ottobre 2011
numero 15 Quantomeno i vigliacchi scappano, i COBAS invece (e non solo loro) collaborano con gli sbirri
Nerone è tornato in blocco … Roma brucia
Il 15 ottobre appena passato è una data importante, uno spartiacque tra
due opposte posizioni, tra due lati di una barricata. Nelle strade, nello
sciogliersi e nel ricompattarsi tra le cariche dei blindati, nell’assalto
di banche, negli espropri, nel carnevale della distruzione abbiamo
nitidamente capito chi è veramente disposto a battersi contro questo stantio
sopravvivere, nonostante la disparità di mezzi con le truppe statali, e chi
invece inquadrato in quelle strutture politiche, cittadiniste e sindacali,
cerca solo una legittimazione politica di fronte allo Stato e in cambio di
briciole di potere ha svenduto o svenderà la vita di migliaia di individui.
In effetti cosa se ne fanno della libertà quando possono avere una comoda
poltrona ed un po’ di denari pubblici da spendere?
Ma se questa ovvia considerazione sulle finalità politiche di strutture,
associazioni e movimenti è cosa ordinaria e miserevole, sabato durante
il corteo e nei giorni a
seguire abbiamo assistito
al festival dell’infamità. I
militanti del movimento
per il diritto all’acqua
pubblica hanno consegnato
agli sbirri tre ragazzi, i
Cobas hanno aperto il loro
spezzone facendo passare
un intero reparto di celere
che ha attaccato alle spalle
molti compagni. Non paghi
nei giorni seguenti tutta
questa categoria di infami
ha invitato alla delazione
ed a passare filmati e
fotografie agli inquirenti.
Un atto di infamia che
non può e non deve essere
tollerato.
L’importanza che diamo a
questa giornata di lotta però
non è dovuta agli scontri
susseguitisi nell’arco di
6 ore per le strade della
città di Roma, quanto
piuttosto agli spunti teorici
che questi scontri hanno
prodotto.
Ci preme fare delle
considerazioni di ordine
più generale che riguardano
una prospettiva ed un
metodo che nei prossimi
mesi potrebbero tornarci utili nelle lotte che andremo ad affrontare.
Per quanto riguarda la prospettiva, questi sono tempi di rabbia, tempi in
cui una sola scintilla può infiammare gli animi; è quindi probabile che
giornate come quella di sabato saranno sempre più frequenti e vedranno
una partecipazione sempre più attiva di migliaia di individui stanchi di
questo stato di cose.
E se per i promotori di questo corteo è stata un’occasione perduta non
aver sfilato come pecore belanti fino a piazza San Giovanni e da un palco
riproporre discorsi vuoti e sterili che avevano come obiettivo quello di
sedare la massa accorsa numerosissima, per chi quel giorno si è battuto
è stata una gioia ascoltare solo la propria ira e quella di chi era fianco
a fianco nelle contro cariche ai blindati, è stata sublimazione dei sensi
condividere il cibo e l’acqua espropriati, i consigli pratici su come
attaccare meglio e su come difendersi, sentire il fragore delle esplosioni,
gustare il calore del fuoco che si è sprigionato dal blindato in fiamme e
quell’urlo a squarciagola, sotto le maschere antigas, ROMA LIBERA,
mentre la celere veniva dispersa.
Per una volta ancora non abbiamo dovuto ascoltare inutili disquisizioni
sull’efficacia della lotta nei nostri territori: abbiamo lottato. Per una volta
ancora non abbiamo dovuto sentire parlare di diritti e doveri: abbiamo
assaporato la dignità di chi nulla chiede e nulla si fa imporre, per una
volta e ancora ed ancora …
Dobbiamo comprendere quanto più velocemente possibile che sabato
abbiamo intercettato la rabbia spontanea e poco organizzata di migliaia di
individui che hanno finalmente ripreso ad alzare la testa.
Nei mesi che seguiranno lampi di collera continueranno a squarciare
la pace sociale che fa prosperare i ricchi e dobbiamo essere in grado di
supportarli con le idee e la pratica nella maniera più concreta possibile.
L’autorità di qualunque potere finisce nel momento stesso in cui gli
individui non hanno più terrore della repressione. Quando essere massacrati
in piazza o in caserma o essere imprigionati non fa più paura, niente può
frenare lo scatenarsi delle passioni.
Ma non possiamo accontentarci solo dei fugaci piaceri dello scontro contro
chi difende la proprietà, adesso è il momento più opportuno per rilanciare
con la massima forza d’urto tutte le pratiche per sabotare, minare le basi
stesse della società dei ricchi: quante più crepe riusciremo ad allargare
nello steccato sociale, che sta provando a stritolarci, tanto più saremo in
grado, in strada, di riprenderci tutto quello di cui ci hanno spossessato.
Partendo da questa
constatazione
si
deve riconoscere che
nonostante si fosse più
che attrezzati per far
fronte alla canaglia
sbirresca,
i
danni
e le perdite inflitte
ai
difensori
della
proprietà sono pochi e
superficiali.
