10 I martedì del festival decima rassegna / seconda parte in collaborazione con Cinema Kappadue Verona 5 ottobre - 21 dicembre 2010 Cinema Kappadue 10 MARTEDÌ 5 OTTOBRE ORE 21.00, ANTEPRIMA A INVITO LE DEUXIÈME SOUFFLE DI ALAIN CORNEAU VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 12 OTTOBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00 VENDICAMI DI JOHNNIE TO OMAGGIO A PAUL MORRISON MARTEDÌ 19 OTTOBRE ORE 18.00 SOLOMON & GAENOR DI PAUL MORRISON VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO OMAGGIO A PAUL MORRISON MARTEDÌ 19 OTTOBRE ORE 21.00, A INVITO LITTLE ASHES DI PAUL MORRISON VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 26 OTTOBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00 TOUT EST PARDONNÉ DI MIA HANSEN-LØVE VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 2 NOVEMBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00 IL PADRE DEI MIEI FIGLI DI MIA HANSEN-LØVE MARTEDÌ 9 NOVEMBRE ORE 15.30, 18.00, 21.00 PUBLIC ENEMIES DI MICHAEL MANN VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 16 NOVEMBRE ORE 21.00 EASY RIDER DI DENNIS HOPPER COPIA RESTAURATA PROVENIENTE DA PARK CIRCUS VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 23 NOVEMBRE ORE 21.00 LA CITTÀ VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA DI BRECK EISNER MARTEDÌ 30 NOVEMBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00 THE ROAD DI JOHN HILLCOAT MARTEDÌ 7 DICEMBRE ORE 15.30, 20.15 THEDI ROBERT LEGEND OF LYLAH CLARE ALDRICH COPIA PROVENIENTE DA THÉÂTRE DU TEMPLE VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 7 DICEMBRE ORE 18.00, 22.15 VERTIGO DI ALFRED HITCHCOCK COPIA RESTAURATA PROVENIENTE DA THÉÂTRE DU TEMPLE VERSIONE ORIGINALE CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO MARTEDÌ 14 DICEMBRE ORE 16.00, 18.00, 21.00 L’UOMO NERO DI SERGIO RUBINI MARTEDÌ 21 DICEMBRE ORE 21.00, A INVITO ROMA DI FEDERICO FELLINI COPIA RESTAURATA PROVENIENTE DA CINETECA DI BOLOGNA Cinema Kappadue dal 1954 buon cinema a Verona 10 MARTEDÌ 5 OTTOBRE, ORE 21.00, ANTEPRIMA A INVITO OMAGGIO AD ALAIN CORNEAU (1943–2010) LE DEUXIÈME SOUFFLE (Francia, 2007, 155’) Regia e sceneggiatura: Alain Corneau dal romanzo di José Giovanni, dialoghi: Alain Corneau e José Giovanni, fotografia: Yves Angelo, musica: Bruno Coulais, interpreti: Daniel Auteuil, Monica Bellucci, Michel Blanc, Eric Cantona. «Un capolavoro non si bissa: si copia. Pur consapevole della temerarietà dell’impresa, coltivata per trent’anni, Alain Corneau ha rifatto Le deuxième souffle di Jean-Pierre Melville (in Italia noto come Tutte le ore feriscono... l’ultima uccide), esponendosi al paragone con un classico. La locuzione del titolo si potrebbe tradurre in senso lato “la seconda vita”, quella che Gustave (Gu) Minda (Daniel Auteuil) ottiene evadendo dal penitenziario di Castres: ergastolano di grande prestigio nella mala “tradizionale” del dopoguerra, nel 1965 Gu appare un vecchio arnese agli occhi delle nuove leve del crimine; la sua lealtà, se non onestà, pare superata. Ispirato dal romanzo omonimo (1958) di José Giovanni – condannato a morte graziato, poi ergastolano graziato – il film di Corneau conserva la sceneggiatura di quello di Melville che era sempre di Giovanni. Anche l’epoca dei fatti rimane la stessa e gli attori sono stati scelti, talora, per somiglianza con quelli dell’archetipo: Auteuil ha il ruolo che era di Lino Ventura; Eric Cantona (bravissimo) quello del suo amico fedele, che era di Michel Constantin; Michel Blanc quello del poliziotto buono, che era di Paul Meurisse; Monica Bellucci quello dell’amante di Gu, che era di Christine Fabréga. Le deuxième souffle è dunque un film corale, dedicato a José (Giovanni), figura straordinaria nel cinema, perché vi portò i ricordi di una gioventù movimentata, talmente movimentata che la ghigliottina attese per un po’ di separare la testa di José dal corpo di Giovanni. Da quell’esperienza non comune derivarono un paio di capolavori, quello di Melville e quello, Il buco, di Jacques Becker, film d’esordio per Catherine Spaak e film di consacrazione per Philippe Leroy (che vi impersonava lo stesso Giovanni). Ma c’è di tutto dietro questo filone del cinema francese, parallelo senza esser ostile alla Nouvelle vague. Alla seconda versione de Le