la Biblioteca di via Senato mensile, anno vii Milano n. 10 – ottobre 2015 EDITORIA Le prime volte del ‘maledetto’ Maldoror di antonio castronuovo RICORRENZE L’opuscolo di Croce in ricordo di Laterza di massimo matta BVS: BIBLIOFILIA Questo libro non s’ha da leggere! di giancarlo petrella LIBRO DEL MESE Raffinato elogio dell’arte plagiatoria di luigi mascheroni RICORDI Il passato che non passa. Interlandi: razzista maledetto di massimo gatta ISSN 2036-1394 la Biblioteca di via Senato – Milano M E N S I L E D I B I B L I O F I L I A – A N N O V I I – N . 1 0 / 6 5 – M I L A N O , OTTOBRE 2 0 1 5 Sommario 4 Poesia ed editoria LE PRIME VOLTE DEL ‘MALEDETTO’ MALDOROR di Antonio Castronuovo 12 Ricorrenze L’OPUSCOLO DI CROCE IN RICORDO DI LATERZA di Massimo Gatta 20 BvS: Bibliofilia QUESTO LIBRO NON S’HA DA LEGGERE! di Giancarlo Petrella 33 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE – RIFLESSIONI E INTERPRETAZIONI – LO SCAFFALE a cura di Luca Pietro Nicoletti e di Giovanni Sessa 50 Il libro del mese RAFFINATO ELOGIO DELL’ARTE PLAGIATORIA di Luigi Mascheroni 56 Ricordi IL PASSATO CHE NON PASSA. INTERLANDI: RAZZISTA MALEDETTO di Massimo Gatta 66 In Appendice – Feuilleton L.E.X. LE BIBLIOTECHE PROFONDE di Errico Passaro 70 BvS: il ristoro del buon lettore LETTERE SULLA SICILIA DAI BANCHI DI CICCIO SULTANO di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione Biblioteca di via Senato Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Presidente Marcello Dell’Utri Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Immagine di copertina La celebre xilografia di Lautréamont incisa verso il 1896 da Félix Vallotton e l’edizione 1874 uscita presso la libreria editrice Rozez di Bruxelles Stampato in Italia © 2015 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Per ricevere a domicilio (con il solo rimborso delle spese di spedizione, pari a 27 euro) gli undici numeri annuali della rivista «la Biblioteca di via Senato» scrivere a: [email protected] L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale A ppare, su questo numero de «la Biblioteca di via Senato», un articolo di Massimo Gatta su Telesio Interlandi (1894-1965), intellettuale fra i più raffinati e controversi del ventennio fascista. Strenuo assertore (assieme a Giovanni Preziosi) del razzismo biologico, ma anche instancabile animatore culturale e fine saggista, Interlandi pagò, nel dopoguerra, le sue posizioni e la sua adesione alla tragica esperienza di Salò (ove venne chiamato da Mussolini a dirigere la propaganda radiofonica) con l’emarginazione e la semipovertà. Lo scritto di Gatta mette però in luce come, ancora a distanza di molto tempo dalla morte di Interlandi, sia estremamente difficile indagare questo personaggio (come hanno tentato di fare Leonardo Sciascia prima e Giampiero Mughini poi) a causa di un tipico ‘vizio’ dell’italico mondo in-culturale: l’oblio selettivo. A differenza, per esempio, della Francia, che nel corso degli anni ha fatto – senza troppa paura – i conti con i vari Céline, Brasillach, Drieu de la Rochelle, consegnandoli alla Storia, in Italia non si riesce ancora a dare valutazioni serene su personaggi, accadimenti e financo libri, soprattutto se legati agli anni del fascismo. Si preferisce lasciar scivolare un velo di silenzio, tanto ipocrita quanto disonesto intellettualmente. Le vicende degli ultimi due secoli (sostanzialmente a partire dall’epoca risorgimentale) ancora dividono, con l’ideologia in posizione predominante rispetto alla storiografia. Il tutto a discapito non solo di una lettura il più possibile corretta del passato (perché nella Storia, in fondo, non ci sono né vinti né vincitori) ma soprattutto della ‘serenità’ del nostro presente. Gianluca Montinaro ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 Poesia ed editoria LE PRIME VOLTE DEL ‘MALEDETTO’ MALDOROR Viaggio fra le rarissime edizioni dei Canti di Lautréamont ANTONIO CASTRONUOVO C aposaldo della letteratura maledetta dell’Ottocento, I canti di Maldoror sono sei lunghi poemi in prosa composti dal conte di Lautréamont, pseudonimo di Isidore Ducasse. Visionari e blasfemi, potenti e catartici, costituiscono un’opera magica e torturata, perfetto archetipo della creazione di un genio. Composizioni tra le più sconcertanti della letteratura francese, esprimono la ribellione contro l’orrida società ipocrita, ma anche contro Dio, creatore del mondo. E lo fanno con una carica di rabbia e crudeltà mista a un sconfinato immaginario che le rende un labirinto di non semplice lettura. Per tutte queste ragioni I canti di Maldoror (con la buona compagnia di un Rimbaud) si pongono all’origine della poesia contemporanea, generati dal quel perno di anni che, dal 1870 al 1875, l’ha messa totalmente in gioco. Nato a Montevideo nel 1846, Ducasse fu spedito giovanetto in Francia nel 1858 per fare il liceo a Tarbes: visse grazie a un assegno che il padre gli spediva tramite il banchiere Darasse. Lo ritrovia- Sopra: la celebre xilografia di Lautréamont incisa verso il 1896 da Félix Vallotton. Nella pagina accanto: l’edizione 1874 uscita presso la libreria editrice Rozez di Bruxelles mo nel 1863 al liceo di Pau, poi nel 1867 a Parigi, dove prende camera all’Hôtel de l’Union Des Nations in rue Notre-Damedes-Victoires 23. La sua era una camera con un lettuccio, due scaffalature piene di libri e un pianoforte verticale: vi si chiuse in un silenzio impenetrabile, mangiando pochissimo, suonando il piano e, di notte, scrivendo di continuo e bevendo intere cuccume di caffè. La strada aveva all’epoca questo di particolare: era una delle rare vie della capitale francese in cui risonava l’eco: vi rimbombavano sia i suoni che giungevano dal vicino boulevard sia quelli della Borsa. Con irrefrenabile ansia, in pochi anni Ducasse cambiò domicilio altre tre volte, mantenendosi però sempre nel medesimo quadrato parigino: prima in boulevard Montmartre 32, poi in rue Vivienne 15 e infine di nuovo nel boulevard Montmartre, ma al n. 7, dove morì improvvisamente il 24 novembre 1870. Fu inumato nel famoso cimitero del quartiere e, in consonanza con la sua vita sfortunata, la tomba fu squarciata da un obice prussiano durante la guerra del 1870: non ci sono rimaste né le sue spoglie né i suoi manoscritti. A fatica si è salvata una sua sbiadita fotografia: medesimo destino delle sue edizioni in vita. Nel 1868 Ducasse - che ancora non si fregiava 6 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 del sonoro pseudonimo - terminò il primo dei suoi Canti e decise di pubblicarlo per capire quale reazione avrebbe sollevato tra critica e pubblico, ai quale l’autore rivolge alla fine del canto una sorta di appello: «Se qualche volta è logico credere all’apparenza dei fenomeni, questo primo canto finisce qui. Non essere severo con chi, ancora, sta provando la propria lira che manda un suono un po’ strano! Però, se vuoi essere imparziale, fra le imperfezioni potrai già riconoscere una forte impronta. / Per quanto posso, io mi rimetterò all’opera per far uscire, fra non molto tempo, un secondo canto. La fine dell’Ottocento vedrà il suo poeta». Certo, autogiudicandosi il poeta atteso dal secolo il buon Isidore non è modesto, ma come può esserlo chi conduce una vita totalmente immersa nella creazione? Comunque, quel primo canto era finito e Ducasse lo spedì a varie riviste, ottenendone sempre un rifiuto; decise pertanto di far stampare una plaquette e cercò una tipografia. La trovò dalle parti del Palais Royal, in rue Des Bons-Enfants: la Imprimerie de Gustave Balitout, Questroy et Cie. Il fascicoletto in ottavo di 32 facciate, con copertina in cartoncino grigio-verde e del costo di 30 centesimi, uscì ad agosto col titolo Le Chants de Maldoror. Chant Premier, par***. L’autore insomma restava celato, ma faceva capire che quello era il primo di altri canti che avrebbero preso corpo. Vale notare che il testo di questa edizione differisce da quello che sarà stampato assieme agli altri: a parte la difformità d’impaginazione, molti sono i punti in cui il testo fu ritoccato. Comunque l’effetto sperato non ci fu e il silenzio critico fu totale; nessun articolo, nessun cenno giornalistico salutò l’apparizione di questo primo canto. Qualche mese dopo, nel gennaio 1869, il canto - con alcuni ritocchi - vide la luce presso l’Imprimerie de A.-R. Chaynes che aveva sede in rue Leberthon 7 a Bordeaux. Occupava le pagine 30-65 di un’antologia di circa 35 poeti, curata da Évariste Carrance e intitolata Les parfums de l’âme. La composizione di Ducasse appare col titolo Les chants de Maldoror. Chant premier. Anonimato completo; l’autore non è svelato nemmeno nell’indice, dove il nome è ugualmente sostituito da tre asterischi: ***. Il curatore Carrance appare nel volume come un sacerdote della poesia; la sua prefazione suona: «Il poeta è venuto per illuminare il mondo; cerca con amore la santa verità; la sua anima è un focolare, la cui fiamma feconda è il faro che guida da lontano l’umanità». Ma se poi andiamo a scandagliare i recessi finali del volume ci accorgiamo che esso nasceva come prodotto di un concorso poetico cui tutti potevano partecipare: era sufficiente spedire la composizione e 10 centesimi per ogni singola riga da stampare. Era accaduto questo: Ducasse aveva letto L’appello ai poeti lanciato da Carrance nella «Revue populaire de Paris» (che leggeva in quanto prodotta dal suo primo stampatore, Gustave Balitout) e aveva deciso di partecipare al concorso: l’edizione non era stata dunque un prodotto di elezione critica. Tra 1868 e 1891 Carrance pubblicò con questo metodo ben 45 antologie poetiche, tutte cadute nell’oblio, tranne la seconda del 1869 che, grazie alla presenza di Ducasse, ricordiamo qui ancora oggi. E che dunque ha un certo valore, e forse per questo, nel momento in cui scrivo, nessuna copia appare in vendita nel mercato antiquariale francese. Intanto il poeta continuava a scrivere e portò a termine sei canti (senza con ciò considerare l’opera completa). Si mise subito alla ricerca di un editore, indirizzandosi verso un tipografo di nome Albert Lacroix, che gli tornava comodo perché aveva da poco installato i suoi uffici all’angolo tra boulevard Montmartre e rue Vivienne, non lontano da dove Ducasse all’epoca alloggiava. Alla fine del 1868 consegnò a Lacroix un secondo canto; una lettera a Victor Hugo del 10 novembre fa capire che l’idea iniziale era di pubblicare separatamente i singoli canti: «Sono passate tre settimane da quando ho consegnato al Sig. Lacroix il Secondo Canto, affinché lo stampi insieme al primo. Ho scelto lui perché ne- ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 La plaquette pubblicata da Gustave Balitout nel 1868 gli uffici ho visto un suo busto, anche se già sapevo che era il suo editore». Lungo il 1869 liberò le ultime bozze e il libro, stampato ad agosto, era sul punto di essere rilegato allorché Lacroix, che temeva di cadere sotto l’occhio vigile della censura dell’Impero, ne sospese la lavorazione accampando come causa la presenza di frasi che rendevano pericolosa, secondo lui, la pubblicazione. Non ci fu dunque alcuna interdizione legale - come qualcuno ha scritto - soltanto rinuncia volontaria dell’editore a mettere i Canti in circolazione. Una lettera che Ducasse spedì il 12 marzo 1870 al banchiere Darasse contiene dettagli ulterio- ri: «Ho fatto stampare un’opera di poesia dal sig. Lacroix (B. Montmartre, 15). Ma, una volta stampata, egli ha rifiutato di farla uscire perché la vita vi era dipinta con dei colori troppo amari, e lui temeva l’intervento del procuratore generale. Si tratta di una cosa sul genere del Manfred di Byron e del Konrad di Mieçkiewicz, ma ben più terribile. L’edizione era costata 1.200 franchi, dei quali ne avevo già sborsati 400. Ma tutto è finito nel nulla». Il documento è trasparente: Ducasse pagò la pubblicazione, come accade alla gran parte dei poeti di ogni latitudine, e dunque aveva tutte le ragioni per essere puntiglioso: rifiutò infatti di emendare i ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano passaggi incriminati dall’editore. Solo dopo parecchio tempo acconsentì che fossero apportate modifiche. Si pensò di stampare delle pagine destinate a sostituire quelle contenenti i passaggi ‘pericolosi’. Ma esplose la guerra del 1870 e poco dopo Ducasse morì, senza aver portato a termine che una parte delle reclamate rettifiche. Accadde però qualcosa di stupefacente, un evento che ha permesso a qualche bibliofilo di poter sognare tutta la vita, pur senza soddisfazione materiale del sogno. Lo rileviamo da una lettera a Verbœkhoven del 27 ottobre 1869: pur essendo il lavoro di rilegatura bloccato, Ducasse annunciava di aveva reclamato dall’editore venti esemplari del libro. Il dato contrasta con quanto scrive Georges Vicaire nel Manuel de l’amateur de livres du XIXe siècle 1801-1893 (alla colonna 104 del tomo V, Paris, Librairie Rouquette, 1904), quando afferma che «nel 1869 l’autore espresse il desiderio di possedere qualche esemplare del suo libro: ne furono rilegati una decina». Ma in questo caso noi crediamo più a Ducasse, e venti siano. Le copie richieste furono pertanto rilegate: hanno una copertina giallina con questo titolo: «Les Chants / de / Maldoror / par / le / Comte de Lautréamont / (Chants I, II, III, IV, V, VI) / Paris / En vente chez tous les libraires / 1869». Dietro il frontespizio e in quarta di copertina appare la scritta: «Bruxelles, Imprimerie de A. Lacroix, Verbœckhoven et Cie , boulevard de Waterloo, 42». Tutto qui: il resto non rilegato della tiratura fu abbandonato in blocco in una cantina. Che negli esemplari appaia finalmente lo pseudonimo «Comte de Lautréamont» è adesso un dato secondario: la notizia spettacolare è che si tratta della prima edizione completa - e presumibilmente in venti copie - dei Canti di Maldoror; come si può arguire, un’edizione di massima rarità, anzi inNella pagina accanto: il bel volume Lautréamont curato da Ferdinando Giolli, pubblicato a Milano nel 1945 9 trovabile e dunque di valore immenso. Infatti queste copie stampate non furono messe in circolazione, ma consegnate da Ducasse a chi desiderava, col risultato che molte non sono individuate o sono andate perdute. Di due copie abbiamo notizia ‘letteraria’ ma non se ne conosce il destino: una fu spedita dall’autore al «Bulletin du bibliophile et du bibliothécaire», che nel numero del maggio 1870 segnalò l’opera; l’altra fu donata a un vecchio compagno del liceo di Pau che viveva a Bayonne, Marcelin Pleynet, che ne fa cenno nei suoi bei ricordi Lautréamont par lui-même (Seuil 1967 e Gallimard 2013). Le copie oggi residue pare siano sei, ma quelle apertamente censite sono tre: una è alla Bibliothèque Nationale de France, prudentemente conservata nella Réserve des livres rares; la seconda, appartenuta all’editore Poulet-Malassis, è oggi conservata nella Bibliothèque Jacques-Doucet che si apre di fianco al Pantheon, una delle portentose raccolte di cui l’Europa gode e di cui gli europei poco gioiscono (segno dei tempi); la terza infine fu inviata a Victor Hugo e, oggi mutila, è in possesso della casa-museo Hugo a place des Vosges. In quella casa entriamo da svogliati turisti: da oggi in poi chi adora Lautréamont lo farà sapendo che in qualche protetto scaffale c’è quel tesoro. Copia mutila, è vero, ma che mi sia ugualmente donata! Nel frattempo Lacroix fallì e lo stock degli esemplari dei Canti stampati ma non rilegati fu rilevato dalla Libreria Editrice Jean-Baptiste Rozez di Bruxelles. Per lanciare una novità, il libraio decise di mettere il testo in vendita con un nuovo titolo e una nuova copertina: fu così che nel 1874 fece rilegare in brossura alcuni esemplari. La copertina era marrone scuro con cornici di filetti tipografici, il titolo invece, a parte minimi dettagli, del tutto simile a quello del 1869. Sul retro dell’occhiello appariva l’indicazione del luogo di stampa, certamente falso: «Bruxelles. Typ. De E. Wittmann». Anche questa edizione è assai rara, e infatti la Nationale de France e la Jacques-Doucet ne possiedono entrambe una singola copia. Il ventaglio di valutazione è ampio: 10 nel 2009 Christophe D’Astier, venditore dilettante, ha ceduto la sua copia mediante Sotheby’s con una richiesta base di 5.000 euro; di recente ne è emersa una nella libreria parigina Amélie Sourget in rue de l’Odéon: somma richiesta 19.000 euro. Circola consenso tra i bibliofili e gli storici del libro: considerare ambedue le edizioni del 1869 e 1874 come «originali», per la semplice ragione che l’interno del libro è il medesimo, cambia solo la rilegatura e il titolo esterno. Per differenziare le due si parla di «primo e secondo stato». Ora, se gli esemplari del primo stato, come abbiamo visto, sono praticamente introvabili e una eventuale copia immessa sul mercato toccherebbe valutazioni esorbitanti; quelli del secondo stato sono invece molto rari e il loro valore aumenta di continuo. Consoliamoci: abbiamo la facoltà di comperare una édition diplomatique, vale a dire una riproduzione conforme all’originale, compresi gli errori e i refusi. I Canti iniziavano pian piano a conquistare la vetta. Nel 1885 Max Waller, all’epoca direttore del periodico «La Jeune Belgique», si accorse della modernità dell’opera e ne pubblicò alcuni passaggi; per parte sua, Léon Bloy ne parlò su «La Plume» del 1° settembre 1890: contribuirono entrambi a farne il livre de chevet che fu per un’intera generazione. L’opera ispirò il Cesare-Anticristo di Jarry, ma soprattutto i surrealisti, che lo elessero a libro sacro: Breton disse che «I Canti di Maldoror scintillano di una luce senza pari; sono l’espressione di una rivelazione totale che sembra eccedere le possibilità umane». Fu così che nel 1890 Léon Genonceaux, prestanome del fallito Lacroix, volle ripubblicare i Canti: la sua breve carriera fu segnata dalla pubblicazione, a un anno di distanza, anche di Rimbaud. La nuova edizione, in dodicesimo, portava orgogliosamente sulla copertina color ruggine il suo nome, «Paris, L. Genonceaux éditeur, 1890», mentre un accenno in fondo all’indice guidava al luogo di stampa: Maison-Laffitte, Imprimerie Lucotte. Furono tirate 500 copie più 10 esemplari numerati e in carta di Giappone. Il volume è anche corredato dal fac-simile della citata lettera di Ducasse del 12 mar- la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 zo 1870, ed è il primo che contiene un’illustrazione: una incisione di José Roy sul frontespizio. Tuttavia l’edizione passò quasi totalmente inosservata, sebbene l’editore dichiarasse in prefazione che si trattava di una versione «rivista e corretta sul manoscritto originale», dunque qualcosa di straordinariamente importante sul piano filologico: ma poiché il manoscritto non è mai stato trovato, legittimo è il sospetto che la sua fosse una fanfaronata. Una copia è transitata di recente sul mercato antiquario a 1.000 euro, valutazione che induce a pensare quel che abbiamo appena sospettato: che l’edizione non abbia un reale valore filologico, altrimenti costerebbe ben di più. Si dovette attendere il 1920 per vedere una terza edizione dei canti, consigliata da Blaise Cendrars alle parigine Éditions de la Sirène: 1360 esemplari numerati, di cui 80 stampati su carta vergata delle Manifectures de Rives e 30 su carta vergata blu. Da quel momento iniziò la teoria delle edizioni, tra cui quelle Au Sans Pareil del 1925 e 1927, quest’ultima curata da Philippe Soupault, uno dei migliori conoscitori del Conte. In Italia la fortuna di Lautréamont iniziò in ambiente d’avanguardia nel 1915, quando sul numero del 24 aprile di «Lacerba» apparve nella traduzione di Ardengo Soffici Dio (da «Les chants de Maldoror»), strofa 8 del Canto II. Edizione di riferimento per qualche decennio è stata quella delle Opere complete uscite nel 1967 a cura di Ivos Margoni per la «Nuova Universale Einaudi». Ultima in ordine di tempo, l’ottima edizione fiorentina curata da Stefano Lanuzza (Lautréamont, Maldoror e tutte le poesie, Clichy, 2015: da questa edizione proviene la traduzione del passo citato). In chiusura voglio ricordare un bel volume oggi dimenticato, uscito da Rosa e Ballo a Milano nel 1945: Lautréamont a cura di Ferdinando Giolli. Si tratta di un prodotto di solida fattura, con una sezione di articoli critici francesi in traduzione italiana, una piccola antologia di testi e una infine di documenti. Ha un valore antiquariale accessibile e vale la pena possederlo, prima che cominci a crescere... ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Ricorrenze L’OPUSCOLO DI CROCE IN RICORDO DI LATERZA 80 anni fa scompariva il fondatore della casa editrice barese MASSIMO GATTA L a sera di sabato 5 gennaio 1935, scompariva tragicamente insieme alla moglie Rosa Ciaralli, Vito (Vitantonio) Laterza, fondatore nel 1885, insieme ai fratelli, della celebre casa editrice di cultura. Una fatalità, la fuga di gas dello scaldabagno, interruppe a 68 anni la vita di questo gentiluomo pugliese e di sua moglie. Si preparavano per il giorno dopo, l’Epifania, a distribuire i regali ai loro undici nipoti.1 Già il 6 gennaio Benedetto Croce, da tempo «guida spirituale di un più vasto programma»,2 architrave della politica editoriale laterziana3 e corrispondente quasi quotidiano del fratello Giovanni, così scriveva all’amico editore (che proprio in quei giorni si trovava a Napoli): «Caro Amico. Abbiamo ricevuto ora la conferma dell’orrenda sciagura. La speranza ci durava che sarebbe stato possibile salvarli! Ier sera, quando restammo soli, Adelina mi disse di non avere avuto il coraggio di accennarmi che anche Vito era rimasto vittima. Io piango con voi l’ottimo uomo, così laborioso e così mite, del quale ricordo tratti ammirevoli di bontà e di affetto per voi. Accogliete tutti i nostri sentimenti di amichevole partecipazione. Appena saranno trascorsi questi giorni di sconvolgimento, verrò a rivedervi. Vi abbraccio. Vostro, B. Croce».4 Laterza già il 7 gennaio così gli rispondeva da Bari: «Mio caro amico, Grazie di cuore a Lei a donn’Adele ed alle Sue figliole per la viva partecipazione al nostro dolore. Se avesse visto, è stata una vera tragica festa nuziale alla quale il popolo barese, reverente, ha reso omaggio di cordoglio. Povero Vito, non si sarebbe aspettato così tanto, con la sua modestia! Saluti affettuosi. Suo aff.mo, G. Laterza».5 E due giorni dopo, riprendendo l’abituale prassi fatta di studio, ricerca, lavoro e corrispondenza, il filosofo di Pescasseroli scriveva ancora: «Mio caro Amico, Tutti gli amici di Napoli sono, come noi, sotto l’impressione della terribile disgrazia, che ha fatto sparire d’improvviso due persone In alto: Benedetto Croce (1866-1952) 14 Sopra da sinistra: Benedetto Croce; Vito Laterza con la moglie Rosa Ciaralli della vostra famiglia, già troppo provata da perdite dolorose!6 [… ]»,7 per poi riprendere subito il filo ininterrotto di quella comunicazione/collaborazione editoriale, tra le più ampie e complesse del nostro Novecento culturale, e che il carteggio ottimamente documenta.8 Il capostipite Giuseppe Laterza, proprietario terriero, possedeva una avviata attività di ebanisteria che riforniva i cantieri navali di Taranto, Monopoli e Molfetta, dimostrando anche una notevole abilità artigiana nell’intaglio di preziose cornici e fabbricando mobili scolpiti e intarsiati. Vide favorevolmente la la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 scelta del primogenito Vito di recarsi ad Alessandria d’Egitto, come apprendista presso lo zio Eugenio, titolare di una falegnameria. Nel 1882, a causa dei moti insurrezionali degli egiziani contro gli inglesi, sia lo zio che il nipote dovettero lasciare Alessandria e ritornare a Putignano. Da questa casuale occasione scaturì nei suoi due figli Vito e Giuseppe Pasquale il desiderio di avviare a Putignano una loro attività commerciale. Venne quindi aperto un locale nei pressi del laboratorio del padre e della chiesa di S. Domenico, dove si vendevano articoli di cancelleria per ufficio, libri scolastici, atlanti, vocabolari, inchiostri, prendendo il nome, che sarebbe diventato poi celebre, di “Giuseppe Laterza & Figli ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 s.n.c.”, legalmente intestato al padre in quanto i due figli erano minorenni.9 La prima fattura emessa, il 29 ottobre 1885 fu della ditta Ermanno Bosshard. Gli anni seguenti furono segnati dal trasferimento a Bari in nuovi locali, adibiti il primo a cartoleria e libreria (al n. 92 di via Sparano), il secondo ad ampia libreria (al n. 110 di via Sparano) e il terzo ad ebanisteria (ai numeri 136 e 189 sempre di via Sparano). Nel 1890 ai tre fratelli Vito, Giuseppe Pasquale e Francesco si unì Luigi che aveva trascorso un lungo periodo a Napoli impratichendosi dell’arte della stampa. Così i fratelli decisero di acquistare una tipografia che pubblicava il giornalino locale «Fra’ Melitone», sempre in via Sparano (al n. 92). Nasceva così il 23 marzo del 1896 la “Tipografia Laterza”,10 subito potenziata dall’acquisto di una macchina litografica e che in breve, sotto la guida del suo primo direttore, Luigi Laterza e degli altri fratelli,11 avrà modo di iniziare quel lungo e prestigioso cammino nell’editoria di cultura che dura ancora oggi. La prima pubblicazione avvenne il 10 maggio del 1901.12 Già nei giorni successivi alla morte di Vito, Giovanni, insieme agli altri familiari, pensò a una te- NOTE 1 Vito Laterza (1867-1935) era il primogenito di Giuseppe e Maria Pugliese; ebbe quattro fratelli: Giuseppe Pasquale (18701953), Giovanni Battista (1873-1943), Luigi (1876-1927), Francesco (1879-1928), cfr. Claudia Patuzzi, Laterza, Napoli, Liguori, 1982, pp. 11-21, e Daniela Coli, Croce, Laterza e la cultura europea, Bologna, Il Mulino, 1983, p. 16. Questo ottimo saggio della Coli è stato ristampato col titolo Il filosofo, i libri, gli editori. Croce, Laterza e la cultura europea, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002. 2 Così indicato [da Giovanni Laterza] a pagina 13 dell’opuscolo dell’Astore stampato in ricordo di Vito Laterza. 3 Anche se Laterza non fu sempre l’edi- tore di Croce, cfr. al riguardo Cesare Preti, Prima di Croce. Laterza editore di Marchesini, «Giornale Critico della filosofia italiana», 7, vol. 8, a. 91 (93), fasc. 1, gennaio-aprile 2012, pp. 62-81 e sul “dopo Croce” vedi Luigi Masella, Laterza dopo Croce, Roma-Bari, Laterza, 2007. 4 Benedetto Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 1931-1943, a cura di Antonella Pompilio, Bari, Laterza, 2009, tomo 1, p. [375], lettera 3849. 5 Ibidem, p. 376, lettera 3850. 6 Il 18 dicembre 1886, a soli 40 anni, era morta la madre Maria Pugliese; il 14 febbraio del ’27 moriva Luigi Laterza e il 13 febbraio del ’28 Francesco. 7 Benedetto Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 1931-1943, cit., p. 377, lettera 3852. 8 Il carteggio Croce-Laterza, curato da Antonella Pompilio, si compone di quattro volumi: vol. 1, 1901-1910, Bari, Laterza, 2004; vol. 2, 1911-1920, Bari, Laterza, 2005; vol. 3, 1921-1930, Bari, Laterza, 2006; vol. 4, 1931-1943, in due tomi, Bari, Laterza, 2009, vedine la recensione di Niccolò Scaffei, «Belfagor», a. 65, 2010, pp. 628-640. 9 Sul loculo che ospita la salma di Vito Laterza è infatti inciso: “Era ancora minorenne / quando nel 1885 fondò la ditta / Gius. Laterza & Figli”. 10 Documentato e utile al riguardo è Nicola Laterza, 1885-1985 Laterza 100 anni. Putignano – Bari, Bari, Laterza Litostampa, 16 stimonianza scritta che rendesse omaggio al fratello così tragicamente scomparso. Si rivolse ovviamente al suo ‘interlocutore privilegiato’ il quale, da Palazzo Filomarino, così gli scriveva il 15 febbraio del ’35: «Caro Amico, Vi promisi di pensare a qualcosa di adatto per un opuscolo commemorativo del povero Don Vito, e, frugando al mio solito tra vecchi libri, ho trovato qualcosa che andrebbe bene. Si tratta del racconto di una catastrofe aeronautica del 1785, con la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 la morte di due volatori, racconto che si trova in una rarissima rivista napoletana di quell’anno13 (forse l’unico esemplare ne è posseduto da me), come introduzione a due carmi latini di un letterato napoletano, F. A. Astore,14 della provincia di Lecce, che poi fu impiccato nel 1799. Potrei prepararvi per la stampa l’opuscolo. Si tratta in tutto di una ventina di pagine, di 27 linee in 8° piccolo. Voi aggiungereste un ricordo di Don Vito; e andrebbe bene. Ora sono ricer- ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano catissimi gli scritti relativi alla storia dell’aeronautica. Saluti aff. Vostro, B. Croce».15 Anche nei suoi Taccuini di lavoro, il diario che Croce tenne ininterrottamente dal 1906 al 1949, il filosofo riportò l’inizio della curatela dell’opuscolo, scrivendo, il 25 marzo del ’35: «Ho cominciato ad apparecchiare un opuscolo che Laterza vuol pubblicare in commemorazione del fratello: ho trovato prose e versi curiosi per una catastrofe aviatoria nel settecento»; e il 26: «Preparato il detto opuscolo e scrittavi prefazione. febbraio 1986, volume ricco di immagini e documenti, e stampato su bella carta vergata uso mano. 11 Vito alla direzione amministrativa e agli affari generali, Giuseppe Pasquale alla produzione, Giovanni alla libreria, Luigi alla tipolitografia e Francesco agli acquisti. 12 Cfr. F. A. Astore, Due carmi latini in compianto del primo eroe dell’aeronautica caduta nella sua impresa, con una lettera del Pilâtre de Rozier e una relazione sincrona (1785), prefazione di Benedetto Croce, Bari, Gius. Laterza & Figli. Tipografi, Editori, Librai, 1936, p. 13. Cfr. Le Edizioni Laterza. 17 Sarà intitolato Un carme latino di F.A. Astore»;16 il 18 novembre: «Revisione della copia delle Postille, di bozze di un opuscolo dell’Astore».17 Infine il 6 gennaio del ’36, a un anno esatto dalla scomparsa di Vito Laterza, Croce scrive a Giovanni: «Ricevo in questo momento le due copie del bellissimo volume commemorativo».18 L’elegante e raro opuscolo dell’Astore19 rappresenta l’ennesimo contributo del Croce ‘editore’ di testi,20 che recupera filologicamente due dimenticati carmi latini, per tradizione Catalogo storico 1901-2000, a cura di Roberto Mauro, Massimo Menna, Michele Sampaolo, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. [128], che inserisce il volume nella Collana «Opere varie», senza indicazione della tiratura numerata fuori commercio. 13 Croce si riferisce al «Giornale Enciclopedico del Regno di Napoli», ottobre 1785, che si stampava a Napoli nella Tipografia di Perger, la stessa che curiosamente stampò nel 1803 gli Elogi storici di alcuni servi di Dio che vissero in questi ultimi tempi e si adoperarono per bene spirituale e temporale della città di Napoli del Padre Pietro D’Onofrii, opuscolo di cui ci siamo occupati in altra circostanza. 14 Francesco Antonio Astore era nato a Casarano (Lecce) nel 1742, e sarà uno dei martiri della rivoluzione napoletana dell’99. Nei suoi Aneddoti di varia letteratura, vol. III, (Bari, Laterza, 1954, seconda edizione, pp. 12-15, 282-283, 286) Croce, nel capitolo Francesco Antonio Astore e i suoi versi in onore del primo martire dell’aeronautica (1785), così scrive: “Astore fu uno di quei dotti napoletani che nel 1799 perirono vittime del loro amore per la libertà”. E nella Prefazione all’opuscolo dell’Astore, 18 composti in occasione dei primi esperimenti di volo degli aerostati progettati da Mongolfier. La plaquette venne stampata nel gennaio del 1936 in soli 200 esemplari numerati21 e fuori commercio,22 su carta forte filigranata P.M.P., con una fotografia dei coniugi Laterza. Dopo il ricordo (In memoria) di Vito Laterza in apertura, non firmato ma verosimilmente del fratello Giovanni,23 importante per le tante informazioni sui primi anni della nascente Laterza, compare la prefazione siglata di Croce,24 e a seguire gli altri testi. Il 15 giugno del 1784 il pallone ae- la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 rostatico che ospitava il professore di chimica Pilâtre de Rozier e il fisico Romain prese fuoco, precipitando nei pressi di Boulogne e Croce volle ristampare i versi dell’Astore, composti in occasione di quella tragedia dell’aria e del gas, accostandoli simbolicamente all’altra duplice tragedia, quella di Vito Laterza e della moglie Rosa Ciaralli. E l’opuscolo resta una testimonianza significativa del rapporto di amicizia e di stretta collaborazione editoriale tra il filosofo e l’editore, oltre che un documento storico di notevole interesse, ancora attuale dopo 80 anni. ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano citando la sua Filosofia dell’Eloquenza, scrive: “[…] libro notevole questo tra gli altri che segnano il trapasso, attraverso il razionalismo settecentesco, dall’antica rettorica alle dottrine moderne dello stile e dell’arte”, p. [17]. Ancora Croce ne La rivoluzione napoletana del 1799. Biografie, Racconti, Ricerche, Bari, Laterza, 1926, IV ediz. riveduta, pp. 150-151 così scrive: “In conseguenza di questo dispaccio, così esplicito, ed anche premuroso, il 28 settembre il fiscale Villamarina, con un suo ufficio avvisava la confraternita dei Bianchi, della giustizia che doveva eseguirsi della Sanfelice, del De Meo, del D’Agnese e di altri cinque, ossia dei due fratelli Pignatelli, del Genzano, del Rotondo e dell’Astore”; e più oltre: “[…] La preda di quel giorno furono soli i due Pignatelli, il Rotondo, l’Astore e il De Meo; il Genzano e il D’Agnese, trovati privi di sensi e quasi moribondi, furono rimandati al giorno seguente”. Croce si era occupato dell’Astore anche in Varietà di storia letteraria e civile, serie prima, Bari, Laterza, 1935, pp. 145-154, volume che faceva parte degli Scritti di storia letteraria e politica, come lui stesso ricorda a p. 17 nota 1 della prefazione all’opuscolo dell’Astore per Vito Laterza, dove però cita erroneamente il titolo del volume come Varietà di storia civile e letteraria. Anche Dora Marra in Conversazioni con Benedetto Croce su alcuni libri della sua biblioteca, Milano, Hoepli, 1952, ricordava l’Astore: “[…] E’ l’unica traduzione che rimanga De’ diritti e de’ doveri del cittadino tra quelle fatte alla fine del settecento: quella del Lomonaco e quella dell’Astore, anch’essi repubblicani e giacobini, andarono perdute”, p. 20. Per una breve nota biografica dell’Astore rimando a Nino Cortese, Astore, Francesco Antonio, in Dizionario biografico degli ita- liani, vol. 4, 1962, visionabile al link: http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-antonio-astore_(Dizionario_Biografico)/, che però non cita l’opuscolo curato da Croce. 15 Benedetto Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 1931-1943, cit., pp. 388-389 e nota 1 nella quale, però, la curatrice erroneamente scrive: “[…] Nella sua prefazione all’opuscolo (pp. 99-118), Croce riferisce [… ]”; la prefazione di Croce all’opuscolo dell’Astore (firmata con le sole iniziali B.C.) occupa invece le pp. 17-21; verrà ristampata in Idem, Aneddoti di varia letteratura, v. II, pp. 283-285 e v. III, pp. 12-15. Altre lettere di Croce relative all’opuscolo celebrativo sono quelle del 20 febbraio e del 25-27 novembre del ’35, per le quali vedi Benedetto Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 19311943, cit., p. 391 e nota, 468 nota, 479. 16 In realtà il titolo esatto e completo sarà: F.A. Astore, Due carmi latini in compianto del primo eroe dell’aeronautica caduta nella sua impresa, con una lettera del Pilâtre de Rozier e una relazione sincrona. Né in copertina e neppure al frontespizio si fa cenno alla prefazione di Croce, cosa che ha indotto alcuni librai a non inserire l’opuscolo nella sezione crociana dei loro cataloghi, sottovalutandone così l’importanza bibliografica. 17 Benedetto Croce, Taccuini di lavoro, vol. III, 1927-1936, Napoli, Arte Tipografica, 1987 [ma 1992], p. 53, 476, 510. 18 Le due copie sono oggi conservate presso l’Istituto Italiano pe gli Studi Storici di Napoli con le seguenti collocazioni: “NICOLINI CROCE TESTI 0240” e “OMODEO Secondo 1122”. 19 Risulta localizzato in sole 7 biblioteche pubbliche italiane [fonte SBN]. 20 Cfr. Maria Panetta, Croce editore, vol. 19 II, 1928-2002, Napoli, Bibliopolis, 2006, p. 543, n. 280. 21 Si cita dalla copia n. 132. 22 Così riportava una fonte dell’epoca (su rivista, direttore responsabile Giuseppe Nicola Vacca, stampata a Lecce, Primaria Tipografia “La Modernissima”): “La benemerita casa Editrice Laterza di Bari, per onorare il primo anniversario della morte dei coniugi Vito Laterza e Rosa Ciaralli, ha pubblicato in elegantissima edizione di 200 esemplari fuori commercio, rilegati alla bodoniana, Due carmi latini in compianto del primo eroe dell’aeronautica caduto nella sua impresa, con lettera del Pilatre de Rozier e una relazione sincrona, scritti da Francesco Antonio Astore, il filosofo patriota di Casarano, decapitato nel 1799 dal Borbone. Benedetto Croce, che già si è occupato largamente e profondamente dell’Astore, ne ha curato l’edizione e l’illustrazione. Siamo grati alla Editrice Laterza di questa pubblicazione che mentre ha degnamente onorato il suo infaticabile fondatore, ha messo in luce con gusto – peculiare caratteristica delle sue edizioni note in tutto il mondo – questi carmi ignorati dell’Astore”, al link: http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS3 6_notizie_0.pdf (visonato il 30 luglio 2015). 23 Vedi la lettera citata di Croce del 15 febbraio del ’35. Claudia Patuzzi nel suo Laterza, cit., p. 16, nella nota bibliografica dell’opuscolo ne fa erroneamente intendere l’attribuzione all’Astore, peraltro con falso titolo: F. A. Astore, In memoria di Vito Laterza e Rosa Ciaralli, in Due carmi latini, ecc., pp. 7-13. 