1832 aveva dato avvio ad una
nuova congregazione religiosa, destinata
ad una amplissima espansione, le Suore di
Carità, dette di Maria Bambina. Tuttavia
una malattia grave costringeva Caterina
a lasciare Lovere già sei mesi dopo, per
fare ritorno a Bienno. La forzata uscita dal
convento di Lovere si rivelava per Caterina un’esperienza traumatica, che non
seppe affrontare con tutta la forza del suo
temperamento anche a causa della stessa
malattia che la tormentava per oltre un
35
Personaggi e Tempi
Il lavoro dei bambini
anno. Non appena rimessasi, riprendeva
comunque con rinnovato vigore uno stile
di vita nel quale la preghiera rappresentava l’impegno centrale e il momento più
alto della giornata. Specie durante l’adorazione eucaristica Caterina provava le
consolazioni che l’aiutavano a vivere con
maggiore serenità la cocente delusione
della momentanea rinuncia allo stato religioso.
Proseguendo comunque in un cammino
vocazionale inarrestabile, a vent’anni entrava a far parte della Compagnia di S.
Angela - ricostituita a Brescia dalle sorelle
Maddalena ed Elisabetta Girelli - per cui il
29 agosto 1867 avveniva la sua vestizione
seguita il 23 dicembre dalla professione,
adottandone dunque la regola di vita che
permetteva di soddisfare l’aspirazione alla
vita religiosa anche di molte giovani impossibilitate a lasciare la famiglia.
Da Chiari a S. Gervasio d’Adda, fino
a Bergamo
Poco dopo il 1870 la tranquillità della
famiglia Comensoli veniva duramente
scossa da un evento imprevedibile ed
inatteso. In seguito ad una grave malattia
del padre, colpito da una paralisi progressiva ed impossibilitato quindi a lavorare,
si venivano a trovare d’improvviso in
una difficile situazione economica. Per
dare un aiuto ai genitori Caterina decideva dunque di andare a lavorare come
domestica presso una famiglia benestante.
Grazie alle conoscenze maturate dentro la
Compagnia di S. Orsola, entrava allora in
contatto con la famiglia Rota, una delle
più prestigiose della cittadina di Chiari.
I Rota cercavano una giovane donna che
si occupasse delle faccende domestiche
e desse anche garanzie di sana condotta
morale e religiosa. Nei primi mesi del
Personaggi e Tempi
36
Preghiera in un asilo delle Madri Sacramentine
1873 la giovane Caterina Comensoli accettava l’offerta e si trasferiva a Chiari.
Nel palazzo dei Rota trovava un ambiente
molto sensibile dal punto di vista religioso
e aperto su vari fronti di apostolato. Tre
sorelle erano figure di spicco tra le Figlie
di Sant’Angela; due fratelli occupavano
posti di primo piano nel movimento cattolico bresciano, e di questa numerosa famiglia faceva parte anche don Giambattista
Rota, futuro vescovo di Lodi.
L’esperienza a Chiari durava poco più di
un anno. Infatti, per i rapporti di conoscenza che la sua famiglia intratteneva
con la famiglia Simoni di Bienno, Caterina si lasciava ben presto convincere dalla
madre ad accettare la proposta di lavoro,
come governante, offertole dalla sorella
della contessa Barbara Fé d’Ostiani, Ippolita Fé d’Ostiani, coniugata con il nobile
Gian Battista Vitali. Nell’estate del 1874
si trasferiva quindi a Milano e a San Gervasio d’Adda, in provincia di Bergamo,
le due residenze dei conti, dove avrebbe
vissuto per otto anni. I Vitali-Fé d’Ostiani
erano ricchi proprietari terrieri e si spostavano spesso da una residenza all’altra. Dovendo accompagnare i suoi padroni anche
per occuparsi dell’educazione del piccolo
Bartolomeo, Caterina aveva l’occasione di
migliorare la sua preparazione culturale e
di apprendere i modi garbati e aristocratici
dell’alta società; potè viaggiare e si reca
spesso a Milano, Brescia, Bergamo ed anche a Bienno. Queste esperienze e contatti
nel tempo le si riveleranno utili, anche se
la momento le rendono un poco difficile
conciliare il lavoro con il raccoglimento
e la preghiera.
A San Gervasio, più in particolare, conosceva, e si faceva personalmente promotrice, della Guardia d’onore, un’associazione nata al fine di promuovere il culto
al sacro cuore di Gesù, una devozione
alla quale resterò sempre legata anche
nella mia esperienza spirituale succes-
37
Personaggi e Tempi
Foto ricordo di un anno insieme
siva. Lo scopo della Guardia d’onore era
proprio la diffusione della devozione al
sacro cuore, sottolineando soprattutto la
volontà di riparare alle offese che Gesù
riceve dai peccatori, e di consolarlo per
le tante ingratitudini di cui è fatto oggetto. Da sempre devota al sacro cuore,
Caterina Comensoli trova nella Guardia
d’onore uno strumento prezioso per nutrire la propria interiorità e per dare una
formazione religiosa alle ragazze che la
frequentano. Anche la sua spiritualità eucaristica ne risulta arricchita, per lo stretto
rapporto esistente tra l’eucarestia, sacramento dell’amore divino, e il sacro cuore,
simbolo più alto di quell’amore.
Nel frattempo, tra il 1877 ed il 1879, morivano papà e mamma, mentre Caterina
intravedeva sempre più concretamente
la possibilità di realizzare il suo progetto
di vita religiosa con la fondazione di una
nuova congregazione autonoma, questa
volta nella città di Bergamo.
Il nuovo istituto religioso: una nuova
famiglia
Già negli anni della mia permanenza a
San Gervasio la giovane Caterina aveva
abbozzato un’idea di congregazione dedita all’adorazione perpetua dell’eucarestia. Si sentiva sempre più attratta dalla
vita contemplativa; si lamentava sempre
della mancanza di tempo per la preghiera
e desiderava ardentemente un clima di silenzioso raccoglimento. Nell’inverno del
1880, durante un pellegrinaggio a Roma,
aveva ottenuto un’udienza presso papa
Leone XIII, al quale aveva confidato il
suo progetto. Nella circostanza lo stesso
pontefice l’aveva incoraggiata, orientandola verso un’istituzione che si facesse
carico anche della difficile situazione sociale e religiosa in cui si trovava il nostro
mondo all’epoca, specie quello operaio e
dell’educazione.
Dovendo accompagnare spesso la signora
Ippolita Fé d’Ostiani presso la sorella
Personaggi e Tempi
Barbara, che dimorava a Bergamo, nella
parrocchia di S. Alessandro in Colonna,
Caterina incontrava casualmente don
Francesco Spinelli, un giovane sacerdote
pieno di entusiasmo. Dall’intesa iniziale
tra queste due anime nasceva, il 15 dicembre 1882, il nuovo istituto religioso, in una
modesta casa di via Cavette a Bergamo,
nella stessa parrocchia di S. Alessandro.
La comunità era di soli tre membri: Caterina, che prendeva il nome di Geltrude; la
sorella Bartolomea, che si chiamava suor
Maria addolorata; e Maria Panini, che assumeva il nome di suor Giuseppa dell’assunzione. Si trattava dunque di una nuova
piccola famiglia. Sin dal Primo abbozzo
manoscritto delle Costituzioni, steso tra
il 1884 e il 1885, confermato poi nella
Regola del 1899, suor Geltrude individuava nell’adorazione dell’eucarestia il
primo scopo della nuova congregazione,
inizialmente chiamata delle Suore Adoratrici, poi Suore Sacramentine. Voleva
che così si riconoscesse chiaramente che
la missione delle suore aveva la sua forza
motrice nell’incontro personale e prolungato con Gesù, contemplato, ascoltato,
gustato, quasi “toccato” nell’adorazione
quotidiana. Lì si attingeva davvero direttamente dalla carità divina l’amore
per servire i fratelli. Senza questa sosta
quotidiana si rischiava invece di agire in
modo vuoto e infecondo. Tuttavia questo
non bastava. L’eucarestia, fonte di carità,
doveva spingere le Sacramentine a servire
i poveri. Ed ecco il secondo obiettivo del
nuovo istituto. Tra i più bisognosi iniziavamo ad individuare alcune categorie
sociali poco tutelate, come le ragazze e
le donne povere, in particolare le domestiche, molto numerose, spesso vittime di
sfruttamenti e soprusi, ma anche le giovani operaie, le orfane ed in generale le
38
generazioni bisognose di educazione e
di assistenza nella giovane età. Il nuovo
istituto, accolto con favore dal clero e
dall’opinione pubblica, conosceva un rapido sviluppo: opere e vocazioni avevano
una crescita straordinaria.
