2 L’approfondimento venerdì 3 aprile 2015 3 L’approfondimento venerdì 3 aprile 2015 Nel team dei curanti all’ospedale c’è un nuovo professionista: l’assistente spirituale. Non è il prete, nemmeno lo psicologo. Una realtà in vari ospedali svizzeri, dove da tempo questa figura aiuta l’équipe sanitaria a gestire le crisi che la malattia, non guaribile, può risvegliare. Ora anche in Ticino. In corsia, si assiste lo spirito ACCOMPAGNARE CHI MUORE di Simonetta Caratti «La colpa è forse la più triste compagna della morte», diceva Elisabeth Kübler Ross, la psichiatra che ha fatto un lavoro pionieristico nel campo dell’assistenza ai malati terminali e della ricerca sulla morte. Ha dedicato la sua vita ai morenti e ad istruire il personale ospedaliero a come gestire la fase terminale dei malati, apportando anche un sollievo morale e spirituale. La psichiatra elvetica, trapiantata a New York, è morta nel 2004. A 11 anni dalla sua scomparsa quasi tutti gli ospedali svizzeri hanno nei reparti di cure palliative degli assistenti spirituali. Al Chuv di Losanna sono una dozzina, ogni giorno seguono una decina di pazienti (vedi box). Studi dimostrano quanto la sofferenza spirituale interagisca con corpo, emozioni, psiche: può intralciare le cure, portare a depressione, ansietà, aspettative irrealistiche verso le cure, maggiori difficoltà nella gestione del dolore fisico. Mentre l’equilibrio è una risorsa. In Ticino, a che punto siamo? Abbiamo trovato (e intervistato) un unico assistente spirituale in una struttura: si chiama Giovanni Sala, è impiegato a Hospice Ticino e alla clinica Varini di Orselina, entrambi attivi nel sostegno ai pazienti che beneficiano di cure palliative. Anche l’Ente ospedaliero cantonale si sta attivando (speriamo presto!) per dotarsi di un profilo simile. È quello che auspica la dottoressa Claudia Gamondi, che dirige il Centro cure palliative all’Istituto oncologico della Svizzera italiana. Ci sono poi altre figure come i volontari della Lega ticinese contro il cancro, che sostengono i pazienti oncologici in ospedale o a domicilio (come ci spiegano Manuela Rossini e Ulrico Selinger), ma anche chi (come la psicoterapeuta e naturopata Nicoletta Gay che da anni insegna accompagnamento alla morte) aiuta ad affrontare emozioni dolorose che emergono in questa delicata fase della vita. ∑ Favorire la quiete La premessa per poter aiutare, o non disturbare, chi sta morendo è la tranquillità. Se prevale la paura, si trasmette ansia. ‘Così l’album della vita può aiutare ad andarsene’ ∑ Il rispetto Accompagnare significa rispettare chi si assiste, adattarsi alle sue aspettative: c’è chi vuole attorno la famiglia e chi preferisce affrontare l’ultima fase in solitudine. Un clima di fiducia aiuta. Nicoletta Gay ricorda, ad esempio, l’importanza del respiro: calmo, profondo, rassicurante. «Nella nostra società impaziente, tecnologica e frenetica, nascita e morte vengono considerate ormai come processi estranei, slegati dalla vita», dice la psicoterapeuta e naturopata Nicoletta Gay, riferendosi alla madre di tutte le paure: quella di morire. Eppure, scriveva Goethe, «con l’anima dell’uomo, succede come per l’acqua: viene dal cielo e al cielo risale, per tornare alla terra, in eterna alternanza». L’obiettivo è andarsene al meglio possibile: vediamo come. Incontriamo Nicoletta Gay nella sua casa a Santa Maria in Calanca, da oltre 10 anni insegna accompagnamento alla morte a personale sanitario, anche alla scuola per naturopati di Baar, ha lavorato per anni alla clinica Aeskulap di Brunnen. Ha aiutato decine e decine di malati, prevalentemente oncologici. Morire non è così facile come sembrerebbe – dice –, spesso c’è un estremo disorientamento sia nel morente, sia in chi lo circonda: «Ho assistito anziani che avevano rinnegato per anni la loro vera natura e giunti sul punto di morte hanno avuto bisogno di ‘cambiar vita’. Altri che hanno negato la morte imminente fino a poche ore prima di andarsene, per poi crollare straziati da paura e rimorsi. Ho visto figli, mogli e mariti così imbarazzati e impreparati da delegare a me, un’estranea, gli ultimi attimi con il loro caro. Altri morenti invece hanno potuto alleviare le loro sofferenze solo quando hanno ricucito relazioni strappate», spiega. Riconciliarsi con il proprio passato è una tappa importante di un buon accompagnamento, che può durare qualche giorno o diversi mesi. Ogni