ottobre 2011 numero 15 Quantomeno i vigliacchi scappano, i COBAS invece (e non solo loro) collaborano con gli sbirri Nerone è tornato in blocco … Roma brucia Il 15 ottobre appena passato è una data importante, uno spartiacque tra due opposte posizioni, tra due lati di una barricata. Nelle strade, nello sciogliersi e nel ricompattarsi tra le cariche dei blindati, nell’assalto di banche, negli espropri, nel carnevale della distruzione abbiamo nitidamente capito chi è veramente disposto a battersi contro questo stantio sopravvivere, nonostante la disparità di mezzi con le truppe statali, e chi invece inquadrato in quelle strutture politiche, cittadiniste e sindacali, cerca solo una legittimazione politica di fronte allo Stato e in cambio di briciole di potere ha svenduto o svenderà la vita di migliaia di individui. In effetti cosa se ne fanno della libertà quando possono avere una comoda poltrona ed un po’ di denari pubblici da spendere? Ma se questa ovvia considerazione sulle finalità politiche di strutture, associazioni e movimenti è cosa ordinaria e miserevole, sabato durante il corteo e nei giorni a seguire abbiamo assistito al festival dell’infamità. I militanti del movimento per il diritto all’acqua pubblica hanno consegnato agli sbirri tre ragazzi, i Cobas hanno aperto il loro spezzone facendo passare un intero reparto di celere che ha attaccato alle spalle molti compagni. Non paghi nei giorni seguenti tutta questa categoria di infami ha invitato alla delazione ed a passare filmati e fotografie agli inquirenti. Un atto di infamia che non può e non deve essere tollerato. L’importanza che diamo a questa giornata di lotta però non è dovuta agli scontri susseguitisi nell’arco di 6 ore per le strade della città di Roma, quanto piuttosto agli spunti teorici che questi scontri hanno prodotto. Ci preme fare delle considerazioni di ordine più generale che riguardano una prospettiva ed un metodo che nei prossimi mesi potrebbero tornarci utili nelle lotte che andremo ad affrontare. Per quanto riguarda la prospettiva, questi sono tempi di rabbia, tempi in cui una sola scintilla può infiammare gli animi; è quindi probabile che giornate come quella di sabato saranno sempre più frequenti e vedranno una partecipazione sempre più attiva di migliaia di individui stanchi di questo stato di cose. E se per i promotori di questo corteo è stata un’occasione perduta non aver sfilato come pecore belanti fino a piazza San Giovanni e da un palco riproporre discorsi vuoti e sterili che avevano come obiettivo quello di sedare la massa accorsa numerosissima, per chi quel giorno si è battuto è stata una gioia ascoltare solo la propria ira e quella di chi era fianco a fianco nelle contro cariche ai blindati, è stata sublimazione dei sensi condividere il cibo e l’acqua espropriati, i consigli pratici su come attaccare meglio e su come difendersi, sentire il fragore delle esplosioni, gustare il calore del fuoco che si è sprigionato dal blindato in fiamme e quell’urlo a squarciagola, sotto le maschere antigas, ROMA LIBERA, mentre la celere veniva dispersa. Per una volta ancora non abbiamo dovuto ascoltare inutili disquisizioni sull’efficacia della lotta nei nostri territori: abbiamo lottato. Per una volta ancora non abbiamo dovuto sentire parlare di diritti e doveri: abbiamo assaporato la dignità di chi nulla chiede e nulla si fa imporre, per una volta e ancora ed ancora … Dobbiamo comprendere quanto più velocemente possibile che sabato abbiamo intercettato la rabbia spontanea e poco organizzata di migliaia di individui che hanno finalmente ripreso ad alzare la testa. Nei mesi che seguiranno lampi di collera continueranno a squarciare la pace sociale che fa prosperare i ricchi e dobbiamo essere in grado di supportarli con le idee e la pratica nella maniera più concreta possibile. L’autorità di qualunque potere finisce nel momento stesso in cui gli individui non hanno più terrore della repressione. Quando essere massacrati in piazza o in caserma o essere imprigionati non fa più paura, niente può frenare lo scatenarsi delle passioni. Ma non possiamo accontentarci solo dei fugaci piaceri dello scontro contro chi difende la proprietà, adesso è il momento più opportuno per rilanciare con la massima forza d’urto tutte le pratiche per sabotare, minare le basi stesse della società dei ricchi: quante più crepe riusciremo ad allargare nello steccato sociale, che sta provando a stritolarci, tanto più saremo in grado, in strada, di riprenderci tutto quello di cui ci hanno spossessato. Partendo da questa constatazione