Tuttavia questi inizi brillanti si scontrano
abbastanza presto con complesse difficoltà, inerenti all’attività intrapresa in uno
stabilimento di cui si era acquisita la proprietà per renderne più efficace la gestione
secondo le finalità della congregazione.
Un’intricata situazione economica in poco
tempo portava l’istituto a un irrimediabile
dissesto finanziario. All’inizio del 1889 il
Tribunale di Bergamo giungeva a dichiarare il fallimento dell’istituto stesso.
La casa madre di via Cavette veniva messa
all’asta, e le suore trovavano alloggio altrove, anche se dovevano comunque abbandonare Bergamo, trasferendosi nella
diocesi di Lodi. Qui madre Geltrude incontrava nuovamente, ottenendone accoglienza, consiglio e la sua alta protezione,
il vescovo Giambattista Rota. Nel 1891,
dunque, la sede di Lavagna (in comune di
Comazzo, Lodi) veniva designata come
nuova casa madre della congregazione,
che riprendeva il suo cammino di crescita virtuosa guidata dalla provvidenza,
che le consentiva anche di rientrare in
possesso della abitazione bergamasca di
via Cavette, dove ritornava a stabilirsi la
direzione ed il cuore dell’istituto a partire dal marzo del 1892. In effetti il rapido incremento numerico delle suore, la
fondazione di nuove sedi tra Lombardia e
Veneto, il correlato consolidamento finanziario della congregazione permettevano
l’ampliamento dell’istituto in maniera
inarrestabile, sino alla scomparsa di madre Geltrude Comensoli avvenuta sempre
a Bergamo, il 18 febbraio 1903.
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orfnotrofi
pensionati, collegi, seminari
opere parrocchiali
cucine economiche
scuola, asilo, istruzione privata
convitti operai
cieche
filande
domestiche
opere assistenziali promosse dalle Sacramentine fino alla scomparsa della fondatrice:
riformatorio
La carità
Come noto, la finalità caritativa-assistenziale era caratteristica comune delle
numerose congregazioni religiose che
sorgevano tra XIX e X secolo, e questo
riguardava anche le Suore Sacramentine
di Bergamo fondate da madre Geltrude
Comensoli. In tal modo anche questo
nuovo istituto esprimeva e testimoniava
la sensibilità della Chiesa nei confronti
delle necessità sociali. In particolare nel
tardo XIX secolo il brusco passaggio dal
mondo contadino e artigianale al contesto cittadino e industriale comportava un
peggioramento delle condizioni di vita dei
ceti più deboli, come i bambini e i ragazzi,
le donne, gli operai e i malati, categorie
spesso prive di ogni tutela. La coscienza
civile non teneva il passo di queste trasformazioni, e lo Stato non era in grado
di contenerne gli effetti negativi, per cui si
provvedeva con molta difficoltà e ritardo
a un’equa regolazione dei diritti sociali.
In questo autentico vuoto della politica,
la Chiesa considerava proprio dovere
l’assistenza agli infermi, ai poveri, ai ragazzi. In questa prospettiva, il campo di
apostolato proposto da madre Geltrude
Comensoli alle sue suore abbracciava
una vasta gamma di opere: dall’ospitalità
a domestiche e cieche alla gestione di cucine economiche, dalle scuole agli asili,
dai convitti operai alla presenza negli orfanotrofi femminili, fino all’umile servizio di cucina e guardaroba dei seminari e
nei collegi. Madre Geltrude comprendeva,
infatti, che l’educazione della gioventù era
un elemento poliedrico ed essenziale in
ogni tempo per cui spendersi totalmente,
un’autentica missione, non meno necessaria di quella che altri intraprendevano
andando a evangelizzare in terre lontane.
Ecco comunque rappresentato il quadro delle
Personaggi e Tempi
attività caritative svolte dalle Suore Sacramentine 1882-1903
Per quanto concerneva in particolare i
convitti per operaie, queste erano le case
aperte negli anni del generalato di madre
Geltrude Comensoli:
Data
Località
Ditta
apertura
casa
1885
Bergamo,
Borgo S. Caterina
Filanda Monzini
1887
Alzano Superiore - Bg Filanda Frizzoni
1890
Campagnola - Bg
Setificio Agostino
Lurani
1891
Melzo - Mi
Setificio Pio
ed Egidio Gavazzi
1899
Alzano Maggiore - Bg Setificio Franzi
1901
Rho - Mi
Setificio Colleoni
e Bossi
1901
Parabiago - Mi
Setificio
Paolo Castelnovo
1902
Seregno - Mi
Cotonificio Giuseppe
Ronzoni
Personaggi e Tempi
L’istituto delle Sacramentine cresceva
dunque, estendendosi geograficamente
oltre che accogliendo sempre nuove vocazioni, diffondendo in tal modo il carisma della fondatrice, un carisma poggiato
sulle radici forti di una profonda ed intensa vita di preghiera.
Il paradiso in terra: la spiritualità eucaristica
Oh bontà del mio Gesù! Egli di quando
in quando mi faceva sentire la sua voce e
le interne parole di vita.
L’orazione ed il Santissimo Sacramento
d’amore formavano il mio paradiso in
terra.
Gesù Cristo abita in mezzo a noi, per esserci accanto sempre pronto ad aiutarci.
L’amore lo tiene prigioniero in un’ostia,
nascosto giorno e notte nel santo tabernacolo, Egli tiene le sue delizie nella luce
inaccessibile del Padre eppure trova delizie lo stare con gli uomini.
Come si evidenziava nei suoi scritti più
intimi, madre Geltrude Comensoli era rapita dal mistero di un Dio che nell’eucarestia si annienta per rimanere presente e
accompagnare il cammino di ogni uomo.
Già dalle annotazioni spirituali stese la
sera del suo ingresso in convento, emergeva con chiarezza il senso che madre
Geltrude attribuiva all’adorazione eucaristica: essa era un modo per rendere gloria a Dio, per riconoscerlo come il Tutto
della vita, il Re dell’universo, il “Centro
di tutti i cuori”, come recitano le litanie
del Sacro Cuore, a lei tanto care e così
spesso pregate e raccomandate.
La spiritualità eucaristica di madre Comensoli cresceva dentro una sensibilità
che sottolineava lo stretto legame tra il
40
mistero dell’incarnazione del figlio di
Dio e la sua presenza reale nel SS. Sacramento. Anzi, l’eucarestia era il compimento della presenza divina che accompagnava Israele.
Caterina viveva il suo rapporto con Gesù
al modo di un’esperienza mistica, cioè di
una conoscenza amorosa.
Questa relazione la portava a riconoscere
Gesù come il suo Signore, come il centro,
il significato, la ragion d’essere, il bene
supremo, la gioia, lo scopo della sua
vita. La sua sequela di Gesù diventava
adesione appassionata alla sua persona:
per lei credere significava gioire con Lui,
pensare Lui, pregarlo volentieri, desiderarlo con trepidazione, accogliere in piena
disponibilità le sue parole, essere pronta
a percepire ogni suo cenno e fare interamente la sua volontà.
Questo legame con Cristo non era soltanto assenso intellettuale; era anche slancio del cuore. Gesù non era un’idea, né
un concetto metafisico, né un programma
d’azione sociale; non era soltanto un personaggio storico che appartiene al passato, ma era persona viva.
