Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 1 Bollettino del Museo del Risorgimento Bologna, anno L, 2005 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 3 BOLLETTINO DEL MUSEO DEL RISORGIMENTO Esce in fascicoli annuali Manoscritti e pubblicazioni devono essere indirizzati alla Direzione Via dei Musei n. 8, 40124 Bologna Prezzo di vendita per il 2005: € 7,50 Amministrazione: Via dei Musei n. 8, 40124 Bologna tel. 051/22.55.83 - fax 051/22.55.83 E-mail: [email protected] La responsabilità dei singoli articoli appartiene esclusivamente agli Autori Autorizzazione del Tribunale di Bologna del 6 aprile 1957, n. 2704 del Registro Direttore Responsabile: Otello Sangiorgi Redazione: Mirtide Gavelli Proprietario: Comune di Bologna - Museo del Risorgimento Fotocomposizione e stampa a cura di Tipografia Moderna Bologna Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 5 BOLLETTINO DEL MUSEO DEL RISORGIMENTO Archiviare la guerra: La Prima Guerra Mondiale attraverso i documenti del Museo del Risorgimento a cura di Mirtide Gavelli Presentazione di Angelo Varni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 7 Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 9 Aspetti del conflitto: antimilitarismo, pacifismo, prigionia Elda Guerra, Elena Musiani, Fiorenza Tarozzi, Donne contro la guerra. Donne per la pace . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 17 Paolo Antolini, Il nemico in casa. I prigionieri austro-ungarici in Italia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 41 Le conseguenze del conflitto: nuove istituzioni al servizio dei soldati e delle famiglie Davide Valentini, La Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati e Invalidi di Guerra di Bologna (9 aprile 1916 – 3 gennaio 1922) Pag. 53 In appendice Inventario dell’Archivio della Casa di Rieducazione […], a cura di Otello Sangiorgi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 71 Elisa Erioli, L’“Ufficio per Notizie alle famiglie dei militari”. Una grande storia di volontariato femminile bolognese . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 75 La memoria: carte dal passato, realtà virtuale verso il futuro Patrizio Tonelli, L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 91 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 6 Gian Marco Vidor, Il “costituendo Albo generale dei monumenti”. Studio preliminare della collezione fotografica bolognese dei monumenti ai caduti della Grande Guerra. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Pag. 109 Alfio Moratti, Il fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato Pag. 123 Maria Chiara Liguori, Realtà Virtuale e Memoria: il Monumento Ossario ai caduti della Prima Guerra Mondiale e il progetto del Museo Virtuale della Certosa di Bologna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Pag. 131 Attività al Museo del Risorgimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Pag. 147 L’attività istituzionale nel triennio 2003-2005 (M.G.) Vita dell’Istituto (O.S.) Le pubblicazioni dell’Istituto Tavole a colori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Pag. 163 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 7 Cinquant’anni di vita per una rivista rappresentano, certo, un arco temporale di grande rilievo e non solo in virtù del durevole impegno organizzativo, culturale, relazionale che vi è sotteso, quanto in conseguenza dell’indispensabile capacità di misurarsi lungo cinque decenni con i successivi mutamenti intervenuti nella dimensione storiografica e nelle variabili interpretative via via ritenute utili per collegare i fatti del passato con le esigenze di comprensione del presente. Tanto più per una pubblicazione programmaticamente dedicata a esplorare le vicende del Risorgimento: un’età destinata da sempre a catalizzare tutte le più diverse e contrapposte prospettive politiche, ideologiche, sociali poste alla base della nostra costruzione nazionale e del suo evolversi fino ai nostri giorni. Ecco, allora, la rivista combinare nel giusto equilibrio le ricerche memorialistiche, quelle più tipiche del risorgimento marmorizzato fra eroi e martiri, fervori cospirativi ed empiti di battaglie; con le analisi rivolte alla ricostruzione del quadro complessivo di tutti gli elementi operanti nella nostra società ottocentesca, dove collocare con esiti esplicativi ben più solidi gli ardori unitari delle generazioni direttamente coinvolte. Del resto, già nel 1959, assumendo la direzione del “Bollettino” dopo il triennio della gestione del fondatore Giovanni Maioli, Luigi Dal Pane, con la sua ben nota attenzione alle avanzate metodologie storiografiche, precisava che “la storia degli eroi, come quella delle battaglie e delle cospirazioni, ci appare episodica e frammentaria. Questo non significa diminuire l’importanza dell’umana personalità, ma anzi conferire ad essa significato e valore, perché solo in questo modo noi riusciamo a sottrarla alla leggenda e al mito che, se valgono ad accendere la fiamma della poesia, non servono certo al fine della rappresentazione realistica”. Ma accanto a queste molteplici linee di studio e all’imponente connesso apparato documentario pubblicato, la rivista è pure storia di uomini, di personalità partecipi dell’indagine sul costituirsi della fisionomia bolognese nel quadro unitario, di voci capaci di trasmetterci da quelle pagine il frutto dei loro approfondimenti, sempre sostenuti da un’intensa tensione etica e civile. Da Giovanni Natali a Lucetta Franzoni Gamberini (che fu la direttrice dopo Dal Pane), da Rodolfo Fantini a Umberto Marcelli, da Aldo Berselli a Renato Zangheri, da Gian Ludovico Masetti Zannini a Giorgio Bonfiglioli, a Giulio Cavazza, fra i tanti: una galleria di esperienze molteplici collegate dal comune desiderio di contribuire a meglio conoscere la Bologna che con le aspirazioni e i risultati del processo risorgimentale seppe avviare una lenta ma sicura fase di sviluppo in grado di guardare ai livelli di crescita dei principali paesi europei. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 8 Né un simile obbiettivo è venuto meno nell’ultima fase di vita della rivista, che anzi ha scelto di connotare la sua presenza scientifica attraverso la preparazione di numeri monografici su aspetti specifici del periodo preso in considerazione, dalla Restaurazione alla prima guerra mondiale, quasi a testimoniare anche editorialmente la validità di scelte sempre più privilegianti l’indagine a tutto tondo sull’intero reale dell’’800 bolognese, le cui variabili politiche, sociali, economiche sostanziano e spiegano le scelte risorgimentali della città con la loro ribadita carica emotiva e di altissima idealità. Non c’è che da augurarsi che un tale importante ausilio alla comprensione delle vicende odierne, ancora largamente debitrici di quanto accadde in quell’età di edificazione nazionale, possa continuare con accresciuto vigore il suo impegno di ricerca e di scavo negli intrecci della nostra storia. Angelo Varni Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 9 Ed ecco che il 28 giugno 1914 echeggiò la rivoltellata di Saraievo, la quale in un attimo solo mandò in frantumi, quasi fosse un vaso vuoto di coccio, il mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora1. S. Zweig, Il mondo di ieri INTRODUZIONE A novant’anni dal primo conflitto mondiale si assiste ad una generalizzato rinascere di interesse per quelle lontane vicende. In tutta Europa si stanno preparando studi di lungo respiro e manifestazioni destinate al grande pubblico, nell’intento di “non dimenticare” e, soprattutto, di far conoscere la Grande Guerra, che segnò in modo indelebile il XX secolo, a generazioni oramai lontanissime da quegli eventi, sia per assenza di memoria familiare che per difetto nella trasmissione delle informazioni. Il Museo del Risorgimento di Bologna già in passato si è occupato di questo tema in esposizioni temporanee2, e ha dedicato attività didattiche alla conoscenza di questo evento3. La grande novità è costituita da una serie di lavori avviati a partire dal 2003, in parte già giunti a conclusione, in parte ancora in essere: inventariazioni, sistemazione di fondi archivistici, catalogazioni, digitalizzazioni. Queste attività, coordinate dal personale scientifico del Museo e possibili grazie al costante apporto di giovani laureati, tirocinanti, stagisti, cultori della 1 Cit. nel saggio di Guerra, Tarozzi, Musiani in questo “Bollettino”. 2 Negli ultimi anni di vita del nostro istituto, dal momento del suo trasferimento presso l’attuale sede di piazza Carducci 5 (avvenuta nel 1990) sono state realizzate due esposizioni dedicate alla Grande Guerra: L’oro e il piombo. I prestiti nazionali in Italia nella Grande Guerra, (4 novembre 1991 - 31 maggio 1992), con catalogo pubblicato in questo “Bollettino del Museo del Risorgimento”, vol. 36, anno 1991, a cura di M. Gavelli e O. Sangiorgi, e La letteratura europea e la Grande Guerra: immagini e parole, a cura di A. Fontana e M. Gavelli, (4 novembre 1998 - 14 febbraio 1999). 3 Tra le offerte dell’Aula Didattica del Museo ricordiamo La Grande Guerra. Percorsi tra suoni immagini e parole, CD-Rom ideato da Maria Grazia Bonfiglioli, Sara Lisa Di Mario e Maria Teresa Ganzerla e realizzato da Sara Lisa Di Mario nel 2002, che costituisce attualmente la base di lavoro con cui i ragazzi delle classi in visita al museo vengono in modo interattivo avvicinati alla storia del conflitto. Vol. Bollettino 2006_okokok 10 20-06-2006 12:42 Pagina 10 Introduzione materia, volontari a vario titolo4, stanno procedendo a ritmo sostenuto ancora oggi, ed avranno ancora bisogno di tempo per giungere a conclusione5. In occasione della pubblicazione di questo numero monografico del “Bollettino del Museo del Risorgimento”, il 50° della serie, abbiamo ritenuto doveroso rendere conto di questo lavorio incessante a studiosi ed appassionati, ed agli amici del Museo. Presentiamo dunque un numero tutto dedicato al primo conflitto mondiale, visto attraverso la lente dei materiali conservati presso i nostri archivi e con il contributo di studi “offerti” da collaboratori esterni, oramai divenuti sinceri insostituibili amici. Il volume si apre con testi dedicati ad aspetti generali del conflitto: all’antimilitarismo, al pacifismo ed alle problematiche create dalla presenza di centinaia di migliaia di prigionieri in tutti i paesi coinvolti. Le donne che, in un mondo tutto al maschile, e spaventosamente sbilanciato verso pericolose passioni, propongono una lettura della vita e della convivenza fra i popoli nettamente nuova, sono le protagoniste dell’intervento scritto a tre mani da Elda Guerra, Fiorenza Tarozzi ed Elena Musiani. Donne contro la guerra. Donne per la pace raccoglie il lavoro, ancora in fieri, che le tre studiose stanno portando avanti sul mondo femminile tra Otto e Novecento, e che è stato presentato nel corso di un ciclo di conversazioni proposte al pubblico del Museo con il titolo collettivo di Appuntamenti al Museo: Immagini e memorie della Grande Guerra tra l’autunno 2004 e la primavera 2005, che ha visto realizzati ben 13 incontri6. Sino ad oggi, aprile 2006, hanno partecipato a vario titolo, lavorando presso il Museo civico del Risorgimento su documenti ed archivi relativi alla Grande Guerra, in opere di sistemazione archivistica, inventariazione, digitalizzazione, revisione testi digitalizzati, inserimento e collegamento di documenti nei data-base che confluiranno nella ricostruzione virtuale del Monumento Ossario della Certosa, Giovanna Bellomo, Marco Crusafio, Elisa Erioli, Daniela Giancristofaro, Pietro Imperato, Maria Chiara Liguori, Enrico Liso, Leonida Maria, Sara Martano, Damiano Mazzei, Patrizio Tonelli. Alla redazione, non ancora conclusa, delle schede di approfondimento ed inquadramento legate alla ricostruzione in 3D hanno sinora contribuito: Enrico Acerbi, Massimo Ascoli, Alberto Burato, Sanzio Campanini, Fabio Degli Esposti, Paola Furlan, Mirtide Gavelli, Maria Chiara Liguori, William Musiani, Otello Sangiorgi, ed in particolare Paolo Antolini. 4 5 Ci si augura di portare a compimento la realizzazione del progetto entro la fine del 2006. 6 Questi i titoli degli incontri: nel 2004: 4 novembre (ripetuto il 7 novembre), L’oro e il piombo. La pubblicità dei prestiti di Guerra, con Otello Sangiorgi; 18 novembre, La Guerra e la città. “Il Resto del Carlino” degli anni di guerra in formato digitale, in collaborazione con Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna; 5 dicembre, Gli invalidi di guerra tra assistenza e recupero. La Casa di Rieducazione di Bologna, con Davide Valentini. Nel 2005: 16 gennaio (riproposto il 15 maggio 2005), Nemici in casa propria: I prigionieri di guerra. Condizioni di vita, rapporti con la società civile, ritorno in patria, con Paolo Antolini e Davide Valentini; 20 febbraio, Il corpo, il lutto, la madre. Riti e monumenti per i morti della Grande Guerra, con Gian Marco Vidor; 6 marzo, Mutilati di guerra. L’assistenza ed il recupero nella Bologna della Grande Guerra, con la proiezione del filmato originale Mutilati di guerra, realizza- Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 11 Introduzione 11 Non più rapporti interstatuali improntati al confronto/scontro, ma una profonda tensione alla pace, alle relazioni positive, nell’ottica di un pacifismo, di un antimilitarismo, di un diritto ad esprimere le proprie idee decisamente diverso da quello dell’universo maschile: è questo che filtra attraverso le parole che queste donne hanno lasciato, nelle quali si coglie tutto l’orrore che il mondo femminile doveva sentire in quel tempo, al momento dello scoppio della guerra, di quella guerra che, come sempre, si riteneva sarebbe stata rapida e definitiva, ma che le donne, o almeno molte tra loro, già presentivano come una possibile catastrofe. E leggiamo le loro amare considerazioni, a guerra finita, temperate però dalla speranza che tale orrore non si sarebbe mai più ripetuto: “...Noi dichiariamo che la tendenza naturale dell’umanità è di stabilire relazioni amichevoli con gruppi sempre più larghi e di vivere una vita sempre più elevata e più lunga”. Parole scritte nel 19217, quando ancora la speranza che mai più si sarebbe assistito ad un tale massacro era viva in ampi strati dell’opinione pubblica. La questione della presenza di prigionieri nemici sul territorio nazionale toccò ogni paese coinvolto nel conflitto. Importanti studi anche recenti hanno affrontato le problematiche che coinvolsero i soldati italiani prigionieri, e le durissime condizioni nelle quali si trovarono a sopravvivere e, purtroppo, in molti casi a morire8. Paolo Antolini, con Il nemico in casa. I prigionieri austroungarici in Italia, grazie a documenti ritrovati nell’Archivio di Stato di Bologna, ci presenta l’altra faccia del problema: la presenza di soldati austroungarici prigionieri in Italia, le norme che ne governavano la vita, il lavoro cui venivano avviati, e, in particolare, la loro presenza nell’area bolognese, nei lavori del bacino idroelettrico del Brasimone o nelle opere intraprese dal Consorzio della Bonifica Renana per la regimazione ed il controllo delle acque. A pochi mesi dallo scoppio della guerra ci si trovò a fronteggiare una terribile realtà: migliaia erano i morti, orribili le condizioni che incontravano i soldati feriti, ma una imprevista emergenza si andava delineando per tutti coloro che, grazie al caso, alla fortuna, all’intervento di medici e soccorritori, di compagni, di assistenti volonterosi, riuscivano a superare il drammatico momento del ferimento al fronte e si salvavano: imparare a convivere con un dramma a volte ancora più grande: la mutilazione, l’invalidità permanente. Si trattava nella grande maggioranza dei casi di giovanissimi soldati, ventenni o to dagli Istituti Ortopedici Rizzoli, con Alfredo Cioni e Davide Valentini; 17 marzo, Donne contro la guerra, con Elda Guerra, Elena Musiani, Fiorenza Tarozzi; 10 aprile, Scrivere e testimoniare la guerra: un confronto tra la letteratura europea e nordamericana del primo e secondo dopoguerra, con Vita Fortunati e Elena Lamberti; 14 aprile, Guerra bestiale. Uomini e animali nella Grande Guerra, con Lucio Fabi; 24 aprile, Le armi della Grande Guerra nel Museo del Risorgimento di Bologna, con Gian Paolo Reggiani e Otello Sangiorgi; 5 giugno, L’“Ufficio per Notizie alle famiglie dei militari”. Una grande storia di volontariato femminile bolognese, con Elisa Erioli e Otello Sangiorgi. 7 Cfr. il contributo di E. Guerra, E. Musiani e F. Tarozzi in questo “Bollettino”, p.17. 8 Cfr. Antolini, Il nemico in casa..., in questo “Bollettino”, p. 41. Vol. Bollettino 2006_okokok 12 20-06-2006 12:42 Pagina 12 Introduzione poco più, che, espulsi ormai dal conflitto perché “inservibili”, inabili, dovevano riadattarsi alla vita quotidiana. Provenienti in massima parte da famiglie contadine od operaie, dovevano affrontare lo spettro terribile di una vita intera da affrontare senza braccia, senza gambe, con menomazioni tali da non consentire loro il ritorno alle precedenti occupazioni. Sin dall’estate del 1915 ci fu così chi cominciò a preoccuparsi dell’assistenza a questi feriti molto gravi, e iniziò a pensare al loro futuro reinserimento nella società. Il problema toccò ovviamente, anche in questo caso, tutti i paesi coinvolti nel conflitto: lo testimoniano i frequenti scambi di informazioni e materiali che si svolgevano tra équipe mediche di paesi alleati, nell’intento di mettere in comune le conoscenze e le scoperte, e di dare il meglio a queste giovani vittime. Davide Valentini, nel suo saggio La Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati e Invalidi di Guerra di Bologna (9 aprile 1916 - 3 gennaio 1922) analizza attraverso la documentazione della Casa di Rieducazione bolognese l’attività del Comitato che in città si dedicò a questo problema, e che da subito collaborò strettamente con le Officine Rizzoli, che già da alcuni decenni si occupavano di queste menomazioni in tempo di pace. In appendice, Otello Sangiorgi presenta una sintesi del lavoro di controllo, inventariazione e sistemazione cui il Fondo della Casa di Rieducazione, giunto al nostro Museo del Risorgimento nel 1935, è stato di recente sottoposto per poter rendere disponibili alla consultazione le carte, gli opuscoli, le fotografie che lo compongono. Tra i compiti che la società si trovò a dovere affrontare a pochi mesi dallo scoppio della guerra, ci fu anche quello della comunicazione di notizie alle famiglie. Questo nuovo conflitto coinvolgeva sempre più uomini: milioni di giovani che si lasciavano alle spalle affetti, legami familiari, doveri cui non potevano più far fronte. Non erano più i numeri limitati delle guerre del Risorgimento, e non si trattava più nemmeno dell’epoca napoleonica in cui chi partiva era affidato al fato, e la possibilità di avere notizie non era neanche contemplata. Il conflitto mondiale che si andava delineando assumeva caratteri sempre più inquietanti: tutt’altro che rapido e veloce, vedeva coinvolti oramai milioni di persone su ogni fronte. I sistemi di comunicazione tradizionale, affidati agli eserciti cedettero da subito all’impatto della mole di informazioni che si tentava di trasmettere, e il vuoto e l’incapacità dimostrata dalle strutture militari vennero occupati da strutture civili di volontariato. Dapprima questo “esperimento” venne avviato in Francia, e sul modello francese si sviluppò anche l’esperienza italiana, nata, cresciuta e sviluppatasi all’ombra delle due torri. Come ben documenta Elisa Erioli nel suo saggio dedicato a L’“Ufficio per notizie alle famiglie dei militari”. Una grande storia di volontariato femminile bolognese, furono le donne bolognesi, guidate dall’intraprendente contessa Lina Bianconcini Cavazza, a creare dal nulla l’Ufficio, che impiegò un numero consistente di donne - giunsero ad essere più di 800 - dapprima in locali Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 13 Introduzione 13 messi a disposizione dalla stessa contessa nel proprio palazzo, poi in locali più ampi ed adatti alla mole di lavoro che si sviluppò. Bologna infatti, sede nazionale di questo fondamentale Ufficio, smistava tutte le informazioni: riceveva le informative dai comandi militari, dai cappellani militari, dalla Croce Rossa, dai campi di prigionia all’estero, e provvedeva a trasmetterle agli uffici di livello locale che via via nacquero in tutte le province italiane, in modo che localmente potessero essere comunicate alle famiglie dei militari.9 Un lavoro immane, documentato dalle decine di migliaia di schede che il nostro istituto conserva: sono le 90.000 schede informative della sezione provinciale di Bologna che Elisa Erioli ha riordinato e che sono ora consultabili10. All’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della provincia di Bologna ci introduce, con una prima lettura dei documenti qui raccolti, al tema della memoria, Patrizio Tonelli. Attraverso le parole dei soldati, estratte da lettere e cartoline, cogliamo con immediatezza i sentimenti, le paure, le speranze di questi ventenni che, per la prima volta lontani da casa, cercavano comunque di rincuorare le famiglie, di non creare dolore inutile alle mamme e alle fidanzate, dedicando loro parole di conforto, nella speranza di un ritorno a casa che per molti non ci fu. Nella consapevolezza che la situazione nella quale si trovavano a vivere era drammatica, che ogni giorno poteva essere l’ultimo, che ogni parola inviata alle famiglie poteva suonare come un testamento spirituale (e nella coscienza che comunque le lettere erano sottoposte a censura, e dunque non si sarebbero potute utilizzare parole contro la guerra o contro chi l’aveva voluta), scrivono frasi che oggi avvicinano il lettore in modo diretto e profondo alla realtà umana che sta dietro ogni conflitto. L’Archivio dei Caduti si andò formando sin dal 1915 presso il Museo del Risorgimento di Bologna (che, ricordiamo qui per inciso, era stato fondato nel 1892, e dunque aveva alle spalle già più di vent’anni di vita), in rispetto di una circolare del 1° agosto 1915 inviata dal Ministero della Pubblica Istruzione, ed in particolare dal Comitato Nazionale per la Storia del Risorgimento che allora faceva capo appunto al Ministero, che sollecitava la Raccolta di testimonianze e di documenti sull’attuale Guerra italo-austriaca11. Il Uscendo dal campo della ricerca storica possiamo qui ricordare il bel film franco-statunitense diretto nel 2004 da Jean-Pierre Jeunet Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles), che narra la storia della giovane Mathilde, che a guerra finita, nel 1919, non si rassegna all’idea che il fidanzato sia morto in guerra e si mette alla sua ricerca. Lo ritroverà, totalmente perso in una assenza senza ritorno, nella quale si è chiuso dopo aver conosciuto tutto l’orrore possibile, ed anche lei, giovane e sprovveduta, dovrà fare i conti con l’orribile retaggio che la guerra ormai terminata si è lasciata alle spalle, in una sistematica opera di distruzione di cose e paesi, ma anche e soprattutto di persone, affetti, rapporti familiari per sempre dolorosamente spezzati. 9 10 I caduti della Provincia di Bologna furono all’incirca 10.750 (il numero esatto non si saprà mai, nonostante i tentativi di razionalizzazione delle diverse fonti consultabili). Le schede sono circa 90.000 perché comprendono anche tutte le informative fornite alle famiglie sui soldati feriti, prigionieri, scomparsi, ecc. Lo schedario della sezione nazionale venne invece versato nel 1929 all’Archivio di Stato di Roma. 11 Cfr. l’articolo di Tonelli in questo volume, p. 91. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 14 12:42 Pagina 14 Introduzione Museo bolognese si attivò sin da subito per questo scopo, procurandosi presso gli uffici preposti gli elenchi dei caduti, scrivendo alle famiglie nell’intento di ricevere testimonianze (fotografie, lettere, pubblicazioni in memoria...) e procurandosi in proprio, attraverso l’attento spoglio dei giornali quotidiani locali, gli articoli che contenevano notizie sui caduti della provincia. In questo modo si andò costituendo un ampio archivio, forte di circa 2.800 buste intestate ad altrettanti soldati caduti (sui 10.750 della provincia)12. Gian Marco Vidor ci introduce invece nel difficile clima seguito al conflitto, in quel primo dopoguerra in cui in ogni comune o frazione d’Italia si provvide ad erigere un monumento od una lapide in memoria dei soldati scomparsi. Diversi studi anche molto ampi sono stati dedicati di recente alla monumentalistica in memoria dei Caduti13, anche fuori d’Italia. Vidor, con il suo Il “costituendo Albo generale dei monumenti”: Studio preliminare sulla collezione fotografica bolognese dei monumenti ai caduti della Grande Guerra, analizza, in questa sede, solo la collezione di 1.127 foto e cartoline di monumenti ricevute dal Museo civico del Risorgimento di Bologna negli anni tra il 1921 ed il 1931, e presenta una prima valutazione statistica che evidenzia le tipologie presenti nei soggetti scelti per i monumenti: cippi, lapidi, obelischi, figure femminili, soldati morti, eroi, aquile... Si tratta di un primo approccio alla questione, indagata non su una lettura meramente stilistica ed artistica dei monumenti, bensì sul significato della scelta operata dai comuni italiani, scelta influenzata sicuramente dalla disponibilità economica messa in campo e dalla personalità degli artisti, ma anche dagli intenti dell’amministrazione. Si capisce così se l’intento delle amministrazioni o dei comitati celebrativi era quello di esaltare la vittoria e l’eroismo dei caduti, o semplicemente di ricordare i defunti, tutti indistintamente, ed il dolore che la loro scomparsa aveva prodotto nelle famiglie. Con Alfio Moratti entriamo invece in un terreno diverso: Il fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato ci parla infatti di quanto differenziati fossero i modi di seguire il conflitto. Notizie sui giornali, riviste illustrate, semplici passaparola, ma anche soldatini di carta. Collezionista ed esperto di questi soldatini, Moratti ci ha già detto in altre occasioni14 come questi non fossero solo giochi per bambini, ma, al contrario, fossero amatissimi e diffusissimi tra adulti appassionati di storia e, non solo, anche di attualità! Infatti la produzione dei soldatini era talmente immediata rispetto agli avvenimenti che essi potevano essere seguiti anche grazie al loro ausilio, utilizzandone i diorami e 12 I documenti contenuti in tale archivio, in occasione dei lavori di cui abbiamo poc’anzi parlato, sono stati inventariati singolarmente, e per almeno un terzo di essi si è anche già provveduto alla digitalizzazione. 13 Cfr. Vidor, in questo volume, p.109. Cfr. A. Moratti, Il soldatino di carta: un giocattolo, un testimone, in Giovani, volontari e sognatori: i Garibaldini dal Risorgimento alla Grande Guerra (catalogo della mostra tenuta al Museo civico del Risorgimento di Bologna dal 15 febbraio al 1° giugno 2003), a cura di R. Balzani et al., Bologna, Costa ed., 2003, p.72 14 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 15 Introduzione 15 le figurine alla maniera degli stati maggiori degli eserciti. Trattandosi di immagini, ne abbiamo riprodotte parecchie anche a colori, per consentire una interessante e particolare lettura di alcuni aspetti di questo conflitto. Maria Chiara Liguori, infine, ci porta invece su un piano ancora diverso. Il suo contributo, Realtà virtuale e Memoria: il Monumento Ossario ai caduti della Prima Guerra Mondiale e il progetto del Museo Virtuale della Certosa di Bologna introduce ad un modo meno tradizionale, più innovativo - ma egualmente corretto e denso di contenuti - di affrontare la storia, di leggerne implicazioni e interconnessioni, favorendo anzi proprio queste possibilità, ed aprendo le porte all’avvicinamento alla storia delle nuove generazioni che, abituate al virtuale dall’uso di televisione, computer e videogiochi, sono meno disponibili all’uso dei tradizionali sistemi di comunicazione. Come si evince dal lavoro di Liguori, l’utilizzo di tecnologie informatiche non inficia, anzi esalta, la correttezza formale del lavoro presentato: dietro al Monumento Ossario ricostruito in 3D, navigabile, nel quale rincorrere informazioni, dati, schede, sonoro, video ecc., non si coglie immediatamente la mole di lavoro che è necessaria per giungere alla “leggerezza “ finale del prodotto presentato. In particolare, siamo orgogliosi di sottolineare come la lunga collaborazione tra informatici (CINECA), storici (Museo del Risorgimento con l’entourage di cui si è parlato all’inizio di questa presentazione), e storico-informatici (Liguori, e anche i colleghi di Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna: Mauro Felicori, ideatore e anima del progetto, e Claudio Borgatti, e, ultimi ma non meno importanti, tutti i ragazzi che hanno collaborato ai lavori di inventariazione, digitalizzazione, inserimento dei materiali) stia dando ottimi frutti, che ci auguriamo possano essere colti entro la fine del 2006. A conclusione di questa rapida introduzione ci sembra opportuno completare le informazioni sin qui fornite dando conto anche dei lavori di digitalizzazione e collocazione on-line dei materiali della Grande Guerra conservati presso la nostra Biblioteca-Archivio. Infatti, parte dei materiali di cui abbiamo sin qui parlato costituiscono dei corpus a sé stanti, dei Fondi documentari che già erano a disposizione degli utenti nel loro supporto originale - giornali cartacei, fotografie, volumi... - e che oggi, in versione digitale, attendono di essere collegati al progetto virtuale del Monumento Ossario della Grande Guerra. Ci è sembrato però opportuno non attendere la conclusione dei lavori, e mettere a disposizione i Fondi nel loro nuovo formato digitale. Abbiamo scelto strade diverse: la digitalizzazione integrale del “Resto del Carlino” uscito dal 1° luglio 1915 al 31 giugno 1919, realizzata grazie alle strutture messe a disposizione da Nuove Istituzioni Museali, è consultabile presso la Biblioteca nei normali orari di apertura, con la possibilità di procedere alla stampa delle pagine o degli articoli interessati direttamente dalla postazione di lettura digitale. Il Fondo Monumenti ai caduti della Grande Guerra (1.127 fotografie e car- Vol. Bollettino 2006_okokok 16 20-06-2006 12:42 Pagina 16 Introduzione toline) e il volume curato dall’Ufficio Centrale Notizie Bologna, I morti della provincia di Bologna nella guerra MCMXV-MCMXVIII, edito a Bologna nel 1927, sono invece entrambi consultabili sul sito del nostro istituto15. Per ciò che concerne il lavoro sui Monumenti ai caduti, al fine di rendere un ulteriore servizio agli utenti, ricordiamo che di recente è stato siglato un accordo con il Museo della Guerra di Rovereto, per procedere alla produzione di un sito in collaborazione, che veda riuniti in un unico indirizzo virtuale la nostra e la loro collezione di foto dei Monumenti della Grande Guerra. M. G. 15 Cfr: www.comune.bologna.it/museorisorgimento, alla voce Collezioni digitali. Del volume edito nel 1927 è stata prodotta anche una versione su CD Rom, adatta al lavoro di ricerca di studiosi o studenti che non vogliano o possano utilizzare connessioni web, richiedibile presso la nostra Biblioteca. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 17 DONNE CONTRO LA GUERRA. DONNE PER LA PACE. di Elda Guerra, Elena Musiani, Fiorenza Tarozzi1 Noi, le donne del mondo, vediamo con apprensione ed angoscia la situazione presente in Europa che rischia di coinvolgere l’intero continente, se non l’intero mondo, nei disastri e negli orrori della guerra. In questa terribile ora, quando il destino dell’Europa dipende da decisioni che noi donne non abbiamo il potere di formare, noi, assumendo le responsabilità che ci vengono dall’essere madri delle generazioni future, non possiamo rimanere passive. Benché siamo sul piano politico prive di potere, richiamiamo con forza i governi e coloro che questo potere detengono nei nostri differenti paesi ad allontanare il pericolo di una catastrofe che non avrà paragone. In nessuno dei paesi immediatamente coinvolti nella minaccia della guerra le donne hanno il potere diretto di controllare i destini del loro paese. Esse si trovano sul margine di una posizione pressoché insostenibile, vedere le case, le famiglie, i figli soggetti non soltanto al rischio ma alla certezza di un immane disastro che esse non possono in nessun modo allontanare o impedire. Qualunque ne sarà il risultato, il conflitto lascerà l’umanità più povera, segnerà un passo indietro nel progresso della civiltà e costituirà un grande scacco nel graduale miglioramento delle condizioni delle grandi masse e delle persone da cui dipende il reale benessere delle nazioni. Noi donne di ventisei paesi, che ci siamo unite nell’“International Women’s Suffrage Alliance” con l’obiettivo di ottenere strumenti politici per condividere con gli uomini il potere che determina il destino delle nazioni, ci appelliamo a voi perché non lasciate intentato nessun metodo di conciliazione o di arbitraggio per risolvere le controversie internazionali, nessun metodo che possa aiutarci a prevenire l’annegamento nel sangue di metà del mondo civilizzato.2 Sono parole del manifesto che, nel luglio del 1914, il movimento politico delle donne - raccolto nella “International “Women’s Suffrage Alliance”3, la Il lavoro presenta i primi risultati di una ricerca su Tradizioni politiche, scientifiche, artistiche e sapienziali delle donne condotta da Elda Guerra, Elena Musiani, Fiorenza Tarozzi e sostenuta dall’associazione Orlando e dall’assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna. Elda Guerra si è in particolare occupata dei congressi suffragisti internazionali, Elena Musiani dell’area tedesca e francese e Fiorenza Tarozzi di quella italiana. 1 “Jus Suffragii”, vol.8, n.13, Settembre 1914. 2 Nata a Washington nel 1902, dove tenne il suo primo congresso, l’“International Women’s Suffrage Alliance” - d’ora in avanti IWSA - poneva come discriminante per l’adesione delle diverse associazioni nazionali il pronunciamento esplicito per il voto alle donne. 3 Vol. Bollettino 2006_okokok 18 20-06-2006 12:42 Pagina 18 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace più rilevante organizzazione internazionale suffragista - presentò alle ambasciate di tutti i governi presenti a Londra alla vigilia di quell’immane disastro. Come risulta evidente dalla sua lettura, la prima reazione comune fu quella di un’opposizione netta ad un evento valutato, immediatamente, nella sua drammatica portata e interpretato come una rottura della civiltà. Parole come antimilitarismo, pacifismo, non era la prima volta, comunque, che entravano nel vocabolario delle donne. Già dalle guerre di fine secolo, e ancor più allo scoppio del conflitto russo-giapponese, le donne di area socialista avevano alzato la loro voce, avevano espresso il loro dissenso attraverso la stampa e, anche, attraverso manifestazioni in piazza. Su uno dei tanti giornali femminili italiani d’inizio secolo - «La donna socialista», diretto da Ines Oddone Bitelli e uscito a Bologna nel 19054 - si leggeva: Noi non ci arrestiamo al primo ostacolo e crediamo nostro dovere invitare le donne a proseguire perseveranti nella propaganda di pace e di fratellanza che è un ideale ben più alto di quello gretto della borghesia per cui i doveri dell’umanità si arrestano ai confini della terra natia e bene spesso alla stretta cerchia della propria classe e dei propri interessi5. Pace e fratellanza, due modelli propri dell’agire delle donne che venivano dalla tradizione socialista, erano gli obiettivi da raggiungere e per i quali lottare con forza e attraverso quella pratica e quell’esercizio all’amore che era patrimonio del credo socialista. Non odiare nessuno, mia buona figliuola, perché solamente l’amore per il proprio simile deve essere nel cuore di una socialista. E poi, pensa che i nostri soldati sono sangue del nostro sangue, sono figli di lavoratori tolti alle loro famiglie, al sostentamento dei loro cari e costretti a isterilire nelle caserme le energie dei bei vent’anni, sotto il pretesto di difendere la patria6. Parole non diverse «La difesa delle lavoratrici» - giornale che aveva tra le sue collaboratrici Anna Kuliscioff, Argentina Altobelli, Maria Goia, Angelica Balabanoff - rivolgeva alle proprie lettrici nel 1914, all’esplodere del primo conflitto mondiale. “Non vogliamo la guerra sterminatrice” era lo slogan dominante; alla guerra doveva contrapporsi il profondo sentimento di umanità delle donne, e da parte delle donne socialiste doveva alzarsi con forza la bandiera della pace. 4 Del settimanale è stata curata una ristampa anastatica nel 1993 a cura del Club Olympia di Bologna per i tipi della Cappelli editore. 5 Sequestro, in “La donna socialista”, a.I, n.14, 21 ottobre 1905. 6 M. Casalini, I soldati, in “La donna socialista”, a. I, n.19, 25 novembre 1905. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 19 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 19 Donne lavoratrici! Voi che per un più alto senso di umanità, sentite più grande la rivolta contro la guerra sterminatrice, dite che sarete pronte ad ogni appello, ad ogni sacrificio, se il proletariato dovrà opporre la propria forza al volere dei dominanti! Madri proletarie! Voi che di questa immane sciagura sarete le vittime più doloranti, perché il piombo che può straziare il corpo del figlio, già strazia prima l’anima vostra e vi trascina in una vita che è peggiore della morte, giurate sul capo delle vostre creature che sarete in prima fila per la difesa della loro vita! Compagne tutte! Accorrete ai comizii, risvegliate le vostre sorelle ancora inconscie, incuorate le timorose, scuotete le rassegnate e siate vigili sentinelle della civiltà ad impedire lo scempio! E parta da questo foglio il saluto alle madri serbe che urlano il loro dolore più santo e più atroce, alle madri austriache colpite da una forza malvagia che forse ancora non sanno. E salga dalle donne nostre il voto che affratella i lavoratori in una sola fede e in una sola speranza: la fede nel socialismo e la speranza di un giorno sereno in cui il sole risplenda sopra una società di uomini redenti!7 Contro la guerra borghese, contro la guerra imperialista, occorreva alzare la voce: la guerra dei re e degli imperatori, del privilegio e della tirannide, non poteva che trovare l’opposizione di quanti non avevano privilegi, di quanti lottavano giorno per giorno per realizzare una società migliore e in pace. La guerra era un castigo per tutti, ma solo il socialismo si andava schierando a difesa dei deboli, di quanti quella guerra erano chiamati a combattere per interessi di altri: Non vogliamo guerre a nessun costo! Non daremo un soldo, né un soldato. Il proletariato è pronto con tutte le sue forze a impedire questo scempio. Noi ricordiamo in altri tempi che le donne davanti agli uomini svellevano le rotaie e vi si gettavano sopra per impedire che i treni dei soldati partissero. Si trattava dell’Africa allora, ma sarebbe ora cosa diversa? [...] Il proletariato ha una fede e una sicurezza: la fede nel socialismo che ha già tessuto le sue file di solidarietà col proletariato di tutti i paesi in pericolo, la sicurezza che i lavoratori non si faranno assassini dei lavoratori per soddisfare gli istinti barbarici di alcuni governanti8. Alle redattrici del giornale appariva fin da subito chiaro che sarebbero state le donne a vivere con maggior dolore le sofferenze di una nuova guerra, e vedevano solamente negli ideali socialisti parole di speranza e di pace; ideali attorno cui invitavano a stringersi tutte le lettrici e tutte le donne perché Solo nel socialismo che tende ad affratellare tutti i lavoratori e ad emanciparli dal capitalismo, vi è la sola salvezza dalla barbaria guerresca. Quando tutte le madri 7 Non vogliamo la guerra, in “La difesa delle lavoratrici”, a.III, n.15, 2 agosto 1914. 8 Ore di trepidazione, in “La difesa delle lavoratrici”, a.III, n.15, 2 agosto 1914. 9 Guerra al regno della guerra! I responsabili, in “La difesa delle lavoratrici”, a. III, n.16, 16 agosto 1914. Vol. Bollettino 2006_okokok 20 20-06-2006 12:42 Pagina 20 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace avranno allevati i loro figli colla nostra fede nel cuore, non sarà possibile questo travolgimento di coscienze, per cui gli uomini civili, sono diventati ad un tratto dei barbari, per cui i fratelli di ieri che lavoravano accanto fondendo le loro favelle diverse, diventano oggi gli assassini reciproci9. Parole di pace, ma anche parole di impegno e di lotta, una lotta a cui le donne erano chiamate a intervenire in prima persona e a cui non negarono il loro impegno manifestando contro una guerra “nefanda”, una guerra che strappava gli uomini alle proprie case e ai propri affetti, una guerra che significava fame e lutti, una “sanguinosa follia” che attraversava l’Europa e rompeva quella società solidale e affratellata che si era cercato di organizzare. Se i nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli, saranno obbligati a marciare al confine, per offendere in un esercito di altra nazionalità l’amore e il sangue di altre madri proletarie, ebbene: essi ci troveranno là, ritte dinnanzi a loro, ferme dinnanzi le zampe dei loro cavalli, compatta muraglia vivente dinnanzi le macchine dei loro treni in partenza ... immobili e mute ... ad attendere che essi passino sul nostro corpo10. L’atteggiamento delle donne italiane di fronte alla guerra non fu comunque unitario. Se quelle che si riconoscevano nell’area socialista e che si muovevano dal 1912 per dare vita ad una “Unione italiana delle donne socialiste” associazione che volevano mantenere nell’alveo del partito con l’obiettivo specifico però di far crescere il proletariato femminile attraverso una politica del lavoro ma anche della definizione di diritti fino ad allora negati come quello del voto e della rappresentanza - non esitarono a porsi contro la guerra e a mantenere salda la loro opposizione per tutta la durata del conflitto, diverso fu l’atteggiamento delle due maggiori associazioni femminili italiane l’“Unione femminile italiana” e il “Consiglio nazionale delle donne italiane”, le quali di fronte al precipitare degli eventi chiamarono le donne a sostenere l’impegno bellico della nazione, a non opporvisi con atteggiamenti disfattisti. L’“Unione femminile italiana”, nata a Milano nel 189911 e concepita inizialmente come organismo di coordinamento delle diverse associazioni lombarde, nel 1905 aveva assunto una dimensione nazionale e raccoglieva attorno a sé donne dell’area democratica, liberale e socialista. Si muoveva principalmente nel campo dell’assistenza e dell’impegno sociale, pur non trascurando le battaglie politiche per il suffragio, contro la prostituzione, e per i diritti delle donne. Accanto ad Ersilia Majno Bronzini, ispiratrice e anima per lungo tempo, lavoravano donne borghesi e giovani proletarie, ma con loro collabo- 10 R. Reiteri, Donne, la guerra!.., in “La difesa delle lavoratrici”, a.III, n.16, 16 agosto 1914. A. Buttafuoco, Solidarietà, emancipazionismo, cooperazione. Dall’Associazione generale delle donne all’Unione femminile nazionale, in L’audacia insolente. La cooperazione femminile 1886-1986, Venezia, Marsilio 1986, pp.79-110. 11 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 21 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 21 ravano anche donne più politicamente segnate come Anna Kuliscioff e Argentina Altobelli. Questa collaborazione si ruppe al momento dello scoppio della guerra, quando l’Unione scelse di sostenere lo “sforzo bellico” del Paese nella forma di opera di assistenza ai combattenti, alle famiglie dei richiamati, agli orfani, alle donne e agli uomini rimasti disoccupati a causa del conflitto. L’impegno dell’Unione femminile italiana si rivolse poi alla produzione di maschere antigas, lavoro che svolse come commessa assunta dal Comando militare e impegnandovi quasi tutte le socie, così come negli anni successivi si operò nella confezione di maglie di lana, di indumenti militari e di biancheria per i soldati. All’azione assistenziale l’Unione affiancò anche un impegno politico che dallo scoppio della guerra a Caporetto andò svolgendosi su toni sempre più accesi e ostili contro chi condannava la guerra - i socialisti e le socialiste, principalmente, accusati di disfattismo -, avvicinandosi sempre più all’enfasi patriottico-nazionalista. Questa scelta costò all’Unione l’allontanamento della Majno, che rimaneva fedele ai principi dell’emancipazionismo e della solidarietà femminile, ispiratori negli anni di tutta la sua azione, e non accettava la deriva filantropica di maniera che l’associazione aveva assunto e la scelta di far cadere i toni dell’attenzione nei confronti di una politica complessiva sulla condizione femminile e sull’emancipazione. Nel panorama dell’associazionismo femminile italiano apparve, all’inizio del secolo, il “Consiglio nazionale delle donne italiane”, collegato all’“International Council of Women”. Fondatrici furono donne dell’alta borghesia romana che affiancavano a deboli ideali emancipazionisti un forte spirito filantropico-assistenziale12. Diffusa su tutto il territorio nazionale, l’associazione agì a volte unitamente, a volte in modo nettamente opposto alle altre associazioni femminili italiane (l’Unione, le associazioni cattoliche, quelle socialiste). Così fu al momento dello scoppio del conflitto mondiale quando nell’ottobre del 1914, prima ancora dell’ingresso dell’Italia in guerra, la presidente della Federazione toscana del Cndi inviò alle altre associate una circolare in cui affermava di sentire «il dovere di organizzarsi onde quando disgratiamente la guerra venisse, essere pronte ad offrire alle Autorità un’opera veramente utile». Dunque ancora un’associazione femminile schierata non contro la guerra. Un’associazione di donne che, con molte probabilità, non avrebbero avuto alcun plauso da colei che le pacifiste, di qualunque parte politica, assunsero a modello, l’austriaca Bertha Von Suttner. Bertha Sophia Felicita contessa Kinsky von Chinic und Tettau era nata a Praga il 9 giugno 1843, da una famiglia di nobili tradizioni. Bertha crebbe quindi in un ambiente colto e ricevette un’educazione degna di una nobile13. F. Tarricone, L’associazionismo femminile italiano: il Consiglio nazionale delle Donne Italiane, in “Bollettino della Domus Mazziniana”, Pisa, 1971, n.2, pp. 195-215. 12 13 Cfr. B. Hamann, Bertha von Suttner: Ein Leben für den Frieden, München, Zürich, Piper, 1993 (1a ed. 1991). Vol. Bollettino 2006_okokok 22 20-06-2006 12:42 Pagina 22 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace La morte prematura del padre cambiò completamente il suo destino: giovane donna di trent’anni dovette scegliere se condurre un’esistenza appartata con una rendita modesta o agire diversamente. Bertha scelse di costruirsi il suo futuro e decise di andare a lavorare come educatrice presso la famiglia Von Suttner. Nel 1876 sposò, nonostante l’ostilità della famiglia, Arthur von Suttner. In attesa di poter celebrare le nozze, Bertha accettò l’offerta di un ricco uomo d’affari, che a Parigi cercava una donna colta che conoscesse le lingue straniere e che potesse lavorare come segretaria e che solo in seguito scoprì essere l’inventore della dinamite: Alfred Nobel. Tra i due nacque un rapporto di stima e di amicizia, testimoniato da numerose lettere e rafforzato dal comune interesse per la causa pacifista. Nonostante il matrimonio, Bertha non rinunciò alla sua scelta di vita e alla sua esigenza di conoscenza; continuò infatti ad approfondire i suoi studi, a scrivere saggi e romanzi e a viaggiare. Fu proprio in occasione di un soggiorno parigino che Bertha entrò nel salotto di Juliette Adam, redattrice della rivista liberale «La Nouvelle Revue» e donna impegnata politicamente. Il salotto di Juliette, frequentato da uomini politici e letterari fece meditare Bertha sulla situazione viennese, dove vi era una carenza di salotti internazionali e variegati come quelli parigini. Il soggiorno nella capitale francese fu per Bertha occasione per frequentare anche la casa del poeta Alphonse Daudet, dove venne in contatto con il movimento pacifista. L’atmosfera aperta e vivace della città rafforzò nella donna la convinzione che a prevalere non dovesse essere il sentimento nazionale, ma un ideale di cittadinanza universale di tutti gli uomini14. Associazioni (maschili) per la pace si erano diffuse già da qualche anno in Europa: a Londra era stata fondata da Hodgson Pratt e a Parigi da Frédéric Passy, in Italia da Ruggero Bonghi, mentre nell’area di lingua tedesca non esisteva alcuna associazione di questo tipo. L’idea di lavorare per la creazione di un movimento pacifista era già presente negli scritti di Bertha fin dal 1888; in alcuni passaggi del libro Maschinenzeitalter (Il secolo delle macchine) la scrittrice definì la guerra come “massimo della cattiveria” e “negazione dello sviluppo” . Ma fu soprattutto l’opera Die Waffen nieder (Abbasso le armi) a segnare definitivamente l’esistenza di quella che venne da quel movimento definita “Friedensbertha” (Berta della pace). L’opera in due volumi racconta in forma di autobiografia la storia di una nobildonna il cui destino è segnato dalla guerra e lo fa attraverso il racconto non tanto dei singoli avvenimenti, ma di quello delle sofferenze umane che i conflitti armati portano con sé15. La pubblicazione dell’opera venne inizialmente osteggiata e solo nel 1889 si trovò un editore di Lispia disposto a dare alle stampe quello che divenne presto una sorta di “bestseller”, tradotto in diverse lingue. 