don Giulio Salmi:
dono di Dio
per il nostro
tempo
21 gennaio
2006:
un anno fa ...
A
ll’alba del 21 gennaio 2006, festa di S. Agnese
e anniversario della morte della mamma,
don Giulio Salmi si è addormentato nel
Signore.
Sono stati i “ragazzi” della Villa ad accorrere per
primi, chiamati da Marcello.
Poi siamo arrivati noi preti e dopo pochi minuti
i collaboratori. Era una piccola famiglia riunita
attorno al proprio padre. Lacrime. Silenzio. Ma
subito, sommessa, quasi timorosa, la preghiera:
“In Paradiso ti accompagnino gli angeli,
al tuo arrivo ti accolgano i martiri
e ti conducano alla santa Gerusalemme.
Ti accolga il coro degli angeli
e con Lazzaro, povero in terra,
tu possa godere il riposo eterno nel cielo”.
L’inizio della notte era stato meno sereno del
solito. Ma da alcune ore don Giulio dormiva un
sonno tranquillo. Nel silenzio del sonno, all’alba,
il Signore lo ha chiamato:
“Vieni, servo buono e fedele,
benedetto dal Padre mio.
Ricevi in eredità il regno preparato per te
fin dalla fondazione del mondo”.
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L’Arcivescovo ha aperto il corteo di coloro
che venivano ad elevare al Signore la
preghiera di suffragio: era il dovuto segno
di riconoscenza a don Giulio per il bene
che aveva seminato in mezzo a noi. Era
l’omaggio a questo piccolo grande prete che
in ogni istante ha proclamato l’amore di Dio
per tutti gli uomini e donne incontrate nel
suo ministero. L’Arcivescovo con grande
sensibilità di padre e pastore disponeva che
il rito del congedo cristiano fosse celebrato
nella cattedrale, chiesa madre di tutti i
bolognesi. Seguivano poi a manifestare la loro
partecipazione i Cardinali Biffi e Silvestrini,
molti Vescovi e tutte le componenti la Chiesa
bolognese, il Presidente della Camera dei
Deputati, autorità pubbliche di ogni grado,
gli enti locali e le istituzioni civili, sindacali,
culturali, politiche e militari. In particolare
tanti lavoratori, giovani, famiglie di ogni
condizione e nazionalità.
La morte di questo sacerdote di Dio ha
affratellato tutti in una impensabile comunione
di sentimenti, ha fatto scaturire un profondo
impegno di testimonianza cristiana e di
promozione della dignità di ogni persona.
L’Arcivescovo, al termine del rito esequiale,
consegnava “nelle mani del Padre
clementissimo l’anima del nostro fratello
sacerdote Giulio”: ma nello stesso tempo
affidava a ciascuno di noi la memoria di
questo prete, perché tutti ci sentissimo
impegnati a far fruttificare il seme da lui
gettato, quasi continuando la strada indicata
in occasione del cinquantesimo di Villa
Pallavicini:
“amo vedere questo luogo come la “città della
carità”, come il luogo dove la fame di pane
viene saziata perché sia saziata la fame che
Cristo ha della dignità dell’uomo”.
La celebrazione del funerale di don Giulio un
anno fa non è stata un momento di morte,
ma l’esaltazione di una vita vissuta tutta
nell’amore, un inno alla misericordia di Dio
resa visibile nelle opere di questo sacerdote.
La sua salma, portata a spalle dai giovani atleti
della Polisportiva Antal Pallavicini ora riposa
nella nuda terra - come egli aveva desiderato
- nel cimitero di San Lazzaro, il paese che gli
aveva dato i natali e dove era stato rigenerato
alla vita cristiana nel battesimo.
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4
Ad un anno dalla morte di don Giulio, tutti
ne sentiamo il vuoto. Ma è altrettanto forte
la percezione della sua presenza: siamo
convinti che ci sia vicino, ci guardi, ci
parli, ci stimoli ancora... Viene spontaneo
accostare don Giulio alle grandi figure che
hanno segnato la Chiesa di Bologna nella
seconda parte del XX secolo: don Marella,
don Dossetti, don Gherardi: di essi era
grande amico. Percorrendo vie diverse,
quasi completandosi a vicenda, hanno tutti
fedelmente servito il Signore ogni momento,
facendosi veri servi degli uomini e dei
poveri.
Don Giulio ha saputo coinvolgere in
questa meravigliosa avventura schiere di
collaboratori, infondendo in ciascuno quanto
aveva appreso anzitutto dalla fede genuina
e dalla fiducia incrollabile nella Provvidenza
della mamma Gaetana.
Aveva attinto allo spirito di donazione totale
trasmessogli da San Giovanni Calabria,
incontrato - quando era appena quindicenne
- a Verona. Così scrive don Giulio:
“Nell’estate 1935 andammo a San Zeno in
Monte, a Vedova, ospiti di don Giovanni
Calabria. Ebbi il privilegio di un colloquio
faccia a faccia... Mi aprii fino in fondo. Al
termine, mi disse tre cose:
• devi diventare come Daniele,
uomo dai grandi orizzonti,
• non essere una candela ,
ma una stufa che scalda sé e gli altri,
• sii una conca, non un rubinetto,
che dona a tutti i propri doni.
Quelle semplicissime metafore rimasero
incise sempre nella memoria del cuore”.
Un parroco ha scritto di don Giulio nel suo
bollettino parrocchiale:
“Un sacerdote che ha lottato per tutta la vita
contro il male, ci ha lasciato il 21 gennaio
2005, dopo cinque anni di colloquio
continuo con il Padre e di silenzio con gli
uomini. Ma il suo cuore di padre, di fratello
e di amico ha sempre parlato per mezzo degli
occhi. Sguardo di Dio sull’umanità. Grazie,
don Giulio, per il dono della speranza!
E tutto questo perché Cristo è risorto ed è
risorto davvero...”
È la speranza il dono che don Giulio ha
saputo trasfondere in tutti.
E alla speranza ha dedicato l’opera che
più a lungo lo ha impegnato e che ancora
non è conclusa: il Villaggio della speranza,
oltre che la Casa di accoglienza per giovani
operai dedicata al beato Bartolomeo Maria
Dal Monte. Spazi profetici della comunione
tra generazioni, nel segno della famiglia
che lavora e luogo di fraternità tra lingue e
popoli diversi.
Nelle opere lasciate da don Giulio si ritrovano
abitualmente giovani del Ghana, del Perù,
del Marocco, del Pakistan, dalle provenienze
più varie. Collaborano in fraternità studenti e
lavoratori albanesi, moldavi, ucraini, rumeni,
indiani, quatemaltechi. I collaboratori
provengono spesso dalle regioni italiane più
distanti: dalla Puglia, dalla Calabria, dalla
Campania...
Continenti diversi, lingue diverse, regioni
diverse... Ma tutti accomunati in un’unica
famiglia, attorno all’unica mensa, con una
medesima lingua comprensibile: quella
dell’amore.
È questo il miracolo che don Giulio ha saputo
realizzare. Questo è il programma di ieri, di
oggi e di domani. É il linguaggio dell’amore
di Dio, tradotto in opere di giustizia per
i più deboli: ha reso possibile una nuova
Pentecoste che dura da oltre sessanta anni.
Quella Pentecoste era iniziata alle Caserme
Rosse durante la guerra: era passata poi
attraverso le mense per gli operai, le Case
per ferie, l’apostolato nelle fabbriche, la
Polisportiva per tutti, il Villaggio, Villa
Pallavicini... Ora attendiamo che possano
continuare frutti maturi di fraternità.
Don Giulio ci ha passato il testimone
indicandoci anche il segreto di questa
Pentecoste:
“preghiera,
comunione
con il Vescovo, abbandono alla divina
Provvidenza”.
Il Signore davvero alimenti in noi la fede,
accresca la speranza, rafforzi la carità...
don Antonio Allori
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Il testamento di don Giulio
Mi confesso
Ho 80 anni: è bene fare un esame di coscienza per tutti questi anni.
Il Signore è sempre stato con me, ora penso di essere sempre con
Lui.
La mia vita penso debba spenderla in lode a Lui che è amore.
Desidero diventare apostolo del Suo amore.
Ogni istante proclamare il Suo amore a tutti gli uomini e donne che
incontro.
Essere per l’Onarmo quel chicco di grano che marcisce nella terra per
far crescere una spiga piena di chicchi.
Non ho rimorsi per le opere che il Signore per mezzo di un pazzo
uomo sono state fatte (Case per Ferie, Casa del Giovane Lavoratore,
Polisportiva, Villaggio della Speranza, Casa di Accoglienza per anziani
malati e per i Pellegrini del 2000 e i lavoratori che domani chiedono
ospitalità e tante nuove iniziative).
Ora è il momento di passare ad altri la guida di queste cose, per essere
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concime di prosperità e di comunicare ai collaboratori il segreto di
queste attività:
1. preghiera, Messa quotidiana e disinteresse personale, tutto a gloria
di Dio e della Sua Chiesa.
2. essere uniti al Vescovo e aspettare da Lui l’approvazione carismatica
di quanto si vuole fare.
3. abbandono completo alla Divina Provvidenza, ringraziando il
Signore per aver donato donne e uomini con il Suo Spirito per
rendere operative queste cose.
Un ricordo particolare per Dante Calzoni vero cristiano per la Fede e
le Opere.
Pregate per me
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“L’avete fatto
a me”
8
N
ella fede la Chiesa di Dio in Bologna si
raccoglie oggi a celebrare i divini Misteri per
la pace eterna di uno dei suoi figli più
grandi, Mons. Giulio Salmi. La vostra presenza
tanto numerosa, la presenza di tante autorità
civili e militari di ogni ordine e grado manifesta
la stima di cui godeva questo umile sacerdote,
l’affetto profondo di cui era circondato.
È difficile esprimere brevemente il senso
profondo dell’esistenza sacerdotale di don
Giulio, ma singolare luce viene dalla pagina
evangelica appena proclamata a noi che con
affettuosa venerazione vogliamo custodire
intatta la memoria di tanta grandezza.