deuxième souffle si può obiettare di essere un film di fantasmi. Ma Corneau ha grande rispetto e maggior rimpianto per ciò che i personaggi di Melville rappresentavano: un mondo dove anche i cattivi eran degni, mentre oggi perfino i buoni sono indegni...» (Maurizio Cabona, Il Giornale) MARTEDÌ 12 OTTOBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00 VENDICAMI (Vengeance, Hong Kong/Francia, 2009, 108’) Regia: Johnnie To, sceneggiatura: Wai Ka-Fai, fotografia: Cheng Siu Keung, musica: Lo Tayu, montaggio: David Richardson, interpreti: Johnny Hallyday, Sylvie Testudk, Anthony Wong, Lam Ka Tung. «Una donna, un uomo, due bambini. Lei di origine francese, lui cinese. All’improvviso la morte che entra in casa per mano di sicari che compiono una strage. Solo la donna si salva. Suo padre, Costello, raggiunge l’Estremo Oriente con un proposito preciso: vendicare la morte del genero e dei nipoti. […] Esplicito omaggio a Melville sottolineato nel cognome del protagonista, è un susseguirsi di luoghi del cinema pronti a sottoporsi a reinvenzione, […] libero di giocare con le immagini raggiungendo un livello di astrazione che fonde magistralmente cinefilia e spettacolo.» Giancarlo Zappoli, My Movies «Johnnie To oggi è il Cinema di Hong Kong proprio come lo era Tsui Hark all’inizio degli anni ’80. All’indomani del 1997, quando in vista del ritorno alla Cina della ex colonia britannica i grandi nomi di Hong Kong prendono il largo per Hollywood (con risultati sovente disastrosi), To resta, diventando l’uomo del rinnovamento. Temperamento sperimentale attento al botteghino, To avrebbe voluto Alain Delon (il Samouraï di Jean-Pierre Melville) nel ruolo dello chef che si reca in trasferta per vendicare la figlia, assegnato in seconda battuta al rocker Johnny Hallyday. To usa l’estraniamento del suo protagonista per costruire sublimi traiettorie visionarie (s)montando le sparatorie con un puntiglio cubista impareggiabile. L’interazione fra spazio e corpi è magistrale. Il risultato più clamoroso è che da questa organizzazione dell’inquadratura discende un cinema di una potenza etica inconcepibile sotto qualsiasi altra latitudine. Oscillando fra languori noir, folgorazioni kurosawiane e malinconie che omaggiano Jacques Demy, To compone un inno alla notte spudoratamente romantico. Danzando sul crinale dove ironia e lirismo si seducono a vicenda, Johnnie To si conferma cineasta spericolato in continua tensione di rinnovamento.» Giona A. Nazzaro, Film TV MARTEDÌ 19 OTTOBRE, ORE 18.00 OMAGGIO A PAUL MORRISON SOLOMON & GAENOR (Gran Bretagna, 1998, 104’) Regia e sceneggiatura: Paul Morrison, fotografia: Nina Kellgren, musica: Ilona Sekacz, interpreti: Ioan Gruffudd, Nia Roberts, Maureen Lipman, David Horovitch, Sue Jones-Davies. Galles 1911. Solomon è un giovane di famiglia ebraica che vive vendendo tagli di cotone porta a porta. In uno dei suoi giri conosce Gaenor, figlia di minatori. La casa della giovane diviene un punto fisso del suo giro e ben presto i due si innamorano perdutamente. Solomon però tiene nascosta all’amata, e ai familiari di lei, la sua origine. Un giorno, in chiesa, Gaenor viene denunciata pubblicamente dal pastore per “adulterio con uno straniero”. Il mondo le crolla addosso e si rifiuta di rivedere Solomon. Il ragazzo continua a cercarla e, nonostante venga ferocemente picchiato dai fratelli di lei, una sera riesce a vederla e scopre che è incinta… «Il film riesce a trasmettere in maniera sapiente il lato oscuro dei personaggi, la loro nuda e dura esistenza e la rottura degli arretrati tabù religiosi e sessuali che i due amanti protagonisti infrangono. E senza dilungarsi insistentemente su temi come l’antisemitismo, evoca le tensioni fra ebrei e gen- tili, che sfociano, dopo un episodio di sciopero da parte dei minatori, in vandalismo, incendio e saccheggio e che fanno emergere tutto il sotterraneo risentimento sui mercanti ebrei locali. Le sequenze più strazianti riguardano però la brutale denuncia della gravidanza della ragazza e il confronto di Solomon con il fratello maggiore di Gaenor, sospettoso dello straniero fin dall’inizio a causa delle mani, prive di callosità, del giovane. Il film trova in Ioan Gruffudd una presenza in grado di rendere l’ossessione amorosa di Solomon quando viene