La storia di Fra'Diavolo
Written by daniele iadicicco
Monday, 18 January 2010 15:44 -
Era mezzogiorno, l’11 novembre del 1806, quando il Colonnello Michele Pezza, detto Frà Diavolo, entrava nella leggenda: morte per impiccagione.
La sentenza, scaturita da un
veloce processo, nonostante l'appassionata difesa di un principe del foro del tempo, l'avv.
Francesco Lauria, pose fine, a soli 35 anni, ad una vita a dir poco "avventurosa".
La madre lo diede alla luce, secondo di dodici figli, in una casa situata nel centro storico d’Itri.
Altri nomi vennero dati al neonato, come era d'uso nei tempi andati. Così che, al momento del
rito cristiano "don Francesco Iudicone, battezzò [...]" un maschio nato alle ore 10 del 7 aprile
del 1771 da Francesco Pezza e da Arcangela Matrullo cui furono imposti i nomi di Michele
Arcangelo, Domenico, Pasquale". Così risulta dal registro dei battezzati al n. 509 della
Parrocchia di S. Maria Maggiore d’Itri, chiaramente in latino.(foto) A romanzare la vita di Frà
Diavolo sono stati in tanti, rendendogli un cattivo servizio; le notizie qui riportate i si rifanno a
dati e fonti attendibili, e trovano riscontro anche nel carteggio del colonnello Pezza depositato
presso l'Archivio Nazionale di Parigi.
La Fanciullezza
La fanciullezza di Michele trascorse probabilmente come quella di tanti ragazzi della sua età,
in un contesto sociale modesto... Il padre, mulattiere, svolgeva anche un piccolo commercio di
olive ed olio nei paesi viciniori. Non doveva essere un bambino tranquillo. Il motivo di una certa
irrequietezza, dimostrata intorno agli 8-10 anni, fu la causa di quel nomignolo che avrebbe
sostituito il suo nome e sarebbe stato pronunciato negli anni a seguire con terrore, paura e
rispetto dagli abitanti del paese, dalle truppe d'invasione francesi, dai regnanti di Napoli e dai
loro alleati inglesi. Si dice che una malattia, fu la causa di una vestizione a mo' di fraticello,
malattia, non proprio benigna, dalla quale il "nostro Michele" si salvò. Il "voto" a S. Francesco di
Paola, che la madre aveva "sciolto". Si ritrovò con un piccolo saio addosso (fino a completa
usura) e per i compagni fu frà Michele. Ma non doveva essere dello stesso parere il canonico
Nicola de Fabritiis perché di fronte alle continue intemperanze del fanciullo che gli era stato
affidato, spazientito, trasformò il nomignolo bonario dei compagni in quello di " frà diavolo".
(Una antica stampa di Itri)
I Primi 25 anni
Il giovane, cresceva forte nel fisico e con un atteggiamento molto spavaldo benché di statura
tozza. Si faceva "rispettare", insomma. Menar le mani rientrava spesso nelle sue abitudini, ma
niente di più. Un giovane come tanti di quel tempo. Il lavoro di "bastaio", che faceva presso la
bottega di un certo mastro Eleuterio terminò in modo drammatico. (foto:Il castello medioevale di
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Itri) Non sono poche le voci che scrittori e popolo ci tramandano. Ad esempio la morte di Eleuterio
Agresti e del fratello Francesco, causate da un atteggiamento non proprio riguardoso verso una
ragazza cui forse teneva. Altri parlano di una rissa, in cui persero la vita due cugini, tali Di
Mascolo, che si risolse in un duello rusticano, ma dove l'aggredito sarebbe stato lui. La causa
scatenante fu comunque sempre l’onore. Dalla spavalderia alla violenza, complice l'ira, il passo
deve essere stato breve. Fu così che a venticinque anni Michele Pezza voltò pagina: nasceva
in quel momento "Frà Diavolo".
La macchia, il vivere di espedienti, i furti commessi con sbandati come lui, a cui, si dice, si fosse
aggregato. Fu un periodo nero per le popolazioni di queste terre. Michele Pezza n’era
veramente coinvolto? E qui l'interrogativo è d'obbligo. Perché nei due anni di macchia,
(qualche autore parla di lavoro come garzone a Campello, dove bosco e macchia non
mancavano di certo) non è dato sapere con certezza se sia stato predone o grassatore. Ci
sono stati tramandati racconti di crudeltà e di generosità. Ma se l'appellativo di "Brigante"
(francesi in primis), che ricorre nelle cronache dell'epoca e di molti che di lui hanno scritto, sia
giustificato, non ci sentiamo di scriverlo. Perlomeno non nell'accezione e nel significato che nel
tempo questo termine ha assunto.