14 Cfr. B. Hamann, Bertha von Suttner, cit., p. 117. 15 Ivi, p. 126. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 23 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 23 Accanto all’attività di scrittrice Bertha continuò a mantenere contatti con gli ambienti pacifisti europei ed americani e nel 1891 riuscì nel suo scopo di creare un’associazione austriaca: a Vienna fondò - grazie al cospicuo aiuto finanziario dell’amico Alfred Nobel - la “Österreichische Friedensgesellschaft”, di cui divenne presidentessa e come tale partecipò al congresso della Pace tenutosi a Roma nel novembre dello stesso anno. Nel 1892 fondò il giornale pacifista «Die Waffen Nieder» e ne restò direttrice fino al 1899, anno in cui fu sostituito da «Friedenswarte» (L’Osservatorio della Pace) diretto dall’amico A.H. Fried, a cui Bertha collaborò con articoli e saggi fino alla morte. Lo scoppio della guerra ispano-americana nel 1898 segnò un primo momento di sconforto nella lotta di Bertha, perché la guerra veniva da quella America che la scrittrice vedeva come la patria del movimento pacifista (là erano infatti sorte negli anni ‘80 dell’Ottocento le prime associazioni pacifiste). Nel giornale «Die Waffen Nieder» scrisse infatti che “il mio massimo cruccio è che sia stata proprio quell’America un tempo culla e rifugio del movimento pacifista a scatenare il conflitto". Al tempo stesso si rese conto che in un momento storico delicato come gli anni di “fine secolo” un qualunque conflitto rischiava di “dare il segnale per lo scoppio di una guerra mondiale, di cui non si vedevano le conseguenze”16. Nel 1896 morì Alfred Nobel; nel testamento lasciò in donazione una ingente somma al movimento per la pace e un lascito di 35 milioni di corone che sarebbe dovuto servire a creare un fondo per la elargizione ogni anno di cinque premi a chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, si fosse di volta in volta distinto nella realizzazione di opere “per il bene dell’umanità” nella Fisica, Chimica, Medicina, Letteratura e uno in particolare per chi (uomo o donna e questo lo sottolinea lo stesso Nobel) si fosse impegnato per “la fraternizzazione dell’umanità, la diminuzione degli eserciti e la creazione di congressi della pace”. Queste parole erano chiaramente dirette all’amica Bertha von Suttner, la quale fu, nel 1905, la prima donna a ricevere il premio Nobel per la pace. Bertha riceveva il premio in un momento significativo del corso del processo di pace, quando in Europa ancora non si erano spenti gli echi della guerra russo-giapponese e della rivoluzione che ne era seguita nell’impero zarista. Il 18 aprile 1906, in occasione della lezione tenuta per il Nobel, Bertha lesse un discorso da cui emerse con evidenza la lucidità con cui la donna interpretava il momento storico contemporaneo e capiva che nonostante l’America rappresentasse la patria della modernità e delle idee nuove, in quegli anni era ancora l’Europa a dover giocare la carta principale: spettava infatti al vecchio continente di scegliere se “diventare uno scenario di rovine e fallimenti o se optare al contrario per un futuro di pace e sicurezza”. L’Europa scelse la rovina e la distruzione di quel “mondo di ieri” in cui Bertha era nata e che per anni aveva cercato di salvare da quel destino descrit- 16 Ivi, p. 192. Vol. Bollettino 2006_okokok 24 20-06-2006 12:42 Pagina 24 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace to così efficacemente da un altro autore mitteleuropeo: Ed ecco che il 28 giugno 1914 echeggiò la rivoltellata di Saraievo, la quale in un attimo solo mandò in frantumi, quasi fosse un vaso vuoto di coccio, il mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora17. Bertha von Suttner morì, quasi non volesse assistere a quella rottura, il 21 giugno 1914, ma non smise mai di lottare fino all’ultimo per la causa pacifista e per questo le donne che negli anni successivi ne raccolsero l’eredità, la riconobbero sempre come modello di speranza e di combattività. Con l’inizio delle operazioni militari, l’occupazione tedesca del Belgio e della Francia e la dichiarazione di guerra inglese contro la Germania nella maggior parte delle associazioni suffragiste nazionali prevalse il richiamo al sostegno del fronte interno. Ma questa non fu l’unica posizione. Il 28 aprile 1915 a La Hague (L’Aja), in Olanda, paese neutrale, s’incontrarono per il Congresso Internazionale delle donne 1187 delegate delle stesse associazioni provenienti da 12 paesi belligeranti e non. L’appuntamento, previsto come il consueto meeting biennale dell’ IWSA, nel corso degli eventi si trasformò nell’atto di nascita di una nuova tendenza nell’ambito del movimento politico delle donne del tempo: il femminismo pacifista. Il convegno fu preparato da un gruppo ristretto incontratosi ad Amsterdam nel febbraio precedente. La sua organizzazione fu affidata ad Aletta Jacobs, tra le prime donne laureate in medicina e presidente della “Dutch Association for Woman’s Suffrage”, e a Crystal MacMillan (aderente alla “National Union of Women’s Suffrage Societies”), sostenute da un gruppo ristretto che s’impegnò con grande tenacia nella raccolta dei fondi necessari e nel superamento delle innumerevoli difficoltà politiche e logistiche legate alla realizzazione di un incontro internazionale in piena guerra. Il significato di quella straordinaria partecipazione venne riassunto dalle parole di una donna tedesca, Anita Augsburg che assieme ad altre aveva preso le distanze dall’appoggio esplicito alla guerra dato dalla “Bund deutscher Frauenvereine”: “stringersi le mani da sorelle, al di là della guerra delle nazioni”18. Al momento dello scoppio del conflitto mondiale il movimento femminile tedesco era diviso tra un’ala socialista e una parte cosiddetta “borghese” riunita nel “Bund deutscher Frauenvereine”. Nel 1914 uscì un quaderno dal titolo Der Krieg und die Frau scritto da Gertrud Bäumer (presidentessa del Bund) la quale affermava il dovere patriottico della donna tedesca di sostenere lo sforzo bellico della nazione in tutti i modi possibili: come moglie, come 17 S. Zweig, Il mondo di ieri, Milano, A. Mondadori , 1994 (1a ed. 1946), p. 172. 18 Lettera all’International Women’s Suffrage Alliance, firmata da Anita Augsburg, Lida Heymann, Stora Max, Maria Holma Opertel delle sezioni della Woman Suffrage Society di Amburgo, Norimberga e del Baden-Baden, pubblicata in “Jus Suffragii”, dicembre 1914. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 25 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 25 madre e come donna attiva nella società. Lo scoppio della guerra e ancora di più i mesi che seguirono, portatori di morte e dolore, segnarono tuttavia una divisione profonda all’interno del movimento poiché vi furono numerosi episodi di donne che non aderirono al sostegno patriottico della guerra proclamato dal Bund. Ne sono un esempio la biografia di Anna Pöhland, la quale insieme al marito diede vita a numerose manifestazioni per la pace19. Ancora più esemplare l’azione di Anita Augspurg la quale, come affermato, aderì alle posizioni espresse dal congresso di La Hague. Anche in Austria lo scoppio della guerra viene accolto con toni patriottici e Marianne Hainisch (presidentessa del “Bund österreichischer Frauenvereine”) scrive un editoriale sulla rivista dell’associazione in cui afferma che nonostante l’Austria sia stata “costretta alla guerra” le donne devono combattere per difendere “l’orgoglio austriaco”20. Presidente del congresso venne nominata la statunitense Jane Addams, pacifista, emancipazionista e riformatrice sociale, fondatrice della Chicago Hull, uno dei più importanti centri per l’accoglienza e il miglioramento delle condizioni di vita degli immigrati. Azione per la soluzione pacifica delle controversie internazionali, ricerca di ciò che accomuna i popoli dei differenti paesi, convinti ognuno di stare combattendo per la propria difesa, uguali diritti politici tra uomini e donne furono i punti chiave delle risoluzioni approvate unitamente all’impegno di convocare, immediatamente dopo la fine della guerra, un altro congresso per far sentire la voce delle donne rispetto alle condizioni della pace. Sarebbero trascorsi molti anni perché ciò avvenisse: il successivo congresso si svolse infatti a Zurigo nel maggio del 1919. Nel 1918, al termine del conflitto, di nuovo, le donne unite nell’ “International Women’s Suffrage Alliance” facevano sentire la loro voce attraverso l’editoriale del numero di dicembre del periodico dell’organizzazione, scritto da Mary Sheepshanks, convinta pacifista e redattrice del giornale fin dal 1913: Ma almeno il suicidio internazionale organizzato è finito; un sanguinoso capitolo della storia è chiuso; e se i popoli del mondo hanno la volontà e l’intelligenza di affrontare i problemi che stanno loro di fronte, un nuovo migliore capitolo può essere aperto. In ogni paese le donne hanno svolto la loro parte nel sostenere la politica nazionale e nel provvedere alla loro esistenza sul piano economico. Nel fare questo hanno ottenuto accesso a lavori riservati agli uomini. Ciò ha rappresentato un grande guadagno in termini di esperienza e di possibilità, ma ciò è avvenuto in una posizione politica subordinata. Le donne devono assumere una parte di direzione nella storia del futuro. Il terribile orrore a cui governi egoisti e .... hanno condotto la “civilizzata” 19 20 Cfr. Der Erste Weltkrieg, Berlin, Rowohlt, 2004, pp. 165-202. “Der Bund. Zentralblatt des Bundes österreichischer Frauenvereine”, Hf. 8, Ottobre 1914. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 26 12:42 Pagina 26 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace Europa (e in cui hanno coinvolto migliaia di “incivili” asiatici e africani nella distruzione generale) deve incentivare le donne a rivendicare la loro piena partecipazione per un mondo migliore... Ci è stato detto che gli affari esteri non riguardano le donne, ma in effetti essi erano trattati non solo come se non appartenessero alle donne, ma come se non appartenessero generalmente agli uomini e fossero affare solo delle corti e delle diplomazie. Tutto questo sta rapidamente cambiando. La democrazia, la massa delle genti, ha sofferto ed è morta obbedendo ai governi che hanno costruito politiche che... hanno prodotto la più devastante guerra della storia; ma avendo pagato questo prezzo, la democrazia ora richiede il controllo sui propri destini.21 Ritroviamo in queste parole l’eco del Manifesto pubblicato all’inizio della guerra, cui si aggiunge una diversa sottolineatura della necessità che le donne siano messe in grado di partecipare ai processi decisionali. Tale diversità sta nel nesso, posto con chiarezza, tra donne, democrazia, governo dei propri destini e nell’indicazione di un programma di azione per gli anni a venire. Tale programma comprendeva la richiesta rivolta ai governi della trasparenza delle informazioni e delle politiche, il disarmo, l’insegnamento, in ogni luogo, di un “sound” di internazionalismo e di umanità e l’attenzione al rapporto con altre popolazioni appartenenti a diverse culture che così veniva ulteriormente esplicitato: Noi ci opponiamo all’avidità mascherata da patriottismo e mettiamo la felicità e il benessere delle masse prima delle ambizioni territoriali ed economiche. Nei paesi sottosviluppati noi siamo per la protezione dei diritti dei nativi.22 La tendenza pacifista già presente, come si è visto, nell’ambito della cultura politica dei movimenti delle donne di inizio secolo, si delineò in modo sempre più netto nel periodo tra le due guerre attraverso l’elaborazione di un specifico discorso rispetto al sistema delle relazioni internazionali e ai metodi per la soluzione non violenta delle controversie tra paesi e nazionalità ed assunse un rilievo significativo tra le organizzazioni internazionali delle donne, attive in quegli anni sulla scena pubblica. In questa prospettiva, il congresso prefigurato a La Hague, e svoltosi a Zurigo nel maggio del 1919, costituì un punto di svolta di grande rilevanza in quanto nel corso di esso venne formalizzata la nascita della “Women’s International League for Peace and Freedom”23, esito dell’ “International Committee for Permanent Peace” che era stato il prodotto di quel primo appuntamento e che con estrema difficoltà aveva continuato ad operare nel 21 Mary Sheepshanks, Peace, in “The International Women’s Suffrage News”, vol.13, n.3. dicembre 1918, p.25. 22 Ivi, p.26. 23 D’ora in avanti WILPF. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 27 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 27 corso della guerra per alleviare le sofferenze della popolazione e accelerare la fine del conflitto. Consapevolmente minoritarie nei confronti dei governi e della pubblica opinione, le pacifiste scelsero di incontrarsi nella città svizzera contemporaneamente all’inizio della Conferenza di Parigi, per fare sentire la loro voce rispetto alle condizioni della pace. Di nuovo, due anni dopo, si ritrovarono a Vienna, città che anche nella nuova Repubblica portava i segni della sconfitta dell’antico Impero e viveva assieme agli uomini e alle donne che la popolavano un difficile dopoguerra con tutto il peso delle sanzioni previste dal trattato di pace. Anche a questi appuntamenti furono presenti delegate di molti paesi europei e non24. Tra queste ritroviamo le promotrici dell’incontro di La Hague: Jane Addams, Aletta Jacobs, Christal MacMillan, Anita Augsburg25, assieme a molte altre esponenti del movimento suffragista e delle diverse associazioni femminili. Una nuova presenza fu costituita dalle francesi, assenti a La Hague, in quanto le associazioni suffragiste di quel paese, di fronte all’invasione tedesca, avevano immediatamente aderito all’Union Sacrèe. In Francia l’associazionismo femminile era stato attivo fin dal 1870, anche se diviso in diverse correnti. La prima forma di unione si ebbe nel 1901 quando un gruppo di donne appartenenti alla borghesia protestante e filantropica decise di dare vita al “Conseil National des Femmes Françaises”, presieduto da Sarah Monod, con l’idea di sostenere il governo repubblicano e di occuparsi della sorte delle donne e dei bambini nel rispetto della legalità26. Il Consiglio prese fin da subito posizione anche nei confronti del pacifismo: in occasione di una assemblea generale si faceva infatti appello affinché il governo francese ricorresse all’arbitrato per risolvere i conflitti internazionali27. Un primo momento di riflessione scaturì tuttavia dallo scoppio della guerra russo-giapponese, che venne letta in modo preoccupante dalle donne e in modo particolare in Francia, dove era ancora viva la memoria delle morti e delle sofferenze provocate dal conflitto del 1870. Nel 1905 uscì il primo numero de «La Paix par les femmes», organo internazionale dell’associazione “La 24 Sono presenti delegate provenienti dai seguenti paesi: Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Danimarca,Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Messico, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Polonia, Svezia, Svizzera, U.S.A, e Uruguay. In seguito al congresso di Zurigo la Augspurg fondò, insieme ad altre donne, la sezione tedesca della WILPF, mentre in Austria la sezione austriaca venne fondata dalla scrittrice ed attivista Rosa Mayreder. 25 26 Per una storia del movimento femminista francese cfr. L.Klejman, F. Rochefort, L’égalité en marche. Le feminisme sous la troisième République, Paris, s.n., 1987; C. Bard, Les Filles de Marianne. Histoire des féminismes 1914-1940, Paris, Fayard, 1995. 27 “Bulletin du Conseil Nationalm des femmes françaises”, Assemblée générale, 17 Maggio 1903. Vol. Bollettino 2006_okokok 28 20-06-2006 12:42 Pagina 28 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace Paix et le desarmement par les femmes”, organizzazione fondata nel 1899 da Camille Flammarion con lo scopo preciso di fermare le guerre. Bisogna che i governi e le diplomazie europee si fermino immediatamente e facciano marcia indietro per ritornare sulla strada della civiltà e del diritto. [...] Bisogna che questo sia il secolo della pace e non un secolo aperto alle guerre di razze che combattono guerre sanguinose contro altre razze28. Le donne si volevano unire per impedire di vedere ancora morire mariti e figli e il giornale si pose quindi come strumento di lotta per ottenere l’introduzione dell’arbitrato, la pace e il disarmo. Noi vogliomo ottenere una pace duratura attraverso la sostituzione progressiva dell’arbitrato alle guerre, che causano da tempo la crescita delle tasse e sono causa di rovina per tutte le nazioni. Se ci affideremo alle donne - poiché è ad esse che è affidata la prima educazione dei bambini e se questi vengono cresciuti nella stima dei grandi valori intellettuali e morali - noi avremo la speranza di poter ottenere nel corso di qualche generazione un reale perfezionamento dell’umanità29. Lo scoppio del primo conflitto mondiale segnò tuttavia una rottura con il pensiero e le azioni precedenti: le principali associazioni femminili si schierarono infatti sul fronte patriottico e aderirono all’Union Sacrée in difesa della Repubblica. Marguerite Durand, pioniera del movimento femminile, fece riapparire «La Fronde» (che era nato nel 1897 e cessato nel 1905) “non per reclamare dei diritti politici ma per aiutare le donne a compiere il loro dovere sociale". Dal momento poi che le donne non potevano imbracciare le armi si utilizzarono le strutture associative esistenti al servizio della nazione: le donne si riunirono quindi per cucire insieme e si occuparono al contempo dei soldati e delle famiglie dei dispersi. Per lo stesso motivo nel momento in cui le donne si riunirono a La Hague in congresso per protestare contro la guerra, il “Conseil National des Femmes Françaises” declinò l’invito, argomentando che approvava l’intenzione generale ma non accettava una pace prematura e rifiutava inoltre un incontro con le donne di paesi nemici. Da questa posizione presero tuttavia le distanze alcune singole personalità, prima fra tutte Gabrielle Duchêne30. Nata da una famiglia benestante, le venne impartita una educazione seria e rispettosa delle regole e dei doveri morali. Per uscire dalla chiusura dell’ambiente familiare Gabrielle si sposò a M. Petitepierre, La guerre Russo-japonaise & la diplomatie européenne, “La Paix par les Femmes”, Agosto 1905. 28 29 A nos lectrices et lecteures, “La Paix par les Femmes” , n. 1, Aprile 1905. Sulla biografia di Gabrielle Duchêne si veda il ricco Dossier conservato alla biblioteca Marguerite Durand di Parigi ed in particolare la voce a lei dedicata sul Dictionaire Biographique du mouvement ouvrier français, diretto da Jean Maitron, parte 4, 1914-39 e la terza parte del libro: N. Ingram, The politics of dissent: Pacifism in France 1919-1939, Oxford, Clarendon Press, 1991. 30 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 29 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 29 diciotto anni e cominciò a viaggiare insieme al marito. Lo scoppio dell’affaire Dreyfus segnò la prima seria presa di posizione della Duchêne, la quale cominciò ad interessarsi al problema della giustizia sociale e dello sfruttamento del lavoro a domicilio femminile; dalla vicinanza con questi problemi nacque l’idea di fondare una cooperativa di lingères destinata ad eliminare gli intermediari nelle trattative ed assicurare così un salario adeguato alle donne. Questa esperienza la avvicinò al sindacalismo tanto che nel 1913 le venne affidata la direzione della Sezione del Lavoro del “Conseil National des femmes françaises”. Lo scoppio della prima guerra mondiale la colpì profondamente; Gabrielle si occupò del problema della disoccupazione femminile e creò anche degli ateliers per le operaie senza lavoro, ma fu il congresso per la pace di La Hague a segnare definitivamente il suo passaggio alla lotta per porre termine alla guerra. Gabrielle non potè partecipare direttamente ai lavori del congresso ma, venuta a conoscenza che in quella sede era stato deciso di fondare una Lega per la pace permanente, decise di creare una sezione francese di quella lega, la quale cominciò a tenere le riunioni nell’appartamento parigino di Gabrielle, in rue Fondary. Venne pubblicata una brochure contro la guerra ma il governo ne impedì la diffusione e Gabrielle venne accusata di attacco alla difesa nazionale. Notiamo intanto che questa è diversa da tutte le guerre precedenti. Non è più una guerra rapida, quando dopo qualche manovra e qualche battaglia, uno degli avversari si dichiarava vinto; questa è una guerra infinita e oscura, guerra di trincea, guerra di immobilità, dove ogni avversario si attacca al terreno e combatte strenuamente, deciso a morire piuttosto che indietreggiare. [...] Tale è questa guerra, guerra senza soluzione possibile e guerra sterile per l’avvenire. La pace non arriverà da sola: Non bisogna aspettarla come un miracolo; bisogna prepararla come un’opera degli uomini, che giungerà solo con lo sforzo di tutti31. Il comitato della rue Fondary non riuscì tuttavia a divenire il polo d’attrazione del pacifismo femminile francese e a causa della sua posizione pacifista la Duchêne venne espulsa dal “Conseil National des Femmes Françaises”, ma la sua non restò una voce isolata. Vi erano infatti donne che fin dall’inizio della guerra avevano mostrato una posizione fermamente pacifista: Louise Samoneau ad esempio fu la sola francese a partecipare alla conferenza internazionale delle donne socialiste a Berna nel marzo 1915. Non mancarono poi alcuni casi esemplari come testimonia la biografia di Hélène Brion: istitutrice e militante femminista, dopo l’inizio delle ostilità Hélène fece circolare dei volantini pacifisti; il 17 novembre 1917 venne arrestata per propaganda “disfattista ed antimilitarista” e additata dalla stampa locale come persona 31 Un devoir urgent pour les femmes, Section française du Comité International des femmes pour la Paix permanente, 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 30 20-06-2006 12:42 Pagina 30 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace “anormale” perchè vestita sempre in modo maschile. Hélène fu giudicata colpevole e condannata a tre anni di prigione con la condizionale32. Al termine del conflitto le donne si resero conto che la loro condizione civile e politica non era mutata. I gruppi femministi si riorganizzarono ed accettarono nuove sfide come la cura delle vedove e degli orfani di guerra, mentre ci furono anche esempi di donne, che decisero di dedicare la loro esistenza al conseguimento di una pace internazionale e per quasto si erano organizzate, come già detto, nella “Women’s International League for Peace and Freedom”. Le finalità della WILPF vennero espresse in modo semplice e sintetico nell’atto costitutivo: “organizzare il sostegno per le risoluzioni approvate al Congresso internazionale delle donne di La Hague e di Zurigo, nonché ai movimenti per lo sviluppo della pace, dell’internazionalismo e della libertà delle donne.” Suoi membri potevano essere tutte le associazioni nazionali nate in paesi liberi o oppressi od anche promosse da minoranze presenti nei diversi Stati nazionali, che aspiravano al loro pieno riconoscimento. Successivamente, al congresso di Vienna, queste finalità vennero meglio articolate con l’individuazione di tre obiettivi: “1. la creazione di mutua cooperazione e benevolenza reciproca in cui tutte le guerre saranno impossibili; 2. la realizzazione dell’uguaglianza politica, sociale e morale tra uomini e donne; 3. l’introduzione di questi principi in tutti i sistemi educativi.”33 La riaffermazione dei diritti delle donne si intrecciò dunque, nella “Women’s International League”, all’elaborazione e all’affermazione di pratiche di pace in quanto connaturate, per usare le parole pronunciate da Jane Addams nel discorso di apertura del congresso di Vienna, all’essenza stessa dell’umanità: In contrasto con gli insegnamenti pseudoscientifici e del fatto che siamo così vicini alla Grande Guerra con i suoi milioni di morti, noi osiamo affermare che la guerra non è un’attività naturale per l’umanità; che anzi è abnorme, sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista biologico, che larghe masse di uomini debbano combattere contro altre masse (...). Noi dichiariamo che la tendenza naturale dell’umanità è di stabilire relazioni amichevoli con gruppi sempre più larghi e di vivere una vita sempre più elevata e più lunga. 34 Le considerazioni della Addams e l’insieme dell’elaborazione condotta da questa gruppo di donne femministe e pacifiste andavano oltre l’orizzonte, pure diffuso nelle argomentazioni presenti in diversi interventi, del rapporto 32 Per la biografia e gli articoli riguardanti Hélène Brion cfr. il Dossier Brion alla biblioteca Marguerite Durand di Parigi. 33 Women’s International League for Peace and Freedom, Report of Third International Congress of Women, Vienna, July 10-17, 1921, p.254. 34 Ivi, p. 2. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 31 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 31 “naturale” delle donne con la pace legato al loro essere madri, per porsi su un piano più preciso di discorso e azione politica. Tre ne erano i punti chiave. Veniva, in primo luogo, affermato il dato di principio secondo il quale la guerra è contraria non solo alle donne ma all’intera umanità, dato di principio da cui conseguiva una visione tesa a costruire per uomini e donne una “cittadinanza mondiale”. Si collocava, in questa prospettiva, il rifiuto di ogni forma di razzismo e del concetto di superiorità di un individuo, di un gruppo o di una razza su un altro individuo, un altro gruppo, un’altra razza. La richiesta di uguali diritti per le donne veniva così ad intrecciarsi a quella dell’abolizione di tutte le discriminazioni legate al colore o alla razza. Noi crediamo che nessun essere umano debba essere privato dell’accesso all’educazione, impedito dal guadagnarsi la vita, escluso rispetto a qualunque attività in cui desideri impegnarsi, o sottoposto a qualsivoglia umiliazione sulla base della razza o del colore.35 Recitava, per citare un solo esempio, una delle risoluzioni finali del Congresso di Zurigo, immediatamente seguita da un’ulteriore risoluzione a titolo The Jews, secondo la quale nessuna restrizione dei diritti civili o politici avrebbe dovuto essere perpetrata nei confronti degli ebrei, a causa della loro razza36. In secondo luogo, veniva data grande importanza ai progetti educativi. Si trattava, per questo gruppo di donne, di andare verso forme più alte di civiltà e di creare per usare le loro parole “uno spirito internazionale attraverso l’educazione.”, vale a dire verso quell’essere cittadini del mondo che percorre tutto il pensiero e il programma della WILPF. La costruzione degli Stati-Nazione aveva portato con sé la storia nazionale come base della formazione del cittadino: a questo erano improntati i libri di testo, le letture, gli exempla. La richiesta delle pacifiste era di uscire da questi confini, di eliminare dai manuali scolastici le affermazioni lesive della dignità di altri popoli, di proporre lo studio delle civiltà, di leggere accanto alle letterature nazionali altre letterature, di promuovere scambi internazionali tra insegnanti e studenti di diversi paesi assieme alla studio delle lingue e per quanto possibile alla creazione di una lingua comune. Il terzo grande tema era l’azione politica rispetto alle relazioni internazionali. Esso veniva affrontato sotto tre aspetti: la valutazione e la presa di posizione su quello che stava avvenendo in Europa; la pressione sui governi per il potenziamento degli organismi internazionali e per la presenza delle donne 35 Women’s International League for Peace and Freedom, Report of the International Congress of Women, Zurich, cit., p.260-61. 36 Ibidem. Vol. Bollettino 2006_okokok 32 20-06-2006 12:42 Pagina 32 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace all’interno di questi ultimi; l’approfondimento del problema teorico e pratico dei mezzi per affrontare in termini non violenti le controversie internazionali. Il giudizio sui processi rivoluzionari, di cambiamento di regime, avvenuti al termine della guerra in molti Stati europei costituì un primo nodo da dipanare rispetto ad un pensiero pacifista ma, al tempo stesso, favorevole a mutamenti volti a portare verso la costituzione di democrazie sociali. Esemplare, rispetto alla sua complessità, fu il giudizio espresso sulla Rivoluzione d’ottobre in Russia. Da un lato, infatti, si sottolineò il diritto all’autodeterminazione dei popoli con la richiesta di cessare ogni forma di intervento e di guerra non dichiarata contro gli eventi in corso in quel paese; dall’altro, pur esprimendo favore e partecipazione rispetto ai lavoratori “che si stavano sollevando in ogni parte del mondo per porre fine allo sfruttamento”, tuttavia le “donne presenti al congresso” riaffermarono “la loro fiducia nei metodi pacifici” ritenendo “loro specifico compito (...) dare avvertimenti contro la violenza da ogni parte essa provenisse.”37 Per quanto attiene alle pressioni sui governi, le richieste furono molto esplicite e nel corso del Congresso vennero telegrafate una serie di risoluzioni ai rappresentanti riuniti nella Conferenza di pace a Parigi38. Si chiese di prendere immediati provvedimenti nei confronti della carestia, della pestilenza e della disoccupazione che affliggevano gran parte dell’Europa e dell’Asia. Furono posti in discussione i termini della pace proposti a Versailles. La critica fu molto aspra per la durezza delle condizioni imposte agli sconfitti che avrebbero condannato: “milioni di persone e un’intera generazione nel cuore stesso dell’Europa alla povertà, alla malattia, alla disperazione”39. Vennero richiamati il rispetto dei 14 punti di Wilson e l’impegno a che la Lega delle Nazioni potesse costituire un efficace strumento di pace e prevenzione delle future guerre. L’ultimo punto riguardò l’inserimento nei trattati di pace di una “Carta delle donne” basata sul riconoscimento che “la naturale relazione tra gli uomini e le donne è quella della interdipendenza e della mutua cooperazione”, per cui “ è offensivo nei confronti della comunità condannare le donne in una posizione di dipendenza, scoraggiare la loro formazione e il loro potenziamento, limitare le loro opportunità.”40 37 Women’s International League for Peace e Freedom, Report of the International Congress of Women, Zurich, may 12 to 17, 1919, p.259 Una delegazione composta da Jane Addams, Charlotte Despard, Gabrielle Duchéne, Rosa Genoni, Clara Ragaz e Christal MacMillan viene poi incaricata di far pervenire in quella sede l’insieme delle decisioni del Congresso. 38 39 Women’s International League for Peace e Freedom, Report of the International Congress of Women, cit., p.260. 40 Ivi, p. 263. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 33 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 33 Infine le culture e le pratiche del pacifismo. Già nei manifesti scritti per fermare la guerra veniva ribadita la necessità di non lasciare inesplorato o intentato qualsiasi mezzo utile alla soluzione pacifica delle controversie internazionali. A Zurigo e soprattutto a Vienna il discorso venne maggiormente articolato attraverso la riflessione sulle azioni e sulle teorie della resistenza passiva e della non-violenza. La scelta di Vienna per il secondo congresso - una città dove, come disse Yella Hertza, la rappresentante austriaca nell’accogliere le delegate, solo l’ascolto della musica consentiva di superare le asprezze del presente - rappresentò di per sé una scelta importante di pacificazione. Qui venne ribadita la necessità di rivedere i trattati di pace, di abolire le sanzioni comminate alla Germania e si insistette affinché la Lega delle Nazioni usasse la sua autorità per la soluzione delle controversie in corso e, soprattutto, in vista della prossima conferenza sul disarmo, sulla richiesta del disarmo totale. Tutti questi temi ritornarono nei congressi successivi della WILPF e furono costantemente presenti, in particolare anche nell’IWSA, divenuta, dopo l’ottenimento del suffragio in molti paesi europei e non, l’ “International Women’s Alliance for Suffrage and Equal Citizenship”41. Per tutti gli anni Venti la speranza della pace rimase e le organizzazioni internazionali delle donne si mossero per renderla operante: l’assegnazione, nel 1931, a Jane Addams del premio Nobel per la pace assunse il valore simbolico del riconoscimento di un impegno individuale e collettivo. 41 Conosciuta come IWA. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 34 12:42 Pagina 34 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 1. Jane Addams Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 35 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 2. Anna Kuliscioff 3. Argentina Altobelli 35 Vol. Bollettino 2006_okokok 36 20-06-2006 12:42 Pagina 36 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 4. Bertha von Suttner 5. Bertha von Suttner al momento del conferimento del Premio Nobel per la Pace, 1905 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 37 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 6. “La donna socialista”, 9 settembre 1905 37 Vol. Bollettino 2006_okokok 38 20-06-2006 12:42 Pagina 38 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 7. Apertura del XV Congresso Universale della Pace cui partecipò Bertha von Suttner, Monaco di Baviera 1902 8. “La difesa delle lavoratrici”, 2 agosto 1914 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 39 Donne contro la Guerra. Donne per la Pace 9. Giuseppe Scalarini, La guerra, 7 agosto 1914 10. Congresso dell’International Women’s Suffrage Alliance, l’Aja, 1915 39 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 40 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 41 IL NEMICO IN CASA. I PRIGIONIERI AUSTRO-UNGARICI IN ITALIA NELLA GRANDE GUERRA. di Paolo Antolini Introduzione La prigionia di guerra nel primo conflitto mondiale: una pagina dimenticata. Protagonisti di una tragedia inferiore, esclusi dal mito, sospettati spesso di tradimento, centinaia di migliaia di uomini affollarono i campi di internamento di tutta l’Europa in attesa della pace, una esperienza vissuta da quasi 9 milioni di persone tra il 1914 ed il 1919, poi completamente rimossa. In particolare ci chiediamo quale fu il trattamento che l’Italia riservò ai prigionieri nemici, come venivano tradotti dalla prima linea fino ai campi di internamento, quale fu il loro peso nell’economia di guerra, come vennero accettati dalle popolazioni locali, com’era la giornata tipo del prigioniero di guerra...1 Note generali L’illusione della guerra breve fece sottovalutare il problema dei prigionieri; al momento della dichiarazione di guerra all’Austria il Comando Supremo Italiano (C.S.I.) non aveva un piano preciso in proposito, così che il primo campo di prigionia in Italia fu collocato entro la cittadella militare di Alessandria. In seguito, dopo le disposizioni del Generale Carlo Porro, comandante della Intendenza Generale dell’Esercito, vennero adibiti a campi di internamento una serie di strutture antiche, già utilizzate per scopi simili fin dall’epoca napoleonica (castelli, caserme, conventi). Quando tramontò l’idea della “guerra lampo”, si dovette procedere alla identificazione dei luoghi di prima concentrazione nelle retrovie e poi del vero e proprio internamento lontano dal fronte e furono gli stessi prigionieri a completare i campi, adattandoli di volta in volta al numero crescente di internati. In base all’Art. 8 del Trattato dell’Aja i prigionieri erano in carico alla nazione che li aveva catturati, che doveva fornire il cibo ed un corredo che Abbiamo provato a rispondere, con la collaborazione del Museo Civico del Risorgimento di Bologna, utilizzando la documentazione dell’Archivio di Stato di Bologna, ed alcune letture, tra le quali G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Roma, Editori Riuniti, 1993 ed il recente A. Tortato, La prigionia di guerra in Italia, Milano, Mursia, 2004. 1 Vol. Bollettino 2006_okokok 42 20-06-2006 12:42 Pagina 42 Il nemico in casa comprendeva tra l’altro 2 cravatte di tela, 3 camicie, un farsetto, 2 mutande, pezzuole da piedi, fazzoletti, 1 mantellina e 2 paia di scarpe; in mancanza della divisa vera e propria, al prigioniero ne veniva consegnata una italiana senza mostrine, da prelevare dal deposito del reggimento che li aveva catturati, in panno grigio verde per l’inverno e in cotone kaki per l’estate. Con il protrarsi del conflitto, crebbe in tale misura il numero dei prigionieri che fu ben presto impossibile, per tutti gli stati belligeranti, rispettare i trattati internazionali che prevedevano, appunto, il sostentamento dei prigionieri a carico della nazione detentrice; l’art.15 del trattato dell’Aja autorizzava solo invii di aiuti da parte di privati cittadini (i parenti, le associazioni), ma nel 1916 Francia ed Inghilterra arrivarono ad accordarsi con la Germania per l’invio collettivo di viveri e vestiario. L’Italia manifestò subito una certa ritrosia nell’accettare queste novità, considerando la fame un buon deterrente alla diserzione del soldato in trincea; paradossalmente si ottenne il risultato che in Italia il soldato austro ungarico non patì mai la fame, al contrario degli italiani detenuti nei vari campi dell’Impero austriaco. Questa rigida applicazione dell’art.15 del trattato dell’Aja costerà a fine guerra la vita a 100.000 soldati italiani prigionieri, come ben mette in evidenza Giovanna Procacci nel suo Soldati e prigionieri Italiani nella Grande Guerra. A conferma dell’atteggiamento italiano, presso l’Archivio di Stato di Bologna, si trova una nota “riservatissima” del Ministero dell’Interno del 25 maggio 1917, indirizzata al Prefetto Vincenzo Quaranta, che recita Oggetto: invio dei soccorsi ai prigionieri di guerra. Il Comando Supremo del Regio Esercito ed il Ministero della guerra, nell’intento di impedire che tra le truppe si diffonda il convincimento che presso il nemico sia possibile trovare condizioni tollerabili di vita, hanno fatto insistentemente presente la necessità che non si faccia alcuna pubblicità sull’invio di soccorsi ai nostri soldati prigionieri in Austria. Sarà anzi necessario che gli eventuali invii di soccorso avvengano nel modo più riservato. In pratica un tentativo di boicottare anche l’invio dei pacchi delle famiglie tramite la Croce Rossa. Sia l’Italia che l’Austria utilizzarono la prigionia di guerra come arma propagandistica, diffondendo in trincea voci di spaventose sevizie corporali e inenarrabili privazioni nei campi di prigionia; si voleva far credere che la resa al nemico non salvava la vita ma prolungava solo l’agonia. Significativa al proposito la lettera di un prigioniero polacco: la propaganda di odio, vendetta, menzogne e terrore fatta dai nostri ufficiali sul fronte italiano, fa sì che ogni soldato si tramuti in eroe e lotti sino allo stremo. Io stesso prestai fede a queste menzogne e mi difesi più che potei pur di non cadere prigioniero e dopo catturato attendevo rassegnato i colpi di frusta. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 43 Il nemico in casa 43 Sempre a scopo di propaganda i prigionieri venivano fatti sfilare nelle strade delle città in cui sostavano durante i trasferimenti: a Bologna se ne ebbe un esempio con la sfilata di 24 ufficiali e 600 soldati, dalla stazione ferroviaria alla caserma Da Via, avvenuta il 15 luglio 1916. I nuovi trattati. La guerra russo-giapponese (1904-1905) costrinse l’Europa a rivedere tutti i trattati che in qualche modo avevano fino ad allora regolarmentato le guerre. Nel 1907, 14 paesi Europei si riunirono in Olanda, a l’Aja, per dar vita ad una conferenza di Pace che recepisse le novità emerse in quel conflitto. Il capitolo II° del nuovo trattato affrontava il problema dei prigionieri di guerra, con una serie di articoli che, una volta recepiti dall’Italia, diedero vita alla normativa specifica edita dalla Intendenza Generale dell’Esercito del Generale Porro, intesa a regolamentare ogni aspetto della prigionia. Ecco i principali articoli: Conferenza di pace dell’Aja, 1907 Cap. II° dei prigionieri di guerra, principali articoli Art. 4 i prigionieri di guerra sono soggetti al potere del governo nemico, non a quello degli individui o reparti che li hanno catturati. Devono essere trattati con umanità. Tutti i beni personali che a loro appartengono, eccetto le armi, i cavalli e i documenti militari, restano di loro proprietà. Art. 6 Lo stato può utilizzare come lavoratori i prigionieri di guerra, secondo le loro capacità ed attitudini, ad eccezione degli ufficiali. I lavori prestati per lo stato sono pagati con la stessa tariffa in vigore per i militari dell’esercito nazionale. Quando i lavori sono eseguiti per conto di privati, le condizioni di pagamento sono regolate con l’autorità militare. Il salario dei prigionieri contribuirà a migliorare le loro condizioni. Art. 8 Il governo in carica nel periodo in cui vengono trattenuti i prigionieri è responsabile del loro mantenimento. In mancanza di accordi speciali tra i belligeranti, i prigionieri di guerra sono trattati alla stregua della truppa del governo che li ha catturati. Art. 20 Dopo la conclusione del conflitto, il rimpatrio dei prigionieri si effettuerà nel minor tempo possibile. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 44 12:42 Pagina 44 Il nemico in casa I principali campi di prigionia in Italia nel 1916. L’enorme numero di prigionieri che nell’agosto 1916 affollavano le retrovie, costrinse l’esercito a trovare luoghi di detenzione diversi dalle antiche costruzioni medievali; i prigionieri vennero affidati alla sorveglianza e gestione dei Corpi di Armata presenti su tutto il territorio italiano, per un totale di circa 80.000 prigionieri: 1° corpo d’Armata 2° corpo d’Armata 3° corpo d’Armata 4° corpo d’Armata 5° corpo d’Armata 6° corpo d’Armata 7° corpo d’Armata 8° corpo d’Armata 9° corpo d’Armata 10° corpo d’Armata 11° corpo d’Armata 12° corpo d’Armata Torino Alessandria Milano Genova Verona Bologna Ancona Firenze Roma Napoli Bari Palermo 7 campi 14campi ---------11 campi 1campo 6 campi 9 campi 13 campi 5 campi 11 campi 12 campi 22 campi La vita dei prigionieri. Non potendo più il Regio Esercito in prima persona occuparsi dei prigionieri, venne istituita la Commissione prigionieri di guerra, responsabile il Tenente Generale dei Carabinieri Paolo Spingardi, che rispondeva alla Intendenza Generale dell’Esercito, cioè al Generale Porro. Al prigioniero era garantita umanità nel trattamento attraverso una serie di norme atte a soddisfare i fondamentali bisogni materiali e morali. I prigionieri andavano trattati con “fredda cortesia”, abolendo ogni forma di “bonaria indulgenza ed espansiva cordialità"; il regolamento doveva essere sempre applicato. Per evitare attriti tra prigionieri di varie nazionalità della monarchia austro-ungarica, essi venivano ripartiti in due gruppi omogenei: Slavi (boemi, polacchi, slovacchi e croati) e Tedeschi (tirolesi, stiriani, austriaci, ungheresi). Era anche garantito il rispetto della gerarchia militare e gli ufficiali erano separati dalla truppa. Si poneva grande attenzione alla pulizia ed alla alimentazione, per prevenire epidemie che potevano coinvolgere le popolazioni italiane residenti nelle vicinanze dei campi di prigionia. Nonostante ciò, a fine guerra si contarono 18.000 morti su circa 500.000 prigionieri, in verità anche per colpa della epidemia influenzale di spagnola del 1918. I soldati nemici trattenuti come prigionieri erano in prima istanza accompagnati dall’ufficiale comandante del reparto che li aveva catturati; aveva così inizio l’iter burocratico-militare che alla fine portava l’ex soldato sino al campo di internamento prima e poi, spesso, in un campo o fabbrica a lavora- Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 45 Il nemico in casa 45 re per il paese contro cui aveva combattuto, seguendo, in sintesi, questo percorso: Il trasferimento I comandi dei reparti al fronte che avevano catturato prigionieri erano garanti della loro sicurezza, sorveglianza e trasporto sino al luogo di concentramento nelle retrovie, dove erano affidati alla scorta dei carabinieri. Il comando doveva inoltre redigere una scheda informativa del prigioniero, specificando anche la modalità della cattura. Il vero e proprio internamento avveniva per ferrovia o per nave: arrivati a destinazione i prigionieri passavano in consegna al comando territoriale del Corpo d’Armata che provvedeva all’interrogatorio completo messo per iscritto, e trasmesso poi in copia alla Commissione prigionieri di guerra di Roma diretta dal Generale Spingardi L’alimentazione Una grande attenzione era riservata all’alimentazione; le norme, pur vietando la somministrazione di alcolici pesanti, concedevano l’uso di vino e birra nelle mense e cibo nella stessa quantità riservata ai soldati italiani in tempo di pace. La preparazione e gestione della mensa poteva essere curata dagli stessi prigionieri che avevano la facoltà di sostituire le verdure tipicamente italiane con legumi e patate. All’interno del campo vi era quasi sempre uno spaccio per ogni reparto di prigionieri, dove era possibile acquistare alimenti e oggetti di corredo o toeletta. La sorveglianza La normativa in proposito era abbastanza elastica. Il prigioniero poteva muoversi liberamente all’interno del campo e compiere passeggiate nei dintorni, sotto scorta. Agli ufficiali, indossati abiti civili, era concesso di fare spese nei centri abitati vicini al campo. Questa era l’unica eccezione all’obbligo di indossare sempre la divisa. La corrispondenza La gestione della corrispondenza competeva alla Commissione prigionieri di guerra che aveva un ufficio distaccato presso la Croce Rossa Italiana. Per la censura era competente il Ministero delle Poste e Telegrafi. Il prigioniero poteva scrivere, in franchigia, una cartolina o una lettera alla settimana; per gli ufficiali non vi era alcuna limitazione. Era vietata la corrispondenza con persone residenti in Italia e verso prigionieri internati in altri campi, tranne se familiari e previa autorizzazione. Il prigioniero poteva spedire e ricevere denaro tramite vaglia postale. La quota ricevuta era depositata su conti personali e consegnata a discrezione del responsabile del campo. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 46 12:42 Pagina 46 Il nemico in casa Naturalmente era possibile ricevere e spedire pacchi, che venivano accuratamente controllati prima della consegna al destinatario. L’igiene Le norme sanitarie erano rigidissime. Il pericolo di epidemie non si limitava solo ai campi di internamento, come poteva accadere all’Asinara ed alle altre isole, ma ricadeva anche sulle popolazioni locali. Subito dopo la cattura il prigioniero era sottoposto a tosatura, bagno e trattamento antiparassitario, i vestiti personali venivano disinfettati; era quindi sottoposto ad un periodo di osservazione di almeno 15 giorni in un locale chiuso, prima di essere avviato ai luoghi di concentramento territoriale. Nei campi era garantita acqua potabile per minimo 2 litri a testa al giorno, docce e lavanderia; i prigionieri stessi provvedevano alla pulizia delle latrine. Per la costruzione dei campi si faceva riferimento ad una norma che prevedeva l’attendamento solo in luoghi asciutti o comunque poco piovosi; negli altri casi i prigionieri dovevano essere accantonati in baracche in muratura o legno e dormire su pagliericci sollevati da terra. I prigionieri per avvenuta diserzione La diserzione, da sempre la peggior infamia di cui un soldato può macchiarsi, trovava una giustificazione se il disertore dichiarava di essersi dato prigioniero per “simpatia” verso l’Italia ed il suo popolo. In tal caso il soldato veniva separato dal resto dei prigionieri, riceveva un trattamento di favore ed anche un premio in denaro. Emblematico il caso dei prigionieri cecoslovacchi che passarono a combattere nelle nostre file2. I prigionieri feriti I prigionieri feriti non trasportabili erano ricoverati presso gli ospedali d’Armata, curati fino a stabilizzare le loro condizioni. Una volta in grado di proseguire il viaggio, raggiungevano l’ospedale militare di riferimento del loro originario reparto per proseguire le cure o la convalescenza. Una volta guariti erano internati nei campi di prigionia. Scambio di prigionieri In base agli accordi stipulati tra Italia e Austria-Ungheria, era previsto lo scambio dei prigionieri feriti o malati gravi. Fu concordata una serie di infermità invalidanti a cui attenersi; in pratica era rimpatriato, tramite treni della Croce Rossa, il militare non più in grado di maneggiare il fucile. L’elenco comSulla Legione cecoslovacca che combattè in Italia si veda A. Agnelli, Gli czeco-slovacchi al fronte italiano, Milano, F.lli Treves, 1918. 2 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 47 Il nemico in casa 47 prendeva: perdita (amputazione o uso) di una o più membra per ferite o paralisi, lesioni alla colonna vertebrale, lesioni cerebrali gravi, perdita della vista da entrambi gli occhi, mutilazioni del viso o della bocca gravi, coma, tubercolosi polmonare avanzata. I prigionieri al lavoro La Convenzione dell’Aja contemplava anche la possibilità di utilizzare i prigionieri di guerra in lavori pubblici o privati, purché non attinenti alla guerra in corso; al lavoro coatto potevano essere inviati i soldati, mai gli ufficiali. Se consideriamo che i soldati italiani al fronte erano per il 70% contadini (che rappresentarono anche il 95% dei nostri caduti), è facile capire in quale stato di abbandono si trovavano le campagne ed i boschi della penisola. L’industria, pur con l’utilizzo massiccio di personale femminile, pagava la mancanza di operai specializzati, che si trovavano invece inutilizzati nei campi di detenzione, tra le fila dei prigionieri di guerra. Nonostante ciò in Italia l’utilizzo dei prigionieri non fu immediato come nelle altre nazioni in guerra, le autorità politico militari si mossero con cautela, temendo sia le difficoltà organizzative sia di poter creare una dannosa concorrenza per i lavoratori italiani, tutelati ancora dalle organizzazioni sindacali di categoria a forte connotazione socialista (ad esempio la Coop. dei lavoratori della terra, i famosi scariolanti della bassa Bolognese). Si deve attendere la primavera del 1916, quando si palesa il grave problema di non poter raccogliere i prodotti delle campagne, per vedere attuato l’impiego massiccio dei prigionieri di guerra. Come abbiamo detto, vi era una rigida condizione per l’utilizzo dei prigionieri: il loro impiego non doveva entrare in concorrenza con la manodopera locale. In pratica fin che c’erano disoccupati italiani bisognava assumere quelli. Era necessario ottenere il parere favorevole delle autorità locali politiche e sindacali, inoltre i carabinieri dovevano svolgere accertamenti tra la popolazione per capire se l’arrivo di soldati nemici poteva creare disordini di piazza. Non dobbiamo dimenticare che alla fine del 1915 si contavano già circa 70.000 morti e 500.000 tra feriti e ammalati nelle fila del nostro esercito; non vi era famiglia che non avesse un parente al fronte. Ottenuta dal Prefetto del Regno, responsabile in materia, l’autorizzazione all’impiego di prigionieri, bisognava presentare domanda al Ministero competente che la girava alla Commissione prigionieri di guerra. Quest’ultima fu costretta ad emanare alcune precise disposizioni per evitare una dispersione eccessiva sul territorio della forza lavoro rappresentata dai prigionieri. Le norme per l’impiego dei prigionieri sul lavoro Potevano essere richiesti solo gruppi di minimo 100 prigionieri lavoratori, accompagnati da una scorta di 1 ufficiale e 24 soldati della territoriale; gruppi minori erano ammessi solo per personale specializzato. Il richiedente, pri- Vol. Bollettino 2006_okokok 48 20-06-2006 12:42 Pagina 48 Il nemico in casa vato o pubblico, si assumeva l’onere di fornire acqua, legna e locali idonei al ricovero dei prigionieri. Se il concessionario era un privato la paga, da corrispondere alla Commissione prigionieri di guerra, era dovuta in somma pari a quella che si sarebbe corrisposta per operai liberi per la stessa quantità e qualità di lavoro, tenendo in debito conto gli elementi negativi insiti nell’utilizzo di tale mano d’opera; se il prigioniero lavorava per l’amministrazione pubblica riceveva 5 centesimi l’ora. L’orario di lavoro era al massimo di 10 ore compreso il trasferimento dai campi di internamento al luogo di lavoro. I lavori assegnati ai prigionieri Nella primavera del 1917 erano al lavoro quasi tutti gli 80.000 prigionieri austro-ungarici in Italia, suddivisi in 2.000 distaccamenti. Furono inviati in campagna, nelle miniere, in fabbrica, a costruire strade. Almeno 40.000 prigionieri erano impiegati nelle campagne (semina, conduzione delle stalle), altri 10.000 furono messi a disposizione del Comitato per i combustibili nazionali (taglio dei boschi, miniere di torba e lignite). In fabbrica, richiesti dal Comitato per la mobilitazione industriale, vennero inviati altri 10.000 operai tra generici e specializzati. Aggirando l’art. 6 del trattato dell’Aja, che vietava espressamente l’utilizzo dei prigionieri in lavori attinenti le operazioni militari in corso, ben 3.500 operai furono mandati nelle nostre retrovie a costruire strade, ponti, baracche. Tutti i prigionieri erano inquadrati come operai militarizzati, condividendo con questi il severo regime disciplinare. Una immissione di mano d’opera in scala così massiccia registrò alcuni inconvenienti. Per ottenere dalla loro prestazione il massimo profitto, le autorità garantirono sempre un trattamento alimentare di favore (600 gr. di pane al giorno, superiore alla quota del lavoratore italiano e premi in denaro). Poiché quasi mai il responsabile del campo lesinava ai prigionieri lavoratori il denaro della paga, si creò una situazione paradossale: gli unici ad avere denaro da spendere nei paesi erano proprio i nostri “nemici”, che godevano anche della massima libertà di movimento; a Malalbergo la scorta, nelle osterie del paese, si ubriacava spesso con il vino offerto dai prigionieri. Sorsero i primi mugugni. La frequentazione dei locali pubblici nelle vicinanze dei campi di detenzione consentiva anche la lettura dei giornali, su cui erano riportate le cronache di guerra. Nell’ottobre del 1917, la notizia della rottura del fronte a Caporetto venne subito recepita e la vista delle fila dei profughi in fuga dal Veneto invaso che si riversarono nelle campagne del Bolognese fece risorgere un certo “spirito militare” nei prigionieri, sicuri della imminente vittoria dell’Austria. Se pensiamo che a novembre del 1917 vi erano al lavoro ben 130.000 prigionieri (erano 80.000 solo l’anno prima) è intuibile anche il problema che i disordini posero al Governo Italiano, che pensò di muoversi, attraverso l’opera dei Prefetti, nel seguente modo: alla Commissione prigionieri di guerra di Spingardi fu ordinato il ritiro dei prigionieri da tutti i luo- Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 49 Il nemico in casa 49 ghi di lavoro ed il loro internamento in campi ben lontano dal fronte; al loro posto dovevano essere utilizzati i profughi. Non fu così semplice. I primi ad opporsi furono i grossi gruppi industriali che vedevano svanire una mano d’opera a buon mercato (la Bonifica Renana pagava i prigionieri 25 cent. l’ora contro i 50 - 60 dei lavoratori italiani). Nella primavera del 1918 la persistente gravità della situazione alimentare obbligò le autorità politico-militari a rivedere il piano di ritiro: si procedette (e solo in parte) a far rientrare le compagnie di prigionieri lavoratori dalle campagne e dalle fabbriche del nord, lasciando le cose immutate nel centro e nel sud dell’Italia. La tenuta della linea di difesa sul Piave fece sfumare le aspettative di imminente liberazione nei campi di prigionia e la situazione andò normalizzandosi, fino a novembre del 1918. Si è molto discusso sul perché l’armistizio di villa Giusti fu interpretato in modo diverso da Italia e Austria Ungheria; comunque sia, il Comandante in capo dell’esercito imperiale, Generale Arz von Straussemburg ordinò il cessate il fuoco per il giorno 3 novembre, mentre per il nostro Comando invece l’armistizio entrava in vigore dalle ore 15 del giorno 4 novembre. In questo modo l’Italia fece altri 330.000 prigionieri, portando il numero complessivo a circa 500.000. In tutti vi era una speranza, che la detenzione a guerra ormai finita fosse di breve durata. Non fu così. L’utilizzo dei prigionieri restò primario in agricoltura. Ma la fine della guerra rendeva necessario bonificare il fronte, così decine di migliaia di prigionieri ritornarono sul Carso, il Grappa, lungo le rive del Piave e dell’Isonzo a ripulire i campi di battaglia dai rottami bellici, mentre i nostri soldati presidiavano gli enormi depositi di armi e munizioni lasciati incustoditi. Con il lavoro specializzato di fabbri, carpentieri, geometri, si ripristinò il sistema ferroviario nord orientale quasi completamente distrutto, mentre alle loro spalle panettieri, cuochi, vivandieri fornirono il supporto logistico alla ricostruzione. Le condizioni di vita dei prigionieri lavoratori subirono un netto miglioramento: a luglio la razione di pane era di 600 gr., integrata da 150 gr. di carne in scatola quattro volte a settimana, poi pesce 2 volte a settimana e 100 gr. di pasta o riso al giorno. I problemi sorsero con la smobilitazione ad agosto del 1919 di 1.400.000 soldati italiani delle classi dal 1874 al 1884 che non sempre trovarono un facile reinserimento nella vita sociale. Le autorità militari dovettero ben presto procedere al ritiro dei prigionieri per il ricrearsi di casi di concorrenza con la mano d’opera locale. Man mano che i prigionieri venivano ritirati, erano anche rimpatriati. Alla fine del 1919 fu sciolta la Commissione prigionieri di guerra: aveva finito il suo compito. Il rimpatrio Nella primavera del 1919 i primi a tornare a casa furono i Legionari Cecoslovacchi che avevano combattuto al nostro fianco; seguirono Polacchi e Romeni, poi gli italiani dei territori redenti (Trentino e Sud Tirolo sino al Brennero): fu una scelta politica, quella di privilegiare gli appartenenti alle Vol. Bollettino 2006_okokok 50 20-06-2006 12:42 Pagina 50 Il nemico in casa nazioni considerate oppresse dalla monarchia austro-ungherese. In mani italiane rimasero austriaci, ungheresi e i soldati delle regioni balcaniche della monarchia. Vita nei campi di prigionia del bolognese Gli 80.000 prigionieri di guerra facevano gola a molti, nel 1916. A Bologna il Prefetto Vincenzo Quaranta fu subissato di domande per ottenere gruppi di prigionieri lavoratori, e suo problema principale era non urtare la suscettibilità delle locali leghe dei lavoratori. Il 25 luglio 1916 il Corpo reale delle foreste di Bologna scriveva per chiedere informazioni circa l’opportunità di adibire prigionieri di guerra a lavori di rimboschimento a Savigno e Vergato. Pochi giorni dopo al Prefetto di Bologna iniziano ad arrivare i risultati delle indagini svolte dai Carabinieri. La sotto-prefettura di Vergato rispondeva il 7 agosto 1916 A seguito dei richiami alle armi, non vi è al momento disoccupazione fra gli operai di Vergato. Perciò se si tratta di opere di qualche importanza gli operai vedrebbero volentieri che fossero iniziate dai prigionieri con la speranza che fossero continuate dopo la conclusione della pace. Se invece sono opere di poco conto, parrebbe opportuno rimandare alla fine della guerra per potervi occupare gli operai locali. Il 3 agosto 1916 la Legione Territoriale dei Reali Carabinieri di Bologna invia al Prefetto la nota n.252 in cui tra l’altro si legge l’impiego di prigionieri di guerra per lavori di rimboschimento a Savigno, sarebbe accolta dalla popolazione locale ed anche dalla classe operaia senza nessuna opposizione, poiché non vi è disponibile mano d’opera e nemmeno esiste disoccupazione. Per questo motivo sono stati sospesi i lavori di sistemazione del ponte sul rio Costa, e non si sono iniziati i lavori del secondo tronco della strada Savigno Marzabotto, per una spesa di lire 60.000 circa. Nel marzo del 1917, vennero mandati centinaia di prigionieri a lavorare al bacino idroelettrico del Brasimone, altri gruppi furono assunti per la manutenzione della strada appenninica Bologna - Firenze. A Borgo Panigale, che all’epoca era comune indipendente, funzionava una grande lavanderia militare della III° Armata, in cui lavoravano prigionieri Ungheresi. Ma fu la Bonifica Renana ad ottenerne ben 1.200 nell’agosto del 1917 per completare i lavori nella bassa Bolognese. Ci aveva già provato nel maggio del 1916, innescando un durissimo braccio di ferro con la Lega dei Lavoratori della Terra di Ravenna e Ferrara che rifiutava al Prefetto il suo nullaosta, motivandolo con la necessità che alla fine della guerra ci fossero cantieri aperti per i soldati che si congedavano. Le inondazioni dell’inverno 1916 - 1917 a Malabergo e Molinella costrinsero la Lega a dare l’assenso all’arrivo dei pri- Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 51 Il nemico in casa 51 gionieri di guerra, che risultarono però già impegnati nei lavori agricoli. Per questo si dovette attendere sino all’agosto del 1917. I prigionieri lavoratori del campo di Baricella furono ben accolti dalla popolazione locale, anche perché essi erano tra i pochi ad aver denaro in tasca, che spendevano nelle botteghe del paese. Ci fu solo un momento di tensione a novembre dopo la rottura del fronte a Caporetto, come si evince dalla relazione della Questura sotto riportata: 5 novembre 1917, prot. 4512 Oggetto: I prigionieri di guerra di Malalbergo Viene confidenzialmente riferito che i prigionieri di guerra Austriaci residenti a Malalbergo vengono in paese in contegno provocante e spavaldo; hanno contratte relazioni intime con donne del paese ed acquistano liberamente vino e cibarie nelle osterie e botteghe del paese stesso. Si aggiunge che talvolta si ubriacano insieme alle scolte destinate alla loro sorveglianza. Avrebbero i prigionieri assistito ad una messa celebrata da uno dei loro preti che alla fine della funzione avrebbe distribuito biglietti in cui si raccomandava ai prigionieri di mantenere alto l’animo che presto i fratelli sarebbero venuti a liberarli. Pare che il prete non abbia avuti che 15 giorni di carcere militare. Un altro giorno i prigionieri avrebbero intonato un miserere alla Italia dopo aver avuto comunicazione delle notizie dei giornali relative agli ultimi avvenimenti militari fra le nostre truppe con la coalizione Austro - Germano - Turco - Bulgara. Essi sono poi sempre informati delle notizie relative alla guerra dai giornali che liberamente si procurano. Il contegno indifferente delle autorità sarebbe in paese oggetto di severa critica. Dalle eseguite informazioni mi è risultato che non tutti i prigionieri tengono un contegno corretto e che molti di essi specialmente Ungheresi si mostrano spavaldi col personale della Bonifica e coi lavoratori borghesi coi quali per necessità di lavoro si trovano in contatto. Tale contegno si è accentuato dopo le incursioni di velivoli su Malalbergo e Ferrara ... Per citare alcuni esempi del contegno dei prigionieri essi si permettono di lanciare al personale delle bonifiche ed ai lavoratori borghesi dei frizzi del genere: - gli Italiani seminano ed i Tedeschi raccoglieranno. - Makensen sarà presto a pranzo a Verona. - Voi altri in due anni avete preso 2 metri, i Tedeschi in due giorni hanno preso mezza Italia. - e di esclamare ironicamente al passaggio per quella grande arteria stradale di carovane di profughi dalle regioni invase dirette a Bologna: - Quo vadis Italia ? - e di manifestare in ogni modo la loro viva ed aperta soddisfazione pel doloroso e straziante spettacolo. La libertà lasciata ai prigionieri di guerra è tale da destare stupore. Persone degnissime di fede mi hanno assicurato che a mezzo dei buoni loro rilasciati dal Comando del presidio di Malalbergo ed accettati da tutti gli esercenti come moneta corrente ... i prigionieri si procurano non solo sigari lardo e cibarie a loro volontà, ma acquistano damigiane di vino che poi consumano in comune negli accantonamenti, molto probabilmente assieme alle scolte destinate a sorvegliarli. La impressione ed il giudizio si è che prigionieri e scolte fraternizzino fra di loro in modo che non può che riuscire deleterio alla disciplina ed al decoro dell’esercito nostro. Vol. Bollettino 2006_okokok 52 20-06-2006 12:42 Pagina 52 Il nemico in casa L’episodio del miserere all’Italia che sarebbe stato cantato dai prigionieri della Lama e che fu oggetto di mio precedente orale rapporto ... corre sulla bocca di tutti, è da intendersi sostanzialmente vero. Riassumendo le impressioni concludo: Che i due reparti 1° e 7° ... dai quali i prigionieri osservano il passaggio delle numerosissime carovane di profughi ed il passaggio di centinaia di camion militari e di soldati sbandati che si recano a costituirsi a quel comando, dovrebbero essere trasportati in diversa e più isolata località ... Aggiungo poi che mi viene riferito che un caporale Austriaco che trovasi a Passo Segni sia fatto segno di speciali attenzioni dalla quarantenne signorina sorella del proprietario presso cui lavorano i prigionieri; e che in una visita fatta dal maggiore comandante il presidio di Malalbergo sarebbe stato trovato il caporale stesso nel salotto della signora elegantemente vestito ed intento alla lettura di un giornale. Gli altri accantonamenti qualora si reputasse opportuno conservarli, dovrebbero essere fatti segno ad una maggior e più severa sorveglianza .... Il maggiore Nuvoli, comandante il presidio di Malalbergo, ha a quanto mi viene riferito, strane teorie in fatto di disciplina. Così se i prigionieri tengono in mano la carriola e non lavorano, il sig. Maggiore riterrebbe non siano passibili di pena, e pare che abbia anche detto a chi gli prospettava la necessità di maggior severità che se si dovessero torturare qui era meglio allora fossero stati ammazzati al fronte ... Firmato: il Commissario Pini. Calmatesi le acque con la tenuta della linea di resistenza italiana sul Grappa, la vita per i prigionieri di guerra di Baricella riprese a scorrere normalmente: sveglia all’alba, pulizia personale, colazione, lavoro sino alle 17, cena e capatina presso le osterie della zona. Essi rimasero sino ad agosto del 1919, contribuendo alla costruzione della idrovora di Saiarino, ancora oggi in funzione, e dei molti canali che solcano la nostra valle, tra cui la Lorgana.3 3 La bibliografia sui campi di prigionia esistenti in Italia durante la Grande Guerra non è molto abbondante, ma qualche cosa inizia a trovarsi. Oltre al volume già citato di A. Tortato, si possono vedere L. Tavernini, Prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento italiani 1915-1920, in “Annali [del] Museo storico italiano della guerra”, Rovereto, 2001/2003, pp.57-82; Cappella ungherese: storia, memoria e mito di un monumento che parla di pace, Vittoria, Comune, 2004, che raccoglie soprattutto fotografie e documenti relativi alla presenza nella località siciliana di un campo per prigionieri ungheresi, e ne testimonia la memoria oggi, o, reperibile on-line, A. Basciani, I prigioneri di guerra romeni nel campo di concentramento di Avezzano (Aquila) durante la Prima Guerra Mondiale 19161918, in http://www.geocities.com/serban_marin/basciani2002.html, consultato in novembre 2005. Molto più ricca è la letteratura relativa ai prigionieri italiani nei campi all’estero. Oltre al volume di G. Procacci, da cui non si può prescindere, si possono consultare C. Pavan, I prigionieri italiani dopo Caporetto, Treviso, Camillo Pavan Editore, 2001, M. Rossi, I prigionieri dello zar: soldati italiani dell’esercito austro-ungarico nei lager della Russia, 1914-1918, Milano, Mursia, 1997, e, della stessa Rossi, I prigionieri italiani nella Grande Guerra, in http://www.irsml.it/Servizi%20on%20line.htm, contenente una ricca bibliografia, legata in parte all’area friulano-veneta, ma anche con riferimenti generali, oltre alla memorialistica ed alle cosidette “scritture di guerra”, che enti di ricerca e riviste, da qualche tempo, stanno pubblicando. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 53 LA CASA DI RIEDUCAZIONE PROFESSIONALE PER MUTILATI E INVALIDI DI GUERRA DI BOLOGNA (9 APRILE 1916 - 3 GENNAIO 1922) di Davide Valentini Qualcuno forse, esaminando le cifre che stiamo per esporre, osserverà che il numero dei mutilati da noi rieducati, paragonato alle migliaia di invalidi che la guerra ci ha restituiti dalle trincee, è come una goccia nel mare.1 Il 28 luglio 1914 segna, per l’Europa, l’inizio della guerra moderna: la Grande Guerra mostra il suo volto di guerra di massa, che coinvolge milioni di uomini e altrettanti milioni ne uccide; il suo volto di guerra tecnologica, con gli Stati-Nazione impegnati sempre più nel perfezionamento dell’efficacia delle armi; il suo volto di guerra di distruzione, in grado di modificare definitivamente paesaggi naturali immutati da milioni di anni. È una guerra grande, in cui ogni aspetto che la riguarda rimanda immediatamente all’idea di grandezza; che è capace di generare, ad ogni nuovo studio, un grande stupore mescolato a timore. È una guerra senza precedenti, che sin dalle prime settimane di battaglia lascia intuire il suo fondo di assoluta novità. Anche al Regno italiano la prima Guerra mondiale non tarda a mostrare le sue caratteristiche: dopo un lungo periodo di neutralità, di trattative diplomatiche e discussioni di palazzo, l’esercito italiano comincia a sparare al nemico austro-ungarico il 23 maggio 1915. Ma bastano sei mesi per intravedere la grandezza della guerra: l’Italia conta già, al 30 novembre 1915, 62.000 morti e 170.000 feriti2. Una cifra del tutto inaspettata, che trova lo Stato italiano completamente impreparato. La gestione dei feriti diventa un enorme problema per il loro elevato e crescente numero, per i costi economici da inserire nei bilanci delle spese statali, per la mancanza di strutture sufficientemente grandi e attrezzate alla cura dei soldati, per il rischio di generare nell’opinione pubblica un clima di paura e protesta. Già a fine estate del 1915, possiamo immaginare,3 alcuni settori della borghesia italiana medio-alta, più a contatto coi reali problemi generati dal conflitto, avevano visto nei feriti una possiD. Zucchini, L’Opera del Comitato bolognese per l’assistenza agli invalidi di guerra svolta fino al 31 marzo 1918, Roma, Tipografia dell’Unione Editrice, 1918, p.39. 1 2 N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, Milano, TEA, 1995, p.61. Immaginiamo, cioè facciamo ipotesi, poiché, allo stato delle nostre ricerche, la questione dei feriti e dei mutilati della Grande Guerra non ci risulta essere stata sufficientemente studiata: manca una ricognizione del problema a livello nazionale, così come un valido studio dei casi particolari distribuiti su tutto il territorio italiano. Il presente lavoro, pertanto, va considerato come studio di un caso particolare, quello bolognese, mancante di quelle prospettive nazionali e internazionali entro cui acquisirebbe maggiore respiro e maggiore valore scientifico. 3 Vol. Bollettino 2006_okokok 54 20-06-2006 12:42 Pagina 54 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna bile via di aiuto, e in qualche caso di guadagno, alla causa della nazione: si diffuse così una sorta di movimento dal basso, che, in collaborazione con le autorità pubbliche e militari, si organizzò in Comitati pronti a soccorrere lo Stato per il recupero dei feriti mutilati. Il Comitato di Bologna Alcune strutture ospedaliere capaci di curare i soldati mutilati erano già presenti nel territorio italiano, e vi si giungeva dopo aver ricevuto le prime cure presso gli ospedali da campo; poi i feriti venivano dirottati presso i vari centri ospedalieri civili distribuiti sul territorio nazionale, trasformati in ospedali militari, e qui venivano curate ferite e amputazioni, fino alla completa guarigione. Anche l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, allora diretto dal prof. Vittorio Putti, era tra le strutture indicate per il recupero dei feriti, e durante i primi mesi di guerra vi vennero trasferiti numerosi soldati. Non a caso, allora, il Comitato bolognese che si dedicò a feriti e invalidi ebbe, per tutto il tempo della sua attività, proprio il prof. Putti come vice Presidente. Si può quindi supporre che tra i principali sostenitori e promotori delle iniziative bolognesi per il recupero dei mutilati ci fosse proprio il direttore del Rizzoli, che per primo, e più da vicino, vedeva gli effetti della tecnologia militare sui corpi dei soldati, e più di altri forse intravedeva possibilità di cura e di sperimentazione di protesi, e notevoli margini di lavoro per conto dello Stato. È risaputo, infatti, che l’Istituto bolognese deve la sua fama internazionale non solo alla direzione di luminari dell’ortopedia come Alessandro Codivilla e Vittorio Putti, ben noti al mondo scientifico europeo e statunitense; ma anche alla prima Guerra mondiale, che mise a disposizione una notevole quantità di mezzi, strutture e finanziamenti4 - e uno degli effetti più visibili e duraturi di queste nuove possibilità offerte dal conflitto sono le Officine Ortopediche Rizzoli, vera avanguardia della sperimentazione, tenacemente volute da Putti e costruite proprio durante la guerra. Il Rizzoli però, e Putti lo sapeva bene, non era sufficiente per il pieno recupero dei soldati resi invalidi dalla guerra: in esso i soldati ridiventavano sì uomini, ma nella maggior parte dei casi non erano in grado di tornare ai mestieri che svolgevano prima del conflitto. Di fatto già il mutilato di media gravità era destinato ad affrontare resistenze e ostacoli di ogni genere, con gravi ripercussioni sul morale e sull’economia della persona, dei suoi familiari, e della società. Vedi, come prima introduzione alla storia dell’Istituto, il contributo di M. Paltrinieri, La storia dell’Istituto Ortopedico Rizzoli a cento anni dalla morte del suo fondatore, in “Strenna storica bolognese”, 1979, pp.281-297. 4 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 55 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 55 Il Comitato bolognese, allora, si pose come obiettivo di far tornare i soldati invalidi dei lavoratori, come stava scritto nello statuto: “integrare e continuare l’azione tutrice dello Stato in favore dei soldati mutilati e storpi di guerra, educandoli al lavoro ed assistendoli nel miglior modo possibile, affinché ritornando essi nella vita comune, fossero di nuovo fattori di produzione, utili a loro stessi e alla Società”5. Il Comitato di Bologna nasceva ufficialmente il 28 novembre 1915 per opera di un gruppo di cittadini dell’alta borghesia, tra i quali spiccava il senatore marchese Giuseppe Tanari in qualità di presidente effettivo. Le prime questioni da risolvere, in ordine di importanza, erano la raccolta di fondi attraverso un’opera di sensibilizzazione della cittadinanza locale, e l’individuazione di una struttura capace di accogliere un buon numero di mutilati. Quanto al primo problema, enti e privati cittadini risposero con entusiasmo al proclama del Comitato; in merito alla struttura d’accoglienza, in breve tempo venne individuato il convento di suore posto nell’allora Foro Boario, oggi piazza Trento e Trieste. L’edificio, già requisito dall’esercito allo scoppio del conflitto, sorgeva adiacente al convento dei frati minori dell’Antoniano, e manteneva ancora geometrie interne adatte all’uso conventuale. In pochissime settimane, con i fondi del Ministero della Guerra e del Comitato, la struttura venne modificata al proprio interno e messa nelle condizioni di accogliere 60 posti letto, mentre alcune sale vennero adattate ad uso scolastico mediante la realizzazione di aule e laboratori. Il Comitato nominò direttore della struttura l’ing. Dino Zucchini, anche se ignoriamo le ragioni di tale scelta: Zucchini infatti non contava nel proprio curriculum esperienze di direzione di strutture ospedaliere, ed era specializzato in tutt’altro campo6. Nonostante questo, svolse con notevole efficienza il proprio mandato, organizzando al meglio le attività di formazione, la cooperazione del personale, la gestione dei fondi. Zucchini rimase direttore fino all’immediato dopoguerra; dopo la perdita del padre, nel giugno 1919 lasciò il posto al colonnello d’artiglieria Bacialli, di 5 In D. Zucchini, L’Opera del Comitato bolognese per l’assistenza agli invalidi di guerra svolta fino al 31 marzo 1918, Roma, Tipografia dell’Unione Editrice, 1918, p.11. Nato nel 1881, si laureò in ingegneria a Bologna. Il padre, Cesare Zucchini, fu il fondatore della Scuola Superiore di Agraria presso l’Università di Bologna, e dal 1893 al 1913 presidente della Società Agraria di Bologna; inoltre per un trentennio assunse la direzione della Cassa di Risparmio di Bologna, precisamente fino al 1908. Dino Zucchini assunse invece la presidenza della Società Agraria di Bologna dal 1927 al 1934, insegnando presso l’università locale nella facoltà di Ingegneria e nella Scuola di Agricoltura; si distinse per i suoi studi sull’ammodernamento dell’agricoltura bolognese tramite lavori di bonifica e irrigazione, e per il miglioramento delle condizioni di vita dei contadini attraverso la realizzazione di nuclei abitativi dignitosi e la distribuzione razionale di silos e stalle. Ulteriori informazioni si possono trovare in “Strenna storica bolognese”, 1967, pp. 6-9; G. Grabinski - D. Zucchini, Cenni storici della Società Agraria Bolognese dalla sua istituzione nell’anno 1807 fino all’anno 1930, Firenze, s.n., 1931, pp. 44-51; R. Finzi (cura di), Fra studio, politica ed economia: la società agraria dalle origini all’età giolittiana, Atti del 6° convegno di Bologna 13-15 dicembre 1990, Bologna, Istituto per la Storia di Bologna, 1992, pp. 258-271. 6 Vol. Bollettino 2006_okokok 56 20-06-2006 12:42 Pagina 56 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna stanza a Bologna, il quale rimase alla direzione della struttura fino alla chiusura definitiva del gennaio 1922. L’iniziativa del Comitato bolognese pertanto conobbe due direzioni: la prima dell’ing.Zucchini, dall’inizio del 1916 al giugno 1919; la seconda del col. Giovanni Bacialli, dal luglio 1919 al gennaio 1922. La Casa di Rieducazione Professionale per Invalidi di Guerra in Bologna I lavori di adattamento dell’edificio, meglio conosciuto allora come “conventino”, si conclusero alla fine di marzo del 1916, e il 6 aprile entrarono i primi 16 soldati da rieducare. Come detto, la struttura fu pensata per 60 posti letto, ma ben presto ci si accorse della necessità di un ampliamento: venne portata prima a 100 posti, e poi, mediante la requisizione dell’ala dell’Antoniano adiacente al conventino, nel 1918 si raggiunsero i 175 posti letto (cui si aggiungevano 20 allievi esterni i quali, domiciliati in città, dormivano fuori dalla Casa). L’inaugurazione ufficiale della Casa di Rieducazione Professionale per Mutilati di Guerra,7 alla presenza delle maggiori autorità cittadine e militari, si tenne il 9 aprile 1916, ma da un punto di vista organizzativo si erano dovuti risolvere precedentemente alcuni dubbi sulle sue finalità. Innanzi tutto, chi rieducare? Solo i soldati bolognesi? O anche quelli della regione? Si scelse di accogliere tutti i soldati, senza distinzione di provenienza. Secondo problema: come convincere i soldati ad accettare la rieducazione? Questo aspetto fu molto dibattuto e controverso, ma non si trovò mai una soluzione efficace principalmente per due ragioni: 1) l’esercito italiano non prevedeva alcun recupero del soldato mutilato, a parte la cura delle ferite, e lo Stato non aveva previsto alcun tipo di legislazione. Ogni Comitato, pertanto, si trovò ad improvvisare, in accordo con l’autorità militare locale, un criterio da sottoporre continuamente a verifica. 2) I soldati generalmente non nutrivano fiducia nelle istituzioni pubbliche, e, soprattutto dopo l’esperienza traumatica del conflitto e della perdita di uno o più arti, la sfiducia si trasformava spesso in radicale rifiuto di ogni atteggiamento di apertura manifestato da “rappresentanti dello Stato”. Ad aggravare la situazione, poi, spesso contribuiva la famiglia del soldato, che incrementava la diffidenza con pressioni psicologiche che agivano sui bisogni dei figli, sul lavoro nei campi, ecc. E non ultimo fattore di impedimento alla rieducazione era l’opinione diffusa che frequentare la CRP comportava la perdita della pensione di invalidità. Di fronte a questi ostacoli venne fatta una scelta intermedia: tutti i mutilati clinicamente guariti, ovvero dotati di protesi definitiva, sarebbero stati 7 D’ora in avanti, per comodità, la indicheremo “CRP”. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 57 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 57 obbligati a trascorrere un periodo non inferiore ai quindici giorni nella CRP8, durante il quale avrebbero avuto una certa libertà di movimento all’interno della struttura per conoscere di persona le varie opportunità di formazione e, aspetto su cui si faceva leva, avrebbero potuto confrontarsi con altri mutilati che avevano già accettato la rieducazione. Questa decisione del Comitato, probabilmente l’unica realmente possibile in assenza di precedenti e direttive superiori, peserà sensibilmente, come vedremo, sul successo della CRP: aver obbligato tutti i mutilati, volenti e nolenti, significherà avere un’alta percentuale di refrattari alla rieducazione. Altra questione da risolvere era il tipo di formazione da promuovere: solo alfabetizzazione di base per analfabeti? Recupero della professionalità precedente al conflitto, acquisendo dimestichezza con la strumentazione ad hoc? Apprendimento di nuovi mestieri? Se sì, quali? In base a cosa decidere per questa o quella professione? Si deve tener conto della provenienza del rieducando? È bene mantenere continuità con la precedente mansione, o si può pensare alla formazione di nuove professionalità, che aprano nuove possibilità di ascesa sociale? I dubbi vennero risolti individuando alcuni mestieri utili in relazione ai cambiamenti che la società italiana stava registrando in quegli anni: si tenne conto dei costi sociali legati all’inurbamento sregolato, individuando lavori a domicilio per quelli provenienti dalle campagne; si tenne conto degli orientamenti dell’industria, guardando alle prospettive di investimento e di bisogno nella produzione; si tenne conto della provenienza del mutilato, per evitare che, al ritorno a casa, il mestiere appreso non incontrasse ostacoli nel reperimento delle materie prime ad esso necessarie, oppure che l’attività avviata non avesse possibilità di mercato. Generali prerogative, poi, erano che il tipo di attività fosse di rapido apprendimento, non richiedesse una precedente e superiore cultura, e garantisse una certa probabilità di sufficiente e duraturo guadagno. Una volta individuate le professioni era necessario reperire personale docente e strumenti di lavoro con cui attrezzare le aule, e organizzare la giornata di studio. Il personale venne scelto tra le disponibilità provenienti dall’esercito e dalla società civile; le aule, invece, erano quasi tutte interne alla CRP, tranne quelle per il tornio del ferro e per l’aggiustaggio, offerte dall’istituto scolastico bolognese Aldini-Valeriani, presso il quale gli invalidi venivano trasportati quotidianamente dagli automezzi militari. La rieducazione professionale pertanto cominciava dall’alfabetizzazione elementare, frequentata da analfabeti e da chi non aveva terminato la classe seconda, e poteva giungere fino alla formazione impiegatizia per chi aveva già anni di scuola alle spalle. L’istruzione generale si alternava, durante la giornata, a quella professio8 Il provvedimento venne poi sancito dalla legge 25 marzo 1917, n.481. Vol. Bollettino 2006_okokok 58 20-06-2006 12:42 Pagina 58 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna nale. La scelta poteva cadere sulle seguenti possibilità: lavorazione di oggetti di vimini, treccia di paglia, canna d’India, truciolo; sartoria; falegnameria; tornitori in legno, intarsiatori, intagliatori; legatoria per libri; calzolai; tornitori e aggiustatori metallici; telegrafia Morse; coniglicoltura, apicoltura, bachicoltura. Salta subito agli occhi una grave lacuna: la scuola di agricoltura. In verità l’ing. Zucchini aveva già preso contatti con alcuni proprietari bolognesi per avere la disponibilità di campi nei quali realizzare una scuola di insegnamento delle più recenti tecniche di coltivazione (materie per le quali era certamente competente), da lui chiamata scuola di rieducazione agricola9; ma per mancanza di fondi venne sospesa, con suo evidente dispiacere10. Per un certo periodo funzionò anche la scuola di automobilismo, grazie a speciali protesi da adattare sul volante e sul cambio, ma per mancanza di benzina e per problemi burocratici legati alla concessione della patente di guida agli invalidi venne interrotta. La formazione dei mutilati si completava poi con attività ricreative di vario genere, come la scuola di canto corale, la scuola di musica, e, importantissima per il morale dell’invalido, la scuola di ciclismo. La CRP, infine, era dotata anche di una piccola sala di lettura con annessa una piccola biblioteca, mentre nel giardino era stato costruito un campo da bocce. Per ogni giornata di permanenza alla CRP, e per ogni giornata di frequen9 D. Zucchini, L’Opera del comitato bolognese..., cit., p.18. 10 “Formulammo perciò un progetto per la istituzione di una colonia agricola, il quale avrebbe dovuto sorgere nel mezzo di una vasta e ben condotta tenuta, di proprietà di un munifico gentiluomo bolognese. Il progetto per cause estranee al nostro volere non poté divenire realtà”, D. Zucchini, Ibidem, p.18. Aggiungiamo che l’archivio fotografico della CRP contiene alcune interessantissime foto di un soldato, nella campagna bolognese - presumibilmente la tenuta citata da Zucchini - impegnato ad acquisire maneggevolezza con protesi specifiche per il lavoro nei campi, a dimostrazione del fatto che quel tipo di rieducazione era già stata avviata, e per qualche ragione interrotta. Dalla relazione citata possiamo anche intuire che inizialmente non era prevista, in nessuna CRP d’Italia, la rieducazione agricola, nonostante l’altissimo tributo pagato dal ceto contadino durante la guerra: solo dopo insistenti richieste, la Federazione Nazionale dei Comitati di Assistenza, con sede a Roma, trovò i fondi, reperiti dalle offerte degli italiani all’estero. Purtroppo, anziché costruire un unico centro di grandi dimensioni, o ampliare la scuola di Perugia, da poco istituita dal Comitato perugino Pro-Mutilati, si puntò per la ripartizione delle disponibilità economiche tra le varie case, rendendo impossibile un’efficiente rieducazione: “ma la Federazione... proponeva che la somma deliberata (circa L.600 mila) venisse ripartita fra i vari Comitati che avessero esteso la propria assistenza anche ai mutilati agricoltori. Il corso d’acqua veniva così suddiviso in tanti piccoli rivoli! E tutt’al più, colla quota loro assegnata, i Comitati sarebbero riusciti a costruire o ampliare alcune sezioni di rieducazione agricola. Ma l’esperienza aveva dimostrato che queste sezioni non davano e non potevano dare alla soluzione del problema che un contributo assai scarso qualitativamente e quantitativamente. Questa esperienza avevamo fatta noi stessi, quando nei primordi della nostra Casa avevamo appunto cercato di creare una sezione agricola, e ci eravamo dovuti facilmente convincere della inanità del tentativo. Combattemmo quindi la proposta della Federazione; ma la nostra voce non fu ascoltata. Inutilmente invocammo l’esempio del Belgio... ed anche dell’Austria, dove fioriscono grandiose istituzione per la rieducazione agricola degli invalidi di guerra. Della creazione di un centro di rieducazione agricola, più non si parlò.” D. Zucchini, Ibidem, p.18. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 59 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 59 za della scuola professionale, veniva corrisposto un compenso in denaro: 1 lira per la permanenza, cui vanno aggiunti 50 centesimi per la formazione, ripartiti in 30 centesimi in contanti, e i restanti 20 accreditati sul conto personale del soldato e consegnati al termine della rieducazione11. Le fasi della rieducazione La rieducazione del mutilato seguiva 3 fasi, così teorizzate dall’ing. Zucchini durante il suo periodo di direzione della CRP: 1) Pre-Rieducazione: questo primo momento cominciava già nelle settimane di cura dell’arto mutilato presso l’ospedale, nel nostro caso frequentemente presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli. Era necessario, innanzi tutto, assistere psicologicamente il mutilato, senza abbandonarlo a sé stesso e ai suoi pensieri. La Direzione Generale della Sanità militare dispose nel 1918 l’obbligo di curare il morale e la psicologia dei soldati dentro le strutture ortopediche, durante la cura del moncone: provvedimento necessario, ma è clamoroso il ritardo della circolare12. È facile immaginare i rimorsi, la rabbia, la disperazione di quei soldati in cura senza uno o più arti, e possiamo immaginare facilmente la solitudine della loro situazione13. In questa prima fase la Casa bolognese si era attrezzata, ben prima della pubblicazione della circolare, per un’opera di persuasione volta a disporre positivamente i mutilati verso la CRP: essa consisteva in un lavoro di propaIn realtà, spesso i soldati chiedevano che la somma finale fosse convertita nell’acquisto degli attrezzi necessari per il mestiere appreso durante la permanenza alla CRP, a dimostrazione della buona riuscita della rieducazione professionale e morale. Più in generale, il mantenimento giornaliero del mutilato era stato pattuito in 3,90 lire corrisposte dall’Autorità Militare, il resto ricavato dal fondo del Comitato. Senza scendere nel dettaglio dei conti della Casa, visibili nelle ultime pagine delle relazioni dei due direttori, diciamo solamente che dal giorno dell’apertura della CRP alla fine del 1920 la spesa totale giornaliera media per ogni invalido, a causa dell’inflazione, era più che triplicata: dalle 5,85 lire del 1916, alle 17,46 del 1920. Nonostante la crescita dei prezzi, dovuta soprattutto alla crescita dei combustibili, la CRP riuscì, grazie alle donazioni e alla sapiente gestione dei conti, a chiudere sempre in attivo i bilanci annuali: al giorno della chiusura il saldo attivo fu pari a circa 150.000 lire, poi versate al Comitato Bolognese. 11 12 Si tratta della circolare n. 16 del “Giornale Militare” del 1918, in D. Zucchini, L’Opera del comitato bolognese..., cit., p.44. 13 Tra le numerose cartelle cliniche da noi visionate, desideriamo ricordarne una come piccolo esempio, per aiutare il lettore a comprendere ciò che stiamo sostenendo: il sig. Primo Modenesi, nato nel 1888 a Copparo (Fe), operaio arruolato nel 18° Reggimento Bersaglieri come soldato, ferito da schegge di granata il 25 ottobre 1917 a Castagnevizza durante la rotta di Caporetto. Sposato e padre di 5 figli, dopo le cure alle ferite si trovò senza braccio destro e gamba sinistra: non è difficile intuire il trauma psicologico da lui subito, e le difficoltà morali ed economiche dei familiari. Il documento si trova in Archivio della CRP, serie 4.10, gruppo “Trasferiti ad altre case” (per informazioni esatte sull’Archivio e sul suo luogo di conservazione, si veda l’appendice curata da Otello Sangiorgi). Vol. Bollettino 2006_okokok 60 20-06-2006 12:42 Pagina 60 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna ganda a favore della rieducazione tramite gli insegnanti e le infermiere e, soprattutto, tramite visite guidate a gruppi, durante le quali diventava essenziale il confronto con altri invalidi già in rieducazione. Nel 1918, poi, la CRP mandò alle stampe una serie di venti cartoline con immagini delle principali attività della scuola, da distribuire negli ospedali14. 2) Rieducazione: la giornata dell’invalido era così organizzata: Ore ” ” ” ” ” ” 7:30 - 9 Scuola (divisione in classi elementari o medie) 9 - 12 Rieducazione professionale nei laboratori 12 Pasto 13:30 (14:30 in estate) - 17:30 Rieducazione professionale nei laboratori 17 (17:30 in estate) - 18 (18:30 in estate) Scuola 19 Cena 21 Riposo La libera uscita era fissata al giovedì dalle 15 alle 19, e la domenica, dopo le funzioni religiose, dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 19. La direzione della CRP aveva anche organizzato uscite domenicali di gruppo, a volte utilizzando mezzi militari per visitare paesi della provincia bolognese, altre volte utilizzando le biciclette per raggiungere la campagna circostante15. Vennero inoltre programmate visite ai musei della città (tra cui quello del Risorgimento), alle chiese e agli stabilimenti industriali. Grazie poi ad un gruppetto di volontari civili, venivano organizzate nella Casa conferenze, giochi a premi, spettacoli di canto e musica. Come detto in precedenza, la rieducazione cominciava con il soggiorno obbligato di almeno quindici giorni: in queste due settimane l’invalido circolava liberamente per le aule dell’edificio, toccando con mano le varie opportunità di formazione, e cercando di scegliere, previ colloqui d’orientamento col direttore Zucchini16, la professione da apprendere o da perfezionare. Il soldato poteva puntare ad un perfezionamento della profes14 Una serie è conservata presso la Biblioteca del Museo civico del Risorgimento. 15 L’archivio contiene alcune belle foto ricordo di queste uscite. Il colloquio, come scrive Zucchini, cercava di agire sul dovere di lavorare, sul dovere del buon cittadino, sulle soddisfazioni del lavoro, cercando di evitare che il soldato aspirasse a lavori parassitari, come per esempio quello di bidello. Molti mutilati, a quanto pare, speravano che l’invalidità garantisse un lavoro fisso, ben retribuito e nel pubblico impiego: “il Direttore lo chiama, lo interroga, gli parla paternamente, gli ricorda la sua famiglia, il suo paese, il tempo passato al fronte, le gloriose gesta compiute; e a poco a poco il discorso cade sul dovere che abbiamo tutti di lavorare, sull’ignominia dell’ozio, sulle gioie del lavoro, sulle difficoltà sempre crescenti della vita. Ben è vero che gli invalidi di guerra godranno della pensione... ma la pensione non è - e tale non deve essere - da permettere una vita oziosa; e questa poi non sarebbe in alcun modo tollerabile in chi dopo essere stato un buon soldato, ha il dovere di dimostrarsi buon cittadino.” In D. Zucchini, L’Opera del comitato bolognese..., cit., p.16-17. 