la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vii
Milano
n. 10 – ottobre 2015
EDITORIA
Le prime volte
del ‘maledetto’
Maldoror
di antonio castronuovo
RICORRENZE
L’opuscolo di
Croce in ricordo
di Laterza
di massimo matta
BVS: BIBLIOFILIA
Questo libro non
s’ha da leggere!
di giancarlo petrella
LIBRO DEL MESE
Raffinato elogio
dell’arte
plagiatoria
di luigi mascheroni
RICORDI
Il passato che non
passa. Interlandi:
razzista maledetto
di massimo gatta
ISSN 2036-1394
la Biblioteca di via Senato – Milano
M E N S I L E D I B I B L I O F I L I A – A N N O V I I – N . 1 0 / 6 5 – M I L A N O , OTTOBRE 2 0 1 5
Sommario
4 Poesia ed editoria
LE PRIME VOLTE DEL
‘MALEDETTO’ MALDOROR
di Antonio Castronuovo
12 Ricorrenze
L’OPUSCOLO DI CROCE
IN RICORDO DI LATERZA
di Massimo Gatta
20 BvS: Bibliofilia
QUESTO LIBRO NON S’HA
DA LEGGERE!
di Giancarlo Petrella
33 IN SEDICESIMO – Le rubriche
LE MOSTRE – RIFLESSIONI
E INTERPRETAZIONI –
LO SCAFFALE
a cura di Luca Pietro Nicoletti
e di Giovanni Sessa
50 Il libro del mese
RAFFINATO ELOGIO
DELL’ARTE PLAGIATORIA
di Luigi Mascheroni
56 Ricordi
IL PASSATO CHE NON PASSA.
INTERLANDI:
RAZZISTA MALEDETTO
di Massimo Gatta
66 In Appendice – Feuilleton
L.E.X.
LE BIBLIOTECHE PROFONDE
di Errico Passaro
70 BvS: il ristoro del buon lettore
LETTERE SULLA SICILIA DAI
BANCHI DI CICCIO SULTANO
di Gianluca Montinaro
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
Si ringraziano le Aziende che sostengono
questa Rivista con la loro comunicazione
Biblioteca di via Senato
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Fotolito e stampa
Galli Thierry, Milano
Immagine di copertina
La celebre xilografia di Lautréamont
incisa verso il 1896 da Félix Vallotton
e l’edizione 1874 uscita presso la
libreria editrice Rozez di Bruxelles
Stampato in Italia
© 2015 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
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eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Editoriale
A
ppare, su questo numero de
«la Biblioteca di via Senato»,
un articolo di Massimo Gatta su
Telesio Interlandi (1894-1965), intellettuale
fra i più raffinati e controversi del ventennio
fascista. Strenuo assertore (assieme a Giovanni
Preziosi) del razzismo biologico, ma anche
instancabile animatore culturale e fine
saggista, Interlandi pagò, nel dopoguerra,
le sue posizioni e la sua adesione alla tragica
esperienza di Salò (ove venne chiamato
da Mussolini a dirigere la propaganda
radiofonica) con l’emarginazione e la
semipovertà. Lo scritto di Gatta mette però
in luce come, ancora a distanza di molto tempo
dalla morte di Interlandi, sia estremamente
difficile indagare questo personaggio (come
hanno tentato di fare Leonardo Sciascia prima
e Giampiero Mughini poi) a causa di un tipico
‘vizio’ dell’italico mondo in-culturale: l’oblio
selettivo. A differenza, per esempio, della
Francia, che nel corso degli anni ha fatto –
senza troppa paura – i conti con i vari Céline,
Brasillach, Drieu de la Rochelle, consegnandoli
alla Storia, in Italia non si riesce ancora
a dare valutazioni serene su personaggi,
accadimenti e financo libri, soprattutto se legati
agli anni del fascismo. Si preferisce lasciar
scivolare un velo di silenzio, tanto ipocrita
quanto disonesto intellettualmente.
Le vicende degli ultimi due secoli
(sostanzialmente a partire dall’epoca
risorgimentale) ancora dividono, con l’ideologia
in posizione predominante rispetto alla
storiografia. Il tutto a discapito non solo di una
lettura il più possibile corretta del passato
(perché nella Storia, in fondo, non ci sono
né vinti né vincitori) ma soprattutto della
‘serenità’ del nostro presente.
Gianluca Montinaro
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
Poesia ed editoria
LE PRIME VOLTE DEL
‘MALEDETTO’ MALDOROR
Viaggio fra le rarissime edizioni dei Canti di Lautréamont
ANTONIO CASTRONUOVO
C
aposaldo della letteratura maledetta dell’Ottocento, I canti di Maldoror
sono sei lunghi poemi in prosa
composti dal conte di Lautréamont, pseudonimo di Isidore
Ducasse. Visionari e blasfemi,
potenti e catartici, costituiscono
un’opera magica e torturata, perfetto archetipo della creazione di
un genio. Composizioni tra le
più sconcertanti della letteratura
francese, esprimono la ribellione contro l’orrida
società ipocrita, ma anche contro Dio, creatore del
mondo. E lo fanno con una carica di rabbia e crudeltà mista a un sconfinato immaginario che le rende un labirinto di non semplice lettura. Per tutte
queste ragioni I canti di Maldoror (con la buona
compagnia di un Rimbaud) si pongono all’origine
della poesia contemporanea, generati dal quel perno di anni che, dal 1870 al 1875, l’ha messa totalmente in gioco.
Nato a Montevideo nel 1846, Ducasse fu spedito giovanetto in Francia nel 1858 per fare il liceo a
Tarbes: visse grazie a un assegno che il padre gli
spediva tramite il banchiere Darasse. Lo ritrovia-
Sopra: la celebre xilografia di Lautréamont incisa verso il
1896 da Félix Vallotton. Nella pagina accanto: l’edizione
1874 uscita presso la libreria editrice Rozez di Bruxelles
mo nel 1863 al liceo di Pau, poi
nel 1867 a Parigi, dove prende
camera all’Hôtel de l’Union Des
Nations in rue Notre-Damedes-Victoires 23. La sua era una
camera con un lettuccio, due
scaffalature piene di libri e un
pianoforte verticale: vi si chiuse
in un silenzio impenetrabile,
mangiando pochissimo, suonando il piano e, di notte, scrivendo
di continuo e bevendo intere
cuccume di caffè. La strada aveva all’epoca questo
di particolare: era una delle rare vie della capitale
francese in cui risonava l’eco: vi rimbombavano sia i
suoni che giungevano dal vicino boulevard sia quelli della Borsa. Con irrefrenabile ansia, in pochi anni
Ducasse cambiò domicilio altre tre volte, mantenendosi però sempre nel medesimo quadrato parigino: prima in boulevard Montmartre 32, poi in rue
Vivienne 15 e infine di nuovo nel boulevard Montmartre, ma al n. 7, dove morì improvvisamente il
24 novembre 1870. Fu inumato nel famoso cimitero del quartiere e, in consonanza con la sua vita
sfortunata, la tomba fu squarciata da un obice prussiano durante la guerra del 1870: non ci sono rimaste né le sue spoglie né i suoi manoscritti. A fatica si
è salvata una sua sbiadita fotografia: medesimo destino delle sue edizioni in vita.
Nel 1868 Ducasse - che ancora non si fregiava
6
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
del sonoro pseudonimo - terminò il primo dei suoi
Canti e decise di pubblicarlo per capire quale reazione avrebbe sollevato tra critica e pubblico, ai
quale l’autore rivolge alla fine del canto una sorta di
appello: «Se qualche volta è logico credere all’apparenza dei fenomeni, questo primo canto finisce qui.
Non essere severo con chi, ancora, sta provando la
propria lira che manda un suono un po’ strano! Però, se vuoi essere imparziale, fra le imperfezioni potrai già riconoscere una forte impronta. / Per quanto posso, io mi rimetterò all’opera per far uscire, fra
non molto tempo, un secondo canto. La fine dell’Ottocento vedrà il suo poeta». Certo, autogiudicandosi il poeta atteso dal secolo il buon Isidore non
è modesto, ma come può esserlo chi conduce una vita totalmente immersa nella creazione?
Comunque, quel primo canto era finito e Ducasse lo spedì a varie riviste, ottenendone sempre un
rifiuto; decise pertanto di far stampare una plaquette e cercò una tipografia. La trovò dalle parti del Palais Royal, in rue Des Bons-Enfants: la Imprimerie
de Gustave Balitout, Questroy et Cie. Il fascicoletto
in ottavo di 32 facciate, con copertina in cartoncino
grigio-verde e del costo di 30 centesimi, uscì ad agosto col titolo Le Chants de Maldoror. Chant Premier,
par***. L’autore insomma restava celato, ma faceva
capire che quello era il primo di altri canti che
avrebbero preso corpo. Vale notare che il testo di
questa edizione differisce da quello che sarà stampato assieme agli altri: a parte la difformità d’impaginazione, molti sono i punti in cui il testo fu ritoccato. Comunque l’effetto sperato non ci fu e il silenzio critico fu totale; nessun articolo, nessun cenno
giornalistico salutò l’apparizione di questo primo
canto.
Qualche mese dopo, nel gennaio 1869, il canto
- con alcuni ritocchi - vide la luce presso l’Imprimerie de A.-R. Chaynes che aveva sede in rue Leberthon 7 a Bordeaux. Occupava le pagine 30-65 di
un’antologia di circa 35 poeti, curata da Évariste
Carrance e intitolata Les parfums de l’âme. La composizione di Ducasse appare col titolo Les chants de
Maldoror. Chant premier. Anonimato completo;
l’autore non è svelato nemmeno nell’indice, dove il
nome è ugualmente sostituito da tre asterischi: ***.
Il curatore Carrance appare nel volume come un sacerdote della poesia; la sua prefazione suona: «Il
poeta è venuto per illuminare il mondo; cerca con
amore la santa verità; la sua anima è un focolare, la
cui fiamma feconda è il faro che guida da lontano
l’umanità». Ma se poi andiamo a scandagliare i recessi finali del volume ci accorgiamo che esso nasceva come prodotto di un concorso poetico cui tutti
potevano partecipare: era sufficiente spedire la
composizione e 10 centesimi per ogni singola riga
da stampare. Era accaduto questo: Ducasse aveva
letto L’appello ai poeti lanciato da Carrance nella
«Revue populaire de Paris» (che leggeva in quanto
prodotta dal suo primo stampatore, Gustave Balitout) e aveva deciso di partecipare al concorso: l’edizione non era stata dunque un prodotto di elezione
critica. Tra 1868 e 1891 Carrance pubblicò con
questo metodo ben 45 antologie poetiche, tutte cadute nell’oblio, tranne la seconda del 1869 che, grazie alla presenza di Ducasse, ricordiamo qui ancora
oggi. E che dunque ha un certo valore, e forse per
questo, nel momento in cui scrivo, nessuna copia
appare in vendita nel mercato antiquariale francese.
Intanto il poeta continuava a scrivere e portò a
termine sei canti (senza con ciò considerare l’opera
completa). Si mise subito alla ricerca di un editore,
indirizzandosi verso un tipografo di nome Albert
Lacroix, che gli tornava comodo perché aveva da
poco installato i suoi uffici all’angolo tra boulevard
Montmartre e rue Vivienne, non lontano da dove
Ducasse all’epoca alloggiava. Alla fine del 1868
consegnò a Lacroix un secondo canto; una lettera a
Victor Hugo del 10 novembre fa capire che l’idea
iniziale era di pubblicare separatamente i singoli
canti: «Sono passate tre settimane da quando ho
consegnato al Sig. Lacroix il Secondo Canto, affinché
lo stampi insieme al primo. Ho scelto lui perché ne-
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
La plaquette pubblicata da Gustave Balitout nel 1868
gli uffici ho visto un suo busto, anche se già sapevo
che era il suo editore».
Lungo il 1869 liberò le ultime bozze e il libro,
stampato ad agosto, era sul punto di essere rilegato
allorché Lacroix, che temeva di cadere sotto l’occhio vigile della censura dell’Impero, ne sospese la
lavorazione accampando come causa la presenza di
frasi che rendevano pericolosa, secondo lui, la pubblicazione. Non ci fu dunque alcuna interdizione
legale - come qualcuno ha scritto - soltanto rinuncia
volontaria dell’editore a mettere i Canti in circolazione. Una lettera che Ducasse spedì il 12 marzo
1870 al banchiere Darasse contiene dettagli ulterio-
ri: «Ho fatto stampare un’opera di poesia dal sig.
Lacroix (B. Montmartre, 15). Ma, una volta stampata, egli ha rifiutato di farla uscire perché la vita vi
era dipinta con dei colori troppo amari, e lui temeva
l’intervento del procuratore generale. Si tratta di
una cosa sul genere del Manfred di Byron e del Konrad di Mieçkiewicz, ma ben più terribile. L’edizione
era costata 1.200 franchi, dei quali ne avevo già
sborsati 400. Ma tutto è finito nel nulla».
Il documento è trasparente: Ducasse pagò la
pubblicazione, come accade alla gran parte dei poeti
di ogni latitudine, e dunque aveva tutte le ragioni
per essere puntiglioso: rifiutò infatti di emendare i
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
passaggi incriminati dall’editore. Solo dopo parecchio tempo acconsentì che fossero apportate modifiche. Si pensò di stampare delle pagine destinate a
sostituire quelle contenenti i passaggi ‘pericolosi’.
Ma esplose la guerra del 1870 e poco dopo Ducasse
morì, senza aver portato a termine che una parte
delle reclamate rettifiche.
Accadde però qualcosa di stupefacente, un
evento che ha permesso a qualche bibliofilo di poter
sognare tutta la vita, pur senza soddisfazione materiale del sogno. Lo rileviamo da una lettera a Verbœkhoven del 27 ottobre 1869: pur essendo il lavoro di rilegatura bloccato, Ducasse annunciava di
aveva reclamato dall’editore venti esemplari del libro. Il dato contrasta con quanto scrive Georges Vicaire nel Manuel de l’amateur de livres du XIXe siècle
1801-1893 (alla colonna 104 del tomo V, Paris, Librairie Rouquette, 1904), quando afferma che «nel
1869 l’autore espresse il desiderio di possedere
qualche esemplare del suo libro: ne furono rilegati
una decina». Ma in questo caso noi crediamo più a
Ducasse, e venti siano. Le copie richieste furono
pertanto rilegate: hanno una copertina giallina con
questo titolo: «Les Chants / de / Maldoror / par / le
/ Comte de Lautréamont / (Chants I, II, III, IV, V,
VI) / Paris / En vente chez tous les libraires / 1869».
Dietro il frontespizio e in quarta di copertina appare la scritta: «Bruxelles, Imprimerie de A. Lacroix,
Verbœckhoven et Cie , boulevard de Waterloo, 42».
Tutto qui: il resto non rilegato della tiratura fu abbandonato in blocco in una cantina.
Che negli esemplari appaia finalmente lo
pseudonimo «Comte de Lautréamont» è adesso un
dato secondario: la notizia spettacolare è che si tratta della prima edizione completa - e presumibilmente in venti copie - dei Canti di Maldoror; come si
può arguire, un’edizione di massima rarità, anzi inNella pagina accanto: il bel volume Lautréamont curato da
Ferdinando Giolli, pubblicato a Milano nel 1945
9
trovabile e dunque di valore immenso. Infatti queste copie stampate non furono messe in circolazione, ma consegnate da Ducasse a chi desiderava, col
risultato che molte non sono individuate o sono andate perdute. Di due copie abbiamo notizia ‘letteraria’ ma non se ne conosce il destino: una fu spedita
dall’autore al «Bulletin du bibliophile et du bibliothécaire», che nel numero del maggio 1870 segnalò
l’opera; l’altra fu donata a un vecchio compagno del
liceo di Pau che viveva a Bayonne, Marcelin Pleynet, che ne fa cenno nei suoi bei ricordi Lautréamont
par lui-même (Seuil 1967 e Gallimard 2013). Le copie oggi residue pare siano sei, ma quelle apertamente censite sono tre: una è alla Bibliothèque Nationale de France, prudentemente conservata nella
Réserve des livres rares; la seconda, appartenuta all’editore Poulet-Malassis, è oggi conservata nella
Bibliothèque Jacques-Doucet che si apre di fianco
al Pantheon, una delle portentose raccolte di cui
l’Europa gode e di cui gli europei poco gioiscono
(segno dei tempi); la terza infine fu inviata a Victor
Hugo e, oggi mutila, è in possesso della casa-museo
Hugo a place des Vosges. In quella casa entriamo da
svogliati turisti: da oggi in poi chi adora Lautréamont lo farà sapendo che in qualche protetto scaffale c’è quel tesoro. Copia mutila, è vero, ma che mi
sia ugualmente donata!
Nel frattempo Lacroix fallì e lo stock degli
esemplari dei Canti stampati ma non rilegati fu rilevato dalla Libreria Editrice Jean-Baptiste Rozez di
Bruxelles. Per lanciare una novità, il libraio decise di
mettere il testo in vendita con un nuovo titolo e una
nuova copertina: fu così che nel 1874 fece rilegare in
brossura alcuni esemplari. La copertina era marrone scuro con cornici di filetti tipografici, il titolo invece, a parte minimi dettagli, del tutto simile a quello del 1869. Sul retro dell’occhiello appariva l’indicazione del luogo di stampa, certamente falso:
«Bruxelles. Typ. De E. Wittmann». Anche questa
edizione è assai rara, e infatti la Nationale de France
e la Jacques-Doucet ne possiedono entrambe una
singola copia. Il ventaglio di valutazione è ampio:
10
nel 2009 Christophe D’Astier, venditore dilettante,
ha ceduto la sua copia mediante Sotheby’s con una
richiesta base di 5.000 euro; di recente ne è emersa
una nella libreria parigina Amélie Sourget in rue de
l’Odéon: somma richiesta 19.000 euro.
Circola consenso tra i bibliofili e gli storici del
libro: considerare ambedue le edizioni del 1869 e
1874 come «originali», per la semplice ragione che
l’interno del libro è il medesimo, cambia solo la rilegatura e il titolo esterno. Per differenziare le due si
parla di «primo e secondo stato». Ora, se gli esemplari del primo stato, come abbiamo visto, sono praticamente introvabili e una eventuale copia immessa sul mercato toccherebbe valutazioni esorbitanti;
quelli del secondo stato sono invece molto rari e il
loro valore aumenta di continuo. Consoliamoci: abbiamo la facoltà di comperare una édition diplomatique, vale a dire una riproduzione conforme all’originale, compresi gli errori e i refusi.
I Canti iniziavano pian piano a conquistare la
vetta. Nel 1885 Max Waller, all’epoca direttore del
periodico «La Jeune Belgique», si accorse della modernità dell’opera e ne pubblicò alcuni passaggi; per
parte sua, Léon Bloy ne parlò su «La Plume» del 1°
settembre 1890: contribuirono entrambi a farne il
livre de chevet che fu per un’intera generazione.
L’opera ispirò il Cesare-Anticristo di Jarry, ma soprattutto i surrealisti, che lo elessero a libro sacro: Breton disse che «I Canti di Maldoror scintillano di una
luce senza pari; sono l’espressione di una rivelazione
totale che sembra eccedere le possibilità umane».
Fu così che nel 1890 Léon Genonceaux, prestanome del fallito Lacroix, volle ripubblicare i
Canti: la sua breve carriera fu segnata dalla pubblicazione, a un anno di distanza, anche di Rimbaud.
La nuova edizione, in dodicesimo, portava orgogliosamente sulla copertina color ruggine il suo nome, «Paris, L. Genonceaux éditeur, 1890», mentre
un accenno in fondo all’indice guidava al luogo di
stampa: Maison-Laffitte, Imprimerie Lucotte. Furono tirate 500 copie più 10 esemplari numerati e in
carta di Giappone. Il volume è anche corredato dal
fac-simile della citata lettera di Ducasse del 12 mar-
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
zo 1870, ed è il primo che contiene un’illustrazione:
una incisione di José Roy sul frontespizio. Tuttavia
l’edizione passò quasi totalmente inosservata, sebbene l’editore dichiarasse in prefazione che si trattava di una versione «rivista e corretta sul manoscritto originale», dunque qualcosa di straordinariamente importante sul piano filologico: ma poiché il manoscritto non è mai stato trovato, legittimo
è il sospetto che la sua fosse una fanfaronata. Una
copia è transitata di recente sul mercato antiquario a
1.000 euro, valutazione che induce a pensare quel
che abbiamo appena sospettato: che l’edizione non
abbia un reale valore filologico, altrimenti costerebbe ben di più.
Si dovette attendere il 1920 per vedere una terza edizione dei canti, consigliata da Blaise Cendrars
alle parigine Éditions de la Sirène: 1360 esemplari
numerati, di cui 80 stampati su carta vergata delle
Manifectures de Rives e 30 su carta vergata blu. Da
quel momento iniziò la teoria delle edizioni, tra cui
quelle Au Sans Pareil del 1925 e 1927, quest’ultima
curata da Philippe Soupault, uno dei migliori conoscitori del Conte.
In Italia la fortuna di Lautréamont iniziò in
ambiente d’avanguardia nel 1915, quando sul numero del 24 aprile di «Lacerba» apparve nella traduzione di Ardengo Soffici Dio (da «Les chants de
Maldoror»), strofa 8 del Canto II. Edizione di riferimento per qualche decennio è stata quella delle
Opere complete uscite nel 1967 a cura di Ivos Margoni per la «Nuova Universale Einaudi». Ultima in
ordine di tempo, l’ottima edizione fiorentina curata
da Stefano Lanuzza (Lautréamont, Maldoror e tutte
le poesie, Clichy, 2015: da questa edizione proviene la
traduzione del passo citato).