Questo ci deve far
riflettere in quanto
la reazione dei ricchi
non si farà attendere
e dobbiamo imparare
quanto più velocemente
possibile
a
stare
in piazza partendo
dall’affinità tra individui
e
autorganizzandoci
per ampliare le capacità
finora messe in campo.
Ma per fare tutto ciò
dobbiamo alla svelta
dotarci di un minimo
di
coordinamento
informale tra gruppi di
affinità per essere più
efficaci ogni volta che la
situazione lo richiede.
Iniziare a concepire
che l’equipaggiamento
necessario
per
proteggersi e per attaccare non può essere preoccupazione da delegare
a terzi, ma fa parte del percorso di lotta che ha intrapreso ciascuno di
noi. Metabolizzare l’evidenza che, per le vie come sui sentieri, conoscere
approfonditamente il campo di scontro significa anticipare le cariche
e prevenirle e soprattutto iniziare a dotarsi della capacità cognitiva di
lasciare al caso solo l’imprevedibile e organizzarsi per tutto il resto: questi
devono diventare elementi condivisi.
Nei prossimi giorni molti degli arresti che colpiranno ragazzi e ragazze che,
per mancanza di esperienza o per semplice incuria non hanno provveduto
a coprirsi bene, avrebbero potuto essere evitati con pochi semplici gesti.
Ad esempio deve diventare prassi comune distruggere tutte le telecamere
e le macchine fotografiche presenti in giro durante queste situazioni di
piazza, sia quelle fisse che quelle dei reporter di professione e non.
Se da un lato pare che negli ultimi mesi ci sia molta più inclinazione
a battersi che negli ultimi dieci anni (a parte una piccola minoranza di
strenui individui che sempre si è battuta e continuerà a farlo), dall’altro
questa attitudine deve essere incoraggiata e supportata da chi ha nel suo
bagaglio esperienze pratiche e teoriche accumulate negli anni.
È in questo momento che dobbiamo essere più presenti nelle strade
per alimentare quella conflittualità sociale che sempre di più si sta
delineando.
Appello internazionale della CCF/
Federazione Anarchica Informale
Ai prigionieri anarchici
Il carcere è il paese dei prigionieri. Da qui vogliamo inviare i nostri saluti ai
compagni imprigionati in tutto il mondo e dare l’avvio ad una proposta.
Nel paese dei prigionieri i giorni si susseguono lentamente ed
indifferentemente, mentre dappertutto prevale il cemento ed una noia
immensa.
Tuttavia, con frequenza le nostre menti evadono e di soppiatto visitano i
nostri fratelli imprigionati in Cile, Messico, Italia, Germania, Svizzera,
Inghilterra, Russia, Danimarca e dove vi sono altri rinchiusi in celle, ma
che non si sono dimenticati del desiderio per la libertà.
Compagni, conversiamo con voi anche se non parliamo la stessa lingua.
Ci osserviamo anche se non ci siamo mai visti, sorridiamo tra noi anche
se non ci conosciamo.
Il nemico crede di poter spezzare il nostro morale rinchiudendoci, mesi
ed anni, nelle sue celle. Il Potere ha la speranza in una dichiarazione di
pentimento, un rinnegamento dell’azione diretta, una revisione dei nostri
valori anarchici.
Ma le uniche cose che riceverà saranno il disprezzo totale e la nostra rabbia
più forte. Tutti noi, che abbiamo accettato la responsabilità di appartenere
alla CCF della prima fase, attendiamo delle sentenze di condanna di molti
anni, condannati da un sistema al quale abbiamo dichiarato la guerra,
perché non tolleriamo che governi sulle nostre esistenze.
Il processo che sta per esser imbastito contro la CCF lo vogliamo
trasformare in un processo contro il sistema.
Con il nostro discorso e la nostra posizione non saremo noi che peroreremo
la nostra causa di fronte ai giudici, ma saranno essi a farlo, per i reati
commessi dal Potere che servono.
Allo stesso tempo vogliamo porre in risalto il meccanismo fascista
costruito per perseguitarci con la collaborazione dei servizi polizieschi,
giudiziari e giornalistici.
Un meccanismo che ha lanciato una campagna anti-anarchica senza
precedenti, con l’obiettivo non solo del nostro arresto, ma di creare
un clima di diffusione della paura, in cui persino il possesso di testi di
anarchici prigionieri, già pubblicati, può condurre una persona di fronte
ad un magistrato.
Hanno proceduto a molti arresti, emettendo ordini di cattura, pubblicando
foto di quelli tra di noi sfuggiti alla cattura, con titoli di giornali sulle
“connessioni tra tutte le organizzazioni guerrigliere”, con reportage
sulla “cassa rivoluzionaria” e sulla nostra partecipazione alla rapine in
banca, con le analisi del “profilo psicologico” di ciascuno di noi fatte da
“specialisti” e molte altre metodiche manovre con l’obiettivo di isolarci
moralmente e di emarginare la guerriglia urbana anarchica.