Soldato e Guerrigliero
Ma gli venne in aiuto una risoluzione reale, la scelta di tramutare in servizio militare (13 anni)
l'eventuale pena per i reati commessi, grazie all'intervento dei familiari. Questa possiamo
considerarla la seconda fase, la più complessa, della vita di Frà Diavolo. Il nostro personaggio
si trova proiettato in un momento storico, che ne esalterà tutte le doti di combattente che
faranno di lui il più amato dal popolo tra i sudditi di Re Ferdinando IV di Borbone e il più temuto
avversario delle truppe francesi. Ma andiamo con un certo ordine e con notizie che dovremo,
purtroppo, sintetizzare. Michele Pezza, a seguito della clemenza, fu aggregato al reggimento
"Messapia" che operò nello Stato Pontificio dopo l'effimero successo della presa di Roma. Fu
coinvolto nella ritirata precipitosa causata dalle scarse capacità militari dimostrate dal Generale
austriaco Mack (foto), voluto al comando delle truppe borboniche da Ferdinando, contro la
volontà dell'alleato Nelson. Championnet, comandante delle truppe francesi, mise in fuga
l'esercito di Re Ferdinando e Frà Diavolo riuscì a riparare ad Itri. Qui comincia l'avventura del
guerrigliero più famoso della storia partenopea. Risponde al proclama del Re che incitava a
resistere contro i francesi in nome di Dio, della famiglia, della propria terra. Organizza una
massa armata tutta sua, grazie al denaro versato dai paesi intorno a Itri. In un migliaio risposero
all’appello, persino un medico; per Frà Diavolo, il più era fatto. Capisce che ci sono possibilità di
combattere per quello che lui pensa sarà il vincitore.
L'invasione francese
Il fortino di sant'Andrea (foto), nel dicembre del 1798, divenne il luogo dove le tecniche di
guerriglia istintivamente adottate, risaltarono le sue doti di coraggio. Alla testa della banda,
costituita da gente del luogo, attaccò l'avanguardia polacca infliggendo perdite e rallentando il
loro ingresso a Itri e quindi verso Napoli. L'uccisione del padre, ad opera delle truppe polacche
al seguito dei francesi, nel gennaio del 1799, rese Frà Diavolo più duro e spietato verso le
truppe d'invasione. Accadde che l'attentato a due dragoni spagnoli in località Santo Spirito
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scatenò l'ira dei francesi, tre squadroni comandati da Rey e Dabrowski, con base a Mola di
Gaeta (Formia) marciarono su Itri mettendola a ferro e fuoco. Furono uccise circa sessanta
persone, come risulta dai libri dei morti violenti degli anni 1799-1844 dell'archivio parrocchiale di
S.M. Maggiore e quelli del 1799-1839 di S. Michele Arcangelo. Tra l'altro le truppe francesi,
acquartierate a Itri per un certo tempo, commisero ogni sorta di violenza nei confronti della
popolazione; saccheggiarono anche parte del tesoro del Santuario della Madonna della Civita.
L'abilità di una nobildonna del luogo, nella cui casa si era insediato il comandante dei soldati
francesi, riuscì ad occultare una parte del tesoro al momento della consegna che lei stessa
restituì al Santuario successivamente. Nel 1799 l'esercito francese marciò verso sud, fece
seguito la prima delle fughe del Re a Palermo. Le truppe francesi occuparono la regione; nasce
così la breve Repubblica Napoletana che, non riuscendo ad avere l'appoggio delle masse
popolari e servendosi solo delle truppe francesi, fallì politicamente.
