don Giulio Salmi: dono di Dio per il nostro tempo 21 gennaio 2006: un anno fa ... A ll’alba del 21 gennaio 2006, festa di S. Agnese e anniversario della morte della mamma, don Giulio Salmi si è addormentato nel Signore. Sono stati i “ragazzi” della Villa ad accorrere per primi, chiamati da Marcello. Poi siamo arrivati noi preti e dopo pochi minuti i collaboratori. Era una piccola famiglia riunita attorno al proprio padre. Lacrime. Silenzio. Ma subito, sommessa, quasi timorosa, la preghiera: “In Paradiso ti accompagnino gli angeli, al tuo arrivo ti accolgano i martiri e ti conducano alla santa Gerusalemme. Ti accolga il coro degli angeli e con Lazzaro, povero in terra, tu possa godere il riposo eterno nel cielo”. L’inizio della notte era stato meno sereno del solito. Ma da alcune ore don Giulio dormiva un sonno tranquillo. Nel silenzio del sonno, all’alba, il Signore lo ha chiamato: “Vieni, servo buono e fedele, benedetto dal Padre mio. Ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo”. 2 L’Arcivescovo ha aperto il corteo di coloro che venivano ad elevare al Signore la preghiera di suffragio: era il dovuto segno di riconoscenza a don Giulio per il bene che aveva seminato in mezzo a noi. Era l’omaggio a questo piccolo grande prete che in ogni istante ha proclamato l’amore di Dio per tutti gli uomini e donne incontrate nel suo ministero. L’Arcivescovo con grande sensibilità di padre e pastore disponeva che il rito del congedo cristiano fosse celebrato nella cattedrale, chiesa madre di tutti i bolognesi. Seguivano poi a manifestare la loro partecipazione i Cardinali Biffi e Silvestrini, molti Vescovi e tutte le componenti la Chiesa bolognese, il Presidente della Camera dei Deputati, autorità pubbliche di ogni grado, gli enti locali e le istituzioni civili, sindacali, culturali, politiche e militari. In particolare tanti lavoratori, giovani, famiglie di ogni condizione e nazionalità. La morte di questo sacerdote di Dio ha affratellato tutti in una impensabile comunione di sentimenti, ha fatto scaturire un profondo impegno di testimonianza cristiana e di promozione della dignità di ogni persona. L’Arcivescovo, al termine del rito esequiale, consegnava “nelle mani del Padre clementissimo l’anima del nostro fratello sacerdote Giulio”: ma nello stesso tempo affidava a ciascuno di noi la memoria di questo prete, perché tutti ci sentissimo impegnati a far fruttificare il seme da lui gettato, quasi continuando la strada indicata in occasione del cinquantesimo di Villa Pallavicini: “amo vedere questo luogo come la “città della carità”, come il luogo dove la fame di pane viene saziata perché sia saziata la fame che Cristo ha della dignità dell’uomo”. La celebrazione del funerale di don Giulio un anno fa non è stata un momento di morte, ma l’esaltazione di una vita vissuta tutta nell’amore, un inno alla misericordia di Dio resa visibile nelle opere di questo sacerdote. La sua salma, portata a spalle dai giovani atleti della Polisportiva Antal Pallavicini ora riposa nella nuda terra - come egli aveva desiderato - nel cimitero di San Lazzaro, il paese che gli aveva dato i natali e dove era stato rigenerato alla vita cristiana nel battesimo. 3 4 Ad un anno dalla morte di don Giulio, tutti ne sentiamo il vuoto. Ma è altrettanto forte la percezione della sua presenza: siamo convinti che ci sia vicino, ci guardi, ci parli, ci stimoli ancora... Viene spontaneo accostare don Giulio alle grandi figure che hanno segnato la Chiesa di Bologna nella seconda parte del XX secolo: don Marella, don Dossetti, don Gherardi: di essi era grande amico. Percorrendo vie diverse, quasi completandosi a vicenda, hanno tutti fedelmente servito il Signore ogni momento, facendosi veri servi degli uomini e dei poveri. Don Giulio ha saputo coinvolgere in questa meravigliosa avventura schiere di collaboratori, infondendo in ciascuno quanto aveva appreso anzitutto dalla fede genuina e dalla fiducia incrollabile nella Provvidenza della mamma Gaetana. Aveva attinto allo spirito di donazione totale trasmessogli da San Giovanni Calabria, incontrato - quando era appena quindicenne - a Verona. Così scrive don Giulio: “Nell’estate 1935 andammo a San Zeno in Monte, a Vedova, ospiti di don Giovanni Calabria. Ebbi il privilegio di un colloquio faccia a faccia... Mi aprii fino in fondo. Al termine, mi disse tre cose: • devi diventare come Daniele, uomo dai grandi orizzonti, • non essere una candela , ma una stufa che scalda sé e gli altri, • sii una conca, non un rubinetto, che dona a tutti i propri doni. Quelle semplicissime metafore rimasero incise sempre nella memoria del cuore”. Un parroco ha scritto di don Giulio nel suo bollettino parrocchiale: “Un sacerdote che ha lottato per tutta la vita contro il male, ci ha lasciato il 21 gennaio 2005, dopo cinque anni di colloquio continuo con il Padre e di silenzio con gli uomini. Ma il suo cuore di padre, di fratello e di amico ha sempre parlato per mezzo degli occhi. Sguardo di Dio sull’umanità. Grazie, don Giulio, per il dono della speranza! E tutto questo perché Cristo è risorto ed è risorto davvero...” È la speranza il dono che don Giulio ha saputo trasfondere in tutti. E alla speranza ha dedicato l’opera che più a lungo lo ha impegnato e che ancora non è conclusa: il Villaggio della speranza, oltre che la Casa di accoglienza per giovani operai dedicata al beato Bartolomeo Maria Dal Monte. Spazi profetici della comunione tra generazioni, nel segno della famiglia che lavora e luogo di fraternità tra lingue e popoli diversi. Nelle opere lasciate da don Giulio si ritrovano abitualmente giovani del Ghana, del Perù, del Marocco, del Pakistan, dalle provenienze più varie. Collaborano in fraternità studenti e lavoratori albanesi, moldavi, ucraini, rumeni, indiani, quatemaltechi. I collaboratori provengono spesso dalle regioni italiane più distanti: dalla Puglia, dalla Calabria, dalla Campania... Continenti diversi, lingue diverse, regioni diverse... Ma tutti accomunati in un’unica famiglia, attorno all’unica mensa, con una medesima lingua comprensibile: quella dell’amore. È questo il miracolo che don Giulio ha saputo realizzare. Questo è il programma di ieri, di oggi e di domani. É il linguaggio dell’amore di Dio, tradotto in opere di giustizia per i più deboli: ha reso possibile una nuova Pentecoste che dura da oltre sessanta anni. Quella Pentecoste era iniziata alle Caserme Rosse durante la guerra: era passata poi attraverso le mense per gli operai, le Case per ferie, l’apostolato nelle fabbriche, la Polisportiva per tutti, il Villaggio, Villa Pallavicini... Ora attendiamo che possano continuare frutti maturi di fraternità. Don Giulio ci ha passato il testimone indicandoci anche il segreto di questa Pentecoste: “preghiera, comunione con il Vescovo, abbandono alla divina Provvidenza”. Il Signore davvero alimenti in noi la fede, accresca la speranza, rafforzi la carità... don Antonio Allori 5 Il testamento di don Giulio Mi confesso Ho 80 anni: è bene fare un esame di coscienza per tutti questi anni. Il Signore è sempre stato con me, ora penso di essere sempre con Lui. La mia vita penso debba spenderla in lode a Lui che è amore. Desidero diventare apostolo del Suo amore. Ogni istante proclamare il Suo amore a tutti gli uomini e donne che incontro. Essere per l’Onarmo quel chicco di grano che marcisce nella terra per far crescere una spiga piena di chicchi. Non ho rimorsi per le opere che il Signore per mezzo di un pazzo uomo sono state fatte (Case per Ferie, Casa del Giovane Lavoratore, Polisportiva, Villaggio della Speranza, Casa di Accoglienza per anziani malati e per i Pellegrini del 2000 e i lavoratori che domani chiedono ospitalità e tante nuove iniziative). Ora è il momento di passare ad altri la guida di queste cose, per essere 6 concime di prosperità e di comunicare ai collaboratori il segreto di queste attività: 1. preghiera, Messa quotidiana e disinteresse personale, tutto a gloria di Dio e della Sua Chiesa. 2. essere uniti al Vescovo e aspettare da Lui l’approvazione carismatica di quanto si vuole fare. 3. abbandono completo alla Divina Provvidenza, ringraziando il Signore per aver donato donne e uomini con il Suo Spirito per rendere operative queste cose. Un ricordo particolare per Dante Calzoni vero cristiano per la Fede e le Opere. Pregate per me 7 “L’avete fatto a me” 8 N ella fede la Chiesa di Dio in Bologna si raccoglie oggi a celebrare i divini Misteri per la pace eterna di uno dei suoi figli più grandi, Mons. Giulio Salmi. La vostra presenza tanto numerosa, la presenza di tante autorità civili e militari di ogni ordine e grado manifesta la stima di cui godeva questo umile sacerdote, l’affetto profondo di cui era circondato. È difficile esprimere brevemente il senso profondo dell’esistenza sacerdotale di don Giulio, ma singolare luce viene dalla pagina evangelica appena proclamata a noi che con affettuosa venerazione vogliamo custodire intatta la memoria di tanta grandezza. 1. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Grande mistero racchiudono queste parole! Esse ci rivelano che esiste una misteriosa, ma reale identificazione del Figlio di Dio con l’uomo più povero, più emarginato, più umiliato: l’uomo che non ha di che mangiare, di che vestirsi, di che curarsi quando si ammala. La parola evangelica porta al suo termine l’antica rivelazione. L’uomo non è solo “ad immagine e somiglianza di Dio”; non solo la gloria di Dio risplende nel volto dell’uomo. Dio stesso si fa uomo e si unisce ad ogni uomo, al punto che ciò che a questi noi facciamo/non facciamo, lo facciamo/non lo facciamo a Dio stesso. Il Signore nella prima alleanza aveva detto: «domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» [Gen 9,5]. Egli rivelava così una corresponsabilità di ciascuno per ciascuno, una condivisione della stessa umanità dalla quale nessuno più poteva essere escluso. Il Signore nella nuova alleanza ci rivela un mistero ancora più profondo: dentro a questa condivisione della stessa umanità e destino si è collocato anche Lui, così che ogni sfregio compiuto alla dignità di un uomo è sacrilega deturpazione della divina persona del Verbo fattosi carne: «l’avete fatto a me – non l’avete fatto a me». Penso di non sbagliare nel dire che questa pagina del Vangelo è la chiave interpretativa di tutta la vita di don Giulio; nel dire che il suo sacerdozio è stato come generato dalla luminosa percezione dell’identificazione di Cristo col povero. 2. Don Giulio, nato in una famiglia poverissima di pane, ma ricca di fede, è come plasmato fin dall’inizio della sua vita dalla povertà. È singolare quanto egli scrive sull’immagine ricordo della sua ordinazione sacerdotale: «vedo finalmente avverarsi il mio desiderio di portare la fede a masse operaie che la cercano». In questa semplice apertura del suo cuore manifesta già una singolare consapevolezza della sua missione sacerdotale: evangelizzare chi è più bisognoso ed emarginato. La prima miseria a cui il Signore lo inviò fu quella causata dall’odio fratricida di uomini dominati da un’ideologia folle contro i loro fratelli in umanità. Sacerdote da alcuni mesi, fu mandato dal Card. Arcivescovo alle caserme Rosse come cappellano dei rastrellati destinati alla morte nei lager nazisti. Fu questa l’esperienza che lo marcò per tutta la vita. Un’esperienza vissuta nel coraggio di una condivisione che lo espose anche a gravi rischi: «ero...carcerato e siete venuti a trovarmi». Ben quattro amministrazioni municipali, fra cui la nostra di Bologna, riconobbero con l’assegnazione di una medaglia d’oro il coraggio e la dedizione di don Giulio, che organizzò per centinaia di 9 10 rastrellati la fuga e la salvezza. Alcuni di loro sono ancora viventi. La pagina evangelica, come avete sentito, carissimi fratelli e sorelle, sottolinea in modo esemplare una delle proprietà più commoventi della carità cristiana: la sua multiforme capacità di rispondere ai diversi bisogni dell’uomo. L’identificazione di Cristo col povero porta a vedere con somma diligenza come, in quali modi la dignità dell’uomo è nel rischio di essere degradata: mancanza di cibo, di una casa, di un lavoro, di un riconoscimento, di accoglienza, di compagnia. Le risposte che don Giulio diede ai bisogni dell’uomo sono nella loro varietà indice di una capacità non comune d’interpretare le domande più profonde dell’uomo. Di tutto questo Villa Pallavicini è il simbolo più espressivo ed il messaggio più forte che don Giulio ci lascia: defunto, egli continua a parlarci e a provocarci salutarmente con quella “città della carità”. Nel suo testamento spirituale, don Giulio ci confida: «Ora è il momento di passare ad altri la guida di queste cose, per essere concime di prosperità, e di comunicare ai collaboratori il segreto di queste attività: 1) preghiera, Messa quotidiana e disinteresse personale, tutto a Gloria di Dio e della Sua Chiesa; 2) essere uniti al Vescovo e aspettare da Lui l’approvazione carismatica di quanto si vuol fare; 3) abbandono completo alla Divina Provvidenza, ringraziando il Signore per avere donato donne e uomini con il Suo Spirito per rendere operative queste opere.» 3. Il Signore ha purificato il suo servo attraverso il sacrificio dell’afasia completa che lo colpì negli ultimi anni: parlava solo con gli occhi. Ma forse, carissimi, il Signore ha voluto dirci qualcosa attraverso questo umile grande prete anche con questa afasia. «Non chi mi dice “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio». E la volontà del Padre è che in Cristo costruiamo quella “città delle persone” di cui don Giulio ha posto un segno esemplare. Card. Carlo Caffarra Il prete del lager N el febbraio 1944 fui nominato dal Cardinale Arcivescovo Giovanni Battista Nasalli Rocca, cappellano di questi lavoratori, dietro interessamento della prof. Maria Bagini presso l’ufficiale tedesco addetto a questa attività, il colonnello Friedmann. Dal giorno del mio primo ingresso alle Caserme Rosse in quello stesso mese di febbraio, per tutta la durata del loro triste funzionamento, e fino ai bombardamenti che distrussero il centro di smistamento come tale, 14 persone in tutto – fra uomini e donne – si presentarono per partire volontari. Fu nel mese di giugno che il fenomeno della deportazione in massa mi apparve in tutta la sua orribile imponenza. Cominciarono ad arrivare dapprima i carabinieri, colpevoli d’aver prestato un solo giuramento, poi gente di Toscana e delle Marche, strappati con la forza alle famiglie e alla terra che li aveva visti nascere, per andare a morire, la maggior parte di loro, al di là del Brennero. Le Caserme Rosse cominciarono allora a mostrare il loro vero volto ed il significato che assunsero in quei giorni, fu nero presagio di quanto avvenne in seguito. 11 12 A completare il quadro della situazione, si deve dire che c’era anche un reparto di militari, che conducevano vita autonoma, occupando tutta l’ala sud del fabbricato; esso era composto di alcune centinaia di militari aderenti alla Repubblica di Salò, con ufficiali e cappellano militare. Chiesi ed ottenni dal Cardinale di prestare l’assistenza religiosa agli uomini che i tedeschi stavano ammassando nel campo, uomini che il popolo aveva già battezzato con immediata e dolorosa espressione “rastrellati”, come se un gigantesco pettine d’acciaio fosse passato sulla loro terra, trascinando con sé in anonimo miscuglio operai ed intellettuali, uomini di scienza ed impiegati, gente resa affine da una sorte crudele. A coadiuvarmi in quest’opera che si rivelava di giorno in giorno più necessaria vennero, per ordine del Cardinale, due suore della Congregazione delle Visitandine, incaricate della refezione calda. Erano suor Matilde e suor Raffaella. La sorveglianza era esplicata da una pattuglia comandata da un ufficiale tedesco e da un’altra composta di militi della GNR. Venne costituito un ufficio medico, composto di un gruppetto di ex-partigiani alle dipendenze del dott. De Biase, che doveva designare, d’accordo con un ufficiale medico tedesco, l’idoneità o meno dei rastrellati al lavoro in Germania e sul fronte italiano. Era brava gente all’ufficio medico e di alcuni ricordo ancora i nomi: Amedeo Tarozzi di San Cesario sul Panaro, poi Vice-Sindaco del suo paese alla liberazione; ed inoltre Tantini, Frabetti, Sancini tutti di Castenaso. La vita che si conduceva era nel complesso ancora sopportabile: i tedeschi del primo periodo (febbraio-settembre 1944) e come loro le guardie repubblicane tennero un contegno assai umano e per quanto continuassero a servire l’ingiustizia, con me molte volte disapprovarono le malvagità commesse dai nazisti. Gli sventurati che dovevano finire ai lavori forzati o alla deportazione arrivavano quasi sempre di notte: gli autocarri ce ne scaricavano quanti potevano esserne stipati nei cameroni – anche migliaia in una sola notte – mentre a volte nemmeno si fermavano, proseguendo per Fossoli di Carpi, dove era situato un altro campo, o per essere convogliati direttamente al Brennero. Le città più colpite dai rastrellamenti furono Firenze, Pisa, Lucca, Livorno, Siena. Ebbi modo di conoscere le malefatte della cosiddetta “Banda Carità” ed i particolari strazianti dei prelevamenti operati dai tedeschi nottetempo, quando, violentate le mogli al loro cospetto trascinavano i rastrellati così com’erano, credendo di aumentarne lo scherno, non sospettando di rivestirli della dignità di Cristo sul Calvario. Sul principio la presenza di un prete nel campo dette l’impressione, a quanto poi mi venne riferito, che io fossi lì per “tenerli buoni” e non per aiutarli. Per parte