No al dumping salariale e sociale! No alle misure « misure d’accompagnamento» al ribasso ! Per una libera circolazione dei salariati accompagnata da veri diritti sociali e sindacali! Per degli accordi multilaterali fra i salariati a livello europeo! Movimento per il socialismo www.mps-ti.ch www.solidarietà.ch [email protected] Votate NO il 25 settembre! «Libera circolazione» e «misure di accompagnamento»: perché un referendum...............3 Milioni di franchi per una propaganda martellante.......3 La libertà di sfruttare sempre di più............................3 Rianimare una critica del capitalismo o consigliare i padroni.........................................................................4 La libera circolazione e il simulacro della sua contropartita.................................................................6 II testi... e il contesto....................................................7 Il potere d'acquisto in caduta… libera..........................7 Lavoratori usa e getta..................................................8 Ridistribuire la ricchezza prodotta… ancor più a favore dei ricchi............................................................9 Pagare e rovinarsi la salute.......................................10 Parlano di riforme, ma fanno delle controriforme.......11 Parte del sindacato chiude gli occhi sulla prepotenza padronale e tende la mano ai datori di lavoro............12 Riduzione dei posti di lavoro… in nome della creazione di occupazione!.........................................14 «Alleati oggettivi» degli xenofobi? Una vecchia maniera di procedere stalinista.....................15 Migrazioni, messa in concorrenza, divisione e frammentazione dei salariati e delle salariate. Bisogna andare a combattere la xenofobia là dove essa è strutturalmente radicata, là dove è nutrita quotidianamente dalle destre!...............................................................17 «Svizzera chiusa» contro «Svizzera aperta»?...........17 Una Svizzera chiusa all'immigrazione?......................18 Il nuovo muro di Schengen-Dublino...........................21 La destra e il padronato non nascondo il loro punto di vista..............................................................21 L’impossibilità di ritrovare una residenza...................22 Il PSS e l’USS a proposito di Schengen e Dublino....22 L’uso di una riserva di manodopera precarizzata......23 Un'economia senza vie di scampo ; la catastrofe dietro l'angolo?...........................................................24 Un'economia fra le più «li-berali» e «competitive»....24 Un lavoro ben sfruttato e il silenzio imposto sul posto di lavoro......................................................25 Un vero arcipelago salariale......................................26 La durata del lavoro in Svizzera è la più lunga in Europa.......................................................................26 l tasso di occupazione più elevato d'Europa..............27 Uno choc concorrenziale brutale...............................28 Misure d'accompagnamento di impatto scarso o nullo. Il prezzo lo pagheranno i lavoratori...............31 In 24a posizione. Chi? La Svizzera.............................31 L'Ufficio internazionale del Lavoro (BIT) condanna la Svizzera e l'OCSE la mette al passo.....31 Un Congresso...rinnegato..........................................32 Per lottare contro queste pratiche antisindacali.........34 Misure di accompagnamento: la loro inefficacia è ammessa, ma queste vengono comunque difese dai sindacati insieme al padronato che se ne infischia dei contratti collettivi di lavoro......................36 Le prime misure d'accompagnamento.......................36 Da giugno 2004, i dirigenti sindacali suonano sempre più forte il campanello d'allarme, per poi lasciare la pressione.....................................37 Viviamo in un mondo straordinario... .......................38 Un punto centrale della debolezza strutturale delle misure d’accompagnamento.............................39 Una squadra che gioca a ranghi ridotti e che fa passaggi «telefonati»......................................40 Occorrono proposte che rispondano ai bisogni di tutte e di tutti. E' necessario riprendere la lotta e la resistenza sui posti di lavoro e nella società !........42 Il bisogno di una risposta unitaria..............................42 Gli aspetti distruttivi di questo sistema si fanno sempre più evidenti..........................................43 Si profila un fatto nuovo.............................................43 Alcune semplici rivendicazioni possono essere avanzate.........................................................44 2 A fine dicembre 2004, le Camere federali hanno deciso di raggruppare in un solo pacchetto due oggetti : 1° l'estensione della «libera circolazione delle persone» ; 2° le «misure d'accompagnamento» supplementari a quelle entrate in vigore a metà 2004. • Se le autorità parlano di «libera circolazione», gli specialisti hanno il merito di essere più chiari: «Manpower Svizzera si è messa a reclutare in massa disoccupati della Germania dell'Est… dal 1° giugno, data dell'entrata in vigore dell'accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone» (24 Heures, 2-3 ottobre 2004). La cifra d'affari di Manpower Svizzera ha conosciuto un balzo in avanti del 25% nel settore dell'edilizia durante il 3° trimestre 2004! Il quotidiano economico francese, La Tribune, racconta: «Presso Manpower Polska, Adecco Polonia, c'è giusto il tempo di fregarsi le mani fra due "comande" occidentali di manodopera polacca» (22 dicembre 2004). Conclusione: questa «libera circolazione» è organizzata, perlomeno in parte, dalle imprese di lavoro interinale (Adecco, Manpower, ecc.). Esse strutturano la vendita internazionale della forza lavoro di donne e uomini colpiti dalla disoccupazione. L'aggettivo «libera» - aggiunto alla circolazione delle persone - è dunque come minimo forviante. • Dietro questa «libera circolazione» si nasconde una messa in concorrenza - pianificata dal padronato - dei lavoratori su scala europea (dell'UE) e una concezione strettamente utilitaristica («trarre il massimo dei profitti») delle migrazioni. • Parallelamente, in ogni paese dell'Europa, tutto è fatto per precarizzare le condizioni di lavoro e attaccare i pochi elementi di diritto del lavoro che esistono (protezione contro i licenziamenti, diritti sindacali, ecc.). E si sente sempre più un solo ritornello: «accrescere la competitività» di ogni economia… sulle spalle di tutti i lavoratori. • Da un lato, il Consiglio federale - assieme alle forze che lo sostengono - parla di «libera circolazione». Dall'altro, esso rafforza le «barriere» contro la libera circolazione di tutti quelli e di tutte quelle che non fanno parte della «cerchia» dei 25 paesi membri dell'UE. In questo modo, i padroni e le autorità selezionano i salariati «più qualificati» dei paesi nonmembri dell'UE. In più, essi usano i cosiddetti «sans-papiers» come manodopera da sfruttare a piacimento. Ecco una delle origini, politicamente costruita, della xenofobia e del razzismo. Queste molteplici selezioni e statuti dividono quelle e quelli che hanno interessi identici davanti al padronato: le salariate e i salariati. • Le «misure d'accompagnamento» al ribasso non proteggeranno le persone che già lavorano in Svizzera e quelle che vi verranno, contro il dumping salariale e sociale. La totalità della politica dell'UE dei 25 e quella del Consiglio federale, in tutte le sue componenti politiche, ha due obiettivi: 1° degradare le condizioni di lavoro e di salario; 2° ridistribuire una parte consistente della ricchezza prodotta dal lavoro verso una piccola minoranza che impone la dittatura della «redditività finanziaria» agli essere umani (flessibilità dei salari e del tempo di lavoro, riduzione delle pensioni e delle assicurazioni sociali, attacco ai servizi pubblici, ecc.). Davanti a questa politica, il «compromesso» delle misure d'accompagnamento è una cattiva soluzione. È una trappola, e non è un piccolo passo in avanti! "Libera circolazione" e "misure di accompagnamento": perché un referendum? Lanciare un referendum significa usare un diritto: esigere che venga sottoposto al voto un testo legislativo emanato dalle Camere federali. Milioni di franchi per una propaganda martellante Per farlo è necessario avere delle buone ragioni. C'è una prima ragione che potrebbe giustificare un referendum lanciato da una forza che considera che il sistema sociale ed economico in vigore produce sempre più ingiustizie, discriminazioni, disuguaglianze. Quale? La semplice constatazione che i dirigenti economici e politici della Svizzera - quelli che moltiplicano gli attacchi contro i salariati - sono pronti a spendere milioni in propaganda per cercare di «convincere il popolo». Da ottobre 2004, i signori della Svizzera SA sbandierano le loro intenzioni. Ruth Durrer Balladore, membro dell'Unione Padronale Svizzera, afferma che la sua organizzazione è pronta a «lavorare mano nella mano con economiesuisse» (l'organizzazione propagandistica degli ambienti affaristici). I datori di lavoro «concentreranno la loro azione sulla libera circolazione delle persone» (24 Heures, 2-3 ottobre 2004). A quale libertà fa riferimento il padronato? Quale «libertà» difende? La risposta è chiara. Possiamo riassumerla così: La libertà di sfruttare sempre di più 1° Thomas Alleman, direttore di Hotelleriesuisse, spiega: «Per la cucina, il servizio, la ricezione, assumeremo in Germania dei collaboratori molto qualificati, le cui pretese salariali rimangono modeste». Detto altrimenti, in un settore in cui le norme di lavoro e di salario sono spesso mediocri, esse verranno abbassate ancora di più. 2° Il professore George Sheldon di Basilea - che ha partecipato all'elaborazione della nuova legge antisociale sulla disoccupazione (LADI) - non nasconde l'obiettivo di questa pretesa libera circolazione delle persone: «Con l'apertura del mercato del lavoro, il personale disponibile aumenta e questo pesa sullo sviluppo dei salari». Detto altrimenti, il ricorso a un bacino allargato di manodopera di riserva permetterà di ridurre i salari, in particolare quelli dei lavoratori e delle lavoratrici che operano nei settori che sono fra i più deboli e meno protetti. 3° A proposito delle «misure di accompagnamento», che dovrebbero proteggere contro il dumping salariale, Peter Hasler, direttore dell'Unione Padronale Svizzera, conclude in questo modo l'editoriale del settimanale Employeur suisse: «le imprese svizzere non dovranno aspettarsi dei costi supplementari a livello delle spese e degli obblighi amministrativi. Auguriamoci che l'agitazione artificiale attorno a questo novità [il protocollo addizionale delle misure d'accompagnamento] 3 venga meno il più rapidamente possibile, al fine di liberare forze per una campagna di votazione vincente» (23 dicembre 2004). Il termine dumping ha un senso in economia : dichiarare una guerra economica. Per il portavoce del padronato elvetico, le «misure di accompagnamento» non sono che una foglia di fico. E il dumping salariale non esiste! Nel mensile del seco [il segretario all'economia], la Vie economique, Hasler osava affermare quanto segue: «[Un salario di 900 franchi al mese] non è del dumping, è semplicemente il livello attuale dei salari. È poco, ne convengo, [ma] non si tratta di dumping che possiamo sanzionare». (N° 3, 2004, p. 20). Dunque se la disoccupazione e la messa in concorrenza generalizzata dei salariati obbligano alcuni di loro a lavorare per tre soldi, ciò è semplicemente dovuto alla «legge della domanda e dell'offerta» sul «mercato del lavoro». Questa legge non può essere sanzionata. Bisogna che il mercato possa funzionare liberamente! Il Consigliere nazionale Herman Weyeneth, dell'UDC di Berna, lo spiega alla sua maniera: «La flessibilità del mercato del lavoro svizzero permette di ottenere il maggior profitto economico possibile dall'offerta di manodopera proveniente dai nuovi [paesi] membri dell'UE.» (Assemblea dell'UDC, 8 gennaio 2005). Un ricercatore dell'Ufficio Internazionale del Lavoro (BIT), Jean-Michel Servasi, mette in evidenza gli elementi che facilitano questa politica della destra neo-conservatrice: «L'apertura delle frontiere ha ravvivato la concorrenza e accresciuto la pressione al ribasso dei salari e dei contributi sociali… Il panorama delle relazioni sindacali si ritrova così piuttosto sconvolto». Traduzione: il padronato usa disoccupazione e messa in concorrenza per rifiutare ogni concessione. Per i sindacati, è arrivato il momento della resistenza e della risposta ben pensata, non quello delle corresponsabilità! Rianimare una critica del capitalismo o consigliare i padroni? Una domanda sorge dunque spontanea: perché i vertici dei sindacati svizzeri accettano di vendere - in compagnia di Hasler - questo pacchetto di prodotti: «libera circolazione» e misure di accompagnamento? Questi dirigenti - che non mancano di fare, due volte all'anno, dichiarazioni combattive - dovrebbero riflettere su ciò che è stato scritto sul moderato settimanale socialdemocratico romando Domain public: «E soprattutto Reconvilier [riferimento allo sciopero di Swissmetal di fine 2004] rianima una critica del capitalismo che deve essere mantenuta in permanenza. Non è accettabile che i detentori di capitali decidano soli la sorte dell'impresa e di quelli che ne vivono.» (3 dicembre 2004). I vertici del Partito socialista svizzero (PSS) e dell'Unione sindacale svizzera (USS) fanno esattamente il contrario. L'economista dell'USS, Serge Gaillard, ha il coraggio di lasciare il futuro dei salariati - quelli che lavorano in Svizzera e quelli che provengono da diversi paesi - nelle mani del benvolere dei padroni: «Siamo dell'opinione che il rischio [quello di trovarsi con imprese che economizzano sui costi salariali] è debole e dipende in primo luogo dai padroni.» (5 gennaio 2005). Bravo ! 4 Couchepin, Merz e Hasler hanno capito in quale campo si situa questo genere di «riflessione» sindacale. Blocher e l'UDC xenofobo conoscono il vantaggio che possono trarre dalla rinuncia a una difesa effettiva dei lavoratori da parte dei dirigenti, più o meno autorizzati, delle organizzazioni che parlano in nome dei salariati. Blocher e la destra nazionalista strumentalizzano numerose frustrazioni e malcontenti di una frazione di lavoratori svizzeri. Questi ultimi sono stati delusi dalle molte promesse non mantenute: un’AVS in continuo miglioramento; un II° pilastro sicuro e soddisfacente; delle assicurazioni malattia dai prezzi contenuti; degli affitti che non si mangino il 40% del salario. Queste delusioni faranno crescere fra i settori popolari un sentimento contro i politici tradizionali. Questi appaiano come facenti parte di un solo blocco, poiché il PS non smette di rivendicare il consenso e la colleggialità. L’UDC capterà questo tipo di malcontento. E lo dirigerà contro lo Stato sociale, confuso da molti salariati con delle istituzioni (II° pilastro, assicurazione-malattia) che non hanno risposto alla loro attese. La destra nazionalista spingerà l’offensiva neo-conservatrice. Così facendo, obbligherà gli altri partiti ad allinearsi a questo politica, senza d’altronde molta reticenza da parte loro. Simultaneamente, l’UDC cerca di rassicurare dei lavoratori e dei pensionati smarriti. Essa fornisce loro dei cosiddetti valori nazionali, creati storicamente contro la sinistra e il movimento operaio, dalla fine del XIXe secolo. Non siamo molto lontani dalla politica di Bush che ha guadagnato molti settori popolari: valori religiosi neoliberali, da una parte, e controriforme sociali, dall’altra. La sinistra ha limato il suo profilo, la sua critica al sistema capitalista nel momento stesso in cui Blocher e i liberali lanciavano, a partire dagli anni 1990, la loro violenta offensiva antisociale. Coloro che, a sinistra, sono oggi impietriti davanti alla costruzione ideologica xenofoba - opera condotta da Blocher come dalla destra maggioritaria - dimenticano, momentaneamente, che l’humus dal quale può svilupparsi la xenofobia è quello fertilizzato dalla regressione sociale, dalla concorrenza fra lavoratori e dalla mancanza di determinazione delle forze sindacali e politiche. In qualche modo, l’offensiva xenofoba e il pericolo che essa rappresenta hanno occultato ai loro occhi - almeno momentaneamente - i conflitti di classe sociali e la loro espressione giuridica. Da ciò deriva l’importanza che una sinistra radicale (che vada alla radice delle relazioni sociali dominanti) sia presente in questa battaglia. Essa deve anche proporre delle rivendicazioni e dei diritti concreti che possano diventare un degli strumenti di un’autodifesa e di una risposta dell’insieme dei lavoratori. Sanza ciò, il terreno politico sarà occupato sia dalla destra nazionalista, sia da una sinistra istituzionale che ha facilitato l’ascesa dell’UDC. Opporre l’attività diretta sindacale alla lotta referendaria rileva di visione semplicista ma rassicurante. In nome di una lotta anti-xenofobia, una sinistra in altre occassioni combattiva accetta la subordinazione all’unità nazionale, in una fase di scoinvolgimento storico delle condizioni di lavro e di vita. 5 La libera circolazione e il simulacro della sua contropartita 2 La flessibilità del lavoro ha due forme. 1. La flessibilità esterna implica il ricorso all'esternalizzazione del lavoro (subappalto). È anche il diritto padronale di licenziare senza difficoltà e al minor costo possibile. È l'estensione del ricorso al lavoro temporaneo e ai contratti a tempo determinato. 2. La flessibilità interna consiste nel rendere variabile il tempo di lavoro (annualizzandolo, per esempio); nel rendere variabile il salario (un parte di salario fisso a cui aggiungere premi al merito o premi legati ai risultati dell'azienda); nel modificare senza sosta l'organizzazione del lavoro. La flessibilità è un modo di precarizzare il lavoro. I neo-conservatori (che si spacciano per liberali…) vogliono far credere che tutto ciò aumenti le possibilità di trovare un'occupazione. Niente lo prova. In compenso, è un modo utile per aumentare la parte di profitto nel valore aggiunto. 