«Le radici della scienza
si alimentano nel suolo della vita umana.
Colui al quale la buona fortuna
ha permesso di cooperare
all’erezione dell’edificio della scienza
troverà la sua soddisfazione e intima felicità
nella coscienza di aver esplorato l’esplorabile
e di aver venerato silenziosamente l’inesplorabile».
(da MAX PLANCK, La conoscenza del mondo fisico)
La vita del nostro Liceo si è aperta quest’anno all’insegna dello scambio
con l’Hans-Furler-Gymnasium di Oberkirch e si è snodata attraverso un
alternarsi virtuoso del dipanarsi nella quotidianità dei percorsi disciplinari
e dello sviluppo di un progetto culturale d’Istituto che ha conosciuto
momenti di grande intensità, che in questo annuario conclusivo vengono
puntualmente documentati.
“Spalancare la ragione” ha così assunto i connotati di un’apertura delle
aule scolastiche agli spazi dove la cultura si fa evento e storia, attraverso
gli incontri, le visite ai luoghi d’arte e di scienza, ma anche, e in maniera
privilegiata, aprirsi ad una prospettiva di ricerca e di rielaborazione
personale che sospinga i giovani a non fermarsi all’acquisizione “dovuta”
di contenuti, ma a lanciarsi alla ricerca di nessi, di nuove angolature, di
una riappropriazione personale e critica del percorso proposto.
Si sono colti i frutti evidenti di questo stimolo nella creatività dei laboratori
dell’Open Day, dallo spazio dedicato al rapporto fra “Matematica e
musica” ai Promessi Sposi messi alla prova nel “Processo alla Monaca di
Monza”, dalla ricreazione della “Stanza di Policrate”, dove Pitagora fu
fulminato dalla sua geniale intuizione, alla rivisitazione del Simposio
platonico e nel sorprendente strutturarsi, sotto la guida del prof. Mariani, di
quella piccola compagnia teatrale che ha fatto reagire, in un lavoro di cui
gli studenti sono stati protagonisti assoluti, la grande poesia del Novecento
con le domande più urgenti scaturite in questo anno dalla cronaca.
È solo un’altra pietra posata nella costruzione di un edificio che vorremmo si
slanciasse con sempre maggior vigore verso l’alto, che vi consegniamo, ringraziando tutti coloro che l’hanno “levigata”, dagli studenti, agli insegnanti,
ai genitori che ci hanno accompagnato con la loro fiducia e la loro stima.
Il dirigente scolastico
Paola Ombretta Sternini
3
Scuola Aperta
I percorsi di ricerca sviluppati nel corso dell’Open Day
ITALIANO
Processo alla Monaca di Monza. Colpevole o non colpevole della sua infelicità?
Introduzione:
Gertrude, la Monaca di Monza, è uno di quei personaggi che non lasciano indifferenti un lettore dei
Promessi sposi. La sua tragica vicenda smuove le coscienze, genera discussioni, spinge al confronto;
soprattutto, suscita domande. Può un’adolescente, divenuta monaca di clausura in conseguenza di un terribile
ricatto affettivo, vivere comunque una vita serena? Se
sì, in forza di che cosa?
Sono questi gli interrogativi che ci hanno spinto a proporre questo lavoro, che è prima che un giudizio una
riflessione, un tentativo di addentrarsi nella vicenda tormentata di un personaggio, un’occasione di crescita.
Come sempre deve essere lo studio della letteratura.
Per dovere di cronaca: molti sapranno che la vicenda
di Gertrude è modella sulla storia vera di tal Suor
Virginia de Leyva (nata come Marianna de Leyva a
Milano nel 1575) che, dopo una monacazione forzata, è accusata di relazione adulterina e concorso in vari
omicidi per coprire tale relazione. Sottoposta a processo, è ritenuta innocente rispetto al concorso in omicidio.
Ma viene comunque murata viva nella cella del
Monastero delle Convertite di Santa Valeria in Milano,
dove rimane segregata per tredici anni (dal 1608 al
1622). Muore nel 1650.
Presentazione del caso da dibattere.
La locandina del processo, all’ingresso dell’aula
del tribunale, luogo del dibattimento
La parola al Giudice
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Figlia di un principe di origine spagnola, “gran gentiluomo milanese” e feudatario di Monza, Gertrude, educata in un convento benedettino, prende gli ordini monacali a sedici anni. È una monacazione forzata, irrevocabilmente voluta dal padre, che vuole assicurarsi la parte di eredità della fanciulla
per trasmettere intero il patrimonio al figlio maschio, il principino. Ma la vita in Monastero, nonostante
gli onori e i privilegi è per Gertrude, profondamente tormentata e infelice, un peso insostenibile. Coinvolta in una relazione adulterina con Egidio, “scellerato di professione”, Gertrude è anche implicata
nell’assassinio di una conversa venuta a conoscenza del suo segreto.
Quello che noi oggi riproponiamo non è il processo a cui Suor Virginia de Leyva (il personaggio storico sulla cui vicenda è ricalcata la storia di Gertrude) fu sottoposta; quel processo ha già dato i suoi
verdetti. Noi vogliamo sottoporvi una domanda più difficile: Gertrude è colpevole o non colpevole
della sua propria infelicità?
La giustizia umana, che è ben poca cosa nelle questioni che le competono, appare ancora più limitata e inadeguata in questo caso. Non vogliamo esprimere un giudizio di condanna o assoluzione:
questo lo lasciamo a voi. Per tentare di capire insieme un personaggio, la sua storia, il suo dramma.
Il giudice cede la parola alle parti
DIBATTIMENTO
ACCUSA
Signor giudice, signori della giuria, colleghi.
Non è nostra intenzione dibattere del periodo antecedente la monacazione dell’imputata Gertrude.
L’imputata è certamente una vittima fino al momento della monacazione, ma non è questo ciò che
conta. Ciò che conta è il suo comportamento successivo alla monacazione. Sentite: “È una delle facoltà
singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà
il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessita virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione”.
Cioè: comunque l’imputata fosse diventata monaca, aveva la sua vita nelle proprie mani ed in toto era
responsabile delle proprie azioni.
“Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l’infelice si dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico
incessante della libertà perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desidè8
ri che non sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell’animo suo. Rimasticava
quell’amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l’opera; accusava sé di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva.
Dunque, Gertrude è rivolta al passato, non al futuro. Ma con quale costrutto? Con quale risultato? Che
cosa rimane se non la sua volontà? Gertrude si mostra ben consapevole delle sue azioni, “accusava
sé di dappocaggine”; dunque, deve smettere di guardarsi indietro, è ora cominci a camminare con le
proprie gambe. Avrebbe potuto essere una monaca contenta, ma non ha voluto ed eccone un’altra
prova: “Pare che Gertrude avrebbe dovuto sentire una certa propensione per l’altre suore, che non
avevano avuto parte in quegl’intrighi, e che, senza averla desiderata per compagna, l’amavano come
tale; e pie, occupate e ilari, le mostravano col loro esempio come anche là dentro si potesse non solo
vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano odiose, per un altro verso. La loro aria di pietà e di
contentezza le riusciva come un rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica; e
non lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle”.
Signori, è troppo facile incolpare altri dei propri errori. È inutile quindi incolpare il padre dell’infelicità
di Gertrude perché comunque la ragazza fosse diventata monaca POTEVA essere contenta ma, rivolta a un passato nel quale nulla poteva essere cambiato, ha perso di vista il presente e il futuro, sui
quali invece la sua libertà e la sua volontà potevano molto. Se non altro, procurarle una vita se non
felice almeno dignitosa.
DIFESA
Signor giudice, signori della giuria, colleghi.
Non vogliamo mettere in discussione la realtà di alcuni fatti, quali il coinvolgimento dell’imputata nell’omicidio della conversa, o la sua relazione sacrilega con Egidio.
Tuttavia, per poster dare un giudizio equilibrato sull’imputata, bisogna considerare proprio quel periodo che l’accusa ha liquidato limitandosi a considerare l’imputata una vittima.
Gertrude è molto più che una vittima. Getrude, si dice, poteva comunque accettare la sua condizione
di religiosa, comunque lo fosse diventata.
I documenti parlano chiaramente di vocazione imposta, e di congiura. Che idea di libertà poteva
avere? Quale poteva essere la sua idea di religione?
La religione, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere la felicità terrena.
Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l’altre”.
Non è che l’inizio signori.
9
Gertrude costretta dal padre tramite un inqualificabile ricatto affettivo a farsi monaca, si trova nel
mezzo di un bivio: ha la possibilità teorica di rifiutare la clausura, ma in pratica la sua libertà è nulla,
poiché il prezzo della sua indipendenza è insostenibile, dato che, statene certi, passerebbe tutta la sua
vita segregata in casa e maltrattata dalla stessa famiglia, come già le era stata data prova.
Tutto ciò ha minato la sua capacità di essere libera, di capire quello che fa. Eccone una prova: “…
rispondeva che, alla fin de’ conti, nessuno le poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso [….
Dietro quest’idea però, ne compariva sempre infallibilmente un’altra: che quel consenso si trattava di
negarlo al principe padre, il quale lo teneva già, o mostrava di tenerlo per dato; e, a questa idea, l’animo della figlia era ben lontano dalla sicurezza che ostentavano le sue parole.”
È evidente lo stato confusionale dell’imputata e ci permette di dare spiegazione dei continui cambiamenti nelle decisioni personali dell’imputata che sembrerebbero senza un motivo apparente, ed in una
certa misura, causa della sua stessa infelicità. Ma dobbiamo tenere presente che la radice di quello
che fa è in ciò che ha subito, e tutti quanti siamo consapevoli della violenza psicologica da lei sofferta per causa del padre. Si deve inoltre riconoscere che tale violenza ha profondamente cambiato la
sua visione del mondo, il suo potere cognitivo e decisionale su ogni cosa. Sentite: “Spaventata del
passo che aveva fatto, vergognosa della sua dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sé stessa, faceva tristamente il conto dell’occasioni, che le rimanevano ancora di dir di no; e prometteva
debolmente e confusamente a sé stessa che, in questa, o in quella, o in quell’altra, sarebbe stata più
destra e forte. Con tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore di quel cipiglio del
padre; talchè, quando, con un’occhiata datagli alla sfuggita, potè chiarirsi che sul volto di lui non c’era
più alcun vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo di lei, le parve una
bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta”.
Gertrude per il padre non è che una forma di cera da plasmare a piacimento. Quindi, sapendo tutti
quanto è importante l’affetto di una famiglia, il desiderio d’amore e d’attenzione che ognuno di noi
ha nel proprio cuore, come poteva Gertrude essere in pace con se stessa, come poteva trovare una
tranquillità d’animo, dopo aver subito tante ingiurie, dopo esser stata educata in una tal maniera?
Ora, tenendo bene a mente tutto questo, come si potrebbe dichiararla colpevole della sua infelicità?
Certamente ne è responsabile, perché ciascuno risponde della propria vita, non colpevole.
La stessa prova utilizzata da voi, colleghi dell’accusa, è in realtà una controprova a favore della difesa: “Ma l’infelice si dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un
rammarico incessante della libertà perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desideri che non sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell’animo suo.
Rimasticava quell’amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì, e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l’opera; accusava sé
di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bel10
lezza, deplorava una gioventù destinata a
struggersi in un lento martirio, e invidiava, in
certi momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza,
potesse liberamente godersi nel mondo que’
doni”.
Gertrude non è in grado di accettare fino in
fondo la sua condizione. Il suo animo non
può avere la forza di accettare una tale iniquità. La sua infelicità, quindi, è il frutto a
lungo termine della coercizione ordita contro
lei, basata su un intollerabile ricatto affettivo,
che le ha sottratto la forza per andare avan- Un momento dell’intenso dibattito sul caso della Monaca di Monza..
ti, per riuscire ad accettare la sua vita.
Il Giudice invita quindi la giuria popolare a esprimere un verdetto.
Preso atto del verdetto popolare il Giudice proclama l’imputata
Prof. Tiziano Mariani
NON COLPEVOLE
FILOSOFIA
Il lavoro di preparazione dell’Open Day è stato svolto da alcuni studenti di III A (Pracucci Simone,
Faberi Agnese, Corzani Arianna, Mazzotti Sofia) insieme ad uno studente di IV A (Lorenzo Belluzzi).
Durante il primo quadrimestre, con gli studenti della classe III, abbiamo letto integralmente il dialogo
di Platone, il Simposio. La lettura è apparsa fin da subito
molto coinvolgente e l’Open Day è sembrata una buona
occasione per mettere in pratica ciò che avevamo appreso.