Determinante fu l'azione del Card. Ruffo che, in nome della Santa Fede, sbarcato in Calabria,
dopo aver arruolato migliaia di uomini, marciò su Napoli spalleggiato dagli inglesi. Finì in un
bagno di sangue che portò sul patibolo i vari sostenitori degli ideali repubblicani, da Caracciolo
fino alla Sanfelice, ultima a salire sul patibolo l'11 settembre del 1800, oltre ad un migliaio di
persone che in odore di fede giacobina furono uccise nei modi più atroci. Vincenzo Cuoco
esaminando la situazione del regno di Napoli nel “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana
del 1799” argomenta sui fattori, prima e dopo, che portarono al fallimento della rivoluzione:” Se
il re di Napoli avesse conosciuto lo stato della sua nazione, avrebbe capito che non mai
avrebbe essa né potuto né voluto imitar gli esempi della Francia;… La nostra rivoluzione
essendo una rivoluzione passiva, l’unico mezzo di condurla a buon fine era quello di
guadagnare l’opinione del popolo. Ma le vedute de’ patrioti, e quelle del popolo non erano le
stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse…” Vero che
Frà Diavolo si tenne fuori, Napoli per lui significava in quel momento amore.
Nel periodo della breve Repubblica Napoletana, il Re era in esilio a Palermo. Non mancavano
in “Terra di Lavoro” sacche di resistenza contro i soldati di Napoleone. E chi, se non Frà
Diavolo, poteva essere a capo degli "insorgenti"?. Rispose prontamente al proclama del Card.
Fabrizio Ruffo che tra l'altro, concedeva amnistia per reati commessi in precedenza. Gli uomini
a sua disposizione in poco tempo raggiunsero le 6000 unità, in parte organizzate con medici e
cappellani militari. Michele Pezza non riusciva a controllare tutto le nefandezze, uccisioni e
ruberie dei suoi uomini. Frà Diavolo lasciava fare, o forse gli sfuggivano di mano gli uomini più
sanguinari che, a sua insaputa, seminavano morte e terrore? Certamente tutto servì ad
ingigantirne la fama. Le sue gesta colpirono l'immaginario collettivo, non solo delle popolazioni,
ma anche dei francesi. A Napoli repubblicana, entrava di nascosto sia di giorno sia di notte.
Cercava di tenere i collegamenti con i realisti, per il ritorno di Ferdinando sul trono. Ma un altro
motivo, questa volta di cuore, lo spingeva a rischiare tanto; si era innamorato di una bella
ragazza, tale Fortunata Rachele di Franco. L'incontro con il capitano Tomas Troubridge,
ufficiale della marina britannica, voluto dalla regina Carolina che, da Palermo, continuava a
tessere trame per il ritorno della monarchia a Napoli, gli dette una nuova patina di onorabilità
che seppe sostenere, suscitando un buon interesse nell'inglese. L'assedio di Gaeta rientrava
nell'accordo preso con Troubridge.
L'assedio di Gaeta
E l'assedio di Gaeta, gestito in prima persona con le sue truppe a massa, in un’ atmosfera
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variopinta come riportano le cronache del tempo, fu per Frà Diavolo il trampolino di lancio per
consolidare il suo carisma di uomo forte e leale alla monarchia. Tuttavia l'assedio, gli causò una
grande amarezza. Fu estromesso, il giorno della capitolazione della roccaforte, dall' entrare in
Gaeta. I francesi accettarono la resa, a condizione che fossero Nelson ed i rappresentanti del
regno a condurre la trattativa. Il Card. Ruffo (foto) colse l'occasione che da tempo aspettava per scaricarlo e gli intimò di farsi
da parte. Il Re, peraltro, sostenne la tesi del porporato, era meglio che non partecipasse
all'occupazione, riconoscendo però, in una lettera inviata a Ruffo, l'apporto dato alla causa e di
servirsi in avvenire ancora di lui, riconducendolo però ad una maggiore disciplina. E i meriti
sarebbero stati riconosciuti. Era il primo segno della legittimazione. L'amarezza fu addolcita con
il matrimonio celebrato in sant'Arcangelo all'Arena il 15 agosto del 1799 con la giovanissima (18
anni) Fortunata Rachele; era passato appena un mese dalla restaurazione. Pochi giorni con
Rachele e il 20 luglio partì con i suoi uomini alla volta dello Stato Pontificio per liberare Roma
dai francesi. Lo zampino di Ruffo non mancò nemmeno questa volta.
