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I martedì del festival
decima rassegna / seconda parte
in collaborazione con Cinema Kappadue
Verona
5 ottobre - 21 dicembre 2010
Cinema Kappadue
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MARTEDÌ 5 OTTOBRE ORE 21.00, ANTEPRIMA A INVITO
LE DEUXIÈME
SOUFFLE
DI ALAIN CORNEAU
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 12 OTTOBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00
VENDICAMI
DI JOHNNIE TO
OMAGGIO A PAUL MORRISON
MARTEDÌ 19 OTTOBRE ORE 18.00
SOLOMON & GAENOR
DI PAUL MORRISON
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
OMAGGIO A PAUL MORRISON
MARTEDÌ 19 OTTOBRE ORE 21.00, A INVITO
LITTLE
ASHES
DI PAUL MORRISON
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 26 OTTOBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00
TOUT
EST PARDONNÉ
DI MIA HANSEN-LØVE
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 2 NOVEMBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00
IL PADRE DEI MIEI FIGLI
DI MIA HANSEN-LØVE
MARTEDÌ 9 NOVEMBRE ORE 15.30, 18.00, 21.00
PUBLIC
ENEMIES
DI MICHAEL MANN
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 16 NOVEMBRE ORE 21.00
EASY
RIDER
DI DENNIS HOPPER
COPIA RESTAURATA PROVENIENTE DA PARK CIRCUS
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 23 NOVEMBRE ORE 21.00
LA CITTÀ
VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA
DI BRECK EISNER
MARTEDÌ 30 NOVEMBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00
THE ROAD
DI JOHN HILLCOAT
MARTEDÌ 7 DICEMBRE ORE 15.30, 20.15
THEDI ROBERT
LEGEND
OF LYLAH CLARE
ALDRICH
COPIA PROVENIENTE DA THÉÂTRE DU TEMPLE
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 7 DICEMBRE ORE 18.00, 22.15
VERTIGO
DI ALFRED HITCHCOCK
COPIA RESTAURATA PROVENIENTE DA THÉÂTRE DU TEMPLE
VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO
MARTEDÌ 14 DICEMBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00
L’UOMO NERO
DI SERGIO RUBINI
MARTEDÌ 21 DICEMBRE ORE 21.00, A INVITO
ROMA
DI FEDERICO FELLINI
COPIA RESTAURATA PROVENIENTE DA CINETECA DI BOLOGNA
Cinema
Kappadue
dal 1954
buon cinema
a Verona
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MARTEDÌ 5 OTTOBRE, ORE 21.00, ANTEPRIMA A INVITO
OMAGGIO
AD ALAIN
CORNEAU
(1943–2010)
LE DEUXIÈME SOUFFLE
(Francia, 2007, 155’)
Regia e sceneggiatura: Alain Corneau dal romanzo di José Giovanni,
dialoghi: Alain Corneau e José Giovanni, fotografia: Yves Angelo, musica: Bruno Coulais,
interpreti: Daniel Auteuil, Monica Bellucci, Michel Blanc, Eric Cantona.
«Un capolavoro non si bissa: si copia. Pur consapevole della temerarietà dell’impresa, coltivata per trent’anni, Alain Corneau ha rifatto Le deuxième souffle di
Jean-Pierre Melville (in Italia noto come Tutte le ore
feriscono... l’ultima uccide), esponendosi al paragone con un classico. La locuzione del titolo si potrebbe tradurre in senso lato “la seconda vita”, quella che
Gustave (Gu) Minda (Daniel Auteuil) ottiene evadendo dal penitenziario di Castres: ergastolano di grande
prestigio nella mala “tradizionale” del dopoguerra,
nel 1965 Gu appare un vecchio arnese agli occhi delle nuove leve del crimine; la sua lealtà, se non onestà,
pare superata. Ispirato dal romanzo omonimo (1958)
di José Giovanni – condannato a morte graziato, poi
ergastolano graziato – il film di Corneau conserva la
sceneggiatura di quello di Melville che era sempre di
Giovanni. Anche l’epoca dei fatti rimane la stessa e gli
attori sono stati scelti, talora, per somiglianza con
quelli dell’archetipo: Auteuil ha il ruolo che era di Lino Ventura; Eric Cantona (bravissimo) quello del suo
amico fedele, che era di Michel Constantin; Michel
Blanc quello del poliziotto buono, che era di Paul
Meurisse; Monica Bellucci quello dell’amante di Gu,
che era di Christine Fabréga. Le deuxième souffle è
dunque un film corale, dedicato a José (Giovanni), figura straordinaria nel cinema, perché vi portò i ricordi di una gioventù movimentata, talmente movimentata che la ghigliottina attese per un po’ di separare la
testa di José dal corpo di Giovanni. Da quell’esperienza non comune derivarono un paio di capolavori,
quello di Melville e quello, Il buco, di Jacques Becker,
film d’esordio per Catherine Spaak e film di consacrazione per Philippe Leroy (che vi impersonava lo
stesso Giovanni). Ma c’è di tutto dietro questo filone
del cinema francese, parallelo senza esser ostile alla
Nouvelle vague. Alla seconda versione de Le deuxième souffle si può obiettare di essere un film di fantasmi. Ma Corneau ha grande rispetto e maggior rimpianto per ciò che i personaggi di Melville rappresentavano: un mondo dove anche i cattivi eran degni,
mentre oggi perfino i buoni sono indegni...»