1. «Ogni volta che avete fatto queste cose a
uno solo di questi miei fratelli più piccoli,
l’avete fatto a me». Grande mistero racchiudono
queste parole! Esse ci rivelano che esiste una
misteriosa, ma reale identificazione del Figlio di
Dio con l’uomo più povero, più emarginato, più
umiliato: l’uomo che non ha di che mangiare, di
che vestirsi, di che curarsi quando si ammala.
La parola evangelica porta al suo termine l’antica
rivelazione. L’uomo non è solo “ad immagine e
somiglianza di Dio”; non solo la gloria di Dio
risplende nel volto dell’uomo. Dio stesso si fa
uomo e si unisce ad ogni uomo, al punto che
ciò che a questi noi facciamo/non facciamo,
lo facciamo/non lo facciamo a Dio stesso.
Il Signore nella prima alleanza aveva detto:
«domanderò conto della vita dell’uomo
all’uomo, a ognuno di suo fratello» [Gen
9,5]. Egli rivelava così una corresponsabilità
di ciascuno per ciascuno, una condivisione
della stessa umanità dalla quale nessuno
più poteva essere escluso. Il Signore nella
nuova alleanza ci rivela un mistero ancora
più profondo: dentro a questa condivisione
della stessa umanità e destino si è collocato
anche Lui, così che ogni sfregio compiuto alla
dignità di un uomo è sacrilega deturpazione
della divina persona del Verbo fattosi carne:
«l’avete fatto a me – non l’avete fatto a me».
Penso di non sbagliare nel dire che questa
pagina del Vangelo è la chiave interpretativa
di tutta la vita di don Giulio; nel dire che il
suo sacerdozio è stato come generato dalla
luminosa percezione dell’identificazione di
Cristo col povero.
2. Don Giulio, nato in una famiglia
poverissima di pane, ma ricca di fede, è
come plasmato fin dall’inizio della sua
vita dalla povertà. È singolare quanto egli
scrive sull’immagine ricordo della sua
ordinazione sacerdotale: «vedo finalmente
avverarsi il mio desiderio di portare la fede
a masse operaie che la cercano». In questa
semplice apertura del suo cuore manifesta
già una singolare consapevolezza della sua
missione sacerdotale: evangelizzare chi è
più bisognoso ed emarginato.
La prima miseria a cui il Signore lo inviò fu
quella causata dall’odio fratricida di uomini
dominati da un’ideologia folle contro i
loro fratelli in umanità. Sacerdote da alcuni
mesi, fu mandato dal Card. Arcivescovo
alle caserme Rosse come cappellano dei
rastrellati destinati alla morte nei lager nazisti.
Fu questa l’esperienza che lo marcò per tutta
la vita. Un’esperienza vissuta nel coraggio
di una condivisione che lo espose anche a
gravi rischi: «ero...carcerato e siete venuti
a trovarmi». Ben quattro amministrazioni
municipali, fra cui la nostra di Bologna,
riconobbero con l’assegnazione di una
medaglia d’oro il coraggio e la dedizione di
don Giulio, che organizzò per centinaia di
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rastrellati la fuga e la salvezza. Alcuni di loro
sono ancora viventi. La pagina evangelica,
come avete sentito, carissimi fratelli e
sorelle, sottolinea in modo esemplare
una delle proprietà più commoventi della
carità cristiana: la sua multiforme capacità
di rispondere ai diversi bisogni dell’uomo.
L’identificazione di Cristo col povero porta a
vedere con somma diligenza come, in quali
modi la dignità dell’uomo è nel rischio di
essere degradata: mancanza di cibo, di una
casa, di un lavoro, di un riconoscimento, di
accoglienza, di compagnia.
Le risposte che don Giulio diede ai bisogni
dell’uomo sono nella loro varietà indice di
una capacità non comune d’interpretare le
domande più profonde dell’uomo. Di tutto
questo Villa Pallavicini è il simbolo più
espressivo ed il messaggio più forte che
don Giulio ci lascia: defunto, egli continua
a parlarci e a provocarci salutarmente con
quella “città della carità”.
Nel suo testamento spirituale, don Giulio ci
confida: «Ora è il momento di passare ad altri
la guida di queste cose, per essere concime di
prosperità, e di comunicare ai collaboratori
il segreto di queste attività:
1) preghiera, Messa quotidiana e disinteresse
personale, tutto a Gloria di Dio e della Sua
Chiesa;
2) essere uniti al Vescovo e aspettare da Lui
l’approvazione carismatica di quanto si vuol
fare;
3) abbandono completo alla Divina
Provvidenza, ringraziando il Signore per
avere donato donne e uomini con il Suo
Spirito per rendere operative queste opere.»
3. Il Signore ha purificato il suo servo
attraverso il sacrificio dell’afasia completa
che lo colpì negli ultimi anni: parlava solo
con gli occhi. Ma forse, carissimi, il Signore
ha voluto dirci qualcosa attraverso questo
umile grande prete anche con questa afasia.
«Non chi mi dice “Signore, Signore”, entrerà
nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà
del Padre mio». E la volontà del Padre è
che in Cristo costruiamo quella “città delle
persone” di cui don Giulio ha posto un
segno esemplare.
Card. Carlo Caffarra
Il prete
del lager
N
el febbraio 1944 fui nominato dal Cardinale
Arcivescovo Giovanni Battista Nasalli Rocca,
cappellano di questi lavoratori, dietro
interessamento della prof. Maria Bagini
presso
l’ufficiale
tedesco
addetto
a
questa attività, il colonnello Friedmann.
Dal giorno del mio primo ingresso alle Caserme
Rosse in quello stesso mese di febbraio, per tutta
la durata del loro triste funzionamento, e fino
ai bombardamenti che distrussero il centro di
smistamento come tale, 14 persone in tutto – fra
uomini e donne – si presentarono per partire
volontari.
Fu nel mese di giugno che il fenomeno della
deportazione in massa mi apparve in tutta la sua
orribile imponenza.
Cominciarono ad arrivare dapprima i carabinieri,
colpevoli d’aver prestato un solo giuramento, poi
gente di Toscana e delle Marche, strappati con la
forza alle famiglie e alla terra che li aveva visti
nascere, per andare a morire, la maggior parte di
loro, al di là del Brennero.
Le Caserme Rosse cominciarono allora a mostrare
il loro vero volto ed il significato che assunsero in
quei giorni, fu nero presagio di quanto avvenne
in seguito.
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A completare il quadro della situazione,
si deve dire che c’era anche un reparto di
militari, che conducevano vita autonoma,
occupando tutta l’ala sud del fabbricato; esso
era composto di alcune centinaia di militari
aderenti alla Repubblica di Salò, con ufficiali
e cappellano militare.
Chiesi ed ottenni dal Cardinale di prestare
l’assistenza religiosa agli uomini che i tedeschi
stavano ammassando nel campo, uomini che
il popolo aveva già battezzato con immediata
e dolorosa espressione “rastrellati”, come
se un gigantesco pettine d’acciaio fosse
passato sulla loro terra, trascinando con sé
in anonimo miscuglio operai ed intellettuali,
uomini di scienza ed impiegati, gente resa
affine da una sorte crudele.
A coadiuvarmi in quest’opera che si rivelava
di giorno in giorno più necessaria vennero,
per ordine del Cardinale, due suore della
Congregazione delle Visitandine, incaricate
della refezione calda.
Erano suor Matilde e suor Raffaella.
La sorveglianza era esplicata da una pattuglia
comandata da un ufficiale tedesco e da
un’altra composta di militi della GNR.
Venne costituito un ufficio medico, composto
di un gruppetto di ex-partigiani alle
dipendenze del dott. De Biase, che doveva
designare, d’accordo con un ufficiale medico
tedesco, l’idoneità o meno dei rastrellati al
lavoro in Germania e sul fronte italiano.
Era brava gente all’ufficio medico e di alcuni
ricordo ancora i nomi: Amedeo Tarozzi di
San Cesario sul Panaro, poi Vice-Sindaco del
suo paese alla liberazione; ed inoltre Tantini,
Frabetti, Sancini tutti di Castenaso.
La vita che si conduceva era nel complesso
ancora sopportabile: i tedeschi del primo
periodo (febbraio-settembre 1944) e come
loro le guardie repubblicane tennero
un contegno assai umano e per quanto
continuassero a servire l’ingiustizia, con me
molte volte disapprovarono le malvagità
commesse dai nazisti.
Gli sventurati che dovevano finire ai lavori
forzati o alla deportazione arrivavano
quasi sempre di notte: gli autocarri ce
ne scaricavano quanti potevano esserne
stipati nei cameroni – anche migliaia in
una sola notte – mentre a volte nemmeno
si fermavano, proseguendo per Fossoli di
Carpi, dove era situato un altro campo, o per
essere convogliati direttamente al Brennero.
Le città più colpite dai rastrellamenti furono
Firenze, Pisa, Lucca, Livorno, Siena.
Ebbi modo di conoscere le malefatte della
cosiddetta “Banda Carità” ed i particolari
strazianti dei prelevamenti operati dai
tedeschi nottetempo, quando, violentate le
mogli al loro cospetto trascinavano i rastrellati
così com’erano, credendo di aumentarne lo
scherno, non sospettando di rivestirli della
dignità di Cristo sul Calvario.
Sul principio la presenza di un prete nel
campo dette l’impressione, a quanto poi
mi venne riferito, che io fossi lì per “tenerli
buoni” e non per aiutarli.
Per parte mia, posto di fronte ad un
compito che eccedeva di gran lunga le mie
povere forze, cercai di comunicare, quanto
più possibile, attraverso i mezzi a mia
disposizione ed il mio colloquio avveniva al
Vangelo, ove parlavo con semplicità, con il
cuore in mano, ottenendo quasi sempre con
l’aiuto di Dio l’amicizia e l’apertura del loro
cuore, la confidenza e la possibilità di lenire
sofferenze tanto aspre.
