MISSIONARI MONFORTANI ITALIANI IN MISSIONE Frammenti di cronaca dalla corrispondenza dei missionari italiani in missione (1962/1972) 2 A cura di Santino Epis Bergamo 2002 I testi del presente opuscolo sono tratti esclusivamente dalle pagine de “L’Apostolo di Maria” dagli anni 1962/1972 2 1962 Questa è la nostra vita! 1962: Anno del Concilio Ecumenico: “... Confidando nell’aiuto del Divin Redentore, principio e fine di ogni cosa, della sua augusta Madre e di San Giuseppe, cui fin dall’inizio abbiamo affidato un così grande evento, ci sembra giunto il momento di convocare il Concilio Ecumenico Vaticano II. Pertanto con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e la nostra, indiciamo, annunziamo e convochiamo per il prossimo 1962 l’ecumenico e generale Concilio che si celebrerà nella Basilica Vaticana in giorni che verranno fissati secondo l’opportunità che la buona Provvidenza ci vorrà favorire...”. Così Papa Giovanni XXIII, nel discorso di Natale 1961, annunciava l’indizione del Concilio Vaticano II. Un momento d’importanza storica P. Alessandro Assolari ne sottolinea l’importanza dal punto di vista missionario: “...Siamo in un momento la cui importanza non sfugge a nessuno. I fatti di cronaca interessanti la grande stampa hanno il valore e la durata dei funghi che ad agosto riempiono il bosco. La Chiesa, illuminata dallo Spirito e guidata da un Capo verso il quale tutti i popoli convergono lo sguardo, sta scrivendo le sue pagine più belle. Nel mondo diviso da antagonismi e brame insoddisfatte di imperialismo, un fremito di unità corre nelle masse cristiane: siano esse dentro o fuori l’ovile di Cristo. Noi cristiani dobbiamo in questo anno splendido, l’Anno del Concilio, contribuire personalmente a dare questo volto alla Chiesa. Non è permesso lasciare quest’opera ai soli Pionieri del Vangelo. I missionari sono, per quantità e qualità, l’espressione visibile dell’atteggiamento del popolo cristiano 3 nei confronti della Chiesa. Se la qualità può essere difficilmente controllata, la quantità è contro di noi. Quale giustificazione può essere mai data alla nostra brutta posizione nella classifica delle nazioni cristiane in fatto di cooperazione cristiana? Che ognuno rifletta con sincerità a ciò che sin qui ha fatto per le missioni. Ma, soprattutto, che ognuno si convinca che tutti noi possiamo e dobbiamo contribuire a rendere la Chiesa, anche visibile, sempre più una, santa, cattolica e missionaria. Solo così avremo soddisfatto al nostro impegno missionario”. Le mie prime esperienze missionarie P. Angelo Rota parla delle sue prime esperienze missionarie. “... Tre mesi di studio di lingua malgascia, un esamino con il Vescovo ed eccomi missionario patentato in un grosso paese di 10.000 chilometri quadrati con più di 35.000 abitanti: 4.500 cattolici, 1.500 catecumeni, 2.200 protestanti, pochi anglicani, il resto, 27.000 ancora pagani. Un Centro missionario, il più vasto della Diocesi, con 116 chiese sparse nella campagna e tra le montagne. Una vera diocesi, ma povera perché dispone di soli tre padri. Spesso la gente, venendo a farci visita domanda: Dove sono i Padri? Il cuoco risponde che siamo in tournée. Seguendo un programma ben dettagliato e rimanendo il meno possibile alla residenza, si riesce a visitare le diverse cristianità affidate alle nostre cure, quattro o cinque volte l’anno. Si manda per tempo una lettera d’avviso con il programma della tournée. Il giorno fissato si parte. Muniti dell’altarino da campo, di poche cose personali e dello stretto necessario per riposarci la notte, si passa di villaggio in villaggio per portare ai cristiani il conforto dei sacramenti e spiegare loro il catechismo che hanno imparato con il catechista nelle adunanze domenicali. 4 Così per 15/20 giorni, un mese. Si torna alla base per la registrazione dei battesimi e un riposo, poi si riparte in un’altra direzione per lo stesso lavoro. Questa è la nostra vita. Arrivando da Ilaka ebbi alcuni giorni per ambientarmi, andare a Mahanoro per una giornata di ritiro e per la discussione dei casi di morale e al ritorno iniziai i primi giri missionari per conoscere i miei cristiani. Essendo solo in tre Padri, abbiamo dovuto dividerci il terreno e siccome io sono il più giovane ho avuto la parte più distante. Quando il tempo è buono e le strade sono praticabili posso raggiungere la mia zona con la vecchia jeep della missione; se invece, come in questi giorni, il cielo fa il broncio, non resta altro da fare che armarsi di santo coraggio, sellare il cavallo di S. Francesco e con quello percorrere i quarantacinque chilometri di strada carrozzabile per poi continuare tra le colline. Per la prima volta fui accompagnato dal mio Superiore. Durante la notte fu impossibile servirci della jeep. Trovammo dei portatori per i bagagli e via a piedi. Circa quattro ore di marcia per raggiungere il primo villaggio e sempre sotto l’acqua. Che fosse alquanto stancante quella gita non posso negarlo, tuttavia l’avventura la rese assai piacevole. A volte il sentiero è così ripido che bisognava essere dei veri acrobati per non cadere. Tale si rivelò il mio Superiore, poiché non cadde mai, mentre io avevo così bene imparato a cadere e a rialzarmi nelle discese che pareva lo facessi apposta e pensavo di potermi iscrivere per qualche gara di pattinaggio su ghiaccio. Arrivando nei pressi del villaggio ero così malconcio che dovetti cercarmi un prato per levarmi il fango dai pantaloni. Il brutto tempo si alternò con giornate di sole cocente di modo che se non ci si bagnava sotto la pioggia buttavi fuori tanto sudore che costringerti a cambiarti completamente all’arrivo di ogni villaggio. Dieci giorni interessantissimi per 5 me. Feci conoscenza con tanta gente e con posti nuovi e feci nuove esperienze. Marciammo su e giù per le montagne, attraversammo a guado e in piroga diversi torrenti, feci l’acrobata su ponti di fortuna, formati da una sola canna di bambù ed ebbi pure la sorpresa di trovarmi sprofondato nella melma di una risaia fino alla cintola! Mi sentivo un vero missionario. Ogni giorno insegnavo il catechismo, ascoltavo le confessioni e durante la Messa era riservato a me l’onore delle comunioni alla mia gente. A volte mi tornava alla mente una pagina che ebbi occasione di leggere sulla pena più grande per un missionario: negare il battesimo ad un pagano che lo desidera. Mi domandavo se ciò fosse possibile. Purtroppo ho dovuto convincermi che a volte succede anche questo caso. In alcuni villaggi l’entusiasmo e il fervore per la preghiera e la pratica della vita cristiana dà ottime consolazioni, altrove invece il diavolo continua a lavorare e diversi catecumeni pur conservando il desiderio del battesimo, non pregano e non imparano il catechismo, vengono alla chiesa solo quando passa il missionario. Le tradizioni pagane alle quali devono rinunciare sono l’ostacolo più grande e se per caso succede loro qualcosa di spiacevole sono gli indovini che pretendono di farne risalire la causa alla loro decisione di farsi cattolici. Povera gente e povere anime!”. Dieci domande a P. Alessandro Assolari “L'Apostolo di Maria” del mese di aprile ospita un’interessante intervista a P. Alessandro Assolari, in Italia per una breve vacanza. Da quanto tempo vi trovate in missione? - Siamo partiti dall’Italia il 27 novembre 1955 e da Marsiglia il 3 dicembre 6 dello stesso anno. Due date queste assai care a noi missionari monfortani. Giungemmo a Tamatave il 23 del stesso mese. P. Assolari, perché sei tornato con la barba grigia? Barba grigia... potresti dire anche barba brizzolata, io penso. Questi non sono affari miei. Può dipendere da tante cose. Forse le condizioni climatiche e il lavoro svolto laggiù possono avere influito un po’. E poi, ti posso assicurare che i peli bianchi della mia barba non mi fanno male, anzi danno un tono di serietà... Che cosa avete fatto in tanti anni? - Abbiamo fatto giorno per giorno quello che potevamo fare. P. Omizzolo ha diviso equamente la sua vita tra il lavoro della brousse e l’insegnamento in seminario. Non riesce mai a sfuggire alla sua vocazione professorale. P. Nozza ed io abbiamo trascorso i nostri sei anni nella brousse. Cos’è questa brousse di cui parlate spesso? - Noi siamo abituati, giù, ad un linguaggio caratteristico, e nelle nostre conversazioni adoperiamo la prima parola che ci viene sulla punta della lingua, sia essa italiana o malgascia o francese o bergamasca. La brousse potrebbe essere tradotta brughiera, ma il termine francese è di uso assai più frequente e preciso. Si tratta di un territorio, ordinariamente assai esteso, fuori e lontano da ogni grosso centro. La nostra missione di Tamatave è tutta nella brousse, all’infuori dei centri di Tamatave, Brickaville, Vatomandry e Mahanoro. Che cosa vi ha fatto soffrire di più? - E chi vi dice che noi siamo andati in missione per soffrire? La gioia nella vita l’ha chi vuole averla. Si capisce che anche noi abbiamo avuto le nostre pene, i nostri problemi, le nostre angosce. 7 La vita laggiù è abbastanza difficile e non possiamo fare paragoni tra il conforto di qui e la miseria di quelle povere popolazioni. Per il vitto si fa quel che si può e i nostri cristiani nella loro semplicità ci danno quello che hanno. Per i viaggi: anche qui si fa quel che si può. Colui che ha un cavallo se ne serve quando può. Chi non ne ha, si serve del... cavallo di S. Francesco. Noi, giù, siamo missionari itineranti. Un po’ come aveva sognato il nostro Santo Fondatore: correre per il mondo con animo vagabondo... Laggiù ognuno di noi ha fatto della marce a piedi. P. Nozza però è un vero specialista. Potrebbe fare concorrenza seria a dei maratoneti... Il clima com’è? - Non è così brutto come il clima di qui. È il clima caratteristico dei paesi subtropicali. Fa assai caldo e l’umidità è senza paragoni. Lungo la costa orientale, dove vi sono lagune a non finire, il clima è temperato, dalla distanza dell’Oceano Indiano che non permette eccessi di calore e di fresco. Nella zona interna, quella più montagnosa, vi possono essere sbalzi di temperatura assai più sensibili. Ma in genere non ci si può lamentare. Ci sono bestie feroci? – L’isola del Madagascar non ha una fauna molto ricca. Le bestie feroci, delle quali parlano spesso i nostri confratelli dello Shirè, sono sconosciute da noi. Solo i coccodrilli possono rappresentare un vero pericolo. Il caimano può essere considerato come il re dei tanti fiumi che bagnano la costa orientale malgascia. Fanno strage degli animali che si avvicinano ai corsi d’acqua per dissetarsi. M’è capitato una volta di vivere un brutto momento a causa di queste bestiacce. Stavo spostandomi da un villaggio all’altro, come usiamo fare durante i nostri viaggi missionari, e viaggiavo in una piroga scavata nel tronco di un albero. Mi trovavo nella piroga con altre due persone. Ad un certo punto 8 vediamo un coccodrillo attraversare il fiume ad una cinquantina di metri davanti a noi e poi uscire sulla sponda, probabilmente per stendersi al sole. Fece per uscire dall’acqua, mettendo le sue zampe anteriori sopra uno dei grossi ciuffi d’erba sulla riva. La bestiaccia doveva essere tra i cinque e sei metri di lunghezza. Appena ci ha visti, ebbe la mala idea di tornare in acqua e di puntare dritto sulla nostra piroga. Non siamo dei superuomini, per cui ci mettemmo a remare con tutta la forza che avevamo in corpo. Avessi avuto un fucile! E poi neppure quello sarebbe stato utile, ché lo sparo avrebbe potuto capovolgere la leggerissima imbarcazione. Giunta ad una decina di metri da noi la bestia manifestò la sua pessima intenzione, immergendosi. Un proverbio malgascio recita così: fidati di tutti ma non del caimano che si immerge vicino alla tua barca. Malgrado il caldo di quel mattino mi parve di sentire un frescolino giù per la schiena. La nostra piroga doveva passare vicinissima, se non sopra il coccodrillo. Sarebbe bastata una sventola della sua potente coda per rovesciare la barca. Ma San Cristoforo, o chi per lui, ce la mandò buona se ora mi trovo ancora qui a raccontarvi questa avventura. Siete sinceri quando raccontate queste avventure? - So bene che tanti giornalisti godono di una fiducia abbastanza relativa allorché, per guadagnarsi la vita, mandano alle stampe i loro reportages. In parte questo torto se lo sono meritato. Noi possiamo dire che in genere non raccontiamo che in minima parte ciò che può capitarci durante gli anni di permanenza in terra di missione. Fosse solo per noi, certo non scriveremmo molto. Sappiamo però che tanti lettori de “L'Apostolo di Maria”, che sono benefattori e della rivista e delle missioni, seguono con amore la nostra attività e sono contenti di trovare sulla rivista le notizie che ci riguardano. Di false avventure non ne raccontiamo, anche se il nostro modo di fare sempre allegro e un po’ spericolato potrebbe far supporre il contrario. 9 Sono civili laggiù? - I sanguinosi fatti del Congo hanno reso, per noi italiani, attuali le situazioni nelle quali ogni tanto vengono a trovarsi i missionari. Però dobbiamo dire che l’opinione italiana è ingiusta. Sono state le tredici salme degli aviatori trucidati dagli insorti che hanno influenzato l’opinione pubblica. E perché dalla stampa che conta non è stato detto nulla o quasi della sorte riservata a tanti missionari martirizzati nella Cina di Mao? Non erano anch’essi italiani, figli di italiani? La loro missione non era altrettanto nobile di quella degli aviatori trucidati? Noi siamo per la carità e per la giustizia. La barbarie ci fa pena e preghiamo per coloro che l’ignoranza , sobillata dall’odio, ha stroncato. I nostri malgasci non sono barbari. Al contrario, hanno un senso di ospitalità e di onore che meravigliano. Purtroppo nel campo dell’economia e dell’industria sono ancora ai primi passi e il Madagascar è da annoverare tra i paesi più sottosviluppati... È indipendente il Madagascar? - Sì, il Madagascar è politicamente indipendente. Prima apparteneva alla Francia e poi, come tutti gli altri territori francesi d’oltremare, senza torbidi ed avventure, optò per l’indipendenza. I malgasci sono tuttora in buoni rapporti con la Francia, anche per ragioni d’interesse, e tramite la Francia sono agganciati all’Occidente. Data la loro posizione geografica e la loro origine sentono un richiamo per l’Oriente. Possiamo tuttavia avere fiducia nel buon senso dell’attuale Presidente della Repubblica... Di che cosa vivono laggiù? - Il Madagascar ritrae, attualmente, quasi tutto il suo reddito dall’agricoltura. Si coltiva il riso che rappresenta il cibo base per tutte le tribù malgasce, il caffè, la vaniglia, le spezie, le arachidi, le banane, la manioca. Vi sono delle colture di tipo industriale: il tabacco, il cotone. 10 Il sottosuolo pare sia abbastanza ricco: solo ora però si è passati ad una ricerca seria. A quanto pare ci sono molte speranze. L’avvenire di questi territori sottosviluppati è legato in parte all’atteggiamento che assumeranno i paesi progrediti nei loro confronti... Come vi accolgono durante i vostri viaggi missionari? I malgasci sono accoglienti e per essi l’ospitalità è sacra. L’accoglienza riservataci dai nostri cristiani è semplicemente commovente. Ci vogliono bene. Il giorno trascorso dal padre nel loro villaggio è giorno di festa e di gioia. Nella loro semplicità sono pieni di premure e riguardi verso di noi. Sanno che noi abbiamo lasciato tutto per essi: non tralasciano di dire tutta la loro riconoscenza. Anche i protestanti ci portano rispetto e generalmente hanno fiducia in noi. La maggior parte dei pagani s’è familiarizzata con la figura del missionario. Non hanno più paura come per il passato, anzi ci accolgono volentieri e si sentono orgogliosi per la visita del missionario". Sono arrivato nella mia missione P. Achille Valsecchi riceve la sua prima destinazione. “Il 23 dicembre 1961, dopo l’esame di lingua malgascia, il Vescovo, senza tanti preamboli, mi disse: Bene! Bravo! Ora Ambinanindrano sarà il tuo nuovo campo di lavoro. Mi precipitai a consultare la carta geografica. Ambinanindrano...Ecco qui... Montagne, fiumi e montagne. E i paesi? Seppi poi che erano relativamente molti. Circa 200. Ed eccomi ad Ambinanindrano. Un paesino posto a 500 metri sul livello del mare, adagiato dalla Provvidenza in una culla di montagne verdi. Il paese si trova al centro del territorio affidato ai missionari. Qualche cifra: popolazione 24.000; cattolici 3.000; chiese 63; chilometri quadrati 2.300, che 11 eguagliano l’estensione della provincia di Bergamo; sacerdoti 2, solo 2. Né uno in più, né uno in meno. Giunsi nella mia nuova missione in due pezzi... per la stanchezza, perché negli ultimi chilometri dovetti riparare una ruota della jeep sotto un sole infernale... La notizia del mio arrivo si sparse in un baleno nel villaggio e nei dintorni. Alla domenica il grande ricevimento. Vennero a Messa cantata non solo i cristiani assidui alle cerimonie domenicali, ma molti altri. Dopo la Messa, nella sala teatro, ci fu il familiare incontro. Le autorità civili, ferventi cattolici, erano in prima fila. Il maresciallo dei carabinieri con il suo plotone al completo. Le autorità religiose, P. Marchesi Antonio, davano un senso religioso alla riunione. Insomma c’erano tutti... La mia casa è posta su di una altura. La sua grandiosità impressiona. Sette stanze al pianterreno. Suscita meraviglia anche per la povertà. Il tetto in foglie, le pareti di canne, il pavimento in corteccia di albero. Durante la notte il mio orecchio destro percepì rumori strani e stridii sospetti. Nelle tenebre localizzo la provenienza dei rumori. Allungo con circospezione la mano e afferro qualche cosetta filiforme e pelosa. Strilli in quantità. Inorridito, allento al morsa della mano e riordino le idee. La coda certamente deve essere attaccata ad un corpo. Il corpo deve essere sostenuto da quattro zampette e un corpo abbastanza rotondo ci deve pure essere un musetto appuntito. E' la punta del musetto deve essere ornata da baffetti. Brr! Brr! I topi! I topacci di mezzo ...”. Nozze d’argento sacerdotali P. Remigio Villa celebra 25 anni di sacerdozio nella sua missione. “La celebrazione di domenica 23 febbraio lascerà nell’animo mio un ricordo dolcissimo che conserverò per tutta 12 la vita. Nessuno avrebbe pensato una sì grandiosa dimostrazione di affetto per un povero sacerdote come me. Uno resta confuso davanti a tanta bontà di cuori. Solo il pensiero che voi, amici cari, avete voluto onorare non tanto la mia umile persona, quanto il vero e unico Sacerdote N.S. Gesù Cristo, mi toglie un po’ la confusione. Se è per me motivo di gioia tanta vostra bontà, è anche uno stimolo maggiore a darmi a voi, al lavoro per la salvezza delle anime a me affidate. Continuate a pregare per la nostra missione!”. Sui numeri successivi de “L'Apostolo di Maria” P. Francesco Valdameri pubblica una relazione circostanziata delle varie fasi dei festeggiamenti. Una annotazione dovuta al fatto che P. Villa, mentre si stavano svolgendo i preparativi, dovette essere ricoverato all’ospedale di Salisbury per subire un’operazione. “... A Cholo e altrove ci si chiedeva se si stava preparando la festa per un morto o per un vivo. Però la Vergine ha saputo fare i suoi preziosi regali senza guastare i piani”. Partenze per il Perù e per il Madagascar Il 10 maggio, dall’aeroporto di Linate P. Luigi Facchinetti è partito per il Madagascar. Dal porto di Napoli, il 15 giungo seguente partono per il Perù P. Alberto Scotton, P. Amato Prisco e P. Felice Riva P. Felice Riva si fa interprete dei sentimenti dei confratelli in partenza: “Più che parlare sentiremmo il bisogno di piangere... Piangere di gioia, di dolore e di amore! Mai come adesso abbiamo sentito il nostro cuore troppo piccolo per contenere le onde di una gioia sovrumana che non può essere intesa né 13 creduta se non da chi può stringere al petto un croce e dire: il sono missionario!”. Mi svegliai nel Madagascar In modo umoristico P. Achille Valsecchi descrive il volo missionario dall’Italia del suo compagno di classe P. Luigi Facchinetti, recentemente partito per le missioni. “Guardai dal finestrino la tribuna dell’aeroporto ove c’erano i miei parenti ed amici. Contraccambiai il loro saluto con un fazzoletto. Le cose diventavano piccole piccole e non vidi più nulla. Un nodo mi serrava la gola. Avevo lasciato la patria. Mentalmente pensai ai 10.000 km. che mi separavano da Tananarive. La distanza era grande. Chissà quanto tempo impiegherò. Poi troverò i confratelli ed io dirò parole di ringraziamento e spiegherò la ragione della mia venuta tra loro. Mentre pensavo tutte queste cose, mi si avvicinò una hostess e con un accento d’angelo mi rivolse alcune parole: Come? Dissi io. Ella parlò di nuovo. Non compresi, però risposi con un “oui”. Dopo un poco ella mi portò una bibita, Lessi l’etichetta. Non compresi ciò che vi era scritto. Sentii gracchiare l’alto parlante. Ma che lingua si parla su questo aereo? Incominciai a sentirmi isolato dal mondo...”. Dagli Appennini alle Ande P. Pasquale Buondono racconta il suo viaggio missionario verso il Perù dove l’obbedienza lo ha chiamato a fondare una nuova missione monfortana italiana. “I Monfortani hanno accolto con lo spirito del loro Fondatore San Luigi Maria di Montfort, l’appello del Papa. Dovremmo in là della tragica situazione dell’America Latina, specie sotto l’angolo della vita cattolica. Basti dire che ora, mentre in Italia si dispone di un sacerdote per ogni 800 anime, nel Sud America si può contare solo su di un sacerdote per ogni 14 6.000 anime. E mentre in generale in Italia la gente è raccolta in paesi bene uniti, lì, spesso la gente è dispersa su territori vastissimi e senza vie di comunicazione... Più e meglio del grande navigatore ci sentiamo Cristofori, portatori di Cristo, mettendoci sulla rotta che egli percorse per primo. Qualche differenza tra noi e Colombo c’è. Il grande genovese si spingeva verso l’ignoto; noi invece sappiamo di preciso dove andiamo... Terra! Terra! Dopo otto giorno di completa solitudine, senza incontrare una nave, senza vedere un aereo, intravediamo sul pelo d’acqua l’isola di Santa Lucia, la prima terra del nostro Nuovo Mondo. Sarà di buon augurio il fatto che porta il nome della grande Santa siciliana... Dopo 25 giorni di mare si arriva a Callao, il più grande porto del Pacifico. È la stazione marittima di Lima. Sullo sfondo la Cordigliera delle Ande, arida e brulla nei suoi primi contrafforti. Ci affrettiamo a lasciare l’Oceano: i due confratelli che ci sono venuti incontro, dopo averci preceduti per via aerea, sono impazienti di condurci alla casetta che porta il titolo augurale e programmatico della Visitazione. Il nostro compito missionario è tutto nel secondo mistero gaudioso: visitare la gente di questo paese andino per portare loro la grazia che Maria portò a Santa Elisabetta sulle montagne di Giuda...”. Molti chilometri sotto la pioggia P. Angelo Rota racconta che anche per i cattolici malgasci il Concilio Vaticano II è stato un evento importante. “I miei cristiani probabilmente non compresero cosa fosse in realtà un Concilio, ma il fatto che da ogni parte del mondo i Vescovi si mettessero in viaggio per Roma ove incontrarsi tutti assieme con il Papa li aveva convinti che doveva trattarsi di un avvenimento importante. Di questo erano convinti. 15 Una prova di questo l’ebbi proprio nel cuore della foresta. Ero passato per Ampasimazava da quattro giorni. Risalendo le numerose cascate del fiume Manandra, per visitare le cristianità di quel quartiere, mi ero spinto a Saivaza, il centro della zona ove risiede il Sindaco e il Capo Cantone. Qui mi sarei fermato qualche giorno per discutere con gli ispettori il programma dell’anno e per lanciare il progetto per la costruzione di una chiesa più spaziosa e di una capanna per le riunioni dei primi venerdì del mese. L’indomani dal mio arrivo, ecco da Ampasimazava e per di più sotto una pioggia torrenziale, una povera donna, sulla quarantina, con una bimba di due anni legata sulla schiena secondo il costume locale. La povera donna era sfinita. Si portò la sua creatura sul petto e cominciò a raccontare il motivo della sua visita. Aveva perso, rosicchiata dai topi, l’immagine con la preghiera del Concilio e suo figlio, catechista, era preoccupato, perché non l’avrebbe più potuta pregare...”. Maledetti serpenti... P Carlo Berton informa che nelle credenze popolari malgasce i serpenti hanno un posto di predominio. “... I malgasci hanno paura dei serpenti. Il sole è già alto nel cielo. Il malgascio con calma e pacatezza si reca al lavoro. Un fruscio sospetto arresta il suo passo senza ideali. Guarda di sbieco tra l’erba per non vedere bene, ma sicuro di osservare meglio. Una “mandronta”, serpente che lascia la tana solo di notte, ammicca con gli occhi mansueti al malcapitato. Il cuore gli scoppietta come un’umida candela di moto. Una repentina giravolta e rincasa veloce come una Ferrari formula uno su pista. Il malgascio, sull’imbrunire, torna a casa dai campi, desideroso di rivedere i figli dopo un’assenza di cinque ore. Una “menarana” che circola solo di giorno gli attraversa la 16 strada. Quel tipo dà fondo alle sue energie risparmiate durante il lavoro e corre, corre, corre imprecando di aver solo due gambe e non otto...”. Specialità della tavola africana P. Remigio Villa accenna alle specialità della cucina africana. “... Anche il Nyasaland ha i suoi piatti nazionali o regionali, secondo la tribù. Mentre escludono certe specialità europee, come le rane, le lumache, hanno come specialità: Grossi serpenti: è un cibo speciale che molti anziani di certe tribù amano assai. Come noi siamo ghiotti di anguille, così dovrebbe piacere la carne bianca dei serpenti. Però pochi li mangiano. Anche in Africa il serpente è l’animale maledetto che porta sfortuna al solo vederlo. Topolini e talpe. Sono un piatto prelibato per gli africani. Quante anziane non hanno altro da dire in confessione se non “ho mangiato una talpa al venerdì”. I neri sanno marinare la scuola per andare a caccia di talpe. Non arrabbiatevi se trovate a volte delle buche nei sentieri, col pericolo di farvi fare un capitombolo in moto; sono stati i ragazzi... cacciatori! Con due dita alla nuca le uccidono, poi le infilano come fichi secchi e le fanno abbrustolire così come si prendono... Bruchi d’erbe. Sono quelli che appaiono alla fine delle piogge; sono verdi e teneri e si raccolgono in cima alle erbe. Gli africani ne fanno una salsa verdastra, che messa sui cavoli anche da sola, è una buona pietanza. Un giorno però preferii digiunare che toccare queste bestiole. Maggiolini, grilli ed insetti possono fare la delizia del palato africano. Cavallette e Zombè. Ce ne sono di tutte le qualità e grandezze. Nel lontano 1940 ci fu una vera e propria invasione di cavallette, una nube che oscurò il sole. Tutta la popolazione venne mobilitata per far fuggire il flagello con i tam tam di tamburi e di secchie... 17 Formiconi. Questo è davvero un piatto delizioso! Sono formiche grosse come api. Tutto grasso. Sono alate; vengono all’inizio delle piogge. Escono dai termitai come un rigagnolo. La gente, di notte, accende dei falò vicino alle aperture dei termitai; attratte dalla luce che scambiano come quella del giorno, vengono raccolte in ceste. ...”. Il mio ritorno nelle terre malgasce P. Rizzardo Omizzolo, dopo un periodo di riposo in Italia, riparte per la sua missione. “... Erano le 21.30 del 31 ottobre. La nave, tra l’infuriare del vento e dei cavalloni, riuscì a mala pena a manovrare per uscire dal porto di Marsiglia. Fummo cullati per tutta la notte un po’ atrocemente dal mare grosso, con beccheggio e rullio alterni, che facevano correre le valigie da un capo all’altro della cabina. Niente di grave per me ormai abituato alle traversate, essendo questo il mio terzo viaggio... 