(Maurizio Cabona, Il Giornale)
MARTEDÌ 12 OTTOBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00
VENDICAMI
(Vengeance, Hong Kong/Francia, 2009, 108’)
Regia: Johnnie To, sceneggiatura: Wai Ka-Fai, fotografia: Cheng Siu Keung,
musica: Lo Tayu, montaggio: David Richardson, interpreti: Johnny Hallyday,
Sylvie Testudk, Anthony Wong, Lam Ka Tung.
«Una donna, un uomo, due bambini. Lei di origine francese, lui cinese. All’improvviso la morte
che entra in casa per mano di sicari che compiono una strage. Solo la donna si salva. Suo padre,
Costello, raggiunge l’Estremo Oriente con un proposito preciso: vendicare la morte del genero e dei
nipoti. […] Esplicito omaggio a Melville sottolineato nel cognome del protagonista, è un susseguirsi di luoghi del cinema pronti a sottoporsi a
reinvenzione, […] libero di giocare con le immagini raggiungendo un livello di astrazione che fonde magistralmente cinefilia e spettacolo.»
Giancarlo Zappoli, My Movies
«Johnnie To oggi è il Cinema di Hong Kong proprio
come lo era Tsui Hark all’inizio degli anni ’80. All’indomani del 1997, quando in vista del ritorno alla Cina della ex colonia britannica i grandi nomi di
Hong Kong prendono il largo per Hollywood (con
risultati sovente disastrosi), To resta, diventando
l’uomo del rinnovamento. Temperamento sperimentale attento al botteghino, To avrebbe voluto
Alain Delon (il Samouraï di Jean-Pierre Melville)
nel ruolo dello chef che si reca in trasferta per vendicare la figlia, assegnato in seconda battuta al
rocker Johnny Hallyday. To usa l’estraniamento del
suo protagonista per costruire sublimi traiettorie
visionarie (s)montando le sparatorie con un puntiglio cubista impareggiabile. L’interazione fra spazio
e corpi è magistrale. Il risultato più clamoroso è
che da questa organizzazione dell’inquadratura discende un cinema di una potenza etica inconcepibile sotto qualsiasi altra latitudine. Oscillando fra
languori noir, folgorazioni kurosawiane e malinconie che omaggiano Jacques Demy, To compone un
inno alla notte spudoratamente romantico. Danzando sul crinale dove ironia e lirismo si seducono
a vicenda, Johnnie To si conferma cineasta spericolato in continua tensione di rinnovamento.»
Giona A. Nazzaro, Film TV
MARTEDÌ 19 OTTOBRE, ORE 18.00
OMAGGIO
A PAUL
MORRISON
SOLOMON & GAENOR
(Gran Bretagna, 1998, 104’)
Regia e sceneggiatura: Paul Morrison, fotografia: Nina Kellgren,
musica: Ilona Sekacz, interpreti: Ioan Gruffudd, Nia Roberts, Maureen Lipman,
David Horovitch, Sue Jones-Davies.
Galles 1911. Solomon è un giovane di famiglia
ebraica che vive vendendo tagli di cotone porta a
porta. In uno dei suoi giri conosce Gaenor, figlia
di minatori. La casa della giovane diviene un
punto fisso del suo giro e ben presto i due si
innamorano perdutamente. Solomon però tiene
nascosta all’amata, e ai familiari di lei, la sua origine. Un giorno, in chiesa, Gaenor viene denunciata pubblicamente dal pastore per “adulterio
con uno straniero”. Il mondo le crolla addosso e
si rifiuta di rivedere Solomon. Il ragazzo continua
a cercarla e, nonostante venga ferocemente picchiato dai fratelli di lei, una sera riesce a vederla
e scopre che è incinta…
«Il film riesce a trasmettere in maniera sapiente il
lato oscuro dei personaggi, la loro nuda e dura
esistenza e la rottura degli arretrati tabù religiosi e
sessuali che i due amanti protagonisti infrangono.