Il luogo che avevo scelto per esercitare,
prete di 23 anni, il ministero sacerdotale era
realmente una palestra tra le più difficili,
ove alle difficoltà ambientali si sposava la
diffidenza dei comandi tedeschi.
Tuttavia cercai di organizzarmi nell’intento di
far fronte al progetto tragicamente grandioso
di assistere, in condizioni quasi impossibili,
migliaia di persone; trovai alcuni sacerdoti
miei coetanei, alcune crocerossine, alcuni
giovani coraggiosi.
Rivolgendomi a destra e a sinistra per avere
aiuto e comprensione, scoprii che era molto
facile ottenere l’uno e l’altra: ogni giorno
riferivo al mio Arcivescovo sull’andamento
del campo, descrivendogli lo stato penoso
di quella povera gente, ottenendone sempre
sollecitamente l’espressione dell’umana
solidarietà, il sospirato tangibile aiuto anche
in denaro e la collaborazione di tutte le forze
cattoliche.
Venne costituito un Comitato “Pro Rastrellati”,
chiamato Pro-Ra, che fece del suo nome un
simbolo di carità eroica, prodigandosi con
tutti i mezzi a disposizione per alleviare le
sofferenze.
Questo gruppo in realtà era nato quasi un
anno prima col nome di O.N.A.R.M.O., per
giustificarne l’attività agli occhi delle autorità
civili e militari (in principio, nell’ottobre 1943,
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non furono più di 4 persone; poi giunse fino
a 24 per salire a 50 con la Pro-Ra); tuttavia
privatamente esso conservò sempre quello
più realistico di Pro-Ra.
Furono aperti altri centri di raccolta,
mettendo a disposizione il ricreatorio Salus,
il collegio San Bartolomeo di Via Riva Reno,
il Seminario ONARMO di via Valverde, il
Convento dei Canonici Lateranensi, mentre
centinaia di rastrellati furono inviati agli
ospedali San Domenico e Sant’Orsola.
Centro di propulsione, luogo di incontro,
rifugio tranquillo era l’Arcivescovado, messo
a disposizione in tutto il suo piano terreno:
l’archivio fu riempito di centinaia di quintali
di farina, mele, vestiti, generi di prima
necessità e di conforto, distribuiti poi tra i
vari centri di raccolta e smistamento, ai quali
si aggiunge la basilica di San Petronio ed i
locali di Via Zamboni 22.
Si lavorava in grande unità di spirito e
compattezza di intenti: lo scopo principale
restava quello di fare quel bene che era tanto
necessario in quelle circostanze, sia a quelli
venuti da lontano sia alla gente trascinata giù
dal nostro appennino.
Soltanto nel campo delle Caserme Rosse
furono 35.000 i rastrellati che soggiornarono,
in tragico avvicendamento, dal giugno
all’ottobre 1944.
Cercai di trascorrere in mezzo a loro quanto
più tempo mi era concesso, raccogliendo le
confessioni di circa 7.000 persone e facendo
giungere le loro lettere alle famiglie lontane,
tramite l’Arcivescovado di Bologna, quello
di Firenze prima e di Lucca poi.
Trovai in ogni spirito grande rispondenza
ed un profondo, disperato bisogno di non
cedere alla solitudine e di alimentare la
speranza.
Così molti ritrovarono, per mezzo dell’opera
dei sacerdoti, civili e crocerossine della
Pro-Ra, la serenità perduta ed il coraggio
necessario ad affrontare il pericolo della
fuga.
Molti, riusciti nel loro drammatico intento,
vollero essere messi a contatto con formazioni
partigiane: a tutti indistintamente continuò
l’affettuosa assistenza del Comitato.
Naturalmente le fughe dei rastrellati
suscitarono maggiori sospetti e ritorsioni
di quanto non potessero pacchi-dono e
assistenza religiosa: la sorveglianza e l’ostilità
nei miei confronti si fecero più pressanti e
soltanto la Divina Provvidenza in un paio
di occasioni poté impedire che concludessi
tragicamente il mio lavoro alle Caserme
Rosse.
La situazione precipitò alla fine di settembre
quando ci fu il cambio della guardia: il
comandante fu sostituito e vennero le SS.
Le Caserme Rosse videro tra i rastrellati
anche 18 preti della nostra diocesi, dei quali
uno anziano.
Mentre la Pro-Ra continuava la sua opera
benefica ed io mi adoperavo per rendermi
maggiormente utile, giunse il veto delle
SS: mi si proibiva, pena la morte, il servizio
religioso dentro le Caserme Rosse.
La mattina del 9 ottobre fui buttato fuori dei
cancelli, mentre una folla di bolognesi mi si
parava tutt’intorno a chiedermi notizie dei
congiunti che erano di là: assolsi per l’ultima
volta questo compito con le lacrime agli
occhi.
La signora Tagliavini, ex assessore al Comune
di Bologna, doveva più tardi ricordare questa
scena, essendo anch’essa in quella folla
assiepata ai cancelli del campo, per chiedere
se il marito si trovasse all’interno.
Mi recai subito a riferire al Cardinale
Arcivescovo, che mi ricevette in cucina a Villa
Revedin mentre era già pronto per uscire: si
informò di tutto, mi sbatté personalmente un
uovo e mentre versava un po’ di latte, parte
del liquido si versò sulla porpora, poiché
vedendoci poco aveva afferrato il recipiente
per il becco anziché per il manico.
Nessuna parola di circostanza o di conforto
avrebbe potuto giovare di più al mio morale
che quella squisita affabilità e quel piccolo
infortunio quasi divertente occorso al
Principe della Chiesa.
Una componente della Pro-Ra, la signora
Bice Braschi, rimase alle Caserme Rosse
nella sua qualità di crocerossina fino al 12
ottobre, quando un pesante bombardamento
danneggiò gran parte dei fabbricati, con
morti e feriti e fuga di quasi tutti, militari
compresi.
La caserma d’artiglieria di viale Panzacchi
divenne il successivo luogo di raccolta dei
rastrellati.
Il 14 ottobre Sua Eminenza mi comunicava
che potevo riprendere il mio lavoro di
assistenza alla caserma d’artiglieria ed anche
ai gruppi di rastrellati che erano a Pieve del
Pino, Sasso Marconi (Villa Malvasia), Croara,
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Paderno, Roncrio e nei nuovi centri da noi
istituiti.
Soltanto i toscani in quei giorni erano quasi
2.000 a Bologna: persone cui siamo tuttora
legati da rapporti di affettuosa amicizia.
L’attività assistenziale continuò su tutto il
fronte dei centri di raccolta.
Il Natale del 1944, mentre il paese era ormai
spezzato in due tronconi, vide il miracolo
della Pro-Ra che confezionò e distribuì 2.000
pacchi dono contenenti vestiario, dolci e
sigarette per i rastrellati costretti al lavoro sul
fronte nei dintorni di Pianoro, Rastignano,
Sasso Morelli, Lugo e Conselice.
Il 21 aprile, con la primavera, giunse la
liberazione.
Un caloroso e commosso omaggio venne
improvvisamente quanto spontaneamente
rivolto dai rastrellati, ormai liberi di far ritorno
in seno alle famiglie lontane, all’indirizzo
del Cardinale Arcivescovo e fu come un
trionfo mentre Sua Eminenza tornava in
Arcivescovado dal Comune.
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Da questo racconto di dolori e di lacrime,
ma anche di autentiche testimonianze di
eroismo si trae l’immagine di quella eclissi
di civiltà in cui la logica della violenza aveva
precipitato uomini e strutture.
Nacque allora il moderno volontariato come
rifiuto di veder cancellata ogni traccia di
umanità e chiara denuncia di un sistema che
aveva alle sue origini il mistero del male.
In quei giorni drammatici la Chiesa, e il
suo pastore, tennero viva la speranza di
un mondo nuovo in cui libertà, giustizia e
solidarietà si dessero la mano.
A mezzo secolo di distanza sale dal
profondo del cuore l’anelito e l’impegno
di non disperdere un’eredità così preziosa.
Non ci lasceremo travolgere da una retorica
commemorativa. Vogliamo che quella
cordata fraterna riprenda il suo slancio sugli
impervi tornanti del secolo che muore.
don Giulio Salmi
17
S. Teresa del B.G. mi ha insegnato...
Q
uanti libri di avventura aveva letto Ignazio di Loyola. Lo avevano
esaltato, ma uno, la leggenda dei santi, cambiò quel cavaliere in
un asceta e in un grande santo. Nella mia vita è stato la “Storia di
un’anima” di S.Teresa del Bambino Gesù a farmi conoscere l’amore di
Dio per me.
Su quella scia è stato facile esaminare e avere la pace nel cuore. Tutto
è possibile a chi ama. Allora solo l’amore è necessario a vivere. Siamo
figli di Dio e lo siamo realmente perché per noi ci ha dato suo figlio,
e per distruggere tutti i peccati del mondo Gesù si è sacrificato sulla
Croce, è morto e risorto.
Dal 1925 da quando fu dichiarata santa, l’ebbi come consigliera, aiuto
e protettrice. Devo a lei la mia consacrazione sacerdotale. Devo alla
sua ispirazione tutti i momenti della mia vita. Debbo a lei il mio amore
per il Papa, il Vescovo e Roma. Nel 1945 per 50 giorni visitai Roma
18
dalle 6 del mattino alle 18 di sera. A lei l’emozione delle catacombe e
dei martiri.
Fu lei che mi liberò dall’andare a Roma a lavorare in una Congregazione
del Vaticano.
Fu lei che mi fece conoscere i poveri. Fu lei che mi sostenne nelle
insidie di cedere alla ribellione contro i ricchi, veramente insensibili ai
diritti dei lavoratori.
Fu lei con una grazia singolare a volere la Casa di S.Sisto per i fattorini.