storia è una storia diversa. «Ricordo una signora con un tumore al cervello, abbiamo rac- ∑ I desideri del paziente Ascoltare i desideri del morente e non imporre i propri. Il malato può chiarire le proprie volontà rispetto al percorso terapeutico compilando un formulario per le direttive anticipate o scegliendo un rappresentante terapeutico. (Info alla Commissione di etica clinica dell’Eoc: 091 811 13 14 oppure [email protected] ). ∑ Le emozioni Per alcuni è importante poter affrontare rancori o sensi di colpa, riconciliarsi con parenti o amici. Vissuti ed emozioni difficili da comunicare come rabbia, paura, disperazione... possono acuire disagi fisici. Parlarne con un esperto può aiutare. ∑ Con o senza fede Quasi ogni religione consiglia di morire con il nome del divino in bocca. Per chi è ateo, può essere di aiuto l’arte, la musica o la pittura. (Informazioni sull’opuscolo ‘Finire di vivere continuare ad essere’ di Frattari, Manzoni e Gay). Nelle cure palliative ci vuole l’assistente spirituale: ce l’ha la clinica Varini. Ma anche lo Iosi avrà il suo, perché lo impongono gli standard di qualità TI-PRESS LA PSICOTERAPEUTA Talvolta tra paziente e familiari c’è un muro, tutti sanno ma nessuno parla colto con parenti e amici le foto del suo passato, creando un album. Sfogliarlo aiuta a rileggere la propria vita, a sciogliere eventuali rimorsi, sensi di colpa, a riconciliarsi con chi non si parla più. Di regola chiedo ‘perché è valsa la pena vivere?’. Un testamento spirituale da lasciare a chi resta». Visualizzazioni sull’aldilà Alleggerirsi di emozioni intossicanti, è solo una tappa. «Si assiste la persona su vari piani e con più figure. Ci sono emozioni da affrontare, paure da poter esprimere. Ma ci sono anche i bisogni del corpo da soddisfare, si può lavorare, ad esempio, sul respiro. Non meno importanti gli aspetti legali: dalle direttive anticipate al testamento fino al funerale. C’è poi la parte spirituale: in cosa credi, chi vuoi che ti assista, vuoi stare solo?». Chiediamo se chi non ha una fede deve aspettarsi più ansia. «Il vuoto dell’ateo può fare paura, ma non per chi è dentro i principi di natura e ne ho conosciuti diversi. Come il loro albero centenario, avevano terminato il loro ciclo ed erano pronti a morire». Ma non tutti sono in sintonia con la natura... «Allora, chiedo di immaginare l’aldilà, facciamo delle visualizzazioni guidate, partendo da situazioni piacevoli: per alcuni può essere la musica o la pittura. Quando ci si connette con l’arte, ci si connette con l’anima. L’obiettivo è andarsene in armonia, non nella separazione della paura e dei sensi di colpa», precisa. Un ultimo consiglio ai parenti: «Ascoltate veramente quello che il morente vuole e non imponete i vostri desideri per sentirvi meglio», conclude Gay. LA DOTTORESSA DELLO IOSI L’OSPEDALE UNIVERSITARIO ‘Indispensabile questa figura nei reparti di cure palliative, il privato lo fa già’ Dodici specialisti dell’anima al Chuv di Losanna Durante il percorso di una malattia evolutiva, non guaribile, pazienti e familiari spesso vivono bisogni spirituali che la malattia risveglia; affrontarli può aiutare nel percorso terapeutico: «Essere confrontati con la propria finitudine apre molte domande. Perché a me? Perché adesso? Perché a noi come coppia o come famiglia? Come farò? Sono quesiti esistenziali che la malattia risveglia. In un ambito medico, il paziente spesso non sa che può esprimere queste domande, perché dagli operatori sanitari storicamente ci si aspetta la cura del cor- po», spiega la dottoressa Claudia Gamondi. Dirige il Centro cure palliative all’Istituto oncologico della Svizzera italiana, che segue quasi mille pazienti all’anno, curati nelle strutture ospedaliere pubbliche, più 400 persone a domicilio: l’80% è rappresentato da pazienti oncologici, ma non solamente. Oltre alla gestione dei sintomi, si aiutano gli ammalati a trovare (o ritrovare) in loro stessi strumenti utili per far fronte alla malattia grave. In questo contesto, la figura dell’assistente spirituale diventa più che necessaria: «Nei reparti di cure palliative è indispensabile avere questa risorsa, lo richiedono perfino gli standard di qualità. Ci stiamo attivando per avere questa figura nel nostro team». Si potrebbe obiettare che la spiritualità non è un problema dell’ospedale. «Le cure palliative si occupano della sofferenza della persona nel suo sistema, non solo