16 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 61 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 61 sione esercitata prima del conflitto, imparando ad usare strumenti realizzati appositamente per invalidi, oppure decidere per una nuova professione. Criterio generale d’orientamento per la scelta era il tipo di mutilazione: per i mutilati d’arto inferiore più utile era l’apprendimento di un’attività a domicilio, inserita nel contesto di provenienza del soldato. Per i mutilati d’arto superiore la direzione aveva puntato sulla grande industria, anche se gli industriali non avevano mostrato sufficiente interesse: restò pertanto un problema aperto. In verità, trattandosi di criteri di massima, ogni caso andava trattato singolarmente, tenendo conto della gravità dell’amputazione, della storia e della provenienza del soldato, della professione già esercitata, della volontà e della capacità d’apprendimento e, non da ultimo, della gamma di strumenti del mestiere utilizzabili da invalidi. Una volta scelto il tipo di attività da apprendere, la rieducazione poteva durare dai tre mesi per il corso da dattilografo, ai dodici previsti per la sartoria. La scuola più gettonata fu quella per calzolai, possibile per tutti coloro che avevano mani e braccia integre (per l’appoggio sulle gambe mutilate era stata brevettata un’apposita morsa, detta “Bologna”), seguita da quella per sartoria, poi la lavorazione di oggetti in vimini, la falegnameria, tornitura ferro, telegrafia e infine legatoria libri. Di estremo valore, sia fisico che morale, era l’apprendimento dell’uso della bicicletta: per chi era mutilato ad una sola gamba, o ad una metà gamba, il mezzo si rivelava altamente terapeutico per il moncone, che grazie al movimento rotatorio riceveva una maggiore ossigenazione. Ma soprattutto era importantissimo per il morale: recuperare autonomia e rapidità di spostamento, infatti, contribuiva enormemente a superare depressioni e frustrazioni. 3) Post-Rieducazione: si intende il periodo successivo alla rieducazione, ovvero il ritorno alla vita civile presso il proprio paese e i propri familiari. Le difficoltà maggiori da superare erano di ordine burocratico e lavorativo. Nel primo caso l’aiuto offerto dalla CRP si concentrava sulle pratiche legate alle pensioni di invalidità, offrendo consulenze e compilazione di carte; nel secondo, il sussidio era più articolato: a tutti i mutilati di braccio veniva donato, a spese della Casa, un kit specifico per le necessità quotidiane, come posate e set da barba. Inoltre veniva lasciata, a volte sotto forma di acquisto, altre volte come omaggio, l’attrezzatura di base per il mestiere imparato17. 17 Evidentemente non tutte le CRP italiane si comportavano allo stesso, perché l’ing. Zucchini lamenta che in certi casi non viene lasciato nulla al rieducato, che si vedeva impossibilitato, al ritorno nella località di provenienza, a svolgere proficuamente il mestiere appreso per la mancanza di strumenti e materie prime; vedi D. Zucchini, L’Opera del comitato bolognese..., cit., p.42. Vol. Bollettino 2006_okokok 62 20-06-2006 12:42 Pagina 62 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna Importantissimo poi era l’impegno della direzione nella ricerca di un lavoro per il rieducato, offrendo garanzie e certificati di avvenuta riabilitazione e capacità di produzione. Nella nostra regione, per esempio, in collaborazione col Comitato di mobilitazione per l’Emilia, presieduto da un generale dell’esercito (gen. Piana), era stato possibile collocare un certo numero di mutilati nella grande industria18. E ancora di estremo valore era la corrispondenza tra il rieducato e il direttore Zucchini: in archivio è possibile leggere alcune lettere di ringraziamento dei mutilati, utilizzate anche per chiarire dubbi o avanzare richieste, o più semplicemente per fare gli auguri in occasione di solennità particolari, a testimonianza del buon rapporto creatosi con i rieducandi e dell’efficacia dell’insegnamento19. Il dopoguerra e la direzione Bacialli La fine della guerra comportò in breve tempo nuove difficoltà da superare20: prima fra tutte, la riduzione per via della smobilitazione del personale docente e amministrativo, che obbligò la direzione a trattenere come personale borghese alcuni congedati (e quindi aumentando i costi) e a recuperare personale di supporto tra i militari più giovani in obbligo di leva, pagando però in questo modo lo scotto dell’inesperienza. Altro problema era creato dalla conversione della produzione industriale, che ridusse i posti di lavoro, e vanificò la rieducazione professionale degli invalidi specializzati per la grande industria: ciò costrinse la direzione ad un rinnovato sforzo nella ricerca di un impiego per i mutilati, senza ottenere troppi risultati. Nonostante tutto, il primo dopoguerra, portò anche novità positive, in particolare la fine dell’obbligo di permanenza di tutti i mutilati, volenti e nolen18 Ibidem, p.42. “Dell’efficacia dell’istruzione professionale impartita dai nostri Maestri d’arte, ci danno prova, oltre che i lavori compiuti dagli allievi durante la permanenza nella Casa, anche le notizie che di loro andiamo ricevendo dopo che hanno fatto ritorno in famiglia. Essi ci scrivono che lavorano e guadagnano; e dalle loro talvolta rozze frasi, traspare tutta l’intima soddisfazione per sentirsi ridiventati capaci di provvedere con dignitoso lavoro alle necessità loro e dei loro cari”, Ibid., p.41; oppure: “l’invalido, neppure dopo che sia stato rieducato e provveduto di collocamento o di attrezzi, deve essere abbandonato al suo destino. Bisogna seguirlo nei suoi primi e più difficili passi, spronarne le energie, lodarne i progressi, partecipare alle sue gioie familiari, confortarlo nei suoi dolori. A questo fine, è necessario mantenersi con lui in viva corrispondenza epistolare. E anche questo compito abbiamo sempre cercato di assolvere con cura affettuosa e come meglio sapevamo”, Ibid., p.44. 19 Ci riferiamo ora alla seconda e ultima relazione scritta dal direttore D. Zucchini, L’opera del Comitato bolognese per l’assistenza agli invalidi di guerra svolta dal 1 aprile 1918 al 31 luglio 1919, fasc. II, Roma, Tipografia dell’Unione editrice, 1919. 20 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 63 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 63 ti, presso la CRP, la quale rimase finalmente aperta solo per chi avesse manifestato il desiderio di tentare la rieducazione. Questo ovviamente facilitò la gestione della condotta degli invalidi, diffondendo un clima di serenità e motivazione. Addirittura la direzione assisté ad un ritorno di invalidi precedentemente refrattari alla rieducazione, i quali avevano constatato di persona, al ritorno a casa, l’impossibilità di essere utili per l’economia familiare. In proposito, anzi, dobbiamo sottolineare la positiva fama della CRP bolognese: dopo il conflitto, essendoci probabilmente una maggiore libertà di movimento, anche soldati che avevano già frequentato altre case italiane fecero domanda di rieducazione proprio a Bologna. Fu probabilmente a motivo dei colloqui con questi nuovi mutilati, che l’ing. Zucchini conobbe più a fondo il funzionamento di altre CRP, alle quali non risparmiò nelle sue relazioni esplicite accuse di inefficienza: evidentemente alcune Case accoglievano rieducandi di ritorno solo dopo aver preso visione del certificato penale, escludendo tutti coloro che presentassero qualche denuncia21. Zucchini invece si onorò di aver accolto tutti, “senza distinzione di provenienza e senza esigere la presentazione di certificato penale né certificato di buona condotta”22. L’aiuto della Casa bolognese, poi, proseguiva anche con la riparazione e rinnovazione di apparecchi di protesi, perfino di soldati curati e rieducati altrove. Probabilmente l’accusa più significativa mossa dall’ing. Zucchini ad altre case è quella di aver rieducato gli invalidi, soprattutto di arto superiore, “all’ozio di miseri lavori”: la maggior parte delle altre CRP, scrive il direttore, avviava questi mutilati al posto di bidello, anziché puntare a professioni più gratificanti e più utili alla società23. Dall’estate 1919, precisamente dall’1 agosto, la direzione passò nelle mani del colonnello d’artiglieria Giovanni Bacialli. L’organizzazione della Casa rimase quella impostata dal primo direttore, a dimostrazione delle sue valide capacità di gestione dimostrate nei tre anni precedenti; ma salta subito agli occhi la deformazione professionale di Bacialli, molto più attento, nelle sue relazioni, a sottolineare gli aspetti disciplinari. Il colonnello infatti elogia i propri mutilati per non aver mostrato quei segni di insofferenza e di protesta che animarono nel biennio rosso molte Non dimentichiamo che nelle fila dell’esercito italiano 1 soldato su 12 aveva subito un procedimento penale, e che 1 su 24, secondo i dati del Ministero di Giustizia, era stato condannato penalmente. Per maggiori approfondimenti si veda l’interessante studio di G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Roma, Editori Riuniti, 1993. 21 22 In D. Zucchini, L’opera del Comitato bolognese...1 aprile 1918 al 31 luglio 1919, cit., p.4. 23 Ibidem, p.6. Vol. Bollettino 2006_okokok 64 20-06-2006 12:42 Pagina 64 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna piazze italiane: nessuno dei rieducandi partecipò mai alle manifestazioni di protesta e, in particolare, nessuno occupò mai la Casa24. Durante la sua direzione, due sono probabilmente gli aspetti da segnalare: il primo, che solamente un terzo dei rieducandi proviene direttamente dalle strutture ospedaliere; 2 mutilati su 3, infatti, erano “di ritorno”, ovvero avevano constatato la propria incapacità a lavorare, e si erano decisi per la permanenza nella Casa. L’altro aspetto riguarda la ragion d’essere della Casa, la quale, fino al giorno di chiusura, acquisirà una nuova mansione, quella cioè di formare gli invalidi in vista del concorso indetto dal Ministero delle Poste e Telegrafi, per l’assunzione di personale addetto ai propri uffici. L’ultimo periodo della CRP Il 1° settembre 1919 inizia anche presso la CRP bolognese il secondo corso di abilitazione ai servizi postali e telegrafici per invalidi di guerra, indetto dal Ministero: ci sarebbe voluto tempo per sapere i risultati, e per legge le assunzioni di invalidi sarebbero avvenute col rapporto di uno a sei. Evidentemente i posti destinati ai mutilati di guerra erano complessivamente pochi, se lo stesso Bacialli aggiunse nella sua relazione che “questa disposizione non è né provvida né opportuna verso una classe che ha tanto benemeritato dalla Patria e non potrà che suscitare malumori e giuste proteste”25. Il corso sembrò essere l’ultima attività tenuta dalla CRP prima della chiusura avvenuta il 31 dicembre 1920: chi non era ancora stato rieducato completamente venne dirottato su altre Case. In realtà, già dall’estate di quell’anno correva voce che il Ministero delle Poste e Telegrafi avrebbe indetto un terzo concorso per servizi postali e telegrafici, preceduto da un altro corso specifico che si sarebbe tenuto in alcune CRP d’Italia26. Bologna non figurava Evidentemente in altre CRP si erano verificati grave episodi di protesta, come per esempio, l’occupazione della struttura, chiedendo pensioni di invalidità più elevate: vedi la relazione di G. Bacialli, La Casa di Rieducazione Professionale per storpi e invalidi di guerra in Bologna, nel periodo dal 1° agosto 1919 al 31 dicembre 1920, Bologna, Stabilimenti poligrafici riuniti, 1921, p.12. Nella Casa bolognese l’ottimo sistema di formazione era riuscito non solo a “esortare gli allievi a bene operare, all’osservanza del dovere e della disciplina, ad essere in breve degli uomini d’onore e dei buoni cittadini, ossequienti alle leggi e alle istituzioni che ci governano e reggono, così com’erano stati sul campo valorosi soldati; ma a premunirli altresì contro le perfide insidie dei nemici interni della Patria, che durante e dopo la guerra hanno con arti diaboliche e coi mezzi più turpi tentato di assassinare la grande Madre e cospirato in mille guise alla sua ruina”, Ibidem, p.12. 24 25 Ibidem, p.24. 26 Dalla relazione deduciamo che le CRP scelte dal Ministero erano 8; tra queste Milano, Torino, Firenze, Genova, Cagliari, Napoli; in G. Bacialli, La CRP per mutilati e storpi di guerra in Bologna durante il sesto ed ultimo anno di funzionamento 1 gennaio - 31 dicembre 1921, Bologna, Stabilimenti poligrafici riuniti, 1922. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 65 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 65 tra le città scelte per organizzare il corso, con grande stupore del direttore; Bacialli pertanto si adoperò per la riapertura della Casa bolognese, contattando personalmente il Ministero e ottenendone il consenso, a patto che le spese fossero sostenute dalla Casa. Effettivamente per Veneto, Friuli, Marche, Abruzzo settentrionale e Emilia-Romagna Bologna era la città più centrale e più velocemente raggiungibile: per quelle regioni, infatti, non era stata prevista alcuna sede per il corso. Riaprire Bologna avrebbe permesso ai mutilati di quelle parti d’Italia di partecipare con maggiore facilità27. Dopo la selezione, al corso vennero ammessi in quindici, cui se ne aggiunsero due dalla sede di Firenze, trasferiti per maggiore facilità di spostamento dalle zone di residenza. La Casa pertanto fu riaperta dall’1 marzo al 10 agosto 1921 per i 17 invalidi ammessi, congedati definitivamente l’11 agosto. I numeri della CRP bolognese Veniamo ora ai numeri della Casa bolognese relativi ai circa cinque anni di funzionamento28; è utile innanzi tutto distinguere tra le due direzioni, corrispondenti a due fasi di lavoro ben distinte: la direzione Zucchini nel pieno del conflitto; la direzione Bacialli nel dopoguerra. 1) Direzione Zucchini (6 aprile 1916-31 luglio 1919) • • • Totale invalidi: 1822 (- 571 inviati ad altre CRP) Totale effettivo: 1251 Dimessi dopo breve permanenza: a) per impossibilità fisica di sottoporsi alla rieducazione: 23 b) per piccole invalidità o per constatata idoneità fisica a riprendere l’antico mestiere: 202 c) per ottenuto collocamento senza speciale rieducazione: 48 d) per rifiuto: 455 • • • educati professionalmente: 407 espulsi per indisciplina: 18 presenti al 31 luglio 1919: 98 Bacialli però sottolinea che “ciò che più contribuì a far comprendere anche questa città fra quelle destinate per l’insegnamento postelegrafico fu di aver dato assicurazione che il benemerito Comitato Bolognese... si sarebbe assunto a proprio carico tutte le spese inerenti allo svolgimento del corso”, Ibidem, p.10. 27 I dati che ora indicheremo sono ricavati dalle relazioni dei due direttori, che abbiamo cit. precedentemente. I risultati generali per l’intero periodo di funzionamento della Casa si trovano nella relazione finale di Bacialli, La CRP ...durante il sesto ed ultimo anno di funzionamento 1 gennaio - 31 dicembre 1921, cit., p.29. 28 Vol. Bollettino 2006_okokok 66 20-06-2006 12:42 Pagina 66 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna Commentiamo brevemente questi primi numeri, precisando che alla voce totale invalidi è indicato tra parentesi il numero di coloro che per varie ragioni erano stati dirottati su altre Case, come per esempio quelli da rieducare nell’agricoltura, i quali, come detto, venivano spediti a Perugia (e dal 1918 anche a Porto Recanati): questi soldati, dopo un periodo più o meno lungo, uscivano dalla CRP bolognese, figurando però nel numero totale degli invalidi presenti nella struttura. I 23 invalidi della voce “a” sono solitamente grandi invalidi, come non vedenti o non udenti, normalmente indirizzati presso centri specializzati (i ciechi per esempio venivano inviati a Firenze). I dimessi per rifiuto sono i refrattari alla rieducazione, i quali, una volta trascorsi i quindici giorni d’obbligo di permanenza nella CRP, chiedevano di essere congedati. Non è dato sapere quanti di questi abbiano successivamente chiesto di rientrare per essere rieducati. È evidente però che il numero di refrattari è maggiore di quello dei rieducati, per l’esattezza il 36% del totale: la ragione di ciò risiede nella scelta di inviare alla Casa tutti indistintamente, volenti e nolenti. Le espulsioni sono relativamente poche, ed avvenivano solitamente per rientri in ritardo, ubriachezza, cattiva disciplina. 2) Direzione Bacialli 1 agosto 1919-31 dicembre 1920 • • • Totale invalidi: 161 (-4) Totale effettivo: 157 Dimessi dopo breve permanenza: a) per impossibilità fisica di sottoporsi alla rieducazione: 5 b) per piccole invalidità o per constatata idoneità fisica a riprendere l’antico mestiere: 4 c) per ottenuto collocamento senza speciale rieducazione: 3 d) per rifiuto: 15 • • • educati professionalmente: 114 espulsi per indisciplina: 5 trasferiti ad altre CRP per chiusura della Casa: 11 Nel dopoguerra sono cambiate le condizioni e le esigenze della Casa: 114 sono i rieducati, a dispetto dei 15 refrattari, ovvero il 72% del totale, contro il 32% del periodo bellico. Ciò è dovuto alla selezione spontanea tra i mutilati: accedeva alla CRP solo chi faceva domanda. E questo dimostra la validità e l’efficacia della rieducazione offerta dalla struttura bolognese. Se infatti guardiamo i risultati generali, comprendiamo subito l’utilità dell’iniziativa del Comitato bolognese che ha voluto la Casa. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 67 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 67 3) Risultati generali per l’intero periodo di funzionamento della Casa 6 aprile 1916-11 agosto 1921 • • • • • • • totale ammessi: 2001 trasferiti per ragioni di territorialità: 575 totale effettivo: 1426 totale rieducati: 641 rieducati e meritevoli di premio: 595 dimessi per rifiuto: 475 dimessi per varie ragioni: 278 Sul totale effettivo questa volta i refrattari rappresentano il 33%, mentre i rieducati il 45%: il rapporto si inverte. Purtroppo, a nostro avviso, il dato veramente significativo è l’esiguità degli ammessi alla rieducazione: appena 2001 a Bologna! Supponendo che le strutture in Italia fossero poche, e non tutte di dimensioni più grandi di quella bolognese, possiamo pensare che il numero totale dei soldati italiani inviati alle CRP sia stato di qualche decina di migliaia. Il numero di feriti italiani superava già i 170.000 dopo 6 mesi di guerra, figuriamoci alla data dell’armistizio. Meglio comprendiamo allora il tono polemico dell’ing. Zucchini, quando paragona il lavoro della sua Casa ad una goccia nel mare29, e meglio possiamo oggi intravedere le mancanze dello Stato italiano verso i suoi soldati. Secondo i direttori bolognesi, infatti, lo Stato dimostrò una sostanziale superficialità d’intervento, in quanto: a) innanzi tutto mancò un coordinamento degli sforzi: si erano create troppe CRP di piccole dimensioni, incapaci di offrire un servizio specializzato efficace e su larga scala. Andarono dispersi soldi e energie, quando invece era il caso di concentrarli e canalizzarli30. b) La mancanza di un coordinamento e di controllo favorì il sorgere di Comitati spesso incapaci di affrontare efficacemente la rieducazione: in 29 “Qualcuno forse, esaminando le cifre che stiamo per esporre, osserverà che il numero dei mutilati da noi rieducati, paragonato alle migliaia di invalidi che la guerra ci ha restituiti dalle trincee, è come un goccia nel mare. Ciò non infirma la nostra tesi: qualitativamente la rieducazione professionale, là dove sia svolta con serietà di criteri, è senza dubbio feconda di ottimi risultati; quantitativamente essa dipende dall’entità dei mezzi disponibili. Se invece di una Casa con circa 200 posti, avessimo potuto fondare un Istituto per un migliaio di invalidi, e se fossimo riusciti a dar vita ad un importante centro di rieducazione agricola, quale noi vediamo nella nostra mente e sentiamo nel nostro cuore, allora i resultati conseguiti sarebbero stati ben maggiori.” Così D. Zucchini, in L’opera svolta in Italia..., cit., p.39-40. “Non si doveva permettere il nascere di piccoli centri di rieducazione i quali, nonostante il buon volere delle persone che vi sono preposte, conducono ad uno spreco di energie e di danari, senza risultati apprezzabili”, D. Zucchini, L’opera svolta in Italia..., cit., p.40. 30 Vol. Bollettino 2006_okokok 68 20-06-2006 12:42 Pagina 68 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna sostanza, il denaro speso per il mantenimento di tali strutture venne gettato al vento31. c) Sulla mancanza di coordinamento nazionale si intervenne tardivamente, con l’istituzione dell’Opera Nazionale per la protezione e l’assistenza degli invalidi di guerra32. d) Il difetto originario, probabilmente causa prima dell’inefficacia generale dell’iniziativa statale a favore dei mutilati di guerra, risiedette nel principio, in base al quale all’Autorità Militare spetta soltanto il dovere d’assistenza sanitaria e protetica, e non anche quello della rieducazione professionale. Questo principio, smentito anche dall’iniziativa di altri eserciti (Zucchini cita come esempio quello austro-ungarico e quello belga), è evidentemente contraddittorio, se pensiamo che la rieducazione professionale è l’ultima fase della convalescenza di un invalido militare, ferito in guerra, e non ferito in una normale attività lavorativa33. L’invalido di guerra, pertanto, non ha ricevuto quelle attenzioni che si meritava, subendone anzi le sue disattenzioni e le sue inefficienze: È bensì vero purtroppo che dopo la nostra grande vittoria militare, in quel fosco e tristo periodo nel quale subdolamente si fecero tutti gli sforzi più rabbiosi per svalutarla fino al punto di doverci domandare se eravamo vincitori o vinti, anche i mutilati e gl’invalidi della guerra parvero e realmente furono dalle Autorità politiche e civili e dal Parlamento stesso, se non dimenticati e trascurati, per lo meno non tenuti nel debito conto e nella considerazione che meritano. Ma la parte sana e buona del Paese non li dimenticò e abbandonò un solo momento, ma continuò ad assisterli con gli stessi amorosi sensi in tutti i loro bisogni materiali e morali34. 31 “E ci sia permesso di osservare che se i numerosi Comitati che sono sorti in quasi tutte le regioni d’Italia, avessero dato alla rieducazione professionale un contributo pari al nostro, oggi parecchie migliaia di invalidi sarebbero tornati alle proprie case, nuovi fattori di lavoro e di progresso”, Ibidem, p.40. 32 Legge 25 marzo 1917, n.481. “La rieducazione professionale non è se non l’ultima fase della convalescenza del militare invalido. Come può sostenersi che essa non debba essere di competenza dell’Autorità Militare, al pari dell’assistenza protetica? E chi, se non l’Autorità Militare - in tempo di guerra - può disporre dei mezzi e degli uomini necessari per un’opera così vasta e complessa? Anche l’esempio di nazioni estere confortava a seguire questa via”, D. Zucchini, L’opera svolta in Italia..., cit., p.40. 33 34 In G. Bacialli, La Casa di Rieducazione...dal 1 agosto 1919 al 31 dicembre 1920, cit., p.37. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 69 La Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 69 La chiusura della casa bolognese Alla fine, oltre il danno, la beffa: la Casa bolognese (così come tutte le altre?), assieme a tutta la sua efficiente organizzazione, alla sua esperienza, alla sua conoscenza, non sopravvisse al primo dopoguerra, e venne mestamente chiusa. Sarebbe stato possibile convertirla in Casa di Rieducazione per invalidi civili, aumentandone l’efficacia con investimenti ad hoc; e invece, nonostante la centralità della città, raggiungibile facilmente da tutto il centro-nord d’Italia, e la sua manifesta funzionalità, fu deciso di chiuderla. E con un senso di impotente dispiacere, il colonnello Bacialli osservava con tristezza, tra le ultime righe della sua relazione, che in una città come la nostra, situata geograficamente quasi al centro della penisola, fornita di un Istituto ortopedico di fama mondiale, con annessa un’Officina di protesi di primissimo ordine, di un Istituto clinico per malattie della bocca pure di grande rinomanza, una simile istituzione non avrebbe dovuto cessare di funzionare mai. Allorché non avesse servito per mutilati e storpi della guerra, avrebbe potuto opportunamente essere destinata a quelli di pace, per la rieducazione professionale degli operai e agricoltori colpiti da gravi sinistri, e minorati di conseguenza nelle loro capacità lavorative35. Negli ultimi mesi del 1921, terminato il terzo corso del Ministero, il direttore Bacialli si adoperò per la vendita di mobili e oggetti vari della struttura, che venne chiusa definitivamente il 3 gennaio 1922 con la consegna delle chiavi ai nuovi proprietari. 35 G. Bacialli, La Casa di Rieducazione...1 gennaio-31 dicembre 1921, cit., p.32. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 70 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 71 L’ARCHIVIO DELLA CASA DI RIEDUCAZIONE PROFESSIONALE PER MUTILATI E STORPI DI GUERRA DI BOLOGNA a cura di Otello Sangiorgi L’archivio della Casa di rieducazione professionale per mutilati e storpi di guerra fu consegnato al Museo del Risorgimento di Bologna dall’ex direttore della Casa Dino Zucchini nel 1935. Fino a quel momento, esso era stato conservato presso la sede della Società Agraria, che già aveva ospitato il Comitato bolognese per l’assistenza agli invalidi di guerra. Insieme all’archivio, al museo fu donato anche il seguente materiale: - poco meno di 200 tra libri, opuscoli e periodici; - 2 album fotografici e poco meno di 100 fotografie sciolte; - alcune macchinette per la lavorazione dei vimini e pezzi di ferro lavorati al tornio e alla fresatrice dai mutilati; - un certificato di rieducazione professionale in cornice; - una pellicola cinematografica girata attorno al 1918, che documentava l’attività della Casa; - alcuni armadi che contenevano la documentazione e alcuni timbri, andati perduti. Sebbene la stampa locale avesse dato un certo rilievo alla donazione (cfr. “Avvenire d’Italia” e “Resto del Carlino” del 14 febbraio 1935) essa, per mancanza di spazi, fu interamente collocata in un magazzino decentrato rispetto alla sede del museo, e nel corso del tempo subì numerosi traslochi. Negli anni ‘90 il materiale fu recuperato e riordinato: libri e opuscoli furono portati nella biblioteca del museo e catalogati, il materiale fotografico venne inventariato e reso consultabile in biblioteca, gli oggetti furono inventariati e collocati nei depositi museali, la pellicola cinematografica, essendo di materiale infiammabile ed estremamente deperibile, venne depositata presso la Cineteca Comunale per motivi di sicurezza. Finalmente nel 2000 anche l’archivio, che costituiva la parte più consistente della donazione, trovò una collocazione adeguata presso l’Archivio storico comunale, che lo ricevette in deposito, pur conservandone la proprietà al Museo del Risorgimento. Tale sistemazione rese anche possibile la ricognizione sistematica del fondo e la realizzazione dell’inventario, avvenuta nel 2002 grazie anche alla gentile collaborazione dei colleghi dell’Archivio, e in particolare di Ferdinando Bortolini. Quando fu versato al museo, l’archivio si trovava già in avanzata fase di Vol. Bollettino 2006_okokok 72 20-06-2006 12:42 Pagina 72 L’Archivio della Casa di Rieducazione Professionale di Bologna riordino, ma registri e buste erano in disordine, probabilmente a causa dei numerosi traslochi subiti dal fondo. Le operazioni di inventariazione hanno rispettato la fisionomia originale dell’archivio e gli interventi effettuati sono stati finalizzati al suo ripristino. In alcuni casi sono state sostituite le buste con altre nuove, eliminando le danneggiate, che non presentavano caratteristiche tali da giustificarne la conservazione. Ad ogni unità archivistica è stato applicato un cartellino indicante il nome del fondo, il contenuto dell’unità (ponendo tra parentesi quadre le opportune integrazioni rispetto all’intestazione originale) e una serie di numeri indicanti la serie (da 1 a 5), l’eventuale sottoserie, e il numero di catena. Infine, oltre all’inventario sommario pubblicato di seguito ne fu redatto uno analitico, che contiene la descrizione del contenuto di ogni unità archivistica (busta o registro) e degli eventuali fascicoli al suo interno. Così riordinato, l’archivio si compone di 5 serie inventariali, per complessive 133 unità (79 buste e 54 registri). La serie 1 contiene le schede individuali redatte al momento dell’ammissione nella Casa e una dichiarazione firmata dal militare all’atto della dimissione. Le schede erano ordinate in base ad un numero progressivo e l’inventariazione ha mantenuto tale ordine. Sempre rispettando l’ordinamento originale, nella serie 2, riguardante gli Atti amministrativi, è stata mantenuta la suddivisione per anno. Gli atti di ciascun anno sono costituiti da: atti archiviati (fino al 1918 classificati in base ad un titolario), mandati di pagamento, note spese della fureria, note spese delle suore, registri nosologici relativi a visite mediche e cure prestate dall’Ospedale militare ai mutilati e rapportini mattinali relativi alle ammissioni e dimissioni nella Casa. In coda alla serie sono state poste le pratiche espletate col protocollo della fureria. Nella serie 3 è stata ricostituita la serie dei registri e degli indici di protocollo, mantenendo la separazione tra il protocollo “comune” e di quello “di fureria”. Nel primo venivano posti gli atti di competenza della Casa, mentre al secondo erano destinati gli atti di stretta competenza del distaccamento militare che operava all’interno della Casa. La serie 4 comprende 18 buste di documenti vari, per i quali è stata mantenuta l’originaria suddivisione per argomento o per tipologia. In questa serie, per la cui consultazione si rivela particolarmente utile l’inventario analitico, sono presenti anche alcuni documenti provenienti dal Comitato bolognese per l’assistenza agli invalidi di guerra. L’ultima serie comprende registri vari, relativi soprattutto all’amministrazione e alla contabilità (libri cassa, libri spese, libri mastri, ecc.) e in misura minore ai militari ricoverati. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 73 L’Archivio della Casa di Rieducazione Professionale di Bologna 73 Inventario: SERIE 1: Schede individuali (10 buste) SERIE 2: Sottoserie 2.1: Sottoserie 2.2: Sottoserie 2.3: Sottoserie 2.4: Sottoserie 2.5: Sottoserie 2.6: Sottoserie 2.7: Atti amministrativi (51 buste) Anno 1916 (8 buste) Anno 1917 (14 buste) Anno 1918 (11 buste) Anno 1919 (9 buste) Anno 1920 (5 buste) Anni 1921 e 1922 (2 buste) Pratiche espletate col Protocollo Fureria (2 buste) SERIE 3: Registri di Protocollo e Indici di Protocollo (22 registri) Sottoserie 3.1: Registri del Protocollo comune e indici del protocollo comune (16 registri) Sottoserie 3.2: Registri del Protocollo di Fureria (6 registri) SERIE 4: Documenti vari (18 buste) SERIE 5: Registri vari (32 registri) Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 74 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 75 L’“UFFICIO PER LE NOTIZIE ALLE FAMIGLIE DEI MILITARI”: UNA GRANDE STORIA DI VOLONTARIATO FEMMINILE BOLOGNESE. di Elisa Erioli Ora nel’15 [...] le donne bolognesi sanno fare a pro’ dei feriti e dei combattenti quanto e ancor di più di quello che fecero le loro madri: tutti lo vedono, tutti lo sanno e lo storico futuro le ricorderà degnamente. (Licinio Livini)1 Introduzione Il ruolo femminile nella Grande Guerra subì un mutamento sostanziale rispetto ai conflitti precedenti e alla stessa visione della donna prima dello scontro mondiale, e se nell’immediato dopoguerra non ci fu un riconoscimento ufficiale, rappresentò comunque il primo passo per l’ottenimento delle conquiste future. Per la prima volta, infatti, le donne scesero fisicamente e non solo moralmente a fianco degli uomini che combattevano al fronte: appartenenti ai ceti sociali medio bassi, si adoperarono per necessità anche in tutte quelle attività lavorative fino a quel momento riservate esclusivamente agli uomini, divenendo operaie di fabbrica, tranviere, impiegate in aziende e banche, etc. Anche a livelli sociali più elevati le donne sentirono il dovere di sostenere i militari al fronte preparando loro indumenti utili ad affrontare il freddo e l’umidità delle trincee, oppure gli “scaldaranci”, o adoperandosi per portare aiuto ai militari feriti o prigionieri all’estero. All’interno di queste numerose attività di volontariato si inserì l’opera dell’Ufficio Notizie che, nato principalmente come sostegno per le famiglie dei militari, si rivelò uno strumento utile anche allo Stato e agli stessi soldati. Tale utilità si evidenziò anche nelle dimensioni che l’Ufficio assunse in breve tempo: la sede centrale di Bologna nel giro di pochi mesi dovette essere traslocata per problemi di spazio, mentre rapidamente si moltiplicavano Sezioni e Sottosezioni in altre località, e anche nelle principali città estere (colonie o città con una forte presenza di emigrati italiani, da dove partivano i rientrati in Patria). Il coinvolgimento della popolazione italiana, ma soprattutto bolognese, in questa attività è di grande rilevanza: signore e signorine di varie età ed estrazione sociale, ma anche professori, studenti, “giovani esploratori”, religiosi: uomini e donne anche con visioni politiche differenti ma accomunati dallo 1 L. Livini, Le donne bolognesi nel ‘48 e nel 1915, in “Il Resto del Carlino”, 7 agosto 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 76 20-06-2006 12:42 Pagina 76 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari stesso desiderio di cedere il proprio tempo a favore della patria, dalla volontà di rendersi utili e, seppur in modo non diretto, di “partecipare alla guerra”. La nascita L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari nacque su iniziativa di un gruppo di nobildonne bolognesi che, guidate dalla contessa Lina Bianconcini Cavazza, costituirono un ufficio in grado di mettere in contatto il Paese, e in particolare le famiglie dei combattenti, con l’Esercito mobilitato. Questa idea, innovativa per l’Italia, serviva a colmare il vuoto istituzionale lasciato dalle comunicazioni ufficiali che già era stato particolarmente sentito durante la guerra di Libia2. Il regolamento, infatti, prevedeva la trasmissione quindicinale delle perdite dai Corpi alle Intendenze a scopo militare e amministrativo, ma, in uno scenario di guerra totale, nonostante le apposite disposizioni per accelerare i tempi, lo Stato si trovò nella difficoltà di attuarle. Accadeva così che le famiglie riuscissero ad avere notizia della morte o del ferimento del proprio caro solo dopo molto tempo dall’avvenimento, e senza alcuna possibilità di ottenere maggiori informazioni dal Ministero della Guerra3. Il riconoscimento ufficiale dell’Ufficio Notizie avvenne nell’ottobre del 1915 quando il Ministero della Guerra e il Ministero della Marina assegnarono ad esso alcuni ufficiali e ne agevolarono l’operato attraverso una circolare, mentre la Prefettura di Bologna ne riconobbe la capacità giuridica4. I fondi per il funzionamento dell’intero ufficio arrivarono direttamente dal Ministero della Guerra, che stanziò una quota mensile di £ 6.000, mentre la Società bolognese di elettricità elargì gratuitamente l’illuminazione all’Ufficio Centrale per tutto il periodo di attività. Anche la Cassa di Risparmio e la Camera di Commercio di Bologna si adoperarono generosamente a favore dell’Ufficio; le Poste offrirono temporaneamente i propri locali oltre alla parziale franchigia postale, mentre gli Uffici minori riuscirono a mantenere l’indipendenza economica grazie al contributo di Comitati e Amministrazioni locali5. L’Ufficio Notizie non era, però, un’invenzione italiana o bolognese: già in Francia, infatti, nei mesi precedenti all’intervento italiano nel conflitto si era costituito un ufficio con il compito di aiutare le famiglie dei militari parigini a reperire informazioni. Dati i risultati soddisfacenti, nel giro poco tempo il 2 G. Fanciulli, L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari, in “Nuova Antologia”, 1915, pp. 1-2. 3 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Nota sulla costituzione e sul funzionamento dell’Ufficio, Bologna 1916, p. 3. 4 Intendenza Generale del R. Esercito Italiano, circ. n. 371, 10, X. 1915. 5 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Note sulla costituzione e sul funzionamento dell’Ufficio, cit., pp. 21-22. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 77 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari 77 servizio venne allargato e messo a disposizione di tutta la nazione francese, mentre strutture analoghe si diffusero rapidamente negli altri Paesi coinvolti nel conflitto6. La struttura L’organizzazione interna dell’Ufficio notizie per le famiglie dei militari venne ideata sulla base della disposizione territoriale dei Distretti militari e dei Comandi di Corpo d’armata. In questo modo si tentò si semplificare la gestione delle informazioni e la stessa attività di rintraccio dei militari e delle loro famiglie. La struttura era costituita di due Uffici Centrali, uno a Bologna, città dove era nata l’idea e già sede dello smistamento di tutta la corrispondenza militare, con il compito di coordinare e dirigere le strutture per le notizie dei militari di terra, e uno a Roma per il coordinamento delle informazioni dei militari di mare. Gli Uffici di Sezione per i militari di terra sorgevano nelle sedi dei dodici Comandi territoriali di Corpo d’armata e in quelle città sedi di Depositi e di ospedali con oltre 1000 letti (Catanzaro, Cagliari, Venezia e Udine). Le Sezioni che si occupavano dell’organizzazione delle notizie per i militari di mare erano, invece, Taranto, Brindisi, La Spezia, Lecce, Reggio Calabria, La Maddalena e Tropea. Il compito delle Sezioni di terra e di mare era inizialmente quello di organizzazione mentre successivamente divenne di direzione degli Uffici locali. In tutte le altre sedi di Distretto militare sorsero, infatti, gli Uffici di Sottosezione che facevano capo alle Sezioni, il cui compito consisteva nel monitoraggio dei militari nelle sedi dei distretti di leva e nelle altre località sedi di depositi militari o di grossi centri ospedalieri, raggruppando le notizie in base alla dimora abituale della famiglia. Le Sezioni dei militari di terra istituirono poi dei Riparti specializzati nel monitoraggio dei militari di mare. Infine Uffici o gruppi di corrispondenza affidati a Comitati, ad Istituti o a persone volenterose, anche nei più piccoli centri abitati, avevano compito di intermediazione tra le famiglie e le Sezioni e Sottosezioni per le richieste di informazioni e le relative risposte7. Un esercito di volontarie La contessa Cavazza, già particolarmente conosciuta insieme al marito nel panorama locale bolognese per le numerose attività di carità e di impegno per 6 A. Sorbelli, Accanto alla guerra. L’Ufficio notizie, in “La Lettura”, anno XVI n. 1, 1 gennaio 1916, p. 65. 7 Ibidem, pp.5-6; Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Regolamento, Bologna 1915, pp. 2-3. Vol. Bollettino 2006_okokok 78 20-06-2006 12:42 Pagina 78 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari la rivalutazione della città e dell’economia locale - basti citare l’Aemilia Ars di cui era stata fondatrice - costituiva la vera anima dell’Ufficio Notizie. Oltre ad esserne l’ideatrice, infatti, concesse il primo piano del suo palazzo di via Indipendenza 69 per farne la sede centrale8 fino al 1916, quando, data la sopravvenuta inadeguatezza dei locali, l’Ufficio Centrale venne trasferito presso i locali delle Poste situati in via Farini 39. La capacità della contessa Cavazza fu quella di coinvolgere nel progetto non solo le proprie conoscenze altolocate in ambito nazionale e cittadino, ma anche collaboratrici e collaboratori di condizione sociale, idee politiche e impegno professionale diversi. Per capire l’enorme attività che girava attorno all’Ufficio Notizie, basta citare alcuni tra Comitati e Associazioni che si attivarono: la Federazione femminile, ad esempio, divenuta poi Alleanza femminile, l’Associazione per la protezione della giovane e l’Associazione pel bene del Mezzogiorno che si adoperarono per la costituzione di molti Uffici e Comitati locali; una squadra di signorine della Direzione Compartimentale delle Ferrovie di Bologna si assunse, invece, l’onere di preparare nel dopolavoro le cartoline per le richieste al fronte; conventi e istituti educativi accettarono l’incarico di compilare giornalmente le schede10. Le volontarie italiane coinvolte furono un totale di venticinquemila divise in ottomila e quattrocento uffici11 e, spesso, quando provenivano da ranghi altolocati, erano mobilitate anche in altre attività di volontariato per i militari al fronte. Per capire chi era la “signorina tipo” che animava l’Ufficio Notizie, possiamo portare l’esempio della bolognese Teresa Folli le cui lettere e documenti sono conservati al Museo Civico del Risorgimento di Bologna12. Le carte ci mostrano un’intensa attività divisa tra l’Ufficio Centrale, come addetta allo smistamento della corrispondenza proveniente dai cappellani e dalle autorità militari impegnate sul fronte, e un impegno esterno all’Ufficio Notizie, col quale, insieme alle sorelle Tina e Ida, manteneva attivi anche i rapporti epistolari con i militari impegnati nel conflitto, inviando loro biscotti ma anche generi di prima necessità e chiedendo in cambio qualche fotografia e qualche descrizione dei paesaggi del fronte. Abbracciando anche cause difficili, se non impossibili, la signorina Teresa si adoperava per ricevere informazioni direttamente dal Ministero della Guerra o per aiutare famiglie 8 F. De Bosdari, Il Conte Francesco Cavazza, in “L’Archiginnasio”, 1942, p. 171. M. Sandri, Un superstite della guerra. L’Ufficio centrale notizie, in “Il Comune di Bologna”, giugno 1929, p. 60. 9 10 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Note sulla costituzione e sul funzionamento dell’Ufficio, cit., pp. 18-19. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di mare e di terra, Nella riunione di chiusura dell’Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari. Discorso della Presidente, Bologna, 1 luglio 1919, p. 10. 11 12 Museo Civico del Risorgimento di Bologna, Fondo Folli. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 79 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari 79 di conoscenti in difficoltà. Esemplare per capire la volontà e la tenacia di questa volontaria è la malacopia di una lettera indirizzata direttamente alla Regina, nella quale la signorina Teresa la prega di intercedere presso il Re affinché venga congedato il padre di alcune giovani sorelle rimaste orfane di madre e costrette sole a crescere senza la guida di un familiare13. Il più delle volte e soprattutto all’inizio, le Dame coinvolte in quella che era la corrispondenza con le sfere militari erano completamente ignare del funzionamento di un ufficio ed in particolare degli ordinamenti militari, delle limitazioni imposte dal segreto delle informazioni di guerra e persino dell’esistenza dei Depositi dei Corpi. Cercarono di adattarsi in breve tempo, grazie anche al prezioso aiuto di qualche militare a riposo, a quelle che erano le regole per la corrispondenza militare, correggendo spesso gli errori dei soldati o delle famiglie14. L’esercito delle volontarie dell’Ufficio Notizie trovò anche l’appoggio di professori, studenti e “giovani esploratori” che si rivelarono un aiuto prezioso sia per le addette alla gestione dello schedario, fondamentale per il monitoraggio di tutti i militari, sia per le così dette dame visitatrici che si mobilitavano più volte alla settimana verso gli ospedali locali per raccogliere le generalità dei militari feriti o malati e aggiungendo ogni notizia che il militare stesso volesse comunicare alla famiglia15. Un aiuto dal fronte Accanto alle signore, signorine, maestre e studentesse anche il clero e in particolare i cappellani militari si rilevarono “collaboratori zelanti e preziosi”16 per la trasmissione delle notizie ufficiose dal fronte. Benché, infatti, l’Amministrazione militare si fosse impegnata ad accelerare i tempi per la trasmissione delle informazioni, prescrivendo ai Corpi atti allo scopo di non far trascorrere più di dieci giorni dai combattimenti per informare delle perdite i rispettivi Depositi, i tempi previsti non venivano rispettati a causa del protrarsi dei combattimenti e del relativo ritardo nelle comunicazioni, della lentezza del servizio postale e della necessità dei Depositi di indagare sui registri per ritrovare i dati della dimora della famiglia. Quando poi la notizia fornita dal Corpo era quella di un ferimento, la famiglia non riusciva comunque a ad 13 Museo Civico del Risorgimento di Bologna, Fondo Folli. 14 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Note sulla costituzione e sul funzionamento dell’Ufficio, cit., p. 20. 15 A. Sorbelli, Accanto alla guerra. L’Ufficio notizie, cit., p. 65 16 Ibidem, p. 13. Vol. Bollettino 2006_okokok 80 20-06-2006 12:42 Pagina 80 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari avere maggiori informazioni circa la gravità e, a volte, neppure circa la località dove si trovava ricoverato il militare17. La Sezione di Udine, a questo proposito, si dimostrò molto utile in quanto con l’aiuto dei Sindaci riuscì da una parte a rintracciare le sedi degli ospedali e dall’altra istruì e coinvolse i cappellani nel trasmettere, nel limite del possibile, notizie e informazioni sui militari ricoverati. Questa opera d’indottrinamento non fu facile soprattutto perché all’inizio i cappellani ignoravano l’invito o, peggio, ritenevano irregolare l’adesione o, ancora, ebbero limitazioni dagli Ufficiali medici o dai Comandi se addirittura non ebbero direttamente l’ordine di ritardare le notizie di morte18. Per colmare le lacune che si erano create, si venne ad accordi con l’Intendenza generale e con il vescovo militare Bartolomasi, rendendo obbligatorio il servizio informativo dei cappellani. L’Ufficio dotò così i cappellani di comode cartelle con un blocco di moduli, fascette con l’indirizzo e un matita in modo che potessero trasmettere quotidianamente all’Ufficio Centrale le notizie raccolte negli ospedali militari, civili, della Croce Rossa e del S. M. Ordine di Malta e sui treni che trasportavano feriti19. L’Ufficio Centrale L’Ufficio Centrale aveva la sede principale a Bologna, città dove era nato, e il suo scopo primario era quello di regolare e coordinare tutta la complessa macchina che legava Sezioni e Sottosezioni impartendo le disposizioni di carattere generale. Inoltre, doveva corrispondere con le Autorità militari mobilitate e territoriali e con le Autorità civili, riceveva dai Cappellani militari l’elenco dei militari degenti negli ospedali mobilitati e trasmetteva gli estratti a Sezioni e Sottosezioni interessate, e formava uno schedario relativo a tutti i militari di cui giungesse notizia20. Il Consiglio di Presidenza, composto dalla presidente Contessa Lina Bianconcini Cavazza, dai vice-presidenti Contessa Marianna Salina, Marchesa Anna Maria Marsigli, prof. Giacomo Ciamician, prof. Leone Pesci, Rettore dell’Università, dirigeva l’operato d’ufficio, mentre la Segreteria, composta dal Prof. Enrico Sgargi e dall’avv. Pietro D’Angelo, svolgeva le funzioni di gabinetto della Presidenza, di archivio e di protocollo21. L’ufficio era l’unico ad essere in relazione con il Ministero e con l’Intendenza Generale, rice17 Ibidem, p. 11. 18 Ibidem, p. 13. 19 G. Fanciulli, L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari, cit., p. 9. 20 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Regolamento, cit., p. 3. 21 G. Fanciulli, L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari, cit, p. 4. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 81 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari 81 vendone ordini e consigli e si occupava di inviare alle Sezioni i regolamenti e i fogli d’ordine per mantenere unità tra gli Uffici locali e i Depositi, tra i Centri di mobilitazione e le Autorità Sanitarie. Altre informazioni importanti giungevano all’Ufficio dagli enti militari della zona di guerra e venivano prontamente comunicate alle sezioni locali interessate, mentre queste fornivano le notizie che trasmettevano gli enti militari territoriali, ovvero quelli posizionati al di fuori delle zone di guerra. Il flusso di informazioni che giungevano all’Ufficio seguiva due direzioni: da una parte vi erano quelle comunicate spontaneamente, dall’altra vi erano quelle che erano state richieste dalle famiglie per mezzo delle sezioni locali22. All’interno dell’Ufficio Centrale di Bologna trecentocinquanta volontari23 si dividevano nella gestione dello spoglio della corrispondenza: dalle richieste di notizie che giungevano da Sezioni e Sottosezioni, alle comunicazioni dei comandi militari, dei depositi, dalla corrispondenza di cappellani dalle zone di guerra alla numerosa posta che giungeva da privati che scrivevano direttamente all’Ufficio Centrale nella speranza di accelerare i tempi di risposta24. Il lavoro di smistamento era febbrile se si pensa che dal giugno 1915 al 1° luglio 1919 le notizie che arrivarono spontaneamente dal fronte furono quasi sette milioni, mentre quelle giunte in risposta agli oltre due milioni di richieste fatte dall’ufficio furono circa un milione e mezzo senza contare parecchi milioni di informazioni giunte dagli ospedali militari territoriali per un totale di dodici milioni di schede contenenti notizie. In alcuni periodi, in concomitanza di attacchi, si arrivò a smistare diecimila notizie al giorno: un onere impegnativo ma coscienziosamente supportato dalle volontarie25. Ogni notizia che giungeva all’Ufficio Centrale veniva scrupolosamente schedata e consegnata all’ufficio di alfabetazione che provvedeva ad suddividere le schede alfabeticamente e le consegnava agli addetti che le ordinavano all’interno dello schedario. Per rispondere alle richieste di informazione che arrivavano dalle Sezioni, gli incaricati controllavano prima lo schedario generale e provvedevano a darne risposta alle famiglie o alle Sezioni. Nel caso non risultasse nulla l’ufficio si faceva carico di ricercare informazioni direttamente dai colonnelli dei reggimenti, registrando la richiesta in una scheda che veniva collocata nello schedario in attesa della risposta26. 22 S. Petri, La missione dell’”Ufficio per le notizie alle famiglie dei militari”, in “Rassegna Nazionale”, 16 novembre 1916, p. 7. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Nella riunione di chiusura dell’Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari. Discorso della Presidente, cit., p. 18. 23 24 A. Sorbelli, Accanto alla guerra. L’Ufficio notizie, cit., p. 67. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Nella riunione di chiusura dell’Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari. Discorso della Presidente, cit., pp. 12-13. 25 26 A. Sorbelli, Accanto alla guerra. L’Ufficio notizie, cit., p. 67. Vol. Bollettino 2006_okokok 82 20-06-2006 12:42 Pagina 82 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari Il cuore dell’Ufficio: Lo schedario principale Fulcro e centro dell’intera struttura era lo schedario dell’Ufficio Centrale che raccoglieva tutte le notizie e le richieste di informazione sui militari impegnati al fronte. A seconda del tipo d’informazione la scheda assumeva una colorazione differente: bianca se forniva informazioni provenienti da qualunque luogo (depositi, dame visitatrici di sezioni o sottosezioni, ospedali, etc.), rossa o rossa-arancione se conteneva le domande delle famiglie che non avevano informazioni del loro caro da molto tempo, verde se conteneva notizie positive circa la guarigione del militare o se era stato riformato, grigia se indicava dispersi o prigionieri. Un altro piccolo schedario raccoglieva, invece, le schede di colore ruggine che portavano la notizia del decesso del militare. Quando l’informazione diveniva ufficiale veniva compilata una scheda di colore azzurro listata a lutto che riportava la notizia nel modo più dettagliato possibile con riferimenti al luogo del decesso e al tipo di morte27. Lo schedario dell’Ufficio Centrale racchiudeva al suo interno una copia degli schedari che ogni Sezione e Sottosezione era tenuta a comunicare. La costituzione di uno schedario generale si era resa necessaria già alle origini della struttura stessa, quando ancora le sezioni e sottosezioni non riuscivano a ricoprire capillarmente l’intera nazione italiana o non erano ancora sufficientemente indipendenti per mancanza di volontari o di locali. La sua costituzione fu agevolata anche per volere dell’Autorità militare che, desiderando contenere le richieste di informazioni che giungevano ai Corpi combattenti, richiese che queste partissero unicamente dall’Ufficio Centrale. Lo schedario dell’Ufficio Centrale divenne presto fondamentale e pronto a sostituire ogni Sezione che per qualsiasi ragione fosse costretta improvvisamente a chiudere i battenti. In corso d’opera fu chiara anche l’importanza storica che poteva rappresentare questo schedario e la necessità di cederlo, a guerra finita, alla memoria collettiva28. Il Reparto per le ricerche speciali Una sezione speciale dell’Ufficio Centrale si occupava direttamente di soddisfare le richieste di informazioni che arrivavano, per mezzo delle schede di colore arancione e rosa, dalle Sezioni e Sottosezioni, che facevano le veci delle famiglie che non avevano notizie dei loro cari al fronte da più di venti giorni 27 Ibidem, p. 68. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Nella riunione di chiusura dell’Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari. Discorso della Presidente, cit, pp. 8-9. In realtà nonostante la volontà della Presidente di trasmettere lo schedario all’Ufficio storiografico del Ministero della Guerra prima e al Comitato Nazionale per la storia del Risorgimento poi, lo schedario principale venne trasmesso solo nel giugno del 1929 all’Archivio di Stato di Roma mentre lo schedario dei militari morti, costituito da 500.000 schede in 157 cassette di legno, venne consegnato nel 1923 all’Archivio di Stato di Bologna (come detto oltre). 28 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 83 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari 83 e le cui autorità competenti non erano in grado di precisarne la posizione. L’Ufficio Centrale era l’unico autorizzato ad effettuare queste ricerche poiché era l’unico a potersi rivolgere direttamente alle Autorità militari mobilitate o alle Autorità Sanitarie territoriali29. Questi militari, definiti dal Ministero dispersi, potevano essere prigionieri illesi o feriti, oppure caduti sul campo nemico, o militari passati volontariamente al nemico, disertori, o militari scomparsi durante il combattimento, malati o feriti di cui si era persa traccia, militari naufragati in mare oppure scomparsi durante l’esecuzione di un ordine ricevuto o anche in circostanze differenti. I primi mezzi per ricercare i dispersi a disposizione dell’Ufficio Centrale erano gli schedari dell’Ufficio stesso e delle Sezioni e Sottosezioni. Quando la ricerca non portava alcun frutto, ci si rivolgeva direttamente ai comandi dei Corpi e ai Reparti, e nei casi più estremi alle Sezioni di sanità e alle Sezioni e Sottosezioni delle zone di confine, oppure alla commissione dei prigionieri della Croce Rossa, o si passava al controllo delle rubriche di tutti gli stabilimenti sanitari mobilitati, o, infine, si confrontava lo schedario dei cimiteri tenuto dall’Ufficio speciale della Società di Solferino e San Martino a Brescia. I tempi per la ricerca a disposizione dell’Ufficio erano di due mesi, al termine del quale il Ministero stabiliva l’irreperibilità del militare30. L’Ufficio si perfeziona: i nuovi servizi Dopo aver raggiunto significativi traguardi nell’organizzazione e nello svolgimento del servizio, l’Ufficio, viste le necessità di militari e famiglie, ampliò il proprio operato rivolgendosi anche alle richieste dei militari stessi per la ricerca di parenti, fratelli e amici partiti per il fronte o non più rintracciabili a casa e costituendo a tal fine delle piccole Sezioni nelle “terre redente”, in supporto alle truppe situate nelle zone limitrofe: un esempio di come funzionava questo servizio ci viene dalla scheda del soldato Paolo Antonio Giulio che, non ricevendo più risposte dalla fidanzata alle sue lettere, chiese alle signorine della Sezione di Bologna dell’Ufficio Notizie di andarla a cercare presso la Manifattura Tabacchi dove lavorava. La ragazza non fu trovata ma le signorine puntualmente annotano sulla scheda del soldato che sulla cappelliera delle operaie era comunque ancora indicato il nome dell’interessata31. L’attività dell’Ufficio si spostò anche sul fronte delle comunicazione alle 29 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Regolamento, Bologna 1915, p. 7. Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Istruzioni per il servizio del Riparto Ricerche Speciali, Bologna 1917, pp. 6-11. 30 31 Museo Civico del Risorgimento di Bologna, Schedario principale Ufficio per notizie alle famiglie dei militari. Sezione di Bologna. Vol. Bollettino 2006_okokok 84 20-06-2006 12:42 Pagina 84 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari famiglie dei militari sottoposti a giudizio nei tribunali, di cui, precedentemente, non si aveva alcuna informazione. Naturalmente le notizie dei giudizi che arrivavano alle famiglie, in questo caso, erano poco esaurienti e non complete, ma costituivano comunque un soddisfacente punto di arrivo rispetto alla assoluta mancanza di comunicazione precedente. Indispensabile si rivelò anche la costituzione di Sottosezioni speciali all’estero per informare le famiglie dei militari rientrati in Patria dalle colonie o dagli Stati esteri32. Il Ministero permise di raccogliere l’elenco di tutti i militari rimpatriati appartenenti a tutti i Corpi e servizi e a New York, Buenos Aires, La Plata, San Paolo del Brasile, Rosario di Santa Fè, Montréal, Casa Blanca, Tunisi, Alessandria d’Egitto, Cairo, Porto Said, Marsiglia, Nizza, Principato di Monaco e Lugano33 si costituirono Uffici speciali che gestivano un proprio schedario e a cui giungevano regolarmente le notizie. L’Ufficio decise, inoltre, di specializzarsi nella ricerca dei numerosi militari che si sapeva essere feriti, ma di cui si erano perse le tracce, poiché ritenuti dispersi o irreperibili. L’Ufficio provvedeva a trasmetterne i nomi alla Croce Rossa e, parallelamente, alle Intendenze d’Armata, i cui Ufficiali preposti controllavano sui registri degli ospedali e dei rifugi sanitari. Si riusciva in questo modo ad accelerare almeno la comunicazione di morte alle famiglie interessate. Successivamente venne data facoltà al solo Ufficio Centrale di richiedere informazioni direttamente ai Corpi al fronte attraverso una speciale cartolina, ma poiché le registrazioni dell’Ufficio Centrale spesso provocavano spaventosi ritardi, si decise di dare facoltà di comunicare con il fronte anche alle Sottosezioni 34. In alcuni casi l’onere aggiuntivo di cui si faceva carico la Sezione o la Sottosezione divenne così importante da richiedere la scissione e la costituzione di nuovi uffici specializzati. È il caso della Sezione di Milano, notevolmente attiva e importante, da cui nacque l’Ufficio dei prigionieri, che, ottenuta la delega dalla Commissione dei Prigionieri della Croce Rossa di Roma, si specializzò nella ricerca dei militari prigionieri ma soprattutto nell’invio di generi di prima necessità utili ad alleviare le sorti dei prigionieri. Le famiglie o generosi benefattori potevano collaborare al mantenimento alimentare dei propri cari per quattro settimane pagando la somma di £ 7,50, ottenuta abbassando il più possibile i costi della produzione di pane. L’Ufficio si occupava però anche della spedizione di indumenti, recapitava le notizie, seppur fugaci, che il prigioniero inviava per mezzo della Croce Rossa, o cercava di 32 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Note sulla costituzione e sul funzionamento dell’Ufficio, cit., p. 14-16. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Nella riunione di chiusura dell’Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari. Discorso della Presidente, cit., p. 22. 33 34 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Note sulla costituzione e sul funzionamento dell’Ufficio, cit., p. 14-16. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 85 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari 85 soddisfare le sue richieste e le necessità; suo compito divenne anche quello di rintracciare i prigionieri di cui non si avevano più notizie poiché trasferiti, malati o nei casi più gravi deceduti35. Un esempio di Sezione: Bologna La Sezione di Bologna, dipendente come le altre quindici dall’Ufficio Centrale di Bologna, gestiva autonomamente il proprio schedario e si occupava di rintracciare le informazioni dei militari residenti nel bolognese. La sede inizialmente era in via Indipendenza 69 e poi, dal 15 settembre 1915 fu trasferita in piazza Calderini. La presidente era la signora Vittoria Garabelli Silvani che si occupava anche di dirigere le Sottosezioni provinciali e i gruppi di corrispondenza dipendenti dalla stessa Sezione di Bologna. Le Sottosezioni provinciali erano: Anzola dell’Emilia, Argelato di Funo, Bazzano, Bagni della Porretta, Budrio, Camugnano, Castelmaggiore, Castenaso, Crespellano, Crervalcore, Galliera, Medicina, Minerbio, Molinella, Monghidoro, Persiceto, S. Agata Bolognese, Vado e Vergato, mentre i gruppi di corrispondenza erano: Borgo Panigale, Castel d’Argile, Castiglione de’ Pepoli, Corticella, Granarolo, Lizzano in Belvedere, Loiano, Riola di Vergato, S. Martino in Argile, S. Pietro in Casale, Venezzano d’Argile e Zola Predosa36. La Sezione controllava, attraverso le centoventi dame visitatrici, i ventitrè ospedali della giurisdizione37, mentre un’ottantina di collaboratrici e collaboratori si occupava di gestire gli sportelli della Sezione, delle Sottosezioni e dei Gruppi38. La Sezione, come le altre, redigeva, con le informazioni in proprio possesso, uno schedario principale con tutte le notizie relative ai militari la cui famiglia avesse dimora sul territorio ed uno secondario con l’elenco dei caduti. Qualora le famiglie avessero voluto avere maggiori informazioni, la Sezione poteva rivolgersi direttamente all’Ufficio Centrale oppure, ma solo in un secondo tempo, alla Sezione o Sottosezione più vicina al soldato, qualora le ultime informazioni sul militare fossero ritenute certe39. Indispensabile fu anche l’aiuto che la Sezione, le Sottosezioni e i Gruppi diedero ai familiari, 35 E. Villoresi, Per i prigionieri di guerra italiani,in “La lettura”, anno XVII n.5, 1 maggio 1917, pp. 400 - 404. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Elenco delle Sezioni e Sottosezioni con indicazione delle rispettive presidenze, Bologna, 1917, pp. 26-27. 36 37 G. Fanciulli, L’ufficio per notizie alle famiglie dei militari, cit., p. 5. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Elenco delle Sezioni e Sottosezioni, cit., pp. 26-27. 38 39 Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Regolamento, cit., p. 6. Vol. Bollettino 2006_okokok 86 20-06-2006 12:42 Pagina 86 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari soprattutto per ciò che riguardava la compilazione delle domande di ricerca in quanto la burocrazia richiedeva informazioni precise circa l’arma, il reggimento, o la compagnia a cui il congiunto apparteneva, oltre naturalmente al nominativo e all’indirizzo a cui doveva essere spedita la risposta40. Anche queste schede di ricerca confluivano nello schedario composto, alla fine, da circa 74.000 schede-notizie relative al periodo dal giugno del 1915 al luglio del 1919. Un’eredità per i posteri Nell’arco degli anni di attività dell’Ufficio per Notizie, cresceva sempre più, soprattutto nella mente della presidente Lina Bianconcini Cavazza e della Direzione, la volontà di trasmettere ai posteri quello che era stato il lavoro svolto e la “multanime documentazione della passione della patria” che era emersa41. Per questo il primo luglio 1919, durante il discorso nella riunione di chiusura dell’Ufficio Notizie, la Presidente parla della volontà di trasmettere gli schedari prima all’Ufficio storiografico del Ministero della Guerra per le sue ricerche e poi al Comitato Nazionale per la Storia del Risorgimento42. Anche nella corrispondenza tra il direttore del Museo civico del Risorgimento di Bologna, il cav. Fulvio Cantoni, e la presidente della Sezione di Bologna, la signora Vittoria Silvani per l’acquisizione da parte del museo delle schede relative ai caduti del bolognese prima, e per l’intero schedario poi43, emerge la coscienza dell’Ufficio di essere parte di una collaborazione proficua e importante. Da parte del Museo invece emerge la volontà di acquisire il materiale al fine di avere una documentazione più completa possibile e che risulti utile ai posteri per lo studio del conflitto. In realtà, a guerra finita, la volontà del Regno italiano non coinciderà con quella dell’Ufficio per notizie: l’Italia chiederà ai volontari e ai soldati di tornare a casa, di dimenticare e di impegnarsi a ricostruire. Così, dopo la partecipazione alla “Mostra Nazionale delle Opere di assistenza dell’esercito”, lo schedario della Sezione di Bologna verrà consegnato al Museo del Risorgimento che lo custodirà fino ai nostri giorni, mentre lo schedario generale dei caduti, con le sue 500.000 schede, venne consegnato nel 1923 all’archivio di Stato di Bologna, e lo schedario principale dell’Ufficio centrale di 40 G. Fanciulli, L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari, cit, pp. 4-5. 41 Ufficio per notizie alla famiglie dei militari di terra e di mare, Nella riunione di chiusura dell’ufficio centrale, cit., p.13. 42 Ibidem 43 Museo civico del Risorgimento di Bologna, Anno 1916, Protocollo n. 41. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 87 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari 87 Bologna dovrà attendere il giugno del 1929 per essere trasportato all’Archivio di Stato di Roma44. Conclusioni L’Ufficio Notizie rientra tra quelle attività di volontariato che nacquero negli anni terribili del primo conflitto mondiale e che videro per la prima volta le donne impegnarsi in prima fila e a fianco degli uomini per la patria. Anche se lo Stato accettò e ringraziò con freddezza il lavoro svolto dalle volontarie, la popolazione non solo lo accolse ma lo ricordò calorosamente anche negli anni successivi. Alla fine del conflitto alle volontarie dell’Ufficio Notizie, così come alle donne impegnatesi a lavorare in sostituzione degli uomini, venne chiesto di tornare a casa, a ripopolare un paese profondamente colpito, mutilato e mutato dalla guerra. Con il tempo, la vicenda dell’Ufficio Notizie finì per essere quasi completamente dimenticato. Oggi il Museo Civico del Risorgimento di Bologna ha trovato la forza per mettere mano ai voluminosi schedari relativi alla Sezione di Bologna e, in occasione del novantesimo anniversario della partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, si è impegnato a riordinare e rendere accessibile questo prezioso materiale. Il riordino ha interessato in primo luogo lo schedario principale, composto dalle circa 74.000 schede che riportano le notizie relative ai militari residenti nel bolognese o a quelli ricoverati e ricercati all’interno della sezione stessa. Le schede sono giunte a noi in buono stato nonostante i vari traslochi subiti nel passato, anche se alcune sono interessate da gore di umidità che hanno provocato, nei casi più gravi, la caduta dell’inchiostro o la rottura della carta; altre presentano danni fisici dovuti probabilmente a piccoli mammiferi, mentre talvolta gli spilli utilizzati per allegare la documentazione alle schede si sono ossidati lasciando tracce di ruggine sulle stesse. Il riordino è stato effettuato seguendo l’ordine alfabetico originale (per le prime tre lettere del cognome del militare), con una suddivisione in novantatre buste. In allegato ad alcune schede è stata trovata un’interessante documentazione costituita di lettere e cartoline di privati, di comitati, di associazioni, di colonnelli e di comandanti di depositi o reggimenti, di cappellani, di dame visitatrici ma anche cartelle provenienti da ospedali con la descrizione dello stato del paziente. Anche lo schedario minore riferito ai deceduti è stato riordinato. Qui l’ordine segue la divisione non alfabetica, ma cronologica, secondo quattordici 44 M. Sandri, Un superstite della guerra. L’Ufficio Centrale notizie, in “Il Comune di Bologna”, giugno 1929, p. 60. Vol. Bollettino 2006_okokok 88 20-06-2006 12:42 Pagina 88 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari serie composte da mille schede ciascuna, più una serie finale composta da duecentocinquantotto schede. Tutto il materiale è stato raccolto in ventisette cartoni mantenendo la forma e l’ordine originale. Le schede riferite ai caduti bolognesi e a quelli deceduti a Bologna, venivano archiviate secondo la data di arrivo della notizia. Non si conosce quale fosse la scelta dell’ordine delle lettere per indicare ciascuna serie, ma si suppone essere casuale, forse per impedire agli impiegati dell’ufficio di risalire al numero preciso dei caduti. Grazie all’aiuto di tre registri compilati parallelamente allo schedario e con esso depositati, è possibile effettuare anche una ricerca alfabetica (secondo la prima lettera del cognome del militare). Su di essi sono riportati cognome e nome del deceduto, paternità, data di arrivo della notizia, ma soprattutto il numero e la serie che permettono di individuare la posizione della scheda. Sempre tra il materiale in possesso al Museo è stato trovato anche un ulteriore schedario composto dalle schede sui caduti bolognesi che vennero trasmesse dall’ufficio al cav. Cantoni durante il periodo bellico. Il Direttore a fine conflitto riordinò alfabeticamente lo schedario e lo confrontò con quello ufficiale dei caduti. Il risultato di tale lavoro è visibile negli appunti lasciati a margine di alcune schede. Il cav. Cantoni divise, inoltre, le schede trasmesse più volte e denominate “duplicate”, che oggi sono state collocate alla fine dello schedario. Le schede, di colore ruggine, si presentano differenti rispetto allo schedario minore, sia per il tipo di informazione trasmesso (molto più generico) sia perché non possiedono in allegato nessun tipo di materiale. Il riordino dei tre schedari, intrapreso con la volontà di far riscoprire e apprezzare, soprattutto dalla comunità bolognese, un frammento di storia locale, permette ora la consultazione al pubblico degli studiosi, previo contatto con la direzione del Museo Civico del Risorgimento di Bologna. Bibliografia Studi - F. De Bosdari, Il Conte Francesco Cavazza, in “L’Archiginnasio”, 1942, pp. 168-171. - G. Fanciulli, L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari, in “Nuova Antologia”, 1915, pp. 1-11. - S. Petri, La missione dell’“Ufficio per le notizie alle famiglie dei militari”, in “Rassegna Nazionale”, 16 novembre 1916, pp. 1-11. - M. Sandri, Un superstite della guerra. L’Ufficio centrale notizie, in “Il Comune di Bologna”, giugno 1929, p. 60. - A. Sorbelli, Accanto alla guerra. L’Ufficio notizie, in “La Lettura”, anno XVI n. 1, 1 gennaio 1916, pp. 6369. - Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Elenco delle Sezioni e Sottosezioni con indicazione delle rispettive presidenze, Bologna, 1917. - Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Istruzioni per il servizio del Riparto Ricerche Speciali, Bologna 1917. - Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di mare e di terra, Nella riunione di chiusura dell’Ufficio Centrale per notizie alle famiglie dei militari. Discorso della Presidente, Bologna, 1 luglio 1919. - Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Nota sulla costituzione e sul funzionamen- Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 89 L’Ufficio per notizie alle famiglie dei militari - 89 to dell’Ufficio, Bologna 1916. Ufficio per notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, Regolamento, Bologna 1915. E. Villoresi, Per i prigionieri di guerra italiani, in “La lettura”, anno XVII n.5, 1 maggio 1917, pp. 400-404. Fonti - Intendenza Generale del R. Esercito Italiano, circ. n. 371, 10, X. 1915. - Museo Civico del Risorgimento di Bologna, Fondo Folli. - Museo civico del Risorgimento di Bologna, Anno 1916, Protocollo n. 41. - Museo Civico del Risorgimento di Bologna, Schedario principale Ufficio per notizie alle famiglie dei militari. Sezione di Bologna. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 90 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 91 L’ARCHIVIO DEI CADUTI DELLA GUERRA MONDIALE 1915-1918 DELLA PROVINCIA DI BOLOGNA di Patrizio Tonelli “...come lo stracciarolo passa a raccogliere rottami di ferro, caldaie sfondate, scarpe rotte e ossa rosicate, pezzi avanzati alla vita di tutti i giorni, così pure io vado raccattando i corpi dei morti avanzati alla guerra” 1. 1. Per educare e celebrare: la nascita dell’archivio “Ed ora all’opera!”: con un documento datato 1 agosto 1915 il Comitato nazionale per la storia del risorgimento presieduto dal futuro presidente del Consiglio Paolo Boselli inaugurava il progetto di “Raccolta di testimonianze e di documenti storici sull’attuale Guerra Italo-Austriaca”2. Istituito per Decreto Reale nel maggio del 1906, il Comitato aveva il “compito nobilissimo” di raccogliere e di ordinare tutta la documentazione disponibile relativa al periodo storico “in cui fu conseguita l’unità politica della Nazione”. Fin dai suoi primi anni di vita il Comitato, sfruttando una rete di uffici e collaboratori ramificati in tutte le province d’Italia, si era impegnato nella ricerca di “cimeli, di documenti, di opere a stampa” che dovevano andare a costituire un patrimonio archivistico da mettere a disposizione degli studiosi che “attendono e attenderanno alla ricostruzione obbiettiva e sicura della storia del nostro risorgimento”. In accordo con un approccio agli eventi storici teso a seguire “la traccia luminosa delle vicende e delle aspirazioni italiane nelle terre irredente”, il Comitato deliberava ora di ampliare la propria attività, estendendola alla guerra che da pochi mesi l’Italia, al fianco delle potenze dell’Intesa, conduceva contro l’Austria “per la compiuta liberazione d’Italia”3. 1 A. Celestini, Storie di uno scemo di guerra. Roma 4 giugno 1944, Torino, Einaudi, 2005, p. 50. Ministero della pubblica istruzione, Comitato nazionale per la storia del Risorgimento, Raccolta di testimonianze e di documenti storici sull’attuale Guerra Italo-Austriaca, Roma, 1 agosto 1915, conservato presso il Museo Civico del Risorgimento, Bologna, Archivio Atti d’Ufficio, Tit. I, prot. 216/1915. 2 3 L’Italia entrò in guerra nel maggio 1915, a 10 mesi dallo scoppio del conflitto. Il 26 aprile del 1915 il Ministro degli esteri Sidney Sonnino stipulò segretamente, all’insaputa del parlamento, il cosiddetto Patto di Londra che impegnava l’Italia a entrare in guerra a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia) nel giro di un mese e le garantiva in caso di vittoria il Trentino e il Tirolo meridionale, Trieste, l’Istria, la Dalmazia, esclusa la città di Fiume, e la base di Valona, in Albania. Il 23 maggio il governo dichiarò guerra all’Austria e il giorno dopo cominciarono le operazioni militari. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 92 92 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna Inscrivendo la prima guerra mondiale nel più lungo percorso dell’indipendenza e della unità d’Italia, definendola quindi come quarta guerra d’indipendenza, il Comitato assegnava all’attività di ricerca storica precisi fini celebrativi e pedagogici. Consapevole infatti della continuità che collegava gli albori del risorgimento italiano alla “odierna impresa redentrice”, “l’opera perennemente educatrice della storia” doveva dare “definitiva consacrazione al valore e alla saggezza di quanti hanno oggi il supremo onore di essere artefici di una nuova pagina delle fortune della patria”. Bisognava a questo fine rimettere in moto la complessa macchina organizzativa dell’Istituto, che vantava la collaborazione di enti pubblici e privati, di studiosi, della stampa quotidiana, per raccogliere e ordinare tutto il “materiale comunque storicamente notevole rispetto all’azione italiana di terra e di mare”. Il Comitato forniva ai suoi collaboratori una indicazione schematica dei materiali cui rivolgere le indagini: il lungo elenco spaziava dalle opere di scrittori e pubblicisti che avevano sostenuto la causa dell’irredentismo all’attività politica e diplomatica del governo (“atti parlamentari, legislazione finanziaria, economica, sanitaria”), dalle opere della propaganda (“manifesti governativi (...) proclami, bandi, ordinanze, manifesti volanti, canti popolari”) ai quotidiani nazionali e locali, fino a comprendere “diari e corrispondenze di militari” che includevano anche i ritratti dei caduti, le rispettive schede biografiche e i documenti che ne attestavano particolari atti di valore4. In conformità con le decisioni prese a Roma, a partire dall’agosto del 1915 il Museo civico del Risorgimento di Bologna avviò la raccolta di testimonianze e documenti relativi alla “attuale quarta ed ultima guerra di redenzione”5 che andarono a costituire l’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918, attualmente conservato presso la Biblioteca dello stesso Museo, in via de’Musei 8, a Bologna. In un primo momento la Direzione del Museo inviò alle famiglie dei caduti della città e della provincia la richiesta di una fotografia e di alcuni documenti relativi al caduto (“atto di nascita, atto di morte, brevetti di conferimento di decorazioni, ecc.”) 6. Un articolo apparso su “Il Resto del Carlino” l’1 marzo 1916 informava che l’opera di raccolta procedeva con successo, già alcune famiglie “penetrate dall’alto fine patriottico” avevano infatti risposto, e ragguagliava la cittadinanza bolognese circa gli scopi e i passaggi operativi del lavoro intrapreso: nelle 4 Tutte le citazioni sono tratte da: Ministero della pubblica istruzione, Comitato nazionale per la storia del Risorgimento, Raccolta di testimonianze e di documenti storici sull’attuale Guerra Italo-Austriaca, cit. 5 Doni al Museo del Risorgimento e ricordi della guerra attuale, in “Il Resto del Carlino”, 10 settembre 1915. 6 Ibidem. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 93 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 93 intenzioni della Direzione i materiali che progressivamente venivano collezionati dovevano testimoniare e celebrare in modo irrefragabile la “opera data alla Nazione dal prode caduto” ma anche aiutare gli studiosi nelle “indagini storicobiografiche intorno ai bolognesi che parteciparono in modo segnalato alla guerra”. Al tempo stesso la documentazione raccolta, integrata con le informazioni provenienti dall’Archivio della sezione bolognese dell’Ufficio notizie per le famiglie dei militari, sarebbe stata utilizzata per compilare il “Catalogo dei caduti della città e della provincia”. Solo in un successivo momento, utilizzando tale mole di informazioni, sarebbe stato possibile avviare la raccolta, presso le singole famiglie, di lettere scritte dal fronte, diari di guerra, memorie e altri ricordi che avrebbero costituito quei “fascicoli personali dei decorati e dei caduti” che ora formano l’Archivio bolognese7. L’Archivio bolognese dei Caduti della Guerra mondiale 1915-1918 è costituito da 15 voluminosi contenitori d’archivio. All’interno di ognuno sono ordinati, in ordine alfabetico, i fascicoli relativi ad ogni singolo soldato bolognese caduto durante il conflitto, di cui si possiedono documenti, per un totale di circa 3.000 fascicoli su circa 10.750 caduti della provincia di Bologna8. Nel 1990 il fondo fu recuperato alla fruizione degli studiosi; nel 2001 fu realizzato un inventario delle scritture (memorie, diari, lettere) presenti, e nel 2002 un inventario degli opuscoli. I materiali contenuti in ogni fascicolo sono di diverso tipo e la loro varietà e quantità dipendono dal tipo di impegno che la famiglia di ogni caduto scelse di dare all’opera di costruzione dell’archivio. Esso contiene nel complesso foto, ritratti, ritagli di giornale, lettere, cartoline, cartoline illustrate, fogli dell’Ufficio notizie che comunicano la morte della persona, certificati di nascita, certificati di morte, opuscoli commemorativi, documenti personali del caduto (attestati di studio, conferimento di premi e medaglie al valore, ecc.) che costituiscono un corpus documentario ancora tutto da indagare per ampliare le conoscenze circa uno dei momenti più significativi della nostra storia contemporanea. 7 Citazioni da: I ritratti e i documenti dei caduti al Museo del Risorgimento, in “Il Resto del Carlino”, 1 marzo 1916. 8 Il dato totale è tratto da Ufficio Centrale Notizie di Bologna, I morti della provincia di Bologna nella Guerra 1915-1918 per elenco alfabetico, Bologna, Tip. Neri, 1927. Il volume è stato di recente digitalizzato a cura del Museo del Risorgimento bolognese, ed è disponibile in CD rom o in versione web, arricchito da un piccolo motore di ricerca che ne consente l’indagine approfondita e ad ampio raggio, consultabile alla voce “Collezioni digitali” del sito del Museo del Risorgimento all’indirizzo web www.comune.bologna.it/ museorisorgimento. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 94 94 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 2. Tracce per una ricerca da fare “Ora che è morto la Patria si gloria d’un altro eroe alla memoria. Ma lei che lo amava aspettava il ritorno d’un soldato vivo, d’un eroe morto che ne farà? Se accanto, nel letto, le è rimasta la gloria d’una medaglia alla memoria”9. Da almeno trent’anni la storiografia italiana sulla prima guerra mondiale si è arricchita di nuove riflessioni che hanno investito i diversi punti di osservazione dell’evento e la questione delle fonti su cui organizzare la ricerca. Guardando la situazione attuale, sembra di poter schematicamente riconoscere un preciso cammino che si è dipanato a partire dagli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto. Alimentata dal clima politico dominante sotto il fascismo, per alcuni decenni la tradizione mitica e patriottica, che esaltava la guerra come completamento dell’identità nazionale, aveva pesantemente influenzato la ricerca10. L’interpretazione liberal-risorgimentale del primo conflitto mondiale, infatti, riduceva ai concetti tradizionali di “nazione” e “patria” tensioni e motivazioni che erano in realtà molteplici e contraddittori11. Solo a partire dagli anni sessanta il mito granitico della “guerra patriottica” era stato demolito dalla divulgazione di opere che, al contrario, mostravano l’esistenza tra i soldati di atteggiamenti e opinioni che non rientravano nello schema concettuale della quarta guerra d’indipendenza e che la storiografia precedente aveva taciuto. La pubblicazione delle carte relative alle denunce e ai processi a carico di militari12, la pubblicazione di lettere anonime indirizzate al re13, l’uso delle memorie degli ufficiali dell’epoca14, portavano alla luce per la prima volta il dissenso contro la guerra che più o meno apertamente covava tra le truppe15. 9 F. De Andrè, La ballata dell’eroe, 1969. 10 A. Omodeo, Momenti di vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti 1915-1918, Bari, Laterza, 1934. 11 M. Isnenghi, Il mito della grande guerra, Bari, Laterza, 1970, pp. 263-266. E. Forcella, A. Monticone, Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Bari, Laterza, 1968. 12 13 R. Monteleone, Lettere al re 1914-1918, Roma, Editori Riuniti, 1973. 14 M. Isnenghi, I vinti di Caporetto, Venezia, Marsilio, 1967. Per una ricognizione più completa e dettagliata degli studi sulla Grande Guerra si rimanda a G. Rochat, L’Italia nella prima guerra mondiale. Problemi di interpretazione e prospettive di ricerca, Milano, Feltrinelli, 1976; si veda anche la bibliografia contenuta in M. Isnenghi e G. Rochat, La Grande guerra 1914-1918, Milano, La Nuova Italia, 2000, pp. 509-549; vedi anche M. Flores, N. Gallerano, Introduzione alla storia contemporanea, Milano, Bruno Mondadori, 1995, pp. 179-191. 15 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 95 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 95 L’utilizzo di nuove fonti permise quindi di aprire i confini delle ricerche italiane sulla prima guerra mondiale agli aspetti sociali, culturali e mentali del conflitto, lasciando sullo sfondo quelli più strettamente politico-militari. Particolarmente significativa in questo senso appare l’opera di Mario Isnenghi sul mito della guerra. Attraverso la produzione letteraria della “generazione intellettuale del Novecento” (Papini, Prezzolini, D’Annunzio, Boine, etc.) l’autore ricompone, infatti, il clima culturale e mentale dell’epoca, la “fisiologia e patologia storica di quella determinata società e della cultura che ad essa si correla”, per svelare i meccanismi di integrazione e controllo messi in moto nei confronti delle classi proletarie e dei gruppi intermedi “nell’era nuova apertasi con l’allargamento della base industriale e della base politica tramite l’allora istituito suffragio universale: l’era delle masse di cui la guerra doveva rappresentare di lì a poco la grande inaugurazione europea”16. Sulla spinta di tali acquisizioni e della notevole eco che due libri di origine statunitense hanno suscitato anche qui in Italia17, infine, le ricerche e gli studi sull’argomento hanno subito un ulteriore rinnovamento. In questi ultimi due decenni, infatti, grazie alla valorizzazione della “scrittura popolare”, ossia della produzione letteraria da parte delle classi subalterne, il piano della riflessione si è spostato, nel tentativo di ricostruire l’esperienza vissuta, l’immaginario e la memoria di chi prese parte alla guerra, per capire come questa, e più in generale la modernità, “penetrò nella soggettività dei processi mentali, inaugurando anche per tale via la storia del secolo XX”18. Generalmente considerata infatti come tappa spartiacque tra XIX e XX secolo, “evento genetico della modernità”19, attraverso i diari, le lettere, le memorie “Non furono solo delle mosche cocchiere gli intellettuali di Tripoli e dell’intervento. Basterebbe a mostrarlo tutto lo spazio ampio e nuovo di intervento che si apre dinnanzi e che vien loro delegato come tecnici del condizionamento e organizzatori del consenso, in quella esperienza grandiosa e inusitata che è la guerra di massa, nella quale, per la prima volta in tali proporzioni, intere popolazioni vengono mobilitate in funzione dello scontro militare”. M. Isnenghi, Il mito, cit., p. 26. Le citazioni nel testo nell’ordine alle pp. 11, 33, 87. 16 17 P. Fussel, La Grande Guerra e la memoria moderna, Bologna, Il Mulino, 1984; E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1985. A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p. 4. Un momento fondamentale di questo cammino fu il convegno che si tenne a Rovereto nel 1985 e che riunì studiosi e ricercatori della prima guerra mondiale italiani e stranieri, i cui atti sono pubblicati in D. Leoni, C. Zadra, La Grande Guerra. Esperienza, memoria, immagini, Bologna, Il Mulino, 1986. Sugli epistolari della prima guerra mondiale vedi anche: M. Isnenghi, Le guerre degli Italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Milano, Arnoldo Mondadori, 1989, pp. 265-279. 18 19 Pur nella diversità degli approcci mi sembra doveroso citare tre opere che tematizzano il carattere di ‘discrimine’ proprio della prima guerra mondiale: E. J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1995; A. S. Mayer, Il potere dell’Ancien Regime fino alla prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1982; G. L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 96 96 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna dei soldati impegnati al fronte la prima guerra mondiale si offre e si lascia indagare nei suoi effetti più profondi e rilevanti, svelandosi come vera e propria “trasformazione antropologica”: “la Grande Guerra rappresenta l’accadimento dell’impossibile. Fu una guerra smisurata, radicalmente nuova. E per questo generò uomini nuovi”20. Attualmente l’Archivio bolognese dei caduti della Guerra Mondiale 19151918 è in corso di digitalizzazione, nell’ambito di un progetto che prevede la “costruzione” virtuale del Monumento dei Caduti della Grande Guerra21. Le seguenti note si fondano per questo motivo su una visione parziale dei documenti a disposizione (circa 2.000 su un totale di 8.500 documenti) e intendono limitarsi ad offrire qualche spunto preliminare, utile ad evidenziare la fecondità dei materiali contenuti nell’archivio bolognese22. 2.1 La guerra sui giornali e nelle lettere degli ufficiali: la costruzione degli eroi Accanto a documenti personali utili a ricostruirne la biografia (nascita, morte, studi), per ogni caduto l’archivio offre, nella maggioranza dei casi visionati, ritagli dei quotidiani locali dell’epoca che informano della morte, delle onoranze funebri, o di particolari celebrazioni riservate al singolo caduto. Nelle righe de “Il Resto del Carlino”, de “L’Avvenire d’Italia”, de “Il Giornale del Mattino”, ritroviamo la retorica patriottica che ammantava i discorsi ufficiali e che descriveva ogni caduto come un eroe, morto in eroiche circostanze e con eroico contegno. È il caso del conte Carlo Acquaderni, morto agli inizi di settembre del 1916 in seguito alle ferite riportate “durante una difficile e delicatissima missione che gli era stata commessa sulle balze trentine”23. Nato in provincia di Bologna il 3 ottobre 189524, per via delle sue nobili ori20 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 4. La ricostruzione virtuale del Monumento ai Caduti della Grande Guerra si inserisce all’interno del più ampio progetto, promosso dall’ufficio “Nuove istituzioni museali” del Comune di Bologna, di costruzione del Museo virtuale della Certosa. Si veda, per una più approfondita lettura, l’intervento di Maria Chiara Liguori in questo stesso volume. 21 Tutti i documenti d’ora in poi citati sono collocati in: Museo Civico del Risorgimento, Bologna, Archivio Caduti, all’interno dei fascicoli personali relativi ai caduti citati: Carlo Acquaderni, Gino Bellabarba, Enrico Badeschi, Anco Baraccani, Francesco Bazzani, Lorenzo Baratta. 22 23 Il sottotenente Carlo Acquaderni, in “Il Resto del Carlino”, 8 settembre 1916, p. 3. 24 Comune di Bologna, Ufficio dello stato civile, Certificato di nascita, 25 novembre 1918. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 97 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 97 gini il suo caso è tenuto in gran conto dalla stampa cittadina che gli dedica numerosi trafiletti e omaggi25. La maggior parte dei contributi insiste sulle circostanze del ferimento, avvenuto quando “con un ufficiale di fanteria si recava in ricognizione volontaria presso le postazioni avversarie”26. “Caduto gravemente ferito, incurante di sé, insisteva perché fosse soccorso il compagno”27: la costruzione della figura eroica ha come fulcro il comportamento tenuto sul campo di battaglia, il modo in cui il ferimento o la morte sopraggiungono e, soprattutto, il modo in cui tali eventi sono affrontati dal soldato. Così, nell’articolo in questione, viene evidenziata la disponibilità dimostrata dal nobile bolognese a mettere in gioco la propria vita per cui mentre il compagno veniva soccorso “egli riusciva a stento a trascinarsi nelle nostre file, dove giungeva dissanguato”28. In un altro resoconto, pubblicato nei giorni a ridosso della morte, si rende onore al coraggio che gli permise di non cadere in mano ai nemici che lo avevano accerchiato e ferito. “Con la pistola in pugno” si racconta “benché atterrato seppe mantenere il più eroico contegno, fino a che i nemici, temendo a loro volta l’arrivo dei rinforzi si diedero alla fuga”29. Di fronte a tanto “ardimento” e “spirito di abnegazione e sacrificio”30 quindi, gli Austriaci sono costretti ad inchinarsi e a fuggire. Le qualità dimostrate e continuamente celebrate, contribuiscono a tratteggiare la figura di un uomo e di un eroe che risalta luminoso in contrapposizione alle più oscure e “subdole ed insidiose arti dell’avversario”31. Tale contrasto viene ulteriormente approfondito e caratterizzato in un successivo resoconto che specifica che il “prode estinto”, nel tentativo di recuperare un pezzo di artiglieria finito in mani austriache, “arditamente s’era avanzato fra il nemico” ma era stato fatto prigioniero. In questa condizione di cattività il Vedi ad esempio i resoconti dei funerali, celebrati il 3 ottobre dove compare una dettagliatissima lista di tutte le personalità cittadine presenti: I nostri morti. Pel tenente Carlo Acquaderni, in “Il Resto del Carlino”, 4 ottobre 1916, p. 3; I funerali del conte Carlo Acquaderni in S. Caterina di via Mazzini, in “L’Avvenire d’Italia, 4 ottobre 1916, p. 3. 25 26 Un gruppo di medaglie d’argento bolognesi, in “Il Resto del Carlino”, 9 aprile 1917, p. 3. 27 Ibidem. 28 Ibidem. 29 Il sottotenente Carlo Acquaderni, in “Il Resto del Carlino”, 8 settembre 1916, p. 3. 30 In memoria del tenente Carlo Acquaderni, in “L’Avvenire d’Italia”, 25 settembre 1916, p. 3. 31 I funerali del tenente Carlo Acquaderni in zona di guerra, in “L’Avvenire d’Italia”, 8 settembre 1916, p. 3. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 98 98 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna conte Acquaderni era però riuscito “a persuadere il soldato galiziano che gli faceva la guardia a unirsi a lui per entrare nelle trincee italiane”32, dove alla tenacia del soldato italiano fa da contrappunto la debolezza dell’avversario austriaco. Non sono però solamente queste prove di coraggio e valore a costruire un eroe. Assieme all’ardimento, alla lealtà e al sacrificio dispensati a piene mani sul campo, i resoconti insistono sul particolare affetto che legava il caduto alla propria famiglia. Più volte, infatti, viene riportato come il giovane fosse spirato in un ospedaletto da campo “amorosamente confortato”33 o “amorosamente (...) assistito”34 dai parenti più stretti i quali “fortemente e serenamente” avevano sopportato “l’immenso dolore”35. Il caso del conte Acquaderni si presenta poi particolarmente ricco di emozioni e suggestioni in quanto il giovane fu “assistito teneramente e consolato” sul letto di morte “da una speciale benedizione del Santo Padre”. Tramite intercessione del cardinal Gasparri, infatti, il Papa in persona aveva inviato un messaggio di conforto36. Simili considerazioni vengono ispirate dal caso di Gino Bellabarba, delle cui vicende veniamo a conoscenza non attraverso i quotidiani dell’epoca ma consultando altri tipi di fonti scritte. Nato a Bologna nel 1892, diplomato presso il liceo classico “Galvani”37 ed iscritto alla facoltà di medicina e chirurgia38, ricopriva nell’esercito il ruolo di capitano nel 160° reggimento di fanteria, brigata Milano. In un documento del 1920 troviamo pubblicate le circostanze che lo resero meritevole della medaglia d’argento al valore. Il 21 agosto 1917 il capitano Bellabarba si trovava sull’altipiano di Bainsizza, dove alla testa del suo battaglione fronteggiava “i ripetuti attacchi nemici”. La sequenza che precede la morte è resa vibrante ed esemplare dall’uso insistito 32 Ancora del sottotenente Carlo Acquaderni, in “Il Resto del Carlino, 24 settembre 1916, p. 3. 33 Il sottotenente Carlo Acquaderni, in “Il Resto del Carlino”, 8 settembre 1916, p. 3. 34 Ancora del sottotenente Carlo Acquaderni, in “Il Resto del Carlino, 24 settembre 1916, p. 3. 35 I funerali del tenente Carlo Acquaderni in zona di guerra, in “L’Avvenire d’Italia”, 8 settembre 1916, p. 3. La morte sul campo dell’onore del tenente conte Carlo Acquaderni, in “L’Avvenire d’Italia”, 6 settembre 1916, p. 3. Questo il messaggio telegrafato al nonno del defunto, conte Giovanni: “Santo Padre rivolge a Lei e ai desolati genitori sincere condoglianze per la perdita del genero Carlo, che Sua Santità non dimenticherà colle sue preghiere. Card. Gasparri”. 36 37 Liceo classico “Galvani”, Certificato, 8 luglio 1912. 38 Regia università di Bologna, Certificato, 8 luglio 1912. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 99 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 99 degli aggettivi: il capitano ad un certo punto prendeva l’iniziativa e si slanciava in un “vigoroso contrattacco”, incitando i propri soldati “col mirabile esempio” del suo “insuperabile coraggio”. Quando poi una bomba a mano lanciata dalle fila nemiche lo colpisce a morte, egli continuava “fino all’ultimo respiro” ad incitare i suoi a conquistare la posizione contesa39. “L’ardore” e “l’eroismo” del capitano vengono ulteriormente celebrati dal tenente colonnello Franco De Franchi, comandante del 160° reggimento. In una lettera scritta al padre di Gino Bellabarba per informarlo degli eventi accaduti, il tenente De Franchi ricostruisce infatti una scena degna di una antica ‘chanson de geste’, riportandoci nelle mezzo delle battaglie che Rolando sosteneva contro i Mori. In quel 21 agosto, “giorno di mille ore, giorno di cento anni di gloria” i soldati italiani “avanzavano come una valanga umana, tremenda, irrefrenabile” sotto le “raffiche rabbiose del nemico”. Al centro del dramma sta la figura del capitano Bellabarba che spicca, solitario, sul resto dei presenti per coraggio (“sempre primo fra i primi”), vigore (“con impeto leonino”), determinazione (“comandava il suo battaglione con risolutezza e mano di ferro”) e purezza (“i grandi suoi occhi azzurri”). Al grido di “avanti, avanti soldati d’Italia” si lanciava all’attacco “di uno dei più solidi sistemi difensivi nemici”, quando all’improvviso “una perfida bomba nemica gli scoppiava accanto e parecchie schegge lo colpivano al petto”. La perfidia del destino si abbatte su colui che più di tutti ha osato, lasciandolo sanguinante al suolo ma non intaccandone la grandezza: poche ore dopo, infatti, il capitano Bellabarba “in seguito ad abbondante perdita di sangue” moriva in un ospedale da campo rendendo “la sua bell’anima d’Eroe”40. 2.2 “Coraggio che spero di ritornare”41: Le lettere dei soldati dal fronte Se dall’analisi dei giornali e delle comunicazioni ufficiali ci spostiamo a quella degli epistolari privati il quadro che si offre cambia notevolmente. “Nel continuum dell’esperienza” infatti “le fonti definiscono non già altrettanti punti di osservazione equidistanti, ma diversi modi di selezionare il materiale empirico e di dargli senso, diversi gradi di coinvolgimento emozionale con 39 Tutte le citazioni da: Bollettino Ufficiale, Cinquantunesimo elenco di ricompense al valor militare ai morti in combattimento o in seguito a ferite, 16 aprile 1920. 40 Lettera a Domenico Bellabarba, 18 settembre 1917. 41 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, senza data. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 100 100 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna l’evento, infine diverse procedure di conservazione e trasmissione della memoria”42. Se cambia il tipo di fonte cambia il racconto e nelle lettere che i soldati bolognesi scrivevano ai propri famigliari dal fronte troviamo un’immagine della guerra e della sua quotidianità che poco o nulla ha a che fare con gli entusiastici rapporti degli ufficiali e dei giornali. “Non impressionarvi perché per ora grazie iddio sono ancora sano e salvo sicuramente che da un giorno allaltro posso anchio come tanti miei compagni morti sia feriti gravamente data la ferocita di questi combattimenti”43. Dal fronte orientale, nel luglio 1915, Enrico Badeschi scrive a casa per tranquillizzare la famiglia circa le proprie condizioni. Nonostante cerchi di rassicurare i suoi cari però, dalle sue lettere trapela un costante sentimento di paura per una morte che si sente vicinissima. “Se il destino lo vorrà”, “Se io muoio” sono espressioni che ricorrono anche in altre testimonianze “chissa se io arrivero più”, “(...) in caso di una mia disgrazia”, “ma non si sa mai cosa ci riserva il destino”44 e riflettono una quotidianità della guerra dominata dal pericolo, dal rischio della propria vita, dalla paura. “(...) mentre vi scrivo dalla mia remota trincea il cannone tuona da due giorni e le granate nemiche piovono a torrente (...) infrangono le nostre trincee (...) se non si fa un po di attenzione e facile rimanere fregati insomma e un pericolo di continuo. Ese non ti ammazzano le pallottole ce la terribile granata”. Solitudine, lontananza, rumori assordanti, scoppi, esplosioni: quello che si materializza davanti agli occhi del giovane bolognese è “un vero inferno”45 cui si aggiungono ulteriori durezze. “(...) pur troppo mi trovo per la seconda volta su queste terribile balze del <Carso>. E non ti descrivo la vita che si fa ora qua in trincea perche e una cosa raccapricciante. Figurati che e già 15 giorni che piove continuamente e siamo già in un giorno colore della terra azzuffati nel fango e se si ha la fortuna di ritornare si scende in uno stato compassionevole”46. Gettati in prima linea ci si sente sovrastati da una situazione che supera le proprie capacità di comprensione e di iniziativa, quindi la fortuna sembra l’unico rimedio cui affidare le proprie speranze di sopravvivenza. “Che vuoi mamma mia me lo voglio augurare anchio perche dopo due mesi di prima linea che si 42 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit.; p. 49. 43 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 18 luglio 1915. 44 Lettera di Anco Baraccani alla sorella, 18 maggio 1916. 45 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 18 agosto 1915 46 Lettera di Enrico Badeschi alla madre, 7 novembre 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 101 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 101 avuta la fortuna (dico fortuna) di allontanarsi incolumi dalla linea di fuoco dopoche piu della meta del Reggimento e rimasta su quelle spaventevoli balze del <Carso> ritornarci credi mamma che il dispiacere e piu grande”47. Ben poco eroismo sembra abitare l’animo di Enrico Badeschi, tutt’al più la prossimità continua della morte porta ad una sorta di indifferenza venata da cinismo: “E mentre ti scrivo una granata piglia nella vicina trincea vicina alla mia e ne ferisce uno: ma pazienza finoche si vede la morte vicina in guerra non e niente”48. Il patriottismo, che pure è presente nelle testimonianze prese in esame, sembra assolvere dal canto suo ad una ben precisa funzione, strumentale rispetto alla propria angoscia. “Che volete anchio potrei essere (...) fra i caduti per la grandezza della patria perche ho avuto più volte il battesimo del fuoco sul roccioso monte S. Michele”49, “(...) ora che mi trovo costì in mezzo al fumo e (...) alla morte per la grandezza della patria”50. Le espressioni tipiche della propaganda patriottica in sostanza giungono in soccorso del soldato, fungendo da terapia capace di far elaborare e superare la situazione drammatica e senza senso in cui si è immersi. Scrivendo ad amici, Enrico si premura di far sapere alla propria famiglia “che suo figlio e allegro e eroico e che ha combattuto e combatte da valoroso e spera un giorno di abbracciare la sua famiglia orgoglioso di aver adempiuto ad un sacro dovere verso la patria e per la grandezza della nazione”51. Attraverso i richiami all’eroismo, alla grandezza dei destini nazionali, e al dovere che si va compiendo, il soldato esorcizza lo smarrimento e la paura e colloca in un orizzonte dotato di senso i propri gesti. “Prega sempre per me e non pensare a nulla che il tuo Enrico si fa e fatto onore e si fara onore se si presentera il caso”52, “saro eroico”53, scrive ancora Enrico salutando i suoi cari. Quando poi la madre lo informa del sussidio di riso e farina di cui beneficia in quanto familiare di un soldato, lo stesso le risponde orgoglioso “almeno il governo mi ricompensa del mio sacro dovere che sto adempiendo e come adempiro per l’avvenire se si presentera il caso”54. 47 Lettera di Enrico Badeschi alla madre, 8 novembre 1915. 48 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 18 agosto 1915. 49 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 28 agosto 1915. 50 Lettera di Anco Baraccani alla sorella, 18 maggio 1916. 51 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 28 agosto 1915. 52 Lettera di Enrico Badeschi alla madre, 8 novembre 1915. 53 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, senza data. 54 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 28 agosto 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 102 102 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna Le espressioni patriottiche sono particolarmente efficaci anche per comprendere e superare le morti dei propri compagni e amici: “Sono molto abbattuto per la perdita del figlio di Benfenati del quale faccio onore alla onorata sua le mie più affettuose condoglianze per la morte d’el eroe”55, “mi farete la gentilezza di dirmi se la sventurata famiglia Moruzzi a gia saputo che il suo adorato Mario e caduto da eroe sul campo dell’onore (...)”56. Già all’epoca di fronte a tanti giovani, analfabeti, contadini, che venivano arruolati e spediti in prima linea, alcuni intellettuali avevano intuito che il linguaggio potesse rivelarsi “un potente strumento di autocontrollo e controllo sociale”57. Scriveva infatti Giovanni Boine nel 1916: “Se io penso alla troppa gente che muore lassù senza sapere perché, il mito della patria, che quanto a me non mi nutrisce più, sempre mi convinco che è ufficio di umana pietà inculcarlo; può nobilitare la vita e soprattutto dar significato alla morte”58. L’analisi degli epistolari di guerra svela quindi un meccanismo per cui il patriottismo, con le sue parole ed espressioni canoniche, lungi dall’essere semplicemente subìto come imposizione propagandistica viene piegato alle proprie esigenze ed usato dai soldati come mezzo per veicolare altri contenuti come la paura e il dolore. Assistiamo quindi, esaminando le scritture dei soldati bolognesi, ad una vera e propria “guerra di parole” in cui le parole del patriottismo, introducendosi nel lessico dei soldati creano “effetti di contaminazione sorprendenti”59. Oltre che nei confronti della morte questo tipo di meccanismo si evidenzia nell’augurio del ritorno a casa. “(...) si progredisce vittoriosamente, del quale spero che se la fortuna mi arride iddio poi mi trasporti fino a casa. Lo spero”60. Il tema della vittoria costituisce in questo esempio una presenza “essenziale” anche se il suo significato viene “limitato dalla ferrea associazione al secondo”, cioè il ritorno a casa, “quello che con tutta evidenza stava più a cuore ai soldati”61. In un’altra lettera si verifica lo stesso processo anche se alla coppia vittoria/ritorno a casa è sostituito il binomio adempimento del proprio 55 Ibidem. 56 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. 57 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 101. 58 Lettera di G. Boine a L. Casati, citata in A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., pp. 101-102. 59 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 99. 60 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 8 giugno 1915. 61 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 100. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 103 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 103 dovere/licenza temporanea: “Si spera di venire in riposo in Italia e come si dice d’aranno ai valorosi eroi che sono partiti colla prima spedizione li manderanno in licenza per qualche tempo a casa <Dio lo volesse> che mi toccasse quella fortuna almeno dopo di essere orgoglioso di avere adempiuto e avere fatto il mio sacro dovere”62. Nello sconvolgimento che la guerra provoca nelle biografie dei soldati impegnati al fronte, la scrittura viene quindi a giocare un ruolo fondamentale. Antonio Gibelli scriveva, in un contributo essenziale per la storiografia italiana sulla prima guerra mondiale, che “l’acquisizione nuova più recente, per certi versi sorprendente” è che “la coscienza di questa discontinuità (...) trovò subito, in molti casi, una forma di espressione scritta, e per meglio dire trovò nella scrittura stessa (...) una manifestazione straordinariamente rilevante”63. Dall’analisi di alcune delle lettere contenute nell’archivio bolognese sembra in effetti farsi strada la convinzione che lo scrivere lettere, lo scrivere alla propria famiglia e ai propri cari, costituisca per i soldati un atto terapeutico, un mezzo di autoconservazione, un modo efficace per “alleviare il dolore della lontananza e l’orrore dello stato presente”64. Quello che colpisce ad una prima occhiata è l’impellenza, l’urgenza di ricevere lettere: “Presto spero di ricevere un’altra tua lettera”65, “Caro babbo, dopo la tua ultima lettera del 23 non ho più ricevuto tue notizie, non so comprendere questa interruzione di posta (...)”66. L’epistolario di Francesco Bazzani si presenta particolarmente ricco di riferimenti al bisogno di ricevere lettere: “Sono (...) giorni che non ricevo più posta (...)” e l’interruzione del flusso epistolare genera frustrazione e disperazione. A proposito di un pacco che ancora si fa attendere scrive lo stesso: “certamente sara andato perduto e non ho piu speranza di riceverlo”67. A volte la corrispondenza incappa in malintesi o nel cattivo funzionamento del servizio e questo genera eguale delusione: “(...) ieri ho ricevuto una cartolina dall’Ufficio Informazioni dove diceva che avessi dato mie notizie perche era un pezzo che tu non le ricevevi mentre invece io ho sempre scritto quasi tutti i giorni e non so comprendere come sia che non le ricevevi ed e un pezzetto che anch’io non ne ricevo”68. 62 Lettera di Enrico Badeschi alla madre, 7 novembre 1915. 63 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 44. 64 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 55. 65 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 31 agosto 1915. 66 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 1 ottobre 1915. 67 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 23 agosto 1915. 68 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 26 settembre 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 104 104 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna Con particolare puntiglio spesso viene sottolineata la propria costanza nello scrivere: “(...) Non puoi vedere il dispiacere che provo nel leggere che tu non ricevi mie notizie mentre io quasi tutti i giorni ti scrivo una cartolina”69. Si intrecciano in queste parole tentativi di discolpa, bisogno di conforto e vicinanza, paura di essere abbandonati e disperazione che risultano d’impatto assai commovente e danno la cifra di quello era lo stato d’animo dei combattenti: “Io faccio tutto il possibile per tenervi informati di mie notizie ma si vede che non giungono ma credo che non sia colpa mia”70, oppure quando da casa scrivono di non avere notizie del figlio da qualche tempo: “Ciò mi dispera perche quando il nemico mi da un po di tregua faccio tutto il possibile per tenervi piu frequenti di mie notizie piu che e possibile perche comprendo anchio che e terribile per una madre che a un figlio sul fronte e per di piu sa che si trova in prima linea e che da un momento all altro gli potrebbe mancargli la vita come tanti e tanti miei compagni che sono caduti (...)”71, dove l’effetto di straniamento dettato dall’uso della terza persona singolare non fa che accentuare il pathos della lettera. Altre volte invece sembra prevalere il distacco “Se scrivevo poco non dovete mai pensare a male, perche unpo tarda la posta ed io ò poco tempo di scrivere”72, oppure, a discapito del carico ‘immateriale’ di nostalgia, il bisogno di cose materiali, utili a rendere più confortevole la vita al fronte: “Ora purchè potete se mi volete mandarmi qualche soldo lo prendo volentieri per restaurarmi un po perche dopo due mesi di prima linea si tutti in condizioni da fare pietà”; qualche riga più sotto con toni più diretti il soldato torna sullo stesso concetto “Mi raccomando se mi inviate il denaro di mandarmelo per assicurata e cosi lo ricevo subito, per vaglia campa cavallo (...) Anche se mi volete mandarmi un pacco con qualcosa tanto la spesa e poca 30 centesimi (...)”73. In tutte le sue lettere spedite dal fronte e contenute nell’archivio, il già citato Francesco Bazzani fa continuo riferimento ad oggetti da ricevere o già ricevuti: “(...) perciò se non ti disturba e se puoi, ti pregherei di spedirmi qualche cosa di roba in scatola così posso cambiare qualche volta il mangiare”74, “(...) mi portarono il pacco postale e vi era tutto, le mutande mi vanno benissimo 69 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 25 settembre 1915. 70 Lettera di Enrico Badeschi alla madre, 16 agosto 1915. 71 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 18 agosto 1915. 72 Lettera di Lorenzo Baratta alla mamma, 26 maggio 1916. 73 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. 74 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 26 agosto 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 105 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 105 come pure i calzettini”75, “ti prego di mandarmi della tintura di iodio perche quella l’ho gia finita, a forza di darmela sulle gambe e sui piedi”76. L’insistenza con cui egli si concentra sui pacchi, sulla descrizione dei loro contenuti, oltre a palesare condizioni di vita al fronte gravi e difficili, funge probabilmente anche da distrazione, modo per allontanarsi almeno momentaneamente dall’orrore quotidiano. Il 9 settembre, scrivendo dal monte Rosso dove già “pare di essere al polo” e dove la prospettiva di passarci l’inverno è definita “molto terribile”, il soldato spende gran parte della lettera ragionando sui pacchi: “Essendo ora sul monte Rosso non ho ancora ricevuto il pacco colle sigarette ne l’assicurata. Riceverò tutto quando scenderò abbasso, non ho nemmeno ricevuto le (...) cartoline illustrate che mi hai spedito, invece ho ricevuto quella della Dorina. Quando sarò abbasso spero di avere anche il pacco che hai spedito con queste lettere, ed appena avrò tutto ti scriverò”77. Spesso però non erano solo beni di utilità materiale, quali cibo e vestiario, ad essere oggetto di scambio postale. Le famiglie, a volte su esplicita richiesta dei soldati, inviavano al fronte anche oggetti che detenevano un puro valore affettivo, come le fotografie della fidanzata: “(...) ne ricevo uno in questo momento (...) con (...) la fotografia della Dorina (...) La Dorina e venuta molto bene, meglio di cosi non poteva venire dalle tanti baci per parte mia”78. In una lettera dell’8 giugno 1915 Enrico Badeschi informa la famiglia di aver “ricevuto vostra lettera dopo che mi trovo sul fronte con quella cartolina poetica del quale entro la lettera stava il sacro cuore colla medaglia che vi prometto che la conservero come un tesoro solo per ricordo della famiglia”79. Due settimane dopo torna a precisare che “il sacro cuore lo al collo. Non dubitate che lo conservero come un sacro tesoro fino alla morte se il destino lo vorra. Ma speriamo che tutto vada bene (...)”80. Il santino da tenere in tasca, la medaglietta da tenere al collo sono oggetti che avvicinano a sé i propri affetti lontani e, soprattutto proteggono dalle insidie e dai pericoli: “Poi oggi stesso ho ricevuto il vostro santo che io conservero come un tesoro perche forse quello con tanti altri che tengo conservati in tasca potrebbero essere la mia totale salvezza da questo sfacelo di eserciti europei”81. 75 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 31 agosto 1915. 76 Ibidem. 77 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 9 settembre 1915. 78 Lettera di Francesco Bazzani al babbo, 24 agosto 1915. 79 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 8 giugno 1915. 80 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 24 giugno 1915. 81 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 106 106 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna Lettere spedite, lettere ricevute, pacchi, fotografie, santini, anche sfogliando l’archivio bolognese dei caduti sembra di poter dire che “più che al teatro di guerra lo sguardo del soldato che scrive è rivolto alla famiglia e alla casa”82. Ad essa sono infatti dedicate parole tenere che stridono col contesto di guerra e violenza in cui sono scritte. “Mamma cara”, “mammina mia”, scrive Enrico Badeschi, che spera di ritornare “in braccio alla mia cara famiglia, che ho tanta voglia di vederla”83, o che, salutando il fratello Augusto, firma il proprio nome col diminutivo famigliare “Henri”84. Un particolare sentimento di tenerezza emerge poi quando dal fronte il soldato si rivolge non direttamente ai genitori ma ai parenti vicini. “Ti mantieni studioso” scrive Enrico al fratello, “Bravo conservati sempre studioso e buono verso la mamma che chi lo sa poverina che sara diventata. Fagli coraggio che io sto bene per ora e che non pensi a me”85. La vita del fratello e le sue tappe più importanti vengono seguite con amore, nonostante la dura vita di trincea: “Caro fratello ti faccio tanti elogi per la tua promozione alla 6° classe e io ti auguro di proseguire bene perchè se il destino lo vorrà che non ritorni più almeno darai un sollievo te alla mamma”86. Senso di protezione e di responsabilità verso i fratelli minori e la famiglia sono particolarmente evidenti nella lettera di un altro soldato che scrive alla sorella “I nostri genitori rammentati che cominciano ad essere vecchi e solo tu rimarrai col arduo compito dei tuoi fratelli, sii donna e non bambina come sei sempre stata: fa che la sottana sebbene corta abbia da chiamarsi lunga per il bene di tutta la nostra famiglia”87. Sembra quasi che la guerra scompaia dietro la spinta del ricordo dei propri familiari, degli amici, delle persone da salutare. Dopo un brevissimo accenno a “quelle insidiose granate nemiche e quei vigliacchi che tutta la notte non ti danno tregua”, quasi che stesse parlando di fastidiosi insetti notturni, Enrico incalza i genitori: “scrivetemi qualcosa che ce di nuovo a Bologna e ce che miei compagni conoscenti che abitano alla Bolognina se ce ne dei morti o dei feriti”88. 82 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 54. 83 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 18 luglio 1915. 84 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 28 agosto 1915. 85 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. 86 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 24 giugno 1915. 87 Lettera di Anco Baraccani alla sorella, 18 maggio 1916. 88 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 107 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna 107 Quasi a voler rivendicare la propria esistenza, la propria presenza al di là della temporanea lontananza, le lettere di Enrico Badeschi contengono continui riferimenti e saluti da inviare alla “famiglia Moruzzi”, alla “famiglia [Zecchini?]”, a “Ida”89, “alla mamma di Antonelli Leonida e (...) figlio”90, a “Brunetta”91, e più in generale “a tutti quelli che domandano di me”92. “Lo sguardo a casa, l’omaggio alle cose domestiche, ai sentimenti e ai legami familiari appaiono come l’unico rifugio in una situazione totalmente inospitale e precaria, quasi come l’unica fonte di identità in una condizione disorientante (...)”93. Ci troviamo quindi di fronte ad un tentativo di ‘fuga ideale’ dalla realtà della trincea, un tentativo di rimozione che è uno dei dati di fondo dell’epistolografia popolare di guerra, ed uno dei suoi dati più problematici. Di questo meccanismo fanno parte anche le numerose parole spese nelle lettere per rassicurare i destinatari. “Per ora la mia salute e ottima come spero ne sia di tutta l’intera famiglia”94, “potete star certa che mi trovo sempre in ottima salute, come spero sia altrettanto di voi tutti”95, “vi assicuro della mia ottima salute”96: le lettere dei soldati bolognesi abbondano di formule di rassicurazione finalizzate ad alleviare le ansie e le apprensioni dei propri cari. “Vi prego state tranquilli che io sono sempre allegro”97, “sta sempre tranquilla come lo è il tuo Enrico sempre calmo e sereno”98, “state tranquilla (...) che il tuo Enrico sarà coraggioso”99, in questo ripetersi senza sosta di rassicurazioni le condizioni reali della quotidianità in trincea, nonostante come si è visto a volte venissero a galla, erano represse, soffocate. 89 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. 90 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 8 novembre 1915. 91 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 8 giugno 1915. 92 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 20 agosto 1915. 93 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 55. 94 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 18 luglio 1915. 95 Lettera di Lorenzo Baratta alla mamma, 26 maggio 1916. 96 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 8 novembre 1915. 97 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 24 giugno 1915. 98 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 8 novembre 1915. 99 Lettera di Enrico Badeschi ai genitori, 7 novembre 1915. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 108 108 L’Archivio dei Caduti della Guerra Mondiale 1915-1918 della Provincia di Bologna Tale sforzo di occultamento generava quindi una plurivocità di senso e di intenzioni in cui “il bisogno di raccontare si scontra continuamente col desiderio di rimuovere”100. Ritroviamo dunque anche qui alcune tracce di quella “guerra di parole” cui sopra facevamo riferimento e che costituisce il segno più evidente della profondità e della vastità delle trasformazioni del mondo mentale messe in moto dalla prima guerra mondiale e che rende quei “documenti di persone semplici” che sono le lettere popolari “tutt’altro che documenti semplici”101. “L’esperienza di guerra” ha scritto Eric J. Leed “è essenzialmente un’esperienza di approfondimento non verbale, concreta, molteplice, che non può assolutamente essere resa in meri termini linguistici”102. Allo stesso modo, quindi, nell’archivio bolognese dei caduti della prima guerra mondiale sono contenute e sedimentate tracce di un’esperienza per molti aspetti inattingibile, se non con il richiamo ad altri linguaggi, strumenti ed immagini. Queste righe, per concludere, intendono essere un invito ad ulteriori e più approfonditi tentativi di decodificare e “far emergere ciò che” nell’esperienza vissuta dei combattenti “appare irrimediabilmente sepolto”103. 100 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 51. Così continua l’autore: “Disagi e orrori della guerra sono presenti nell’epistolografia popolare talvolta come realtà non detta, da cui la scrittura si ritrae, tende a discostarsi, anche se in questo movimento gli uni e gli altri fanno la loro apparizione: sono detti anche se non sono nominati, compaiono mentre vengono rimossi”. 101 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 52. 102 E. J. Leed, Terra di nessuno, cit., citato in A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 50. 103 A. Gibelli, L’officina della guerra, cit., p. 49. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 109 IL “COSTITUENDO ALBO GENERALE DEI MONUMENTI”. STUDIO PRELIMINARE DELLA COLLEZIONE FOTOGRAFICA BOLOGNESE DEI MONUMENTI AI CADUTI DELLA GRANDE GUERRA. di Gian Marco Vidor Nel 1921, la direzione del Museo Civico del Risorgimento di Bologna decise di raccogliere sistematicamente le fotografie dei monumenti che si andavano erigendo “in memoria dei caduti nella recente gloriosa guerra di liberazione”, con l’obiettivo di costituire un “Albo generale dei monumenti”1. A tale scopo venne inviata una circolare ai Comuni italiani con la quale si richiedeva l’invio di una fotografia del o dei monumenti presenti sul proprio territorio.2 L’invito venne accolto da centinaia di amministrazioni locali, da alcune istituzioni private ed anche da singoli cittadini, dando vita all’attuale fondo che conta 1127 tra fotografie, cartoline e ritagli di giornale non rilegati, ricevuti tra il 1921 ed il 1931. Nel corso della prima metà degli anni venti, una parte di queste immagini venne riprodotta in tre serie distinte di bolli dall’editore bolognese Enrico Malferrari “col preciso intento di mantenere vivo e palpitante nel cuore di ogni Italiano il culto per la memoria di quegli Eroi che nell’ultima nostra grande guerra immolarono la loro vita sull’Altare della patria”.3 Tra il 1989 e il 1992 il fondo, che si presentava in grande disordine, è stato oggetto di una sistemazione generale nel rispetto dell’ordinamento originale che suddivideva le immagini in quattro formati: - formato “A”: superiore a - formato “B”: fino a - formato “C”: fino a - formato “D”: fino a cm 56 x 39 cm 56 x 39 cm 25 x 36 cm 11 x 17 Il fondo è completato da un “album” illustrativo del Monumento ai caduti 1 Modulo prestampato della lettera circolare per la richiesta delle foto. Museo Civico del Risorgimento di Bologna, Archivio Atti d’Ufficio 1921, Protocollo, Circolari. Dell’iniziativa del museo bolognese si parla in un articolo pubblicato nel “Resto del Carlino” dell’11 novembre 1921, a pochi giorni dal passaggio per Bologna del convoglio che trasportava il Milite Ignoto a Roma per la tumulazione al Vittoriano, avvenuta il 4 novembre. 2 3 E. Malferrari & C., Monumenti della Riconoscenza eretti dagli Italiani ai caduti per la Patria nella Grande Guerra MCMXIV - MCMXVIII, serie III, Bologna 1925. Vol. Bollettino 2006_okokok 110 20-06-2006 12:42 Pagina 110 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” dell’Arma del Genio (Roma) e da cinque album donati nel 1926 dal Sig. Fernando Marescalchi di Casale Monferrato contenenti 1200 “fotoincisioni” ritagliate da vari quotidiani e periodici. Nel 2005 le fotografie, le cartoline e i ritagli di giornale non raccolti in album sono stati riprodotti digitalmente, confluendo in gran parte nella collezione accessibile on-line.4 Uno studio preliminare I più importanti studi relativi ai monumenti italiani dedicati ai caduti della Grande Guerra sono limitati a una città, una provincia o a una regione; basti ricordare, ad esempio, i lavori di Vittorio Vidotto, Bruno Tobia e Catherine Brice sui monumenti romani e laziali5, di Renato Monteleone e Pino Saracini sui monumenti liguri6, di Claudio Canal per l’area torinese7 e di Giovanni Isola nell’area trentino tirolese.8 La collezione conservata presso il Museo Civico del Risorgimento di Bologna è probabilmente l’unica raccolta che documenta su scala nazionale, e con immagini d’epoca, i monumenti italiani ai caduti della Grande Guerra. Per questa dimensione non locale del fondo bolognese è sembrato utile sottoporlo a uno studio preliminare in attesa che venga completata la raccolta di alcuni dati, come ad esempio l’anno d’inaugurazione, in numerosi casi ancora mancanti.9 Per capire a fondo questi monumenti, essi andrebbero singolarmente calati nella realtà politica, sociale, culturale ed economica nella quale sono stati progettati e costruiti, tenendo conto, come già sottolineato da Monteleone e Sarasini, della loro distribuzione geografica, della loro natura urbana o ruraLa collezione è consultabile direttamente dal sito ufficiale del Museo Civico del Risorgimento di Bologna, nella sezione Collezioni Digitali all’indirizzo www.comune.bologna.it/museorisorgimento. Dalla versione on-line sono stati esclusi solo gli esemplari identici. 4 V. Vidotto, B. Tobia, C. Brice, (a cura di) La memoria perduta. I monumenti ai caduti della Grande Guerra a Roma e nel Lazio, Roma, Nuova Argos, 1998. 5 6 R. Monteleone, P. Saracini, I monumenti italiani ai caduti della Grande Guerra, in Diego Leoni e Camillo Zadra (a cura di) La Grande Guerra. Esperienza, Memoria, Immagini, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 631-662. C. Canal, La retorica della morte. I monumenti ai caduti della Grande Guerra, in “Rivista di Storia Contemporanea”, 4, 1982, pp. 659-669. 7 G. Isola (a cura di), I monumenti ai caduti della prima guerra mondiale nell’area Trentino tirolese, Trento, Università degli studi, Dipartimento di scienze filologiche e storiche, 1997. 8 Il Museo Civico del Risorgimento di Bologna non intende solo completare e correggere i dati relativi ai monumenti di cui possiede già un’immagine, ma mira a realizzare quello che nel 1921 venne chiamato “Albo nazionale dei Monumenti”, ossia una collezione nazionale di immagini dei monumenti italiani ai caduti della Grande Guerra. Per questo il museo rilancia l’invito alle istituzioni ed ai singoli cittadini ad inviare un’immagine dei monumenti ai caduti presenti sul territorio. 9 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 111 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” 111 le e della loro cronologia. Ciò che s’intende però fare in questo breve scritto è semplicemente presentare alcuni dati, frutto di una delle tante possibili letture di alcuni elementi della monumentalistica italiana generata dalla prima guerra mondiale. Dalla collezione è stato isolato un nucleo corrispondente a 782 monumenti in alcuni casi documentati da più di un’immagine. Dal numero iniziale, costituito da 1127 esemplari, sono stati esclusi: - i monumenti costruiti all’estero per commemorare i caduti italiani (documentati da poco più di venti fotografie relative ad esempio ai monumenti costruiti al Cairo, a Mathausen, etc.); - i monumenti eretti da singole istituzioni in ricordo dei loro appartenenti (banche, scuole, corpi militari, fabbriche, etc.); - i monumenti costituiti da chiese o cappelle chiuse il cui interno non è documentato nelle immagini; - i bozzetti -già rari- privi di indicazioni relative alla loro effettiva realizzazione; - i monumenti rappresentati in immagini la cui qualità non ne consente una adeguata, seppur generale, lettura. Si sono dunque presi in esame solo i monumenti costruiti ad opera della comunità civile nel suo insieme, sia essa quella di una grossa città o di un piccolo paese. Quest’ultima tipologia prevale nettamente. Distribuzione geografica La quasi totalità dei monumenti oggetto dell’analisi è collocata nelle regioni del nord d’Italia.10 Nord Centro Sud e Isole Totale Numero Monumenti 588 135 59 782 Percentuali 75,2 17,3 7,5 100,0 Tabella 1 10 La distribuzione geografica dei monumenti oggetto di questo studio preliminare non può che riflettere a pieno quella delle immagini che costituiscono il fondo dei Monumenti ai Caduti che vede appunto una netta prevalenza di documenti provenienti dalle regioni del nord d’Italia. Vol. Bollettino 2006_okokok 112 20-06-2006 12:42 Pagina 112 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” Regioni attuali Numero Monumenti Lombardia 197 Emilia Romagna 101 Veneto 114 Piemonte 95 Toscana 77 Lazio 22 Friuli Venezia Giulia 34 Liguria 32 Campania 19 Puglia 14 Marche 11 Sicilia 12 Trentino Alto Adige 15 Umbria 13 Sardegna 7 Molise 6 Abruzzo 6 Basilicata 4 Calabria 3 Valle d’Aosta 0 Totale 782 Percentuali 25,2 12,9 14,6 12,1 9,8 2,8 4,3 4,1 2,4 1,8 1,4 1,5 1,9 1,7 0,9 0,8 0,8 0,5 0,4 0,0 100 Tabella 2 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 113 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” 113 Distribuzione Cronologica Solo per il 31 % circa dei monumenti analizzati è stato possibile ricavare dall’immagine o dalla documentazione allegata la data d’inaugurazione, mentre per il restante 69 % è stato possibile solo stabilire una datazione ante quem basata sulla data di ricevimento dell’immagine da parte del museo. Dei 242 monumenti dei quali è conosciuto l’anno di inaugurazione, l’83 % circa è stato inaugurato tra il 1920 e il 1923. Grafico 1 Per quanto concerne i monumenti per i quali non si conosce la data di inaugurazione, il 95 % circa delle immagini è stato ricevuto dal museo tra il 1921 e il 1926. Grafico 2 Vol. Bollettino 2006_okokok 114 20-06-2006 12:42 Pagina 114 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” Come è chiaramente evidenziato dai due grafici precedenti, la quasi totalità dei monumenti presi in esame è stata costruita con buona probabilità prima del 1926, quindi in un periodo precedente a quel controllo governativo sulle cerimonie e sulla monumentalistica per i caduti della Grande Guerra che si formalizzerà tra il 1926 e il 1930 e in particolar modo a partire dal 1927, anno di nomina di un Commissario Straordinario per le Onoranze ai Caduti di Guerra.11 Tipologie di Monumento Da un punto di vista tipologico prevale il gruppo costituito dagli obelischi, spesso sormontati da una stella o da un’aquila, dalle steli e dalle colonne. Queste tipologie, fortemente in linea con la tradizione monumentale ottocentesca sia urbana sia funeraria, sono scelte soprattutto dai piccoli paesi probabilmente in alternativa ai più costosi monumenti scultorei. Il secondo gruppo più diffuso è costituito da statue o gruppi scultorei realizzati in pietra o in bronzo e posti su diverse tipologie di basamento. La prevalenza delle tipologie, qui raccolte nei primi due gruppi, è confermata, ad esempio, anche dallo studio condotto da Brice, Vidotto, Tobia nell’area laziale - Roma esclusa -.12 Grafico 3 11 Cfr. A. M. Fiore, La monumentalizzazione dei luoghi teatro della Grande Guerra: il sacrario di Redipuglia, in “Annali di Architettura”, 15, 2003, pp. 233-247; V. Vidotto, B. Tobia, C. Brice, (a cura di) La memoria perduta. I monumenti ai caduti della Grande Guerra a Roma e nel Lazio, cit. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 115 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” 115 Una possibile lettura dell’apparato simbolico-iconografico dei monumenti. Fino a una quindicina di anni fa prevaleva tra gli studiosi una visione dei monumenti ai caduti come veicoli di ideali politici -da quello repubblicano a quello nazionalista- e come testimonianze storico-artistiche ed architettoniche. Questi aspetti ben presenti e spesso prevalenti nei monumenti sono però ciò che rimane visibile a distanza di tempo, ora che il lutto, la tragedia sono ormai lontani. In realtà per le generazioni della guerra i monumenti certamente avevano un significato politico, civico, artistico, estetico ed economico, ma anche un indubbio significato che si potrebbe definire “esistenziale”. All’epoca della sua costruzione quest’arte commemorativa aveva, per i singoli e per le comunità, un ruolo importante nell’elaborazione del dolore generato dalla Grande Guerra. Solo da poco più di quindici anni gli storici, tra i quali Antonio Gibelli, Jay Winter, Eric Leed, Stephane Audoin-Rouzeau, etc, tentano lentamente e faticosamente di far uscire dall’oblio il dolore e il lutto generato dal conflitto. Proprio in questo dolore e in questo lutto i monumenti ai caduti vanno inseriti per essere pienamente compresi. Ogni caduto, ogni morto in guerra, può essere considerato come l’epicentro di quello che si potrebbe definire un terremoto psicologico, emotivo, affettivo, sociale, ma anche economico e finanziario: la morte di massa in guerra colpisce maggiormente coloro che si trovano più vicino all’epicentro come i commilitoni, i genitori, i figli, le mogli, le fidanzate, etc. L’onda d’urto del dolore li colpirà con l’intensità maggiore per poi continuare il suo impatto sulle altre cerchie affettive e di relazione: nonni, cugini, zii, amici, colleghi, conoscenti, etc. Ci sono tanti epicentri del lutto e del dolore quanti sono i morti che, con una frequente reiterazione della perdita, creano un reticolo del dolore e del lutto, nel quale solo pochi fortunati sono posti a margine e ancora meno ne sono totalmente esclusi, almeno nei paesi belligeranti d’Europa. Queste ondate successive creano quelle che lo storico americano Jay Winter definisce “le comunità in lutto” che si strutturano e si relazionano come in un gioco di scatole cinesi. Vi sono tante comunità investite dalla perdita quante sono le identità che si stratificano nell’individuo: figlio, marito, cugino, membro di una comunità religiosa, dipendente di una banca, ex allievo di una scuola, cittadino di un paese, membro di una nazione, etc. I componenti di queste comunità in lutto hanno subito una perdita a vari livelli e il superamento o meglio il tentativo di superamento della perdita passa attraverso il lutto: un insieme di azioni, gesti, parole, oggetti, tramite il quale chi sopravvive rivive la perdita ed esprime il dolore e la sofferenza che ne sono derivati. Ed è all’interno del lungo e difficile processo di elaborazione del lutto che si devono, come è già stato detto, porre i monumenti ai caduti.13 12 Cfr. Ibidem, p. 260. Vol. Bollettino 2006_okokok 116 20-06-2006 12:42 Pagina 116 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” Nel processo di superamento della morte, in questo caso della morte in guerra, la ritualità gioca un ruolo di grande importanza. Ritualità è qui intesa in senso ampio e non solo come ritualità pubblica, collettiva, scandita da un calendario ufficiale e strutturata in modalità ben regolamentate e gestite dalle autorità. Non solo l’ideazione, la costruzione, l’inaugurazione, ma anche la vita che ruota attorno al monumento è una forma di ritualità: il portare dei fiori il giorno del compleanno del proprio figlio “caduto al fronte”, il togliersi il cappello ogni volta che ci si passa davanti, fermarsi un attimo per farsi il segno della croce, etc. La ritualità è importante in quanto consente di attivare quel processo di riapertura e cicatrizzazione della ferita legata alla perdita, poiché “è uno strumento che serve tanto a scordare quanto a ricordare”.14 Ecco come i monumenti si collocano tra memoria ed oblio, nel lungo e complicato processo di elaborazione del lutto che attraverso la trasfigurazione della morte in sacrificio della vita consente di attribuire un senso alla perdita ed in alcuni casi anche di superarla. Inseriti in questo contesto ed in virtù della loro natura funeraria15, i monumenti ai caduti diventano degli accumulatori del lutto e del dolore dei quali possono visivamente non portare traccia perché metabolizzati dalla retorica del trionfo e della vittoria. La trasfigurazione in senso eroico e patriottico della morte in guerra ha modellato gran parte della monumentalistica legata alla Grande Guerra sia in Italia sia in altri paesi ex-belligeranti. Nel caso italiano, la prevalenza della vittoria e del soldato eroico sugli aspetti del dolore e del lutto, che sembra diventare definitiva con la maturazione del fascismo in regime, è attestata nella quasi totalità degli studi locali16 ed è confermata Punto di riferimento imprescindibile sono gli studi sulla monumentalistica francese, inglese e australiana: D. Cannadine, War and death, grief and mourning in modern Britain, in J. Whaley, Mirrors of mortalità: studies in the social history of death, London, Europa, 1981; K. Inglis, Men, women, and war memorials: Anzac Australia, in “Daedalus” 116, 1987, pp. 35-59; A. Becker, Les monuments aux morts : patrimoine et memoire de la grande guerre, Paris, Errance, 1988; A. Prost, Monuments aux morts. Culte répubblicain ? Culte civique ? Culte patriotique ? in P. Nora (sous la direction de) Les lieux de mémoire. La République, Paris, Quarto-Gallimard, 1997, pp. 199-223 ; K. Inglis, Sacred places: war memorials in the Australian Landscape, Melbourne, Melbourne University Press, 1998; A. Gaffney, Aftermath: Remembering the Great War in Wales, Cardiff, University of Wales Press, 1998; S. Audoin-Rouzeau, Monuments aux morts, commémoration et deuil personnel aprés la Grande Guerre, in “MEFRIM: Mélanges de l’école française de Rome: Italie et mediterranée” 112, 2000, pp. 529-547. Inoltre di grande importanza è il numero 167 della rivista “Guerres mondiales et conflits contemporaires” del 1992, il quale riguarda quasi esclusivamente i monumenti ai caduti della prima guerra mondiale. 13 J. Winter, Il lutto e la memoria. La Grande Guerra nella storia culturale europea, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 155. 14 Il monumento ai caduti deve essere considerato un monumento funebre pur non avendo alcun legame diretto o indiretto con i corpi dei caduti, pur non trovandosi in un cimitero e pur avendo una iconografia trionfale. Ciò che rende il monumento ai caduti un monumento funebre è la posizione intermedia che ricopre nello scambio simbolico tra la morte della persona, in questo caso il soldato, e i vivi. Cfr. G. M. Vidor, Riti e Monumenti per i Caduti della Grande Guerra, in “Studi Tanatologici”, 1, 2005, pp. 139-159. 15 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 117 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” 117 dall’analisi svolta sul fondo conservato presso il Museo Civico del Risorgimento di Bologna (grafico 4). Grafico 4 Tra i 782 monumenti che compongono il nucleo di questo studio preliminare ne sono stati individuati 582 che presentano un apparato simbolico-iconografico significativo per lo studio del rapporto tra le tematiche del lutto e quelle del trionfo. Come evidenziato nel grafico 5 le due iconografie più ricorrenti nella monumentalistica analizzata sono il soldato e le personificazioni femminili, al terzo posto si trovano le aquile, spesso poste come elemento culminante di colonne e obelischi. I grafici riportano l’occorrenza dei simboli e delle iconografie in unità, indipendentemente da quante volte essi siano presenti nello stesso monumento. Se, ad esempio, un gruppo scultoreo è composto da una vittoria alata e da due donne piangenti l’occorrenza sarà 1 per la vittoria alata e sempre 1 per la personificazione femminile non vittoriosa. Per quanto concerne il soldato prevale una rappresentazione eroica, maschia e vittoriosa. Minoritari, ma non rari, sono i soldati rappresentati nel Fa eccezione l’area trentino tirolese dove la simbologia sembra essere preferibilmente incentrata sulla pietas. Tale eccezionalità va forse ricercata nella specificità dell’area che aveva avuto caduti su entrambi i fronti. Cfr.: G. Isola, I monumenti ai caduti della prima guerra mondiale nell’area Trentino tirolese, cit. 16 Vol. Bollettino 2006_okokok 118 20-06-2006 12:42 Pagina 118 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” Grafico 5 momento in cui vengono colpiti mortalmente, raffigurati morenti o già cadaveri. Il soldato ferito, morente o morto in alcuni casi è sorretto da un compagno che continua a lottare, da una personificazione femminile. Grafico 6 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:42 Pagina 119 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” 119 I monumenti di Volterra (Pisa ) e di Borgosesia (Vercelli ) rappresentano due importanti esempi della tipologia del soldato ferito - morente - morto. 1. Volterra - Pisa (part.) 2. Borgosesia - Vercelli (part.) La trasfigurazione eroica del soldato, la sua rappresentazione fiera è molto chiara nei monumenti di Calderara di Reno (Bologna) e di Cantello (Varese). 3. Calderara di Reno - Bologna (part.) 4. Cantello - Varese (part.) Vol. Bollettino 2006_okokok 120 20-06-2006 12:42 Pagina 120 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” Grafico 7 Tra le rappresentazioni femminili prevalgono nettamente quelle vittoriose ed eroiche, come le Vittorie Alate17 (spesso presenti anche come attributo tenuto in mano da un soldato o da una donna-Italia), le Italie18 o le donne fiere prive di attributi particolari. Queste personificazioni spesso sono molto classiche, austere e dai tratti idealizzati, come risulta dagli esempi n. 5, 6 e 7. 5. Civitavecchia - Roma (part.) 6. Caserta (part.) Sulla rappresentazione della vittoria molto interessante è lo scritto di V. Vidotto, La vittoria e i monumenti ai caduti, in “MEFRIM: Mélanges de l’école française de Rome : Italie et mediterranée” 112, 2000, pp. 505-517. 17 18 Secondo l’autore di un articolo pubblicato nel 1923, nella monumentalistica ai caduti vi sarebbe un abuso della personificazione dell’Italia. (Cfr. Cinzio, Il concorso per il monumento-ossario dei caduti romani da erigersi al Verano, in “Architettura e Arti Decorative”, 2, 1923, pp. 246-267). Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 121 Il “Costituendo Albo generale dei monumenti” 121 7. Altavilla Irpinia - Avellino Più vicino al mondo umano sono invece le figure femminili doloranti o in pianto nelle quali ogni madre, moglie, sorella, etc. sembra potersi immedesimare, vedendo rappresentato il proprio dolore. Esempi molto toccanti sono quelli di Lamon e di Nese. 8. Lamon - Belluno (part.) 9. Nese - Bergamo (part.) Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 122 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 123 IL FANTE IN TRINCEA: IL SOLDATINO DI CARTA È CAMBIATO di Alfio Moratti In entrambi gli schieramenti belligeranti la produzione letteraria sulla storia e sugli avvenimenti della Grande Guerra è stata estremamente abbondante; ponderosi trattati di storici e di esperti militari, memorie dei protagonisti, romanzi dei più importanti autori coevi, diari di guerra dei combattenti sono stati pubblicati e letti in tutto il mondo: forse un contributo alla storia minore di questa tragica epopea, può essere significato anche dalla più modesta delle stampe popolari: il soldatino di carta..... La prima grande guerra europea ha inizio nell’estate del 1914 fra le manifestazioni di un esasperato entusiasmo delle popolazioni dei primi paesi belligeranti: a Parigi come a Berlino, come a Belgrado, scendono nelle strade soprattutto i più giovani, proprio quei giovani che saranno annientati a centinaia di migliaia sui campi di battaglia della Marna e della Somme, sulle sponde del mar Nero o nelle pianure della Galizia : i francesi sognano le eroiche offensive con la “santa baionetta”, quella che secondo i loro generali è più importante del cannone, quella che deve permettere la sconfitta dell’odiato “boche” e la riconquista delle perdute terre della Alsazia e della Lorena. I tedeschi ritengono di poter finalmente liberarsi, con la guerra all’eterno nemico francese, di quel senso di soffocamento territoriale che è il motivo principale del loro entusiastico consenso al conflitto. In Germania la migliore gioventù studentesca, che secondo la legge è esente dal servizio militare obbligatorio fino alla fine degli studi, si presenta in massa ai centri di arruolamento: costituiscono gli Ersatzkorps (i corpi sostitutivi). Nell’ottobre del 1914 i 35.000 giovani universitari e liceali tedeschi che si sono arruolati volontari, sono quasi tutti inquadrati da Falkenhayn nella IV armata germanica, partecipano in terra belga alle battaglie dell’Ypres e vi lasciano quasi tutti la vita. I tedeschi la definiscono Kindermord (la strage degli innocenti); ufficiali troppo vecchi e soldati troppo giovani è il costernato commento della opinione pubblica. Si racconta che a Londra la sera del 3 agosto 1914, vigilia della rottura delle relazioni diplomatiche con la Germania, Edward Grey, ministro degli esteri britannico, dalla finestra del suo ufficio guardi su St. James Park che risplende di luci e partecipi ad un amico un oscuro presentimento: “in tutta Europa la luce si spegne e noi non possiamo sapere o non arriveremo a vivere quando le luci si accenderanno di nuovo”. Ma dai cittadini di tutto l’Impero questo disperato scetticismo non è condiviso; l’esultanza per la guerra è diffuso. Il piccolo esercito inglese di circa centomila professionisti necessita ovviamente di essere integrato dai volontari. In meno di sei mesi, sull’on- Vol. Bollettino 2006_okokok 124 20-06-2006 12:43 Pagina 124 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato Russische Lagerscenen - (Hohenstein & Lange, Berlin No. 308) Sul fronte orientale che è relativamente mobile, la cavalleria ha un ruolo determinante nelle grandi battaglie campali; nella grande maggioranza dei casi alle truppe russe che contrastano le armate austriache, è risparmiato l’orrore della guerra di trincea. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 125 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato 125 da di un entusiasmo irrefrenabile, quasi due milioni di inglesi si arruolano; sono le cosiddette brigate Kitchener, la New Army, formazioni spesso costituite da gruppi omogenei che scelgono motu proprio il loro nome: sono i Pal’s Battalions, battaglioni di compagni o di amici, come i collegiali del cosiddetto Public School Battalion, i Bankers, i bancari o i Miners, i minatori del Galles e delle West Midlands. Per l’Inghilterra è una esperienza assolutamente inedita. Lo stato di esaltata euforia e di patetica fiducia in una rapida vittoria che pervade entrambi gli schieramenti contrapposti, genera una diffusa promozione, assolutamente inedita per i tempi, di tutte quelle componenti che rappresentano un possibile sostegno alla guerra. Gli Stati Maggiori anche se non sono particolarmente sensibili alle lunghissime liste delle perdite umane di centinaia di migliaia di caduti, comprendono però la assoluta necessità di puntellare con una campagna di intensa propaganda il morale della enorme massa dei loro combattenti; una massa che specialmente per quanto riguarda la Francia e la Russia, è costituita prevalentemente da una popolazione rurale : un popolo, spesso analfabeta, di fanti contadini. La società civile non è da meno: sempre in Francia, ma sono iniziative comuni a tutti i paesi belligeranti, appaiono a ondate successive, a ritmo frenetico, manifesti, cartoline, figurine, immagini grafiche di tutti i tipi, “les affiches de la guerre”. Spesso sono mutuate anche dalla pubblicità commerciale e così fanno la loro comparsa gli alimenti, le bevande, i prodotti che porteranno certamente alla vittoria: il Camembert Extra, l’ami des poilus; le vin fortifiant, un noveau 75 e innumerevoli altri. È la prima guerra veramente mediatica della storia europea. In questa universo propagandistico non manca la partecipazione totale degli editori di stampe popolari di soldatini di carta. La prima guerra mondiale rappresenta una occasione eccezionale, un momento d’oro e tutti i paesi belligeranti ne stampano centinaia di migliaia di copie. I settanta milioni di uomini di tutti i continenti che vestono una uniforme, hanno abbandonato a casa in patria una persona cara, la moglie, la madre, il figlio, che del destino e delle condizioni di vita del soldato lontano, in prima linea, conoscono ben poco; la maggior parte dei soldati al fronte è di modesta condizione sociale e le notizie arrivano a casa anche attraverso le immagini più disparate; il soldatino di carta è a colori, in un periodo in cui, malgrado il riuscito tentativo di Louis Lumiére, che già nel 1906 è riuscito a rendere efficiente il suo sistema di fotografia a colori, la documentazione si affida prevalentemente al bianco e nero. Così, la testimonianza offerta da questi fogli , modesta e ingenua ma precisa anche nei particolari, è estremamente suggestiva e trova un’ampia diffusione non solo fra i ragazzi, ma fra la popolazione “meno dotta” delle città e delle campagne di Europa. Le più importanti editrici francesi e tedesche pubblicano durante i cinque anni della guerra, centinaia di migliaia di nuovi fogli. La immancabile Pellerin di Epinal, oltre alle file ripetute dei soldatini tradizionali, mette sul mercato una serie di immagini dei combattimenti nella serie “La guerre 19141915 en images, Faits, Combats, Episodes, Récits”; la battaglia della Marna, Vol. Bollettino 2006_okokok 126 20-06-2006 12:43 Pagina 126 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato Une tranchée Anglo-Belge - (Pellerin & C., Epinal, Grande Consntructions Série de Guerre, n. 27) Nelle Fiandre dove combatte la maggior parte del Corpo di Spedizione Inglese (B.E.F.), l’acqua affiora ovunque e spesso non è possibile scavare una trincea: l’unica difesa è il sacchetto di sabbia. Il tentativo di portarsi su di un terreno più asciutto può comportare che le trincee avversarie siano separate da un unico reticolato internazionale che viene riparato col favore delle tenebre da ognuna delle due parti. I fantaccini belgi e i Tommys inglesi imbracciano il fucile in attesa del momento dell’assalto o riposano accovacciati al freddo in una trincea di prima linea protetti alla meglio; una chambre de repos, nelle immediate retrovie, permette di fare cucina, lavarsi, prestare i primi soccorsi ad un ferito. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 127 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato 127 le battaglie dell’Yser, i valorosi soldati alleati, trovano una loro consacrazione. Partecipano attivamente gli editori lorenesi e alsaziani: Marcel e Louis Vagnè di Pont-à-Mousson, l’Imagerie Nouvelle di Nancy, R. Ackermann di Wissembourg. A Parigi, l’Imagerie Parisienne, quella di A. Quentin e l’Imagerie de Paris di G. Gerardin che nel primo anno della guerra, pubblica almeno venti nuovi fogli. Da parte tedesca sono i giganti dell’editoria popolare a pubblicizzare e diffondere le battaglie e le vittorie dell’esercito e della marina imperiali in Europa e nelle colonie: Joseph Scholz di Magonza, J.F. Schreiber di Esslingen, Kühn di Neu-Ruppin, Hohenstein & Lange di Berlino e soprattutto Oehmigke & Riemschneider con la serie “Der europäische Krieg 1914”. Perfino negli Stati Uniti già durante i primi anni della guerra, quando ancora non sono sbarcati in Europa i primi Sammys, le tre grandi case editrici americane, la McLoughlin di New York, la Parker Brothers di Salem nel Massachusetts e la Milton Bradley di Springfield pubblicano fogli di fanti alleati nelle loro classiche uniformi. Nella estate del 1914, nei primi mesi del conflitto, è ancora diffuso il concetto della “ guerra bella”. È ancora il momento in cui sui campi della Alsazia e della Lorena i corazzieri francesi caricano con la sciabola e la corazza e i fanti vanno all’assalto con i vistosi pantaloni garance; i tedeschi calzano l’elmetto di cuoio con il chiodo, la pickelhaube, un elmetto che per la sua natura non protegge affatto il capo del soldato. Nelle sterminate pianure della Galizia e della Prussia Orientale i reggimenti della Guardia Imperiale, nerbo dell’esercito russo, vanno all’assalto nelle loro divise sgargianti. Anche il soldatino di carta è ancora “bello”; i fogli sono ancora pieni di file e file di figurine in vistose uniformi, di fanfare, di soldati proiettati all’assalto con le bandiere spiegate: “en avant, en avant”, recita il foglio di Marcel Vagnè, non per niente un editore delle terre alsaziane da liberare. Ma presto, fedeli al loro compito di informazione e di testimonianza, cambiano rapidamente di tipologia: il foglio di soldatini rimane pur sempre un gioco e non può rendere appieno gli orrori della guerra, ma cominciano a essere raffigurate le immagini della vita dei militari in trincea, in prima linea e nelle immediate retrovie: le immagini autentiche dei protagonisti della guerra “vera”. Infatti alla fine del 1914 la guerra di movimento si arresta; quella che era sembrata a tanti giovani una occasione eroica di affermare la propria personalità, una bella avventura di amor di patria, diventa un interminabile calvario. Specialmente sul fronte occidentale e nel 1915 anche in Italia, dopo i massacri delle prime battaglie campali, la guerra assume il carattere di una lotta fra i fossati e le siepi di ferro dei reticolati, senza possibilità di manovra e di avvenimenti decisivi; è “la guerra di stazionamento”, una specie di grande assedio che si estende per centinaia di chilometri. È stato scritto che le trincee della prima guerra mondiale hanno rappresentato l’equivalente dei campi di concentramento della seconda; un tentativo per riassumere l’imma- Vol. Bollettino 2006_okokok 128 20-06-2006 12:43 Pagina 128 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato Esercito Italiano - Cani portaviveri - (G.Abbiati, Milano, Foglio n. 6) Anche i cani rischiano la vita nel portare i rifornimenti al fante in trincea. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 129 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato 129 gine del massacro delle migliaia di uomini che nelle trincee aspettano il momento dell’assalto, del salto dal parapetto nella terra di nessuno: di confrontare il loro destino a quello dei deportati che attendono in lunghe file la camera a gas. Ha inizio la stagione della trincea: quella che è nata semplicemente come una prima provvisoria sistemazione di difesa e di protezione nelle buche praticate dai grossi calibri nemici, diventa una sede stabile dove si svolge per settimane e per mesi la vita di centinaia di migliaia di combattenti. Un luogo di sofferenza, affondato nel fango, regno di topi e di pidocchi, di fame e di freddo, con il lezzo dei cadaveri insepolti, spesso dell’amico fraterno del combattente, ma anche un primitivo rifugio quando si torna dall’assalto o nelle gelide notti invernali. Si forma una nuovo tipo di aggregazione sociale con le sue ferree regole di organizzazione per la sopravvivenza: la trincea come una risoluzione duratura, la vanghetta in dotazione ad ogni soldato per scavarla, la mitragliatrice per difenderla. Il prototipo dello schema della trincea è quella del fronte occidentale dove il sistema delle strutture si continua per centinaia di chilometri, dal gigantesco acquitrino delle Fiandre alle catene dei Vosgi. L’insieme è estremamente complicato: una primissima linea, che corrisponde praticamente alla zona dalla quale si parte per l’assalto ha trincee per il tiro e per il primo raccordo d’informazione; è collegata da camminamenti traversi con successive altre due linee nelle retrovie che sono deputate a funzioni ben definite. Costruite a zig zag con sporgenze e rientranze nella linea per impedire agli attaccanti di conquistarne un intero tratto sotto il proprio fuoco d’infilata, sono il luogo dove si svolge l’estenuante eterno confronto fra i due eserciti avversari che spesso si distanziano soltanto di poche centinaia di metri. Più o meno profonde, anche fino a due metri e mezzo, protette da un parapetto, sono rivestite di materiale diverso; nelle Ardenne e nei Vosgi sono frequenti i graticciati, mentre altrove prevalgono gli eterni sacchetti di sabbia; sono munite di posti di osservazione avanzati, protetti da scudi di acciaio, i paraschegge, dove staziona la sentinella o il tiratore scelto. Nel fango eterno, nella canicola estiva i fanti di tutti gli eserciti, isolati spesso per lunghissime giornate, conducono una vita tutta loro, senza ricevere il cambio, talvolta senza il rancio che, quando infine arriva, è spesso gelato. In queste strutture si organizza una vita che necessita di tutte le componenti indispensabili per sopravvivere, per difendersi e per attaccare il nemico; il fucile, la mitragliatrice, la bombarda, talvolta il cannone da campagna; la pinza tagliafili, il povero corredo del fante, il binocolo dei posti di osservazione indispensabile per la vedetta antesignano dei sofisticati mezzi per la visione notturna all’infrarosso, e poi l’eterno filo spinato, il reticolato disteso davanti alle trincee anche per decine di metri. Nelle seconde e terze linee, che sono ancora spesso delle trincee ma con una maggiore protezione, si svolge, in una attività frenetica, una vita quasi normale: qui sono organizzate le cucine da campo dalle quali viene portato pericolosamente il rancio caldo in prima linea; qui sono ubicati i comandi, Vol. Bollettino 2006_okokok 130 20-06-2006 12:43 Pagina 130 Il Fante in trincea: il soldatino di carta è cambiato talvolta in comunicazione con dei bunker in superficie o addirittura con delle vere città sotterranee, come succede sotto Arras, dove una intera divisione di truppe inglesi trova ricovero negli intervalli fra gli assalti. I camminamenti di raccordo sono percorsi dalle colonne di migliaia di soldati che si avviano alla prima linea. Nella seconda linea oltre alle comunicazioni trovano posto i ricoveri per le truppe di riserva e i posti di medicazione. La prima assistenza, dopo che i portaferiti della sanità hanno svolto il loro rischioso compito di raccolta dei militari colpiti, viene già praticata dietro le prime linee dai medici militari. Gli ospedali da campo, l’ambulance dei francesi, sono dislocati più indietro nelle prime retrovie, ma sono ancora e spesso esposti al fuoco delle artiglierie nemiche. In Italia, mentre sul fronte isontino dopo i massacri delle prime offensive di sfondamento si riproduce la logica della guerra in trincea, sul fronte alpino la guerra assume una caratteristica tutta particolare che non trova riscontro in nessuna delle guerre precedenti. Il confine fra Italia e Austria corre in corrispondenza di una continua serie di catene montuose di altezza variabile dai 2000 ai quasi 4000 metri del gruppo dell’Ortles e si combatte spesso a quote vertiginose anche con un secondo nemico, la montagna stessa. In queste condizioni il combattente deve prima di tutto confrontarsi con le proprie umane debolezze; gli alpini e i fanti italiani devono competere prima che con il nemico austriaco, con le mortali armi di questo affascinante avversario, il freddo, le valanghe, le bufere di neve. Ancora oggi nei tormentati campi attorno alla cittadina di Verdun, nelle fangose pianure delle Fiandre o sui più ripidi sentieri delle Alpi, le rovine di questi spaventosi fossati evocano, anche nell’osservatore più distratto, i ricordi di una delle più spaventose carneficine dell’epoca moderna: “della inutile strage”. A distanza di quasi un secolo dalla loro pubblicazione molti di questi fogli oltre alla nostalgia per un giocattolo che ucciso dalla modernità è definitivamente scomparso, portano in una esatta ricostruzione della vita al fronte, una piccola testimonianza di quanto l’editoria popolare ha fornito alla memoria storica. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 131 REALTÀ VIRTUALE E MEMORIA: IL MONUMENTO OSSARIO AI CADUTI DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE E IL PROGETTO DEL MUSEO VIRTUALE DELLA CERTOSA DI BOLOGNA di Maria Chiara Liguori L’applicazione delle Tecnologie Informatiche (o, più nello specifico, della Realtà Virtuale) ai Beni Culturali può essere considerata come una delle nuove frontiere delle politiche culturali. In particolare, l’idea di usare la visualizzazione come un’interfaccia interattiva per accedere a database di tipo culturale è estremamente promettente1. A partire da queste considerazioni Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna ha concepito il Museo Virtuale della Certosa di Bologna, un progetto che ha condotto alla realizzazione di un’applicazione adattabile a differenti tipologie di piattaforme tecnologiche. Lo stato di avanzamento del progetto è consultabile all’indirizzo web: www.certosadibologna.it Introduzione Il Museo Virtuale della Certosa di Bologna può essere visto, in estrema sintesi, come una forza centripeta che attrae gli sforzi di numerosi istituti, con contenuti culturali appartenenti a periodi storici differenti, integrando l’output con tecnologie che si avvalgono di media diversi, integrabili tra loro, e che raggiungono gli utenti finali, suddivisibili in diverse categorie. Attraverso la navigazione immersiva all’interno di modelli virtuali 3D interattivi riferiti a sei diverse epoche (città di Bologna, Certosa medioevale, paesaggio Etrusco, Chiostro III del diciannovesimo secolo, Monumento Ossario dei Partigiani, Monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale, Memoriale ai caduti della Guerra di Liberazione) l’utente arriva a dati e “meta informazioni” (fonti e documenti) organizzati entro database multimediali, in una interazione continua e biunivoca tra la ricostruzione virtuale e i documenti storici, artistici ed archeologici. La complessità concettuale e realizzativa del progetto ha favorito fin da Il database, o base di dati, è un sistema di archiviazione di dati digitali organizzati e associati tra loro secondo criteri ben precisi, che permette ricerche per categorie o per parola chiave. Le informazioni raccolte in esso possono essere rese disponibili via Internet attraverso un’apposita interfaccia. 1 Vol. Bollettino 2006_okokok 132 20-06-2006 12:43 Pagina 132 Realtà Virtuale e Memoria subito il coinvolgimento di realtà culturali e scientifiche sempre più numerose2. È stato necessario acquisire digitalmente le risorse culturali, in alcuni casi anche con il 3D laser scanner3, elaborare la cartografia, i modelli del terreno digitali e le foto aeree, modellare i monumenti e le zone di interesse, progettare, programmare e popolare il database, produrre ulteriori contenuti culturali, progettare soluzioni informatiche nuove, adeguate alle esigenze del progetto, ed infine integrare il tutto. Il database4 mira a mantenere la complessità dei contenuti. Grazie alla possibilità di proporre risorse provenienti da archivi ed istituti diversi, mettendo in evidenza le relazioni tra i documenti, i contenuti vengono resi disponibili in maniera più agevole per l’utente finale. La struttura del database è stata pensata come uno strumento complesso e flessibile, per adattarsi ad esigenza future, con molti campi in grado di accogliere interrogazioni ad ampio raggio e di gestire i contenuti secondo varie modalità. Per rendere più semplice il popolamento del database da parte dei numerosi fornitori di contenuti, è stata sviluppata una interfaccia di caricamento on-line che consente l’inserimento dei dati da qualsiasi postazione connessa alla rete. La flessibilità della realizzazione si vede anche nella sua “scalabilità”, che rende possibile l’impiego di tecnologie che vanno dal desktop al Teatro Virtuale al palmare al web fino al Virtual Set per le scenografie televisive. Un aspetto importante è l’evoluzione verso l’Open Source, particolarmente adatto a lavori per i Beni Culturali. Il movimento Open Source (software con codice sorgente aperto, spesso gratuito) si sta diffondendo anche in Italia, stimolando nuove dinamiche sociali e culturali e favorendo una ricerca pienamente multidisciplinare. Un protocollo funzionale è stato sviluppato nell’ambito del progetto per la generazione di paesaggi 3D in real-time, in particolare per la realizzazione del paesaggio della necropoli Etrusca. Il territorio come portale Il Museo Virtuale della Certosa, iniziato nel 2002, ha già raggiunto interessanti obbiettivi, stimolando una rinnovata consapevolezza verso aree culturaLe istituzioni coinvolte al 2005 nel Progetto del Museo virtuale della Certosa di Bologna sono: Istituti Culturali bolognesi (Museo Civico Archeologico, Istituto per la storia della Resistenza F. Parri, ANPI, Museo Civico del Risorgimento, Biblioteca dell’Archiginnasio, Musei Civici di Arte Antica), partner tecnologici (CINECA, ENEA, CNR ITABC), partner accademici (dipartimenti universitari e singoli ricercatori), imprese private (per la “cura” estetica dell’applicazione, la realizzazione dell’interfaccia grafica per gli utenti finali e la produzione di output di tipo comunicativo). 2 3 Si tratta di uno scanner in grado di acquisire digitalmente oggetti tridimensionali. 4 Il database del progetto usa attualmente Oracle DBMS, ma è in via di elaborazione il trasferimento su un sistema a base MySQL. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 133 Realtà Virtuale e Memoria 133 li che negli ultimi decenni erano scivolate in una condizione di profondo disinteresse da parte sia dei cittadini sia dei turisti. Ciascuna delle cinque aree di rilievo menzionate (Scavi Archeologici; Chiostro III; Monumento ossario ai caduti della Prima Guerra Mondiale; Monumento ossario ai caduti partigiani e Memoriale per i caduti per la lotta di liberazione), si è trasformata in un tema, inserito in una applicazione a carattere generale di Realtà Virtuale e di Realtà Aumentata5 con l’aggiunta dello sviluppo di specifiche applicazioni per ciascuno di essi. Il punto di partenza è stato la realizzazione della ricostruzione 3D del territorio di Bologna, compresa l’area della Certosa, con un DTM (modello digitale del terreno) texturizzato con foto aeree6. Per questa realizzazione sono state utilizzate piante degli edifici e cartografia fornite dal Sistema Informativo Territoriale del Comune di Bologna7. Questa parte funge da portale visivo unificante per organizzare siti diversi dislocati sul territorio pertinenti il medesimo periodo storico e siti relativi a temi diacronici. È quindi dal territorio che si accede a modelli particolareggiati relativi alle quattro aree della Certosa (oltre ad altri modelli). Parallelamente al lavoro di modellazione, è stata portata avanti la raccolta delle informazioni di tipo culturale. Innanzi tutto è stato elaborato un database per accogliere i dati di tipo storico. Realizzato per essere riempito attraverso Internet per agevolare il lavoro, è stato sviluppato in modo da consentire una consultazione via Web anche all’utente finale. Il database è un elemento indispensabile della realizzazione finalizzata alla valorizzazione di monumenti divenuti con il tempo quasi muti. Per esempio, nei monumenti commemorativi presenti in Certosa vengono fornite informazioni troppo succinte: su ciascun tombino, infatti, è scritto solo nome e cognome dei caduti. Grazie alle informazioni contenute nel database, invece, il visitatore ottiene molte più conoscenze ed entra in contatto con un segmento di storia altrimenti distante e poco coinvolgente. Il primo insieme di dati inserito è stato quello relativo ai caduti partigiani, che al momento contiene circa 1600 biografie, 80 schede su eventi storici, 35 schede sulle brigate partigiane della zona, circa 100 schede di approfondimento, circa 1500 tra foto, video e file audio. La relazione fra le risorse storiche produce un risultato maggiore dell’in5 Il termine “Realtà aumentata” indica tutte quelle soluzioni che fanno uso delle tecnologie digitali per accrescere la quantità di informazioni ottenibili da una determinata realtà, così come si presenta abitualmente. La texture è una mappa fotografica che si applica su un determinato oggetto geometrico del mondo virtuale per farlo sembrare costituito da un determinato materiale, come marmo, legno, metallo o, nel nostro caso, per farlo assomigliare il più possibile al territorio reale applicando la foto aerea della zona. 6 7 Il volume degli edifici è stato estruso dai poligoni degli shape file leggendo le informazioni che specificano le altezze direttamente dal database contenuto negli shape file stessi, con un procedimento quasi automatico. Vol. Bollettino 2006_okokok 134 20-06-2006 12:43 Pagina 134 Realtà Virtuale e Memoria sieme della semplice somma delle fonti stesse. Si tratta per lo più di risorse conservate come se si trattasse di realtà autonome, e non come realtà che possono entrare in relazione; inoltre, tali fonti sono situate in archivi fisicamente distanti dal luogo, per esempio, del Memoriale. Per fruirne al meglio, bisognerebbe anche avere quel minimo di competenze per consultare le fonti storiche e non è detto che l’utente ne disponga. Esplicitare le relazioni tra gli archivi e mettere i risultati alla portata dell’utente non specialistico è evidentemente il grande obbiettivo di un progetto come questo, che si appella alle tecnologie digitali proprio per conseguire i risultati più efficaci. Tuttavia il processo da seguire per arrivare a quanto desiderato è lungo e complesso. Memoria reale e memoria virtuale Il lavoro di ricerca e implementazione dedicato alla parte di progetto sulla Prima Guerra Mondiale prende le mosse dal Monumento Ossario ai caduti del 15-18 per poi ampliare il suo ambito di interesse verso una prospettiva più generale. Come per le altre sezioni del progetto Certosa, il punto di partenza è, infatti, un potente rimando verso il mondo esterno al complesso sepolcrale. Come affermato da Winter, i monumenti ai caduti sono, tra l’altro, l’espressione sociale di momenti luttuosi di così ampia portata, da non poter essere gestiti dal singolo, che trae invece conforto dalla possibilità di rappresentare il dolore pubblicamente8. Tuttavia, una volta che gli intenti celebrativi e la funzione iniziale di sostegno al singolo, realizzata attraverso la collettivizzazione del lutto, vengono meno, restano le altre funzioni: in primo luogo quella di richiamare alla memoria eventi passati che si desidera continuino a favorire la riflessione. Nel nostro caso, a distanza di novant’anni dall’inizio del conflitto, il monumento ci permette, per esempio, di ripercorrere quell’epoca storica a partire dalla quotidianità di persone comuni. Il Monumento ossario presente in Certosa, recentemente restaurato, viene costruito in epoca fascista con intenti eminentemente celebrativi. Realizzato nel 19339, non può più essere funzionale all’elaborazione del lutto dei parenti dei caduti, se non in modo marginale, mentre può strumentalizzare il messaggio che ancora possono veicolare questi morti, piegandolo alle esigenze della nuova realtà politica. In una struttura sotterranea a doppia camera, 8 J. Winter, Il lutto e la memoria: la grande guerra nella storia culturale europea, Bologna, Il mulino, 1998. 9 Il Monumento-Ossario ai Caduti della Grande Guerra venne inaugurato il 4 novembre 1933. Si discusse a lungo sulla necessità di dedicare un monumento bolognese ai caduti, e si giunse alla realizzazione solo sull’onda emotiva -e pratica- della necessità di collocare i resti dei soldati sepolti nei campi della Certosa che, a distanza degli anni previsti dalla legge, stavano per essere esumati. Realizzato in pietra d’Istria, è completato dalle due grandi statue dei fanti opera del faentino Ercole Drei. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 135 Realtà Virtuale e Memoria 135 ospita 3136 loculi che, come per il monumento ai partigiani di Piero Bottoni10, riportano unicamente nome e cognome dei sepolti. Per la maggior parte si tratta di militari italiani provenienti da altre province e deceduti a Bologna durante il ricovero in uno dei tanti presidi ospedalieri organizzati in questa città di prima retrovia. Anche i militari di Bologna e provincia presenti nel monumento sono deceduti durante il ricovero in città. Solo l’ultimo gruppo, di un paio di centinaia di caduti, è stato traslato a Bologna negli anni 1923 1924 dai cimiteri di guerra realizzati sulla linea del fronte e smantellati man mano che venivano costruiti i grandi monumenti ossari. Infine, sono presenti nel monumento anche alcune centinaia di prigionieri di guerra austriaci, anch’essi morti durante la permanenza nella zona11. Presso il cimitero della Certosa è conservato un documento che, oltre al nome del defunto, riporta alcune informazioni aggiuntive, spesso la data di morte. Le informazioni di questo elenco sono state incrociate con quelle fornite dall’elenco dei caduti residenti a Bologna e provincia, pubblicato nel 1927 e contenente anche succinti dati biografici12. Contemporaneamente sono stati individuati circa 150 caduti sepolti nelle tombe di famiglia o nelle tombe individuali nei differenti campi della Certosa, e anche questi nomi sono stati incrociati con l’elenco pubblicato negli anni Venti. L’incrocio è stato quindi effettuato anche con l’Archivio caduti, un fondo composto da oltre 2.700 cartelle contenenti ciascuna materiale relativo ad un caduto dell’area bolognese, con più di 8.500 documenti13. Costituito durante gli anni di guerra ed attivo fino a quelli immediatamente successivi il termine del conflitto, raccoglie fonti di varia natura, come lettere personali scritte ai familiari dai militari, documenti ufficiali (certificati di nascita, di morte, ecc.), articoli di giornale, pubblicazioni commemorative realizzate dai familiari, schede dell’archivio notizie, ritratti fotografici, ecc. Tra le sepolture esterne al Monumento e quelle che fanno parte dello stesso sono stati individuati circa 600 nominativi ai quali è stato possibile ricollegare una biografia. Di questi, circa 200 hanno anche documenti provenienti dall’Archivio caduti. Il controllo incrociato è stato fatto anche con elenchi 10 L’Ossario per i Caduti Partigiani venne edificato tra il 1954 ed il 1959 su progetto dell’architetto milanese Piero Bottoni. Realizzato in calcestruzzo, è arricchito da statue in rame sbalzato opera di Genny Mucchi, anch’essa partigiana, ed in cemento di Stella Korczynska. 11 Sulle vicende dei prigionieri di guerra austro-ungarici si veda in questo stesso volume il saggio di Paolo Antolini. Ufficio Centrale Notizie Bologna (a cura di), I morti della provincia di Bologna nella guerra MCMXVMCMXVIII, Bologna, Tipografia Paolo Neri, 1927. Consultabile in versione digitalizzata, curata dal Museo del Risorgimento bolognese, alla voce Collezioni digitali del sito www. comune.bologna.it/museorisorgimento. 12 Archivio Caduti Guerra Mondiale 1915-1918, conservato presso il Museo civico del Risorgimento di Bologna. 13 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 136 12:43 Pagina 136 Realtà Virtuale e Memoria di nomi presenti su lapidi commemorative posizionate in città e censite negli anni ‘20 per iniziativa del Museo del Risorgimento, e conservate nella collezione fotografica dedicata ai monumenti ai caduti di tutta Italia14. Le informazioni relative alle persone sono state inserite nel database e collegate alla documentazione storica, oltre ad essere messe in relazione con informazioni di carattere più generale. All’interno del monumento, infatti, sono commemorate anche alcune tra le principali battaglie sostenute dai soldati italiani e, così come il nome sulla tomba conduce direttamente alla scheda biografica, quando disponibile, così i nomi delle località permettono di accedere alle schede dedicate a ciascun momento bellico. Non solo, nel caso siano perite in uno di quegli scontri, è stata stabilita una relazione anche con le schede delle persone. Grazie ad una cronologia interattiva evocata da qualsiasi scheda del database, si procede la navigazione tra schede di approfondimento e risorse multimediali di varia natura relative alla realtà locale, nazionale ed europea nel periodo della Prima Guerra Mondiale. Si è cercato di inserire più file multimediali possibile come brani musicali e file audio di discorsi ufficiali, brani storiografici, filmati e foto, compresa la versione digitale del quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino” per quel che riguarda gli anni di guerra, digitalizzazione realizzata anch’essa nell’ambito del progetto. Verso la fine del 2006 il pubblico sarà in grado di raggiungere il database direttamente attraverso Internet oppure attraverso la mediazione dell’interfaccia 3D. Errori e incroci Le informazioni ottenute incrociando gli elenchi rivelano sempre nuove imprecisioni che possono essere corrette proprio grazie al confronto fra così tante fonti, sebbene ciascuna porti con sé la propria eredità di errori, sviste e lacune. L’elenco depositato presso la Certosa era già stato confrontato con i nomi effettivamente incisi sulle tombe, producendo una prima serie di correzioni. Per individuare correttamente le persone, questo elenco è stato quindi incrociato con nomi e biografie del volume I morti della provincia di Bologna, agevolati dal fatto che il testo fosse già stato digitalizzato e che le persone decedute in città sono accompagnate dall’indicazione della data di morte (per quanto non sempre coincida perfettamente con la data indicata nel libro: spesso c’è uno scarto di uno o due giorni) e del grado militare. Per i caduti traslati dal fronte, invece, manca questa utile informazione aggiuntiva. Bisogna inoltre ricordare che, per quanto nel volume siano riportate le biografie di 10.750 caduti residenti a Bologna e provincia, non tutti i soldati effet14 Fondo Monumenti Grande Guerra, conservato presso il Museo del Risorgimento di Bologna; il fondo è consultabile al sito: http://badigit.comune.bologna.it/monumenti/index.html Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 137 Realtà Virtuale e Memoria 137 tivamente deceduti in guerra, o per fatti di guerra, sono stati effettivamente registrati nel testo. In percentuale, le lacune risultano più numerose per i caduti sepolti nelle tombe di famiglia o individuali collocate all’esterno del monumento: tra loro è più probabile individuare graduati che non tra le persone tumulate nel monumento (chi aveva intrapreso la carriera militare era facile avesse dovuto cambiare residenza). Assenti perciò nel volume I morti della provincia di Bologna, che come abbiamo detto, basava le registrazioni sulla residenza, i loro dati sono stati ritrovati a volte nell’Albo d’Oro15, redatto in base al luogo di nascita dei caduti. Le informazioni sono state quindi confrontate con quelle presenti nell’Archivio Caduti. L’ulteriore passaggio ha permesso di individuare altri errori e di separare documenti conservati nella medesima cartella per omonimia ma appartenenti a persone diverse. In genere, i documenti abbinabili a militari tumulati nel monumento sono scarsi: qualche articolo di giornale che ne ricorda la traslazione, magari la scheda proveniente dall’Ufficio notizie16, a volte il ritratto in fotografia. Ben diversa è la situazione per i caduti sepolti nei campi e nei chiostri della Certosa. Provenienti da famiglie con maggiori risorse economiche, le carpette conservate nell’Archivio caduti e a loro intestate raccolgono molto materiale: pubblicazioni commemorative anche corpose, come nel caso del giovanissimo Giorgio Carnevali, in memoria del quale i genitori fecero stampare un libro di 171 pagine raccogliendo foto, lettere del ragazzo e messaggi di cordoglio17. Per queste persone, la tomba stessa offre ulteriori informazioni, oltre ad essere, in più di un caso, una vera e propria opera d’arte. Nonostante questo intenso lavoro di incroci, è possibile che altri errori siano ancora presenti nelle informazioni raccolte, soprattutto in relazione a quelle che non è possibile confrontare e che, in mancanza di conoscenze aggiuntive, abbiamo dovuto considerare come valide. Organizzare i contenuti e metterli in relazione Le biografie però non sono l’unica informazione che si è pensato di trasmettere al visitatore. Come detto in precedenza, il singolo va collocato all’interno della più ampia realtà bellica. Il monumento stesso, citando luoghi e 15 Ministero della Guerra (a cura di), Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918. Albo d’Oro, vol. VII, Emilia (provincie di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna), Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1930. Archivio dell’Ufficio Notizie per le famiglie dei militari. Sezione di Bologna (1915-1919), conservato presso il Museo civico del Risorgimento di Bologna; cfr. 16 17 F. Dolci, O. Janz (a cura di), Non Omnis Moriar. Gli opuscoli di necrologio per i caduti italiani nella Grande Guerra. Bibliografia analitica, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003; F. Dolci, Le pubblicazioni di necrologio in memoria dei caduti italiani nella grande guerra, in “Mélange de l’école francaise de Rome”, n. 112, vol. 2, 2000. Vol. Bollettino 2006_okokok 138 20-06-2006 12:43 Pagina 138 Realtà Virtuale e Memoria battaglie chiave, propone immediatamente questo rimando. Sull’esempio dei precursori anglosassoni18, la raccolta di foto e documenti dei singoli è stata già compiuta anche da altre realtà italiane; per esempio, Cremona19 e Trento20 hanno pubblicato testi molto interessanti. Attualmente solo Reggio Emilia ha realizzato un database on-line assimilabile a quelli stranieri appena citati21. Il presente lavoro si colloca su questa strada, ricorrendo all’impiego del database per rendere le risorse dinamiche e fruibili in maniera più completa. Il database, infatti, evidenzia le relazioni, consente di interrogare velocemente la base di dati e permette in ogni momento di fare aggiunte e correzioni. Inoltre, è possibile evitare il difficile momento della selezione preventiva. L’apparato multimediale può contenere tutto il materiale a disposizione, prevedendo una graduatoria di importanza, sempre rivedibile, conferita dal curatore che propone un suo ordine al materiale, senza bisogno di dover tralasciare nulla, come capita invece con le pubblicazioni. Il database è stato progettato in modo tale da consentire una grande flessibilità cercando di accogliere e ordinare praticamente tutte le risorse immaginabili. Lo schema concettuale prevede quattro nuclei tematici: le persone, gli eventi, i luoghi, i corpi militari. Ciascun elemento può entrare in relazione con gli altri e al suo stesso interno. Per esempio, il soldato A è messo in relazione di parentela con il soldato D (siamo quindi interni alla tabella delle persone) in relazione con il luogo X, ove è caduto nel corso della battaglia Y (un evento) in quanto appartenente al battaglione Z (corpo militare). A sua volta, il luogo X è collegato a tutti gli eventi (Y, T, U, V) che vi sono accaduti nel corso del conflitto, ed a tutte le persone (A, B, C, D) che vi sono morte. E così via. Si vedano, per esempio, il sito dell’Australian War Memorial (http://www.awm.gov.au) o The Long, Long Trail. The Story of the British Army in the First World War (http://www.1914-1918.net/index.html). 18 L. Fabi, Notizie dal fronte. Soldati della Provincia di Cremona nelle trincee della Grande Guerra, Cremona, Persico, 2005. 19 L. Bettini, Laboratorio di storia di Rovereto (a cura del), Il popolo scomparso: il Trentino, i trentini nella prima guerra mondiale, 1914-1920, Rovereto, Nicolodi, 2003. 20 21 http://www.albimemoria-istoreco.re.it Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 139 Realtà Virtuale e Memoria 139 Figura 1: Interfaccia di accesso al database nella versione per gli storici che inseriscono i dati: la scheda di un caduto. Si viene quindi a creare una rete di rimandi che consentono di spostarsi da un punto all’altro del database. I quattro nuclei principali pescano quindi da due grandi gruppi di risorse collettive, costituite dalla tabella della bibliografia e da quella dei file multimediali (fonti storiche e storiografia). La tabella delle persone è collegata a vocabolari controllati che aumentano le informazioni, accrescendo la possibilità di interrogazione della base di dati. Per esempio, sul grado militare o la qualifica, sulle onorificenze ricevute, il mestiere, ecc. A differenza che per i partigiani della Seconda Guerra Mondiale, è stato tralasciato il vocabolario relativo al titolo di studio, dato che l’informazione non è disponibile se non in rari casi. Il tipo di contenuti a disposizione influisce quindi profondamente sull’organizzazione del database, che non può prescindere da una approfondita conoscenza delle fonti. Vol. Bollettino 2006_okokok 140 20-06-2006 12:43 Pagina 140 Realtà Virtuale e Memoria Figure 2-3: Scheda relativa ad un caduto e ad una battaglia (evento) nell’interfaccia utente. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 141 Realtà Virtuale e Memoria 141 Organizzare il lavoro e metterlo a frutto Il lavoro è stato organizzato su tempi lunghi, inizialmente dedicandosi al vasto impegno della digitalizzazione delle fonti. La scansione del “Resto del Carlino” e di una prima tranche dell’Archivio caduti 22, è stata seguita dall’incrocio degli elenchi e, quindi, dalla scansione dei documenti ancora mancanti relativi ai caduti di Bologna e provincia tumulati in Certosa e nel Monumento. Contemporaneamente è stato avviato il lavoro di organizzazione e realizzazione delle schede di approfondimento (eventi, luoghi e altre spiegazioni ritenute rilevanti per la comprensione) e delle cronologie (bolognese, nazionale, mondiale). Una volta definito uno schema di massima, si è proceduto alla digitalizzazione di foto e di altro materiale, come le mappe, adatto ad essere messo a corredo delle schede. Man mano che il quadro si andava facendo più preciso, era quindi possibile individuare ulteriori risorse di interesse, come la selezione tra la vasta produzione di poesie e canzoni di guerra, queste ultime proposte anche come file audio. L’attività ha mirato a mettere in luce le risorse del Museo e della Biblioteca del Risorgimento, molto ricche sia dal punto di vista delle collezioni sia da quello delle risorse umane e dei contatti. La stesura delle schede e l’apporto di suggerimenti e ulteriore materiale è infatti il frutto di una squadra numerosa, composta anche da utenti frequentatori abituali dell’istituto, appassionati e profondi conoscitori del periodo storico in questione, oltre che da studiosi con i quali erano già state realizzate collaborazioni precedenti, e da altri coinvolti nelle attività del Museo proprio in occasione di questo progetto. Valutazione finale da parte dell’utente La fase conclusiva di questo lungo percorso riguarda la fruizione da parte dell’utente e, in generale, come viene presentato il prodotto all’esterno. Si tratta di un passaggio delicato, che richiede ancora molta riflessione. I punti chiave sono: 1. l’interfaccia di navigazione nell’ambiente virtuale, da differenziarsi anche in base alla piattaforma di fruizione; 2. l’interfaccia di accesso al database; 3. differenziazione delle informazioni a seconda del target di riferimento e rielaborazione di contenuti per ulteriori nuovi prodotti (pc games, visite guidate, ecc.). 1. Attualmente l’interfaccia di navigazione è adatta all’uso in ambiente pc o Teatro Virtuale ma è ancora troppo complessa per l’uso da parte di utenti inesperti. Si sta sviluppando una prima interfaccia semplificata per touch screen inserito in un allestimento a totem. Si lavora inoltre su un’interfaccia di tipo 22 In merito a questa fase del lavoro si rinvia al testo di Patrizio Tonelli in questo stesso volume. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 142 12:43 Pagina 142 Realtà Virtuale e Memoria “gestuale naturale”, dove l’unico strumento di interazione sia la mano che, tramite movimenti abituali (stringere, indicare, tirare) interviene nel mondo virtuale senza bisogno di mouse, joystick o altro. 2. L’interfaccia utente per accedere al database è stata sviluppata al momento in due versioni per l’accesso ai due scenari della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Rispetto all’interfaccia specialistica, ad uso degli storici che inseriscono i dati, è graficamente più accattivante e seleziona ed organizza visivamente i dati. Le informazioni tralasciate emergono ugualmente in sede di interrogazione (sezione “Ricerca avanzata”). Anche la struttura concettuale non emerge immediatamente, nonostante le relazioni siano comunque visualizzate. Nelle schede dedicate agli eventi, per esempio, nel riquadro denominato “parole chiave” appaiono i riferimenti ad altri eventi, a corpi militari (o brigate partigiane, in base allo scenario), a schede di approfondimento, a luoghi, senza che l’utente si renda conto che le informazioni provengono da tabelle diverse. 3. Rielaborazione dei contenuti per gruppi diversificati di utenti e realizzazione di ulteriori prodotti. Questa fase comprende la realizzazione di “visite guidate” con temi e linguaggio differenziati, adatti anche per gli utenti più giovani. Altri progetti, come quello realizzato dal CNR ITABC per l’Appia Antica, prevedono l’uso di avatar23 per dare l’illusione di aggirarsi nell’ambiente virtuale al seguito di una guida autentica, accrescendo al contempo l’interattività e il senso di immersione e di coinvolgimento24. Del resto, l’idea di utilizzare contenuti culturali per creare giochi educativi per computer inizia a farsi spazio, anche se i problemi implicati rendono praticabile con difficoltà questa strada. È infine indispensabile riuscire a valutare l’efficacia delle soluzioni informatiche nella trasmissione dei contenuti culturali all’utente finale o, quanto meno, il grado di fruibilità e la capacità di stimolare l’interesse. Capire, insomma, se quel valore aggiunto che si desidera offrire attraverso una realtà “aumentata” sia effettivamente colto dai destinatari dell’applicazione. Ostacoli e risorse In Italia, le tecnologie digitali applicate ai Beni Culturali non sono ancora riuscite a conseguire lo status di risorsa di uso abituale. Nonostante i grandi sforzi dispiegati ed i passi in avanti conseguiti, permangono in una condizione di straordinarietà che ne fa degli strumenti poco accettati, sia da parte di chi custodisce i contenuti di tipo culturale sia da parte dei fruitori. Questo Personaggi digitali che si muovono nell’ambiente virtuale e che possono rappresentare sullo schermo il visitatore. 