E senza dilungarsi insistentemente su temi come
l’antisemitismo, evoca le tensioni fra ebrei e gen-
tili, che sfociano, dopo un episodio di sciopero da
parte dei minatori, in vandalismo, incendio e saccheggio e che fanno emergere tutto il sotterraneo
risentimento sui mercanti ebrei locali. Le sequenze più strazianti riguardano però la brutale denuncia della gravidanza della ragazza e il confronto di
Solomon con il fratello maggiore di Gaenor,
sospettoso dello straniero fin dall’inizio a causa
delle mani, prive di callosità, del giovane. Il film
trova in Ioan Gruffudd una presenza in grado di
rendere l’ossessione amorosa di Solomon quando
viene rifiutato, ma soprattutto in Nia Roberts il
vero punto di forza: la sua bellissima, sussurrata
e stratificata recitazione disegna il disprezzo del
formalismo di Gaenor e approfondisce l’evolversi
di una avvolgente passione femminile che contiene anche elementi di fanatismo.»
Stephen Holden, New York Times
Copia in versione originale
con sottotitoli in italiano
SARÀ PRESENTE IL REGISTA
PER RICEVERE IL PREMIO
SCHERMI D’AMORE 2010
MARTEDÌ 19 OTTOBRE, ORE 21.00 A INVITO
OMAGGIO
A PAUL
MORRISON
LITTLE ASHES
(Gran Bretagna, 2008, 112’)
Regia: Paul Morrison, sceneggiatura: Philippa Goslett, fotografia: Adam Suschitzky,
musiche: Miguel Mera, interpreti: Javier Beltrán, Robert Pattinson,
Matthew McNulty, Marina Gatell.
«Tra i film in concorso al Festival Schermi d’Amore
2010 si è aggiudicato il primo premio (assegnato
dal pubblico) Little Ashes di Paul Morrison (Gran
Bretagna) che, connettendosi al biopic, colpisce
perché intreccia sullo schermo la vita di tre personaggi straordinari ricostruendo l’amicizia tra Federico García Lorca, Salvador Dalì e Luis Buñuel, a
partire dal loro primo incontro a Madrid nel 1922,
fino alla fucilazione del poeta andaluso nell’agosto
del 1936. Studenti universitari, i tre si conoscono
presso la Residencia de Estudiantes, dove Dalì è
appena arrivato mentre García Lorca è già una figura di spicco perché fa parte di un gruppo di intellettuali frequentato anche da Buñuel. Lorca è attratto
da Dalì e ne diventa amico intimo suscitando il disappunto di Buñuel che convince il pittore a trasferirsi a Parigi. Oltre che per la simpatia verso i personaggi, probabilmente il film ha suscitato il favore
del pubblico perché fa rivivere un ambiente e un’epoca ricchi di fermenti politici, poetici e artistici in
genere. Lo stesso titolo è legato a un dipinto realizzato da Dalì tra il 1927 e il 1928, Cenecitas (appunto Piccole ceneri).»
Mariolina Gamba, Il Ragazzo Selvaggio
«Difficile trovare il modo giusto di raccontare una
storia così gravida d’arte ed emozione. Morrison,
nonostante la bravura dei suoi tre protagonisti,
mezzi e tecnica adeguati, gioca di sobrietà. Ne esce
un film assai godibile, a tratti un po’ didascalico,
graziato solo raramente da quelle impennate di
provocazione esistenziale che avrebbero potuto
elevarlo all’altezza dell’argomento trattato. Impossibile, però, non concedergli il merito di aprire uno
spiraglio su un momento chiave nella vita di artisti
la cui eredità è tutt’oggi vivissima.»
Adamo Dagradi, L’Arena
Copia in versione originale
con sottotitoli in italiano
MARTEDÌ 26 OTTOBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00
TOUT EST PARDONNÉ
(Francia, 2007, 105’)
Regia e sceneggiatura: Mia Hansen-Løve, fotografia: Pascal Auffray,
montaggio: Marion Monnier, interpreti: Paul Blain, Constance Rousseau,
Marie-Christine Friedrich, Victoire Rousseau, Olivia Ross.