si deve riconoscere che nonostante si fosse più che attrezzati per far fronte alla canaglia sbirresca, i danni e le perdite inflitte ai difensori della proprietà sono pochi e superficiali. Questo ci deve far riflettere in quanto la reazione dei ricchi non si farà attendere e dobbiamo imparare quanto più velocemente possibile a stare in piazza partendo dall’affinità tra individui e autorganizzandoci per ampliare le capacità finora messe in campo. Ma per fare tutto ciò dobbiamo alla svelta dotarci di un minimo di coordinamento informale tra gruppi di affinità per essere più efficaci ogni volta che la situazione lo richiede. Iniziare a concepire che l’equipaggiamento necessario per proteggersi e per attaccare non può essere preoccupazione da delegare a terzi, ma fa parte del percorso di lotta che ha intrapreso ciascuno di noi. Metabolizzare l’evidenza che, per le vie come sui sentieri, conoscere approfonditamente il campo di scontro significa anticipare le cariche e prevenirle e soprattutto iniziare a dotarsi della capacità cognitiva di lasciare al caso solo l’imprevedibile e organizzarsi per tutto il resto: questi devono diventare elementi condivisi. Nei prossimi giorni molti degli arresti che colpiranno ragazzi e ragazze che, per mancanza di esperienza o per semplice incuria non hanno provveduto a coprirsi bene, avrebbero potuto essere evitati con pochi semplici gesti. Ad esempio deve diventare prassi comune distruggere tutte le telecamere e le macchine fotografiche presenti in giro durante queste situazioni di piazza, sia quelle fisse che quelle dei reporter di professione e non. Se da un lato pare che negli ultimi mesi ci sia molta più inclinazione a battersi che negli ultimi dieci anni (a parte una piccola minoranza di strenui individui che sempre si è battuta e continuerà a farlo), dall’altro questa attitudine deve essere incoraggiata e supportata da chi ha nel suo bagaglio esperienze pratiche e teoriche accumulate negli anni. È in questo momento che dobbiamo essere più presenti nelle strade per alimentare quella conflittualità sociale che sempre di più si sta delineando. Appello internazionale della CCF/ Federazione Anarchica Informale Ai prigionieri anarchici Il carcere è il paese dei prigionieri. Da qui vogliamo inviare i nostri saluti ai compagni imprigionati in tutto il mondo e dare l’avvio ad una proposta. Nel paese dei prigionieri i giorni si susseguono lentamente ed indifferentemente, mentre dappertutto prevale il cemento ed una noia immensa. Tuttavia, con frequenza le nostre menti evadono e di soppiatto visitano i nostri fratelli imprigionati in Cile, Messico, Italia, Germania, Svizzera, Inghilterra, Russia, Danimarca e dove vi sono altri rinchiusi in celle, ma che non si sono dimenticati del desiderio per la libertà. Compagni, conversiamo con voi anche se non parliamo la stessa lingua. Ci osserviamo anche se non ci siamo mai visti, sorridiamo tra noi anche se non ci conosciamo. Il nemico crede di poter spezzare il nostro morale rinchiudendoci, mesi ed anni, nelle sue celle. Il Potere ha la speranza in una dichiarazione di pentimento, un rinnegamento dell’azione diretta, una revisione dei nostri valori anarchici. Ma le uniche cose che riceverà saranno il disprezzo totale e la nostra rabbia più forte. Tutti noi, che abbiamo accettato la responsabilità di appartenere alla CCF della prima fase, attendiamo delle sentenze di condanna di molti anni, condannati da un sistema al quale abbiamo dichiarato la guerra, perché non tolleriamo che governi sulle nostre esistenze. Il processo che sta per esser imbastito contro la CCF lo vogliamo trasformare in un processo contro il sistema. Con il nostro discorso e la nostra posizione non saremo noi che peroreremo la nostra causa di fronte ai giudici, ma saranno essi a farlo, per i reati commessi dal Potere che servono. Allo stesso tempo vogliamo porre in risalto il meccanismo fascista costruito per perseguitarci con la collaborazione dei servizi polizieschi, giudiziari e giornalistici. Un meccanismo che ha lanciato una campagna anti-anarchica senza precedenti, con l’obiettivo non solo del nostro arresto, ma di creare un clima di diffusione della paura, in cui persino il possesso di testi di anarchici prigionieri, già pubblicati, può condurre una persona di fronte ad un magistrato. Hanno proceduto a molti arresti, emettendo ordini di cattura, pubblicando foto di quelli tra di noi sfuggiti alla cattura, con titoli di giornali sulle “connessioni tra tutte le organizzazioni guerrigliere”, con reportage sulla “cassa rivoluzionaria” e