Quello per Gesù eucarestia era dunque un
amore totale, esigente, che non ammetteva mezze misure.
Dagli scritti, e soprattutto dalle vicende
biografiche di madre Comensoli, emergeva una sequela di Gesù caratterizzata
da una volontà risoluta, non pervasa solamente da vaghi desideri.
Ella dimostrava sempre una volontà ferma
e tenace in questo senso, pronta ad affrontare qualsiasi prova pur di rispondere alla
chiamata che la vuole conforme a Gesù.
Per Caterina Geltrude Comensoli adorare Gesù, “tenergli compagnia”, alzare
41
lo sguardo verso di lui e invocarlo, voleva
dire riconoscerlo presente, vicino, accessibile; significava scoprire il suo amore
preveniente, porsi in relazione con lui che
desidera la nostra compagnia molto più di
quanto noi desideriamo la sua.
Nell’adorazione eucaristica stabiliva con
Gesù un rapporto di amore, di fiducioso
abbandono e di unione intima.
Lì percepiva che Dio non abita in cieli
lontani ma si fa incredibilmente vicino,
sempre disposto ad ascoltare chi si rivolge a Lui.
La certezza di questa presenza e la possibilità di incontrarlo come e quando vuole,
erano per lei motivo di grande gioia, le
davano sicurezza nell’affrontare i gravosi
impegni, perché sapeva di avere Gesù accanto a sé, nella propria casa.
Ma l’obiettivo finale era quello di estendere a tutti la passione per Gesù e per il
suo messaggio d’amore rivolto all’uomo
di ogni tempo.
Da qui il motto delle Sacramentine:
“Gesù, amarti e farti amare”. Un motto
ancora oggi vissuto dalle sue figlie nella
fede, le oltre ottocento Suore Sacramentine di Bergamo sparse in tutto il
mondo.
La santità e noi
Il discorso sulla santità - bisogna essere
onesti - si conferma estremamente impegnativo nel nostro tempo, anche laddove
venga mediato dal confronto con figure
concrete, a noi vicine nelle origini, addirittura figlie della nostra stessa terra.
Tuttavia si tratta di un discorso necessario, come ci ha raccomandato papa Giovanni Paolo II nella lettera Novo millennio ineunte: “non esito a dire che la pro-
Personaggi e Tempi
spettiva in cui deve porsi tutto il cammino
pastorale è quella della santità.
Occorre riscoprire, in tutto il suo valore
programmatico, il capitolo V della costituzione dogmatica del Concilio Vaticano
II sulla Chiesa Lumen gentium, dedicato
alla vocazione universale alla santità.
Sarebbe un controsenso accontentarsi di
una vita mediocre, vissuta all’insegna di
un’etica minimalistica e di una religiosità
superficiale.
E’ ora di riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria”.
Accogliamo tutti insieme, da soli e come
comunità, questa sfida decisiva, partendo
proprio dalla storia dei nostri Santi: Santi
dell’educazione popolare, Santi della vita
di tutti i giorni, Santi sociali e aperti al
mondo, Santi della preghiera.
Bibliografia minima
Per chi desiderasse approfondire il percorso biografico e spirituale di questa importante figura religiosa, non si dimentichi che negli ultimi anni alcuni preziosi
studi sono stati pubblicati, basti pensare
al profilo biografico redatto da Goffredo
Zanchi, Geltrude Comensoli.
“L’abbandono in Colui che tutto può”
1847-1903 (Glossa Milano 2005), mentre
per quanto concerne l’ambito strettamente
umano e spirituale si può consultare oggi
anche la monografia di Ezio Bolis, “Gesù,
amarti a fari amare”.
L’esperienza spirituale della beata
Geltrude Comensoli (Glossa, Milano
2007).
CATERINA BETTONI, ADA MICHELI
PER L'ASSOCIAZIONE SIMONI FÉ DI BIENNO
Personaggi e Tempi
42
LA SINTESI DEL CARISMA NEL LOGO
DELLA CANONIZZAZIONE
Il logo
Il logo ha la funzione di esprimere, per così
dire, «il tutto nel frammento». Quello ideato e
realizzato da Valter Dadda in occasione della
canonizzazione di madre Comensoli, risponde
pienamente a questo compito: consente di individuare, in modo stilizzato e sintetico, ma assai
efficace e immediato, il nucleo essenziale della
spiritualità di madre Geltrude. Proponiamo qualche breve suggerimento che aiuti ad apprezzare
e a valorizzare meglio questo simbolo, comprendendolo nel contesto del suo originale orizzonte
spirituale.
La grande C
La C è la lettera iniziale
del nome di battesimo,
Caterina, e del cognome,
Comensoli: essa rinvia
alle radici della sua esistenza, a quel germe di
santità che è nato grazie
ai suoi genitori, nella sua
famiglia; è cresciuto e si
è sviluppato in seno alla
comunità parrocchiale di
Bienno, dove ha ricevuto
il Battesimo, ha mosso i
primi passi di quel cammino che è poi giunto
alla pienezza esemplare
riconosciuta nella canonizzazione.
I colori viola e giallooro
Il logo utilizza due colori
complementari, viola
e giallo. La grande C è
viola, colore ottenuto
dalla mescolanza del
rosso con l’azzurro, rispettivamente il colore
della vita e quello del cielo. Da questa combinazione scaturisce il significato tipico che fin
dall’antichità è stato attribuito al viola: richiamando il passaggio dalla vita all’eternità, esso
è il colore tradizionale della mistica e della
spiritualità. Ispira un atteggiamento meditativo
e austero, tanto che in ambito liturgico viene associato allo spirito penitenziale. In alcuni quadri
molto antichi che raffigurano la Passione, il Cristo indossa una tunica violacea, quasi a suggerire
il sangue del sacrificio consumato sulla Croce.
Le linee che tratteggiano l’Ostia e la Croce sono
invece giallo-oro, il colore caldo del sole, della
divinità, della luce splendente, della gioia piena.
Di questo colore sono, per esempio, le aureole
dei Santi, a indicare la loro piena partecipazione
della vita divina.
La colomba
Nella parte sinistra il logo disegna il profilo sfumato di una colomba, di cui si notano chiaramente il becco e la grande ala, sovrapposta alla
C. Il simbolo della colomba ricorre spesso nella
Bibbia per designare lo
Spirito Santo, come al
battesimo di Gesù nel
Giordano, quando lo
Spirito scese su di lui
proprio in forma di colomba. Con il suo tubare
senza sosta, la colomba
suggerisce lo Spirito di
Dio, che da sempre canta
all’uomo il suo amore,
in attesa di risposta. Lo
dice bene san Paolo, per
il quale il gemito della
colomba esprime l’attesa e il desiderio: «Lo
Spirito stesso intercede
per noi con gemiti inesprimibili» (Rom 8,26).
Elevata e sostenuta
dalle «ali» dello Spirito, madre Comensoli
ha potuto realizzare in
modo esemplare la sua
vita e giungere alla santità. La colomba appare
anche nel Cantico dei Cantici, come simbolo
dell’Amata, di Israele. In questo senso, essa
ricorre più volte anche negli scritti di madre
Comensoli che cita il versetto del Cantico dove
l’amato invoca l’amata e le propone un’intimità
totale: «O mia colomba, che stai nelle fenditure
della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami
il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la
tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro» (Ct
43
2,14). La colomba, cioè la sposa del Cantico, è
il modello che le suore devono contemplare e
imitare: «Gesù sta aspettando ansiosamente nel
forame della pietra le sue dilette spose… Egli è
già in cappellina nel santo Tabernacolo che sta
spiando chi è destinata ad andarci» (Lettera a
suor Concetta Pasini, del 20.02.1894).
Nella colomba la tradizione cristiana vede poi
un chiaro riferimento alla verginità consacrata.