Vienna, venti anni fa. Victor e Annette vivono insieme, hanno una bambina, Pamela. Annette è austriaca. Victor è francese, asociale, irresponsabile e lucido, cerca di fare lo scrittore, fugge nell’alcol e nella
droga. Le cose non cambiano quando tutti e tre si
trasferiscono a Parigi, dove Victor continua a drogarsi e a lasciare sole Annette e Pamela. Dopo una
violenta lite, l’uomo lascia la famiglia per andare a vivere con un’amica tossica innamorata di lui, costringendo Annette a lasciare la città portando con sé la
bambina. Undici anni dopo, sarà proprio Pamela,
nonostante viva felice con la nuova famiglia della
madre, a decidere di rivedere il padre, che nel frattempo si è disintossicato e ha chiesto di incontrarla.
le, una candida adolescente in cerca del padre. Centrato su questa famiglia “disgregata”, tra Vienna e
Parigi, in un arco di tempo di undici anni, l’esordio
profondamente melanconico e romantico di Mia
Hansen-Løve riflette sulle diverse circostanze di
una coppia in pezzi, di una figlia cresciuta senza un
genitore e della necessità del perdono fra generazioni, gioca sui non detti, sulle ellissi, sull’ambiguità dei volti e sul tempo che scorre. Paul Blain,
l’attore protagonista, è perfetto nel ruolo dell’angelo caduto ultrasensibile, pienamente consapevole di
aver perso la sua occasione per vivere. Un film tristemente bello.»
Matthieu Darras, Alba International Festival
«Un uomo affettuoso ma debole, una donna fragile
che si nasconde dietro un atteggiamento inflessibi-
Copia in versione originale
con sottotitoli in italiano
MARTEDÌ 2 NOVEMBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00
IL PADRE DEI MIEI FIGLI
(Le père de mes enfants, Francia/Germania, 2009, 110’)
Regia e sceneggiatura: Mia Hansen-Løve, fotografia: Pascal Auffray,
montaggio: Marion Monnier, interpreti: Chiara Caselli, Louis-Do de Lencquesaing,
Dominique Frot, Alice Gautier, Alice de Lencquesaing.
Grégoire Canvel è un giovane produttore cinematografico, ha tutto quello che un uomo può desiderare: una moglie che ama, tre splendide figlie e un lavoro stimolante in cui mettere tutta la propria energia. La sua compagnia, l’indipendente Moon Films,
gode di un grande prestigio, ma i troppi debiti e i
troppi rischi la stanno spingendo verso la bancarotta. All’improvviso, un evento sconvolgente lascia
una ferita profonda nella vita della famiglia, che troverà comunque la forza di andare avanti e affrontare unita il proprio destino. Ispirato alla figura quasi
leggendaria del produttore francese Humbert Balsan, il film racconta senza retorica il mestiere del cinema, rendendo omaggio a uno dei suoi protagonisti più coraggiosi e offrendo al tempo stesso il ri-
tratto di una famiglia che sceglie coraggiosamente
la vita anche quando è la morte a colpirla.
«Con la sensazione di assistere a un dramma non
recitato ma vissuto (del resto è ispirato a una storia vera), un film sul cinema che ha giustamente
folgorato Cannes (premio speciale della Giuria di
“Un certain regard”). Grande spontaneità degli interpreti e una sensazione di “la vita nonostante tutto” che addolcisce le angosce. Alla seconda opera,
Mia Hansen-Løve si accredita tra i cineasti che fanno della sensibilità e della ricerca del pudore dell’anima il senso del loro lavoro. Da seguire con estrema attenzione.»
Massimo Lastrucci, Ciak
MARTEDÌ 9 NOVEMBRE, ORE 15.30, 18.00, 21.00
PUBLIC ENEMIES
(Nemico Pubblico, USA, 2009, 143’)
Regia: Michael Mann, sceneggiatura: Ronan Bennett, Ann Biderman, Michael Mann,
fotografia: Dante Spinotti, musica: Elliot Goldenthal, interpreti: Johnny Depp,
Christian Bale, Marion Cotillard, Channing Tatum, Billy Crudup.