18 1963 Vedono il prete ogni tre mesi Perù: lama o scarpone? I Missionari del Perù, dopo un anno di presenza, inviano notizie sul Paese dove lavorano. Se ne fa interprete P. Pasquale Buondonno. “Il Perù, dove da un anno lavora un gruppo di Monfortani italiani, occupa il terzo posto per superficie e per popolazione nella graduatoria degli Stati dell’America Meridionale. Ha un territorio di un milione duecentoquarantamila chilometri quadrati e dodici milioni di abitanti. È superato solo dal Brasile e dall’Argentina. A chi guarda la configurazione geografica del Perù si presenta a piacere o la immagine di un lama o quella di uno scarpone. Gli stranieri più facilmente impressionati dall’insolito curioso, preferiscono vedere il Perù sotto la figura della testa di questa grande rarità del regno animale che è il lama, il piccolo cammello della Ande. I Peruviani, invece, preferiscono vedere il loro paese come uno scarpone, così come noi parliamo dell’Italia come uno stivale. Uno scarpone la cui suola, poggiata sull’Oceano Pacifico, misura duemila chilometri, compreso un tacco non certo da signorina, che è armato di un forte sperone. La suola ha un centinaio di chilometri di spessore e forma la zona costiera, la più attiva e la più sviluppata di tutte. La parte superiore della gigantesca calzatura, collo e punta, è la zona della Selva. Comprende le due regioni più care ai Monfortani per il nome che portano: Loreto, Madre de Dios. Un Loreto che da solo misura una volta e mezza tutta l’Italia. Il nome, non c’è dubbio, fu dato all’immensa zona amazzonica, che resta ancor oggi uno dei grandi misteri della geografia, dal Santuario della Santa Casa... 19 Ho trovato un Perù! Chi non conosce questa espressione che ha valore in quasi tutte le lingue per dire che si è trovato un grande tesoro? Il Perù è, o almeno era, il Paese ricco per antonomasia. Infatti, a leggere la storia si trovano degli avvenimenti che solo si è soliti incontrare nei favolosi racconti delle fate... Un arcobaleno di facce. Dal punto di vista antropologico troviamo qui uno dei più grandiosi crogioli di razze umane. Ciò che avevamo visto solo nei manuali di geografia quando parlano del colore dei figli di Adamo, qui lo vediamo come palpitante realtà. Vi sono gli indios della Selva che tirano al mongolo e che fino ad oggi si sono mantenuti fuori dalla convivenza della nazione; vi sono i serrani, bruni e tarchiatelli, provenienti dalla Selva Andina; vi sono dei bianchi di tutte le sfumature d’Europa; vi sono dei neri autentici, discendenti da quelli importati dall’Africa ai tempi della vergognosa tratta degli schiavi. Vi sono dei giapponesi che si sono stabiliti nel Perù per motivi di commercio.E poi incontriamo tutti i miscugli che si possono combinare e immaginare tra bianco, nero, bruno e giallo con una gradazione da arcobaleno. Gli Italiani si distinguono in questo grande mosaico, sia per il colore della pelle, ma più ancora per il numero: moltissimo per una intelligente e fattiva intraprendenza. Gente alla quale piace il lavoro e che ha spirito di grande iniziativa. Possiamo dire che le principali industrie del Perù hanno preso l’avvio da loro, un avvio partito da zero. Nella storia del Paese sono incastonati parecchi nomi di connazionali, in particolare gli operai del Vangelo che in questi ultimi anni, accogliendo il grido angosciato del Santo Padre per l’America Latina, sono venuti qui dall’Italia: Preti secolari, Salesiani, Cappuccini, Canonici dell’Immacolata Concezione, Giuseppini di Asti ecc… 20 Tra questi vi è anche il gruppo Monfortano. Abbiamo cominciato a dare il nostro contributo per aiutare il Perù a sollevarsi dalla miseria materiale e morale e diventare non solo di nome, ma anche di fatto una Nazione Cattolica”. Ciao, ciao... Italia! Dopo un periodo di vacanza in Italia ripartono per la missione P. Alessandro Assolari e P. Emilio Nozza. “... Partiamo con tanta contentezza nell’anima. Laggiù a 10.000 chilometri di distanza avevamo lasciato tante persone alle quali avevamo trasmesso con la verità, la vita dell’anima. Si erano attaccate a noi con l’animo semplice e riconoscente di chi sa di aver ricevuto con la fede un bene molto superiore alle cose di quaggiù. Per queste cose ci chiamavano con un nome quanto mai espressivo e delicato: Padre e madre... Dio sa come tra noi e loro esistesse effettivamente la relazione di attaccamento ed affetto che intercorre tra chi ha dato e ricevuto la vita. Poveri e cari cristiani! Li avevamo lasciati nel pianto. Doveri di pietà e bisogno di riposo ci avevano costretti al distacco. Le difficoltà che ci trattenevano finora in Italia sono state superate e la via che ci riconduce nella terra del nostro lavoro e della nostra gioia si apre libera davanti ai nostri passi. Partiamo con il cuore contento. Il distacco dalle persone e dagli amici evidentemente lo sentiamo. Eppure partiamo contenti perché vogliamo essere coerenti con noi stessi. L’ideale missionario ci ha portato al sacerdozio: e noi al lavoro missionario vogliamo consacrare il nostro sacerdozio. Partiamo contenti perché la nostra presenza tra i più intimi amici può essere servita ad accrescere il loro grande amore per la causa missionaria. Partiamo contenti perché durante questo periodo di tempo abbiamo potuto partecipare il nostro entusiasmo missionario alle persone tra le quali abbiamo svolto il ministero 21 sacerdotale. È stata questa la nostra ambizione. E partendo lasceremo questo nostro entusiasmo come ricordo. La nostra partenza possa richiamare l’attenzione dei tanti amici su due realtà estremamente importanti: l’urgenza e l’ampiezza del problema missionario e il dovere della collaborazione da parte di tutti per la sua soluzione. Dalle nostre missioni vi faremo conoscere le gioie e le ansie, le realizzazioni e le delusioni, nella speranza che voi ci vorrete seguire con la preghiera e simpatia. Ciao, Italia!”. I miei viaggi apostolici P. Rizzardo Omizzolo torna a parlare dei suoi “Giri Apostolici”. “La nostra residenza è sulla costa dell’Oceano Indiano, a poche decine di metri dal mare. La chiesa e la casa dei missionari sono nuove e comode e in una posizione incantevole. Tutto il territorio dipendente da questo centro si estende nell’entroterra, su per i monti che salgono verso gli altipiani centrali, su una superficie di 5.000 kmq. I battezzati sono 1.400 e sono sparsi in piccoli gruppi in quasi 50 villaggi differenti; da qui la necessità di andarli a visitare sul posto, sobbarcandoci a lunghe marce a causa dei rovi, delle spine e dei terreni paludosi. Nel mio ultimo giro, terminato la domenica delle Palme, ho calcolato di aver percorso circa 180 chilometri a piedi. Le mie povere e vecchie gambe hanno funzionato sempre bene, malgrado le scalfitture innumerevoli della pelle a causa dei rovi, delle spine e delle erbe taglienti. Costeggiando quasi sempre qualche fiume ho chiesto agli accompagnatori se le acque non fossero infestate da caimani. Ce ne sono parecchi, ma basta non andarli a stuzzicare... In marcia per Mahatsara fummo colti da forti acquazzoni e continuammo imperterriti pensando che ci saremmo cambiati giungendo al villaggio. Dovemmo guadare più volte fiumi e 22 torrenti ingrossati, immersi fino alla cintola. E questo si ripeterà ad ogni tappa, parecchie volte, poiché la regione è percorsa da centinaia di fiumi e ruscelli... Ad Ambalafizica, la sera dopo cena, approfittando del plenilunio, tutto il villaggio si radunò davanti alla mia capanna... per ascoltare la voce misteriosa, canti e suoni, che uscivano dal mio posto radio a transistor. In quel piccolo villaggio appollaiato sulla cima d’una montagna, molti non erano mai scesi al piano e non avevano mai visto un automobile né udito una radio... Si fa pure l’infermiere, data l’occasione e per necessità di cose, essendo la gente nell’impossibilità o quasi di raggiungere il più vicino ospedale con medico o posti di medicazione. Fare 50 o 60 chilometri, a piedi, portando un ammalato all’ospedale, non è piacevole né per i portatori, né per gli infermi... L’ultima tappa fu la più lunga: circa cinque ore di marcia per raggiungere Vavatanina, un posto tenuto dai Padri dello Spirito Santo e appartenente alla diocesi di Diego Suarez, il cui centro episcopale dista più di 800 km. Là potei finalmente riposare un pomeriggio e una notte su un buon letto...”. Si va verso l’indipendenza Dal Nyasaland P. Vittorio Crippa fa sapere: “...Il Nyasaland sta marciando verso la sua indipendenza, però c’è molta calma e noi continuiamo il nostro apostolato. Che la Madonna protegga sempre questo paese che promette bene per la sua fiorente cristianità. Abbiamo finito di scavare il pozzo, ora il fastidio dei debiti da coprire! La Provvidenza non è mai mancata e sono sicuro che non mancherà anche stavolta, ma intanto sto qui con il cuore sospeso... Fra qualche settimana speriamo poter aprire anche un piccolo ospedale e una clinica materna. Già le buone Suore fanno funzionare un ottimo dispensario ed ogni giorno hanno 23 un afflusso di più di quattrocento pazienti. Tutti ricorrono alle Suore perché vengono curati coscienziosamente e con tanta carità. L'altra notte sono stato chiamato d’urgenza per un ammalato lontano un’ora di strada in moto. Ad un certo punto ho dato un calcio a qualcosa di soffice; era nientemeno che un serpente boa grossissimo che dormiva indisturbato. Al colpo dato se l’è svignata. Con le luci della moto ho potuto vedere tutta la sua grossezza e lunghezza. Non ne avevo mai visto di così grossi. I missionari, per una protezione speciale di S. Francesco Zaverio, non vengono mai morsi dai serpenti...”. Fra giorni partirò per un viaggio di dieci giorni Dopo qualche tempo dal suo rientro dall’Italia, scrive anche P. Remigio Villa: “...E’ trascorsa ormai la prima settimana dal mio rientro dall’Italia. Domenica c’è stato l’incontro con i miei cristiani: gioia d’ambo le parti. Speriamo continui così... Fra giorni partirò per un piccolo viaggio di dieci giorni nei villaggi. È da gennaio che la nostra missione è una sorta d’infermeria: Padri ammalati che non possono in questo modo visitare le succursali né le scuole catechistiche. La situazione politica è calma, ma c’è grande miseria a causa della mancanza di lavoro. La questione delle scuole è sempre un mezzo compromesso. Speriamo in bene! Aspettiamo i novelli missionari...". Festeggiati i 25 anni di sacerdozio di P. Betti P. Francesco Valdameri fa sapere che il 17 marzo ci sono stati i solenni festeggiamenti per i 25 anni di vita sacerdotale e missionaria di P. Tarcisio Betti. Ci sono stati dei preparativi in tutta la missione di Mpiri: 24 “… In tutte le chiese i capi hanno escogitato la maniera con la quale avrebbero mostrato a P. Tarcisio il loro affetto e la loro riconoscenza per i lunghi anni di lavoro apostolico in mezzo a loro. Il mattino della festa Mpiri era letteralmente gremita di gente. Alle 9.30 ebbe inizio la solenne Messa giubilare. Un coro di circa 200 ragazzi cantò la Messa in musica indigena. P. V. Crippa fece il discorso di circostanza. Tutti i cristiani erano profondamente commossi. Dopo la sacre funzioni si passò nel vasto piazzale, di fronte alla casa della missione. Gruppi di centinaia e centinaia di ragazzi delle nostre scuole iniziarono canti e giochi...”. Papa Giovanni XXIII pianto in Africa Nella corrispondenza dei missionari troviamo anche l’eco della notizia della morte di Papa Giovanni XXIII. A ricordarlo è P. Remigio Villa legato al Papa buono da una particolare amicizia. “... La scomparsa del Buon Papa Giovanni ha rivelato al mondo il posto che questo mite Pontefice aveva preso nel cuore di tutti. Durante i tre giorni di agonia del Papa, i neri vivevano attaccati alla loro radio per sapere notizie del Papa. Ovunque si entrava, la prima parola era subito: “Come sta il Papa Giovanni?”. I cristiani erano i primi a chiedere notizie, ma anche i protestanti e i pagani. Chi mi informò della morte del Santo Padre fu proprio un amico protestante. La reazione in tutti i cuori fu unanime: dolore vero e profondo...”. Vedono il prete ogni tre mesi Dal Madagascar invia notizie P. Pietro Valsecchi; parla del suo lavoro. 25 “...Era da tre mesi che non vedevo i miei cristiani del villaggio. Bisogna andarci questa volta. Dopo chilometri e chilometri scorgo dall’alto il villaggio che si staglia netto col bianco del suo piazzale tra il verde della vegetazione. Non guardo l’orologio per non sapere quanto tempo ho camminato. Sogno d’essere già arrivato e di bere una bella tazza di caffè dissetante. Un suono lungo, pieno, sempre uguale, parte dal centro del villaggio e in un istante si sparge ovunque: è il suono ottenuto soffiando in un corno di bue. Il villaggio si rianima, dalla capanna che serve da chiesina esce tutta una frotta di ragazzi che saltano e gridano dalla gioia. Erano là riuniti per imparare a leggere e scrivere. Brav’uomo quel catechista! Oltre a far pregare i cristiani alla domenica, durante la settimana raduna i ragazzi e fa loro tre o quattro ore di scuola. Intanto lo sbocco del sentiero che porta al villaggio è bloccato: uomini e donne, vecchi e bambini, grandi e piccoli sono tutti lì. Un bel canto religioso, ben unito e sostenuto, sale dalla folla. Con gioia mi avvicino e mi lascio stringere la mano da cristiani e da non cristiani. Durante il resto della giornata non mi lasciano più: chi vuol essere esaminato sul catechismo perché adesso lo sa proprio bene e vuole subito il Battesimo, chi vuole sbrigare gli ultimi preparativi per il Matrimonio, chi vuol farsi medicare una ferita, chi mi chiede medicine contro il mal di testa o la tosse, chi mi porta una vecchia macchina da cucire supplicandomi di aggiustarla perché è l’unica in tutto il villaggio... Anche i vecchi vogliono parlare da soli con me e mi raccontano le difficoltà del villaggio e le disgrazie degli ultimi mesi. Insistono perché resti qualche mese per aiutarli a costruire una chiesa un po’ più bella e così non lasciarli soli, che potrebbero morire da un momento all’altro... 26 Eppure domani li dovrò lasciare soli per altri tre mesi. Domani devo essere a 12 km. da qui: altri cristiani mi aspettano. Li dovrò lasciare soli con il Buon Dio. La Domenica si riuniranno di nuovo nella chiesa capanna: in mezzo l’altare sarà coperto da un bianco lenzuolo e le pareti della capanna ornate con verdi liane. Così, semplicemente, ma con tanta buona volontà, pregheranno e canteranno e ascolteranno il Vangelo, in piedi, con la speranza nel cuore di ricevere tra loro il missionario la domenica seguente. I catecumeni dovranno aspettare altri tre mesi per ricevere il Battesimo, mentre i battezzati altri tre mesi per ricevere di nuovo la S. Comunione. E i vecchi, domani, mi diranno con un nodo alla gola un arrivederci che saprà di addio, mentre i giovani, tanto per non lasciarmi troppo presto, mi accompagneranno per tre o quattro chilometri. Ma prima o dopo ci dovremo lasciare con la speranza che gli ammalati guariscano e non si aggravino per altri tre mesi, che la macchina da cucire continui a funzionare per altri tre mesi. Come dispiace essere così soli, così in pochi a lavorare nella vigna del Signore!”. Viaggio apostolico sulle Ande Peruviane “Giro missionario sulle Ande”: così P. Amato Prisco titola la sua corrispondenza dal Perù. “... La corriera diretta ad Anco parte con appena un’ora e mezzo di ritardo. È inutile protestare. Nella Sierra si viaggia così. Dopo alcuni minuti di viaggio incominciamo a ballare pur stando seduti. Non appena usciti da Huancayo si presentano nuove montagne con lunghe strade in salita. L’autista cambia marcia, mette la terza, di nuovo la seconda, infine ingrana la prima. Si procede a passo d’uomo. Dobbiamo salire a 4.000 metri... Da un villaggio all’altro. Per percorrere 20 Km. di strada aspettiamo pazientemente tre ore seduti sulle nostre valigie. 27 Infine montiamo su di un camioncino di passaggio e a mezzogiorno siamo a Peruro. Qui una gentile persona, mentre aspettiamo che si scarichi completamente un nuvolone di acqua, ci prepara un pranzo tutto serrano: patate bollite, spighe di granoturco, riso bollito e un po’ di ricotta fresca. Intanto da Cosme, il villaggio cui siamo diretti, giungono tre cavalli e due accompagnatori. Partiamo spronando i cavalli alla corsa. Ma per i sentieri di montagna c’è ben poco da correre. E quando il cavallo si inerpica per sentieri ripidi e rocciosi resta solo da aggrapparsi alla criniera e sgranare il Rosario raccomandandosi l’anima. Dopo due ore e mezza intravediamo le prime case del Cosme. I Serrani, appena ci avvistano, corrono verso di noi recando in mano grossi mazzi di fiori... Virtù e vizi dei serrani. Le virtù comuni sono la dolcezza, la mansuetudine, la calma. Il loro difetto principale è l’alzare il gomito. Il serrano si crede in obbligo di fare sbornia quando partecipa ad un Battesimo, quando fa da padrino ad una Cresima, quando è inviolato ad un Matrimonio, dopo che ha versato lacrime su un defunto, parente o no, quando riceve la paga dal padrone, quando ricorre l’anniversario di un morto, quando riceve la visita del “gobernador” del distretto, quando prende parte ad una processione ecc. ecc… E se non ha la bocca occupata in altre attività mastica la foglia di coca che lo inebetisce. Purtroppo il vizio del bere è talmente radicato in ogni persona che la quasi totalità si presenta come gente intontita.. Vita di grazia, vita di preghiera, amor di Dio sembrano parole senza senso qui: l’unico discorso che sembra scuotere un po’ è quello dell’inferno e dei castighi di Dio. Il serrano, in genere, non possiede la facoltà di astrarre e di avere delle idee: è fanciullescamente concreto. Il vocabolario ignora il termini astratti. Lasciamo Cosme e dopo tre ore di cavalcata giungiamo a Ciotay, accompagnati da un sole splendido. Cotay in quéchua 28 significa mulino, forse perché qui anticamente esisteva un mulino degli Incas. La gente, per lo più donne e bambini, pare più accogliente di quella di Cosme benché sia meno numerosa. Le soddisfazioni missionarie le sperimentiamo l’indomani: confessioni e comunioni. Le soddisfazioni materiali li sperimentiamo il giorno stesso dell’arrivo: un topaccio brutto e impertinente, vedendomi placidamente assopito sopra un piccolo materasso di paglia, osa tanto da venire addirittura a passeggiare sulla mia testa e ad annusare i miei capelli... Ultima tappa del viaggio è stato Manzanayo. Per arrivarci ci sono volute sei ore di cavallo, senza contare le soste obbligatorie o volontarie. Ne valeva la pena perché questo ultimo paese dell’altipiano andino ci ha riservato grandi consolazioni: numerose confessioni e comunioni, diverse prime comunioni, infinite benedizioni alla case, ai campi e al bestiame, parecchi battesimi e una diecina di matrimoni...”. Sono arrivate le prime due Figlie della Sapienza P. Amato Prisco scrive subito dopo per comunicare: “... Finalmente due angeli solo per noi! Con questa esclamazione di gioia e di soddisfazione sono state ricevute le prime due Suore Monfortane giunte a Ñaña. Non pareva vero, sembrava impossibile, ma quando videro i due angeli rimboccarsi le maniche, lasciare la residenza e accorrere premurosi al capezzale di un bimbo infermo, quando costatarono cioè che le due nuove bianche non temevano affatto le numerose turbe di cani randagi, ebbero il coraggio e l’ardire di portarsi fino alle loro case per effettuare i primi approcci, intavolare le prime conversazioni e sondare così il terreno, gli abitanti di Ñaña passarono dal sogno alla realtà, dallo stupore alla stima. Quelle due suore erano al loro esclusivo servizio...”. 29 Due nuovi missionari dal Madagascar P. Remigio Villa chiede qualche minuto di ascolto. “... Eccomi a voi per qualche minuto. Abbiamo terminato i 235 Battesimi degli adulti alla missione... Ogni anno cresce la popolazione cattolica, ma i sacerdoti restano sempre lo stesso numero. Al presente c’è più simpatia per la religione che non alcuni anni or sono, all’inizio dell’indipendenza. Ora le illusioni cadono da sole come le foglie in autunno. Il 22 agosto ricevemmo i nostri due valorosi missionari: i Padri Emilio Nozza e Alessandro Assolari. Hanno lasciato il Madagascar per il Nyasaland. Fu una bella serata che trascorremmo insieme a P. Vittorio Crippa. L’indomani, dopo le pratiche mediche e di Polizia, li portai dal Vescovo di Zomba e poi alla missione a Mpiri. Poi visitammo ad Mpiri P. Tarciso Betti e P. Francesco Valdameri. Queste nuove reclute fanno allargare il cuore: che la Madonna ce ne mandi altre e presto! Non vi dico nulla sulla situazione politica. I neri incominciano a vedere che tutto non è oro anche se governati dai loro simili. Mancanza di lavoro; bassi prezzi nelle vendite dei prodotti. C’è poi qualche capo di villaggio che vuol far ritorno alle tradizioni dei vecchi: quindi ha fatto venire uno stregone potente per liberare la sua gente dalla infestazioni dei mangiatori di carne umana. Il più bello è che lo stregone ha trovato che quel capo di villaggio era lui stesso invasato...”. Salpando per il Madagascar Di ritorno dall’Italia P. Carlo Berton invia alcune notizie sul suo viaggio di ritorno in Madagascar. “... Invece di una nave passeggeri ho preso un mercantile: costa meno e vi è il pregio di avere la compagnia degli uomini 30 e ... degli animali. L’ultima volta, ritornando dal Madagascar c’erano sulla coperta della nave 400 zebù diretti in Egitto: pareva d’essere sull’Arca di Noè. Nel momento di ripartire per la mia isola di adozione mi sento molto contento: solo atteso laggiù! Negli ultimi due mesi ho ricevuto parecchie lettere di cristiani malgasci... A fine ottobre mi sono incontrato con il Vescovo di Tamatave. Mons. Puset. Mi disse: “Ho bisogno di te per la Parrocchia del Sacro Cuore, la parrocchia della periferia del porto di Tamatave. C’è tanto lavoro che ti aspetta. Vi è tanta povera gente ed i quartieri si riempiono di gente proveniente da quattro angoli dell’isola. Gente in cerca di lavoro, di una posizione. Ti occuperai specialmente dei giovani e delle giovani operaie, anche di quelli disoccupati: sono i più... Mentre il Vescovo mi parlava, progetti ed iniziative varie mi si accavallavano in testa: corso di cucito e taglio, scuola serale per adulti, corso di stenodattilografia, formazione di militanti dell’Azione Cattolica che siano testimoni del Cristo Operaio tra i poveri del quartiere. Lavoro di penetrazione per dare a tutti la speranza della vita e la dignità di figli di Dio. Ecco quello che mi attende. Lavoro grande e delicato, che non ammette sosta, poiché il nemico della verità è già al lavoro...”. Arrivederci ancora... Con P. Carlo Berton ha lasciato l’Italia anche P. Pietro Valsecchi: “... Grazie di cuore a tutti voi che mi avete accolto nelle vostre case ed avete spezzato il pane della vostra mensa con me. Grazie di cuore a tutti voi che mi avete circondato del vostro affetto e della vostra comprensione. Grazie di cuore a tutti voi che avete fatto dono di qualcosa di vostro per i fratelli neri della mia missione: simbolo di vero amore e di vero cristianesimo. 31 Grazie di cuore a tutti voi per le preghiere e sacrifici, offerti a Dio con slancio missionario: che il merito mio sia il vostro merito, che la mia gloria sia la vostra gloria. Il Madagascar mi aspetta con i suoi numerosi problemi e le sue difficoltà, grandi ed immense come la terra. Arrivederci, ma restiamo uniti nel salvare questo mondo che sol il Vangelo può veramente salvare”. Sull’Africa verso l’Africa... Come è già stato ricordato, dopo una sosta in Italia ripartono per l’Africa anche P. Alessandro Assolari e P. Emilio Nozza. La loro destinazione non è più il Madagascar ma il Nyasaland. “Sull'«Africa» verso l’Africa”: questo il titolo corrispondenza di P. Emilio Nozza. Partenza dal porto di Venezia. “...Dicono che la seconda partenza costi più della prima. Può darsi. Modestia a parte, possiamo dire che ci siamo comportati da bravi: era troppa la gioia che avevamo in corpo! Quando verso le dieci di sera lasciavamo la laguna, vi assicuro che noi eravamo le persone più felici di questo mondo... Giunti a destinazione le prime pratiche di dogana furono difficili. Pensavamo di poter giungere alla missione di Limbe verso le otto di sera. Invece un paio d’ore prima, mentre noi stavamo chiacchierando, dato che fuori s’era fatto buio, ad una fermata del treno sentimmo che ci chiamavano. Era P. Vittorio Crippa che ci era venuto incontro con P. Remigio Villa. Potete immaginate la nostra gioia! Abbracci, baci, grandi pacche piene di calore e di simpatia. Prendemmo la valigia e scendemmo: fuori ci attendevano le macchine di alcuni signori italiani. Con loro proseguimmo alla volta di Cholo. Qui gran festa e chiaccherate fino a tarda notte. I vecchi non si stancavano di farci domande concernenti la Provincia e i Padri e lo Scolasticato. “Cosa dicono in Italia, hanno sempre voglia di venire in missione? Quanti ne verranno? P. Emilio Nozza ed 32 io ci siamo messi subito allo studio. A dire il vero questa grande attrazione per la vita sedentaria non l’abbiamo mai sentita nostra vita natural durante. Ma bisognava metterci a tavolino per studiare la lingua...”. È meglio essere felici in Africa... Dalla sua nuova destinazione scrive anche P. Alessandro Assolari ponendosi questo interrogativo: “E’ meglio essere felici in Africa che mangiarsi il fegato in Europa?”. Ecco il testo della sua lettera. “...Io continuo a stare non dico bene, ma benissimo. E sono tanto contento! Il Signore è troppo buono con me. Non è meglio essere felici qui in Africa che mangiarsi il fegato il Europa? Lo dico sempre a me stesso. Il “Galletto Guzzi” è arrivato, anche se un po’ ammaccato. Solo che non ho terminato le pratiche per immatricolarlo, dato che gli incartamenti sono giunti in ritardo. Saranno completi in settimana. Ho già fatto dei giri. Va bene! Le strade, qui nella missione di Mpiri, non sono asfaltate, ma si può andare, anche se sulla sabbia si rischia di fare qualche capitombolo. Però, in fatto di strade si sta molto meglio nel Madagascar. A parte qualche viaggio fatto per sistemare le carte, non faccio altro che studiare il ciniangia. Un po’ incomincia ad entrare, e un po’ entrerà con il tempo. Non ho fretta! Non so ancora della mia futura destinazione. Bisognerà aspettare forse prima di Natale. Ma resterò sempre in questa zona qui del Nord. Noi italiani resteremo tutti insieme, così dimenticheremo né l’italiano né il bergamasco. Ieri sera alla missione è venuto il leopardo ed è entrato nel porcile. Si è portato via un bel maialetto ed è andato a mangiarselo in mezzo alle erbacce lungo il torrente. Poveri noi se incomincia a far visita ai nostri maiali. 33 Dovete sapere che il leopardo è la bestia peggiore che ci sia, molto più del leone e della iena. Perché non ammazza solo per mangiare, ma per il gusto di ammazzare. Con una graffiata può uccidere anche una persona. Ma di solito non attacca le persone se queste non lo attaccano. Qui a Mpiri non ci sono tante bestie feroci, a parte qualche leopardo. Due settimane fa, sono stato a Namwera, che sarà la missione di prossima apertura. Questa missione si trova ai piedi di un monte. Ogni sera si sentono le bestie che cacciano fuori ogni sorta di versi. Non vi dico quanto a me piacerebbe andare a stare là. Se ci sono dei fegatosi, avanti: c’è posto anche per loro... Non vi so dire quanto io sia contento di essere venuto qui. Spero solo che quel benedetto cinianja mi entri in zucca un po’ alla svelta, così da poter ricevere la destinazione quanto prima. Il Nyasaland diventerà indipendente il 6 gennaio prossimo. Ora c’è più calma anche qui, perché tempo fa c’era un po’ più di paura dell’avvenire. Ora il cielo s’è fatto sereno...”