Gli mise a fianco, nel comando, due ufficiali e due contabili governativi, ma Frà Diavolo non vi
diede peso, non sopportava proprio il Cardinale. Al momento degli ordini, sotto Roma avrebbe
fatto come sempre di testa sua. Re Ferdinando però non dimenticò il suo fedele suddito e il 24
ottobre nominò Michele Pezza Colonnello dell'esercito borbonico con 2500 ducati di rendita e
gli affidò il comando dell'ala sinistra dell'esercito borbonico, inviato per la liberazione di Roma;
ormai era fatta. Al giovane bastaio di Itri era riconosciuto il suo valore di comandante e di
combattente.
I fatti di Albano
Giunse a Velletri, sollecitato dalla sconfitta rimediata dal capo massa Marchese G.B. Rodio ad
opera dei francesi, fra un tripudio di folla che lo acclamava come liberatore; ciò riporta don
Pellisseri, sacerdote antigiacobino del luogo, nel suo libro che narra di quei giorni. Nella zona
dei castelli avvennero fatti molto gravi. Anche qui la caccia al giacobino, o presunto tale,
provocò uccisioni e grassazioni di ogni genere, da parte dei suoi uomini. Frà Diavolo annullò in
un sol colpo tutta la fama che si era conquistato. Fece giustiziare il sindaco di Albano, Angelo
Bianchini, per un futile motivo. Mancava il vino sulla tavola di un pranzo da lui organizzato. Ne
fece le spese chi vi era preposto, il Bianchini naturalmente. Un gesto, questo, scaturito senza
dubbio dalla irascibilità che lo investiva, se contraddetto. Gli atti di come si svolsero i fatti sono
descritti in un opuscolo scritto dal Patriarca di Venezia Cardinale P. La Fontaine nel 1932; sette
testimoni, sotto giuramento, davanti al notaio Pietro Donati in Albano raccontarono i fatti, che
risultarono essere precisi anche nei particolari. Perché questa precisazione ? Un motivo solo. Ritengo il gesto, al di fuori delle azioni di guerriglia, comunque valutabili, una macchia, difficile
da cancellare. Tutti quelli che cercano di considerare Michele Pezza in quel contesto storico
una componente di primo piano per la causa borbonica, stigmatizzano quel fatto. "Oh ! Se
Michele Pezza fosse stato pronto ad ascoltare ragioni e i sani consigli, lento nel sentenziare e
lesto all'ira; non si sarebbe reso due volte di sua mano omicida né avrebbe mandato al
supplizio un gentiluomo innocente e benemerito" Così termina, rivolgendosi ai congiunti, il
Patriarca di Venezia La Fontane, discendente del Bianchini. E l'invocazione mi sembra più che
giusta. La fucilazione del sindaco di Albano fu l'inizio di una serie di guai che ebbe come
conseguenza l’arresto, che portò il Colonnello Michele Pezza nella fortezza di Castel S.
Angelo. Cacciati i francesi da Roma, stanchi delle ribalderie e saccheggi dei suoi uomini e dagli
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atteggiamenti che assumeva nei confronti dei militari di carriera, fu arrestato ad Albano dal
Maresciallo De Bourcard e dal Generale Ventimiglia. La fuga dalla prigione fu rocambolesca.
Poteva essere altrimenti ? Tra mille peripezie giunse a Palermo. Solo i sovrani potevano in
qualche modo tirarlo fuori dal processo a lui intentato e così avvenne. Complice fu anche la
restituzione di un anello con le iniziali di Maria Carolina. Fra’ Diavolo afferma che gli fu
consegnato da una donna a porta S. Giovanni (Roma). Ne richiese la consegna De Bourcard.
Secco il rifiuto di D. Michele:” si volea fare un preggio di consegnarlo colle proprie mani alla
Maestà della Regina”. E la sovrana, sempre affascinata dalle gesta del Colonnello Pezza, gli e
lo donò.
Seconda invasione francese
Passata la burrasca del processo, iniziò per il Colonnello Pezza un periodo di relativa
tranquillità. Fu nominato Comandante del Dipartimento di Itri. Trascorreva il suo tempo tra
Napoli ed Itri spesso assillato dai creditori che avanzavano denaro per la fornitura di salmerie
ai suoi uomini durante l'assedio di Gaeta. Cause di vario genere gli rendevano la vita molto
movimentata. E in quel periodo Rachele gli diede due figli, Carlo e Maria Clementina. Ma
questo periodo di tranquillità durò poco .