«America 1933: sterminateli senza pietà. I gangster
di Chicago, guidati da John Dillinger, rapinano banche in tutto il Midwest. Il nuovo direttore dell’Fbi,
Hoover, mette in atto metodi scientifici: intercettazioni, rilievi e tortura dei prigionieri. Al suo uomo
migliore, Melvin Purvis, il compito di braccare il fuorilegge. La mafia di Frank Nitti, ex luogotenente di
Capone, intanto fa il suo gioco. Attenzione al dialogo tra Hoover e il giudice che non gli concede i fondi, a inizio film. C’è una delle chiavi di lettura: lo zar
del Bureau non ha esperienza sul campo ma saprà
utilizzare i media per creare miti positivi e negativi,
inventandosi in diretta le campagne di stampa e il
concetto di popolo/pubblico/audience. Ma è solo
una delle travi su cui poggia un film magnifico e potente. Un’altra sono i personaggi. Quelli che danno
senso alla storia sono, come recita un principio
manniano, in seconda fila. Nel nostro caso Winstead (interpretato dallo splendido Stephen Lang),
fatto arrivare dal Texas proprio per sopperire alla
mancanza di esperienza di Purvis e dei suoi “dude”
da quattro soldi. Uno sceriffo western che capisce
perfettamente Dillinger (per esempio, ci vuole un
vaccaro come lui per intuire che il nostro mai andrà
a vedere un film con Shirley Temple!) e forse, al pari di Thornton, starebbe più a suo agio con il Mucchio selvaggio, dove almeno le donne non sono
massacrate di botte. A lui, nel devastante finale, il
compito di sussurrare parole d’amore a Billie Frechette, diventando per un attimo colui che ha ucciso. Un film perfetto, con un cast perfetto, una messa in scena perfetta (Johnny Depp alla proiezione di
Manhattan Melodrama sembra Anna Karina davanti
a Giovanna D’Arco in Vivre sa vie di Godard), un direttore della fotografia (Dante Spinotti) che se non
vince l’Oscar è uno scandalo peggio del Watergate;
insomma, l’ennesimo capolavoro del miglior regista
sulla faccia della Terra.»
Mauro Gervasini, Film Tv
Copia in versione originale
con sottotitoli in italiano
MARTEDÌ 16 NOVEMBRE, ORE 21.00
EASY RIDER
(USA, 1969, 94’)
Regia: Dennis Hopper, sceneggiatura: Dennis Hopper, Terry Southern, Peter Fonda,
fotografia: László Kovács, musica: Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Band,
interpreti: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Luana Anders, Karen Black.
«Spesso si tende a identificare il road movie statunitense con Easy Rider - Libertà e paura (1969) di
Dennis Hopper. L’immagine di Billy (lo stesso Hopper) e Wyatt (Peter Fonda) sulle motociclette da
hippie è diventata quasi una specie di manifesto
generazionale e, in un certo modo, l’icona nella
quale si è identificata la controcultura statunitense.
[…] Forse solo in questa pellicola c’è il viaggio in
tutta la sua essenza, in tutta la sua libertà. Easy rider è un film dove la vita si brucia sotto gli occhi
dello spettatore ed è probabilmente questo uno dei
motivi che hanno creato un’immedesimazione
pressoché totale da parte del pubblico giovanile.
Ovviamente nel film sono presenti anche una serie
di astuzie tecniche come il montaggio veloce, che
ha garantito ritmo e dinamismo. Un ulteriore elemento di “identificazione” col pubblico è costituito
dai brani famosi della colonna sonora, che comprende, fra gli altri, Born to Be Wild degli Steppenwolf e If Six Was Nine di Jimi Hendrix. Un altro elemento di coinvolgente “straniamento” lo si può pe-
rò rintracciare anche nella insistita lontananza delle situazioni ambientali e condizioni sociali dello
stereotipo della way of life americana.»
Simone Emiliani e Carlo Altinier, Fughe da Hollywood
Copia restaurata
proveniente da Park Circus
versione originale
con sottotitoli in italiano
Biblioteca Civica, Sala Farinati, ore 17.30
Presentazione dei volumi
Simone Emiliani, Fughe da Hollywood
edito da Le Mani
Giuseppe Gariazzo, Conversazioni.
Il cinema nelle parole dei suoi autori
edito da Lineadaria
MARTEDÌ 23 NOVEMBRE, ORE 21.00
LA CITTÀ VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA
(The Crazies, USA, 2010, 101’)
Regia: Breck Eisner, sceneggiatura: Scott Kosar, Ray Wright,
fotografia: Maxime Alexandre, musica: Mark Isham, interpreti: Timothy Olyphant,
Radha Mitchell, Joe Anderson, Danielle Panabaker, Preston Bailey.