6 La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948) riconosce allo stesso tempo che qualsiasi persona «ha diritto alla libertà di movimento e di residenza» (art. 13), «ha diritto alla protezione contro la disoccupazione… ha il diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi» (art. 23), «ha diritto alla sicurezza sociale» (art. 22). Ciò che allora era valido nel quadro di uno Stato deve esserlo, oggi, a livello dell'Unione Europea (UE) e della Svizzera. Ora, l'accordo bilaterale sull'estensione della libera circolazione ai nuovi Stati membri dell'UE (in totale 25 paesi) non valorizza contemporaneamente questi diritti fondamentali. Al contrario, ne usa uno (incompleto) - la «libera circolazione» per indebolire gli altri (diritti sociali e sindacali, ridicolizzati nelle misure di accompagnamento). Il consigliere federale Joseph Deiss, come un droghiere, stabilisce con precisione la contabilità a partita doppia dei «diritti»: «la libera circolazione costituisce un passo in avanti considerevole verso la flessibilità», con «la regolamentazione d'accompagnamento… c'è un evidente guadagno in flessibilità». Traducete: guadagni per il padronato nel flessibilizzare2 salari, ore di lavoro, licenziamenti… Ecco una ragione basilare per opporsi a questo accordo. Al muro di Schengen-Dublino, il "pacchetto" aggiunge una separazione fra diritto alla "libera circolazione" e, ciò che dovrebbe esserne la contropartita, diritti sindacali e sociali, che vanno indebolendosi.. I testi... e il contesto Possiamo esprimere il nostro accordo con i testi delle autorità (Camere e Consiglio federale) e dei padroni - il «pacchetto» libera circolazione e misure di accompagnamento - senza tener conto del contesto nel quale questi sono proposti? Possiamo ignorare il fossato fra i discorsi del Consiglio federale e la realtà a livello sociale ed economico? Possiamo ignorare la sfilza di attacchi contro l'insieme dei salariati (premi assicurazione malattia, salari bloccati, licenziamenti di lavoratrici e lavoratori «anziani» con diversi pretesti, aggressione contro i servizi pubblici in nome dell'austerità finanziaria, politiche sempre più repressive nei confronti degli stranieri e dei richiedenti d'asilo, ecc.)? A queste domande la nostra risposta non può essere che NO! Il gioco al ribasso dei salari e la precarietà degli impieghi sono decollati in concomitanza con la crescita e la permanenza della disoccupazione a partire dal 1991-1992. Un dato deve essere conosciuto da tutti: dal 1 gennaio 1993 al 31 dicembre 2002, 1'204'403 persone sono state obbligate a vivere, a partire da un dato momento, con le indennità di disoccupazione. Durante questo periodo una persona su quattro che lavora in Svizzera è dunque stata, almeno una volta, in disoccupazione (Sozialalmanach 2005, Caritas). In queste circostanze, i timori sono grandi fra i salariati. Il padronato usa questa situazione per imporre i suoi interessi… in nome del «miglioramento futuro dell'occupazione»! Il padronato si muove in ogni singolo paese europeo nella stessa direzione, coadiuvato della Commissione europea gestita nei fatti dalla destra e presieduta dall'ex-maoista José Manuel Barroso (Portogallo). Passiamo ora in rassegna alcuni elementi del contesto nel quale la combinazione «libera circolazione/misure di accompagnamento al ribasso» è proposta come fosse un pacchetto regalo - in realtà una bomba a orologeria - fatto ai salariati che lavorano in Svizzera (indipendentemente dalla loro nazionalità)! Il quotidiano svizzero tedesco Blick intitolava: «il 42% della popolazione attiva lavora per un salario di miseria» (3 novembre 2004). Dopo aver dimostrato che i pittori-gessatori dovevano accettare salari molto bassi, lo stesso quotidiano concludeva: «Il settore della costruzione non è che la punta dell'iceberg. I sindacati sospettano che situazioni simili si riscontrano nei settori della ristorazione, delle pulizie, dell'agricoltura e, in parte, del commercio.» Il potere d'acquisto in caduta… libera Il potere d'acquisto di un settore importante di salariati in Svizzera non è quello immaginato da certi portaborse al soldo del conformismo neoliberale. 7 3 Il reddito equivalente disponibile tiene conto delle dimensioni del nucleo famigliare ed è ottenuto dopo aver dedotto imposte, contributi sociali e altri contributi obbligatori. È un indice che permette di avere un'idea del potere d'acquisto. L'ultima inchiesta dell'UFS (Ufficio federale della statistica - 23 novembre 2004) dimostra che metà delle economie domestiche dispone di un reddito equivalente disponibile3 inferiore a 3'737 franchi al mese. Il venti per cento delle economie domestiche, nel 2002, aveva un reddito equivalente disponibile inferiore o uguale a 2'452 franchi al mese! Fra il 2002 e il 2003, il numero di lavoratori/lavoratrici poveri/e (con un lavoro a tempo pieno o equivalente) è aumentato di oltre il 15%. Nel SonntagsBlick (5 dicembre 2004) Werner Vontobel dimostra che dal 1993 i salari reali hanno subito una stagnazione o si sono ridotti. E ciò tanto più se si tiene conto degli aumenti dei premi dell'assicurazione malattia, dei cambiamenti a livello dei contributi pagati dai salariati alle casse pensioni (II° pilastro) e dell'aumento degli affitti. Un ultimo esempio. «I circa 300'000 salariati che lavorano nel settore dei trasporti e della comunicazione sono particolarmente esposti alla pressione globale esercitata sui salari. In questi ultimi anni, i salari reali si sono abbassati del 3% in questo settore.» (SonntagsBlick, 26 settembre 2004). Alcuni dirigenti sindacali dovrebbero leggere gli articoli di questo giornale popolare e non solo cercarvi la propria foto, soddisfatti di loro stessi. Le Temps, quotidiano di riferimento in Svizzera romanda, scrive : «I gruppi d'interesse economici [fanno] della libera concorrenza delle persone un pilastro centrale della politica economica futura» (4 gennaio 2005). Logico: si tratta di una leva per ridurre i «costi salariali». Una formula ingannevole che lascia pensare che i lavoratori costano, mentre in realtà producono un valore aggiunto, che viene accaparrato sempre più dai proprietari del grande capitale. Questi ultimi non sono dei filantropi. La conclusione è chiara. Il «pacchetto» proposto e difeso, insieme, dai datori di lavoro e da molti dirigenti degli apparati sindacali ha una funzione precisa sul medio termine che va al di là della miopia sindacale: accentuare questa libera caduta del potere d'acquisto (costi salariali) in nome della difesa dello Standort Schweiz, della «competitività dell'economia svizzera». Lavoratori usa e getta La precarietà delle condizioni di lavoro non smette di aggravarsi. Il settimanale economico della Svizzera tedesca Cash illustra in questo modo la situazione: «Oggi, le imprese interrompono molto più facilmente quelle collaborazioni che non rispondono alle loro esigenze.» (23 dicembre 2004). L'inchiesta annuale del Credito Svizzero conferma gli effetti di questa politica, tipica del funzionamento del sistema economico attuale: «La paura di perdere il proprio posto di lavoro è ancora giustificata. La disoccupazione rimane in testa alla lista delle preoccupazioni di un gran numero di persone… il 69% degli intervistati teme di perdere il proprio posto di lavoro, si tratta del tasso più alto registrato dal 1995». Da un altro punto di vista, un rappresentante del Soccorso operaio svizzero chiarisce la politica di precarietà delle condizioni di lavoro: «Constatiamo che i posti di lavoro precari sono in forte aumento. Ciò si spiega con il fatto che i datori di 8 lavoro, sempre più, conservano un nocciolo duro di posti di lavoro fissi e, allo stesso tempo, sempre più operai che vengono utilizzati su chiamata.» (Le Courrier, 23 dicembre 2004). Non c'è bisogno di essere dei maghi per cogliere la tendenza all'estensione della libertà di cui il padronato dispone per «usare a piacimento» i salariati. Soprattutto quando il padronato può attingere da un serbatoio allargato di manodopera, per riprendere le formule in voga. E ciò senza che siano fissati limiti e diritti a favore di quante e quanti ricevono un salario. Il "pacchetto regalo" dato al padronato deve essere respinto, tramite il referendum e sulla base di mobilitazioni, anche modeste, che permettano di trasformare certi bisogni basilari in materia di protezione, in diritti rafforzati, in leggi. E ciò perché le leggi esprimono un rapporto di forza. Le leggi del "pacchetto regalo" riflettono un compromesso che è invece una trappola per topi. Lavorare di più, più in fretta, con un salario che nel migliore dei casi stagna, conduce a un risultato evidente: una parte sempre più grande del valore aggiunto prodotto è appannaggio di quelli che controllano il sistema produttivo e che ricorrono con sempre maggiore frequenza al lavoro subappaltato, pagato a un prezzo miserabile. Ciò che obbliga i subappaltatori ad aumentare la pressione sui salariati e a supersfruttare la manodopera. In testa alla catena, chi dà gli ordini (nell'edilizia, nelle fabbriche, nei grandi magazzini, nelle banche, nelle assicurazioni) incassa. Alcune cifre: Ridistribuire la ricchezza prodotta… ancor più a favore dei ricchi 1° Il potere d'acquisto reale dei salariati non è aumentato nel 2004 e la stessa cosa avverrà nel 2005. Per contro, i dividendi (la parte degli utili di una società che è distribuita agli azionisti ) esplodono. L'aumento rispetto al 2003 è valutato nel modo seguente dagli analisti: Swatch: +10,43%; Swisscom: +24%; Nestlé: +13,88%; Serono: +8,68%; Givaudan: +5,31%; Novartis: +9,67%; Adecco: +30,44%; Basilese: +24,44%; Clariant: +15,62%; Syngenta: +17,98%. Ora, meno del 5% delle economie domestiche svizzere possiede grossi pacchetti di azioni (solo il 17,5% del totale delle economie domestiche possiede delle azioni). Queste società non esitano a licenziare per aumentare i loro profitti, per fare salire il corso delle loro azioni e ingrassare la manna dei dividendi. Swisscom (nella quale la Confederazione detiene il 62,7% delle azioni) ha soppresso 570 posti di lavoro fra il settembre 2003 e lo stesso mese del 2004. Clariant sopprime 280 impieghi a Basilea; Givaudan (leader mondiale negli aromi e controllata da Nestlé) elimina 300 posti per «economizzare» 67 milioni di franchi all'anno. Ecco la politica concreta dei sostenitori del «pacchetto» federale! 2° Dal 1990, l'industria svizzera ha perso 220'000 posti di lavoro. Ma, in valore, la produzione è aumentata del 38%! Conclusione: la parte dei salari in ogni unità prodotta è diminuita, a ritmi decisamente più alti che nei paesi vicini. Gli azionisti, felici, si sono portati a casa una parte più consistente di ricchezza prodotta. propone il Movimento popolare delle famiglie (MPF), nella sua risposta al Consiglio federale a proposito della revisione della 9 Due economisti vicini al Partito socialista francese descrivono così quanto sta succedendo in Francia, in Germania, in Svizzera: «La strategia delle imprese mira prima di tutto a proteggere gli azionisti… Il rischio è fatto pagare prima di tutto ai salariati, attraverso le ristrutturazioni aggressive e i licenziamenti massicci…, ma anche all'insieme delle collettività nazionali, attraverso la continua riduzione della pressione fiscale sul capitale.» (Michel Aglietta, Antoine Rebérioux, Derive del capitalismo finanziario, 2004). Il «pacchetto» proposto da una specie di patto del Grütli del XXI secolo - patto stretto fra il padronato, il Consiglio federale e i vertici sindacali - si propone di preservare e incrementare la ricchezza in possesso dei vertici della piramide sociale. Quelli cioè che ricevono i regali fiscali da parte del consigliere federale Hans-Rudolf Merz. Una recente inchiesta dimostra che il 3 per mille delle economie domestiche svizzere (ossia 12'119 economie domestiche) concentrano il 24% della ricchezza complessiva. Mentre il 60% delle economie domestiche dichiarano una fortuna che non raggiunge i 50'000 franchi (Cash, 18 novembre 2004), cifra che costituisce il risparmio per la loro vecchiaia. Questi azionisti non rappresentano la Svizzera, anche se in parte la dirigono. La ricchezza della Svizzera è il prodotto del lavoro dei salariati, di qualsiasi provenienza geografica. Il «pacchetto» proposto vuole ingabbiare i lavoratori all'interno di una brutale concorrenza fra di loro. Ciò conduce a frammentare, ancora più di quanto già oggi avvenga, i salariati, a dividerli. Altro obiettivo implicito nella proposta: annullare i pochi diritti collettivi a favore dei lavoratori, che potrebbero facilitare, con l'appoggio di un sindacalismo combattivo, la loro unità al fine di fronteggiare i padroni organizzati e gli interessi "intoccabili" dei grandi azionisti. Pagare e rovinarsi la salute Alcuni lavorano troppo; altri sono disoccupati. La precarietà del posto di lavoro, la disoccupazione, lo stress vengono pagati caro: i danni alla salute fisica e psichica che colpiscono i salariati si moltiplicano. L'Ufficio federale di statistica (UFS) considera che più di 4 lavoratori su 10 sono vittime di «una forte tensione sul lavoro, così forte che i disturbi sottoforma di mal di schiena, di emicranie, d'insonnia rovinano la qualità della loro vita…Le condizioni di lavoro sono diventate molto più dure a partire dal 1997» (Tribune de Genève, 1-2 novembre 2003). Maggiore stress significa maggiori malattie. Soprattutto tra i lavoratori che superano i 40 anni d'età, il legame è sempre più evidente. Attualmente i costi della salute raggiungono la somma di 4,3 miliardi di franchi. Ora, la partecipazione delle economie domestiche (nella grande maggioranza dei casi, salariati) al finanziamento dei «costi della salute» è passata dal 57,3% nel 1975 al 66% nel 2003. Le salariate e i salariati si sfiancano al lavoro e pagano premi di casse malati sempre più cari: sono essi, in ultima istanza, che contribuiscono per l'essenziale al finanziamento delle assicurazioni malattia (ingrassando chi sulla salute altrui fa affari d'oro…). Perché la sinistra ufficiale non stabilisce una stretta relazione fra le condizioni di lavoro e i cosiddetti costi della salute? Lo 10 legge sull'assicurazione malattia (LAMal). (Monde du travail, ottobre 2004) La risposta alla nostra domanda è facile: sarebbe necessario che i responsabili del PSS e dell'USS s'impegnassero in una convinta e articolata controffensiva nei confronti del governo (Couchepin e compagnia) e della politica del padronato. Essa dovrebbe manifestarsi a livello sociale e politico, come anche sui luoghi di lavoro. Invece rifiutano questa opzione… preferiscono partecipare alle cene di gala ufficiali. In merito all'iniziativa dell'UDC sulla revisione della LAMal, è sufficiente una battuta: dovrebbe avere il seguente titolo: «Per la riduzione delle prestazioni e della solidarietà nell'assicurazione di base». Rispedire il «pacchetto» al suo mittente, tramite il referendum in questione, può condurre a porre apertamente un problema chiave per tutti i salariati e le salariate: la concorrenza feroce e organizzata fra gli stessi lavoratori e lavoratrici mette in pericolo, ogni giorno di più, la loro salute. La presidente dell'Europa-Universität Madrina (Francoforte), Gesine Schwan, sottolinea che: «Oggi, il concetto di riforma significa per la maggioranza della popolazione uno smantellamento dei poteri di codecisione, una riduzione delle prestazioni delle assicurazioni sociali, in generale un abbassamento dei propri livelli di vita.» (Tages-Anzeiger, 31 dicembre 2004). Parlano di riforme, ma fanno delle controriforme Non vi è molto altro da aggiungere. Se non che la destra ha imposto le sue scelte e il suo vocabolario alla sinistra istituzionale. E ciò ha la sua importanza nel dibattito attuale sul «pacchetto» libera circolazione / misure di accompagnamento. Prendiamo un prima esempio. Il presidente del Partito socialista svizzero (PSS), Hans-Jürg Fehr, afferma sul giornale della finanza zurighese Finanz und Wirtschaft: «Ci troviamo sul terreno di un'economia di mercato, da non confondere con il capitalismo» (15 dicembre 2004). Ecco cosa pensa di questi luoghi comuni il grande economista americano John Kenneth Galbraith: «La scelta dell'economia di mercato per rimpiazzare vantaggiosamente il capitalismo non è altro che un velo assurdo e ingannatore calato sulla realtà dell'impresa… Con questa espressione, il potere economico rimane nascosto… Non c'è che il mercato impersonale. Si tratta di una truffa. E non del tutto innocente.» (Le menzogne dell'economia, Parigi, 2004) Ecco il vero nodo del contendere. I vertici del PSS e dell'USS negano l'esistenza dello scontro tra gli interessi di quelli che danno ordini ai salariati - poiché possiedono la proprietà dei grandi gruppi industriali e finanziari - e i bisogni della maggioranza di quanti e quante producono la ricchezza. Una ricchezza della quale non controllano né l'uso (investimenti, posti di lavoro ad essi legati, tipo di prodotti), né la ripartizione. Ora, in questo periodo di regressione sociale, sotto la spinta della crisi del sistema e delle politiche neo-conservatrici, lo scontro si acuisce. Lo provano le crescenti tensioni sviluppatesi sotto il comando dei vari Couchepin, Merz, Blocher, così come le pressioni sempre più palesi dell'Unione padronale svizzera e di economiesuisse sull'urgenza imperativa delle «riforme». 