Napoleone Bonaparte infastidito per non aver rispettato un trattato di neutralità, decise di inviare
le sue truppe nel regno di Napoli, per mettere fine al governo borbonico di Ferdinando IV. Le
truppe francesi non impiegarono molto a discendere la penisola e ad occupare Napoli e le varie
piazzeforti del regno. Il re intanto, per rinforzare i ranghi del suo esercito, emanò un proclama
per il reclutamento di volontari. Come per la chiamata del '99, il Colonnello Pezza rispose con
prontezza, arruolando come poteva uomini di tutte le risme e fu nominato capo dei Corpi Volanti
di Terra di Lavoro. Entrò in contatto con il comandante della piazzaforte di Gaeta, che non si
era arresa ai francesi. Philippstahl e Frà Diavolo iniziarono una collaborazione attiva (finita
male) che divenne l'incubo di Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone I, nominato Re di
Napoli. E Ferdinando ? Come sei anni prima, prese la via di Palermo.
Frà Diavolo iniziò allora una guerriglia quasi privata contro le truppe del Generale Massena. In
Gaeta entrava ed usciva a suo piacimento, attaccava i francesi con le tecniche di guerriglia a lui
usuali, infliggendo perdite e smacco ai comandanti dei reparti impegnati. Ancora una volta il suo
nome correva di bocca in bocca.
Giuseppe Bonaparte (foto) cercava di rabbonire Napoleone nei suoi dispacci. Il "corso"
pretendeva la cattura di Frà Diavolo "chef de brigands", così lo chiamava. Ma la fortuna che aveva assistito Michele Pezza fino allora stava per voltargli le spalle.
Qualcosa era cambiato nella popolazione amica. Una delazione permise ai francesi di attaccare
la truppa di Frà Diavolo, infliggendogli pesanti perdite. E in quel momento, preludio al declino,
che si scrollò di dosso ogni scrupolo e si scatenò con indicibile ferocia, distruggendo paesi,
imponendo riscatti, saccheggiando a più non posso, ordinando esecuzioni sommarie, sempre in
nome del Re. E stranamente la stella di Don Michele Pezza ricominciò a brillare.
Dopo una scorribanda nello Stato Pontificio, scelse Sora come quartiere generale per le sue
truppe. Non riuscì a tenere la difesa della città attaccata da tre colonne dell'esercito francese. E
furono lutti e saccheggi, senza contare le indicibili violenze che subirono gli abitanti, le donne in
primo luogo.
( Era il primo atto, per queste terre, di un dramma che ebbe il suo epilogo nell'ultimo conflitto a
causa delle truppe di colore marocchine al seguito dei francesi, alleati, dell'esercito di
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"liberazione").
Molti componenti la “massa”, da sempre considerati pendagli da forca, non trovarono e non
trovano giustificazione per le loro azioni brigantesche. Vi può essere però giustificazione per gli
orrori commessi nei confronti della popolazione civile nella prima e seconda invasione francese
nelle nostre terre? Certamente no! E per la distruzione sistematica di chiese, arredi, libri e
materiale della nostra memoria storica, quale giustificazione trovare? Ritengo accozzaglia
anch’essi. Si potrà obbiettare che le armate di Ruffo e le azioni dei lazzari, scarpitti e truppe a
massa non sono state da meno nel seminare distruzione e morte. Essi difendevano le loro terre
contro gli invasori e i loro simpatizzanti. Tuttavia, sicuramente in modo discutibile.
La fine
Frà Diavolo continuò le sue scorribande anche dopo la capitolazione di Gaeta. Era diventato un
vero incubo per Giuseppe Bonaparte che arrivò a comunicare a Napoleone l'impiccagione del
Pezza per mano dei Borboni a Palermo.
La causa di tanto fu il coinvolgimento del Colonnello in traffici per permettere ai francesi di
entrare in Gaeta e sorprendere la guarnigione. Voci sparse ad arte dal Ministro di Polizia
Saliceti. Gli invasori le tentarono tutte! Ma lui, l'uomo più ricercato del regno con una taglia che
raggiunse i diciassettemila ducati, riuscì da solo a tenere in scacco le truppe napoleoniche. Non
doveva essere poi tanto stupido! Era guerriglia, feroce fin che si vuole, ma guerriglia. Ed i
Borboni gli furono ancora vicini con aiuti in denaro. Non vollero credere alle maldicenze mosse
ad arte nei suoi confronti. Molti autori parlano del titolo di Duca di Cassano concesso da Re
Ferdinando a Michele Pezza. Ma mancano fonti certe.