In chiusura voglio ricordare un bel volume oggi dimenticato, uscito da Rosa e Ballo a Milano nel
1945: Lautréamont a cura di Ferdinando Giolli. Si
tratta di un prodotto di solida fattura, con una sezione di articoli critici francesi in traduzione italiana,
una piccola antologia di testi e una infine di documenti. Ha un valore antiquariale accessibile e vale la
pena possederlo, prima che cominci a crescere...
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
13
Ricorrenze
L’OPUSCOLO DI CROCE
IN RICORDO DI LATERZA
80 anni fa scompariva il fondatore della casa editrice barese
MASSIMO GATTA
L
a sera di sabato 5 gennaio
1935, scompariva tragicamente insieme alla moglie
Rosa Ciaralli, Vito (Vitantonio)
Laterza, fondatore nel 1885, insieme ai fratelli, della celebre casa
editrice di cultura. Una fatalità, la
fuga di gas dello scaldabagno, interruppe a 68 anni la vita di questo
gentiluomo pugliese e di sua moglie. Si preparavano per il giorno
dopo, l’Epifania, a distribuire i
regali ai loro undici nipoti.1 Già il
6 gennaio Benedetto Croce, da
tempo «guida spirituale di un più
vasto programma»,2 architrave
della politica editoriale laterziana3 e corrispondente quasi quotidiano del fratello Giovanni, così
scriveva all’amico editore (che
proprio in quei giorni si trovava a
Napoli): «Caro Amico. Abbiamo
ricevuto ora la conferma dell’orrenda sciagura. La speranza ci durava che sarebbe stato possibile
salvarli! Ier sera, quando restammo soli, Adelina mi disse di non
avere avuto il coraggio di accennarmi che anche Vito era rimasto
vittima. Io piango con voi l’ottimo uomo, così laborioso e così
mite, del quale ricordo tratti ammirevoli di bontà e di affetto per
voi. Accogliete tutti i nostri sentimenti di amichevole partecipazione. Appena saranno trascorsi
questi giorni di sconvolgimento,
verrò a rivedervi. Vi abbraccio.
Vostro, B. Croce».4 Laterza già il
7 gennaio così gli rispondeva da
Bari: «Mio caro amico, Grazie di
cuore a Lei a donn’Adele ed alle
Sue figliole per la viva partecipazione al nostro dolore. Se avesse
visto, è stata una vera tragica festa
nuziale alla quale il popolo barese, reverente, ha reso omaggio di
cordoglio. Povero Vito, non si sarebbe aspettato così tanto, con la
sua modestia! Saluti affettuosi.
Suo aff.mo, G. Laterza».5 E due
giorni dopo, riprendendo l’abituale prassi fatta di studio, ricerca, lavoro e corrispondenza, il filosofo di Pescasseroli scriveva
ancora: «Mio caro Amico, Tutti
gli amici di Napoli sono, come
noi, sotto l’impressione della terribile disgrazia, che ha fatto sparire d’improvviso due persone
In alto: Benedetto Croce (1866-1952)
14
Sopra da sinistra: Benedetto Croce; Vito
Laterza con la moglie Rosa Ciaralli
della vostra famiglia, già troppo
provata da perdite dolorose!6 […
]»,7 per poi riprendere subito il filo ininterrotto di quella comunicazione/collaborazione editoriale, tra le più ampie e complesse
del nostro Novecento culturale,
e che il carteggio ottimamente
documenta.8
Il capostipite Giuseppe Laterza, proprietario
terriero, possedeva una avviata attività di ebanisteria
che riforniva i cantieri navali di Taranto, Monopoli e
Molfetta, dimostrando anche una notevole abilità artigiana nell’intaglio di preziose cornici e fabbricando
mobili scolpiti e intarsiati. Vide favorevolmente la
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
scelta del primogenito Vito di recarsi ad Alessandria d’Egitto, come apprendista presso lo zio Eugenio, titolare di una falegnameria. Nel 1882, a causa dei moti insurrezionali degli egiziani contro
gli inglesi, sia lo zio che il nipote
dovettero lasciare Alessandria e
ritornare a Putignano. Da questa
casuale occasione scaturì nei suoi
due figli Vito e Giuseppe Pasquale
il desiderio di avviare a Putignano
una loro attività commerciale. Venne quindi aperto
un locale nei pressi del laboratorio del padre e della
chiesa di S. Domenico, dove si vendevano articoli di
cancelleria per ufficio, libri scolastici, atlanti, vocabolari, inchiostri, prendendo il nome, che sarebbe
diventato poi celebre, di “Giuseppe Laterza & Figli
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
15
s.n.c.”, legalmente intestato al padre in quanto i due
figli erano minorenni.9 La prima fattura emessa, il 29
ottobre 1885 fu della ditta Ermanno Bosshard. Gli
anni seguenti furono segnati dal trasferimento a Bari
in nuovi locali, adibiti il primo a cartoleria e libreria
(al n. 92 di via Sparano), il secondo ad ampia libreria
(al n. 110 di via Sparano) e il terzo ad ebanisteria (ai
numeri 136 e 189 sempre di via Sparano). Nel 1890 ai
tre fratelli Vito, Giuseppe Pasquale e Francesco si
unì Luigi che aveva trascorso un lungo periodo a Napoli impratichendosi dell’arte della stampa. Così i
fratelli decisero di acquistare una tipografia che pubblicava il giornalino locale «Fra’ Melitone», sempre
in via Sparano (al n. 92). Nasceva così il 23 marzo del
1896 la “Tipografia Laterza”,10 subito potenziata
dall’acquisto di una macchina litografica e che in breve, sotto la guida del suo primo direttore, Luigi Laterza e degli altri fratelli,11 avrà modo di iniziare quel
lungo e prestigioso cammino nell’editoria di cultura
che dura ancora oggi. La prima pubblicazione avvenne il 10 maggio del 1901.12
Già nei giorni successivi alla morte di Vito,
Giovanni, insieme agli altri familiari, pensò a una te-
NOTE
1
Vito Laterza (1867-1935) era il primogenito di Giuseppe e Maria Pugliese; ebbe
quattro fratelli: Giuseppe Pasquale (18701953), Giovanni Battista (1873-1943), Luigi (1876-1927), Francesco (1879-1928),
cfr. Claudia Patuzzi, Laterza, Napoli, Liguori,
1982, pp. 11-21, e Daniela Coli, Croce, Laterza e la cultura europea, Bologna, Il Mulino,
1983, p. 16. Questo ottimo saggio della Coli
è stato ristampato col titolo Il filosofo, i libri,
gli editori. Croce, Laterza e la cultura europea, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002.
2
Così indicato [da Giovanni Laterza] a
pagina 13 dell’opuscolo dell’Astore stampato in ricordo di Vito Laterza.
3
Anche se Laterza non fu sempre l’edi-
tore di Croce, cfr. al riguardo Cesare Preti,
Prima di Croce. Laterza editore di Marchesini, «Giornale Critico della filosofia italiana»,
7, vol. 8, a. 91 (93), fasc. 1, gennaio-aprile
2012, pp. 62-81 e sul “dopo Croce” vedi Luigi Masella, Laterza dopo Croce, Roma-Bari,
Laterza, 2007.
4
Benedetto Croce, Giovanni Laterza,
Carteggio 1931-1943, a cura di Antonella
Pompilio, Bari, Laterza, 2009, tomo 1, p.
[375], lettera 3849.
5
Ibidem, p. 376, lettera 3850.
6
Il 18 dicembre 1886, a soli 40 anni, era
morta la madre Maria Pugliese; il 14 febbraio del ’27 moriva Luigi Laterza e il 13 febbraio del ’28 Francesco.
7
Benedetto Croce, Giovanni Laterza,
Carteggio 1931-1943, cit., p. 377, lettera
3852.
8
Il carteggio Croce-Laterza, curato da
Antonella Pompilio, si compone di quattro
volumi: vol. 1, 1901-1910, Bari, Laterza,
2004; vol. 2, 1911-1920, Bari, Laterza, 2005;
vol. 3, 1921-1930, Bari, Laterza, 2006; vol. 4,
1931-1943, in due tomi, Bari, Laterza, 2009,
vedine la recensione di Niccolò Scaffei,
«Belfagor», a. 65, 2010, pp. 628-640.
9
Sul loculo che ospita la salma di Vito
Laterza è infatti inciso: “Era ancora minorenne / quando nel 1885 fondò la ditta /
Gius. Laterza & Figli”.
10
Documentato e utile al riguardo è Nicola Laterza, 1885-1985 Laterza 100 anni.
Putignano – Bari, Bari, Laterza Litostampa,
16
stimonianza scritta che rendesse omaggio al fratello
così tragicamente scomparso. Si rivolse ovviamente
al suo ‘interlocutore privilegiato’ il quale, da Palazzo
Filomarino, così gli scriveva il 15 febbraio del ’35:
«Caro Amico, Vi promisi di pensare a qualcosa di
adatto per un opuscolo commemorativo del povero
Don Vito, e, frugando al mio solito tra vecchi libri,
ho trovato qualcosa che andrebbe bene. Si tratta del
racconto di una catastrofe aeronautica del 1785, con
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
la morte di due volatori, racconto che si trova in una
rarissima rivista napoletana di quell’anno13 (forse
l’unico esemplare ne è posseduto da me), come introduzione a due carmi latini di un letterato napoletano, F. A. Astore,14 della provincia di Lecce, che poi
fu impiccato nel 1799. Potrei prepararvi per la stampa l’opuscolo. Si tratta in tutto di una ventina di pagine, di 27 linee in 8° piccolo. Voi aggiungereste un ricordo di Don Vito; e andrebbe bene. Ora sono ricer-
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
catissimi gli scritti relativi alla storia dell’aeronautica. Saluti aff. Vostro, B. Croce».15 Anche nei suoi
Taccuini di lavoro, il diario che Croce tenne ininterrottamente dal 1906 al 1949, il filosofo riportò l’inizio della curatela dell’opuscolo, scrivendo, il 25 marzo del ’35: «Ho cominciato ad apparecchiare un
opuscolo che Laterza vuol pubblicare in commemorazione del fratello: ho trovato prose e versi curiosi
per una catastrofe aviatoria nel settecento»; e il 26:
«Preparato il detto opuscolo e scrittavi prefazione.
febbraio 1986, volume ricco di immagini e
documenti, e stampato su bella carta vergata uso mano.
11
Vito alla direzione amministrativa e
agli affari generali, Giuseppe Pasquale alla
produzione, Giovanni alla libreria, Luigi alla
tipolitografia e Francesco agli acquisti.
12
Cfr. F. A. Astore, Due carmi latini in
compianto del primo eroe dell’aeronautica
caduta nella sua impresa, con una lettera
del Pilâtre de Rozier e una relazione sincrona (1785), prefazione di Benedetto Croce,
Bari, Gius. Laterza & Figli. Tipografi, Editori,
Librai, 1936, p. 13. Cfr. Le Edizioni Laterza.
17
Sarà intitolato Un carme latino di F.A. Astore»;16 il 18
novembre: «Revisione della copia delle Postille, di
bozze di un opuscolo dell’Astore».17 Infine il 6 gennaio del ’36, a un anno esatto dalla scomparsa di Vito
Laterza, Croce scrive a Giovanni: «Ricevo in questo
momento le due copie del bellissimo volume commemorativo».18 L’elegante e raro opuscolo dell’Astore19 rappresenta l’ennesimo contributo del
Croce ‘editore’ di testi,20 che recupera filologicamente due dimenticati carmi latini, per tradizione
Catalogo storico 1901-2000, a cura di Roberto Mauro, Massimo Menna, Michele
Sampaolo, Roma-Bari, Laterza, 2001, p.
[128], che inserisce il volume nella Collana
«Opere varie», senza indicazione della tiratura numerata fuori commercio.
13
Croce si riferisce al «Giornale Enciclopedico del Regno di Napoli», ottobre 1785,
che si stampava a Napoli nella Tipografia di
Perger, la stessa che curiosamente stampò
nel 1803 gli Elogi storici di alcuni servi di Dio
che vissero in questi ultimi tempi e si adoperarono per bene spirituale e temporale della
città di Napoli del Padre Pietro D’Onofrii,
opuscolo di cui ci siamo occupati in altra
circostanza.
14
Francesco Antonio Astore era nato a
Casarano (Lecce) nel 1742, e sarà uno dei
martiri della rivoluzione napoletana
dell’99. Nei suoi Aneddoti di varia letteratura, vol. III, (Bari, Laterza, 1954, seconda edizione, pp. 12-15, 282-283, 286) Croce, nel
capitolo Francesco Antonio Astore e i suoi
versi in onore del primo martire dell’aeronautica (1785), così scrive: “Astore fu uno
di quei dotti napoletani che nel 1799 perirono vittime del loro amore per la libertà”. E
nella Prefazione all’opuscolo dell’Astore,
18
composti in occasione dei primi
esperimenti di volo degli aerostati
progettati da Mongolfier. La plaquette venne stampata nel gennaio del 1936 in soli 200 esemplari
numerati21 e fuori commercio,22
su carta forte filigranata P.M.P.,
con una fotografia dei coniugi Laterza. Dopo il ricordo (In memoria) di Vito Laterza in apertura,
non firmato ma verosimilmente
del fratello Giovanni,23 importante per le tante informazioni sui
primi anni della nascente Laterza,
compare la prefazione siglata di
Croce,24 e a seguire gli altri testi. Il
15 giugno del 1784 il pallone ae-
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
rostatico che ospitava il professore di chimica Pilâtre de Rozier e il
fisico Romain prese fuoco, precipitando nei pressi di Boulogne e
Croce volle ristampare i versi
dell’Astore, composti in occasione di quella tragedia dell’aria e del
gas, accostandoli simbolicamente
all’altra duplice tragedia, quella di
Vito Laterza e della moglie Rosa
Ciaralli. E l’opuscolo resta una testimonianza significativa del rapporto di amicizia e di stretta collaborazione editoriale tra il filosofo
e l’editore, oltre che un documento storico di notevole interesse,
ancora attuale dopo 80 anni.
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
citando la sua Filosofia dell’Eloquenza,
scrive: “[…] libro notevole questo tra gli altri
che segnano il trapasso, attraverso il razionalismo settecentesco, dall’antica rettorica
alle dottrine moderne dello stile e dell’arte”, p. [17]. Ancora Croce ne La rivoluzione
napoletana del 1799. Biografie, Racconti,
Ricerche, Bari, Laterza, 1926, IV ediz. riveduta, pp. 150-151 così scrive: “In conseguenza di questo dispaccio, così esplicito,
ed anche premuroso, il 28 settembre il fiscale Villamarina, con un suo ufficio avvisava la confraternita dei Bianchi, della giustizia che doveva eseguirsi della Sanfelice,
del De Meo, del D’Agnese e di altri cinque,
ossia dei due fratelli Pignatelli, del Genzano, del Rotondo e dell’Astore”; e più oltre:
“[…] La preda di quel giorno furono soli i
due Pignatelli, il Rotondo, l’Astore e il De
Meo; il Genzano e il D’Agnese, trovati privi
di sensi e quasi moribondi, furono rimandati al giorno seguente”. Croce si era occupato dell’Astore anche in Varietà di storia
letteraria e civile, serie prima, Bari, Laterza,
1935, pp. 145-154, volume che faceva
parte degli Scritti di storia letteraria e politica, come lui stesso ricorda a p. 17 nota 1
della prefazione all’opuscolo dell’Astore
per Vito Laterza, dove però cita erroneamente il titolo del volume come Varietà di
storia civile e letteraria. Anche Dora Marra
in Conversazioni con Benedetto Croce su
alcuni libri della sua biblioteca, Milano,
Hoepli, 1952, ricordava l’Astore: “[…] E’
l’unica traduzione che rimanga De’ diritti e
de’ doveri del cittadino tra quelle fatte alla
fine del settecento: quella del Lomonaco e
quella dell’Astore, anch’essi repubblicani e
giacobini, andarono perdute”, p. 20. Per
una breve nota biografica dell’Astore rimando a Nino Cortese, Astore, Francesco
Antonio, in Dizionario biografico degli ita-
liani, vol. 4, 1962, visionabile al link:
http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-antonio-astore_(Dizionario_Biografico)/, che però non cita l’opuscolo curato da Croce.
15
Benedetto Croce, Giovanni Laterza,
Carteggio 1931-1943, cit., pp. 388-389 e
nota 1 nella quale, però, la curatrice erroneamente scrive: “[…] Nella sua prefazione
all’opuscolo (pp. 99-118), Croce riferisce […
]”; la prefazione di Croce all’opuscolo dell’Astore (firmata con le sole iniziali B.C.) occupa invece le pp. 17-21; verrà ristampata
in Idem, Aneddoti di varia letteratura, v. II,
pp. 283-285 e v. III, pp. 12-15. Altre lettere
di Croce relative all’opuscolo celebrativo
sono quelle del 20 febbraio e del 25-27 novembre del ’35, per le quali vedi Benedetto
Croce, Giovanni Laterza, Carteggio 19311943, cit., p. 391 e nota, 468 nota, 479.
16
In realtà il titolo esatto e completo
sarà: F.A. Astore, Due carmi latini in compianto del primo eroe dell’aeronautica caduta nella sua impresa, con una lettera del
Pilâtre de Rozier e una relazione sincrona.
Né in copertina e neppure al frontespizio si
fa cenno alla prefazione di Croce, cosa che
ha indotto alcuni librai a non inserire l’opuscolo nella sezione crociana dei loro cataloghi, sottovalutandone così l’importanza bibliografica.
17
Benedetto Croce, Taccuini di lavoro,
vol. III, 1927-1936, Napoli, Arte Tipografica,
1987 [ma 1992], p. 53, 476, 510.
18
Le due copie sono oggi conservate
presso l’Istituto Italiano pe gli Studi Storici
di Napoli con le seguenti collocazioni: “NICOLINI CROCE TESTI 0240” e “OMODEO Secondo 1122”.
19
Risulta localizzato in sole 7 biblioteche pubbliche italiane [fonte SBN].
20
Cfr. Maria Panetta, Croce editore, vol.
19
II, 1928-2002, Napoli, Bibliopolis, 2006, p.
543, n. 280.
21
Si cita dalla copia n. 132.
22
Così riportava una fonte dell’epoca
(su rivista, direttore responsabile Giuseppe
Nicola Vacca, stampata a Lecce, Primaria Tipografia “La Modernissima”): “La benemerita casa Editrice Laterza di Bari, per onorare
il primo anniversario della morte dei coniugi Vito Laterza e Rosa Ciaralli, ha pubblicato
in elegantissima edizione di 200 esemplari
fuori commercio, rilegati alla bodoniana,
Due carmi latini in compianto del primo
eroe dell’aeronautica caduto nella sua impresa, con lettera del Pilatre de Rozier e una
relazione sincrona, scritti da Francesco Antonio Astore, il filosofo patriota di Casarano, decapitato nel 1799 dal Borbone. Benedetto Croce, che già si è occupato largamente e profondamente dell’Astore, ne ha
curato l’edizione e l’illustrazione. Siamo
grati alla Editrice Laterza di questa pubblicazione che mentre ha degnamente onorato il suo infaticabile fondatore, ha messo in
luce con gusto – peculiare caratteristica
delle sue edizioni note in tutto il mondo –
questi carmi ignorati dell’Astore”, al link:
http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS3
6_notizie_0.pdf (visonato il 30 luglio
2015).
23
Vedi la lettera citata di Croce del 15
febbraio del ’35. Claudia Patuzzi nel suo Laterza, cit., p. 16, nella nota bibliografica
dell’opuscolo ne fa erroneamente intendere l’attribuzione all’Astore, peraltro con falso titolo: F. A. Astore, In memoria di Vito Laterza e Rosa Ciaralli, in Due carmi latini,
ecc., pp. 7-13.
24
Cfr. L’opera di Benedetto Croce. Bibliografia, a cura di Silvano Borsari, Napoli,
nella sede dell’Istituto [ma L’Arte Tipografica], 1964m p. 306, n. 2598
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
21
BvS: Bibliofilia
QUESTO LIBRO NON S’HA
DA LEGGERE!
Una feroce censura sulla Cosmografia di Sebastian Münster
– Prima parte
GIANCARLO PETRELLA
I
l lettore de «la Biblioteca di via Senato» troverà
in questo contributo e in altri che appariranno
nei prossimi fascicoli alcuni episodi di ordinaria censura. Storie concrete di uomini e libri, o piuttosto di uomini armati di penna e forbici e libri mutilati, deturpati, espurgati in nome dell’ignoranza e
dell’ipocrisia, affinché gli occhi non vedessero e gli
animi non venissero corrotti. All’indomani della
promulgazione degli Indici dei libri proibiti in pieno Cinquecento non solo la lettura ma anche il semplice possesso di un libro poteva diventare pericoloso, al punto che nel 1574 un artigiano di Spilimbergo, al termine di un processo, avrebbe addirittura
giurato di «non legger mai più».1 Queste vicende si
affacciano dagli scaffali delle biblioteche. Spetta allo storico ricostruirne i contorni, delinearne i protagonisti e narrarne, fin dove possibile, gli sviluppi,
impiegando i libri alla stregua dei documenti. Non
basta infatti catalogarli, contarli o misurarli. Il primo degli episodi, suggerito da un volume oggi conservato presso la Biblioteca Braidense di Milano, si
Nella pagina accanto: Sebastian Münster, Cosmografia
universale, Basilea, Heinrich Petri, 1558 (Milano,
Biblioteca Braidense, OO. XII. 47): passi espurgati relativi
a Erasmo da Rotterdam. A destra: Sebastian Münster,
Cosmografia universale, Basilea, Heinrich Petri, 1558
(Milano, Biblioteca Braidense, OO. XII. 47): nota
dell’inquisitore Iulius de Cremona
svolge nella Milano del tardo Cinquecento e ha come protagonista il più noto libro di geografia rinascimentale, promosso a Basilea dall’erudito protestante Sebastian Münster.2
La bolla di pubblicazione nel 1564 del cosiddetto Indice Tridentino che stabiliva non solo la
scomunica per i lettori di libri eretici ma la condizione di peccato mortale anche per i semplici possessori di libri giudicati offensivi doveva mettere in
ansia un bel numero di buoni cristiani proprietari di
biblioteche private o di qualche più modesta raccolta di libri. La generazione che ebbe in sorte di affacciarsi all’età adulta all’indomani della promulgazione nel 1559 del primo severissimo Index librorum
prohibitorum per certi versi finì con l’interiorizzare
le disposizioni dell’Indice a tal punto da sentirne la
trasgressione come un peccato. Così si spiegano, fra
22
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
A sinistra: Sebastian Münster, Cosmografia universale,
Basilea, Heinrich Petri, 1558 (Milano, Biblioteca Braidense,
OO. XII. 47): frontespizio con nome dell’autore cassato.