. Prime comunioni a Ñaña In una lettera dal Perù P. Amato Prisco parla con entusiasmo delle “Prime Comunioni a Ñaña”: “... Chi avesse visto la gente accorsa per la Prima Comunione nella chiesa delle Visitandine di Ñaña, l’8 settembre scorso, avrebbe certamente parlato di miracolo per spiegare tanta partecipazione. Forse, e senza forse, le sacre mura del venerando monastero prima di quel giorno mai avevano avuto la gioia di abbracciare tante persone. E la strada di Ñaña, la polverosissima arteria di questa zona, ripensando agli anni che furono non ricordava di aver subito un traffico così intenso. Qualcosa d’insolito c’è dunque stato a Ñaña: non un miracolo, ma una fatto eccezionale. I protagonisti della radiosa giornata sono stati novantacinque bambini di Ñaña che hanno 34 celebrato il loro primo incontro con Gesù Eucaristia. Per questi comunicandi la festa della Natività di Maria del 1963 costituirà sempre un ricordo caro e commovente...”. Rimorsi del missionario P. Antonio Marchesi parla dei “Rimorsi del missionario”. Di quali rimorsi ce lo dice in una lettera dal Madagascar. “...Le stelle brillavano ancora in cielo, quando partii dalla mia missione. Quel mattino camminai due ore e mezzo per raggiungere il villaggio, il primo di una tournée di 15 giorni. Attraversammo il grande fiume su una piroga tanto smilza, che al più piccolo movimento potevamo finire in bocca ai coccodrilli. Giunti all’altra sponda riprendemmo il sentiero in un saliscendi continuo. A mezzogiorno eravamo in prossimità del villaggio. Una folla immensa ci aspettava. Un fischio del catechista segnò l’inizio di una canto melodioso. Strinsi la mano a tutti. I più piccoli mi guardavano impauriti e si aggrappavano violentemente al seno materno, nascondendovi la testolina. Tutti erano visibilmente contenti. Ci dirigemmo verso la chiesa sempre cantando. Ad un tratto scorgemmo da lontano un giovane che correva come un pazzo. Veniva verso di noi e agitava qualcosa in mano. Mi portava una lettera senza dire una parola. Conoscendo le loro abitudini, io avevo già compreso: qualche ammalato grave aspettava il padre, ma dove? In un villaggio vicino o lontano? Potete immaginare la mia sorpresa quando lessi: Manambatana... voleva dire 21 Km a piedi... Tutti stretti attorno mi guardavano. Era uno sguardo di commiserazione e di supplica. Avevano aspettato tanto il missionario ed ora se lo vedevano sfuggire, senza una parola, senza una tazza di caffè... La mia risoluzione era già presa. Dissi due parole di scusa e di incoraggiamento e presi la via di Manambatana. Era 35 mezzogiorno. Il sole bruciava senza pietà. Anche lo stomaco incominciava a farsi sentire, tuttavia il mio pensiero correva nella capanna del moribondo, e vedevo i suoi occhi divorati dalla febbre, aprirsi in cerca del missionario. Era lui a volere la preghiera nel suo villaggio e per questo ci tenevo ad essergli vicino al momento della morte. Così pensando avevo dimenticato anche la fame, la sete e la stanchezza. Arrivare in tempo era l’unica preoccupazione. Ancora alcuni chilometri. Buttavo avanti le gambe come un automa. Non grondava più neppure il sudore, forse si erano seccati anche i pori della pelle. La vista del villaggio ormai vicino avrebbe dovuto infondermi nuova lena, se un grido prolungato non mi avesse tolto ogni speranza. La si piangeva, si udivano grida di dolore. Trovai egualmente la forza di correre. Ma troppo tardi. Nella capanna non trovai che un cadavere ancora caldo. Gli amministrai ugualmente l’Estrema Unzione e gli diedi una buona assoluzione. Poi mi sedetti, così come mi trovavo. Avevo l’aria di un condannato. Dopo un lungo silenzio, il catechista cominciò a raccontare: “Sapessi, Padre, quanto ti ha desiderato! Nelle ultime ore non faceva che parlare di te. Ogni cinque minuti apriva gli occhi e chiedeva se era giunto il padre. I presenti lo incoraggiavano: pazienza! Verrà, stai tranquillo! E restava tranquillo per altri cinque minuti, poi riapriva gli occhi e faceva la stessa domanda. Poi.... Chiuse gli occhi per sempre. In quel momento ero ad un chilometro dal villaggio. Tutti gli sguardi dei cristiani erano su di me; sguardi di compassione per lo stato in cui mi trovavo e anche di ammirazione per l’attaccamento dimostrato verso il defunto. Anch’io mi sentivo tranquillo, sapendo di aver fatto l’impossibile...Restava tuttavia quella voce in fondo al cuore. Un rimprovero dolce, ma sempre un rimprovero. E mi sembrava di vederlo sul volto dei miei cristiani. Come mai andate ancora a piedi voi missionari? Le strade sono molte, è 36 vero, ma una piccola jeep ci porterebbe più in fretta nei villaggi, al capezzale dei moribondi, in tanti paesi e villaggi che non conoscono Dio...”. La mia nuova residenza missionaria P. Emilio Nozza informa i suoi amici sulla sua nuova residenza: Mpiri. “Non conoscete la missione di Mpiri? Io mi ci trovo da alcuni mesi. Partito dall’Italia alla volta dell’Africa il primo di agosto 1963, sono arrivato nel Nyasaland il 22 dello stesso mese assieme a P. A. Assolari. A Zomba ci fu detto che la nostra destinazione provvisoria era la missione di Mpiri”... dove P. Betti e P. Valdameri vi accoglieranno a braccia aperte e dove vi aiuteranno nello studio della lingua cinianja”. Fu lo stesso Vescovo Mons. Hardman ad accompagnarci. Usciti dalla capitale e fatte alcune decine di chilometri su strada asfaltata ci inoltrammo nella foresta. La strada si snodava tortuosa e pericolosa nel silenzio delle montagne: qualche raro nero camminava in fretta per non lasciarsi sorprendere dalla notte; alcune antilopi e scimmie fuggivano terrorizzate dal rombo dell’auto. Finalmente il paesaggio si fece più aperto: la capanne degli Alomoe, disseminate qua e là nella savana, sembravano raccogliere gli ultimi raggi del sole che tramontava. Viaggiammo ancora a lungo. L’oscurità incominciava ad avvolgere ogni cosa. Ad un tratto la strada divenne molto difficile per le buche ed i solchi formati dalle piogge. Scendemmo a guardare. In quell’istante una frotta di bambini ci circondò, vociando e schiamazzando: eravamo a Mpiri. Altre frotte di bambini arrivarono in corsa da non so dove, cantando ed urlando. Il Vescovo ci disse che erano bambini della missione che si radunavano tutte le sere per prepararsi alla Cresima. 37 Passammo il ponte, percorremmo il viale sempre seguiti in corsa dalla torma dei negretti, ed eccoci finalmente dinanzi alla residenza missionaria. In quel momento dal chiarore d’una petromax si staccarono due figure magre, ci vennero incontro sorridenti: P. Betti e P. Valdameri. L’indomani, l’aurora ci svegliava al nuovo mondo africano, al nostro nuovo mondo. Com’era lontana l’Italia! Il problema missionario di questa missione si pone, come in gran parte dell’Africa, nello sforzo della Chiesa di penetrare ambienti completamente differenti, due mondi staccati ed estranei: uno feticista e pagano, l’altro maomettano. Le maggiori consolazioni registrate dalla chiesa sono tra le tribù pagane. Ancorate più o meno al loro feticismo, isolate per secoli da ogni civiltà, queste popolazioni stanno risvegliandosi dal loro lungo sonno e cercano una guida, un appoggio ed una via all’affermazione della loro personalità. Presentano dunque un fianco facile alla penetrazione missionaria. Per questo, il movimento delle conversioni, del catecumenato e dei battesimi si allarga soprattutto tra questi pagani. Ad una certa ora ci ritirammo per riposare. Preparai il mio lettino da campo munito di zanzariera in mezzo all’aia dove il cane e le galline dormivano già in pace. Il caldo era così soffocante che ad un certo momento tutta la famiglia che mi ospitava: padre, madre, nonna e tre bimbi, abbandonarono la loro capanna e vennero a sdraiarsi accanto a me. Che ne dite? Non è forse bello vivere così? Vivere come i neri, mangiare, soffrire con loro? È questa la vita del missionario. Mi sembra di ascoltare una vostra obiezione: “Ma come fate a vivere in questo modo?”. Era pure il mio problema prima di prendere il volo per l’Africa. Ma ora che sto vivendo i miei sogni di ragazzo vi debbo confidare che questa è la vita che mi piace di più. Non conosco la paura né delle bestie feroci, né di questi simpatici neri, né di altri pericoli: è sufficiente abbandonarsi nelle mani di Dio. 38 Si parla tanto di miseria e di fame: è tutto vero. Per crederci bisogna venire qui in Africa. Con dolore, ma anche con tanta ammirazione, osservo ogni giorno questi poveri neri che si accontentano di mangiare quel poco di grano che raccolgono in marzo e in aprile; dormono su una stuoia in compagnia delle zanzare e degli scarafaggi; vivono in case fatte di paglia, prive di ogni comodità. Vestono un paio di calzoni a brandelli e una camicia variopinta di medaglioni di untume. Per attingere l’acqua devono compiere vari chilometri di strada; per gli scambi in natura devono percorrere molti chilometri... Con questi pensieri mi addormentai. Il gallo e il cane che mi stavano a pochi metri, con i loro richiami s’incaricarono di svegliarmi. Mi alzai ringraziando il Signore del buon riposo, non senza prima aver guardato di traverso i mattinieri svegliarmi. Pregai con i miei cristiani e allestii l’altarino portatile su un traballante tavolino. Intanto arrivarono i cristiani dei villaggi vicini, confessati i quali, diedi inizio alla S. Messa, dopo la quale tenni una lezione di catechismo. Alle mie interrogazioni, con grande meraviglia, risposero a tutte molto bene. Prima di partire per Fort Johnston i cristiani mi pregarono di ritornare per costruire una chiesa. “I musulmani hanno la loro moschea e noi non abbiamo ancora la nostra chiesa. Venga presto. Padre, l’aiuteremo a costruirla con le nostre mani: impianteremo un forno e faremo i mattoni”. Con una stretta al cuore promisi di ritornare ma, purtroppo, questo mio ritorno non potrà realizzarsi che con il prossimo anno. Poco dopo pedalavo verso la mia parrocchia di Fort Johnston, contento e felice per aver fatto un po’ di bene a quei pochi cristiani. E la mia contentezza ancora una volta dava libero sfogo in un canto, non più frivolo, ma missionario: “Beati i piedi che evangelizzano...”. 39 “La strada dei cattolici è la più bella” Lo afferma P. Emilio Nozza in una lettera da Nankwali, “...posta sul fianco d’una penisoletta montagnosa che penetra dall’estremo sud nel grande lago Nyassa. La residenza missionaria è su una collina tutta rocce, antico ritrovo di leoni. È una vecchia casa questa, anzi una vecchia casa simile a tante cascine sparse nella campagna lombarda. Però, sotto ai suoi piedi il Nyassa è stupendo e malioso nel suo intenso azzurro e nel suo fantasioso gioco di colori creato dal sole. E i tramonti di fuoco... laggiù. Dietro le montagne di Nceu... Tutte queste bellezze obbligano a cantare le glorie del Signore. Vorrei parlare degli ippopotami, dei coccodrilli e delle gazzelle che escono dalle loro tane al suono dell’Ave Maria, ma lascio simili descrizioni ai grandi cacciatori. Del resto, quando, la sera, il grugnito degli ippopotami giunge forte e pauroso al mio orecchio, sento che il mio entusiasmo per la caccia non è ancora giunto al punto giusto. Questa è Nankwali, terra bruciata dal sole, ma piena di tanto fascino. Certamente anche qui la Chiesa cammina. I cristiani sono 4.000 o poco più, sparsi in mezzo a villaggi pagani e musulmani, lungo le due strisce est-ovest bagnate dal lago. In mezzo alla massa pagana le nostre piccole comunità sono isolotti che cercano in uno sforzo continuo di non lasciarsi attirare e sommergere dal risucchio del loro antico paganesimo. A volte assistiamo a paurosi sbandamenti: villaggi interamente battezzati da anni che si richiudono con un rifiuto netto dinanzi al missionario perché vogliono ritornare agli zinyao ed alle usanze ancestrali. Tante famiglie si sfasciano per l’improvvisa partenza degli uomini verso le miniere del Sudafrica o della Rhodesia. Nonostante tutto anche quest’anno abbiamo avuto un centinaio di battesimi di adulti, parte provenienti dal paganesimo, parte dal luteranesimo o dall'anglicanesimo. 40 In quell’occasione i nostri battezzati sentivano che Gesù stava passando tra loro e entrava nel loro cuori portando gioia e pace. Poi tutti ripresero la strada dei loro villaggi lasciando nel silenzio e nella calma la nostra chiesa e la nostra collina. Sono partiti: gli uomini con la camicia a tracolla, le donne coi loro piccoli sul dorso e ceste di fagotti sulla testa e i bambini con ogni sorta di pentole: chi cantava canti sacri, chi sgranocchiava pannocchie di granoturco o mangiava arachidi. Sono tornati contenti ai loro villaggi, alle loro misere capanne di paglia. Vivranno ancora il medesimo ritmo di vita, coltivando i loro campi, nutrendosi con un solo pasto al giorno a base di polenta senza sale, erbe, fagioli e pesce. È domenica, giorno di preghiera per tutti i cristiani. “Per i musulmani il giorno del Signore è il venerdì. Di buon’ora le prime comitive di cristiani dalla rive del lago, attraverso scorciatoie campestri, giungono alla missione e si siedono in paziente attesa alle porte della chiesa. Poi... ecco la campana dei protestanti farsi viva per chiamare i suoi fedeli: è un’eco di gioia e di trionfo che si diffonde di capanna in capanna, di villaggio in villaggio, nei dintorni. A quella risponde la cristianità protestante il cui catechista batte con forza una spranga di ferro appesa ai rami d’un albero, vicino alla chiesina di fango: il suono è un po’ fesso e monotono, ma ha sempre il suo effetto su chi lo conosce. Sono poi i cattolici a partire all’attacco. Anche noi ci accontentiamo di battere con forza con una grossa vite in una lunga spranga di ferro: che effetto strano e misero! Si direbbe che noi suoniamo per il raduno dei Testimoni di Geova perché mentre dalla nostra collina scende l’eco dei primi colpi di spranga, costoro si radunano immediatamente. Eccoli ad un tiro di sasso. Sono là, stretti attorno ad un leggio: cantano, cantano ancora, cantano sempre, diretti da un giovane che tiene bottega alle porte della missione. Che confusione! 41 Non parlo poi della Chiesa di Abramo il cui dirigente dice che per essere salvi basta aver la fede di Abramo. Il matrimonio perfetto sta nell’avere due mogli, come Abramo. Finalmente... arrivano i nostri! Tiro il fiato anch’io. Dopo tutti siamo i più forti ed i più seri. Nonostante la confusione diffusa dalla proliferazione delle varie denominazioni cristiane i nostri hanno coscienza della forza della loro Chiesa. A gruppi arrivano da vicino e da lontano per la Messa domenicale: entrano in chiesa, cantano, recitano il Rosario e, ascoltata la dottrina, seguono devotamente il S. Sacrificio. È commovente vedere la fede di tante donne, uomini e bambini, nonostante l’ambiente sia pagano e musulmano, nonostante le assurdità predicate dalla Sette protestanti, nonostante i cattivi esempi di tanti caduti cattolici che lasciano le pratiche della fede. Sono tanti anche nelle nostre. È sempre un fatto penoso quello d’un cristiano che torna con nostalgia al paganesimo dei suoi antenati. Fortunatamente i più sono fedeli al loro battesimo. Fino a quando l’ambiente nostro sarà, nella sua maggioranza, imbevuto di paganesimo e di islamismo, l’attrattiva verso le costumanze ancestrali sarà sempre grande. La nostra santa religione è la religione dei figli di Dio, è la religione dei forti, di coloro che sanno conquistare con violenza il cielo, di coloro che sanno seguire Gesù nella risurrezione, ma con la rinuncia e la morte a se stessi. Il venerdì i nostri vedono laggiù, a Kasnkha, il movimento dei maomettani. Il muezzin lancia ai quattro venti i suoi versi prolungati per chiamare i fedeli alla preghiera. Qua e là sbucano dalle capanne vecchi e giovani rivestiti di lunghe tuniche bianche e con fez variopinti sul capo. Si recano silenziosi alla spiaggia e rivolti verso la Mecca si lavano la faccia ed i piedi prima di entrare nella piccola moschea di fango. I Musulmani salmodiano il Corano in lingua araba. I neri non comprendono l’arabo, ma sanno bene, e ciò è spiegato in lingua 42 cinianja, che Maometto ha promesso loro un serraglio di donne in paradiso e, quel che più conta, ha permesso loro di sposarne almeno due su questa terra. I miei neri portati alla poligamia hanno un debole verso chi insegna ciò. Sul nero, materialista e pagano, l’islamismo presenta vantaggi superiori a qualunque altra religione. A noi non resta che continuare a predicare il Vangelo. In mezzo a tanto materialismo pagano, in mezzo a tanta confusione creata dai fratelli separati è consolante vedere il numero sempre crescente di coloro che si fanno catecumeni dicendo: la strada dei cattolici è la più bella!”. Lavoro intenso e grande gioia P. Carlo Berton informa sul lavoro nelle risaie malgasce: “...Lavoro intenso e grande gioia per i miei malgasci che vedono le spighe di riso arrivare nei diversi piccoli granai del villaggio. L’abitudine, tramandata di età in età dagli antenati, vuole che tutti lavorino assieme per la raccolta del riso, come per la semina, così come per tutti i lavori di grande importanza. Tutte le forze lavorative del villaggio, uomini e donne, vanno al mattino nella risaia di una famiglia ed alla sera il lavoro è finito. A turno si passano tutte le risaie e le 30 o 40 famiglie del villaggio in 30 o 40 giorni vedono tutto il loro riso nel granaio, al sicuro dalla pioggia, dal cinghiale e a volte anche dai topi. Anche un orbo potrebbe vedere il valore cristiano di una tale usanza: l’aiuto vicendevole. S. Paolo diceva bene ai Galati: “Portatevi a vicenda i pesi e le sollecitudini e sarà adempiuta tutta la legge”. Ma era proprio oro tutto quell’aiuto vicendevole? A Namahoaka vi era un gruppo di giovani di Azione Cattolica. In riunione si parla della raccolta del riso per vedere quello che era bene e ciò che non lo era. Costatano che tutti gli abitanti del villaggio arrivano al mattino alla risaia portando 43 solo un coltello ed un sacco di penja fatto con grandi steli d’erbe. Tocca al padrone della risaia pagare da mangiare e da bere. Se il lavoro dura due giorni per una stessa famiglia questa deve uccidere un bue, che sparirà in poco tempo nella bocca dei lavoratori e lavoratrici. Il lavoro va bene al mattino, ma al pomeriggio tutto rallenta a causa delle copiose bevute. L’alcool non ha mai fatto correre troppo! I giovani fanno i conti e trovano che il riso raccolto supera di poco il valore spesso per nutrire tutto il villaggio. Qualcuno, per far piacere agli invitati, non esita a comprare vino e rhum in abbondanza. Ubriacare gli ospiti è un punto d’onore! Conseguenza: il proprietario del riso, per pagare i debiti ed i buoni presi alla bottega del cinese, deve vendere subito la metà del riso. Tre mesi dopo il granaio è vuoto e la pancia ancora più vuota. Ivo Bity, responsabile del giovani dell’Azione Cattolica si alzò per parlare: “Cari giovani, questa abitudine degli antenati non è buona. Ci mandiamo i fallimento a vicenda. Bisogna cambiare metodo o noi saremo sempre più poveri ed affamati. Il Signore c’insegna a chiedere il pane quotidiano, e non a buttarlo via per fare bella figura! Ogni uomo deve sapere tenere i conti in casa. Gesù vuole che ognuno provveda per l’avvenire... Propongo una cosa: che ognuno venendo al lavoro porti una scodella di riso e le donne cercheranno le erbe per mangiare con il riso. Il proprietario della risaia non avrà spese e tutto il riso lo terrà per la famiglia: questa è carità cristiana”. I giovani trovano perfetto l’argomento di Ivo Bity, ma nessuno osava attuarlo e parlare con gli anziani. Le usanze sono più difficili a cambiarsi dei Comandamenti del buon Dio. Temono di farsi mettere alla porta, di perdere il diritto alla sepoltura nella tomba di famiglia... Ivo era rimasto orfano. Sua madre era morta di dissenteria e suo padre era morto improvvisamente, forse avvelenato. Era solo con una risaia assai bella, frutto del lavoro dei suoi genitori. Lui non aveva più nulla da temere: era lui padrone 44 della sua terra e poi...aveva una fede cristiana solida che gli dava coraggio. Giunse il giorno in cui tutto il villaggio venne per lavorare la sua risaia. Li aspettava alla porta della sua capanna. Parlò a tutti con dignità: “Chiedo a voi tutti una cosa: se venite a lavorare da me, portatevi una scodella di riso ed io procurerò le erbe, ma non ho soldi per comperare uno zebù e dell’alcool. La raccolta sarebbe rivenduta per pagare i debiti. Questo lo chiedo per me e credo sarebbe utile per tutte le famiglie del villaggio”. Il più vecchio dei Namahoaka si guardò in giro e poi disse: “Se è così, nessuno ti aiuterà; il tuo riso sarà mangiato dagli uccelli. Invito tutti ad andarsene a casa”. E partì. Gli anziani lo seguirono e le donne pure. Il cuore di Ivo batteva forte: tutti lo lasceranno? Il suo villaggio sarebbe stato sempre in preda di abitudini secolari schiavistiche? No. I giovani restarono. “Noi ti aiuteremo”, risposero i giovani, e partirono per la risaia. L’amicizia divenne salda tra i giovani e si aiutarono tra loro. I vecchi si accorsero poi che tra loro non si lavorava così tanto e soprattutto con tanto guadagno. Nel villaggio c’era Lemena, malaticcio, povero ed anche vecchio. Nessuno l’aiutava né per seminare, né per mietere. Viveva con un po’ di manioca. I giovani lavorarono la sua risaia e raccolsero il riso. Fu la carità ed il rispetto dei giovani verso il vecchio Lemena che toccò il cuore agli anziani di Namahoaka. Capirono che non era spirito di novità che li guidava, ma la cura dei benessere di tutti, per migliorare la vita di tutti, per facilitare i lavori, il raccolto, e per prevedere l’avvenire. Era questo il “portare i pesi e le preoccupazioni gli uni degli altri” di San Paolo. A Namahoaka ora la semina e il raccolto si susseguono come una volta: si aiutano l’un l’altro. Una cosa è cambiata: giovani e vecchi non vengono più per mangiare e bere alla spalle di una famiglia, ma per aiutarla e vivere meglio”. 45 1964 Si chiamerà Malawi “Si chiamerà Malawi”: così un inviato speciale titola l’articolo con cui annunzia l’indipendenza del Nyasaland. “Il Nyasaland, come Protettorato inglese, ha sempre goduto una buona libertà religiosa; anzi si può dire che il lavoro di civilizzazione venne operato in gran parte dalle Missioni. Tutte le scuole, fino a pochi anni fa, erano unicamente opere dei missionari cattolici e protestanti. Tale libertà sembra esistere ancora. Ci fu un breve periodo di crisi al momento dei movimenti politici: alcuni leaders mettevano in dubbio la sincerità della Chiesa Cattolica, quasi non fosse contenta dell’Indipendenza africana; ma poi i malintesi furono chiariti. Solo qualche autorità locale vuole intralciare l’opera missionaria, però, generalmente parlando, i capi del partito hanno molto rispetto per la Chiesa Cattolica. Le nostre chiese sono sempre gremite di fedeli la domenica. Nessuno è ostacolato nella pratica della sua fede. La grande lacuna, da cui nascono tanti danni, è dovuta piuttosto ai genitori cristiani, i quali non sanno educare i loro figli. La mentalità indigena è questa: fino all’età dell’iniziazione il bambino viene nutrito e allevato senza troppi precetti. Quando sarà grandicello o maturo in un mesetto di iniziazione imparerà tutto. E i genitori pensano che non è compito loro ma dei missionari e dei catechisti insegnare la religione. Data la numerosa popolazione i sacerdoti e i catechisti non bastano. Le distanze poi fanno il resto. Grosso è il problema della gioventù. Finite le scuole sono pochi i ragazzi che restano nel villaggio. Tutti cominciano col cercare un lavoro vicino, non trovandolo si dirigono verso i centri o addirittura all’estero. Abbandonati a se stessi, in breve tempo perdono la pratica della fede, anche se è rarissimo il caso che rinneghino la religione. I Vescovi moltiplicano le missioni simile alla 46 parrocchie europee per emigranti, con lo scopo di tener viva la pratica religiosa in questi giovani. Il Governo Africano vorrebbe creare la scuola statale unica. Ha già preso in mano i maestri diplomati e la cura delle scuole superiori. Sono sorti nuovi problemi. Per le scuole è un passo indietro. L’efficienza è diminuita assai, mancano libri, materiale scolastico ecc… L’insegnamento della Religione non è stato abolito, ma succede spesso che le scuole tenute da insegnanti cattolici sono frequentate da alunni protestanti o pagani, mentre alunni cattolici debbano frequentare scuole protestanti o addirittura atee. Democrazia o dittatura? Lo Stato del Malawi non sarà certamente una democrazia come si gridava all’inizio dei moti politici. Basta osservare la situazione attuale: chi osa criticare il governo al potere viene messo a tacere in nome della libertà, con ogni mezzo, non escluso l’assassinio. È ciò che è capitato al Segretario del partito Mbadwa, fervente cattolico. Fu trovato massacrato vicino alla missione di Blantyre, la vigilia di Natale dell’anno scorso. Da parte del Governo non si levò alcuna voce di protesta o di condanna. Lo Stato del Malawi, come ogni stato giovane, sarà dunque retto a dittatura. Le elezioni politiche si svolgeranno con lista unica e non vi saranno al Governo partiti di opposizione. Dal Natale è iniziato il censimento degli elettori. Chi si rifiuta di farsi registrare viene punito e costretto con la forza a obbedire. È ciò che è successo agli aderenti alla setta dei Testimoni di Geova. Non ci sarà bisogno di esaminare le schede, già fin d’ora si sa che il risultato confermerà in carica il Governo attuale. I bianchi se ne vanno. Le autorità in carica in questi giorni si dimostrano molto gentili, soprattutto con i bianchi di cui hanno assoluto bisogno. Purtroppo l’esodo è generale: gli echi che giungono dal vicino Congo intimidiscono molti, specie chi ha famiglia. Coloro che possono sistemarsi altrove o fare 47 ritorno in patria lo fanno volentieri. Anche parecchie centinaia di indiani sono partiti. Per ora non prevedono reazioni contro i bianchi o gli indiani che resteranno. Forse vi sarà qualche occupazione di terreni di aziende agricole, quei terreni alla periferia delle piantagioni. Non bisogna dimenticare che accanto ai bianchi, la popolazione indigena si è sviluppata enormemente, perciò occorrono campi per sfamare le nuove bocche. Anzi, questa divisione di terre era uno dei tanti slogans usati nella propaganda politica. Ma ora la realtà finanziaria è ben diversa e molte sono le dichiarazioni di protezione per le piantagioni dei bianchi. Spesso il Capo di Governo tiene discorsi: un giorno sembra terribile come un leone, un altro si fa docile come un agnello. Una cosa è certa: è lui il centro della nazione se non la nazione stessa e vuole che tutti ne siano convinti. Insomma è il culto della personalità attuato in pieno. L’attuale condizione economica è disastrosa. La Federazione Economica del Centro Africa aveva prodotto un’euforia di progresso materiale straordinario. Ora che il Nyasaland, per rendersi indipendente, ha distrutto la Federazione tutto sembra paralizzato. L’economia del Malawi si delinea penosa e laboriosa, soprattutto nel futuro Malawi ove mancano industrie, miniere ecc… L’unico datore di lavoro resta il piantatore di tè e di tabacco. Le costruzioni di case e di strade sono sospese. Migliaia di neri sono rimasti senza lavoro e senza previsioni di trovarlo. Quindi è in atto una grande emigrazione verso il Sud Rhodesia e il Sud Africa. Il nuovo Governo è più esigente per le tasse che non quello bianco. Gli europei sono tassati in maniera pesante. Naturalmente chi soffre di più è l’africano. Nei villaggi si rivedono i vecchi vestiti che parevano ormai scomparsi. I genitori arrivano a malapena e a sfamare la 48 famiglia; gruppi di ragazzi che non possono pagarsi la scuola gironzolano sfaccendati nei villaggi aspettando d’essere chiamati a compiere qualche lavoro che guadagni loro almeno un boccone di polenta. Il Governo ha previsto per i primi cinque anni di indipendenza un deficit di 5 milioni di sterline annue. Per quest’anno l’Inghilterra si è addossato questo debito, ma l’anno prossimo e gli anni a venire chi provvederà? L’avvenire non è certamente roseo: si conta molto sugli aiuti americani e tedeschi. Chissà se si troveranno delle miniere d'oro o di carbone? Presto si darà inizio ai lavori per costruire una imponente diga sullo Shiré per la produzione di elettricità. Intanto si spera e si soffre anche un po’ la fame. In un villaggio dove sono passato il mese di gennaio una madre, tornando dal lavoro, trovò il suo bambino di 4 anni morto di fame. Caso unico, speriamo...”