Anche madre Comensoli fa proprio questo simbolo di fedeltà, di mitezza e di pudore: «Quanto
ama Gesù la purezza del cuore! O Sposa di Gesù,
cerca di essere severa con te quando si tratta di
offendere minimamente la perfezione del tuo
stato. La più piccola mancanza spiace tanto al
tuo Signore che ti vorrebbe unire a Lui come
Colomba» (Esortazioni e ricordi n. 41).
La Croce
Sulla destra del logo svetta la Croce, «nuda»,
essenziale. Essa è un elemento fondamentale
nella vita e nella spiritualità di madre Comensoli, come lei stessa confida: «Voglio farmi
santa, divenire una fedele immagine del Crocifisso, mio Bene» (Note intime del 05.10.1897).
La Croce esprime l’amore ostinato di Dio che
vuole donarsi all’uomo e che, anche di fronte al
rifiuto, accetta di lasciarsi ferire e uccidere, pur
di rimanere fedele.
La Croce è simbolo dell’amore «folle», smisurato, con il quale Dio ci ama oltre ogni ragionevole misura umana. Tale pensiero domina
l’esperienza spirituale di madre Geltrude. Ella
dichiara spesso di voler essere solidale con Gesù,
l’«Amatore crocifisso», seguendolo fino a condividere il destino della Croce «nuda»: «Con la
grazia di Dio neppur io sto distaccata dalla croce
alla quale mi sento strettamente legata, e quivi
rimango quieta contro tutti gli assalti diabolici.
In mezzo all’ineffabile patire adesso ho trovato
questo secreto di gettarmi come morta ai piedi
della croce nuda, la croce nuda […].
Mi si presenta di nuovo, sempre così chiaramente
come la vedessi con gli occhi, la croce nuda – mi
prostro in spirito e l’abbraccio – m’abbandono
come un corpo morto e trovo il riposo, la pace,
la quiete e così tiro innanzi» (Lettera a padre
Rodolfi, del 09.08.1894).
Il pane spezzato
La grande ostia spezzata, al centro del logo, rinvia immediatamente a Gesù-Eucaristia, celebrato
e adorato nel SS.mo Sacramento dell’altare, che
si fa cibo nel cammino della vita. Siamo al punto
più tipico della spiritualità di madre Comensoli,
Personaggi e Tempi
quello che caratterizza anche il nome della sua
famiglia religiosa.
Questa centralità è sottolineata fin dal suo ingresso in Convento: quella sera, davanti a Gesù,
ella manifesta così il suo proposito: «Non ho
di mira che la vostra gloria… farvi adorare nel
SS.mo Sacramento […]. Soffrirò di cuore tutti i
tormenti purché vi veda esposto all’adorazione
di tante anime che altro non cercano che Voi»
(Note intime del 15.12.1882). Nell’adorazione
eucaristica madre Geltrude stabilisce con Gesù
un rapporto di amore, di fiducioso abbandono
e di unione intima. Lì, percepisce che Dio non
abita in cieli lontani ma si fa incredibilmente vicino, sempre disposto ad ascoltare chi si rivolge
a Lui. Ponendosi in adorazione, «faccia a faccia» con Gesù Sacramentato, si lascia plasmare
da Lui, dai suoi tratti, dalle sue virtù, dalla sua
carità: sviluppa un’esistenza eucaristica! L’adorazione, che precede e continua la celebrazione
eucaristica, diventa una vera e propria «scuola
di carità», dove si impara ad amare come ama
Gesù: le Suore sono invitate a «imitare la vita
eucaristica del divin Salvatore Gesù, con l’amore
alla immolazione, al nascondimento e alla umiliazione» (Primo abbozzo delle Costituzioni). A
una superiora raccomanda: «Accostati a Gesù,
vai spesso innanzi al s. Tabernacolo, e digli che
ti conceda quell’amabilità, dolcezza e umiltà di
cui è ripieno il suo amante cuore» (Lettera a una
superiora, del 27.10.1902).
La maternità
La linea dolce e avvolgente formata dalla C sembra suggerire il profilo di una madre chinata sul
proprio bimbo. Richiama così un tratto essenziale di madre Comensoli, il suo atteggiamento
materno. Tutti le riconoscono infatti le qualità di
una vera «mamma»; lei stessa esorta le superiore
a svolgere il loro ufficio in modo materno: «Fa’
che amino in te non la superiora, ma la mamma,
di’ loro sempre una buona parola perché possano aver confidenza» (Lettera a suor Teodolinda
Colombo del 29.10.1895). Tiene contatti stretti
con le suore, si preoccupa della loro salute, delle
condizioni in cui abitano e lavorano.
È attenta a ciascuna ma predilige i soggetti dal
temperamento più difficile.
Sa cogliere ogni occasione per motivare e stimolare; interviene con discrezione e franchezza
per consigliare, ammonire e correggere; però,
sa anche consolare e incoraggiare con grande
dolcezza.
DON EZIO BOLIS
“AIUTA LA COMUNITA' A CRESCERE”:
LA REALTÀ DELLA FONDAZIONE
DELLA COMUNITÀ BRESCIANA ONLUS
Istituzioni
Nell’ultimo ventennio i flussi della filantropia, intesa in senso lato, hanno acquistato una notevole rilevanza economica
in tutti i paesi sviluppati, non solo per le
risorse finanziarie mobilitate e per l’occupazione creata, ma anche per le funzioni
svolte. Significativa in tal senso appare
l’iniziativa che Fondazione Cariplo in
questi anni ha promosso attraverso la
costituzione, in particolare nell’ambito
lombardo, delle "Fondazioni territoriali".
In riferimento alla nostra provincia, nel
proseguo, verranno approfonditi gli scopi
e l’attività svolta dalla Fondazione della
Comunità Bresciana Onlus.
1. Cariplo e le Fondazioni territoriali
La Fondazione Cariplo rappresenta la continuazione storica della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde istituita a
Milano il 12 giugno 1823.
Sin dagli inizi, la Cassa di Risparmio ha
operato al servizio dell’economia del territorio e ha sostenuto la crescita sociale e
culturale della comunità lombarda, conformando la propria attività ai principi di
autorganizzazione e di sussidiarietà.
Formalmente la Fondazione Cariplo è nata
nel dicembre 1991 in seguito al processo
di ristrutturazione del sistema creditizio
italiano dettato dalla legge Amato-Carli e
finalizzato ad avviare un ampio processo
di razionalizzazione e di privatizzazione.
Le Fondazioni sorte da questo processo
avevano come missione istituzionale
quella di proseguire nell’attività filantropica di beneficenza svolta fino ad allora
Gli uffici di via Gramsci 17, presso l'Università degli
Studi di Brescia.
dalle Casse.
Nel 1999 la Fondazione Cariplo decise di
promuovere la costituzione di Fondazioni
delle Comunità Locali nei territori in cui
essa aveva tradizionalmente operato, al
fine di perseguire in modo più efficace ed
efficiente i propri fini statutari e di favorire la crescita di una forte società civile
permettendone una concreta e reale attuazione dei principi di sussidiarietà.
Le Fondazioni delle Comunità Locali sono
oggi considerate uno degli strumenti più
moderni della filantropia. Esse infatti permettono di dare concretezza ai principi di
solidarietà e responsabilità civile di specifiche realtà territoriali. Nate negli Stati
Uniti nei primi anni del 1900, queste or-
45
ganizzazioni si sono diffuse rapidamente
anche in Europa e si sono evolute sino a
diventare un punto di riferimento per la
comunità. Fondazione Cariplo, da sempre impegnata in progetti di solidarietà,
si è ispirata al modello di “Community
Foundation” americano dando vita anche
in Italia alle Fondazioni delle Comunità
Locali, con l’obiettivo di favorire attraverso organismi territoriali autonomi, una
più efficace destinazione delle risorse.
Le Fondazioni territoriali, attraverso strutture autonome e profondamente radicate
nel territorio, permettono il raggiungimento di quegli obiettivi di efficacia operativa e di trasparenza che Fondazione
Cariplo si è posta prioritariamente.