A destra: tracce di censura nominale al frontespizio di
un’edizione della Cosmographia universalis
i tanti, gli episodi di autodenuncia per il possesso o la
lettura di testi proibiti nel Friuli del Seicento o il caso degli eredi di Baldassarre Castiglione che nel
1604, mossi da evidenti scrupoli di coscienza, chiedevano licenza di tenere l’originale manoscritto del
Cortegiano.3 L’antico proprietario della copia della
Cosmografia universale di Sebastian Münster (Basilea, Heinrich Petri, 1558) conservato presso la Biblioteca Braidense di Milano4 ha tutta l’aria di essere
parente stretto di questi lettori. E la vicenda che si
intravede dietro le pagine deturpate da rigacce di inchiostro del volume un tempo a lui appartenuto è
probabilmente sintomatica di quel clima di timorosa incertezza in cui si trovarono molti lettori all’indomani della pubblicazione degli Indici dei libri
proibiti. Cosa dovette accadere in casa di questo nostro lettore, per ora ancora volutamente anonimo?
Non si è troppo lontani dalla realtà storica dei fatti
immaginando che un giorno, mentre passava in ras-
segna la propria biblioteca e prendeva in mano un
bel tomo, abbia improvvisamente corrugato la fronte e si sia insospettito, ricordandosi di aver già letto il
nome dell’autore, Sebastian Münster, nella lista degli autori proibiti, addirittura quelli di prima classe,
in compagnia nientemeno che dei pestilenziali Erasmo e Lutero. Allora, preso dagli scrupoli, lo immaginiamo indeciso se consegnare o meno il volume ai
censori, come prescrivevano le autorità ecclesiastiche, perché lo bruciassero o lo espurgassero di tutti
quegli errori e passi ritenuti offensivi della fede e
morale cattolica. Correva il rischio di non rivedere
più l’amato volume perché i casi di mancata riconsegna del libro confiscato ut corrigatur erano all’ordine
del giorno, se Roberto Bellarmino denunciava come
molti detentori di libri sospesi si rifiutassero di consegnarli «quia longa experientia didicerunt libros
traditos Sancto Ufficio aut Magistro Sacri Palatii
numquam expurgari et numquam restitui».5 La coscienza alla fine ebbe la meglio. Di lì a qualche settimana il libro gli sarebbe stato riconsegnato: deturpato, certo, da pesanti tratti di inchiostro che avevano reso illeggibili molti brani, ma con una rassicurante nota del reverendo padre Inquisitore che gli
dava ‘licentia tenendi ac legendi’. Una postilla al
frontespizio garantiva infine che il testo era stato
‘corretto et espurgato’. Soltanto allora la coscienza
avrebbe trovato finalmente requie e il legittimo proprietario di quel volume, nel frattempo tornato al
proprio posto sullo scaffale grazie al permesso di lettura concessogli, sarebbe entrato a far parte di «quel
complesso di persone particolarmente affidabili ed
influenti che intendevano vivere nel pieno rispetto
dei dettami del sant’Uffizio».6 Le cose potrebbero
però anche essere andate diversamente. Ossia il proprietario del volume non agì spontaneamente. Fu
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
uno zelante confessore, rispettando la bolla di Paolo
IV del gennaio 1559 nella quale si faceva obbligo di
interrogare i penitenti riguardo il possesso o la lettura di libri proibiti, a rinviarlo dal confessionale
dritto innanzi all’Inquisitore di Milano.7 Perché a
Milano viveva infatti quel buon cristiano. Ma diamo
priorità all’oggetto del contendere che tanti guai rischiava di procurare al legittimo detentore.
I Sei libri della Cosmografia universale licenziati
nel 1558 per i tipi di Henricus Petri a Basilea - un
ponderoso volume in folio di oltre 1200 pagine difficilmente occultabile con ricco apparato iconografico di carte geografiche e suggestive incisioni che
avrebbero alimentato per decenni la fantasia dei lettori - altro non sono che la prima traduzione italiana
della Cosmographia universalis, il fortunato trattato
di geografia universale progettato negli anni Quaranta del Cinquecento dall’ebraista protestante Sebastian Münster (1480-1553).8 L’opera apparve
dapprima in lingua tedesca nel 1544, col titolo di Cosmographey oder Beschreibung aller Länder, ripetuto
per ben cinque edizioni prima della versione ampliata e definitiva in latino del 1550.9 Da qui fu successivamente tradotta in alcune delle principali lingue europee, ceco compreso.10 Né la tradizione a
stampa della Cosmographia sembra aver risentito
della condanna decretata agli Opera omnia del Münster (peraltro scomparso nel 1553) già negli Indici
dei libri proibiti di Venezia e Milano del 1554, in realtà mai applicati, poi in quello romano e in quello
spagnolo entrambi del 1559, e ancora in quello tridentino del 1564.11 Nel corso del secolo la Cosmographia conobbe infatti, computando edizioni in tedesco, latino e traduzioni, più di trenta edizioni
nell’arco di cinquant’anni, l’ultima delle quali, ancora in lingua tedesca, stampata nel 1598 da Sebastian Petri, erede dell’attività paterna, cui si aggiungono infine, sempre a firma di Sebastian Petri, tre
edizioni seicentesche della versione in tedesco e in
latino, datate 1614 e 1628.12
L’attenzione riservata a Münster, transfuga
dall’Ordine dei Minori, fu precoce e implacabile.
23
Sebbene l’Indice di Venezia del 1554 sia rimasto a
tutti gli effetti lettera morta, la doppia presenza nella lista degli autori proibiti, come «Munsterus» nella rubrica M e come «Sebastianus Munsterus» nella
rubrica S, è quantomeno sintomatica del destino cui
sarebbe andato incontro nella normativa
successiva.13 Né valsero le proteste dei librai veneziani che pure, in una supplica datata 7 marzo 1555,
si rammaricarono vivamente della proibizione indiscriminata di autori per certe materie quasi indispensabili, fra cui «Sebastianus Munsterus», il quale
compose «molte altre cose di cosmographia et de
geographia et molte altre in hebreo et in caldeo che
sono di grandissima utilità»,14 ossia, in altre parole,
che si vendevano benissimo e facevano guadagnare
bene. Il nome di Münster sarebbe infatti comparso,
senza possibilità di appello, nell’implacabile Indice
romano del 1559 tra gli «auctores primae classis»,
ossia tra quegli autori «quorum libri et scripta om-
24
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Sopra: pesanti interventi espurgatori sui passi incriminati della descrizione della Sardegna di S. Arquer da un’edizione
latina della Cosmographia universalis. A destra: Index Librorum Prohibitorum 1559: frontespizio
nia prohibentur». Come già nell’Indice veneziano
del 1554, la condanna era espressa una prima volta
alla lettera M, per essere poi ripetuta e ribadita alla
lettera S.15 E ancora, nello stesso Indice, esplicite
condanne subivano anche due delle più celebri opere curate o progettate dal Münster: la Geographia
universalis, titolo dietro cui si cela la traduzione della
Geographia tolemaica, apparsa per la prima volta a
Basilea nel 1540,16 e la «Biblia Basileae cum annotationibus Sebastiani Munsteri», ossia la versione latina dell’Antico Testamento, condotta dal Münster
direttamente sul testo ebraico e stampata ancora a
Basilea dall’officina del Petri nel 1535.17
Né differente trattamento gli avrebbe riservato, sempre nel 1559, l’Indice spagnolo, condannan-
done gli Opera omnia, ancora nelle rubriche M e S, e
la Geographia universalis. Su quest’ultima convergevano poi diversi sospetti, dal momento che, oltre
all’editore Sebastian Münster, risultava tra gli autori
bollati di eresia dall’Indice spagnolo anche il traduttore Willibald Pirckheimer (1470-1530).18 Il successivo Indice spagnolo del 1583 avrebbe infine
confermato la condanna «Sebastiani Munsteri opera omnia» senza alcuna pur parziale riabilitazione.19
In una direzione di totale e ribadita fermezza nei
confronti della produzione del Münster si era peraltro già mosso l’Indice tridentino del 1564, per molti
versi ben più benevolo di quello rigidamente integralista di Paolo IV. Neppure l’Indice conciliare,
che pure aveva scelto la via del compromesso per
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
salvare Erasmo, declassandolo dalla prima alla seconda classe, ossia dagli autori le cui opere erano incondizionatamente bandite a quelli «occasionalmente caduti nell’errore, ai quali si poteva anche
concedere una patente di ortodossia», aveva rettificato o mitigato la condanna espressa nei confronti
dell’ebraista protestante nel 1559. Sebastian Münster era e rimaneva nella lista dei pessimi autori di
prima classe.20
Una parziale riabilitazione venne piuttosto dagli Indici pubblicati nei Paesi Bassi Cattolici. Se in
quello di Anversa del 1570 si provvedeva a sottrarre
l’autore al marchio infamante di eresia, facendolo
passare dalla prima alla seconda classe, e aprendo
una breccia nell’insieme fino a quel momento monolitico delle opere condannate («Sebastiani Munsteri omnia opera, praeter grammaticalia, fabricam
horologi, sive rudimenta mathematica, et vocabula-
25
ria chaldaica et hebraica»),21 nell’Indice espurgatorio cosiddetto di Lovanio del 1571 si faceva espressa
menzione della Cosmographia, soffermandosi su una
sessantina di luoghi meritevoli di censura: «ea quae
in Cosmographia Munsteri delenda sunt et corrigenda».22 Allo stesso modo erano indicati tre specifici interventi da operare anche nel testo della Geographia universalis, la cui lettura, già nel 1570, era autorizzata previa espurgazione («Geographia repurgetur»).23
Diversamente, tornando nei territori sotto la
giurisdizione dell’Inquisizione romana, un Indice
locale come quello di Parma del 1580 avrebbe ribadito la condanna totale come autore di «Sebastianus
Munsterus» e proposto, per la prima e unica volta in
Italia, anche quella esplicita per la Cosmographia.24
Scontata, a questo punto, la presenza di Sebastian
Münster tra gli «auctores primae classis» anche nel-
26
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
A sinistra e a destra: censura nominale al frontespizio e
alle prime carte di un’altra opera di Sebastian Münster
(Dictionarium trilingue, Basilea, H. Petri, 1530)
l’Indice clementino del 1596, l’ultimo del Cinquecento, nel quale il nome dell’ebraista protestante figura sia alla lettera M sia alla lettera S.25 Non stupisce pertanto che in pieno Seicento, in un rogo di libri sulla pubblica piazza a Udine nel dicembre del
1648, compaiano ancora «tre libri di Sebastiano
Mustero».26
Veniamo ora alla copia della Cosmografia in italiano conservata presso la Biblioteca Braidense e alla
vicenda che vi si nasconde. Il volume, rilegato in piena pelle moderna, presenta al margine inferiore del
frontespizio una nota di provenienza abbastanza
scontata, quella del Collegio dei Gesuiti di Milano,
la cui biblioteca andò a formare, dopo la soppressione settecentesca dell’Ordine, il primo grande nucleo della Braidense. Ai Gesuiti era però arrivato
probabilmente per lascito. Due precedenti note di
possesso conducono infatti a ritroso nei secoli, fino
alla Milano di san Carlo Borromeo. Al margine superiore del primo foglio di guardia si legge una prima nota vergata da una mano che può verosimilmente datarsi al XVII secolo: «Signor Gio. Battista
Spetiano». Al centro del frontespizio, lungo il margine destro, si legge quindi una seconda sigla di possesso, di mano diversa, che scrive «Speciano f.». Ma
l’interesse e la curiosità dello studioso sono attratti
da altre note ancora circoscritte alle carte preliminari del volume. Il frontespizio presenta un’aggiunta
manoscritta al titolo ad avvertire che i «Sei Libri
della Cosmografia Universale» sono stati «corretti
et espurgati come si vede nella faciata della prima
carta». Alla stessa mano zelante si deve forse la striscia di carta incollata nel margine inferiore, a coprire l’indicazione del nome dell’autore (guai se gli occhi di un buon cristiano vi si fossero soltanto imbattuti!), condannando così Sebastian Münster a futura
damnatio memoriae, e costringendo qualcun altro,
secoli dopo, forse nel Settecento, a riscrivere a penna «auctore Munster» per restituire paternità a
un’opera altrimenti anonima. Ma i reali protagonisti, cui è necessario dare un volto, si palesano al centro del secondo foglio di guardia dove una lunga nota manoscritta avverte: «Conceditur licentia Magnifico ac Nobili domino Alexandro de Spetianis
Mediolani tenendi et legendi hunc librum correctum et emendatum per me fratrem Iulium de Cremona Inquisitorem totius status Mediolani». Il libro apparteneva dunque, senza ombra di dubbio,
agli Speciani (o Speciano), blasonata famiglia patrizia milanese. Concreti passi in avanti nell’identificazione di questo Alessandro si compiono frugando
nell’albero genealogico degli Speciano.27 Gloria e
onore alla famiglia, di probabili origini cremonesi,28
portò nel primo Cinquecento Giovanni Battista (†
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
1545), capitano di giustizia, commissario generale
dell’esercito, membro del Consiglio Segreto di
Francesco Sforza e feudatario di Arena Po nel Pavese dal 1538.29 Soprattutto però, almeno per quello
che qui più ci interessa, Giovanni Battista fu capostipite di una generosa dinastia: ebbe infatti da Maddalena di Giovanni Antonio Sacchi,30 oltre a due femmine, ben otto figli maschi, tre dei quali risultano
iscritti all’albo dei magistrati patrizi milanesi: Prospero, dal 1563 al 1588, Ottavio, dal 1588 al 1603, e
Alfonso dal 1603 al 1604.31 Il sesto maschio fu nientemeno che Cesare (1539-1607), l’esponente più illustre della casata, corrispondente del cardinale
Borromeo a Roma, vescovo di Novara (dal 1584) e
Cremona (dal 1591) nonché nunzio pontificio presso la corona di Spagna e successivamente presso
27
l’imperatore Rodolfo II.32 Di qualche anno più
grande di Cesare era invece il nostro Alessandro, il
terzogenito, capitano al servizio di Filippo II, sposato con Paola Fossani e deceduto nel 1591.33 Dalle
carte d’archivio veniamo anche a sapere che risiedeva nella parrocchia di San Bartolomeo in Porta
Nuova,34 prendeva parte alle fastose cerimonie
mondane dell’epoca,35 e in seguito all’uccisione del
fratello Pompeo si preoccupava di ottenere licenza a
portare «per sicurezza di sua vita ... ogni sorte d’arme offensive e deffensive».36 La prima metà del cerchio si è dunque chiusa con il sicuro riconoscimento
del possessore del volume: l’insigne capitano Alessandro, fratello del vescovo Cesare Speciano. Non
resta che dare un volto a quel ‘frater Iulius de Cremona Inquisitor totius status Mediolani’. Si accerta
28
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
che tra il 1579 e il 1584 Inquisitore dello Stato di
Milano fu proprio un tal Iulius Ferrarius de Cremona, poi trasferito alla provincia di Piacenza.37 La notizia permette quindi non solo di serrare il cerchio
attorno ai protagonisti della vicenda, ma anche di
restringere l’arco di tempo in cui avvenne: verisimilmente non prima del 1579, dunque, e non oltre il
1584, negli anni in cui, auspice Pio V, venivano ripristinati i divieti dell’Indice paolino e avviata la revisione di quello tridentino.
Ora è tempo di seguire come fra Giulio da Cremona abbia esercitato il proprio incarico. Lo studio
e l’analisi integrale del volume (qui evidentemente
ridotta a qualche passaggio) restituisce l’immagine
di un censore fanatico che agì con meticoloso quanto sterile zelo, accanendosi, in primis, nel cancellare
con pesanti tratti di inchiostro quasi tutte le occorrenze, dal frontespizio giù fino all’ultima pagina, del
nome Münster e di altri collaboratori della ‘setta riformata’, le cui citazioni sono inseguite, stanate e
cassate con tale meticolosità da far sospettare che le
rarissime sopravvissute siano solo fortuitamente
sfuggite alla sua penna. Quel tipo di censura detta
NOTE
1
G. FRAGNITO, “Li libbri non zò rrobba da
cristiano”. La letteratura italiana e l’indice
di Clemente VIII (1596), «Schifanoia», XIX,
1999, pp. 123-135: 125.
2
Riprendo qui, con opportune modifiche, ampi stralci e più leggera bibliografia
in nota, la ricerca pubblicata alcuni anni fa
col titolo Libri proibiti e Inquisizione a Milano nel secondo Cinquecento. Un esemplare
espurgato de La Cosmografia di Sebastian
Münster, in G. Petrella, Uomini, torchi e libri
nel Rinascimento, Udine, Forum, 2007, pp.
309-336.
3
S. SEIDEL MENCHI, Erasmo in Italia
1520-1580, Torino, Bollati Boringhieri,
1987, p. 290; G. FRAGNITO, La Bibbia al rogo.
‘nominale’ (tanto ipocrita quanto inutile visto che in
molti casi non sottraeva affatto la possibilità di lettura dei brani incriminati) si accanisce a colpi di inchiostro contro altri umanisti e letterati coinvolti
con la Riforma, autori in prima persona di descrizioni pubblicate nella Cosmografia o semplicemente citati a testo. È oscurata l’unica occorrenza di Calvino
(p. 112), nominato, quasi incidentalmente, in apertura di una missiva rivolta al Münster da un suo collaboratore. Vengono sottoposti alla pratica ‘de expungendis haereticorum nominibus’ anche la famiglia Amerbach al completo (p. 469), dal capostipite
Johann († 1513), tipografo a Basilea, ai figli Bruno
(1484-1519), Basilio (1488-1535) e Bonifacio
(1495-1562); l’umanista editore dei postumi Opera
omnia di Erasmo Beato Renano (pp. 468-469) e
Konrad Pellikan (p. 684), del quale cassa la lode tributatagli dall’allievo di un tempo Sebastian Münster: «fedelissimo predicatore e uomo integerrimo». Allo stesso modo si accanisce contro tre dei
più illustri membri della dinastia Vergerio, a nessun
dei quali è disposto a concedere la patente di ortodossia: «a nostra età son nati tre fratelli della fami-
La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), Bologna, Il
Mulino, 1997, pp. 300-302; G. FRAGNITO, “Li
libbri non zò rrobba da cristiano”, p. 129. Il
lettore che voglia approfondire il tema della censura può rivolgersi all’utilissimo e
agile M. INFELISE, I libri proibiti, Roma-Bari,
Laterza, 2004. Se volesse poi costruirsi uno
scaffaletto sull’argomento, una bibliografia di primo soccorso non può prescindere
da A. ROTONDÒ, La censura ecclesiastica e la
cultura, in Storia d’Italia, V, I Documenti,
Torino, Einaudi, 1973, pp. 1397-1492; i
saggi raccolti in Le pouvoir et la plume. Incitation, contrôle et répression dans l’Italie
du XVIe siècle, Paris, Université de la Sorbonne nouvelle, 1982; L’inquisizione e gli
storici. Un cantiere aperto. Atti del Convegno dell’Accademia Nazionale dei Lincei
(Roma, 24-25 giugno 1999), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 2000; i saggi
raccolti negli atti del convegno La censura
libraria nell’Europa del secolo XVI, a cura di
U. Rozzo, Udine, Forum, 1997; i saggi raccolti in Church, Censorship and Culture in
early modern Italy, ed. by G. Fragnito, Cambridge, University Press, 2001; Censura ecclesiastica e cultura politica in Italia tra
Cinquecento e Seicento, a cura di C. Stango, Firenze, Olschki, 2001; Dal torchio alle
fiamme. Inquisizione e censura: nuovi contributi dalla più antica Biblioteca Provinciale d’Italia, a cura di V. Bonani, Salerno,
Biblioteca Provinciale, 2005, pp. 81-96; G.
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
glia Vergera Aurelio, Pietro Paolo e Giovanni per
dottrina e pietà in tutta Italia famosi. Il primo fu cavaliere de Rodo, negociando di cose importanti alla
cristiana religione, gli altri due furono vescovi di
Giustinopoli, l’altro di Pola» (p. 763). Un classico
esempio insomma di ‘censura capillare’.
Non stupisce a questo punto che fra Giulio abbia riservato lo stesso trattamento al pestifero Erasmo, coprendone costantemente il nome tutte le
volte che esso ricorre, ma soprattutto infierendo in
corrispondenza della descrizione di Rotterdam (p.