sulla nostra partecipazione alla rapine in banca, con le analisi del “profilo psicologico” di ciascuno di noi fatte da “specialisti” e molte altre metodiche manovre con l’obiettivo di isolarci moralmente e di emarginare la guerriglia urbana anarchica. In questa maniera lo Stato vuole cancellare l’azione diretta anarchica dalla mappa dei valori dei circoli sovversivi. Vuole presentare l’azione diretta come una decisione vana, che ti conduce direttamente in carcere e che non cambia nulla. Tuttavia, quando uno decide di scegliere l’azione diretta, decide di prendere la propria vita nella sue mani. Con l’azione diretta abbiamo spezzato l’immobilità del pensiero, abbiamo cancellato movimenti pusillanimi e sabotato gli orologi della disciplina, creando tempi e spazi liberi all’interno dell’ostile ambiente della metropoli. Laddove le videocamere registrano i nostri movimenti, i porci sbirri in uniforme osservano i nostri sguardi e gli schermi dello spettacolo fabbricano i nostri desideri, noi, ancora una volta, ci incappucciamo. Le nostre mani afferrano pietre, molotov, bombe, pistole e scendiamo in strada alla ricerca della libertà. Ora, stando in carcere, non ci siamo mai dimenticati di quella sensazione ed alla prima occasione faremo esattamente lo stesso. Per questo non vogliamo che nel nostro processo ci difenderà qualcuno della nota cricca dei circoli sinistrorsi, intellettuali o professori universitari. Cosa sanno tutti questi sull’avventura dell’azione diretta e sui valori che essa ha? Cosa possono dire quelli che trascorrono tutto il giorno seduti sui loro comodi studi, con la loro cultura di sinistra da salotto che chiacchiera contro il sistema, nel momento in cui questo stesso sistema li sta alimentando? No, ben lungi da noi la loro “sensibilità” ed i loro sensi di colpa che provano per essersi venduti al Potere che vuole presentarci come “giovani con ansie e sensibilità sociali”. Non cerchiamo false simpatie, né appoggio dalla Sinistra, al contrario: cerchiamo complici nel nostro delitto, quella della lotta per l’anarchia e la libertà. Non ci potrebbe essere un luogo più affidabile per questa nostra ricerca che il carcere, che nel percorso di molti compagni anarchici costituisce una sosta obbligata. Per questo, compagni, ci rivolgiamo a voi con una proposta-invito. In pochi mesi si terrà il secondo processo contro la CCF. Sin da ora sappiamo che saremo condannati e nemmeno per un minuto faremo un passo indietro, nemmeno chineremo la nostra testa o la nostra voce per trarre benefici da alcuna “circostanza attenuante”. Per questo non vi può essere un discorso di difesa meglio e più forte che la vostra stessa voce, compagni. E’ dalle vostre espressioni di solidarietà ed in seguito agli attacchi realizzati dai gruppi anarchici di azione diretta che noi prendiamo il coraggio di guardare direttamente negli occhi i nostri persecutori. E’ qualcosa che certamente anche voi avrete sentito, imprigionati in altri paesi e pagando lo stesso prezzo per la nostra comune passione per la libertà. Più in concreto, quel che stiamo pensando e proponendo è di editare, in previsione del processo, un opuscolo i cui contenuti saranno le vostre parole solidali internazionali con il caso della CCF. Allo stesso tempo ci piacerebbe, visto che per noi la solidarietà è un concetto reciproco e se desiderate esprimerla in modo da darci la forza ed il sostegno, l’aggiunta di un testo d’introduzione che parli del caso di ciascuno di voi. In questa maniera, con l’opuscolo che vogliamo editare, accluderemo anche la presentazione dei casi di ciascuno di voi, portando la vostra esperienza di lotta in Grecia ed a tutti gli altri paesi in cui si diffonderà questa pubblicazione. Così, si creano nuove opportunità per istigare le ostilità con il sistema come parte della solidarietà internazionale. Tutti insieme costruiremo un’esperienza internazionale della lotta, che va ben oltre il nostro caso concreto, considerando che non percepiamo la CCF come una semplice sigla di una organizzazione, ma come uno status che descrive e compone le caratteristiche ed il tragitto di lotta anarchica che portiamo avanti, parte della quale è anche la nostra permanenza in carcere. Si tratta di un’esperienza che vogliamo condividere con tutti voi, compagni che vi trovate prigionieri nelle mani dello Stato, ed allo stesso tempo si tratta di una proposta con la quale anche noi potremmo esser complici delle vostre esperienze. In questa maniera sarà possibile, all’interno dei circoli anarchici internazionali, ad un livello di unità e