11 4 Le evoluzioni che caratterizzano l'Unione europea sono doppiamente negative. Da una parte, l'UE è diventata il laboratorio continentale delle controriforme neo-conservatrici. La nuova Commissione europea simboleggia questo orientamento. D'altra parte, le frustrazioni nutrite dalla crisi economica e sociale stimolano delle reazioni scioviniste e reazionarie che spuntano in tutti i paesi europei sotto la leadership dei capi di governo, come in Italia, in Olanda e altrove. A ciò si aggiunte un rilancio del militarismo in nome della necessità di una grande Europa che fa le sue compere in America latina (partecipazione alle privatizzazioni) come in Asia o in Africa. Spesso la socialdemocrazia, come in Germania o in Gran Bretagna, dirige riarmamenti e austerità. L'UE non è il grande incontro di culture che alcuni vorrebbero farci credere. Oggi, l'UE e la politica dei suoi governi è prima di tutto caratterizzata da regressioni sociali, ciò che sfocia in una regressione culturale. Questa UE non è quella dei salariati. È quella dell'aristocratico Giscard d'Estaing e del massacratore sociale: il ministro di Schröder Hartz. Parte del sindacato chiude gli occhi sulla prepotenza padronale e tende la mano ai datori di lavoro Davanti a questa guerra sociale - che non rivela apertamente il suo vero nome - la sinistra politica e sindacale «ufficiale» sceglie di riformare le controriforme. Dunque di sedersi con i propri «partner» attorno a iperpropagandate «tavole rotonde», con l'obiettivo di perpetrare una «pace del lavoro», che viene poi regolarmente rotta da padronato e autorità. Come sa fare egregiamente la destra, anch'essa utilizza la paura - comprensibile creata dalla disoccupazione e dalla precarietà crescente per presentare ciò che ha concordato con il padronato come il «minor male possibile». È quello che ha deciso di fare anche con il «pacchetto» libera-circolazione / misure di accompagnamento. Erwin Jutzet, consigliere nazionale del PS (Friburgo), presidente della Commissione di politica estera del Consiglio nazionale, dichiara: «Sarà necessario innanzitutto un grosso lavoro d'informazione. Decisivo sarà anche il lavoro di coordinamento tra i diversi settori favorevoli al progetto. Essi sono numerosi: dalla sinistra alla destra, passando dai sindacati, da economiesuisse, dall'USAM, il turismo, i banchieri, l'industria agroalimentare e i corpi di polizia.» (L'AGEFI/L'Impartial, 20 dicembre 2004). Insomma, riassumendo: «UE über alles»4! Si tratta di lavorare attorno ad un'altra opzione - politica, sindacale ed etica - che mira a creare le condizioni per rendere possibile, domani, ciò che è impossibile oggi. Essa è la nostra: quella dei sindacalisti e dei militanti sociali e politici che rifiutano di tacere l'inaccettabile sui luoghi di lavoro e davanti alle molteplici discriminazioni e disuguaglianze nella società. È quella di coloro che non accettano di calare un velo di assurdità sulla realtà, per riprendere la formula di Galbraith. Sono coloro che si propongono di rimanere in sintonia con chi è confrontato quotidianamente con gli effetti delle scelte autocratiche del potere economico e che, assieme ad essi, non fatica a immaginare l'ulteriore aggravamento della situazione indotto dalle misure proposte dal Consiglio Federale, nel caso esse vengano applicate. La stampa domenicale, il SonntagsBlick (24 ottobre 2004), intitolava: «Un nuovo prodotto di successo: lavoratori a metà prezzo». Vasco Pedrina, presidente del sindacato UNIA a fianco di Renzo Ambrosetti, riconosceva, durante una conferenza stampa tenutasi il 21 ottobre 2004, che «la situazione dal giugno 2004 non fa che peggiorare… Si lavora per 18 franchi, quando il CCL (contratto collettivo di lavoro) fissa un salario di 28 franchi.» Davanti a queste pratiche - che esistono da molto tempo, in particolare a livello del subappalto - certi bonzi sindacali implorano i padroni. «L'USS lancia un vibrante appello alle associazioni dei datori di lavoro nei cantoni affinché non facciano il gioco della destra nazionalista.» (L'Agefi, 22 dicembre 2004). Ecco come rassicurare i lavoratori e le lavoratrici che vivono sotto la tutela di questo padronato! Ecco come offrire su un piatto d'argento proprio alla destra nazionalista la massa dei salariati, che, non vedendo costituirsi un polo di resistenza capace di agire con la stessa determinazione delle «alte sfere economiche», si abbandona più facilmente alle sirene dei discorsi che si appoggiano sul sentimento, in parte giustificato, del «i politici sono tutti uguali» e del «tanto fanno 12 quello che vogliono». Questa politica di collusione con il padronato riflette la volontà di chiudere gli occhi sulla realtà concreta del funzionamento delle imprese più importanti. Quelle che dettano la legge nel paese. Ora, un celebre giurista del lavoro, Gérard Lyon-Caen, scrive: «C'è un inganno. L'impresa non ha mai avuto la pretesa di essere una società democratica. La sua legge è il profitto.». E Jean-Michel Servasi del BIT (Ufficio Internazionale del Lavoro) aggiunge: «È necessario ricordare che la relazione di lavoro costituisce un rapporto di potere, di subordinazione, con tutti i rischi d'abuso che un tale rapporto implica»5. 5 Tutte e due le citazioni sono tratte da Mélanges en l’honneur de Jean-Marie Verdier. Droit syndical et droits de l’homme à l’aube du XXIe siècle, Dalloz, 2001. Concretamente, ciò significa che - come ci ricorda un ex-consigliere di Vasco Pedrina, oggi giornalista economico, Vontobel - «per i datori di lavoro è più facile che mai rimpiazzare lavoratori considerati troppo costosi con altri meno cari». (SonntagsBlick, 24 ottobre 2004). Questa prepotenza padronale concerne tutti i settori, da quello edile a quello bancario. Uno studio recente dell'economista della salute Gianfranco Domenighetti sugli impiegati di banca indica che il forte ricorso a medicamenti (tranquillanti, antidepressivi) è largamente legato allo stress provocato «dalla paura di perdere il posto di lavoro e dalla mancanza di legami di solidarietà tra colleghi.» (Le Temps, 30 dicembre 2004). La politica sindacale assume troppo spesso il tono del responsabile economico dell'USS Serge Gaillard che si rivolge in questo modo ai padroni: «Voi avete il potere di continuare a occupare i lavoratori svizzeri con salari corretti - in questo modo la disoccupazione non aumenterà.» (Blick, 28 dicembre 2004). Prese di posizione come quelle appena esemplificate approdano ad un orientamento sindacale che ha tre importanti conseguenze: 1° La complicità, di fatto o cosciente, con il padronato spinge i capi degli apparati sindacali a non ammettere la minima critica fra i ranghi della propria organizzazione. Essi assimilano, gradualmente, le maniere forti tipiche dei padroni. Si oppongono alla democrazia sindacale nella stessa proporzione in cui diffondono l'idea ingannevole dell'esistenza di un'impresa democratica. Ma, nel sistema capitalista, questa non può essere la funzione di un'impresa, tanto più che essa è sottomessa a una concorrenza brutale con le altre imprese. Tenere debitamente conto di questo fatto significa predisporsi a un lungo lavoro per organizzare la solidarietà fra salariati e salariate con l'obiettivo di poter conquistare spazi di diritto e di attività sindacale, possibilità di far valere le proprie rivendicazioni, disposizioni che proteggano dai licenziamenti, ecc. Un tale orientamento sindacale considera la realtà nel suo insieme e non si limita a distinguere in maniera illusoria tra padroni più o meno disponibili. 2° Nella sua supplica ai padroni, Serge Gaillard - che denuncia superficialmente quante e quanti si oppongono al «pacchetto» perché farebbero il gioco degli xenofobi - non manca d'insistere sulla preferenza nazionale: sono i salari degli svizzeri quelli da difendere! È uno dei tanti possibili esempi di una politica sindacale che tende a considerare i lavoratori immigrati salariati di serie B. 13 Uno schema semplice e ormai conosciuto (Ogni freccia stabilisce il rapporto fra un elemento e quello che lo segue) Flessibilità del lavoro (annualizzazione delle ore, ore supplementari pagate sottoforma di vacanze, ma non sempre) indebolimento del diritto del lavoro (revisione del 1998) disoccupazione che si perpetua, poiché la crescita è debole a causa della stagnazione dei salari che riduce la domanda interna (malgrado il credito usato dalle famiglie) la produttività (produzione all'ora per lavoratore) è allo stesso livello (o più elevata) che la crescita del PIB, ciò che implica che il volume dell'occupazione non cresca licenziamenti e ristrutturazioni delle grandi società diminuzione delle allocazioni per la disoccupazione e obbligo di accettare un "impiego conveniente" con un salario nettamente più basso diffusione quantitativa della stagnazione dei salari 3° Tutta l'argomentazione delle dinastie sindacali si concentrerà - più si avvicinerà la scadenza della votazione di settembre - sulla necessità di accettare «questo pacchetto» avvelenato per i salariati in quanto avvantaggerà l'economia nazionale. Un vecchio argomento la cui solidità può essere verificata dai lavoratori e dalle lavoratrici confrontando i redditi delle imprese e dei loro ricchi padroni con la loro busta paga o con le loro condizioni di lavoro. Su questo terreno, la medaglia d'oro può essere attribuita al consigliere nazionale «socialista» Jean-Noël Rey (vallesano), direttore della società privata DPD (che dipende dalla Posta francese). Rey si felicita degli accordi poiché «gli interessi della piazza finanziaria sono salvaguardati e garantiti durevolmente sul piano contrattuale» (Le Peuple Valaisan, 3 dicembre 2004). Per lui, gli accordi di Schengen e Dublino - che costruiscono un muro attorno all'UE dei 25 e costituiscono una macchina per produrre clandestini - hanno prima di tutto un effetto positivo per le banche elvetiche. Siamo pronti a scommettere che il pimpante ex-manager delle PTT non mancherà di usare a settembre il discorso del pericolo «xenofobo». più repressione sui luoghi di lavoro e subappalto come forma sempre più generalizzata di funzionamento, con scadenze molte corte e uno stress enorme ricorso al lavoro temporaneo e a lavoratrici e lavoratori ricattabili per rafforzare questa regressione diminuzione dei budgets pubblici con diminuzione degli impieghi nei servizi pubblici o parabubblici e delle prestazioni sociali... Riduzione dei posti di lavoro… in nome della creazione di occupazione! Se esistono le condizioni di un dibattito democratico, allora siamo pronti a scommettere che non saranno molti i salariati e le salariate che accetteranno di votare questo «pacchetto». Essi ed esse lo rifiuteranno, in nome della difesa della loro dignità, del rifiuto di essere ingannati in maniera così grossolana e in nome di un'altra politica, fatta di rivendicazioni concrete, come quelle esposte alla fine di questo opuscolo. La disoccupazione è diventata una costante dal 1993. È cosa risaputa. Nel 2005-2006, sarà la stessa cosa. Sarebbe necessaria una crescita del Prodotto interno lordo (PIL) di almeno il 2,5% per far evolvere il tasso di occupazione verso l'alto. Siamo lontani da questa possibilità. Il Credito Svizzero prevede l'1,6% per il 2005; il KOF l'1,8%; l'UBS l'1,8%. Di solito, questi metereologi dell'economia peccano d'ottimismo. In questo contesto di crescita lenta, il padronato, con l'appoggio del governo, ha scelto la costruzione di un motore a tre cilindri: «sovraccarico di lavoro» per molti; «mancanza di lavoro» per 150'000 persone in media; «lavoro precario» per un numero crescente di salariati e salariate di tutte le nazionalità. Con la «libera circolazione», senza diritti sociali in Europa e senza rafforzamento dei diritti in Svizzera, questo motore a tre cilindri girerà a tutta forza. Il prezzo della benzina (la forza lavoro) che lo farà girare si abbasserà. Lo schema è semplice. Centinaia di migliaia di salariati e salariate ne fanno - o ne hanno fatta - l'esperienza. Tutto questo viene fatto in nome dell'occupazione, che non vuol dire in nome del pieno-impiego. No. L'obiettivo è un altro: aumentare il tasso d'occupazione in certi strati della popolazione (donne, giovani, ecc.), allo scopo di disporre di un numero maggiore di salariati e salariate che lavorino maggiormente, a un prezzo (salario) sempre più basso. E ciò, anche in pensione, poiché le rendite dell'AVS e del II° pilastro per- 14 aumentare il tasso d'occupazione in certi strati della popolazione (donne, giovani, ecc.), allo scopo di disporre di un numero maggiore di salariati e salariate che lavorino maggiormente, a un prezzo (salario) sempre più basso. E ciò, anche in pensione, poiché le rendite dell'AVS e del II° pilastro permettono sempre meno di far fronte alle spese legate a bisogni ben definiti. Il «pacchetto» rappresenta litri di benzina supplementari per far girare questo motore della regressione sociale. Contro questo folle meccanismo, è necessario creare, lentamente, le condizioni affinché un altro sistema, socialmente ed ecologicamente più giusto, possa affermarsi. Un NO, il 25 settembre 2005, costituisce una tappa su questo difficile cammino. È moralmente preferibile camminare dritti piuttosto che curvare la schiena davanti ai «signori dell'economia» e ai loro rappresentanti politici. Quando si mette insieme, da una parte, il contesto nel quale gli accordi bilaterali sono stati firmati dal Consiglio federale e adottati dalla Camere e, dall'altra parte, le misere misure d'accompagnamento al ribasso concernenti l'estensione di una «libera circolazione» la cui realtà abbiamo appena analizzato, è difficile difendere questo «pacchetto». «Alleati oggettivi» degli xenofobi? Una vecchia maniera di procedere stalinista Ragion per cui i vecchi buon metodi stalinisti vengono rispolverati. Alcuni dirigenti dell'USS hanno dichiarato, durante una conferenza stampa, che i promotori del referendum di sinistra sono gli «alleati oggettivi della destra nazionalista». Tale affermazione necessità un breve commento. 1° Il termine di «alleati oggettivi» - dunque alleati non vogliono esserlo, ma lo sono nei fatti - ha quale scopo di delegittimare i referendisti senza dover discutere. Il metodo è conosciuto ed è stato usato dalle burocrazie sindacali staliniste e socialdemocratiche, nei sindacati o nella cosiddetta «vita politica». È stato inaugurato, in pompa magna, durante i processi di Mosca negli anni '30. Questa «nozione» divenne una delle «specialità giuridiche» del regime genocida di Pol Pot in Cambogia (1975-1978). Certo, i paragoni lasciano il tempo che trovano. Tuttavia, l'uso di questo termine da parte di alcuni dirigenti dell'USS illustra il loro smarrimento. Possiamo immaginare François Hollande, segretario del Partito socialista francese, accusare Fabius e Emmanuelli (od Olivier Besancenot della Ligue comuniste révolutionnaire) di essere alleati oggettivi di Le Pen perché propongono di votare NO al referendum sulla Costituzione europea? Quando gli argomenti sono solidi e il confronto è considerato dimensione decisiva della democrazia, questo metodo è proscritto. Che sia usato dai capi dell'USS e di UNIA la dice lunga sul loro concetto di dibattito e di democrazia, nella sinistra e nei sindacati. Per vendere il «pacchetto», essi fanno coscientemente unità con un padronato e una destra che rifiutano sistematicamente anche le più piccole rivendicazioni da loro proposte in parlamento. Ci azzardiamo noi ad affermare che sono gli alleati soggettivi della destra neoliberale del padronato? No. 15 E questo perché la loro opzione è il risultato di una lunga evoluzione che non riescono neppure a gestire. Per essi, ciò che esiste oggi, sia a livello sociale che economico, è come un enorme masso impossibile da spostare. Pertanto, questo masso subisce ogni giorno che passa una nuova picconata e viene spostato a poco a poco dai padroni, dalle grandi società e dalle associazioni e dai partiti che li rappresentano. 2° Questi dirigenti sindacali e politici si spacciano per i difensori dei bilaterali. Arrivano addirittura a gridarlo ai quattro venti, come ha fatto il capo economista dell'USS, Serge Gaillard, alla conferenza stampa dell'USS a Berna il 5 febbraio 2005: «Ecco perché la votazione sulla libera circolazione sarà il confronto più importante in materia di politica economica di quest'anno.» La difesa di tutte le salariate e di tutti i salariati non è più un orizzonte verso il quale tendere. Domina una concezione che si limita ad avallare una «buona politica monetaria» e a favorire le imprese d'esportazione poiché: «sono le imprese svizzere… che decidono di ricorrere a un'immigrazione supplementare.» Una bella ammissione sulla vera concezione della libera circolazione dei lavoratori e delle lavoratrici e sulla pretesa priorità data alla difesa organizzata dei loro diritti. Una bella dimenticanza di un fatto elementare: l'UDC è stato il campione dei bilaterali. Ueli Maurer, presidente dell'UDC, consigliere nazionale, l'ha ricordato a La Chaux-de-Fonds (NE), l'8 gennaio scorso: «Quanto all'UDC, essa segue rigorosamente la stessa via da 15 anni: vogliamo delle trattative bilaterali…». A destra, vi è accordo su una questione fondamentale: è possibile sfruttare in maniera redditizia il grande serbatoio di manodopera immigrata, dotato del minimo possibile di diritti. Facendo blocco con i padroni, la sinistra ufficiale lascia il terreno libero alla destra nazionalista. A questa situazione bisognava reagire. Sindacalisti, militanti del movimento altermondialista e di difesa dei «sans-papiers», militanti socialisti, hanno deciso di farlo. E ciò, concependo questa iniziativa politica come parte costituente del movimento dei salariati e delle salariate da (ri)costruire. 