L'obiettivo di costituire alcune Fondazioni
delle Comunità Locali è oggi pienamente
realizzato: 14 sono le Fondazioni che operano a livello provinciale in Lombardia e
nei territori di Novara e Verbania.
2. La Fondazione della Comunità Bresciana Onlus
Per Brescia e provincia si è costituita il 21
dicembre 2001 la Fondazione della Comunità Bresciana – Onlus, con l’obiettivo di
migliorare il livello di benessere integrale
della collettività bresciana e di valorizzare
il territorio della provincia.
Fondazione di diritto privato, riconosciuta
dalla Regione Lombardia, essa non ha
scopo di lucro e persegue esclusivamente
fini di solidarietà sociale promuovendo
lo sviluppo civile, culturale, sociale, ambientale ed economico della comunità, sostenendo coloro che, attraverso una reale
progettualità, forniscono concrete risposte
ai bisogni del territorio.
A tal fine la Fondazione opera finanziando
progetti ed iniziative particolarmente nei
settori dell’assistenza sociale e sanitaria,
della cultura, dell’istruzione e formazione,
Istituzioni
dell’imprenditoria sociale, della solidarietà
internazionale, della tutela e valorizzazione delle cose di interesse artistico, della
natura e dell’ambiente, della ricerca scientifica, e in generale sostenendo iniziative
volte a migliorare la qualità della vita ed
il rafforzamento dei legami solidaristici
e di responsabilità sociale fra tutti coloro
che vivono e operano nel territorio della
Provincia di Brescia. La Fondazione, con
sede a Brescia, in via Gramsci n° 17:
a) promuove la raccolta diretta o indiretta
di fondi da erogare - unitamente alle rendite derivanti dalla gestione del patrimonio - a favore di progetti ed iniziative di
cui alle suindicate finalità;
b) collabora con altri enti privati o pubblici
impegnati in iniziative di erogazione a favore di soggetti del territorio bresciano;
c) promuove e sostiene iniziative volte
a creare, in varie forme, stabili fondi di
dotazione destinati agli stessi suoi fini, relativamente a specifiche aree territoriali
della provincia;
d) promuove e attua ogni forma di stabile
collaborazione e integrazione con tutti i
progetti di organizzazioni non lucrative
che operano per la crescita civile, culturale e sociale della comunità bresciana.
La Fondazione, operando di fatto dal gennaio 2002, ha contato su un patrimonio
iniziale di 5 milioni di Euro fornito dalla
Fondazione Cariplo, che si è impegnata
a garantire un ulteriore identico apporto
a patto che sul territorio venisse raccolta
una somma analoga (mediante donazioni)
entro 10 anni dalla costituzione della Fondazione comunitaria. Nel 2007 tale traguardo è stato raggiunto, grazie alle generose donazioni raccolte tra i bresciani,
con ben 4 anni di anticipo, permettendo
all’istituzione di disporre oggi di un patrimonio netto di circa 16,5 milioni di
Euro.
Istituzioni
La Fondazione, oggi presieduta dal Dott.
Giacomo Gnutti, appartiene all'intera comunità bresciana ed è indipendente da
ogni interesse particolare; rappresenta un
patrimonio permanente a beneficio della
comunità della provincia di Brescia e garantisce che le risorse raccolte verranno
perpetuamente utilizzate per il fine per il
quale sono state donate; essa distribuisce
i propri contributi con la massima trasparenza, controllando che i beneficiari li
utilizzino come stabilito.
“Aiuta la comunità a crescere” è il motto
della Fondazione, individuato dalla semplice lettura degli scopi che la stessa persegue con il proprio operare. L’attività
della Fondazione non si esaurisce però
nell’opera di finanziamento di progetti
attraverso l’erogazione di risorse economiche, frutto del patrimonio di cui la
stessa dispone. Essa infatti, ha tra le proprie finalità primarie quelle di sollecitare
la generosità di soggetti privati che, con
donazioni o con la costituzione di fondi,
possono fare della Fondazione uno strumento per operare filantropicamente sul
territorio bresciano.
Il motto sopracitato esprime dunque anche
un’esortazione, un invito alla generosità
che la Fondazione rivolge a tutti coloro
che sul territorio bresciano abbiano a
cuore il tessuto sociale, l’assistenza sanitaria, l’arte, la cultura, l’ambiente e l’istruzione.
Nell’arco di pochi anni l’istituzione ha ottenuto formidabili risultati sul territorio,
dimostrando una grande capacità di promuovere la cultura del dono: dalle origini
e fino alla data del 31/12/2008 infatti sono
stati donati al patrimonio della Fondazione
circa Euro 16,5 milioni (comprensivi di
Euro 10 milioni ricevuti da Fondazione
Cariplo).
I fondi erogati dalla Fondazione nello
46
stesso arco temporale (e che sono indipendenti dal patrimonio suaccennato)
sono stati complessivamente pari ad Euro
17,7 milioni.
Nel corso del 2008 la Fondazione ha reso
disponibili contributi sull’intera provincia
per complessivi euro 3.601.525.
Maggiori informazioni sono ricavabili
consultando il sito internet all'indirizzo:
www.fondazionebresciana.org.
3. Fondazione al servizio dei donatori
Scopo della Fondazione della Comunità
Bresciana Onlus è, fra gli altri, quello di
promuovere le donazioni. In particolare
la Fondazione può aiutare il donante nella
costituzione di un fondo, sia esso permanente o temporaneo, o in alternativa, nel
finanziamento di specifiche iniziative.
Partendo dagli ideali, dalle disponibilità
e dalle necessità del donatore, ma anche
dalle sue caratteristiche soggettive (persona, impresa, ente) la Fondazione può
proporre un ventaglio di soluzioni, così
da permettere a chi dona di conseguire i
propri scopi e di vivere pienamente il piacere del dono.
Attraverso la costituzione di un fondo il
donante può gestire e dare continuità, anche in via permanente, alla propria attività filantropica. Si tratta di un’alternativa
estremamente efficace alla costituzione di
una nuova fondazione. E' infatti possibile
scegliere se donare:
• ad uno specifico progetto fra quelli già
selezionati dalla Fondazione;
• ad uno dei fondi che sono già stati
costituiti;
• alla Fondazione per costituire un nuovo
fondo che prenderà il nome e avrà le
finalità che il donante vorrà stabilire
all'atto di donazione;
• alla Fondazione per la realizzazione
delle proprie finalità statutarie.
47
E' anche possibile scegliere se il proprio
contributo dovrà essere destinato alla
costituzione di un patrimonio i cui frutti
siano perennemente destinati al finanziamento di attività d'utilità sociale o se invece potrà essere utilizzato fin da subito
per la realizzazione di progetti o di altre
iniziative.
La Fondazione comunitaria può offrire ai
donatori i seguenti benefici:
a) Semplicità di costituzione: ogni fondo
potrà essere costituito con atto pubblico o con semplice scrittura privata,
a seconda dell’entità, attraverso una
donazione, o per testamento.
b) Benefici fiscali a favore dei donatori:
le donazioni fatte alla Fondazione
della Comunità Bresciana comportano vantaggi fiscali. Per le imprese le
erogazioni liberali sono deducibili dal
reddito complessivo nel limite del 10%
del reddito e comunque nella misura
massima di 70.000 Euro annui (o in alternativa nel limite del 2% del reddito
e nella misura massima di Euro 2.065).
Le donazioni fatte alla Fondazione da
qualsiasi cittadino privato, permettono
di ottenere una detrazione d’imposta
Irpef pari al 19% su un ammontare
massimo erogato di Euro 2.065 (o in
alternativa le donazioni sono deducibili dal reddito complessivo nel limite del 10% del reddito e comunque
nella misura massima di Euro 70.000
annui). Per usufruire dei benefici fiscali, occorre effettuare i versamenti
mediante bonifici bancari, versamenti
presso gli uffici postali, o con carte di
debito, di credito e prepagate, assegni
bancari e circolari, conservandone la
relativa ricevuta.
c) Trasparenza: la Fondazione è impegnata a dare la massima trasparenza al
proprio operato, informando costante-
Istituzioni
mente e con mezzi appropriati la comunità bresciana circa il proprio modo
di operare, gli obiettivi, la destinazione
dei fondi ed i risultati raggiunti.