Fu lei con un gesto della sua Mano a deviare i colpi di lupara dai
ragazzi che giocavano a S.Vigilio di Marebbe. Questi fatti sono stati
per me un segno della sua presenza in tutte le nostre attività religiose
e sociali. Quest’anno ricorre il centenario della sua morte. Andiamo a
ringraziarla alla sua tomba a Lisieux, perché continui a intercedere per
noi presso il Padre celeste per operare il Regno di Dio fino alla fine
dei giorni.
don Giulio Salmi
19
20
San Giovanni
Calabria,
padre e amico
S
ono stato accolto il 12 ottobre 1932 al Collegio
dei Buoni Fanciulli, in Via Zamboni n. 53, da
don Filippo Cremonini. Eravamo in 14 giovani,
dalla prima media alla terza media. L’ambiente era
bello: due saloni con 7 letti ciascuno, un ingressino,
una sala per mangiare che serviva anche per
studio, una cappella, una cucina e una camera
per le suore Orsoline suor Ardea e suor Elena.
Tutti erano assistiti gratuitamente, la Provvidenza
pensava a tutto tramite don Filippo.
Lascio di descrivere le angosce di chi, libero nei
campi, diviene prigioniero in un centro cittadino.
Rimaneva solo il sogno di tornare in estate in quel
paradiso meraviglioso che era il Farneto. Si viveva
per questo.
Poi la scuola al ginnasio liceo “M. Malpighi”. Che
supplizio! Che tormento! Una vera prigione.
Poi si allargano gli orizzonti, si scopre che un
mondo meraviglioso è dentro di te. Trovi a 12 anni
Gesù il Signore.
Il Farneto è bello quanto Gesù. Gesù sostituisce il
Farneto. Allora tutto cambia.
Sei preso, comprendi, desideri di conoscere, di
donarti e di essere tutto a tutti.
La bontà di don Filippo diviene un punto base di
21
partenza e di ritorno. In quell’anno scolastico
1932-33 don Filippo parla di don Giovanni
Calabria come di un santo. Le vite dei santi
mi piacciono tanto, ma un santo vero, un
santo da miracoli fa un po’ paura, poi non vi
dico i discorsi di Roberto e di Giuseppe.
Il giorno che don Calabria arriva in Via
Zamboni 53, sono costretto a letto per
influenza. Non si può sfuggire. Passa accanto
al mio letto. Un esame di coscienza. Mi
guarda con occhi così profondi e così buoni!
Mi benedice e mi dice parole buone.
Tutto il mio creato su di lui cade, non avrò
più paura. Mi sembra veramente un santo.
Non mi ha scacciato! Non mi ha maledetto!
Non mi ha rimproverato!
Don Giovanni Calabria è veramente l’amico
di don Filippo. Se don Filippo è buono, al
dire di don Filippo, don Calabria è cento
volte più buono.
Tutto quello che fa don Calabria diviene
patrimonio nostro, anche la storia delle sedie
che si muovevano da sole, le sue opere, i
suoi scritti, tutto. Anche di far parte della sua
famiglia noi desideriamo.
22
Poi ci sono dei dispiaceri in casa di don
Calabria. Finalmente due figli di Don
Calabria, don Augusto Cogo e don Mariano
Sartori sono mandati a Bologna per fare una
unica famiglia con il piccolo collegino di
don Filippo. Immediatamente la loro bontà
ci conquista.
Traslochiamo a San Vittore, luogo bellissimo
ma un po’ lontano dal centro.
Noi 15 ragazzi conosciamo finalmente la
preghiera, la meditazione, la direzione
spirituale. Don Augusto Cogo ci parla spesso
di don Calabria, della sua bontà e della sua
santità.
Abbiamo visite importanti. L’abate Caronti
viene a piedi da Bologna a San Vittore. Si
ferma due giorni. Ci interroga, non capisco
niente, so solo che ci rovina i nostri piani di
quei giorni.
Poi la Provvidenza (sempre si parla della
Provvidenza di Dio) ci dona una magnifica
Villa con parco alla periferia di Bologna, in
un luogo stupendo dove sorgeva la secolare
chiesa di S.Maria in Valverde e dove i ragazzi
di S.Filippo Neri da Bologna venivano lì
a ricrearsi. La scuola è a pochi minuti di
strada.
La casa viene intitolata a San Benedetto.
Il collegio cresce, i ragazzi sono già tanti. Don
Augusto Cogo ci porta nell’estate del 1935
finalmente a Verona a vedere don Calabria.
In luglio del 1935 primo incontro con don
Giovanni. Confessione. Mi lasciò questo
ricordo, di essere come Daniele il profeta,
giovane da orizzonti cosmici. Fu un incontro
che determinò la mia vocazione.
Poi nel 1937 i rapporti con Verona e la Casa
Buoni Fanciulli cessarono per il Collegino.
Don Augusto e don Mariano partirono da
Bologna. Don Filippo prese una nuova
strada.
Il 20 luglio rimase sempre la giornata che
indicava a don Filippo la via di Verona
perché era la festa patronale della casa, e ci
parlava di don Giovanni con entusiasmo e
nostalgia.
Venne la guerra, le lettere di don Giovanni
venivano lette per trovarvi i segni del
Signore.
Nel 1943 feci i miei esercizi spirituali nella
casa di Maguzzano, il 20 agosto, festa
di San Bernardo, sarà una data che non
dimenticherò. In quei giorni vidi don
Giovanni: fu veramente paterno.
Il nostro Arcivescovo, il Cardinale Giovanni
Battista Nasalli Rocca, aveva venerazione
grandissima per don Giovanni, diceva: è un
santo.
Nel 1945 con il Cardinale Nasalli Rocca
vidi di nuovo don Giovanni. Le sue parole
furono per me sempre illuminanti come ci
aveva detto sempre don Filippo.
Don Giovanni ricambiava questa amicizia
di don Filippo con una stima ed una libertà
veramente da santo. Don Filippo aveva
conosciuto don Giovanni quando era
militare, tenente di complemento a Verona.
Era divenuto suo discepolo, obbediente e
devoto. Da quell’incontro fino alla morte,
avvenuta il 29 settembre 1970, don Filippo
parlava di don Giovanni con gioia ed
entusiasmo.
Sentiva da vivo di avere un guida sicura, da
morto un avvocato in Cielo.
don Giulio Salmi
23
Un servizio nato
dall ’altare
D
on Giulio carissimo,
sono dunque 25 anni di Sacerdozio che ti
appresti a ricordare riconoscente e commosso...
Con te li ricordano tanti...; dirò meglio: tante
anime. E con te e con loro li ricordo anch’io, che
di quei venticinque ne ho seguito dappresso con
amoroso interesse e compiacimento ben sedici...
Anni pieni, grazie a Dio, che hanno lasciato nei
cuori di tanti il ricordo di un sacerdozio generoso,
prodigo di se stesso, umile e forte; che hanno
rianimato in tanti cuori una luce di fede e di
speranza ed hanno tracciato a molti una strada
nella vita, per la meta oltre la vita.
L’ansia di comunicare l’unica parola di fraternità,
di riportare nella società l’unico vero “buon
annunzio”, il Vangelo, ti ha naturalmente aperto il
cuore ai problemi sociali; il mondo operaio ti ha
attratto e agli umili ti sei dato con tutta la ricchezza
della tua intelligenza e del tuo spirito attivo, con
sete evangelica di giustizia, con lo slancio della
Carità attinta al Cuore del Signore.
Il Vescovo, che ti fu accanto in questi anni, che
vanno dal ’52 al ’67, non può non ricordare le
24
“Case per ferie”, i Campeggi giovanili, il
“Villaggio dei giovani sposi”, la Comunità
dei Cappellani di fabbrica, la “Casa della
Carità” e, in modo particolare, la “Villa
S.Petronio”, divenuta ormai, come era nel
lontano sogno, una Casa di ospitalità per
giovani Lavoratori, una Scuola, la sede di
una magnifica Polisportiva, ma soprattutto
un centro di vita spirituale, di irradiazione
apostolica, di testimonianza evangelica.
Di tanto lavoro, delle fatiche, delle ansie, delle
amarezze che lo hanno soprannaturalmente
fecondato, il Vescovo di quegli anni ti
ringrazia ancora...
E pensa che tutto questo è nato – e non
poteva altrimenti nascere – dall’Altare, sul
quale da 25 anni rinnovi, sempre commosso
e trepidante come la prima volta, il Mistero di
Croce e di Risurrezione che salva il mondo.
E ti auguro, caro Don Giulio, di poter ancora
per lunghissimi anni godere la gioia della
Messa, nella quale trovano pace tutti gli
affanni, ristoro tutte le fatiche e le delusioni
della vita si cangiano in speranza che non
confonde. “Il mondo – diceva nella sua
sofferenza Padre Pio – potrebbe fare a meno
del sole, non della Messa...”.
È infatti la Messa il sole della nostra giornata
quaggiù; al di là c’è il Paradiso...
Ti benedico con tanto devoto affetto, insieme
a tutti coloro che hai nel cuore e a te vicini,
e alle tue opere.
Aff.mo
Giacomo Cardinal Lercaro
Villa San Giacomo, 30 settembre 1968
25
Una carità
audace
S
iamo qui per ringraziare.
Vogliamo con intensa effettività ringraziare.
Ringraziare anzitutto il Signore del dono che
ha fatto alla sua Chiesa in don Giulio: sacerdote
al quale quando apparirà il Principe dei pastori,
certo riserberà una corona di gloria che non
marcisce: corona meritata per la sua grande carità.
La carità di don Giulio è stata – come non può non
essere la vera carità – una carità audace. Sempre
audace.