In questa maniera lo Stato vuole cancellare l’azione diretta anarchica dalla
mappa dei valori dei circoli sovversivi.
Vuole
presentare
l’azione diretta come
una decisione vana, che
ti conduce direttamente
in carcere e che non
cambia nulla.
Tuttavia, quando uno
decide di scegliere
l’azione diretta, decide
di prendere la propria
vita nella sue mani.
Con l’azione diretta
abbiamo
spezzato
l’immobilità
del
pensiero,
abbiamo
cancellato movimenti
pusillanimi e sabotato gli orologi della disciplina, creando tempi e spazi
liberi all’interno dell’ostile ambiente della metropoli.
Laddove le videocamere registrano i nostri movimenti, i porci sbirri
in uniforme osservano i nostri sguardi e gli schermi dello spettacolo
fabbricano i nostri desideri, noi, ancora una volta, ci incappucciamo. Le
nostre mani afferrano pietre, molotov, bombe, pistole e scendiamo in
strada alla ricerca della libertà.
Ora, stando in carcere, non ci siamo mai dimenticati di quella sensazione
ed alla prima occasione faremo esattamente lo stesso.
Per questo non vogliamo che nel nostro processo ci difenderà qualcuno della
nota cricca dei circoli sinistrorsi, intellettuali o professori universitari.
Cosa sanno tutti questi sull’avventura dell’azione diretta e sui valori che
essa ha?
Cosa possono dire quelli che trascorrono tutto il giorno seduti sui loro
comodi studi, con la loro cultura di sinistra da salotto che chiacchiera contro
il sistema, nel momento in cui questo stesso sistema li sta alimentando?
No, ben lungi da noi la loro “sensibilità” ed i loro sensi di colpa che
provano per essersi venduti al Potere che vuole presentarci come “giovani
con ansie e sensibilità sociali”.
Non cerchiamo false simpatie, né appoggio dalla Sinistra, al contrario:
cerchiamo complici nel nostro delitto, quella della lotta per l’anarchia e
la libertà.
Non ci potrebbe essere un luogo più affidabile per questa nostra ricerca
che il carcere, che nel percorso di molti compagni anarchici costituisce
una sosta obbligata.
Per questo, compagni, ci rivolgiamo a voi con una proposta-invito.
In pochi mesi si terrà il secondo processo contro la CCF.
Sin da ora sappiamo che saremo condannati e nemmeno per un minuto
faremo un passo indietro, nemmeno chineremo la nostra testa o la nostra
voce per trarre benefici da alcuna “circostanza attenuante”.
Per questo non vi può essere un discorso di difesa meglio e più forte che
la vostra stessa voce, compagni. E’ dalle vostre espressioni di solidarietà
ed in seguito agli attacchi realizzati dai gruppi anarchici di azione diretta
che noi prendiamo il coraggio di guardare direttamente negli occhi i
nostri persecutori. E’ qualcosa che certamente anche voi avrete sentito,
imprigionati in altri paesi e pagando lo stesso prezzo per la nostra comune
passione per la libertà.
Più in concreto, quel che stiamo pensando e proponendo è di editare, in
previsione del processo, un opuscolo i cui contenuti saranno le vostre
parole solidali internazionali con il caso della CCF.
Allo stesso tempo ci piacerebbe, visto che per noi la solidarietà è un
concetto reciproco e se desiderate esprimerla in modo da darci la forza
ed il sostegno, l’aggiunta di un testo d’introduzione che parli del caso di
ciascuno di voi.
In questa maniera, con l’opuscolo che vogliamo editare, accluderemo
anche la presentazione dei casi di ciascuno di voi, portando la vostra
esperienza di lotta in Grecia ed a tutti gli altri paesi in cui si diffonderà
questa pubblicazione. Così, si creano nuove opportunità per istigare le
ostilità con il sistema come parte della solidarietà internazionale.
Tutti insieme costruiremo un’esperienza internazionale della lotta, che
va ben oltre il nostro caso concreto, considerando che non percepiamo la
CCF come una semplice sigla di una organizzazione, ma come uno status
che descrive e compone le caratteristiche ed il tragitto di lotta anarchica
che portiamo avanti, parte della quale è anche la nostra permanenza in
carcere.
Si tratta di un’esperienza che vogliamo condividere con tutti voi, compagni
che vi trovate prigionieri nelle mani dello Stato, ed allo stesso tempo si
tratta di una proposta con la quale anche noi potremmo esser complici
delle vostre esperienze.
In questa maniera sarà possibile, all’interno dei circoli anarchici
internazionali, ad un livello di unità e di coordinamento che non sia vago
ma essenziale.
Il contatto tra compagni prigionieri a livello internazionale trasforma la
solidarietà in un laboratorio rivoluzionario che farà conoscere le diverse
percezioni che configurano un fronte d’azione anarchica.