147). L’espurgazione ha qui reso pressoché illeggibile il testo originale, raggiungendo dunque il proprio scopo. Solo il confronto con una copia della
stessa edizione esente da pratiche censorie permette
di recuperare il testo a stampa sottostante e soddisfare la nostra curiosità.38 Alessandro Speciano e la
sua famiglia non avrebbero mai dovuto leggere (o rileggere) la seguente lode di Erasmo: «prefetto et riparatore delle buone lettere, unico ornamento della
Germania, et massimamente della gente della Batavia». In conclusione del paragrafo, invece, copre
una sorta di ‘pellegrinaggio’ compiuto da Filippo II
FRAGNITO, Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Bologna, Il
Mulino, 2005; U. ROZZO, La letteratura italiana negli ‘Indici’ del Cinquecento, Udine,
Forum, 2005; V. FRAJESE, Nascita dell’Indice.
La censura ecclesiastica dal Rinascimento
alla Controriforma, Brescia, Morcelliana,
2006.
4
S. MÜNSTER, Sei libri della Cosmographia Universale, Basel, H. Petri, 1558 (Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, OO. XII.
47; legatura moderna in piena pelle, esemplare con timbro e nota di possesso del
Collegio dei Gesuiti di Brera).
5
G. FRAGNITO, “Li libbri non zò rrobba da
cristiano”, p. 129; V. FRAJESE, Nascita dell’Indice, pp. 403-431.
6
29
di Spagna nel 1549 alla casa nativa di Erasmo, davanti alla quale era stata eretta una statua lignea:
«doppo Filippo, la regina et gli altri prencipi dalla
memoria d’un tanto huomo accesi visitorono religiosamente la lui casa et nativa camera».
Contrariamente ad altri censori che non ritrassero la penna neppure di fronte alle immagini, fra
Giulio non deturpò invece la silografia di Erasmo
stampata a fianco del testo. Né più avanti nel volume
si accanì contro una seconda suggestiva immagine di
Erasmo, ispirata a uno dei più celebri ritratti eseguiti
intorno al 1523 da Hans Holbein il Giovane, che raffigura l’umanista di profilo con la cappa e la berretta,
impegnato a scrivere su un foglio appoggiato a un
leggio.39 L’Holbein ne aveva steso un abbozzo, che
Erasmo regalò poi all’amico Bonifacio Amerbach e
tramite questi discese nella Cosmographia (p. 470):
Avendomi fatto partecipe l’eccellente uomo Messer
Bonifacio Amerbachio sopranominato d’una effigie
d’[Erasmo Rotherodamo] disegnata e colorita al
naturale da un nobilissimo dipintore del nostro
tempo Giovanni Holbeinio, molto bene e felice-
V. FRAJESE, Le licenze di lettura e la politica del Sant’Uffizio dopo l’Indice Clementino, in L’inquisizione e gli storici, pp. 179220: 208.
7
Sulla confessione come strumento
per il controllo della lettura e della circolazione libraria: A. PROSPERI, Tribunali della
coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996, pp. 211-548:
230-235; G. ROMEO, Ricerche su confessione dei peccati e inquisizione nell’Italia del
Cinquecento, Napoli, La Città del Sole,
1997.
8
K. H. BURMEISTER, Sebastian Münster:
Versuich eines biographisches Gesamtbildes, Basel–Stuttgart, Helbing-Lichtenhahn, 1963;ID., Sebastian Münster. Eine Bi-
bliographie mit 22 Abbildungen, Wiesbaden, G. Pressler, 1964; ID., Briefe Sebastian
Münsters, Frankfurt a. M., Insel Verlag,
1964.
9
S. MÜNSTER, Cosmographey, Basel, H.
Petri, 1544; 1545; 1546; 1548; 1550
(VD16, M6689-6693); Cosmographiae
universalis libri VI, Basel, H. Petri, 1550
(VD16, M6714).
10
La prima ad apparire fu nel 1552 la
traduzione in francese, poi più volte ristampata: S. MÜNSTER, La Cosmographie
universelle, Basel, H. Petri, 1552; 1556;
1560; 1565; 1568; Paris, M. Sonnius, 1575
(ADAMS M1913-14; VD16, M6707-6711).
Nel 1554 fu stampata a Praga, dall’officina
di Jan Kosorsky, una Kozmograffia Cžeská,
30
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
mente m’è piaciuto di far cosa che sia a grado a coloro che son di lui studiosi porne qui uno esempio
quindi comun che si sia ritratto acciocché eglino
l’abbino non solamente che egli gli guardi in faccia
al dirimpetto e intera, come la proponemmo quando di sopra discrivemmo l’Ollandia, ma altresì che
una gota sola se ne vegga rilevata.
traduzione di Zikmund z Puchova: S. MÜNSTER, Kozmograffia Cžeská, Praha, Jan Kosorsky, 1554 (K. H. BURMEISTER, Sebastian
Münster. Eine Bibliographie, pp. 84-85).
Nel 1558 fu la volta della versione in italiano: Sei libri della Cosmografia Universale,
Basel, H. Petri, 1558 (VD16, M6712). Per il
pubblico italiano fu allestita anche una
Cosmographia Universale … corretta et repurgata, Köln, eredi A. Byrckmann, 1575
(VD16, M6713).
11
Index des livres interdits, par J. M. De
Bujanda, 11 voll., Sherbrooke - Genève,
Centre d’Etudes de la Renaissance – Droz,
1985-2002, III, pp. 412, 434; V, p. 435; VIII,
pp. 611, 674.
12
Per una bibliografia delle edizioni
Ricordo invece che entrambi i ritratti di Erasmo sono violentemente sfigurati e oltraggiati da
un anonimo censore spagnolo nell’esemplare de
La Cosmographia, Basel, H. Petri, 1550 conservato
a Madrid (Biblioteca Nacional, A. 14. 383, pp.
130, 407).40 Allo stesso modo è curioso, se non sorprendente, che il Ferrario, pur oscurando con meticolosità tutte le occorrenze del nome Münster,
non abbia ritenuto di dover cancellare o in qualche
modo imbrattare il bel ritratto di Sebastian Münster «anno aetatis suae 60» che campeggia in apertura del volume (c. *1v).
Il secondo tratto caratteristico del procedimento espurgatorio condotto dal Ferrario, dopo
la cancellazione di tutte le occorrenze dei nomi dei
presunti eretici, consiste nella rimozione di ogni
minimo cenno lesivo della morale e soprattutto
dell’autorità della Chiesa Romana. Si possono così raccogliere sotto quest’unica tipologia i numerosi interventi di soppressione di intere frasi o
semplici parole che avrebbero gettato cattiva luce
sulla condotta dei pontefici o, più in generale, del
clero. È ad esempio proprio di questa natura il pri-
della Cosmographia è necessario ricorrere,
pur con qualche cautela, al censimento
compilato da K. H. BURMEISTER, Sebastian
Münster. Eine Bibliographie, pp. 62-88, da
integrare, per il Cinquecento, con i dati di
VD16, M6689-6719 (da cui restano escluse
soltanto l’edizione ceca del 1554 e l’edizione in francese stampata a Parigi nel 1575)
e per il Seicento con i dati di VD17 (Das Verzeichnis der im deutschen Sprachraum erschienenen Drucke des 17. Jahrhunderts)
consultabile all’indirizzo www.vd17.de (ed.
1614: VD17 23:635683K; ed. 1614:
547:689033C; ed. 1628: 23:230709C). Per
la tradizione a stampa dell’opera rimando
infine al mio La Sardiniae brevis historia di
Sigismondo Arquer e la tradizione a stam-
pa della Cosmographia di Sebastian Münster, «Italia Medioevale e Umanistica»,
XLVII, 2006, pp. 255-285.
13
DE BUJANDA, III, pp. 328, 354.
14
P. F. GRAENDLER, L’Inquisizione romana e l’editoria a Venezia 1540-1605, Roma,
Il Veltro, 1983, pp. 142-143, 406-413: 410411.
15
DE BUJANDA, VIII, pp. 611, 674.
16
Geographia universalis, vetus et
nova, complectens Claudii Ptolomaei
Alexandrini enarrationis libros VIII, Basel,
H. Petri, 1540 (VD16, P5214). DE BUJANDA,
VIII, p. 486.
17
DE BUJANDA, VIII, p. 311. Casi di sequestri della Bibbia del Münster a Firenze e
Genova segnala G. FRAGNITO, La Bibbia al ro-
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
A sinistra e destra: ritratti di Erasmo sfigurati da un
anonimo censore nell’esemplare de La Cosmographia,
Basel, H. Petri, 1550 conservato a Madrid (Biblioteca
Nacional, A. 14. 383)
mo intervento espurgatorio che si riscontra nell’esemplare Braidense. Nel bel mezzo della descrizione dell’Inghilterra, a proposito delle vicende in
cui fu coinvolto Giacomo IV di Scozia, il Ferrario
deturpa fino a renderlo illeggibile il seguente passo (p. 61): «avenga che i Galli si sforzassino incitarlo contra Henrigo ottavo re dell’Inghilterra,
non dimeno mai non poterono ciò fare che egli pigliasse la guerra [se le fraudi de’ pontefici e de’ frati non vi si frammettevano]». Più avanti, a proposito di Silvestro III (p. 109), non si limita a cassare
il passo incriminato, ma interviene con una postilla marginale per modificare la diceria di alcuni
storici di parte avversa: «fu fatto papa detto Silvestro terzo huom molto dotto nelle scienze liberali
... Ma per ciò che egli macchiò la sua scienza con
l’arte diabolica se ne dice molto [male] (cassato e sostituito a margine da «altro») dagli historici (ag-
go, pp. 262, 282.
18
DE BUJANDA, V, pp. 363, 435.
19
DE BUJANDA, VI, pp. 331, 475, 531.
20
DE BUJANDA, VIII, p. 867.
21
DE BUJANDA, VII, pp. 222-223, 668.
22
DE BUJANDA, pp. 546-548, 799-803.
23
DE BUJANDA, pp. 222, 548, 803.
24
DE BUJANDA, IX, pp. 156, 184.
25
DE BUJANDA, pp. 962, 971.
26
S. CAVAZZA, Inquisizione e libri proibiti
in Friuli e a Gorizia tra Cinquecento e Seicento, «Studi Goriziani», XLIII, 1976, pp. 2980: 78. Compaiono frequentemente opere
del Münster anche negli inventari di biblioteche private veneziane di primo Seicento (P. F. GRAENDLER, L’Inquisizione romana e l’editoria a Venezia, p. 399).
27
giunge a margine: ««nemici e pocco dotti»). Giunto all’altezza della descrizione dell’Italia (p. 227),
non poteva non coprire la sferzante accusa mossa
ai pontefici di essere responsabili della degenerazione morale degli Italiani: «Ma oggi quali costumi abbino gl’Italiani è assai manifesto. [Scrivono
molti il papato nell’Italia aver non poco scemata la
disciplina cristiana]».
Fine prima parte. La seconda sarà pubblicata
sul prossimo numero di novembre.
G. SITONI, Theatrum genealogicum
familiarum illustrium, nobilium et civium
inclytae urbis Mediolani, f. 422 (manoscritto datato 1705 conservato presso l’Archivio di Stato di Milano). Gli Speciano sono già celebrati da P. MORIGI, La nobiltà di
Milano, Milano, G. B. Bidelli, 1615, pp. 414415 e G. P. CRESCENZI, Anfiteatro romano,
Milano, G. B. Malatesta, 1645, pp. 53, 6970, 212.
28
G. SITONI, Theatrum genealogicum, f.
422 avvia l’albero genealogico da un Liberius Speciani notaio cremonese sullo scorcio del Quattrocento.
29
P. MORIGI, La nobiltà, p. 414; G. FRANCESCHINI, Le dominazioni francesi e le restaurazioni sforzesche, in Storia di Milano,
VIII, Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri, 1955, pp. 83-333, in part. 310, 316; F.
CHABOD, Per la storia religiosa dello Stato di
Milano durante il dominio di Carlo V: note e
documenti, Roma, Istituto storico italiano
per l’età moderna e contemporanea, 1962,
pp. 15, 230-231; ID., Lo stato e la vita religiosa a Milano nell’epoca di Carlo V, Torino,
Einaudi, 1971, ad indicem; U. PETRONIO, Il senato di Milano, Milano, Giuffrè, 1972, p. 79
nota 223. Il feudo di Arena Po (Pv), di proprietà degli Speciano ancora nel Settecento, risulta acquistato da Giovanni Battista
nel 1538 da Castellano Maggi.
30
G. SITONI, Theatrum genealogicum, f.
422.
31
P. MORIGI, La nobiltà, pp. 414-415; F.
32
ARESE LUCINI, Elenchi dei magistrati patrizi di
Milano dal 1535 al 1796, «Archivio Storico
Lombardo», s. 8, VII, 1957, pp. 147-199:
156, 162, 196; ID., Le supreme cariche del
Ducato di Milano, «Archivio Storico Lombardo», s. 9, IX, 1970, pp. 59-156: 71-72, 86.
32
Su Cesare Speciano basti qui la voce
di M. MARCOCCHI, in Dizionario della Chiesa
Ambrosiana, VI, Milano, NED, 1993, pp.
3512-3514; ID., Cesare Speciano sulle orme
di san Carlo Borromeo. Coscienza e azione
pastorale in un vescovo di fine Cinquecento, in L’intelletto cristiano. Studi in onore di
mons. Giuseppe Colombo per l’LXXX compleanno, Milano, Glossa, 2004, pp. 87-96.
33
G. SITONI, Theatrum genealogicum, f.
422; P. MORIGI, La nobiltà, p. 415. Alessandro Speciano è registrato come marito di
Paola Fossani anche nell’albero genealogico della famiglia Fossani in Teatro genealogico delle famiglie nobili milanesi, p. 218,
manoscritto del sec. XVIII conservato presso la Biblioteca Nazionale Braidense (ms.
AM. XV. 3-4). Se il nostro Alessandro è da
identificarsi con «l’illustre signor Alexandro Speciano de anni 45» che ho trovato
registrato nello stato d’anime della Parrocchia di San Bartolomeo in Porta Nuova del
1576 conservato presso l’Archivio Diocesano di Milano (Duplicati e status animarum, vol. V, p. 133) si potrebbe ricavarne
come data di nascita l’anno 1531. Nel 1576
tale Alessandro Speciano di anni 45 risiede
nella «casa delli signori Landriani» assieme
a quattro altre persone, probabilmente
servitori; non sembrerebbe dunque ancora
sposato. Sepolture degli Speciano (tra cui
quella del capostipite Giovanni Battista)
risultano sempre in Porta Nuova, nella
chiesa di S. Angelo dei frati Minori (V. FORCELLA, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano dal secolo VIII ai giorni nostri,
V, Milano, Società Storica Lombarda, 1890,
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
nn. 153, 160).
34
Una conferma di uno status sociale
elevato si ricava dalla presenza di Alessandro, all’epoca ancora abitante nella parrocchia di San Bartolomeo, nell’Index divitum et nobilium habitantium in curis Mediolani realizzato sulla base di un’inchiesta
vescovile del 1586 (D. ZARDIN, Nobili e ricchi
nella Milano del ’500: i dati di un’inchiesta
vescovile del 1586, in L’Italia degli Austrias.
Monarchia cattolica e domini italiani nei
secoli XVI e XVII, a cura di G. Signorotto,
Brescia, Centro Federico Odorici, 1993 =
«Cheiron», IX, 1992, 17-18, pp. 307-356:
339 n. 752).
35
Alessandro, assieme al fratello Pompeo, figura tra i partecipanti a una fastosa
cerimonia e tra i più illustri patrizi milanesi
registrati in un campionario di un sarto del
pieno Cinquecento (C. A. VIANELLO, Feste,
tornei, congiure nel Cinquecento milanese,
«Archivio Storico Lombardo», n.s., I, 1936,
pp. 370-423: 391, 423).
36
Così si legge in un documento datato 1572 riunito assieme a poche altre carte
relative alla famiglia Speciano (Archivio di
Stato di Milano, Famiglie, 181). La stessa richiesta fece anche il fratello Alfonso in data 22 agosto 1582. La licenza risulta concessa in data 3 novembre 1583.
37
Secondo quanto riportato da F. ARISI,
Cremona Literata, Parma, typis P. Montii,
1706, II, p. 338, III, p. 206 il domenicano fra
Giulio Ferrario fu inquisitore a Cremona
dal 1560 al 1575, quindi a Milano e poi infine a Piacenza. Morì a Cremona molto in là
con gli anni. Non compare né in J. QUETIF – J.
ECHARD, Scriptores ordinis praedicatorum,
né in altre fonti erudite domenicane. Il suo
nome non figura neppure nelle pur documentatissime ricerche di L. FUMI, L’inquisizione romana e lo Stato di Milano. Saggio
di ricerche nell’Archivio di Stato, «Archivio
Storico Lombardo», s. 4, XIII, 1910, pp. 5124, 285-414; XIV, 1910, pp. 145-220, che
pure poté avvalersi di documenti dell’Archivio di Stato andati poi in parte distrutti
durante la Seconda Guerra Mondiale. Una
conferma della sua attività milanese di
quegli anni viene da G. COZZI, La Messa dei
Magi di pre Antonio Vignasca, «Archivio
Storico Lombardo», s. 8, IV, 1953, pp. 237243, in cui si ricostruisce un processo per
magia avvenuto a Milano nel 1581 davanti
a padre Giulio Ferrario da Cremona inquisitore generale dello stato di Milano.
38
Parma, Biblioteca Palatina, Pal.
16318 (esemplare restaurato, con legatura
moderna in piena pelle). In verità anche
questo esemplare conserva tracce di un
anonimo intervento censorio cinquecentesco; fortunatamente però l’intervento di
restauro compiuto in epoca moderna ha
provveduto a lavare le pagine con tratti di
inchiostro ristabilendo così la leggibilità
del testo a stampa.
39
P. GANZ, Die Erasmusbildnisse von
Hans Holbein, in Gedenkschrift zum 400.
Todestage des Erasmus von Rotterdam,
Basel, Braus-Riggenbach, 1936, pp. 260269; L. FIRPO, Erasmo e l’arte (1515-1563),
in ERASMO DA ROTTERDAM, Il Lamento della
Pace, a cura di L. Firpo, Torino, Utet, 1967,
pp. 139-206; H. BRUNIN, De Erasmus portretten van en naar Holbein de Jonge, «Bulletin des Musées Royaux des Beaux-Arts
de Belgique», XVII, 1969, pp. 145-160; A.
GERLO, Erasme et ses portraitistes,
Nieuwkoop, B. de Graaf, 1969, pp. 45-67;
H. REINHARDT, Erasmus und Holbein, «Basler
Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde», LXXXI, 1981, pp. 41-70.
40
M. BATAILLON, Èrasme et l’Espagne,
texte établi par D. Devoto, edité par C.
Amiel, Genève, Droz, 1991, pp. 840-842,
figg. XVII-XVIII.
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
LE MOSTRE – RIFLESSIONI E INTERPRETAZIONI – LO SCAFFALE
LA MOSTRA/1
SGUARDI MODERNI SU ROMA
E SULLA GRECIA ANTICA
Natura, mito e fortuna dell’archeologia
a cura di luca pietro nicoletti
ifficile e coraggioso
il tentativo di
fare una mostra
di archeologia fruibile
per il grande pubblico:
significa fare i conti con
un tessuto così
frammentato che richiede un
livello di astrazione concettuale
non semplice da restituire nei termini
di fruizione che sono necessari al
pubblico. Eppure, in questo 2015 si
segnalano almeno tre eventi dedicati a
grandi temi dell’archeologia classica (di
D
quella alla Fondazione
Prada, Serial/Portable
Classic,
c si è parlato nel
numero di giugno),
ciascuna con uno
specifico taglio, volti a
rendere fruibili passaggi
concettuali non sempre di
immediata ricezione per i non
addetti ai lavori.
È questo, per esempio, l’obiettivo di
Mito e natura, la mostra curata da
Gemma Sena Chiesa e Angela
Pontradolfo a Palazzo Reale di Milano
(il prossimo anno migrerà al Museo
Archeologico Nazionale di Napoli), che
cerca di spiegare, con copia di esempi e
capolavori dai musei italiani e stranieri,
il rapporto dell’arte antica e la realtà
naturale. L’intenzione, in definitiva era
di mostrare quali fossero le possibili vie
Sopra: Anfora con eroti vendemmianti (c.d.
Vetro blu) Vetro cammeo, età claudia
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Archivio fotografico della Soprintendenza per i
Beni Archeologici di Napoli. A sinistra:
Corona aurea a foglie di quercia
oro, bronzo, II sec. a.C., Taranto, Museo
Nazionale Archeologico. Su concessione del
Ministero dei Beni e delle attività Culturali e
del Turismo – Soprintendenza Archeologica
della Puglia – Archivio Fotografico (foto di P.
Buscicchio). Sopra in centro: Piatto da pesce,
Ceramica apula a figure rosse, 330-310 a.C. da
Ruvo, Collezione Intesa Sanpaolo
34
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Sopra da sinistra: Rilievo Grimani: pecora
che allatta i suoi cuccioli, Marmo, tarda età
augustea, prima metà I a.C., Vienna,
Kunsthistorisches Museum.