4. Fondo territoriale per la Valle Camonica
Presso la Fondazione, come già accennato, sono già stati costituiti numerosi
fondi, ciascuno con nome, finalità e modalità operative proprie.
Tra di essi è di recente formazione il
Fondo Territoriale per la Vallecamonica,
costituito in seno alla Fondazione in data
31 maggio 2007, e promosso dalla Comunità Montana di Valle Camonica, dalla
Banca di Valle Camonica SpA, dal Sol.
Co Camunia e dalla Fondazione Camunitas. Agli enti promotori si è aggiunto nel
giugno 2008 il Rotary Club Lovere Iseo
Breno.
Il Fondo si compone di 2 sezioni:
- la Sezione patrimoniale, in cui le risorse
vengono capitalizzate ed incrementano la
dotazione iniziale del Fondo (oggi ammontante a nominali Euro 90.000);
- la Sezione corrente, ove le risorse sono
invece destinate al finanziamento di iniziative indicate dalla Commissione di gestione del Fondo e deliberate dal Consiglio
di amministrazione della Fondazione.
Il Fondo Territoriale per la Vallecamonica
ha lo scopo di sostenere iniziative di utilità sociale che promuovano lo sviluppo
civile, culturale, sociale, economico e di
tutela ambientale nel territorio della Valle
Camonica promuovendo la cultura del
dono presso i diversi soggetti pubblici
e privati del territorio. Il Fondo intende
quindi, di intesa con la Fondazione della
Comunità Bresciana, sollecitare quanti
possano apportare risorse ad un disegno
comune di crescita sociale culturale, civile ed ambientale del territorio della Valle
Camonica.
Istituzioni
48
I primi due Fondi Territoriali presso la Fondazione della Comunità Bresciana.
Fondo Terme di Sirmione Manfredo di Collalto e Fondo Territoriale per la Valle Camonica.
Dopo un primo bando pubblicato nel
2007, nella seconda metà del 2008, anche
su iniziativa degli enti promotori il Fondo,
la Fondazione ha attivato un “Bando raccolta a patrimonio”, uno strumento nuovo
e sperimentale (anche se già utilizzato con
successo da altre fondazioni comunitarie)
che richiede la partecipazione dei beneficiari dell’erogazione, chiamati a coinvolgere concretamente la comunità locale per
raccogliere direttamente le donazioni che
finanzieranno in parte i progetti.
E’ ben chiara in questa iniziativa la funzione di intermediario etico svolto dalla
Fondazione, affiancandosi ai veri e propri attori che sono, oltre ai partecipanti al
Fondo, gli enti che presentano progetti e
tutte le persone fisiche e giuridiche che
danno il loro contributo.
Il bando ha messo a disposizione della
comunità valligiana risorse per Euro
100.000, per la metà di fornite dalla Fondazione e per l’altra metà apportate, in
varia misura, dagli Enti partecipanti al
Fondo.
I richiedenti hanno potuto presentare i loro
progetti (di importo non superiore a euro
25.000) nei settori dell’assistenza sociale,
socio sanitaria, della tutela e della valoriz-
zazione del patrimonio artistico, storico
e ambientale, delle iniziative culturali e
dell’istruzione. Il contributo massimo erogabile su ogni progetto è stato di 7.500
Euro, non potendo coprire più del 50%
dei costi. La Fondazione ha selezionato
recentemente i progetti ritenuti migliori e
che dimostravano di aver raccolto donazioni (a favore della Fondazione) pari al
20% del contributo erogato; tali donazioni
costituiranno un incremento della sezione
patrimoniale del Fondo territoriale per la
Valle Camonica. L’iniziativa del Fondo
territoriale e del bando raccolta a patrimonio, che hanno interessato la Valle Camonica, replicano dunque a livello locale
quanto Fondazione Cariplo ha fatto e fa
nei riguardi delle fondazioni comunitarie
da essa generate. infine, un dato economico: dalla sua costituzione e fino alla
fine del 2008, la Fondazione della Comunità Bresciana Onlus ha erogato contributi a favore di enti operanti sul territorio
camuno per complessivi Euro 1.360.836
pari all’ 11% del totale erogato sull' intera
Provincia.
VAIFRO CALVETTI
Letture
ASCOLTA... PICCOLO UOMO
E’ la sua terza pubblicazione. Raccoglie
oltre un centinaio di brevi scritti, stesi
quasi a mo’ di diario e scrupolosamente
datati, nutriti di riflessioni, confidenze,
confessioni, stati d’animo i più diversi.
Francesco Abondio, oggi settantenne, ex
dipendente delle Acque di Boario, è nato
e vive a Darfo con la famiglia e qui conserva gli affetti più cari.
Nel 2001 la Tipolitografia Quetti di Artogne stampava il suo “diario poetico” intitolato “Oi de la Valcamonica”; qualche
anno dopo pubblicava “Nostalgia” per
arrivare, alla fine del 2008, a quelle che
ha voluto indicare come riflessioni di un
settantenne e che in copertina portano il
titolo di “ Ascolta…piccolo uomo”.
In genere si tratta di spunti dettati da una
vigile introspezione, dalla voglia di capire
il mondo, di spiegare il senso della vita e
gli accadimenti che ci toccano giorno dopo
giorno, soprattutto quando le circostanze
si caricano di sofferenza, di malattia, di
struggente ricordo di ciò che era e che ora
non è più. Ed è stata proprio la malattia
invalidante a spingere Francesco Abondio a mettere mano alla penna. Nelle sue
note, nelle sue poesie, nei suoi spunti di
riflessione emergono i ricordi più intimi,
le gioie e i dolori, lo stupore incantato e la
delusione temperata dai sentimenti e dagli
affetti. E allora se è vero che “la notte non
finisce mai per chi non dorme”, se capita
qualche mattina di “alzarsi col magone”,
se attorno si colgono i segni snervanti
dell’indifferenza, è pur vero che il libro
resta “un amico che non delude mai”.
Francesco Abondio
Dalla lettura alla scrittura il passo a volte
è breve. E quando riaffiora costantemente,
ora dopo ora, la visione dolorosa della vita
e il senso della precarietà, l’unico appiglio restano i buoni sentimenti e le cose
belle fatte dal Creatore. E così emergono
su tutto, come richiamo struggente, i canti
alpini e le montagne della Valcamonica.
Sono tre volumetti che, pur nelle loro dimesse pretese, fanno bene all’intelligenza
e al cuore. Sono da leggere con calma,
assaporandone i dettagli e gli stimoli alla
riflessione. Si capisce che pensieri ed
emozioni sono frutto di esperienze vissute
e spesso sofferte.
Sono le pubblicazioni di un uomo semplice che lotta da dieci anni con coraggio
contro il Parkinson.
FRANCESCO ABONDIO, Ascolta piccolo uomo, Quetti Artogne, 2009
GIAN MARIO MARTINAZZOLI
Letture
GIORGIO GAIONI
Il gruppo Alpini di Angolo Terme ha recentemente edito un volume-ricordo di
Giorgio Gaioni (1926-1998) che reca
il titolo “Sul Cappello” (Tip. Camuna,
Breno) Padre di famiglia, insegnante,
scrittore, poeta, uomo politico, Alpino, il
Nostro lasciò in Valcamonica ampia traccia di sé. Il curatore della pubblicazione,
Giuliano Ganassi, in sede di prefazione
scrive: “Il volume dedicato a Gaioni intende essere una canzone corale, dove più
voci si fondono per cantare le qualità di
questo grande personaggio.
Una canzone alla buona come quelle che
il maestro Giorgio non disdegnava di cantare insieme agli amici durante una gita in
montagna, o nel corso di una delle tante
ricorrenze alpine che lo hanno visto tra i
protagonisti.