mia, posto di fronte ad un compito che eccedeva di gran lunga le mie povere forze, cercai di comunicare, quanto più possibile, attraverso i mezzi a mia disposizione ed il mio colloquio avveniva al Vangelo, ove parlavo con semplicità, con il cuore in mano, ottenendo quasi sempre con l’aiuto di Dio l’amicizia e l’apertura del loro cuore, la confidenza e la possibilità di lenire sofferenze tanto aspre. Il luogo che avevo scelto per esercitare, prete di 23 anni, il ministero sacerdotale era realmente una palestra tra le più difficili, ove alle difficoltà ambientali si sposava la diffidenza dei comandi tedeschi. Tuttavia cercai di organizzarmi nell’intento di far fronte al progetto tragicamente grandioso di assistere, in condizioni quasi impossibili, migliaia di persone; trovai alcuni sacerdoti miei coetanei, alcune crocerossine, alcuni giovani coraggiosi. Rivolgendomi a destra e a sinistra per avere aiuto e comprensione, scoprii che era molto facile ottenere l’uno e l’altra: ogni giorno riferivo al mio Arcivescovo sull’andamento del campo, descrivendogli lo stato penoso di quella povera gente, ottenendone sempre sollecitamente l’espressione dell’umana solidarietà, il sospirato tangibile aiuto anche in denaro e la collaborazione di tutte le forze cattoliche. Venne costituito un Comitato “Pro Rastrellati”, chiamato Pro-Ra, che fece del suo nome un simbolo di carità eroica, prodigandosi con tutti i mezzi a disposizione per alleviare le sofferenze. Questo gruppo in realtà era nato quasi un anno prima col nome di O.N.A.R.M.O., per giustificarne l’attività agli occhi delle autorità civili e militari (in principio, nell’ottobre 1943, 13 14 non furono più di 4 persone; poi giunse fino a 24 per salire a 50 con la Pro-Ra); tuttavia privatamente esso conservò sempre quello più realistico di Pro-Ra. Furono aperti altri centri di raccolta, mettendo a disposizione il ricreatorio Salus, il collegio San Bartolomeo di Via Riva Reno, il Seminario ONARMO di via Valverde, il Convento dei Canonici Lateranensi, mentre centinaia di rastrellati furono inviati agli ospedali San Domenico e Sant’Orsola. Centro di propulsione, luogo di incontro, rifugio tranquillo era l’Arcivescovado, messo a disposizione in tutto il suo piano terreno: l’archivio fu riempito di centinaia di quintali di farina, mele, vestiti, generi di prima necessità e di conforto, distribuiti poi tra i vari centri di raccolta e smistamento, ai quali si aggiunge la basilica di San Petronio ed i locali di Via Zamboni 22. Si lavorava in grande unità di spirito e compattezza di intenti: lo scopo principale restava quello di fare quel bene che era tanto necessario in quelle circostanze, sia a quelli venuti da lontano sia alla gente trascinata giù dal nostro appennino. Soltanto nel campo delle Caserme Rosse furono 35.000 i rastrellati che soggiornarono, in tragico avvicendamento, dal giugno all’ottobre 1944. Cercai di trascorrere in mezzo a loro quanto più tempo mi era concesso, raccogliendo le confessioni di circa 7.000 persone e facendo giungere le loro lettere alle famiglie lontane, tramite l’Arcivescovado di Bologna, quello di Firenze prima e di Lucca poi. Trovai in ogni spirito grande rispondenza ed un profondo, disperato bisogno di non cedere alla solitudine e di alimentare la speranza. Così molti ritrovarono, per mezzo dell’opera dei sacerdoti, civili e crocerossine della Pro-Ra, la serenità perduta ed il coraggio necessario ad affrontare il pericolo della fuga. Molti, riusciti nel loro drammatico intento, vollero essere messi a contatto con formazioni partigiane: a tutti indistintamente continuò l’affettuosa assistenza del Comitato. Naturalmente le fughe dei rastrellati suscitarono maggiori sospetti e ritorsioni di quanto non potessero pacchi-dono e assistenza religiosa: la sorveglianza e l’ostilità nei miei confronti si fecero più pressanti e soltanto la Divina Provvidenza in un paio di occasioni poté impedire che concludessi tragicamente il mio lavoro alle Caserme Rosse. La situazione precipitò alla fine di settembre quando ci fu il cambio della guardia: il comandante fu sostituito e vennero le SS. Le Caserme Rosse videro tra i rastrellati anche 18 preti della nostra diocesi, dei quali uno anziano. Mentre la Pro-Ra continuava la sua opera benefica ed io mi adoperavo per rendermi maggiormente utile, giunse il veto delle SS: mi si proibiva, pena la morte, il servizio religioso dentro le Caserme Rosse. La mattina del 9 ottobre fui buttato fuori dei cancelli, mentre una folla di bolognesi mi si parava tutt’intorno a chiedermi notizie dei congiunti che erano di là: assolsi per l’ultima volta questo compito con le lacrime agli occhi. La signora Tagliavini, ex assessore al Comune di Bologna, doveva più tardi ricordare questa scena, essendo anch’essa in quella folla assiepata ai cancelli del campo, per chiedere se il marito si trovasse all’interno. Mi recai subito a riferire al Cardinale Arcivescovo, che mi ricevette in cucina a Villa Revedin mentre era già pronto per uscire: si informò di tutto, mi sbatté personalmente un uovo e mentre versava un po’ di latte, parte del liquido si versò sulla porpora, poiché vedendoci poco aveva afferrato il recipiente per il becco anziché per il manico. Nessuna parola di circostanza o di conforto avrebbe potuto giovare di più al mio morale che quella squisita affabilità e quel piccolo infortunio quasi divertente occorso al Principe della Chiesa. Una componente della Pro-Ra, la signora Bice Braschi, rimase alle Caserme Rosse nella sua qualità di crocerossina fino al 12 ottobre, quando un pesante bombardamento danneggiò gran parte dei fabbricati, con morti e feriti e fuga di quasi tutti, militari compresi. La caserma d’artiglieria di viale Panzacchi divenne il successivo luogo di raccolta dei rastrellati. Il 14 ottobre Sua Eminenza mi comunicava che potevo riprendere il mio lavoro di assistenza alla caserma d’artiglieria ed anche ai gruppi di rastrellati che erano a Pieve del Pino, Sasso Marconi (Villa Malvasia), Croara, 15 Paderno, Roncrio e nei nuovi centri da noi istituiti. Soltanto i toscani in quei giorni erano quasi 2.000 a Bologna: persone cui siamo tuttora legati da rapporti di affettuosa amicizia. L’attività assistenziale continuò su tutto il fronte dei centri di raccolta. Il Natale del 1944, mentre il paese era ormai spezzato in due tronconi, vide il miracolo della Pro-Ra che confezionò e distribuì 2.000 pacchi dono contenenti vestiario, dolci e sigarette per i rastrellati costretti al lavoro sul fronte nei dintorni di Pianoro, Rastignano, Sasso Morelli, Lugo e Conselice. Il 21 aprile, con la primavera, giunse la liberazione. Un caloroso e commosso omaggio venne improvvisamente quanto spontaneamente rivolto dai rastrellati, ormai liberi di far ritorno in seno alle famiglie lontane, all’indirizzo del Cardinale Arcivescovo e fu come un trionfo mentre Sua Eminenza tornava in Arcivescovado dal Comune. 16 Da questo racconto di dolori e di lacrime, ma anche di autentiche testimonianze di eroismo si trae l’immagine di quella eclissi di civiltà in cui la logica della violenza aveva precipitato uomini e strutture. Nacque allora il moderno volontariato come rifiuto di veder cancellata ogni traccia di umanità e chiara denuncia di un sistema che aveva alle sue origini il mistero del male. In quei giorni drammatici la Chiesa, e il suo pastore, tennero viva la speranza di un mondo nuovo in cui libertà, giustizia e solidarietà si dessero la mano. A mezzo secolo di distanza sale dal profondo del cuore l’anelito e l’impegno di non disperdere un’eredità così preziosa. Non ci lasceremo travolgere da una retorica commemorativa. Vogliamo che quella cordata fraterna riprenda il suo slancio sugli impervi tornanti del secolo che muore. don Giulio Salmi 17 S. Teresa del B.G. mi ha insegnato... Q uanti libri di avventura aveva letto Ignazio di Loyola. Lo avevano esaltato, ma uno, la leggenda dei santi, cambiò quel cavaliere in un asceta e in un grande santo. Nella mia vita è stato la “Storia di un’anima” di S.Teresa del Bambino Gesù a farmi conoscere l’amore di Dio per me. Su quella scia è stato facile esaminare e avere la pace nel cuore. Tutto è possibile a chi ama. Allora solo l’amore è necessario a vivere. Siamo figli di Dio e lo siamo realmente perché per noi ci ha dato suo figlio, e per distruggere tutti i peccati del mondo Gesù si è sacrificato sulla Croce, è morto e risorto. Dal 1925 da quando fu dichiarata santa, l’ebbi come consigliera, aiuto e protettrice. Devo a lei la mia consacrazione sacerdotale. Devo alla sua ispirazione tutti i momenti della mia vita. Debbo a lei il mio amore per il Papa, il Vescovo e Roma. Nel 1945 per 50 giorni visitai Roma 18 dalle 6 del mattino alle 18 di sera. A lei l’emozione delle catacombe e dei martiri. Fu lei che mi