. Fiocco rosa: nasce la nuova missione di Namwera In Malawi qualcuno parla di “fiocco rosa”. Nasce la nuova missione di Namwera. Ne parla P. Alessandro Assolari. “La neonata in questione è una missione: la missione di Namwera. Forse lo sapete già. Tanto meglio! È di questa neonata vi voglio dire qualcosa. E devo fare attenzione a misurarmi nelle parole, perché, se dovessi dar libero sfogo alla gioia che ho nel cuore, ne salterebbe fuori una mezza lirica. Voi sapete bene che noi missionari, inselvatichiti dalla dura vita africana, non siamo capaci di tanto. Namwera è la nuova missione, l’ultima nata nella diocesi di Zomba. Sino a ieri era stata parte integrante della missione di Mpiri. Ai primi di aprile ha incominciato a vivere in maniera autonoma. Un po' di geografia. Se volete avere un’idea di dove possa trovarsi questa missione non avete che a guardare una carta 49 geografica dell’Africa. Cercate il lago Nyassa che tocca il Tanganika a nord-est, il Mozambico ad est e poi è circondato dal Nyasaland. La parte orientale del Nyasaland, che è bagnata da questo lago, ed è stretta ad est dal Mozambico rappresenta il territorio della nuova missione. È una zona assai montagnosa. Vi sono pure dei pianori abbastanza fertili e coltivabili. Vi si produce granoturco e fagioli che offrono l’alimentazione base agli indigeni. Questi ultimi si procurano qualche soldarello con la produzione di arachidi e col lavoro prestato nella piantagioni di tabacco, tenute soprattutto da cittadini greci che sono venuti a tentare la fortuna da queste parti. Le bestie feroci. Namwera è una delle poche missioni del Nyasaland del sud che ancora conservano in parte il fascino e la poesia dell’Africa nera. A sud ovest della missione vi si trova una catena di montagne, il Mangochi, coperte di boschi. I pendii opposti sono bagnati dal fiume Shirè. Questa area è una specie di piccola riserva naturale per gli animali selvatici in cerca di qualche boccone prelibato: le capre, le mucche, i cani sono spesso preda del leone, del leopardo e della tigre. Qui sul terreno della missione passano spesso e, specie in certi periodi dell’anno, fanno sentire la loro voce assai poco interessante. Il ruggito del leone, di notte, incute paura. Proprio qui vicino alla missione il leone, in pieno giorno, ha fatto fuori, nel giro di cinque giorni, tre mucche e una capra. Nella zona più arretrata vi si trovano elefanti e diverse specie di gazzelle. Le scimmie vanno in giro a frotte portando danno alle colture e facendo un baccano indiavolato. Le bestie feroci rispettano l’uomo, di solito. Però ogni anno c’è sempre qualcuno che rimane vittima di queste belve. Il più delle volte è per imprudenza, perché gli indigeni danno loro la caccia senza essere sufficientemente equipaggiati. Quando si va alla caccia del leone o del leopardo bisogna essere prudenti, perché se non ci lasciano la pelle loro ce la lasciano coloro che li vorrebbero uccidere. 50 Gli abitanti. Si dicono quasi tutti appartenenti alla tribù degli Ayao. Di fatto però sembra che questi ultimi non siano tanto numerosi. Gran parte di questa gente apparterrebbe ad altre tribù che hanno abbracciato lingua e costumi Ayao. I veri Ayao sono assai svegli, forse anche per il contatto che, tempi addietro, hanno avuto con gli Arabi. Dagli Arabi, che in passato battevano queste zone in cerca di avorio e di schiavi, hanno appreso il fiuto per il commercio e, quel che è peggio, sono stati indotti a seguire la religione di Maometto. L’islamismo è diffusissimo in questa zona. Non è possibile dare una percentuale esatta, ma forse si può essere vicino al vero calcolando che il 90% della popolazione di Namwera sia passata all’islamismo in questi ultimi 80 anni. Dal punto di vista missionario questo fatto rende la missione di Namwera particolarmente dura e dall’avvenire non eccessivamente roseo, perché l’islamismo rende gli animi molto impermeabili all’influsso missionario. È nato il Malawi È il titolo di un lungo articolo con cui si comunica ai lettori il nome nuovo del nuovo Stato indipendente. “Dal 5 luglio il Nyasaland ha un altro nome: Malawi.. Dalla mezzanotte il più piccolo Stato della ex Federazione Rodesia-Nyassa è indipendente. Il Paese prende il nome dal lago, scrive Gunther, a cui si attacca come un lungo bruco verde si attacca ad una foglia blu. Questa foglia blu, a dire il vero, è più grande della Sicilia. È un paese bello, montagnoso, di un verde vivo, fertile, densamente popolato, in forte contrasto con la Rhodesia. Se i paesaggi si potessero vendere, il Nyassa sarebbe ricco. Fu nel 1859 che Livinstone scoprì il lago Nyassa. Sulle sue rive furono fondate alcune stazioni missionarie protestanti. La loro vita fu dura, specialmente per le lotte tribali e l’invadenza dei mercanti di schiavi. 51 Nel 1891 i capi dell’ovest del lago conclusero un trattato che li metteva sotto il protettorato dell’Inghilterra: si mettevano così al sicuro dalle incursioni degli arabi di Zanzibar che dopo il 1870 avevano compiuto innumerevoli razzie. Le sue vicende politiche furono comuni con quelle delle Rhodesie. Nel 1945 venne istituito il “Central Africa Council”, composto di governatori dei tre paesi e di un segretariato permanente a Salisbury. Nel 1953, malgrado l’opposizione del Nyassa, il Parlamento inglese ratificò la Costituzione che federava i tre territori. Agli inizi del 1959 scoppiarono varie sommosse. In aprile il Partito del Congresso, guidato da Hastings Banda, reclamò l’autonomia. Lo stesso fece la Rhodesia del Nord. Nella Rhodesia del Sud le misure messe in atto contro i nazionalisti africani suscitarono energiche proteste da parte delle autorità religiose africane. Si profilava il pericolo della dominazione da parte della minoranza bianca. Nelle miniere di carbone Wankie, mentre gli operai bianchi guadagnavano 250 dollari al mese o più, gli africani ricevevano da 21 a 50 centesimi di dollaro al giorno. I diciotto vescovi delle due Rhodesie e del Nyassa denunciarono la gravità della situazione, affermando che ci si avviava verso una forma di segregazione razziale e di dominio dei bianchi sui neri come accadeva nell’Unione Sudafricana. Il 5 dicembre 1960 si apriva a Londra la conferenza sul futuro della Federazione. Non essendo stato raggiunto un accordo la conferenza venne aggiornata, I capi africani espressero la loro volontà di sabotare una Federazione così apertamente ingiusta verso gli africani. Nelle elezioni generali del 1961 il partito Malawi, diretto da Banda, raccoglie il 95% dei voti. I neri sono al potere nel Nyassa. Nel 1962 il Nyassa chiede ed ottiene da Londra il diritto di uscire dalla Federazione (19 dicembre). La Federazione cessa di esistere, il Nyasaland è padrone di disporre di sé. 52 Il cristianesimo fece la sua comparsa nel Nyasaland nel secolo XVI. Nel 1562 fu battezzato il re Monomotapa. Pioniere dell’evangelizzazione fu il gesuita P. Goncalo da Silveira, che nel giro di un anno riuscì a battezzare parecchi capi e 500 persone. Giunto alla capitale del misterioso regno vi fu accolto favorevolmente dal re. Ma i musulmani che già si trovavano nella zona riuscirono a creare un clima di ostilità contro i cristiani. Il missionario fu assassinato nel sonno il 16 marzo 1561. La missione fu ripresa nel 1577, grazie a due domenicani che si stanziarono nel Mozambico. P. Nicolau do Rosario fu gettato da un naufragio sul litorale. Iniziò una missione nel cuore del Mozambico, ai confini con la Rhodesia-Nyassa. Avendo accettato di accompagnare come cappellano una spedizione portoghese, fu fatto prigioniero in una imboscata e ucciso a colpi di frecce. Nonostante le sventure, la missione di Monomotapa registrò dei notevoli progressi. Il figlio d’un re pagano, fatto prigioniero, venne inviato a Goa. Convertitosi ed entrato nell’ordine di San Domenico, godette fama di teologo e di predicatore. Nel 1677, nel Basso Zambesi v’erano 16 tra chiese e cappelle, 9 domenicani, 6 gesuiti e un sacerdote secolare. Le missioni finirono per scomparire. Nel 1889 i Padri Bianchi ripresero le missioni nel Nyassa e nella Rhodesia del Nord. Quasi due secoli di inattività avevano cancellato ogni traccia cristiana, se mai vi fu. Il Card. Lavigérie sperava che la via del lago Nyassa fosse più breve e più sicura di quella che partiva da Zanzibar. La missione del Nyassa fu abbandonata nel 1890. L’arrivo dei Monfortani. Nel 1901 i Monfortani ripresero con coraggio il lavoro apostolico. L’anno dopo tornarono nel Nyassa i Padri Bianchi. Lo sviluppo fu apprezzabile, nonostante la presenza delle chiese protestanti che si sentivano 53 in casa propria: era stato lo stesso Livingstone a guidare verso il sud del lago Nyassa il vescovo anglicano Mackenzie. Nel 1956 il Nyassa aveva il primo vescovo nativo, Mons. Cornelio Chitsulo. Nel 1959 veniva eretta in tutto il Paese la Gerarchia ordinaria: un’archidiocesi (Blantyre) e quattro diocesi (Dedza, Lilongwe, Mzuzu, Zomba). Due sono affidate ai Padri Monfortani, una al clero indigeno e due ai Padri Bianchi. I cattolici raggiungono il mezzo milione (il 16%), i protestanti rappresentano circa il 18% della popolazione. L’Islam, introdotto nel Nyassa verso il 1870 da elementi di Zanzibar, ha influenzato soprattutto le tribù dei Chewa e degli Ayao. Musulmana pure è una parte degli immigrati provenienti dall’India. Si calcola che i musulmani rappresentino il 7%. I sacerdoti cattolici sono 261, di cui 58 africani. Le vicende politiche degli ultimi anni e soprattutto le necessità sociali hanno trovato i responsabili della Chiesa particolarmente sensibili. La grande varietà di dialetti, la mobilità della popolazione alla ricerca di un posto di lavoro, il proliferare di sette anarchiche e superstizione, l’infiltrazione comunista favorita dall’indigenza, la propaganda insidiosa contro le missioni, l’insufficienza numerica del clero, la propaganda musulmana particolarmente insistente non hanno permesso di adagiarsi sulle posizioni conquistate. La fermezza dei vescovi nel difendere i diritti dei neri, l’incremento delle scuole cattoliche, la buona disposizione della gente sono gli aspetti più confortanti della vita di questo Paese, piccolo ma deciso a non scomparire. Partono per il Malawi altri tre missionari Il 27 agosto dal porto di Venezia partono per il Malawi tre nuovi missionari: P. Adriano Preda di Brembate Sopra (BG), P. Michele Gotti di Ascensione (BG) e Fratel Stefano Maria di Pianiga (VE). 54 Economicamente... la miseria! Di ritorno dall’Italia P. Antonio Marchesi invia notizie sulla sua missione. “... Dopo le vacanze in Italia sono giunto a Brickaville, una missione che si estende su di un territorio di 140 Km. di lunghezza e 40 di larghezza. Siamo in due padri. Oggi le cifre non fanno più impressione. Per questo prima di scrivere ho voluto vedere coi miei occhi. Sono partito per un giro di trenta giorni. Una coperta e il necessario per la Messa e via su una motoretta di marca tedesca. 80 chilometri di strada e poi la foresta. Un po’ in piroga, dopo tre ore giungemmo al primo villaggio. Una ventina di capanne. Un gruppetto di uomini e donne mi aspettavano, visibilmente felici. Era oltre un anno che non vedevano un Padre. Prima cosa, la lavanda dei piedi. Con un tempaccio simile mi ero infangato fino alle ginocchia. Soltanto allora mi accorsi di avere le gambe insanguinate. Eppure non ero ferito! Erano le sanguisughe! Nel Madagascar non ci sono le bestie feroci, ma in fatto di cimici, pulci, topi e sanguisughe bisogna aprire gli occhi. Passiamo quindi ad un breve esame della situazione generale. Presto fatto. Economicamente, la miseria: un po’ di riso che vendono regolarmente per pagare le tasse, e che poi ricomperano naturalmente ad un prezzo raddoppiato, quando raccolgono il caffè. Quando vanno alla bottega, in media una volta la settimana, ecco la loro spesa: 50 lire di zucchero, 30 di petrolio, 20 di sale e aggiungono una caramella, un biscotto o un pezzo di pane per il più piccolo. Dopo la raccolta del caffè, si compra anche un pezzo di stoffa per la donna, che porterà cucito a sacco senza fondo, una camicia per l'uomo e un vestitino per i bambini. 55 Secondo le statistiche ufficiali una famiglia non spende più di 45.000 all’anno. È una media generale, ma per molte famiglie tale cifra va dimezzata. Che dire poi dell’educazione? In molte zone i bambini non vanno a scuola e quel che è peggio, passeranno ancora molti decenni prima che sia possibile raggiungere tutti i villaggi. Bisogna riconoscerlo, il Governo fa tutto il possibile, ma non può che occuparsi dei centri più importanti.Quando avranno una scuola quei piccoli raggruppamenti di quattro o cinque famiglie sparsi nella foresta? E ce ne sono tanti! In uno di questi ho trovato un solo uomo che sapesse decifrare una lettera e ancora... sillabando. Fa pena vedere tante creature vivere una vita puramente...vegetativa. Davanti a questi bambini che vi guardano incuriositi, senza avvenire, si prova una vera stretta al cuore. Come fare? Ho pregato i genitori d’inviare i loro figliuoli alla missione, almeno i più svegli. Me l’hanno promesso e verranno a novembre. Per incoraggiarli ho promesso loro che mi sarei occupato di tutto. Verranno davvero? Lo spero. Non per questo il problema sarà risolto. Qui, al centro, abbiamo le Suore che si occupano già di 230 bambini. L’anno scorso facevano scuola nel nostro refettorio. Noi possiamo mangiare un po’ di riso anche sotto la veranda, nel garage e in chiesa. Ma se quest’anno vengono tutti, dove li metteremo? Come li nutriremo? Come li vestiremo? “Guardate i gigli del campo e gli uccelli dell’aria...” ha detto il Signore, ed io spero molto nella Provvidenza. Questo però non mi esenta dall’avere alcune preoccupazioni. In attesa che molte anime buone ci vengano in aiuto, noi intanto ci siamo messi al lavoro. Per far fronte alla situazione, abbiamo deciso di mettere in piedi alcune capanne, di comperare riso. Il resto verrà a poco a poco. Ben sapendo che le parole non bastano, ma che oggi si ama vedere, avevo preso con me la macchina fotografica e mi ripromettevo di riprendere alcune scenette veramente... sconcertanti. 56 Lo credereste? La gente del villaggio non me l’ha permesso. Gentilmente mi hanno fatto comprendere che non amavano quella specie di propaganda. Sono poveri, però c’è sempre un senso di amor proprio. Compresi la lezione e non ho insistito. Sono tornato a casa col cuore grosso, deciso a far qualunque cosa. Si tratta di preparare un sicuro avvenire alle nostre cristianità e di salvare il già fatto. Io vi augurerei una cosa sola: fare un giretto come l’ho fatto io il mese scorso, accompagnato da certi cristiani delle nostre parti... Credo che non farebbe poi tanto male e si cambierebbero molte cose. Tante lamentele, certi sprechi, tante spese inutili si eviterebbero...”. “Missionarie senza pretese” Così vengono definite da P. Amato Prisco le prime Figlie della Sapienza giunte in Perù. “... Tale fu l’impressione che ricevette la gente di Ñaña quando vide per la prima volta le Figlie della Sapienza italiane. Quattro agili creature, dall’aspetto giovanile, completamente sepolte sotto i vari metri di stoffa grigia, cuffia immacolata come la neve, parlata certamente ostrogota, sorriso sincero e aperto. Dove cominceranno a lavorare? Come organizzeranno i loro piani? Come si sistemeranno? Con che si manterranno? A queste domande che i soliti ficcanaso si ponevano, le Suore risposero e stanno rispondendo giorno per giorno, compiendo passi matematicamente esatti, assumendo impegni di carattere assistenziale e confidando sempre nella Provvidenza. Delle 13.000 persone che popolano tre diversi settori della zona missionaria in cui si prodigano i Figli e le Figlie del Montfort, adesso ben poche ignorano le Suore della Sapienza. Forse non ne ricordano il nome, però notano bene le opere che già hanno lasciato sbigottititi evangelisti, cattolici e 57 indifferenti: i due ambulatori medici, la scuola elementare e la scuola di taglio e cucito. I due ambulatori rappresentano una vera benedizione del cielo, più di qualsiasi altra istituzione. Prima dell’arrivo delle Suore, quanti infermi mi toccò assistere solo spiritualmente e quanti altri si spensero sotto i miei occhi proprio perché mancavano del più elementare aiuto medico! A volte, specie i bambini, morivano unicamente a causa della negligenza dei genitori che presenziavano impassibili alla loro scomparsa, senza neppure pensare di chiamare il Padre per farli battezzare. Attualmente, la falce della morte miete ancora vittime, ma in numero assai ridotto, precisamente perché la brava Suor Gabriella Pedrini è riuscita a dare un nuovo aspetto all’Ambulatorio già esistente ed a cercarne un altro nel centro di un’altra barriada. Un dottore assicura quotidianamente le sue ore di servizio e la Suora la migliore efficienza e le più indispensabili condizioni igieniche dei locali. L’esperienza acquisita prima a Bergamo, poi a Milano, infine nel grande ospedale “Galliera” di Genova permettono alla religiosa di prestare le prime cure a qualsiasi infermo, soprattutto in assenza del medico. Accanto ad ogni ambulatorio esiste una minuscola farmacia in cui la gente trova facilmente le medicine più comuni. Queste cure corporali spesso consentono di penetrare nell’anima dell’ammalato per sanargli mali morali più pericolosi. Nella maggior parte dei casi, quando non si riesce a risolvere le questioni intricate degli adulti, ci si accontenta almeno di battezzare i piccoli. La scuola elementare costituisce un altro campo di apostolato. In realtà, a Ñaña, non difettano le scuole; ne vantano una persino i Protestanti! Quello che pare necessario, però, è un corso professionale serio, laborioso, entusiasta. Le maestre tuttora in carica simpatizzano troppo con il verbo riposare, in più, la promiscuità degli alunni che vanno da sette 58 ai diciotto anni, fa giungere a conclusioni assai premature e pregiudica il risultato degli studi stessi. Le Suore, sobbarcandosi il peso non indifferente delle scuole, hanno voluto ovviare a questi ed altri inconvenienti maggiori. Nell’aprile scorso, ben 150 alunni si sono iscritti al “Colegio de las Madres Italianas”. La maggioranza di essi appartengono al gentil sesso e mostrano una sete ardente di sapere. Dall’insegnamento si incaricano Suor Anna Bussini e Suor Caterina Torri, coadiuvate da due signorine del luogo. Per disciplinare i “bandoleros”, la madre ha adottato misure alquanto severe. La scuola di taglio che in Italia sembra non attiri più come un tempo, a Ñaña ha calamitato una novantina di ragazze che lavorano con un impegno mai visto. Così, senza pretese ma con ammirabile zelo, le Figlie della Sapienza si sono inserite nel numero degli infaticabili benefattori del Perù”. Avrei dovuto restare ancora un anno... P. Emilio Nozza parla volentieri del suo ritorno a Verdello dal Madagascar: “Duro anche il viaggio di ritorno in Italia...”. “28 dicembre. Ricevetti proprio in quel giorno un telegramma dal mio Vescovo di Tamatave: “Mettetevi in viaggio, lasciate subito la vostra missione e raggiungete il porto di Tamatave. Nave 7 gennaio”. Cercai di riordinare tutte le mie cose. Stavo costruendo la chiesa: il cortile di Ambpasinambo era in completo disordine, ricoperto di mattoni, lamiere di zinco e legname. Avrei dovuto restare ancora un anno. I muri della chiesa erano in parte terminati, le capriate erano pronte, belle e fatte ma ancora per terra... Insomma, dovevo partire senza aver portato a termine la mia chiesa? Lavorai ancora due giorni sotto la pioggia, spiegando alla mia squadra di manovali neri quello che dovevano fare. Consegnai loro tutti i biglietti e bigliettini, quaderni e ricevute e fatture. “Cercate di arrangiarvi, fate il possibile per portare a 59 termine la chiesa. Arrivederci... perché io devo partire. Il mio più caloroso ringraziamento a tutti i cristiani del villaggio che fin dall’inizio della preparazione dei mattoni ad oggi, sono stati sempre al mio fianco. Spero che un giorno o l’altro un missionario venga a sostituirmi durante il periodo del mio congedo in Italia”. I malgasci mi guardarono in silenzio, uscirono dalla mia casa e risalirono il villaggio. Ero solo con i miei pensieri di gioia, di nostalgia, di tristezza. Il telegramma era proprio chiaro. Dovevo raggiungere la nave che mi avrebbe portato in Italia. Continuai ancora il mio lavoro attorno alla chiesa. La pioggia continuava quasi ininterrotta da ormai due mesi. È duro lavorare sempre sotto l’acqua. Ma cosa volete, il Madagascar è così: finita la stagione delle piogge incomincia quella piovosa. Dovetti lasciare tutto senza avere la gioia di avere terminato la chiesa. Nel pomeriggio, ritirato nella capanna, presi la solenne decisione di incominciare i miei preparativi di partenza per l’Italia. Anche per me il paese dei miei antenati, dopo sei anni di vita missionaria, faceva sentire il suo appello, il suo richiamo. Presi una grossa valigia di ferro, la tirai in mezzo alla stanza centrale e lentamente incominciai a riempirla di tutto l’occorrente; vestiti e ricordi. Lavoro lento... tristi presentimenti... Dovevo lasciare tutto... Alla sera tutti i cristiani scesero dal villaggio nella mia casa. Cantammo tutta la notte, Erano nostalgici canti di addio, di riconoscenza...”. Sei giovane, ma per noi sei una persona per bene! Ancora notizie da P. Angelo Rota: “Il missionario deve ritornare nel nostro villaggio”. “...La seduta ebbe inizio. C’erano tutti: cattolici, protestanti, anglicani e persino i pagani. La cosa era di massima importanza e tutti dovevano esprimere la loro idea. Prese la parola per primo un nonnino, il più anziano del 60 villaggio. “Vedi, Padre, tu sei nuovo del paese e sei giovane, ma per noi sei una persona dabbene e poiché tu sei prete cattolico, siamo venuti nella tua casa per sentire su quello che vogliamo fare va bene. Tu sai che nel nostro villaggio un tempo c’era una comunità cristiana. Alcuni anni oro sono il ciclone abbatté la chiesa e la morte ci portò via la buon’anima del catechista. Scoraggiati e senza guida, un po’ alla volta, la comunità si è dispersa e la Religione Cattolica è scomparsa. Ora noi abbiamo vergogna, poiché tutti qui nei dintorni ricevono la visita del missionario europeo, e noi soli non lo vediamo più da qualche anno. Questo non ci fa onore e anche i nostri Antenati, soprattutto quelli che furono cattolici non devono essere contenti. Il missionario deve ritornare nel nostro villaggio, perché vogliamo ricominciare a pregare da cattolici. Per provarci che vogliamo fare sul serio, eccoti nove bambini da battezzare. Poi guarda questi tre giovani, sono i soli qui che sappiano leggere e scrivere convenientemente e abbiamo pensato di affidare loro il compito di insegnarci il catechismo e le preghiere. Essi sono giovani e non hanno molta esperienza, ma sanno leggere e sono intelligenti e questa è già molto, al resto ci pensiamo noi anziani, così che se essi non dovessero fare giudizio noi li richiameremo al dovere. Credi che così vada bene? Se va bene ce lo dici, altrimenti correggici e noi seguiremo le tue istruzioni. Per dare maggiore importanza alla mia parola presi un aspetto serio, interposi una pausa di silenzio, come per pensare a quello che dovevo dire, poi lentamente mi alzai, li guardai in viso ad uno ad uno, mentre a loro volta essi pure mi fissavano impazienti di ascoltare la risposta. Bene! Benissimo! Quello che avete detto e pensato è giusto! Continuai riprendendo le loro stesse parole: io sono nuovo del paese e sono giovane, ma sono un prete cattolico. Il vostro problema riguarda voi come riguarda me. Non saprei dirvi se la vostra decisione sia motivo di gioia maggiore per voi 61 o per me, venuto dalla lontana Italia proprio per aiutarvi a pregare, a conoscere e amare Iddio. Un tempo eravate una buona cristianità poi le cose cambiarono e i tentativi dei Padri per tenere in vita il cattolicesimo tra voi non trovarono corrispondenza; essi pensarono che non volevate pregare e con grande dolore rinunciarono a tornare qui. La vostra accoglienza non era più quella di una volta e non mancava qualcuno che facesse resistenza; ecco perché il Padre non venne più da voi. Ad ogni modo avete deciso di riprendervi; la buona volontà mi pare non manchi e in seguito riprenderete il vostro posto d’onore a non avrete più a vergognarvi. Risposi a tutte le questioni, e poiché vedevo che accettavano bene le mie parole la tenni piuttosto lunga. Rinviai alla prossima tournée la questione dei battesimi e quando mi parve di avere detto tutto mi sedetti sicuro che dopo poche riflessioni avrebbero preferito raggiungere le loro capanne, dove le donne aspettavano per consumare le pentole di riso fumante. Dimenticavo in quell’istante che nelle assemblee Betsimisaraka ogni invitato deve dire la sua. Diciassette discorsi e ad ogni discorso un piccolo commento del nonnino. Pensai all’ufficio divino dove ogni salmo vuole la sua antifona. Fortunatamente erano sempre le stesse idee e non ebbi bisogno di rispondere ad ognuno. Ci vollero tuttavia più di tre ore prima di finire e forse ne avrei avuto ancora per un bel po’ se una donna non fosse entrata con un buon piatto di riso fumante per me...”. Disavventure di un missionario P. Achille Valsecchi parla delle sue disavventure sulle strade malgasce. “...Io mi trovo in mezzo ai monti, in una località chiamata Ambinaninandro, distante da Tamatave 350 Km. Per raggiungere questo piccolo paese ho impiegato quattro giorni 62 di viaggio. Fino a Vatomandry presi la macchina di un conoscente. Il viaggio fu stupendo per 70 Km. Su di una strada impraticabile abbiamo raggiunto la pazzesca velocità di 35 Km orari. L’ebbrezza della corsa durò due ore. Ad una svolta vedemmo in mezzo alla strada un uomo. Era un poliziotto... Fu felice di conoscere un italiano in persona. Mi chiese mille cose sul Papa e su Roma e se fosse vero che esistessero della case alte cento metri e tutte d’oro. Dissi che tutto corrispondeva a verità, sforzandomi di allontanare dalla memoria le topaie viste a Roma e a Napoli. Poi ci siamo lasciati. Ma quel vigile era onesto e coscienzioso. Volle perdonarmi l’eccessiva velocità. L’ultima sua parola: “Reciterà tre Pater, Ave e Gloria”. Il nostro viaggio proseguì, ma la sfortuna ci attendeva. Su di un rettilineo abbiamo sentito una specie di tuono, proveniente dalla parte posteriore della vettura. Tre o quattro capottate e ci trovammo una quindicina di metri fuori della strada, immersi in un acquitrino. Per fortuna la macchina era priva di cristalli...Tutti infangati ci siamo messi sul bordo della strada, aspettando che la Provvidenza soccorresse i due tapini...". 63 1965 Marcia travolgente Grazie a voi, mamma e papà! Il 9 gennaio Mons. Fagioli consegna il crocifisso di missione a P. Giovanni Delli tra la commozione dei genitori, dei parenti e delle Zelatrici missionarie di Verdello intervenute alla cerimonia. A fine gennaio invia la sua prima corrispondenza missionaria. “... 