Questa prima conoscenza tra noi è capace di creare pre-condizioni in
modo che si apra un dialogo internazionale, sia tra noi prigionieri che con
e tra i compagni che sono fuori dalle mura carcerarie, un dialogo in cui
si dibatteranno percezioni ed analisi specifiche di ciascuno, dando vita a
delle azioni coordinate di attacco contro lo Stato. Naturalmente senza che
tutto ciò significhi la fusione o l’appiattimento delle diverse opinioni.
Inoltre, tali differenze non possono e non devono esser un ostacolo in un
mutuo appoggio.
Si tratta del tentativo di passare dalla simpatia che, con lettere
e reciproche citazioni nei testi si sono evidenziate tra di noi, al
coordinamento internazionale. Si tratta di divenire complici creando
insieme la Internazionale Nera degli anarchici prigionieri appoggiando,
per chi lo desideri, la proposta dei compagni italiani sul rafforzamento
ed ampliamento della Federazione Anarchica Internazionale / Fronte
Rivoluzionario Internazionale.
Le potenzialità scaturite da questa via sono enormi, visto che si tratta di
un processo di acutizzazione delle ostilità tra anarchici rivoluzionari ed il
sistema.
Vale la pena immaginarci la forza che potrebbe acquisire una mobilitazione,
per esempio, che parta nelle carceri cilene, attraversa le frontiere, e
giunge fino alle celle della Grecia. In questa maniera, dalle carceri ci si
potrà appellare ad una campagna internazionale di solidarietà, come è
già avvenuto nel passato quando s’è trattato dell’appoggio al compagno
Gabriel Pombo da Silva.
Allo stesso tempo, la creazione di una rete autonoma di comunicazione
tra i prigionieri crea delle adeguate pre-condizioni per l’esistenza di un
flusso permanente di informazioni su quel che accade in ogni carcere,
le condizioni di reclusione, i processi a venire, le sentenze, ed infine la
preparazione di un piano di contrattacco per i compagni che sono fuori
dal carcere.
Per ogni condanna contro un compagno, per ogni punizione disciplinare,
per ogni proibizione della corrispondenza o dei colloqui, per ogni
trasferimento vendicativo: nessun carceriere, nessuna ambasciata e
nessun poliziotto dovranno sentirsi al sicuro. Quando la potenzialità di
comunicazione passerà tra le mani dei prigionieri, dappertutto ci saranno
compagni decisi a rispondere con l’azione, col sabotaggio ed il fuoco.
La proposta di editare l’opuscolo “Parole internazionali solidali con CCF”
la consideriamo come un primo passo verso questa direzione.
A seguire ci saranno sicuramente molti altri passi, è solo che da qualche
parte si deve cominciare.
Concludendo, salutiamo e siamo con voi, sia con i nostri pensieri che con
i cuori, dai compagni in Cile accusati per il “caso bombas” alla compagna
Tamara che affronta la persecuzione dello Stato per aver inviato un paccobomba.
Dalle carceri della Grecia inviamo segnali di fuoco e di anarchia a Monica
Caballero, Andrea Urzua, Viejo Loco e gli altri compagni accusati per il
“caso bombas”, a Gabriel Pombo da Silva, a Thomas Meyer-Falk, a Marco
Camenisch, a Silvia, Billy e Costa, a Braulio e Arturo, a Walter Bond, a
Villaroel e Fuentevilla, a Thomas Black ed agli antifascisti inglesi, agli
insurrezionalisti italiani imprigionati, ai russi e bielorussi, ai danesi ed a
tutti quelli che abbiamo dimenticato o dei quali non conosciamo il nome e
che vorremmo conoscere, perché tutti noi abbiamo scelto di andare contro
la nostra epoca, avendo l’anarchia come bussola.
A tutti noi dedichiamo il seguente frammento:
“Un giorno di carcere. Due giorni di carcere. Tre giorni di carcere. Un
mese di carcere.
La porta si chiude e si apre, si chiude e si apre di nuovo. Tre mesi di
carcere. E’ trascorso un anno di carcere. Vai a sapere se gli altri stanno
pensando a me come io penso ad essi. Oggi il giorno non passa mai.
Quattrocentottantadue giorni di carcere. Quattrocentottantatre giorni
di carcere. Quattrocentottanta… ho perso il conto. Cazzo… meglio
così, in carcere non sta bene far conti. I calcoli non hanno alcun senso.
Il carcere ha un suo odore. Un odore che ti si appiccica addosso e ti
segue. Dai, non riuscirò mai a togliermelo di dosso. Ieri ho finito due
calendari in carcere. Son trascorsi due fottuti anni. Non riesco a prender
sonno. Mi son dimenticato di come si ride e già non posso sognare.
“Clinc, clinc” durante la notte. Mi svegliano per perquisire. Troveranno
i coltelli? Settecentocinquantuno giorni di carcere. Siete soddisfatti mie
cari giudici? Porci. Settecentocinquantadue giorni di carcere, porci.