rifiutato, ma soprattutto in Nia Roberts il vero punto di forza: la sua bellissima, sussurrata e stratificata recitazione disegna il disprezzo del formalismo di Gaenor e approfondisce l’evolversi di una avvolgente passione femminile che contiene anche elementi di fanatismo.» Stephen Holden, New York Times Copia in versione originale con sottotitoli in italiano SARÀ PRESENTE IL REGISTA PER RICEVERE IL PREMIO SCHERMI D’AMORE 2010 MARTEDÌ 19 OTTOBRE, ORE 21.00 A INVITO OMAGGIO A PAUL MORRISON LITTLE ASHES (Gran Bretagna, 2008, 112’) Regia: Paul Morrison, sceneggiatura: Philippa Goslett, fotografia: Adam Suschitzky, musiche: Miguel Mera, interpreti: Javier Beltrán, Robert Pattinson, Matthew McNulty, Marina Gatell. «Tra i film in concorso al Festival Schermi d’Amore 2010 si è aggiudicato il primo premio (assegnato dal pubblico) Little Ashes di Paul Morrison (Gran Bretagna) che, connettendosi al biopic, colpisce perché intreccia sullo schermo la vita di tre personaggi straordinari ricostruendo l’amicizia tra Federico García Lorca, Salvador Dalì e Luis Buñuel, a partire dal loro primo incontro a Madrid nel 1922, fino alla fucilazione del poeta andaluso nell’agosto del 1936. Studenti universitari, i tre si conoscono presso la Residencia de Estudiantes, dove Dalì è appena arrivato mentre García Lorca è già una figura di spicco perché fa parte di un gruppo di intellettuali frequentato anche da Buñuel. Lorca è attratto da Dalì e ne diventa amico intimo suscitando il disappunto di Buñuel che convince il pittore a trasferirsi a Parigi. Oltre che per la simpatia verso i personaggi, probabilmente il film ha suscitato il favore del pubblico perché fa rivivere un ambiente e un’epoca ricchi di fermenti politici, poetici e artistici in genere. Lo stesso titolo è legato a un dipinto realizzato da Dalì tra il 1927 e il 1928, Cenecitas (appunto Piccole ceneri).» Mariolina Gamba, Il Ragazzo Selvaggio «Difficile trovare il modo giusto di raccontare una storia così gravida d’arte ed emozione. Morrison, nonostante la bravura dei suoi tre protagonisti, mezzi e tecnica adeguati, gioca di sobrietà. Ne esce un film assai godibile, a tratti un po’ didascalico, graziato solo raramente da quelle impennate di provocazione esistenziale che avrebbero potuto elevarlo all’altezza dell’argomento trattato. Impossibile, però, non concedergli il merito di aprire uno spiraglio su un momento chiave nella vita di artisti la cui eredità è tutt’oggi vivissima.» Adamo Dagradi, L’Arena Copia in versione originale con sottotitoli in italiano MARTEDÌ 26 OTTOBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00 TOUT EST PARDONNÉ (Francia, 2007, 105’) Regia e sceneggiatura: Mia Hansen-Løve, fotografia: Pascal Auffray, montaggio: Marion Monnier, interpreti: Paul Blain, Constance Rousseau, Marie-Christine Friedrich, Victoire Rousseau, Olivia Ross. Vienna, venti anni fa. Victor e Annette vivono insieme, hanno una bambina, Pamela. Annette è austriaca. Victor è francese, asociale, irresponsabile e lucido, cerca di fare lo scrittore, fugge nell’alcol e nella droga. Le cose non cambiano quando tutti e tre si trasferiscono a Parigi, dove Victor continua a drogarsi e a lasciare sole Annette e Pamela. Dopo una violenta lite, l’uomo lascia la famiglia per andare a vivere con un’amica tossica innamorata di lui, costringendo Annette a lasciare la città portando con sé la bambina. Undici anni dopo, sarà proprio Pamela, nonostante viva felice con la nuova famiglia della madre, a decidere di rivedere il padre, che nel frattempo si è disintossicato e ha chiesto di incontrarla. le, una candida adolescente in cerca del padre. Centrato su questa famiglia “disgregata”, tra Vienna e Parigi, in un arco di tempo di undici anni, l’esordio profondamente melanconico e romantico di Mia Hansen-Løve riflette sulle diverse circostanze di una coppia in pezzi, di una figlia cresciuta senza un genitore e della necessità del perdono fra generazioni, gioca sui non detti, sulle ellissi, sull’ambiguità dei volti e sul tempo che scorre. Paul Blain, l’attore protagonista, è perfetto nel ruolo dell’angelo caduto ultrasensibile, pienamente consapevole di aver perso la sua occasione per vivere. Un film tristemente bello.» Matthieu Darras, Alba International Festival «Un uomo affettuoso ma