16 Migrazioni, messa in concorrenza, divisione e frammentazione dei salariati e delle salariate. Bisogna andare a combattere la xenofobia là dove essa è strutturalmente radicata, là dove è nutrita quotidianamente dalle destre! Fra le differenti forze politiche e in seno ai vertici sindacali, l'accettazione, nei fatti se non nelle parole, della xenofobia è moneta corrente. Assistiamo infatti alla combinazione di alcune dichiarazioni di principio con poche iniziative - spesso con nessuna - che vanno alla radice di questa divisione particolare dei salariati. Niente di sorprendente per la destra. Per la «sinistra ufficiale», conosciamo la longevità dell'adattamento degli orientamenti di un settore degli apparati sindacali (FLMO oggi confluita in UNIA) alla politica assolutamente utilitarista della «manodopera straniera» dettata da padroni e autorità. I diversi discorsi di propaganda a favore degli accordi sulla «libera circolazione» riproporranno i soliti luoghi comuni, trasformati in dogmi incontestabili. Respingerli implica il rischio di essere messi al bando da parte della «classe politica». Ciò che, evidentemente, non è da considerarsi affatto grave. Tuttavia, esaminiamo gli argomenti ingannevoli ai quali sarà dato lo statuto di «verità assoluta». «Svizzera chiusa» contro «Svizzera aperta»? Ecco l'esempio per eccellenza di uno dei cliché che favoriscono lo sfasamento di prospettiva. Poche economie al mondo possiedono una massa d'investimenti internazionali - e in modo particolare nei paesi dell'Unione Europea (UE) e dei paesi che conoscono un forte sviluppo - come il capitalismo svizzero e i suoi proprietari. La Svizzera possiede una delle economie più internazionalizzate, non solo in relazione alla sua grandezza, ma anche in cifre assolute. Nel 2002, il saldo netto6 dello stock di investimenti diretti all'estero (IDE) - investimenti che implicano il controllo di una società al di fuori della Svizzera - è arrivato a raggiungere i 179 miliardi (Neu Zürcher Zeitung, 3 febbraio 2004, studio del Credito Svizzero). Secondo questo indicatore decisivo, il capitalismo elvetico è in quarta posizione, dietro la Gran Bretagna, il Giappone, la Francia. Non sono investimenti utili a delocalizzare fabbriche o servizi, anche se questa dinamica potrebbe accelerarsi in futuro. Sono effettuati per conquistare i mercati, costruire proprie posizioni, appropriarsi di materie prime e - per questa via 6 Il saldo netto dello stock degli IDE (Investimenti diretti all'estero) è il totale cumulato degli investimenti provenienti dalla Svizzera, meno il totale degli investimenti stranieri effettuati in Svizzera. 17 - accumulare profitto. Il capitalismo svizzero è molto aperto sul mondo, allo scopo di appropriarsi di nuovo valore aggiunto e di «mettere al lavoro» salariati e salariate del mondo intero. Il numero totale dei salariati e delle salariate che lavorano in imprese controllate dal capitale svizzero nel mondo si situa nel 2003 a 1'808'298 unità. E cioè quasi l'equivalente della metà della popolazione attiva svizzera. Nella sola Europa dei 15, si contavano nel 2003 ben 1'333'732 salariati che lavoravano in imprese svizzere. Dal 1999 la crescita di questo dato è assai significativa in paesi come la Repubblica Ceca (da 15'900 a 20'900) o in Ungheria (da 9'500 a 12'158). Nel solo Brasile, 87'000 persone lavorano in imprese sotto il controllo del capitale elvetico (Banca Nazionale Svizzera, Bollettino mensile di statistiche economiche, dicembre 2004). Sulla base di indicatori quali l'integrazione economica, il trasferimento di tecnologie e i contatti con la rete internazionale del «business», l'economia svizzera si situava al terzo posto dei paesi più integrati nella società mondiale (Neu Zürcher Zeitung, 26 febbraio 2004). Questa «presenza svizzera nel mondo» è una dimensione di quello che possiamo definire senza troppi giri di parole l'imperialismo svizzero. Esso usa la «neutralità politica elvetica» per meglio sviluppare i propri affari, industriali, bancari e assicurativi. Si aggiunga che le banche svizzere servono alla fuga dai propri paesi d'origine delle fortune ammassate dai dittatori e dagli strati più ricchi e corrotti della popolazione di paesi quali la Russia, il Brasile o l'Argentina e da coloro che evadono le tasse dei loro paesi, dall'Italia passando per la Germania. Conclusione : il capitalismo svizzero non è affatto chiuso su se stesso. Si spalanca sul mondo. Ma lo è per meglio far valere i propri interessi, per accumulare la ricchezza prodotta da salariati e salariate nel mondo, per assicurare ai privilegiati e all'autocrazia dei soldi di disporre in Svizzera di un'assicurazione bancaria contro la frode fiscale. La stessa che è data alla piccola minoranza che controlla l'essenziale della fortuna in Svizzera. Di questa apertura, il pensiero ufficiale non ne parla. Il teatro delle ombre cinesi ha creato due personaggi fantasma: lo «Svizzero pro-UE» (in generale socialista, cioè social-liberale) e lo «Svizzero anti-UE» (xenofobo e conservatore). Nessun altro. Tutto ciò fa il gioco di Blocher e della destra nazionalista. Bisogna smontare questa mistificazione. Una Svizzera chiusa all'immigrazione? La necessità della «libera circolazione» e il pericolo della «chiusura xenofoba» saranno due argomenti ampiamente sfruttati dai sostenitori del discorso ufficiale al momento della vendita promozionale del pacchetto «libera circolazione / misure d'accompagnamento». Ma come stanno veramente le cose su questo terreno? Dopo la seconda guerra mondiale (per non andare più indietro), il capitalismo svizzero ha operato un doppio movimento coordinato. 18 Il primo: effettuare investimenti (IDE) internazionali, sotto il comando delle grandi società transnazionali (dalla chimica alla farmaceutica passando dalle banche-assicurazioni per terminare con l'industria delle macchine). Il secondo: assicurare flussi migratori, controllandoli il più possibile. Questo per rispondere all'evoluzione dei bisogni in investimenti (in questo caso di acquisto di manodopera) dei diversi settori dell'economia. Il Rapporto sulla politica economica estera del Consiglio federale (2003) è chiaro a questo proposito: «Qualsiasi dumping salariale provocato dagli immigrati [sic!] non potrebbe essere definito "abuso". In quelle attività che esigono qualifiche elevate, si può addirittura sperare che la libera circolazione delle persone stimoli la concorrenza sul mercato del lavoro.» (Supplemento alla Vie économique, 2004). Difficile essere più chiari di così a favore della messa in concorrenza dei salariati in quei settori detti «di punta». D'altronde, fra i criteri di selezione delle persone extracomunitarie, la qualifica è decisiva, poiché questa può essere pagata a basso prezzo, «senza abusi»; insomma, in certi segmenti del mercato del lavoro, gli «specialisti» sono considerati come nettamente troppo cari, la pressione sui salari che l'immigrazione produrrà è un'interessante soluzione... Dunque, i diversi settori del padronato hanno preteso e pretendono un certo tipo di manodopera, di forza-lavoro. Certo, qualche tensione potrà svilupparsi tra, ad esempio, i ristoratori e i potenti della farmacia. Ma il governo cercherà di soddisfare entrambi. La questione essenziale è altrove. 1° Mantenere una selezione e assicurarsi un alto grado di «redditività» da questa manodopera, ecco l'obiettivo principale. Un settore del mondo dei salariati (oggi rappresentato dai disoccupati e dai richiedenti d'asilo) è sempre stato presentato come un «costo per la comunità». Nel passato, durante gli anni 1950-1960, erano presentate sotto questa luce le famiglie degli stagionali - quando potevano infine stabilirsi in Svizzera (attraverso la pratica dei ricongiungimenti famigliari) - in quanto una parte dei suoi membri non avrebbe, subito, lavorato. Oggi noi sappiamo che i figli e le figlie degli immigranti italiani o spagnoli (di seconda o terza generazione) costituiscono una parte significativa dei salariati e delle salariate delle banche e delle assicurazioni. Ma questo dato non veniva per nulla messo in evidenza 40 o 50 anni fa! Questa campagna di intossicazione sul «costo» degli immigranti ha quale funzione principale quella di mantenere una divisione, una tensione costante in seno alle stesse ondate di immigranti e fra questi ultimi e i salariati svizzeri. E mantenere diviso il mondo dei salariati significa creare le migliori condizioni per la gestione padronale del mercato del lavoro in termini di contenimento degli aumenti salariali (anni 1960-1980) o in funzione della loro stagnazione e del loro abbassamento (anni 1990-2000). Da dove viene la costruzione sociale delle tensioni xenofobe? Da dove, se non dall'uso della manodopera immigrata come forma di pressione «al ribasso» sulle condizioni di vita e di lavoro dell'insieme dei salariati? E perché ciò possa avvenire, è indispensabile mantenere controllati e sotto ricatto i migranti, in forme più o meno brutali a seconda dell'origine. 19 7 I paesi appena entrati nell'UE sono i seguenti: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia, Slovacchia, Lettonia, Cipro, Lituania, Estonia, Malta. La loro popolazione si aggira sui 77 milioni di persone. La popolazione dell'UE dei 25 è di 455 milioni. Il PIL dell'UE allargata rappresenta qualcosa come il 28% del PIL mondiale. Nel 2003, il tasso di disoccupazione medio dei "vecchi membri dell'UE" si situava leggermente al di sotto dell'8%. Si situa invece al 9% nell'UE dei 25. Non è un caso che oggi ci ritroviamo proposti dal padronato contemporaneamente gli accordi di libera circolazione, l'adesione agli accordi di Schengen-Dublino e la nuova più restrittiva legge sugli stranieri. La transnazionalizzazione del capitalismo svizzero ha fatto sì che la Svizzera sia un paese d'immigrazione fra i più «aperti» del mondo e, senza nessun dubbio, dell'Europa. Un terzo della popolazione proviene dall'immigrazione, o in modo diretto o attraverso uno dei suoi due genitori. Un quarto della popolazione è nato fuori dalla Svizzera. Per il padronato (e le forze politiche che lo sorreggono) non è questo il problema, anzi; per loro è decisivo impedire una confluenza di una parte importante dei salariati di qualsiasi origine in un movimento comune capace di far valere i loro diritti e le loro esigenze comuni nei confronti del Capitale. Una «libera circolazione» - con un grande potenziale migratorio dai 10 nuovi paesi appena entrati nell'Ue e con una disoccupazione persistente in tutta l'UE, frutto delle politiche d'austerità della Banca centrale europea e dei governi 7 accompagnata da misure contro il dumping inconsistenti, sfocerà in una situazione in cui la frammentazione e la messa in concorrenza dei salariati susciterà reazioni di frustrazione individuale. Senza strumenti collettivi di difesa (commissioni d'impresa, sindacati presenti sui luoghi di lavoro, legislazione protettiva), la via della reazione individuale xenofoba può prendere il sopravvento. E l'azione collettiva solidale resterà ai blocchi di partenza. Ecco una ragione supplementare per rinviare il «pacchetto» sulla libera circolazione [sigh!] al mittente. A partire da una nuova battaglia sui diritti e le garanzie legali, si tratta invece di avviare una battaglia affinché vengano stabiliti accordi multilaterali, controllati dai salariati e dalle salariate, fra tutti quelli e tutte quelle che, nell'UE dei 25, rifiutano la nuova Costituzione neoliberale europea. 20 Il nuovo muro di SchengenDublino A sinistra, gli adepti socialdemocratici della lotta contro la destra nazionale e xenofoba, sono in flagrante contraddizione, compromettendosi con coloro che hanno concepito gli accordi di Schengen-Dublino! In effetti, nel quadro dei bilaterali, gli accordi di SchengenDublino occupano un posto assai importante. La destra e il padronato non nascondo il loro punto di vista La Federazione degli imprenditori svizzeri spiega come, con gli accordi di Schengen8 e il regolamento di Dublino, la Svizzera non sarà più paese di "secondo asilo" rispetto agli altri paesi europei. In effetti, «oggi in caso di rifiuto dell'UE, [i richiedenti d'asilo] possono infatti sempre deporre una seconda domanda in Svizzera. Si stima che un richiedente su cinque è in questa situazione… Restando al di fuori del "sistema di Dublino", la Svizzera rischierebbe di essere confrontata con un forte aumento del numero delle domande d'asilo provenienti da richiedenti rifiutati in Europa.» (Point de repère, novembre 2004). Come già richiedeva, in modo garbato, nel 1991 un rapporto del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP), questi accordi faranno sì che la Svizzera non abbia più lo statuto di «isola-rifugio» della criminalità (= stranieri) in Europa! Con Schengen-Dublino, le autorità avranno (ufficialmente) accesso al sistema d'informazione Schengen (SIS) e alle impronte digitali dei richiedenti d'asilo, rilevate a partire dal novembre 2003. Esse sono registrate in un'unica banca dati (EURODAC). Con gli accordi di Schengen, i cittadini di ben 126 paesi sono sottomessi all'obbligo di disporre di un visto d'entrata. Il foglio d'informazione di economiesuisse - che fornisce tutta la stampa con le sue «informazioni riservate» - riassume la posta in gioco: questi «nuovi strumenti [SIS e EURODAC] doterebbero la Svizzera di nuovi strumenti di lotta contro la criminalità e gli abusi in materia di asilo.» (N° 47/1, 13 dicembre 2004). Criminali e richiedenti d'asilo sono messi senza remore nello stesso calderone! D'altronde, è una questione di termini: «espatriare» decine di milioni di dollari da un paese povero non è un crimine. È semplice esportazione di capitali verso le «nostre» banche. Per contro, depositare due domande d'asilo, in due paesi distinti, è considerato un delitto. Il richiedente vuole senza dubbio «ingannare» coloro che benevolmente si dimostrano disponibili ad ospitarlo! Schengen e Dublino concretizzano ciò che Hannah Arendt 8 Il 19 gennaio 1990 viene firmata la Convenzione di Schengen, che completa l'accordo di Schengen (concluso nel giugno 1985, in questa città lussemburghese, regione a cavallo di "tre frontiere"). L'entrata in vigore è stata respinta più volte e diventò effettiva solo nel marzo 1995, fra i primi sette paesi firmatari. Questi accordi combinano la "libera circolazione" in seno all'UE con controlli alle frontiere mantenuti in certi paesi, come la Gran Bretagna o l'Irlanda. Contemporaneamente, il visto d'entrata per i paesi europei è oggi obbligatorio per i cittadini provenienti da ben 126 paesi extracomunitari. Per i richiedenti d'asilo, qualsiasi domanda sarà studiata da un solo Stato membro di Schengen. Sarà responsabile del trattamento della pratica lo Stato nel quale già risiede un parente del richiedente d'asilo, in qualità di rifugiato. "L'armonizzazione delle politiche di rinvio" (con i loro diversi dispositivi penale e polizieschi) non ha smesso di progredire. Essa si oppone, sul fondo, alla Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei rifugiati, presentata nel 1950 - risoluzione 429 dell'ONU - poi adottata nel 1951 ed entrata in vigore a partire dal 1954. Questa Convenzione, dopo le tragedie della seconda guerra mondiale, doveva essere uno strumento affinché ogni persona che subisce degli attacchi gravi ai suoi diritti fondamentali possa accedere alla protezione al di fuori del paese di cui ha la nazionalità. Questo principio è più attuale che mai. L'UE lo aggira e spinge tutti i paesi ad omogeneizzare le proprie legislazioni in materia d'asilo "al ribasso", come succede nel settore delle politiche sociali: due strade d'altronde complementari (la prima "fluidifica" certi segmenti del mercato del lavoro e prepara il terreno alla seconda). 21 L’impossibilità di ritrovare una residenza scriveva nella sua opera L'imperialismo: «Ciò che è senza precedenti, non è la perdita della residenza, ma l'impossibilità di ritrovarne una.» La politica dell'UE - e della Svizzera - in materia di asilo si oppone direttamente all'articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, dedicato alla libera circolazione. Essa instaura una differenza di diritti, considerati dal documento come fondamentali, fra due categorie di esseri umani: quelle e quelli che possono andare e venire liberamente e installarsi praticamente ovunque vogliano; quelle e quelli che sono esclusi da questa possibilità. Per tale via è sanzionata una disuguaglianza fondamentale, portatrice di molte ingiustizie. Tutti i giorni, le condizioni di vita e di lavoro dei «richiedenti di asilo» lo dimostrano. Mentre più di un cittadino europeo è sconvolto quando un paese del «terzo mondo»osa richiedergli un semplice visto d'ingresso! Nel marzo del 2003 i ministri dell'UE, riuniti in Grecia, hanno adottato un sistema di «zone di protezione», proposta proveniente dal socialdemocratico Blair. Queste zone hanno una funzione principale: installare campi di raccolta dei potenziali richiedenti d'asilo alle frontiere dell'UE dei 25. Nel febbraio 2003, il Courrier international (settimanale francese) riassumeva sobriamente il progetto di questa politica «umanitaria»: «L'arte di sbarazzarsi dei richiedenti d'asilo». Il PSS e l’USS a proposito di Schengen e Dublino Cosa dichiarano a proposito di Schengen e Dublino i dirigenti del PSS e dell'USS, cioè coloro che distribuiscono l'etichetta di «alleati oggettivi» degli xenofobi ai sostenitori del referendum che si batte «Per una libera circolazione dei salariati accompagnata da veri diritti sociali e sindacali». Il porta parola del PSS, Jean-Philippe Jeannerat, si profila affermando: «Schengen e Dublino sono in testa alle nostre priorità per il 2005, con l'oro della BNS [Banca nazionale svizzera] e l'AVS.» Ecco un dirigente del PS la cui parola è d'oro. Dal canto suo, Monika Dusong, consigliera di Stato socialdemocratica di Neuchâtel, dichiara: «La collaborazione nel quadro di Dublino eviterà la creazione di un' "isola d'asilo" in Svizzera». Essa dice di temere «un'immigrazione crescente e incontrollata.» (La Liberté, 15 ottobre 2004). Il quotidiano vodese 24 Heures si vede obbligato a esprimere il suo stupore davanti a questa campagna che «usa argomenti che flirtano con l'equazione "straniero = malfattore"» (15 ottobre 2004). Davanti a un'ingiustizia tanto evidente, quando il silenzio diventa la regola, si diventa complici. E in questa posizione, si è disposti a rinnegare qualunque cosa. Le «misure di accompagnamento» devono essere analizzate sotto questo angolo di visuale. Al meglio, esse rivelano una vaga buona intenzione; al peggio sono un simulacro rivestito dalla formula di André Daguet della direzione di UNIA: «il minimo indispensabile». Infatti, la virulenza con la quale i vertici d'UNIA trattano di «fondamentalismo» quante e quanti manifestano inquietudine rispetto alle condizioni di lavoro e di vita della maggioranza salariata della popolazione, è rivelatore del loro malessere. Mettersi in combutta con la Federazione degli imprenditori 22 svizzeri per difendere, mano nella mano, gli Accordi di Schengen-Dublino è una scelta che presuppone di avere convinzioni assai malleabili. Tra i lavoratori cresce lo scetticismo. Molti di essi hanno conosciuto, allo stesso tempo, l'arroganza padronale al momento del rinnovi delle convenzioni collettive e le condizioni imposte a salariati precarizzati e sotto ricatto, quali i «clandestini» o i «lavoratori a tempo determinato». La riserva di manodopera precarizzata - le cui condizioni vulnerabili di lavoro diventano gradualmente regole accettate risponde a una «boccata d’ossigeno». L’uso di una riserva di manodopera precarizzata Non la «boccata d’ossigeno» che farebbe sì che decine di migliaia di persone siano in attesa di piombare in Svizzera. Esiste in realtà un'offerta permanente di lavoro da parte di padroni di diversi settori (pulizie, costruzione, ristorazione e alberghi, agricoltura, distribuzione, ecc.), di lavoro «illegale», non «dichiarato», «subappaltato». La selezione di «cervelli qualificati» extra-UE si combina con questa offerta, che si esercita con la tolleranza, di fatto, delle autorità, le cui minacce repressive indeboliscono ancora di più la situazione dei salariati obbligati ad accettare l'inaccettabile. In un prossimo domani, ci sarà un indebolimento dei diritti sociali e sindacali per tutti e una messa in concorrenza dei salariati dell'UE. E questo con una particolarità: il tentativo da parte di certi datori di lavoro di sostituire gli extra-europei con persone provenienti dai paesi nei quali la disoccupazione è inversamente proporzionale al reddito (Romania, Bulgaria,…). Tutto ciò verrà fatto riducendo i «costi salariali» e intensificando i ritmi di lavoro. Schengen-Dublino, gli accordi detti di «libera-circolazione» e le misure di accompagnamento costituiscono un tutt'uno. Questo pacchetto deve essere rifiutato, per aprire la strada a un'altra politica in termini di diritti sindacali e sociali, come anche di diritti dei migranti e dei richiedenti d'asilo. 