23 24 http://www.appia.itabc.cnr.it/ Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 143 Realtà Virtuale e Memoria 143 finisce con il penalizzare le iniziative che le pongono come pietra angolare di progetti di gestione, riorganizzazione e comunicazione del patrimonio culturale, ostacolando anche il dispiegarsi di adeguati sostegni economici. Anzi, capita che la limitatezza di mezzi impedisca il conseguimento di risultati soddisfacenti, favorendo il perdurare del pregiudizio verso l’uso di realizzazioni informatiche complesse. Il presente lavoro, portato avanti fino ad ora con un impegno finanziario limitato, soprattutto in relazione alle risorse umane, culturali e tecnologiche attivate ed ai risultati intermedi conseguiti, giunto al momento di rivolgere l’attenzione all’output di maggior consistenza, corre il medesimo rischio. I riconoscimenti conseguiti nell’ambito di manifestazioni internazionali non ottengono la stessa risonanza a livello nazionale, se non in contesti specialistici di nicchia25, come pare sia da noi il campo multidisciplinare che coniuga ICT e Beni Culturali. Anche per questi motivi il progetto del “Museo Virtuale della Certosa” è andato avanti per moduli, realizzando via via prodotti disponibili all’utenza tratti da fasi intermedie del processo di produzione e da elementi isolabili. Nell’ambito dello scenario della Prima Guerra Mondiale, sono state estrapolate come risorse autosufficienti le scansioni complete delle annate del “Resto del Carlino” per gli anni della guerra; la catalogazione del fondo dell’Archivio caduti, comprese alcune centinaia di ritratti montati su cartoni negli anni Trenta in occasione di una mostra e smantellati solo ora; la digitalizzazione del libro I morti della provincia di Bologna che, una volta controllata la correttezza del testo dopo il processo di acquisizione, è stato trasformato con 25 C. Borgatti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.A. Mauri, T. Diamanti, M.C. Liguori, The Certosa Museum, city of memory, in EVA2003 London - Electronic Imaging and the Visual Art, Proceedings (London, 22-26 July 2003); T. Diamanti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, M.A. Mauri, S. Pescarin, Dal GIS alla Realtà Virtuale. Applicazioni per i Beni Culturali e il Decision Making, in “Mondo GIS”, Luglio/Agosto 2003, pp. 1720; L. Calori, T. Diamanti, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, M.A. Mauri, L. Valentini, Certosa virtual museum: a dynamic multilevel desktop VR application, poster at Eurographics 2003, 1-6 September 2003, Granada, Spain; T. Diamanti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, M.A. Mauri, S. Pescarin, Modular real time applications for Cultural Heritage and decision making, in “Proceedings of ICHIM 2003”, Paris, 8-12 September 2003; C. Borgatti, L. Calori, T. Diamanti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.A. Mauri, M.C. Liguori, L. Valentini, Certosa virtual museum, in M. Voli, P. Coluccia (a cura di), Science and Supercomputing at CINECA. Report 2003, Bologna, 2004; M.C. Liguori, Progetto Certosa: la Realtà Virtuale come portale verso il patrimonio storico artistico di un territorio, in “MyMedia”, n. 2, 2004; T. Diamanti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, M.A. Mauri, Interactive Immersive Graphics for Promoting Cultural Heritage, in V. Cappellini, J. Hemsley (a cura di), EVA 2004 Florence, 29 marzo - 2 aprile 2004, Atti della Conferenza, Bologna, Pitagora Editrice, 2004; T. Diamanti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, S. Pescarin, 3D Temporal Landscape: a new medium to access and communicate archaeological and historical contents, in Atti della Conferenza CAA2004, 13-17 aprile 2004, Arezzo, in stampa; C. Borgatti, L. Calori, T. Diamanti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, M.A. Mauri, S. Pescarin, L. Valentini, Databases and Virtual Environments: a Good Match for Communicating Complex Cultural Sites, in Atti della Conferenza ACM SIGGRAPH 2004, Los Angeles, 2004; M.C. Liguori, La realtà virtuale al servizio della comunicazione storica: il progetto del museo elettronico della Certosa di Bologna, in “Storicamente”, aprile 2005 (http://www.storicamente.org/02_tecnostoria/strumenti/liguori.html); C. Borgatti, M. Felicori, A. Guidazzoli, M.C. Liguori, S. Pescarin, Integration and communication of cultural contents: the experience of the Certosa Virtual Museum, in Atti della Conferenza ICHIM2005, Paris, 2005. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 144 12:43 Pagina 144 Realtà Virtuale e Memoria pochi passaggi in un agile database on-line che permette di accedere alle 10.750 biografie dei caduti di Bologna e provincia26. Questi prodotti vivono di vita propria e l’utente può già fruirne, pur essendo essi parte integrante dell’applicazione finale e del processo di sviluppo che ne permette la realizzazione. Tutto è stato pensato per offrire al pubblico anche delle realizzazioni parziali, ma di grande valore, in modo tale da non rischiare di ritrovarsi a mani vuote nel caso le risorse non dovessero bastare per raggiungere il livello di complessità finale previsto in fase di progettazione. Conclusioni Un progetto come il “Museo Virtuale delle Certosa” mira ad andare oltre il semplice concetto di applicazione, per trasformarsi in una metodologia di lavoro e in un percorso che può procedere all’infinito, sviluppando sempre nuovi aspetti e nuove realizzazioni. Così come sono stati portati a conclusione segmenti autonomi, in grado di stare sulle proprie gambe, pur essendo parte di una visione più ampia e complessa, la possibilità che si apre è quella di perseguire l’obbiettivo di una produzione integrata, a rete. Ogni singolo tema può aggiungere approfondimenti diversi, arricchendosi di strumenti e contenuti, mettendo a disposizione del pubblico materiali che hanno subito un primo processo che li ha resi più facilmente fruibili. Si pensi, per esempio, alla rapidità di ricerca, di confronto, di riproduzione possibile ora sulla versione digitalizzata delle annate del quotidiano locale “Resto del Carlino”. Per quel che riguarda il database, una volta portato a termine il nucleo principale, questo resterà sempre aperto all’inserimento di nuove schede, nuovi approfondimenti e nuove risorse multimediali, oltre a non precludere revisioni, anche sostanziali, di quanto già immesso. La modularità dei contenuti e la cura prestata alla realizzazione delle ricostruzioni tridimensionali ne permette anche un uso scenografico, per la creazione di “eventi” culturali e di prodotti ad alto impatto comunicativo come allestimenti museali evoluti, lezioni spettacolarizzate, documentari, attraverso l’impiego di Teatri Virtuali, Virtual Set, ed altre soluzioni ad alta tecnologia27. Contemporaneamente, i vari temi, unificati dall’interfaccia visuale offerta dal territorio 3D, si possono intrecciare attraverso le epoche storiche, get- Il lavoro è consultabile sul sito del Museo civico del Risorgimento di Bologna www.comune.bologna.it/museorisorgimento alla voce Collezioni digitali, o in formato CD-Rom richiedibile allo stesso Museo. 26 In collaborazione con RAI Education la ricostruzione tridimensionale della villa pompeiana della Casa del Centenario (Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna, CINECA, ecc.) è stata utilizzata come scenografia nel documentario televisivo “High Tech Pompei”. 27 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 145 Realtà Virtuale e Memoria 145 tando le basi di una nuova versione di enciclopedia. Una visione ambiziosa che può spingersi fino a cercare di superare le limitazioni di una prospettiva localistica per aprirsi verso altre realizzazioni nazionali e internazionali. In questo senso, Internet è la risorsa più promettente. La disponibilità sempre più diffusa di banda di trasmissione dati più ampia e, allo stesso tempo, lo sviluppo di soluzioni tecniche in grado di alleggerire i dati trasmessi, pur mantenendo un elevato livello qualitativo, fanno della rete il veicolo ideale per simili realizzazioni a mosaico. Internet, del resto, non consente solo l’integrazione di risorse provenienti da istituti e realtà diversi, ma è anche lo strumento più agevole per raggiungere un pubblico numeroso, compreso quello che difficilmente decide di recarsi presso una biblioteca specialistica come quella del Museo del Risorgimento. Grazie alle tecnologie informatiche, i monumenti e la storia stessa recuperano quindi la capacità di raccontare ancora, di far parlare coloro che non ci sono più con le generazioni successive, per tramandare la memoria e la conoscenza abbattendo le distanze del tempo, dello spazio e, in parte, anche le distanze culturali. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 146 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 147 L’ATTIVITÀ ISTITUZIONALE NEL TRIENNIO 2003-2005 a cura di M.G. BIBLIOTECA E ARCHIVIO Dopo la chiusura di alcuni mesi, effettuata nell’estate 2002 per lavori di messa a norma di impianti e ridipintura delle pareti, il 2003 ha visto la ripresa a pieno ritmo delle attività della Biblioteca-Archivio. Acquisizioni: Nel triennio 2003-2005 le acquisizioni di volumi, opuscoli e periodici, acquistati come sempre per la massima parte sul mercato antiquario, o giunti in dono o in cambio con il “Bollettino del Museo del Risorgimento” o con le altre pubblicazioni dell’Istituto, sono state 5.102, così suddivisi: 4.110 tra volumi ed opuscoli, 760 periodici, un corpus di 130 tesi di laurea in Storia contemporanea presentate e discusse negli ultimi anni presso le Università degli studi di Bologna e di Parma e donate dalla prof. Fiorenza Tarozzi, e 102 pezzi corrispondenti ad altre tipologie di materiale (multimediale, cartoline, etc.). Da segnalare inoltre la donazione di un’importante collezione di francobolli e documenti di storia postale, appartenuta al professor Giorgio Tabarroni (vedi oltre). Catalogazione: Nell’ambito della catalogazione in rete SBN sono state schedati nel corso del triennio 11.066 tra volumi e opuscoli, proseguendo in tal modo il recupero delle informazioni già presenti su schede cartacee, e portando il patrimonio catalogato in SBN a più della metà del posseduto; è stata inoltre portata a termine la condizionatura e la catalogazione del materiale bibliografico del fondo Marcelli, comprendente ca. 2800 volumi ed opuscoli, che ora è interamente a disposizione dell’utenza. Ricordiamo agli studiosi ed ai frequentatori che dal 1° gennaio 2004 anche il nostro Istituto ha sospeso la stampa delle schede di catalogo cartacee, allineandosi in tal modo alle altre biblioteche bolognesi. È dunque sempre più necessario utilizzare la ricerca in rete, senza peraltro potere ancora abbandonare, per ciò che riguarda il patrimonio più antico, l’integrazione con i vecchi schedari. Inventariazioni di materiale archivistico: È proseguita l’inventariazione del materiale archivistico che si trova depositato presso l’Archivio storico comunale. In particolare, sono stati riordinati, inventariati e resi disponibili alla Vol. Bollettino 2006_okokok 148 20-06-2006 12:43 Pagina 148 L’attività istituzionale nel triennio 2003-2005 consultazione l’Archivio della Guardia Civica di Bologna (1847-1849), costituito da 96 unità fra buste, registri e mazzi, e lo Schedario della Sezione di Bologna dell’Ufficio Notizie relativo ai militari della provincia che parteciparono alla prima Guerra mondiale, composto da circa 74.000 schede nominative ordinate alfabeticamente, condizionato in 93 cartoni d’archivio. Digitalizzazioni: Presso la sede di via de’ Musei 8 invece, nell’ambito della partecipazione al progetto gestito dall’unità Nuove Istituzioni museali del Comune di Bologna relativo alla realizzazione del Museo virtuale della Certosa, che ci vede coinvolti per la parte dedicata al Monumento-Ossario ai caduti della Grande Guerra, si è proceduto all’inventariazione dell’Archivio Caduti della prima Guerra mondiale: circa 10.000 documenti tra lettere e cartoline, fotografie, ritagli di giornali, certificati, ecc. relativi a circa 2.800 caduti bolognesi. Circa 3.000 documenti di questo Archivio sono inoltre già stati digitalizzati, sempre nell’ambito della partecipazione al progetto del Museo virtuale. È stata inoltre digitalizzata la collezione del quotidiano “Il Resto del Carlino” dall’aprile 1915 al giugno 1919 (consultabile presso la nostra sede). Utenza: Nel 2003 gli utenti sono stati 1.053, con un aumento dell’8,78% rispetto al 2001 (ricordiamo che nel 2002 la biblioteca è rimasta chiusa per 4 mesi per lavori di manutenzione straordinaria, cosa che rende il dato dell’anno non del tutto significativo); nel 2004 1.311 (+ 24% rispetto al 2003) e nel 2005 1.508 (+ 15 % rispetto al 2004), proseguendo il trend positivo degli anni precedenti. I giorni di apertura sono attestati tra i 290-296 annui, e le ore tra le 1.670 e le 1800. Analogamente in forte crescita è l’attività di richiesta di consultazioni (dalle 1.500 del 2003 alle 2.122 del 2005, relative sia al materiale librario che documentario), per una movimentazione totale di circa 150.000 pezzi in totale (ovviamente, anche in questo caso la cifra tiene conto delle consultazioni di materiale archivistico). I prestiti dei volumi sono stati rispettivamente 254, 327 e 435: la forte crescita è naturalmente dovuta alla aumentata presenza dell’Istituto nel sistema SBN, che porta sempre nuovi utenti alla conoscenza della nostra ricca ma sino ad oggi poco conosciuta biblioteca. Dal 2002 è stato inoltre avviata l’attività di prestito interbibliotecario. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 149 L’attività istituzionale nel triennio 2003-2005 149 MUSEO Visitatori: Il numero dei visitatori in questo triennio ha visto una flessione costante: si è passati dai 9.337 visitatori del 2003 (con un calo del 6,8% rispetto al 2002), agli 8.570 del 2004 (calo del 9,2% rispetto al 2003) ai 7.121 del 2005 (con un calo del 16,9% rispetto al 2004). Molteplici le motivazioni: da una parte un minore afflusso di classi, riscontrabile presso tutti i musei cittadini e dovuto all’aumentata difficoltà di partecipazione ad attività extra-scolastiche da parte del mondo della scuola dell’obbligo, che costituisce l’utenza principale del nostro museo, difficoltà aumentata dalla recente modifica dei programmi scolastici, che ha di fatto eliminato la storia contemporanea dai programmi delle scuole elementari. Questa flessione è stata poi aggravata, nel nostro specifico caso, dal trasferimento, senza sostituzione, di una delle due insegnanti addette ai servizi didattici. Questi i numeri: 257 classi per un totale di circa 4.818 ragazzi nel 2003, 174 classi per un totale di 3.323 ragazzi nel 2004, 180 classi per un totale di circa 3.500 ragazzi nel 2005. In crescita invece gli ingressi a pagamento, anche se, venendo meno i contributi delle fondazioni bancarie, nel 2005 non è stato possibile organizzare esposizioni temporanee, sicuro traino per qualunque attività museale, in particolare nel caso di un piccolo museo come il nostro. Sostanzialmente stabili i giorni e le ore di apertura: tra i 286 e i 289 i giorni di apertura, per un totale di circa 1.350 ore annue. Attività promozionale: I cicli di visite guidate al Museo costituiscono un’iniziativa ormai consolidata. Inoltre, in controtendenza con il calo di finanziamenti giunti all’Istituto, sono addirittura aumentati, vedendo un sempre più oneroso coinvolgimento del personale interno in orari pomeridiani o in giornate festive, e la generosa partecipazione di studiosi ed appassionati amici del Museo in supporto delle attività proposte. Nel corso del 2003 si sono svolte 26 visite guidate rivolte ad un pubblico non scolastico, nel 2004 le visite sono state 14, e 8 tra concerti e rappresentazioni teatrali (vedi oltre); nel 2005 le visite guidate sono state 14, integrate da una decina di manifestazioni. Restauri: I restauri hanno interessato 11 oggetti nel 2003, 10 nel 2004, 9 nel 2005. Da segnalare inoltre la ripresa delle attività di manutenzione periodica delle armi, interrotta nel 2000 in seguito al pensionamento e alla mancata sostituzione del restauratore: nel 2005 è stata attuata la manutenzione delle armi corte (ca. 150 pezzi). Vol. Bollettino 2006_okokok 150 20-06-2006 12:43 Pagina 150 L’attività istituzionale nel triennio 2003-2005 Catalogazione oggetti: Essendo ormai ultimata la catalogazione, ci si è limitati ad aggiornare con nuovi dati le schede di catalogo già esistenti e a catalogare i nuovi oggetti pervenuti. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 151 VITA DELL’ISTITUTO a cura di O.S. La rubrica segnala in ordine cronologico le principali manifestazioni ed iniziative culturali che il Museo del Risorgimento ha realizzato o a cui ha partecipato dal 2003 al 2005. 1. Mostra “Giovani, volontari e sognatori. I Garibaldini dal Risorgimento alla Grande Guerra” Dal 15 febbraio all’1 giugno 2003 si è svolta la mostra “Giovani, volontari e sognatori. I Garibaldini dal Risorgimento alla Grande Guerra”, organizzata dal Museo in collaborazione con il Comitato di Bologna dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, l’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, il Museo nazionale del soldatino “Mario Massaccesi” e con il contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. Attraverso stampe, testi, memorie, armi, uniformi dipinti, soldatini e oggetti vari, la mostra documentava l’epopea di quanti furono disposti a lasciare famiglia ed affetti per seguire le chiamate del generale Garibaldi. La mostra, per la quale il Museo ha organizzato un ciclo di visite guidate, era corredata da un catalogo illustrato. 2. Gran Ballo dell’Unità d’Italia Il 24 maggio 2003 si è svolta nella piazza antistante il Museo la settima edizione della manifestazione “Gran Ballo dell’Unità d’Italia”, realizzato insieme al Circolo Bolognese della Società di Danza, che ha visto la partecipazione di oltre 1.000 persone. I danzatori in costume ottocentesco hanno eseguito secondo lo stile e le coreografie dell’epoca quadriglie, contraddanze, valzer, polke e mazurke figurate, su musiche tratte dalla “Traviata” di Giuseppe Verdi, con una coreografia d’insieme che ha reso l’evento una sorta di “museo vivente”. Un successo ancora maggiore si è riscontrato nell’edizione dell’anno successivo, svoltasi il 29 maggio 2004, che ha visto la partecipazione di oltre 1.200 persone; in questa occasione le musiche del ballo erano state tratte dal film “Il gattopardo” di Luchino Visconti. Particolarmente originale è stata infine la nona edizione della manifestazione, svoltasi il 28 maggio 2005: lo spettacolo ha visto l’interazione di due arti, la danza e la pittura: mentre si esibivano gli ottanta danzatori, la pittrice Cinzia Fiaschi, ispirata da questa sorta di quadro vivente, dipingeva una grande tela che, mano a mano che prendeva forma, fungeva da sfondo allo spazio scenico. Vol. Bollettino 2006_okokok 152 20-06-2006 12:43 Pagina 152 Vita dell’Istituto 3. La mostra itinerante “Colorare la patria” esposta a Castelporziano e in altre sedi Il 3 giugno 2003, nell’ambito delle celebrazioni per la Festa della Repubblica, la mostra itinerante realizzata dal Museo “Colorare la patria. Tricolore e formazione della coscienza nazionale. 1797-1914” è stata esposta nella residenza del Presidente della Repubblica a Castelporziano; la mostra è stata visitata da una trentina di classi di scuola elementare e media provenienti da tutta Italia. La mostra è stata inoltre esposta a Zocca (MO) dal 9 al 17 novembre 2003. Nel corso del 2004 infine, grazie ad un rapporto di collaborazione avviato con la Federazione Lazio dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, la mostra è stata esposta in diverse città maggiori e minori legate alla tradizione garibaldina: in maggio a Rieti, in giugno a Roma (nella prestigiosa sede di porta San Pancrazio, presso il Gianicolo) e Nerola; in luglio a Mentana e Monterotondo, in agosto a Riofreddo (patria adottiva di Ricciotti Garibaldi), in settembre alla Maddalena (Sassari), in ottobre a Castelbellino (Ancona). 4. La collezione Tabarroni donata al Museo Nel 2003 è stata donata al Museo un’importante collezione di francobolli e documenti di storia postale, appartenuta al professor Giorgio Tabarroni. Insieme alla collezione sono stati donati anche due armadi, fatti costruire appositamente per poterla esporla al pubblico in una sezione del Museo che si conta di realizzare entro il 2006. In questa prospettiva, tra l’altro, il Museo ha avviato un rapporto di scambio informativo con il Museo postale e telegrafico della Mitteleuropa di Trieste. 5. Mostra “I Garibaldi dopo Garibaldi” Dal 28 febbraio al 21 marzo 2004 il Museo ha ospitato la mostra “I Garibaldi dopo Garibaldi. I figli di Garibaldi ed Anita tra mito e realtà”, organizzata dal Museo insieme all’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. La mostra ripercorreva le vicende familiari di Garibaldi e quelle dei suoi tre figli Menotti, Teresa e Ricciotti, segnati fin dall’inizio da un destino e da un nome con cui era impossibile non confrontarsi, ed era corredata da vari cimeli garibaldini normalmente non esposti al pubblico. In occasione dell’inaugurazione si è svolto un piccolo convegno, al quale hanno preso parte Annita Garibaldi Jallet, presidente della Federazione Lazio dell’A.N.V.R.G. e i prof. Dino Mengozzi dell’Università di Urbino e Fiorenza Tarozzi dell’Università di Bologna. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 153 Vita dell’Istituto 153 6. Pubblicazione di un volume sulla battaglia di Curtatone e Montanara Nel 2004, a coronamento di una ricerca avviata in collaborazione con docenti del Dipartimento di Sociologia dell’Università degli studi di Bologna sulla battaglia di Curtatone e Montanara (1848), è stato pubblicato per le edizioni Angeli di Milano il volume Tanto infausta sì ma pur tanto gloriosa. La battaglia di Curtatone e Montanara, a cura di C. Cipolla e F. Tarozzi. Il volume è stato presentato il 20 maggio a Bologna presso la sede del Museo, e il 28 maggio a Curtatone. 7. Spettacoli teatrali Il 18 aprile 2004 si è svolta presso il Museo la performance teatrale “Il professore dell’infinito” prodotta insieme a Luciano Manini e dedicata a Quirico Filopanti. Lo stesso Manini ha vestito i panni dello scienziato e patriota originario di Budrio e vissuto a Bologna, per rievocare una delle “conferenze popolari” di astronomia che lo resero celebre in tutta Italia. L’azione teatrale ha rivisitato con precisione storica e con la garbata ironia che fu dello stesso Filopanti, il mondo dell’associazionismo progressista bolognese e il suo impegno per la diffusione della cultura tra i ceti popolari. La rappresentazione è stata poi replicata al Teatro Comunale di Budrio il 12 dicembre, in occasione delle celebrazioni promosse da quell’amministrazione comunale per onorare il 110° anniversario della morte dell’illustre concittadino. Il 29 e 30 agosto 2004, nell’ambito della rassegna estiva “Viva Bologna”, si è svolta nel giardino e nella piazzetta antistante il Museo la rappresentazione teatrale “Europa 25” prodotta dall’Associazione culturale Scena 398 in collaborazione con il Museo. 8. Pubblicazione del volume Dai campi di battaglia a Caprera Nel 2005, a conclusione di una ricerca che si è avvalsa della collaborazione di diversi istituti culturali di Mantova e di altre città, è stato pubblicato il volume Dai campi di battaglia a Caprera. Le Osservazioni di Giuseppe Nuvolari alle Memorie del Generale Garibaldi. La pubblicazione, curata da M. Gavelli e O. Sangiorgi, contiene la trascrizione di un lungo manoscritto inedito recentemente acquisito dal Museo, redatto nel 1888 dal mantovano Giuseppe Nuvolari (1820-1897), che fu per diversi anni uomo di fiducia di Garibaldi. In esso il Nuvolari commenta, in un linguaggio grammaticalmente scorretto e rozzo ma estremamente efficace e colorito, le Memorie autobiografiche di Garibaldi che erano state pubblicate postume quell’anno, restituendo un ritratto decisamente inconsueto e di primissima mano dell’Eroe dei Due Mondi. Vol. Bollettino 2006_okokok 154 20-06-2006 12:43 Pagina 154 Vita dell’Istituto 9. Partecipazione al progetto Museo virtuale della Certosa A partire dal 2004 il Museo ha avviato un rapporto di collaborazione con l’unità Nuove Istituzioni Museali del Comune di Bologna, finalizzato alla realizzazione del Museo virtuale della Certosa di Bologna - il cimitero monumentale cittadino, che conserva importantissime memorie storiche e artistiche. Nell’ambito di tale rapporto, oltre all’inventariazione di diversi fondi archivistici (vedi relazione sull’attività istituzionale), nel 2005 è iniziata la fase esecutiva di un progetto multimediale relativo al Monumento-Ossario dei Caduti della Grande Guerra che si trova appunto nel cimitero della Certosa: è stata effettuata a cura del CINECA (Consorzio Interuniversitario per il Calcolo Automatico dell’Italia Nord Orientale) la ricostruzione tridimensionale virtuale del Monumento; navigando virtualmente all’interno di tale modello, è possibile accedere direttamente al data-base dedicato ai caduti di Bologna e provincia sepolti nel Monumento ed in altre aree della Certosa. Il data base relazionale contiene la digitalizzazione di: biografie dei caduti, documenti relativi i cui originali sono conservati presso la Biblioteca del museo, schede di approfondimento sugli eventi bellici locali e nazionali con apparato multimediale – fotografie, mappe, brani letterari e musicali. Il progetto verrà ultimato entro il 2006. Un primo saggio di questo lavoro è stato presentato durante l’incontro “La Grande Guerra in digitale”, svoltosi presso il Museo il 29 novembre 2005. 10. Ciclo “Immagini e memorie della Grande Guerra” Nel biennio 2004-2005, si è svolta una rassegna di 13 incontri dedicati a “Immagini e memorie della Grande Guerra”, in occasione del 90° anniversario dell’inizio del conflitto e dell’entrata in guerra dell’Italia. Il dramma dei prigionieri e quello dei mutilati, il rapporto tra i soldati e le loro famiglie, la memoria e il mito dei caduti, i monumenti ad essi dedicati, il ruolo femminile, gli intrecci tra guerra e letteratura, sono stati soltanto alcuni dei temi trattati dalla rassegna, che ha utilizzato nuove tecnologie dell’immagine e tradizionale esposizione di documenti d’epoca. Parte dei lavori presentati in questa rassegna sono a disposizione in questo stesso “Bollettino” (per l’elenco completo degli incontri si veda la nota 6 dell’Introduzione) 11. Convegno di studi “Memoria e memorie delle guerre moderne” Il 1° dicembre 2005 si è svolto il convegno di studi “Memoria e memorie delle guerre moderne”, realizzato in collaborazione con il Comitato di Bologna dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con la Rete telematica interuniversitaria “Acume”. La storiografia attuale indaga con interesse crescente le problematiche legate alla rappresentazione e alla memoria delle guerre, che sono fondamentali almeno quanto lo svolgimento materiale delle stesse. Le relazioni che si sono succedute hanno contribuito a mettere in luce le motivazioni e le funzio- Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 155 Vita dell’Istituto 155 ni che stanno alla base delle diverse forme di memoria delle guerre moderne: dal tentativo di spiegare a se stessi e al proprio tempo le “ragioni” di un fenomeno che appare alla fin fine del tutto “irragionevole”, al desiderio di tramandare i “valori” e l’esperienza vissuta in quei momenti straordinari; dall’esigenza di giustificare, elaborandoli e ritualizzandoli, le morti e i disastri della guerra per renderli in qualche modo sopportabili, all’utilizzazione in chiave “mitica” degli avvenimenti bellici passati in funzione di un progetto politico presente. 12. Pubblicazioni e percorsi per la didattica Nel 2003 è stata realizzata una seconda edizione interamente aggiornata dell’opuscolo didattico Addio mia bella addio. Il Risorgimento attraverso canti e poesie. Nel 2005 l’Aula didattica del Museo ha inoltre predisposto un nuovo percorso rivolto alle scuole sul tema “Le donne in casa, a scuola e in piazza”. Cercando all’interno del Museo le tracce relative alla presenza femminile nelle vicende risorgimentali, con il supporto di letture, filmati e oggetti, i ragazzi compiono una sorta di viaggio indietro nel tempo alla scoperta del ruolo e della vita delle donne nell’Ottocento. 13. Sito web Oltre al costante aggiornamento periodico, il sito web del Museo nel 2003 è stato arricchito da un’ampia presentazione delle due mostre itineranti prodotte dal Museo e per tutto il triennio ha collaborato attivamente alla realizzazione e successivo aggiornamento del sito web relativo alla didattica nei Musei civici di Bologna (www.comune.bologna.it/didattica, oggi confluito nel Portale della Cultura del Comune di Bologna) Nel 2004 si è poi provveduto a rendere il sito web conforme alle raccomandazioni e alle linee guide del world web consortium (W3C) riguardo all’usabilità e accessibilità a persone disabili. Nel 2005 all’interno del sito è stata creata una sezione dedicata alle collezioni on line, mettendo in rete le seguenti collezioni e basi di dati: - Fondo Monumenti Grande Guerra: 1127 fotografie e cartoline di monumenti dedicati ai caduti della Prima Guerra Mondiale, raccolte dall’istituto negli anni ‘20. Le immagini sono state digitalizzate, organizzate in un data base che ne consente la ricerca, e inserite on line. - I morti della provincia di Bologna nella guerra MCMXV-MCMXVIII: 10.750 biografie di militari di Bologna e provincia caduti nella Prima Guerra Mondiale, raccolte in un volume pubblicato nel 1927, sono state organizzate in un data base che ne consente l’interrogazione attraverso molteplici chiavi. Quest’ultima base di dati è disponibile anche in un CD ROM, distribuito a richiesta. Vol. Bollettino 2006_okokok 156 20-06-2006 12:43 Pagina 156 Vita dell’Istituto 14. Partecipazione ad esposizioni promosse da altri enti Nel triennio 2003-2005 il Museo del Risorgimento ha prestato proprio materiale alle seguenti mostre: - “ Bandiera dipinta: il tricolore nella pittura italiana, 1797-1947”, svoltasi a Reggio Emilia a cura dei Musei civici dal 23 marzo all’8 giugno 2003; - “L’Italia d’argento: 1839-1859. Storia del dagherrotipo in Italia ”, promossa dall’Istituto nazionale per la Grafica e dalla Fondazione Fratelli Alinari e svoltasi a Firenze dal 30 maggio al 13 luglio e successivamente a Roma dal 26 settembre al 16 novembre 2003 e a Palermo dal 7 maggio al 13 giugno 2004; - “Il West. Mito e fantasia di una generazione”, svoltasi a Bologna dal 14 settembre al 12 ottobre 2003 e promossa dal Museo nazionale del soldatino “Mario Massaccesi”; - “Portogruaro nell’età del Risorgimento”, svoltasi a Portogruaro dal 29 novembre 2003 al 6 gennaio 2004; per l’organizzazione di questa manifestazione, il Museo ha svolto anche attività di consulenza storico-scientifica con la locale amministrazione comunale; - “Morire per amore: Arte e Resistenza a Bologna”, svoltasi a Bologna dal 20 dicembre 2003 al 28 febbraio 2004 e promossa dall’amministrazione comunale; - “Imperi coloniali. Dai Lancieri del Bengala agli ascari eritrei”, svoltasi a Bologna dal 6 al 26 giugno 2004 e promossa dal Museo nazionale del soldatino “Mario Massaccesi”; - “L’uomo che incoronò Napoleone. Il cardinal Caprara e le sue vesti liturgiche”, svoltasi a Bologna dal 2 dicembre 2004 al 28 marzo 2005; - “Una passione balcanica. Politica coloniale, affari e botanica tra la dissoluzione dell’impero ottomano e la seconda guerra mondiale”, svoltasi a Bologna dal 3 marzo al 25 giugno 2005; - “Terre e libertà. Italia e Polonia dall’Ottocento alla guerra di liberazione e all’Europa di oggi”, svoltasi a Bologna dal 18 marzo al 27 aprile 2005; - “Lauter Helden”, mostra regionale della Bassa Austria, svoltasi a Heldenberg (Austria) dal 5 maggio all’1 novembre 2005; - “Garibaldi & Garibaldini”, svoltasi a Cesenatico dal 6 agosto al 18 settembre 2005; - “Risorgimento tra due mondi. Immagini del Risorgimento italiano in America Latina”, svoltasi a Genova dal 19 dicembre 2005 al 12 febbraio 2006. 15. Partecipazione a convegni Il personale del Museo del Risorgimento ha svolto relazioni e interventi ai seguenti convegni: - “Attività. Laboratori, Didattica, Orientamenti: 3° Salone della didattica museale”, svoltosi a Macerata dal 22 al 24 settembre 2005 e organizzato dal Comune di Macerata; - “Nuove tecnologie per la memoria: il Museo virtuale della Certosa di Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 157 Vita dell’Istituto 157 Bologna”, presentazione svoltasi a Roma il 24 ottobre 2005 nell’ambito dell’esposizione internazionale “Immaginare Roma Antica. Expo mondiale di archeologia virtuale”; - “Orizzonti della Trincea. 1915-1918”, convegno di studi svoltosi a Rovigo il 3 dicembre 2005 e organizzato dal Comune di Rovigo. 16. Consulenza per spettacoli teatrali Nel 2003 il Museo ha fornito la propria consulenza storico-scientifica agli autori del Teatro Reon per la realizzazione degli spettacoli teatrali dal titolo “Revolution. Fuochi” e “Revolution. Il teatro della storia”, svoltisi il primo a Calderara di Reno nel mese di maggio 2003 e il secondo a Bologna nell’ambito della rassegna estiva “Viva Bologna” nel luglio successivo. Un’analoga collaborazione è stata svolta per il “Ballo Ottocentesco a Porta Galliera”, svoltosi a Bologna il 2 settembre 2005 nell’ambito del programma Bologna Estate, e per la “Festa Grande a Villa Pamphili”, svoltasi a Roma il 24 e 25 settembre 2005 per celebrare la Repubblica Romana del 1849. 17. Visite guidate, seminari per studenti, attività promozionali Come si è detto, l’intensa attività didattica, i seminari per gli studenti medi e universitari, i corsi di aggiornamento e le visite guidate costituiscono per il Museo un insieme di iniziative già consolidate. Nel triennio 2003-2005 il Museo ha inoltre partecipato con proprie iniziative a molteplici manifestazioni culturali cittadine, quali le rassegne annuali per bambini e genitori “Il Museo si diverte”, le Settimane dei Beni Culturali, la Festa della Storia, la conferenza di Euroclio (marzo 2003), il festival del libro d’arte “Artelibro” (settembre 2004), la fiera “Docet. Idee e materiali per l’educazione e la didattica” (aprile 2005). A proposito delle attività rivolte ai bambini, particolare interesse ha suscitato la manifestazione curata da Antonio Merendoni dal titolo “I duellanti”, svoltasi il 4 febbraio 2003 nell’ambito della rassegna “Il Museo si diverte”. Dopo la proiezione e il commento di alcune scene di duello tratte dal film di Ridley Scott, due esperti di scherma in costume militare napoleonico hanno ingaggiato un vero e proprio duello con la sciabola nel giardino interno del Museo, sotto gli occhi divertiti e interessati del pubblico. L’iniziativa, replicata il 23 marzo 2003, ha riscosso l’attenzione della Rete Europea dei Musei Napoleonici, che le ha dedicato un lungo articolo nella newsletter del proprio sito web. 18. Riproduzione di documenti, illustrazioni ed oggetti del Museo per pubblicazioni Numerose sono state nel triennio le richieste di riproduzioni di materiale posseduto dal Museo e dalla Biblioteca, al fine di utilizzarlo per pubblicazioni di storia generale e locale, per opere didattiche, per copertine di volumi, siti web e banche dati. In particolare, vorremmo ricordare la presenza del Vol. Bollettino 2006_okokok 158 20-06-2006 12:43 Pagina 158 Vita dell’Istituto nostro istituto, con proprie documentazioni illustrate, sul sito web www.immaginidistoria.it, cui abbiamo partecipato sin dalla creazione del sito, e la scelta di un nostro Ritratto di Garibaldi, di autore anonimo, per la copertina del volume dedicato all’Eroe dei due Mondi (opera di Alfonso Scirocco) distribuita dal “Corriere della Sera” nella sua collana di biografie di uomini illustri. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 159 PUBBLICAZIONI richiedere a Museo civico del Risorgimento via de’ Musei 8, 40124 Bologna tel. e fax 051-225583 e-mail: [email protected] “Bollettino del Museo del Risorgimento”. Rivista annuale di studi storici Esce dal 1956. Ultimo numero: 7,50; Numeri arretrati: 10,00 (Esauriti: anno 1960 parte I, 1984-1985 e 1990) Dal 1986 sono stati pubblicati i seguenti numeri monografici: 1986: Indice per autori e per soggetti del primo trentennio (1956-1986) 1987-88: Associazionismo e forme di sociabilità in Emilia-Romagna fra ‘800 e ‘900 1989: Il primo centenario del Museo del Risorgimento di Bologna 1990: Armando Borghi nella storia del movimento operaio anarchico e internazionale (esaurito) 1991: L’oro e il piombo. I prestiti nazionali in Italia nella Grande Guerra 1992: Federalismo e unità nel Risorgimento 1993: La collezione dei dipinti a olio del Museo civico del Risorgimento di Bologna 1994: Con la guerra nella memoria. Reduci, superstiti e veterani nell’Italia liberale 1995-96: Memoriale dell’8 agosto 1848, scritto da Luigi Paioli detto il Matto dei Bastoni, popolano bolognese 1997: Censimento dei Musei del Risorgimento e delle raccolte di interesse risorgimentale in Emilia-Romagna 1998: Catalogo delle armi bianche del Museo del Risorgimento di Bologna 1999-2000: Negli anni della Restaurazione 2001: Tra il Reno e la Plata: la vita di Livio Zambeccari studioso e rivoluzionario 2002: Da una strada alla città. Il volto di Bologna nell’Ottocento 2003: Agamennone Zappoli patriota e drammaturgo (1811-1853) 2004: Armi da fuoco nel Museo del Risorgimento di Bologna Cataloghi - Gli oggetti nel Museo. Catalogo degli oggetti esposti (in italiano ed in inglese; Vol. Bollettino 2006_okokok 160 20-06-2006 12:43 Pagina 160 Pubblicazioni stampato in economia), 1999. € 1,50 - Invito al Museo civico del Risorgimento, 1990. € 1,50 - La collezione dei dipinti a olio del Museo del Risorgimento di Bologna, 1993. € 7,50 - Armi bianche nel Museo del Risorgimento di Bologna, 1998. € 7,50 - Armi da fuoco nel Museo del Risorgimento di Bologna, 2004. € 7,50 Cataloghi di mostre - L’oro e il piombo. I prestiti nazionali in Italia nella Grande Guerra, 1991. € 7,50 - Cittadini in Armi. La Guardia nazionale a Bologna tra feste e rivoluzioni. 1796-1861, 1993. € 1,50 - Passi di danza, passi di parata. Feste civili e patriottiche a Bologna. 17961870, 1994. (esaurito) - Carducci e i giardini d’arte (Guida al Giardino memoriale Carducci e ad altri giardini d’arte), 1994. € 3,50 - L’aquila su San Petronio. Esercito austriaco e società bolognese. 1814-1859, 1995. € 7,50 - Alle origini dello sport. Il gioco del pallone prima del calcio, 1995. € 3,50 - Colorare la patria. Tricolore e formazione della coscienza nazionale. 17961914, 1996. € 15,00 (esaurito) - Un giorno nella storia di Bologna. 8 agosto 1848, 1998. € 15,00 - La letteratura europea e la Grande Guerra. Immagini e parole, 1998 (stampato in economia) € 1,50 - Ugo Bassi: metafora, verità e mito nell’arte italiana del XIX secolo, 1999. € 15,00 (esaurito) - Albione, Marianna e il bersagliere. Stereotipi nazionali e stampa satirica nell’Europa tra Ottocento e Novecento, 2000. € 15,00 - Giovani, volontari e sognatori: i Garibaldini dal Risorgimento alla Grande Guerra, 2003. € 15,00 Altre pubblicazioni - Donne scuola lavoro. Dalla Scuola professionale ‘Regina Margherita’ agli istituti ‘Elisabetta Sirani’ di Bologna. a cura di B. Dalla Casa, Bologna, Istituti aggregati Sirani, 1996. € 15,00 - Piano di Constituzione presentato al Senato di Bologna dalla Giunta Costituzionale [Costituzione bolognese del 1796]. Ristampa anastatica, 1996. € 7,50 - Sulle tracce di un mito. L’epopea risorgimentale e il volto di Bologna. 18591914. CD ROM, 1998. (inviato gratuitamente a richiesta) - Risorgimento e teatro a Bologna 1800-1849, a cura di M.Gavelli e F.Tarozzi, Bologna, Patron ed., 1998, € 15,00 - Pompeo Bertolazzi, Cronache risorgimentali 1831-1849, a cura di G.Guidi, Bologna, Costa ed., 1999. € 10,00 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 161 Pubblicazioni 161 - Un’arma racconta la sua storia, Bologna, DSE, 1999. € 7,50 - Cent’anni fa Bologna. Angoli e ricordi della città nella raccolta fotografica Belluzzi, a cura di O.Sangiorgi e F.Tarozzi, Bologna, Costa ed., 2000. € 22,50 - Dai campi di battaglia a Caprera. Le Osservazioni di Giuseppe Nuvolari alle Memorie del Generale Garibaldi, a cura di M. Gavelli, O. Sangiorgi e F. Tarozzi. Bologna, Museo civico del Risorgimento, 2005. € 15 Opuscoli didattici: ognuno € 1,50 - Il Risorgimento a Bologna (Guida alla lettura di oggetti del Museo) - Bologna nell’età napoleonica - Grande Guerra e vita civile a Bologna (1914-1918) - La Grande Guerra. Armi, immagini e parole. Per la Scuola elementare - La Grande Guerra. Armi, immagini e parole. Per la Scuola media Schede didattiche: ognuna € 0,50 - Addio mia bella addio. Il Risorgimento attraverso canti e poesie - La rivoluzione del 1831 a Bologna - Aspetti della situazione socio-economica a Bologna nell’Ottocento (18471860) - Strade, piazze, monumenti di Bologna 1859-1914 - Canti della prima Guerra mondiale Cartoline: ognuna € 0,10 - Cartoline riproducenti oggetti del Museo (26 soggetti) - Serie di 6 cartoline con manifesti dei Prestiti di Guerra 1915-1918 - Serie di 4 cartoline con fotografie della gita in bicicletta ai campi di battaglia delle guerre di indipendenza eseguita dal Touring Club Italiano nel 1902. CD Rom (distribuzione gratuita a richiesta) - Sulle tracce di un mito. L’epopea risorgimentale e il volto di Bologna 18591914. 1999 - La Grande Guerra. Percorso tra immagini, suoni e parole. 2002 (esaurito) - I morti della Provincia di Bologna nella Guerra 1915-1918. 2005 Oggetti - Medaglione in terracotta commemorativo del 150° anniversario della battaglia dell’8 agosto 1848. € 15,50 - Biglietto animato per il “Gran Ballo dell’Unità d’Italia”.€ 2,50 - Gioco dell’oca dell’Unità d’Italia. € 3,00 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 162 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 163 TAVOLE A COLORI Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 164 Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 165 Certosa di Bologna. Monumento ai caduti della prima guerra mondiale nella ricostruzione tridimensionale digitale. Veduta esterna. Certosa di Bologna. Monumento ai caduti nella ricostruzione virtuale - veduta interna - e documenti tratti dall’Archivio caduti del Museo del Risorgimento relativi ad uno dei soldati ivi tumulati. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 166 Certosa di Bologna. Cortile del Chiostro VIII. Tomba del sottotenente Enrico Guatelli. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 167 Vers la Victoire, En avant... En avant!!! - (Pellerin & C., Epinal, Grandes Constructions - Série de Guerre, n.18) Agosto 1914 : “La France est là qui nous attend”. Liberiamo i nostri fratelli dell’Alsazia e della Lorena. Il soldatino non ha ancora mutato la sua tipologia originale; sono i tempi della “santa baionetta”, l’arma vincente. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 168 Dalla planche 214 dell’Imagerie Reunies, Jarville-Nancy, Armée Française. Les Poilus de la Grande Guerre (1914-1918): un diorama composto da Ettore Tonini (Trieste, 1956) È pesante il carico del poilus, gravato oltre che dal fucile Lebel 1896 del peso di circa tre chilogrammi e mezzo, dalla baionetta, dalle giberne e da uno zaino che pesa circa 30 chilogrammi: lo zaino contiene oltre ai viveri e alle munizioni di riserva, gli effetti personali, una vanghetta e utensili vari, la borraccia, una paio di scarpe di riserva e sacchetti di sale, zucchero e caffè: quasi un magazzino. (per gentile concessione dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste - Civico Museo di guerra per la pace ”Diego de Henriquez”) Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 169 Armée Française. Les Poilus de la Grande Guerre (1914-1918) - (Imagerie Reunies, Jarville-Nancy, Planche 215) Diorama di Ercole Tonini (Trieste, 1956) I protagonisti essenziali della vita in prima linea: la mitragliatrice, la vanga, la maschera antigas, ma anche il rotolo di filo spinato, lo stesso filo spinato di cui il fante deve caricarsi anche durante l’assalto per porre a difesa la trincea conquistata. E’ indispensabile l’osservazione del nemico; serve il periscopio, un tubo con due specchi alle estremità che posizionati con un angolo di 45° rispetto alle pareti del tubo, permette che l’immagine dello specchio superiore si rifletta in quello inferiore. Il soldatino francese non è più elegante nella sua bella uniforme bleu horizon, ma si difende dal freddo con quello che capita sotto mano, una coperta, una pelle di animale, il passamontagna…. (per gentile concessione dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste - Civico Museo di guerra per la pace ”Diego de Henriquez”) Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 170 Esercito Italiano, Lanciabombe - (G.Abbiati, Milano, Foglio N. 7) Al riparo dietro il sacchetto di sabbia e il reticolato, il fante in grigioverde si difende con la SIPE, la classica bomba a mano italiana a forma di ananas. Nelle trincee della prima guerra mondiale è l’arma personale più diffusa sia nell’assalto, che nella difesa: quando come spesso accade le trincee avversarie distano soltanto qualche decina di metri, lo scambio di bombe a mano è continuo. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 171 Esercito Italiano, Mitragliatrici - (Marca Aquila, Milano, Foglio n. 26) Sacchetti di sabbia a protezione della mitragliatrice che difende la trincea. La mitragliatrice è stata la vera grande protagonista della guerra di prima linea: il suo potere di fuoco può essere assimilato a quello di quaranta fucili: il concentrato della fanteria. Questo foglio riproduce una celebre copertina di Achille Beltrame comparsa sulla “Domenica del Corriere” dell’epoca. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 172 In Alarmbereitschaft im ersten Graben - (Joseph Karl Scholz, Mainz) Al riparo della trincea i fanti sono pronti all’assalto con le bombe a mano. Il compito degli Essenholer, i portatori di cibo, coloro che vanno a prendere il rancio nelle retrovia, è estremamente rischioso e spesso la zuppa, la povera zuppa di vegetali, non arriva in prima linea. Nelle retrovie si può scrivere a casa, ristorarsi in una abitazione requisita, assistere un commilitone ferito. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 173 Stürmende Infanterie - (Joseph Karl Scholz, Mainz) La fanteria all’assalto: nel 1914 il fante tedesco porta ancora il caratteristico elmo chiodato, la Pickelhaube modello 1895 confezionato in cuoio bollito; all’inizio del 1916 l’inutile casco che offre scarsissima protezione viene sostituito dallo Stahlhelm, l’imponente elmo d’acciaio utilizzato per la prima volta a Verdun. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 174 La Bombarda in trincea - (Marca Stella, Milano, N. 73) Sul fronte italiano il lanciabombe Minucciani fa parte dell’armamento di trincea: si basa sul principio di un sistema di lancio che sfrutta la forza centrifuga; scaglia un particolare tipo di proiettile a forma lenticolare. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 175 Une ambulance sur le front - (Pellerin & C. Epinal, Grandes Constructions Série de Guerre, n.14) La prima assistenza è il posto di medicazione del reggimento, a distanza ravvicinata dalle prime linee, spesso ancora esposto al fuoco delle artiglierie nemiche: è la sede dove si si effettua la prima tragica cernita dei feriti fra i casi disperati e i soldati che possono essere ricuperati: il triage. Nelle immediate retrovie i feriti arrivano trasportati a spalla dai portantini e anche il cane con la Croce Rossa è utile. L’ambulanza è ancora trainata dal cavallo. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 176 Esercito Italiano, Aeroplani - (G.Abbiati, Milano, Foglio N. 5) I primi aerei sono in genere biplani, fragili macchine volanti, fatte di legno e di tela: sono impiegati come osservatori per l’artiglieria o per la ricognizione, ma sono frequenti i duelli aerei che dalla trincea i fanti seguono con trepidazione. Le ali tricolori sono ovviamente una concessione ad un patriottismo di maniera. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 177 Esercito Italiano, Artiglieria di Montagna - (Marca Aquila, Milano, Foglio n. 84) Il cannone da montagna da 75 mm è spesso in prima linea nella guerra in montagna, portato a spalla per percorsi scavati nella roccia e nel ghiaccio: il mulo è il fedele amico dell’artigliere alpino, ma quando la neve supera il mezzo metro i garretti dei muli non bastano più. Su di una croce del vecchio cimitero della III Armata a Redipuglia una mano ignota ha scritto: “ hanno portato i loro cannoni dove pesava il pane in tasca”. Vol. Bollettino 2006_okokok 20-06-2006 12:43 Pagina 179 Stampato da Tipografia Moderna Via dei Lapidari,1/2 - 40129 Bologna