29 gennaio. Un solo volo: dall’aeroporto di Fiumicino a quello di Blantyre, e sono giunto nella terra dei miei sogni: il Malawi. Erano là ad incontrarmi i confratelli. Abbracci e baci... una festa di gioia. Lontano migliaia e migliaia di chilometri dalla bella Italia, da Verdello i ricordi sono tanti... e il mio cuore si sente ancora tanto vicino alle persone che mi hanno fatto del bene. Da queste pagine de “L’Apostolo di Maria”, con il cuore pieno di affetto, voglio ringraziare quanti mi hanno aiutato e sostenuto a diventare missionario. Grazie a te, mamma, a te papà. Voi mi avete dato la vita. Voi mi avete accompagnato all’altare. Voi, oggi, con il sacrificio e con la preghiera mi seguirete nella mia missione.Vi dico che sebbene lontano, sento di volervi ancora più bene! Grazie ai miei Superiori che mi hanno aiutato a diventare sacerdote e che mi hanno dato la possibilità di partire per il Malawi. Così ho raggiunto il mio ideale missionario. Un grazie particolare a tutte voi, care zelatrici di Verdello. Il vostro ardente spirito missionario fa onore al nostro paese. Ho sempre ammirato il vostro lavoro che si svolge non solo all’ombra del campanile di una parrocchia o di una diocesi, ma a tutto al mondo. Brave! Il vostro cuore abbia sempre palpiti universali e fate sempre giungere la vostra carità ai vostri missionari. 64 Infine, grazie a tutti coloro che mi hanno voluto bene. Volervi bene e stare sempre uniti nell’amore e nella preghiera è la cosa più bella al mondo. Amate sempre i missionari, pregate sempre per loro, aiutateli! Così, chi in prima linea, chi nelle retrovie, tutti siamo missionari”. “Nel Malawi sono solo!” Anche Fra Stefano, dalla missione di Mpiri, dove è approdato da poco, invia le sue prime impressioni. “Appena sceso dall’aereo e terminate le pratiche burocratiche e doganali, mi destai come da un sogno; sì, da un sogno che da anni ha sempre occupato la mia mente e il mio cuore, tutto. Ora è realtà. Al vedere la gente, nei primi giorni, mi sembrava che fossero tutti uguali, ma dopo mi sono abituato a distinguere una persona dall’altra. Nella missione di Mpiri, ho potuto costatare che nel territorio affidato alle nostre cure regna veramente la miseria materiale e spirituale. Una capanna di fango e paglia costituisce l’abitazione per una famiglia nel Malawi. Uno straccio qualunque è il loro vestito o per meglio dire la loro moda. Mezzi di lavoro non ce ne sono; officine, laboratori e industrie sono poche e solo nelle città. Nella nostra missione nemmeno l’ombra. L’unico loro sostentamento è il mais. Se la raccolta annuale va bene tutto va bene, al contrario vi regna la carestia, come vi regna tuttora. L’arrivo in Malawi è stato per me motivo di grande gioia. Ho potuto realizzare con l’aiuto di Dio i miei sogni.Ma è stato motivo di grande dolore nel trovare tanta miseria e nel poter fare così poco per questi nostri fratelli neri. Mi addolora la scarsità di operai nella vigna del Signore. Scarsità di sacerdoti, ma soprattutto di fratelli coadiutori. Infatti, sono il primo e il solo fratello coadiutore monfortano italiano. Se fossimo tanti si potrebbe fare molto più bene, e i 65 Padri poi sarebbero più liberi nell’esercizio del loro ministero sacerdotale invece di occupare la maggior parte del tempo nelle cose materiali. Mi domando ancora oggi perché non ci siano più giovani che si donino al Signore mediante la vocazione religiosa e missionaria, vocazione così sublime e bella! O giovane, che senti nel cuore la voce di Gesù: vieni e seguimi!, non rinnegare questo invito non rifiutarlo, accettalo subito. L’Africa va precipitosamente verso il paganesimo, verso l’idolatria, verso l’ateismo. Oggi tutta l’Africa è in subbuglio. Il comunismo sta preparando i suoi piani e i nostri fratelli ne risentiranno di questa nuova schiavitù. Non perdere tempo, poiché il tempo è oro ma qui più che oro è la vita stessa. Non spaventarti. Il Signore ti darà la sua grazia. Sappi che i missionari monfortani ti aspettano a braccia aperte e ti danno una fiduciosa possibilità di venire in missione. Cristo ha bisogno di te. L’Africa ha bisogno del tuo aiuto per poter fra fronte al comunismo o meglio all’ateismo che avanza inesorabilmente. Avanti! Coraggio! Ti aspetto nel Malawi. Con te e non più da solo, potrò e potremo fare tanto bene a questa gente nera”. Marcia travolgente P. Alessandro Assolari manifesta la sua grande soddisfazione nel prendere atto dei progressi compiuti dalla Chiesa in profondità e in estensione. Mette tuttavia in guardia dal pericolo dell’espansione dell’Islam. “... Questa visione della Chiesa e della sua marcia verso la conquista pacifica del mondo non ci deve impedire di analizzare le difficoltà che la Chiesa incontra sul suo cammino. Uno di questi grossi problemi è rappresentato dall’Islamismo e della sua intensa attività di proselitismo. ... Ogni musulmano è missionario!”. 66 Ringrazio il Signore per il bene che ho potuto fare In occasione della sua vacanza in Italia P. Vittorio Crippa informa sulle opere già attuate e quelle ancora da realizzare nella sua missione. “... In questi anni il Signore mi ha concesso la grazia di spendere per fare un po’ di bene tra gli africani. . Con l’aiuto e la generosità dei buoni ho potuto realizzare opere veramente di alto valore cristiano e sociale. Opere attuate: due grandi scuole frequentate ora da circa 600 ragazzi. Tre chiese, centri di fervida vita cristiana. Un dispensario, dove ogni giorno vengono curati circa 300 pazienti tra adulti e bambini. Una clinica materna per prevenire l’alta mortalità infantile. Due pozzi di acqua utilissimi per prevenire malattie tra i missionari e la gente. Un lebbrosario rimasto incompiuto per mancanza di mezzi. Qui però si curano settimanalmente più di 1000 lebbrosi. Opere da realizzare. Quando tornerò nel prossimo ottobre dovrò interessarmi per la costruzione di almeno due chiese, di un altro dispensario di estrema necessità per la mancanza di assistenza medica, del lebbrosario necessario per prevenire il contagio e il propagarsi della terribile piaga: la lebbra...”. Novità nella Diocesi di Blantyre: la consacrazione episcopale di Mons. Giacomo Ciona. È il secondo africano elevato a tale dignità nel Malawi. “... Giornata gloriosa per la Chiesa cattolica. Potete immaginare la commozione di tutti, vedendo questo nuovo vescovo, che molti hanno conosciuto da bambino, altri lo hanno seguito nelle varie tappe della preparazione al sacerdozio...”. 67 Problemi non proprio pastorali... Nella vita di un missionario ci sono anche problemi non proprio pastorali. P. Carlo Berton, per esempio, informa i lettori de “L'Apostolo di Maria” sul flagello nazionale causato dai topi: “... Delle orde di topi si riversano dalla foresta e si lanciano come delle bande di guerriglieri sulle piantagioni distruggendo tutto al loro passaggio”. Dopo aver dato una spiegazione scientifica del fenomeno e delle difficoltà che la popolazione incontra nell’arginarlo, conclude la sua corrispondenza con una interessante osservazione sul dovere dei cristiani: “...Sono gli unici a persuadere i pagani a non correre dallo stregone per uccidere i topi, ma di unirsi nella lotta contro per poter vivere. Il loro morale è certamente un fattore ottimo per poter vincere questa lotta e per potersi mettere al lavoro non appena il flagello sarà passato. Alla scuola modello della missione, Centro Formazione Rurale Familiare, i giovani vengono formati con serietà ai loro doveri agricoli e all’economia. Sono gli animatori della brughiera per dare coraggio, speranza e ripresa del lavoro a tanti sfiduciati”. Sagra parrocchiale a Lima Dal Perù P. Pasquale Buondonno informa sul modo con cui si organizza una sagra parrocchiale, illustrandone le finalità. “... Dalla sagra la parrocchia ricava un grande utile. Materiale: col denaro raccolto abbiamo potuto fornire la chiesa di banchi, attrezzarla con un impianto di altoparlanti dentro e anche fuori, provvederla di un nuovo confessionale, di un nuovo tabernacolo e di altre cose che rendono più decoroso il culto e più confortevole lo stare nella casa del Signore. 68 Spirituale e morale: ogni sagra segna un aumento di conoscenza e di amore alla parrocchia presentandola come una grande famiglia nella quale attorno ai Padri si sentono sempre più figli i trentamila abitanti di questa zona di Lima della quale ci è stata affidata la cura”. Sulle pagine de “L'Apostolo di Maria” continua, puntuale, “Il mio diario missionario” di P. Alessandro Assolari. È una fonte inesauribile di notizie sul lavoro suo e dei confratelli missionari italiani ormai sparsi in vari posti di missione. Da Fort Johnston fa sapere che con l’arrivo di Fra Stefano è terminata la sua vita eremitica: “...Io che di tendenze alla vita eremitica ne ho proprio molto poche, sono contento come se avessi vinto al Totocalcio”. È felice come una pasqua! Nel diario ci sono notizie riguardanti P. Gianni Delli. “... E’ felice come una Pasqua: ha superato molto brillantemente gli esami di cinianja”. È destinato alla nuova missione dove vive e lavora da mesi P. A. Assolari: Fort Johnston: “... Sono convinto che con un simile vicario si potrà fare tanto bene. Povero Maometto! Hai finito di essere il re di questa zona. Ci sei stato per cent’anni, ora ti dovrebbe bastare. Ti converrà fare le valige perché se per disgrazia dovessi incontrarti con quel pezzo di curato appena arrivato qui sono convinto che passeresti un brutto quarto d’ora!”. È scoppiata una guerra senza fucili né cannoni Dalla missione di Marolambo P. Pietro Valsecchi fa sapere che “è scoppiata la guerra”. Si tratta di una “guerra, ma senza fucili, senza cannoni e senza portaerei”. 69 “...Tutto è iniziato nella foresta. Come in tutte le guerriglie, la foresta è il luogo più adatto per riunirsi, formarsi e mettersi in assetto di guerra; e qui nella mia missione, la foresta occupa la buona metà della superficie; quindi la possibilità di fare le cose per bene è molto grande. Nessuno se ne accorse; quando si passava nella foresta si vedevano buche da tutte le parti..., era un po’ strano, ma non ci faceva caso. Raboto, alto e magro, coi suoi denti bianchissimi nella faccia nera, aveva finito verso mezzogiorno di seminare il suo riso e se ne andò tranquillo in riva al fiume al suo posto preferito. Sulla riva opposta, in faccia a Raboto, si estendeva la grande foresta, coi suoi alti alberi aggrovigliati da un gran numero di liane. Raboto prese la sua canna da pesca, gettò l’amo e aspettò che qualche bravo pesce abboccasse, un buon pesce proporzionato alla sua fame. L’occhio teso al filo di nylon, Raboto non si scomponeva malgrado l’impazienza della fame. Dopo poco tempo sulla riva opposta, quella della foresta, l’acqua si increspò improvvisamente; Raboto si convinse che il pesce era dall’altra riva e se ne infischiava del povero pescatore affamato. Ma gli occhi brillarono di gioia quando quella frotta di pesci sembrò puntare verso di lui. Attese, seguendo con l’occhio l’increspatura dell’acqua. Osservò meglio e... altro che pesci...una frotta di topi che stava attraversando il fiume. Decisamente prese un bastone e con colpi ben assestati mise fuori combattimento tutti i roditori che la corrente del fiume trascinò lontano. Roboto si rimise a pescare, ma non erano passati dieci minuti ed ecco un’altra frotta decisa ad attraversare il fiume. Questa non era ancora giunta a metà corrente che un’altra si slanciava già in acqua, seguendo la scia della prima pattuglia. Raboto riprese il suo bastone: menò dei colpi a destra a sinistra, avanti e indietro, ma, cosa strana, più ne uccideva e più erano numerosi. Se li sentiva correre intorno, passare tra i piedi. Pur continuando a menare colpi da tutte le parti cominciò 70 ad avere paura e si convinse che erano topi affamati. Preso dalla paura se la diede a gambe verso il villaggio. Quella notte le numerose bande di topi traversarono il fiume e invasero i campi divorando il grano seminato nel solchi, le radici di manioca, tutti i fagioli, e quando fu tutto pulito nei campi, se ne andarono nella piantagione di caffè. L’invasione dei topi da quel giorno non ebbe più tregua: invasero un villaggio dopo l’altro, una piantagione dopo l’altra. Nei villaggi si vedevano topi correre anche in pieno giorno, comparire e scomparire da tutte le parti. Nei campi... nessuno più osava trascorrere la notte. Anche il Governo cominciò a preoccuparsi, anche per un possibile pericolo di peste e inviò degli specialisti con gran quantità di veleno. Molti i topi uccisi ma nulla restava da mangiare per gli uomini. Metà della popolazione della mia missione si trova in una situazione difficile...”. Nuove partenze per il Malawi Il 19 settembre, nel santuario di Maria Regina dei Cuori di Redona, Mons. Giacomo Ciona, vescovo ausiliare di Blantyre, consegna il crocifisso a due nuovi missionari: P. Pietro Mucciarda e P. Luciano Marangon. Il 21 seguente partono per il Malawi dal porto di Venezia. Riparte per il Malawi anche P. Vittorio Crippa, dopo un periodo di vacanza in Italia. Ai lettori de “L'Apostolo di Maria” scrive: “...Devo ripartire per l’Africa, ma non vi lascio perché vi voglio portare tutti con me, nel mio cuore, e se potrò sfamare chi ha fame, asciugare qualche lacrima, guarire ammalati e lebbrosi, istruire i bambini lo voglio fare insieme a voi. A voi voglio dare la gioia dell’incontro gioioso e festante di tutta quella mia gente che aspetta il suo “Padre” con vera ansia che torna con le mani piene di tanto bene, frutto della vostra bontà e generosità. Stiamo sempre uniti!”. 71 Un bimbo nato sulla mia "Simca" Anche P. Adriano Preda ha la sua esperienza missionaria da raccontare. Si tratta di “Kilimangiaro”, un bimbo nato sulla “Simca 1100” del missionario. In Malawi è il periodo delle piogge torrenziali durante il quale le strade e i sentieri diventano spesso impraticabili. Un giorno arriva alla missione un uomo tutto trafelato, inzuppato da cima a fondo per l’abbondante pioggia e chiede aiuto per la moglie che sta male e sta per avere un bambino. P. T. Betti non ci pensa due volte e, nonostante il brutto tempo, sale su “Carolina”, la sua vecchia e gloriosa “Simca 1100”, e parte per il villaggio indicato, distante un’ottantina di chilometri dalla missione. Giunto alla capanna dell’inferma P. Tarcisio la trova che spasima tra acerrimi dolori. Amministra i Sacramenti all’ammalata, la conforta e poi la fa caricare sulla sua Simca, improvvisata autoambulanza. “... Così, tra dirupi e balze, sopra giganteschi tronchi P. Tarcisio riprende la via del ritorno. Ma ecco che alla sommità del monte Mpiri una voce intima una fermata obbligatoria. P. Betti frena ma subito dopo si ode un vagito: il bimbo è nato! Il missionario scende dall’auto e si avvicina per vedere il neonato: Che nome gli diamo? Kilimangiaro! È trascorso quasi un anno dall’avventurata nascita e l’altro giorno sono giunti qui a Mpiri questi bravi cristiani per ringraziare P. Tarcisio. Hanno portato del riso e un pollo in segno di riconoscenza...”. Il mago della steppa africana Dopo sei anni di lavoro nel Madagascar torna in Italia Fra Paolo. Rilascia un’intervista a “L'Apostolo di Maria” dove parla volentieri della sua vita e delle sue opere, soprattutto di 72 quella che gli sta più a cuore tra quelle realizzate. Si tratta di un “villaggio modello” che sorge a 27 chilometri da Tamatave. “...E’ un agglomerato di 25 case malgasce, dal pavimento in muratura e dalle pareti in legno. A queste si aggiunge la chiesa, cinque aule scolastiche, l’ospedale, la maternità e il dispensario. Un acquedotto modesto che parte da una piccola montagna distante 500 metri, fornisce l’acqua potabile. Questo villaggio ospita per un periodo di dieci mesi 25 famiglie di cristiani provenienti dalle varie zone dell’interno. Qui si trovano a loro agio perché sia le abitazioni che il modo di vivere è simile a quello di un comune villaggio malgascio. Ogni giorno, alle ore 8 inizia la scuola: agricoltura, cultura generale, catechismo per tutti gli adulti. Alle 11 le donne vanno in cucina con le suore: imparano come si possa cucinare bene in modo vario con i soli frutti del paese. Nel pomeriggio gli uomini si recano nei campi per la scuola pratica di agricoltura, mentre le loro mogli si danno al cucito e ai vari lavori domestici. I ragazzi di queste famiglie intanto frequentano la scuola. Ogni famiglia, oltre a ricevere 5000 franchi al mese, ha a sua disposizione un giardino personale e può allevare conigli e galline. Questo per abituarli a migliorare il proprio tenore di vita. E sta precisamente in ciò lo scopo dell’iniziativa: creare dei pionieri che, tornati al loro villaggio, siano di esempio di civiltà, di progresso e di cristianesimo convinto”. Così mi piace la vita missionaria È il titolo della prima corrispondenza di P. Gianni Delli dalla missione di Fort Johnston. “...Finalmente via libera. Era ormai da sette mesi che lottavo per apprendere il cinianja, quando P. A. Assolari mi ordinò di partire alla volta di Martynisi per celebrare la S. Messa e naturalmente per istruire lo sparuto numero di cristiani di quel povero villaggio. Ascoltati gli ultimi avvertimenti e le 73 prudenti raccomandazioni del mio Superiore, inforcai la mia bicicletta fuori serie e via...! La strada si snodava tra una specie di savana. Per ingannare il tempo, mentre pedalavo di lena, cantavo la canzonetta italiana: “Volare!”. Nuovo Don Camillo ero alquanto buffo e divertente per i pochi neri che incontravo. Ad un certo punto mi trovai ad un labirinto di biforcazioni: quale direzione scegliere? Mi grattai la pera, feci la conta e mi inoltrai in una, a casaccio: era quella buona. Di tanto in tanto attraversavo qualche villaggio, distribuendo a destra e a sinistra i miei “sorrisi Durbans” a tutti i negretti. Dopo un’ora e mezzo di corsa giunsi a Martynisi. Finalmente! Ero tutto madido di sudore. Martynisi è un villaggio lontano da Fort Johnston 14 chilometri, situato in mezzo alla savana, con un agglomerato di una trentina di capanne costruite con terra e sterpi. Quasi tutti i suoi abitanti, un centinaio circa, appartengono alla tribù degli Ainaja e alcuni agli Ayao. Esultanti mi vennero incontro per primi due bambini che mi salutarono con l’eterno: “Moni Bambo”. Come hanno fatto a conoscermi? E sì che non erano stati avvertiti del mio arrivo! In breve tempo i cristiani, dodici in tutto, si raggrupparono per rivolgermi il loro benvenuto. Anche i musulmani e i pagani mi salutarono calorosamente. Li guardai tutti e sentivo dentro di me di amarli. Invitato un catechista ad avvertire i cristiani dei villaggi limitrofi che avrei celebrato la S. Messa il mattino seguente, i capifamiglia mi invitarono nella loro cerchia a parlare del più e del meno in attesa della cena. A cena, mentre i bambini si nutrivano di polenta e erbe, mi presentarono riso e pollo. Cercai di mangiare il meno possibile, ben sapendo che con quanto mi offrivano dovevano poi sfamarsi altre quattro persone adulte. Infatti, non appena feci 74 cenno di aver terminato, in un batter d’occhio scomparve tutto in quelle bocche affamate. Prima di coricarmi, radunai tutti i cristiani nell’aia per recitare il S. Rosario e per cantare. Seduti per terra, mi attorniavano felici e contenti. È meraviglioso di sera sentirsi così uniti nella preghiera sotto le stelle che guardano e narrano le meraviglie del Signore. Ve lo dico francamente: mi sentivo felice, mi sentivo di essere un pastore fra le sue pecorelle. Cantammo gioiosamente per un’ora, mentre i più piccoli dormivano beatamente tra le braccia delle loro mamme. Fatti i convenevoli entro nella chiesa, che tale poi non è perché è una semplice capanna dalle pareti di fango e il tetto di paglia. Preparo tutto per la S. Messa sopra un tavolino piuttosto malandato, ma utile in mancanza d’altro. Portano due vasetti di fiori e trovo un posto anche per quelli. Mentre confesso vedo che sul tetto lavorano indisturbati grossi topi intenti nel loro lavoro di buoni roditori e nessuno si sogna di farli scappare. Mi vesto, celebro in cinianja la S. Messa, intercalata da preghiere e canti. Parlo un po’ con i cristiani e poi, come è loro abitudine, mi offrono la colazione. Mi feci coraggio per onorare la loro polenta e fagioli, in compenso però non era male. Era tutto quello che avevano, poveretti! Il giorno seguente la strada è più lunga, ma una buona pedalata fa bene anche allo spirito. Quasi due ore di bici. È la tappa più importante: Mbuazulu. Arrivando, mi si fanno incontro i ragazzi della scuola, guidati dai loro maestri, quasi tutti cattolici. È una festa di saluti e di canti. Qui lavoro tutta la mattinata. Molte persone da confessare e, dopo la Messa, porto la Comunione ad una malata. Nel pomeriggio i maestri mi vogliono loro ospite e subito accolgo l’invito. Ci troviamo in cinque nella piccola capanna ingombra di sedie, qualche tavolino ed altre suppellettili. Man mano che passa il tempo, la conversazione si fa più viva e, come è naturale, data la mia presenza, si tocca il problema religioso: 75 “Bambo, è vero che Gesù era europeo e bianco di colore?... Bambo, Gesù è nato dalla Madonna come qualunque altro bambino?”... Le risposte sono pronte, ma è difficile spiegare tutto, data la mia poca conoscenza della lingua. Soprattutto comprendo con tristezza che le idee dei protestanti minano la testa anche ai maestri cattolici. Ad ogni modo qualcuno mi capisce e spiega agli altri ciò che ho detto.. Ultimo giorno, ultima tappa. Poi prendo la strada del ritorno. Voglio rivedere i maestri, ringraziarli della loro ospitalità e salutarli. Rimangono assai contenti. Mi pregano di tornare presto. E mentre pedalo di lena verso la mia missione, ripenso alla gente incontrata e per la prima volta conosciuta. No, non sono cattivi questi neri, solo risentono della loro arretratezza di civiltà e di conoscenza cristiana. E dico tra me e me: sì. Ritornerò!...”. 27 anni di missione È il titolo dell’intervista rilasciata da P. Tarcisio Betti ripercorrendo il lungo periodo di permanenza in Malawi. Si trova in Italia per un periodo di riposo e per rimettersi un po’ in sesto essendo abbastanza malandato in salute. La sua prima partenza per l’Africa risale al febbraio del 1939, quando egli contava 26 anni ed era pieno di ardore missionario. “Una sera stavo rientrando alla missione. Ero stanco: la giornata era risultata particolarmente dura. Per disdetta mi si ruppe pure la bicicletta. Mentre stavo armeggiando attorno alla ruota anteriore, sentii in lontananza, alle mie spalle, il caratteristico tonfo pesante prodotto dalle bestie feroci quando procedono a balzi nella foresta. Doveva essere quasi certamente un leone. Sentii fuoco ai piedi, impugnai il manubrio con una mano, con l’altra la ruota danneggiata e via di corsa: non ho mai corso tanto in vita mia. 76 La mia prima vera destinazione fu il villaggio di Palombe, dove incominciai a impratichirmi nella lingua del luogo: il cinianja. Intanto compivo i primi viaggi per visitare i cristiani dispersi nei villaggi più lontani. Come primo assaggio feci uno spettacolare capitombolo con la moto che mi costrinse a girare per quindici giorni con il braccio legato al collo. Dopo qualche tempo in Europa scoppiò la guerra e anche l’Italia dichiarò guerra all’Inghilterra. Noi ci trovavamo in una colonia inglese, perciò ci presero e ci sistemarono in un campo di concentramento. Qui ci trattarono bene e fummo liberati dopo 4 mesi... Dopo di che fui destinato a Zomba, la missione che allora contava più di 30.000 cristiani ed che ora è stata divisa in 8 missioni più piccole. In un intero anno, sia io che un altro missionario olandese, rimanemmo in casa solo due giorni: Pasqua e Natale... Nel 1945 da Zomba mi trasferii sulle montagne di Nzana e vi rimasi tre anni con un prete nero. Al nord della missione c’erano molti membri della Chiesa Riformata Olandese, i protestanti più fanatici. Avevo ottenuto il permesso di costruire una chiesa-scuola in uno dei villaggi dove essi erano in maggioranza. I pochi cristiani del luogo mi aiutavano portando pali e paglia per il tetto. Ma di notte quelli distruggevano tutto. Una mattina, disperato, chiesi al capo villaggio di erigere un altare provvisorio sotto una pianta e questo fu subito circondato con uno steccato dai cristiani. Qui celebrai la Messa e poi parlai ai miei fedeli e a tutti gli altri che si accalcavano ai bordi del recinto. Nessuno osò toccare lo steccato e in seguito fu possibile costruire la chiesa-scuola. In seguito fui destinato alla missione di Nankwali, situata sulle rive del lago Nyassa, un posto incantevole. La missione allora contava un migliaio di cristiani, molto dispersi nella regione e ciò che comportava lunghi viaggi. Ma i risultati non mancarono. Benché la gente fosse indolente e quasi tutti gli 77 uomini emigrassero nel Sud Africa in cerca di lavoro, rendendo così molto instabile la situazione familiare, ogni anno c’erano sempre nuovi battezzati. Anche qui i Riformati Olandesi non ci lasciavano lavorare in pace. Mentre in un villaggio celebravo la Messa, la capanna in cui mi trovavo fu circondata da questi fanatici che facevano un fracasso indiavolato con i loro tamburi. Mi dissero che non c’era posto per la Chiesa Cattolica. Le capanne dei poveri cristiani residenti venivano abbattute. Noi allora aprimmo una scuola-cappella in un villaggio vicino e attorno a questa sorsero ben presto numerose capanne di neri che avevano abbandonato quel villaggio in seguito a dispute Il posto offriva occasioni magnifiche sia per la caccia che per la pesca. Dall’alto della collina sentivo gli elefanti che barrendo sradicavano gli alberi per aprirsi una via nella foresta e così potersi dissetare alle acque del lago, popolato di coccodrilli e ippopotami. Questi con un colpo di mandibola si divertivano spesso a mandare in frantumi le canoe, e anche per causa loro passai qualche guaio quando mi avventurai sul lago con la barca per ritirare le reti... Gli ippopotami venivano anche a devastare il nostro orto. Un giorno l’ortolano volle farne scappare uno correndogli incontro con una fiaccola accesa. Ma quello non ne volle sapere e toccò quindi all’indigeno darsela a gambe, viste le cattive intenzioni del bestione. E tanta fu la furia del nero che andò a sbattere malamente contro un albero, ferendosi seriamente. Per fortuna l’animale non insistette nell’inseguimento. Anche i coccodrilli erano sempre pronti a giocarci brutti scherzi. Chi ne fece le spese, tra molti altri, fu una bambina che, mentre stava giocando a cavalcioni su di un ponte, si sentì afferrata a un piede. Alle sue grida accorsero gli uomini e si riuscì a ficcare una lancia in bocca al rettile. La bambina sopravvisse sia pure priva di una gamba...”. 78 Dopo dodici anni di missione P. Betti torna finalmente in patria per un periodo di riposo. Nel 1951 però è di nuovo a Nankwali per 3 anni e poi di nuovo a Zomba. Qui fonda missioni, moltiplica succursali e posti di riunione domenicale. Nel 1958, nuovo ritorno in patria e nuova partenza. Ora è a Mpiri, una missione estesissima che conta 5.000 cristiani. Le strade sono sabbiose, durante il periodo delle piogge si trasformano in un unico pantano: “... Io cacciavo fuori l’anima per visitarli tutti, anche i più lontani. Qui ho costruito una piccola maternità che funziona tuttora a gonfie vele. In un anno e mezzo vi sono nati più di 1.300 bambini, senza contare i cinque che sono venuti alla luce nella mia macchina, mentre trasportavo le loro madri al piccolo ospedale... Solo 4 anni fa cominciai ad accusare dei disturbi, ma pensando che fossero reumatismi, non li curai per niente. Poi, nel gennaio di quest’anno, mentre stavo rientrando da un giro di visite nei villaggi, mi si gonfiò all’improvviso il gomito e in un paio d’ore tutto il braccio. Mi portarono, febbricitante, all’ospedale di Zomba. Dagli esami risultò che non erano dei semplici reumatismi ma una sclerosi multipla. Ossia deterioramento del sistema nervoso e quasi impossibilità di camminare. Venni inviato in Italia d’urgenza per cure specialistiche”. Scuola africana Ne parla P. Pietro Mucciarda, da pochi mesi in Malawi. “In questi primi mesi che mi trovo in Africa, il desiderio di vedere, di sapere un po’ tutto sulla vita africana mi ha spinto ad osservare una scuola e costatare come si svolgono le lezioni. Ne ho viste tante, in posti differenti, ma mi soffermo a descrivere la scuola di Fort Johnston che sta proprio di fronte alla missione. 