di coordinamento che non sia vago ma essenziale. Il contatto tra compagni prigionieri a livello internazionale trasforma la solidarietà in un laboratorio rivoluzionario che farà conoscere le diverse percezioni che configurano un fronte d’azione anarchica. Questa prima conoscenza tra noi è capace di creare pre-condizioni in modo che si apra un dialogo internazionale, sia tra noi prigionieri che con e tra i compagni che sono fuori dalle mura carcerarie, un dialogo in cui si dibatteranno percezioni ed analisi specifiche di ciascuno, dando vita a delle azioni coordinate di attacco contro lo Stato. Naturalmente senza che tutto ciò significhi la fusione o l’appiattimento delle diverse opinioni. Inoltre, tali differenze non possono e non devono esser un ostacolo in un mutuo appoggio. Si tratta del tentativo di passare dalla simpatia che, con lettere e reciproche citazioni nei testi si sono evidenziate tra di noi, al coordinamento internazionale. Si tratta di divenire complici creando insieme la Internazionale Nera degli anarchici prigionieri appoggiando, per chi lo desideri, la proposta dei compagni italiani sul rafforzamento ed ampliamento della Federazione Anarchica Internazionale / Fronte Rivoluzionario Internazionale. Le potenzialità scaturite da questa via sono enormi, visto che si tratta di un processo di acutizzazione delle ostilità tra anarchici rivoluzionari ed il sistema. Vale la pena immaginarci la forza che potrebbe acquisire una mobilitazione, per esempio, che parta nelle carceri cilene, attraversa le frontiere, e giunge fino alle celle della Grecia. In questa maniera, dalle carceri ci si potrà appellare ad una campagna internazionale di solidarietà, come è già avvenuto nel passato quando s’è trattato dell’appoggio al compagno Gabriel Pombo da Silva. Allo stesso tempo, la creazione di una rete autonoma di comunicazione tra i prigionieri crea delle adeguate pre-condizioni per l’esistenza di un flusso permanente di informazioni su quel che accade in ogni carcere, le condizioni di reclusione, i processi a venire, le sentenze, ed infine la preparazione di un piano di contrattacco per i compagni che sono fuori dal carcere. Per ogni condanna contro un compagno, per ogni punizione disciplinare, per ogni proibizione della corrispondenza o dei colloqui, per ogni trasferimento vendicativo: nessun carceriere, nessuna ambasciata e nessun poliziotto dovranno sentirsi al sicuro. Quando la potenzialità di comunicazione passerà tra le mani dei prigionieri, dappertutto ci saranno compagni decisi a rispondere con l’azione, col sabotaggio ed il fuoco. La proposta di editare l’opuscolo “Parole internazionali solidali con CCF” la consideriamo come un primo passo verso questa direzione. A seguire ci saranno sicuramente molti altri passi, è solo che da qualche parte si deve cominciare. Concludendo, salutiamo e siamo con voi, sia con i nostri pensieri che con i cuori, dai compagni in Cile accusati per il “caso bombas” alla compagna Tamara che affronta la persecuzione dello Stato per aver inviato un paccobomba. Dalle carceri della Grecia inviamo segnali di fuoco e di anarchia a Monica Caballero, Andrea Urzua, Viejo Loco e gli altri compagni accusati per il “caso bombas”, a Gabriel Pombo da Silva, a Thomas Meyer-Falk, a Marco Camenisch, a Silvia, Billy e Costa, a Braulio e Arturo, a Walter Bond, a Villaroel e Fuentevilla, a Thomas Black ed agli antifascisti inglesi, agli insurrezionalisti italiani imprigionati, ai russi e bielorussi, ai danesi ed a tutti quelli che abbiamo dimenticato o dei quali non conosciamo il nome e che vorremmo conoscere, perché tutti noi abbiamo scelto di andare contro la nostra epoca, avendo l’anarchia come bussola. A tutti noi dedichiamo il seguente frammento: “Un giorno di carcere. Due giorni di carcere. Tre giorni di carcere. Un mese di carcere. La porta si chiude e si apre, si chiude e si apre di nuovo. Tre mesi di carcere. E’ trascorso un anno di carcere. Vai a sapere se gli altri stanno pensando a me come io penso ad essi. Oggi il giorno non passa mai. Quattrocentottantadue giorni di carcere. Quattrocentottantatre giorni di carcere. Quattrocentottanta… ho perso il conto. Cazzo… meglio così, in carcere non sta bene far conti. I calcoli non hanno alcun senso. Il carcere ha un suo odore. Un odore che ti si appiccica addosso e ti segue. Dai, non riuscirò mai a togliermelo di dosso. Ieri ho finito due calendari in carcere. Son trascorsi due fottuti anni. Non riesco a prender sonno. Mi son dimenticato di come si ride e già non posso sognare. “Clinc, clinc” durante la