Abbiamo, dunque, deciso di “mettere in scena” alcuni
passi, i più significativi, del dialogo di Platone. Ci siamo
concentrati sulla parte finale, il dialogo tra Socrate e
Diotima, quello in cui viene detta la verità sull’amore (Eros)
e la Bellezza. Ciascuno studente ha recitato la parte di un
personaggio, calandosi, per quanto possibile, nei suoi
panni, esponendo le sue idee, cercando di interpretare i
suoi pensieri sull’amore.
Nell’ordine, Sofia, Agnese, Arianna
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Il lavoro è stato molto fecondo: mettere in pratica, recitandole, le idee su cui si è discusso e riflettuto
in classe è stata un’esperienza ricca di fascino sia per l’insegnante che per gli studenti i quali, con il
loro impegno e la loro dedizione, sono riusciti a trasformare la loro aula in un vero e proprio Simposio.
Prof. Lorenzo Gianfelici
Una ripsoduzione della celeberrima Scuola di Atene
Un momento delle lettura drammatizzata del Simposio platonico
AULA DI LINGUE: LE ESPERIENZE INTERNAZIONALI DEL LICEO EUROPEO
Nell’area delle lingue comunitarie (prima lingua Inglese, seconda lingua Spagnolo/Tedesco) abbiamo
allestito per l’Open Day 2010 un’aula sulle esperienze internazionali del nostro Liceo, realizzando dei
pannelli con fotografie dei viaggi d’istruzione all’estero degli anni scorsi (Provenza e Barcellona).
Abbiamo mostrato un video sullo scambio di quest’anno con un Liceo della cittadina tedesca di Oberkirch (per cui cfr. infra). La prima parte dello
scambio, quella che abbiamo testimoniato nell’Open Day, si è svolta a ottobre, quando i ragazzi tedeschi sono stati ospiti dei nostri per una settimana, mentre la seconda si svolgerà nel prossimo autunno, quando i nostri ragazzi andranno a
Oberkirch e visiteranno anche Heidelberg, Rastatt e il Parlamento Europeo di Strasburgo.
I ragazzi hanno illustrato e commentato, rispettivamente in tedesco, spagnolo e inglese, il video
sullo scambio, le foto di Barcellona e le foto
della Provenza.
Dettaglio dell’allestimento
Prof. Paolo Bragagni
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Docenti e studenti impegnati nell’esposizione: il prof. Bragagni… un alunno di classe Prima… una di classe Seconda…
MATEMATICA e FISICA - TRIENNIO
La Matematica della Musica e la Musica… della Matematica
Insolita e forse azzardata può apparire l’associazione fra Matematica e Musica, ma ad un esame non
superficiale si scoprono tante correlazioni che inducono ad approfondimenti in settori solo apparentemente distanti. Questo lavoro di ricerca e di sperimentazione svolto dai ragazzi di IV A ha suscitato
vivo interesse, mobilitando energie ed affinando sensibilità.
L’esperienza è stata condotta da 5 gruppi di lavoro, che hanno comunque sempre operato in modo
coordinato, ricomponendo alla fine in modo organico i vari settori di intervento.
La Musica è una forma espressiva artistica che interpreta il sentire dell’autore e dell’ascoltatore e la
Matematica è una scienza che con i suoi modelli interpretativi descrive perfettamente non solo i fenomeni fisici ma anche le naturali espressioni dell’uomo.
“La Musica è l’aritmetica dei suoni”. (Claude Debussy)
1) Dalla perturbazione all’onda: il suono come ONDA
Il suono è la vibrazione di un corpo elastico che si propaga attraverso un altro corpo elastico, un
mezzo sia solido che gassoso. Lo strumento (a corda, a fiato..) fa vibrare il mezzo (aria, acqua...) attraverso cui si propaga l’onda sonora
Matematicamente l’onda può essere descritta da una sinusoide la cui equazione generale è del tipo
y= A sin (Ω t + ф).
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Pur non essendo importante in una presentazione di tipo qualitativo comprendere la natura di tale formula, è invece significativo capire come ciascuno dei parametri rappresenti una caratteristica del
suono: l’ampiezza A dell’onda dipende dal Volume del suono, la frequenza dell’onda dipende dall’altezza del suono, il timbro dalla composizione delle onde e lo stesso si può dire di altre caratteristiche.
Queste correlazioni sono state efficacemente esemplificate riproducendo suoni con strumenti diversi e,
collegando al computer il segnale del microfono, il programma ha elaborato sullo schermo, in tempo
reale, l’onda evidenziando bene le relazioni suddette.
Quando uno strumento emette una nota di una determinata frequenza, genera, insieme alla nota fondamentale, più note di frequenza multipla della fondamentale.
Si hanno così le ARMONICHE.
2) La chiocciola dell’orecchio: la Coclea
L’equazione d’onda sopra espressa, se scritta in un sistema di riferimento diverso, in coordinate polari,
assume una forma molto semplice y = k t , il cui grafico è una spirale. Nell’orecchio è infatti presente
Un momento della spiegazione
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la struttura a spirale della coclea (chiocciola) che è il miglior modello interpretativo di tale equazione.
Interessante inoltre è notare come ogni frequenza musicale venga recepita in un punto preciso della spirale. Si spiega così l’alterazione di una sezione della coclea possa provocare la cattiva ricezione solo
di suoni alti o solo di suoni bassi, corrispondendo ogni punto della spirale ad una certa frequenza.
3) Esperimento di propagazione d’onda
Si sono eseguiti semplici ma esplicativi esperimenti di propagazione dell’onda nell’acqua,per mettere
in evidenza come la qualità e la quantità del mezzo di propagazione fa variare la natura dell’onda
sonora.
4) Verifica delle leggi della dinamica
Interessante la ricostruzione, con opportune variazioni,del modello di Galileo per la verifica delle leggi
della dinamica. È stato costruito un piano inclinato con
binari di legno in cui sono stati applicati, a distanze
costanti lungo il percorso, dei contatti elettrici collegati al
computer.
Al passaggio di una pallina lungo il binario,il contatto si
attiva e il programma calcola il tempo impiegato a compiere i vari segmenti di percorso. Costruendo la tabella
dei valori degli spazi e dei tempi, si calcolano le velocità, verificando le leggi della dinamica. Galileo aveva
usato dei campanelli che suonavano al passaggio della
pallina, invece dei contatti elettrici.
Un momento della spiegazione
Riproduzione di un piano inclinato
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5) Le trasformazioni matematiche
Osservando un pentagramma, si vede
come alcune figure musicali (trasposizioni, ripresa del tema, ripetizioni,
inversione, retrogradazione…) corrispondano trasformazioni matematiche
applicate al grafico dell’onda.
In particolare si hanno traslazioni, dilatazioni, rotazioni, variazione di frequenza, omotetie, similitudini e soprattutto simmetrie. Si tratta di una visualizzazione grafica immediata che rende
subito giustizia dell’intrinseco legame
che c’è fra matematica e musica.
Questo lavoro è stato veramente efficace per mettere in atto le diverse competenze e attitudini dei
ragazzi ed ha in tutti risvegliato ed evidenziato grande sensibilità.
Il passo successivo,sempre auspicato da un insegnante, è quello di vedere giovani che riescano a sentire la musica della matematica, riescano quindi a gustare l’eleganza di una dimostrazione, la bellezza di una formula ,l’armonia di una procedura.
Questo lavoro ritengo abbia costituito una tappa fondamentale nel lungo percorso che va verso questa direzione.
Prof.ssa Antonia Alecci
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Matematica e Disegno tecnico - BIENNIO
La sala d’attesa di Policrate: dall’osservazione alla dimostrazione
“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo” (Kierkegaard)
L’introduzione del lavoro di matematica svolto per l’Open Day da un gruppo di ragazzi di 1º e 2º è stata fatta con la visione di alcune scene del
film “Beautiful Mind” dove il protagonista grazie all’osservazione del movimento dei piccioni e al moto con la bicicletta scopre nuove leggi matematiche tutt’ora applicabili nell’economia.
Dopo la visione del film abbiamo spiegato come Pitagora scoprì il suo teorema osservando la pavimentazione di una sala mentre stava attendendo di poter parlare con Policrate.
Da questo abbiamo enunciato il teorema: In un triangolo rettangolo la somma delle aree dei due quadrati costruiti sui due cateti è uguale all’area del quadrato costruito sull’ipotenusa; successivamente
abbiamo esplicitato una dimostrazione grafica.
In che cosa consiste il problema della tasselazione o piastrellazione?
Abbiamo impostato il problema della tassellazione: si tratta di ricoprire (senza lasciare spazi vuoti) un
piano (noi trattiamo il piano) cioè una superficie.
In quanti e quali modi è possibile ricoprire un piano con piastrelle tutte uguali?
Questo problema prende il nome di ricerca delle piastrellazioni (tassellazioni) regolari del piano.
Formulato in questo modo così generale, il problema è molto difficile ed anche un po’ vago. Per risolverlo bisogna trovare delle relazioni geometriche che ci permettano di trovare tutte e sole le piastrella17
zioni possibili con poligoni regolari uguali. Si può
dimostrare (e Keplero nel 1619 lo ha dimostrato)
che in tutto sono 11 le combinazioni se consideriamo poligoni regolari anche diversi tra loro… se
restringiamo ancora il campo richiedendo solamente poligoni regolari tutti uguali si dimostra che le
possibilità sono solo 3: triangoli, quadrati ed esagoni regolari.
Dunque abbiamo dimostrato che triangolo equilatero, quadrato ed esagono regolare sono i soli poligoni regolari con cui si può piastrellare un piano con piastrelle tutte uguali.
Di seguito la dimostrazione:
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Confronto tra poligoni regolari per piastrellare un piano
Confrontando i tre poligoni regolari utilizzabili per piastrellare una superficie piana, cioè il triangolo
equilatero, il quadrato e l’esagono regolare, ci si pone una domanda: qual è, tra i tre poligoni regolari considerati, quello che a parità di perimetro ha area massima?
Per scoprirlo basta calcolare area e perimetro di ciascuno di essi, per esempio in funzione del lato, e
quindi esprimere l’area in funzione del perimetro. Indicando con P il perimetro, A l’area, l il lato, si
hanno i seguenti valori per P e A:
Poiché
, si conclude che l’esagono regolare è la soluzione vincente per massimizzare l’area avendo figure isoperimetriche. Ma allora anche
le api lo sanno?!
Infatti la forma delle celle dell’alveare formato dalle ape è
esagonale.
Abbiamo approfondito la forma ellittica del Colosseo e la
spirale dei pianeti e delle conchiglie.
“Sappiamo che il più sicuro modo per stupirci è di fissare
imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà – miracolosamente – di non averlo
visto mai” Pavese.
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C’è un istante in cui si deve, in cui la realtà diventa trasparente al nostro sguardo che, perciò, può
penetrarla e coglierne il significato.
Abbiamo concluso mostrando come la natura si fa conoscere dall’ uomo attraverso la bellezza e l’armonia di certe figure geometriche e formule matematiche.
“Il fatto miracoloso che il linguaggio della matematica sia appropriato per la formulazione delle leggi
della fisica è un regalo meraviglioso che non sempre comprendiamo né meritiamo” Wigner.
… Ma noi abbiamo comunque cominciato ad apprezzare.
Prof.ssa Corzani M. Grazia, prof. Di Camillo Nicola
e in ordine nella foto: Lorenzo, Luigi, Giovanni, Rita, Gianluca, Camilla, Matteo e Pietro
(alunni delle classi I, II e III)
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Corsi, concorsi, uscite
Scambio culturale
Per la prima volta il Liceo Europeo ha attivato uno scambio culturale con un Liceo tedesco, il Liceo di
Oberkirch. Le famiglie della nostra scuola hanno ospitato una trentina di ragazzi provenienti dalla
Germania dal 6 al 13 ottobre.
All’interno di un di un intenso programma, tra momenti conviviali in famiglia, lezioni a scuola, uscite
culturali nel territorio, ecco alcuni scatti relativi e momenti significativi
A San Marino…
… poi a Urbino
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Infine non poteva mancare il mare
E prima dei saluti, in Municipio ricevuti dal Sindaco di Cesena…
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…andando tra palazzi, musei e maestri
Da Urbino (ottobre 2010) alla Puglia (giugno 2011) cenni
sul viaggio di un anno
Come sempre abbiamo cercato di esperimentare dal vivo la
bellezza che i testi scolastici non sempre riescono a raccontare, quella bellezza che i professori di arte solo a tratti riescono a dire, e le verifiche conclusive non sempre a far studiare.