liberò dall’andare a Roma a lavorare in una Congregazione del Vaticano. Fu lei che mi fece conoscere i poveri. Fu lei che mi sostenne nelle insidie di cedere alla ribellione contro i ricchi, veramente insensibili ai diritti dei lavoratori. Fu lei con una grazia singolare a volere la Casa di S.Sisto per i fattorini. Fu lei con un gesto della sua Mano a deviare i colpi di lupara dai ragazzi che giocavano a S.Vigilio di Marebbe. Questi fatti sono stati per me un segno della sua presenza in tutte le nostre attività religiose e sociali. Quest’anno ricorre il centenario della sua morte. Andiamo a ringraziarla alla sua tomba a Lisieux, perché continui a intercedere per noi presso il Padre celeste per operare il Regno di Dio fino alla fine dei giorni. don Giulio Salmi 19 20 San Giovanni Calabria, padre e amico S ono stato accolto il 12 ottobre 1932 al Collegio dei Buoni Fanciulli, in Via Zamboni n. 53, da don Filippo Cremonini. Eravamo in 14 giovani, dalla prima media alla terza media. L’ambiente era bello: due saloni con 7 letti ciascuno, un ingressino, una sala per mangiare che serviva anche per studio, una cappella, una cucina e una camera per le suore Orsoline suor Ardea e suor Elena. Tutti erano assistiti gratuitamente, la Provvidenza pensava a tutto tramite don Filippo. Lascio di descrivere le angosce di chi, libero nei campi, diviene prigioniero in un centro cittadino. Rimaneva solo il sogno di tornare in estate in quel paradiso meraviglioso che era il Farneto. Si viveva per questo. Poi la scuola al ginnasio liceo “M. Malpighi”. Che supplizio! Che tormento! Una vera prigione. Poi si allargano gli orizzonti, si scopre che un mondo meraviglioso è dentro di te. Trovi a 12 anni Gesù il Signore. Il Farneto è bello quanto Gesù. Gesù sostituisce il Farneto. Allora tutto cambia. Sei preso, comprendi, desideri di conoscere, di donarti e di essere tutto a tutti. La bontà di don Filippo diviene un punto base di 21 partenza e di ritorno. In quell’anno scolastico 1932-33 don Filippo parla di don Giovanni Calabria come di un santo. Le vite dei santi mi piacciono tanto, ma un santo vero, un santo da miracoli fa un po’ paura, poi non vi dico i discorsi di Roberto e di Giuseppe. Il giorno che don Calabria arriva in Via Zamboni 53, sono costretto a letto per influenza. Non si può sfuggire. Passa accanto al mio letto. Un esame di coscienza. Mi guarda con occhi così profondi e così buoni! Mi benedice e mi dice parole buone. Tutto il mio creato su di lui cade, non avrò più paura. Mi sembra veramente un santo. Non mi ha scacciato! Non mi ha maledetto! Non mi ha rimproverato! Don Giovanni Calabria è veramente l’amico di don Filippo. Se don Filippo è buono, al dire di don Filippo, don Calabria è cento volte più buono. Tutto quello che fa don Calabria diviene patrimonio nostro, anche la storia delle sedie che si muovevano da sole, le sue opere, i suoi scritti, tutto. Anche di far parte della sua famiglia noi desideriamo. 22 Poi ci sono dei dispiaceri in casa di don Calabria. Finalmente due figli di Don Calabria, don Augusto Cogo e don Mariano Sartori sono mandati a Bologna per fare una unica famiglia con il piccolo collegino di don Filippo. Immediatamente la loro bontà ci conquista. Traslochiamo a San Vittore, luogo bellissimo ma un po’ lontano dal centro. Noi 15 ragazzi conosciamo finalmente la preghiera, la meditazione, la direzione spirituale. Don Augusto Cogo ci parla spesso di don Calabria, della sua bontà e della sua santità. Abbiamo visite importanti. L’abate Caronti viene a piedi da Bologna a San Vittore. Si ferma due giorni. Ci interroga, non capisco niente, so solo che ci rovina i nostri piani di quei giorni. Poi la Provvidenza (sempre si parla della Provvidenza di Dio) ci dona una magnifica Villa con parco alla periferia di Bologna, in un luogo stupendo dove sorgeva la secolare chiesa di S.Maria in Valverde e dove i ragazzi di S.Filippo Neri da Bologna venivano lì a ricrearsi. La scuola è a pochi minuti di strada. La casa viene intitolata a San Benedetto. Il collegio cresce, i ragazzi sono già tanti. Don Augusto Cogo ci porta nell’estate del 1935 finalmente a Verona a vedere don Calabria. In luglio del 1935 primo incontro con don Giovanni. Confessione. Mi lasciò questo ricordo, di essere come Daniele il profeta, giovane da orizzonti cosmici. Fu un incontro che determinò la mia vocazione. Poi nel 1937 i rapporti con Verona e la Casa Buoni Fanciulli cessarono per il Collegino. Don Augusto e don Mariano partirono da Bologna. Don Filippo prese una nuova strada. Il 20 luglio rimase sempre la giornata che indicava a don Filippo la via di Verona perché era la festa patronale della casa, e ci parlava di don Giovanni con entusiasmo e nostalgia. Venne la guerra, le lettere di don Giovanni venivano lette per trovarvi i segni del Signore. Nel 1943 feci i miei esercizi spirituali nella casa di Maguzzano, il 20 agosto, festa di San Bernardo, sarà una data che non dimenticherò. In quei giorni vidi don Giovanni: fu veramente paterno. Il nostro Arcivescovo, il Cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca, aveva venerazione grandissima per don Giovanni, diceva: è un santo. Nel 1945 con il Cardinale Nasalli Rocca vidi di nuovo don Giovanni. Le sue parole furono per me sempre illuminanti come ci aveva detto sempre don Filippo. Don Giovanni ricambiava questa amicizia di don Filippo con una stima ed una libertà veramente da santo. Don Filippo aveva conosciuto don Giovanni quando era militare, tenente di complemento a Verona. Era divenuto suo discepolo, obbediente e devoto. Da quell’incontro fino alla morte, avvenuta il 29 settembre 1970, don Filippo parlava di don Giovanni con gioia ed entusiasmo. Sentiva da vivo di avere un guida sicura, da morto un avvocato in Cielo. don Giulio Salmi 23 Un servizio nato dall ’altare D on Giulio carissimo, sono dunque 25 anni di Sacerdozio che ti appresti a ricordare riconoscente e commosso... Con te li ricordano tanti...; dirò meglio: tante anime. E con te e con loro li ricordo anch’io, che di quei venticinque ne ho seguito dappresso con amoroso interesse e compiacimento ben sedici... Anni pieni, grazie a Dio, che hanno lasciato nei cuori di tanti il ricordo di un sacerdozio generoso, prodigo di se stesso, umile e forte; che hanno rianimato in tanti cuori una luce di fede e di speranza ed hanno tracciato a molti una strada nella vita, per la meta oltre la vita. L’ansia di comunicare l’unica parola di fraternità, di riportare nella società l’unico vero “buon annunzio”, il Vangelo, ti ha naturalmente aperto il cuore ai problemi sociali; il mondo operaio ti ha attratto e agli umili ti sei dato con tutta la ricchezza della tua intelligenza e del tuo spirito attivo, con sete evangelica di giustizia, con lo slancio della Carità attinta al Cuore del Signore. Il Vescovo, che ti fu accanto in questi anni, che vanno dal ’52 al ’67, non può non ricordare le 24 “Case per ferie”, i Campeggi giovanili, il “Villaggio dei giovani sposi”, la Comunità dei Cappellani di fabbrica, la “Casa della Carità” e, in modo particolare, la “Villa S.Petronio”, divenuta ormai, come era nel lontano sogno, una Casa di ospitalità per giovani Lavoratori, una Scuola, la sede di una magnifica Polisportiva, ma soprattutto un centro di vita spirituale, di irradiazione apostolica, di testimonianza evangelica. Di tanto lavoro, delle fatiche, delle ansie, delle amarezze che lo hanno soprannaturalmente fecondato, il Vescovo di quegli anni ti ringrazia ancora... E pensa che tutto questo è nato – e non poteva altrimenti nascere – dall’Altare, sul quale da 25 anni rinnovi, sempre commosso e trepidante come la prima volta, il Mistero di Croce e di Risurrezione che salva il mondo. E ti auguro, caro Don Giulio, di poter ancora per lunghissimi anni godere la gioia della Messa, nella quale trovano pace tutti gli affanni, ristoro tutte le fatiche e le delusioni della vita si cangiano in speranza che non confonde. “Il mondo – diceva nella sua sofferenza Padre Pio – potrebbe fare a meno del sole, non della Messa...”