notte. Mi svegliano per perquisire. Troveranno i coltelli? Settecentocinquantuno giorni di carcere. Siete soddisfatti mie cari giudici? Porci. Settecentocinquantadue giorni di carcere, porci. Settecentocinquantatre porci. Dai, che uscirò. Dai, che uscirò. La mia cella misura 3 metri per 3. Dalla finestra del primo piano vedo il 20% del cielo al di sopra delle fottute mura del carcere. Cammino automaticamente nel cortile. Ho fatto chilometri in un cortile di pochi metri. Noia e di nuovo noia. Oggi ho vomitato la mia stessa anima. Ho vomitato sbarre, mura, isolamenti, anni di carcere, sentenze giudiziarie. Ho vomitato 3 anni di carcere. Non voglio contare più. Chiudo i miei occhi e penso. Penso ai miei compagni che son lontani da me, in altre carceri. Penso ai fuochi sui tetti delle carceri. Penso a tutto ciò che ha cercato di farmi dimenticare. Penso ad un sorriso, una carezza, una svolta che non finisce lì dove finisce il muro, uno sguardo che non sia prigioniero dietro le sbarre del fottuto carcere. Smetto di pensare. Apro la mano. Osservo la lima. Adesso so. So esattamente quel che devo fare. Dai, ancora una volta. Con più forza, stavolta. Fino alla fine. Viva l’Anarchia. ” (Frammento alterato del testo firmato “J. e V.”) VIVA LA COSPIRAZIONE DELLE CELLULE DI FUOCOVIVA LA FEDERAZIONE ANARCHICA INFORMALE/FRONTE RIVOLUZIONARIO INTERNAZIONALE Tutte le risposte, i testi, i commenti/critiche possono esser inviate alla casella postale: Post Box 51076 T.K. 14510 Nea Kifissia Athens Greece o alla e-mail: sinomosiapf@ yahoo.gr I membri prigionieri della CCF: Argyrou Panagiotis Nikolopoulos Mihalis Nikolopoulos Giorgos Tsakalos Gerasimos Tsakalos Hristos Polydoros Giorgos Bolano Damianos Hadzimihelakis Haris Ikonomidou Olga Salute, Lavoro mi consiglia di non badare alle incomprensioni, di prendere vitamine e di essere propositiva, in effetti potrebbe andar bene a chiunque. Sfoglio ancora e tra intrighi e inciuci di politici e vip, un bombardamento e una ricetta di cucina qualcosa sulla pagina locale cattura la mia attenzione. Sono solo cinque righe di un trafiletto in fondo alla pagina. Parla di un uomo. Di un uomo che è morto. Ma non è il radicamento alla vita a non farmi sentire il calore cocente della tazzina che stringo tra le mani, visto che nei bombardamenti di ieri sono morte molte più persone. No, non è la morte. È che lo hanno ammazzato, non con un proiettile di una pistola ma con una dose di valium troppo elevata, infarto dicono... Il fatto che questo non sia avvenuto in un ospedale, ma in un appartamento, uno qualsiasi di Napoli, forse quello che ho di fronte, mi fa decidere di soffermarmi a pensare... Un uomo agitato entra nel palazzo dove è cresciuto, cercando da mangiare, urla e si agita; nella foga colpisce una donna che conosce. Passa una volante, una delle tante piazzate a pattugliare vicoli e piazze, orgoglio tanto di questo sindaco quanto di quello precedente. Ma stavolta non sono loro gli esecutori dell'omicidio, chiamano rinforzi, altri colleghi, altri killer, collaboratori che “carte alla mano”, possano operare per tenere il quotidiano dentro i ranghi di una fantomatica e tranquilla “normalità”. Il rumore dei sicari è sempre lo stesso, quello delle sirene spiegate. Arriva l'ambulanza, con a bordo medici ed infermieri che, per legge, possono effettuare un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Un T.S.O., si può disporre per autorità del sindaco, di un componente della famiglia, o di forze di polizia, verso qualsiasi persona ritenuta non in grado di intendere e di volere; se nella vita ne hai subito uno, risulta essere un precedente, se assumi psicofarmaci risulti essere uno psicolabile che potrebbe essere soggetto a questo trattamento. È così che hanno Trattato quell'uomo, ma la “cura” non è andata bene e diranno: Infarto, Anomalia...E quel giorno, come altri, in quel palazzo il potere giudiziario ha fatto un’altra vittima della sua quotidiana carneficina, fatta di leggi e attuata da chi è disposto ad indossare camici e divise. Quel giorno sono stati i camici bianchi. Come da protocollo hanno effettuato un T.S.O., diranno Infarto, Anomalia... non è il primo che finisce così, la storia ne è piena, si compie ogni giorno nelle carceri e nelle caserme, negli O.P.G. e nei C.I.E., negli ospedali e nelle case di cura. In molte di queste strutture detentive è presente la figura dello psicologo, che in molti casi non tarderà ad affidare ad altri specialisti i soggetti che, non rientrando nelle categorie che ha studiato, diventeranno solo un numero di cartella