Andando appunto tra palazzi musei e maestri, siamo partiti
da Urbino, dal cortile di Palazzo Ducale dove la matematica e la misura applicata alle forme dell’architettura aprivano
i battenti al Rinascimento, e poi siamo saliti al Palazzo, attraversando le stanze che custodiscono le pitture di Piero e Raffaello, fino allo studiolo di Federico, dove le tarsie lignee di
Botticelli, Bramate e Maiano ci hanno detto della bellezza dei
particolari e della pazienza e della cura del proprio lavoro.
In autunno la nostra preside ha invitato la sua amica Mariella Carlotti, che ha tenuto (il 12 novembre 2010) una
lezione al Palazzo del Ridotto così significativa anche per noi
professori che più volte nel corso dell’anno sono tornato ai suoi passaggi
fondamentali. Mariella ha descritto gli
affreschi della Sala del palazzo del
Governo di Siena e ci ha raccontato e
mostrato le biccherne, le prime pagine
dei registri contabili che venivano decorate e dipinte dagli
artisti medioevali.Che la bellezza entri in cattedrale, diceva
Mariella, nelle volte delle navata, come nelle pale dietro l’altare, può essere ancora scontato, o rimanere vanità urbana o
ecclesiale. Ma quando la bellezza arriva fino alla copertina
dei registri contabili, archiviati uno sull’altro dentro cassoni di
legno, allora non è più figlia di convenienza, ma risposta a
ciò per cui siam fatti.
Così quando in primavera in seconda liceo abbiamo studiato
le vetrate della cattedrale di Chartres e le sculture del tetto di
Notre Dame, con le biccherne di Mariella e la dottrina di
Palazzo Ducale di Urbino
Biccherna del terremoto del 1466
a Siena
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Tommaso d’Aquino abbiamo capito perché la bellezza raggiunge anche altezze dove l’occhio non vede, una bellezza
nascosta forse più sincera di quella così perfetta e fin troppa
manifesta del rinascimento.
Modalità diverse di espressione della bellezza e di rappresentazione della realtà che erano anche il filo conduttore della
mostra Parigi e gli anni meravigliosi che abbiamo visitato al Castel Sismondo di Rimini prima di Natale, dove gli
artisti accademici del Salon (Delaunay, Baudry, Bonnat, Bouguerau e Carolus-Duran,) e i giovani impressionisti (Pissarro,
Sisley, Renoir, Monet, Morisot, fino a Gauguin, Van Gogh e
Cèzanne) si misuravano nei paesaggi realisti contrapposti a
quelli fugaci d’impressione, si dividevano tra la pittura di studio e la pittura dal vero.
In primavera siamo tornati nuovamente alla Rinascita delle
arti del quattrocento visitando la mostra a Forlì all’interno del
complesso museale del San Domenico su Melozzo da Forlì,
e l’umana bellezza tra Piero della Francesca e
Raffaello, siamo tornati a quella Bellezza che, (come giustamente scrive il curatore della mostra Antonio Paolucci,) si
incarna nelle sembianze delle donne e degli uomini è gioia
dei sensi, consolazione dell’anima, ombra di Dio sulla terra.
Si incarna, e questo lo scrivo io, anche nelle pietre della Cattedrale di Trani, affacciata sul mare, quando ogni mattina all’aurora si colorano di rosso e di rosa, per abbagliare del bianco
del mezzogiorno e tornare ai colori caldi della sera, pietre che
se ne stanno lì, da sempre, silenziose e ferme e gravi. E proprio
in questa mattina di giugno che scrivo questo resoconto, i nostri
ragazzi sono in gita in Puglia e andranno anche alla cattedrale; ed io sono certo, per il lavoro fatto, per la fatica dello studio, per la lezione di Mariella, e per la responsabilità dei miei
colleghi che li accompagnano, che questi ragazzi quella bellezza silenziosa delle pietra della Cattedrale, magari non tutti, solo
alcuni, ma sono certo sapranno riconoscerla e guardarla.
Nicola Di Camillo, docente di Disegno e Storia dell’arte
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Camille Pissarro, Paesaggio a l’Hermitage,
Pontoise, 1875
La cattedrale di Trani
Corso di giornalismo promosso dal Corriere Cesenate
7-28 marzo 2011 “Impariamo a leggerci”
Società dell’etica o dell’estetica?
Dal corso di giornalismo pubblichiamo di seguito un articolo di un partecipante alla sesta edizione del
corso promosso dal nostro giornale (in svolgimento presso l’aula “Alberto Mondardini” del Seminario
di Cesena), scritto in seguito alla prima serata che ha visto come relatore don Bruno Fasani su
“L’informazione al bivio tra rete e tradizione”.
Si è tenuto lunedì 7 marzo il primo incontro della sesta edizione del corso di introduzione al giornalismo “Impariamo a farci leggere”, proposto dal settimanale Corriere Cesenate. Relatore di questa
serata don Bruno Fasani, ex direttore di “Verona Fedele”, ormai ben noto per le sue apparizioni
televisive. Tema principale dell’incontro: “L’informazione al bivio tra rete e tradizione”.
Don Fasani si è subito impegnato nell’esortare tutti i presenti, in primis, a prendere atto della rivoluzione odierna, che ha cambiato e sta tuttora cambiando linguaggi e schemi. Parlando concretamente e
da un punto di vista letterario-giornalistico, il nocciolo di questa rivoluzione si colloca nell’ampia trasformazione della nostra cultura, cioè nel passaggio dalla “cultura del libro” alla “cultura elettronica”.
Si definisce la prima come una cultura analitica e diacronica, cioè un entrare con intelligenza e
ragione nel senso più profondo delle cose, e la seconda come una cultura sintetica e sincronica, basata
quindi su un approccio intuitivo, immediato, che si fonda sulla sintesi, sulla suggestione del nuovo, sulle
emozioni prime.
Si tratta di due realtà ben distinte: una “cultura del concepire” e una “cultura del recepire”. Per spiegarsi meglio, si pensi appunto al giorno d’oggi, e non solo alle nuove generazioni. Quanti ancora
hanno il gusto di leggere un giornale per intero, di prendere un libro “intenso” fra le mani, e farne oro
nei momenti a disposizione? “Non si ha il tempo”, al massimo un occhio ai titoli. E così, molto spesso,
si preferisce guardare il telegiornale, o sfogliare le pagine internet delle notizie, magari con l’iPad, il
famoso tablet della Apple.
Don Fasani sostiene che quella che stiamo vivendo è una società il cui orizzonte si prospetta senza
memoria: “Non si ha bisogno della storia perché la cultura è cambiata – dice – quella odierna è una
cultura dell’attimo, del provvisorio e la società non è nient’altro che la morte dei padri, perché, appunto
non se ne ha più bisogno”.
Un’epoca della fretta, dell’essenzialità, che inesorabilmente mostra la morte del ragionamento e una
cultura sempre più frammentata e trascurata. Sono pensieri forti quelli di don Fasani, personaggio
singolare e carismatico, che senza mezzi termini dice ciò che pensa. Ma davvero questo progresso,
questi cambi direzionali stanno portando a una distruzione della cultura? Siamo solamente una società
fondata sull’estetica? Non permane forse un’etica genuina propria di ogni persona?
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Ciò che è certo è che abbiamo tutti bisogno di soffermarci maggiormente su quella cultura più
profonda e antica che ha sempre accomunato il mondo. Bernardo di Chartres diceva che noi siamo
come nani sulle spalle dei giganti, quindi ciò che ci sorregge è il passato, la nostra storia, la nostra
cultura. E se la lasciamo in disparte, c’è il rischio di barcollare e di cadere.
Corriere Cesenate, 24 marzo 2011
Francesca Brotto
Le classi Terza e Quarta hanno partecipato al progetto Il Quotidiano in classe
Il “Quotidiano in classe” è un’iniziativa pensata e progettata dal sito ilquotidianoinclasse.it a cui hanno
partecipato alcuni studenti della III A e della IV A: Lami Isacco, Tortora Federica, Barbarossa Marcello.
Si tratta di un progetto pensato per le scuole, consistente nella costituzione di una redazione di classe, composta da un caporedattore (il professore) e dai redattori (gli studenti). Ogni settimana tre giornalisti dei quotidiani nazionali (Corriere della Sera, Il Sole 24 ore, Quotidiano.net) propongono ai
redattori-studenti la scelta tra tre argomenti diversi. Gli articoli inviati sono pubblicati sul sito che promuove l’iniziativa. I temi sono molti vari: dal nucleare alla felicità, dalla situazione politica del Nord
Africa al significato delle nuove tecnologie, dal lavoro alla famiglia…
Ecco alcuni degli articoli della nostra redazione:
Lettera ad un ragazzo giapponese colpito dal terremoto.
Caro ragazzo,
scrivo a te, che hai la mia età, anno più, anno meno. Scrivo a te, che fino a qualche settimana fa andavi a scuola, uscivi con gli amici, forse facevi anche sport, esattamente come me; te, che adesso hai la
scuola sommersa, le strade allagate, o hai dovuto abbandonare la casa alle radiazioni. Scrivo a te
che hai visto il mare, dolce e meraviglioso, sollevarsi, immenso e terribile, invadere la tua città, spazzare via ogni cosa. Te, che hai sentito la tua terra tremare e le case vacillare, gemere, crollare; te, che
grazie a Fukushima vedevi la tua città brillare di notte, le vetrine e le insegne dei negozi luccicare, e
adesso ne devi fuggire i disastrosi imprevisti. Scrivo a te, che fino a ieri non esitavi a sognare qualsiasi cosa per il tuo futuro, e adesso tremi guardandoti attorno, vedendo il disastro del presente.
Non ti scrivo per darti delle risposte: perciò non chiedermi perché, per colpa di chi, per quale motivo,
come sarebbe andata se… Né io né nessun altro possiamo saperlo, perciò, ti prego, diffida di chi è
pronto a sparare giudizi e a mitragliare tutti di ogni sorta di responsabilità; ne sentirai tanti, non ascoltarne nessuno.
So tuttavia una cosa: che il tempo continua ad andare avanti, un ticchettio d’orologio dopo l’altro, e
il mondo non si arresta; quell’onda, quel terremoto, sono già passati, hanno già fatto i loro danni.
Adesso ti è concesso il presente, e hai il dovere di scegliere: puoi continuare a piangere, lasciare che
il dolore ti soffochi, ti paralizzi nella sua morsa, ti uccida; oppure puoi alzare il capo, stringere i denti
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sotto i colpi della sorte, prendere in mano le redini del tuo destino e cercare di ricominciare. Puoi fuggire questo carcere, o imprigionartici a vita.
Caro ragazzo, così lontano e diverso, io non posso conoscere, né immaginare, il dolore che ti trafigge
l’anima, la disperazione che ti riempie gli occhi, la desolazione che ti inaridisce il cuore; ed eppure io
ti prego, non rinunciare, non cedere. Ti scongiuro, dimostra a me, al mondo e a te stesso che si può
sempre andare avanti, ricostruire come prima, meglio di prima, ciò di cui la sorte ci priva; non rinunciare ai tuoi sogni, lavora affinché tu possa realizzarli e un giorno i tuoi figli possano fare lo stesso.
Fammi credere che possiamo essere padroni del nostro destino.
Perdonami la retorica
Concedimi di sognare
Isacco Lami classe Quarta, 26 marzo 2011
Siamo destinati alla solitudine ogni qual volta che la vita non si manifesta a noi come un miracolo,
ogni volta che avviene qualcosa di non previsto, di drammatico. Ci ritroviamo davanti a questo fatto
bruto di esistere, e cerchiamo di mettere in ordine questo mosaico andato distrutto, frammenti di amori
passati, sogni morti, cuori spezzati dal nostro sadismo, illusioni scheggiate da quello degli altri. Il
nostro è un mondo di misteri calpestati e di grazie perdute... un universo frustrato nei suoi ardori,
inghiottito nelle proprie assenze, oggetto del nostro pensiero, della nostra paura: un universo solo, di
fronte al mio cuore. Solo.
Allora la mia solitudine si accresce, diventa obesa, come un maiale. Mi sento davvero solo. Non cerco
conforto negli altri: gli altri non mi conoscono e non mi comprendono. Dopotutto, farsi comprendere è
farsi prostituire.