24 Cfr. L’opera di Benedetto Croce. Bibliografia, a cura di Silvano Borsari, Napoli, nella sede dell’Istituto [ma L’Arte Tipografica], 1964m p. 306, n. 2598 ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 BvS: Bibliofilia QUESTO LIBRO NON S’HA DA LEGGERE! Una feroce censura sulla Cosmografia di Sebastian Münster – Prima parte GIANCARLO PETRELLA I l lettore de «la Biblioteca di via Senato» troverà in questo contributo e in altri che appariranno nei prossimi fascicoli alcuni episodi di ordinaria censura. Storie concrete di uomini e libri, o piuttosto di uomini armati di penna e forbici e libri mutilati, deturpati, espurgati in nome dell’ignoranza e dell’ipocrisia, affinché gli occhi non vedessero e gli animi non venissero corrotti. All’indomani della promulgazione degli Indici dei libri proibiti in pieno Cinquecento non solo la lettura ma anche il semplice possesso di un libro poteva diventare pericoloso, al punto che nel 1574 un artigiano di Spilimbergo, al termine di un processo, avrebbe addirittura giurato di «non legger mai più».1 Queste vicende si affacciano dagli scaffali delle biblioteche. Spetta allo storico ricostruirne i contorni, delinearne i protagonisti e narrarne, fin dove possibile, gli sviluppi, impiegando i libri alla stregua dei documenti. Non basta infatti catalogarli, contarli o misurarli. Il primo degli episodi, suggerito da un volume oggi conservato presso la Biblioteca Braidense di Milano, si Nella pagina accanto: Sebastian Münster, Cosmografia universale, Basilea, Heinrich Petri, 1558 (Milano, Biblioteca Braidense, OO. XII. 47): passi espurgati relativi a Erasmo da Rotterdam. A destra: Sebastian Münster, Cosmografia universale, Basilea, Heinrich Petri, 1558 (Milano, Biblioteca Braidense, OO. XII. 47): nota dell’inquisitore Iulius de Cremona svolge nella Milano del tardo Cinquecento e ha come protagonista il più noto libro di geografia rinascimentale, promosso a Basilea dall’erudito protestante Sebastian Münster.2 La bolla di pubblicazione nel 1564 del cosiddetto Indice Tridentino che stabiliva non solo la scomunica per i lettori di libri eretici ma la condizione di peccato mortale anche per i semplici possessori di libri giudicati offensivi doveva mettere in ansia un bel numero di buoni cristiani proprietari di biblioteche private o di qualche più modesta raccolta di libri. La generazione che ebbe in sorte di affacciarsi all’età adulta all’indomani della promulgazione nel 1559 del primo severissimo Index librorum prohibitorum per certi versi finì con l’interiorizzare le disposizioni dell’Indice a tal punto da sentirne la trasgressione come un peccato. Così si spiegano, fra 22 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 A sinistra: Sebastian Münster, Cosmografia universale, Basilea, Heinrich Petri, 1558 (Milano, Biblioteca Braidense, OO. XII. 47): frontespizio con nome dell’autore cassato. A destra: tracce di censura nominale al frontespizio di un’edizione della Cosmographia universalis i tanti, gli episodi di autodenuncia per il possesso o la lettura di testi proibiti nel Friuli del Seicento o il caso degli eredi di Baldassarre Castiglione che nel 1604, mossi da evidenti scrupoli di coscienza, chiedevano licenza di tenere l’originale manoscritto del Cortegiano.3 L’antico proprietario della copia della Cosmografia universale di Sebastian Münster (Basilea, Heinrich Petri, 1558) conservato presso la Biblioteca Braidense di Milano4 ha tutta l’aria di essere parente stretto di questi lettori. E la vicenda che si intravede dietro le pagine deturpate da rigacce di inchiostro del volume un tempo a lui appartenuto è probabilmente sintomatica di quel clima di timorosa incertezza in cui si trovarono molti lettori all’indomani della pubblicazione degli Indici dei libri proibiti. Cosa dovette accadere in casa di questo nostro lettore, per ora ancora volutamente anonimo? Non si è troppo lontani dalla realtà storica dei fatti immaginando che un giorno, mentre passava in ras- segna la propria biblioteca e prendeva in mano un bel tomo, abbia improvvisamente corrugato la fronte e si sia insospettito, ricordandosi di aver già letto il nome dell’autore, Sebastian Münster, nella lista degli autori proibiti, addirittura quelli di prima classe, in compagnia nientemeno che dei pestilenziali Erasmo e Lutero. Allora, preso dagli scrupoli, lo immaginiamo indeciso se consegnare o meno il volume ai censori, come prescrivevano le autorità ecclesiastiche, perché lo bruciassero o lo espurgassero di tutti quegli errori e passi ritenuti offensivi della fede e morale cattolica. Correva il rischio di non rivedere più l’amato volume perché i casi di mancata riconsegna del libro confiscato ut corrigatur erano all’ordine del giorno, se Roberto Bellarmino denunciava come molti detentori di libri sospesi si rifiutassero di consegnarli «quia longa experientia didicerunt libros traditos Sancto Ufficio aut Magistro Sacri Palatii numquam expurgari et numquam restitui».5 La coscienza alla fine ebbe la meglio. Di lì a qualche settimana il libro gli sarebbe stato riconsegnato: deturpato, certo, da pesanti tratti di inchiostro che avevano reso illeggibili molti brani, ma con una rassicurante nota del reverendo padre Inquisitore che gli dava ‘licentia tenendi ac legendi’. Una postilla al frontespizio garantiva infine che il testo era stato ‘corretto et espurgato’. Soltanto allora la coscienza avrebbe trovato finalmente requie e il legittimo proprietario di quel volume, nel frattempo tornato al proprio posto sullo scaffale grazie al permesso di lettura concessogli, sarebbe entrato a far parte di «quel complesso di persone particolarmente affidabili ed influenti che intendevano vivere nel pieno rispetto dei dettami del sant’Uffizio».6 Le cose potrebbero però anche essere andate diversamente. Ossia il proprietario del volume non agì spontaneamente. Fu ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano uno zelante confessore, rispettando la bolla di Paolo IV del gennaio 1559 nella quale si faceva obbligo di interrogare i penitenti riguardo il possesso o la lettura di libri proibiti, a rinviarlo dal confessionale dritto innanzi all’Inquisitore di Milano.7 Perché a Milano viveva infatti quel buon cristiano. Ma diamo priorità all’oggetto del contendere che tanti guai rischiava di procurare al legittimo detentore. I Sei libri della Cosmografia universale licenziati nel 1558 per i tipi di Henricus Petri a Basilea - un ponderoso volume in folio di oltre 1200 pagine difficilmente occultabile con ricco apparato iconografico di carte geografiche e suggestive incisioni che avrebbero alimentato per decenni la fantasia dei lettori - altro non sono che la prima traduzione italiana della Cosmographia universalis, il fortunato trattato di geografia universale progettato negli anni Quaranta del Cinquecento dall’ebraista protestante Sebastian Münster (1480-1553).8 L’opera apparve dapprima in lingua tedesca nel 1544, col titolo di Cosmographey oder Beschreibung aller Länder, ripetuto per ben cinque edizioni prima della versione ampliata e definitiva in latino del 1550.9 Da qui fu successivamente tradotta in alcune delle principali lingue europee, ceco compreso.10 Né la tradizione a stampa della Cosmographia sembra aver risentito della condanna decretata agli Opera omnia del Münster (peraltro scomparso nel 1553) già negli Indici dei libri proibiti di Venezia e Milano del 1554, in realtà mai applicati, poi in quello romano e in quello spagnolo entrambi del 1559, e ancora in quello tridentino del 1564.11 Nel corso del secolo la Cosmographia conobbe infatti, computando edizioni in tedesco, latino e traduzioni, più di trenta edizioni nell’arco di cinquant’anni, l’ultima delle quali, ancora in lingua tedesca, stampata nel 1598 da Sebastian Petri, erede dell’attività paterna, cui si aggiungono infine, sempre a firma di Sebastian Petri, tre edizioni seicentesche della versione in tedesco e in latino, datate 1614 e 1628.12 L’attenzione riservata a Münster, transfuga dall’Ordine dei Minori, fu precoce e implacabile. 23 Sebbene l’Indice di Venezia del 1554 sia rimasto a tutti gli effetti lettera morta, la doppia presenza nella lista degli autori proibiti, come «Munsterus» nella rubrica M e come «Sebastianus Munsterus» nella rubrica S, è quantomeno sintomatica del destino cui sarebbe andato incontro nella normativa successiva.13 Né valsero le proteste dei librai veneziani che pure, in una supplica datata 7 marzo 1555, si rammaricarono vivamente della proibizione indiscriminata di autori per certe materie quasi indispensabili, fra cui «Sebastianus Munsterus», il quale compose «molte altre cose di cosmographia et de geographia et molte altre in hebreo et in caldeo che sono di grandissima utilità»,14 ossia, in altre parole, che si vendevano benissimo e facevano guadagnare bene. Il nome di Münster sarebbe infatti comparso, senza possibilità di appello, nell’implacabile Indice romano del 1559 tra gli «auctores primae classis», ossia tra quegli autori «quorum libri et scripta om- 24 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Sopra: pesanti interventi espurgatori sui passi incriminati della descrizione della Sardegna di S. Arquer da un’edizione latina della Cosmographia universalis. A destra: Index Librorum Prohibitorum 1559: frontespizio nia prohibentur». Come già nell’Indice veneziano del 1554, la condanna era espressa una prima volta alla lettera M, per essere poi ripetuta e ribadita alla lettera S.15 E ancora, nello stesso Indice, esplicite condanne subivano anche due delle più celebri opere curate o progettate dal Münster: la Geographia universalis, titolo dietro cui si cela la traduzione della Geographia tolemaica, apparsa per la prima volta a Basilea nel 1540,16 e la «Biblia Basileae cum annotationibus Sebastiani Munsteri», ossia la versione latina dell’Antico Testamento, condotta dal Münster direttamente sul testo ebraico e stampata ancora a Basilea dall’officina del Petri nel 1535.17 Né differente trattamento gli avrebbe riservato, sempre nel 1559, l’Indice spagnolo, condannan- done gli Opera omnia, ancora nelle rubriche M e S, e la Geographia universalis. Su quest’ultima convergevano poi diversi sospetti, dal momento che, oltre all’editore Sebastian Münster, risultava tra gli autori bollati di eresia dall’Indice spagnolo anche il traduttore Willibald Pirckheimer (1470-1530).18 Il successivo Indice spagnolo del 1583 avrebbe infine confermato la condanna «Sebastiani Munsteri opera omnia» senza alcuna pur parziale riabilitazione.19 In una direzione di totale e ribadita fermezza nei confronti della produzione del Münster si era peraltro già mosso l’Indice tridentino del 1564, per molti versi ben più benevolo di quello rigidamente integralista di Paolo IV. Neppure l’Indice conciliare, che pure aveva scelto la via del compromesso per ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano salvare Erasmo, declassandolo dalla prima alla seconda classe, ossia dagli autori le cui opere erano incondizionatamente bandite a quelli «occasionalmente caduti nell’errore, ai quali si poteva anche concedere una patente di ortodossia», aveva rettificato o mitigato la condanna espressa nei confronti dell’ebraista protestante nel 1559. Sebastian Münster era e rimaneva nella lista dei pessimi autori di prima classe.20 Una parziale riabilitazione venne piuttosto dagli Indici pubblicati nei Paesi Bassi Cattolici. Se in quello di Anversa del 1570 si provvedeva a sottrarre l’autore al marchio infamante di eresia, facendolo passare dalla prima alla seconda classe, e aprendo una breccia nell’insieme fino a quel momento monolitico delle opere condannate («Sebastiani Munsteri omnia opera, praeter grammaticalia, fabricam horologi, sive rudimenta mathematica, et vocabula- 25 ria chaldaica et hebraica»),21 nell’Indice espurgatorio cosiddetto di Lovanio del 1571 si faceva espressa menzione della Cosmographia, soffermandosi su una sessantina di luoghi meritevoli di censura: «ea quae in Cosmographia Munsteri delenda sunt et corrigenda».22 Allo stesso modo erano indicati tre specifici interventi da operare anche nel testo della Geographia universalis, la cui lettura, già nel 1570, era autorizzata previa espurgazione («Geographia repurgetur»).23 Diversamente, tornando nei territori sotto la giurisdizione dell’Inquisizione romana, un Indice locale come quello di Parma del 1580 avrebbe ribadito la condanna totale come autore di «Sebastianus Munsterus» e proposto, per la prima e unica volta in Italia, anche quella esplicita per la Cosmographia.24 Scontata, a questo punto, la presenza di Sebastian Münster tra gli «auctores primae classis» anche nel- 26 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 A sinistra e a destra: censura nominale al frontespizio e alle prime carte di un’altra opera di Sebastian Münster (Dictionarium trilingue, Basilea, H. Petri, 1530) l’Indice clementino del 1596, l’ultimo del Cinquecento, nel quale il nome dell’ebraista protestante figura sia alla lettera M sia alla lettera S.25 Non stupisce pertanto che in pieno Seicento, in un rogo di libri sulla pubblica piazza a Udine nel dicembre del 1648, compaiano ancora «tre libri di Sebastiano Mustero».26 Veniamo ora alla copia della Cosmografia in italiano conservata presso la Biblioteca Braidense e alla vicenda che vi si nasconde. Il volume, rilegato in piena pelle moderna, presenta al margine inferiore del frontespizio una nota di provenienza abbastanza scontata, quella del Collegio dei Gesuiti di Milano, la cui biblioteca andò a formare, dopo la soppressione settecentesca dell’Ordine, il primo grande nucleo della Braidense. Ai Gesuiti era però arrivato probabilmente per lascito. Due precedenti note di possesso conducono infatti a ritroso nei secoli, fino alla Milano di san Carlo Borromeo. Al margine superiore del primo foglio di guardia si legge una prima nota vergata da una mano che può verosimilmente datarsi al XVII secolo: «Signor Gio. Battista Spetiano». Al centro del frontespizio, lungo il margine destro, si legge quindi una seconda sigla di possesso, di mano diversa, che scrive «Speciano f.». Ma l’interesse e la curiosità dello studioso sono attratti da altre note ancora circoscritte alle carte preliminari del volume. Il frontespizio presenta un’aggiunta manoscritta al titolo ad avvertire che i «Sei Libri della Cosmografia Universale» sono stati «corretti et espurgati come si vede nella faciata della prima carta». Alla stessa mano zelante si deve forse la striscia di carta incollata nel margine inferiore, a coprire l’indicazione del nome dell’autore (guai se gli occhi di un buon cristiano vi si fossero soltanto imbattuti!), condannando così Sebastian Münster a futura damnatio memoriae, e costringendo qualcun altro, secoli dopo, forse nel Settecento, a riscrivere a penna «auctore Munster» per restituire paternità a un’opera altrimenti anonima. Ma i reali protagonisti, cui è necessario dare un volto, si palesano al centro del secondo foglio di guardia dove una lunga nota manoscritta avverte: «Conceditur licentia Magnifico ac Nobili domino Alexandro de Spetianis Mediolani tenendi et legendi hunc librum correctum et emendatum per me fratrem Iulium de Cremona Inquisitorem totius status Mediolani». Il libro apparteneva dunque, senza ombra di dubbio, agli Speciani (o Speciano), blasonata famiglia patrizia milanese. Concreti passi in avanti nell’identificazione di questo Alessandro si compiono frugando nell’albero genealogico degli Speciano.27 Gloria e onore alla famiglia, di probabili origini cremonesi,28 portò nel primo Cinquecento Giovanni Battista († ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 1545), capitano di giustizia, commissario generale dell’esercito, membro del Consiglio Segreto di Francesco Sforza e feudatario di Arena Po nel Pavese dal 1538.29 Soprattutto però, almeno per quello che qui più ci interessa, Giovanni Battista fu capostipite di una generosa dinastia: ebbe infatti da Maddalena di Giovanni Antonio Sacchi,30 oltre a due femmine, ben otto figli maschi, tre dei quali risultano iscritti all’albo dei magistrati patrizi milanesi: Prospero, dal 1563 al 1588, Ottavio, dal 1588 al 1603, e Alfonso dal 1603 al 1604.31 Il sesto maschio fu nientemeno che Cesare (1539-1607), l’esponente più illustre della casata, corrispondente del cardinale Borromeo a Roma, vescovo di Novara (dal 1584) e Cremona (dal 1591) nonché nunzio pontificio presso la corona di Spagna e successivamente presso 27 l’imperatore Rodolfo II.32 Di qualche anno più grande di Cesare era invece il nostro Alessandro, il terzogenito, capitano al servizio di Filippo II, sposato con Paola Fossani e deceduto nel 1591.33 Dalle carte d’archivio veniamo anche a sapere che risiedeva nella parrocchia di San Bartolomeo in Porta Nuova,34 prendeva parte alle fastose cerimonie mondane dell’epoca,35 e in seguito all’uccisione del fratello Pompeo si preoccupava di ottenere licenza a portare «per sicurezza di sua vita ... ogni sorte d’arme offensive e deffensive».36 La prima metà del cerchio si è dunque chiusa con il sicuro riconoscimento del possessore del volume: l’insigne capitano Alessandro, fratello del vescovo Cesare Speciano. Non resta che dare un volto a quel ‘frater Iulius de Cremona Inquisitor totius status Mediolani’. Si accerta 28 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 che tra il 1579 e il 1584 Inquisitore dello Stato di Milano fu proprio un tal Iulius Ferrarius de Cremona, poi trasferito alla provincia di Piacenza.37 La notizia permette quindi non solo di serrare il cerchio attorno ai protagonisti della vicenda, ma anche di restringere l’arco di tempo in cui avvenne: verisimilmente non prima del 1579, dunque, e non oltre il 1584, negli anni in cui, auspice Pio V, venivano ripristinati i divieti dell’Indice paolino e avviata la revisione di quello tridentino. Ora è tempo di seguire come fra Giulio da Cremona abbia esercitato il proprio incarico. Lo studio e l’analisi integrale del volume (qui evidentemente ridotta a qualche passaggio) restituisce l’immagine di un censore fanatico che agì con meticoloso quanto sterile zelo, accanendosi, in primis, nel cancellare con pesanti tratti di inchiostro quasi tutte le occorrenze, dal frontespizio giù fino all’ultima pagina, del nome Münster e di altri collaboratori della ‘setta riformata’, le cui citazioni sono inseguite, stanate e cassate con tale meticolosità da far sospettare che le rarissime sopravvissute siano solo fortuitamente sfuggite alla sua penna. Quel tipo di censura detta NOTE 1 G. FRAGNITO, “Li libbri non zò rrobba da cristiano”. La letteratura italiana e l’indice di Clemente VIII (1596), «Schifanoia», XIX, 1999, pp. 123-135: 125. 2 Riprendo qui, con opportune modifiche, ampi stralci e più leggera bibliografia in nota, la ricerca pubblicata alcuni anni fa col titolo Libri proibiti e Inquisizione a Milano nel secondo Cinquecento. Un esemplare espurgato de La Cosmografia di Sebastian Münster, in G. Petrella, Uomini, torchi e libri nel Rinascimento, Udine, Forum, 2007, pp. 309-336. 3 S. SEIDEL MENCHI, Erasmo in Italia 1520-1580, Torino, Bollati Boringhieri, 1987, p. 290; G. FRAGNITO, La Bibbia al rogo. ‘nominale’ (tanto ipocrita quanto inutile visto che in molti casi non sottraeva affatto la possibilità di lettura dei brani incriminati) si accanisce a colpi di inchiostro contro altri umanisti e letterati coinvolti con la Riforma, autori in prima persona di descrizioni pubblicate nella Cosmografia o semplicemente citati a testo. È oscurata l’unica occorrenza di Calvino (p. 112), nominato, quasi incidentalmente, in apertura di una missiva rivolta al Münster da un suo collaboratore. Vengono sottoposti alla pratica ‘de expungendis haereticorum nominibus’ anche la famiglia Amerbach al completo (p. 469), dal capostipite Johann († 1513), tipografo a Basilea, ai figli Bruno (1484-1519), Basilio (1488-1535) e Bonifacio (1495-1562); l’umanista editore dei postumi Opera omnia di Erasmo Beato Renano (pp. 468-469) e Konrad Pellikan (p. 684), del quale cassa la lode tributatagli dall’allievo di un tempo Sebastian Münster: «fedelissimo predicatore e uomo integerrimo». Allo stesso modo si accanisce contro tre dei più illustri membri della dinastia Vergerio, a nessun dei quali è disposto a concedere la patente di ortodossia: «a nostra età son nati tre fratelli della fami- La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 300-302; G. FRAGNITO, “Li libbri non zò rrobba da cristiano”, p. 129. Il lettore che voglia approfondire il tema della censura può rivolgersi all’utilissimo e agile M. INFELISE, I libri proibiti, Roma-Bari, Laterza, 2004. Se volesse poi costruirsi uno scaffaletto sull’argomento, una bibliografia di primo soccorso non può prescindere da A. ROTONDÒ, La censura ecclesiastica e la cultura, in Storia d’Italia, V, I Documenti, Torino, Einaudi, 1973, pp. 1397-1492; i saggi raccolti in Le pouvoir et la plume. Incitation, contrôle et répression dans l’Italie du XVIe siècle, Paris, Université de la Sorbonne nouvelle, 1982; L’inquisizione e gli storici. Un cantiere aperto. Atti del Convegno dell’Accademia Nazionale dei Lincei (Roma, 24-25 giugno 1999), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 2000; i saggi raccolti negli atti del convegno La censura libraria nell’Europa del secolo XVI, a cura di U. Rozzo, Udine, Forum, 1997; i saggi raccolti in Church, Censorship and Culture in early modern Italy, ed. by G. Fragnito, Cambridge, University Press, 2001; Censura ecclesiastica e cultura politica in Italia tra Cinquecento e Seicento, a cura di C. Stango, Firenze, Olschki, 2001; Dal torchio alle fiamme. Inquisizione e censura: nuovi contributi dalla più antica Biblioteca Provinciale d’Italia, a cura di V. Bonani, Salerno, Biblioteca Provinciale, 2005, pp. 81-96; G. ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano glia Vergera Aurelio, Pietro Paolo e Giovanni per dottrina e pietà in tutta Italia famosi. Il primo fu cavaliere de Rodo, negociando di cose importanti alla cristiana religione, gli altri due furono vescovi di Giustinopoli, l’altro di Pola» (p. 763). Un classico esempio insomma di ‘censura capillare’. Non stupisce a questo punto che fra Giulio abbia riservato lo stesso trattamento al pestifero Erasmo, coprendone costantemente il nome tutte le volte che esso ricorre, ma soprattutto infierendo in corrispondenza della descrizione di Rotterdam (p. 147). L’espurgazione ha qui reso pressoché illeggibile il testo originale, raggiungendo dunque il proprio scopo. Solo il confronto con una copia della stessa edizione esente da pratiche censorie permette di recuperare il testo a stampa sottostante e soddisfare la nostra curiosità.38 Alessandro Speciano e la sua famiglia non avrebbero mai dovuto leggere (o rileggere) la seguente lode di Erasmo: «prefetto et riparatore delle buone lettere, unico ornamento della Germania, et massimamente della gente della Batavia». In conclusione del paragrafo, invece, copre una sorta di ‘pellegrinaggio’ compiuto da Filippo II FRAGNITO, Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2005; U. ROZZO, La letteratura italiana negli ‘Indici’ del Cinquecento, Udine, Forum, 2005; V. FRAJESE, Nascita dell’Indice. La censura ecclesiastica dal Rinascimento alla Controriforma, Brescia, Morcelliana, 2006. 4 S. MÜNSTER, Sei libri della Cosmographia Universale, Basel, H. Petri, 1558 (Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, OO. XII. 47; legatura moderna in piena pelle, esemplare con timbro e nota di possesso del Collegio dei Gesuiti di Brera). 5 G. FRAGNITO, “Li libbri non zò rrobba da cristiano”, p. 129; V. FRAJESE, Nascita dell’Indice, pp. 403-431. 6 29 di Spagna nel 1549 alla casa nativa di Erasmo, davanti alla quale era stata eretta una statua lignea: «doppo Filippo, la regina et gli altri prencipi dalla memoria d’un tanto huomo accesi visitorono religiosamente la lui casa et nativa camera». Contrariamente ad altri censori che non ritrassero la penna neppure di fronte alle immagini, fra Giulio non deturpò invece la silografia di Erasmo stampata a fianco del testo. Né più avanti nel volume si accanì contro una seconda suggestiva immagine di Erasmo, ispirata a uno dei più celebri ritratti eseguiti intorno al 1523 da Hans Holbein il Giovane, che raffigura l’umanista di profilo con la cappa e la berretta, impegnato a scrivere su un foglio appoggiato a un leggio.39 L’Holbein ne aveva steso un abbozzo, che Erasmo regalò poi all’amico Bonifacio Amerbach e tramite questi discese nella Cosmographia (p. 470): Avendomi fatto partecipe l’eccellente uomo Messer Bonifacio Amerbachio sopranominato d’una effigie d’[Erasmo Rotherodamo] disegnata e colorita al naturale da un nobilissimo dipintore del nostro tempo Giovanni Holbeinio, molto bene e felice- V. FRAJESE, Le licenze di lettura e la politica del Sant’Uffizio dopo l’Indice Clementino, in L’inquisizione e gli storici, pp. 179220: 208. 7 Sulla confessione come strumento per il controllo della lettura e della circolazione libraria: A. PROSPERI, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996, pp. 211-548: 230-235; G. ROMEO, Ricerche su confessione dei peccati e inquisizione nell’Italia del Cinquecento, Napoli, La Città del Sole, 1997. 8 K. H. BURMEISTER, Sebastian Münster: Versuich eines biographisches Gesamtbildes, Basel–Stuttgart, Helbing-Lichtenhahn, 1963;ID., Sebastian Münster. Eine Bi- bliographie mit 22 Abbildungen, Wiesbaden, G. Pressler, 1964; ID., Briefe Sebastian Münsters, Frankfurt a. M., Insel Verlag, 1964. 9 S. MÜNSTER, Cosmographey, Basel, H. Petri, 1544; 1545; 1546; 1548; 1550 (VD16, M6689-6693); Cosmographiae universalis libri VI, Basel, H. Petri, 1550 (VD16, M6714). 10 La prima ad apparire fu nel 1552 la traduzione in francese, poi più volte ristampata: S. MÜNSTER, La Cosmographie universelle, Basel, H. Petri, 1552; 1556; 1560; 1565; 1568; Paris, M. Sonnius, 1575 (ADAMS M1913-14; VD16, M6707-6711). Nel 1554 fu stampata a Praga, dall’officina di Jan Kosorsky, una Kozmograffia Cžeská, 30 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 mente m’è piaciuto di far cosa che sia a grado a coloro che son di lui studiosi porne qui uno esempio quindi comun che si sia ritratto acciocché eglino l’abbino non solamente che egli gli guardi in faccia al dirimpetto e intera, come la proponemmo quando di sopra discrivemmo l’Ollandia, ma altresì che una gota sola se ne vegga rilevata. traduzione di Zikmund z Puchova: S. MÜNSTER, Kozmograffia Cžeská, Praha, Jan Kosorsky, 1554 (K. H. BURMEISTER, Sebastian Münster. Eine Bibliographie, pp. 84-85). Nel 1558 fu la volta della versione in italiano: Sei libri della Cosmografia Universale, Basel, H. Petri, 1558 (VD16, M6712). Per il pubblico italiano fu allestita anche una Cosmographia Universale … corretta et repurgata, Köln, eredi A. Byrckmann, 1575 (VD16, M6713). 11 Index des livres interdits, par J. M. De Bujanda, 11 voll., Sherbrooke - Genève, Centre d’Etudes de la Renaissance – Droz, 1985-2002, III, pp. 412, 434; V, p. 435; VIII, pp. 611, 674. 12 Per una bibliografia delle edizioni Ricordo invece che entrambi i ritratti di Erasmo sono violentemente sfigurati e oltraggiati da un anonimo censore spagnolo nell’esemplare de La Cosmographia, Basel, H. Petri, 1550 conservato a Madrid (Biblioteca Nacional, A. 14. 383, pp. 130, 407).40 Allo stesso modo è curioso, se non sorprendente, che il Ferrario, pur oscurando con meticolosità tutte le occorrenze del nome Münster, non abbia ritenuto di dover cancellare o in qualche modo imbrattare il bel ritratto di Sebastian Münster «anno aetatis suae 60» che campeggia in apertura del volume (c. *1v). Il secondo tratto caratteristico del procedimento espurgatorio condotto dal Ferrario, dopo la cancellazione di tutte le occorrenze dei nomi dei presunti eretici, consiste nella rimozione di ogni minimo cenno lesivo della morale e soprattutto dell’autorità della Chiesa Romana. Si possono così raccogliere sotto quest’unica tipologia i numerosi interventi di soppressione di intere frasi o semplici parole che avrebbero gettato cattiva luce sulla condotta dei pontefici o, più in generale, del clero. È ad esempio proprio di questa natura il pri- della Cosmographia è necessario ricorrere, pur con qualche cautela, al censimento compilato da K. H. BURMEISTER, Sebastian Münster. Eine Bibliographie, pp. 62-88, da integrare, per il Cinquecento, con i dati di VD16, M6689-6719 (da cui restano escluse soltanto l’edizione ceca del 1554 e l’edizione in francese stampata a Parigi nel 1575) e per il Seicento con i dati di VD17 (Das Verzeichnis der im deutschen Sprachraum erschienenen Drucke des 17. Jahrhunderts) consultabile all’indirizzo www.vd17.de (ed. 1614: VD17 23:635683K; ed. 1614: 547:689033C; ed. 1628: 23:230709C). Per la tradizione a stampa dell’opera rimando infine al mio La Sardiniae brevis historia di Sigismondo Arquer e la tradizione a stam- pa della Cosmographia di Sebastian Münster, «Italia Medioevale e Umanistica», XLVII, 2006, pp. 255-285. 13 DE BUJANDA, III, pp. 328, 354. 14 P. F. GRAENDLER, L’Inquisizione romana e l’editoria a Venezia 1540-1605, Roma, Il Veltro, 1983, pp. 142-143, 406-413: 410411. 15 DE BUJANDA, VIII, pp. 611, 674. 16 Geographia universalis, vetus et nova, complectens Claudii Ptolomaei Alexandrini enarrationis libros VIII, Basel, H. Petri, 1540 (VD16, P5214). DE BUJANDA, VIII, p. 486. 17 DE BUJANDA, VIII, p. 311. Casi di sequestri della Bibbia del Münster a Firenze e Genova segnala G. FRAGNITO, La Bibbia al ro- ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 A sinistra e destra: ritratti di Erasmo sfigurati da un anonimo censore nell’esemplare de La Cosmographia, Basel, H. Petri, 1550 conservato a Madrid (Biblioteca Nacional, A. 14. 383) mo intervento espurgatorio che si riscontra nell’esemplare Braidense. Nel bel mezzo della descrizione dell’Inghilterra, a proposito delle vicende in cui fu coinvolto Giacomo IV di Scozia, il Ferrario deturpa fino a renderlo illeggibile il seguente passo (p. 61): «avenga che i Galli si sforzassino incitarlo contra Henrigo ottavo re dell’Inghilterra, non dimeno mai non poterono ciò fare che egli pigliasse la guerra [se le fraudi de’ pontefici e de’ frati non vi si frammettevano]». Più avanti, a proposito di Silvestro III (p. 109), non si limita a cassare il passo incriminato, ma interviene con una postilla marginale per modificare la diceria di alcuni storici di parte avversa: «fu fatto papa detto Silvestro terzo huom molto dotto nelle scienze liberali ... Ma per ciò che egli macchiò la sua scienza con l’arte diabolica se ne dice molto [male] (cassato e sostituito a margine da «altro») dagli historici (ag- go, pp. 262, 282. 18 DE BUJANDA, V, pp. 363, 435. 19 DE BUJANDA, VI, pp. 331, 475, 531. 20 DE BUJANDA, VIII, p. 867. 21 DE BUJANDA, VII, pp. 222-223, 668. 22 DE BUJANDA, pp. 546-548, 799-803. 23 DE BUJANDA, pp. 222, 548, 803. 24 DE BUJANDA, IX, pp. 156, 184. 25 DE BUJANDA, pp. 962, 971. 26 S. CAVAZZA, Inquisizione e libri proibiti in Friuli e a Gorizia tra Cinquecento e Seicento, «Studi Goriziani», XLIII, 1976, pp. 2980: 78. Compaiono frequentemente opere del Münster anche negli inventari di biblioteche private veneziane di primo Seicento (P. F. GRAENDLER, L’Inquisizione romana e l’editoria a Venezia, p. 399). 27 giunge a margine: ««nemici e pocco dotti»). Giunto all’altezza della descrizione dell’Italia (p. 227), non poteva non coprire la sferzante accusa mossa ai pontefici di essere responsabili della degenerazione morale degli Italiani: «Ma oggi quali costumi abbino gl’Italiani è assai manifesto. [Scrivono molti il papato nell’Italia aver non poco scemata la disciplina cristiana]». Fine prima parte. La seconda sarà pubblicata sul prossimo numero di novembre. G. SITONI, Theatrum genealogicum familiarum illustrium, nobilium et civium inclytae urbis Mediolani, f. 422 (manoscritto datato 1705 conservato presso l’Archivio di Stato di Milano). Gli Speciano sono già celebrati da P. MORIGI, La nobiltà di Milano, Milano, G. B. Bidelli, 1615, pp. 414415 e G. P. CRESCENZI, Anfiteatro romano, Milano, G. B. Malatesta, 1645, pp. 53, 6970, 212. 28 G. SITONI, Theatrum genealogicum, f. 422 avvia l’albero genealogico da un Liberius Speciani notaio cremonese sullo scorcio del Quattrocento. 29 P. MORIGI, La nobiltà, p. 414; G. FRANCESCHINI, Le dominazioni francesi e le restaurazioni sforzesche, in Storia di Milano, VIII, Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri, 1955, pp. 83-333, in part. 310, 316; F. CHABOD, Per la storia religiosa dello Stato di Milano durante il dominio di Carlo V: note e documenti, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1962, pp. 15, 230-231; ID., Lo stato e la vita religiosa a Milano nell’epoca di Carlo V, Torino, Einaudi, 1971, ad indicem; U. PETRONIO, Il senato di Milano, Milano, Giuffrè, 1972, p. 79 nota 223. Il feudo di Arena Po (Pv), di proprietà degli Speciano ancora nel Settecento, risulta acquistato da Giovanni Battista nel 1538 da Castellano Maggi. 30 G. SITONI, Theatrum genealogicum, f. 422. 31 P. MORIGI, La nobiltà, pp. 414-415; F. 32 ARESE LUCINI, Elenchi dei magistrati patrizi di Milano dal 1535 al 1796, «Archivio Storico Lombardo», s. 8, VII, 1957, pp. 147-199: 156, 162, 196; ID., Le supreme cariche del Ducato di Milano, «Archivio Storico Lombardo», s. 9, IX, 1970, pp. 59-156: 71-72, 86. 32 Su Cesare Speciano basti qui la voce di M. MARCOCCHI, in Dizionario della Chiesa Ambrosiana, VI, Milano, NED, 1993, pp. 3512-3514; ID., Cesare Speciano sulle orme di san Carlo Borromeo. Coscienza e azione pastorale in un vescovo di fine Cinquecento, in L’intelletto cristiano. Studi in onore di mons. Giuseppe Colombo per l’LXXX compleanno, Milano, Glossa, 2004, pp. 87-96. 33 G. SITONI, Theatrum genealogicum, f. 422; P. MORIGI, La nobiltà, p. 415. Alessandro Speciano è registrato come marito di Paola Fossani anche nell’albero genealogico della famiglia Fossani in Teatro genealogico delle famiglie nobili milanesi, p. 218, manoscritto del sec. XVIII conservato presso la Biblioteca Nazionale Braidense (ms. AM. XV. 3-4). Se il nostro Alessandro è da identificarsi con «l’illustre signor Alexandro Speciano de anni 45» che ho trovato registrato nello stato d’anime della Parrocchia di San Bartolomeo in Porta Nuova del 1576 conservato presso l’Archivio Diocesano di Milano (Duplicati e status animarum, vol. V, p. 133) si potrebbe ricavarne come data di nascita l’anno 1531. Nel 1576 tale Alessandro Speciano di anni 45 risiede nella «casa delli signori Landriani» assieme a quattro altre persone, probabilmente servitori; non sembrerebbe dunque ancora sposato. Sepolture degli Speciano (tra cui quella del capostipite Giovanni Battista) risultano sempre in Porta Nuova, nella chiesa di S. Angelo dei frati Minori (V. FORCELLA, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano dal secolo VIII ai giorni nostri, V, Milano, Società Storica Lombarda, 1890, la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 nn. 153, 160). 34 Una conferma di uno status sociale elevato si ricava dalla presenza di Alessandro, all’epoca ancora abitante nella parrocchia di San Bartolomeo, nell’Index divitum et nobilium habitantium in curis Mediolani realizzato sulla base di un’inchiesta vescovile del 1586 (D. ZARDIN, Nobili e ricchi nella Milano del ’500: i dati di un’inchiesta vescovile del 1586, in L’Italia degli Austrias. Monarchia cattolica e domini italiani nei secoli XVI e XVII, a cura di G. Signorotto, Brescia, Centro Federico Odorici, 1993 = «Cheiron», IX, 1992, 17-18, pp. 307-356: 339 n. 752). 35 Alessandro, assieme al fratello Pompeo, figura tra i partecipanti a una fastosa cerimonia e tra i più illustri patrizi milanesi registrati in un campionario di un sarto del pieno Cinquecento (C. A. VIANELLO, Feste, tornei, congiure nel Cinquecento milanese, «Archivio Storico Lombardo», n.s., I, 1936, pp. 370-423: 391, 423). 36 Così si legge in un documento datato 1572 riunito assieme a poche altre carte relative alla famiglia Speciano (Archivio di Stato di Milano, Famiglie, 181). La stessa richiesta fece anche il fratello Alfonso in data 22 agosto 1582. La licenza risulta concessa in data 3 novembre 1583. 37 Secondo quanto riportato da F. ARISI, Cremona Literata, Parma, typis P. Montii, 1706, II, p. 338, III, p. 206 il domenicano fra Giulio Ferrario fu inquisitore a Cremona dal 1560 al 1575, quindi a Milano e poi infine a Piacenza. Morì a Cremona molto in là con gli anni. Non compare né in J. QUETIF – J. ECHARD, Scriptores ordinis praedicatorum, né in altre fonti erudite domenicane. Il suo nome non figura neppure nelle pur documentatissime ricerche di L. FUMI, L’inquisizione romana e lo Stato di Milano. Saggio di ricerche nell’Archivio di Stato, «Archivio Storico Lombardo», s. 4, XIII, 1910, pp. 5124, 285-414; XIV, 1910, pp. 145-220, che pure poté avvalersi di documenti dell’Archivio di Stato andati poi in parte distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale. Una conferma della sua attività milanese di quegli anni viene da G. COZZI, La Messa dei Magi di pre Antonio Vignasca, «Archivio Storico Lombardo», s. 8, IV, 1953, pp. 237243, in cui si ricostruisce un processo per magia avvenuto a Milano nel 1581 davanti a padre Giulio Ferrario da Cremona inquisitore generale dello stato di Milano. 38 Parma, Biblioteca Palatina, Pal. 16318 (esemplare restaurato, con legatura moderna in piena pelle). In verità anche questo esemplare conserva tracce di un anonimo intervento censorio cinquecentesco; fortunatamente però l’intervento di restauro compiuto in epoca moderna ha provveduto a lavare le pagine con tratti di inchiostro ristabilendo così la leggibilità del testo a stampa. 39 P. GANZ, Die Erasmusbildnisse von Hans Holbein, in Gedenkschrift zum 400. Todestage des Erasmus von Rotterdam, Basel, Braus-Riggenbach, 1936, pp. 260269; L. FIRPO, Erasmo e l’arte (1515-1563), in ERASMO DA ROTTERDAM, Il Lamento della Pace, a cura di L. Firpo, Torino, Utet, 1967, pp. 139-206; H. BRUNIN, De Erasmus portretten van en naar Holbein de Jonge, «Bulletin des Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique», XVII, 1969, pp. 145-160; A. GERLO, Erasme et ses portraitistes, Nieuwkoop, B. de Graaf, 1969, pp. 45-67; H. REINHARDT, Erasmus und Holbein, «Basler Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde», LXXXI, 1981, pp. 41-70. 40 M. BATAILLON, Èrasme et l’Espagne, texte établi par D. Devoto, edité par C. Amiel, Genève, Droz, 1991, pp. 840-842, figg. XVII-XVIII. ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LE MOSTRE – RIFLESSIONI E INTERPRETAZIONI – LO SCAFFALE LA MOSTRA/1 SGUARDI MODERNI SU ROMA E SULLA GRECIA ANTICA Natura, mito e fortuna dell’archeologia a cura di luca pietro nicoletti ifficile e coraggioso il tentativo di fare una mostra di archeologia fruibile per il grande pubblico: significa fare i conti con un tessuto così frammentato che richiede un livello di astrazione concettuale non semplice da restituire nei termini di fruizione che sono necessari al pubblico. Eppure, in questo 2015 si segnalano almeno tre eventi dedicati a grandi temi dell’archeologia classica (di D quella alla Fondazione Prada, Serial/Portable Classic, c si è parlato nel numero di giugno), ciascuna con uno specifico taglio, volti a rendere fruibili passaggi concettuali non sempre di immediata ricezione per i non addetti ai lavori. È questo, per esempio, l’obiettivo di Mito e natura, la mostra curata da Gemma Sena Chiesa e Angela Pontradolfo a Palazzo Reale di Milano (il prossimo anno migrerà al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), che cerca di spiegare, con copia di esempi e capolavori dai musei italiani e stranieri, il rapporto dell’arte antica e la realtà naturale. L’intenzione, in definitiva era di mostrare quali fossero le possibili vie Sopra: Anfora con eroti vendemmianti (c.d. Vetro blu) Vetro cammeo, età claudia Napoli, Museo Archeologico Nazionale Archivio fotografico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli. A sinistra: Corona aurea a foglie di quercia oro, bronzo, II sec. a.C., Taranto, Museo Nazionale Archeologico. Su concessione del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica della Puglia – Archivio Fotografico (foto di P. Buscicchio). Sopra in centro: Piatto da pesce, Ceramica apula a figure rosse, 330-310 a.C. da Ruvo, Collezione Intesa Sanpaolo 34 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Sopra da sinistra: Rilievo Grimani: pecora che allatta i suoi cuccioli, Marmo, tarda età augustea, prima metà I a.C., Vienna, Kunsthistorisches Museum. Affresco da Pompei,i Casa del Bracciale d’Oro, oecus, parete sud, registro mediano, Intonaco dipinto, età giulio-claudia, Pompei, Casa del Bracciale d’Oro, Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia. Qui accanto: Cratere tardo geometrico, c.d. Cratere del Naufragio, Argilla, 725-700 a.C., Museo Archeologico di Pithecusae, Villa arbusto, Lacco Ameno per la rappresentazione figurata dell’ambiente quotidiano nella produzione visiva del mondo antico: attraverso quali vie, insomma, il reale poteva fare irruzione nella pittura vascolare, o nella decorazione degli ambienti domestici o in altre forme espressive, dal momento che non esistevano codici che prevedessero la raffigurazione della natura fine a se stessa. Questo significava, semplificando molto e ponendosi su un crinale fra storia dell’arte e interesse antropologico, portare la natura nell’opera d’arte sotto le vesti del mito o gravata di significati simbolici, presenti anche quando l’artista si lascia andare a un tripudio di ricchezza e di abbondanza di beni di natura. Ne è un bell’esempio il famoso vaso blu del Museo archeologico di Napoli, anforisco realizzato nella rara e preziosa tecnica del vetro-cammeo, con i suoi rigogliosi tralci di vite e scene di vendemmia, che potrebbe quasi sembrare, a un primo sguardo una scena di genere tradotta con una tecnica preziosissima su un oggetto di lusso. Ma sotto le ghirlande di frutti (e frutti con precisi significati, come la melagrana, fra gli altri) sono degli eroti mitologici a pigiare l’uva o a raccogliere i grappoli dalla vite: e la vite stessa, a ben guardare, si diparte da una maschera di teatro collocata in luogo delle radici. Anche laddove sembrerebbe legittimo abbandonarsi alla più semplice immersione nella natura rigogliosa, dunque, esiste un significato più o meno nascosto. La stessa mitologia greca, in fondo, offriva molti spunti di natura, dagli abissi marini abitati da Nettuno al mito di Persefone, e le stesse divinità sovrintendevano alla stessa natura coltivata: Dioniso aveva dato agli uomini il vino, Athena l’ulivo sacro e Demetra la cultura cerealicola. La natura festante delle abitazioni romane, come le pareti del viridarium della Casa del Bracciale d’oro a Pompei, presenti in 36 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 A sinistra: Christen Købke, Il Foro di Pompei,i olio su carta incollato su tela, 36,6 cm x 44,4 cm, 1840, Odense, Fyns Kunstmuseum, Mondadori Portfolio//www.bridgemanart.com. Sotto: Pablo Picasso, Due donne che corrono lungo la spiaggia (La corsa), gouache su compensato, 32,5 × 41,1 cm, 1922, Parigi, Musée Picasso © Succession Picasso by SIAE 2015. Nella pagina accanto: Achille e Briseide, seconda metà del I secolo d.C., affresco, 127 cm x 122 cm, Museo Archeologico Nazionale, Napoli, da Pompei, Casa del Poeta tragico. Su concessione del Mibact. Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli, Archivio fotografico mostra, ricordava quindi il giardino delle Esperidi ed era portattrice di messaggi positivi e vitali. Un messaggio pronto a trasformarsi in termini benauguranti quando a riempirsi di una flora rigogliosa in cui perdersi alla ricerca della vivace avifauna che vi si mimetizza erano i luoghi di sepoltura o gli stessi sarcofagi: anche nel momento di recarsi nell’Ade, l’uomo antico portava con sé la speranza che i Campi Elisi fossero rigogliosi come la natura che aveva conosciuto. È un abbinamento antico, questo, che risale già alla famosa tomba del tuffatore di Paestum, con la sua mirabile sintesi grafica: un giovane nudo e purificato, senza peso, si libra in un candido vuoto per tuffarsi in un limpido specchio d’acqua. È un dipinto di grande sintesi: l’acqua è una sottile tavola blu, mentre un elegante alberello, isolato sullo stesso assoluto candore, ricorda che quelle sono acque del Paradiso. Se si tolgono questi casi particolari, che si legano alla svolta di fine IV secolo a.C., quando si può parlare, oltre che di “natura”, anche di “paesaggio”, la mostra, specie nelle prime sezioni, invita a guardare in secondo piano, a porre attenzione agli sfondi delle pittura vascolari e a vedere quegli elementi comprimari che danno indicazioni d’ambiente: alberi o piante, fin dagli esordi, fanno da quinte per la narrazione mitologica, prestandosi subito a pratiche ornamentali. Al contempo, presto irrompe sulla superficie dei vasi o nelle suppellettili dipinte il mondo acquatico, popolato di ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano fauna ittica e di mostri marini: l’immaginario fantastico, in fondo, fa parte integrante del mondo naturale. Guardare all’antichità, però, significa anche interrogarsi sulla distanza fra lo sguardo contemporaneo e le immagini dell’antico che a queste si sono sovrapposte nel tempo: è inevitabile, per l’uomo di oggi, guardare l’antichità con il filtro delle letture che di questo hanno dato le epoche più recenti, e di ritrovare nei manufatti greci o romani quanto vi hanno visto gli uomini del Sette e dell’Ottocento. Interrogarsi quindi sulla fortuna e la fama dei modelli antichi significa fare i conti con il modo in cui gli uomini, nel corso dei secoli, hanno guardato l’arte del passato per calarla nel loro presente e attingerne forme e modelli. Il caso di Pompei, in tal senso, è emblematico: la straordinarietà del rinvenimento ne fece immediatamente un punto di fortissima attrazione per interessi diversi. Era apparso subito chiaro, infatti, che si trattasse di una scoperta sensazione: «O qual grande ventura de’ nostri giorni è mai», scriveva Scipione Maffei in una lettera del 1748, «che si discopra non uno ed altro antico monumento, ma una città»; ancora Leopardi, nel 1836, lo ricorderà ne La ginestra. Partendo da questo presupposto, Pompei e l’Europa indaga il rapporto fra gli artisti e l’antico, in un percorso chiuso fra due date cruciali per il grande sito archeologico campano: l’inizio degli scavi nel 1748 e i bombardamenti durante la Seconda Guerra mondiale nel 1943. Fin da subito Pompei aveva attirato un grande interesse: intellettuali come Goethe e signori come Amelia di Sassonia si erano fatti ritrarre fra le rovine di Pompei, mentre il ritrovamento del tempio di Iside (1765) aveva aggiunto un importante tassello all’imperante “Egittomania” di fine Settecento, con ricadute, oltre che in pittura e scultura, nelle arti applicate, nel costume e nel mobilio. Di Pompei (e di Ercolano a seguire) interessava tutto: le vestigia, la storia, e le testimonianze d’arte che vi si potevano incontrare. La città catalizzava quell’interesse verso le catastrofi naturali di grande forza distruttiva, e l’eruzione del Vesuvio era capace, in tal senso, di portare il sublime all’interno del quadro di storia. Per gli artisti, invece, Pompei costituiva una miniera di motivi ideali per un’arte “all’antica”: è palmare, per esempio, il prelievo effettuato da Antonio Canova 37 in dipinti come le Danzatrici del 179899 dalle leggiadre figure su fondo scuro della cosiddetta Villa di Cicerone, oppure nel Mercato degli amorini,i tela del 1793-1807 oggi presso il Museo di Bassano del Grappa su un tema tanto kitsch quanto fortunato (in pittura ma anche in ceramica), tratto dalla Villa di Arianna a Stabia. Si arriva persino a pensare, come fa Chateaubriand visitando Pompei nel 1804, un grande museo a cielo aperto lasciando i reperti dove erano stati trovati. Siamo sullo sfondo, naturalmente, di uno sguardo emozionato sulle rovine, come ricorda la visionaria interpretazione di Francesco Piranesi nelle acqueforti per il monumentale volume su Le Antichità della Magna Grecia (1804-1807). Lo stesso scavo, 38 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Sopra da sinistra: Filippo Palizzi, Fanciulla pensierosa negli Scavi di Pompei,i olio su tela, 120 cm x 87 cm, 1865, Collezione privata Arturo Martini, Il bevitore (o La sete o L’uomo che beve), 1933-1936, pietra di Finale, alt. cm 70 x prof. cm 96 lung. cm 224, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, foto Idini. Qui accanto: Jean-AugusteDominique Ingres, Studio preparatorio per l’ambientazione di Antioco e Stratonice, matita e acquerello su carta copiativa, 50 cm x 65 cm, Musée Ingres, Montauban infatti, diventa tema iconografico: nel quadro della pittura di genere, le donne e gli uomini intenti nell’estrazione o nel trasporto dei materiali di scavo, come quelle di Filippo Palizzi, magari colti in un momento di stupore di fronte ai prodigi dei maestri antichi (anche i semplici, sembra volerci dire il pittore, sono capaci di emozionarsi di fronte alla vera e grande arte). È nell’Ottocento, infatti, che il piccolo scavo settecentesco si trasforma nella più grande area archeologica del mondo. Nel frattempo, gli esempi più celebri della pittura murale avevano lasciato le pareti delle case di Ercolano e Pompei per essere acconciate come dipinti e musealizzate: non a caso, un pittore come Moreau realizza nel 1859 delle copie su tela delle medesime dimensioni dell’originale dell’Achille e Chirone dell’Augusteum di Ercolano e di Achille e Briseide dalla Casa del poeta tragico a Pompei: dipinti fra loro distanti potevano entrare nello stesso museo ideale. La pittura cerca di competere con quella antica, vuole come ridarle vita con lo stile neoclassico: ne è un bell’esempio la copia parziale della testa di Cerere dall’Eracle e Telefo, anch’essa dall’Augusteum di Ercolano, realizzata da Charles-Octave Blanchard fra 1837 e 1841 (oggi al Musée Ingres di Montauban). Ma nell’immaginario europeo, Pompei diventa un’icona vera e propria: il mito di una città sepolta da un 40 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Jean Cocteau, Picasso e Léonide Massine nel giardino della casa di Marco Lucrezio a Pompei, 1917, fotografia ai sali d’argento, Paris, Musée Picasso © J. Cocteau by SIAE 2015 evento traumatico e improvvisamente piombata nell’oblio. Se ne poteva trarre materia per un dramma teatrale, come farà Giovanni Dacini con L’ultimo giorno di Pompei,i messa in scena al San Carlo di Napoli nel 1825 e alla Scala di Milano nel 1827, da cui Edward George Bulwer-Lytton trarrà l’omonimo romanzo nel 1834. Ma com’era, si chiedevano gli artisti, la vita a Pompei? La risposta, a cui cercarono di dare risposta pittori come Domenico Morelli o Giacinto Gigante, sta al crocevia fra orientalismo e pittura di storia: nascono le scene di vita pompeiana, immaginarie POMPEI E L’EUROPA 1748-1943 NAPOLI, MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE SCAVI DI POMPEI, ANFITEATRO 25 maggio - 2 novembre 2015 http://mostrapompeieuropa.it MITO E NATURA. DALLA GRECIA A POMPEI MILANO, PALAZZO REALE 31 luglio 2015 10 gennaio 2016 http://mostrapompeieuropa.it ricostruzioni di momenti di quotidianità nel mondo antico, in una città ignara di essere prossima alla fine (ma i fruitori dei quadri questo lo sanno e lo pregustano con sublime senso di terrore). Mancava ancora un salto per catapultare infine Pompei nella modernità. Se ancora agli inizi del secolo permangono esempi di ricreazioni in stile dell’antico, come nelle fotografie di Wihelm von Plüschow, memori delle fotografie del barone Von Gloden, conta soprattutto ricordare che da Pompei passano Le Corbusier nel 1911 e Picasso, insieme a Cocteau, nel 1917. Paul Klee vi era passato nel 1902. Tutto questo non poteva rimanere senza conseguenze: è una certa sintesi dei volumi che emoziona gli artisti ed è congeniale ad un certo “ritorno all’ordine” dei valori della pittura. Ma allo stesso tempo, entravano in campo altri oggetti e altre immagini che fino ad allora non avevano interessato gli artisti: già alla fine dell’Ottocento Giuseppe Fiorelli, primo direttore degli scavi di Ercolano e Pompei nell’Italia Unita, aveva messo a punto dei calchi dei corpi rimasti sommersi sotto una pioggia di cenere e lapilli. Erano immagini che avevano immobilizzato la disperazione e gli spasimi del dolore nei loro modi scomposti, tutt’altro che congeniali a un canone classico, ma nelle corde di uno degli artisti “più assimilatori che esistano”: lo scultore Arturo Martini. ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 LA MOSTRA/2 SEGNO, TERRA E MATERIA La ceramica e l’informale otto più aspetti l’Informale ha costituito un atto di liberazione: da una parte, è stata dava il via alle più diverse declinazioni del gesto; dall’altra, invece, ha abbattuto una certa gerarchizzazione delle tecniche erede di una separazione fra arti belle e arti applicate. Lo mostra bene Terrae. La ceramica nell’Informale e nella ricerca contemporanea, la mostra curata da Lorenzo Fiorucci a Palazzo Vitelli di Città di Castello (catalogo Silvana editoriale) in concomitanza con due importanti ricorrenze per la città umbra: il centenario della nascita di Alberto Burri e quello di Leoncillo Leonardi, entrambi artisti legati a doppio filo sia all’Informale sia alla ricerca ceramica. Per il primo, l’esperienza della ceramica era stata S sollecitata proprio a Città di Castello, per il tramite di Dante Baldelli, titolare in città, con il fratello Angelo, delle Ceramiche Baldelli: un esperimento occasionale, forse, circoscritto ad alcuni lavori di piccolo formato del 1948, ma che sarà utile poi quando negli anni Settanta l’artista tornerà a servirsi di questo mezzo per la realizzazione dei monumentali Cretti di Los Angeles (1977) e Capodimonte (1978). Per Leoncillo, invece, la ceramica era uno dei mezzi principali della ricerca plastica, memore, come lo era Burri del resto, delle ferite di guerra, che si trasformano in un segno reiterato e violento sulla materia: «la terra», scrive Fiorucci in catalogo, «si mostra nella sua più intima natura, portatrice di un sentire doloroso e angosciato che si esprime attraverso i segni degli smalti rutilanti ricchi di impercettibili sfumature di colore e grumi di terra tagliata» (p. 18). Con l’Informale la ceramica esce da un ruolo ancillare nei confronti delle arti “maggiori”, complice l’apporto teorico della filosofia di Antonio Banfi e della lettura datane da Enzo Paci (e, aggiungerei, da Dino Formaggio) e della rivalutazione anti-idealistica ed anticrociana, della tecnica artistica come momento fondante dell’operare artistico. La ceramica, in tal senso, offriva un connubio importante fra questi aspetti: imponeva all’artista un sapere artigiano, ma al contempo si prestava a registrare l’esperienza istantanea, autobiografica, del gesto e al “racconto” come ostensione della materia. Si tratta di quella che Flaminio Gualdoni, sempre in catalogo, definisce una «formatività materiale che faccia dell’impurità, dell’imperfezione, della forzatura dissomigliante, della brevità tecnica, la propria chiave linguistica» (p. 23), che ha anche, come scrive Stefania Petrillo, una natura “geologica” e un «debito con la terra e l’universo In alto: Nedda Guidi (Gubbio 1927 – Roma 2015), Foglio, 1962, terracotta e smalti sovrapposti opachi, 51 x 64 cm. A sinistra: un’immagine delle opere in mostra. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 A sinistra: un’altra immagine delle opere in mostra. Sotto: Franco Garelli (Diano D’Alba 1909 - Torino 1973), Figura umana astratta, 1954, ceramica smaltata, 44 x 10 x 12 c.a. cm. organico» da collocarsi, secondo Antonella Pesola, tra «antropomorfia e ancestralità». La ceramica instaura infatti un inedito rapporto “tattile” con l’artista, un rapporto «a tratti erotico», come giustamente notava sempre Fiorucci in merito al lavoro di Melotti (ma la metafora può essere estesa ad altri casi). La ceramica catalizza in maniera trasversale temi di ricerca che qui trovano una traduzione più rapida e, soprattutto, non mediata, come avviene per la fusione in bronzo o per il marmo: qui, nel vero e proprio senso della parola, la scultura in quanto materia può essere “ferita” dal segno, con una violenza che non può rinunciare a fare i conti, negli anni Cinquanta e Sessanta, con la memoria recente della guerra e dei bombardamenti. Sarebbe però sbagliato considerare la produzione ceramica secondo le direttrici informali come una realtà unitaria e compatta: è necessario, al contrario, fare i dovuti distinguo. La mostra, a questo proposito, individua tre filoni principali: una linea del «segno», una della «materia» e una, che si distanzia maggiormente dalle altre due, più legata a un’idea architettonica della scultura e più fedele al vincolo fra manipolazione della terracotta e design, dedicata all’«oggetto», ovvero di un manufatto d’uso con una foggia moderna. TERRAE. LA CERAMICA NELL’INFORMALE E NELLA RICERCA CONTEMPORANEA A cura di Lorenzo Fiorucci CITTÀ DI CASTELLO, PINACOTECA COMUNALE, PALAZZO VITELLI ALLA CANNONIERA 22 agosto -1 novembre 2015 Ma dentro alla materia, oltre alla registrazione del segno, si affacciano anche delle immagini: lo sta ad indicare, per esempio, la Meridiana ferita di Amilcare Rambelli (1962) che fa da immagine guida della mostra. Nel suo disco, di ambizioni monumentali, graffi e crepe di dispongono come una costellazione: la materia non è esposta soltanto per il suo valore di increspatura e di movimento, ma diventa il supporto per un immaginario che si proietta al di fuori della materia stessa. È su questa via, uscendo dall’Informale in senso stretto di Fontana, di Scanavino, di Leoncillo, o del primo Enrico Baj, che all’interno della manipolazione plastica si recupera una presenza figurala, a volte esplicita, spesso non esplicita, fra assorbimento della figura nella materia e una “dimensione figurale” che si distanzia, scrive sempre Fiorucci, dalla «natura materiale del supporto». Ma c’è un dettaglio che fa della terracotta un elemento fondamentale per capire l’informale: oltre alla duttilità nei confronti del segno e della sua impressione, la ceramica è anche scultura colorata, secondo una tradizione anticlassica che rimonta a una linea della storia della scultura ben lontana dal gusto neoclassico per le superfici levigate e monocrome. È con questa, in definitiva, che avviene quello che Enrico Crispolti, con felice definizione, chiama «riscatto del colore plastico». STIRARE CON IMETEC INTELLIVAPOR È FACILE COME GUARDARE UN FILM. IL FERRO INTELLIGENTE CHE NON DEVI PIÙ REGOLARE OGGI TI REGALA 12 MESI AL CINEMA IN 2PER1.