Audace dall’inizio del suo sacerdozio alle
caserme rosse che lo portò a rischiare la morte
per i rastrellati di molte province circostanti; alla
carità pure altrettanto audace che gli fece cercare,
nonostante la dura resistenza, il disprezzo, l’ironia
beffarda di tanti, le anime dei lavoratori nelle
fabbriche bolognesi; alla carità pure audace che lo
buttò in tante imprese difficili e finanziariamente
rischiose per le Case per ferie, per l’assistenza
ai giovani lavoratori, per l’organizzazione delle
scuole professionali, per la polisportiva Pallavicini,
per il grande numero di giovani stranieri ospitati
(libici, eritrei, russi, albanesi e tanti altri); e infine
carità audace quella che gli fece superare infinite
26
resistenze e blocchi quasi definitivi nella
realizzazione del Villaggio della Speranza
inaugurato stamane.
Questa carità così audace eppure così
bene piantata in terra e così perseverante e
realizzatrice, non può essere stata altro che
puro dono dall’alto.
Di essa e per essa dobbiamo ringraziare il
Padre, donatore di ogni bene, elargitore
appunto di quella sapienza che viene
dall’alto, che è pura, pacifica, mite,
arrendevole, piena di misericordia e di
buoni frutti, senza parzialità e senza
ipocrisia. (Gc.3,17).
Tutti dobbiamo ringraziare: oltre che Dio,
anche don Giulio. Qui siamo tutti suoi
beneficati. Non c’è nessuno di noi che non
abbia avuto da Dio tramite don Giulio grandi
benefici. E il primo sono io e tutta la mia
comunità: che sin dagli esordi è stata da don
Giulio, con mille ausili – morali, spirituali,
materiali e concreti – aiutata ad inserirsi nella
nostra Chiesa.
Perciò, don Giulio, il nostro ringraziamento
stamane deve essere ed è tanto effettivo e
intenso e veramente riepilogante tutta la
nostra vita e tutta la sua.
Nella prima lettura, Isaia già prefigura
la nuova economia, quella definitiva, in
cui Cristo Pastore mostrerà le opere del
Padre di lui, (Gv.10,25 e 32), l’Unigenito e
l’Archipastore (I Pt. 5,4).
In questa nuova economia, come dice il
nostro S.Petronio nel sermone tenuto per
l’anniversario della sua ordinazione, è il
Cristo stesso che trasforma gli umili pastori
di mestiere in profeti, e i pescatori in apostoli:
è lui che converte gli uomini per salvarli,
cambia i lupi in agnelli e sa trasformare le
belve in pecorelle.
Perciò il testo di Isaia dobbiamo rileggerlo
come parlante già di Cristo Pastore, e
possiamo rileggerlo oggi come perfettamente
adeguato al Santo patrono della nostra città.
Ma in terza lettura, esso si applica
mirabilmente, parola per parola, al nostro
don Giulio: mandato a portare il lieto
annunzio ai poveri; a fasciare le piaghe dei
cuori spezzati; a proclamare la libertà degli
27
schiavi e la scarcerazione dei progionieri; a
consolare gli afflitti; a dare loro una corona
invece della cenere; olio di letizia invece
dell’abito di lutto.
Ma tutto questo non per virtù propria,
ma unicamente nella forza dello Spirito
del Signore che lo ha consacrato con
l’unzione.
Don Giulio lo sa bene, che tutte le sue
opere – tutte le molte opere di cui oggi con
gratitudine lo riconosciamo artefice, e noi
beneficiati vogliamo ringraziarlo – non sono
propriamente sue, sono opere di Cristo e del
Padre.
28
Il Vangelo di oggi ce lo ricorda, con i suoi
detti imperiosi che vogliono distruggere ogni
vanto umano e riportare tutto all’esclusivo
assoluto dell’opera del Padre e di Cristo: Non
chiamate nessuno vostro padre sulla terra,
perché uno solo è il Padre vostro, quello
celeste; non fatevi chiamare guide, perché
una sola è la vostra guida, il Cristo; il più
grande fra voi, sia vostro servitore.
Gesù così non intende solo mettere in
questione l’uso dei titoli, espressione di una
vanità spirituale e umana, ma sottrae ogni
fondamento alle eventuali pretese che questi
titoli rappresentano nei rapporti comunitari:
cioè l’autorità o il potere intesi come
controllo e dominio di una persona sulle
altre. Precisamente come ammonisce Pietro
nella sua prima lettera: Esorto gli anziani
che sono fra di voi, quale anziano come
loro, testimone delle sofferenze di Cristo e
partecipe della gloria che deve manifestarsi:
pascete il gregge di Dio che vi è affidato,
sorvegliandolo non per forza ma volentieri,
secondo Dio, non per vile interesse, ma di
buon animo; non spadroneggiando sulle
persone a voi affidate, ma facendovi modelli
del gregge (I Pt.5,1ss).
La comunità dei discepoli ha un solo maestro
e capo: Cristo; perciò essa è una comunità di
fratelli, alla cui base sta una comune dignità
di figli, i quali hanno riconosciuto un solo
Padre, quello del cielo.
Ciò però non toglie il ruolo autorevole di
chi nella comunità ha il compito di essere
grande e primo. Questo compito deve essere
attuato nella forma del servitore, diaconos,
sul modello del Servo per eccellenza che
è Gesù, Messia umile e povero, e che ha
prestato il suo servizio nella forma suprema
della donazione totale e della morte. Egli è
a un tempo il Pastore supremo e il Pastore
buono che pone la sua vita per le sue
opere.
Come possano coesistere queste due
cose, questo duplice atteggiamento, di
autorevolezza piena e di servizio umile e
oblativo, lo dice meravigliosamente S.Paolo
nei versetti che abbiamo letto e che, in prima
lettura, sono riferibili solo al Cristo, e da lui
solo perfettamente realizzati: egli solo ha
supremamente offerto il suo corpo come
sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (Rm
12,1). In seconda lettura lo hanno realizzato
i grandi santi pastori fondatori delle nostre
Chiese, come appunto S.Petronio, che hanno
fatto loro l’esempio dato loro da Cristo, e
ne hanno fedelmente seguito le orme (I
Pt.2,21).
In terza lettura, siamo noi tutti tenuti, secondo
l’odierna parola di S.Paolo, a coniugare
continuamente, nella nostra vita, virtù che
parrebbero opposte e sono complementari:
la carità senza finzione, l’amore fraterno, il
gareggiare nello stimarsi a vicenda, il fervore
dello spirito, il servizio del Signore; la
letizia della speranza, la perseveranza della
preghiera, la sollecitudine per le necessità
dei fratelli, la premura nell’ospitalità, e
finalmente il rallegrarsi con quelli che sono
nella gioia, il piangere con quelli che sono
nel pianto.
Non possiamo non dire a questo punto che
don Giulio ha praticato tutto questo; e lo ha
praticato, sin dall’inizio del suo sacerdozio,
cinquant’anni fa, in un mondo e in condizioni
che non erano certo più facili del presente.
Nel 1943 l’Italia era praticamente annientata,
distrutta anzitutto nel suo onore, nella sua
cultura, nelle sue strutture economiche,
nell’organizzazione del suo lavoro, e per
giunta oppressa dallo straniero e dai traditori,
entrambi tirannici e crudeli.
Se qualcuno di noi pensasse – e potrebbe
pensare bene e con verità – che il corso
dei tempi e gli eventi degli ultimi anni ci
hanno riportato indietro e forse le strutture
consolidate del peccato e della morte si
stanno facendo (non solo in Italia, ma in
tutto il mondo) non meno capaci di avvilire
e degradare la nostra umanità e di opporsi a
29
una vita autenticamente cristiana, doabbiamo
nella fede della vittoria sul mondo del Cristo
risorto, ravvivare la nostra speranza nella
sua Parola impreteribile e incancellabile e
trovare il coraggio, (cioè quella carità audace
che il Signore ha elargito a don Giulio nel
1943) di ricominciare da capo.
La coppa della vertigine (Is.51,17) che il
mondo sembra avere bevuto dalla mano
dell’ira del Signore, può essere ancora
allontanata se ognuno di noi, giovane o
vecchio che sia, decide, con fermezza e
gratitudine a un tempo, di ricominciare
da capo e di abbeverarsi alla coppa della
speranza che non delude, perché l’amore
di Dio è stato riversato nei nostri cuori per
mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato
(Rm.5,5).
don Giuseppe Dossetti
30
Una lunga giornata
sacerdotale
H
o incontrato d. Giulio negli anni 50, a cena,
assieme al dr. Montano allora direttore della
Ducati Meccanica.
Il dr. Montano mi era carissimo amico fin da quando il 15 e 16 dicembre ’42 ci eravamo incontrati in
prima linea sul Don, lui comandante di 150 fanti
della Divisione Pasubio ed io cappellano itinerante dal Quartier generale della Pasubio ai reparti in
linea. Vedendomi arrivare con l’altarino da campo
la sera del 15 dicembre (non ci eravamo mai visti)
mi accolse molto duro “...cosa sei venuto a fare...
non è questo il momento”. Ma quel che successe
il giorno dopo ci legò per tutta la vita. L’attacco
dei russi che Montano aveva previsto, spazzò via
il nostro caposaldo: il “Venere”; Montano portò in
salvo i superstiti; voleva portar via anche me ma
io avevo i feriti e restai con loro.
Negli anni ’50 trovai il dr. Giuseppe Montano direttore della Ducati Meccanica; manco a dirlo, il
16 dicembre di ogni anno lo passavamo insieme;
ma con noi, a cena, egli voleva sempre don Giulio
che allora assisteva gli operai della Ducati.
D. Giulio doveva sorbirsi i nostri “ti ricordi” ma
poi ero io che ascoltavo loro due in dibattiti spesso e volentieri alquanto accesi. Montano era se31
vero nei suoi giuduzi e forte nel difendere
provvedimenti a carico di qualche operaio
ma d. Giulio ribatteva alla pari e mi par di ricordare che quando la discussione tendeva
a degenerare, d. Giulio tirava fuori l’esemplare condotta di qualche operaio sulla cui
bravitù a tutto campo Montano doveva convenire.
D. Giulio poteva contare su un alleato prezioso: la sig.ra Montano (tuttora viva, lucidissima), donna di rara sensibilità e di profonda fede.