23 Un'economia senza vie di scampo ; la catastrofe dietro l'angolo? Ogni volta che i «centri di potere economico» e le forze governative vogliono far passare una contro-riforma, dipingono il diavolo sul muro. Decine di migliaia di posti di lavoro rischiano, secondo loro, di sparire se «il popolo sovrano» non segue i severi avvertimenti del padronato e del Consiglio federale. Ci si domanda come mai ci sia ancora disoccupazione in Svizzera, con tutti i posti di lavoro salvati grazie «alle buone decisioni» del popolo sovrano prese sotto l'influenza di una disinformazione melliflua! I fatti comunque parlano da soli. Un'economia fra le più «liberali» e «competitive» Uno studio recente del KOF (organismo di studi economici presso il Politecnico di Zurigo) indica che l'economia svizzera resta in testa per ciò che concerne l'innovazione; davanti alla Germana, alla Svezia e alla Finlandia (NZZ, 20 aprile e 1-2 maggio 2004). Alcune cattive scelte effettuate dalle direzioni dei grandi gruppi industriali o finanziari hanno talvolta indebolito questa posizione di testa (Basler-Zeitung, 30 aprile 2004). L'Ufficio federale delle statistiche (UFS) scrive: «Nel confronto internazionale, la Svizzera si situa nel gruppo di testa dei paesi più innovatori d'Europa.» (23 dicembre 2004). Il declino della redditività del capitale elvetico non è per domani. I capitani dell'economia vogliono semplicemente spingere ancora più lontano il loro vantaggio. Mirano a stabilire quote di «cervelli» ben formati, a spese dei paesi d'origine, che saranno «accolti» in Svizzera. Altrimenti detto, vogliono stimolare l'esodo di cervelli dal Terzo-mondo. Ciò che contribuisce a impoverire le risorse dei paesi della periferia. Gli accordi bilaterali permettono così di ridurre le tasse d'importazione, fra l'altro per i prodotti subappaltati, a prezzi irrisori, in altri paesi9. Inoltre, i nostri «Führer» dell'economia sperano di disporre di un ampio ventaglio di manodopera con un salario ridotto, che sia nell'industria, nei servizi o nella costruzione. Sviluppare la competitività di un'economia capitalista significa organizzare le condizioni ottimali per l'estrazione della ricchezza prodotta dal lavoro associato dei salariati e delle salariate. 9 Si vedano i vantaggi espliciti per gli industriali che fanno delle loro imprese modelli di modernizzazione dello sfruttamento delle «risorse umane»; Patrick Masson del Gruppo Bobst in Point de Repère, N° 24. 24 Rifiutando di vedere e di comprendere questa realtà, la sinistra ufficiale e i sindacati accettano l'unità nazionale fatta a vantaggio dei più forti: le imprese, il cui potere economico, dunque anche politico, non è mai stato così concentrato e potente. Questo allineamento dietro la «nostra» industria, che ristruttura brutalmente, deve servire a giustificare (in nome dei posti di lavoro) il «pacchetto-regalo» offerto al padronato dai sindacati. Accettando le misure d'accompagnamento «al ribasso», evitano di preparare il terreno per un'organizzazione difensiva e unificata dei salariati e delle salariate. Essi lasciano il campo libero alla corsa «alla competitività», dunque all'inasprimento delle condizioni di lavoro sottoposte all'imperativo del profitto privato. Un tale regalo sindacale non dovrebbe essere fatto! Per i propagandisti delle contro-riforme e per il padronato, l'obiettivo di abbassamento dei «costi salariali» avviene su un terreno già preparato e ben curato per il campionato del mondo della competitività. In un rapporto, poco diffuso, il Credito Svizzero (Economic Briefing 2004) espone tutti i vantaggi già esistenti a favore del grande padronato elvetico. Un lavoro ben sfruttato e il silenzio imposto sul posto di lavoro I datori di lavoro rendono pubblici i confronti internazionali riguardanti i «costi salariali» per tentare di dimostrare che questi ultimi sono «troppo elevati». Questo modo di procedere non ha senso. È come se mettessimo i piedi di una persona in un forno, la testa in un frigorifero e piazzassimo il termometro nell'ombelico al fine di stabilirne la temperatura. Il reddito di equivalenza (cfr. più sopra) dà un'immagine socialmente ben più realista della situazione. Due processi salariali si sono sviluppati in questi ultimi anni: una stagnazione o un arretramento dei salari nell'industria e nei servizi per la grande maggioranza dei «collaboratori» e un aumento dei salari per gli alti quadri del terziario (servizi). Tutto ciò ha approfondito il fossato fra questi quadri e la maggior parte dei salariati. Da questo punto di vista, le medie salariali risultano essere ancora più sfalsate. Ora, è precisamente per frenare l'aumento dei salari dei quadri medi che il padronato vuole imporre una manodopera qualificata in provenienza dall'UE dei 25 e anche una piccola quota di specialisti provenienti dalle zone extra-UE. Allo stesso tempo, i proprietari dell'economia continueranno ad aumentare la pressione sugli altri salari, già bassi, grazie alla concorrenza organizzata a livello dell'UE e ricorrendo alla disoccupazione. Infine, questi strumenti camuffano i redditi effettivi di molte donne obbligate a effettuare un lavoro a tempo parziale, con un salario miserabile e un orario di lavoro che supera il tempo contrattuale. Questo tipo di situazione concerne anche un numero crescente di lavoratori con più di 50 anni d'età. Non trovano, spesso, che questo genere di lavori… molto redditizi per il padrone, tanto più che questi salariati dispongono di una grande esperienza, che può essere valorizzata a vantaggio del datore di lavoro, pur dando l'impressione di fornire un aiuto quasi umanitario. Dunque i salari elevati in Svizzera - confrontati a quelli di certi paesi dell'UE (i concorrenti «contro i quali bisognerebbe combattere uniti, padroni e salariati»!) - sono sempre di più un mito nutrito dalla propaganda e dai luoghi comuni dei giornali. E ciò è tanto più vero tenendo conto del fatto che i calcoli comparativi effettuati integrano per la Svizzera forme di contributi sociali tipo il «secondo pilastro»10 (casse pensioni) e non tengono conto del costo per i lavoratori dei premi dell'assicurazione malattia. 10 Il secondo pilastro è costituito essenzialmente di casse pensioni e funziona sulla base della capitalizzazione (il salariato riceverà quanto il capitale accumulato è supposto rapportare). Ma sempre meno, una rendita fissata in anticipo gli è poi garantita. In questo modo, il primato dei contributi rimpiazza, a grande velocità, il primato delle prestazioni fissate sulla base della rendita in percento di una media salariale. La rendita dipenderà dall'evoluzione aleatoria della Borsa e dal profilo, pure aleatorio, della "carriera professionale"… dell'operaio, della venditrice, dell'infermeria o del funzionario diventato semplice salariato, minacciati dalla disoccupazione! Per un certo tempo ancora, un alto quadro con un salario superiore a 774'000 franchi annui potrà contribuire senza limiti alla sua cassa pensione. Il datore di lavoro contribuisce con la stessa somma o più. Esaminiamo le conseguenze di questa pratica sulla base di qualche cifra. Innanzi tutto, nei calcoli dei costi salariali, in cui sono inclusi i contributi al II° pilastro, questo tipo di "contributi" fa esplodere verso l'alto la media. In seguito, questi contributi al II° pilastro - la cui iniquità non è più da dimostrare - accrescono considerevolmente la somma delle pretese spese sociali in Svizzera, mentre queste somme servono, largamente, a foraggiare i fondi gestiti dalle banche e le assicurazioni, con i profitti che ne derivano. 25 Un vero arcipelago salariale Esiste un vero arcipelago salariale: ogni ramo economico e quasi ogni impresa fissa i suoi salari. Non ci sono vere norme salariali su scala nazionale. Regna dunque una forte frammentazione del sistema salariale. In una stessa impresa, in seno allo stesso atelier, i salari a lavoro equivalente sono differenti, non solo fra uomini e donne. Questo facilita la messa in concorrenza dei salariati e delle salariate. Il silenzio sul salario è presentato dal padronato come un obbligo di confidenza. Immaginiamo ciò che succederà quando la concorrenza fra lavoratori e lavoratrici sarà ancora maggiore, con una «libera circolazione» sprovvista di regole salariali e di diritti sindacali protetti. Immaginiamo le divisioni, gli scontri che ciò può suscitare in un'impresa. Questa disunione porterà vantaggi solo ai datori di lavoro che già la usano. Inoltre, all'opposizione oggi costruita ad hoc fra «giovani» e «anziani», si aggiungeranno gli antagonismi fra salariati di diverse origini. L'arcipelago salariale - accettato da molto tempo da diversi sindacati, fra gli altri la FLMO, i cui dirigenti dispongono di un peso decisivo in UNIA - è fonte di conflitti fra i salariati e, in ultima istanza, fonte di xenofobia. La durata del lavoro in Svizzera è la più lunga in Europa Certo le direttive della Commissione europea prevedono un allungamento del tempo di lavoro, ciò che è sintomatico del tentativo di livellare verso il basso le condizione di lavoro in tutto l'UE. In realtà, la Svizzera giunge appena dietro… la Lituania e la Lettonia! Questi paesi sono posti rispettivamente al 41 e al 50° rango nella classifica internazionale secondo «l'indicatore dello sviluppo umano» (ISU) del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUS). I11 Il costo salariale unitario è il salario totale diviso per la quantità prodotta. La sua evoluzione dipende da quella del salario e della produttività; la produttività è il rapporto fra il volume della produzione e il volume del lavoro, tenendo conto del tempo di lavoro e della sua intensità. Un lavoro molto intenso e lungo, con una produttività elevata, implica che la parte dei salari in ogni unità prodotta è la minore possibile. Ecco il solo «costo salariale» che interessa veramente i datori di lavoro, poiché determina buona parte dei loro profitti. Non è solo il totale delle ore che importa loro. È questo totale ma in relazione con la quantità di ciò che è prodotto in un dato lasso di tempo (costo salariale unitario e produttività)11. Su questo terreno, le imprese svizzere sono nel plotone di testa. Tanto più che esse operano in settori molto specializzati, cioè in nicchie del mercato mondiale. E a questo livello, è la competitività qualità/specializzazione a essere decisiva: tipo e qualità dei prodotti, tempi di consegna, presa a carico della manutenzione, sviluppo continuo del prodotto, ecc. La competitività in termini di prezzo di vendita più basso non è prioritario per gran parte dell'industria svizzera. E quando il problema si pone, le imprese usano i loro investimenti all'estero (le loro filiali in altri paesi) o il subappalto nazionale e internazionale per abbassare il prezzo di costo di un dato pezzo o di prodotti intermediari (che compongono il prodotto finito). Dunque, le geremiadi del grande padronato, che non smetteremo di sentire durante il voto sui bilaterali, hanno una funzione economica e politica: a) stimolare l'unità nazionale e cooptare le direzioni sindacali così come quella del PSS in questa operazione di falsificazione; altrettanto fraudolente delle promesse fatte dalla destra sul II° pilastro nel 1972 e che avevano ricevuto l'appoggio delle direzioni sindacali e del 26 PSS; il bilancio che se ne può fare dimostra l'enormità della menzogna; b) mantenere i loro profitti e poter distribuire più dividendi agli azionisti. La popolazione attiva, fra i 15 e i 64 anni, raggiunge un tasso di occupazione di quasi l'80%, mentre la media in Europa si aggira a circa il 65%. La Conferenza di Lisbona dell'UE, nel 2000, fissava l'obiettivo, a medio termine, di arrivare a un tasso di occupazione del 70%, ciò che implica una riduzione del tasso di disoccupazione! La politica della «libera circolazione» - circolare liberamente per un salario - impone di disporre di un'occupazione. Ciò contribuirà ancora a elevare il tasso di occupazione in Svizzera. Un tasso di occupazione elevato costituisce un importante vantaggio per il padronato. Quest'ultimo lo usa per ridurre tutto ciò che riguarda le spese sociali (salario sociale, in realtà) invocando la necessità di occupare gli invalidi o di fare lavorare più a lungo (fino a 67 anni) persone che vengono licenziate a 58 anni! Il finanziere Tito Tettamanti, che pesa almeno 200 milioni di franchi - e controlla il 26,2% dell'Holding SIG e il 13,1% di Ascom - osa affermare che «col tempo si è venuta a formare una società dei diritti senza doveri, dove tutto è dovuto.» (Corriere del Ticino, 1° febbraio 2005). Così, i 553'000 poveri che vivono in Svizzera, di cui più di 230'000 bambini, hanno l'impressione che tutto è loro dovuto. I lavoratori della Saurer che hanno vissuto i licenziamenti decisi da Tito Tettamanti devono pure pensare che tutto è loro dovuto! L'obbligo di accettare un «lavoro conveniente» per i disoccupati si iscrive in questa prospettiva neo-conservatrice. Mettere al lavoro una parte di persone attualmente all'AI - come prevede Couchepin - risponde a sua volta a questa esigenza padronale. Più grande sarà il numero di persone salariate che lavorano a lungo (durante un anno e su una vita), più la massa del lavoro non pagato ai salariati e alle salariate sarà voluminosa. Quest'ultima è effettivamente fatta propria dal Capitale, sotto forma di plusvalore e profitti13.. È questo che vogliono le direzioni del PSS e dell'USS con la loro ossessione di essere gli apostoli della competitività svizzera (Standort Schweiz)? Stiamo assistendo ad azioni massicce di propaganda e a vere e proprie guerre pubblicitarie intorno ad «esplosivi» cali dei prezzi per effetto della concorrenza tra grandi distributori (Coop, Migros, Denner) e nuovi grossi centri commerciali come i tedeschi Lidl e Aldi. (Val la pena di ricordare che il proprietario di Aldi fa parte anche del Consiglio d'amministrazione del gruppo finanziario inglese Bunzl, che possiede tra l'altro la fabbrica Filtrona di Renens e che l'ha ristrutturata prima di chiuderla). Il tasso di occupazione12 più elevato d'Europa 12 La popolazione attiva è composta di persone che esercitano un'attività remunerata. Si tratta della popolazione attiva occupata (tasso di occupazione). Per completare la definizione di popolazione attiva, è necessario aggiungere quelli e quelle che ricercano un impiego (disoccupati). La popolazione inattiva è composta di persone che non hanno un lavoro e che non lo cercano. Questa definizione pone tuttavia dei problemi. In effetti, davanti alla crescita della disoccupazione, donne che lavorano a tempo parziale possono rinunciare a cercare un impiego, pensando che le loro possibilità di trovarne uno sono troppo piccole. Alcuni studenti, davanti all'incertezza di trovare un impiego a causa della disoccupazione, possono "decidere" di prolungare i loro studi e di essere sostenuti dalle loro famiglia, anche se quest'ultima è confrontata a difficoltà materiali. Non si può dire che sono veramente dei membri della popolazione inattiva. 13 Una parte del lavoro compiuto non è pagata dal padrone. In cambio di un salario, il lavoratore vende la sua forza-lavoro. La caratteristica particolare di questa merce pagata al suo prezzo, sottoforma di salario consiste nel produrre più valore (plusvalore) rispetto al suo proprio valore. Il valore della forza-lavoro è costituito dall'insieme delle spese necessarie per la sua produzione e la sua riproduzione (alimentazione, alloggio, formazione, educazione dei bambini, salute, ecc.). Questo valore dipende dallo standard di vita esistente in ogni paese a un momento dato. Vi è attualmente una tendenza a livellare questo standard in seno all'UE dei 25. La concorrenza fra salariati e salariate è uno strumento utile a questo livellamento. La farsa del calo dei prezzi C'è tutto un settore delle élites dirigenti che vuol farci credere che l'obiettivo prioritario è l'abbassamento dei prezzi al consumo «incredibilmente alti». Dietro questo ragionamento si nascondono tre trappole. La prima - nella quale è cascato anche il presidente del PS Hans-Jürg Fehr - consiste nell'idea secondo la quale si 27 potrebbero anche ridurre i salari se, parallelamente, si riducessero i prezzi al consumo (colloquio con Hans-Jürg Fehr in Finanz und Wirtschaft, 15 dicembre 2004). Hans-Jürg Fehr pensa forse che i grandi gruppi oligopolistici che dominano il mercato non siano in grado di controllare (anche in situazione di concorrenza) il calo del prezzo dei prodotti ? E poi, il calo strombazzato del prezzo di certi prodotti è compensato dal rialzo di quello di altri su cui l'attenzione è meno concentrata. H.