Non c’è nessuno che possa prendere il mio posto, decidere per me, chiudermi gli occhi: è morto il
tempo della malafede. Ho una strana sensazione alla carotide. Solo, di fronte ai miei spettri interiori,
ribolle in me lo spirito del disinganno. Cioran, il grande maestro dei pochi cuori frammentati che accolgono il suo pensiero e la sua vita, afferma: “La speranza è la forma normale del delirio”. Cesso di sperare, perché mi vedo già con la bocca traboccante di terra.
Sartre, che sempre accompagna in sordina le numerose meditazioni notturne, dice: “La vita è una passione inutile”. Allora mi abbandono allo spazio e al tempo come l’urlo strozzato di un muto.
E quando il primo fiore sboccia, la prima meravigliosa gemma si schiude, appena nata, ecco che mi
sento ancora più solo, e in ogni cellula si spalanca un abisso morto! La volgarità della primavera e le
sue provocazioni, mi rendono il cuore di ghiaccio. Di fronte a questo paradiso terrestre, mi rendo conto
della mia infinita solitudine, appena riconosco la non-coscienza di questi taciturni interlocutori che sono
gli alberi, i fiori profumati, le montagne, gli oceani muti. Tutti, tutto vive ancora in Dio, respira Dio,
anche l’ortica vive in Dio. Ma io, col mio cuore pulsante, non vivo in Dio, non vivo nell’estasi dell’incoscienza.
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La solitudine.
La solitudine è lo scisma del cuore. Rinnegati gli dei di vetro, cerco invano un modello tra i mortali: c’è
chi è andato troppo lontano per te, c’è chi è troppo indietro. Cattivo scolaro, apprendo le cose peggiori, se apprendo: la pigrizia, il sadismo, l’asprezza, la spudoratezza. Eppure, mi credo ancora
importante, in me ancora c’è un briciolo di speranza che vive ancora, come un ultimo bagliore del
sole al termine della notte nera: puro, rinnego il fango da cui sono nato; sordo, rinnego le parole che
mi hanno ferito; vivo, temo la morte; sognatore, rinnego la durezza. Allora, mi rallegro, perché una
speranza c’è! Una qualche luce alla fine del tunnel, qualche dio, qualche principio divino, in me o
fuori di me... Ne sono sicuro. Aspetto una rivelazione imminente...
Ma l’illusione manca, e ritorno nel mondo delle foglie morte d’autunno, dei cuori calpestati. La felicità
di un attimo così immenso vale la pena di essere vissuta? Eppure, al mio ritorno in questo triste mondo
graffiato dalle mie scarpe, mi sento ancora più solo, perché tutto è stato un’illusione: troppo potente
per essere ignorata, troppo falsa per essere creduta.
Rimango immobile, paralizzato dalla triste ombra dell’illusione che svanisce. Mi sento il martire di
qualcosa. Non di un credo, di un ideologia. Non mi sento parte del consorzio umano, non mi sento
parte di nulla. Un apolide. Un apolide SOLO. E allora mi perdo tra le migliaia di bambole di pezza
che mi circondano, ma nel cuore, nessun piccolo istante gioioso manca. Ho paura della solitudine,
gente. Perché quando si rimane da soli, ogni verità viene allo scoperto, e non ci si riesce a nascondere più nulla.
Ricordo con malinconia Pessoa: “Siediti al sole. Abdica. E sii re di te stesso”. Ci provo, ad essere
sovrano della mia solitudine, ma è come cercare di domare le fiamme che bruciano le gambe del condannato al rogo.
Allora visiono tutti i momenti di futura solitudine claustrofobica, in cui ogni illusione viene meno di fronte alla mostruosità di questa vile materia che è la vita, l’amore, la felicità, sogni, rivelazioni, epifanie,
tutta quella barcata di sensitive stronzate! Tremo di paura perché sono solo.
Eppure, nel cuore c’è una luce che non si spegne. Una luce che non si spegne mai, neanche quando
si è così soli. Ricordo Ginsberg che cantava la solitudine dell’America degli sconfitti. E faccio mie le
sue ultime parole. “E si alzavano reincarnati nei vestiti spettrali del jazz all’ombra tromba d’oro della
banda e suonavano il soffrir d’amore della nuda mente d’America in un urlo di sassofono eli eli lamma
lamma sabacthani che faceva tremare le città fino all’ultima radio... col cuore assoluto della poesia
della vita macellato dai loro corpi buono da mangiare per un migliaio di anni”.
Se non mi basta, di fronte all’universo spoglio di misteri e di glorie ancestrali, di fronte ad eroi di tempi
marci, penso a Schopenhauer: “La solitudine è la sorte degli spiriti grandi”.
Eppure, dentro ho paura. La solitudine. La solitudine. La solitudine.
Marcello Barbarossa, classe Terza
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La bellezza.
Che cos è la bellezza? Questa domanda è sempre stata al centro delle grandi questioni dell uomo.
Ognuno ha le sue opinioni a riguardo ed è per questo che ho voluto svolgere una specie di indagine
attraverso le risposte dei miei familiari e di alcuni amici. Ci si è sempre chiesti se la bellezza sia oggettiva o soggettiva, se si possa classificare secondo alcuni parametri o se, al contrario, è qualcosa di
totalmente libero e inclassificabile. Questo dubbio mi ha sempre molto incuriosito e, pur avendo una
mia personale idea sulla bellezza, ho voluto confrontarmi con chi mi circonda.
La prima persona da cui sono andata è stata mia madre, la persona piu vicina a me: sono andata da
lei e le ho chiesto “ mamma, cos è per te la bellezza?”. Sebbene inizialmente nei suoi occhi ci fosse
un pó di sorpresa per questa insolita domanda, non ha esitato a darmi un’esauriente risposta.
Per lei la bellezza è prima di tutto vedere le sue figlie e suo marito felici, tranquilli. La bellezza si manifesta in noi, nei nostri occhi, nei nostri gesti verso di lei. La bellezza per lei è un sinonimo di gioia e
lo vede espresso attraverso i rapporti umani nei quali si trova coinvolta.
Successivamente ho fatto la stessa domanda a mia sorella la quale mi ha risposto che la bellezza per
lei è qualcosa che la fa rimanere a bocca aperta, qualcosa che le tolga il fiato e che le faccia venire
la pelle d’oca. La bellezza per lei è meraviglia, emozione cosa che ormai in questo mondo, ha aggiunto, non riesce piu a trovare e a provare, non perchè non ci sia più niente per cui meravigliarsi o emozionarsi ma, al contrario, perchè non ne siamo più capaci.
Anche lei, ha poi aggiunto, trova la bellezza nello stare con me, con il suo fidanzato o con le persone con cui sta bene. Dopo aver sentito il parere di due donne che si trovano già a dover vivere a pieno
nel mondo del lavoro e della famiglia ho rivolto la mia domanda, quasi per caso, a mia cugina di otto
anni; volevo conoscere la bellezza attraverso gli occhi di una bambina.
Come ogni bambino ha rivolto inizialmente la sua attenzione sui beni materiali: “è bello quando il
babbo mi porta un nuovo gioco, mi compra le figurine, mi rende felice. Peró è bello anche quando
sto con i miei amici, quando la mamma mi da un bacio prima della buonanotte o anche quando vado
d’accordo con mio fratello”.
Mi ha sorpreso sentire che anche lei, “come i grandi”, trovi che la bellezza si manifesti tra di noi, nei
nostri rapporti. Non si puó stabilire in assoluto cosa sia bello, cosa sia brutto, cosa piace o cosa no;
per questo trovo la bellezza,intesa come fatto visivo, del tutto soggettiva poichè ognuno è fatto a modo
suo, ha i propri gusti e pareri. Ciò che peró a mio avviso è chiaramente oggettivo è la bellezza manifestata nell’uomo e nei suoi gesti. Tutti, a causa della nostra educazione e cultura, riconosciamo un bel
gesto o qualcosa che è bello perchè ci fa piacere.
Concluderei quindi dicendo che l’uomo è bello, c è un fondo di bellezza in tutti noi: sta a noi saperlo
sviluppare e, partendo dal bello, arrivare allo stupendo.
Federica Tortora, classe Quarta
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Progetto Campus Orienta - Firenze
Il 14 aprile 2011, nell’ambito delle iniziative di orientamento universitario promosse dalla nostra scuola, i professori Mariani e Gianfelici hanno accompagnato gli alunni di IV A al Campus Orienta di
Firenze, uno dei più grandi saloni per l’orientamento universitario. Gli studenti hanno avuto l’occasione
di consultare e reperire il materiale informativo delle diverse università italiane e straniere, partecipare
alle conferenze indette dalle facoltà, parlare direttamente con gli insegnanti tutor presenti al Salone. Il
percorso per l’orientamento universitario è ancora lungo; questa è stata una prima esperienza utile a rendere più consapevole la scelta che i nostri studenti e le nostre studentesse dovranno fare il prossimo anno.
“Al Museo con Galileo”
Le classi terza e quarta hanno visitato il Museo della Scienza di Firenze. Le ricchissime collezioni medicea e lorenese hanno mostrato pezzi di notevole valore storico, scientifico ed artistico. Orologi, termometri, astrolabi, planetari, sfera armillare e tanti strumenti che
hanno segnato tappe significative nella storia della scienza. Particolare attenzione è
stata posta alla ricchezza dei compassi e cannocchiali il cui funzionamento è stato
ben presentato nei vari passi.
Visita con esperienza
Importante e didatticamente efficace è stato il fatto di poter vedere in funzione molte
macchine e molti modelli scientifici.
Alcuni dei ragazzi delle classi Terza e Quarta durante
la visita guidata
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Foto ricordo dei partecipanti all’esperienza fiorentina
A dialogo con ‘Messer Galileo’
Un operatore in costume, esprimendosi con linguaggio proprio del XVII secolo,immedesimandosi nel
personaggio di Galileo, ha sapientemente guidato passo passo i ragazzi nel ragionamento sulle leggi
della meccanica, dialogando di pesi e gravi con espressione semplice e gran rigore logico.
Questo momento vissuto insieme a Galileo ha veramente fatto comprendere non a parole, ma con i
fatti, il metodo scientifico. Partendo dall’osservazione, formulando ipotesi sulle leggi e verificando la
ripetibilità e la validità dei successivi esperimenti, i giovani hanno seguito tutte le tappe del metodo
attraverso le ‘sensate esperienze’.
Questo momento così sapientemente guidato, ha mostrato efficacia didattica e sincero coinvolgimento di gruppo.
Prof.ssa Antonia Alecci
Fisica e divertimento: imparare
a cento all’ora a MIRABILANDIA
il 25 maggio 2011 le classi Terza e Quarta hanno
svolto una mattinata di lezione particolare: prima
sfrecciare sulle macchine e sulle giostre del
parco di Mirabilandia (ad esempio sul famoso
ispeed) e poi, a terra, con l’aiuto di un tutor, studiare i principi fisici che ne determinano il funzionamento.
I ragazzi volano sull’ispeed
Un momento della lezione sui principi fisici alla base delle
giostre del parco divertimenti
I ragazzi a lezione davanti all’entrata del famoso ispeed,
una dei roller più veloci del continente
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Le Olimpiadi della Matematica – Giochi di Archimede
Le classi del Liceo hanno partecipato alla Fase di Istituto dei Giochi di Archimede e il primo classificato
per il Biennio e il primo per il Triennio hanno proseguito l’esperienza con la fase provinciale.
Significatica e stimolante è stata la partecipazione alla gara a squadre, rappresentanti i vari Istituti
della provincia, un momento per misurarsi con altre realtà, per consolidare la capacità di lavorare in
gruppo e lo spirito di collaborazione tra compagni.
Olimpiadi della Fisica e Giochi di Anacleto
Oltre alla ormai consueta, proficua e stimolante, partecipazione alle Olimpiadi della Matematica –
Giochi di Archimede, ques’anno gli studenti del Liceo si sono misurati anche con le prove proposte
dalle Olimpiadi della Fisica (classi Seconda Terza e Quarta) e dai Giochi di Anacleto (classe Prima).
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Laboratori e progetti
Progetto Cineforum
Nel corso dell’anno scolastico, in collaborazione con la Professoressa Teresa Foschi, è stato organizzato il cineforum. Abbiamo proposto agli studenti del liceo tre incontri con il cinema. I film scelti sono
stati i seguenti: Into de Wild (regia di Sean Penn), Gran Torino (regia di Cleant Eastwood), Rosso come
il cielo (regia di Cristiano Bortone).
Alla fine di ogni visione il dibattito ci ha permesso di apprezzare maggiormente ogni film, approfondendone gli aspetti e i temi salienti.