Settecentocinquantatre porci. Dai, che uscirò. Dai, che uscirò. La mia cella
misura 3 metri per 3. Dalla finestra del primo piano vedo il 20% del cielo
al di sopra delle fottute mura del carcere. Cammino automaticamente nel
cortile. Ho fatto chilometri in un cortile di pochi metri. Noia e di nuovo
noia. Oggi ho vomitato la mia stessa anima. Ho vomitato sbarre, mura,
isolamenti, anni di carcere, sentenze giudiziarie. Ho vomitato 3 anni di
carcere. Non voglio contare più. Chiudo i miei occhi e penso. Penso ai
miei compagni che son lontani da me, in altre carceri. Penso ai fuochi sui
tetti delle carceri. Penso a tutto ciò che ha cercato di farmi dimenticare.
Penso ad un sorriso, una carezza, una svolta che non finisce lì dove finisce
il muro, uno sguardo che non sia prigioniero dietro le sbarre del fottuto
carcere. Smetto di pensare. Apro la mano. Osservo la lima. Adesso so.
So esattamente quel che devo fare. Dai, ancora una volta. Con più forza,
stavolta. Fino alla fine. Viva l’Anarchia. ”
(Frammento alterato del testo firmato “J. e V.”)
VIVA LA COSPIRAZIONE DELLE CELLULE DI FUOCOVIVA LA FEDERAZIONE ANARCHICA INFORMALE/FRONTE
RIVOLUZIONARIO INTERNAZIONALE
Tutte le risposte, i testi, i commenti/critiche possono esser inviate alla
casella postale:
Post Box 51076
T.K. 14510 Nea Kifissia
Athens
Greece
o alla e-mail:
sinomosiapf@ yahoo.gr
I membri prigionieri della CCF:
Argyrou Panagiotis
Nikolopoulos Mihalis
Nikolopoulos Giorgos
Tsakalos Gerasimos
Tsakalos Hristos
Polydoros Giorgos
Bolano Damianos
Hadzimihelakis Haris
Ikonomidou Olga
Salute, Lavoro mi consiglia di non badare alle incomprensioni, di prendere
vitamine e di essere propositiva, in effetti potrebbe andar bene a chiunque.
Sfoglio ancora e tra intrighi e inciuci di politici e vip, un bombardamento e
una ricetta di cucina qualcosa sulla pagina locale cattura la mia attenzione.
Sono solo cinque righe di un trafiletto in fondo alla pagina. Parla di un
uomo. Di un uomo che è morto. Ma non è il radicamento alla vita a non
farmi sentire il calore cocente della tazzina che stringo tra le mani, visto
che nei bombardamenti di ieri sono morte molte più persone. No, non è la
morte. È che lo hanno ammazzato, non con un proiettile di una pistola ma
con una dose di valium troppo elevata, infarto dicono...
Il fatto che questo non sia avvenuto in un ospedale, ma in un appartamento,
uno qualsiasi di Napoli, forse quello che ho di fronte, mi fa decidere di
soffermarmi a pensare...
Un uomo agitato entra nel palazzo dove è cresciuto, cercando da mangiare,
urla e si agita; nella foga colpisce una donna che conosce. Passa una
volante, una delle tante piazzate a pattugliare vicoli e piazze, orgoglio
tanto di questo sindaco quanto di quello precedente.
Ma stavolta non sono loro gli esecutori dell'omicidio, chiamano rinforzi,
altri colleghi, altri killer, collaboratori che “carte alla mano”, possano
operare per tenere il quotidiano dentro i ranghi di una fantomatica e
tranquilla “normalità”.
Il rumore dei sicari è sempre lo stesso, quello delle sirene spiegate. Arriva
l'ambulanza, con a bordo medici ed infermieri che, per legge, possono
effettuare un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Un T.S.O., si può
disporre per autorità del sindaco, di un componente della famiglia, o di
forze di polizia, verso qualsiasi persona ritenuta non in grado di intendere
e di volere; se nella vita ne hai subito uno, risulta essere un precedente,
se assumi psicofarmaci risulti essere uno psicolabile che potrebbe essere
soggetto a questo trattamento. È così che hanno Trattato quell'uomo, ma
la “cura” non è andata bene e diranno: Infarto, Anomalia...E quel giorno,
come altri, in quel palazzo il potere giudiziario ha fatto un’altra vittima
della sua quotidiana carneficina, fatta di leggi e attuata da chi è disposto ad
indossare camici e divise. Quel giorno sono stati i camici bianchi. Come
da protocollo hanno effettuato un T.S.O., diranno Infarto, Anomalia... non
è il primo che finisce così, la storia ne è piena, si compie ogni giorno nelle
carceri e nelle caserme, negli O.P.G. e nei C.I.E., negli ospedali e nelle
case di cura.