clinica, in balia di una sorte ancora più oscura, ovvero nel vortice della psichiatra. Gli psichiatri sì che sono bravi, hanno un'infinità di “mali dell'animo” da far ricadere nelle loro categorie, persino l'eccessiva allegria dei bambini, il mal d'amore o il cambiamento d'umore di una donna che ha appena partorito, possono essere considerati disturbi emotivi, di cui dicono di potersi prendere cura. Cura: “avere riguardo, prestare attenzione...”, ma mettersi in cura da uno psichiatra o essere sottoposti contro la propria volontà al loro giudizio, equivale senza ombra di dubbio a diventare vittime succubi delle loro armi: gli psicofarmaci, che come tutte le armi vengono progettate nei laboratori. Laboratori pieni di scienziati, ricercatori, e tutti indossano il camice bianco, non importa cosa si esamina e quale sia il fine dell'esperimento, il camice deve essere tassativamente bianco. Quasi a voler nascondere le macchie degli interessi speculativi delle industrie di cui sono schiavi felici, siano esse biologiche, tecnologiche, farmaceutiche o militari. Tutte producono cantilenando: “il bene del progresso, il bene del paese, per lo sviluppo...”. Ed è proprio questa litania che garantisce che il concetto di sviluppo sia inteso come produzione, la quale deve essere Santificata e Garantita, per rifornire mercati ed eserciti. Che siano O.G.M. o armi che servono ad esportare la democrazia, i loro guadagni verranno spacciati come “utili” per garantire la fine della fame nel mondo, la liberazione da sofferenze e dittature, vantando la pretesa di lavorare per “migliorare la qualità della vita delle persone”. Ma nonostante questa propaganda umanitaria, mal si cela l'obiettivo di isolare chiunque possa rappresentare una falla in questo sistema, dimostrando di non essersi rassegnati di fronte ad un presente di merda che non offre altre prospettive, che non siano quelle già calcolate e calcolabili, entro le quali far ricadere l'espressione della nostra libertà: scegliere tra le marche dei prodotti o quale università frequentare e cambiare canale del televisore, nel tempo libero scandito dal lavoro e con l'obiettivo di andare ad abitare in una casa da pagare alle banche, fingendo una vita felice TOGLIERE LE PILE paragonabile ad uno spot pubblicitario. Rispetto a questo si può desistere o attaccare decidendo di trasformare quella falla in un terremoto che scuote dalle fondamenta l'idea che qualcuno possa decidere di governare È mattina. Me ne accorgo perché suona la sveglia. Sette in punto, per non le nostre sensazioni e i nostri desideri, sviluppando voglia di delirio e perdere il treno delle otto. Come sempre è affollato, come sempre qualcuno distruzione. si lamenta per l'aumento del costo del biglietto. Penso che non vorrei essere qui, penso al lavoro, a quando ce l'ho e a quando devo cercarlo. Il 6 di ottobre le compagne ed i compagni del circolo anarchico Fuoriluogo Le braccia mi pendono lungo il corpo. Non mi piace andare a lavorare, di Bologna sono ritornati in libertà dopo 6 mesi passati tra carceri e non mi appaga, ma quando sono senza non sono contenta uguale, perché domiciliari. Erano stati inquisiti ed imprigionati a seguito di un’operazione penso all'affitto e alle bollette e dove andare a cercare un altro lavoro. Ma repressiva denominata “outlaw”. Lo stato ed il capitale cercano attraverso è mattina, e non posso sentirmi distrutta e poco produttiva, devo scacciare queste manovre di fermare chiunque si oppone, con la pratica delle proprie questi pensieri, scendo le scale della stazione di arrivo, scegliendo di idee, all’inferno delle merci a cui ci vorrebbero sottomessi e muti. posticipare le soluzioni, di districare questo gomitolo di dubbi e necessità Noi come i nostri compagni inquisiti rifiutiamo di arrenderci quale che sia magari nel viaggio di ritorno, magari a casa mentre fisso il vuoto della la portata degli attacchi repressivi che ci scagliano contro. televisione, magari domani. Magari... Ah,no...ecco che di nuovo mi incupisco e non sono nemmeno arrivata Ci stringiamo con affetto e determinazione ai nostri compagni e compagne all'ultimo gradino. Forse se mi spingo tra la calca per prendere una appena liberati, sapendo che ci ritroveremo un’altra volta sui sentieri della copia del giornale gratuito un po' di contatto umano mi solleverà o forse rivolta. L’anarchia non si arresta. l'oroscopo. Lo guardo per prima cosa, nel quarto caffè della giornata tra Amore, NAPOLI Del tentativo di normalizzare una città come Napoli ed allinearla a quelli che vengono definiti “standard