Alla buona sì, ma comunque capace di
muovere sentimenti, fare affiorare ricordi,
portare a riflettere su alcuni valori irrinunciabili”.
Ecco che così, accanto a contributi di
molti amici che ricordano l’uomo, appaiono stralci di suoi scritti, tratti dalla molte
cose di cui l’uomo di lettere si occupò:
fiabe, racconti, “bòte”, poesie, discorsi,
riflessioni sul dialetto camuno, preghiere,
ecc., ecc.
Ed a proposito di orazioni, è celebre quella
brevissima, scritta per Giovanni Paolo II,
in occasione della sua venuta sulla Lobbia
Alta, il 16 luglio 1988 (XXV Pellegrinaggio in Adamello): “Signore, che tutti gli
Alpini rimangano fedeli alle loro tradizioni di bontà, onestà, coraggio e coerenza
La copertina del volume “Sul Cappello”
e siano sempre uomini forti e credenti che
si prodigano per costruzione della civiltà
dell’amore”.
Si faceva dianzi cenno alle testimonianze
scritte di molti: oltre al sindaco di Angolo, Mario Maisetti, Sira Borboni, don
Franco Corbelli, Vera Zappia, Angelo Bettoni, Ferruccio Minelli, Gianni De Giuli,
Eugenio Fontana, Adriano Sigala, Nicola
Stivala, Paola Abondio. Ma, per tornare
alle pagine firmate dal defunto e presenti
nel volume, sempre Ganassi sostiene:
“Non potevano mancare poi gli scritti del
51
maestro Giorgio, alcuni articoli e racconti
pescati tra la sterminata produzione letteraria, con l’attenzione di trovare qualcosa
di inedito, o di poco conosciuto per dare
testimonianza della sua vena narrativa. In
particolare ci si è avvalsi della preziosa
collaborazione tra lo scrittore ed il giornalino parrocchiale di Angolo Terme che ha
avuto l’onore di presentare in anteprima
una quarantina dei suoi racconti.
Ed a nome della comunità religiosa angolese s’è espresso il parroco di allora, don
Franco Corbelli (oggi monsignore arciprete di Breno): “Oso parlare a nome della
comunità di Angolo che il prof. Gaioni ha
amato e servito con amore: come giovane
insegnante ed educatore dei piccoli nella
scuola elementare; come animatore, rifondatore e strenuo sostenitore del gruppo
Alpini e di ogni attività da questo promossa in loco e fuori; come scrittore: con
la penna di Gaioni il nostro “Angolo” è
G. Ganassi, Sul Cappello, Tipografia Camuna, Breno, 2009
Letture
diventato oggetto e soggetto di letteratura,
provinciale solo per la diffusione dei testi
e non certo per la qualità della parola”.
Una particolare parte dell’opera, ed esattamente il III capitolo, è dedicata all’uomo
di cultura. Qui Eugenio Fontana testimonia: “Pochi come te, Giorgio, possono
uscire dalla vicenda di questo mondo con
la certezza, la consolazione ed il premio
di non lasciare nemici, perché tua grande
forza morale e spirituale fu la tua serenità,
il tuo candore: canto della mente che ti
poneva in ascolto delle montagne nel momento in cui si spalancano all’aurora, o si
nascondono nel tramonto. Hai conosciuto
l’ingratitudine, l’ingiustizia e la sconfitta,
senza mai smarrire o offuscare la limpidezza, la luminosità della tua anima, senza
voler essere un inutile eroe, per rimanere
fedele alla tua umanità.
ERMETE GIORGI
Letture
150 ANNI DELLE TERME
Con la prefazione di Michela Vielmi e
ponendo in appendice un saggio di Renato Conti su ‘Una civiltà dell’acqua.
La Valcamonica, le Terme di Boario e lo
stile Liberty’, è offerto ai cultori di storia e
delle tradizioni, ma anche a quanti amano
il proprio territorio sia come memoria e
traccia del tempo sia come attualità e lo
vogliono custodire e migliorare per il futuro, un volume che mancava per un’esegesi valutativa dei 150 anni delle Terme,
compiuta da G. Franco Comella.
Nella prefazione dell’architetto Michela
Vielmi, cui molto si deve per la spettacolare rinascita delle Terme, c’è la chiave
di lettura del volume: lampi di prosa e di
immagini che permettono in fase conclusiva una composizione vitale ed essenziale, partendo dalla landa acquitrinosa e
fissando l’interesse nell’excursus storico.
Del saggio di Conti viene sottolineata la
naturale equazione fra acqua e civiltà,
come simbolo di ben-essere fisico e relazionale. Così in prefazione.
Il pesante compito di Comella, storico
camuno dalla straordinaria capacità, di
rendere fonte di emozione quanto scrive
e noi si legge, parte ab imis, frazionando
il tempo in 21 argomenti.
Boario, area urbana, ha una vita quasi tutta
novecentesca.
I primi decenni sono fondamentali per le
Terme: nel 1905 nasce la Società Termale
Casino Boario; nel 1913 ecco il prodigio
del nuovo colonnato ad esedra sormontato
dalla cupola circolare opera dell’architetto
svizzero Americo Marazzi.
Seguono momenti alterni, dai conflitti
mondiali alla ricostruzione postbellica
che riporta vitalità operativa; si conia lo
slogan ‘Boario fegato centenario’.
Comella detta la data di nascita del termalismo di Boario: il primo giugno 1858
apre il nuovo stabilimento e Gaetano Federici di Gorzone ne è il fondatore.
Comella si sofferma, poi, sui momenti
della Belle époque; ricorda il Teatro Igea;
accenna al Grand Hotel des Thermes che
la nuova proprietà vuole riportare agli antichi fasti; ripresenta i primi alberghi.
53
Un capitolo particolare è dedicato al Marazzi; questo argomento sta molto a cuore
allo storico gianichese, che ne aveva già
parlato assieme a Paola Macario nel n . 5
del gennaio 2006 della rivista ‘Il postale’
(quaderni di cultura e politica del lago
d’Iseo, della Franciacorta e della Valle
Camonica).
Tra i ricordi, ancora, l’arrivo del tramway
e del treno, la vaghezza oggi perduta dei
paeselli d’intorno.
Importanti pagine sono dedicate alle sorgenti: l’Antica Fonte, la Fonte Sacco o
Silia, la Fonte Igea, la Fonte Fausta. Ci
sono accenni all’idrologia medica, alle
cartoline umoristiche a tema, alle foto ricordo degli anni 30. Gli ultimi passaggi
riguardano l’architettura razionalista e
i momenti della rinascita, partendo dal
1948 fra nuovi alberghi e nuove attività
commerciali.
Letture
La seconda parte del libro è affidata a
Renato Conti, autore di spiccata globalità
culturale che passa dall’acqua come mito
nel tempo a mezzo benefico di oggi, in
una mantenuta atmosfera di sacralità. L’attenzione allo stile Liberty-floreale precede
il rilievo al manifesto pubblicitario (e qui
Conti cita Toulouse Lautrec e Jules Chéret), nel quale dominano il paesaggio, le
figure femminili, la mitologia.
Le ultime pagine sono dedicate al Parco e
alla collina sacra di Luine.
L’impaginazione del libro è di Claudio
Vanoli, mentre la Cittadina, azienda grafica di Gianico, cura fotolito e stampa.
Le illustrazioni di pertinente interesse storico sono numerosissime e danno un tocco
di eccellenza alla pubblicazione.
SEBASTIANO PAPALE
G. Franco Comella, C’era una volta Casino Boario, Cenni di storia e vecchie immagini, a cura di TERME di BOARIO, 2008.
Letture
CONVENTI NELLA LOMBARDIA ALPINA
La pubblicazione conclude la serie di volumi che la Banca di Valle Camonica ha
dedicato negli ultimi anni al ciclo L’alta
Lombardia nel Medioevo mediante l’illustrazione - sotto i diversi profili storici e
artistici - della presenza e dell’evoluzione
di monasteri, pievi, castelli, dimore signorili e conventi, analizzati in particolar
modo in un’ottica di sviluppo del vasto
territorio che si estende tra i laghi d’Iseo e
di Como. Al ricercatore camuno Oliviero
Franzoni il compito di curare tale volume,
con particolare riferimento ai conventi
della Valle; a Piergiovanni Damiani è affidato il territorio del lago di Como e ad
Elisa Gusmeroli, l’area alpina valtellinese.