79 È un lungo edificio ad un piano. Le aule sono senza finestre, per pavimento la nuda terra, senza banchi e sedie vere. Al loro posto ci sono dei tronchi d’albero messi per traverso, oppure pezzi di cartone o pezzi di mattone sui quali si siedono i bravi negretti. Gli scolari, appena arrivano alla scuola devono pulire l’aula con un piccolo scopino di foglie, confezionato da loro stessi durante l’ultima ora di scuola del giorno prima. Le lezioni iniziano alle 7: prima all’aperto, facendo ginnastica, poi nelle rispettive aule, oppure sotto un albero. Pur essendo africani, si stancano subito e per primi sono proprio i maestri e le maestre i quali, dopo una mezzora, lasciano liberi gli scolari di girovagare per il campo, per la strada, oppure incaricano il capo classe di ripetere la lezione. Questi dispone i compagni sotto un albero e incomincia a ripetere con una cantilena le poche parole dette dalla maestra. A loro volta quindi, le ripetono in coro, una per una gli scolari, un po’ come si fa nei nostri asili. Mentre questi gridano attorno alla pianta vicina, ci sono una trentina di ragazze con la maestra armata di bacchetta per la scuola di ginnastica, danza e canto. Si nota subito come il canto e la danza siano due elementi connaturali all’anima africana. Interessante vedere come imparano subito un ritmo di danza con la rispettiva musica e come sono precisi nel tempo. Imparano danzando e cantando. Ho visto l’insegnante di matematica insegnare ai ragazzi a fare i conti facendo loro raccogliere dei sassolini lungo la strada, tutti insieme, seguendo un ritmo ... Era bello vederli procedere lentamente lasciando dietro un polverone. La maestra d’inglese adotta un metodo tutto particolare per fare entrare nella zucca delle scolarette i numeri. Le dispone a due a due, una davanti e l’altra dietro. Quella davanti si mette in ginocchio con la faccia a terra, mentre l’altra poggia le mani sui fianchi della compagna e poi saltellando a destra e a sinistra sull’aria di un motivo musicale, pronuncia forte i numeri in inglese: uno, due, tre e al quattro salta la compagna 80 accovacciandosi per terra, quindi a sua volta, si alza l’amica e ripete i numeri e così via tutte le altre. È uno spettacolo contemplare tutta la scolaresca a ritmare in quel modo...”. Un cielo senza cielo È il titolo dell’intervista con i Padri Alberto Scotton e Luigi Varotto, missionari nel Perù. Sulla configurazione del territorio così si esprimono: “...Sulla costa del Pacifico il Perù non ha che una stretta fascia di terra, secca e poco fertile. Per farla rendere e produrre un po’ di verdura è necessario irrigarla continuamente e l’acqua è così scarsa che spesso bisogna pagarla. È qui che sorge il nuovo Perù, il Perù moderno, di tipo occidentale. Lima, la capitale, non ha niente da invidiare alla grandi città europee e nordamericane: grattacieli, industrie, automobili, grandi magazzini. Ci sono anche cose che da noi ce le sogniamo: la televisione a cinque canali, ad esempio, è completamente gratuita in quanto è gestita da privati. Un’altra cosa che ci sogniamo è il clima. D’estate, che lì arriva in febbraio, il termometro non supera mai i 27 gradi, mentre d’inverno non scende mai al di sotto dei 15. Un clima perfettamente temperato, dunque, dove non si prende un raffreddore nemmeno se lo si cerca... Il cuore del Perù è la Sierra, la grande catena delle Ande che attraversa tutto il continente sudamericano. Qui vivono i primi abitatori della terra peruviana: gli Indios. Sulla Costa si trovano bianchi, creoli e meticci, ma la Sierra è la terra incontrastata degli Indios. Chi non li conosce dice che discendono dal popolo degli Incas. Chi ha vissuto assieme sa che non dagli Incas, dominatori, ma dai popoli dominati essi discendono. Sono sette milioni gli Indios che vivono sulla Sierra: silenziosi e taciturni, un silenzio e una tristezza che dura da secoli, resa ancora più drammatica dalla coca, la potente droga 81 della quale molti sulle montagne non riescono più a farne a meno. Del resto molto spesso non hanno il pane da sostituire a queste foglie micidiali... Così tutto un popolo, gli Indios, rischia di morire, addormentato dalla fame e dalla droga. Eppure il Perù, e particolarmente la Sierra, è una regione ricca. Sulle sue montagne possiamo trovare oro, argento, rame, zinco, ferro, petrolio. Il grande esploratore italiano, Raimondi, che ha dedicato la sua vita al Perù, quasi un secolo fa, diceva: “Il Perù è un mendicante seduto su un sacco d’oro”. Oggi qualcosa sembra muoversi anche per questa regione. Il fatto certamente più importante è costituito dalla costruzione di una grande diga sul fiume Mantaro, il fiume sacro degli Incas. I lavori sono già stati appaltati ad un ditta italiana. Si creeranno così le premesse per una maggiore industrializzazione del Paese con un aumento di benessere generale. È anche in costruzione una grande “caretera”, una grande strada carrozzabile che attraversa le Ande. Al di là delle montagne però questa strada si fermerà, anche se il Perù continua. Inizia qui la terza regione peruviana, la Selva, che ha un tipico aspetto tropicale e primitivo. Non si sa quanta gente abiti nella boscaglia, nessuno lo ha mai saputo perché nessuno vi entra... Ma se nessuno entra nella Selva e nella Sierra c’è pure qualcuno che rischia in queste regioni: i missionari. Pur essendo un Paese di antica civiltà cristiana, il Perù è specie in queste due regioni, una terra di missione. I Peruviani sono naturalmente cristiani. I primi missionari, Domenicani, Francescani, Gesuiti, Agostiniani, Mercedari, hanno inculcato profondamente la religione in queste popolazioni. Anche il più isolato abitante della Sierra percorre chilometri e chilometri per far battezzare suo figlio. Tutti poi si preoccupano di ricevere la Cresima la Comunione e l’Estrema Unzione. Disastrosa invece è la situazione dei matrimoni: si calcola che quasi il 70% siano irregolari. Ciò è dovuto alla carenza di 82 clero per cui le coppie non possono facilmente regolare la loro posizione e cominciano a vivere insieme senza nessuna formalità... Lo spirito del peruviano è piuttosto concreto, come concreta è la lingua stessa dei peruviani. È difficile far capire concetti astratti, come quello della Trinità, dell’Incarnazione, della verginità, ecc.. Un metodo pastorale che si è rivelato efficacissimo e che è stato usato già dai primi missionari, è stato quello di mettere il catechismo in musica...”. C’è una “Napolitana” che ruba il cuore della gente P. Amato Prisco rivela che in Perù c’è una “Napolitana” che ruba il cuore di 300.000 persone. “... Arequipa tutti la conoscono. Qui vive da diversi anni e non vuole affatto tornare a Napoli. Le piace la “città bianca” perché invece di un vulcano, ne possiede tre e... molto più alti del Vesuvio! L’altitudine cui si trova non la spaventano e le continue scosse di terremoto non l’atterriscono per nulla. Anzi, tempo fa, mentre la gente la credeva ridotta in cenere, sbucò fuori dai calcinacci di un convento più fresca e giovane. E pensare che il movimento tellurico produsse danni non comuni! Abitualmente non esce di casa. Quando la si vede per le strade non è mai sola. Una mare traboccante di simpatizzanti la pigia, la tocca, la bacia, insomma non la lascia un istante tranquilla. E lei tutti fissa con i suoi occhi commossi e penetranti. Poi, ognuno torna al suo focolare, contento come un bambino. La radio trasmetterà l’avvenimento subito dopo, i giornali il giorno seguente ed i poeti l’immortaleranno con versi... Ciò si ripete ogni anno nel mese di settembre. Per Arequipa, la “napoletana” rappresenta il cuore della città; dire Arequipa equivale a dire “la napoletana”. 83 Questa “napoletana” tanto acclamata e amata non è una cantante, non è un’attrice, non è una donna. È solamente la statua dell’Addolorata che Fra Fulgencio Maldonado portò qui dal paese del sole nel 1648, dopo aver pellegrinato piamente per Spagna, Francia e Italia. I fedeli la chiamano “napoletana”, ma forse pochi sanno che tale appellativo le proviene dalla città partenopea. Per un profano della storia religiosa del Perù, forse simili appunti di cronaca non rivestono nessuna importanza, tuttavia per chi la conosce, almeno in parte, acquista uno straordinario valore, dato che nel 1648, quando la statua arrivò ad Arequipa, il Perù contava appena un secolo di cristianesimo. Com’è riuscita tale “Madonna” a conquistare il cuore degli abitanti di Arequipa? Non lo sappiamo. Solo ci limitiamo a costatarlo a gloria di lei e a soddisfazione nostra”. Mi rifaccio vivo Così P. Rizzardo Omizzolo riprende la sua corrispondenza dal Madagascar. “... E’ un bel pezzo che non mi faccio vivo sulle pagine de “L'Apostolo di Maria”. Noi non siamo qui con le mani in mano, ma continuiamo il nostro lavoro apostolico. Perciò non possiamo scrivere molto spesso. Oggi trovo il momento adatto per farmi vivo: oggi, infatti, ho compiuto 58 anni, e credo sinceramente di aver meritato qualche oretta di vero riposo da impiegare utilmente per corrispondere da queste pagine con parenti, amici e benefattori. I nostri buoni cristiani, abituati ad un vero spirito di famiglia, non trascurano alcuna occasione per manifestare la loro gratitudine. Perciò questa mattina alla messa parrocchiale da me celebrata, sono accorsi più numerosi del solito, provenienti da vari villaggi vicini, per pregare, cantare durante la S. Messa in onore di S. Michele Arcangelo e ricevere la Comunione. 84 Dopo la S. Messa, tutti i convenuti hanno voluto salire sulla collinetta da cui la nostra residenza domina la cittadina sottostante. Fra le aiuole del nostro giardino hanno cantato di nuovo, presentando i loro affettuosi auguri con un breve discorsetto del catechista e offerta dei doni rituali: una sportina di riso, un pollastrello e qualche uova. E non è tutto: questa brava gente, pur tanto povera in generale, ha voluto imporsi anche un piccolo sacrifico in denaro, versando qualche spicciolo per riempire una bustarella... Sono cose che commuovono! Il popolo malgascio, se continua in questa tradizione di proverbiale ospitalità, rispetto e amore per i suoi sacerdoti, avrà certamente ed in un tempo relativamente breve, uno sviluppo meraviglioso in tutti i campi...”. Il mio primo giro missionario Ne parla P. Pietro Mucciarda. “... Dopo aver studiato per quattro mesi il cinianja, ho sostenuto felicemente gli esami. Così ho ricevuto dal vescovo di Zomba le facoltà di confessare e predicare, nonché la nomina e la destinazione a curato di Balaka. Il Parroco della missione è P. Crippa Vittorio. La missione di Balaka è molto vasta per territorio. Ha circa 15.000 cristiani. Accompagnato da un nero, il capo dei cristiani della missione di Balaka, dopo aver preparato e sistemato l’altare portatile e il lettino da campo sulla bicicletta, siamo partiti per Kankao, chiesa succursale di Balaka. Il viaggio è stato molto vario ed un allenamento per corse tra campi di granoturco, in mezzo ad erbe alte 5 metri e così folte che dovevamo aprirci il varco con le mani. Dentro e fuori piccoli torrenti che per fortuna erano asciutti, eccetto uno, un vero fiume: il Rivi Risi, molto grosso e con acqua abbondante. Bicicletta in spalla... e dentro a rinfrescarmi un po’. Non tutti i mali vengono per nuocere... Sono rimasto impressionato attraversando un grande e folto bananeto ove 85 non si vedeva il cielo; la terra era nera e per luce il verde cupo della grandi foglie. Verso le cinque arrivai alla chiesa, accolto dal capo dei cristiani. Dopo i rituali saluti, ammirai la bella nuova chiesa costruita da loro. Insegnai poi ad un gruppo di maestri alcuni canti in gregoriano. Finite le confessioni, ormai sera, i cristiani in chiesa accesero un bel fuoco e tutti attorno ci si scaldava e si conversava. Per chiaccherare i neri sono imbattibili. Amano parlare e cantare tutta la notte, fino al mattino se non li si manda a dormire. Non essendoci una capanna fuori la chiesa, mi portano in chiesa la cena che consiste in un piccolo pesce ed un catino pieno zeppo di “nsima”: farina di granoturco bollita, senza sale, dal sapore poco gradevole e che costituisce il piatto ordinario e nazionale dei neri. Naturalmente le posate non esistono e così ho provato per la prima volta a mangiare con le mani, come loro. Siccome la “nsima” era molto calda dovevo ingoiarla in fretta perché mi scottavano le dita. Tuttavia, nonostante la fame, mi scappò la voglia di mangiare guardando il fondo della zucca vuota che serve da tazza per bere.... Dietro la mensa dell’altare mi avevano preparato il lettino da campo, imprestatomi dal generoso P. Gianni Delli, non avendone ancora uno per me. Come mi metto a letto incomincio a tremare dal freddo. C’era un gran vento e questo aveva via libera dalle 22 finestre della chiesa, tutte senza vetri. Ho rinunciato a dormire, anche perché al vento s’erano aggiunti nel frattempo i topi che scorazzavano liberamente sopra e sotto il tetto... Mi alzo alle cinque ed esco per prendere ancora un poco d’aria, dato che ne avevo presa poca durante la notte. Intanto arrivano i primi cristiani, Incomincio a confessare, quindi, prima della Messa organizzo la processione. Attraversammo il villaggio solennemente e osannando al Signore destando l’ammirazione dei pagani e dei musulmani 86 che uscivano dalle loro capanne a vedere cosa facevano i cristiani. Ed i cristiani di Kankao hanno dato una bella lezione con il loro religioso comportamento, segno esteriore della loro fede... Accompagnato da un nero inizio il giro degli ammalati. Pensavo di fare in fretta, invece si trovano lontani, su e giù per sentieri coperti da erbe alte, per cui ogni tanto dovevo fermarmi per liberare le ruote della bicicletta. Sotto un sole cocente, stanco e affamato, dovevo confessare, comunicare ed amministrare l’Estrema Unzione degli Infermi ad ogni ammalato. Ho sperimentato come il Signore mi dava coraggio e quel tanto di forza per pedalare ancora, anche se con la lingua fuori. Ho terminato il lungo giro agli ammalati alle ore 17.00. Divoro due pannocchie di granoturco bollito e, dopo essermi riposato dieci minuti, ho inforcato ancora la bicicletta per ritornare alla missione: altri 20 chilometri con un bel bagnetto per attraversare il fiume Rivi Risi con la bici in spalla. Giunto sull’altra sponda le mie gambe non avevano proprio più voglia di pedalare. Era stata una giornata molto dura, tuttavia, lo dico con cuore contento, ebbi tante consolazioni tra i cristiani di Kankao”. 87 1966 Forte spinta missionaria Per i Missionari Monfortani è un “Anno Giubilare” perché 250° della morte del Santo di Montfort (1716-1966). Viene subito ribadito la “finalità missionaria” dell’evento, anche perché dal recente Concilio Vaticano II è giunto un segnale forte circa il mandato missionario della Chiesa: “L’intera Chiesa è missionaria!”. Un angelo fra i lebbrosi Suor Francesca, delle Figlie della Sapienza, parla dei suoi 34 anni trascorsi nel lebbrosario di Utale. “... Durante i primi anni della mia permanenza in Africa visitavo i villaggi a bordo di una carrozzella rudimentale: un sedile appoggiato su due ruote e fornito di due stanghe. Mi facevo sempre accompagnare da due neri: l’uno si metteva davanti a tirare, l’altro dietro a spingere, e andavano forte, quasi sempre di corsa. Così gli imprevisti non mancavano mai, come quel giorno in cui il mio guidatore si vide a pochi passi un serpente sul sentiero. Egli immediatamente gridò: “Attenzione, il serpente”, ma accorgendosi che l’altro continuava a spingere, lasciò andare tutto e in quattro salti fu lontano, subito imitato dal compagno. La carrozzella sbandò, io persi l’equilibrio e caddi malamente. L’ombrello che portavo con me per difendermi dal sole, mi rotolò accanto e fu l’unica mia protezione. Il rettile infatti si attorcigliò nervoso attorno ad esso e poi, mentre io lo fissavo immobile e impietrita dallo spavento, lentamente si allontanò tra le alte erbe. Solo allora i miei accompagnatori si fecero coraggio e si avvicinarono domandandomi solo se il mio orologio si era rotto”. Suor Francesca, Figlia della Sapienza di Torre Boldone ha già trascorso 34 anni in un lebbrosario africano, precisamente 88 in quello di Utale, in Malawi, ed ora si prepara a ritornarci dopo aver trascorso qualche mese in Italia per riposarsi. Ripartirà per la quarta volta all’inizio del prossimo giugno e non aspetta che quel giorno. I ricordi degli anni vissuti laggiù le si accavallano nella memoria. “Arrivai a Utale nel lontano 1931. Il lebbrosario aveva solo un anno di vita. L’aveva fondato l’anno prima una suora francese coadiuvata dai Padri Monfortani della missione vicina. Ed era iniziato così: un giorno arrivò alla missione una donna. L’avevano cacciata dal suo villaggio perché lebbrosa e aveva girovagato una settimana intera, come un’animale braccato, nella foresta. Si cominciò a costruire una capanna per lei e poi altre per tutti coloro che si aggiunsero a quella prima. Dopo una settimana erano già 25. Quando sono arrivata i malati erano già numerosi e la Suora da sola non riusciva a tutto. Le difficoltà erano numerose, in più le bestie feroci ci procuravano molti brividi di paura, specialmente i serpenti, piccoli e grossi, che entravano liberamente in casa nostra. Una mattina fui svegliata improvvisamente da un urlo di spavento: una mia consorella infilando il piede nella scarpa vi aveva già trovato un inquilino al cui contatto aveva provato una sgradevole sensazione di freddo: era un serpentello placidamente addormentato. Un altro ci venne a trovare nella sala di lavoro. Si presentò sulla soglia soffiando e fischiando rabbiosamente e noi a fuggire per la stanza e lui a inseguirci, lentamente sputava veleno sulle vesti di una suora che cercava di colpirlo con un bastone. Finalmente arrivò il missionario con un fucile e lo uccise. Anche il leone ha avuto la sua parte. Una sera, dopo aver tagliato e salato i pezzi di carne di un bue selvatico ucciso poco prima, stavamo chiudendo la porta del magazzino quando udimmo vicinissimo il ruggito del leone, attirato nelle vicinanze dall’odore del sangue dell’animale. Io non vidi più 89 nulla, né strada né leone. Mi ricordo solo di essermi ritrovata in casa con le altre un istante dopo. Da qui scorgemmo la belva avvicinarsi al deposito, raspare la porta chiusa ruggendo e poi ritornare maestosamente nella foresta a denti asciutti”. I primi tempi furono piuttosto duri: lavoro enorme e i mezzi insufficienti. Suor Francesca prestava la sua opera nel lebbrosario fin verso le undici del mattino, poi partiva per il giro dei villaggi, con una sola tazza di caffè nello stomaco ingoiata la mattina presto. Molti erano gli ammalati sparsi nei dintorni. Era di ritorno verso le 17, senza aver mangiato nulla o solo un pugno di polenta bianca. E in casa la situazione non era molto rosea. Spesso la sua superiora piangeva perché non aveva neppure un soldo per aggiustarsi le scarpe. Si arrangiava come meglio potevano piantando esse stesse il riso, il mais e gli ortaggi. Solo il 1953 portò un miglioramento. Un dottore inglese inviò loro medicine e si prodigò perché ogni lebbroso potesse ricevere un sussidio governativo. Ci riuscì e ancor oggi l’Inghilterra aiuta il lebbrosario, anche se ormai il Malawi si è reso indipendente. Il sussidio non è molto, ad ogni modo è sufficiente per comperare il mais per fabbisogno. I fagioli e l’altra verdura vengono coltivati sul posto: i neri si accontentano di poco... Attualmente al lebbrosario di Utale lavorano tre Suore delle quali una ha il diploma di dottoressa. La loro giornata di lavoro è massacrante. Si alzano alle 4.30; alle 5 assistono alla S. Messa, poi segue meditazione e preghiere varie. Alle 6.30 colazione; dalle 7 alle 12 al lavoro nel lebbrosario, senza fermarsi un solo minuto: malati da curare, operazioni con amputazione di arti colpiti dalla malattia, medicazioni...Quando arriva mezzogiorno e già stiamo per sospendere giungono altri bisognosi di cure dei villaggi e allora si ritorna al lavoro. Finalmente una sosta per il pranzo, ma alle 14 bisogna di nuovo trovarsi all’ospedale perché le faccende sono tante e il 90 tempo corre via veloce. Alle 18 bisogna smettere, ma se il bisogno è urgente si continua. Dopo la cena, scambiate quattro chiacchere se si può, si va a letto, ma anche durante la notte spesso dobbiamo alzarci per il pronto soccorso: uno è stato morsicato dal coccodrillo, un altro dopo aver bevuto ha litigato e le ha prese; un bambino, giocando, si è scottato... vengono spesso da lontano e arrivano quando possono. Intanto noi dormiamo quando possiamo. Ora nel lebbrosario sono raccolti più di 500 lebbrosi e intorno ad esso ne vivono altri 2000, quasi guariti, nelle capanne da loro stessi costruite. Anche questi ricevono da noi le medicine, il cibo e i vestiti; in più hanno a disposizione un pezzo di terreno da coltivare. Accanto a tutto ciò sorge anche l’ospedale, il dispensario e la maternità. Non tutti i ricoverati sono cattolici, anzi la maggior parte sono musulmani e protestanti: noi non badiamo di che religione siano, ma solo se sono ammalati. Nessuno viene obbligato a farsi cristiano. Da parte nostra si fa opera di persuasione ma ognuno poi rimane libero nelle sue decisioni. Molti, specialmente pagani, chiedono il battesimo. I musulmani sono i più tenaci e, spesso, quando stanno per morire si fanno portar via la notte dai loro compagni di religione. Ma se qualcuno di questi si converte allora diventano degli apostoli zelanti...”. Il mio incontro con il Malawi È la prima corrispondenza di P. Luciano Marangon dal Malawi. “Quando si cambia paese, stato e addirittura continente, si sa bene ciò che si lascia ma non si sa cosa si trova. Ma un missionario che parte ha in cuore una sola speranza: quella di portare tanto bene fra gente che ha bisogno di ogni cura spirituale e materiale senza calcolare troppo le difficoltà che può incontrare. 91 Anch’io ho lasciato la mia patria per raggiungere il Malawi, e dopo un viaggio di quindici giorni di nave, vi sono arrivato. L’accoglienza dei confratelli e di alcuni lavoratori italiani qui residenti è stata più che cordiale, amichevole. Poi, tutti insieme, raggiungemmo in macchina Cholo: il regno di P. Villa. Devo dire che come prima sera mi sembrava di essere ancora in Italia. La mattina dopo mi alzai per la S. Messa. Andando in chiesa alcuni ragazzi mi circondarono e mi salutarono: “Moni Bambo!”. Come primo incontro mi sentii quasi umiliato per essere venuto qui senza sapere un po’ la lingua. Alla sera dello stesso giorno arrivai a Mpiri, la missione di P. Betti, dopo aver percorso circa 200 chilometri. Anche qui la cordialità dei confratelli non è mancata. Al mattino seguente mi capitò un fatto simile al precedente, ma stavolta me la cavo meglio. Sono ancora i ragazzi che mi si fecero incontro e mi salutarono: “Moni Bambo!”. “Moni!”, risposi. Anche questi insistono con domande; ma per me non c’era altro da fare che continuare per la mia strada e andarmene a celebrare la S. Messa. Però, se non capivo il loro parlare, ho potuto notare, nonostante la miseria del vestire, la loro cordialità e gentilezza verso gente che non hanno mai visto. Studio, caldo, zanzare e topi. Il primo traguardo che dovevo raggiungere era quello di studiare la lingua altrimenti rischiavo di restare muto davanti a queste facce color cioccolato piuttosto curiose di novità. A Mpiri lo studio è piuttosto disturbato, ci vuole pace e pochi rumori. Fu così che alla fine di novembre giunsi a Nankwali, la missione di P. Nozza e dove vi lavorava pure Fra Stefano. Qui mi sembrò di ritornare ai tempi di scuola sotto gli esami; grammatica in mano e olio di gomito. Nankwali è veramente un bel posto con la sua posizione sulla punta sud del grande lago Malawi. Un posto ideale per 92 poeti e sognatori. Ma non ci sono solo rose e fiori. Per uno che viene dall’Italia fresco fresco, non vedere la luce elettrica alla sera, non aver acqua corrente né potabile in casa, sentire un caldo più estivo, non è certamente interessante. A sera poi ci sono le zanzare che vogliono assaggiare a tutti i costi che sapore ha il sangue del nuovo arrivato, mentre i topi si interessano alle nuove qualità delle merci arrivate da un altro continente. Sì, proprio così. Anzi ce n’è stato uno che sembrava aver studiato economia domestica. Tanto è vero che in tre notti consecutive mi ha mangiato le ultime caramelle rimastemi, mi ha bevuto un boccettino di collirio e per finirla ha rosicchiato l’ultimo pacchetto di sigarette che avevo portato per offrire ai confratelli. Certo non avrei mai pensato che un topo africano fosse così avanti di cottura, però all’ultima prova c’è rimasto: si è mangiato il veleno che gli avevo preparato all’italiana e anche lui non ha saputo fare a meno di crepare!... Pace alla sua carcassa! Il 10 aprile è stata la mia prima Pasqua. Celebrata in terra d’Africa. Non è stata certamente una giornata di cerimonie sacre, di canti, ma una Pasqua gioiosa e per me ha segnato un passo in avanti verso il tempo di esercitare l’apostolato tra la gente. Ho celebrato infatti la mia prima Messa in lingua cinianja, chissà con quanti strafalcioni, ma i fedeli mi avranno certamente perdonato. D’altra parte leggere l’epistola, il vangelo e altre parti della Messa senza capire niente di quello che si legge, penso che non sia troppo facile almeno per la prima volta.. Man mano che si conosce la gente si sente più pressante il problema missionario e bisognerebbe venire qui per convincersene senza tanti argomenti. Tutti non possono avere la mia stessa fortuna di arrivare in terra di missione, ma si sa che ognuno può essere missionario in tanti modi pur restando a casa propria. 93 A questo proposito vorrei aggiungere qui un vivo ringraziamento a quanti mi hanno aiutato a raggiungere il mio sogno missionario in terra africana”. Anche nel Madagascar si muore di fame? A questo interrogativo risponde P. Angelo Rota tornato in Italia per un breve periodo di riposo. “... Grazie a Dio, gente che muore di fame laggiù non ce n’è o perlomeno ce n’è poca. Ma il problema della fame esiste anche da noi. Quante volte nei miei giri in brughiera ho visto gente che si rifiutava di salire al villaggio perché priva di riso. Restando nel loro toby potevano almeno ingannare lo stomaco con tuberi di manioca o altre radici ed erbe, senza vergognarsi della loro misera situazione. Si sa bene che tutti questi alimenti sono poveri di calorie, per cui si spiega come questa gente non abbia forza di lavorare. Un circolo vizioso: non lavorano troppo perché non mangiano a sufficienza; non mangiano sufficientemente perché non lavorano abbastanza. Criticarli? Non sarebbe né caritatevole né produttivo. Il meglio sarebbe educarli per aiutarli ad uscire da questa pietosa situazione. Il culto pagano e superstizioso degli antenati li rende fatalisti, mentre il sistema patriarcale li priva di iniziativa privata, di modo che anche se uno volesse sganciarsi per tentare la fortuna, è quasi sistematicamente ostacolato dai vecchi i quali proteggono le usanze ancestrali. Ricordo una discussione con la mia gente di Ilaka su un ordine emanato dal Governo che proibiva le coltivazioni di riso di collina per proteggere il patrimonio forestale e sviluppare le risaie vere e proprie in pianura. Lavoro certamente più duro e più impegnativo, ma anche più redditizio. I commenti degli anziani erano sempre gli stessi: “Se i nostri antenati ci hanno fatto vivere con i tavy, perché noi li dovremmo lasciare per coltivare le risaie?”