Affresco da Pompei,i Casa del Bracciale d’Oro,
oecus, parete sud, registro mediano,
Intonaco dipinto, età giulio-claudia, Pompei,
Casa del Bracciale d’Oro, Soprintendenza
Speciale per i Beni Archeologici di Pompei,
Ercolano e Stabia. Qui accanto: Cratere
tardo geometrico, c.d. Cratere del Naufragio,
Argilla, 725-700 a.C., Museo Archeologico di
Pithecusae, Villa arbusto, Lacco Ameno
per la rappresentazione figurata
dell’ambiente quotidiano nella
produzione visiva del mondo antico:
attraverso quali vie, insomma, il reale
poteva fare irruzione nella pittura
vascolare, o nella decorazione degli
ambienti domestici o in altre forme
espressive, dal momento che non
esistevano codici che prevedessero la
raffigurazione della natura fine a se
stessa. Questo significava,
semplificando molto e ponendosi su un
crinale fra storia dell’arte e interesse
antropologico, portare la natura
nell’opera d’arte sotto le vesti del mito
o gravata di significati simbolici,
presenti anche quando l’artista si lascia
andare a un tripudio di ricchezza e di
abbondanza di beni di natura. Ne è un
bell’esempio il famoso vaso blu del
Museo archeologico di Napoli,
anforisco realizzato nella rara e
preziosa tecnica del vetro-cammeo, con
i suoi rigogliosi tralci di vite e scene di
vendemmia, che potrebbe quasi
sembrare, a un primo sguardo una
scena di genere tradotta con una
tecnica preziosissima su un oggetto di
lusso. Ma sotto le ghirlande di frutti (e
frutti con precisi significati, come la
melagrana, fra gli altri) sono degli eroti
mitologici a pigiare l’uva o a raccogliere
i grappoli dalla vite: e la vite stessa, a
ben guardare, si diparte da una
maschera di teatro collocata in luogo
delle radici. Anche laddove sembrerebbe
legittimo abbandonarsi alla più
semplice immersione nella natura
rigogliosa, dunque, esiste un significato
più o meno nascosto.
La stessa mitologia greca, in fondo,
offriva molti spunti di natura, dagli
abissi marini abitati da Nettuno al mito
di Persefone, e le stesse divinità
sovrintendevano alla stessa natura
coltivata: Dioniso aveva dato agli
uomini il vino, Athena l’ulivo sacro e
Demetra la cultura cerealicola. La
natura festante delle abitazioni romane,
come le pareti del viridarium della Casa
del Bracciale d’oro a Pompei, presenti in
36
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
A sinistra: Christen Købke, Il Foro di Pompei,i
olio su carta incollato su tela, 36,6 cm x 44,4
cm, 1840, Odense, Fyns Kunstmuseum,
Mondadori Portfolio//www.bridgemanart.com.
Sotto: Pablo Picasso, Due donne che corrono
lungo la spiaggia (La corsa), gouache
su compensato, 32,5 × 41,1 cm, 1922,
Parigi, Musée Picasso © Succession Picasso
by SIAE 2015.
Nella pagina accanto: Achille e Briseide,
seconda metà del I secolo d.C., affresco, 127
cm x 122 cm, Museo Archeologico
Nazionale, Napoli, da Pompei, Casa del Poeta
tragico. Su concessione del Mibact.
Soprintendenza per i Beni Archeologici di
Napoli, Archivio fotografico
mostra, ricordava quindi il giardino
delle Esperidi ed era portattrice di
messaggi positivi e vitali. Un messaggio
pronto a trasformarsi in termini
benauguranti quando a riempirsi di una
flora rigogliosa in cui perdersi alla
ricerca della vivace avifauna che vi si
mimetizza erano i luoghi di sepoltura o
gli stessi sarcofagi: anche nel momento
di recarsi nell’Ade, l’uomo antico
portava con sé la speranza che i Campi
Elisi fossero rigogliosi come la natura
che aveva conosciuto. È un
abbinamento antico, questo, che risale
già alla famosa tomba del tuffatore di
Paestum, con la sua mirabile sintesi
grafica: un giovane nudo e purificato,
senza peso, si libra in un candido vuoto
per tuffarsi in un limpido specchio
d’acqua. È un dipinto di grande sintesi:
l’acqua è una sottile tavola blu, mentre
un elegante alberello, isolato sullo
stesso assoluto candore, ricorda che
quelle sono acque del Paradiso.
Se si tolgono questi casi particolari,
che si legano alla svolta di fine IV
secolo a.C., quando si può parlare, oltre
che di “natura”, anche di “paesaggio”, la
mostra, specie nelle prime sezioni,
invita a guardare in secondo piano, a
porre attenzione agli sfondi delle
pittura vascolari e a vedere quegli
elementi comprimari che danno
indicazioni d’ambiente: alberi o piante,
fin dagli esordi, fanno da quinte per la
narrazione mitologica, prestandosi
subito a pratiche ornamentali. Al
contempo, presto irrompe sulla
superficie dei vasi o nelle suppellettili
dipinte il mondo acquatico, popolato di
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
fauna ittica e di mostri marini:
l’immaginario fantastico, in fondo, fa
parte integrante del mondo naturale.
Guardare all’antichità, però,
significa anche interrogarsi sulla
distanza fra lo sguardo contemporaneo
e le immagini dell’antico che a queste si
sono sovrapposte nel tempo: è
inevitabile, per l’uomo di oggi, guardare
l’antichità con il filtro delle letture che
di questo hanno dato le epoche più
recenti, e di ritrovare nei manufatti
greci o romani quanto vi hanno visto
gli uomini del Sette e dell’Ottocento.
Interrogarsi quindi sulla fortuna e la
fama dei modelli antichi significa fare i
conti con il modo in cui gli uomini, nel
corso dei secoli, hanno guardato l’arte
del passato per calarla nel loro presente
e attingerne forme e modelli. Il caso di
Pompei, in tal senso, è emblematico: la
straordinarietà del rinvenimento ne
fece immediatamente un punto di
fortissima attrazione per interessi
diversi. Era apparso subito chiaro,
infatti, che si trattasse di una scoperta
sensazione: «O qual grande ventura de’
nostri giorni è mai», scriveva Scipione
Maffei in una lettera del 1748, «che si
discopra non uno ed altro antico
monumento, ma una città»; ancora
Leopardi, nel 1836, lo ricorderà ne La
ginestra.
Partendo da questo presupposto,
Pompei e l’Europa indaga il rapporto fra
gli artisti e l’antico, in un percorso
chiuso fra due date cruciali per il
grande sito archeologico campano:
l’inizio degli scavi nel 1748 e i
bombardamenti durante la Seconda
Guerra mondiale nel 1943. Fin da
subito Pompei aveva attirato un grande
interesse: intellettuali come Goethe e
signori come Amelia di Sassonia si
erano fatti ritrarre fra le rovine di
Pompei, mentre il ritrovamento del
tempio di Iside (1765) aveva aggiunto
un importante tassello all’imperante
“Egittomania” di fine Settecento, con
ricadute, oltre che in pittura e scultura,
nelle arti applicate, nel costume e nel
mobilio. Di Pompei (e di Ercolano a
seguire) interessava tutto: le vestigia, la
storia, e le testimonianze d’arte che vi
si potevano incontrare. La città
catalizzava quell’interesse verso le
catastrofi naturali di grande forza
distruttiva, e l’eruzione del Vesuvio era
capace, in tal senso, di portare il
sublime all’interno del quadro di storia.
Per gli artisti, invece, Pompei costituiva
una miniera di motivi ideali per un’arte
“all’antica”: è palmare, per esempio, il
prelievo effettuato da Antonio Canova
37
in dipinti come le Danzatrici del 179899 dalle leggiadre figure su fondo
scuro della cosiddetta Villa di Cicerone,
oppure nel Mercato degli amorini,i tela
del 1793-1807 oggi presso il Museo di
Bassano del Grappa su un tema tanto
kitsch quanto fortunato (in pittura ma
anche in ceramica), tratto dalla Villa di
Arianna a Stabia.
Si arriva persino a pensare, come fa
Chateaubriand visitando Pompei nel
1804, un grande museo a cielo aperto
lasciando i reperti dove erano stati
trovati.
Siamo sullo sfondo, naturalmente,
di uno sguardo emozionato sulle
rovine, come ricorda la visionaria
interpretazione di Francesco Piranesi
nelle acqueforti per il monumentale
volume su Le Antichità della Magna
Grecia (1804-1807). Lo stesso scavo,
38
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Sopra da sinistra: Filippo Palizzi, Fanciulla
pensierosa negli Scavi di Pompei,i olio su tela,
120 cm x 87 cm, 1865, Collezione privata
Arturo Martini, Il bevitore (o La sete o
L’uomo che beve), 1933-1936, pietra di
Finale, alt. cm 70 x prof. cm 96 lung. cm 224,
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna,
foto Idini. Qui accanto: Jean-AugusteDominique Ingres, Studio preparatorio per
l’ambientazione di Antioco e Stratonice,
matita e acquerello su carta copiativa, 50 cm
x 65 cm, Musée Ingres, Montauban
infatti, diventa tema iconografico: nel
quadro della pittura di genere, le donne
e gli uomini intenti nell’estrazione o nel
trasporto dei materiali di scavo, come
quelle di Filippo Palizzi, magari colti in
un momento di stupore di fronte ai
prodigi dei maestri antichi (anche i
semplici, sembra volerci dire il pittore,
sono capaci di emozionarsi di fronte
alla vera e grande arte).
È nell’Ottocento, infatti, che il
piccolo scavo settecentesco si
trasforma nella più grande area
archeologica del mondo. Nel frattempo,
gli esempi più celebri della pittura
murale avevano lasciato le pareti delle
case di Ercolano e Pompei per essere
acconciate come dipinti e musealizzate:
non a caso, un pittore come Moreau
realizza nel 1859 delle copie su tela
delle medesime dimensioni
dell’originale dell’Achille e Chirone
dell’Augusteum di Ercolano e di Achille
e Briseide dalla Casa del poeta tragico a
Pompei: dipinti fra loro distanti
potevano entrare nello stesso museo
ideale. La pittura cerca di competere
con quella antica, vuole come ridarle
vita con lo stile neoclassico: ne è un
bell’esempio la copia parziale della testa
di Cerere dall’Eracle e Telefo, anch’essa
dall’Augusteum di Ercolano, realizzata
da Charles-Octave Blanchard fra 1837
e 1841 (oggi al Musée Ingres di
Montauban).
Ma nell’immaginario europeo,
Pompei diventa un’icona vera e propria:
il mito di una città sepolta da un
40
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Jean Cocteau, Picasso e Léonide Massine
nel giardino della casa di Marco Lucrezio a
Pompei, 1917, fotografia ai sali d’argento,
Paris, Musée Picasso © J. Cocteau by SIAE 2015
evento traumatico e improvvisamente
piombata nell’oblio. Se ne poteva trarre
materia per un dramma teatrale, come
farà Giovanni Dacini con L’ultimo
giorno di Pompei,i messa in scena al San
Carlo di Napoli nel 1825 e alla Scala di
Milano nel 1827, da cui Edward George
Bulwer-Lytton trarrà l’omonimo
romanzo nel 1834.
Ma com’era, si chiedevano gli
artisti, la vita a Pompei? La risposta, a
cui cercarono di dare risposta pittori
come Domenico Morelli o Giacinto
Gigante, sta al crocevia fra orientalismo
e pittura di storia: nascono le scene di
vita pompeiana, immaginarie
POMPEI E L’EUROPA
1748-1943
NAPOLI, MUSEO ARCHEOLOGICO
NAZIONALE
SCAVI DI POMPEI, ANFITEATRO
25 maggio - 2 novembre 2015
http://mostrapompeieuropa.it
MITO E NATURA.
DALLA GRECIA A POMPEI
MILANO, PALAZZO REALE
31 luglio 2015
10 gennaio 2016
http://mostrapompeieuropa.it
ricostruzioni di momenti di quotidianità
nel mondo antico, in una città ignara di
essere prossima alla fine (ma i fruitori
dei quadri questo lo sanno e lo
pregustano con sublime senso di
terrore).
Mancava ancora un salto per
catapultare infine Pompei nella
modernità. Se ancora agli inizi del
secolo permangono esempi di
ricreazioni in stile dell’antico, come
nelle fotografie di Wihelm von
Plüschow, memori delle fotografie del
barone Von Gloden, conta soprattutto
ricordare che da Pompei passano Le
Corbusier nel 1911 e Picasso, insieme a
Cocteau, nel 1917. Paul Klee vi era
passato nel 1902. Tutto questo non
poteva rimanere senza conseguenze: è
una certa sintesi dei volumi che
emoziona gli artisti ed è congeniale ad
un certo “ritorno all’ordine” dei valori
della pittura. Ma allo stesso tempo,
entravano in campo altri oggetti e altre
immagini che fino ad allora non
avevano interessato gli artisti: già alla
fine dell’Ottocento Giuseppe Fiorelli,
primo direttore degli scavi di Ercolano e
Pompei nell’Italia Unita, aveva messo a
punto dei calchi dei corpi rimasti
sommersi sotto una pioggia di cenere e
lapilli. Erano immagini che avevano
immobilizzato la disperazione e gli
spasimi del dolore nei loro modi
scomposti, tutt’altro che congeniali a
un canone classico, ma nelle corde di
uno degli artisti “più assimilatori che
esistano”: lo scultore Arturo Martini.
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
41
LA MOSTRA/2
SEGNO, TERRA E MATERIA
La ceramica e l’informale
otto più aspetti l’Informale ha
costituito un atto di liberazione:
da una parte, è stata dava il via
alle più diverse declinazioni del gesto;
dall’altra, invece, ha abbattuto una
certa gerarchizzazione delle tecniche
erede di una separazione fra arti belle e
arti applicate. Lo mostra bene Terrae. La
ceramica nell’Informale e nella ricerca
contemporanea, la mostra curata da
Lorenzo Fiorucci a Palazzo Vitelli di
Città di Castello (catalogo Silvana
editoriale) in concomitanza con due
importanti ricorrenze per la città
umbra: il centenario della nascita di
Alberto Burri e quello di Leoncillo
Leonardi, entrambi artisti legati a
doppio filo sia all’Informale sia alla
ricerca ceramica. Per il primo,
l’esperienza della ceramica era stata
S
sollecitata proprio a Città di Castello,
per il tramite di Dante Baldelli, titolare
in città, con il fratello Angelo, delle
Ceramiche Baldelli: un esperimento
occasionale, forse, circoscritto ad alcuni
lavori di piccolo formato del 1948, ma
che sarà utile poi quando negli anni
Settanta l’artista tornerà a servirsi di
questo mezzo per la realizzazione dei
monumentali Cretti di Los Angeles
(1977) e Capodimonte (1978). Per
Leoncillo, invece, la ceramica era uno
dei mezzi principali della ricerca
plastica, memore, come lo era Burri del
resto, delle ferite di guerra, che si
trasformano in un segno reiterato e
violento sulla materia: «la terra», scrive
Fiorucci in catalogo, «si mostra nella
sua più intima natura, portatrice di un
sentire doloroso e angosciato che si
esprime attraverso i segni degli smalti
rutilanti ricchi di impercettibili
sfumature di colore e grumi di terra
tagliata» (p. 18).
Con l’Informale la ceramica esce da
un ruolo ancillare nei confronti delle
arti “maggiori”, complice l’apporto
teorico della filosofia di Antonio Banfi e
della lettura datane da Enzo Paci (e,
aggiungerei, da Dino Formaggio) e della
rivalutazione anti-idealistica ed anticrociana, della tecnica artistica come
momento fondante dell’operare
artistico. La ceramica, in tal senso,
offriva un connubio importante fra
questi aspetti: imponeva all’artista un
sapere artigiano, ma al contempo si
prestava a registrare l’esperienza
istantanea, autobiografica, del gesto e
al “racconto” come ostensione della
materia. Si tratta di quella che Flaminio
Gualdoni, sempre in catalogo, definisce
una «formatività materiale che faccia
dell’impurità, dell’imperfezione, della
forzatura dissomigliante, della brevità
tecnica, la propria chiave linguistica» (p.
23), che ha anche, come scrive Stefania
Petrillo, una natura “geologica” e un
«debito con la terra e l’universo
In alto: Nedda Guidi (Gubbio 1927 – Roma
2015), Foglio, 1962, terracotta e smalti
sovrapposti opachi, 51 x 64 cm. A sinistra:
un’immagine delle opere in mostra.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
A sinistra: un’altra immagine delle opere in
mostra. Sotto: Franco Garelli (Diano D’Alba
1909 - Torino 1973), Figura umana astratta,
1954, ceramica smaltata, 44 x 10 x 12 c.a. cm.
organico» da collocarsi, secondo
Antonella Pesola, tra «antropomorfia e
ancestralità». La ceramica instaura
infatti un inedito rapporto “tattile” con
l’artista, un rapporto «a tratti erotico»,
come giustamente notava sempre
Fiorucci in merito al lavoro di Melotti
(ma la metafora può essere estesa ad
altri casi). La ceramica catalizza in
maniera trasversale temi di ricerca che
qui trovano una traduzione più rapida
e, soprattutto, non mediata, come
avviene per la fusione in bronzo o per il
marmo: qui, nel vero e proprio senso
della parola, la scultura in quanto
materia può essere “ferita” dal segno,
con una violenza che non può
rinunciare a fare i conti, negli anni
Cinquanta e Sessanta, con la memoria
recente della guerra e dei
bombardamenti. Sarebbe però sbagliato
considerare la produzione ceramica
secondo le direttrici informali come
una realtà unitaria e compatta: è
necessario, al contrario, fare i dovuti
distinguo. La mostra, a questo
proposito, individua tre filoni principali:
una linea del «segno», una della
«materia» e una, che si distanzia
maggiormente dalle altre due, più
legata a un’idea architettonica della
scultura e più fedele al vincolo fra
manipolazione della terracotta e design,
dedicata all’«oggetto», ovvero di un
manufatto d’uso con una foggia
moderna.
TERRAE. LA CERAMICA
NELL’INFORMALE E NELLA
RICERCA CONTEMPORANEA
A cura di Lorenzo Fiorucci
CITTÀ DI CASTELLO, PINACOTECA
COMUNALE, PALAZZO VITELLI
ALLA CANNONIERA
22 agosto -1 novembre 2015
Ma dentro alla materia, oltre alla
registrazione del segno, si affacciano
anche delle immagini: lo sta ad
indicare, per esempio, la Meridiana
ferita di Amilcare Rambelli (1962) che
fa da immagine guida della mostra. Nel
suo disco, di ambizioni monumentali,
graffi e crepe di dispongono come una
costellazione: la materia non è esposta
soltanto per il suo valore di
increspatura e di movimento, ma
diventa il supporto per un immaginario
che si proietta al di fuori della materia
stessa. È su questa via, uscendo
dall’Informale in senso stretto di
Fontana, di Scanavino, di Leoncillo, o
del primo Enrico Baj, che all’interno
della manipolazione plastica si recupera
una presenza figurala, a volte esplicita,
spesso non esplicita, fra assorbimento
della figura nella materia e una
“dimensione figurale” che si distanzia,
scrive sempre Fiorucci, dalla «natura
materiale del supporto». Ma c’è un
dettaglio che fa della terracotta un
elemento fondamentale per capire
l’informale: oltre alla duttilità nei
confronti del segno e della sua
impressione, la ceramica è anche
scultura colorata, secondo una
tradizione anticlassica che rimonta a
una linea della storia della scultura ben
lontana dal gusto neoclassico per le
superfici levigate e monocrome. È con
questa, in definitiva, che avviene quello
che Enrico Crispolti, con felice
definizione, chiama «riscatto del colore
plastico».
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44
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
RIFLESSIONI E INTERPRETAZIONI
IL FLAUTO ROVESCIO
Una controstoria della letteratura italiana
di giovanni sessa
gni azione politica di
successo è il risultato del
lento sedimentarsi, in un
gruppo umano determinato, di ideali e
valori con i quali rapportarsi al mondo
e alla vita, al fine di farli divenire
“mondo”, vivificando il tessuto sociale
nel quale ci si trova ad operare. Che lo
stato attuale delle cose presenti la
necessità di una ricomposizione
comunitaria, lo sostengono da tempo
studiosi delle più diverse formazioni.
Naturalmente, veri rilevatori
sismografici di tale bisogno, sono
quegli intellettuali che si pongono
oltre i confini del politicamente
corretto. Alcuni tra essi hanno
compreso l’indispensabilità
dell’approccio metapolitico, in quanto
l’obiettivo prioritario, per le forze
alternative al sistema, è da
individuarsi nella gramsciana
conquista della società civile. In
questa operazione di ribaltamento di
giudizi ideologicamente stantii e
opportunistici, propri della cultura
italiana dominante, si distingue un
recente libro di Marco Cimmino, Il
flauto rovescio. Controstoria della
letteratura italiana (Milano, Bietti,
2015, pp. 760, 18 euro). Tranquilli, non
si tratta di un manuale di letteratura,
noioso e prolisso come quelli che
abbiamo incontrato sui banchi
scolastici, dalle pagine paludate, la cui
lettura anziché avvicinarci agli autori
O
presentati, ce ne allontanava. Al
contrario. L’autore, la cui prosa è
coinvolgente e affabulatoria, riesce a
far vivere i protagonisti della storia
letteraria patria, da Foscolo ai giorni
nostri, in modo nitido e chiarificatore.
Suo intento primario è svelare il
canone critico grazie al quale alcuni
letterati nostrani sono stati
affrettatamente beatificati, mentre
altri sono stati aprioristicamente
esclusi, discriminati o, peggio,
condannati alla damnatio memoriae.