Prof. Lorenzo Gianfelici
Laboratorio di poesia in lingua spagnola
Proponiamo di seguito alcuni testi poetici composti da alcuni dei ragazzi di classe Terza in lingua spagnola
No deje el sol de broncearme la piel
ni la arena de acariciarme los pies.
No desaparezcan las violetas en mi jardín,
no se exacerbe el sabor de las cerezas.
No se canse de llegar el petirrojo con la nieve,
no se apague la luz
de las luciérnagas en los campos.
No se paren mis pies y continúen danzando,
no desagrade a la sonrisa
quedarse en mis labios.
No desaparezca la blandura en los ojos de aquel chico,
No se vaya, el amor, de mi vida.
Nunca me falte el abrazo de mi mamá,
ni dejen mis amigos de quererme.
Que lo que es suave no se endurezca,
que el cielo del verano no se vuelva gris.
Que haya todo esto:
quiero ser feliz.
Arianna Corzani
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¡ESPERA!
No te desesperes,
No permitas que la sangre
Negra de los abismos
Destruya tu alma.
Espera un momento y espera.
Pietro Battistini
El hombre es un fantasma en pleno día en una calle llena de gente
Que es como un cuarto vacío, en la oscuridad
De las luces de televisiones,
Que desnudó su cerebro
Y vio ángeles mahometanos paranoicos,
Que se refugió en habitaciones sin ropa, quemando
Su dinero y escuchando el Terror a través de la pared,
El hombre es soledad
Que caminaba toda la noche con los zapatos
Llenos de sangre, esperando una puerta
Abierta
Y un techo, algo que comer
Amor.
Los hombres son hombres
Que tiraron sus relojes fuera de la ventana
Para vencer
El Tiempo.
Marcello Barbarossa
Mi verano es azul blanco rojo y amarillo
Cada día una fiesta todo el mundo sencillo
Azul es el cielo que me encanta y me alegra
Azul es el mar que acaricia nuestra piel negra
Blanca es la luz que me despierta cada mañana
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Blanca en la radio una canción americana
Roja es la sonrisa como la de la sandía
Rojos mis amigos llenos de alegría
Amarillo es el sol que enrolla ilumina y ríe,
te besa y te calienta de través
amarilla la arena que me abraza los pies.
Agnese Faberi
E proponiamo anche di seguito un testo famorso di San Juan de la Cruz, nella traduzione poetica
di Tiziano Mariani, che ringrazia per i preziosi suggerimenti la prof.ssa di spagnolo Lorenza Abati.
San Juan de la Cruz, “La noche oscura del alma”
En una noche oscura,
con ansias en amores inflamada,
(¡oh dichosa ventura!)
salí sin ser notada,
estando ya mi casa sosegada.
A oscuras y segura,
por la secreta escala disfrazada,
(¡oh dichosa ventura!)
a oscuras y en celada,
estando ya mi casa sosegada.
En la noche dichosa,
en secreto, que nadie me veía,
ni yo miraba cosa,
sin otra luz ni guía
sino la que en el corazón ardía.
Aquésta me guïaba
más cierta que la luz del mediodía,
adonde me esperaba
quien yo bien me sabía,
en parte donde nadie parecía.
¡Oh noche que me guiaste!,
¡oh noche amable más que el alborada!,
¡oh noche que juntaste
amado con amada,
amada en el amado transformada!
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En mi pecho florido,
que entero para él solo se guardaba,
allí quedó dormido,
y yo le regalaba,
y el ventalle de cedros aire daba.
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El aire de la almena,
cuando yo sus cabellos esparcía,
con su mano serena
en mi cuello hería,
y todos mis sentidos suspendía.
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Quedéme y olvidéme,
el rostro recliné sobre el amado,
cesó todo, y dejéme,
dejando mi cuidado
entre las azucenas olvidado.
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5
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Traduzione
Buia la notte
inquieta nel fuoco d’amore
o caso felice!
Uscivo buia nel buio
della casa che calma riposa.
O notte che mi hai guidato lì
o notte chiara più dell’alba
o notte che hai unito
l’amato con l’amata
l’amata nell’amato trasformata!
Buia nel buio
Segreta attraverso la scala, vestita di notte
o caso felice!
al buio, buia
e la casa calma riposa.
Nel mio petto di fiori
ch’era solo per lui, lì
s’addormentò
e io gli davo diletto
e aria nel ventaglio dei cedri.
Lieta la notte,
nascosta, che nessuno vedesse
io niente guardavo
non luce, nessuna guida
se non quella che bruciava nel cuore
L’aria della merlatura
quando la mano tremava tra i capelli
l’aria, con la sua mano leggera
accarezzava il mio collo
e i sensi, tutti i miei sensi esaltava.
e mi prendeva per mano, mi guidava
più certa della luce del sole
lì dove colui che bene sapevo
mi attendeva, un luogo
dove nessuno appariva.
Lì mi sono abbandonata
il viso sul petto dell’amato
lì tutto si compiva, abbandonata
abbandonate le mie preoccupazioni
abbandonate tra i gigli.
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Laboratorio di teatro
Un pugno di domande (e di poesie)
Azione teatrale a partire dalla lettura di testi poetici
Il 23 maggio 2011 presso la Sala Aurora di San Giorgio di Cesena, al termine del percorso del
Laboratorio di teatro, denominato “skené-duemila12”, alcuni dei ragazzi del Liceo hanno messo in
scena un testo da loro stessi composto a partire dalla lettura di testi poetici per loro significativi.
L’esigenza di proporre questo percorso come momento conclusivo dell’anno è nata dal bisogno di confrontarsi con le domande suscitate dagli eventi luttuosi che hanno colpito Cesena nell’ultimo periodo.
“Vogliamo parlare di noi. Attraverso le poesie”. Questo è stato il punto di partenza del percorso. E il
testo che proponiamo di seguito è, nella sostanza, il testo cui i ragazzi sono approdati e che hanno
portato sulla scena.
Hanno partecipato: Classe II: Maria Vittoria Bazzocchi, Elena Belluzzi (avventore n. 4), Francesca
Brotto, Matteo Burzacchi, Margherita Casadei, Luca Farneti, Chiara Graziadei (avventore n. 3), Francesca Gori (avventore n. 2), Luigi Montalti, Federica Pianese, Lorenzo Piddiu, Agnese Taioli (avventore n.1); Classe III: Marcello Barbarossa (cui si deve il testo); Classe IV: Veronica Batani, Teresa Consalici (che ha realizzato le scenografie), Anna Tonti, Federica Tortora.
I personaggi, a parte il Barista e il Ragazzo della Suicida, saranno indicati con i numeri da 1 a 4.
Un bar, una taverna, un pub, vuoto, privo di
avventori. Il Barista è dietro il bancone e lavora,
pulisce i bicchieri. Sopra la sua testa, un orologio, che scandisce il Tempo che passa.
Entra uno degli avventori, n.1.
Si salutano con un cenno.
N.1 si avvicina al bancone, indifferente, dall’aria stanca, si tocca la testa con una mano. Un
po’ di silenzio
Barista: Hai saputo?
n.1 (subito), con indifferenza: No.
Silenzio
Barista: Si è uccisa.
n.1 imane in silenzio, e lentamente, come incredulo, lentamente si drizza a sedere, al contempo abbassando la testa. La sensazione è quella
di essere piccoli. Si stringe la testa tra le mani,
la scuote leggermente.
Il barista dà da bere a num.1.
n.1: ieri mi aveva parlato, non l’avevo mai vista
così tranquilla, mai. Ma poi aveva detto qualcosa di strano:
Margherita recita “Il male di vivere”
“Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
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riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato”.
Si rannicchia sulla sedia del bancone. Trema.
Entra il n.2 : Signore...sta male? (fa rivolgendosi al Barista riguardo alla condizione di n.1)
Il Barista gli fa segno di no. Di sedersi lontano
da lui.
n.2 si siede lontano da n.1, lasciato solo nella
sua tristezza.
n.2: Che succede?
Barista: è morta. Si è buttata sotto il treno.
n.2: Lo sapevo.
Barista: Cosa?
n.2: aveva dei problemi.
n.1, sentendo tutto: non aveva dei problemi.
Stava bene... (piange, si dispera).
n.2: se si è uccisa, vuole dire che non stava
bene.
Il barista rimane in silenzio. Non vuole dire
nulla.
n.1: Non è vero, non sai nulla. Tu...non la conoscevi bene come me. Era...
n.2: Era malata. Dentro, nell’anima.
n.1 è al culmine della disperazione.
n.2: Soffriva di depressione, credo.
n.1 si alza in piedi e getta via la sedia: allora
quello che lei mi aveva sempre detto era una
stronzata! Sì, sì, lei diceva che la vita era bella..
mi ha mentito! Lo sapeva...lo sapeva.
Veronica “Forse un mattino” di Montale
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“Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
Alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
Tra gli uomini che non si voltano, col mio
segreto”.
Il barista continua con indifferenza forzata,
dando fugaci occhiate ai due, a lavare, a trafficare dietro al bancone.
Da lontano entra il n.3, parlando, assorto:Basta
speculare...non c’è nulla da dire. Non c’è più.
Chiara: che ha fatto? (a n.2 riferendosi a num1)
n.3: Ha dei problemi. È un depresso anche lui...
probabilmente personalità borderline.
n.3 si siede.
n.1 recita “Ed è subito sera” di Quasimodo.
Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
Silenzio. Una frase spezzata nel buio, da n.1,
rintanato nell’ombra.
Tutto avviene troppo tardi. Tutto È troppo tardi.
n.2: bisogna staccarsi dalla vita. è così imprevedibile, così oscura... Ma non sono così disperato da uccidermi...
n.1 esce da buio, come un animale che si guarda in giro in cerca di qualcosa. Ha risvegliato la
sua attenzione.
n.2: io ho scelto di non scegliere. Così, si anticipa la morte. Si fa il morto, per non venire am-
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mazzati, no? All’inizio...all’inizio, mi consolavo
con deboli amori, una sigaretta, cento volte più
utile e consolatoria di mille Vangeli... e ora, mi
trovo io a bruciare come una sigaretta, lentamente, attimo dopo attimo, fino a che non si arriva alla fine. Fine del gioco. Fine di tutto.
Barista: Non è un gioco, questo.
n.2: tutto è un gioco. Uno stupido, inutile gioco.
Federica recita “Peso” di Ungaretti,
Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant’Antonio e va leggero
Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima”
n.1: come fai a continuare a vivere SENZA
MIRAGGIO?
n.2: Fflebite. Se non la curo, crepo. (Ride con
sarcasmo) ho cercato di evadere dalla vita senza morire, e LA VITA mi fa morire.
n.1o e n.3 si avvicinano e fissano il braccio martoriato di n.2.
n.3: (senza aspettare che finisca la frase): Non ti
credevo così. Non ne avevi bisogno...avevi tutto.
TUTTO.
n.2 ritrae il braccio: A quanto pare, non è così.
Se avessi avuto tutto, non sarei qui a parlare con
voi di una ragazza morta.
Lorenzo recita “Universo” di Ungaretti (Con molto sarcasmo)
“Col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza”
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n.1 si siede al bancone.
n.3: eppure aveva conosciuto quel ragazzo...
così, per caso. non so dove. Non so quando,
non saprei ricostruire, i piccoli giochi del destino, di Dio...
n.1: Dio? Parli di Dio? L’hai mai visto Dio?
n.2: Dai, dicci un po’ (sarcasmo malvagio)...
come sta? Sta bene?
n.3 Io Dio l’ho visto, un piccolo bagliore di
Dio...
n.2: NO!
n.3: Sì... (molto flebile)
n.2: NO!!!
Chiara: IO l’ho visto, DIO.
Matteo recita Dannazione
Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?
Rimangono in silenzio, sconvolti.
n.3 allora alza la voce: Lei ci stava aiutando
tutti! E neanche se ne accorgeva!