. È infatti la Messa il sole della nostra giornata quaggiù; al di là c’è il Paradiso... Ti benedico con tanto devoto affetto, insieme a tutti coloro che hai nel cuore e a te vicini, e alle tue opere. Aff.mo Giacomo Cardinal Lercaro Villa San Giacomo, 30 settembre 1968 25 Una carità audace S iamo qui per ringraziare. Vogliamo con intensa effettività ringraziare. Ringraziare anzitutto il Signore del dono che ha fatto alla sua Chiesa in don Giulio: sacerdote al quale quando apparirà il Principe dei pastori, certo riserberà una corona di gloria che non marcisce: corona meritata per la sua grande carità. La carità di don Giulio è stata – come non può non essere la vera carità – una carità audace. Sempre audace. Audace dall’inizio del suo sacerdozio alle caserme rosse che lo portò a rischiare la morte per i rastrellati di molte province circostanti; alla carità pure altrettanto audace che gli fece cercare, nonostante la dura resistenza, il disprezzo, l’ironia beffarda di tanti, le anime dei lavoratori nelle fabbriche bolognesi; alla carità pure audace che lo buttò in tante imprese difficili e finanziariamente rischiose per le Case per ferie, per l’assistenza ai giovani lavoratori, per l’organizzazione delle scuole professionali, per la polisportiva Pallavicini, per il grande numero di giovani stranieri ospitati (libici, eritrei, russi, albanesi e tanti altri); e infine carità audace quella che gli fece superare infinite 26 resistenze e blocchi quasi definitivi nella realizzazione del Villaggio della Speranza inaugurato stamane. Questa carità così audace eppure così bene piantata in terra e così perseverante e realizzatrice, non può essere stata altro che puro dono dall’alto. Di essa e per essa dobbiamo ringraziare il Padre, donatore di ogni bene, elargitore appunto di quella sapienza che viene dall’alto, che è pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità e senza ipocrisia. (Gc.3,17). Tutti dobbiamo ringraziare: oltre che Dio, anche don Giulio. Qui siamo tutti suoi beneficati. Non c’è nessuno di noi che non abbia avuto da Dio tramite don Giulio grandi benefici. E il primo sono io e tutta la mia comunità: che sin dagli esordi è stata da don Giulio, con mille ausili – morali, spirituali, materiali e concreti – aiutata ad inserirsi nella nostra Chiesa. Perciò, don Giulio, il nostro ringraziamento stamane deve essere ed è tanto effettivo e intenso e veramente riepilogante tutta la nostra vita e tutta la sua. Nella prima lettura, Isaia già prefigura la nuova economia, quella definitiva, in cui Cristo Pastore mostrerà le opere del Padre di lui, (Gv.10,25 e 32), l’Unigenito e l’Archipastore (I Pt. 5,4). In questa nuova economia, come dice il nostro S.Petronio nel sermone tenuto per l’anniversario della sua ordinazione, è il Cristo stesso che trasforma gli umili pastori di mestiere in profeti, e i pescatori in apostoli: è lui che converte gli uomini per salvarli, cambia i lupi in agnelli e sa trasformare le belve in pecorelle. Perciò il testo di Isaia dobbiamo rileggerlo come parlante già di Cristo Pastore, e possiamo rileggerlo oggi come perfettamente adeguato al Santo patrono della nostra città. Ma in terza lettura, esso si applica mirabilmente, parola per parola, al nostro don Giulio: mandato a portare il lieto annunzio ai poveri; a fasciare le piaghe dei cuori spezzati; a proclamare la libertà degli 27 schiavi e la scarcerazione dei progionieri; a consolare gli afflitti; a dare loro una corona invece della cenere; olio di letizia invece dell’abito di lutto. Ma tutto questo non per virtù propria, ma unicamente nella forza dello Spirito del Signore che lo ha consacrato con l’unzione. Don Giulio lo sa bene, che tutte le sue opere – tutte le molte opere di cui oggi con gratitudine lo riconosciamo artefice, e noi beneficiati vogliamo ringraziarlo – non sono propriamente sue, sono opere di Cristo e del Padre. 28 Il Vangelo di oggi ce lo ricorda, con i suoi detti imperiosi che vogliono distruggere ogni vanto umano e riportare tutto all’esclusivo assoluto dell’opera del Padre e di Cristo: Non chiamate nessuno vostro padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste; non fatevi chiamare guide, perché una sola è la vostra guida, il Cristo; il più grande fra voi, sia vostro servitore. Gesù così non intende solo mettere in questione l’uso dei titoli, espressione di una vanità spirituale e umana, ma sottrae ogni fondamento alle eventuali pretese che questi titoli rappresentano nei rapporti comunitari: cioè l’autorità o il potere intesi come controllo e dominio di una persona sulle altre. Precisamente come ammonisce Pietro nella sua prima lettera: Esorto gli anziani che sono fra di voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio, non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge (I Pt.5,1ss). La comunità dei discepoli ha un solo maestro e capo: Cristo; perciò essa è una comunità di fratelli, alla cui base sta una comune dignità di figli, i quali hanno riconosciuto un solo Padre, quello del cielo. Ciò però non toglie il ruolo autorevole di chi nella comunità ha il compito di essere grande e primo. Questo compito deve essere attuato nella forma del servitore, diaconos, sul modello del Servo per eccellenza che è Gesù, Messia umile e povero, e che ha prestato il suo servizio nella forma suprema della donazione totale e della morte. Egli è a un tempo il Pastore supremo e il Pastore buono che pone la sua vita per le sue opere. Come possano coesistere queste due cose, questo duplice atteggiamento, di autorevolezza piena e di servizio umile e oblativo, lo dice meravigliosamente S.Paolo nei versetti che abbiamo letto e che, in prima lettura, sono riferibili solo al Cristo, e da lui solo perfettamente realizzati: egli solo ha supremamente offerto il suo corpo come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (Rm 12,1). In seconda lettura lo hanno realizzato i grandi santi pastori fondatori delle nostre Chiese, come appunto S.Petronio, che hanno fatto loro l’esempio dato loro da Cristo, e ne hanno fedelmente seguito le orme (I Pt.2,21). In terza lettura, siamo noi tutti tenuti, secondo l’odierna parola di S.Paolo, a coniugare continuamente, nella nostra vita, virtù che parrebbero opposte e sono complementari: la carità senza finzione, l’amore fraterno, il gareggiare nello stimarsi a vicenda, il fervore dello spirito, il servizio del Signore; la letizia della speranza, la perseveranza della preghiera, la sollecitudine per le necessità dei fratelli, la premura nell’ospitalità, e finalmente il rallegrarsi con quelli che sono nella gioia, il piangere con quelli che sono nel pianto. Non possiamo non dire a questo punto che don Giulio ha praticato tutto questo; e lo ha praticato, sin dall’inizio del suo sacerdozio, cinquant’anni fa, in un mondo e in condizioni che non erano certo più facili del presente. Nel 1943 l’Italia era praticamente annientata, distrutta anzitutto nel suo onore, nella sua cultura, nelle sue strutture economiche, nell’organizzazione del suo lavoro, e per giunta oppressa dallo straniero e dai traditori, entrambi tirannici e crudeli. Se qualcuno di noi pensasse – e potrebbe pensare bene e con verità – che il corso dei tempi e gli eventi degli ultimi anni ci hanno riportato indietro e forse le strutture consolidate del peccato e della morte si stanno facendo (non solo in Italia, ma in tutto il mondo) non meno capaci di avvilire e degradare la nostra umanità e di opporsi a 29 una vita autenticamente cristiana, doabbiamo nella fede della vittoria sul mondo del Cristo risorto, ravvivare la nostra speranza nella sua Parola impreteribile e incancellabile e trovare il coraggio, (cioè quella carità audace che il Signore ha elargito a don Giulio nel 1943) di ricominciare da capo. La coppa della vertigine (Is.51,17) che il mondo sembra avere bevuto dalla mano dell’ira del Signore, può essere ancora allontanata se ognuno di noi, giovane o vecchio che sia, decide, con fermezza e gratitudine a un tempo, di ricominciare da capo e di abbeverarsi alla coppa della speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato (Rm.5,5). don Giuseppe Dossetti 30 Una lunga giornata sacerdotale H o incontrato d. Giulio negli anni 50, a cena, assieme al dr. Montano allora direttore della Ducati Meccanica. Il dr. Montano mi era carissimo amico fin da quando il 15 e 16 dicembre ’42 ci eravamo incontrati in prima linea sul Don, lui comandante di 150 fanti della Divisione Pasubio ed io cappellano itinerante dal Quartier generale della Pasubio ai reparti in linea. Vedendomi arrivare con l’altarino da campo la sera del 15 dicembre (non ci eravamo mai visti) mi accolse molto duro “...cosa sei venuto a fare... non è questo il momento”. Ma quel che successe il giorno dopo ci legò per tutta la vita. L’attacco dei russi che Montano aveva previsto, spazzò via il nostro caposaldo: il “Venere”; Montano portò in salvo i superstiti; voleva portar via anche me ma io avevo i feriti e restai con loro. Negli anni ’50 trovai il dr. Giuseppe Montano direttore della Ducati Meccanica; manco a dirlo, il 16 dicembre di ogni anno lo passavamo insieme; ma con noi, a cena, egli voleva sempre don Giulio che allora assisteva gli operai della Ducati. D. Giulio doveva sorbirsi i nostri “ti ricordi” ma poi ero io che ascoltavo loro due in dibattiti spesso e volentieri alquanto accesi. Montano era se31 vero nei suoi giuduzi e forte nel difendere provvedimenti a carico di qualche operaio ma d. Giulio ribatteva alla pari e mi par di ricordare che quando la discussione tendeva a