Giuseppe Bonaparte tentò una nuova carta. Chiamò, al comando di un reparto di diecimila
uomini, un giovane maggiore di nome Sigisbert Hugo appena trentatreenne. La reputazione, il
maggiore, se l'era fatta combattendo azioni di guerriglia in Vandea e fu l'uomo giusto. Si mise
subito alla caccia di Frà Diavolo, ma non ebbe molta fortuna perché quando sembrava vicino al
contatto, questi faceva perdere le tracce. Fu individuato per puro caso. Fu avvistato da una
colonna nemica nei pressi di Campobasso, luoghi inusuali per lui. Hugo intuì le mosse del suo
nemico, verso il quale incominciava a nutrire una certa simpatia. Le truppe del Colonnello
Pezza furono decimate, a stento riuscì a salvarsi dopo un' azione disperata. Con un ultimo
stratagemma riuscì a beffare i francesi, assente Hugo rimasto ferito in uno scontro a fuoco. La
considerazione dello stesso crebbe nei confronti del suo nemico: egli ne ammirava l'audacia e
l'astuzia. I fuggitivi erano meno di una decina e Frà Diavolo disperse questi fedelissimi,
sperando di raggiungere il Tirreno e chiedere agli inglesi, che stazionavano sulla costa, un
imbarco per Palermo. Rimasto solo, ironia della sorte, il Colonnello fu assalito da briganti. La
capanna di un pastore fu il luogo del pestaggio ma si salvò perché lo crederono morente.
Raggiunse Baronissi, ferito e tra mille difficoltà; non convinse il comandante della guardia
nazionale del posto, il farmacista Matteo Barone che lo aveva ospitato nel suo negozio per una
bevuta. Venne condotto sotto scorta a Salerno dove riuscì a tenere testa alle domande dei
francesi. Fu riconosciuto, però, da un vecchio militare borbonico passato agli invasori,
combattente con lui a Gaeta; fu la fine delle sue gesta.
La Leggenda
Il processo, istruito a suo carico con rapidità, si svolse il 10 novembre del 1806. Le autorità
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francesi rifiutarono la richiesta degli inglesi affinché venisse considerato prigioniero di guerra
nonostante questi minacciassero rappresaglie. Lo stesso Hugo, che era stato a trovarlo in
carcere, ebbe un netto rifiuto da parte di Giuseppe Bonaparte. I francesi gli offrirono di passare
dalla loro parte, rifiutò con sdegno. Pur difeso egregiamente, furono respinte tutte le richieste con motivazioni politiche e militari. Fu
considerato un delinquente comune. Il verdetto: morte per impiccagione. Il luogo, Piazza
Mercato a Napoli. La sepoltura, l'ospedale degli Incurabili. Re Giuseppe, finalmente, poteva
comunicare all'illustre fratello che" Fra' Diavolo è stato giustiziato". Chi pensava che la morte di
Michele Pezza lo avrebbe relegato nel dimenticatoio si sbagliava. I primi a testargli gratitudine
furono Ferdinando e Carolina. Una messa solenne nella chiesa di S. Giovanni Battista si tenne
a Palermo, officiata dall'Arcivescovo Carrano, presenti autorità, l'ambasciatore austriaco, il
Principe Leopoldo di Borbone, la guarnigione militare in alta uniforme e un distaccamento di
soldati inglesi.
Le campane di Palermo suonarono lungamente. Un'urna simbolica fu posta di fianco all'altare
maggiore, a piè dell'urna con la seguente iscrizione: "Non omnis moriar; virtus post...Affinché io
non muoia del tutto; sopravvivi o valore dopo la morte; poiché la gloria impedisce che i forti
soccombano: Dica colui che esalta l'onore, la fedeltà e l'arte militare, se a me fu dolce morire
per la patria." Altre scritte furono poste sull'architrave del mausoleo, al lato destro e sinistro
della porta maggiore, alla base del mausoleo (lapide e trascrizione dal latino), a tramandare ai
posteri le gesta di Michele Pezza, con qualche inevitabile errore tra cui il luogo che gli diede i
natali (Itri). Poco male, la leggenda di "FRÀ DIAVOLO" iniziava proprio da quelle solenni
cerimonie.
di Pino Pecchia
da fradiavolo.eu
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