Personalmente sono gratissimo a d. Giulio
perchè ha “pescato” anche me come assistente nelle case dell’Onarmo, facendomi
scoprire un mondo di gente che dall’esterno nessuno immagina, proveniente dalle
più disparate regioni d’Italia, a fare famiglia
insieme nelle case alpine e al mare, dove
il punto-luce è sempre la cappella con il
sacerdote. Sacerdote che ogni giorno celebra.
Se una distrazione mi prende nelle mie
Messe all’Onarmo è perché penso alle Messe di d. Giulio; alle gioie, dolori, fatiche,
32
speranze che egli porta all’altare di tutta la
gente che ha incontrato nella sua vita - che
non è ancora finita!
Correva l’anno 1944 quando i tedeschi scoprirono i traffici con cui d. Giulio salvava i
rastrellati e lo misero in prigione in attesa
della fucilazione. Fu in quel momento che
d. Giulio ebbe come una visione. Gli apparve il Signore; gli disse: “d. Giulio, domani
i tedeschi ti fucileranno ma il tuo Vescovo
che ti vuole molto bene, potrebbe salvarti. E
avresti così una vita lunga davanti per fare
molte opere di bene. Scegli tu”. D. Giulio rispose: “Signore, tu hai dato la vita per me,
il tuo sangue. A me piacerebbe molto poter
dare la mia vita e il mio sangue per te; morire giovane come tu sei morto giovane. Ma
io non scelgo; scegli tu per me”.
E fu così che il Signore scelse di lasciarlo per
una lunga giornata sacerdotale, ricca di opere una più bella dell’altra; giornata che non è
ancora arrivata al tramonto.
don Enelio Franzoni
Le origini
dell ’Onarmo
A
lle primissime origini dell’ONARMO di Bologna
stanno tre personaggi di parlata diversa: il
piacentino card. Giovanni Battista Nasalli Rocca, il bolognese puro sangue don Filippo Cremonini, il pesarese (Pergola) mons. Ferdinando
Baldelli. Si incontrano a fine anni trenta nel cuore
della Dotta sotto l’assillo di un realtà inquietante:
l’apostasia della classe operaia.
Tutti e tre sono segnati dalle rughe del tempo: Nasalli Rocca, classe 1872, Arcivescovo della metropoli emiliana dal 4 ottobre 1921; Baldelli, classe
1886, autorevole membro della Congregazione
Concistoriale, già segretario dell’Itala Gens (l’opera degli emigranti oltre oceano) e promotore nel
1930 dell’ONARMO (Opera Nazionale di Assistenza Religiosa e Morale agli Operai); don Filippo
Cremonini, classe 1879, fondatore del Collegio
Buoni Fanciulli nel 1926 sulle sponde popolane
del ponte Lame. Padrino e ispiratore don Giovanni Calabria.
Nella grande anima del successore di S. Petronio
affiorano le esperienze giovanili a fianco di Scalabrini e di Radini Tedeschi e l’esaltante avventura pastorale nella diocesi eugubina (1907 - 1921),
fiorente di leghe, cooperative, sindacati di ispirazione cristiana.
Il dialogo a tre voci si fa appassionato e stringente.
Non c’è tempo da perdere. Alla proposta baldel33
liana di impiantare anche sotto le Due Torri
l’Onarmo, già collaudato a Roma e a Rieti in
una grande fabbrica come la SNIA VISCOSA,
il Cardinale aderisce immediatamente con
l’istinto e la grazia del pastore.
34
Si potrebbe fissare alla Pasqua del 1938 la
data di nascita dell’Onarmo, quando don
Filippo per la prima volta celebra la Pasqua
alla Manifattura Tabacchi dove, in forza della sua carità, ha un’investitura informale da
parte della gente.
Risale al ’42 la costituzione canonica dell’Onarmo di Bologna. Matura contestualmente, per legge fisiologica, l’erezione del
Collegio Buoni Fanciulli in Seminario per la
formazione dei cappellani di fabbrica. L’unico in Italia.
Fra i trenta alunni di quella “Ca’ Zoiosa” di
via Valverde 14 si affacciano i volti giovanissimi di don Angelo Magagnoli e don Giulio
Salmi. Sono ormai sulla dirittura d’arrivo. Per
loro l’atto di battesimo come cappellani del
lavoro - ed è un battesimo di fuoco - verrà
sancito dall’imposizione delle mani per l’ordinazione sacerdotale, il 18 dicembre 1943.
Sulle spalle di don Angelo la fiducia dei superiori mette la direzione del piccolo semi-
nario. Succede a don Filippo Cremonini, esiliato a causa dello “stress” e della malferma
salute nella minima cura d’anime di Tizzano
dell’Eremo.
Davanti a don Giulio, appena terminata la
luna di miele della prima Messa, si aprono
le porte della più imprevedibile tra le fabbriche: il lager delle “Caserme rosse”. Fra quelle
mura l’Onarmo prenderà il nome di Pro.Ra.
All’indomani del 21 aprile 1945 l’Opera di
Assistenza Religiosa e Morale agli Operai
esce dalla clandestinità. Il figlio di Giuseppe
e Gaetana ne sarà il leader riconosciuto per
tutta la regione con la qualifica di delegato
ONARMO.
Si farà sempre più intenso e creativo lo scambio fra la Bologna del card.Nasalli Rocca e la
Roma di mons.Baldelli, astro emergente in
una Curia Vaticana ancora vulnerata dalle
tremende prove del conflitto mondiale. Attraverso la Concistoriale egli ha l’accesso al
vertice della Chiesa. Pio XII ascolta questo
prete marchigiano, che ha gettato un ponte
verso il mondo operaio. Per sua bocca giungerà all’orecchio del Sommo Pontefice l’eco
di quanto si sta avviando e progettando nell’ONARMO di Bologna.
Lo stesso Papa Pacelli ne darà sovrana testimonianza in una indimenticabile udienza
riservata a don Giulio, dopo un avventuroso
viaggio su un camion carico di fusti di benzina.
É la sera del 4 maggio, quando sul piazzale
di Chiesa Nuova, insieme con il quindicenne
seminarista Oliviero Pelliccioni, don Giulio
prende posto sul camion guidato da soldati
di colore, che ha a bordo un gruppo di giovani e due ragazze fiorentine. Succedono
incidenti a catena, non solo per i rischi di
incendi ed esplosioni, ma per le insidie tese
dai piloti alle inermi fanciulle ospiti di quella
sgangherata arca di Noè.
All’arrivo a Firenze Oliviero inciampa e fa rotolare su un piede di don Giulio un fusto di
benzina: “Vidi tutte le stelle del cielo - ci dice
confidenzialmente - e proprio in quel momento udii un urlo da parte dei passanti... Il
camion era in fiamme! Rivolsi istintivamente
una preghiera alla Madonna dell’Impruneta.
Il fuoco si estinse.
Finalmente giungemmo a Rifredi, dove ci
attendeva mons.Giulio Facibeni, fondatore
dell’Opera Madonnina del Grappa, che ci
accolse con squisita gentilezza, offrendoci la
cena e un soffice letto su cui riposare. Era
scoccata la mezzanotte e osservai che non
potevo mangiare per non infrangere il digiuno eucaristico. Il servo di Dio allora pronunciò una frase che è rimasta scolpita nella mia
mente: - “Gesù è contento che tu mangi ed
è contentissimo che tu al risveglio celebri la
S.Messa”.
Con mezzi di fortuna riprendemmo il cammino e alla fine della nostra odissea apparve il cupolone. Eravamo sporchi e cenciosi
come i miserabili di Victor Hugo. Il giorno
dopo ebbi la gioia di incontrare il card. Raffaello Rossi, segretario della Concistoriale e
immediatamente avvertii la carica di umanità che scaturiva dall’unione con Dio. Poi
bussai alla stanza di mons. Baldelli e potei
manifestargli gli obiettivi e le tappe della difficile impresa che stavamo per affrontare.
Il 6 maggio varcai la soglia dello studio privato del Papa. Mi abbracciò affettuosissimamente. Scoppiai in un pianto dirotto.
- Perchè piangi? Hai paura? - mi disse il
Pontefice
- No, Padre Santo: è per la immensa gioia!
- Come sta il Cardinale Nasalli Rocca? - mi
chiese ancora - E Bologna si è salvata dalla
distruzione?
35
- Sì, Santità! Grazie all’intervento dell’Arcivescovo è stata dichiarata città aperta.
Poi si interessò dell’ONARMO nascente.
Capii che portava quest’opera in palma
di mano e ne attinsi una forza indicibile...
Quanto durò quell’udienza? Un quarto d’ora?
Un’ora? Non saprei misurare il tempo sulle
lancette dell’orologio.
Rividi ancora una volta mons.Baldelli ed
ebbi le sue consegne, chiare e distinte. Era
un cartesiano di pensiero e di azione, abituato a pianificare. Il suo temperamento lo
portava a tradurre in scelte rapide e precise
le idee elaborate nella lunga attesa. Davanti
a lui figuravo come una matricola; ma l’affetto inteneriva quell’uomo duro e amante di
una grande prassi, fatta di cifre, programmi
e di strutture. Sentii che fra lui e Nasalli Rocca, pur con l’affinità nelle linee di fondo e
nelle prospettive apostoliche, esisteva una
evidente diversità nel metodo e nello stile di
lavoro. Venne a delinearsi fin dai primi tempi una concordia discors, che determinerà
sofferenze e incomprensioni.
A distanza di mezzo secolo si coglie nella
sua globalità l’impronta atipica dell’ONARMO di Bologna, che derivava dall’innesto
sull’antico ceppo di una tradizione educativa
36
e sociale tutta petroniana, maturata dall’800
fino ad oggi.
Dietro le spalle di don Filippo e dei suoi allora giovani eredi si registravano esperienze
di alta qualità, come le scuole notturne per
i garzoni di bottega del venerabile mons.