degenerare, d. Giulio tirava fuori l’esemplare condotta di qualche operaio sulla cui bravitù a tutto campo Montano doveva convenire. D. Giulio poteva contare su un alleato prezioso: la sig.ra Montano (tuttora viva, lucidissima), donna di rara sensibilità e di profonda fede. Personalmente sono gratissimo a d. Giulio perchè ha “pescato” anche me come assistente nelle case dell’Onarmo, facendomi scoprire un mondo di gente che dall’esterno nessuno immagina, proveniente dalle più disparate regioni d’Italia, a fare famiglia insieme nelle case alpine e al mare, dove il punto-luce è sempre la cappella con il sacerdote. Sacerdote che ogni giorno celebra. Se una distrazione mi prende nelle mie Messe all’Onarmo è perché penso alle Messe di d. Giulio; alle gioie, dolori, fatiche, 32 speranze che egli porta all’altare di tutta la gente che ha incontrato nella sua vita - che non è ancora finita! Correva l’anno 1944 quando i tedeschi scoprirono i traffici con cui d. Giulio salvava i rastrellati e lo misero in prigione in attesa della fucilazione. Fu in quel momento che d. Giulio ebbe come una visione. Gli apparve il Signore; gli disse: “d. Giulio, domani i tedeschi ti fucileranno ma il tuo Vescovo che ti vuole molto bene, potrebbe salvarti. E avresti così una vita lunga davanti per fare molte opere di bene. Scegli tu”. D. Giulio rispose: “Signore, tu hai dato la vita per me, il tuo sangue. A me piacerebbe molto poter dare la mia vita e il mio sangue per te; morire giovane come tu sei morto giovane. Ma io non scelgo; scegli tu per me”. E fu così che il Signore scelse di lasciarlo per una lunga giornata sacerdotale, ricca di opere una più bella dell’altra; giornata che non è ancora arrivata al tramonto. don Enelio Franzoni Le origini dell ’Onarmo A lle primissime origini dell’ONARMO di Bologna stanno tre personaggi di parlata diversa: il piacentino card. Giovanni Battista Nasalli Rocca, il bolognese puro sangue don Filippo Cremonini, il pesarese (Pergola) mons. Ferdinando Baldelli. Si incontrano a fine anni trenta nel cuore della Dotta sotto l’assillo di un realtà inquietante: l’apostasia della classe operaia. Tutti e tre sono segnati dalle rughe del tempo: Nasalli Rocca, classe 1872, Arcivescovo della metropoli emiliana dal 4 ottobre 1921; Baldelli, classe 1886, autorevole membro della Congregazione Concistoriale, già segretario dell’Itala Gens (l’opera degli emigranti oltre oceano) e promotore nel 1930 dell’ONARMO (Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale agli Operai); don Filippo Cremonini, classe 1879, fondatore del Collegio Buoni Fanciulli nel 1926 sulle sponde popolane del ponte Lame. Padrino e ispiratore don Giovanni Calabria. Nella grande anima del successore di S. Petronio affiorano le esperienze giovanili a fianco di Scalabrini e di Radini Tedeschi e l’esaltante avventura pastorale nella diocesi eugubina (1907 - 1921), fiorente di leghe, cooperative, sindacati di ispirazione cristiana. Il dialogo a tre voci si fa appassionato e stringente. Non c’è tempo da perdere. Alla proposta baldel33 liana di impiantare anche sotto le Due Torri l’Onarmo, già collaudato a Roma e a Rieti in una grande fabbrica come la SNIA VISCOSA, il Cardinale aderisce immediatamente con l’istinto e la grazia del pastore. 34 Si potrebbe fissare alla Pasqua del 1938 la data di nascita dell’Onarmo, quando don Filippo per la prima volta celebra la Pasqua alla Manifattura Tabacchi dove, in forza della sua carità, ha un’investitura informale da parte della gente. Risale al ’42 la costituzione canonica dell’Onarmo di Bologna. Matura contestualmente, per legge fisiologica, l’erezione del Collegio Buoni Fanciulli in Seminario per la formazione dei cappellani di fabbrica. L’unico in Italia. Fra i trenta alunni di quella “Ca’ Zoiosa” di via Valverde 14 si affacciano i volti giovanissimi di don Angelo Magagnoli e don Giulio Salmi. Sono ormai sulla dirittura d’arrivo. Per loro l’atto di battesimo come cappellani del lavoro - ed è un battesimo di fuoco - verrà sancito dall’imposizione delle mani per l’ordinazione sacerdotale, il 18 dicembre 1943. Sulle spalle di don Angelo la fiducia dei superiori mette la direzione del piccolo semi- nario. Succede a don Filippo Cremonini, esiliato a causa dello “stress” e della malferma salute nella minima cura d’anime di Tizzano dell’Eremo. Davanti a don Giulio, appena terminata la luna di miele della prima Messa, si aprono le porte della più imprevedibile tra le fabbriche: il lager delle “Caserme rosse”. Fra quelle mura l’Onarmo prenderà il nome di Pro.Ra. All’indomani del 21 aprile 1945 l’Opera di Assistenza Religiosa e Morale agli Operai esce dalla clandestinità. Il figlio di Giuseppe e Gaetana ne sarà il leader riconosciuto per tutta la regione con la qualifica di delegato ONARMO. Si farà sempre più intenso e creativo lo scambio fra la Bologna del card.Nasalli Rocca e la Roma di mons.Baldelli, astro emergente in una Curia Vaticana ancora vulnerata dalle tremende prove del conflitto mondiale. Attraverso la Concistoriale egli ha l’accesso al vertice della Chiesa. Pio XII ascolta questo prete marchigiano, che ha gettato un ponte verso il mondo operaio. Per sua bocca giungerà all’orecchio del Sommo Pontefice l’eco di quanto si sta avviando e progettando nell’ONARMO di Bologna. Lo stesso Papa Pacelli ne darà sovrana testimonianza in una indimenticabile udienza riservata a don Giulio, dopo un avventuroso viaggio su un camion carico di fusti di benzina. É la sera del 4 maggio, quando sul piazzale di Chiesa Nuova, insieme con il quindicenne seminarista Oliviero Pelliccioni, don Giulio prende posto sul camion guidato da soldati di colore, che ha a bordo un gruppo di giovani e due ragazze fiorentine. Succedono incidenti a catena, non solo per i rischi di incendi ed esplosioni, ma per le insidie tese dai piloti alle inermi fanciulle ospiti di quella sgangherata arca di Noè. All’arrivo a Firenze Oliviero inciampa e fa rotolare su un piede di don Giulio un fusto di benzina: “Vidi tutte le stelle del cielo - ci dice confidenzialmente - e proprio in quel momento udii un urlo da parte dei passanti... Il camion era in fiamme! Rivolsi istintivamente una preghiera alla Madonna dell’Impruneta. Il fuoco si estinse. Finalmente giungemmo a Rifredi, dove ci attendeva mons.Giulio Facibeni, fondatore dell’Opera Madonnina del Grappa, che ci accolse con squisita gentilezza, offrendoci la cena e un soffice letto su cui riposare. Era scoccata la mezzanotte e osservai che non potevo mangiare per non infrangere il digiuno eucaristico. Il servo di Dio allora pronunciò una frase che è rimasta scolpita nella mia mente: - “Gesù è contento che tu mangi ed è contentissimo che tu al risveglio celebri la S.Messa”. Con mezzi di fortuna riprendemmo il cammino e alla fine della nostra odissea apparve il cupolone. Eravamo sporchi e cenciosi come i miserabili di Victor Hugo. Il giorno dopo ebbi la gioia di incontrare il card. Raffaello Rossi, segretario della Concistoriale e immediatamente avvertii la carica di umanità che scaturiva dall’unione con Dio. Poi bussai alla stanza di mons. Baldelli e potei manifestargli gli obiettivi e le tappe della difficile impresa che stavamo per affrontare. Il 6 maggio varcai la soglia dello studio privato del Papa. Mi abbracciò affettuosissimamente. Scoppiai in un pianto dirotto. - Perchè piangi? Hai paura? - mi disse il Pontefice - No, Padre Santo: è per la immensa gioia! - Come sta il Cardinale Nasalli Rocca? - mi chiese ancora - E Bologna si è salvata dalla distruzione? 35 - Sì, Santità! Grazie all’intervento dell’Arcivescovo è stata dichiarata città aperta. Poi si interessò dell’ONARMO nascente. Capii che portava quest’opera in palma di mano e ne attinsi una forza indicibile... Quanto durò quell’udienza? Un quarto d’ora? Un’ora? Non saprei misurare il tempo sulle lancette dell’orologio. Rividi ancora una volta mons.Baldelli ed ebbi le sue consegne, chiare e distinte. Era un cartesiano di pensiero e di azione, abituato a pianificare. Il suo temperamento lo portava a tradurre in scelte rapide e precise le idee elaborate nella lunga attesa. Davanti a lui figuravo come una matricola; ma l’affetto inteneriva quell’uomo duro e amante di una grande prassi, fatta di cifre, programmi e di strutture. Sentii che fra lui e Nasalli Rocca, pur con l’affinità nelle linee di fondo e nelle prospettive apostoliche, esisteva una evidente diversità nel metodo e nello stile di lavoro. Venne a delinearsi fin dai primi tempi una concordia discors, che determinerà sofferenze e incomprensioni. A distanza di mezzo secolo si coglie nella sua globalità l’impronta atipica dell’ONARMO di Bologna, che derivava dall’innesto sull’antico ceppo di una tradizione educativa 36 e sociale tutta petroniana, maturata dall’800 fino ad oggi. Dietro le spalle di don Filippo e dei suoi allora giovani eredi si registravano esperienze di alta qualità, come le scuole notturne per i garzoni di bottega del venerabile mons. Giuseppe Bedetti, le stanze per i fattorini, i facchini e gli operai di don Ludovico Neri, i ricreatori e la società ginnastica Fortitudo di don Raffaele Mariotti. Il dato comune e qualificante di tali opere è la matrice popolare, che conferiva alla plebs sancta Dei il ruolo effettivo di soggetto primario. É questo il vero punto di forza, la leva di Archimede, da cui proveniva un carattere di cristiana laicità nel senso etimologico del termine (da laòs=popolo) che significa libertà, franchezza, apertura; e, insieme, rigore etico e ortodossia esemplare, legata al carisma e al ministero del Vescovo. L’ONARMO in versione locale suscitò fin dal suo esordio forti simpatie in un gruppo di giovani sacerdoti (classe 1942-’45) componenti il F.A.S.