«Quella del remake hollywoodiano è diventata un’industria nell’industria, prolifica e a sé stante, riciclatrice di idee più o meno buone. Da un lato ci sono i
remake di film stranieri per americanizzare storie già
rese solitamente molto bene nei paesi di origine,
dall’altro c’è la cannibalizzazione delle opere americane del passato. Si è cominciato rifacendo successi commerciali o capolavori indiscussi, si è arrivati a
rifare anche film oscuri, almeno quanto a visibilità
Biblioteca Civica, Sala Farinati, ore 17.30
Incontro:
Le nuove frontiere del fantastico
a cura di
Adamo Dagradi e Nicolò Gallio
da parte del pubblico. E si tratta forse dei remake più
interessanti, perché danno una seconda possibilità
commerciale a idee passate inosservate in prima
battuta. Tra questi, spicca La città verrà distrutta all’alba di Breck Eisner che ha riesumato e “replicato”
l’omonimo vecchio film di Romero. Film indipendente a bassissimo budget, quello di Romero coniugava fantahorror e impegno politico in un affresco disordinato e violento di una società al collasso
per l’incapacità di governare le proprie malsane
creazioni e di mantenere un rapporto umano tra istituzioni e cittadini. Il remake è un bel film, compatto
e sicuro, diretto con buon piglio. La parabola narrativa è più omogenea ed equilibrata, l’intrattenimento
più solido e professionale. Tutto questo mantenendo almeno in parte il significato dell’originale: la nostra vita quotidiana può essere sconvolta da un momento all’altro da cause che non possiamo governare né comprendere. Il senso di impotenza che anche questo nuovo film trasmette fa riflettere.»
Rudy Salvagnini, My Movies
MARTEDÌ 30 NOVEMBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00
THE ROAD
(USA, 2009, 108’)
Regia: John Hillcoat, sceneggiatura: Joe Penhall, soggetto: dall’omonimo romanzo
di Cormac McCarthy, fotografia: Javier Aguirresarobe, musica: Nick Cave, Warren Ellis,
interpreti: Viggo Mortensen, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce.
«Completo e ambizioso, il film che l’australiano
John Hillcoat ha tratto da uno dei bestseller del
premio Pulitzer Cormac McCarthy riprende le atmosfere della fantascienza apocalittica ravvivandole, però, con le tonalità epico-horror tipiche di
uno scrittore tanto schivo, ringhioso e scorretto
da essere considerato “di destra”. Rischiando
l’overdose di campi lunghi grigi e diroccati, The
road mette in scena due sopravvissuti alla prossima e inevitabile catastrofe finale: The Man (il sempre straordinario Viggo Mortensen) vaga con il figlioletto tra i detriti di un’America-mondo ormai
raggelata, silenziosa e desertica, dove ogni barlume di vita e calore è soffocato, mancano cibo e acqua e bisogna difendersi dalle improvvise scorrerie di cannibali spietati. Il ricordo della perduta
moglie e madre li conforta mentre affrontano
un’insidia dopo l’altra, ma è chiaro che il viaggio
verso la costa e il mare è solo un’illusione e il loro destino sarà probabilmente quello meritato dalle ultime generazioni umane. […] Hillcoat tiene
serrato il ritmo e sceglie con profitto di scolpire
l’angoscia soprattutto sul volto di Mortensen,
classico attore-icona sul quale è possibile modulare i riflessi più aspri e profondi del nostro pane
quotidiano, la violenza.»
Valerio Caprara, Il Mattino
«Fedele allo spirito del romanziere, Hillcoat si spoglia di tutto. Rinuncia alla psicologia, alla tentazione del catastrofismo, alla denuncia millenaristica
della miseria di un’umanità votata all’apocalisse,
nella convinzione che il male e la tragedia siano
naturali come l’aria. Rinuncia al suono fastidioso
di troppe parole e ai colori, desaturandoli in un
grigiore uniforme, un universo plumbeo dove un
semplice scarabeo verde diventa il segno di un’utopia: The Road è un ritorno all’uomo, un viaggio
d’amore verso il cuore e l’essenza, punteggiato
dalla partitura magica di Nick Cave. Un padre e un
figlio in cammino. A mantenere acceso il fuoco.»
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi
MARTEDÌ 7 DICEMBRE, ORE 15.30, 20.15
THE LEGEND OF LYLAH CLARE
(Quando muore una stella, USA, 1968, 130’)
Regia: Robert Aldrich, sceneggiatura: Hugo Butler, Edward De Blasio, Jean Rouverol,
Robert Thom, fotografia: Joseph F. Biroc, musica: Frank De Vol, interpreti: Kim Novak,
Peter Finch, Ernest Borgnine, Rossella Falk, Valentina Cortese, Coral Browne.
«Un’attricetta (Kim Novak) in cerca di lavoro è scelta,
grazie alla sua impressionante somiglianza, per impersonare la diva Lylah Clare, morta in circostanze
misteriose, in un film diretto da suo marito, il dispotico Zarkan (Peter Finch) che la plasma e la plagia.