debole, una donna fragile che si nasconde dietro un atteggiamento inflessibi- Copia in versione originale con sottotitoli in italiano MARTEDÌ 2 NOVEMBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00 IL PADRE DEI MIEI FIGLI (Le père de mes enfants, Francia/Germania, 2009, 110’) Regia e sceneggiatura: Mia Hansen-Løve, fotografia: Pascal Auffray, montaggio: Marion Monnier, interpreti: Chiara Caselli, Louis-Do de Lencquesaing, Dominique Frot, Alice Gautier, Alice de Lencquesaing. Grégoire Canvel è un giovane produttore cinematografico, ha tutto quello che un uomo può desiderare: una moglie che ama, tre splendide figlie e un lavoro stimolante in cui mettere tutta la propria energia. La sua compagnia, l’indipendente Moon Films, gode di un grande prestigio, ma i troppi debiti e i troppi rischi la stanno spingendo verso la bancarotta. All’improvviso, un evento sconvolgente lascia una ferita profonda nella vita della famiglia, che troverà comunque la forza di andare avanti e affrontare unita il proprio destino. Ispirato alla figura quasi leggendaria del produttore francese Humbert Balsan, il film racconta senza retorica il mestiere del cinema, rendendo omaggio a uno dei suoi protagonisti più coraggiosi e offrendo al tempo stesso il ri- tratto di una famiglia che sceglie coraggiosamente la vita anche quando è la morte a colpirla. «Con la sensazione di assistere a un dramma non recitato ma vissuto (del resto è ispirato a una storia vera), un film sul cinema che ha giustamente folgorato Cannes (premio speciale della Giuria di “Un certain regard”). Grande spontaneità degli interpreti e una sensazione di “la vita nonostante tutto” che addolcisce le angosce. Alla seconda opera, Mia Hansen-Løve si accredita tra i cineasti che fanno della sensibilità e della ricerca del pudore dell’anima il senso del loro lavoro. Da seguire con estrema attenzione.» Massimo Lastrucci, Ciak MARTEDÌ 9 NOVEMBRE, ORE 15.30, 18.00, 21.00 PUBLIC ENEMIES (Nemico Pubblico, USA, 2009, 143’) Regia: Michael Mann, sceneggiatura: Ronan Bennett, Ann Biderman, Michael Mann, fotografia: Dante Spinotti, musica: Elliot Goldenthal, interpreti: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Channing Tatum, Billy Crudup. «America 1933: sterminateli senza pietà. I gangster di Chicago, guidati da John Dillinger, rapinano banche in tutto il Midwest. Il nuovo direttore dell’Fbi, Hoover, mette in atto metodi scientifici: intercettazioni, rilievi e tortura dei prigionieri. Al suo uomo migliore, Melvin Purvis, il compito di braccare il fuorilegge. La mafia di Frank Nitti, ex luogotenente di Capone, intanto fa il suo gioco. Attenzione al dialogo tra Hoover e il giudice che non gli concede i fondi, a inizio film. C’è una delle chiavi di lettura: lo zar del Bureau non ha esperienza sul campo ma saprà utilizzare i media per creare miti positivi e negativi, inventandosi in diretta le campagne di stampa e il concetto di popolo/pubblico/audience. Ma è solo una delle travi su cui poggia un film magnifico e potente. Un’altra sono i personaggi. Quelli che danno senso alla storia sono, come recita un principio manniano, in seconda fila. Nel nostro caso Winstead (interpretato dallo splendido Stephen Lang), fatto arrivare dal Texas proprio per sopperire alla mancanza di esperienza di Purvis e dei suoi “dude” da quattro soldi. Uno sceriffo western che capisce perfettamente Dillinger (per esempio, ci vuole un vaccaro come lui per intuire che il nostro mai andrà a vedere un film con Shirley Temple!) e forse, al pari di Thornton, starebbe più a suo agio con il Mucchio selvaggio, dove almeno le donne non sono massacrate di botte. A lui, nel devastante finale, il compito di sussurrare parole d’amore a Billie Frechette, diventando per un attimo colui che ha ucciso. Un film perfetto, con un cast perfetto, una messa in scena perfetta (Johnny Depp alla proiezione di Manhattan Melodrama sembra Anna Karina davanti a Giovanna D’Arco in Vivre sa vie di Godard), un direttore della fotografia (Dante Spinotti) che se non vince l’Oscar è uno scandalo peggio del Watergate; insomma, l’ennesimo capolavoro del miglior regista sulla faccia della Terra.» Mauro Gervasini, Film Tv Copia in versione originale con sottotitoli in italiano MARTEDÌ 16 NOVEMBRE, ORE 21.00 EASY RIDER (USA, 1969, 94’) Regia: Dennis Hopper, sceneggiatura: Dennis Hopper, Terry Southern, Peter Fonda, fotografia: László Kovács, musica: Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Band, interpreti: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Luana Anders, Karen Black. «Spesso si tende a identificare il road movie statunitense con Easy Rider - Libertà e paura (1969) di Dennis Hopper. L’immagine di Billy (lo stesso Hopper) e Wyatt (Peter Fonda) sulle motociclette da hippie è diventata quasi una specie di manifesto generazionale e, in un certo modo, l’icona nella quale si è identificata la controcultura statunitense. […] Forse solo in questa pellicola c’è il viaggio in tutta la sua essenza, in tutta la sua libertà. Easy rider è un film dove la vita si brucia sotto gli occhi dello spettatore ed è probabilmente questo uno dei motivi che hanno creato un’immedesimazione pressoché totale da parte del pubblico giovanile. Ovviamente nel film sono presenti anche una serie di astuzie tecniche come il montaggio veloce, che ha garantito ritmo e dinamismo. Un ulteriore elemento di “identificazione” col pubblico è costituito dai brani famosi della colonna sonora, che comprende, fra gli altri, Born to Be Wild degli Steppenwolf e If Six Was Nine di Jimi Hendrix. Un altro elemento di coinvolgente “straniamento” lo si può pe- rò rintracciare anche nella insistita lontananza delle situazioni ambientali e condizioni sociali dello stereotipo della way of life americana.» Simone Emiliani e Carlo Altinier, Fughe da Hollywood Copia restaurata proveniente da Park Circus versione originale con sottotitoli in italiano Biblioteca Civica, Sala Farinati, ore 17.30 Presentazione dei volumi Simone Emiliani, Fughe da Hollywood edito da Le Mani Giuseppe Gariazzo, Conversazioni. Il cinema nelle parole dei suoi autori edito da Lineadaria MARTEDÌ 23 NOVEMBRE, ORE 21.00 LA CITTÀ VERRÀ DISTRUTTA ALL’ALBA (The Crazies, USA, 2010, 101’) Regia: Breck Eisner, sceneggiatura: Scott Kosar, Ray Wright, fotografia: Maxime Alexandre, musica: Mark Isham, interpreti: Timothy Olyphant, Radha Mitchell, Joe Anderson, Danielle Panabaker, Preston Bailey. «Quella del remake hollywoodiano è diventata un’industria nell’industria, prolifica e a sé stante, riciclatrice di idee più o meno buone. Da un lato ci sono i remake di film stranieri per americanizzare storie già rese solitamente molto bene nei paesi di origine, dall’altro c’è la cannibalizzazione delle opere americane del passato. Si è cominciato rifacendo successi commerciali o capolavori indiscussi, si è arrivati a rifare anche film oscuri, almeno quanto a visibilità Biblioteca Civica, Sala Farinati, ore 17.30 Incontro: Le nuove frontiere del fantastico a cura di Adamo Dagradi e Nicolò Gallio da parte del pubblico. E si tratta forse dei remake più interessanti, perché danno una seconda possibilità commerciale a idee passate inosservate in prima battuta. Tra questi, spicca La città verrà distrutta all’alba di Breck Eisner che ha riesumato e “replicato” l’omonimo vecchio film di Romero. Film indipendente a bassissimo budget, quello di Romero coniugava fantahorror e impegno politico in un affresco disordinato e violento di una società al collasso per l’incapacità di governare le proprie malsane creazioni e di mantenere un rapporto umano tra istituzioni e cittadini. Il remake è un bel film, compatto e sicuro, diretto con buon piglio. La parabola narrativa è più omogenea ed equilibrata, l’intrattenimento più solido e professionale. Tutto questo mantenendo almeno in parte il significato dell’originale: la nostra vita quotidiana può essere sconvolta da un momento all’altro da cause che non possiamo governare né comprendere. Il senso di impotenza che anche questo nuovo film trasmette fa riflettere.» Rudy Salvagnini, My Movies MARTEDÌ 30 NOVEMBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00 THE ROAD (USA, 2009, 108’) Regia: John Hillcoat, sceneggiatura: Joe Penhall, soggetto: dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, fotografia: Javier Aguirresarobe, musica: Nick Cave, Warren Ellis, interpreti: Viggo Mortensen, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce. «Completo e ambizioso, il film che l’australiano John Hillcoat ha tratto da uno dei bestseller del premio