-J. Fehr crede davvero che i sindacati dispongano di una posizione monopolistica tale da garantire un effettivo parallelismo tra un'eventuale riduzione dei prezzi e quella dei salari ? È una farsa: i sindacati non riescono neppure a fissare un minimo salariale in un qualsiasi ramo d'attività! E pensare che la propaganda padronale ha il coraggio di parlare di «posizione monopolistica» dei sindacati: non esistono proprio limiti alla malafede! La seconda si nasconde dietro una nozione furbesca della qualità dei prodotti: da una parte ci sarà una massa di beni di consumo a basso prezzo, ma di qualità infima per i salariati; dall'altra, invece, beni di consumo più diversificati e di qualità superiore, ma più costosi. Si sta costruendo un doppio standard di consumo, molto più marcato di quello attuale, che viene a sovrapporsi alle disuguaglianze sempre più brutali di reddito, ormai consuete. La terza poi è talmente grande che non si potrebbe non vederla, se solo si volesse guardare in faccia la realtà. La gran parte del reddito dei salariati non va nell'acquisto di beni di consumo, ma viene utilizzata per pagare l'affitto, i premi della cassa-malati, le crescenti spese per la scuola e per i trasporti, le case per anziani, gli interessi da usuraio per il piccolo credito al quale sono sempre più costretti a ricorrere,… In queste condizioni, quale cambiamento significativo potrebbe portare una leggera diminuzione del prezzo dello zucchero o della pasta ? E cosa significherebbe, invece, una diminuzione del salario? In realtà, questo ragionamento serve soltanto a mettere in atto due operazioni ben precise: a) giustificare il blocco dei salari con la scusa che i prezzi al consumo non crescono più; b) rendere ancora più difficile la situazione dei settori semi-artigianali e della piccola distribuzione (garages, negozietti, ecc.) che saranno costretti a ridurre i loro redditi e i salari del loro impiegato e che finiranno per ingrossare i ranghi dei disoccupati e delle disoccupate in caso di fallimento. E non parliamo poi dei salari delle commesse dei grandi distributori: già adesso il salario delle commesse di Carrefour, a Ginevra per esempio, sono uguali, se non inferiori, a quelli di Carrefour-Francia ! Questa è la farsa della riduzione parallela dei prezzi e dei salari di cui talune personalità della sinistra si fanno i cantori. Sembra incredibile, eppure…! Uno choc concorrenziale brutale Proviamo a mettere a confronto i costi salariali esistenti nel settore manifatturiero dei dieci nuovi paesi UE e quelli dell'UE a 15. Secondo l'Ufficio internazionale del lavoro (BIT): «nel corso degli ultimi anni '90, in media, essi [i costi salariali] rappresentavano meno del 10% dei costi salariali del paese dell'UE nel quale tali costi erano i più elevati, cioè la Germania» (in Revue Internationale du Travail, vol. 142, 2003, N° 1, p. 9). Certo, il capitalismo svizzero è avvantaggiato, per rapporto 28 alla Germania, in termini di costi salariali. Ciò nonostante, queste cifre danno un'idea ben chiara dello choc concorrenziale che sta sopraggiungendo; anche se è possibile che, nei nuovi paesi entranti, i salari possano leggermente aumentare. Questo choc concorrenziale sarà utilizzato dalle grandi aziende in due modi diversi. Da una parte, incrementando gli investimenti in questi nuovi paesi UE (IDE); dall'altra, attirando mano d'opera in Svizzera senza l'introduzione, in seno all'UE a 25, di una qualsiasi regolazione verso l'alto delle norme sociali (minimi sociali, minimi salariali) e senza l'instaurazione in Svizzera di diritti sociali e vincoli legali accresciuti (cioè di serie misure d'accompagnamento). In questo modo, la politica di flessibilizzazione del lavoro e di austerità si va rafforzando. Abbiamo un esempio sotto gli occhi, quello dell'Austria. La diminuzione della parte dei salari all'interno del Reddito Nazionale austriaco mostra bene gli effetti di questa doppia politica (vedi grafico annesso). In Svizzera, l'offensiva del Capitale sarà dello stesso genere. L'influente settimanale di centro-molto destra, Die Weltwoche (N° 51, 2004), consacra un articolo illuminante a questo tema, che si può così riassumere: bisogna lasciar fare il suo corso alla «liberalizzazione» del mercato perché questa faciliterà la realizzazione di quelle «riforme strutturali» di cui necessita l'economia svizzera: liquidare le ultime barriere contrattuali un po' serie. Dice così ad alta voce quello che importanti settori del padronato desiderano, ma che tatticamente non osano ancora proclamare. In verità, qualcuno di questi settori già comincia a farlo, come in quello dell'edilizia, a proposito del rinnovo della convenzione collettiva. E la Weltwoche spara: «Salari più bassi non possono che far del bene all'economia nazionale - prima si affossano le strutture superate e meglio sarà per la nostra crescita». È la mitologia neoconservatrice allo stato puro; la volontà del Capitale allo stato puro. Il risultato è già anticipato: il dumping sociale e salariale sarà aggravato. La forza del franco svizzero, così come quella dell'euro, nei confronti del dollaro sarà utilizzata come «argomento» per esigere «ragionevoli» sacrifici allo scopo di sostenere la «nostra» industria d'esportazione. Anche se la maggior parte delle esportazioni svizzere vanno in direzione dell'UE, uno spazio economico con il quale il rapporto tra le divise (franco svizzero ed euro) è stabile. E anche se il dollaro basso permette alle ditte stabilite in Svizzera di acquistare materie prime (petrolio e prodotti derivati, p. es.) e pure prodotti lavorati e semi-lavorati provenienti dall'Asia e a prezzi stabiliti in dollari e quindi molto vantaggiosi a causa della diminuzione del valore del dollaro per rapporto al franco svizzero. Occorre dirlo e ripeterlo. Il Capitale ha bisogno di legittimare una diminuzione generale dei «costi salariali». Perché ? Per aumentare il tasso di profitto. Cerca di approfittare dell'occasione che gli è offerta dall'arrivo sul mercato mondiale di regioni in cui le condizioni di estrazione di plusvalore sono superiori. Regioni, cioè, in cui le condizioni di sfruttamento della forza-lavoro (salari, tempo di lavoro, sicurezza sociale, diritti sindacali, ecc.) sono «migliori»… per il Capitale. Così, il Capitale - cioè i capitali (aziende, ecc) che costituiscono la sua esistenza concreta - cerca di mettere in 29 concorrenza tra loro i lavoratori in tutto il mondo. Gli Accordi bilaterali di «libera circolazione» stipulati tra la Svizzera e l'UE a 25, abbelliti con misure d'accompagnamento di impatto scarso o nullo, fanno parte di questo progetto. È questo progetto che occorre combattere, rifiutando, tra l'altro, il «pacchetto» che verrà sottoposto al voto nel prossimo mese di settembre. 30 Misure d'accompagnamento di impatto scarso o nullo. Il prezzo lo pagheranno i lavoratori Non si può dibattere seriamente sulla pertinenza del sostegno a questo «minimo indispensabile» (come dice André Daguet), costituito - si dice - dalle misure d'accompagnamento, senza precisare innanzitutto un punto essenziale: la debolezza dei diritti sindacali in Svizzera. L'Ufficio internazionale del Lavoro (BIT), attraverso vari studi approfonditi, mostra che la Svizzera, dal punto di vista della sicurezza dei rappresentanti sindacali, del diritto alla libera espressione sul posto di lavoro, così come della protezione contro i licenziamenti è decisamente mal piazzata all'interno della classifica internazionale. Sulla base di un insieme di criteri relativi ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sul posto di lavoro, si trova al 25° posto, ben lontana da paesi come la Svezia, la Danimarca, la Finlandia, la Francia, la Norvegia, la Germania, l'Olanda, la Gran Bretagna. In altri termini, la Svizzera si caratterizza per una forte insicurezza sul posto di lavoro che è all'origine di uno stress, di una paura interiorizzata che è proprio il mezzo con cui il padronato modella la «pasta» operaia secondo i suoi desideri (vedi Revue Internationale du Travail, vol. 142, 2003, N° 2). In 24a posizione. Chi? La Svizzera Uno studio recentemente pubblicato dal Wall Street Journal e dalla conservatorissima Heritage Foundation - intitolato «Indice della libertà economica 2005» - piazza la Svizzera al 12° posto a fianco degli Stati uniti, appena dopo alcuni paesi recentemente «liberalizzati» a colpi d'ascia, in una graduatoria relativa alle «libertà» d'azione del capitale. I criteri considerati vanno dalla limitazione delle politiche sociali, alla politica fiscale in favore dei ricchi e del capitale, alla flessibilità del mercato del lavoro. Uno studio che viene a confermare altre inchieste fatte nel 1999, che mostravano che il basso costo dei licenziamenti e la facilità di effettuarli erano uno dei vantaggi-chiave dei padroni svizzeri nei confronti dei loro «concorrenti». In altri termini: le condizioni di sicurezza dell'impiego sono già ora molto precarie in Svizzera e questo si conferma ad ogni cambiamento della congiuntura. Il licenziamento diventa una "variabile d'aggiustamento" sempre più utilizzata a corto termine (aggiustare gli effettivi di salariati e salariate a una domanda volatile). Il Comitato per la libertà sindacale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT), a seguito di una querela presentata dall'Unione sindacale svizzera (USS), ha stabilito che la Svizzera viola il diritto internazionale in quanto non protegge sufficientemente la libertà sindacale. Secondo i principi del- L'Ufficio internazionale del Lavoro (BIT) condanna la Svizzera e l'OCSE la mette al passo 31 l'OIT (Convenzione 98, che fa parte dei Principi e diritti fondamentali al lavoro), solo la possibilità di annullare i licenziamenti antisindacali è in grado di garantire la libertà sindacale. Questa possibilità in Svizzera non esiste. Ha fatto scalpore in Francia, nel luglio 2004, la reintegrazione d'un delegato sindacale nell'attività che svolgeva presso un ristorante parigino (il Café Ruc, nei pressi della Comédie Française): «Mi fa fremere di gioia, raccontava tutta emozionata una giovane impiegata d'un'impresa di pulizie che era venuta ad assistere alla ripresa del lavoro da parte del giovane delegato della CGT, reintegrato per decisione della Corte d'appello di Parigi» (L'Humanité, 30 luglio 2004). Vittorie di questo genere possono avere un effetto-valanga e questo è molto importante nell'azione sindacale. L'OCSE (Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico), ben nota per il suo orientamento neoconservatore (è la stessa organizzazione che aveva elaborato il celebre AMI l'Accordo multilaterale sugli investimenti) ha lei pure condannato, alla sua maniera, la Svizzera. Il 1° febbraio 2005, il SECO (Segretariato di Stato dell'economia) ha dovuto pubblicare le «raccomandazioni dell'OCSE». Il gruppo di lavoro dell'OCSE esige che la Svizzera proceda ad «esaminare i mezzi per assicurare una protezione effettiva delle persone che collaborano con la giustizia, in particolare dei lavoratori che rivelano in buona fede fatti sospetti di corruzione, in modo da incoraggiare queste persone a segnalarli senza timore di rappresaglia di licenziamento». Non è che l'OCSE si occupi particolarmente di diritti del lavoro. Però è ben cosciente del fatto che il silenzio così imposto - soprattutto nel settore bancario, ma anche in quelle ditte che stipulano contratti con vari paesi - impedisce alle persone di comunicare alla giustizia i casi di corruzione di cui sono a conoscenza e che se lo facessero senza nessuna protezione giuridica rischierebbero di perdere il posto di lavoro. Ciò comprometterebbe il loro «avvenire economico» perché queste persone finirebbero poi sulla lista nera. Con l'accordo di Schengen/Dublino, la Svizzera dichiara di voler combattere la grande criminalità ! Ma in materia di libertà sindacale il Consiglio Federale nasconde la testa sotto la sabbia. Dice di voler combattere i criminali, ma incoraggia l'omertà di fronte ad atti delittuosi e passibili di esserlo e combatte solo i richiedenti d'asilo. L'ipocrisia istituzionale arriva perfino a fare dell'omissione una piccola menzogna governativa: il SECO, nel suo comunicato-stampa, evita di parlare di questa raccomandazione dell'OCSE, cercando di dissimularla dietro la formuletta «in particolare». La menzogna per omissione è pratica corrente e Couchepin, buon conoscitore degli apparati della Chiesa cattolica vallesana, lo sa molto bene. C'è un parallelismo evidente tra l'assenza di protezione per i delegati sindacali e dei sindacalisti nelle aziende da una parte e le misure repressive prese contro coloro che possono denunciare gli atti di corruzione commessi da una ditta per ottenere dei mercati o per fare operazioni finanziarie sospette, dall'altra. Un Congresso...rinnegato 32 Le direzioni dell'USS e di UNIA se ne infischiano delle decisioni prese all'unanimità dalla più alta istanza sindacale: il Congresso. Nell'ottobre 2002, il Congresso dell'U- nione sindacale svizzera (USS) riaffermava la necessità della protezione contro i licenziamenti. Ne faceva addirittura, a giusto titolo, «la pietra angolare del miglioramento della protezione delle lavoratrici e dei lavoratori in questo paese». Per evitare formule astratte, il Congresso faceva propria l'enunciazione seguente: «È indegno e intollerabile che una persona possa essere licenziata, senza un colloquio né un preavviso, dopo 25 anni di lavoro, perché ha subito due operazioni a una spalla !...È inaccettabile che una lavoratrice o un lavoratore possa essere licenziato con un pretesto qualsiasi. Ogni licenziamento che non sia fondato su un motivo giustificato deve poter essere annullato». Anche il BIT, pur con mille precauzioni nel linguaggio dovute alla sua struttura tripartita (sindacati, imprenditori, Stato), adotta in sostanza questo punto di vista in materia di misure antisindacali. Nel novembre 2003, l'USS scriveva: «Adattamento del diritto del lavoro:…occorre rinforzare la protezione contro i licenziamenti delle/dei rappresentanti sindacali elette/i delle lavoratrici e dei lavoratori, perché le commissioni tripartite dipenderanno dalle indicazioni che forniranno loro le/i rappresentanti del personale. Ma finché i membri delle commissioni d'azienda saranno così mal protetti contro i licenziamenti non si può credere realisticamente nell'efficacia dei controlli sulle condizioni di lavoro». Com'è possibile che il movimento sindacale (USS, Travail Suisse) non abbia saputo utilizzare la congiuntura delle negoziazioni bilaterali sulla libera circolazione per imporre queste rivendicazioni elementari che sono parte costitutiva dei diritti fondamentali della persona umana? Com'è possibile che i dirigenti sindacali non abbiano saputo fare di tali rivendicazioni, con tutte le necessarie modalità d'applicazione, una condizione sine qua non per il loro appoggio alla libera circolazione? Hanno accettato di separare ciò che la Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo unisce; perché si tratta di diritti fondamentali che non possono essere tagliati a fette. Il diritto a una circolazione di salariate e di salariati non può esistere di fatto se non associata ai loro diritti sindacali e sociali. E, quel che è peggio, proprio quando si riconosce unanimemente che questa «libera» circolazione viene introdotta in un periodo caratterizzato non solo dalla disoccupazione persistente, ma anche da attacchi ben determinati ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori14. Ogni giorno i sindacati e la stampa denunciano casi di dumping sociale e sindacale. Il Corriere del Ticino (2 febbraio 2005) riporta le affermazioni di UNIA in occasione dell’ organizzazione di un movimento di protesta davanti a una fabbrica d'orologi: «questo settore nel Ticino sta diventando la terra di nessuno, dove ogni abuso diventa lecito.» E il quotidiano continua: «i salari orari inferiori a 12 franchi sono le regola, gli orari di lavoro giornalieri superano il tetto delle 8 ore, la tredicesima mensilità spesso non è pagata, gli abusi colpiscono lavoratori frontalieri e distaccati provenienti da quasi tutti i paesi dell'Unione europea.» 