L’incipit del volume, dedicato al
MARCO CIMMINO
Marco Cimmino è storico militare specializzato nello studio della
Grande Guerra. È membro della
Società Italiana di Storia Militare
e del Comitato scientifico del festival internazionale “èStoria” di
Gorizia. Tra le Sue più recenti
pubblicazioni segnaliamo: La
conquista dell’Adamello (2009),
Abbiamo vinto l’Austria-Ungheria (2011), La conquista del Sabotino (2013, finalista al premio
Acqui Storia), La battaglia dei
ghiacciai per la LEG di Gorizia. In
ultimo, Il flauto rovescio. Controstoria della letteratura italiana (2014), per la Bietti di Milano.
Foscolo, chiarisce come Cimmino,
nella sua esegesi si serva, quale
criterio discriminante, della coerenza
tra il dire e il fare. In questo senso il
poeta è antesignano del (mal)costume
nazionale. In lui, ricorda l’autore: «non
possiamo fare a meno di sottolineare
come ai grandi e nobili propositi e
sentimenti espressi con voce
altisonante in ogni sua opera non
fecero mai seguito atti degni di tali
proponimenti». Ben diverso il caso di
Leopardi, la cui opera è stata, il più
delle volte, presentata dalla critica e
dal canone interpretativo ufficiale,
quale esito della condizione di
patimento fisico, e letta quale
risultato di problematiche psichiche
analizzate in chiave psicanalitica. In
realtà, il grande recanatese, è latore di
un messaggio di dignità umana e
civile, in un epoca nella quale la
lamentazione romantica la faceva da
padrona. Il realismo tragico delle
pagine dello Zibaldone è alta
testimonianza di dignitas spirituale:
«chi affronta la realtà e l’osserva
senza timore, difficilmente potrà
evitare di esprimere scetticismo
sull’umana stupidità o, se si
preferisce, sulle debolezze dell’uomo».
È, infatti, lungo la medesima linea
interpretativa di Cimmino che, negli
ultimi decenni, si è mossa la critica
leopardiana più accorta, leggendo il
poeta con strumentazione teoretica.
Si pensi alle analisi puntuali di Cesare
Galimberti, Severino, Givone e
soprattutto Donà. Pertanto, rispetto al
recanatese, sta cedendo l’asserto
critico-canonico, di intellettuale
schierato dalla parte delle sorti
progressive dell’umanità.
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
45
Sopra da sinistra: Gabriele d'Annunzio (1963-1938), in un celebre scatto della fine dell'Ottocento; Italo Svevo (1861-1928), ritratto in una foto
della fine dell'Ottocento, conservata presso il Museo Sveviano di Trieste
Un caso emblematico, a parere
dello studioso, è rappresentato da
Italo Svevo, il quale all’inizio della
carriera letteraria non era stato
baciato dal successo, che gli arrise
grazie alla “conventicola” di amici
italiani e francesi che iniziarono a
parlare di lui su riviste prestigiose.
Cimmino ricorda la debolezza della
scrittura sveviana sotto il profilo
lessicale e morfo-sintattico ma
riconosce al triestino di aver
espresso: «i caratteri negativi
dell’uomo moderno…Svevo scelse di
raccontare l’apparente normalità del
banale quotidiano che, a conti fatti, si
rivela più angosciante della semplice
follia». Dopo Svevo, le sorti di molti
letterati del nostro paese saranno
segnate dai giudizi, a seconda dei casi
negativi o positivi, della conventicola
(ben retribuita) dei critici che, a
partire dalla fine della Seconda guerra
mondiale, sarà schierata in toto nella
difesa del politicamente corretto.
Innanzitutto, nella difesa di ciò che
Renzo De Felice definì la “vulgata
resistenziale”.
Tale atteggiamento esegetico
produsse l’esaltazione acritica di
romanzi d’appendice, che toccarono i
vertici delle classifiche di vendita e dai
quali furono tratti molti “capolavori”
del neorealismo cinematografico:
«solo perché ambientati tra partigiani
o resistenti». Ciò produsse uno dei
peggiori fenomeni culturali del
dopoguerra: la disumanizzazione
dell’avversario, del fascista,
incarnazione del male assoluto. Al
contrario, la letteratura direttamente
legata: «alla resistenza ebbe più
pudore…attenuò con la valenza
estetica…certe forzature inaccettabili».
È il caso di Beppe Fenoglio che nella
descrizione della guerra civile, si
attenne alla dimensione oggettiva e
non fece mai banale apologia
resistenziale.
La letteratura sessantottarda fu:
«deiezione amorfa e iconoclasta di
una generazione annoiata e
borghesuccia che decise di cimentarsi
in una rivoluzione da operetta, senza
rischi e senza sussulti». In linea, del
resto, con l’esito storico e ormai
acclarato della contestazione: non
46
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
IL CANONE CRITICO DOMINANTE BREVE INTERVISTA A MARCO CIMMINO
Professor Cimmino, esiste una
vulgata imposta all’interpretazione
della nostra storia letteraria?
Esiste certamente una vulgata che
non si limita alla storia e alla letteratura, ma che coinvolge tutta la nostra
cultura e influenza pesantemente la
civiltà letteraria italiana, determinandone le chiavi di lettura e gli orientamenti, tanto critici quanto scolastici.
Si tratta di un preciso meccanismo
che, con ogni probabilità, si è affermato subito dopo la seconda guerra
mondiale, dettando un canone molto
preciso, che prevedeva tanto l’occu-
pazione sistematica dei posti eminenti
nella macchina amministrativa culturale quanto una prevaricazione dogmatica, dal punto di vista teorico.
A questa operazione hanno attivamente contribuito specialmente
quei letterati e quegli intellettuali organici al partito comunista che provenivano da un’esperienza fascista
(ossia quasi tutti, ovviamente): un
modo, in un certo senso, di sdebitarsi
con chi li aveva “redenti”.
Credo che, in seguito, questa vulgata abbia dominato più per inerzia e
incapacità reattiva della società intellettuale
che per reale pervicacia: soprattutto in ambito scolastico. Altro
discorso è quello che riguarda, invece, gli atenei, le case editrici, la
stampa e, in generale, i
centri nevralgici del potere culturale: lì vige
ancora l’assoluto dominio di una precisa parte politica e lì la vulgata è il pane quotidiano di docenti e letterati.
Fatto è che, anche oggi, è in funzione un autentico indice, che impedisce alle voci fuori dal coro di emergere.
Conformemente a questo indice e
funzionalmente a questa Weltanschauung, si modifica e aggiusta la
storia letteraria, per farla combaciare
con i propri dettami ideologici. Alcuni
autori vengono esaltati a dismisura
(Svevo, Calvino, Montale), altri vengono silenziati o accomodati (Pascoli,
Verga, Fenoglio) e altri, infine, vengono cassati tout-court, se proprio non è
possibile ridurli al canone prescritto
(d’Annunzio, Papini, Guareschi).
Data la situazione da lei descritta, è possibile individuare criteri di giudizio letterario quantomeno maggiormente obiettivi? In
che modo?
Il primo criterio dovrebbe essere
rivolto al pellegrinaggio alle fonti: se
un autore dice di sé una determinata
cosa, è pura follia attribuirgli carat-
teri opposti, facendo
prevalere la glossa sul
testo.
Il secondo criterio
dovrebbe essere dettato dal semplice buon
senso: certe chiavi di
lettura di certi autori,
più che fantasiose sono
inverosimili. Il terzo criterio dovrebbe essere
quello dell’onestà intellettuale: ma
capisco che è una cosa un tantino
complicata per chi abbia fatto della
dizinformacija la propria ragione di vita. Il quarto, invece, riguarda la formazione degli insegnanti: spesso, quest’ultimi commettono errori madornali e travisano del tutto l’opera di determinati autori semplicemente perché non la conoscono. I professori non
leggono le opere, ma soltanto gli
estratti antologici.
È una lettura frammentaria che,
per sua natura, permette la manipolazione tramite la decontestualizzazione. Infine, bisognerebbe applicare la
scienza filologica unitamente a quella
storico-letteraria: ricostruire l’ambiente, oltre che i rimandi. Ma sempre
“con giudizio”: temo, anzi che proprio il
“giudizio” sia il punto dolente.
L’ideologia, il dogmatismo, la propensione alla demonizzazione e all’angelificazione degli autori, quasi
che fossero nemici o alleati, sono il
peggior avversario di un buon approccio alla letteratura. E, poi, c’è la semplice stupidità, ma quella…
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
47
Sopra da sinistra: Beppe Fenoglio
(1922-1963), in una foto del 1960;
Curzio Malaparte (1898-1957).
A destra: Giuseppe Conte (1945),
in una foto di Gurcan Ozturk
certo liberazione dal Capitale, ma
liberazione definitiva del Capitale
dagli ultimi vincoli sociali che ne
frenavano l’espansione mondialista e
omologante. Nella produzione poetica
di tali autori, venne meno la tenue
ispirazione delle neoavanguardie, la
loro fu una poesia del tutto superflua.
Purtroppo i tedofori dello
sperimentalismo nato allora, sono i
maestri dell’Italia contemporanea che,
grazie all’autocitazione pretenziosa,
sono divenuti: «i modelli culturali
della correttezza politica e
dell’egemonia del pensiero unico». La
loro azione ha occultato volutamente
la produzione creativa di “eretici”
quali Papini, Prezzolini, Bontempelli,
Malaparte, solo per fare qualche
nome. Il secolo breve, nato in
tragedia, è così finito in farsa.
Solo la riscoperta della dimensione
estetica quale discrimine tra ciò che è
arte e ciò che non lo è, può oggi,
conclude Cimmino, ridare speranza. La
cosa è stata compresa da Giuseppe
Conte, poeta contemporaneo, che ha
scritto: «Interrogo te, padre, a te
chiedo/ la forza per lottare e per
credere che il deserto si deve
traversare/ che della sabbia si può
fare mare/ e alzare vele e scegliersi
una rotta/ per andare dove non
importa». Con i Padri verso un futuro
Altro e Alto rispetto al presente
desertificato.
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
LO SCAFFALE
Pubblicazioni di pregio più o meno recenti,
fra libri e tomi di piccoli e grandi editori
Annamaria Petrioli Tofani,
“L’Inventario settecentesco dei
disegni degli Uffizi di Giuseppe
Pelli Bencivenni. Trascrizione e
commento”, Firenze, Olschki,
2015, pp. 1822, 190 euro.
I quattro volumi che compongono
l’opera di Annamaria Petrioli Tofani,
direttrice del Gabinetto Disegni e
Stampe degli Uffizi dal 1981 al 2005,
attraversano la diacronia dell’intero
corpus di disegni della Galleria. La
metodologia è puramente filologica:
partendo dall’inventario settecentesco
dell’allora direttore Giuseppe Pelli
Bencivenni, del quale questo libro è
anzitutto una trascrizione, l’autrice è
giunta all’originale sistemazione dei
disegni con un corredo critico di note,
commenti e varianti delle attribuzioni.
Una sorta di immagine-archetipo, per
così dire, della Galleria nel tardo
Settecento. Pelli Bencivenni fu, infatti,
protagonista di primo piano nella
storia delle collezioni d’arte fiorentine
quando, in età lorenese e in epoca di
imperante Illuminismo, affiancò Luigi
Lanzi nella trasformazione dell’antico
Museo degli Uffizi - ancora
improntato al carattere di universalità
da Wunderkammern impressogli nel
Cinquecento da Francesco I dei Medici
- in un organismo moderno,
razionalmente organizzato per
categorie di oggetti. Lo scopo era
quello di approfondire la conoscenza
delle collezioni conferendo loro nel
contempo una chiarezza e
un’intelligibilità di forte potenziale
didattico, in linea con le nuove
finalità culturali di cui era ora
investita tale istituzione. Rientra in
quest’ottica l’enorme lavoro di
catalogazione svolto da Pelli
Bencivenni negli anni in cui occupò la
carica di direttore della Galleria (dal
1775 al 1793): l’attività, che non
trascurò gli aspetti più specialistici, è
documentata da un’ingente mole di
carte, ancora preziosissime per
ricostruire snodi cruciali del
collezionismo dell’epoca. È il caso
degli importanti manoscritti nei quali
è conservato quello che possiamo
considerare il primo tentativo di
inventariazione della raccolta dei
disegni. Si può dunque affermare che
con questo prezioso strumento di
consultazione Annamaria Petrioli
Tofani porti luce su una tappa
fondamentale della storia delle
collezioni grafiche mediceo-lorenesi.
Gianfranco Schialvino, “I pittori
canavesani. Indagine sull’arte
figurativa in Canavese nell’Otto e
Novecento”, Santhia, Edizioni di
Smens, 2015, pp. 256, 22 euro
Sono ben 110 gli artisti raccontati
da Gianfranco Schialvino (raffinato
disegnatore, incisore, saggista e
critico d’arte del quotidiano «La
Stampa») in questa sua ponderosa e
curatissima pubblicazione. Alcuni già
celebrati in monografie che ne
esaltano le doti; altri tolti dall’oblio
(seppure le loro opere adornino chiese
e palazzi del Canavese e non solo);
altri ancora infine andati a lavorare
lontano dalla loro terra e ormai
dimenticati. Più di cento immagini
delle loro opere adornano il testo,
come a evidenziare che la produzione
artistica, in questa zona del Piemonte,
sia stata (ieri come oggi) fertile e
ricca, prodiga di invenzioni e genialità.
Media Italia S.p.a. Agenzia media a servizio completo
Torino, Via Luisa del Carretto, 58 Tel. 011/8109311 [email protected]
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Bologna, Via della Zecca, 1 Tel. 051/273080
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
Il libro del mese
Raffinato elogio dell’arte
plagiatoria
Storia della sottile arte di copiare da Marziale al web
LUIGI MASCHERONI
QUESTA STORIA
L’HO GIA SENTITA...
D
agli animali preistorici
ri-prodotti nelle grotte
di Lascaux all’Albero
della vita (già visto) di Expo2015, dalla leggenda del Diluvio universale uguale in tutte
le civilta all’ultimo successo
planetario di Beyoncé che “ha
qualcosa” di già sentito nella
melodia, l’umanità non fa altro
che copiare. Ed è cosi che sopravvive.
Facciamo l’esempio più
esemplare della storia della letteratura universale e dell’immaginario popolare. Romeo e Giulietta. Secondo le fonti storiche la
vicenda accadde nel 1303,
quando Verona è sotto la Signoria degli Scaligeri. L’origine letteraria della vicenda dei due
amanti risale però al 1531 quan-
Nella pagina accanto: Andrea
del Castagno (1421-1457),
Dante Alighieri (1450), Firenze,
Galleria degli Uffizi
do il capitano vicentino Luigi
Da Porto la narra (in maniera
prolissa) nella sua Historia novellatamente ritrovata di due nobili
amanti con la loro pietosa morte inLuigi Mascheroni,
“Elogio del plagio. Storia,
tra scandali e processi, della
sottile arte di copiare
da Marziale al web”, Torino,
Aragno, 2015, pp. 270, 20 euro
tervenuta già al tempo di Bartolomeo della Scala. Si trattava peraltro di una storia molto diffusa
nei racconti popolari, che fu rivelata al Da Porto da un compagno d’armi, tal Pellegrino da
Verona. La novella del capitano
Da Porto fu presto ripresa in un
poema in ottava rima attribuito
a Gerardo Boldiero e nel 1554
in un’opera di Matteo Bandello.
La storia ebbe una grande fama
in tutta Europa, con versioni
scritte dall’inglese Arthur
Brooke nel 1562, da William
Painter nel 1569 e dallo spagnolo Felix Lope de Vega nel 1590.
Finché nel 1596 William Shakespeare rappresenta la sua versione della tragedia di Verona,
rendendola immortale e cancellando tutte le altre. Si puo parlare di plagio? Dante Alighieri
lesse in traduzione, e utilizzò, Il
Libro della Scala, un testo arabo
dell’ottavo secolo che narra il
viaggio nei regni dell’Oltretomba del Profeta Maometto:
una fonte che diede al Poeta
un’idea divina. Dovremmo for-
52
se condannarlo all’inferno letterario, per questo? Persino attorno a un capolavoro riconosciuto
come Il vecchio e il mare di Ernest
Hemingway, un romanzo che ha
ispirato intere generazioni di
scrittori, sono state formulate illazioni in merito alla non originalità della storia. Ma, come rispose Fernanda Pivano, la quale
conosceva benissimo sia l’autore
sia il romanzo, “il libro fu scritto
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
nel 1951, ma una prima versione
della storia si trova in un racconto del ’36. Si sa che all’origine
c’è un resoconto orale di un amico di Hemingway, Carlos Gutierrez, ma questo fa parte del
metodo di lavoro dello scrittore:
si parte dalla cronaca, da personaggi, da fatti reali, per costruire
romanzi a tesi”. Ecco il punto
cruciale. Si deve sempre partire
da qualcosa. Che non è nostro,
ma lo diventa. La letteratura
non conosce dominio riservato.
E Borges inventò
il plagiario perfetto
Scrivere è anche ri-scrivere, è omaggiare la tradizione. Se
serve, anche assassinarla. In fondo scrivere è un’arte combinatoria fra ventidue modestissime
lettere dell’alfabeto e, come faceva notare Jorge Luis Borges,
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nella pagina accanto dall’alto a sinistra:
Ernest Hemingway (1899-1961),
in una foto del 1945 circa; Mark Twain
(1835-1910), in una foto del 1895;
autore ignoto, Ritratto di Michel de
Montaigne (XVI sec.), chateau de
Montaigne; Jorge Luis Borges (18991986), ritratto in una foto del 1978.
Qui a destra: autore ignoto, Ritratto di
William Shakespeare (inizio XVII
secolo), Londra, National Gallery
dentro quel pugno di simboli ci
sono tutti i libri: passati, presenti e futuri. Le figure, le trame e le
situazioni narrative sono migliaia di migliaia, ma una volta inventate emigrano da un inconscio all’altro e riaffiorano qua e
là, con minime varianti. E proprio Borges creando lo stravagante personaggio di nome
Pierre Menard, il quale credeva
di riscrivere il Don Chisciotte sebbene lo stesse semplicemente
copiando parola per parola, inventò - in un racconto esemplare circa la relatività del concetto
di autenticità dell’opera d’arte il plagiario perfetto. “La musica
orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già
scritta, già proposta alla gente.
Se non fosse stata udita non
avrebbe successo”, disse una
volta il maestro Ennio Morricone. E la medesima cosa si può
sostenere per la narrativa, e non
solo per quella “pop”, di consumo, di genere. I poemi epici, le
favole antiche, i grandi classici,
le saghe: tutte storie già “orec-
chiate”, già udite, già sedimentate nel ricordo dei popoli e dei
loro racconta-storie: sciamani,
monaci, bardi, poeti, romanzieri, registi, youtubers. Da Omero a
Virgilio, da Virgilio a Dante, dai
tragici greci a Racine e Corneille, da Le Mille e una notte a Star
Wars, da Conrad a Assassin’s Creed, le medesime “storie” sono
state raccontate infinite volte, a
neverending story. Peraltro senza
53
mai tradire le attese del pubblico. Anzi. A fare la differenza,
non è mai stato il “cosa” si racconta, ma il “come”. Questione
di stile. Che, notoriamente, è
impossibile copiare. Mark
Twain, in una lettera datata 17
marzo 1903 all’amica Helen
Keller (1880-1968), accusata
anni prima di plagio per uno dei
suoi racconti brevi, scriveva:
“Oh povero me, quanto è indicibilmente buffa, idiota e grottesca questa farsa sul plagio. A parte il plagio non c’è granché in
tutte le espressioni umane sia
orali che scritte. Il nocciolo,
l’anima, o per meglio dire l’essenza, il fulcro, la sostanza effettiva e valida di ogni espressione
umana è plagio. Perché in fondo
tutte le idee sono di seconda mano, prese consciamente o inconsciamente da milioni di fonti
esterne e usate quotidianamente
dal compilatore con l’orgoglio e
la soddisfazione che nascono
dalla presunzione di averle create”. Il padre del Grande Roman-
LUIGI MASCHERONI
uigi Mascheroni ha lavorato
per «Il Sole24Ore», «Il Foglio»
e, dal 2001, per «il Giornale».
Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di
Teoria e tecnica dell’informazione
culturale all’Università Cattolica di
Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet
Manuale della cultura italiana
L
(2010) e Scegliere i libri è un’arte.
Collezionarli una follia (2012). Sta
lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori
del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011
ha un videoblog, primo in Italia, di
videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni.
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Victor Hugo (1802-1885), ritratto in
una foto di Edmond Bacot del 1862
(conservata presso il museo Casa Hugo
a place des Vosges, a Parigi)
zo Americano scrive proprio cosi: “In fondo tutte le idee sono di
seconda mano”. Copiare quindi
è davvero così indecente, inutile, infame? Oppure può essere
sano, vitale, produttivo?
Plagio: il genere letterario piu
prolifico di sempre
Ah, la sublime arte di copiare… Togliete i plagi a Borges o al
Finnegans Wake e vedete un po’
cosa avanza… In Francia, dove si
perpetua una tradizione illustre e
dove si ammettono tacitamente
larcins imperceptibles, vale a dire
“piccole ruberie”, li chiamano
voleurs de mots. Da noi “ladri di
parole”. Volgarmente si dicono
copioni, tecnicamente plagiari.