Giuseppe Bedetti, le stanze per i fattorini, i
facchini e gli operai di don Ludovico Neri, i
ricreatori e la società ginnastica Fortitudo di
don Raffaele Mariotti.
Il dato comune e qualificante di tali opere è
la matrice popolare, che conferiva alla plebs
sancta Dei il ruolo effettivo di soggetto primario. É questo il vero punto di forza, la leva
di Archimede, da cui proveniva un carattere
di cristiana laicità nel senso etimologico del
termine (da laòs=popolo) che significa libertà, franchezza, apertura; e, insieme, rigore
etico e ortodossia esemplare, legata al carisma e al ministero del Vescovo.
L’ONARMO in versione locale suscitò fin dal
suo esordio forti simpatie in un gruppo di
giovani sacerdoti (classe 1942-’45) componenti il F.A.S.= Fraterno Aiuto Sacerdotale,
proliferato dalla “repubblica degli illusi”, a
cui è riservato un capitolo ne “Le querce di
Monte Sole”.
La struttura del F.A.S., basata su nuclei di
zona sparsi nella diocesi e nella regione,
comprendeva anche un “raggio dei colli” facente capo a don Giulio. A coprirci le spalle,
a guisa del mantello di Elia era il padre spirituale, mons.Angelo Tubertini; e con lui il nostro fratello maggiore, don Bruno Barbieri.
Di questa rete di rapporti fraterni e sacerdotali, tramite don Giulio, giunse notizia a quel
gigante della carità che era don Calabria
In data 12 novembre ’45 arrivò questa sua
lettera di risposta:
CASA BUONI FANCIULLI
VERONA
•
12 nov. ’45
Nella casa del mio Padre ci sono molti
posti. E quando, dopo di esser partito,
avrò preparato il posto per voi, verrò
di nuovo, e vi prenderò con me, affinché dove sono io, siate anche voi. E
dove vado, lo sapete; e ne sapete la via.
(Gesù Cristo)
Mio carissimo,
La grazia del Signore Gesù sia sempre con noi.
Ho letto con vivo interesse e compiacimento le
circolari di quel cenacolo di formazione sacerdotale
e religiosa che si propone di collaborare alla santi=
ficazione del Clero. Auguro ed invoco dal Signore che
dia frutto ubertoso di virtù, di zelo, di devozione a
Gesù e alla Madonna, sugli esempi dei grandi campioni
presi a modello. Certamente che ogni iniziativa, per
riuscire efficace, deve avere la benedizione di Dio;
non basta il bel programma, occorre il sigillo divino;
e questo viene sempre per tramite dell·Autorità eccle=
siastica, del Vescovo. Sempre docili dunque alle di==
rettive superiori, lavorate al bene dell·anima, al
ri=
fiorimento delle virtù sacerdotali, a rinnovare in voi
i fervori della prima Messa, e dei primi giorni di
mi=
nistero, nell·amore sempre più fervido a Gesù e a Ma=
ria nostra Madre.
Prega per me, che tanto ne ho bisogno. Io ti ri=
cordo con speciale affetto, e ti auguro di poter fare
grande bene tra gli operai, campo oggi più bisognoso
di cure sollecite, e dove si possono sperare frutti
abbondanti.
Tanti saluti al carissimo Prof. D. Cremonini.
Il Signore onnipotente
disponga i nostri
cuori nella sua pace.
dalla
Sacra
Liturgia
37
Un vero cordone ombelicale ha sempre congiunto l’ONARMO, emerso dalle catacombe
delle caserme rosse, al card.Nasalli Rocca.
Don Giulio non esita ad affermare: “E’ lui
il nostro fondatore.” E’ stata la sua porpora
amabile e sapiente a salvaguardare la fisionomia dell’Opera che ebbe la sua prima
sede in via Riva Reno 122, dietro la Madonna
della Pioggia, presso l’Istituto S. Bartolomeo
già centro profughi durante la guerra.
Di lì si trasferirà sul ’50 in un appartamento
privato in via Indipendenza 22. Ma l’assedio
dei poverissimi che stentano a trovare un
posto al sole, costringerà don Giulio a tenere le valige in mano... I padroni di casa
non apprezzavano quel continuo arrembaggio. Dopo un terzo trasloco in via Lame 39
e il breve soggiorno offerto generosamente
dal prof.Tito Carnacini in via Guido Reni 7,
l’ONARMO deciderà di crearsi una base autonoma in via Marescalchi 4, in condominio
con la P.O.A (Pontificia Opera di Assistenza).
Don Giulio e la sua nomade équipe di amici
e collaboratori potè dire: - Hic manebimus
optime! Il primo impatto con le fabbriche non fu certo incoraggiante. Lo rileva un appunto autografo che siamo riusciti a strappare con le
38
tanaglie ai ricordi personali di don Giulio:
“Come portare in quegli ambienti il dono
del Vangelo? I fossati erano profondi e non
c’erano ponti per attraversarli. Con taluni
ambienti comunisti era stato più agevole
stabilire un rapporto costruttivo durante gli
anni della resistenza.
L’approccio iniziale alle officine del Gas fu
disastroso... Entro e porgo l’augurio di pace
in Gesù risorto. Per tutta risposta mi viene
gridato agli orecchi: - Oggi nei forni portiamo un sacco di carbone! - Mi ingiuriano e mi
minacciano... Di fronte a un rifiuto che non
ammette repliche, fuggo e correndo arrivo
alla stazione con il cuore in gola.
Verso l’autunno tentai di accostarmi alla
Weber, dove una brava assistente sociale,
la Giovannetti Nuti, desiderava presentarmi
agli operai. Vidi una selva di pugni chiusi. Il
capo reparto urlò: - I preti in fabbrica non li
vogliamo, perchè sono alleati dei padroni Risposi invocando un po’ di democrazia nel
caso che qualcuno chiedesse di allacciare
un discorso. Ribattè categoricamente: - Qui
nessuno vi vuole! Inaspettatamente si fece avanti un operaio di
Trieste dicendo: - Ho dei bimbi piccoli. Mia
moglie è tornata in Iugoslavia e non so a chi
affidarli. Seguì un silenzio glaciale... Il giorno dopo le suore di mons.Nascetti accolsero i bambini. Tuttavia l’assistente sociale mi
pregò di non andare più alla Weber.
Potei entrare, invece, alla Calzoni grazie ai
buoni uffici di don Aleardo Mazzoli. Ma quale indifferenza! I più ostili all’inserimento di
un cappellano erano non solo i comunisti e i
sindacalisti, ma la stessa direzione che a parole ostentava una certa cortesia.
L’unico a cercare il cappellano fin dagli inizi
fu il conte Sassoli De’ Bianchi. La Buton divenne il mio primo campo di apostolato in
fabbrica”.
Il Cardinale Arcivescovo si interessava di tutto e voleva essere informato a puntino dei
successi e degli insuccessi. Insisteva nel dire:
- Il comunismo è una meteora: non bisogna
spaventarsi. In effetti nel 1946 si aprì una prima breccia,
quando brandimmo l’arma irresistibile della
carità. Il cuore ha antenne sensibilissime alle
quali arrivano domande e risposte sulla lunghezza d’onda della fede e della solidarietà
fraterna. Solo così si poteva trasmettere ciò
che costituiva il dato essenziale della vocazione ONARMO: dedicare la vita al servizio
degli operai e fare emergere la loro eminen-
te dignità nella società e nella Chiesa.
In tale contesto si delineò, come una necessità intrinseca, il sistema stellare che intorno
al nucleo centrale dell’evangelizzazione faceva ruotare come satelliti le creazioni dell’
intelligenza e dell’amore.
Si aprì nel ’46 in via Riva Reno 122 la prima
mensa aziendale, dove le “suore del cappellone” guidate dalla dolcissima Madre Elena
Carletti servivano con 30 lire il pasto completo, compreso un quarto di vino. E fu il
prototipo di una serie innumerevole di tavole imbandite, che all’ arte gastronomica univano il dono di una familiarità distensiva e
pacificante.
Per i bimbi degli operai sorse la prima tenda sulla riviera di Rimini nell’estate del ’46.
Un anno dopo l’ONARMO portò 300 ragazzi
al Campeggio di Igea Marina. Risuonò così
in acque salse e purissime, quali oggi non
riusciamo nemmeno lontanamente a immaginare, l’ouverture di una autentica sinfonia
pastorale che si intitola “Case per Ferie”.
La numero uno, datata 1947, ebbe il suo
piede a terra in una baita della Val di Fassa.
L’ing. Coccolini commenta: “In nessuno dei
giovani ospiti c’era la coscienza di avere iniziato un’opera nuova nel panorama ecclesia39
le; ma uno di loro Carlo Sabbioni, tramviere
ATC, ebbe un’idea luminosa: “Perchè non
far conoscere anche ad altri nostri compagni la bellezza di questi luoghi? Io penso che
cambierebbero.”
Non basta un piccolo dossier memoriale per
narrare l’intera vicenda delle Case per Ferie
dagli inizi ad oggi. Ci limitiamo a rievocare
il fatidico 2 giugno 1951 quando - abbandonato il vecchio Fedaia - il Vescovo di Forlì
mons.Paolo Babini benedisse ad Alba la
casa “Matteo Talbot”. Quel “rifugio” ai piedi
della Marmolada può considerarsi l’emblema di un villaggio ONARMO diffuso su tutto
l’arco alpino, collinare e marittimo.
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Nell’arduo decollo giocò una parte decisiva
la cerchia dei collaboratori. Punta di diamante, all’interno delle fabbriche, le assistenti
sociali: figure di prima grandezza come la
Wilma Decio già alla Falk di Milano, Lucilla Fronticelli, Liliana Nardini, Pina Vaccari
Grossi, Giorgina Balboni Gottardi, Gabriella
Gardini Zamboni, Laura Rondelli.
La GIAC bolognese di via Zamboni 22 offrì
gli elementi per i primi quadri organizzativi.