14 IIl dibattito che si sta svolgendo in Francia sulla direttiva della Commissione europea sui Servizi nel mercato interno - nota come Direttiva Bolkestein - pone in parte il problema dibattuto in Svizzera. Lo choc è stato tale che lo stesso governo francese e il presidente Chirac, tanto ammirato da Couchepin, hanno dovuto esprimere il loro disaccordo nei confronti di quella direttiva. La direttiva Bolkestein mira a liberalizzare i servizi. Più concretamente, secondo questa direttiva, è sufficiente che un lavoratore «distaccato» (inviato cioè, p. es., da un'impresa polacca a lavorare in Francia) «rispetti» la regolamentazione del suo paese d'origine (p. es. la Polonia) perché possa vendere i suoi «servizi» nel paese destinatario (p.es. la Francia). Se ci dovessero essere contestazioni, è il paese d'origine (p. es. la Polonia) che deve verificare se i «suoi» lavoratori distaccati (p. es. in Francia) sono sottomessi correttamente al diritto locale (cioè quello francese)! Anche se le autorità del paese destinatario dei «servizi» (p. es. la Francia) può effettuare un controllo inopinato (ciò che non è il caso in Svizzera). Il quotidiano francese Le Monde (3 febbraio 2005) scrive: «Il blocco organizzato dai sindacati svedesi su un cantiere scolastico, commissionato a un'impresa lettone nella grande periferia di Stoccolma, s'è allargato ad altri otto rami professionali nel corso delle ultime settimane. Dal 2 novembre 2004, i sindacati protestano in questo modo contro il rifiuto della società lettone Laval&Partneri di adottare gli accordi collettivi in vigore in Svezia e l'accusano di dumping sociale. La Commissione europea ha ricevuto una querela presentata dal governo lettone per attacco alla libera circolazione dei servizi in seno all'Unione. La decisione di Bruxelles dovrebbe pervenire nelle prossime settimane. Da parte sua, il tribunale svedese del lavoro, nel suo giudizio preliminare, ha dato ragione ai sindacati. Il cantiere ha cessato di funzionare, suscitando la minaccia, da parte della municipalità interessata, di affidare i lavori a un'altra impresa.» Inoltre, «le indennità e supplementi dovuti [ai lavoratori] e non riconosciuti ad un lavoratore collocato da agenzie interinali hanno sfiorato anche il 25% del salario.» Il rappresentante di UNIA dichiara: «Quanto al subappalto, questo è purtroppo il 33 futuro in numerosi settori.» Esempi identici sono stati diffusi a più riprese anche dalla stampa svizzero-tedesca, informata spesso da responsabili sindacali come Vasco Pedrina, che conosce bene la situazione zurighese. Su questo piano, tanto in Ticino quanto a Zurigo, il deterioramento delle condizioni è analogo e il copresidente di UNIA è ben piazzato per saperlo. L'argomento secondo il quale misure più vincolanti stimolerebbero l'arrivo di clandestini rammenta la storia di quel giocoliere che finisce per tirarsi la boccia sui piedi. Innanzitutto, già gli accordi di Schengen/Dublino sono una fabbrica di «clandestini», «illegali». Un referendum di sinistra sarebbe stato necessario e l'abbiamo detto chiaramente. Inoltre, la logica che sorregge questo argomento è la seguente: occorre deregolamentare e livellare verso il basso i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici affinché possano funzionare «l'offerta» e «la domanda»«pure» su un mercato del lavoro fluido. È lo stesso ragionamento degli economisti neoclassici che affermano che quelli che occupano un posto di lavoro impediscono ad altri, pronti a lavorare a un salario inferiore, di prenderlo. Infine, per quel che concerne le condizioni dei lavoratori immigrati che lavorano in Svizzera non cambierà niente sul piano giuridico con un rifiuto di queste «misure d'accompagnamento». Anzi, se queste vengono accettate così come sono attualmente stabilite, pagheranno a caro prezzo la deregolamentazione (o piuttosto la regolamentazione liberalizzata al massimo) del mercato del lavoro. Per lottare contro queste pratiche antisindacali Per lottare contro queste pratiche, è indispensabile almeno una condizione: assicurare a coloro che le denunciano una protezione contro i licenziamenti. Le salariate e i salariati sono le fonti più informate su queste pratiche padronali, che continueranno ad estendersi nei prossimi anni. Le misure d'accompagnamento si appoggiano ampiamente sui CCL (contratti collettivi di lavoro). Per concretizzarsi, esse devono poter contare sull'appoggio delle lavoratici e dei lavoratori nelle imprese, negli uffici, ecc. Già fabbricate al ribasso, queste misure d'accompagnamento saranno ridotte a carta straccia dal contesto sociale, economico e politico se non sono corredate di garanzie di protezione contro i licenziamenti. Il Consiglio federale gioca a fare il galantuomo di fronte alle rimostranze del BIT e dell'OCSE. Ha proposto una commissione di studio che, in un primo tempo, dovrà decidere se occorre o no modificare la legislazione svizzera per rispondere alle raccomandazioni del BIT. È molto probabile che le autorità concludano che non è poi così necessario. Nel frattempo anche i dirigenti dell'USS saranno magari stati generosamente cooptati in qualche commissione. E mentre queste belle riunioni vanno avanti e avanti, gli orologi macinano tempo: tempo di vita, e di vita dura, per i lavoratori. Evidentemente il tempo dei commissari e dei dirigenti sindacali non è misurato con gli stessi strumenti con cui si misura il tempo sui cantieri e nelle fabbriche. Poi, nel migliore dei casi, il Consiglio federale farà una proposta al Parlamento che sarà normalmente rifiutata dalla destra che ha votato le «misure d'accompagnamento». 34 Nel frattempo il «sovrano è stato fregato»… Dopo una consultazione tirata per le lunghe, la conclusione sarà che «lenti progressi sono in corso». Un qualche congresso sindacale partorirà una risoluzione volta ad accelerare questi progressi tanto vicini da sembrare miraggi sahariani. Sono due mondi diversi, che non possono trovare un punto d'incontro: quello delle commissioni parlamentari o extraparlamentari e quello delle commissioni d'azienda quando queste ultime hanno la possibilità d'agire sia perché non temono più di quel tanto la repressione, sia perché la situazione è diventata insostenibile (come a Swissmetal o a Filtrona). Ignorare le decisioni del proprio Congresso e presentare un piatto di lenticchie come fosse l'arrosto della domenica significano inganno e non-rispetto delle decisioni democratiche della più alta istanza del sindacato. Rinunciare a fare della protezione contro i licenziamenti dei sindacalisti e dei lavoratori una condizione imperativa e irrinunciabile per l'accettazione di un qualsiasi accordo sulla libera circolazione delle persone è un vero e proprio rinnegamento che viene a coronare un percorso di concessioni e di abbandoni di lunga durata. Rifiutare il «pacchetto» in votazione a settembre vuol dire quindi difendere la dignità e lo spirito di un sindacalismo che vuol tradurre in realtà i bisogni più fondamentali delle salariate e dei salariati. 35 Misure di accompagnamento: la loro inefficacia è ammessa, ma queste vengono comunque difese dai sindacati insieme al padronato che se ne infischia dei contratti collettivi di lavoro Le prime misure d'accompagnamento Le prime misure d'accompagnamento, votate nel 1999 con i Bilaterali I ed entrate in vigore nel 2004, si sono subito dimostrate inefficaci. Non è stato necessario aspettare il giugno 2004 per vedere un'importazione di lavoratori a «buon mercato» che, col tempo, stabilissero dei riferimenti «accettabili» per nuovi salariati e salariate poco informati e comunque costretti a emigrare a causa della pressione della disoccupazione o di salari miserabili nel loro paese. Ora, prima del giugno 2004, esistevano ancora «controlli» basati sulla regolamentazione dell'OLS (Ordinanza sulla limitazione degli stranieri). Da nessun punto di vista questa rappresentava una misura ideale, proprio perché era in fondo un ingranaggio di quel meccanismo che legava insieme controllo e xenofobia. Ma per molti lavoratori - compresi frontalieri e temporanei impiegati da ditte svizzere - questi controlli rappresentavano una specie di «protezione». La ragione era semplice: l'assenza, sulla maggior parte dei luoghi di lavoro in Svizzera, di una presenza sindacale faceva di questi «controlli» una specie di assicurazione. Certo, e lo sapevano bene, non era un diritto conquistato dalle lavoratrici e dai lavoratori grazie all'instaurazione di un rapporto di forza favorevole, di una capacità collettiva di far rispettare la loro dignità sul posto di lavoro. Anche per questo tali «controlli» potevano essere, e erano, facilmente aggirati. Era possibile, p. es., dichiarare un salario minimo alle autorità e versarne un altro, ovviamente più basso, al salariato che ignorava la norma sindacale. Era possibile anche non indicare la qualifica esatta della persona impiegata, così da poter indicare un salario nettamente inferiore a quello stabilito per quelle qualifiche e pagare al ribasso il salariato in questione. Per di più, per un salariato inviato da un'agenzia di lavoro temporaneo (tedesca, p. es.) a lavorare in Svizzera era (ed è) molto difficile «controllare» la propria busta paga tedesca e paragonarla a una svizzera (tenendo conto delle quote sociali, della tredicesima, dei giorni feriali,ecc.). Senza questa possibilità, come si può affermare che c'è equivalenza salari- 36 ale con i salari vigenti nel settore professionale della regione? Anche perché, occorre ricordarlo, non esistono salari fissati a livello nazionale, e le rare eccezioni vengono lentamente smantellate. E questo è un fattore ulteriore che accentua la concorrenza tra lavoratrici e lavoratori stabiliti in Svizzera e quelle e quelli che vi arriveranno dall'estero, con tutti gli effetti che già abbiamo descritto. L'accelerazione delle pratiche di dumping salariale si è effettuata con la soppressione delle vecchie strutture di controllo. Inoltre nei cantoni in cui esistevano strutture tripartite (sindacati, padronato, Stato) per esercitare un certo «controllo» (Ginevra, Ticino, Basilea), il fenomeno è altrettanto evidente che nei cantoni in cui non esistevano. Le imprese utilizzano sempre più lavoratori temporanei oppure salariate o salariati distaccati (p. es. da una ditta tedesca presso una ditta svizzera). Da giugno 2004, i dirigenti sindacali suonano sempre più forte il campanello d'allarme , per poi lasciare la pressione I dirigenti di UNIA e dell'USS minacciano di «non far niente per difendere gli accordi bilaterali». Cosa che suscita parecchie osservazioni ironiche sulla stampa: «l'inazione sindacale come mezzo di pressione»! Le rivelazioni della stampa sono di un'evidenza tale che non si può più ignorarle e star zitti. Un numero sempre maggiore di salariate e di salariati prendono coscienza del problema, siano essi svizzeri o immigrati. Nel settore dell'edilizia, dal 1° giugno 2004 , sono stati presentati 3’200 annunci di contratti per lavoratori «distaccati» (affittati da una ditta dell'UE a un'impresa appaltatrice svizzera). Solo 250 di questi contratti hanno potuto essere verificati, il 7% ! Su questi 250 contratti verificati, più del 40% contenevano violazioni alle disposizioni legali, che già non sono particolarmente rigorose. E questo accade in un settore in cui la presenza dei sindacati (UNIA, ex SEI) è ancora relativamente forte. Senza entrare nei dettagli, l'aggiramento delle disposizioni legali è abbastanza semplice. Per esempio, per una ditta che vuol venire a lavorare in Svizzera come subappaltatrice di un'impresa svizzera viene inviata una domanda - a partire da un formulario standard - all’Ufficio cantonale del lavoro. Non appena la domanda è stata inviata, i lavoratori possono già cominciare a lavorare. Occorre però che i dati comunicati siano esatti, che la verifica possa essere fatta e che ci sia la volontà di farla. Se il salario orario di questi lavoratori è inferiore di 15.- fr al salario di base in vigore in Svizzera, anche la tredicesima sarà calcolata su quella base, così come i giorni festivi e le vacanze pagate. È un dumping normalizzato che sta prendendo lentamente forma. Proviamo a ricordare: quando si è cominciato a non più pagare le ore supplementari e a sostituirle con «giorni di congedo» perché questo era molto più conveniente per i padroni, molti hanno pensato che questi casi sarebbero rimasti eccezionali. Oggi è la regola per almeno il 70% delle ore sup37 plementari. Il degrado delle condizioni di lavoro e di salario si realizza molto spesso con la tattica del salame: fetta dopo fetta. Se un'agenzia di lavoro temporaneo stabilita in Svizzera vuol far venire un lavoratore temporaneo da un paese UE, essa presenta una domanda all'autorità competente con il formulario standard. Può dichiarare che il contratto sarà stipulato con l'impresa X o Y. Appena inviata la domanda, quel lavoratore può venire subito in Svizzera. E quando quel lavoratore arriva, può essere spedito in un'altra impresa. La «verifica» delle condizioni di lavoro se avverrà, lo sarà a posteriori. Sono solo alcune indicazioni sulle numerose possibilità largamente utilizzate, come i primi dati disponibili già dimostrano - a cui possono ricorrere i padroni per aggirare le esigenze legali, pur minime, previste. Questo, in un paese in cui la paura di essere licenziati è diffusa, per ragioni molto concrete, riconosciute e denunciate dall'Ufficio internazionale del lavoro. Viviamo in un mondo straordinario... Da non credere: un padronato offensivo corre a salvare il sindacato dal naufragio. Vasco Pedrina, parlando delle misure d'accompagnamento riconosce che «si tratta del minimo e occorrerà che tutto sia messo in opera, cosa di cui non sono sicuro» (Le Temps, 9 ottobre 2004). Egli spera che il padronato e il Consiglio federale siano pronti a difendere le salariate e i salariati. Ancora nel febbraio 2005, la direzione di UNIA continua a riporre la sua fiducia e le sue speranze nelle mani del Consiglio federale e dei rappresentanti del padronato: «Joseph Deiss, così come Peter Hasler sono esonerati da qualsiasi rimprovero da parte dei sindacalisti». Quanto poi al direttore dell'Unione padronale [Peter Haster], «egli si impegna in modo corretto per l'applicazione delle misure d'accompagnamento», conviene l'UNIA (Le Temps, 2 febbraio 2005). Come accade ad ogni scadenza sociale ed economica importante, i dirigenti sindacali si sforzano di separare il loglio dal buon grano. Secondo loro, da una parte c'è una parte del padronato che sta al gioco, dall'altra c'è invece quella influenzata dall'UDC o dall'USAM (Unione svizzera delle arti e mestieri). A questo punto sono doverose alcune osservazioni: a) Hasler ha rassicurato tutto il padronato su un punto: al padronato le misure d'accompagnamento non costeranno assolutamente niente. In italiano questo vuol dire: la politica di flessibilizzazione del lavoro potrà andare avanti tranquillamente e potrà diventare anche più dura. b) Joseph Deiss, a nome del Consiglio federale, ha sottolineato che la flessibilità è vincente. c) L'insieme del padronato, nel quadro di una concorrenza intensificata tra grandi aziende e tra capitali, farà pagare il prezzo di questa concorrenza ai salari per poter mantenere alti i suoi tassi di profitto ed evitare il rischio di fallimento o di acquisto da parte di ditte più grosse. Non è dunque proprio il 38 caso di cercare di capire se una parte del padronato ha una politica sostanzialmente diversa da quella di un'altra. Certo, nell'edilizia la battaglia è aperta e la ragione è semplice. La Società svizzera degli impresari (SSI) vuole smantellare il futuro Contratto collettivo di lavoro (CCL), uno dei pochi che contengano regole valide su scala nazionale. La SSI sta cercando di farlo dopo che sono stati sospesi due vecchissimi CCL che avevano un contenuto molto migliore rispetto al Codice delle obbligazioni e una validità più o meno nazionale: quello dei pittori-gessatori e quella dei falegnami. Ebbene, il presidente della SSI, Werner Messmer, è un radicale turgoviese che ha votato in Parlamento le misure d'accompagnamento e nello stesso tempo, nella prospettiva delle negoziazioni sul CCL dell'edilizia, propone: a) che il tempo di lavoro sia indicato solo in termini di totale annuo; b) che il lavoro del sabato possa essere totalmente deregolamentato; c) che i salari siano pagati sulla base della funzione e non sulla base dei titoli e delle qualifiche ottenuti (così da poter abbassare il salario d'entrata in una professione o di utilizzare un lavoratore straniero molto qualificato per una funzione formalmente definita come corrispondente a un salario inferiore); d) che l'assicurazione per perdita di guadagno non sia più obbligatoria; e) ecc. Tocchiamo qui un punto centrale della debolezza strutturale delle misure d'accompagnamento. Nel migliore dei casi, possono appoggiarsi a contratti collettivi decretati di obbligatorietà generale, quelli cioè a cui lo Stato conferisce forza di legge su richiesta delle parti (padronatosindacati). Ma oggi, dove esistono, i CCL sono in pericolo. Un punto centrale della debolezza strutturale delle misure d’accompagnamento Per esempio, i pittori-gessatori della Svizzera tedesca e del Ticino, i falegnami e i carpentieri lavorano fuori contratto (sospensione della CCL) perché il padronato non è disposto a fare la pur minima concessione. Vuole che si torni indietro e propone contratti basati sulle esigenze legali minime contemplate dal Codice delle obbligazioni e da una Legge sul lavoro che fa acqua da tutte le parti, conditi con una bella riduzione dei salari. Per di più, la sospensione dei contratti comporta l'eliminazione delle commissioni paritarie d'arbitrato e di controllo. È vero che queste commissioni fungevano poco più che da soprammobile, ma talvolta osavano anche prendere una decisione favorevole al rispetto del contratto. Inoltre, come sottolinea l'attuale consigliere di Stato socialdemocratico Pierre-Yves Maillard - già segretario FLMO: «La metà dei lavoratori non sono protetti da nessun contratto collettivo. Quello dell'industria delle macchine non fissa neppure dei salari minimi.» (24 heures, 2-3 ottobre 2004) Non è necessario avere una vista molto acuta per constatare che le misure d'accompagnamento poggiano su una gamba zoppa (CCL sospesi o senza contenuto) e su una gamba 39 inesistente (CCL inesistente). E poi, se davvero si potesse contare sulla «buona fede» nell'applicazione delle misure d'accompagnamento così come sono state elaborate, allora queste ultime non sarebbero neppure state necessarie. In effetti, perché mai contratti collettivi solidi voluti e applicati dalle due parti contraenti dovrebbero essere verificati da ispettori esterni, in tutte le loro pieghe ? Le uniche misure d'accompagnamento serie possono essere solo contratti collettivi solidi, voluti e controllati dalle salariate e dai salariati, perché capaci di dibatterne, se fossero liberi di organizzarsi (se fossero cioè protetti contro i licenziamenti antisindacali). Una squadra che gioca a ranghi ridotti e che fa passaggi «telefonati» Si tratta della squadra degli ispettori delle misure d'accompagnamento. Il secondo pilastro delle misure d'accompagnamento è costituito dagli ispettori. Dal 1° giugno 2004 sono stati annunciati circa 40'000 lavoratori distaccati o di breve durata. Se rapportiamo all'insieme dei rami di attività la statistica valida per l'edilizia (3’200 annunci di contratto, 250 verificati - cioè il 7% -, di cui il 40% violava le disposizioni legali), si arriva a un risultato interessante. Sui 40'000 contratti annunciati, ci sarebbero al massimo 2’800 controlli: solo la punta dell'iceberg. I dirigenti sindacali e i rappresentanti del PSS vantano e vendono un modello, quello di Basilea Campagna, un piccolo cantone di confine. L'ispettorato, in questo cantone è forte di 25 unità. Se questa task-force - per riprendere la formula di Joseph Deiss - è davvero efficace, ma è ancora da dimostrare, allora bisognerebbe almeno trarne le conseguenze e nominare 800 ispettori e non 150 come è stato previsto. Inoltre occorre tener presente che quei pochi milioni attribuiti a questo scopo ai cantoni per un anno dovranno essere rinnovati regolarmente con un voto delle Camere. È quella che chiamano «una garanzia». In effetti è ben nota la determinazione antisociale della maggioranza borghese delle Camere, alla quale il Consiglio federale affibbia il compito di limare ancor più i suoi progetti per non dover - pubblicamente e collegialmente - togliere le castagne dal fuoco. Sono numerosi i salariati e le salariate che manifestano la loro sfiducia nei confronti delle ispezioni del lavoro e della SUVA (Cassa nazionale svizzera di assicurazione in caso di infortuni). Sanno che le ispezioni del lavoro o della SUVA funzionano secondo un modello ormai collaudato: prima dell'ispezione del colonnello, tutto deve essere in perfetto ordine nella caserma e le pieghe dei pantaloni ben stirate. Fuor di metafora, due settimane prima dell'arrivo dell'ispezione del lavoro, i sistemi di sicurezza sono rimessi sulle macchine; i sistemi d'aerazione che non funzionavano riprendono a buttar fuori l'aria viziata; i prodotti che rendevano scivoloso il pavimento vengono ripuliti; ecc. La Convenzione sull'ispezione del lavoro (Convenzione 81 adottata a Ginevra l'11 luglio 1947 ed entrata in vigore in Svizzera il 13 luglio 1950) indica, all'art.10 che «il numero 40 degli ispettori del lavoro dovrà essere sufficiente a garantire l'esercizio efficace delle funzioni del servizio di ispezione e sarà determinato tenendo conto : a) dell'importanza dei compiti ai quali gli ispettori dovranno adempiere, e in particolare : del numero, della natura, dell'importanza e della situazione degli stabilimenti soggetti al controllo dell'ispezione; del numero e della diversità delle categorie di lavoratori che sono occupati in questi stabilimenti ; del numero e della complessità delle disposizioni di legge la cui applicazione deve essere garantita;… ». All'art. 12, è precisato che «gli ispettori del lavoro…saranno autorizzati: a) ad accedere liberamente senza preavviso, in ogni ora del giorno e della notte, in qualsiasi stabilimento soggetto al controllo dell'ispezione ; b) ad accedere di giorno in qualsiasi locale, quando abbiano motivo ragionevole di supporre che esso sia soggetto al controllo dell'ispezione ; c) a procedere a qualsiasi esame, controllo o inchiesta che ritengano necessari per sincerarsi che le disposizioni di legge vengano effettivamente osservate…». Queste poche citazioni mostrano bene come molto spesso, alle nostre latitudini, l'uso del termine «ispettore» sia del tutto improprio e rappresenti invece un vero e proprio abuso ripetuto di linguaggio e un inganno rispetto a quanto previsto dalla Convenzione 81. 