europei” ne abbiamo già parlato nei precedenti numeri del giornale. Ciò che mi ha convinto a ritornare sull’argomento è una sorta di accelerazione di questo processo negli ultimi mesi. Dall’inizio dell’estate una serie di episodi hanno stimolato la mia curiosità e hanno fatto crescere la mia rabbia nei confronti non solo della nuova compagine politica che amministra la città, ma anche, e specialmente, verso tutte quelle persone che quest’amministrazione l’hanno voluta, votata e che ora appoggiano senza remore anche di fronte a palesi bestialità. Sempre più spesso si sente parlare di rivoluzione culturale, di rinascimento napoletano ed altre amenità del genere. All’improvviso sembra che i Napoletani abbiano finalmente scoperto il valore di concetti come quello della legalità e della partecipazione democratica. Nuove associazioni cittadine nascono continuamente; il nome è sempre lo stesso: amici di questa o quella piazza o di quel quartiere. Anche le richieste sono sempre le stesse: più telecamere, più poliziotti per strada, installazione di aiuole e fioriere che hanno come unico scopo quello di togliere spazio a tutti quei ragazzini che si organizzano, ad esempio, per giocare una innocua partita di pallone. C’è gente che si è presa la briga di affiggere manifesti, in prossimità dei bidoni dell’immondizia, in cui si dice che sono state installate telecamere nascoste per scoprire chi butta l’immondizia fuori dagli orari consentiti, e che depositarla in determinati luoghi è illegale!!! Come se la colpa dell’accumulazione di centinaia di tonnellate di immondizia per le strade della città fosse unicamente ascrivibile a quei cittadini che non rispettano le regole di un vivere civile identificato esclusivamente con l’acritico rispetto delle leggi. A parte l’imbecillità di alcuni personaggi, se si scava un po’ più a fondo si scopre che la composizione sociale di questi gruppi di bravi cittadini è sempre la stessa (media borghesia, piccoli e grandi commercianti, imprenditori, ecc.) e che sono stati stanziati dei fondi comunali a favore di associazioni cittadine o per il rilancio del commercio e del turismo nelle zone depresse della città (?!?). Insomma sempre la solita solfa. È abbastanza chiaro il fatto che il raggiungimento della legalità passa attraverso la guerra dei ricchi contro i poveri o, come amiamo definirli, degli inclusi contro gli esclusi. Gli esclusi sono tutti quelli che invadono le strade con le loro merci, che deturpano il decoro della città e che bisogna a tutti i costi eliminare; ed ecco che squadracce di vigili urbani, comandati da quel nazista ed ex generale dei carabinieri Sementa (confermato nel suo ruolo dal nuovo sindaco), quotidianamente aggrediscono, picchiano e arrestano tutti gli immigrati che gli capitano a tiro. Gli esclusi sono quelli che non hanno un lavoro. Alcuni di loro “osano” protestare per averne uno e creano “gravi disagi” alla città, cosa che fa indignare i benpensanti, mentre altri cercano di guadagnare qualcosa attraverso “atti illegali”, cosa che invece spaventa a morte i bravi ed onesti cittadini. Gli esclusi sono quelli che vivono nelle periferie più degradate, che bisogna tenere a tutti i costi lontani dal salotto buono della città, per cui vengono tagliati una buona parte dei mezzi di collegamento con quelle zone con la scusa della crisi economica e della conseguente mancanza di fondi che, invece, per altre stronzate non mancano mai. Mentre la sbirraglia opera a livello diciamo “fisico”, i giornali, allineati e non, fanno la loro parte a livello “culturale”. A parte inventare episodi inesistenti di fantomatiche rapine a personaggi illustri con lo scopo di criminalizzare e canalizzare l’attenzione su determinate zone della città, che evidentemente fanno gola a qualcuno, adesso si sono inventati la favola che finalmente i napoletani reagiscono ai soprusi e collaborano con le autorità, ad esempio, nella cattura di ladri o scippatori. Agli inizi di settembre ci sono stati un paio di episodi in cui la gente è intervenuta a difesa di una vecchietta di 84 anni e di una ragazza che erano state scippate: ed ecco che, con toni enfatici, sui giornali si gridava al miracolo. “Finalmente la città reagisce. Finalmente la gente ha capito che deve fare la sua parte se vuole vivere in un contesto civile”, ed altre boiate del genere. A parte il fatto che questi episodi sono sempre avvenuti, la verità è che gli sbirri sono stati costretti ad intervenire per evitare che i ladri venissero linciati dalla folla: nessuno li aveva chiamati. Non è che episodi del