Ragazzi da leggenda. Incarnavano la sigla
programmatica: “ P.A.S. = Preghiera Azione
Sacrificio”, che il fascismo aveva cancellato dai distintivi, ma che era rimasta piantata come insegna di combattimento nel
cuore e nella vita. Volti e nomi, direbbe
don Giulio, aureo signandi lapillo: Ernesto
Sarti, Gianni Grossi, Albino Vaccari, Dante
Calzoni, Giuseppe Coccolini, Carlo Legnani, Giorgio Gamberi, Gilberto Turrini, Clorindo Grandi, Vincenzo Alvisi... Preziose e
insonni collaboratrici le ragazze della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, con
la triade-guida: Maria Regina Righi, Amelia
Gnudi, Maria Amalia Simoncini.
Ogni settimana quello che oggi si chiamerebbe “staff manageriale” consumava una
colazione di lavoro alla mensa di Piazza
Celestini; poi si recava nella chiesa attigua
all’ONARMO dal nome suggestivo Labarum coeli, (“la Barunzèla”) per la preghiera comune: il rosario durante l’anno, la Via
Crucis in quaresima. Messa quotidiana all’alba delle sei.
Lo stesso nucleo dei fedelissimi animava la
riunione periodica degli operai impegnati nell’apostolato di fabbrica: la lettura del
Vangelo, il quadro di situazione, un confronto di idee e di propositi. Quindi la Liturgia Eucaristica, alfa e omega di ogni impresa.
Il pugno di lievito fermentò la massa. Si
socchiusero porte blindate e pugni chiusi.
Nel clima più disteso si sviluppò una serie
vivace e geniale di microrealizzazioni caritative e cooperativistiche, mentre il piccolo
seminario dava i suoi frutti.
Don Libero Nanni, don Leandro Cesaro,
don Armando Ricci, don Lorenzo Lorenzoni aggiunsero nuova carica energetica al binomio iniziale.
Don Giulio con il suo estro e la sua verve attrasse altri sacerdoti diocesani ed extradiocesani nell’orbita dei Cappellani del lavoro.
Nella pianticella evangelica dell’ONARMO
spuntarono nuovi rami: l’I.C.O. - la Rizzoli
- la Timo - le Poste - le Ferrovie - l’A.T.C - la
RAI.... Il delegato Arcivescovile poteva pronunciare in cuor suo il verso di Clemente
Rebora: “Magnificat conclude il Miserere!”.
Parallelamente si instaurò un vivace dialogo a livello internazionale. Sbaglierebbe chi
si facesse l’idea di una ONARMO paesana e
provinciale, armata solo di ricette empiriche e di proverbi contadini.
Don Esterino Bosco della Fiat Mirafiori si
unì a don Giulio in un ampio giro di orizzonte comprendente la Francia, il Belgio, la
Germania. Si scoprì che, pur tra profonde
varianti socio-culturali, l’esigenza di abbattere il muro di separazione fra Chiesa e
proletariato era all’ordine del giorno in tutta l’Europa.
Il manoscritto di don H. Godin e Y. Daniel
dal titolo “Francia paese di missione?”, che
aveva tolto il sonno al card. Suhard Arcivescovo di Parigi, destò unanime inquietudine
per l’incombente paganesimo che minacciava di sommergere le periferie operaie.
Da questo travaglio nacquero i preti operai,
le Missioni di Parigi e di Marsiglia, e una fioritura di forme associative che si proponevano di dare un’anima nuova e dirompente
alla J.O.C.tradizionale. Tutto ciò ebbe certamente la sua incidenza nell’ONARMO dei
primi tempi.
Lo sconcerto si faceva più acuto mettendo
a confronto la straordinaria solidarietà fra
preti e lavoratori verificatasi nella clandestinità con il convito mancato nel dopoguerra.
Era l’amara considerazione che faceva don
Giulio, constatando il divario abissale fra il
biennio della Pro.Ra e il periodo immediatamente successivo.
Venne la guerra fredda, il confronto elettorale del ’48, il decreto del Santo Uffizio
del ’49 e, nonostante il boom delle opere,
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si ruppe l’incanto carismatico che aveva caratterizzato le origini.
Anche il rapporto privilegiato con mons.
Baldelli sembrò incrinarsi. Solo il comune
amore verso il mondo dei lavoratori salvaguardò l’opera provvidenziale che, rivisitata
nel tempo, appare sempre più un segno e
un dono dello Spirito.
Il card.Nasalli Rocca con la sua paterna affabilità sostenne il piccolo prete dell’ONARMO, terse le sue lacrime, alimentò l’incrollabile fiducia. Al suo fianco giocò un ruolo
di prim’ordine il cancelliere arcivescovile
mons. Gilberto Baroni, consigliere ed amico
incomparabile.
***
A queste note scarne e allusive don Giulio
amerebbe forse aggiungere una postilla dal
suo libro segreto:
“Vegliava su di noi dal colle della Guardia
la Madonna di S.Luca, Madre e Regina del
popolo bolognese. Accanto a Lei, la piccola
Teresa di Gesù Bambino con la sua pioggia
di rose.”
don Luciano Gherardi
42
Caro don Giulio,
è passato un anno da quando – quel 21 gennaio –
te ne sei andato per raggiungere la dimora definitiva
di luce e di pace.
Te ne sei andato secondo il tuo stile,
in silenzio, quasi con la preoccupazione di non disturbare nessuno.
In tutta la tua vita
Non ti sei mai preoccupato di parlare molto:
hai preferito il linguaggio dell’esempio e la testimonianza dei fatti.
Soprattutto sei stato modello di sequela del tuo Signore
nella prontezza a porre la tua vita al servizio dei fratelli,
anche nei momenti di rischio, anche nelle prove più dure.
Hai saputo riconoscere Cristo presente in chi aveva bisogno
di pane, di lavoro, di casa, di felicità:
nel giovane e nel lavoratore,
nell’emarginato, nell’anziano,
in colui che sembra distante ma è vicino al cuore di Dio.
A tutti hai insegnato che il Vangelo
è potenza di fraternità e di libertà per tutti e per ciascuno.
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Per te non ci sono mai stati stranieri,
ma membri della famiglia di Dio:
anche se provenienti dall’Africa , dall’Asia e dall’America latina.
Tu non sei stato esperte di molte lingue,
ma il tuo abbraccio fraterno
valeva più di mille parole:
la lingua da te conosciuta si è chiamata ‘amore.’
Hai vissuto comunione piena con la Chiesa,
a cominciare dai tuoi Vescovi.
Non ti sei mai preoccupato di avere un tuo ‘partito’,
ma sei stato costantemente suscitatore di carismi dello Spirito,
sempre aperto alla perenne novità di Dio nella storia,
quasi calamita per attrarre uomini e donne
nella disponibilità al servizio.
Il tuo segreto sono stati due santi dei nostri tempi:
Teresa di Gesù Bambino, la santa della piccolezza e dell’amore,
Giovanni Calabria, il santo del servizio agli ultimi
nella umiltà e nel silenzio.
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Nelle circostanze solenni, nelle cerimonie ufficiali,
quando erano presenti autorità e personaggi importanti,
tu sembravi voler scomparire:
non ti sei mai messo in mostra, hai sempre preferito lasciare
il primo posto ad altri…
Sei stato uomo di preghiera:
per te il Vangelo non era un libro,
ma una Persona viva da seguire e da amare;
la tua Messa era il cuore della giornata,
soprattutto nei momenti difficili e dolorosi.
Non ti sono mancate le umiliazioni e le ostilità,
i rifiuti e la solitudine dei giorni amari:
ma tu hai preferito aggrapparti alla consegna della croce,
della carità ostinata, della obbedienza.
É stato impressionante il silenzio dei tuoi ultimi anni:
non potevi più parlare né scrivere,
non potevi camminare ed essere autonomo:
anche per te valeva la parola del Maestro:
‘quand’eri giovane andavi dove volevi,
ma quando sarai vecchio…’ (cft. Gv. 21,18)
avresti reso gloria a Dio attraverso l’umiliazione e la sofferenza.
E così te ne sei andato in silenzio…
Rimane qui la Chiesa che tu hai servito,
rimangono i collaboratori, l’Onarmo, le famiglie e i giovani,
gli ammalati e i piccoli:
ti sentono ancora vicino,
hanno bisogno di te!
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Non ci abbandonare, continua a donarci la tua presenza!
Amiamo pensarti
di fronte al trono di Dio e dell’Agnello immolato,
insieme con Maria e i santi:
anche lì, impegnato a servire e ad amare i tuoi fratelli,
in atteggiamento di intercessione per noi:
perché non solo le ‘opere’ che tu hai voluto
possano proseguire, in fedeltà ai segni dei tempi,
ma soprattutto perché venga gelosamente conservato
lo spirito che ti ha guidato:
spirito di umile comunione con tutti,
di servizio fraterno,
di apertura universale al di là di ogni barriera ideologica,
di dialogo con ogni uomo, creato a immagine di Dio,
di amore, perché Dio è amore….
don Alberto Di Chio
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21 gennaio 2006: un anno fa...
don Antonio Allori
2
Il testamento di don Giulio
6
“L’avete fatto a me”
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Card. Carlo Caffarra
Il prete del lager
don Giulio Salmi
S. Teresa del B.G. mi ha insegnato...
don Giulio Salmi
San Giovanni Calabria, padre e amico
don Giulio Salmi
Un servizio nato dall’Altare
Card. Giacomo Lercaro
Una carità audace
don Giuseppe Dossetti
Una lunga giornata sacerdotale
don Enelio Franzoni
Le origini dell’Onarmo
don Luciano Gherardi
Caro don Giulio...
don Alberto Di Chio
indice
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grafica e stampa SAB
Fondazione “Gesù Divino Operaio”
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40123 Bologna - Via Marescalchi, 4 - Tel. 051 22 83 10
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opuscolo don giulio-5 - Fondazione Gesù Divino Operaio