* INTELLIVAPO INTELLIVAPOR TTECHNOLOGY ECHNOLOGY PROTEGGI I TUOI CAPI STIRI PIÙ VELOCEMENTE www.imetec.it i t it * Operazione a premi valida dal 01/10/15 al 15/01/16. Montepremi p stimato € 4.500,00 (IVA inclusa). Per condizioni e limitazioni regolamento su www.comeguardareunfilm.it 44 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 RIFLESSIONI E INTERPRETAZIONI IL FLAUTO ROVESCIO Una controstoria della letteratura italiana di giovanni sessa gni azione politica di successo è il risultato del lento sedimentarsi, in un gruppo umano determinato, di ideali e valori con i quali rapportarsi al mondo e alla vita, al fine di farli divenire “mondo”, vivificando il tessuto sociale nel quale ci si trova ad operare. Che lo stato attuale delle cose presenti la necessità di una ricomposizione comunitaria, lo sostengono da tempo studiosi delle più diverse formazioni. Naturalmente, veri rilevatori sismografici di tale bisogno, sono quegli intellettuali che si pongono oltre i confini del politicamente corretto. Alcuni tra essi hanno compreso l’indispensabilità dell’approccio metapolitico, in quanto l’obiettivo prioritario, per le forze alternative al sistema, è da individuarsi nella gramsciana conquista della società civile. In questa operazione di ribaltamento di giudizi ideologicamente stantii e opportunistici, propri della cultura italiana dominante, si distingue un recente libro di Marco Cimmino, Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana (Milano, Bietti, 2015, pp. 760, 18 euro). Tranquilli, non si tratta di un manuale di letteratura, noioso e prolisso come quelli che abbiamo incontrato sui banchi scolastici, dalle pagine paludate, la cui lettura anziché avvicinarci agli autori O presentati, ce ne allontanava. Al contrario. L’autore, la cui prosa è coinvolgente e affabulatoria, riesce a far vivere i protagonisti della storia letteraria patria, da Foscolo ai giorni nostri, in modo nitido e chiarificatore. Suo intento primario è svelare il canone critico grazie al quale alcuni letterati nostrani sono stati affrettatamente beatificati, mentre altri sono stati aprioristicamente esclusi, discriminati o, peggio, condannati alla damnatio memoriae. L’incipit del volume, dedicato al MARCO CIMMINO Marco Cimmino è storico militare specializzato nello studio della Grande Guerra. È membro della Società Italiana di Storia Militare e del Comitato scientifico del festival internazionale “èStoria” di Gorizia. Tra le Sue più recenti pubblicazioni segnaliamo: La conquista dell’Adamello (2009), Abbiamo vinto l’Austria-Ungheria (2011), La conquista del Sabotino (2013, finalista al premio Acqui Storia), La battaglia dei ghiacciai per la LEG di Gorizia. In ultimo, Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana (2014), per la Bietti di Milano. Foscolo, chiarisce come Cimmino, nella sua esegesi si serva, quale criterio discriminante, della coerenza tra il dire e il fare. In questo senso il poeta è antesignano del (mal)costume nazionale. In lui, ricorda l’autore: «non possiamo fare a meno di sottolineare come ai grandi e nobili propositi e sentimenti espressi con voce altisonante in ogni sua opera non fecero mai seguito atti degni di tali proponimenti». Ben diverso il caso di Leopardi, la cui opera è stata, il più delle volte, presentata dalla critica e dal canone interpretativo ufficiale, quale esito della condizione di patimento fisico, e letta quale risultato di problematiche psichiche analizzate in chiave psicanalitica. In realtà, il grande recanatese, è latore di un messaggio di dignità umana e civile, in un epoca nella quale la lamentazione romantica la faceva da padrona. Il realismo tragico delle pagine dello Zibaldone è alta testimonianza di dignitas spirituale: «chi affronta la realtà e l’osserva senza timore, difficilmente potrà evitare di esprimere scetticismo sull’umana stupidità o, se si preferisce, sulle debolezze dell’uomo». È, infatti, lungo la medesima linea interpretativa di Cimmino che, negli ultimi decenni, si è mossa la critica leopardiana più accorta, leggendo il poeta con strumentazione teoretica. Si pensi alle analisi puntuali di Cesare Galimberti, Severino, Givone e soprattutto Donà. Pertanto, rispetto al recanatese, sta cedendo l’asserto critico-canonico, di intellettuale schierato dalla parte delle sorti progressive dell’umanità. ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 Sopra da sinistra: Gabriele d'Annunzio (1963-1938), in un celebre scatto della fine dell'Ottocento; Italo Svevo (1861-1928), ritratto in una foto della fine dell'Ottocento, conservata presso il Museo Sveviano di Trieste Un caso emblematico, a parere dello studioso, è rappresentato da Italo Svevo, il quale all’inizio della carriera letteraria non era stato baciato dal successo, che gli arrise grazie alla “conventicola” di amici italiani e francesi che iniziarono a parlare di lui su riviste prestigiose. Cimmino ricorda la debolezza della scrittura sveviana sotto il profilo lessicale e morfo-sintattico ma riconosce al triestino di aver espresso: «i caratteri negativi dell’uomo moderno…Svevo scelse di raccontare l’apparente normalità del banale quotidiano che, a conti fatti, si rivela più angosciante della semplice follia». Dopo Svevo, le sorti di molti letterati del nostro paese saranno segnate dai giudizi, a seconda dei casi negativi o positivi, della conventicola (ben retribuita) dei critici che, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, sarà schierata in toto nella difesa del politicamente corretto. Innanzitutto, nella difesa di ciò che Renzo De Felice definì la “vulgata resistenziale”. Tale atteggiamento esegetico produsse l’esaltazione acritica di romanzi d’appendice, che toccarono i vertici delle classifiche di vendita e dai quali furono tratti molti “capolavori” del neorealismo cinematografico: «solo perché ambientati tra partigiani o resistenti». Ciò produsse uno dei peggiori fenomeni culturali del dopoguerra: la disumanizzazione dell’avversario, del fascista, incarnazione del male assoluto. Al contrario, la letteratura direttamente legata: «alla resistenza ebbe più pudore…attenuò con la valenza estetica…certe forzature inaccettabili». È il caso di Beppe Fenoglio che nella descrizione della guerra civile, si attenne alla dimensione oggettiva e non fece mai banale apologia resistenziale. La letteratura sessantottarda fu: «deiezione amorfa e iconoclasta di una generazione annoiata e borghesuccia che decise di cimentarsi in una rivoluzione da operetta, senza rischi e senza sussulti». In linea, del resto, con l’esito storico e ormai acclarato della contestazione: non 46 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 IL CANONE CRITICO DOMINANTE BREVE INTERVISTA A MARCO CIMMINO Professor Cimmino, esiste una vulgata imposta all’interpretazione della nostra storia letteraria? Esiste certamente una vulgata che non si limita alla storia e alla letteratura, ma che coinvolge tutta la nostra cultura e influenza pesantemente la civiltà letteraria italiana, determinandone le chiavi di lettura e gli orientamenti, tanto critici quanto scolastici. Si tratta di un preciso meccanismo che, con ogni probabilità, si è affermato subito dopo la seconda guerra mondiale, dettando un canone molto preciso, che prevedeva tanto l’occu- pazione sistematica dei posti eminenti nella macchina amministrativa culturale quanto una prevaricazione dogmatica, dal punto di vista teorico. A questa operazione hanno attivamente contribuito specialmente quei letterati e quegli intellettuali organici al partito comunista che provenivano da un’esperienza fascista (ossia quasi tutti, ovviamente): un modo, in un certo senso, di sdebitarsi con chi li aveva “redenti”. Credo che, in seguito, questa vulgata abbia dominato più per inerzia e incapacità reattiva della società intellettuale che per reale pervicacia: soprattutto in ambito scolastico. Altro discorso è quello che riguarda, invece, gli atenei, le case editrici, la stampa e, in generale, i centri nevralgici del potere culturale: lì vige ancora l’assoluto dominio di una precisa parte politica e lì la vulgata è il pane quotidiano di docenti e letterati. Fatto è che, anche oggi, è in funzione un autentico indice, che impedisce alle voci fuori dal coro di emergere. Conformemente a questo indice e funzionalmente a questa Weltanschauung, si modifica e aggiusta la storia letteraria, per farla combaciare con i propri dettami ideologici. Alcuni autori vengono esaltati a dismisura (Svevo, Calvino, Montale), altri vengono silenziati o accomodati (Pascoli, Verga, Fenoglio) e altri, infine, vengono cassati tout-court, se proprio non è possibile ridurli al canone prescritto (d’Annunzio, Papini, Guareschi). Data la situazione da lei descritta, è possibile individuare criteri di giudizio letterario quantomeno maggiormente obiettivi? In che modo? Il primo criterio dovrebbe essere rivolto al pellegrinaggio alle fonti: se un autore dice di sé una determinata cosa, è pura follia attribuirgli carat- teri opposti, facendo prevalere la glossa sul testo. Il secondo criterio dovrebbe essere dettato dal semplice buon senso: certe chiavi di lettura di certi autori, più che fantasiose sono inverosimili. Il terzo criterio dovrebbe essere quello dell’onestà intellettuale: ma capisco che è una cosa un tantino complicata per chi abbia fatto della dizinformacija la propria ragione di vita. Il quarto, invece, riguarda la formazione degli insegnanti: spesso, quest’ultimi commettono errori madornali e travisano del tutto l’opera di determinati autori semplicemente perché non la conoscono. I professori non leggono le opere, ma soltanto gli estratti antologici. È una lettura frammentaria che, per sua natura, permette la manipolazione tramite la decontestualizzazione. Infine, bisognerebbe applicare la scienza filologica unitamente a quella storico-letteraria: ricostruire l’ambiente, oltre che i rimandi. Ma sempre “con giudizio”: temo, anzi che proprio il “giudizio” sia il punto dolente. L’ideologia, il dogmatismo, la propensione alla demonizzazione e all’angelificazione degli autori, quasi che fossero nemici o alleati, sono il peggior avversario di un buon approccio alla letteratura. E, poi, c’è la semplice stupidità, ma quella… ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 Sopra da sinistra: Beppe Fenoglio (1922-1963), in una foto del 1960; Curzio Malaparte (1898-1957). A destra: Giuseppe Conte (1945), in una foto di Gurcan Ozturk certo liberazione dal Capitale, ma liberazione definitiva del Capitale dagli ultimi vincoli sociali che ne frenavano l’espansione mondialista e omologante. Nella produzione poetica di tali autori, venne meno la tenue ispirazione delle neoavanguardie, la loro fu una poesia del tutto superflua. Purtroppo i tedofori dello sperimentalismo nato allora, sono i maestri dell’Italia contemporanea che, grazie all’autocitazione pretenziosa, sono divenuti: «i modelli culturali della correttezza politica e dell’egemonia del pensiero unico». La loro azione ha occultato volutamente la produzione creativa di “eretici” quali Papini, Prezzolini, Bontempelli, Malaparte, solo per fare qualche nome. Il secolo breve, nato in tragedia, è così finito in farsa. Solo la riscoperta della dimensione estetica quale discrimine tra ciò che è arte e ciò che non lo è, può oggi, conclude Cimmino, ridare speranza. La cosa è stata compresa da Giuseppe Conte, poeta contemporaneo, che ha scritto: «Interrogo te, padre, a te chiedo/ la forza per lottare e per credere che il deserto si deve traversare/ che della sabbia si può fare mare/ e alzare vele e scegliersi una rotta/ per andare dove non importa». Con i Padri verso un futuro Altro e Alto rispetto al presente desertificato. 48 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 LO SCAFFALE Pubblicazioni di pregio più o meno recenti, fra libri e tomi di piccoli e grandi editori Annamaria Petrioli Tofani, “L’Inventario settecentesco dei disegni degli Uffizi di Giuseppe Pelli Bencivenni. Trascrizione e commento”, Firenze, Olschki, 2015, pp. 1822, 190 euro. I quattro volumi che compongono l’opera di Annamaria Petrioli Tofani, direttrice del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi dal 1981 al 2005, attraversano la diacronia dell’intero corpus di disegni della Galleria. La metodologia è puramente filologica: partendo dall’inventario settecentesco dell’allora direttore Giuseppe Pelli Bencivenni, del quale questo libro è anzitutto una trascrizione, l’autrice è giunta all’originale sistemazione dei disegni con un corredo critico di note, commenti e varianti delle attribuzioni. Una sorta di immagine-archetipo, per così dire, della Galleria nel tardo Settecento. Pelli Bencivenni fu, infatti, protagonista di primo piano nella storia delle collezioni d’arte fiorentine quando, in età lorenese e in epoca di imperante Illuminismo, affiancò Luigi Lanzi nella trasformazione dell’antico Museo degli Uffizi - ancora improntato al carattere di universalità da Wunderkammern impressogli nel Cinquecento da Francesco I dei Medici - in un organismo moderno, razionalmente organizzato per categorie di oggetti. Lo scopo era quello di approfondire la conoscenza delle collezioni conferendo loro nel contempo una chiarezza e un’intelligibilità di forte potenziale didattico, in linea con le nuove finalità culturali di cui era ora investita tale istituzione. Rientra in quest’ottica l’enorme lavoro di catalogazione svolto da Pelli Bencivenni negli anni in cui occupò la carica di direttore della Galleria (dal 1775 al 1793): l’attività, che non trascurò gli aspetti più specialistici, è documentata da un’ingente mole di carte, ancora preziosissime per ricostruire snodi cruciali del collezionismo dell’epoca. È il caso degli importanti manoscritti nei quali è conservato quello che possiamo considerare il primo tentativo di inventariazione della raccolta dei disegni. Si può dunque affermare che con questo prezioso strumento di consultazione Annamaria Petrioli Tofani porti luce su una tappa fondamentale della storia delle collezioni grafiche mediceo-lorenesi. Gianfranco Schialvino, “I pittori canavesani. Indagine sull’arte figurativa in Canavese nell’Otto e Novecento”, Santhia, Edizioni di Smens, 2015, pp. 256, 22 euro Sono ben 110 gli artisti raccontati da Gianfranco Schialvino (raffinato disegnatore, incisore, saggista e critico d’arte del quotidiano «La Stampa») in questa sua ponderosa e curatissima pubblicazione. Alcuni già celebrati in monografie che ne esaltano le doti; altri tolti dall’oblio (seppure le loro opere adornino chiese e palazzi del Canavese e non solo); altri ancora infine andati a lavorare lontano dalla loro terra e ormai dimenticati. Più di cento immagini delle loro opere adornano il testo, come a evidenziare che la produzione artistica, in questa zona del Piemonte, sia stata (ieri come oggi) fertile e ricca, prodiga di invenzioni e genialità. Media Italia S.p.a. Agenzia media a servizio completo Torino, Via Luisa del Carretto, 58 Tel. 011/8109311 [email protected] Milano, Via Washington, 17 Tel. 02/480821 Roma, Via Abruzzi 25, Tel. 06/58334027 Bologna, Via della Zecca, 1 Tel. 051/273080 50 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 Il libro del mese Raffinato elogio dell’arte plagiatoria Storia della sottile arte di copiare da Marziale al web LUIGI MASCHERONI QUESTA STORIA L’HO GIA SENTITA... D agli animali preistorici ri-prodotti nelle grotte di Lascaux all’Albero della vita (già visto) di Expo2015, dalla leggenda del Diluvio universale uguale in tutte le civilta all’ultimo successo planetario di Beyoncé che “ha qualcosa” di già sentito nella melodia, l’umanità non fa altro che copiare. Ed è cosi che sopravvive. Facciamo l’esempio più esemplare della storia della letteratura universale e dell’immaginario popolare. Romeo e Giulietta. Secondo le fonti storiche la vicenda accadde nel 1303, quando Verona è sotto la Signoria degli Scaligeri. L’origine letteraria della vicenda dei due amanti risale però al 1531 quan- Nella pagina accanto: Andrea del Castagno (1421-1457), Dante Alighieri (1450), Firenze, Galleria degli Uffizi do il capitano vicentino Luigi Da Porto la narra (in maniera prolissa) nella sua Historia novellatamente ritrovata di due nobili amanti con la loro pietosa morte inLuigi Mascheroni, “Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web”, Torino, Aragno, 2015, pp. 270, 20 euro tervenuta già al tempo di Bartolomeo della Scala. Si trattava peraltro di una storia molto diffusa nei racconti popolari, che fu rivelata al Da Porto da un compagno d’armi, tal Pellegrino da Verona. La novella del capitano Da Porto fu presto ripresa in un poema in ottava rima attribuito a Gerardo Boldiero e nel 1554 in un’opera di Matteo Bandello. La storia ebbe una grande fama in tutta Europa, con versioni scritte dall’inglese Arthur Brooke nel 1562, da William Painter nel 1569 e dallo spagnolo Felix Lope de Vega nel 1590. Finché nel 1596 William Shakespeare rappresenta la sua versione della tragedia di Verona, rendendola immortale e cancellando tutte le altre. Si puo parlare di plagio? Dante Alighieri lesse in traduzione, e utilizzò, Il Libro della Scala, un testo arabo dell’ottavo secolo che narra il viaggio nei regni dell’Oltretomba del Profeta Maometto: una fonte che diede al Poeta un’idea divina. Dovremmo for- 52 se condannarlo all’inferno letterario, per questo? Persino attorno a un capolavoro riconosciuto come Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, un romanzo che ha ispirato intere generazioni di scrittori, sono state formulate illazioni in merito alla non originalità della storia. Ma, come rispose Fernanda Pivano, la quale conosceva benissimo sia l’autore sia il romanzo, “il libro fu scritto la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 nel 1951, ma una prima versione della storia si trova in un racconto del ’36. Si sa che all’origine c’è un resoconto orale di un amico di Hemingway, Carlos Gutierrez, ma questo fa parte del metodo di lavoro dello scrittore: si parte dalla cronaca, da personaggi, da fatti reali, per costruire romanzi a tesi”. Ecco il punto cruciale. Si deve sempre partire da qualcosa. Che non è nostro, ma lo diventa. La letteratura non conosce dominio riservato. E Borges inventò il plagiario perfetto Scrivere è anche ri-scrivere, è omaggiare la tradizione. Se serve, anche assassinarla. In fondo scrivere è un’arte combinatoria fra ventidue modestissime lettere dell’alfabeto e, come faceva notare Jorge Luis Borges, ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Nella pagina accanto dall’alto a sinistra: Ernest Hemingway (1899-1961), in una foto del 1945 circa; Mark Twain (1835-1910), in una foto del 1895; autore ignoto, Ritratto di Michel de Montaigne (XVI sec.), chateau de Montaigne; Jorge Luis Borges (18991986), ritratto in una foto del 1978. Qui a destra: autore ignoto, Ritratto di William Shakespeare (inizio XVII secolo), Londra, National Gallery dentro quel pugno di simboli ci sono tutti i libri: passati, presenti e futuri. Le figure, le trame e le situazioni narrative sono migliaia di migliaia, ma una volta inventate emigrano da un inconscio all’altro e riaffiorano qua e là, con minime varianti. E proprio Borges creando lo stravagante personaggio di nome Pierre Menard, il quale credeva di riscrivere il Don Chisciotte sebbene lo stesse semplicemente copiando parola per parola, inventò - in un racconto esemplare circa la relatività del concetto di autenticità dell’opera d’arte il plagiario perfetto. “La musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. Se non fosse stata udita non avrebbe successo”, disse una volta il maestro Ennio Morricone. E la medesima cosa si può sostenere per la narrativa, e non solo per quella “pop”, di consumo, di genere. I poemi epici, le favole antiche, i grandi classici, le saghe: tutte storie già “orec- chiate”, già udite, già sedimentate nel ricordo dei popoli e dei loro racconta-storie: sciamani, monaci, bardi, poeti, romanzieri, registi, youtubers. Da Omero a Virgilio, da Virgilio a Dante, dai tragici greci a Racine e Corneille, da Le Mille e una notte a Star Wars, da Conrad a Assassin’s Creed, le medesime “storie” sono state raccontate infinite volte, a neverending story. Peraltro senza 53 mai tradire le attese del pubblico. Anzi. A fare la differenza, non è mai stato il “cosa” si racconta, ma il “come”. Questione di stile. Che, notoriamente, è impossibile copiare. Mark Twain, in una lettera datata 17 marzo 1903 all’amica Helen Keller (1880-1968), accusata anni prima di plagio per uno dei suoi racconti brevi, scriveva: “Oh povero me, quanto è indicibilmente buffa, idiota e grottesca questa farsa sul plagio. A parte il plagio non c’è granché in tutte le espressioni umane sia orali che scritte. Il nocciolo, l’anima, o per meglio dire l’essenza, il fulcro, la sostanza effettiva e valida di ogni espressione umana è plagio. Perché in fondo tutte le idee sono di seconda mano, prese consciamente o inconsciamente da milioni di fonti esterne e usate quotidianamente dal compilatore con l’orgoglio e la soddisfazione che nascono dalla presunzione di averle create”. Il padre del Grande Roman- LUIGI MASCHERONI uigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24Ore», «Il Foglio» e, dal 2001, per «il Giornale». Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet Manuale della cultura italiana L (2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia (2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni. 54 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Victor Hugo (1802-1885), ritratto in una foto di Edmond Bacot del 1862 (conservata presso il museo Casa Hugo a place des Vosges, a Parigi) zo Americano scrive proprio cosi: “In fondo tutte le idee sono di seconda mano”. Copiare quindi è davvero così indecente, inutile, infame? Oppure può essere sano, vitale, produttivo? Plagio: il genere letterario piu prolifico di sempre Ah, la sublime arte di copiare… Togliete i plagi a Borges o al Finnegans Wake e vedete un po’ cosa avanza… In Francia, dove si perpetua una tradizione illustre e dove si ammettono tacitamente larcins imperceptibles, vale a dire “piccole ruberie”, li chiamano voleurs de mots. Da noi “ladri di parole”. Volgarmente si dicono copioni, tecnicamente plagiari. Un vizio che viene da lontano, molto lontano… Non è un mistero per nessuno il fatto che il plagio letterario sia antico come il mondo, quasi come la prostituzione. A cui, peraltro, è accomunato spesso dalla mancanza di pudore. Come disse qualcuno, “L’uomo essendo nato, come ognuno sa, con la violenta aspirazione a impadronirsi dell’altrui, fa si che il plagio si perda nella caligine dei tempi”. Dicono che gli antichi Romani l’abbiano appreso dai Greci, che i Greci abbiano plagiato i barbari, che i barbari… L’unica cosa certa è che il plagio, col procedere dei tempi, andò sempre crescendo nel numero, e raffinandosi nella malizia. Chapeau! Montaigne affermava che i “prestiti” non si contano, si pesano. Confermando la sua massima con due esempi: il filosofo e matematico greco Crisippo, siamo nel III secolo a.C., nei suoi libri inseriva non semplici brani, ma intere opere altrui. Ed Epicuro scrisse oltre trecento volumi sui più svariati argomenti, senza fare mai una citazione… Ieri come oggi un vago senso di déja vu. Qualcuno ha definito il plagio un genere letterario, anzi il “più grande genere letterario esistente da secoli”. E Victor Hugo, che era uomo di lettere e soprattutto uomo di mondo, ne I miserabili (1862) scrive: “Tutta la storia non è che una lunga ripetizione: un secolo plagia l’altro”. La qualità delle migliori nocciole e il cacao più buono danno vita ad una consistenza e ad un bouquet di sapori inimitabile. Ferrero Rocher è quel dolce invito che ti regala un momento prezioso, perfetto da condividere 56 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Ricordi Il passato che non passa. Interlandi: razzista maledetto Cinquant’anni fa moriva l’intellettuale fascista MASSIMO GATTA “Io, invece, ebrei o no, non ho simpatia per i convertiti: ci si converte sempre al peggio, anche quando sembra il meglio. Il peggio, in chi è capace di conversione, diventa sempre il peggio del peggio”. “Ma il convertirsi a non fumare non c’entra per niente: ammesso che il convertirsi sia generalmente un’abiezione”. “C’entra, c’entra: dal momento che si diventa persecutori di coloro che ancora fumano”.1 Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte F orse non basteranno neppure questi cinquant’anni che ci separano dalla morte, a indurre a una maggiore e più sobria valutazione (e conoscenza) dell’opera complessiva svolta nella Roma degli anni Trenta dal giornalista e intellettuale fascista Telesio Interlandi (Chiaramonte Gulfi, 20 ottobre 1894 – Roma, 15 gennaio 1965),2 se non altro per non indulgere ancora in uno sterile gioco al massacro, riproponendo stereotipi fin troppo noti, che nulla di nuovo hanno apportato in questi anni, se non un’algida damnatio memoriae, assoluta e inappellabile. Una desertificazione intellettuale dove l’azzeramento della memoria, figuriamoci poi dell’opera, ha rappresentato il telos abbacinante che ha animato, e anima ancora, tutti coloro che l’hanno sentito anche solo nominare, associandolo unicamente alla esiziale politica razzista e antisemita del fascismo, e fino alle leggi del ’38’39. Non casualmente nel 2014, dalle pagine di una rivista ragusana online, un non meglio identificato “Un Uomo Libero” (come si firmava) scriveva: «[…] Ho letto attentamente gli atti di quella manifestazione. Dopo circa sedici anni, non riesco ancora a capire, dal loro attento esame, il bisogno di fare luce su un’esistenza per la A sinistra: Telesio Interlandi di fronte al Campidoglio, Roma ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano quale il silenzio sarebbe stato, invece, quanto mai prudente e necessario. Men che meno capisco l’interesse della famiglia (in quell’occasione erano presenti il figlio e il nipote) a sollevare il velo dell’oblio da una figura tanto negativa ed eticamente poco esemplare».3 Ecco, appunto. L’anonimo articolista non faceva che seguire una lunga tradizione, e ponendosi gli stessi dubbi. Ma cosa nascondeva, e nasconde, la paura di capire di più e meglio? Perché ci saremmo dovuti trincerare, ancora una volta, dietro al silenzio «prudente e necessario»? Perché non avremmo dovuto e potuto, in tutti questi anni, «fare luce» su una figura magmatica, complessa, chiaroscurale, certamente «negativa ed eticamente poco esemplare», ma anche ricca di stimoli culturali, letterari, artistici, editoriali, di quando Roma, in quegli anni drammatici, era pur 57 sempre la capitale culturale d’Europa? L’anonimo articolista citava gli Atti di un convegno svoltosi a Chiaramonte Gulfi nel 1998 su Telesio Interlandi: il giornalista, l’intellettuale, lo scrittore4 (e - aggiungiamo noi - l’appassionato collezionista d’arte pittorica, soprattutto di Fausto Pirandello).5 Un volume del tutto assente dalla bibliografia consultata, così come è assente dalle biblioteche italiane e straniere,6 compresa la bi- 58 blioteca civica di Chiaramonte Gulfi,7 e il cui ricordo risulta nebbioso e stinto persino ai tipografi di Comiso che lo stamparono.8 Sembra anche qui di ripercorrere sentieri già battuti, toccando ancora una volta con mano l’aura di maledettismo che il nome Interlandi ancora suscita in coloro (peraltro rarissimi) che conoscono la sua vicenda biografica e intellettuale, nonostante il fatto che In- la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 terlandi, al di là delle teorie antisemite e razziste (il razzismo biologico che si opponeva al razzismo idealista o spiritualista) perpetrate a sostegno delle leggi razziali del ’38-’39 a favore della razza italiana attraverso le esiziali pagine de «La difesa della razza»,9 sia stato anche, insieme a Federigo Valli e altri, uno degli snodi intellettuali di quella galassia artistico-editorial-culturale nata e progredita durante il ventennio fascista,10 e in particolare nella Roma degli anni Trenta, costeggiatori di ogni avanguardia. Un Interlandi che l’avanguardia futurista l’aveva intercettata fin dal 1914 a Catania dove tentava l’approccio al giornalismo. Lì aveva conosciuto personaggi come Antonio Bruno, Giovanni Centorbi e il poeta Mauro Ittar, tre giovani che nel ’15 die- ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano In senso orario: Lettera di Cesare Interlandi a Sciascia, da Roma, 1 marzo 1989; la lettera di richiesta di informazioni inviata da Sciascia a Cesare Interlandi il 15 gennaio dell'89; l’ultima cartolina di Sciascia a Cesare Interlandi da Palermo, 19 ottobre 1989, un mese prima della sua scomparsa dero vita nella città etnea ai soli cinque numeri del quindicinale futurista «Pickwick». Anni dopo quello stesso Ittar sarà, non casualmente, caporedattore de «Il Tevere» di Interlandi.11 Ma forse non bastano questi cinquant’anni di vuoto pneumatico e di silenzio; non basta forse neanche il fatto che uno scrittore antifascista di assoluto prestigio intellettuale, e al di so- pra di ogni sospetto, come Leonardo Sciascia, nei suoi anni estremi,12 con le sue antenne finissime e sensibili, già all’altezza del 1982,13 e concretamente poi mentre lavorava a Una storia semplice, il suo ultimo romanzo, avesse intercettato in qualche modo l’uomo e l’intellettuale Interlandi (anche attraverso il “suo” Brancati, Ercole Patti, il catanese Arcangelo Blandini, Al- 59 fredo Mezio e Corrado Sofia, una gran pattuglia di siciliani). Poco prima che morisse, Lorenzo Mondo lo incontrò in clinica e tra l’altro Sciascia gli parlò proprio del suo progetto su Interlandi: «Vorrebbe scrivere una storia appassionante e misteriosa (misteriosa per i risvolti interiori), di un avvocato antifascista che dopo la Liberazione ospita in casa sua a Brescia, per dieci mesi, a rischio della propria vita, Telesio Interlandi, il teorico della razza. Ma adesso non può, il materiale, i documenti, si trovano a Palermo. Ma per il momento si accontenta di lavorare ad altro, un racconto ‘di fantasia’»,14 intercettando Interlandi anche iconicamente, quando scrisse delle tempere di Duilio Cambellotti 60 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Leonardo Sciascia, © foto di Dino Fracchia (Grazia Neri) per la prefettura di Ragusa.15 Da tutti questi indizi ben si comprende come Sciascia desiderasse assai trafficare con il personaggio Interlandi per realizzare, com’era inciso nel suo blasone etico, una meditazione sul senso della giustizia, della compassione e forse anche della morte, un ripercorrere una vicenda obliqua e misteriosa com’erano state quelle, opposte e simili, di un Raymond Roussel, di un Majorana o di un Aldo Moro; «un racconto, sublimazione e trasfigurazione letteraria»,16 recuperando cioè la parte tragica, drammatica dei giorni estremi della caduta e dell’oblio di Interlandi, come emerge anche dal carteggio di Sciascia con il figlio di Interlandi, Cesare.17 Una vicenda che dovette turbare molto il siciliano Sciascia per la scelta enigmatica del siciliano Interlandi di mettere il suo nome e il suo timbro all’infame politica razziale del fascismo, lui figlio di «una terra che è un impasto di razze, dove sono venuti e si sono accampati da tutte le parti e dov’è sacra l’ospitalità dello ‘straniero’, del migrante che viene da altrove», e quanto attuale appare oggi questa considerazione di Mughini espressa ben 25 anni fa,18 quando ancora lontanissimi erano i giorni dei quotidiani sbarchi di migranti a Lampedusa. Ma lo scrittore di Racalmuto, a fronte di una documentazione che andava raccogliendo, non fece in tempo (a causa della morte) a scrivere l’affaire Interlandi, una rilettura ‘storicoromanzesca’ della vicenda,19 che avrebbe forse rivelato anche altro del giornalista maledetto e sulfureo di Chiaramonte Gulfi, la parte che ci manca, appunto. Un libro che Sciascia aveva destinato alla più intensa delle Collane della Sellerio,20 quella emblematicamente intitolala alla “memoria”, da lui stesso creata, proprio quella memoria che, nell’affaire Interlandi, era stata così bene rimossa. Quella docu- ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano mentazione preziosa Sciascia l’affidò, in forma di testamento spirituale, all’amico Vincenzo Vitale, magistrato e giornalista, il quale nel 1999 (un anno dopo il convegno che abbiamo ricordato e al quale lui stesso venne invitato), riuscì in qualche modo a mantenere la promessa fatta a Sciascia, pubblicando un libretto su Interlandi in occasione del decennale della morte dell’amico.21 Nel periodo in cui Sciascia andava interessandosi alle vicende tragiche del ‘maledetto’ Interlandi, incontrò Giampiero Mughini il quale, suggestionato da quanto lo scrittore di Racalmuto gli narrava del giornalista razzista, siciliano come loro due, andò anch’egli maturando l’idea di una sorta di biografia intellettuale di un periodo e di una generazione della Roma di quegli anni, un libro dedicato a Interlandi ma anche a quella ricca galassia. Fu così che nel 1991 venne pubblicato quello che è ancora oggi l’unico strumento culturale atto a comprendere nella maniera migliore, che è sempre quella di far parlare i documenti, chi fu Telesio Interlandi e i tanti scrittori e artisti che bazzicarono attivamente i suoi giornali22, dai «Quaderni del Lunario Siciliano»,23 diretti insieme a Federico Lanza, emanazione diretta del periodico «Lunario Siciliano» (19271931), animato insieme a Giovanni Centorbi e Stefano Bottari e luogo topico degli scrittori sici- liani che orbitavano su Roma,24 allo spregiudicato «Il Tevere», voluto da Mussolini nel ’24 insieme a Franco Ciarlantini25 giudicato da Indro Montanelli “il giornalaccio del fascismo più bieco”,26 e fino a «Quadrivio», fondato nel ’33.27 Un volume, quello di Mughini, a suo modo altrettanto maledetto e scomparso quasi subito dalla circolazione, e che ebbe inoltre un peso nefasto sulla carriera e sulla biografia del 61 giornalista catanese, a pesare su di lui come un marchio d’infamia per aver osato addentrarsi nella biografia intellettuale di Interlandi a volerne tirar fuori qualcosa di buono (eccome se ce n’erano di cose buone nell’attività culturale centripeta svolta dal giornalista siciliano nella Roma città aperta). Ricorda Mughini: «Interlandi era stato al crocicchio della cultura romana degli anni Venti e Trenta e finché non accettò di di- 62 rigere “La difesa della razza”, l’ignobile quindicinale che Benito Mussolini aveva voluto a sostegno delle leggi razziali. Da quel momento il nome di Interlandi è diventato impronunciabile. E tale è rimasto pur dopo la pubblicazione del mio libro, un libro per il quale a mia volta venni maledetto. Si, me ne ha creati di problemi. Ero arrivato sul tema e sul personaggio in anticipo sui tempi. Oggi i libri sui fascisti assassinati e straziati dopo il 25 aprile 1945 sono in testa alle classifiche».28 Da allora pochissimo altro si è scritto su Interlandi e, sarà un caso, solo da studiosi stranieri.29 Il giornalista più potente e NOTE 1 Pensiero che riecheggia nello Sciascia postumo per mano di Vincenzo Vitale: “[…] Per cui, pochi mesi dopo la caduta del fascismo, di fascisti non se ne trovavano quasi più, come si fossero improvvisamente dissolti per far posto a comode controfigure: e queste erano adesso per Paroli i nemici più pericolosi perché i più decisi a denunziare i vecchi protettori per acquisire meriti presso i nuovi”, Vincenzo Vitale, In questa notte del tempo, Palermo, Sellerio, 1999, p. 69. 2 Cfr. Mauro Canali, Interlandi, Telesio, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 62, 2004, pp. 519-521. 3 Telesio Interlandi: un cinico chiaramontano alla corte del Duce, «RagusaNews», 10 febbraio 2014. la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 ascoltato del suo tempo venne arrestato il 26 luglio del 1943 e rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea; liberato dai tedeschi nei giorni successivi all’8 set- 4 Telesio Interlandi: il giornalista, l’intellettuale, lo scrittore, contributi di G. Mughini, P. Iaccio, V. Vitale, M. Michaelis, C. Interlandi, introduzione di S. Gurrieri, Comune di Chiaramonte Gulfi, 1998. 5 Cfr. Fausto Pirandello 1899-1975, scritti di F. Benzi, F. Leone, F. Matitti, Londra, Estorick Collection, 2015. 6 Fonti ICCU-SBN, Mai Azalai, KVK. 7 Vedi mail della bibliotecaria, signora Salvina Benato, del 20 luglio 2015 a chi scrive. 8 Da me contattati telefonicamente il 14 luglio 2015 ricordavano poco o nulla di quel volume. Ringrazio Andrea G.G. Parasiliti per avermene fornito la fotocopia. 9 Quindicinale da lui fondato nel ‘38 e diretto fino al ‘43, caporedattore era Giorgio Almirante, cfr. Giorgio Almirante, Autobiografia di un “fucilatore”, Milano, tembre, pochi giorni dopo, il 12, venne condotto in Germania. Poco dopo rientrò in Italia aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, che gli aveva affidato la propaganda a mezzo stampa e attraverso trasmissioni radiofoniche: durante quei tragici mesi Interlandi riceveva sul lago di Garda le intercettazioni delle trasmissioni radio nemiche, che il MinCulPop gli forniva, e scriveva i testi da trasmettere attraverso le stazioni radio ascoltate nei territori dell’Italia occupata. Venne poi di nuovo arrestato a Brescia nell’ottobre del ’45 ma riuscì fortunosamente a eludere il carcere, nascondendosi per otto mesi grazie all’aiuto dell’avvocato sociali- Edizioni del Borghese, s.d. [1973]. Il primo numero uscì il 5 agosto del ’38 poche settimane dopo la divulgazione del Manifesto della razza (14 luglio 1938). Su questo organo del razzismo biologico vedi Francesco Cassata, “La difesa della razza”. Politica, ideologia, immagine del razzismo fascista, Torino, Einaudi, 2008; cfr. anche Carlo Piantoni, L’indifendibile “Difesa della razza”. Il quindicinale di Telesio Interlandi nei ricordi di un collaboratore, «Charta», 82, maggio-giugno 2006, pp. 34-39, e Valentina Pisanty, La difesa della razza. Antologia 1938-1943, con un contributo di L. Bonafé, prefazione di U. Eco, Milano, Bompiani, 2006. Il giornale di Interlandi pare avesse avuto aiuti finanziari anche dalla Comit di Raffaele Mattioli, non è però chiaro in quale forma, se tramite abbonamenti o inserzioni pubblici- ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 sta Enzo Paroli («un socialista convinto e onesto», secondo Cesare Interlandi), reduce tra l’altro delle carceri repubblichine,30 vicende oggetto dell’interesse di Sciascia, e che Vitale mise poi nero su bianco. Dopo l’amnistia del ’46 Interlandi visse a Roma come un morto vivente, dimenticato da tutto e da tutti, fino alla morte, il 20 gennaio del ’65. Poco prima aveva realizzato un’autoedizione assai dolente, rievocativa della sua storia personale e «rapsodia di una generazione»,31 finita di scrivere nella sua casa di Taormina (la ‘villa del fascista’ com’era conosciuta) nel novembre del ’60, affidandone le poche copie stampate,32 (oggi molto rare)33 al libraio romano Tombolini, che per amicizia e compassione accettò, perché riuscisse a venderne qualcuna. E chi avesse voglia (e la fortuna, considerata la rarità del librino) di leggere quelle poche pagine rischierebbe di comprendere come a volte sia forse preferibile guardare in faccia la realtà, e gli uomini, per quanto terribili e maledetti possano essere stati entrambi, anziché anteporre a essi il solo, beffardo «silenzio, prudente e necessario» invocato da quell’anonimo articolista citato all’inizio: «Sono quindici anni. Da quando mi è scivolata di mano la penna sono trascorsi quindici anni. Quindici anni di solitudine e di silenzio. Che ho fatto? Nulla. Vi è, tra quel giorno ed oggi, una sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale galleggiano numerosi fogli di carta bollata»,34 così principia il libretto- tarie; sta di fatto che Interlandi si ricorderà del banchiere nei lunghi giorni della sua cattura a Desenzano, ne scrive Giampiero Mughini in A via della Mercede c’era un razzista. Pittori e scrittori in camicia nera. Un giornalista maledetto e dimenticato, lo strano “caso” di Telesio Interlandi, Milano, Rizzoli, 1991, p. 204. Contatti “più indiretti che diretti”, come ipotizza la studiosa Francesca Pino: “Sicuramente vi sono stati contatti (forse più indiretti che diretti) tra Interlandi e Mattioli. Se lei guarda l’inventario online delle Carte Mattioli vi sono alcune tracce che andrebbero seguite per ricostruire e cercare di comprendere la motivazione dei rapporti. […] La Banca concedeva contributi pubblicitari a varie riviste di Regime, perché non poteva rifiutarsi”, mail a chi scrive del 27 luglio 2015. Cfr. quindi Carte di Raffaele Mattioli (1925-1945), a cura di A. Gottarelli e F. Pino, Torino, Intesa Sanpaolo – Archivio Storico Collana Inventari, 2009, pp. 174-175, 187. Stranamente in nessuno dei lavori biografici su Raffaele Mattioli consultati si trovano accenni alla sua conoscenza del giornalista fascista. 10 Cfr. Massimo Gatta, “Pensa anima mia”. Federigo Valli, la sua rivista, i libri, l’attività culturale (1941-1946), in A. Castronuovo, M. Chiabrando, M. Gatta, Federigo (Ghigo) Valli. Un protagonista rimosso dell’editoria italiana del Novecento, con una nota di P. Pallottino, Macerata, Biblohaus, 2015, pp. 69-102. 