Tratto da un teleplay di Robert Thom e Edward De
Blasio, è – dopo Il grande coltello (1955) – la seconda, crudele, aggressiva incursione di Robert Aldrich
nel microcosmo di Hollywood e dei suoi miti, ma in
chiave più psicologica (ambiguità, sdoppiamento,
perversioni, schizofrenia) che sociale. Fu insuccesso
a tutti i livelli, ma, a parte la memorabile metafora canina dell’epilogo, è pur sempre, squilibrato ed eccessivo, un film notevole, fuori dalla norma.»
Il Morandini 2010
originale televisivo di Robert Thom ed Edward De
Blasio sceneggiato da Hugo Butler e Jean Rouverol,
è un melodramma barocco ed eccessivo che ricostruisce la personalità di un’attrice partendo da differenti punti di vista. Snobbato dal pubblico alla sua
uscita, forse per i suoi continui e brutali cambi di tono narrativo (in un intreccio tra realtà e finzione che
si rimandano l’un l’altra come due specchi deformanti), il film è un ritratto al vetriolo del mondo del
cinema, visto come una fabbrica dove si costruiscono mostri e i cui campioni sono rappresentati da un
produttore senza scrupoli (Borgnine) e una giornalista infida (Browne). Geniale il finale con lo spot di
cibo per cani che si tramuta in incubo.»
Il Mereghetti 2008
«Per la sua straordinaria rassomiglianza, Elsa Brinkmann (Novak) è scelta per interpretare un film sulla
diva Lylah Clare, morta in circostanze poco chiare:
finirà per identificarsi con la defunta. Tratto da un
Copia proveniente da
Théâtre du Temple
versione originale
con sottotitoli in italiano
MARTEDÌ 7 DICEMBRE, ORE 18.00, 22.15
VERTIGO
(La donna che visse due volte, USA, 1958, 128’)
Regia: Alfred Hitchcock, sceneggiatura: Alec Coppel, Samuel A. Taylor,
fotografia: Robert Burks, musica: Bernard Herrmann, interpreti: James Stewart,
Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Tom Helmore, Ellen Corby.
«Come tutti i film di Alfred Hitchcock è un autentico capolavoro. Lo è per la costruzione dei personaggi, per la struttura narrativa, per i giochi psicologici che lo attraversano. La storia di La donna
che visse due volte è complessa come un puzzle.
Raccontarla è un assassinio. È un castello gotico di
sorprese, di finzioni, di autentici inganni. Il gioco
principale è quello della identità, della perdita, del
ritrovamento, della scoperta della vera identità di
una donna. A compierla è un uomo malato e innamorato, capace di riconoscere ciò che ama anche
se è nascosto, incapace di dominare le sue paure
inconsce. […] Il ritmo del racconto segue in Vertigo un ritmo inusuale, lento, di osservazione. Con
delle impennate di tensione davvero meravigliose.
Non perdetelo, in ogni caso.»
Walter Veltroni, Certi piccoli amori
«Quarant’anni e, certamente, non li dimostra: non
solo grazie al restauro visivo e sonoro curato da Robert Harris e James Katz, ma soprattutto grazie al ge-
nio intramontabile di Hitchcock, che girò nel 1957 un
thriller stretto nelle volute misteriose dell’inconscio.
Sembra che a metà degli anni ’50 Hitchcock si conceda il più estremo degli incubi amorosi, radicalizzando quella dinamica sadomasochistica tra un eroe
fascinoso e perverso e un’eroina che ha guidato tutti i suoi incubi. Vertigo è un mélo esplicito e angosciante, tutto giocato su un’impossibilità amorosa
elevata a filosofia di vita e su un rapporto uomo/donna di inaudita violenza. Kim Novak, innaturalmente sofisticata, trova la parte della sua vita; e James Stewart ribalta l’americano tranquillo in un vortice ossessivo. Avvolgente come la spirale inventata
per i titoli di testa da Saul Bass, il fascino di Vertigo
sopravvive a infinite visioni. Da non perdere.»
Emanuela Martini, Film Tv
Copia restaurata proveniente da
Théâtre du Temple
versione originale
con sottotitoli in italiano
MARTEDÌ 14 DICEMBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00
L’UOMO NERO
(Italia, 2009, 116’)
Regia: Sergio Rubini, sceneggiatura: Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi, Domenico Starnone,
fotografia: Fabio Cianchetti, musica: Nicola Piovani, interpreti: Sergio Rubini,
Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Guido Giaquinto.
«I treni, la pittura, la famiglia, la Puglia. Sergio Rubini ha messo in L’uomo nero, suo decimo film da
regista, tutte le proprie ossessioni. Le ha frullate in
un mix falsamente autobiografico e ha tirato fuori
dal cilindro un film personale, sentito, bellissimo.