In molte di queste strutture detentive è presente la figura dello psicologo,
che in molti casi non tarderà ad affidare ad altri specialisti i soggetti che,
non rientrando nelle categorie che ha studiato, diventeranno solo un
numero di cartella clinica, in balia di una sorte ancora più oscura, ovvero
nel vortice della psichiatra.
Gli psichiatri sì che sono bravi, hanno un'infinità di “mali dell'animo” da
far ricadere nelle loro categorie, persino l'eccessiva allegria dei bambini,
il mal d'amore o il cambiamento d'umore di una donna che ha appena
partorito, possono essere considerati disturbi emotivi, di cui dicono di
potersi prendere cura. Cura: “avere riguardo, prestare attenzione...”, ma
mettersi in cura da uno psichiatra o essere sottoposti contro la propria
volontà al loro giudizio, equivale senza ombra di dubbio a diventare
vittime succubi delle loro armi: gli psicofarmaci, che come tutte le armi
vengono progettate nei laboratori.
Laboratori pieni di scienziati, ricercatori, e tutti indossano il camice
bianco, non importa cosa si esamina e quale sia il fine dell'esperimento,
il camice deve essere tassativamente bianco. Quasi a voler nascondere
le macchie degli interessi speculativi delle industrie di cui sono schiavi
felici, siano esse biologiche, tecnologiche, farmaceutiche o militari. Tutte
producono cantilenando: “il bene del progresso, il bene del paese, per lo
sviluppo...”.
Ed è proprio questa litania che garantisce che il concetto di sviluppo sia
inteso come produzione, la quale deve essere Santificata e Garantita, per
rifornire mercati ed eserciti. Che siano O.G.M. o armi che servono ad
esportare la democrazia, i loro guadagni verranno spacciati come “utili”
per garantire la fine della fame nel mondo, la liberazione da sofferenze e
dittature, vantando la pretesa di lavorare per “migliorare la qualità della
vita delle persone”.
Ma nonostante questa propaganda umanitaria, mal si cela l'obiettivo
di isolare chiunque possa rappresentare una falla in questo sistema,
dimostrando di non essersi rassegnati di fronte ad un presente di merda che
non offre altre prospettive, che non siano quelle già calcolate e calcolabili,
entro le quali far ricadere l'espressione della nostra libertà: scegliere tra le
marche dei prodotti o quale università frequentare e cambiare canale del
televisore, nel tempo libero scandito dal lavoro e con l'obiettivo di andare
ad abitare in una casa da pagare alle banche, fingendo una vita felice
TOGLIERE LE PILE
paragonabile ad uno spot pubblicitario. Rispetto a questo si può desistere
o attaccare decidendo di trasformare quella falla in un terremoto che
scuote dalle fondamenta l'idea che qualcuno possa decidere di governare
È mattina. Me ne accorgo perché suona la sveglia. Sette in punto, per non le nostre sensazioni e i nostri desideri, sviluppando voglia di delirio e
perdere il treno delle otto. Come sempre è affollato, come sempre qualcuno distruzione.
si lamenta per l'aumento del costo del biglietto. Penso che non vorrei
essere qui, penso al lavoro, a quando ce l'ho e a quando devo cercarlo. Il 6 di ottobre le compagne ed i compagni del circolo anarchico Fuoriluogo
Le braccia mi pendono lungo il corpo. Non mi piace andare a lavorare, di Bologna sono ritornati in libertà dopo 6 mesi passati tra carceri e
non mi appaga, ma quando sono senza non sono contenta uguale, perché domiciliari. Erano stati inquisiti ed imprigionati a seguito di un’operazione
penso all'affitto e alle bollette e dove andare a cercare un altro lavoro. Ma repressiva denominata “outlaw”. Lo stato ed il capitale cercano attraverso
è mattina, e non posso sentirmi distrutta e poco produttiva, devo scacciare queste manovre di fermare chiunque si oppone, con la pratica delle proprie
questi pensieri, scendo le scale della stazione di arrivo, scegliendo di idee, all’inferno delle merci a cui ci vorrebbero sottomessi e muti.
posticipare le soluzioni, di districare questo gomitolo di dubbi e necessità Noi come i nostri compagni inquisiti rifiutiamo di arrenderci quale che sia
magari nel viaggio di ritorno, magari a casa mentre fisso il vuoto della la portata degli attacchi repressivi che ci scagliano contro.
televisione, magari domani. Magari...
Ah,no...ecco che di nuovo mi incupisco e non sono nemmeno arrivata Ci stringiamo con affetto e determinazione ai nostri compagni e compagne
all'ultimo gradino. Forse se mi spingo tra la calca per prendere una appena liberati, sapendo che ci ritroveremo un’altra volta sui sentieri della
copia del giornale gratuito un po' di contatto umano mi solleverà o forse rivolta.
L’anarchia non si arresta.
l'oroscopo.