11 Cfr. Giampiero Mughini, La collezione. Un bibliofolle racconta i più nei libri italiani del Novecento, Torino, Einaudi, 2009, p. 10, 28 e Idem, A via della Mercede c’era un razzista, cit., p. 75, 88, 90, 113, 226. 12 Mughini cita una lettera di Sciascia al figlio di Interlandi, Cesare, all’epoca dell’uscita del volume delle Opere di Vitaliano Brancati curato dallo stesso Sciascia, dell’8 dicembre 1987; scrive Mughini: “Quando è appena uscito il volume di Bompiani dedicato alle opere di Brancati, in una lettera datata 8/XII/87 e dov’è un solo errore di battitura, Sciascia si scusa con il “gentile” Interlandi dell’enorme ritardo con cui gli risponde, ritardo dovuto e al suo disordine e ai suoi guai; gli segnala la sua introduzione alle opere di Brancati e la “molta serenità” con cui vi si accenna a Interlandi: una figura di cui ancora e meglio si dovrà parlare, scrive Sciascia, a capire la storia della letteratura italiana tra le due guerre. Tanto che lui ha 64 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 testamento di Interlandi, quella penna scivolatagli di mano allo stesso modo di quel foglio, giusto vent’anni prima, recluso a Canton Mombello: «Telesio tentò di riprendere in mano il foglio, ma invano. Gli era scivolato da qualche parte, in qualche angolo oscuro. L’avrebbe ritrovato l’indomani, al levar del sole. Il sonno lo colse mentre fantasticava sulle parole che vi erano scritte e che ora giacevano in terra, come una cosa morta. Custodite soltanto dal buio».35 Una sterminata distesa di esortato qualche professore a dare delle tesi sull’argomento”, Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, cit., p. 54, corsivo mio. 13 Epoca alla quale risaliva un elzeviro di Sciascia pubblicato sul «Corriere della Sera», dove lo scrittore accennava a Telesio Interlandi, e che aveva positivamente colpito Cesare Interlandi, che ne scriveva a Sciascia il 23 luglio 1982, citato in Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, cit., p. 55. 14 Lorenzo Mondo, Vorrei soltanto finire quel che ho in mente, «La Stampa», 21 novembre 1989, ora in Leonardo Sciascia, a cura di L. Luisi, Taranto, Mandese, 1990, pp. 70-72, corsivo mio. 15 Cfr. Leonardo Sciascia, Invenzione di una prefettura. Le tempere di Duilio Cambellotti nel Palazzo di Governo di Ragusa, con un testo di M. Quesada, fotografie di G. Leone, Milano, Bompiani, 1987, p. 14; a p. 9 una bella istantanea di tempo, grigia, uniforme, compatta, la stessa, identica, che c’è tra quel 15 gennaio del 1965 e oggi; dopo cinquant’anni nulla di quella solitudine e di quel silenzio è cambiato, nessuna compassione attuata, nessuna pacificazione con un passato che non passa; ritorna, inalterato e simbolico, il rifiuto del dott. Belardini a curare Cesare Interlandi, che Sciascia/Vitale dilatano fino a contenere l’eterno, immutabile «trionfo della violenza»: «Veniva infatti così celebrato, per via d’un uomo qualunque, d’un oscuro Interlandi a Roma mentre legge «Il Tevere». 16 Giampiero Mughini, Il libro mai scritto di Leonardo Sciascia. Il razzista e l’antifascista. L’affaire Interlandi, «Storia illustrata», supplemento al n. 2050 di «Epoca», 21 gennaio 1990, pp. 8-17 [15]; vedi anche il documentato pamphlet di Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse, Gussago, Editrice Ermione, 1992, e la rec. di Camillo Facchini, Ecco il romanzo bresciano di Sciascia, «Corriere della Sera», 19 maggio 1992, p. 46. 17 Riportato in Giampiero Mughini, Il libro mai scritto di Leonardo Sciascia, cit.; vedi anche Joseph Francese, Interlandi, in Idem, Leonardo Sciascia e la funzione sociale degli intellettuali, Firenze, Firenze University Press, 2012, pp. 135-140. 18 Giampiero Mughini, Il libro mai scritto di Leonardo Sciascia, cit., p. 10. 19 Cfr. Riccardo Stracuzzi, rec. a Jo- seph Francese, Leonardo Sciascia e la funzione sociale degli intellettuali, «Quaderni di storia», n. 78, 2013, p. 261. 20 Mughini nel suo intervento al convegno del ‘98 sostenne che il libro che Sciascia aveva destinato alla Collana “La memoria” della Sellerio sarebbe stato il numero 200; in effetti non era così, lo stesso Sciascia aveva chiarito che prima di questo su Interlandi quel numero 200 di collana avrebbe ospitato un altro suo titolo. 21 Vincenzo Vitale, In questa notte del tempo, cit. In copertina è riprodotto il linoleum di Mino Maccari Il terrore del ghetto, pubblicato su «Il Selvaggio», a. XVI, n. 4, 15 ottobre 1938, p. 36, che ritrae un accigliato Interlandi con pollice verso, e nella mano destra una grande penna stilografica, che svetta su alcuni ebrei e la scritta: “A Telesio Interlandi / Or ciascun si raccomandi / Presentando, com’è logico / L’alberel genealogico”. L’incisione venne ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano potente e ascoltato giornalista del suo tempo, resta maledetto, fantasma innominabile, reietto. Un nome da cassare anche dopo 50 anni. E ancora resta inascoltato l’appello che il figlio Cesare inviava a Sciascia in quella lettera del 23 luglio 1982, dove auspicava che finalmente si riuscisse a togliere dal padre l’ambigua cappa calatagli sopra dai «sedicenti intellettuali dell’antifascismo postliberazione, da chi non ne ha mai saputo niente e ricicla “sentenze”». Un auspicio rimasto inascoltato, allora come oggi. medico di provincia, l’ennesimo trionfo della violenza. Una violenza sottile, esperta, sapientemente nutrita di disincanto, di pazienti, sofferte attese; dal sapore da millenni inalterabile, che non scolora anche se è violenza che ribatte a violenza, sopruso a sopruso; ma che anzi alimenta e si alimenta di raffinatissime spirali di sopraffazioni, di inganni. Morti che seppelliscono altri morti, ferite che leniscono ferite: ecco il genio di secoli di storia, il puro distillato di decine di civiltà…».36 Quel Telesio Interlandi, colui che fu il più utilizzata da Sciascia per la copertina della prima edizione dell’antologia da lui curata La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, Palermo, Sellerio, 1976. 22 Giampiero Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, cit. 23 Per i quali rimando a Gioia Sebastiani, Libri e riviste. Catalogo delle Edizioni delle riviste letterarie italiane fra le due guerre (1919-1943), Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1996, pp. 56-57. 24 In queste edizioni venne pubblicato nel ‘30 La croce del Sud. Dramma in tre atti, di T. Interlandi e C. Pavolini, con un preambolo di L. Pirandello. 25 Cfr. Telesio Interlandi: il giornalista, l’intellettuale, lo scrittore, cit., p. 66. Cfr. anche Giampiero Mughini, Che belle le ragazze di via Margutta, Milano, Mondadori, 2004, pp. 56-59. 26 P. Calabrese, Leo un copione? Ma non scherziamo, «Il Messaggero», 4 gennaio 1985. 65 27 «Il settimanale nato dalle costole del “Tevere” nell’agosto del 1933, e dove si è esibito il meglio della cultura italiana degli anni Trenta», G. Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, cit., p. 17, e pp. 130-131. Su «Quadrivio» rimando utile è a Gastone Silvano Spinetti, Difesa di una generazione (scritti e appunti), Roma, OET, 1948, pp. 236-238, con l’elenco dei tanti illustri collaboratori della rivista di Interlandi. 28 Massimo Gatta, Dei luoghi di perdizione. Un dialogo con Giampiero Mughini sui libri e il collezionismo, «Colophon», n. 21, 2006, p. 27. 29 Ottimo il saggio di Elisabeth Pouech, Telesio Interlandi, un intellectuel fasciste antisémite (1894-1965), Université Michel de Montaigne, Bordeaux III, 2001, così come Elisabetta Cassina Wolff, Biological Racism and Antisemitism as Intellectual Constructions in Italian Fascism: The Case of Telesio Interlandi and La difesa della razza, in Racial Science in Hitler’s new Europe 1928-1945, Lincoln, University of Nebraska Press, 2013, pp. 175-199. Ma è doveroso consultare anche Giorgio Fabre, L’elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Zamorani Editore, 1998. 30 Cfr. Giampiero Mughini, Il libro mai scritto di Leonardo Sciascia, cit., p. 16. 31 Telesio Interlandi, Così, per (doppio) gioco. Rapsodia d’una generazione, Roma, Edizioni di Quadrivio [ma stampa Nuova Grafica Romana], s.d. [1960?]. 32 Quante copie furono stampate è impossibile da stabilire, ma di certo molto poche. 33 Localizzato in sole 3 biblioteche italiane [fonti SBN, Mai Azalai]. 34 Telesio Interlandi, Così, per (doppio) gioco, cit., pp. 7-8. 35 Vincenzo Vitale, In questa notte del tempo, cit., p. 48. 36 Ibidem, pp. 37-38. 66 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 In Appendice - Feuilleton L.E.X. Le biblioteche profonde II capitolo ERRICO PASSARO RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI “Lupo” è il guardiano di una biblioteca clandestina nel Deep Web. Ha paura. Ha i giorni contati. Sa che, un bel giorno, si sveglierà e scoprirà di essere stato attaccato. A quel punto, dovrà rifugiarsi nelle darknet, l’Internet sommersa che i motori di ricerca non possono raggiungere. Contatta Victor Stasi, agente di LEX, la branca dei servizi segreti italiani di cui è informatore. Solo LEX può salvargli la vita. I lineamenti di Victor Stasi si tesero in un’espressione di allarme. Era nel suo ufficio a Forte Braschi, dedito a scrivere un rapporto dopo l’ultima missione per conto di L.E.X., quando una finestra all’angolo dello schermo lo avvisò che era in ar- Illustrazione di Anna Emilia Falcone (espressamente realizzata per «la Biblioteca di via Senato») rivo una chiamata sulla linea riservata. Veniva da “Lupo”, il nickname dietro il quale si nascondeva uno dei suoi molti informatori. Stasi si alzò e chiuse la porta del suo ufficio. Nel farlo, la porta di vetro intercettò la sua immagine. Il viso esibiva mento quadrato, zigomo alto, baffi regolati con la forbice. Il fisico era quello statuario di un militare sottoposto ai cicli di allenamento delle forze speciali. Quanto all’abbigliamento, anche oggi era curato ed elegante come suo solito: la camicia militare immacolata che esibiva il taglio sartoriale e le guaine di colonnello ricamate a mano; la cravatta annodata ad arte; i pantaloni stirati con precisione chirurgica; le scarpe nere tirate a lucido; l’orologio Eberhard Champion, che faceva capolino dal polsino con i gemelli d’oro a forma di aquila stilizzata. Tornò davanti allo scher- mo del pc. Il messaggio di “Lupo” era ancora lì. In cuor proprio, aveva sperato in qualche errore di sistema, ma così non era. Stasi era un avvocato militare, ma, oltre alla competenze giuridiche, aveva acquisito sotto L.E.X. un perfetto addestramento operativo. Sotto l’uniforme si celava un agente dalla cattiva coscienza, diviso tra una facciata di campione della Legge e una seconda identità di spia spregiudicata. Stirò un’inesistente piega della camicia, mentre sottoponeva il messaggio ai rituali controlli di sicurezza. E, intanto, la sua mente iniziò a lavorare. “Lupo” era un outsider stralunato e sociopatico, che trovava nelle sue cyberattività non del tutto legali un modo di comunicare. Ma, anche se mezzo fuso, non era un cattivo soggetto. Stasi gli doveva più di un favore. E lui aveva invocato il suo aiuto. Nel loro ambiente, i patti 68 d’onore avevano ancora un valore. Non c’era altra scelta: doveva scendere nel Web profondo per incontrare il suo “contatto”. Spostò il cursore sullo schermo e cercò un collegamento. Tempo pochi secondi, e stava scaricando TOR. The Onion Router. Ieri software pensato per proteggere le comunicazioni della Marina statunitense. Oggi programma utilizzato da dissidenti e criminali per navigare nell’anonimato. Con TOR il computer cambiava ip, l’identificativo della macchina: era come viaggiare con una carta di identità falsa. Installò il programma. Pochi colpi ai tasti, ed ebbe accesso al Web profondo. Una città dolente di pixel, popolata di dannati e reietti in forma di avatar. la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 Una rete di tunnel virtuali sotto la superficie di Internet, dove i siti apparivano, scomparivano e, se serviva, andavano in tango down: espressione militare che significava “obiettivo distrutto”. Trovò la strada per la Biblioteca Galattica. Il nome si ispirava a “Fondazione” di Isaac Asimov, secondo alcuni il romanzo di fantascienza più importante di sempre. Al suo interno era conservata, fra l’altro, l’opera omnia di George Orwell, uno dei maestri dell’utopia negativa: un genere che metteva alla berlina il potere costituito e, quindi, inviso ai regimi di ogni luogo e tempo. Un rapido controllo gli permise di appurare che la biblioteca custodiva quasi seimila titoli. L’azione generò reazione: sulla pagina visitata lampeggiò una stringa di testo, in cui il cu- stode intimava di dichiarare le proprie intenzioni e rendeva noto che non erano accettate richieste di rimozioni da parte di editori, associazioni o altre sanguisughe. “Lupo” non è qui, ragionò Stasi. In caso contrario, avrebbe lasciato i miei riferimenti in codice al custode. Con un “clic” si spostò nella Biblioteca Alessandrina, dove trovò le opere complete di molti autori “eretici”. Bastò poco a capire che “Lupo” non si nascondeva lì. Viaggiò da una pagina all’altra, senza mai sapere in che nazione era, perché chi la apriva poteva simulare di essere dappertutto. Un universo a parte, che nessuno poteva davvero cartografare perché cambiava ad ogni momento. Una dimensione chimerica. Un alveare di libri proibiti. Ma di “Lupo” nessuna traccia. Stasi pensava e sperava che avesse disseminato di esche il suo percorso, ma evidentemente non ne aveva avuto il tempo. Sospettava che fosse stato individuato dal governo del Paese che lo perseguitava e avesse deciso di “inabissarsi” per non essere scovato. Il suo uomo era in pericolo di vita. Stasi dove fare in fretta, o “Lupo” sarebbe scomparso da ogni Rete. Per sempre. WE OPTIMISE CONTENT AND CONNECTIONS TO FUEL BUSINESS SUCCESS. V.le del Mulino, 4 – Ed. U15 – 20090 Milanofiori – Assago (MI) – Tel. 02 33644.1 Via Cristoforo Colombo 173 - 00147 Roma – Tel. 06 488888.1 E-mail: [email protected] – web: www.mediacom.com 70 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 BvS: il ristoro del buon lettore Lettere sulla Sicilia dai Banchi di Ciccio Sultano I ricordi di un viaggio e le tradizioni di una grande cucina «I n nessuna contrada d’Europa la natura è più bella e più ricca». Così scrive, della meravigliosa Sicilia, il grande architetto francese Eugène Viollet Le Duc (1814-1879), nelle sue Lettres sur la Sicile (opera che la Biblioteca di via Senato conserva nella prima edizione, stampata a Parigi nel 1860, sotto la duplice insegna editoriale B. Bance fils et F. Chamerot). È «la terra degli enigmi», del «sole e dei fichi d’India». È l’isola che nasconde straordinarie varietà di paesaggio: «da lande quasi desertiche a fresche valli che ricordano la Borgogna». Scenografie, come quella che si deve percorrere per giungere a Ragusa Ibla: una «contrada montuosa come sconvolta da terremoti, qualcosa di simile al domani del giudizio universale: profondi burroni, pendii spezzati, blocchi di roccia staccatisi dalla montagna e rotolati gli uni sugli altri». La città è una visione « incantevole, con il duomo che la sovrasta». Camminando per le strette strade, «che non sono altro che interminabili scalinate», ci si accorge come «nei Siciliani ci sia un amore profondo per il proprio paese, e un senso molto forte dei doveri da cittadino a cittadi- GIANLUCA MONTINARO Ristorante I Banchi Via Orfanotrofio, 39 Ragusa Tel. 0932/655000 no». Il forestiero è sempre accolto «con grazia e senza importuno alcuno» perché qui «l’ospitalità è ben praticata». Lo si comprende appieno varcando la soglia del miglior ristorante dell’isola: il Duomo, il regno di Ciccio Sultano. Qui si possono gustare piatti straordinari come le linguine con ricotta, ricci e seppia, la triglia su panzanella, con lisca croccante e zuppetta alla ‘tinniruma’, e il magistrale timballo di melanzane e capretto. Da pochissimo tempo, al Duomo, Ciccio Sultano ha affiancato, sempre nel cuore barocco di Ibla, I Banchi. Come in un mercato, «pieno di bancarelle con ceci abbrustoliti, limonata, pesce…» così qui si susseguono, una stanza dentro l’altra, i banchi di pasticcini, pani e focacce, salumi, formaggi e conserve, fino alla sala del grande tavolo conviviale e al sancta sanctorum della interrata cantina. Perché non fermarsi per «uno splendido pasto»? Se l’architetto di Napoleone III descrive i «dorati panini all’anice, i rispettabili piatti di maccheroni, i cosciotti di capretto, i gelati, le granite e l’ottimo vino siciliano» l’ospite dei Banchi ricorderà la gustosa selezione di salumi (ricavati dal raro maiale nero dei Nebrodi) e formaggi (fra cui il Ragusano e il Piacentinu), lo spaghettone con le sarde e i paccheri alla Norma, il bollito misto a ‘stimpirata’ e il pesce spada cotto nel salmoriglio. Una cucina diretta, che parla al cuore con eleganza e gusto, così come il servizio «dai modi squisiti». Ad accompagnare una tavola così festosa, una bollicina di grande valore: l’Extrabrut 2007 di Tasca d’Almerita: uno Chardonnay che matura 36 mesi sui lieviti, raggiungendo una complessità notevole e una mineralità interessante. Ci si allontana a malincuore; con il desiderio di tornare a sedersi presto ai Banchi dell’unico vero grande cuoco dell’isola: il Sultano della Sicilia. giochipreziosi.it UN MONDO DI DIVERTIMENTO! GRUPPO GR UPPO GIOCHI GIOCHI PREZIOSI 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015 ANTONIO CASTRONUOVO Antonio Castronuovo (1954), bibliofilo e saggista, dirige varie collane per la Editrice la Mandragora di Imola e collabora con parecchie riviste. Tra i suoi titoli Libri da ridere: la vita e i libri di Angelo Fortunato Formíggini (2005), Macchine fantastiche (2007), Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry (2008), Alfabeto Camus (2011). Traduttore dal francese, ha da ultimo pubblicato L’incendio e altri racconti di Irène Némirovsky, Il cervello non ha pudore di Jules Renard e Nuove invenzioni e ultime novità di Gaston de Pawlowski. MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. LUIGI MASCHERONI Luigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24 Ore», «Il Foglio» e, dal 2001, per «il Giornale». Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet Manuale della cultura italiana (2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia (2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni. LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). ERRICO PASSARO Errico Passaro (1966) è ufficiale dell’Aeronautica Militare esperto in materie giuridiche. Giornalista e scrittore, ha pubblicato oltre millesettecento articoli, dieci romanzi, centoventi racconti, fra cui il “triplete” per le collane da edicola Mondadori: la bianca (Zodiac, Urania n. 1557; La Guerra delle Maschere, Millemondi Urania n. 58), la gialla (Necropolis, Supergiallo n. 39), la nera (L.E.X. - Law Enforcement X, Segretissimo, n. 1591; L.E.X. - Operazione Spider, Segretissimo n. 1610; L.E.X. - Inverno arabo, Segretissimo n. 1611). GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella (1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e del documento. È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010); L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore». GIOVANNI SESSA Giovanni Sessa (1957), è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Numerosi sono i suoi scritti, alcuni dei quali apparsi sulle riviste «Letteratura-Tradizione»; «Palomar» e «il Borghese». Fra i suoi volumi si ricordano: Trascendenza e gnosticismo in E. Voegelin, Caratteri gnostici della moderna politica economica e sociale; Il maestro della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola. GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013); L’utopia di Polifilo (2015).