genere mi ispirano simpatia, ma tra questo e la collaborazione con l’autorità ce ne passa. Tutto ciò i nostri cari giornalisti lo sanno bene ma sanno anche che a furia di ripetere una bugia questa diventa verità. La gente ci crede sul serio per cui mi aspetto, nei prossimi tempi, decine di episodi, veri o falsi che siano, in cui solerti cittadini interverranno per far arrestare malfattori, denunceranno abusivismi ed episodi di illegalità diffusa, finché qualcuno di loro si beccherà una pallottola in fronte, così la smettiamo con questa buffonata. L’ultima trovata dell’amministrazione comunale è quella di trasformare tutto il centro storico (ricordiamo uno dei più grandi d’Europa) in zona a traffico limitato il cui accesso sarà consentito solo ai residenti. La cosa suona abbastanza ridicola visto che delle centinaia di migliaia di persone che abitano in centro meno della metà hanno regolare residenza. La cosa che più mi incuriosisce è vedere la reazione di tutti quei commercianti, imprenditori e simili che vedranno messi in pericolo i loro guadagni. Chissà se formeranno un’associazione chiamata “Amici dell’euro” che chiede il rimborso da parte del comune dei mancati introiti. C’è anche chi chiede di inasprire la chiusura al traffico visto che i motorini (vera piaga cittadina) non saranno toccati dal provvedimento. Ingenuamente mi sono chiesto: ma è possibile che l’amministrazione comunale è così stupida e cieca da approvare un provvedimento così assurdo, deleterio e che, in teoria, dovrebbe scontentare quasi tutti? Poi la verità è venuta a galla. Coloro che avranno il permesso di circolare in città non solo devono essere residenti ma devono anche aver pagato tutte le tasse (ICI, TARSU, ecc.). Ecco che ci risiamo con i tentativi di normalizzazione. Con la guerra degli inclusi contro gli esclusi. Ricordiamo che Napoli è una delle poche città d’Europa in cui il centro storico è abitato, in larga parte, dalle fasce più disagiate della popolazione, immigrati compresi, che saranno quelle più colpite dal provvedimento. Il tentativo di buttare fuori tutta questa gente per ghettizzarla nei quartieri dormitorio in periferia è in atto da anni, ma adesso il pericolo è reale. In nome della legalità queste persone verranno sempre più criminalizzate, controllate e represse. Alla sbirraglia si affiancherà Equitalia che ha in mano le sorti di più della metà dei Napoletani. Se a tutto ciò aggiungiamo la progressiva distruzione del sistema di trasporti pubblici possiamo dichiarare, senza possibilità di smentita, che ci troviamo di fronte ad una bomba ad orologeria che, come sempre, speriamo scoppi al più presto. Il nuovo corso intrapreso dal magistrato/sindaco de Magistris ha l’appoggio di tutti i benpensanti (reazionari o progressisti che siano), di tutti quei bravi cittadini ligi alle leggi che appoggeranno provvedimenti sempre più liberticidi nel nome della legalità. Le sue scelte non saranno impopolari, non si sentirà il tanfo dell’autoritarismo statale. Insomma il nuovo fascismo stavolta sarà colorato di arancione e avrà come slogan: Democrazia, Partecipazione attiva, Cittadinismo. LAMPI NEL BUIO 22 settembre, Torino. Fuga dal Ferrante Aporti. Nella notte dal carcere minorile di corso Unione Sovietica sono fuggiti in tre: con una lima hanno segato le sbarre della finestra e si sono calati dal secondo piano utilizzando le lenzuola dei loro letti a mo’ di funi sino al marciapiede di via Berruti e Ferrero. 23 settembre, Afghanistan. Tre militari italiani perdono la vita in un incidente stradale vicino a Herat. Il numero delle e vittime, dall’inizio della missione Isaf, sale a 44. 7ottobre, Indonesia. Alle 2 del mattino, lo sportello bancomat della Bank Rakyat Indonesia (BRI) di Sleman, Yogyakarta, viene dato alle fiamme. Il fuoco provoca un’esplosione che distrugge i locali. Il sabotaggio è solo un’ulteriore esempio di resistenza in un paese che sta distruggendo i suoi alberi, le montagne e le coste a fini di lucro, mentre sta opprimendo il suo popolo. 12 ottobre, Napoli. Fermo ad un semaforo il consigliere comunale Gennaro Addio viene avvicinato da ignoti che prendono in consegna il suo scooter e la sua borsa. 18 ottobre Santiago del Cile. Un autobus dato alle fiamme, numerose barricate con pneumatici incendiati e bombe molotov contro la polizia che e’ ricorsa agli idranti e ha sparato in aria nella prima delle due giornate di protesta, convocate dagli studenti, mobilitati da oltre cinque mesi in tutto il Paese. Mercoledì 26 ottobre: proiezione film “Bad Boy Bubby” ore 20.00 a seguire cena.