= Fraterno Aiuto Sacerdotale, proliferato dalla “repubblica degli illusi”, a cui è riservato un capitolo ne “Le querce di Monte Sole”. La struttura del F.A.S., basata su nuclei di zona sparsi nella diocesi e nella regione, comprendeva anche un “raggio dei colli” facente capo a don Giulio. A coprirci le spalle, a guisa del mantello di Elia era il padre spirituale, mons.Angelo Tubertini; e con lui il nostro fratello maggiore, don Bruno Barbieri. Di questa rete di rapporti fraterni e sacerdotali, tramite don Giulio, giunse notizia a quel gigante della carità che era don Calabria In data 12 novembre ’45 arrivò questa sua lettera di risposta: CASA BUONI FANCIULLI VERONA • 12 nov. ’45 Nella casa del mio Padre ci sono molti posti. E quando, dopo di esser partito, avrò preparato il posto per voi, verrò di nuovo, e vi prenderò con me, affinché dove sono io, siate anche voi. E dove vado, lo sapete; e ne sapete la via. (Gesù Cristo) Mio carissimo, La grazia del Signore Gesù sia sempre con noi. Ho letto con vivo interesse e compiacimento le circolari di quel cenacolo di formazione sacerdotale e religiosa che si propone di collaborare alla santi= ficazione del Clero. Auguro ed invoco dal Signore che dia frutto ubertoso di virtù, di zelo, di devozione a Gesù e alla Madonna, sugli esempi dei grandi campioni presi a modello. Certamente che ogni iniziativa, per riuscire efficace, deve avere la benedizione di Dio; non basta il bel programma, occorre il sigillo divino; e questo viene sempre per tramite dell·Autorità eccle= siastica, del Vescovo. Sempre docili dunque alle di== rettive superiori, lavorate al bene dell·anima, al ri= fiorimento delle virtù sacerdotali, a rinnovare in voi i fervori della prima Messa, e dei primi giorni di mi= nistero, nell·amore sempre più fervido a Gesù e a Ma= ria nostra Madre. Prega per me, che tanto ne ho bisogno. Io ti ri= cordo con speciale affetto, e ti auguro di poter fare grande bene tra gli operai, campo oggi più bisognoso di cure sollecite, e dove si possono sperare frutti abbondanti. Tanti saluti al carissimo Prof. D. Cremonini. Il Signore onnipotente disponga i nostri cuori nella sua pace. dalla Sacra Liturgia 37 Un vero cordone ombelicale ha sempre congiunto l’ONARMO, emerso dalle catacombe delle caserme rosse, al card.Nasalli Rocca. Don Giulio non esita ad affermare: “E’ lui il nostro fondatore.” E’ stata la sua porpora amabile e sapiente a salvaguardare la fisionomia dell’Opera che ebbe la sua prima sede in via Riva Reno 122, dietro la Madonna della Pioggia, presso l’Istituto S. Bartolomeo già centro profughi durante la guerra. Di lì si trasferirà sul ’50 in un appartamento privato in via Indipendenza 22. Ma l’assedio dei poverissimi che stentano a trovare un posto al sole, costringerà don Giulio a tenere le valige in mano... I padroni di casa non apprezzavano quel continuo arrembaggio. Dopo un terzo trasloco in via Lame 39 e il breve soggiorno offerto generosamente dal prof.Tito Carnacini in via Guido Reni 7, l’ONARMO deciderà di crearsi una base autonoma in via Marescalchi 4, in condominio con la P.O.A (Pontificia Opera di Assistenza). Don Giulio e la sua nomade équipe di amici e collaboratori potè dire: - Hic manebimus optime! Il primo impatto con le fabbriche non fu certo incoraggiante. Lo rileva un appunto autografo che siamo riusciti a strappare con le 38 tanaglie ai ricordi personali di don Giulio: “Come portare in quegli ambienti il dono del Vangelo? I fossati erano profondi e non c’erano ponti per attraversarli. Con taluni ambienti comunisti era stato più agevole stabilire un rapporto costruttivo durante gli anni della resistenza. L’approccio iniziale alle officine del Gas fu disastroso... Entro e porgo l’augurio di pace in Gesù risorto. Per tutta risposta mi viene gridato agli orecchi: - Oggi nei forni portiamo un sacco di carbone! - Mi ingiuriano e mi minacciano... Di fronte a un rifiuto che non ammette repliche, fuggo e correndo arrivo alla stazione con il cuore in gola. Verso l’autunno tentai di accostarmi alla Weber, dove una brava assistente sociale, la Giovannetti Nuti, desiderava presentarmi agli operai. Vidi una selva di pugni chiusi. Il capo reparto urlò: - I preti in fabbrica non li vogliamo, perchè sono alleati dei padroni Risposi invocando un po’ di democrazia nel caso che qualcuno chiedesse di allacciare un discorso. Ribattè categoricamente: - Qui nessuno vi vuole! Inaspettatamente si fece avanti un operaio di Trieste dicendo: - Ho dei bimbi piccoli. Mia moglie è tornata in Iugoslavia e non so a chi affidarli. Seguì un silenzio glaciale... Il giorno dopo le suore di mons.Nascetti accolsero i bambini. Tuttavia l’assistente sociale mi pregò di non andare più alla Weber. Potei entrare, invece, alla Calzoni grazie ai buoni uffici di don Aleardo Mazzoli. Ma quale indifferenza! I più ostili all’inserimento di un cappellano erano non solo i comunisti e i sindacalisti, ma la stessa direzione che a parole ostentava una certa cortesia. L’unico a cercare il cappellano fin dagli inizi fu il conte Sassoli De’ Bianchi. La Buton divenne il mio primo campo di apostolato in fabbrica”. Il Cardinale Arcivescovo si interessava di tutto e voleva essere informato a puntino dei successi e degli insuccessi. Insisteva nel dire: - Il comunismo è una meteora: non bisogna spaventarsi. In effetti nel 1946 si aprì una prima breccia, quando brandimmo l’arma irresistibile della carità. Il cuore ha antenne sensibilissime alle quali arrivano domande e risposte sulla lunghezza d’onda della fede e della solidarietà fraterna. Solo così si poteva trasmettere ciò che costituiva il dato essenziale della vocazione ONARMO: dedicare la vita al servizio degli operai e fare emergere la loro eminen- te dignità nella società e nella Chiesa. In tale contesto si delineò, come una necessità intrinseca, il sistema stellare che intorno al nucleo centrale dell’evangelizzazione faceva ruotare come satelliti le creazioni dell’ intelligenza e dell’amore. Si aprì nel ’46 in via Riva Reno 122 la prima mensa aziendale, dove le “suore del cappellone” guidate dalla dolcissima Madre Elena Carletti servivano con 30 lire il pasto completo, compreso un quarto di vino. E fu il prototipo di una serie innumerevole di tavole imbandite, che all’ arte gastronomica univano il dono di una familiarità distensiva e pacificante. Per i bimbi degli operai sorse la prima tenda sulla riviera di Rimini nell’estate del ’46. Un anno dopo l’ONARMO portò 300 ragazzi al Campeggio di Igea Marina. Risuonò così in acque salse e purissime, quali oggi non riusciamo nemmeno lontanamente a immaginare, l’ouverture di una autentica sinfonia pastorale che si intitola “Case per Ferie”. La numero uno, datata 1947, ebbe il suo piede a terra in una baita della Val di Fassa. L’ing. Coccolini commenta: “In nessuno dei giovani ospiti c’era la coscienza di avere iniziato un’opera nuova nel panorama ecclesia39 le; ma uno di loro Carlo Sabbioni, tramviere ATC, ebbe un’idea luminosa: “Perchè non far conoscere anche ad altri nostri compagni la bellezza di questi luoghi? Io penso che cambierebbero.” Non basta un piccolo dossier memoriale per narrare l’intera vicenda delle Case per Ferie dagli inizi ad oggi. Ci limitiamo a rievocare il fatidico 2 giugno 1951 quando - abbandonato il vecchio Fedaia - il Vescovo di Forlì mons.Paolo Babini benedisse ad Alba la casa “Matteo Talbot”. Quel “rifugio” ai piedi della Marmolada può considerarsi l’emblema di un villaggio ONARMO diffuso su tutto l’arco alpino, collinare e marittimo. 