Entra in scena il n.4
n.4: Hai ragione te, invece (indica n.3). Anzi Lei
non era un bagliore. Lei era Dio. (rivolto a n.2)
n.2: E tu chi sei?
n.4: Chiederti chi sei tu e cosa ci fai qui, questo è importante.
n.2: Chi cazzo sei? (Ride intanto)
n.4 Guarda dentro di te! Guardati intorno!
n.1 incomincia a tremare, si siede al bancone.
n.2: Se va bene neanche la conoscevi...
n.4 : la conoscevo meglio di tutti voi! lei ci stava
SALVANDO, non ci stava solo aiutando! E nessuno di noi, compresa lei, se ne accorgeva!!
n.2: Se la conoscevi così bene, perché non l’hai
salvata???
n.1 intanto si alza e incomincia a camminare in
tondo, spaventato, poi emette un grido animalesco, si accascia per terra. Chiara è terrorizzato,
e fa per avvicinarsi al Marcello, steso per terra.
n.2 abbandona la “lotta” con n.4 e si avvicina
per calmare n.1
n.-2 lo consola con parole dolci.
n. 3: cos’ha?
n.2: adesso gli passa.
n.4: Deve farsi curare...
n.2: Con lei...cessavano. stavano sempre insieme, anche per questo motivo. Lei...
n.4: Ma la sua morte non è colpa di Dio!
n.1: E di chi? Nostra? Abbiamo deciso noi di
nascere in un mondo del genere? Dove?
Quando? No...noi non abbiamo scelto nulla.
Ha ragione lui (guarda n.2). Possiamo solo scegliere di morire. Solo quello. (confuso) Ha ragione lui!!! (Indica tremante n.2)
n.3: Sentite un po’, ma eravate felici...con lei?
n.3 si illumina, rizza la schiena sulla sedia.
Tutti lo fissano, stupiti.
Il Barista ritorna, con delle cose.
C’è silenzio.
n.2:Sì...ma questo non vuol dire nulla.
n.1: sì, io ero felice.(Voce tremante)
n.3 (lentamente): Io so che se eri felice avevi
visto Dio! (Gli sorride con amore)
num.3: Eravate felici o no?? Se sì, lei era Dio.
n.2: Ed io? Sono forse stato felice?Io l’amavo,
ma non ero felice, dentro...Guardala! Senti il
puzzo...toccala! ( gli afferra la mano, gli fa toccare l’incavo del braccio blu, gliel’avvicina alla
faccia con frenesia).
n.1 Recita “Abdicazione” di Fernando Pessoa.
“Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.
La spada mia, pesante in braccia stanche,
l’ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell’anticamera, rotti in mille pezzi.
La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.
La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.”
Elena: Ti sei ucciso, alla fine?
n.2 i rimane in silenzio, respira profondamente.
No
n.3 guarda n.4 che gli fa segno di parlare
Elena: era Dio, che ti teneva in vita. Perché lei,
con l’amore, te l’ha impedito.. Hai deciso di drogarti, per sfuggire alla vita. è merito di Dio, se
non hai deciso di ucciderti con un colpo in
testa...È lui che ti ha salvato dalla morte.
n.4 abbassa la testa, osservato da n.3
Silenzio.
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Francesca recita
Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Maria Vittoria recita
Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case
Anna recita
Ho sognato
che camminavo in riva al mare
con il Signore
e rivedevo sullo schermo del cielo
tutti i giorni della mia vita passata.
E per ogni giorno trascorso
apparivano sulla sabbia due orme:
le mie e quelle del Signore.
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Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma,
proprio nei giorni
più difficili della mia vita.
Allora ho detto:”Signore,
io ho scelto di vivere con te
e tu mi avevi promesso
che saresti stato sempre con me.
Perché mi hai lasciato solo
proprio nei momenti difficili?”
E lui mi ha risposto:
“Figlio, tu lo sai che io ti amo
e non ti ho abbandonato mai:
i giorni nei quali
c’è soltanto un’orma sulla sabbia
sono proprio quelli
in cui ti ho portato in braccio.
n.4: Le vie di Dio, non sono le nostre vie. Questo
è il Mistero.
Federica
Come pesano queste giornate!
Non c’è fuoco che possa scaldare,
non c’è sole che rida per me,
solo il vuoto c’è,
solo le cose gelide e spietate,
e perfino le chiare
stelle mi guardano sconsolate
da quando ho saputo nel cuore
che anche l’amore muore.
n.2 (lentamente)
“Nella vita dell’uomo, tutto ha il suo momento:
Tempo di nascere, tempo di morire,
tempo di piantare, tempo di sradicare,
tempo di uccidere, tempo di curare,
tempo di demolire, tempo di costruire,
tempo di piangere, tempo di ridere,
tempo
tempo
tempo
tempo
tempo
tempo
tempo
tempo
tempo
tempo
di
di
di
di
di
di
di
di
di
di
lutto, tempo di baldoria,
gettare via le pietre,
raccogliere le pietre,
abbracciare, tempo di staccarsi,
cercare, tempo di perdere,
conservare, tempo di buttare via,
strappare, tempo di cucire,
tacere, tempo di parlare,
amare, tempo di odiare,
guerra, tempo di pace.
n.1 si alza in piedi, e incomincia a camminare
in tondo, senza sosta.
Luca: Nulla, non ho fatto nulla. Però io sapevo
tutto. Sapevo dei suoi problemi.
N.1: Al diavolo! Non c’è da sapere nulla! È
morta, non c’è! È finita, tutto è finito! Per me, è
finita! Lei era l’unica persona che contava...e
ora?! A chi mi aggrappo? Da solo non ci riesco,
da solo non ci riesco...(Piange, incomincia a
camminare freneticamente) Tutto...è assurdo
Luca si alza e va davanti a Marcello. Lo fissa, e
grida: Lei si è uccisa perché amava la vita! Ma
non amava se stessa. Ci stava salvando tutti, ma
non riusciva a salvarsi. Donava amore al mondo
intero, ma a lei non rimaneva più nulla...
n.3: è colpa nostra se si è uccisa...
Marcello: Forse. Forse.
n.4: Lei era la MIA felicità.
Luca: Era anche la mia.
n.1: Era la mia, la mia felicità...
Silenzio. Tanto silenzio.
n.3: Da lei questo ho imparato questo
Veronica recita
Metti a frutto le cose che ti circondano
Questa pioggerellina
fuori della finestra, per esempio...
Il suono del rock and roll sullo sfondo,
la Ferrari rossa che ho in testa.
La donna che si sbatte qua e là
girando ubriaca per la cucina...
mettici dentro tutto,
mettilo a frutto.
n.4 rivolta al pubblico: “Dite voi come risolvereste il problema!”
Barista: Signori, però qui si chiude.
La VOCE della Suicida parla:
Federica
Molte volte ho studiato
la lapide che mi sono scolpita:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal
suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, e io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato
nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderioè una barca che anela al mare eppure lo teme.
(Eppure sentire di Elisa)
Luci spente, ora.
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Scaffale di lettura
Madame Bovary, Gustave Flaubert, 1856.
La storia
Il romanzo si apre ritraendo la figura di Charles Bovary: egli, dopo aver
trascorso l’infanzia in un collegio di Rouen ed aver studiato medicina in
città senza esiti troppo brillanti per la sua scarsa intelligenza (non capiva
nulla dei corsi che seguiva: «aveva un bell’ascoltare, non ne afferrava il
senso. Tuttavia lavorava, aveva quaderni rilegati, seguiva tutti i corsi, non
perdeva una sola lezione. Compiva il suo piccolo dovere quotidiano, come
un animale da maneggio, che gira sempre in tondo con gli occhi bendati,
senza sapere quello che fa»), accetta un impiego modesto di ufficiale sanitario in una piccola ed anonima cittadina di provincia. Sposatosi con una
donna arcigna e più anziana di lui e diventato vedovo, Charles incontra
Emma Rouault, se ne invaghisce e ne chiede la mano.
Emma è la vera protagonista del romanzo. Figlia di un rozzo ma benestante possidente terriero ed educata in città nel convento delle suore Orsoline, Emma accetta di sposare
Charles per fuggire alla grigia vita familiare e all’ambiente rurale che disprezza profondamente, aspirando ad una vita di agi e soprattutto ricca di “emozioni”.
Ma le sue speranze restano ben presto disattese. Emma si rende infatti rapidamente conto di quanto
il suo matrimonio sia alquanto diverso dai sogni e dalle fantasticherie che i romanzi romantici letti avidamente in convento avevano alimentato in lei («Tali romanzi non parlavano che di amori, amanti,
donne perseguitate, pronte a svenire dentro padiglioni solitari, postiglioni assassinati a ogni tappa,
cavalli sfiancati a ogni pagina, foreste cupe, baci, barchette al chiaro di luna, usignoli nei boschetti,
cavalieri coraggiosi come leoni, dolci come agnelli, virtuosi come nessuno mai, sempre aitanti e lacrimosi come urne»).
Nonostante Charles la ami intensamente («Per lui, l’universo non andava al di là del giro della sua
gonna di seta») e, pur di renderla felice, assecondi ogni suo capriccio, Emma, reputando la vita che
egli le offre non all’altezza di quanto ella meriti, è irrimediabilmente delusa nelle sue aspettative. La
donna arriva a detestare il marito per la sua indolenza e la sua mediocrità («Un uomo non doveva
conoscere tutto, eccellere in molteplici attività, iniziarvi ai misteri della passione, alle raffinatezze della
vita, a ogni mistero? No, quello lì non insegnava niente, non sapeva niente, non desiderava niente»),
addebitando alla sua scarsa ambizione ed alla sua passività la vita monotona, priva di divertimenti,
di forti sentimenti e di slanci che ella tanto vagheggia.
L’insoddisfazione e la tristezza di Emma vengono brevemente interrotte dall’invito del marchese
d’Andervilliers nel suo sfarzoso castello, dove la donna entra in contatto con il mondo sofisticato ed
elegante che aveva sempre agognato. Tuttavia quest’incontro fugace con quel bel mondo e la coscien51
za che lei non ne avrebbe mai fatto parte aggravano la depressione e la scontentezza cronica di
Emma: «Ma questa misera vita sarebbe durata per sempre? Non ne sarebbe mai uscita? Eppure lei
valeva quanto quelle che vivevano felici! Alla Vaubyessard aveva visto delle duchesse che avevano la
figura più grossa e i modi più ordinari, così esecrava l’ingiustizia di Dio; appoggiava la testa al muro
per piangere; invidiava le esistenze tumultuose, le notti in maschera, i piaceri insolenti con tutti quegli
smarrimenti che lei non conosceva e che certamente dovevano provare».
Madama Bovary si abbona a riviste della capitale e legge romanzi che la facciano distrarre dalla
tediosità insopportabile delle sue giornate che considera scialbe e prive di senso: così, ben presto, per
fuggire alla realtà, si rifugia nelle sue fantasie irrealizzabili, entrando in uno stato di totale apatia. Per
scuoterla dal suo funereo torpore Charles decide quindi di trasferirsi con la famiglia a Yonvillel’Abbaye, un altro paese di provincia, augurandosi che questo cambiamento possa giovare alla salute di Emma. Ma questo luogo appare ad Emma ancora più deprimente di Tostes, e né l’inserimento e
la frequentazione della borghesia cittadina locale né la maternità sembrano colmare il vuoto interiore
della donna. D’altronde detesta le persone frequentate per la loro rozzezza e pure la nascita della
figlia rappresenta per Emma non una gioia ma una bruciante sconfitta, avendo ella preferito generare un maschio quasi per una sorta di «rivincita su tutte le sue passate frustrazioni» di donna vincolata
da mille impedimenti.
Attraverso una descrizione più che realistica spietata degli abitanti della cittadina, Flaubert esprime un
giudizio molto severo sulla pochezza, sulla meschinità e sulla ottusità della borghesia di provincia:
essa è incarnata in particolare, nella sua presuntuosa e supponente ignoranza, dalla figura del farmacista Homais che continuamente sputa sentenze con tracotanza.
Nel frattempo Emma a Yonville conosce uno studente di giurisprudenza, Léon Dupuis, col quale condivide i suoi ideali romantici e il disprezzo per la realtà provinciale in cui entrambi si sentono imprigionati: ma quest’ultimo - in fondo vile e pusillanime - si allontana ben presto dal villaggio per motivi di
studio. In seguito ella rimane facile preda della seduzione di un ricco dongiovanni della zona,
Rodolphe Boulanger, che pare realizzare le sue recondite fantasie: Emma avvia quindi con lui una relazione extraconiugale, lasciandosi trascinare dal vortice della passione. Tuttavia proprio quando lei
escogita una fuga romantica con l’uomo, quest’ultimo, per il quale la donna rappresentava unicamente un mero passatempo, una ulteriore conquista da vantare e di cui liberarsi senza troppi problemi,
l’abbandona con una lettera. Emma, avvertendo ancora una volta tradite le sue aspettative e disintegrati i suoi sogni, rimane tramortita e traumatizzata, ammalandosi nuovamente.