41 Occorrono proposte che rispondano ai bisogni di tutte e di tutti. E' necessario riprendere la lotta e la resistenza sui posti di lavoro e nella società ! Leggi che proteggano coloro che mettono il dito sulle pratiche inaccettabili dei padroni, che proteggano coloro che si oppongono all'«abuso permanente» e agli «abusi ripetuti» legati alle pratiche padronali della nostra epoca. Un NO il prossimo mese di settembre può aprire la strada a nuove, seppur limitate, conquiste. Il dibattito potrà aprirsi, come in vari paesi dell'UE, per combattere la flessibilizzazione del lavoro e instaurare dei Codici del lavoro (Legge del lavoro) che corrispondano ai bisogni e alle esigenze delle salariate e dei salariati in un'economia mondializzata in cui tutti sono messi in concorrenza contro tutti. Il bisogno di una risposta unitaria In un contesto di regressione sociale organizzata a livello internazionale e, in particolare, nell'UE a 25, il bisogno di un contrattacco unitario, diretto, sul terreno, da parte dell'insieme dei salariati e delle salariate si fa sempre più evidente. Si potrebbe parlare della necessità di un contrattacco pensato e organizzato. Non c'è neppur bisogno di motivarlo, basta prendere sul serio le affermazioni di Jean-Daniel Gerber, segretario di Stato all'economia (SECO): «Senza riforme, la Svizzera potrebbe passare nei prossimi due decenni dal 4° al 20° rango mondiale per quanto concerne il reddito per abitante» (Le Temps, 10.12.2004). Innanzitutto, il metodo catastrofistico è quello usato classicamente da Blocher e dal Consiglio federale per far passare le controriforme invece delle riforme favorevoli alle salariate e ai salariati. Inoltre, se il reddito per abitante diminuirà, quel che è sicuro è che questo è il risultato finale dell'aumento vertiginoso del reddito per uno strato minoritario e della riduzione sostanziosa del reddito della maggioranza dei salariati e delle salariate. Bisogna denunciare il catastrofismo di Gerber, ma prendere sul serio il suo ricatto che mira a far passare le controriforme come una necessità naturale. Infine, Gerber inscrive il programma governativo in un quadro di lunga durata, mettendo a nudo la volontà di un vero e proprio stravolgimento sociale regressivo. Quelli che credono alla 42 fine della guerra sociale confondono in realtà una dichiarazione di tregua con una vera tregua, se non addirittura con la pace. Il sentimento diffuso della necessità di un contrattacco - che si urta spesso con la difficoltà di immaginarne le vie e la forma va di pari passo con i l'elaborazione di una nuova critica del sistema capitalista. Gli aspetti distruttivi di questo sistema si fanno sempre più evidenti. Sul piano ecologico sono già ben palpabili. Anche sul piano della salute delle lavoratrici e dei lavoratori, gli effetti devastatori sono sotto gli occhi di tutti: sofferenza sul lavoro, depressione, malattie gastriche, dolori alla schiena, ecc. Tutte le tirate di Blocher sui cosiddetti «lavoratori stranieri simulatori» e sui cosiddetti «falsi invalidi» non potranno mai smentire i fatti. Lo studio «Travail et santé»15 pubblicato dall'UFS (Ufficio federale di statistica) nel luglio 2003 è lì a confermare l'ampiezza e la gravità dei danni. La destabilizzazione delle salariate e dei salariati grazie alla soppressione dello statuto di funzionario aveva lo scopo di precarizzarli cercando di opporre un settore (i funzionari) a un altro settore (i salariati e le salariate del privato). Ora il risultato è lì da vedere: anche i funzionari si possono buttare esattamente come gli altri lavoratori. «Usa e getta» è diventata la norma, per una persona come per qualsiasi oggetto sul mercato. Una «norma» assolutamente inaccettabile: nessun lavoratore deve poter essere buttato. Ma è proprio questo che volevano quelli che si sono battuti con tutte le forze per la soppressione dello statuto di funzionario (introduzione della LPers). Il prezzo pagato per il licenziamento di quei funzionari ora si conta in migliaia di invalidi ben reali, piaccia o non piaccia a Couchepin e Blocher e a quelli che stanno preparando (con il consigliere federale radicale H.-R. Merz in testa) la nuova ondata di licenziamenti nell'insieme dell'amministrazione federale. Gli aspetti distruttivi di questo sistema si fanno sempre più evidenti 15 "Risulta che tanto la speranza di vita quanto le cause di decesso differiscono a seconda degli strati sociali. Gli autori [Bisig e Felix Gutzwiller - medico, attualmente, consigliere nazionale radicale zurighese dell'ala destra del suo partito] mettono inoltre in evidenza che «le persone che fanno parte degli strati sociali inferiori [professioni senza qualifica] muoiono in maniera sensibilmente più frequente a causa di malattie in parte evitabili… ». «L'aumento della mortalità inversamente proporzionale alla classe sociale è percepibile in tutte le classi d'età…Inoltre si constata …una mortalità più elevata delle classi sociali inferiori per tutte le cause di decesso.» (Olivia Lampert, Università di Neuchâtel, Mortalité, invalidité en rapport avec l'activité professionnelle, in «Travail et santé», UFS, 2003). Il lavoro non è necessariamente salute. O, meglio, non è più salute. Tuttavia, il lavoro resta - per la gran maggioranza della popolazione - non solo un bisogno economico (per vivere in questa società) ma anche un bisogno sociale: stabilire dei legami con gli altri, usare le proprie capacità e la propria intelligenza per creare dei beni utili. Oggi, però, sotto la pressione della redditività, la maggior parte dei lavoratori non vede più lo scopo e il senso del suo operare. È anche questa una delle ragioni del loro malessere, largamente utilizzato dai pubblicitari delle grandi aziende commerciali. Un grande economista molto conservatore, Joseph Schumpeter, parlava nel corso degli anni '30 del secolo scorso, della «distruzione creatrice» del Capitale. Oggi si potrebbe parlare di «produzione distruttrice» - dell'ambiente, degli esseri umani - del Capitale. In Svizzera, un fatto nuovo si sta profilando: salariate e salariati scendono in lotta, si sviluppano mobilitazioni e scioperi, come è avvenuto recentemente alla Swissmetal, alla Si profila un fatto nuovo 43 Filtrona o alla Printpark ARO AG. Lo sciopero - un'azione di autodifesa - non è più considerato un delitto di lesa maestà o un attentato al padrone sovrano. «Scioperare», difendersi è considerato normale da un numero crescente di lavoratrici e di lavoratori, nonostante tutte le difficoltà che ogni lotta incontra. Di fronte a questa novità nel paesaggio sociale svizzero, la destra, anche quella detta liberale, reagisce in fretta. Così, sulla bibbia quotidiana zurighese, la Neue Zürcher Zeitung (NZZ), il professore basilese Frank Vischer, citando i casi de La posta, di Swissmetal e di Filtrona, introduce l'argomento di una pretesa incertezza sui limiti del diritto di sciopero. Sui limiti del diritto di sfruttamento non c'è incertezza se non quelli della capacità di resistere da parte dei salariati e delle salariate. La sola incertezza sul diritto di sciopero risiede nella volontà e nella capacità del padronato e della borghesia di ledere questo diritto fondamentale. Da qui l'importanza di una battaglia elementare legata ai diritti della persona, alla protezione dei sindacalisti, dei delegati sindacali e dei lavoratori contro i licenziamenti antisindacali. Perché la possibilità di scendere in lotta con maggior sicurezza dipende in buona parte dalla libertà d'azione e di espressione sul posto di lavoro. La libera circolazione delle persone (delle lavoratrici e dei lavoratori innanzitutto, sul piano quantitativo) a livello dell'UE dei 15 e poi dell'UE dei 25, impone logicamente e fisiologicamente di fare il punto sui diritti sociali e salariali di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori. In effetti, tutti sono coscienti del fatto che, con la liberalizzazione del mercato del lavoro non solo in Svizzera, ma su scala internazionale, si apre un nuovo capitolo. C'era - e ancora c'è - dunque l'occasione per lanciare un ampio dibattito che poteva - può - sfociare in un lavoro di lungo respiro: allo scopo di organizzare la solidarietà all'interno della classe lavoratrice; allo scopo di conquistare maggiori diritti, maggiori possibilità di attività sindacale; allo scopo di far valere con più forza le proprie rivendicazioni. Un tale orientamento sindacale parte dalla comprensione della realtà economica e sociale nel suo insieme e non dà un giudizio sulla generosità di un padrone o dell'altro. Alcune semplici rivendicazioni possono essere avanzate E possono essere conquistate perché la coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici, da tre o quattro anni, comincia a cambiare. Rinunciando a portare avanti un lavoro di spiegazione critica del sistema capitalista e di confronto politico duro e realistico si lascia aperta la strada a Blocher e alla destra nazionalista. Ecco le rivendicazioni da portare avanti: 1° In tutte le imprese con più di 10 impiegati, gli ispettori del lavoro devono poter accedere ai locali e alle pezze giustificative in ogni momento e senza preavviso. Il loro statuto e le loro condizioni di servizio devono assicurar loro la stabilità nell'impiego e renderli indipendenti da ogni cambiamento di governo (composizione del governo cantonale) e da ogni indebita influenza esterna. Devono disporre di una formazione appropriata, soprattutto sul piano giuridico. Devono disporre 44 di mezzi materiali sufficienti e possono assicurarsi la collaborazione di esperti e di tecnici adeguatamente qualificati. Un obiettivo di 800 ispettori, per l'insieme della Svizzera, costituisce un livello minimo di fronte agli sconvolgimenti prospettabili nel mercato del lavoro. 2° gli imprenditori devono avere l'obbligo di annunciare automaticamente - con pubblicazione sul Foglio federale elettronico - i salari e le qualifiche di ogni persona nuovamente impiegata. Per rispettare la sfera privata delle persone, i nomi di quelle salariate e di quei salariati non devono essere comunicati che alle commissioni tripartite. Le organizzazioni sindacali possono così disporre di una base di dati che permetta loro di agire in modo preventivo e di organizzare, se è necessaria, una campagna di denuncia, di coscientizzazione dei lavoratori dell'impresa o del ramo professionale, a livello regionale o nazionale. I sindacalisti di Ginevra, in occasione degli abusi in termini di salario e di tempi di lavoro constatati a Palexpo hanno mostrato qual è la via da seguire: c'è stata, in quel caso una combinazione tra denuncia, dimostrazione pubblica con riflessi sulla coscienza dei salariati e delle salariate in generale e mobilitazione dei lavoratori direttamente toccati. 3° Nei rami professionali senza contratto collettivo (CCL), deve essere reso obbligatorio a titolo preventivo un contrattotipo di lavoro vincolante che preveda dei salari minimi e degli orari obbligatori. In effetti, succede molto spesso che la constatazione di un abuso in questi campi interviene tardi o non intervenga del tutto. In questo modo tali abusi diventano norma. 4° L'estensione del campo d'applicazione dei CCL - cioè quando lo Stato conferisce forza di legge al CCL - deve poter essere esatta unicamente per i lavoratori organizzati in un sindacato. Attualmente, occorre - anche in caso di abusi che il CCL copra almeno il 50% dei lavoratori del ramo professionale. Inoltre, è necessario l'accordo dei padroni. Queste due condizioni devono essere eliminate. Da una parte, i padroni cercano di sottrarsi ai loro obblighi perfino quando i CCL sono più concilianti. D'altra parte, non c'è nessuna ragione di esigere un quorum del 50% per ottenere l'estensione del campo d'applicazione dei CCL. Si è forse aspettato che il 50% degli automobilisti superasse i 140 km orari sull'autostrada per emettere le prime multe ? 5° Deve essere realizzata urgentemente una vera protezione contro i licenziamenti delle lavoratrici e dei lavoratori, delle loro rappresentanze e di tutti i sindacalisti. Le rimostranze indirizzate dall'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) alla Svizzera devono servire ai sindacati per portare avanti una campagna in favore di un programma di difesa dei diritti sindacali sul posto di lavoro. Come è già il caso per la Legge sull'uguaglianza uomo-donna, il licenziamento abusivo antisindacale di un rappresentante eletto del personale o di un delegato sindacale deve poter essere annullato dai tribunali. Allo stesso modo, la reintegrazione provvisoria deve poter essere ordinata dal giudice immediata45 mente, fin dal momento in cui si apre la procedura. Per i sindacati, non ha senso proclamare, da una parte, che bisogna mobilitarsi «per far pressione sul padronato» fino alle votazioni di settembre 2005 e, dall'altra, non fare di una modifica legale concernente i diritti fondamentali una priorità etica e sindacale. Questa doppiezza nel linguaggio da parte dei dirigenti sindacali assomiglia, dal punto di vista del modo di fare, a quella della destra nazionalista e insieme alla loro pratica unilaterale di concessioni, crea solo sfiducia nei lavoratori e nelle lavoratrici. Anche la loro sfiducia di fronte agli ispettori del lavoro può modificarsi solo a due condizioni: la prima è che lo statuto e l'attività di questi ispettori cambi e che questo sia percepito dai lavoratori stessi; la seconda è che le lavoratrici e i lavoratori abbiano la sicurezza (e la fiducia) di poter informare gli ispettori e i sindacati sulle loro condizioni di lavoro, senza che la spada di Damocle del licenziamento continui a pesare sulla loro testa. È qui che il Diritto incontra i diritti dei lavoratori, seppure in seno a una società borghese. Ed è qui che i diritti dei lavoratori incontrano la possibilità di attività collettive, solidali e sindacali. Voler separare il Diritto e questi diritti, la battaglia legale e la mobilitazione pratica, sul terreno, è far prova di malafede, da una parte, di una certa ingenuità di fronte alle relazioni di sfruttamento e di oppressione proprie della cosiddetta società salariale, dall'altra. Il professor Gérard Lyon-Caen insisteva sul fatto che «la missione [del delegato sindacale] è normalmente quella di resistere all'imprenditore, di tenergli testa, di non accettare che sia lui a dettargli la sua attitudine e il suo comportamento». Sottolineava tuttavia che, nell'impresa attuale, questo stesso delegato non può sfuggire «alla subordinazione», che è l'essenza delle relazioni di potere in cui si concretizzano i rapporti economici in una società capitalista. In caso di rifiuto del protocollo addizionale, il Consiglio federale dovrà rivedere i suoi piani. Quella sarà l'ultima occasione per la sinistra e per i sindacati combattivi per far valere un ventaglio di rivendicazioni che sono sempre più al centro delle preoccupazioni delle salariate e dei salariati di ogni nazionalità che lavorano in Europa. È ciò che si può constatare, fin d'ora, con la mobilitazione contro la Costituzione europea e contro la Direttiva sui Servizi (Direttiva Bolkestein), o ancora contro quella che vuole sopprimere qualsiasi limitazione al tempo di lavoro. Un NO in settembre è un NO che si inscrive nel rifiuto da parte delle salariate e dei salariati d'Europa di accettare che una minoranza comandi gli esseri umani perché comanda le macchine e dispone del potere della proprietà privata, concentrata come mai è avvenuto in altre epoche storiche. 46