Georges Méliès nei panni del diavolo in un suo film del 1901 Teorie del cinema 1. Le teorie sommerse >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Le «teorie sommerse» Nei primi anni di vita del cinema, tra cronache e annunci, manuali di fotografia animata e cataloghi di pellicole disponibili, fanno capolino timidi interventi, non ancora incanalati in uno spazio precipuo, che cercano di approfondire il senso della nuova invenzione e capire il tipo di esperienza individuale e sociale che esso innesca. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Le «teorie sommerse» L’impegno maggiore è rivolto a mettere a fuoco l’essenza del fenomeno (deposito di emozioni o riflesso oggettivo della realtà, arte o tecnica), le ragioni del suo successo e i possibili usi futuri (documento storico, informazione, intrattenimento economico), ma anche ciò di cui è il simbolo (progresso scientifico, modernità, potenziamento della percezione sensibile). >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Matuszewski Nel 1898 Bolesław Matuszewski, collaboratore dei Lumière, pubblica a Parigi due opuscoli (Une nouvelle source de l'histoire e La photographie animée) in cui si interroga sulla natura della nuova forma espressiva e tenta di definirne i contorni futuri, individuandone le grandi possibilità tecniche e ritenendolo una straordinaria «fonte storica» con la stessa dignità dei documenti tradizionali. Tanto da proporre un utopistico progetto di filmare tutti gli eventi della storia umana per farli confluire in un archivio totale e assoluto. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> In una delle primissime cronache che danno conto della serata inaugurale del Café des Capucines, si può leggere: "Quando queste macchine saranno a disposizione di tutti, quando tutti potranno fotografare gli esseri a loro cari, non più nella forma immobile ma nel loro movimento, nella loro azione, nei loro gesti familiari, con la parola sulle labbra, la morte cesserà di essere assoluta" (in "La poste", 30 décembre 1895). >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Gor’kij Significativa la posizione assunta da Maksim Gor’kij in un articolo del 1896: sia pur con una forte connotazione negativa, si segnala lo scarto del nuovo mezzo rispetto alle arti tradizionali e la sua vicinanza ai meccanismi tipici dell’età moderna che hanno profondamente modificato le abitudini percettive dell’uomo. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Gor’kij «I nostri nervi si logorano e si indeboliscono ogni giorno di più, ne perdiamo sempre più il controllo e sempre meno reagiscono alle ʻsemplici impressioni dell’essereʼ e con sempre maggiore avidità agognano nuove, penetranti, inusuali, appassionanti, strane impressioni. Il cinematografo gliele fornisce, e i nervi da un lato diventano più raffinati, dall’altro più ottusi". >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> L’esplorazione del campo Nel corso del 1907, il convergere di alcuni significativi interventi segnala la tendenza del cinema a installarsi anche nei discorsi «colti». Henri Bergson gli concede uno spazio ne L’Évolution créatrice, Edmondo De Amicis lo usa come modella narrativo per un racconto dal titolo Cinematografo cerebrale, Georges Méliès ne fornisce una bozza di sistematizzazione ne Les vues cinématographiques, in cui traccia un ritratto della professione registica, una prima tipologia dei prodotti cinematografici e i lineamenti di una poetica del fantastico. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Papini Il 18 maggio, infine, su La Stampa, Giovanni Papini pubblica La filosofia del cinematografo, un articolo in cui, accanto ad alcune considerazioni non banali sul cinematografo come epitome della vita contemporanea, aggiunge un appello agli intellettuali a occuparsi seriamente della nuova invenzione. Torino 1926. Il cantiere del Cinepalazzo >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Papini afferma che se i «filosofi», si dedicassero alle cause della «quasi miracolosa moltiplicazione di cinematografi», potrebbero trovare nel cinema «nuovi motivi di pensiero, e chissà?, perfino nuove emozioni morali e suggerimenti di nuove metafisiche». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Lo scrittore si chiede i motivi per cui gli spettacoli cinematografici incontrano così presto il favore della gente. È facile: sono brevi, meno faticosi e meno costosi del teatro. Ma dietro c’è un’altra ragione, meno banale. Queste brevi fantasmagorie che non esigono troppa cultura, troppa attenzione, troppo sforzo, assecondano uno dei caratteri decisivi della vita moderna, la tendenza all’economia (intesa qui come una specie di calcolo razionale: «ottenere, colla stessa quantità di tempo, di fatica o di denaro, un maggior numero di cose»), col vantaggio di occupare un solo senso, la vista, «artificialmente sottratto alle distrazioni per mezzo della wagneriana oscurità della sala». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Ci sono altre ragioni più specifiche. Il cinematografo propone la riproduzione nel tempo di avvenimenti vasti e complicati, preclusi al teatro («Dinanzi alla bianca tela di un cinematografo noi abbiamo la sensazione che quegli avvenimenti sono i veri avvenimenti veduti come si potrebbero vedere in uno specchio che potesse seguirli vertiginosamente nello spazio»); offre lo spettacolo di grandi avvenimenti reali a pochissimi giorni dal loro accadere, in modo più vivo dei quotidiani e delle riviste; e infine concede alla nostra curiosità un mondo di meraviglie, le «scene di trasformazioni», la realizzazione visiva delle fantasie più inverosimili, come un oppio senza cattive conseguenze. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Ma questo ancora non basta. Perché dovrebbero occuparsene anche i filosofi? perché «il mondo quale ce lo presenta il cinematografo è pieno di un grande insegnamento di umiltà». «Esso è fatto soltanto di piccole immagini di luce, di piccole immagini a due dimensioni, e che danno, nonostante ciò, l’impressione del moto e della vita». Esso è il mondo fatto colla materia più eterea ed angelica, senza profondità, senza solidità, simile al sogno, rapido, fantastico, irreale. (…) Contemplando quelle immagini effimere e luminose di noi stessi ci sentiamo quasi come dei che contemplino le loro creazioni, fatte a loro immagine e somiglianza. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> René Magritte, The false mirror, 1928 Come noi guardiamo le figurine dei cinematografi, qualcuno potrebbe guardare noi - che ci stimiamo concreti, reali, eterni – come immagini colorate che corrono velocemente alla morte per dar piacere ai suoi occhi. «E come noi scopriamo, grazie alla fotografia, l’imperfezione di certi movimenti, il ridicolo di certi gesti meccanici, la grottesca vanità delle smorfie umane, così quei divini spettatori sorrideranno di noi, che ci agitiamo su questa piccola terra, percorrendola furiosamente in ogni senso, inquieti, stupidi, avidi, buffi, finché la nostra parte finisce e scendiamo ad uno ad uno nella silenziosa oscurità della morte». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Ricciotto Canudo (1877-1923) Ma il merito di aver aperto una prima fondamentale prospettiva teorica viene generalmente attribuito a Ricciotto Canudo, giornalista e scrittore autore nel 1911 de La naissance d’un sixième art. Essai sur le cinématographe indicato da Jean Epstein come il «manifesto» dell’«estetica del cinema», visto come il culmine delle arti spaziali (architettura, scultura e pittura) e temporali (musica, poesia e danza). >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Barese trapiantato a Parigi nel 1902, Canudo incarna la figura dell’intellettuale eclettico d’inizio secolo, che si occupa di arte, musica, letteratura e teatro e frequenta i circoli dell’avanguardia. Nel 1908 pubblica sul Nuovo giornale di Firenze Trionfo del cinematografo, in cui descrive il cinema come arte plastica in movimento e sintesi delle forme espressive tradizionali. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> In un’epoca in cui il cinema è ancora in cerca di un’identità precisa, lo scrittore pugliese ne intuisce tra i primi le potenzialità espressive e al tempo stesso ne individua l’attitudine a istituire nuove forme di «culto» e di «rito collettivo», nella convinzione che nel mondo moderno sia proprio l’arte a dover colmare il vuoto lasciato dall’eclisse delle credenze religiose. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Nel suo saggio del 1911(ora introvabile) Canudo afferma: «Al cinematografo tutto è fatto per mantenere l’attenzione tesa, quasi sospesa, per non allentare la morsa con cui la mente dello spettatore è inchiodata allo schermo animato. Il gesto celere, che si afferma qui con una precisione mostruosa, come su un orologio a figure, esalta il pubblico moderno abituato a vivere sempre più velocemente possibile. La vita ʽʽrealeʼʼ è dunque rappresentata nella sua quintessenza, stilizzata nella rapidità». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Un altro passo svela la novità del suo punto di vista sugli spettatori dell’epoca: «Il pubblico moderno è un ‘astrattivo’ ammirevole poiché sa godere delle astrazioni più assolute dell’esistenza. All’Olympia, per esempio, è stato possibile vedere gli spettatori applaudire freneticamente il fonografo che si trovava sul palco, agghindato di fiori e la sui tromba di rame rilucente aveva appena terminato di suonare un duetto d’amore… La macchina trionfava, il pubblico applaudiva il fantasma sonoro di attori, lontani o morti. È con tale spirito che gli spettatori accorrono al teatro cinematografico». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Destreggiandosi tra varie combinazioni di arti moderne e muse classiche, dopo aver parlato di una «sesta arte», nel 1911, trova dieci anni dopo un fortunato approdo nella formula di «settima arte», creando il Club des Amis du Septième Art (con proiezioni d’essai che anticipano i futuri cineclub), fondando la Gazette des sept arts (che non gli sopravvive) e scrivendo saggi, molti dei quali verranno pubblicati postumi nel 1927 col tiolo L’usine aux images (L’officina delle immagini). >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Ricciotto Canudo Il cinema sarebbe per Canudo la sintesi delle arti del tempo e dello spazio. Partendo dal presupposto che queste dimensioni siano rispettivamente alla base delle due arti fondamentali, la musica (ritmo) e l’architettura (plastica) - da cui, direttamente o indirettamente, derivano le arti secondarie (la musica ha generato la poesia e la danza, l’architettura ha generato la pittura e la scultura) - il cinema come «officina delle immagini» e «scrittura di luce» chiuderebbe questo «circolo in movimento» in quanto fusione e culmine delle sei arti precedenti. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Ricciotto Canudo Serie di «quadri» in «movimento», arte plastica che si sviluppa secondo le norme dell’arte ritmica, il cinema sembra nato per offrire la rappresentazione totale dell’anima e del corpo, «un racconto visivo fatto con immagini, dipinto a pennellate di luce», e se il teatro non è che un’espressione «individuale», il cinema sarà espressione «visuale e collettiva», per cui cesserà di essere la copia di un teatro che a sua volta è la copia della vita. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Ricciotto Canudo La riflessione di Canudo si ispira al mito wagneriano dell’opera d’arte totale (ben incarnata nel cinema) e al modello letterario ed esistenziale dannunziano, entrambi indigesti agli ambienti culturali parigini. Perciò la sua concezione dell’arte e le intuizioni profetiche, troppo moderne per i conservatori e «passatiste» per l’avanguardia, restano un po’ in ombra. >> 0 >> 1 >> 2 Canudo ritratto da Picasso, nel 1923 >> 3 >> 4 >> Gli interventi dell'intellettuale italiano fissano le grandi direttrici del dibattito: il confronto tra il cinema e le altre arti, la sintesi dei diversi ambiti espressivi, il carattere moderno del nuovo mezzo e la necessità di andare oltre l’idea semplice di «riproduzione della realtà». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Vachel Lindsay Nel mondo anglosassone, il primo testo teorico dedicato al cinema è The art of moving image (in origine The religion of the movies), del poeta Vachel Lindsay, pubblicato nel 1915 negli Stati Uniti, un libro che influenza largamente il dibattito sul confronto tra il cinema e le altre arti, sollevandolo dalla dimensione puramente giornalistica. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Vachel Lindsay Lindsay è convinto che la nuova arte sia in grado di trasformare il ritmo del tempo e l’estensione dello spazio tradizionali e perciò anche di trasformare l’intera umanità sotto il profilo percettivo, artistico e spirituale, naturalmente sotto la guida degli Stati Uniti. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> L’idea che il nuovo mezzo sappia mettere in rilievo sia i valori plasticofigurativi (la composizione delle forme, la distribuzione della luce ecc.), sia i valori dinamico-cinetici (il movimento nelle inquadrature e nel passaggio da un’inquadratura all’altra) lo porta a individuare tre grandi modi d’essere del cinema: ossia «scultura in movimento», «pittura in movimento» e «architettura in movimento». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Nel volume Lindsay riconosce al cinema la stessa forza spirituale della poesia: entrambe le arti contribuiscono a una nuova mitologia della nazione, creando figure simboliche, rivelazioni straordinarie, che attraverso i film diventano universalmente accessibili, grazie alla immediata comprensibilità delle immagini cinematografiche, un linguaggio fortemente evocativo pur nella sua intuitività e immediatezza. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Lindsay individua tre differenti tipologie di film: quelli d’azione, i melodrammi e, infine, gli «splendor pictures» (a loro volta divisi in favolistici, patriottici, religiosi e di massa): i film epici che mettono in scena grandi folle ed eventi storici, come The birth of a nation di Griffith. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Nella visione profetica del cinema come strumento di evoluzione spirituale, il poeta negli stessi anni dedica i suoi versi ad alcune attrici (Mae Marsh e Mary Pickford), che canta come figure angeliche che attraverso lo schermo collegano la dimensione umana e quella divina. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Hugo Münsterberg Degli effetti psichici parla anche il contributo dello psicologo Hugo Münsterberg apparso nel 1916, The photoplay. A psychological study, che propone analogie tra la visione cinematografica e la sfera del mentale. La distanza dalla realtà di alcuni elementi specifici del cinema (il montaggio, il primo piano, gli effetti speciali etc.) fanno ’sì che lo spettatore, davanti alle immagini del film, ricostruisce un mondo che ha più rapporti con le leggi mentali che con le leggi fisiche dell’universo reale (e di quello teatrale). >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Per quanto possa sembrare paradossale, il cinema europeo non trova nella cultura positivistica un sostegno unanime e una forma di legittimazione come strumento di progresso. Saranno piuttosto la cultura simbolista e i rappresentanti del decadentismo a scorgervi uno strumento privilegiato di allargamento dei poteri conoscitivi Gian Piero Brunetta >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Agli spunti sparsi si aggiunge un diffuso entusiasmo per la modernità, di cui il cinema viene individuato come l’emblema più chiaro, in particolare nelle straordinarie pagine del romanzo di Luigi Pirandello Si gira…, uscito a puntate nel 1915 e poi pubblicato nel 1925 in una nuova edizione con il titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Futurismo La particolare consonanza del cinema con il tema della modernità ritorna in moltissimi contributi di quegli anni, fortemente sottolineata dalle avanguardie artistiche e soprattutto dal Futurismo italiano, che lo propone come somma delle esperienze più avanzate per il prevalere in esso dei tratti tipici della vita moderna: i macchinari, il movimento, la rapidità, il sovrapporsi delle percezioni, l’automatismo delle reazioni. Luigi Russolo, Dinamismo di un'automobile, 1912-13 >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Il cinematografo non attrae però tutti gli intellettuali allo stesso modo, anzi. Soprattutto in Europa, dove si sviluppano le analisi culturalmente più complesse, gli orientamenti si presentano più articolati e tutt’altro che concordi: mentre alcuni si lanciano ad allargare il Parnaso per infilarci la nuova Musa, altri negano alla nuova forma estetica perfino la possibilità di produrre vera arte. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> A fianco degli studiosi e degli artisti più sensibili ai temi della modernità, pronti a intuire il prodigioso ventaglio di opportunità sventolato dal nuovo mezzo, molti intellettuali ne avvertono il timbro invadente e volgare, ancor più temibile per la facilità con cui penetra fra le masse popolari, segnalando la minaccia per le basi tradizionali della cultura, lo scompaginamento dei processi di acculturazione della nascente società di massa e la possibilità di avvelenamento degli approvvigionamenti morali e spirituali che alimentano la qualità della vita quotidiana. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Lukács György Lukács, nel 1913, descrive il cinema come “il luogo del decadimento della grande cultura”. >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Lukács la sua spiegazione, destinata a essere contraddetta dell’avvento del sonoro, poggia sul motivo profondo dell’assenza di voce nel cinema: «il cinema rappresenta delle azioni come tali, non il loro movente ed il loro significato; le figure dello schermo si muovono, ma non hanno anima, e ciò che loro accade è un mero accadimento, non è destino». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >> Lukács «Per questo le scene del cinema sono mute. L’imperfezione della tecnica è una causa solo apparente: la parola parlata, espressione sonora del concetto, è veicolo del destino; soltanto in essa e attraverso di essa si realizza la coerente continuità psicologica degli uomini drammatici». >> 0 >> 1 >> 2 >> 3 >> 4 >>