Un incontro fortuito con Léon all’opera di Rouen pare rianimare Emma, che questa volta intraprende
con il giovane studente una relazione adulterina: ogni settimana, infatti, raccontando a Charles di
prendere lezioni di pianoforte in città, fa visita al suo amante. Ella cerca altresì di fuggire alla noia
della sua condizione comprando oggetti di lusso e vivendo al di sopra delle sue possibilità, accumulando debiti e ingannando l’ingenuo marito Charles, che le affida la gestione delle sue sostanze. Non
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riuscendo più a fare fronte ai creditori che si sono approfittati della sua dabbenaggine, dopo che le
viene negato aiuto sia da Léon che da Rodolphe – che confermano ancora una volta il loro disinteresse per la donna, che avevano solo usata –, Emma decide di suicidarsi, procurandosi fra l’altro una
morte lenta e dolorosa. Il leale marito Charles, ignaro fino a quel momento della doppia vita della
moglie, una volta venutone a conoscenza, non sopravvive a lungo alla donna, lasciando orfana la
figlia della coppia: tale è la devastazione interiore causatagli dall’indegno comportamento dell’adorata Emma che egli però perdona, continuando ad amarla fino alla fine.
Il personaggio
«Nel fondo della sua anima, Emma aspettava che qualche cosa accadesse. Come i marinai in difficoltà, volgeva gli occhi disperata sulla solitudine della sua vita e cercava, lontano, una vela bianca
tra le brume dell’orizzonte. Non sapeva che cosa l’aspettasse, quale vento avrebbe spinto quelle vele
fino a lei, su quale riva l’avrebbe portata, né sapeva se sarebbe stata una scialuppa o un vascello a
tre ponti, carico di angosce o pieno di felicità fino ai bordi». Questa citazione esprime efficacemente
il perpetuo stato d’animo di Madame Bovary: l’attesa inesausta e snervante della donna di qualcosa
di imprevisto che possa scuoterla dal torpore di una esistenza che ella percepisce piatta ed insignificante, mortalmente noiosa. Ella cerca in tutti i modi di astrarsi e fuggire dal grigiore che la opprime
rintanandosi in sogni, anelando agli amori idilliaci ed avventurosi delle eroine dei romanzi che tanto
invidia, oppure nella ricerca dello sfarzo e di una inebriante vita mondana: realtà sideralmente lontane da quelle che può assicurarle il marito, un uomo devoto e sinceramente affezionato a lei, ma quieto e banale, incapace di corrispondere agli ardori dell’inquieta Emma.
«L’amore, riteneva, doveva arrivare di colpo, con schianti e folgorazioni, uragano celeste che si abbatte sulla vita, la sconvolge, ghermisce le volontà come foglie e precipita il cuore negli abissi». Questa
convinzione, coltivata sin da ragazza attraverso la lettura di romanzi, si rafforza col trascorrere del
tempo, che Emma impiega a comparare la sua misera condizione con quella altrui e crucciandosi per
la sua esistenza così grama se raffrontata ai sogni inseguiti. Sono proprio questi miti romantici, utopistici nel loro esagerato eccesso e nella loro irragionevole assolutezza, a costituire la vera maledizione, il corrosivo tarlo, l’inesauribile tormento di Emma Bovary: in essi cerca conforto e sollievo ad una
vita che giudica vana, stupida, sciatta, ma in verità la fanno soffrire ancor di più. E così consuma la
sua esistenza, cadendo ripetutamente nelle trappole illusorie che incontra (anzitutto i falsi amori di partner non sinceri e fatui), alla rincorsa disperata di ciò che non potrà mai raggiungere: non apprezzando così quanto di positivo la circonda e quanto di schietto possiede.
La noia che l’attanaglia diviene in tal modo sempre più soffocante fino a stritolarla. Anche le avventure amorose in cui si trascina in verità l’annoiano: perché, in fondo, è lei stessa che crea con la sua fervida immaginazione il fuoco divoratore della passione febbrile che in verità non esiste nei suoi aman53
ti, in realtà poveri uomini ben distanti dagli eroi che Emma tanto bramerebbe. E infatti ad un certo
punto si ammette in maniera disincantata: «Lei era annoiata di lui quanto lui era stanco di lei. Emma
ritrovava nell’adulterio tutte le piattezze del matrimonio».
La stessa religiosità in cui la donna si rifugia nelle difficoltà è un sentimento falso, esagerato, “teatrale”, in cui Madame Bovary si compiace di identificarsi addirittura con le sante virtuose e martiri della
storia: non una pietà vera ed una fede sentita, tanto è vero che tali moti dell’animo scorrono via velocemente senza lasciare traccia e soprattutto senza incidere in alcun modo sulla sua esistenza dissoluta.
«Non era felice, non lo era mai stata. Da dove le veniva, allora, quell’insoddisfazione della vita, quell’istantanea putrefazione di tutte le cose su cui si appoggiava? (…) Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia una maledizione, ogni piacere il suo disgusto, e i baci migliori non lasciavano sulle labbra che il desiderio irrealizzabile di una voluttà più alta». Questa “noia” esiziale, causata dalla ineluttabile inconciliabilità tra il mondo reale e quello fantastico che ella medesima ha fabbricato, porta Emma a ricercare l’evasione con qualunque mezzo abbia disposizione, compreso il suo
corpo, che costituisce l’unica moneta di cui disponga per influenzare le altre persone e per orientare
il proprio destino: anche a prezzo della vergogna e del disonore, che svelano ancora una volta l’evanescenza terribile, perché totalmente inconsistente, dei suoi sogni. E infatti, schiava della sua vanità e
della sua ambizione, e al contempo impotente anche a causa del suo essere donna, ella è incapace
di capovolgere la propria sorte e perfino di ammettere la responsabilità delle proprie azioni, addossando le proprie colpe agli uomini che la circondano o alla frustrazione di appartenere ad un ambiente borghese gretto e meschino rispetto alla sua anima “gentile”. Un’anima che crede di librare in alto
e che invece striscia per terra, trascinando nella disperazione anche persone incolpevoli: prima di tutto
il marito Charles, con il suo affetto autentico e la sua dedizione incondizionata.
Tramite Emma Flaubert giudica ed in qualche modo condanna anche l’umanità che la affianca: infatti se la struttura morale del romanzo impone che alla fine Madame Bovary si faccia carico della responsabilità dei suoi inganni, ella diventa portavoce dell’Autore nel bollare severamente la classe borghese di provincia, dove a regnare sono l’idolo di un borioso e tronfio progresso scientifico e l’ignoranza supponente e risibilmente vanagloriosa di monsieur Homais. Quest’ultimo, che diventa quasi una
maschera stereotipata, è usato da Flaubert non solo per ridicolizzare, ma anche per mettere in guardia rispetto all’inconsistenza ed insieme alla dannosità dei nuovi dei che hanno invaso la scena, i falsi
miti della scienza e del progresso.
La stessa Emma, ansiosa d’amore, perennemente infelice, sognatrice impenitente, desiderosa anche di
elevazione sociale, si dimostra, nonostante le sue menzogne e le sue bassezze, preferibile rispetto
all’accozzaglia di saccenti ignoranti e bigotti che la opprimono. Ella rivela comunque uno spirito travagliato e dimostra una sensibilità per la bellezza e la grandezza che, pur nella sua vacuità ed astrattezza, si pone in netto contrasto con la mediocre banalità della gente del posto, che ne risulta dunque
amplificata.
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Il rapporto tra Flaubert e il suo personaggio più famoso è infatti ambivalente, fino quasi a diventare
contraddittorio: se da una parte vengono stigmatizzate e punite le sue tendenze romantiche, che risultano futili ma anche perniciose, dall’altra viene messo in luce in qualche modo lo spessore della personalità di Emma nel suo ribellarsi alle frivole ed al contempo prevaricanti “leggi” della società borghese. La “noia” di Madame Bovary, la quale precorre i temi della nausea di vivere e del vuoto esistenziale che caratterizzeranno la letteratura novecentesca, pare essere l’unica risposta rispetto all’abisso incolmabile che separa gli impalpabili e smisurati sogni della protagonista da una realtà quotidiana – che però non è meno falsa dei sogni stessi – dove a regnare sono i benpensanti perbenisti
con le loro rigide convenzioni ed i loro ideali fasulli. L’unica figura realmente positiva del romanzo si
rivela Charles Bovary, il quale pur è uomo indolente e privo di ambizione, ma si riscatta alla fine del
romanzo palesando una elevata statura d’animo all’interno del dramma del suo amore non corrisposto: è lui l’unico a nutrire un sentimento genuino e generoso in un mondo di ipocrisia, di simulazione,
di chimere tanto abbaglianti quanto vane.
Andrea Garaffoni, classe Quarta
L’eleganza del riccio, M. Barbery 2006
“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery può essere definito come un doppio diario in cui le protagoniste si raccontano al lettore che osserva entrambe le storie svilupparsi parallelamente, inizialmente
senza mai toccarsi, fino ad arrivare ad un punto d’incontro che rappresenta la svolta del romanzo.
La prima figura che compare nel libro è quella di Renée, portinaia in un elegante palazzo abitato da
famiglie dell’alta borghesia, che si descrive in questo modo: “Mi chiamo
Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono
vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe
mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante.” Nulla di strano per il lettore, se
non fosse che Renée nasconde libri di filosofia tra la spesa e lascia la televisione accesa mentre ascolta in un’altra stanza musica classica, il tutto per
confermare alla poco fervida immaginazione degli inquilini lo stereotipo
della portinaia sciatta e ignorante. All’insaputa di tutti infatti, Renée è una
coltissima autodidatta che ama l’arte, la filosofia, la musica e la cultura
giapponese. Sbaglia volutamente qualche vocabolo e se le parlano di Kant
assume uno sguardo vuoto e inespressivo, ma conosce a memoria i romanzi di Tolstoj, ha visto tutti i film di Ozu, regista giapponese per pochi, e sul
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piano intellettuale non ha nulla da invidiare ai suoi ricchi e boriosi padroni, che si può permettere di
sbeffeggiare con una tagliente quanto sottile ironia. Ella non vuole però che qualcuno scopra queste sue
passioni perchè teme di infrangere il tranquillo equilibrio che si è costruita per isolarsi dal mondo reale:
disprezza le persone che la circondano, che considera ignoranti, grette e materialiste, ed incapaci di
comprendere i suoi sentimenti. È proprio questo aspetto che la rende simile all’altra protagonista, Paloma
Josse, figlia dodicenne di un deputato che abita nel palazzo di Renée. Anche lei nasconde i suoi pensieri e le sue potenzialità per adeguarsi al modello che la società le impone: “Si dà il caso che io sia
molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un
abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni”. Sembra aver già capito il senso della vita, giudica il mondo e crede di essere migliore della maggioranza dei suoi abitanti, tanto da volere suicidarsi il giorno del suo tredicesimo compleanno.
Paradossalmente queste due figure così vicine e simili fra loro non si incontrano mai nel corso della storia, o meglio, si ignorano reciprocamente. È necessario l’intervento di uno sconosciuto per unire i loro
destini. La svolta del romanzo è proprio l’ arrivo, causato dall’improvvisa morte di un anziano inquilino
del palazzo, di Monsieur Kakuro Ozu, affascinante signore giapponese (omonimo del regista) che, seppur ricco al pari dei suoi condomini, presta attenzione alle persone che gli stanno accanto. Egli è l’unico a vedere la vera Renée, riesce cioè a vedere, utilizzando le parole di Paloma, l’eleganza del riccio:
“Madame Michel ha l’eleganza del riccio, fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma
ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti”. Proprio quando Renée, smascherata da Ozu, intravede la possibilità
di un cambiamento nella sua vita, perde tragicamente la vita in un incidente. La sua morte tuttavia convincerà Paloma a non suicidarsi e a ricercare la bellezza in questo mondo.