del corpo del malato. Così come l’ospedale risponde anche ai bisogni sociali, deve fare altrettanto con quelli spirituali per una presa a carico completa dell’individuo», ribatte la dottoressa. La formazione dell’assistente spirituale è specifica. Non si riferisce ad un credo particolare, perché la spiritualità non è legata alla religiosità della persona. L’assistente spirituale aiuta il paziente a ritrovare i propri significati, le proprie verità, lo aiuta a riflettere sulla speranza nella malattia. «L’assistente non dà i sacramenti, non è un cappellano e nemmeno uno psicologo. È una figura professionale integrata nel lavoro clinico quotidiano, inserita nel team di curanti, contribuisce nel suo ambito di competenza alla presa a carico globale del pa- ziente. Una chiave è l’ascolto attivo del paziente e della famiglia». Sono professionisti formati per affrontare temi delicati e intimi, che la malattia può risvegliare. La sofferenza spirituale può intralciare l’alleanza terapeutica, aggravare la sofferenza vissuta dal paziente. Sono dinamiche studiate. «Il medico deve proporre trattamenti che siano in armonia con la biografia del paziente. L’alleanza terapeutica passa attraverso la conoscenza ed il rispetto dei valori spirituali della persona», conclude la dottoressa Gamondi. La dottoressa Gamondi dirige il Centro cure palliative dello Iosi Il servizio di assistenza spirituale dell’ospedale Chuv di Losanna è un punto di riferimento in Svizzera, ci lavorano 12 specialisti, inseriti in vari settori del nosocomio, a stretto contatto con medici e infermieri: seguono una decina di pazienti al giorno. Inoltre formano professionisti che vengono da tutta l’Europa. A dirigerlo è Cosette Odier, che illustra perché è importante avere un’assistenza spirituale in corsia. «Vari studi dimostrano che il paziente vuole parlare dei suoi dubbi: se può farlo con il medico, l’infermiera o un assistente spiri- LA VOLONTARIA L’INIZIATIVA L’ASSISTENTE SPIRITUALE Manuela: ‘La speranza c’è sempre’ ‘A cena con Ulrico’... in ospedale ‘Evito che il paziente viva la malattia in solitudine’ «C’è chi manifesta paura di morire e chi non ne parla proprio. Di regola, si discute di più della malattia, di come potrebbe svilupparsi. Ma la speranza di farcela, quella è sempre viva, in ogni paziente», dice Manuela Rossini. Da anni è volontaria alla Lega ticinese contro il cancro, ha seguito vari pazienti oncologici sia in reparto, sia a domicilio e partecipa all’iniziativa del giovedì sera ‘A cena con...’ all’Istituto oncologico della Svizzera italiana (Iosi) di Bellinzona. «Per chi è ammalato, incontrare altri pazienti può essere troppo difficile: c’è chi viene a cenare in compagnia solo se non ci sono altri pazienti. E chi invece ama condividere il proprio percorso con altri e si crea quasi una sorta di gruppo di auto-aiuto. È molto personale e rispettiamo la sensibilità di ciascuno. Noi volontari siamo a disposizione per accogliere chi vuole stare in compagnia» spiega. Alla cena del giovedì sera, capita di incontrare lo stesso paziente una o due volte. Seguendo un ammalato a domicilio si instaura un rapporto più intimo. «La conoscenza crea un terreno di fiducia che permette di aprirsi, condividere le emozioni più profonde, le paure più intime, c’è chi racconta la storia della propria vita. Interagisco con loro, parlando delle mie esperienze. Si trovano dei punti comuni. Spesso siamo un sostegno anche per i familiari che si chiedono come faranno dopo, quando il loro caro non ci sarà più», conclude Rossini. «Il mio ruolo è quello di ascoltare, senza dare consigli, di esserci per chi vuole esprimere un disagio: c’è chi parla della propria vita, della malattia, della paura della morte, del dolore, del timore di diventare un peso per la famiglia. Il dolore, in genere, fa più paura della morte. Più persone mi hanno confidato: Sono pronto, i miei familiari no», spiega Ulrico Selinger, volontario alla Lega ticinese contro il cancro, che ogni giovedì (dalle 17 alle 20, a rotazione con una collega) cena con quei pazienti oncologici, degenti allo Iosi di Bellinzona, che vogliono compagnia. L’iniziativa della Lega contro il cancro ‘A cena con...’ è partita nel dicembre 2013: i volontari apparecchiano tavola nel loca- le soggiorno al 2° piano dello Iosi, poi passano nelle camere (dove è possibile entrare), chiedono chi vuole cenare in compagnia. «A volte siamo in quattro, a volte nessuno se la sente. Accettiamo ogni decisione, anche un rifiuto, nel rispetto dell’altro», spiega Selinger. Quando aveva 14 anni, il cancro si è preso sua madre, dieci anni fa, la stessa sorte è toccata a suo padre. «Volevo fare qualcosa per gli altri, mi accorgo che ricevo più di quanto riesco a dare». La sua, dice, non è una forma di aiuto (presuppone una diseguaglianza tra chi dà e chi riceve) ma un mettersi al servizio, in uno scambio reciproco. Per chi volesse diventare volontario rivolgersi alla Lega ticinese contro il cancro (091 820 64 40). Il volontario Ulrico Selinger La malattia non guaribile può smuovere emozioni dolorose e inaspettate. Come la rabbia contro un Dio ingiusto. Come la frustrazione di sentirsi vittima di una sorte avversa: perché soffro così? Perché succede proprio a me? Oppure può innescare la vergogna di diventare un inutile peso oppure i sensi di colpa per lasciarsi alle spalle legami frantumati. «In alcune situazioni di forte dipendenza il paziente si interroga sul senso della vita, ma può dover affrontare anche la paura di non farcela, la preoccupazione per chi resta, la fatica di progettare la propria vita nell’incertezza della malattia», spiega Giovanni Sala, teologo, assistente spirituale per Hospice e alla clinica Varini di Orselina, dove collabora con il team di cure palliative. Ha alle spalle un’esperienza di 10 anni all’Istituto nazionale dei tumori di Milano. La morte e la congiura del silenzio Ci spiega il suo lavoro con gli ammalati: «Partecipo alle riunioni dei curanti ed intervengo se ci sono richieste particolari. Di regola mi presento ai pazienti e spiego quale è il mio ruolo. Alcuni mi scambiano per il cappellano, mentre l’assistente spirituale dà un ascolto a 360 gradi a pazienti e parenti, accoglie le domande che possono nascere in un momento di fatica e sofferenza», precisa. La malattia grave può stravolgere le di- namiche di famiglia ed il dolore più che avvicinare, può allontanare. Una figura esterna, formata per accogliere questi segnali, può essere di grande supporto: «C’è spesso la paura di condividere dei vissuti di sofferenza con i propri cari. Talvolta tra paziente e familiari si crea un muro, una sorta di congiura del silenzio: tutti sanno ma nessuno esprime i propri sentimenti. Questo può portare il paziente a vivere la propria morte in profonda solitudine. Poter parlare di morte invece aiuta a decomprimere la paura. Quella più grossa è rimanere soli nella propria esperienza». Per questo motivo è importante offrire al malato questa nuova figura – ormai indispensabile nei reparti di cure pallia- tuale, migliora anche l’alleanza terapeutica. La cura funziona meglio», ha spiegato Cosette Odier intervistata da questo giornale. Una formazione specifica è obbligatoria dal 2000, a scegliere questa via tanti teologi, ma non solo. Il servizio è in parte pagato dallo Stato: infatti la Costituzione del Canton Vaud riconosce «la dimensione spirituale dell’essere umano», ciò ne facilita l’integrazione nei servizi ospedalieri. Gli interrogativi che i pazienti mettono sul tavolo sono vari: «Perché succede a me, perché ora, che cosa ho fatto di male, non sono pronto, lo sarò mai? Alcuni si colpevolizzano, altri si interrogano sulla morte». Gli incontri avvengono nell’ospedale, a volte basta un colloquio, a volte ne servono altri, in alcuni casi è coinvolta la famiglia. Sempre di più, il team di Cosette Odier lavora anche in geriatria. «Molti anziani sembrano depressi, hanno perso il gusto alla vita. Alcuni sono arrabbiati con il divino, si sentono abbandonati. Sono crisi spirituali, anche dolorose, che spesso vengono confuse con depressioni», conclude. tive di ospedali e cliniche – che ascolti il paziente in maniera autentica. «Lo spiegano vari studi, se i bisogni spirituali sono accolti, la persona può fronteggiare meglio la malattia». Importante è l’ascolto. «Fatto in modo accogliente, non giudicante, perché chi vive la malattia può sentirsi un peso per gli altri: un’esperienza non facile in una società che esige efficienza e forza. Dunque il malato va accolto, riconosciuto, ascoltato come persona». Non si risolve il morire, ma si offre un percorso: «Si aiuta la persona a rimettere in discussione le proprie conoscenze e convinzioni. Va sostenuta in questo percorso, alimentando, senza inganno, la speranza», conclude Sala. Giovanni Sala, assistente spirituale