Lo guardo per prima cosa, nel quarto caffè della giornata tra Amore,
NAPOLI
Del tentativo di normalizzare una città come Napoli ed allinearla a quelli che
vengono definiti “standard europei” ne abbiamo già parlato nei precedenti
numeri del giornale. Ciò che mi ha convinto a ritornare sull’argomento è
una sorta di accelerazione di questo processo negli ultimi mesi.
Dall’inizio dell’estate una serie di episodi hanno stimolato la mia curiosità
e hanno fatto crescere la mia rabbia nei confronti non solo della nuova
compagine politica che amministra la città, ma anche, e specialmente, verso
tutte quelle persone che quest’amministrazione l’hanno voluta, votata e
che ora appoggiano senza remore anche di fronte a palesi bestialità.
Sempre più spesso si sente parlare di rivoluzione culturale, di rinascimento
napoletano ed altre amenità del genere. All’improvviso sembra che i
Napoletani abbiano finalmente scoperto il valore di concetti come quello
della legalità e della partecipazione democratica. Nuove associazioni
cittadine nascono continuamente; il nome è sempre lo stesso: amici di
questa o quella piazza o di quel quartiere. Anche le richieste sono sempre
le stesse: più telecamere, più poliziotti per strada, installazione di aiuole
e fioriere che hanno come unico scopo quello di togliere spazio a tutti
quei ragazzini che si organizzano, ad esempio, per giocare una innocua
partita di pallone. C’è gente che si è presa la briga di affiggere manifesti,
in prossimità dei bidoni dell’immondizia, in cui si dice che sono state
installate telecamere nascoste per scoprire chi butta l’immondizia fuori
dagli orari consentiti, e che depositarla in determinati luoghi è illegale!!!
Come se la colpa dell’accumulazione di centinaia di tonnellate di
immondizia per le strade della città fosse unicamente ascrivibile a quei
cittadini che non rispettano le regole di un vivere civile identificato
esclusivamente con l’acritico rispetto delle leggi.
A parte l’imbecillità di alcuni personaggi, se si scava un po’ più a fondo
si scopre che la composizione sociale di questi gruppi di bravi cittadini
è sempre la stessa (media borghesia, piccoli e grandi commercianti,
imprenditori, ecc.) e che sono stati stanziati dei fondi comunali a favore di
associazioni cittadine o per il rilancio del commercio e del turismo nelle
zone depresse della città (?!?). Insomma sempre la solita solfa.
È abbastanza chiaro il fatto che il raggiungimento della legalità passa
attraverso la guerra dei ricchi contro i poveri o, come amiamo definirli,
degli inclusi contro gli esclusi.
Gli esclusi sono tutti quelli che invadono le strade con le loro merci, che
deturpano il decoro della città e che bisogna a tutti i costi eliminare; ed
ecco che squadracce di vigili urbani, comandati da quel nazista ed ex
generale dei carabinieri Sementa (confermato nel suo ruolo dal nuovo
sindaco), quotidianamente aggrediscono, picchiano e arrestano tutti gli
immigrati che gli capitano a tiro.
Gli esclusi sono quelli che non hanno un lavoro. Alcuni di loro “osano”
protestare per averne uno e creano “gravi disagi” alla città, cosa che fa
indignare i benpensanti, mentre altri cercano di guadagnare qualcosa
attraverso “atti illegali”, cosa che invece spaventa a morte i bravi ed onesti
cittadini.
Gli esclusi sono quelli che vivono nelle periferie più degradate, che
bisogna tenere a tutti i costi lontani dal salotto buono della città, per cui
vengono tagliati una buona parte dei mezzi di collegamento con quelle
zone con la scusa della crisi economica e della conseguente mancanza di
fondi che, invece, per altre stronzate non mancano mai.
Mentre la sbirraglia opera a livello diciamo “fisico”, i giornali, allineati
e non, fanno la loro parte a livello “culturale”. A parte inventare episodi
inesistenti di fantomatiche rapine a personaggi illustri con lo scopo di
criminalizzare e canalizzare l’attenzione su determinate zone della città,
che evidentemente fanno gola a qualcuno, adesso si sono inventati la
favola che finalmente i napoletani reagiscono ai soprusi e collaborano
con le autorità, ad esempio, nella cattura di ladri o scippatori. Agli inizi
di settembre ci sono stati un paio di episodi in cui la gente è intervenuta
a difesa di una vecchietta di 84 anni e di una ragazza che erano state
scippate: ed ecco che, con toni enfatici, sui giornali si gridava al miracolo.
“Finalmente la città reagisce. Finalmente la gente ha capito che deve fare
la sua parte se vuole vivere in un contesto civile”, ed altre boiate del
genere. A parte il fatto che questi episodi sono sempre avvenuti, la verità
è che gli sbirri sono stati costretti ad intervenire per evitare che i ladri
venissero linciati dalla folla: nessuno li aveva chiamati. Non è che episodi
del genere mi ispirano simpatia, ma tra questo e la collaborazione con
l’autorità ce ne passa. Tutto ciò i nostri cari giornalisti lo sanno bene ma
sanno anche che a furia di ripetere una bugia questa diventa verità. La
gente ci crede sul serio per cui mi aspetto, nei prossimi tempi, decine di
episodi, veri o falsi che siano, in cui solerti cittadini interverranno per
far arrestare malfattori, denunceranno abusivismi ed episodi di illegalità
diffusa, finché qualcuno di loro si beccherà una pallottola in fronte, così
la smettiamo con questa buffonata.