40 Nell’arduo decollo giocò una parte decisiva la cerchia dei collaboratori. Punta di diamante, all’interno delle fabbriche, le assistenti sociali: figure di prima grandezza come la Wilma Decio già alla Falk di Milano, Lucilla Fronticelli, Liliana Nardini, Pina Vaccari Grossi, Giorgina Balboni Gottardi, Gabriella Gardini Zamboni, Laura Rondelli. La GIAC bolognese di via Zamboni 22 offrì gli elementi per i primi quadri organizzativi. Ragazzi da leggenda. Incarnavano la sigla programmatica: “ P.A.S. = Preghiera Azione Sacrificio”, che il fascismo aveva cancellato dai distintivi, ma che era rimasta piantata come insegna di combattimento nel cuore e nella vita. Volti e nomi, direbbe don Giulio, aureo signandi lapillo: Ernesto Sarti, Gianni Grossi, Albino Vaccari, Dante Calzoni, Giuseppe Coccolini, Carlo Legnani, Giorgio Gamberi, Gilberto Turrini, Clorindo Grandi, Vincenzo Alvisi... Preziose e insonni collaboratrici le ragazze della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, con la triade-guida: Maria Regina Righi, Amelia Gnudi, Maria Amalia Simoncini. Ogni settimana quello che oggi si chiamerebbe “staff manageriale” consumava una colazione di lavoro alla mensa di Piazza Celestini; poi si recava nella chiesa attigua all’ONARMO dal nome suggestivo Labarum coeli, (“la Barunzèla”) per la preghiera comune: il rosario durante l’anno, la Via Crucis in quaresima. Messa quotidiana all’alba delle sei. Lo stesso nucleo dei fedelissimi animava la riunione periodica degli operai impegnati nell’apostolato di fabbrica: la lettura del Vangelo, il quadro di situazione, un confronto di idee e di propositi. Quindi la Liturgia Eucaristica, alfa e omega di ogni impresa. Il pugno di lievito fermentò la massa. Si socchiusero porte blindate e pugni chiusi. Nel clima più disteso si sviluppò una serie vivace e geniale di microrealizzazioni caritative e cooperativistiche, mentre il piccolo seminario dava i suoi frutti. Don Libero Nanni, don Leandro Cesaro, don Armando Ricci, don Lorenzo Lorenzoni aggiunsero nuova carica energetica al binomio iniziale. Don Giulio con il suo estro e la sua verve attrasse altri sacerdoti diocesani ed extradiocesani nell’orbita dei Cappellani del lavoro. Nella pianticella evangelica dell’ONARMO spuntarono nuovi rami: l’I.C.O. - la Rizzoli - la Timo - le Poste - le Ferrovie - l’A.T.C - la RAI.... Il delegato Arcivescovile poteva pronunciare in cuor suo il verso di Clemente Rebora: “Magnificat conclude il Miserere!”. Parallelamente si instaurò un vivace dialogo a livello internazionale. Sbaglierebbe chi si facesse l’idea di una ONARMO paesana e provinciale, armata solo di ricette empiriche e di proverbi contadini. Don Esterino Bosco della Fiat Mirafiori si unì a don Giulio in un ampio giro di orizzonte comprendente la Francia, il Belgio, la Germania. Si scoprì che, pur tra profonde varianti socio-culturali, l’esigenza di abbattere il muro di separazione fra Chiesa e proletariato era all’ordine del giorno in tutta l’Europa. Il manoscritto di don H. Godin e Y. Daniel dal titolo “Francia paese di missione?”, che aveva tolto il sonno al card. Suhard Arcivescovo di Parigi, destò unanime inquietudine per l’incombente paganesimo che minacciava di sommergere le periferie operaie. Da questo travaglio nacquero i preti operai, le Missioni di Parigi e di Marsiglia, e una fioritura di forme associative che si proponevano di dare un’anima nuova e dirompente alla J.O.C.tradizionale. Tutto ciò ebbe certamente la sua incidenza nell’ONARMO dei primi tempi. Lo sconcerto si faceva più acuto mettendo a confronto la straordinaria solidarietà fra preti e lavoratori verificatasi nella clandestinità con il convito mancato nel dopoguerra. Era l’amara considerazione che faceva don Giulio, constatando il divario abissale fra il biennio della Pro.Ra e il periodo immediatamente successivo. Venne la guerra fredda, il confronto elettorale del ’48, il decreto del Santo Uffizio del ’49 e, nonostante il boom delle opere, 41 si ruppe l’incanto carismatico che aveva caratterizzato le origini. Anche il rapporto privilegiato con mons. Baldelli sembrò incrinarsi. Solo il comune amore verso il mondo dei lavoratori salvaguardò l’opera provvidenziale che, rivisitata nel tempo, appare sempre più un segno e un dono dello Spirito. Il card.Nasalli Rocca con la sua paterna affabilità sostenne il piccolo prete dell’ONARMO, terse le sue lacrime, alimentò l’incrollabile fiducia. Al suo fianco giocò un ruolo di prim’ordine il cancelliere arcivescovile mons. Gilberto Baroni, consigliere ed amico incomparabile. *** A queste note scarne e allusive don Giulio amerebbe forse aggiungere una postilla dal suo libro segreto: “Vegliava su di noi dal colle della Guardia la Madonna di S.Luca, Madre e Regina del popolo bolognese. Accanto a Lei, la piccola Teresa di Gesù Bambino con la sua pioggia di rose.” don Luciano Gherardi 42 Caro don Giulio, è passato un anno da quando – quel 21 gennaio – te ne sei andato per raggiungere la dimora definitiva di luce e di pace. Te ne sei andato secondo il tuo stile, in silenzio, quasi con la preoccupazione di non disturbare nessuno. In tutta la tua vita Non ti sei mai preoccupato di parlare molto: hai preferito il linguaggio dell’esempio e la testimonianza dei fatti. Soprattutto sei stato modello di sequela del tuo Signore nella prontezza a porre la tua vita al servizio dei fratelli, anche nei momenti di rischio, anche nelle prove più dure. Hai saputo riconoscere Cristo presente in chi aveva bisogno di pane, di lavoro, di casa, di felicità: nel giovane e nel lavoratore, nell’emarginato, nell’anziano, in colui che sembra distante ma è vicino al cuore di Dio. A tutti hai insegnato che il Vangelo è potenza di fraternità e di libertà per tutti e per ciascuno. 43 Per te non ci sono mai stati stranieri, ma membri della famiglia di Dio: anche se provenienti dall’Africa , dall’Asia e dall’America latina. Tu non sei stato esperte di molte lingue, ma il tuo abbraccio fraterno valeva più di mille parole: la lingua da te conosciuta si è chiamata ‘amore.’ Hai vissuto comunione piena con la Chiesa, a cominciare dai tuoi Vescovi. Non ti sei mai preoccupato di avere un tuo ‘partito’, ma sei stato costantemente suscitatore di carismi dello Spirito, sempre aperto alla perenne novità di Dio nella storia, quasi calamita per attrarre uomini e donne nella disponibilità al servizio. Il tuo segreto sono stati due santi dei nostri tempi: Teresa di Gesù Bambino, la santa della piccolezza e dell’amore, Giovanni Calabria, il santo del servizio agli ultimi nella umiltà e nel silenzio. 44 Nelle circostanze solenni, nelle cerimonie ufficiali, quando erano presenti autorità e personaggi importanti, tu sembravi voler scomparire: non ti sei mai messo in mostra, hai sempre preferito lasciare il primo posto ad altri… Sei stato uomo di preghiera: per te il Vangelo non era un libro, ma una Persona viva da seguire e da amare; la tua Messa era il cuore della giornata, soprattutto nei momenti difficili e dolorosi. Non ti sono mancate le umiliazioni e le ostilità, i rifiuti e la solitudine dei giorni amari: ma tu hai preferito aggrapparti alla consegna della croce, della carità ostinata, della obbedienza. É stato impressionante il silenzio dei tuoi ultimi anni: non potevi più parlare né scrivere, non potevi camminare ed essere autonomo: anche per te valeva la parola del Maestro: ‘quand’eri giovane andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio…’ (cft. Gv. 21,18) avresti reso gloria a Dio attraverso l’umiliazione e la sofferenza. E così te ne sei andato in silenzio… Rimane qui la Chiesa che tu hai servito, rimangono i collaboratori, l’Onarmo, le famiglie e i giovani, gli ammalati e i piccoli: ti sentono ancora vicino, hanno bisogno di te! 45 Non ci abbandonare, continua a donarci la tua presenza! Amiamo pensarti di fronte al trono di Dio e dell’Agnello immolato, insieme con Maria e i santi: anche lì, impegnato a servire e ad amare i tuoi fratelli, in atteggiamento di intercessione per noi: perché non solo le ‘opere’ che tu hai voluto possano proseguire, in fedeltà ai segni dei tempi, ma soprattutto perché venga gelosamente conservato lo spirito che ti ha guidato: spirito di umile comunione con tutti, di servizio fraterno, di apertura universale al di là di ogni barriera ideologica, di dialogo con ogni uomo, creato a immagine di Dio, di amore, perché Dio è amore…. don Alberto Di Chio 46 21 gennaio 2006: un anno fa... don Antonio Allori 2 Il testamento di don Giulio 6 “L’avete fatto a me” 8 Card. Carlo Caffarra Il prete del lager don Giulio Salmi S. Teresa del B.G. mi ha insegnato... don Giulio Salmi San Giovanni Calabria, padre e amico don Giulio Salmi Un servizio nato dall’Altare Card. Giacomo Lercaro Una carità audace don Giuseppe Dossetti Una lunga giornata sacerdotale don Enelio Franzoni Le origini dell’Onarmo don Luciano Gherardi Caro don Giulio... don Alberto Di Chio indice 11 18 21 24 26 31 33 43 47 grafica e stampa SAB Fondazione “Gesù Divino Operaio” E-mail: [email protected] SEDE AMMINISTRATIVA 40123 Bologna - Via Marescalchi, 4 - Tel. 051 22 83 10 SEDE LEGALE 40123 Bologna - Via M. E. LEPIDO, 196 - Tel. 051 40 10 27