Personalmente ho trovato il libro un po’ noioso: a tratti sembra di leggere un trattato di filosofia, in cui
si deve dedicare la massima attenzione ad ogni frase, per non perdere il significato di ogni riflessione delle protagoniste. La trama, al di fuori delle riflessioni personali di Renée e Paloma è molto trascurata e il ritmo narrativo è fin troppo lento e piatto. Le protagoniste, poi, in particolare Paloma, risultano poco credibili e troppo ciniche sotto alcuni aspetti: ad esempio, nemmeno la ragazzina sembra credere fino in fondo ai suoi propositi suicidi, che più che altro paiono inseriti dalla scrittrice, per ravvivare l’interesse e la curiosità del lettore mentre considerazioni e pensieri gli si srotolano a non finire
davanti agli occhi. È vero che la superficialità della società moderna è un tema più che mai attuale,
ma nel libro, la cultura e la bellezza, che dovrebbero essere il mezzo con il quale vincere l’indifferenza della gente, sembrano essere in parecchi punti un rifugio in cui dimenticare la realtà e abbandonarsi ai propri sogni. D’altro canto mi ha colpito la figura di Ozu, che rappresenta una vera possibilità di cambiamento per le protagoniste: egli infatti possiede una grande sensibilità e riesce a guardare alla sostanza delle persone, senza fermarsi alle apparenze e senza essere influenzato dai divari
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sociali. Il giapponese è la dimostrazione di come l’ignoranza borghese che porta ad errati pregiudizi
possa essere superata facilmente per vivere pienamente e in modo sinceramente appassionato i rapporti con altri.
Simone Pracucci, classe Terza
Proponiamo infine un’antologica di osservazioni proposte dai ragazzi della classe Prima su alcuni dei
testi più significativi letti nel percorso di Italiano
Il mio rapporto con la lettura può definirsi una sorta di “legame di amicizia con me stessa”. Grazie
alle pagine dei libri colme di pensieri, sentimenti, ideali, riesco ad immedesimarmi nei vari personaggi, entrando in vite sempre differenti..In ogni frase che con attenzione leggo posso riscoprire la tangibile complessità dell’uomo ed il suo bisogno principale di porsi domande a cui tenta, in ogni modo,
di dare risposta. Tale affetto per la lettura mi è stato tramandato con particolare cura e riguardo, come
fosse un bene, un desiderio prezioso da tramandare di generazione in generazione.
Marianna Andreucci
A. Baricco, Novecento - un monologo, Ed. Feltrinelli,1994
La vita di Novecento è molto particolare ed è ambientata tutta sul piroscafo “Virginian”. Novecento è
un bambino dai genitori ignoti, trovato da un macchinista che lavora sulla nave, lo stesso che lo “battezza” con lo strampalato nome di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. Viene cresciuto dai membri dell’equipaggio che un giorno lo sentono suonare il pianoforte in modo straordinario per un bambino che non ha mai preso lezioni di piano. Fin da subito inizia a coltivare questo suo dono e con la
sua musica rapisce tutti i passeggeri del Virginian. La storia viene presentata da un trombettista che conosce Novecento solo quando lui è già adulto.
Vengono descritte le gesta musicali di Novecento ad iniziare dal confronto
tra lui e il pianista Jelly Roll Morton di fama mondiale e concludere con le
notti passate a creare note mai esistite. Possiamo vedere come a Novecento
non importassero i duelli bensì tutto il resto poiché era quello che lo stupiva. Vive la sfida con Morton in modo tranquillo, infatti non voleva sapere
chi vinceva ma imparare qualcosa da colui che riteneva l’inventore del
jazz. Rimane deluso quando capisce che al suo avversario importava solo
la vittoria e così per fargli vedere ciò di cui era veramente capace suona in
modo divino. Gli spettatori sono in apnea, tutti zitti, a vedere quelle mani
che sembrava fossero non due ma cento, a vedere quel piano che sembrava scoppiare dalle scariche di accordi. Solo in pochi però sapranno e
potranno testimoniare la vittoria di Novecento sul più famoso pianista del
mondo. Novecento infatti non scenderà mai da quella nave, sarà tentato
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però di intraprendere una vita sulla terra. Dopo una vita di racconti e sogni si stanca di non poter vedere il mondo coi suoi occhi, di non poter provare l’emozione di vedere l’infinito dell’Oceano in modo
più ammirevole, quel modo che gli era stato descritto da un passeggero e che lo aveva tanto affascinato. Fa così tutti i suoi preparativi per lasciare la sua casa: il Virginian. Ma alla vista di New York si
spaventa e si ferma sul terzo gradino della nave. Solo alla fine capiremo che Novecento ha avuto
paura non di iniziare una nuova vita, ma di iniziarla in un luogo di cui non vedeva la fine delle strade dove la cose erano così belle, ma terribilmente belle, come dirà poi all’amico:
“…ma le vedevi le strade?/ Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una/come fate voi a scegliere una donna/ una casa,una terra che sia la vostra, un paesaggio da
guardare, un modo di morire /tutto quel mondo/ quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce/e quanto ce n’è./ Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla , quell’enormità, solo a pensarla? A viverla…/”.
Diversamente da dove aveva vissuto, sulla terra ferma lui non sa dove andare, non ha una meta precisa o un porto dove poter attraccare. Novecento è una persona enigmatica, può arrivare a capire la
gente e sapere dove e come sono i posti più belli del mondo ma fino in fondo lui non sa quello che
vuole. Così la paura di vedere l’infinito supera la curiosità di vedere il mondo coi suoi occhi. La partenza del trombettista, che era diventato suo amico, deciso a riprendere una vita sulla terra ferma lo
rattrista molto tanto che la notte prima del saluto i due attraverso la musica si riescono a dire tutte le
cose che non riuscivano dirsi con le parole. La storia si conclude con il rinnovato incontro dei due amici
in una situazione critica. Infatti dopo vari anni di traversate per Novecento, che ha seguito il Virginian
dappertutto,è arrivato il momento di scendere dalla nave, ma lui resta lì, sul Virginian, deciso a non
lasciarlo anche se sa che lo faranno esplodere da un momento all’altro. Il trombettista con un’ultima
speranza nel cuore tenta di farlo uscire dalla nave, ma Novecento gli dice che non abbandonerà mai
la sua casa e che andrà in Paradiso dove forse nessuno saprà della sua esistenza.
In particolare una frase mi ha colpita, quella in cui si descrive il protagonista: “Sapeva leggere la gente”.
Qui Novecento viene descritto come unico, assolutamente particolare. Egli, che pure non è mai sceso
dalla nave trascorrendo tutta l’esistenza lontano dal mondo “reale”, ha una impressionante capacità
di cogliere l’umanità di chi incontra. Questo aspetto di lui mi ha colpito tantissimo perché oltre a stupirmi del fatto che qualcuno sappia leggere la gente, capirla da come si comporta mi ha colpito il fatto
che proprio Novecento sia così poiché era uno che in fondo aveva paura di prendere le decisioni e
così facendo credo che non sia mai diventato adulto fino in fondo perché ha sempre delegato le sue
decisioni e, cosa ancora più grande, è il fatto che per fare ciò ha dovuto dimenticare e cancellare i
propri sogni e le proprie speranze. In questo libro ho imparato come il timore dell’infinito impedisca
di vivere pienamente la vita, e come invece l’accettazione di questa paura sia già un bel passo avanti nell’affrontarla.
Rita Cardenas Vargas
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A. D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Ed. Mondadori, 2010
Il libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia
parla di un ragazzo sedicenne, Leo, che vive in una realtà moderna e normale: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, i giri in motorino e ascoltare la musica che preferisce col suo iPOD. Non sopporta la scuola e tutti i
professori che vi insegnano fino al momento in cui incontra un supplente di
filosofia “diverso” dal resto dei docenti. L’incontro con quest’ultimo, soprannominato il Sognatore, caratterizza in buona parte il cambiamento della
vita del protagonista. Leo durante l’arco della narrazione, sotto l’influenza
del nuovo supplente, inizia ad interessarsi alle sue lezioni e a cercare il suo
vero sogno.
L’altra causa del cambiamento di Leo invece è dovuta alla malattia di
Beatrice, la ragazza di cui è certo di essere innamorato. A causa della
grave malattia di cui è soggetta Beatrice, Leo soffre continuamente e vuole
rimanerle accanto nonostante non si siano mai parlati. Grazie all’aiuto della carissima amica Silvia,
Leo riesce ad avere contatti con Beatrice e a stare con lei durante gli ultimi mesi di vita che le rimangono. L’unico vero problema è che Leo è talmente certo che Beatrice sia il suo sogno che solo quando
lei muore, si accorge di quello che vuole veramente: stare con Silvia.
Lo stile utilizzato dall’autore è caratterizzato prevalentemente dal linguaggio giovanile ed è ricco di
profonde osservazioni sulla vita e sui rapporti fra gli uomini.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare personalmente l’autore Alessandro D’Avenia a Cesena per porgli numerose domande che ci erano sorte durante la lettura. Fra queste una domanda è stata: “Cos’è
per lei la bellezza?” e la risposta che l’autore ha dato è stata la cosa che mi ha colpita di più dell’incontro: “La bellezza è amore che si realizza”.
Credo quindi che leggere sia come tuffarsi dentro ad una nuova realtà, e secondo me i libri rappresentano tante porte diverse che, a seconda del gusto del lettore, si aprono svelando la ricchezza che
contengono. Considero inoltre i libri come amici perché mi aiutano a perfezionare il mio modo di scrivere poichè posso apprendere da essi nuove espressioni, nuovi modi di esprimermi.
Camilla Lucchi
Ho sempre vissuto un difficile rapporto con la lettura, ma da settembre 2010 le cose sono cambiate;
in particolare mi è servita la lettura di alcuni testi quali Il piccolo principe o il romanzo di D’Avenia.
Da qui in poi la lettura mi è sembrata più interessante perché ho imparato, tramite il confronto con
alcuni dei personaggi, a conoscermi meglio. Ad esempio il passaggio di D’Avenia in cui Leo innamo59
rato di Beatrice è costretto a non vederla, e ne sente la mancanza, mi ha fatto ragionare sulla
mia vita.
Non c´è neanche alla fermata al pomeriggio. Le mie giornate sono vuote Beatrice continua a non
venire a scuola. Sono bianche, come quelle di Dante quando non vide più Beatrice. Non ho niente da
dire, perché quando non c´è l´amore le parole finiscono. Le pagine diventano bianche, manca
inchiostro alla vita.
Mi hanno colpito queste frasi perché quando manca qualcuno a cui sei affezionato, ti vengono a mancare i punti di riferimento. A me è successo questo quando mio fratello è andato a studiare
all´università a Bologna. Ero abituato a fare riferimento a lui per lo studio, per le serate al fine settimana e per tantissime altre cose e da quando si è trasferito, e lo vedo pochissime ore nel fine settimana è come mi fosse venuta meno una certezza che in lui vedevo. All´inizio ho fatto molta fatica, ma
piano piano, questa mancanza, tramite anche la lettura del romanzo, mi ha aiutato nella crescita e ad
affrontare le mie prime difficoltà.
Marco Sama
Un momento dell’incontro, tenutosi il 26 novembre 2010, di D’Avenia con i ragazzi del Liceo
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Annuario 2010-2011
Anno scolastico 2010/2011
Gli insegnanti
Manduca don Onerio (Religione)
Tiziano Mariani (Italiano, Latino;
Vice Preside, Responsabile Area Umanistica)
Teresa Foschi
(Italiano, Latino, Storia, Geografia)
Lorenzo Gianfelici (Storia, Filosofia)
Antonietta Campana
(Inglese; Responsabile Area Linguistica)
Lorenza Abati (Spagnolo)
Paolo Bragagni (Tedesco)
Antonia Alecci
(Matematica; Responsabile Area Scientifica)
Maria Grazia Corzani (Matematica)
Massimiliano Bacchi (Fisica)
Nicola Di Camillo
(Disegno e Storia dell’arte)
Marina Meldoli (Educazione Fisica)
Francesca Vicini (Scienze)
Paola Ombretta Sternini (Preside)
Gli studenti
Classe Prima:
Andreucci Marianna
Brighi Antonio
Cardenas Vargas Rita
Esposito Gianluca
Lucchi Camilla
Sama Marco
Classe Seconda:
Bazzocchi Maria Vittoria
Belluzzi Elena
Brotto Francesca
Burzacchi Matteo
Casadei Margherita
Farneti Luca
Gori Francesca
Graziadei Chiara
Montalti Luigi
Montanari Giovanni
Pianese Federica
Piddiu Lorenzo
Taioli Agnese
Classe Terza:
Barbarossa Marcello Francesco
Battistini Pietro
Corzani Arianna
Faberi AgneseLicciardi Pietro
Mazzotti Sofia
Pracucci Simone
Classe Quarta:
Veronica Batani
Lorenzo Belluzzi
M. Teresa Casali
Teresa Consalici
Francesca Fioretti
Andrea Garaffoni
Isacco Lami
Marco Manuzzi
Margherita Marcatelli
Anna Tonti
Federica Tortora
Filippo Vicini
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Finito di stampare nella Stilgraf di Cesena nel mese di giugno 2011
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«Le radici della scienza si alimentano nel suolo della vita umana