. 94 Discutere non ne vale la pena. Meglio sarebbe passare ai fatti attraverso l’educazione della gioventù e dei bambini per mezzo di scuole. Un giorno questi bambini e giovani saranno a capo delle loro famiglie e se noi riusciremo a prepararli a quel giorno lo sviluppo e quindi il cambiamento e il progresso si imporranno automaticamente. Ma come creare una scuola? Come impostarla? Come sostenerla? Qui sta la difficoltà. Nel mio breve periodo di riposo in patria penso di dedicarmi alla soluzione di questo problema. Nella speranza di trovare qualche anima generosa... Tempo fa tesi la mano per la mia chiesa e non fui deluso, poiché quando partì la costruzione era quasi ultimata. Ne approfitto per ringraziare coloro che mi aiutarono. Ora il problema della scuola mi dà fa pensare, eppure non c’è altra scelta: o costruisco la scuola e ottengo dai Superiori tre Suore per Ilaka o dovrò rassegnarmi a vedere i miei bambini sciupare la giornata nell’ozio e restare vittime di usanze che impediranno loro di aprirsi ad una vita degna di essere umani. Coraggio, dunque. Una mano aiuta l’altra e voi sarete missionari con il missionario”. Calzoni e camicie per il buon Dio È il titolo dell’intervista rilasciata da P. Achille Valsecchi in occasione di una vacanza in patria. Parla con orgoglio della sua chiesa: “E’ lunga 25 metri e larga 11, tutta in cemento e il tetto in lamiera. È ben solida e può sfidare anche la furia dei cicloni: resisterà senza dubbio. Quello che voglio sottolineare è che tutti gli abitanti del villaggio mi hanno aiutato a costruirla, non solo i cattolici ma anche i protestanti, gli anglicani e i pagani. Ogni persona in forze, uomo o donna, dedicava due o tre giorni al mese a portare sabbia o sassi alla fabbrica... Ma la chiesa non bastava. Ad Ambinanindrano non c’era una sarta, nessuno o quasi sapeva tenere in mano un ago. 95 Perciò P. Achille si da fare per aprire una scuola di cucito: riesce a racimolare quattro macchine da cucire, due delle quali sono così vecchie e malandate che funzioneranno solo per qualche mese. Il giorno dell’apertura si trova davanti la bellezza di una quarantina di ragazze, tutte desiderose di imparare. Inizia così il primo corso; prima i fazzoletti, poi i ricami, infine il taglio dei vestiti. Maestra è una Suora, Figlia della Sapienza. Dopo quattro anni, da questa scuola sono uscite più di 40 ragazze che possono chiamarsi sarte anche se non hanno conseguito alcun diploma: finalmente sapranno tagliare un vestito per se stesse e per i loro familiari. Ultimamente ho aperto una nuova scuola di cucito in un altro villaggio. E ancora dovrei aprirne perché le donne laggiù non sanno tenere in mano un ago, non sanno attaccare un bottone. Un altro problema importante è la mancanza di edifici scolastici. Nel territorio dove mi trovo con altri due missionari, solo mille ragazzi possono frequentare la scuola mentre gli altri 19.000, che potrebbero essere scolarizzati, devono strasene a casa senza apprendere nulla. Per fortuna i nostri catechisti fanno un po’ di scuola serale nei villaggi lontani. Noi missionari non possiamo arrivare dappertutto. Noi tre abbiamo in consegna un territorio che ha una lunghezza di 70 km e una larghezza di 50 e l'unico mezzo di trasporto sono le gambe, data la mancanza di strade e le continue inondazioni. Per questo i giovani e i ragazzi sono in balia di se stessi, trascorrono la maggior parte del tempo senza fare nulla. La vita del missionario è complessa; non si tratta solo di innalzare dei muri in cemento...”. Meccanico e missionario Così si autodefinisce P. Michele Gotti, raccontando un viaggio avventuroso a Malindi, un villaggio a circa trenta chilometri da Fort Johnston. 96 “...Per un chilometro circa, tutto procede abbastanza bene, ma sul più bello le ruote della macchina incominciano a scivolare. Pochi metri più avanti arriva l’inevitabile ed io sono fermo in mezzo al fango della strada. Sono inutili i miei tentativi di togliermi dai pasticci e solo mezz’ora dopo, con l’aiuto di alcuni uomini, riesco ad uscire dal pantano... Ho lasciato la missione da un’ora circa ma non ho percorso che 5 Km. Ora però la strada sembra migliore e procedo tranquillamente cercando di recuperare il tempo perduto. Ad un tratto il motore incomincia a singhiozzare per poi spegnersi del tutto. Sono di nuovo fermo! Forse è entrata acqua nel motore? Scendo e smonto il carburatore, ma in esso non solo non vi trovo acqua, ma neppure benzina Il guasto bisogna cercarlo altrove. Guardo nel serbatoio e la benzina c’è. Ritorno a guardare il motore e mi accorgo che la pompa della benzina non funziona a causa di una vite allentata. Bastano due giri di cacciavite perché tutto torni normale... Un’altra volta ancora ho capito che per essere missionari bisogna saper fare anche i meccanici...”. P. Luciano Marangon invia notizie sulle sue prime esperienze “Una sera inforco la bicicletta con il puro necessario per stare assente da casa quattro giorni. Pernotto nella casetta succursale di Monkej Bay per ripartire l’indomani mattina. Arrivando al villaggio, situato a pochi metri dal lago, il capo dei cristiani mi viene incontro, mi accompagna a sedere vicino ad una capanna e mi porge i saluti e il benvenuto. Dopo di lui tutti i cristiani. Non sono molti perché al lavoro. Fatti i convenevoli entro nella così detta chiesa, che chiesa poi non è, perché è una semplice capanna dalle pareti di fango e il tetto di paglia. Preparo tutto per la S. Messa sopra un tavolino piuttosto malandato, ma utile in mancanza d’altro. Portano due vasetti di fiori e trovo un posto anche per quelli. 97 Mentre confesso vedo che sul tetto lavorano indisturbati grossi topi intenti nel loro lavoro di buoni roditori, e nessuno sogna di farli scappare. Mi vesto, celebro in cinianja la S. Messa, intercalata da preghiere e canti. Parlo un po’ con i cristiani e poi, come è loro abitudine, mi offrono la colazione. Mi feci coraggio per onorare la loro polenta e fagioli, in compenso però non c’era male. Era tutto quel che avevano, poveretti!...”. Suore e Missionari monfortani coinvolti nel dramma del Congo Suor Pierangela, Figlia della Sapienza, scampata agli orrori della guerra civile del Congo, rientrata in Italia, racconta le tragiche vicende nella quali è stata coinvolta. La sua vita si volgeva tranquilla nella missione: al mattino scuola di cucito per le ragazze, nel pomeriggio assistenza sociale alle donne e corsi di taglio, cucito e, quando avanzava un po’ di tempo, viaggi nella brughiera per curare gli ammalati e prevenire nei bambini le febbri malariche. E tutto questo durava da 10 anni per Suor Pierangela. L’indipendenza del Congo belga non aveva portato ad Elisabheta alcun cambiamento o malumore nella popolazione: le Suore erano sempre ben viste e amate, e mai una parola di minaccia era stata lanciata contro di loro. I primi sintomi della rivolta. Però da qualche tempo a questa parte le organizzazioni filocomuniste, tipo “Movimento Gioventù Congolese”, si facevano sempre più forti ed agguerrite fino a che la rivolta contro il governo nazionale scoppiò furibonda. Racconta Suor Pierangela: “Noi all’inizio non avemmo difficoltà a continuare la nostra opera di bene, ma fu solo per poco. Infatti verso le due di notte del 16 settembre scorso, furiosi colpi vengono battuti contro la porta di casa nostra. Otto Simba entrano e perquisiscono ogni angolo: dicono che vogliono rendersi conto 98 se teniamo nascosti degli americani. Poi se ne vanno a mani vuote e noi cerchiamo di riaddormentarci. La mattina dopo, mentre stiamo per iniziare le nostre occupazioni quotidiane, una masnada di guerrieri ci radunano e ci spingono verso la casa dei Padri Monfortani olandesi, residenti nella stessa missione. Qui i soldati hanno già messo varie volte a soqquadro la sede dei missionari tentando invano di scoprire una radio trasmittente che li accusi di spionaggio; non trovano che radio riceventi. Di queste ve ne sono parecchie e tutte rotte: un Padre le sapeva aggiustare e perciò tutte le radio guaste delle altre residenze missionarie erano inviate a lui affinché facesse di nuovo funzionare quelle vecchie scatole. Non trovando di che incolparci, ci rilasciano. Inizia la “Via Crucis”. La tregua durò fino al 30 ottobre, cioè fino al giorno in cui possono trovare un pretesto per infierire contro di noi. Un Simba era stato ucciso nel circondario da una raffica di mitragliatrice partita da un aereo nazionale. È incolpato dell’uccisione un nostro Padre. Un’orda scatenata di Simba allora ci assale, gridando a squarciagola: Viva la Cina!. Ci strappano il velo dal capo, la corona del rosario, il crocefisso, gli occhiali e ci caricano assieme ai Padri su un camion per trasportarci a Stanleyville, distante dalla nostra missione più di 250 Km. Il direttore dell’ospedale dove lavorano varie mie consorelle, pur essendo un membro dell’associazione filo comunista, ci difende più che può, ma tutto è inutile. La popolazione assiste impotente a queste scene di barbarie e ci guarda con compassione. Sul camion chi prega viene bastonato dai feroci custodi. Quando il capo della banda si ricorda di aver appetito, fa fermare il convoglio e ci ordina di scendere: dobbiamo rimanere tre ore e mezzo in piedi, sotto il sole e a stomaco 99 vuoto, accontentandoci di guardare i nostri aguzzini mangiare di gusto. A Basoko: l'inferno. La prima tappa del nostro viaggio forzato è Basoko. Qui veniamo rinchiuse in una stanzetta per 2 ore: soffriamo tutte una sete tremenda ma ci è negato pure un po’ d'acqua. Poi per 8 giorni ci lasciano in pace. Di notte dormiamo nella residenza delle Suore del luogo. Ci corichiamo vestite e così il comandante quando entra all’improvviso nelle nostre stanze con intenzioni equivoche se ne va imprecando. La mattina del nono giorno il comandante, per ripicca dà ordine di svestirci, i nostri vestiti vengono messi in un sacco e ci gridano che li bruceranno. Per 24 ore rimaniamo chiuse in una piccola cella, senza mangiare. Finalmente i nostri boy, i servitori indigeni che avevano subito la nostra stessa sorte, riescono ad uscire dalla loro prigione e ci portano qualcosa da mangiare. Dopo tre giorni di reclusione ci fanno vestire in fretta, poi siamo trascinate fino alla piazza del villaggio. Qui dobbiamo passare tra due file di gente scatenata e indiavolata che grida imprecazioni e sconcezze. Ci fanno sedere su dei gradini mentre il comandante inscena una specie di processo. Questi, presentando alla folla le nostre medaglie, pezzi di cordone, grani d’incenso, stoppini per accendere le candele trovati nella nostra chiesa, grida: Vedete? I Padri e le Suore vengono qui a toglierci i nostri amuleti e loro ne sono pieni...Essi dicevano che non venivano a fare politica, invece sono delle spie degli americani. Noi abbiamo la nostra religione e non vogliamo saperne della loro... Il giorno dopo, mentre stiamo sedendoci a tavola per la colazione, due aerei sorvolano a bassa quota Basoko. Subito veniamo accusati di averli chiamati noi. Un guerriero entra nella sala da pranzo dove siamo accomodate e con la lancia spazza la tavola preparata e poi, aiutato da altri commilitoni, ci spinge di corsa fino alla piazza. Qui, di nuovo, ci fanno svestire 100 e ci percuotono a sangue con il calcio del loro fucile, mentre intorno a noi si levano urla che sembrano più di bestie feroci che di persone ragionevoli. Una Suora perde sangue dalla testa, un’altra dalla fronte. I Padri sono ancora più maltrattati: li bastonano ferocemente, tagliano loro la barba e poi la bruciano danzando come ossessi intorno al piccolo rogo. Infine ci chiudono tutti nella cella che già ci aveva ospitati in precedenza. Muore Fra Clemente. Durante la notte un Fratello coadiutore monfortano, Fra Clemente, si sente venir meno. In piazza aveva ricevuto in testa una bastonata così forte da farlo stramazzare a terra, cadendo aveva battuto il capo contro un gradino. Inutilmente la Suora infermiera che gli sta accanto implora un po’ d’acqua per soccorrerlo: i simba ubriachi guardano nella cella dall’unico finestrino sghignazzando e fumando il loro pestilenziale tabacco. Fra Clemente doveva già essere in congedo, a casa sua, era rimasto ad Elisabheta perché non voleva partire prima di aver ultimato la costruzione della chiesa ed ora moriva mormorando: ho tanto lavorato in questo paese e adesso muoio qui, lontano da casa mia... L’aria della stanzetta si fa di momento in momento sempre più irrespirabile; le nostre gole sono secche. Alle 9 del giorno seguente un comando provvidenziale di un sergente ci toglie da quella situazione disumana: sarebbe bastata un’ora di più e nessuna di noi avrebbe potuto uscire viva dal quel piccolo inferno. Ci rimettiamo qualche straccio addosso e siamo costrette a ripartire. Per fortuna due Simba, più umani degli altri, fanno in modo di star sempre accanto a noi per difenderci dalle intemperanze dei loro commilitoni. Le ultime tappe. Ci caricano su un camion adibito al trasporto del bestiame, e su questo percorriamo più di 100 Km. 101 A volte l’autocarro si incaglia nel fango e sono sudori per farlo ripartire. Ad un certo momento l’autista si addormenta, esce dalla carreggiata e ci rovescia tutti sui margini della foresta. Sul camion hanno preso posto accanto a noi quattro Simba armati di fucile e ci proteggono dalle popolazioni inferocite, incontrate sul nostro percorso, che minacciano di farci a pezzi. Lambagi, l’ultima tappa del nostro viaggio, è testimone di qualche nuovo atto di bontà compiuto dagli indigeni nei nostri riguardi. Ci si avvicinano donne e bambine, che sono figlie e mogli dei feroci Simba, e ci offrono non solo tutto quello che hanno da mangiare, ma anche bicchieri e cucchiai. Il comandante del luogo si mostra umano: fa curare le Suore e i Padri feriti e dona a coloro che ci ospitano un sacco di riso affinché ci trattino bene. Il giorno dopo arriviamo a Stanleyville e qui veniamo richiuse in un albergo. Un Simba si avvicina e ci offre della Coca Cola. Ma non possiamo pagare, non abbiamo neppure un franco...Dieci giorni dopo fummo liberate dai paracadutisti belgi...”. Un ospedale per la missione di Mpiri È questo l'appello che P. Francesco Valdameri lancia dalla sua missione. “La missione di Mpiri si estende su di un territorio di circa 40.000 kmq. con circa 200.000 abitanti, dei quali 8.000 sono cattolici. Vi sono tre tribù: gli Alomwe, gli Ayao e gli Ayanja. Finora si è dimostrata la zona più difficile all’evangelizzazione, a causa delle tribù degli Ayao, totalmente musulmane. La sola tribù musulmana che c’è nel Malawi. L’ospedale più vicino alla missione di Mpiri è a 130 Km. La recente celebrazione dell’indipendenza del Malawi proclamata il 6 luglio 1964 ha posto noi missionari cattolici in una situazione critica. Il nuovo governo ci apprezza a patto che 102 ci rendiamo utili alla nazione. Il primo ministro dott. Banda si è già espresso più volte in proposito. Il Nyasaland o Malawi è una nazione che pur avendo ottenuto l’indipendenza è forse la più povera dell’Africa, poiché la sua economia è basata esclusivamente sull’agricoltura privata degli indigeni, fatta eccezione per alcuni europei rimasti nelle coltivazioni di tabacco e di tè. La produzione privata degli indigeni si limita al loro fabbisogno personale. Non vi sono miniere né industrie. Per questo il nuovo governo attende da noi missionari una collaborazione specie in campo assistenziale. Gli indigeni oggi sono infatuati della loro indipendenza e dei loro governanti, considerati come salvatori. Una parola di elogio e di benemerito di questi ultimi a favore dei missionari cattolici può aprire orizzonti incalcolabili sul nostro lavoro missionario. L’avvento delle missioni cattoliche in Africa oggi dipende dal fatto se noi sapremo dare una mano a queste nazioni neonate, bisognose di collaborazione. Questa collaborazione la chiedono a noi missionari, unici europei rimasti in mezzo a loro con lo scopo di aiutarli. È questo il momento più propizio per intensificare i nostri sforzi in opere sociali e assistenziali. Un’altra ragione mi spinge ad intraprendere la costruzione di un ospedale. Con l’indipendenza tutte le scuole delle missioni del Malawi, come successe in altri muovi stati africani, caddero sotto il controllo del governo. Questo fatto creò altri mutamenti, non indifferenti, nel nostro lavoro missionario. Scuole costruite, dirette e sostenute dalle missioni in vista di un’istruzione religiosa accanto alla cultura umanistica, sono ora in mano ad un governo che si astiene dal proporre un’istruzione religiosa determinata. Si sfruttava il prestigio che avevamo sulle scuole. La possibilità di penetrare in villaggi avveniva infatti con l’erezione di scuole che mantenevano un carattere spiccatamente confessionale. Perso tale prestigio che 103 ci permetteva di essere a contatto con la gente dei vari villaggi, si cerca ora di ripristinarlo sotto forma di assistenza medica o sociale. Alcune missioni hanno già l’ospedale o lebbrosario o qualche organizzazione sociale, e questo rappresenta oggi una fonte di apostolato in quelle missioni. Nella missione di Mpiri, con l’aiuto di benefattori, ho eretto una piccola clinica materna ed un ambulatorio dispensario che dovrebbe integrare l’erigendo ospedale”. Siamo ancora vivi Dal Madagascar P. Achille Valsecchi e P. Rizzardo Omizzolo scrivono: “... La Direzione de “L'Apostolo di Maria” ed altri nostri corrispondenti si lamentano che non scriviamo spesso, inviando notizie interessanti sul nostro lavoro apostolico in questa lontana e felice isola. D’accordo: isola felice perché, grazie a Dio, non si conoscono le turbolenze che disgraziatamente intralciano l’opera dei missionari in tanti altri territori di missione. Ciò non vuol dire che reputiamo tempo perso lo scrivere a tanti buoni e generosi amici, anzi... Ma è proprio perché difficilmente troviamo la calma e il tempo per impugnare la penna, vi chiediamo di amabilmente scusarci; siamo certi di essere più che scusati davanti a Dio ed agli uomini. Infatti facciamo corse apostoliche attraverso la foresta... Le preoccupazioni non mancano...”. Anche P. Angelo Rota manifesta le sue preoccupazioni: “... Ho un magone grosso così. Penso ai tanti problemi della mia missione. Davanti alla mia capanna ci sono oltre 100 bambini e bambine che schiamazzano dietro un pallone fatto di stracci o giocano alla mamma che prepara la cucina. Sono tutti bambini senza una posto nella scuola dello Stato. Li raccolgo 104 sul terreno della missione per strapparli ai pericoli dell’ozio e della strada. Poiché i miei piedi accusano stanchezza per i continui viaggi nella brughiera, il mio Superiore mi ha incaricato del Centro di Ilaka e dintorni. Posso così dedicare maggior tempo ai miei ragazzi. Sogno il giorno in cui potrò dare ad Ilaka una vera scuola e mi spavento al solo pensiero dei molti soldi che occorrono e che non ho...Già ora sono nei pasticci: la mia chiesa minaccia di cadere, soprattutto in questo periodo di grandi piogge e di cicloni. Nel cortile della missione ci sono già tremila prisme di cemento che attendono l’arrivo di Fra Paolo... Urge la chiesa per non correre il rischio di annoverare il buon Dio nel numero dei senza tetto, e però la mia fiducia nella Provvidenza è grande e sono certo che la casa sarà presto una realtà...”. 105 1967 Arrivano giovani rinforzi “Le mie esperienze missionarie speciali” Ne parla P. Gianni Delli. “La mia vecchia e sempre giovane passione mi ha fatto andare sulle pagine del giornale più diffuso in Malawi. Nel tempo che mi rimane libero dai giri nei villaggi, ho trovato anche la possibilità di organizzare delle partite al pallone e di dare anch’io una mano, cioè... i miei piedi per il buon esito delle cose. È una rivincita che mi prendo con il Signore perché mi ha proprio pescato con il pallone. Quand’ero ragazzo mi dissero: “Vai a Redona, là si gioca tutti i giorni al pallone!”. Ci sono andato, ho giocato moltissimo, ma sono diventato missionario e non un campione di calcio. Tuttavia non ho perso l’abitudine e la passione di tirar calci... al pallone. Ormai hanno scritto di me anche sul “Time”, perché quando ci sono io in campo, come terzino, la squadra della mia missione di Balaka vince sempre. Sono venuti qui a giocare quelli della squadra della capitale Zomba, ed hanno perso... Anche con quelli di Blantyre abbiamo vinto e così per altre partite. Un sabato ero di ritorno dal mio giro nelle varie missioni, non feci in tempo a mettere piede in casa che mi chiamano per una partita a Zomba con la squadra di Balaka che nel frattempo era già in viaggio. A causa della pioggia e della distanza non potei andare e in campo mi attesero fino all’ultimo momento, poi dovettero giocare senza di me e Balaka perse. Ora mi vogliono sempre perché con me sono sicuri di vincere... Vivere come i miei cristiani è sempre stato il mio desiderio da quando ho iniziato a pensare alle missioni. Adeguarsi alla vita dei neri, cercare di capire il loro modo di pensare ed imparare a pensare come loro, capirli e farmi capire: questo è ciò che desidero. So che questo è il segreto 106 della riuscita con loro, ma è anche una delle maggiori difficoltà. Quando si va in giro per i villaggi e si rimane fuori residenza per diverse settimane, allora si vive completamente la vita dei neri; si sta con loro, si parla sempre e soltanto con loro, si mangia con loro e come loro: sempre e solo polenta senza sale o polenta con crusca e un po’ di fagioli o erbe o pesce. Anche l’acqua è piuttosto nera... Fino ad oggi ho mangiato tutto quello che mi hanno messo davanti. La più grande gioia in tutto ciò è quella di portare Dio al maggior numero possibile di neri, affinché Egli illumini le loro tenebre; fino ad oggi ne ho battezzati trecento. Nello stesso tempo si ha la consolazione di portare a Dio molti cristiani con l’anima candida: più di 50 ne ho accompagnati a Lui con gli ultimi sacramenti. A cinque bambini morenti ho amministrato anche la cresima. Una chiamata urgente. Parto in tromba con la moto e macino con furia i chilometri di distanza dalla missione. Entro nella capanna e trovo il piccolo di 7 mesi tra le braccia della mamma: è morente. La povera donna mi guarda con occhi pieni di lacrime. Amministro immediatamente al piccolo la Cresima e poi conforto la mamma. Prima di partire chiusi gli occhi al piccolo angioletto ormai volato dalle braccia della mamma a quelle paterne ed amorose del Signore. E pensare che proprio la domenica precedente l’avevo battezzato proprio io ed ora che tristezza vederlo morire... Ultimamente ho compiuto un giro di 7 giorni in diversi villaggi della missione di Balaka. Entrato nel villaggio di Kapire, dopo i saluti di rito, una stretta di mano e di pollice a tutti, mi si avvicina un cristiano e tutto umile e compunto, mi chiede se ho un po’ di tempo a sua disposizione poiché ha il suo caso da espormi in segreto. Mi metto a sua disposizione e lo incoraggio a parlare... Lo ascoltai pazientemente. Conclusione: “Padre, mi può aiutare a trovare la mia prima moglie?”. Dopo 20 anni di matrimonio la 107 moglie l’aveva lasciato e lui si sistemò con un’altra. Bel mestiere anche questo! D’altra parte questi poveretti devono pure essere aiutati; sono qui per questo e quindi anche per andare a cercare le mogli o i mariti...”. Sono partiti per il Malawi La notizia riguarda due nuovi missionari: P. Luciano Duca e P. Giancarlo Palazzini. “... Prima di partire sono stati qui a Redona per salutare gli apostolini che hanno riservato loro una festa di addio piuttosto commovente. Erano presenti anche i parenti più intimi dei festeggiati, le mamme specialmente furono fatte segno di particolari manifestazioni di affetto. Naturalmente prima di partire i nostri due valorosi eroi si sono dati da fare per raccogliere un po’ di fondi per le loro prime necessità africane. Per questo hanno fatto il giro d’Italia, in cerca di qualche anima buona, con tanto di barba...”. Ed ecco le loro prime notizie missionarie Ne parla P. Giancarlo Palazzini in una corrispondenza dal Malawi. “... Il treno per Cholo ci ha immessi proprio nella terra dei nostri sogni: piantagioni , foreste, verde vivo accanto a imponenti e lucenti fiumi. Nella cuccetta in cui stavo sdraiato, avevo caldo e sudavo, mentre animaletti invisibili mi ronzavano intorno; dal di fuori poi, da quel mondo misterioso, mi giungevano versi di sconosciuti animali. La poesia che da anni mi cantava dentro, stava per prendere ora il nome affascinante di Africa, con le sue sterminate savane, bassi villaggi con capanne di paglia e fango e tanta gente che ad ogni stazione ti tende le mani e bimbi semivestiti con straccetti addosso. Ad una stazione del Mozambico c’era un bimbo con in mano un’anguria più grande di lui da vendere ai passeggeri. 108 P. Luciano Duca è già alle prese coi leopardi. Da Cholo P. V. Crippa ci portò a Balaka. Visitiamo Utale e quindi facemmo il giro di tutte le nostre missioni italiane. È stato molto interessante prendere conoscenza della nostra estesissima regione: ho trovato le case più confortevoli di quanto pensassi; le zone sono svariate e permettono un po’ tutti i climi: clima temperato di lago, clima fresco come nelle nostre prealpi bergamasche, clima torrido. Ce n’è per tutti i gusti e per ogni fisico! A Namwera, luogo visitato alcune volte da animali feroci come elefanti, leoni, leopardi, durante la notte P. Duca sente un fruscio, un rumore quanto mai sospetto. Balza dalla cuccetta, imbraccia... la pila e, raccogliendo tutte le forze dei suoi 27 anni riparato dalla finestra, punta deciso la lampada e perlustra il terreno circostante. L’improvvisa luce della pila fa fuggire terrorizzato, dice lui, un grosso e potente leopardo. Come prima partita di caccia non è andata male: c’è chi, pur avendo il fucile, a volte resta preda di quelle mandibole! Per due o tre ore non è più riuscito a dormire. Il giorno dopo, ci raccontò il suo assalto al leopardo con tinte decisamente da gladiatore del Circo Massimo: ci divertivamo a prenderlo in giro, dicendo che la sua fantasia gli aveva fatto scambiare un cane per un leopardo. Ma, come potete capire, non è che fossimo molto convinti... Siamo tornati dei bravi seminaristi. Siamo appunto a Nankunda, al seminario minore della nostra diocesi di Zomba. Situato a circa 1300 metri in montagna, in una posizione stupenda, si gode un panorama magnifico; da una parte decine di piccole catene montuose degradanti, dall’altra si estende la pianura solcata dal nastro lucente dello Shiré. Ma ciò che più conta è che qui il caldo africano non ci tocca; di notte devo dormire con due coperte e di giorno ho incominciato a mettermi una maglia: insomma un clima piuttosto da Prealpi bergamasche che da Centro Africa. 