Uno struggente omaggio al padre, capostazione e
pittore dilettante, che quando si è rivisto sullo
schermo – interpretato dal figlio, da Sergio medesimo – ha chiesto “e quello sarei io?”. È raccontando cose ‘false’ che si può raggiungere la verità. In
questo Sergio ha avuto un ottimo maestro: Federico Fellini, che lo scelse per interpretare se stesso in
Intervista, uno degli autoritratti piú spudoratamente bugiardi che si siano mai visti al cinema… Nel
film Rubini è Ernesto Rossetti, capostazione ossessionato da Cézanne. La sua storia si svolge nell’anno 1967 ed è raccontata in flash-back dal figlio Gabriele, che 40 anni dopo arriva al suo capezzale per
abbracciarlo prima che muoia. Nei lontani anni ’60,
Ernesto vive con la moglie Franca (Valeria Golino) e
il cognato Pinuccio (Riccardo Scamarcio). Una fa-
miglia allargata e fracassona che potrebbe essere
felice, se Ernesto non avesse il fuoco sacro dell’arte. I notabili del paese lo disprezzano e recensiscono in modo impietoso il suo tentativo di copiare un
autoritratto (ma guarda un po’…) di Cézanne. Col
tempo, peró, Gabriele scoprirà che il padre è riuscito a prendersi una strana rivincita… In filigrana,
L’uomo nero è una riflessione sulla creatività popolare e ‘diffusa’ e sul disprezzo che per essa hanno
gli intellettuali. Ce n’è anche per noi critici, in un
certo senso, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione: Rubini vuole ricordarci che dietro ogni
sforzo creativo ci sono amore e sudore (come diceva quel tale? Al 10% ispirazione, al 90% traspirazione) e che molti esperti faticherebbero a distinguere un Cézanne vero da uno finto. È il secondo livello di lettura, per un film che in primis è una commedia umana azzeccatissima, con ottimi attori, bella fotografia (Fabio Cianchetti), brillantissimo montaggio (Esmeralda Calabria).»
Alberto Crespi, L’Unità
MARTEDÌ 21 DICEMBRE ORE 21.00, A INVITO
ROMA
(Italia, 1972, 127’)
Regia: Federico Fellini, sceneggiatura: Federico Fellini, Bernardino Zapponi,
fotografia: Giuseppe Rotunno, musica: Nino Rota, interpreti: Peter Gonzales,
Fiona Florence, Anna Magnani, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni.
«Vi domanderete perché mai uno scrittore americano viva a Roma. Prima di tutto perché mi piace i romani che ci frega niente se sei vivo o morto: sono
neutrali, come i gatti. Roma è la città delle illusioni,
non a caso qui c’è la Chiesa, il Governo, il Cinema,
tutte cose che producono illusione, come fa tu come fa io. Sempre più il mondo si avvicina alla fine
perché troppo popolato con le macchine, veleni e
quale posto migliore di questa città, morta tante
volte e tante volte rinata, quale posto più tranquillo
per aspettare la fine da inquinamento, sovrappopolazione. È il posto ideale per vedere se il mondo finisce o no.»
«In un cinema vorace e inclusivo come quello di
Federico Fellini, era quasi un contro senso che Roma, del 1972, avesse perso per strada così tanti
minuti da impedire al pubblico di gustarsi le apparizioni di Marcello Mastroianni e Alberto Sordi. La
versione del film circolante dopo il Festival di Cannes 1972, infatti, fu liberamente accorciata dal re-
gista riminese. Oggi il Cinema Ritrovato di Bologna ne propone una versione restaurata integrale
con l’aggiunta di otto minuti complessivi di tagli,
comprensivi anche delle scene in cui i due grandi
protagonisti del cinema italiano (entrambi volti
felliniani) interpretano se stessi alla celebre festa
“de’ Noantri”, l’appuntamento trasteverino che
ogni fine luglio attira migliaia di persone. A parte la
scoperta, varrà anche la pena accorgersi una volta
di più dell’assoluta modernità di Roma, un film che
sbriciola ogni muro separatorio tra documentario e
finzione, diario e memoriale, affresco e saggio, romanzo carnevalesco e lettera d’amore cinematografica. Per alcuni è la “scatola nera” del cinema di
Fellini: se non il suo miglior film, almeno quello da
studiare più attentamente per scoprirvi tutto il tessuto della sua immaginazione capitolina.»
Roy Menarini, Corriere della sera
Copia restaurata proveniente da
Cineteca di Bologna
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