Negli ultimi secoli del medioevo si diffusero in maniera massiccia ordini religiosi
noti come “ mendicanti”, i cui componenti
vivevano di elemosine, del personale lavoro manuale e della pratica della predicazione itinerante. Più tardi, lungo la Valle
Camonica, si avvicendarono gli Umiliati,
i benedettini, i frati Francescani, tutti accomunati dalla fiduciosa ricerca di Dio e
dal netto rifiuto nei confronti della violenta società dell’epoca. Tutti questi fatti
contingenti rappresentarono l’humus per
la diffusione di tanti eremiti sul territorio,
che conducevano una vita ritirata in luoghi
appartati, cui seguì la creazione di alcuni
ospizi, nati dall’esigenza di fornire asilo
d’urgenza dei frati. Così come Brescia
all’indomani del concilio di Trento vide
la diffusione di Ordini quali i Gesuiti, Teatini e Somaschi, così il territorio camuno
si caratterizzò per la diffusione di una rete
La copertina: Eremo dei Santi Pietro e Paolo,
Madonna con il bambino, affresco sec. XV
di cappellanie, confraternite ed istituti laicali e si dovette attendere l’Ottocento per
assistere al rinvigorimento dei Conventi
dei Cappuccini a Borno e a Lovere e due
monasteri di Clarisse, mentre sorgeva sui
ruderi del cenobio francescano la casa di
spiritualità, l’Eremo dei Santi Pietro e Paolo. Gli aderenti ad alcune confraternite
fondate nel XII Secolo in Lombardia, noti
come Umiliati, per la pratica dell’umiltà
come imitazione della vita di Cristo avevano insediamenti a Cemmo ed a Esine.
I Francescani, improntati sull’assoluta
povertà vivevano di elemosina, tra preghiera ed apostolato, inizialmente noti
come “Conventuali”, termine con il quale
55
si soleva indicare tutti coloro che appartenevano ai frati minori, si divisero successivamente in Osservanti, Riformati e Cappuccini, per poi essere riuniti nel 1897. Tra
i diversi conventi presenti sul nostro territorio, richiama l’attenzione la particolare
storia che ha caratterizzato il Convento
di San Pietro di Bienno (oggi Eremo dei
Santi Pietro e Paolo), fondato negli anni
1228 – 1230 ad opera di Sant’Antonio di
Padova. Dopo l’avvicendamento di Frati
Minori e Conventuali, gli edifici rimasti
deserti, affidati alla sorveglianza del canonico della pieve di Cividate, necessitavano
di sostegni finanziari per la celebrazione
delle messe. Grazie a lasciti più o meno cospicui, inizialmente fu possibile edificare
solo il campanile della chiesa. In seguito,
quando le entrate si fecero più consistenti,
si realizzarono le manutenzioni straordinarie. La custodia della chiesa, la celebrazione delle funzioni e la conservazione
della suppellettile sacra vennero affidate
all’arciprete di Cividate don Gianbattista
Guadagnino. Nel contempo il complesso
fu venduto nel 1770 alla deputazione della
Comunità di Valle Camonica con l’intento
di trasformarlo in un collegio con scuole
pubbliche, sezione staccata del seminario
diocesano di Lovere. Il progetto non andò
a buon fine per mancanza di fondi e cattiva volontà politica e in breve tempo fu
sottoposto a spoliazioni e ad atti di vandalismo e dopo diversi passaggi di proprietari, nel 1961 i fratelli Morandini disposero
la donazione del terreno ex conventuale
a favore della fondazione “Alma Tovini
Domus”, affinché venisse eretta una casa
di esercizi spirituali. La casa rappresentò
l’omaggio spirituale offerto dalla Diocesi
Letture
Eremo dei Santi Pietro e Paolo, vista aerea
al papa Bresciano Paolo VI ed è per questo
motivo che all’antico nome di San Pietro
fu affiancato quello di San Paolo. Nella
primavera del 1966 l’Eremo ha intrapreso
la propria ricca e variegata attività, a tutti
ben nota, ricevendo in occasione della benedizione del compimento delle opere un
messaggio da papa Giovanni Paolo II con
il quale riconosceva all’iniziativa il merito
di aver recuperato a vita nuova un centro di
fede e di preghiera, posto in posizione incantevole, riportando quel luogo benedetto
alla sua primitiva destinazione, quella di
irradiare negli animi la luce del Vangelo e
i valori supremi della fede cristiana, sorgente inesauribile di gioia e pace.
LUISA BULFERETTI
O. FRANZONI, (a cura di) Conventi nella Lombardia alpina, Tipografia Camuna, Breno, 2008, Copyright Ubi-Banca
di Vallecamonica
Testimonianze
I CENTO ANNI DI MATTEO RE
Un secolo di vita raggiunto il 18 dicembre
2008, cent’anni portati con energia fisica e
lucidità di pensiero invidiabili: è il traguardo
raggiunto da Matteo Re, padre del cardinale
Giovanni Battista, Prefetto della Congregazione per i Vescovi. Un secolo di vita compiuto nell’assoluta ordinarietà delle cose di
sempre. Matteo Re, infatti, a dispetto della
sua veneranda età, ha conservato lo stile
semplice, sobrio e laborioso che ha caratterizzato il lungo corso della sua esistenza.
Ancora adesso, tutti i giorni lavorativi,
dopo la messa mattutina nella parrocchiale
di Borno e dopo la prima colazione scende
nella falegnameria e si dedica alla sua attività di sempre, la stessa che gli ha permesso
in passato di mantenere la numerosa famiglia composta di sette figli. E proprio qui a
Borno trascorre i suoi giorni, seguito da vicino (anche se conserva un’incredibile autonomia) dai figli Franca e Giuseppe che sono
rimasti in casa. E’ stato un piacere incontrarlo il giorno prima del compleanno nella
sua bottega mentre, da solo, stava piallando
le piccole ante di un mobile destinato alla
nuova casa di famiglia di Croce di Salven,
pochi chilometri fuori paese, in direzione
della Val di Scalve. “E’ l’unico mio divertimento, è l’unica possibilità che ho di far
passare il tempo” ci ha spiegato con arguzia. E intanto il ragionamento fila con perfetta lucidità, ricorda fatti ed episodi lontani
ma anche vicini, non gli manca lo spirito
di osservazione, sale con speditezza una
stretta scala a chiocciola che porta ai piani
superiori della casa, non accetta di essere
troppo protetto e tanto meno vuole essere
compatito, a dispetto di quei cent’anni che
ha la certezza di avere raggiunto e superato.
Inevitabilmente gioie, sofferenze e fatiche si
sommano. Tra le tante cose belle ricorda “la
prima messa di don Giovan Battista e poi
Matteo Re
la creazione a cardinale, le belle giornate
passate a Roma”. E dire che in quest’ultima
occasione papà Matteo aveva già 93 anni.
La voce gli si affievolisce quando ricorda
la moglie Antonietta, morta già da ventidue
anni. Alla fine della conversazione, con un
po’ di insistenza, riusciamo a farci dare la
ricetta… di così lunga vita. “ Bisogna evitare i vizi - dice - perché quelli portano alla
morte prima del tempo”. Una sentenza che
sembra essere la sigla di un’intera vita vissuta con semplicità ma anche con intensità,
sempre sorretta da una fede robusta.
GIAN MARIO MARTINAZZOLI
LETTERE
DALL’EREMO
È IN INTERNET AL SITO:
www.eremodibienno.it
(pubblicazioni)
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n° 67 anno XXIV - Eremo dei Santi Pietro e Paolo