Un vizio che viene da lontano,
molto lontano… Non è un mistero per nessuno il fatto che il
plagio letterario sia antico come
il mondo, quasi come la prostituzione. A cui, peraltro, è accomunato spesso dalla mancanza di
pudore. Come disse qualcuno,
“L’uomo essendo nato, come
ognuno sa, con la violenta aspirazione a impadronirsi dell’altrui,
fa si che il plagio si perda nella caligine dei tempi”. Dicono che gli
antichi Romani l’abbiano appreso dai Greci, che i Greci abbiano
plagiato i barbari, che i barbari…
L’unica cosa certa è che il plagio,
col procedere dei tempi, andò
sempre crescendo nel numero, e
raffinandosi nella malizia. Chapeau! Montaigne affermava che i
“prestiti” non si contano, si pesano. Confermando la sua massima
con due esempi: il filosofo e matematico greco Crisippo, siamo
nel III secolo a.C., nei suoi libri
inseriva non semplici brani, ma
intere opere altrui. Ed Epicuro
scrisse oltre trecento volumi sui
più svariati argomenti, senza fare
mai una citazione… Ieri come
oggi un vago senso di déja vu.
Qualcuno ha definito il plagio un
genere letterario, anzi il “più
grande genere letterario esistente da secoli”. E Victor Hugo, che
era uomo di lettere e soprattutto
uomo di mondo, ne I miserabili
(1862) scrive: “Tutta la storia non
è che una lunga ripetizione: un
secolo plagia l’altro”.
La qualità delle migliori nocciole e il cacao più buono
danno vita ad una consistenza
e ad un bouquet di sapori inimitabile.
Ferrero Rocher è quel dolce invito
che ti regala un momento prezioso,
perfetto da condividere
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Ricordi
Il passato che non passa.
Interlandi: razzista maledetto
Cinquant’anni fa moriva l’intellettuale fascista
MASSIMO GATTA
“Io, invece, ebrei o no, non ho
simpatia per i convertiti: ci si
converte sempre al peggio,
anche quando sembra il meglio.
Il peggio, in chi è capace di
conversione, diventa sempre il
peggio del peggio”.
“Ma il convertirsi a non
fumare non c’entra per niente:
ammesso che il convertirsi sia
generalmente un’abiezione”.
“C’entra, c’entra: dal momento
che si diventa persecutori di
coloro che ancora fumano”.1
Leonardo Sciascia,
Il cavaliere e la morte
F
orse non basteranno neppure questi cinquant’anni
che ci separano dalla morte, a indurre a una maggiore e più
sobria valutazione (e conoscenza) dell’opera complessiva svolta
nella Roma degli anni Trenta dal
giornalista e intellettuale fascista
Telesio Interlandi (Chiaramonte
Gulfi, 20 ottobre 1894 – Roma,
15 gennaio 1965),2 se non altro
per non indulgere ancora in uno
sterile gioco al massacro, riproponendo stereotipi fin troppo
noti, che nulla di nuovo hanno
apportato in questi anni, se non
un’algida damnatio memoriae, assoluta e inappellabile. Una desertificazione intellettuale dove
l’azzeramento della memoria, figuriamoci poi dell’opera, ha rappresentato il telos abbacinante
che ha animato, e anima ancora,
tutti coloro che l’hanno sentito
anche solo nominare, associandolo unicamente alla esiziale politica razzista e antisemita del fascismo, e fino alle leggi del ’38’39. Non casualmente nel 2014,
dalle pagine di una rivista ragusana online, un non meglio identificato “Un Uomo Libero” (come
si firmava) scriveva: «[…] Ho letto attentamente gli atti di quella
manifestazione. Dopo circa sedici anni, non riesco ancora a capire, dal loro attento esame, il bisogno di fare luce su un’esistenza per la
A sinistra: Telesio Interlandi di fronte
al Campidoglio, Roma
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
quale il silenzio sarebbe stato, invece,
quanto mai prudente e necessario.
Men che meno capisco l’interesse
della famiglia (in quell’occasione
erano presenti il figlio e il nipote)
a sollevare il velo dell’oblio da una figura tanto negativa ed eticamente poco esemplare».3
Ecco, appunto. L’anonimo
articolista non faceva che seguire
una lunga tradizione, e ponendosi gli stessi dubbi. Ma cosa nascondeva, e nasconde, la paura di
capire di più e meglio? Perché ci
saremmo dovuti trincerare, ancora una volta, dietro al silenzio
«prudente e necessario»? Perché
non avremmo dovuto e potuto, in
tutti questi anni, «fare luce» su
una figura magmatica, complessa, chiaroscurale, certamente
«negativa ed eticamente poco
esemplare», ma anche ricca di stimoli culturali, letterari, artistici,
editoriali, di quando Roma, in
quegli anni drammatici, era pur
57
sempre la capitale culturale d’Europa? L’anonimo articolista citava gli Atti di un convegno svoltosi
a Chiaramonte Gulfi nel 1998 su
Telesio Interlandi: il giornalista,
l’intellettuale, lo scrittore4 (e - aggiungiamo noi - l’appassionato
collezionista d’arte pittorica, soprattutto di Fausto Pirandello).5
Un volume del tutto assente dalla
bibliografia consultata, così come
è assente dalle biblioteche italiane e straniere,6 compresa la bi-
58
blioteca civica di Chiaramonte
Gulfi,7 e il cui ricordo risulta nebbioso e stinto persino ai tipografi
di Comiso che lo stamparono.8
Sembra anche qui di ripercorrere
sentieri già battuti, toccando ancora una volta con mano l’aura di
maledettismo che il nome Interlandi ancora suscita in coloro (peraltro rarissimi) che conoscono la
sua vicenda biografica e intellettuale, nonostante il fatto che In-
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
terlandi, al di là delle teorie antisemite e razziste (il razzismo biologico che si opponeva al razzismo idealista o spiritualista) perpetrate a sostegno delle leggi razziali del ’38-’39 a favore della razza italiana attraverso le esiziali
pagine de «La difesa della
razza»,9 sia stato anche, insieme a
Federigo Valli e altri, uno degli
snodi intellettuali di quella galassia artistico-editorial-culturale
nata e progredita durante il ventennio fascista,10 e in particolare
nella Roma degli anni Trenta, costeggiatori di ogni avanguardia.
Un Interlandi che l’avanguardia futurista l’aveva intercettata fin dal 1914 a Catania dove
tentava l’approccio al giornalismo. Lì aveva conosciuto personaggi come Antonio Bruno, Giovanni Centorbi e il poeta Mauro
Ittar, tre giovani che nel ’15 die-
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
In senso orario: Lettera di Cesare
Interlandi a Sciascia, da Roma, 1 marzo
1989; la lettera di richiesta di
informazioni inviata da Sciascia a
Cesare Interlandi il 15 gennaio dell'89;
l’ultima cartolina di Sciascia a Cesare
Interlandi da Palermo, 19 ottobre 1989,
un mese prima della sua scomparsa
dero vita nella città etnea ai soli
cinque numeri del quindicinale futurista «Pickwick». Anni dopo
quello stesso Ittar sarà, non casualmente, caporedattore de «Il Tevere» di Interlandi.11 Ma forse non
bastano questi cinquant’anni di
vuoto pneumatico e di silenzio;
non basta forse neanche il fatto che
uno scrittore antifascista di assoluto prestigio intellettuale, e al di so-
pra di ogni sospetto, come Leonardo Sciascia, nei suoi anni estremi,12 con le sue antenne finissime e
sensibili, già all’altezza del 1982,13
e concretamente poi mentre lavorava a Una storia semplice, il suo ultimo romanzo, avesse intercettato
in qualche modo l’uomo e l’intellettuale Interlandi (anche attraverso il “suo” Brancati, Ercole Patti, il
catanese Arcangelo Blandini, Al-
59
fredo Mezio e Corrado Sofia, una
gran pattuglia di siciliani). Poco
prima che morisse, Lorenzo
Mondo lo incontrò in clinica e tra
l’altro Sciascia gli parlò proprio
del suo progetto su Interlandi:
«Vorrebbe scrivere una storia appassionante e misteriosa (misteriosa
per i risvolti interiori), di un avvocato antifascista che dopo la Liberazione ospita in casa sua a Brescia,
per dieci mesi, a rischio della propria vita, Telesio Interlandi, il teorico della razza. Ma adesso non
può, il materiale, i documenti, si
trovano a Palermo. Ma per il momento si accontenta di lavorare ad
altro, un racconto ‘di fantasia’»,14
intercettando Interlandi anche
iconicamente, quando scrisse delle tempere di Duilio Cambellotti
60
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Leonardo Sciascia, © foto di Dino
Fracchia (Grazia Neri)
per la prefettura di Ragusa.15 Da
tutti questi indizi ben si comprende come Sciascia desiderasse
assai trafficare con il personaggio
Interlandi per realizzare, com’era
inciso nel suo blasone etico, una
meditazione sul senso della giustizia, della compassione e forse
anche della morte, un ripercorrere una vicenda obliqua e misteriosa com’erano state quelle, opposte e simili, di un Raymond
Roussel, di un Majorana o di un
Aldo Moro; «un racconto, sublimazione e trasfigurazione letteraria»,16 recuperando cioè la parte tragica, drammatica dei giorni
estremi della caduta e dell’oblio
di Interlandi, come emerge anche
dal carteggio di Sciascia con il figlio di Interlandi, Cesare.17 Una
vicenda che dovette turbare molto il siciliano Sciascia per la scelta
enigmatica del siciliano Interlandi di mettere il suo nome e il suo
timbro all’infame politica razziale del fascismo, lui figlio di «una
terra che è un impasto di razze,
dove sono venuti e si sono accampati da tutte le parti e dov’è sacra
l’ospitalità dello ‘straniero’, del
migrante che viene da altrove», e
quanto attuale appare oggi questa
considerazione di Mughini
espressa ben 25 anni fa,18 quando
ancora lontanissimi erano i giorni
dei quotidiani sbarchi di migranti
a Lampedusa. Ma lo scrittore di
Racalmuto, a fronte di una documentazione che andava raccogliendo, non fece in tempo (a causa della morte) a scrivere l’affaire
Interlandi, una rilettura ‘storicoromanzesca’ della vicenda,19 che
avrebbe forse rivelato anche altro
del giornalista maledetto e sulfureo di Chiaramonte Gulfi, la parte che ci manca, appunto.
Un libro che Sciascia aveva
destinato alla più intensa delle
Collane della Sellerio,20 quella
emblematicamente intitolala alla
“memoria”, da lui stesso creata,
proprio quella memoria che,
nell’affaire Interlandi, era stata
così bene rimossa. Quella docu-
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
mentazione preziosa Sciascia l’affidò, in forma di testamento spirituale, all’amico Vincenzo Vitale,
magistrato e giornalista, il quale
nel 1999 (un anno dopo il convegno che abbiamo ricordato e al
quale lui stesso venne invitato),
riuscì in qualche modo a mantenere la promessa fatta a Sciascia,
pubblicando un libretto su Interlandi in occasione del decennale
della morte dell’amico.21 Nel periodo in cui Sciascia andava interessandosi alle vicende tragiche
del ‘maledetto’ Interlandi, incontrò Giampiero Mughini il quale,
suggestionato da quanto lo scrittore di Racalmuto gli narrava del
giornalista razzista, siciliano come loro due, andò anch’egli maturando l’idea di una sorta di biografia intellettuale di un periodo e
di una generazione della Roma di
quegli anni, un libro dedicato a
Interlandi ma anche a quella ricca
galassia.
Fu così che nel 1991 venne
pubblicato quello che è ancora
oggi l’unico strumento culturale
atto a comprendere nella maniera
migliore, che è sempre quella di
far parlare i documenti, chi fu Telesio Interlandi e i tanti scrittori e
artisti che bazzicarono attivamente i suoi giornali22, dai «Quaderni del Lunario Siciliano»,23
diretti insieme a Federico Lanza,
emanazione diretta del periodico
«Lunario Siciliano» (19271931), animato insieme a Giovanni Centorbi e Stefano Bottari
e luogo topico degli scrittori sici-
liani che orbitavano su Roma,24
allo spregiudicato «Il Tevere»,
voluto da Mussolini nel ’24 insieme a Franco Ciarlantini25 giudicato da Indro Montanelli “il giornalaccio del fascismo più bieco”,26 e fino a «Quadrivio», fondato nel ’33.27 Un volume, quello
di Mughini, a suo modo altrettanto maledetto e scomparso
quasi subito dalla circolazione, e
che ebbe inoltre un peso nefasto
sulla carriera e sulla biografia del
61
giornalista catanese, a pesare su di
lui come un marchio d’infamia
per aver osato addentrarsi nella
biografia intellettuale di Interlandi a volerne tirar fuori qualcosa di buono (eccome se ce n’erano
di cose buone nell’attività culturale centripeta svolta dal giornalista siciliano nella Roma città aperta). Ricorda Mughini: «Interlandi era stato al crocicchio della cultura romana degli anni Venti e
Trenta e finché non accettò di di-
62
rigere “La difesa della razza”,
l’ignobile quindicinale che Benito Mussolini aveva voluto a sostegno delle leggi razziali. Da quel
momento il nome di Interlandi è
diventato impronunciabile. E tale è rimasto pur dopo la pubblicazione del mio libro, un libro per il
quale a mia volta venni maledetto. Si, me ne ha creati di problemi. Ero arrivato sul tema e sul
personaggio in anticipo sui tempi. Oggi i libri sui fascisti assassinati e straziati dopo il 25 aprile
1945 sono in testa alle classifiche».28 Da allora pochissimo altro si è scritto su Interlandi e, sarà
un caso, solo da studiosi
stranieri.29
Il giornalista più potente e
NOTE
1
Pensiero che riecheggia nello Sciascia postumo per mano di Vincenzo Vitale: “[…] Per cui, pochi mesi dopo la caduta
del fascismo, di fascisti non se ne trovavano quasi più, come si fossero improvvisamente dissolti per far posto a comode
controfigure: e queste erano adesso per
Paroli i nemici più pericolosi perché i più
decisi a denunziare i vecchi protettori per
acquisire meriti presso i nuovi”, Vincenzo
Vitale, In questa notte del tempo, Palermo, Sellerio, 1999, p. 69.
2
Cfr. Mauro Canali, Interlandi, Telesio,
in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana,
62, 2004, pp. 519-521.
3
Telesio Interlandi: un cinico chiaramontano alla corte del Duce, «RagusaNews», 10 febbraio 2014.
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
ascoltato del suo tempo venne arrestato il 26 luglio del 1943 e rinchiuso nel carcere militare di
Forte Boccea; liberato dai tedeschi nei giorni successivi all’8 set-
4
Telesio Interlandi: il giornalista, l’intellettuale, lo scrittore, contributi di G.
Mughini, P. Iaccio, V. Vitale, M. Michaelis,
C. Interlandi, introduzione di S. Gurrieri,
Comune di Chiaramonte Gulfi, 1998.
5
Cfr. Fausto Pirandello 1899-1975,
scritti di F. Benzi, F. Leone, F. Matitti, Londra, Estorick Collection, 2015.
6
Fonti ICCU-SBN, Mai Azalai, KVK.
7
Vedi mail della bibliotecaria, signora
Salvina Benato, del 20 luglio 2015 a chi
scrive.
8
Da me contattati telefonicamente il
14 luglio 2015 ricordavano poco o nulla
di quel volume. Ringrazio Andrea G.G. Parasiliti per avermene fornito la fotocopia.
9
Quindicinale da lui fondato nel ‘38 e
diretto fino al ‘43, caporedattore era
Giorgio Almirante, cfr. Giorgio Almirante,
Autobiografia di un “fucilatore”, Milano,
tembre, pochi giorni dopo, il 12,
venne condotto in Germania.
Poco dopo rientrò in Italia aderendo alla Repubblica Sociale
Italiana, che gli aveva affidato la
propaganda a mezzo stampa e attraverso trasmissioni radiofoniche: durante quei tragici mesi Interlandi riceveva sul lago di Garda le intercettazioni delle trasmissioni radio nemiche, che il
MinCulPop gli forniva, e scriveva i testi da trasmettere attraverso
le stazioni radio ascoltate nei territori dell’Italia occupata. Venne
poi di nuovo arrestato a Brescia
nell’ottobre del ’45 ma riuscì fortunosamente a eludere il carcere,
nascondendosi per otto mesi grazie all’aiuto dell’avvocato sociali-
Edizioni del Borghese, s.d. [1973]. Il primo
numero uscì il 5 agosto del ’38 poche settimane dopo la divulgazione del Manifesto della razza (14 luglio 1938). Su questo
organo del razzismo biologico vedi Francesco Cassata, “La difesa della razza”. Politica, ideologia, immagine del razzismo
fascista, Torino, Einaudi, 2008; cfr. anche
Carlo Piantoni, L’indifendibile “Difesa della razza”. Il quindicinale di Telesio Interlandi nei ricordi di un collaboratore,
«Charta», 82, maggio-giugno 2006, pp.
34-39, e Valentina Pisanty, La difesa della
razza. Antologia 1938-1943, con un contributo di L. Bonafé, prefazione di U. Eco,
Milano, Bompiani, 2006. Il giornale di Interlandi pare avesse avuto aiuti finanziari
anche dalla Comit di Raffaele Mattioli,
non è però chiaro in quale forma, se tramite abbonamenti o inserzioni pubblici-
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
sta Enzo Paroli («un socialista
convinto e onesto», secondo Cesare Interlandi), reduce tra l’altro
delle carceri repubblichine,30 vicende oggetto dell’interesse di
Sciascia, e che Vitale mise poi nero su bianco. Dopo l’amnistia del
’46 Interlandi visse a Roma come
un morto vivente, dimenticato da
tutto e da tutti, fino alla morte, il
20 gennaio del ’65. Poco prima
aveva realizzato un’autoedizione
assai dolente, rievocativa della
sua storia personale e «rapsodia
di una generazione»,31 finita di
scrivere nella sua casa di Taormina (la ‘villa del fascista’ com’era
conosciuta) nel novembre del
’60, affidandone le poche copie
stampate,32 (oggi molto rare)33 al
libraio romano Tombolini, che
per amicizia e compassione accettò, perché riuscisse a venderne
qualcuna. E chi avesse voglia (e la
fortuna, considerata la rarità del
librino) di leggere quelle poche
pagine rischierebbe di comprendere come a volte sia forse preferibile guardare in faccia la realtà,
e gli uomini, per quanto terribili e
maledetti possano essere stati entrambi, anziché anteporre a essi il
solo, beffardo «silenzio, prudente e necessario» invocato da quell’anonimo articolista citato all’inizio: «Sono quindici anni. Da
quando mi è scivolata di mano la
penna sono trascorsi quindici anni. Quindici anni di solitudine e
di silenzio. Che ho fatto? Nulla.
Vi è, tra quel giorno ed oggi, una
sterminata distesa di tempo, grigia, uniforme, sulla quale galleggiano numerosi fogli di carta bollata»,34 così principia il libretto-
tarie; sta di fatto che Interlandi si ricorderà del banchiere nei lunghi giorni della
sua cattura a Desenzano, ne scrive Giampiero Mughini in A via della Mercede c’era
un razzista. Pittori e scrittori in camicia
nera. Un giornalista maledetto e dimenticato, lo strano “caso” di Telesio Interlandi,
Milano, Rizzoli, 1991, p. 204. Contatti “più
indiretti che diretti”, come ipotizza la studiosa Francesca Pino: “Sicuramente vi sono stati contatti (forse più indiretti che
diretti) tra Interlandi e Mattioli. Se lei
guarda l’inventario online delle Carte
Mattioli vi sono alcune tracce che andrebbero seguite per ricostruire e cercare
di comprendere la motivazione dei rapporti. […] La Banca concedeva contributi
pubblicitari a varie riviste di Regime, perché non poteva rifiutarsi”, mail a chi scrive del 27 luglio 2015. Cfr. quindi Carte di
Raffaele Mattioli (1925-1945), a cura di
A. Gottarelli e F. Pino, Torino, Intesa Sanpaolo – Archivio Storico Collana Inventari, 2009, pp. 174-175, 187. Stranamente
in nessuno dei lavori biografici su Raffaele Mattioli consultati si trovano accenni
alla sua conoscenza del giornalista fascista.
10
Cfr. Massimo Gatta, “Pensa anima
mia”. Federigo Valli, la sua rivista, i libri,
l’attività culturale (1941-1946), in A. Castronuovo, M. Chiabrando, M. Gatta, Federigo (Ghigo) Valli. Un protagonista rimosso dell’editoria italiana del Novecento, con una nota di P. Pallottino, Macerata, Biblohaus, 2015, pp. 69-102.
11
Cfr. Giampiero Mughini, La collezione. Un bibliofolle racconta i più nei libri
italiani del Novecento, Torino, Einaudi,
2009, p. 10, 28 e Idem, A via della Mercede
c’era un razzista, cit., p. 75, 88, 90, 113,
226.
12
Mughini cita una lettera di Sciascia
al figlio di Interlandi, Cesare, all’epoca
dell’uscita del volume delle Opere di Vitaliano Brancati curato dallo stesso Sciascia, dell’8 dicembre 1987; scrive Mughini: “Quando è appena uscito il volume di
Bompiani dedicato alle opere di Brancati,
in una lettera datata 8/XII/87 e dov’è un
solo errore di battitura, Sciascia si scusa
con il “gentile” Interlandi dell’enorme ritardo con cui gli risponde, ritardo dovuto
e al suo disordine e ai suoi guai; gli segnala la sua introduzione alle opere di Brancati e la “molta serenità” con cui vi si accenna a Interlandi: una figura di cui ancora e meglio si dovrà parlare, scrive Sciascia, a capire la storia della letteratura
italiana tra le due guerre. Tanto che lui ha
64
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
testamento di Interlandi, quella
penna scivolatagli di mano allo
stesso modo di quel foglio, giusto
vent’anni prima, recluso a Canton Mombello: «Telesio tentò di
riprendere in mano il foglio, ma
invano. Gli era scivolato da qualche parte, in qualche angolo
oscuro. L’avrebbe ritrovato l’indomani, al levar del sole. Il sonno
lo colse mentre fantasticava sulle
parole che vi erano scritte e che
ora giacevano in terra, come una
cosa morta. Custodite soltanto
dal buio».35
Una sterminata distesa di
esortato qualche professore a dare delle
tesi sull’argomento”, Giampiero Mughini,
A via della Mercede c’era un razzista, cit.,
p. 54, corsivo mio.