Pulitzer Cormac McCarthy riprende le atmosfere della fantascienza apocalittica ravvivandole, però, con le tonalità epico-horror tipiche di uno scrittore tanto schivo, ringhioso e scorretto da essere considerato “di destra”. Rischiando l’overdose di campi lunghi grigi e diroccati, The road mette in scena due sopravvissuti alla prossima e inevitabile catastrofe finale: The Man (il sempre straordinario Viggo Mortensen) vaga con il figlioletto tra i detriti di un’America-mondo ormai raggelata, silenziosa e desertica, dove ogni barlume di vita e calore è soffocato, mancano cibo e acqua e bisogna difendersi dalle improvvise scorrerie di cannibali spietati. Il ricordo della perduta moglie e madre li conforta mentre affrontano un’insidia dopo l’altra, ma è chiaro che il viaggio verso la costa e il mare è solo un’illusione e il loro destino sarà probabilmente quello meritato dalle ultime generazioni umane. […] Hillcoat tiene serrato il ritmo e sceglie con profitto di scolpire l’angoscia soprattutto sul volto di Mortensen, classico attore-icona sul quale è possibile modulare i riflessi più aspri e profondi del nostro pane quotidiano, la violenza.» Valerio Caprara, Il Mattino «Fedele allo spirito del romanziere, Hillcoat si spoglia di tutto. Rinuncia alla psicologia, alla tentazione del catastrofismo, alla denuncia millenaristica della miseria di un’umanità votata all’apocalisse, nella convinzione che il male e la tragedia siano naturali come l’aria. Rinuncia al suono fastidioso di troppe parole e ai colori, desaturandoli in un grigiore uniforme, un universo plumbeo dove un semplice scarabeo verde diventa il segno di un’utopia: The Road è un ritorno all’uomo, un viaggio d’amore verso il cuore e l’essenza, punteggiato dalla partitura magica di Nick Cave. Un padre e un figlio in cammino. A mantenere acceso il fuoco.» Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi MARTEDÌ 7 DICEMBRE, ORE 15.30, 20.15 THE LEGEND OF LYLAH CLARE (Quando muore una stella, USA, 1968, 130’) Regia: Robert Aldrich, sceneggiatura: Hugo Butler, Edward De Blasio, Jean Rouverol, Robert Thom, fotografia: Joseph F. Biroc, musica: Frank De Vol, interpreti: Kim Novak, Peter Finch, Ernest Borgnine, Rossella Falk, Valentina Cortese, Coral Browne. «Un’attricetta (Kim Novak) in cerca di lavoro è scelta, grazie alla sua impressionante somiglianza, per impersonare la diva Lylah Clare, morta in circostanze misteriose, in un film diretto da suo marito, il dispotico Zarkan (Peter Finch) che la plasma e la plagia. Tratto da un teleplay di Robert Thom e Edward De Blasio, è – dopo Il grande coltello (1955) – la seconda, crudele, aggressiva incursione di Robert Aldrich nel microcosmo di Hollywood e dei suoi miti, ma in chiave più psicologica (ambiguità, sdoppiamento, perversioni, schizofrenia) che sociale. Fu insuccesso a tutti i livelli, ma, a parte la memorabile metafora canina dell’epilogo, è pur sempre, squilibrato ed eccessivo, un film notevole, fuori dalla norma.» Il Morandini 2010 originale televisivo di Robert Thom ed Edward De Blasio sceneggiato da Hugo Butler e Jean Rouverol, è un melodramma barocco ed eccessivo che ricostruisce la personalità di un’attrice partendo da differenti punti di vista. Snobbato dal pubblico alla sua uscita, forse per i suoi continui e brutali cambi di tono narrativo (in un intreccio tra realtà e finzione che si rimandano l’un l’altra come due specchi deformanti), il film è un ritratto al vetriolo del mondo del cinema, visto come una fabbrica dove si costruiscono mostri e i cui campioni sono rappresentati da un produttore senza scrupoli (Borgnine) e una giornalista infida (Browne). Geniale il finale con lo spot di cibo per cani che si tramuta in incubo.» Il Mereghetti 2008 «Per la sua straordinaria rassomiglianza, Elsa Brinkmann (Novak) è scelta per interpretare un film sulla diva Lylah Clare, morta in circostanze poco chiare: finirà per identificarsi con la defunta. Tratto da un Copia proveniente da Théâtre du Temple versione originale con sottotitoli in italiano MARTEDÌ 7 DICEMBRE, ORE 18.00, 22.15 VERTIGO (La donna che visse due volte, USA, 1958, 128’) Regia: Alfred Hitchcock, sceneggiatura: Alec Coppel, Samuel A. Taylor, fotografia: Robert Burks, musica: Bernard Herrmann, interpreti: James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Tom Helmore, Ellen Corby. «Come tutti i film di Alfred Hitchcock è un autentico capolavoro. Lo è per la costruzione dei personaggi, per la struttura narrativa, per i giochi psicologici che lo attraversano. La storia di La donna che visse due volte è complessa come un puzzle. Raccontarla è un assassinio. È un castello gotico di sorprese, di finzioni, di autentici inganni. Il gioco principale è quello della identità, della perdita, del ritrovamento, della scoperta della vera identità di una donna. A compierla è un uomo malato e innamorato, capace di riconoscere ciò che ama anche se è nascosto, incapace di dominare le sue paure inconsce. […] Il ritmo del racconto segue in Vertigo un ritmo inusuale, lento, di osservazione. Con delle impennate di tensione davvero meravigliose. Non perdetelo, in ogni caso.» Walter Veltroni, Certi piccoli amori «Quarant’anni e, certamente, non li dimostra: non solo grazie al restauro visivo e sonoro curato da Robert Harris e James Katz, ma soprattutto grazie al ge- nio intramontabile di Hitchcock, che girò nel 1957 un thriller stretto nelle volute misteriose dell’inconscio. Sembra che a metà degli anni ’50 Hitchcock si conceda il più estremo degli incubi amorosi, radicalizzando quella dinamica sadomasochistica tra un eroe fascinoso e perverso e un’eroina che ha guidato tutti i suoi incubi. Vertigo è un mélo esplicito e angosciante, tutto giocato su un’impossibilità amorosa elevata a filosofia di vita e su un rapporto uomo/donna di inaudita violenza. Kim Novak, innaturalmente sofisticata, trova la parte della sua vita; e James Stewart ribalta l’americano tranquillo in un vortice ossessivo. Avvolgente come la spirale inventata per i titoli di testa da Saul Bass, il fascino di Vertigo sopravvive a infinite visioni. Da non perdere.» Emanuela Martini, Film Tv Copia restaurata proveniente da Théâtre du Temple versione originale con sottotitoli in italiano MARTEDÌ 14 DICEMBRE, ORE 16.00, 18.00, 21.00 L’UOMO NERO (Italia, 2009, 116’) Regia: Sergio Rubini, sceneggiatura: Sergio Rubini, Carla Cavalluzzi, Domenico Starnone, fotografia: Fabio Cianchetti, musica: Nicola Piovani, interpreti: Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Guido Giaquinto. «I treni, la pittura, la famiglia, la Puglia. Sergio Rubini ha messo in L’uomo nero, suo decimo film da regista, tutte le proprie ossessioni. Le ha frullate in un mix falsamente autobiografico e ha tirato fuori dal cilindro un film personale, sentito, bellissimo. Uno struggente omaggio al padre, capostazione e pittore dilettante, che quando si è rivisto sullo schermo – interpretato dal figlio, da Sergio medesimo – ha chiesto “e quello sarei io?”. È raccontando cose ‘false’ che si può raggiungere la verità. In questo Sergio ha avuto un ottimo maestro: Federico Fellini, che lo scelse per interpretare se stesso in Intervista, uno degli autoritratti piú spudoratamente bugiardi che si siano mai visti al cinema… Nel film Rubini è Ernesto Rossetti, capostazione ossessionato da Cézanne. La sua storia si svolge nell’anno 1967 ed è raccontata in flash-back dal figlio Gabriele, che 40 anni dopo arriva al suo capezzale per abbracciarlo prima che muoia. Nei lontani anni ’60, Ernesto vive con la moglie Franca (Valeria Golino) e il cognato Pinuccio (Riccardo Scamarcio). Una fa- miglia allargata e fracassona che potrebbe essere felice, se Ernesto non avesse il fuoco sacro dell’arte. I notabili del paese lo disprezzano e recensiscono in modo impietoso il suo tentativo di copiare un autoritratto (ma guarda un po’…) di Cézanne. Col tempo, peró, Gabriele scoprirà che il padre è riuscito a prendersi una strana rivincita… In filigrana, L’uomo nero è una riflessione sulla creatività popolare e ‘diffusa’ e sul disprezzo che per essa hanno gli intellettuali. Ce n’è anche per noi critici, in un certo senso, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione: Rubini vuole ricordarci che dietro ogni sforzo creativo ci sono amore e sudore (come diceva quel tale? Al 10% ispirazione, al 90% traspirazione) e che molti esperti faticherebbero a distinguere un Cézanne vero da uno finto. È il secondo livello di lettura, per un film che in primis è una commedia umana azzeccatissima, con ottimi attori, bella fotografia (Fabio Cianchetti), brillantissimo montaggio (Esmeralda Calabria).» Alberto Crespi, L’Unità MARTEDÌ 21 DICEMBRE ORE 21.00, A INVITO ROMA (Italia, 1972, 127’) Regia: Federico Fellini, sceneggiatura: Federico Fellini, Bernardino Zapponi, fotografia: Giuseppe Rotunno, musica: Nino Rota, interpreti: Peter Gonzales, Fiona Florence, Anna Magnani, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni. «Vi domanderete perché mai uno scrittore americano viva a Roma. Prima di tutto perché mi piace i romani che ci frega niente se sei vivo o morto: sono neutrali, come i gatti. Roma è la città delle illusioni, non a caso qui c’è la Chiesa, il Governo, il Cinema, tutte cose che producono illusione, come fa tu come fa io. Sempre più il mondo si avvicina alla fine perché troppo popolato con le macchine, veleni e quale posto migliore di questa città, morta tante volte e tante volte rinata, quale posto più tranquillo per aspettare la fine da inquinamento, sovrappopolazione. È il posto ideale per vedere se il mondo finisce o no.» «In un cinema vorace e inclusivo come quello di Federico Fellini, era quasi un contro senso che Roma, del 1972, avesse perso per strada così tanti minuti da impedire al pubblico di gustarsi le apparizioni di Marcello Mastroianni e Alberto Sordi. La versione del film circolante dopo il Festival di Cannes 1972, infatti, fu liberamente accorciata dal re- gista riminese. Oggi il Cinema Ritrovato di Bologna ne propone una versione restaurata integrale con l’aggiunta di otto minuti complessivi di tagli, comprensivi anche delle scene in cui i due grandi protagonisti del cinema italiano (entrambi volti felliniani) interpretano se stessi alla celebre festa “de’ Noantri”, l’appuntamento trasteverino che ogni fine luglio attira migliaia di persone. A parte la scoperta, varrà anche la pena accorgersi una volta di più dell’assoluta modernità di Roma, un film che sbriciola ogni muro separatorio tra documentario e finzione, diario e memoriale, affresco e saggio, romanzo carnevalesco e lettera d’amore cinematografica. Per alcuni è la “scatola nera” del cinema di Fellini: se non il suo miglior film, almeno quello da studiare più attentamente per scoprirvi tutto il tessuto della sua immaginazione capitolina.» Roy Menarini, Corriere della sera Copia restaurata proveniente da Cineteca di Bologna SOS LIBRI non buttare i tuoi vecchi libri, possono servire ancora! [email protected] sgombero senza spese Gli insegnanti che avessero bisogno di testi, in italiano o in lingue straniere, possono mandarci una e-mail con i titoli cercati, se li abbiamo verranno messi a loro disposizione. Cinema Kappadue Verona, via Rosmini, 1/B tel. 045 800 58 95 Verona Film Festival Verona, via Leoncino, 6 tel. 045 800 53 48 www.imartedidelfestival.comune.verona.it [email protected] Biglietto intero Euro 6,00 Biglietto ridotto Euro 5,00 Amici del Verona Film Festival, associazioni di cultura cinematografica, Cral Comune di Verona, Acli, Agis, Arci-Uisp, Enal-etl, militari, studenti universitari, dipendenti UniCredit Group, iscritti Università Terza Età, soci Fnac. Biglietto ridotto speciale Euro 3,50 over 60 Verona Film Festival Gabriele Ren direttore area cultura Paolo Romano responsabile programma Fanny Moro organizzazione generale Maria Pia Mazzi assistente programmazione Maria Luisa Grigoletti segreteria Roberta Bordignoni pagine web Viviana Zambonini stagiaire In collaborazione con redazione: Daniele Mattarucco grafica: Corrado Bosi cdf-ittica.it promozione: Paolo Sorrenti stampa: Tipografia Milani srl Per iscriversi alla newsletter e ricevere notizie sulle attività del Verona Film Festival inviare una e-mail a [email protected] Cineteca Comunale di Bologna Park Circus Théâtre du Temple Ringraziamenti Renata Ceresini, Alberto Botturi, Lucia Botturi, Luciana Menini, Paolo Bazzoni Direzione Cinema Kappadue Associazione Culturale AMICI DEL VERONA FILM FESTIVAL [email protected] &ÍGÍ%"Í!-^Í!Í2.5 Y R&).2Í "&-ÍF"$Y Alla Fnac trovi la più ampia offerta di DVD della tua città. Più di 23.000 titoli, molti anche in Blu-ray Disc, per soddisfare ogni tua richiesta: dai blockbuster al cinema d’autore, dall’animazione ai documentari e molto altro. Fnac Ve."a , Via Cappello, 34 | Info: 045 8063811 | www.fnac.it | lun-sab: 9,30-20 dom: 10,30-20