L’ultima trovata dell’amministrazione comunale è quella di trasformare
tutto il centro storico (ricordiamo uno dei più grandi d’Europa) in zona
a traffico limitato il cui accesso sarà consentito solo ai residenti. La cosa
suona abbastanza ridicola visto che delle centinaia di migliaia di persone
che abitano in centro meno della metà hanno regolare residenza.
La cosa che più mi incuriosisce è vedere la reazione di tutti quei
commercianti, imprenditori e simili che vedranno messi in pericolo i
loro guadagni. Chissà se formeranno un’associazione chiamata “Amici
dell’euro” che chiede il rimborso da parte del comune dei mancati
introiti.
C’è anche chi chiede di inasprire la chiusura al traffico visto che i motorini
(vera piaga cittadina) non saranno toccati dal provvedimento.
Ingenuamente mi sono chiesto: ma è possibile che l’amministrazione
comunale è così stupida e cieca da approvare un provvedimento così
assurdo, deleterio e che, in teoria, dovrebbe scontentare quasi tutti? Poi
la verità è venuta a galla. Coloro che avranno il permesso di circolare in
città non solo devono essere residenti ma devono anche aver pagato tutte
le tasse (ICI, TARSU, ecc.).
Ecco che ci risiamo con i tentativi di normalizzazione. Con la guerra
degli inclusi contro gli esclusi. Ricordiamo che Napoli è una delle poche
città d’Europa in cui il centro storico è abitato, in larga parte, dalle fasce
più disagiate della popolazione, immigrati compresi, che saranno quelle
più colpite dal provvedimento. Il tentativo di buttare fuori tutta questa
gente per ghettizzarla nei quartieri dormitorio in periferia è in atto da
anni, ma adesso il pericolo è reale. In nome della legalità queste persone
verranno sempre più criminalizzate, controllate e represse. Alla sbirraglia
si affiancherà Equitalia che ha in mano le sorti di più della metà dei
Napoletani.
Se a tutto ciò aggiungiamo la progressiva distruzione del sistema di
trasporti pubblici possiamo dichiarare, senza possibilità di smentita, che
ci troviamo di fronte ad una bomba ad orologeria che, come sempre,
speriamo scoppi al più presto.
Il nuovo corso intrapreso dal magistrato/sindaco de Magistris ha
l’appoggio di tutti i benpensanti (reazionari o progressisti che siano), di
tutti quei bravi cittadini ligi alle leggi che appoggeranno provvedimenti
sempre più liberticidi nel nome della legalità. Le sue scelte non saranno
impopolari, non si sentirà il tanfo dell’autoritarismo statale. Insomma il
nuovo fascismo stavolta sarà colorato di arancione e avrà come slogan:
Democrazia, Partecipazione attiva, Cittadinismo.
LAMPI NEL BUIO
22 settembre, Torino. Fuga dal Ferrante Aporti. Nella notte
dal carcere minorile di corso Unione Sovietica sono fuggiti in
tre: con una lima hanno segato le sbarre della finestra e si sono
calati dal secondo piano utilizzando le lenzuola dei loro letti a
mo’ di funi sino al marciapiede di via Berruti e Ferrero.
23 settembre, Afghanistan. Tre militari italiani perdono la vita
in un incidente stradale vicino a Herat. Il numero delle e vittime,
dall’inizio della missione Isaf, sale a 44.
7ottobre, Indonesia. Alle 2 del mattino, lo sportello bancomat
della Bank Rakyat Indonesia (BRI) di Sleman, Yogyakarta,
viene dato alle fiamme. Il fuoco provoca un’esplosione che
distrugge i locali. Il sabotaggio è solo un’ulteriore esempio
di resistenza in un paese che sta distruggendo i suoi alberi, le
montagne e le coste a fini di lucro, mentre sta opprimendo il
suo popolo.
12 ottobre, Napoli. Fermo ad un semaforo il consigliere comunale Gennaro Addio viene avvicinato da ignoti che prendono in consegna il suo scooter e la sua borsa.
18 ottobre Santiago del Cile. Un autobus dato alle fiamme,
numerose barricate con pneumatici incendiati e bombe molotov contro la polizia che e’ ricorsa agli idranti e ha sparato in
aria nella prima delle due giornate di protesta, convocate dagli
studenti, mobilitati da oltre cinque mesi in tutto il Paese.
Mercoledì 26 ottobre: proiezione film “Bad Boy Bubby” ore
20.00 a seguire cena.
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