13
Epoca alla quale risaliva un elzeviro
di Sciascia pubblicato sul «Corriere della
Sera», dove lo scrittore accennava a Telesio Interlandi, e che aveva positivamente
colpito Cesare Interlandi, che ne scriveva
a Sciascia il 23 luglio 1982, citato in
Giampiero Mughini, A via della Mercede
c’era un razzista, cit., p. 55.
14
Lorenzo Mondo, Vorrei soltanto finire quel che ho in mente, «La Stampa», 21
novembre 1989, ora in Leonardo Sciascia,
a cura di L. Luisi, Taranto, Mandese, 1990,
pp. 70-72, corsivo mio.
15
Cfr. Leonardo Sciascia, Invenzione
di una prefettura. Le tempere di Duilio
Cambellotti nel Palazzo di Governo di Ragusa, con un testo di M. Quesada, fotografie di G. Leone, Milano, Bompiani,
1987, p. 14; a p. 9 una bella istantanea di
tempo, grigia, uniforme, compatta, la stessa, identica, che c’è
tra quel 15 gennaio del 1965 e oggi; dopo cinquant’anni nulla di
quella solitudine e di quel silenzio
è cambiato, nessuna compassione
attuata, nessuna pacificazione
con un passato che non passa; ritorna, inalterato e simbolico, il rifiuto del dott. Belardini a curare
Cesare
Interlandi,
che
Sciascia/Vitale dilatano fino a
contenere l’eterno, immutabile
«trionfo della violenza»: «Veniva
infatti così celebrato, per via d’un
uomo qualunque, d’un oscuro
Interlandi a Roma mentre legge «Il Tevere».
16
Giampiero Mughini, Il libro mai
scritto di Leonardo Sciascia. Il razzista e
l’antifascista. L’affaire Interlandi, «Storia
illustrata», supplemento al n. 2050 di
«Epoca», 21 gennaio 1990, pp. 8-17 [15];
vedi anche il documentato pamphlet di
Tonino Zana, Il nero e il rosso. Il romanzo
bresciano che Sciascia non scrisse, Gussago, Editrice Ermione, 1992, e la rec. di
Camillo Facchini, Ecco il romanzo bresciano di Sciascia, «Corriere della Sera»,
19 maggio 1992, p. 46.
17
Riportato in Giampiero Mughini, Il
libro mai scritto di Leonardo Sciascia, cit.;
vedi anche Joseph Francese, Interlandi, in
Idem, Leonardo Sciascia e la funzione sociale degli intellettuali, Firenze, Firenze
University Press, 2012, pp. 135-140.
18
Giampiero Mughini, Il libro mai
scritto di Leonardo Sciascia, cit., p. 10.
19
Cfr. Riccardo Stracuzzi, rec. a Jo-
seph Francese, Leonardo Sciascia e la
funzione sociale degli intellettuali, «Quaderni di storia», n. 78, 2013, p. 261.
20
Mughini nel suo intervento al convegno del ‘98 sostenne che il libro che
Sciascia aveva destinato alla Collana “La
memoria” della Sellerio sarebbe stato il
numero 200; in effetti non era così, lo
stesso Sciascia aveva chiarito che prima
di questo su Interlandi quel numero 200
di collana avrebbe ospitato un altro suo
titolo.
21
Vincenzo Vitale, In questa notte del
tempo, cit. In copertina è riprodotto il linoleum di Mino Maccari Il terrore del
ghetto, pubblicato su «Il Selvaggio», a.
XVI, n. 4, 15 ottobre 1938, p. 36, che ritrae
un accigliato Interlandi con pollice verso,
e nella mano destra una grande penna
stilografica, che svetta su alcuni ebrei e la
scritta: “A Telesio Interlandi / Or ciascun si
raccomandi / Presentando, com’è logico /
L’alberel genealogico”. L’incisione venne
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
potente e ascoltato giornalista del
suo tempo, resta maledetto, fantasma innominabile, reietto. Un
nome da cassare anche dopo 50
anni. E ancora resta inascoltato
l’appello che il figlio Cesare inviava a Sciascia in quella lettera
del 23 luglio 1982, dove auspicava che finalmente si riuscisse a togliere dal padre l’ambigua cappa
calatagli sopra dai «sedicenti intellettuali dell’antifascismo postliberazione, da chi non ne ha mai
saputo niente e ricicla “sentenze”». Un auspicio rimasto inascoltato, allora come oggi.
medico di provincia, l’ennesimo
trionfo della violenza. Una violenza sottile, esperta, sapientemente nutrita di disincanto, di
pazienti, sofferte attese; dal sapore
da millenni inalterabile, che non scolora anche se è violenza che ribatte a
violenza, sopruso a sopruso; ma
che anzi alimenta e si alimenta di
raffinatissime spirali di sopraffazioni, di inganni. Morti che seppelliscono altri morti, ferite che
leniscono ferite: ecco il genio di
secoli di storia, il puro distillato di
decine di civiltà…».36 Quel Telesio Interlandi, colui che fu il più
utilizzata da Sciascia per la copertina della prima edizione dell’antologia da lui curata La noia e l’offesa. Il fascismo e gli
scrittori siciliani, Palermo, Sellerio, 1976.
22
Giampiero Mughini, A via della
Mercede c’era un razzista, cit.
23
Per i quali rimando a Gioia Sebastiani, Libri e riviste. Catalogo delle Edizioni delle riviste letterarie italiane fra le
due guerre (1919-1943), Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1996, pp. 56-57.
24
In queste edizioni venne pubblicato
nel ‘30 La croce del Sud. Dramma in tre atti, di T. Interlandi e C. Pavolini, con un preambolo di L. Pirandello.
25
Cfr. Telesio Interlandi: il giornalista,
l’intellettuale, lo scrittore, cit., p. 66. Cfr.
anche Giampiero Mughini, Che belle le
ragazze di via Margutta, Milano, Mondadori, 2004, pp. 56-59.
26
P. Calabrese, Leo un copione? Ma
non scherziamo, «Il Messaggero», 4 gennaio 1985.
65
27
«Il settimanale nato dalle costole
del “Tevere” nell’agosto del 1933, e dove
si è esibito il meglio della cultura italiana
degli anni Trenta», G. Mughini, A via della
Mercede c’era un razzista, cit., p. 17, e pp.
130-131. Su «Quadrivio» rimando utile è a
Gastone Silvano Spinetti, Difesa di una
generazione (scritti e appunti), Roma,
OET, 1948, pp. 236-238, con l’elenco dei
tanti illustri collaboratori della rivista di
Interlandi.
28
Massimo Gatta, Dei luoghi di perdizione. Un dialogo con Giampiero Mughini
sui libri e il collezionismo, «Colophon», n.
21, 2006, p. 27.
29
Ottimo il saggio di Elisabeth Pouech, Telesio Interlandi, un intellectuel
fasciste antisémite (1894-1965), Université Michel de Montaigne, Bordeaux III,
2001, così come Elisabetta Cassina Wolff,
Biological Racism and Antisemitism as
Intellectual Constructions in Italian Fascism: The Case of Telesio Interlandi and
La difesa della razza, in Racial Science in
Hitler’s new Europe 1928-1945, Lincoln,
University of Nebraska Press, 2013, pp.
175-199. Ma è doveroso consultare anche Giorgio Fabre, L’elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Zamorani Editore, 1998.
30
Cfr. Giampiero Mughini, Il libro mai
scritto di Leonardo Sciascia, cit., p. 16.
31
Telesio Interlandi, Così, per (doppio)
gioco. Rapsodia d’una generazione, Roma, Edizioni di Quadrivio [ma stampa
Nuova Grafica Romana], s.d. [1960?].
32
Quante copie furono stampate è
impossibile da stabilire, ma di certo molto
poche.
33
Localizzato in sole 3 biblioteche
italiane [fonti SBN, Mai Azalai].
34
Telesio Interlandi, Così, per (doppio)
gioco, cit., pp. 7-8.
35
Vincenzo Vitale, In questa notte del
tempo, cit., p. 48.
36
Ibidem, pp. 37-38.
66
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
ottobre 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
In Appendice - Feuilleton
L.E.X.
Le biblioteche profonde
II capitolo
ERRICO PASSARO
RIASSUNTO DELLE
PUNTATE PRECEDENTI
“Lupo” è il guardiano di una
biblioteca clandestina nel Deep
Web. Ha paura. Ha i giorni
contati. Sa che, un bel giorno, si
sveglierà e scoprirà di essere stato
attaccato. A quel punto, dovrà
rifugiarsi nelle darknet, l’Internet
sommersa che i motori di ricerca
non possono raggiungere. Contatta
Victor Stasi, agente di LEX, la
branca dei servizi segreti italiani
di cui è informatore. Solo LEX
può salvargli la vita.
I
lineamenti di Victor Stasi
si tesero in un’espressione
di allarme.
Era nel suo ufficio a Forte
Braschi, dedito a scrivere un
rapporto dopo l’ultima missione per conto di L.E.X., quando
una finestra all’angolo dello
schermo lo avvisò che era in ar-
Illustrazione di Anna Emilia Falcone
(espressamente realizzata per
«la Biblioteca di via Senato»)
rivo una chiamata sulla linea riservata.
Veniva da “Lupo”, il nickname dietro il quale si nascondeva uno dei suoi molti informatori.
Stasi si alzò e chiuse la porta del suo ufficio. Nel farlo, la
porta di vetro intercettò la sua
immagine. Il viso esibiva mento
quadrato, zigomo alto, baffi regolati con la forbice. Il fisico era
quello statuario di un militare
sottoposto ai cicli di allenamento delle forze speciali. Quanto
all’abbigliamento, anche oggi
era curato ed elegante come suo
solito: la camicia militare immacolata che esibiva il taglio sartoriale e le guaine di colonnello ricamate a mano; la cravatta annodata ad arte; i pantaloni stirati
con precisione chirurgica; le
scarpe nere tirate a lucido;
l’orologio Eberhard Champion, che faceva capolino dal
polsino con i gemelli d’oro a
forma di aquila stilizzata.
Tornò davanti allo scher-
mo del pc. Il messaggio di “Lupo” era ancora lì. In cuor proprio, aveva sperato in qualche
errore di sistema, ma così non
era.
Stasi era un avvocato militare, ma, oltre alla competenze
giuridiche, aveva acquisito sotto
L.E.X. un perfetto addestramento operativo. Sotto l’uniforme si celava un agente dalla
cattiva coscienza, diviso tra una
facciata di campione della Legge e una seconda identità di spia
spregiudicata.
Stirò un’inesistente piega
della camicia, mentre sottoponeva il messaggio ai rituali controlli di sicurezza. E, intanto, la
sua mente iniziò a lavorare.
“Lupo” era un outsider stralunato e sociopatico, che trovava nelle sue cyberattività non del
tutto legali un modo di comunicare. Ma, anche se mezzo fuso,
non era un cattivo soggetto. Stasi gli doveva più di un favore. E
lui aveva invocato il suo aiuto.
Nel loro ambiente, i patti
68
d’onore avevano ancora un valore.
Non c’era altra scelta: doveva scendere nel Web profondo
per incontrare il suo “contatto”.
Spostò il cursore sullo
schermo e cercò un collegamento. Tempo pochi secondi, e stava
scaricando TOR.
The Onion Router.
Ieri software pensato per
proteggere le comunicazioni
della Marina statunitense. Oggi
programma utilizzato da dissidenti e criminali per navigare
nell’anonimato.
Con TOR il computer
cambiava ip, l’identificativo della macchina: era come viaggiare
con una carta di identità falsa.
Installò il programma. Pochi colpi ai tasti, ed ebbe accesso
al Web profondo.
Una città dolente di pixel,
popolata di dannati e reietti in
forma di avatar.
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
Una rete di tunnel virtuali
sotto la superficie di Internet,
dove i siti apparivano, scomparivano e, se serviva, andavano in
tango down: espressione militare
che significava “obiettivo distrutto”.
Trovò la strada per la Biblioteca Galattica. Il nome si
ispirava a “Fondazione” di Isaac
Asimov, secondo alcuni il romanzo di fantascienza più importante di sempre. Al suo interno era conservata, fra l’altro,
l’opera omnia di George Orwell,
uno dei maestri dell’utopia negativa: un genere che metteva alla berlina il potere costituito e,
quindi, inviso ai regimi di ogni
luogo e tempo.
Un rapido controllo gli
permise di appurare che la biblioteca custodiva quasi seimila
titoli. L’azione generò reazione:
sulla pagina visitata lampeggiò
una stringa di testo, in cui il cu-
stode intimava di dichiarare le
proprie intenzioni e rendeva noto che non erano accettate richieste di rimozioni da parte di
editori, associazioni o altre sanguisughe.
“Lupo” non è qui, ragionò
Stasi. In caso contrario, avrebbe lasciato i miei riferimenti in codice al
custode.
Con un “clic” si spostò nella Biblioteca Alessandrina, dove
trovò le opere complete di molti
autori “eretici”. Bastò poco a capire che “Lupo” non si nascondeva lì.
Viaggiò da una pagina all’altra, senza mai sapere in che
nazione era, perché chi la apriva
poteva simulare di essere dappertutto. Un universo a parte,
che nessuno poteva davvero cartografare perché cambiava ad
ogni momento. Una dimensione
chimerica. Un alveare di libri
proibiti.
Ma di “Lupo” nessuna traccia.
Stasi pensava e sperava che
avesse disseminato di esche il
suo percorso, ma evidentemente
non ne aveva avuto il tempo. Sospettava che fosse stato individuato dal governo del Paese che
lo perseguitava e avesse deciso di
“inabissarsi” per non essere scovato.
Il suo uomo era in pericolo
di vita. Stasi dove fare in fretta, o
“Lupo” sarebbe scomparso da
ogni Rete.
Per sempre.
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70
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
BvS: il ristoro del buon lettore
Lettere sulla Sicilia dai Banchi
di Ciccio Sultano
I ricordi di un viaggio e le tradizioni di una grande cucina
«I
n nessuna contrada d’Europa la natura è più bella e
più ricca». Così scrive,
della meravigliosa Sicilia, il grande
architetto francese Eugène Viollet
Le Duc (1814-1879), nelle sue Lettres
sur la Sicile (opera che la Biblioteca di
via Senato conserva nella prima edizione, stampata a Parigi nel 1860,
sotto la duplice insegna editoriale B.
Bance fils et F. Chamerot). È «la terra
degli enigmi», del «sole e dei fichi
d’India». È l’isola che nasconde straordinarie varietà di paesaggio: «da
lande quasi desertiche a fresche valli
che ricordano la Borgogna». Scenografie, come quella che si deve percorrere per giungere a Ragusa Ibla:
una «contrada montuosa come sconvolta da terremoti, qualcosa di simile
al domani del giudizio universale:
profondi burroni, pendii spezzati,
blocchi di roccia staccatisi dalla montagna e rotolati gli uni sugli altri».
La città è una visione « incantevole, con il duomo che la sovrasta».
Camminando per le strette strade,
«che non sono altro che interminabili scalinate», ci si accorge come «nei
Siciliani ci sia un amore profondo per
il proprio paese, e un senso molto forte dei doveri da cittadino a cittadi-
GIANLUCA MONTINARO
Ristorante I Banchi
Via Orfanotrofio, 39
Ragusa
Tel. 0932/655000
no». Il forestiero è sempre accolto
«con grazia e senza importuno alcuno» perché qui «l’ospitalità è ben
praticata». Lo si comprende appieno varcando la soglia del miglior ristorante dell’isola: il Duomo, il regno di Ciccio Sultano. Qui si possono gustare piatti straordinari come le
linguine con ricotta, ricci e seppia, la
triglia su panzanella, con lisca croccante e zuppetta alla ‘tinniruma’, e il
magistrale timballo di melanzane e
capretto.
Da pochissimo tempo, al Duomo, Ciccio Sultano ha affiancato,
sempre nel cuore barocco di Ibla, I
Banchi. Come in un mercato, «pieno di bancarelle con ceci abbrustoliti, limonata, pesce…» così qui si susseguono, una stanza dentro l’altra, i
banchi di pasticcini, pani e focacce,
salumi, formaggi e conserve, fino alla sala del grande tavolo conviviale e
al sancta sanctorum della interrata
cantina. Perché non fermarsi per
«uno splendido pasto»? Se l’architetto di Napoleone III descrive i
«dorati panini all’anice, i rispettabili
piatti di maccheroni, i cosciotti di capretto, i gelati, le granite e l’ottimo
vino siciliano» l’ospite dei Banchi ricorderà la gustosa selezione di salumi (ricavati dal raro maiale nero dei
Nebrodi) e formaggi (fra cui il Ragusano e il Piacentinu), lo spaghettone
con le sarde e i paccheri alla Norma,
il bollito misto a ‘stimpirata’ e il pesce spada cotto nel salmoriglio. Una
cucina diretta, che parla al cuore con
eleganza e gusto, così come il servizio «dai modi squisiti». Ad accompagnare una tavola così festosa, una
bollicina di grande valore: l’Extrabrut 2007 di Tasca d’Almerita: uno
Chardonnay che matura 36 mesi sui
lieviti, raggiungendo una complessità notevole e una mineralità interessante. Ci si allontana a malincuore;
con il desiderio di tornare a sedersi
presto ai Banchi dell’unico vero
grande cuoco dell’isola: il Sultano
della Sicilia.
giochipreziosi.it
UN MONDO DI
DIVERTIMENTO!
GRUPPO
GR
UPPO GIOCHI
GIOCHI PREZIOSI
72
HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2015
ANTONIO
CASTRONUOVO
Antonio Castronuovo (1954), bibliofilo e
saggista, dirige varie collane per la Editrice la
Mandragora di Imola e
collabora con parecchie
riviste.
Tra i suoi titoli Libri
da ridere: la vita e i libri di
Angelo Fortunato Formíggini (2005), Macchine fantastiche (2007),
Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry
(2008), Alfabeto Camus
(2011). Traduttore dal
francese, ha da ultimo
pubblicato L’incendio e
altri racconti di Irène Némirovsky, Il cervello non
ha pudore di Jules Renard e Nuove invenzioni
e ultime novità di Gaston
de Pawlowski.
MASSIMO GATTA
Massimo
Gatta
(1959) ricopre l’incarico,
dal 2001, di bibliotecario
presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha
organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali
del libro (ex libris).
Collabora alla pagina
domenicale de «Il Sole 24
Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale
della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri”
(books about books), e fa
parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri».
Numerose sono le sue
pubblicazioni e i suoi articoli.
LUIGI MASCHERONI
Luigi Mascheroni ha
lavorato per «Il Sole24 Ore»,
«Il Foglio» e, dal 2001, per
«il Giornale».
Scrive soprattutto di
Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di
Teoria e tecnica dell’informazione
culturale
all’Università Cattolica di
Milano. Fra i suoi libri, il
pamphlet Manuale della
cultura italiana (2010) e
Scegliere i libri è un’arte.
Collezionarli una follia
(2012). Sta lavorando a
un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i
fondatori del blog “Dcult”
(difendere la cultura):
http://www.dcult.it/.
Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni.
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti,
storico dell’arte, si interessa di arte e critica del
Secondo Novecento in
Italia e in Francia.
Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti
e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata
2013).
ERRICO PASSARO
Errico Passaro (1966)
è ufficiale dell’Aeronautica Militare esperto in
materie giuridiche. Giornalista e scrittore, ha
pubblicato oltre millesettecento articoli, dieci romanzi, centoventi racconti, fra cui il “triplete”
per le collane da edicola
Mondadori: la bianca
(Zodiac, Urania n. 1557;
La Guerra delle Maschere, Millemondi Urania n.
58), la gialla (Necropolis,
Supergiallo n. 39), la nera
(L.E.X. - Law Enforcement
X, Segretissimo, n. 1591;
L.E.X. - Operazione Spider, Segretissimo n.
1610; L.E.X. - Inverno arabo, Segretissimo n. 1611).
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo Petrella
(1974) è docente a contratto di discipline del libro
presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel
2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di
insegnamento di Scienze
del libro e del documento.
È autore di numerose
monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini,
torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di
Johannes Lichtenberger;
Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010);
L’oro di Dongo ovvero per
una storia del patrimonio
librario del convento dei
Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di
Brescia» e la «Domenica
del Sole24ore».
GIOVANNI SESSA
Giovanni
Sessa
(1957), è docente di filosofia e storia nei licei, già
assistente presso la cattedra di Filosofia politica
della facoltà di Scienze
Politiche della Sapienza
di Roma e già docente a
contratto di Storia delle
idee presso l’Università di
Cassino.
Numerosi sono i suoi
scritti, alcuni dei quali
apparsi sulle riviste «Letteratura-Tradizione»;
«Palomar» e «il Borghese».
Fra i suoi volumi si ricordano: Trascendenza e
gnosticismo in E. Voegelin, Caratteri gnostici della moderna politica economica e sociale; Il maestro della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola.
GIANLUCA
MONTINARO
Gianluca Montinaro
(Milano, 1979) è docente a
contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai
rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno.
Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il
Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della
Rovere (2000); Il carteggio
di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani
(2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006);
Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere
(2009); Ludovico Agostini,
lettere inedite (2012);
Martin Lutero (2013);
L’utopia di Polifilo (2015).
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ottobre - Biblioteca di via Senato