109 Sono qui per facilitare lo studio dell’inglese e del cinianja. Naturalmente la vita qui è un po’ troppo monotona: dopo i viaggi e le emozioni eccoci ritornati docili scolaretti con tanto di grammatica. Non mancano gli imprevisti. Un giorno andiamo a Namitembo e facciamo visita anche a Balaka. Di ritorno stiamo per infilare il ponte sul fiume Shiré quando vediamo sul ciglio della strada una massa informe muoversi lentamente. Ci avviciniamo e alla luce dei fari della macchina riconosciamo un grosso ippopotamo, dal muso largo quasi un metro. Non ho neanche avuto il tempo di avere paura perché il Padre inglese ferma la macchina per avvisare del pericolo un nero che si trovava accanto. Il nero ringrazia e il Padre fa per riaccendere il motore ma non c’è nulla da fare: la jeep non parte. Bisogna scendere e spingere. Spero mi capirete: essere allo scoperto nella completa oscurità, con l’ippopotamo a poche decine di metri... Ho trascorso la mia prima Pasqua nella missione di Mpiri, con P. Valdameri. Ho presieduto quasi sempre io le cerimonie della Settimana Santa, un po’ in latino e un po’ in cinianja, mentre il Padre confessava, faceva cantare o spiegava le cerimonie. Ho avuto in questa occasione il mio primo contatto con la religiosità della gente africana e posso dire che mi ha ben impressionato. Imponente la partecipazione alla processione delle palme: durante la benedizione avevo appena finito di aspergerle ed incensarle quando tutti alzando la palma, l’agitavano per due o tre minuti, producendo un gaio brusio: era davvero un solenne tributo d’onore a Cristo ed uno spettacolo commovente vedere tutta quella gente stipata nella grande chiesa, ripetere quasi allo stesso modo quell’atto compiuto dagli ebrei verso il Messia quasi duemila anni prima. Numerosa anche la partecipazione alla S. Comunione: quasi tutti i presenti ricevettero il Signore. Sembrava dovessi mai finire, tanto più che il sudore rigava copioso il mio viso. 110 Quelle facce nere mi sono passate dinanzi: visi tatuati di donne, con tanti taglietti simmetrici, mentre il bambino più piccolo comodamente seduto dietro la schiena della mamma, mi guardava sbalordito, quasi per chiedermi cosa stavo dando alla sua mamma; vecchie con due placche di metallo alle narici, visetti sudici di ragazzi. E mentre tutta questa gente mi passava sotto gli occhi, dall’assemblea si levava ininterrottamente un canto compatto, sostenuto, dalla melodia tipicamente africana. A guidare i cristiani sono i catechisti. Mi ha impressionato la partecipazione all’adorazione eucaristica attorno all’altare della reposizione. Dalla mattina alle sei fino alle tre del Venerdì santo, secondo un turno precedentemente stabilito, per un’ora, i cristiani di ogni villaggio, guidati dal proprio catechista, ti si piantavano seduti per terra in circolo davanti al Santo Sepolcro e tutti insieme cantavano e pregavano, senza che il padre intervenisse. Io me ne stavo incantato, senza pregare, unendomi spiritualmente alla manifestazione di fede e di amore di quella gente, contento, quasi commosso che questo popolo, mentre poche decine di anni fa neppure sapeva chi fosse Cristo, ora lo lodasse con tanto fervore. Ciò che mi fa soffrire in questi primi mesi non è la nostalgia o il pensiero delle difficoltà; è il non poter comunicare con questa gente per la quale sei venuto da tanto lontano e che senti di amare, a causa della lingua che ancora non conosci. Vorrei conoscere quello che pensano, esprimere i sentimenti ed invece quando incontri una persona ti devi accontentare di un cortese “moni”; l’altra continua tutta gentile e sorridente, ma tu gli fai un bel sorriso e concludi con uno “zigomo”...”. 111 Pulci e amor di Dio In Italia per un periodo di riposo P. Giovanni Gheno parla della sua vita missionaria in Perù. Vive a Lima nella parrocchia della Visitazione, fondata dai Monfortani nel dicembre 1961. “...Il nostro campo di lavoro abbraccia la parte più povera della città dove il sacerdote ha messo di rado il piede. Un giorno mi fermai a conversare con un operaio e lui: “Padre, è il primo sacerdote che si ferma a parlare con noi”. Le gente è poverissima e vive in una miseria materiale e morale indescrivibile. La piaga più grossa è che vi sono molte famiglie unite da nessun vincolo né religioso né civile. E la causa è che questi provengono dalla Sierra, dalle Ande dove non c’è alcuna assistenza religiosa e portano in città i loro costumi. In più sono analfabeti, in maggioranza, vivono in case con pareti di stuoie che rendono impossibile qualsiasi intimità familiare, mancano delle più elementari condizioni igieniche; le lenzuola sono un lusso e le pulci sono padrone incontrastate delle abitazioni degli indumenti e delle persone. In questa zona la polizia non si va vedere di notte, da quando un poliziotto rimase ucciso e un altro ferito. E poi si ubriacano e spendono tutti i loro soldi nell’alcool. Pochi giorni prima di partire mi avvicina una donna e mi chiede di confessarsi. Aveva convissuto per molti anni ed era stata abbandonata con cinque figli. Questa è la situazione di tante ragazze che si lasciano ingannare all’età di 15/16 anni, sperando di poter più tardi sposarsi. Invece succede che dopo alcuni anni restano sole. È difficile convincere molti a sposarsi religiosamente perché non vogliono obbligarsi a convivere con la stessa donna, data la loro facilità nel cambiare i sentimenti. Alcune donne, rimaste sole, si uniscono ad altri uomini. Un giorno, entrando in una casa, mi vedo davanti tre bambini. Donando loro come si chiamano. Avevano tre cognomi diversi: stessa madre, tre padri differenti... 112 C’è in tutti, o quasi, un fondo religioso che bisognerebbe sfruttare. In ogni casa è esposta l’immagine del Sacro Cuore, un altarino con il lumicino sempre acceso, sopra il quale stanno innumerevoli immagini. Grazie a Dio, in questi anni, siamo riusciti a fare qualcosa; molte famiglie hanno regolato la loro posizione. Oggi, la frequenza alla funzioni religiose è raddoppiata rispetto ai primi tempi. L’afflusso dei bambini al catechismo domenicale è imponente: sono oltre un centinaio di catechiste, studentesse e impiegate. Le associazioni parrocchiali sono attive. Abbiamo tre Presidi della Legione di Maria, ma l’associazione che più ci aiuta è quella della madri cristiane. Abbiamo acquistato un locale dove ogni sera si trovano dai 100 ai 200 giovani. C’è un piccolo campo sportivo, pallavolo e pallacanestro anche per le ragazze; un consultorio medico ove prestano la loro opera gratuita dei medici volontari. Siccome poi ci manca un locale adatto, i film vengono proiettati d’estate all’aperto d’inverno nella sagrestia... La corrispondenza di questa gente è davvero commovente. Nel maggio scorso arrivò in parrocchia la statua della Madonna Pellegrina, benedetta dal Papa: fu un trionfo! Quando transitiamo per le strade tutti ci salutano, i ragazzi strillano e ci saltano addosso. Anche gli adulti apprezzano il nostro lavoro...”. Urge costruire una chiesa a Fort-Johnston È l’appello lanciato da P. Remigio Villa. “...La regione affidata ai Missionari Monfortani Italiani nel Malawi ha il suo punto centrale a Fort-Johnston, dove il fiume Shiré inizia il suo corso uscendo dal lago Nyassa. Questa cittadina ha l’aspetto di città araba, per il grande numero dei suoi abitanti maomettani. È famosa anche perché verso la fine del secolo scorso il Console Generale Inglese riuscì a stroncare in questa località il commercio di schiavi che gli arabi, d’accordo con alcuni capi 113 indigeni, avevano organizzato da tanti anni. Giustamente la cittadina porta il suo nome: Fort-Johnston. Questa brava gente, pur tanto povera in generale, ha voluto imporsi anche un piccolo sacrifico in denaro, versando qualche spicciolo per riempire una bustarella... Sono cose che commuovono! Leggendo le antiche cronache o vedendo il museo del Malawi, il solo ricordo di quei tempi fa rabbrividire! Ci pare sentire ancora le urla feroci dei negrieri, che anche nelle notti senza luna, dalle sponde del lago si lanciavano alla caccia dell’uomo, terrorizzando e massacrando nei vari villaggi intere popolazioni inermi, al sinistro chiarore delle capanne messe e fuoco. Di quanti orrori è capace la belva umana lasciata a se stessa, priva della luce del Vangelo! Ora è arrivato il segno della Croce, il segno dell’amore di Cristo, che ricorda a tutti, bianchi e neri, di essere fratelli. Il missionario è là da alcuni mesi. Occorre urgentemente una Chiesa vera e propria che a tutti i testimoni la presenza salvifica del Cristo Redentore. Chi dalla missione di Balaka si reca a quella di Mpiri o a quella di Nankwali è colpito dalla densità della popolazione, ma ancor più dal vuoto penoso causato dall’assenza di una chiesa cattolica per oltre 150 chilometri. Propaganda Fide, quando elogiava il defunto Vescovo Mons. L. Auneau per i successi visibili in tutto il centro e sud dell’allora Vicariato dello Shiré, faceva notare il punto nero de Fort-Johnston. Non era colpa di nessuno. Infatti, non si arrivava a raccogliere le migliaia di neo convertiti che venivano da soli. Come pensare a correre dietro a chi sembrava restio alla voce del Vangelo? Eppure i missionari reclamavano una missione da quelle parti fin dal lontano dopoguerra 1918. Erano intere tribù che immigravano nel Nyasaland, attratte dalla British Rule, provenienti specialmente dal Mozambico. Queste tribù erano per lo più pagane a abbracciavano la religione dei capi locali per ingraziarseli, facendosi maomettani. Ecco perché vediamo 114 musulmani in tutto il distretto di Fort-Johnston. Inutile piangere sul passato perduto! Salviamo il salvabile! L’ora della misericordia divina sembra scoccata anche per questa terra. La missione, anche se in embrione, oggi esiste. Però manca la chiesa. La sua costruzione è urgente perché solo un libro in pietra potrà dire a tutta questa gente che Cristo finalmente è presente in mezzo a loro. L’appello per una chiesa potrebbe lasciare freddi noi che ne vediamo tante e tanto belle. Ma nel caso di Fort-Johnston uno non può restare insensibile o indifferente! Chi ha mente e soprattutto cuore, accoglierà questo grido di aiuto dei missionari, che fiduciosi in Dio e negli uomini hanno iniziato i lavori perché obbligati da necessità improrogabile. Lasceremo noi un povero missionario arrabattarsi da solo nel fastidi di questa costruzione? Si tratta della vita o della morte spirituale di Fort-Johnston. Un edificio conveniente può decidere il futuro di tutta quella regione depressa. Nessun cristiano, degno di questo nome, può restare impassibile davanti a questo problema! Che la chiesa di Fort-Johnston sia un sacrario o memoriale di tante vittime della crudeltà umana. Che i poveri schiavi, ormai dimenticati da tutti, siano ricordati in questa chiesa! Che i pianti strazianti delle mamme che hanno visto i loro figli trucidati o brutalmente malmenati e legati per le vie, dai barbari, siano raccolte e mutate in preghiera supplice per la pace! Che il sangue di tanti innocenti, sangue che ha irrorato le zolle ardenti di quella terra, sia offerto in sacrifico di Redenzione con quello di Cristo. Splenda la luce della Croce anche nelle notti oscure, pegno di pace e di bene per quelle genti d’Africa. All'opera dunque, con fede e generosità!...”. 115 Manici e chiodi P. Carlo Berton e P. Angelo Rota scrivono sulle loro ultime realizzazioni pensate e messe in opera per risolvere situazioni e problemi della città e porto di Tamatave. “...Benché sia il primo porto dell’isola e la sua seconda città, Tamatave è fortemente marcata da una economia assai fragile, basata unicamente sull’importazione-esportazione, mentre l’industria è molto limitata. La diminuzione dei prezzi e delle richieste dei prodotti tropicali: caffè, pepe, cannella, vaniglia, chiodi di garofano e banane, ha limitato le possibilità di manodopera, creando una situazione preoccupante, soprattutto della gioventù, la quale, costatando la sproporzione tra il lavoro dei coltivatori e i prezzi dei loro prodotti, abbandona sempre più la campagna per prendere la via della città dove spera di trovare lavoro e denaro al porto o nelle compagnie commerciali transitorie, oppure presso i pochi bianchi rimasti nell’Isola dopo l’indipendenza. Non occorre molto tempo perché si rendano conto che la realtà è ben diversa... I più non hanno il coraggio di tornare al proprio villaggio di origine e nella speranza di trovare una soluzione cominciano per consumare le misere provviste portare con sé, poi vanno a vivere alle spalle di tanti poveri, parenti o conoscenti, finché non vengono messi alla porta o finiscono per trovarsi coinvolti in qualche banda di autentici criminali, vivendo di furti, vandalismi e peggio ancora, concludendo poi le loro avventure in prigione e senza onore. Desideroso di mettere riparo a questa triste situazione e di evitare alla gioventù di mettersi sulla cattiva strada, P. Carlo ha già organizzato diverse microrealizzazioni: corsi di taglio e cucito, di culinaria e dattilografia, di puericultura e igiene, di pronto soccorso e contabilità per preparare le ragazze ad un migliore avvenire e strapparle alla malavita, le cui occasioni sovrabbondano a Tamatave come in ogni città portuale. 116 Risolto con ottimi risultati il problema delle ragazze, bisognava trovare un’analoga soluzione anche per i giovani. Acquistò due buoi, un aratro e una carretta, chiese al Comune un appezzamento di terreno e mostrò ai volenterosi, come, con metodi razionali molta costanza, si poteva far produrre la terra e ricavarci di che vivere discretamente. Poi nacque l’idea del laboratorio di falegname e fabbro. Le lettere scritte e i preventivi fatti e inviati ai quattro venti lo sa solo lui. Ma la sua fiducia nella Provvidenza non è rimasta delusa. Come vi dicevo, con aiuti francesi e italiani il laboratorio si può dire cosa fatta. Sta per avere il suo tetto in lamiere zincate. Ora non resta che attrezzarlo con gli strumenti a mano urgenti e col nuovo anno scolastico molti giovani disoccupati potranno imparare un mestiere e così trovarsi più facilmente un lavoro, poiché anche qui si richiedono sempre di più operai specializzati; oppure torneranno ai loro villaggi dove potranno, con quello che hanno imparato, organizzarsi e guadagnare di che vivere e pagare le imposte, evitando di dovere continuamente scappare nella foresta per non incorrere nelle retate della polizia e finire in prigione o su una strada con badile e piccone in mano. P. Carlo è preso dall’idea di salvare questa nostra gioventù ed è dotato di bella parlantina per farsi dei soci e commuoverli; ve lo dico perché ha commosso anche me e con argomenti appropriati...”. Quattro chiacchere con i lettori Nelle sue consuete “Quattro chiacchiere” con i lettori de “L’Apostolo di Maria”, P. Alessandro Assolari riprende l’argomento sulla “necessità di organizzare sempre meglio il gruppo di cristiani che vivono nelle immediate vicinanze di Fort-Johnston” e precisa: “... Non è che sia una esagerazione in quanto a numero, però è un fatto: ci sta un costante aumento di presenze nei 117 giorni festivi. Il discreto numero di adulti battezzati lo scorso anno e in gran parte rimasti sul posto, ha reso buona la partecipazione ai sacramenti. La chiesetta è ordinariamente superaffollata la domenica". Torna sul progetto di “... costruire una chiesa definitiva a Fort-Johnston. Di ambizioni ne avremmo anche avute: ma non intendevamo comunque umiliare i milanesi costruendo un duomo più grande e più bello del loro. Tutto è stato condizionato dallo spirito di povertà che deve o dovrebbe caratterizzare ogni iniziativa del genere della nostra missione che è quella che è e non permette né stravaganze, né grandiosità, né lusso e tanto meno degli sprechi. Noi pensiamo di esserci limitati all’essenziale; abbiamo calcolato le esigenze attuali della missione, ed abbiamo pure tenuto presenti quelle del futuro immediato e meno immediato della missione, anche in considerazione dell’importanza amministrativa della cittadina di Fort-Johnston. Pur facendo le cose alla luce di un’estrema prudenza già prevediamo cifre da mal di pancia. Non in sé, perché farebbero semplicemente ridere se messe a confronto con le spese pazze affrontate in ogni settore o campo d’attività umana. I lavori che stiamo per affrontare e le preoccupazioni che ne derivano assorbono buona parte del nostro tempo. Ma il lavoro della missione non è tutto qui. Ci sta il lavoro di ministero che conta più di ogni altra cosa...”. I miei ricordi d’Africa P. Tarcisio Betti, prima del suo rientro in Malawi, pubblica a puntate sulle pagine de “L'Apostolo di Maria”, “I miei ricordi d'Africa”. Ecco come parla dell’efficacia della devozione alla Madonna nella vita dei cristiani africani, perfino dei musulmani. “...Ero presso una vecchietta tanto ammalata. Dopo le preghiere e l’amministrazione dei sacramenti consigliai 118 all’inferma di raccomandarsi alla Madonna: “...sai bene quante volte l’hai pregata, quanto hai cantato dinanzi a lei, quanti favori le hai chiesto...”. “Padre, rispose decisa la mia vecchietta: giorni fa mi sono recata al fiume ed ho smarrito la mia corona; ora mi sembra di essere senza una mano, senza la lingua; non so leggere e il mio libro era il Rosario”. Frugai in tasca e le mie dita raggiunsero la mia corona: “ Tienila! È un mio regalo: quando vedrai la Madonna in Paradiso dille che continui a volermi bene”. Gli occhi della vecchietta si illuminarono; contemplò la corona fra le sue dita scarne e mi guardò con un viso raggiante. Dopo pochi istanti ricomponevo quelle dita aggrovigliate nella corona, abbassavo le palpebre sugli occhi che per un attimo si erano accesi nella gioia di aver trovato l’oggetto più prezioso della sua vita... Un’altra volta giunsi assai tardi al villaggio. Il giorno dopo era domenica ed avrei dovuto lavorare sodo. I due vecchietti ed il catechista che mi aspettavano, dopo avermi salutato e data la buona notte si ritirarono. Stesi il mio lettino da campo nella capanna che funzionava da casa parrocchiale, ma sapendo che mi restava una corona da recitare, seguii il sentiero che attraversa il villaggio, sgranando il mio Rosario. Era buio quella notte e regnava un profondissimo silenzio. Qualche capanna era immersa nelle tenebre, qualche altre era illuminata dalla tremolante luce della candela. Buio e silenzio: neppure una fruscio di vento, un muoversi di passi sugli sterpi secchi della savana. Camminando lento, mi giunse all’orecchio un mormorio sommesso a cadenzato. Mi diressi da quella parte tendendo bene l’orecchio: udivo ora ben distinto alcune voci di uomini recitare la prima parte dell’Ave Maria mentre poi voci di donna e di bambini rispondevano la Santa Maria. Mi fermai silenzioso e trattenendo il respiro: che musica dolcissima saliva da questa foresta; era gente povera, forse molti avevano ancora tanta fame, la più parte sarà stata anche seminuda o coperta da stracci, tanti l’indomani non avranno avuto di che mangiare, tanti altri saranno stati pieni di 119 stanchezza e di preoccupazioni; eppure, quanta fede in quelle squallide capanne...”. Nei ricordi P. Betti parla anche delle superstizioni pagane e della paura dei morti. “... Una sera seguivo un sentiero vicino alla missione, recitando tranquillamente il Breviario. Ad un tratto sento delle voci infantili ed un allegro bisbigliare: alcuni moretti, visto il missionario, con segni, gesti, paroline, ne approfittano per seguirlo: è quasi una mezza festa stare con me, soltanto che in quel momento io ero occupato col mio Signore e per dovere di giustizia dovevo rispettare le precedenze. Li invito quindi ad andare a casa: niente da fare. Finalmente arrivo ad un bivio: una stradina continua verso la campagna L’altra invece si inoltra nel fitto della boscaglia dove seppelliscono i morti. Sospendo il Breviario e, con un risolino di malizia, prendo il sentiero che conduce alle tombe. Il bisbiglio si interrompe d’improvviso ed una vocina esclama con terrore: “Va verso le tombe!...”. Mi volto indietro con sguardo di sfida, ma già i miei moretti si sono dati alla fuga: la paura dei morti e delle tombe è innata per loro...”. Mi trovo in ottima salute P. Luciano Duca scrive alle Zelatrici le sue prime impressioni africane. “... Mi trovo in ottima salute, malgrado un forte attacco di malaria che mi ha tenuto in assoluto eremitaggio per diversi giorni nella mia capanna. Ma soprattutto sono in gran forma, caricato a molla, pronto per l’immenso lavoro che mi attende. La mia gioia ed il mio entusiasmo abituali mi permettono una vita meravigliosa qui in Africa. Sto vivendo il mio “grande sogno” nell’affascinante e nello stesso tempo tanto bisognosa terra africana. Quindi, nessuna preoccupazione! Giunto nel Malawi, dopo un viaggio molto interessante ed avventuroso sulla nave “Africa”, ho avuto la gioia di visitare 120 tutte le missioni dove lavorano i nostri Padri italiani. Ho apprezzato in modo speciale il loro spirito di sacrificio e lo snervante lavoro che devono sostenere ogni giorno per visitare i villaggi della foresta, difficilmente accessibili, per mancanza di strade e col pericolo sempre continuo di qualche brutto incontro con bestie feroci. Questa visita, benché molto veloce, mi ha impressionato ed entusiasmato in modo incredibile. Ho potuto conoscere un po’ il Malawi, terra meravigliosa, rigurgitante di una autentica vita cristiana. Mi trovavo a Fort-Johnston, durante la Settimana Santa, per aiutare l’infaticabile e zelante P. A. Assolari, colpito in quei giorni da un forte attacco influenzale. Ho constatato personalmente in quella breve permanenza il profondo senso religioso dei nostri cristiani, che trascorsero quasi tutta la notte del Giovedì Santo in chiesa, elevando al Signore preghiere e canti; un vero spettacolo di pietà e di amore verso Dio, che strappava lacrime di commozione. Tornato a Balaka, trascorsi qualche giorno in compagnia dei simpatici Padri Crippa, Delli e Mucciarda, intelligenti animatori di questa giovane e numerosa cristianità che conta attualmente circa 16.000 battezzati.. Mi venne annunciata poi la mia prima destinazione: Namitembo. È un villaggio sepolto completamente nella foresta e circondato dalle montagne di Zomba. La cortesia e la bontà sono le qualità specifiche di questa cristianità e viverci in mezzo penso sia la cosa più bella di questo mondo. Vivono in povere capanne, ma sempre allegri e pieni di riconoscenza verso i missionari... Dopo un mese di permanenza a Namitembo ero già diventato “l’amico allegro” di tutti i bambini che spero in seguito di curare in modo del tutto particolare. Ci sono quattro di questi simpatici neretti che vengono a trovarmi ogni giorno e con i quali posso esercitarmi a parlare il cinianja, lingua armoniosa e non tanto difficile. Amano ascoltare la fisarmonica 121 ed improvvisare danze. Amo chiamarli “moschettieri” perché mi seguono ovunque vada e mi vogliono un mondo di bene...”. Partono per le missioni non solo i giovani... Alla bella età di 47 anni suonati parte per il Malawi P. Giovanni Losa. Prima di partire rilascia un'intervista dove parla dei suoi progetti missionari e dei motivi che lo hanno indotto a partire per il Malawi. "La prerogativa delle missioni non è solo dei giovani, anzi!...Progetti? Veri progetti, definitivi voglio dire, non ne ho e non ne voglio fare. Alla mia età l'esperienza può avere insegnato qualcosa e cioè che per fare progetti, bisogna conoscere le situazioni. E poi bisognerà pure sentire gli altri missionari, i superiori, stabilire, insomma, un piano comune. Io credo sia ormai tramontata l'era dei pionieri in cui il missionario si inoltrava nella foresta e lavorava praticamente da solo. Oggi ci sono altre esigenze, altri metodi, altre prospettive. Certo il problema fondamentale rimarrà per un po' di tempo quello di costruire chiese, cappelle e assistere e seguire i cristiani sparpagliati nei villaggi. La zona a noi affidata è quasi totalmente musulmana e le stazioni missionarie sono piuttosto rare...". P. Giovanni Losa non vuole mancare all'appuntamento con P. Remigio Villa che riparte per il Malawi dal porto di Venezia. E' lui soprattutto che lo ha convinto a tentare l'avventura missionaria in Africa. La prossima partenza doveva essere la sua. "...Eccoci finalmente davanti alla nave "Africa" del Lloyd Triestino: bella, splendida, tutta bianca come un gabbiano posato sulle acque. La passerella era già stata ritirata. Mancava solo mezz'ora alla partenza. Il Padre ci salutò dall'alto del ponte poi scomparve e dopo un poco lo rivediamo sulla porticina della stiva. Veniva a darci il suo ultimo saluto... 122 Intanto la nave aveva acceso tutte le sue luci e gli altoparlanti avevano incominciato a scandire gli avvisi. Come un rito solenne, la cerimonia della partenza stava per iniziare. La nave si muove lentamente, spostandosi di fianco... Improvvisamente il crepuscolo scende sulla banchina, sullo specchio d’acqua tra la nave e la terra. Dalla banchina e dalla nave sventolano i fazzoletti. È l'ultimo saluto. La nave è salpata verso l’immenso mare, verso lidi ignoti e favolosi...Arrivederci, Africa, arrivederci!”. P Giovanni Losa parte per il Malawi il 12 febbraio 1968, da Venezia, sulla nave “Europa”. Riceve il Crocifisso da Mons. Spada, direttore de “L'Eco di Bergamo”. Dalla nave scrive una prima lettera agli amici: “...Carissimi amici vi scrivo dalla cabina 117 della nave “Europa”. Ci troviamo nello specchio di mare tra la Sardegna e le Isole Baleari. Siamo diretti a Barcellona dove arriveremo domani mattina e dove spero d’impostare questa lettera. Mi trovo in buona compagnia: un Padre Servo di Maria con il quale divido la cabina, un missionario svizzero di Mirian Hill, sei missionarie laiche, signorine tutte italiane e una signorina missionaria anglicana che sbarcheranno con me a Beira. La missionaria anglicana, poi, è diretta come me a Zomba, nel Malawi. Perciò niente paura. Se sarà necessario avrò anche l’interprete. Dirvi in breve cosa provo in questi momenti che lasciamo le acque del Mare Nostro, mi è assai difficile. Non mi sembra però che nel mio animo il sentimento della nostalgia abbia troppa presa. O forse m’inganno? Quel che sento in questo momento è una grande gioia di arrivare in Malawi e conoscere da vicino il campo che il Padrone della Messe mi ha affidato. Come vorrei che molti altri sentissero questo desiderio e lo potessero realizzare. Comunque sia l’idea missionaria sta facendo grandi passi. Ne ho avuta più di una prova nella preparazione della mia partenza. Quante anime generose ho 123 trovato che mi hanno aiutato in tutti i modi. Menzionarle tutte ne verrebbe fuori una lunghissima lista. A tutte queste anime dico il mio grazie più sincero; non le dimenticherò mai e poi mai. Vi saluto tutti e vi dico ancora una volta grazie mille”. Qualche mese più tardi P. Giovanni Losa scrive dal Malawi per raccontare della sua Prima Messa in cinianja. “... Sospendo per un po’ di tempo i miei studi di cinianja per raccontarvi della nostra vita di missionari, quando passo a Balaka per il weekend, che dura dal sabato al lunedì sera. In queste mie discese ne approfitto per far qualche puntata nei villaggi. Così feci la domenica dopo l’Ascensione. Partimmo verso una chiesa succursale di Balaka, a circa 10 chilometri di distanza. Per strada incontrammo parecchi cristiani che arrivavano dalla stessa direzione. Naturalmente ci fermammo a salutarli. Dalle occhiate che i bambini e le mamme davano alla nostra moto capimmo subito che avrebbero gradito un passaggio. Poveretti: devono percorrere una quindicina di chilometri e più, tra andata e ritorno, per assistere alla Messa. Come si poteva rifiutare? Caricammo quanti più potemmo e via. L’autista, P. Crippa, sentì subito che il motore arrancava. Poveretto, col suo mezzo polmone rattoppato non aveva fiato a sufficienza. Ma come fare? Piantarli in asso ora che avevano gustato l’ebbrezza della velocità? Sembra brutto e si andò avanti sperando nell’aiuto di Dio...Come Dio volle arrivammo sani e salvi alla nostra cattedrale: un bello spazio vuoto e pulito con una chiesa di terra e paglia in mezzo, naturalmente senza porte... Si incomincia. La Messa è cantata e per di più nel sonoro linguaggio del Malawi. Non vi dico la commozione quando da quelle facce nere si sprigionò il canto melodioso. Ci fu anche la predica. Non compresi un’acca. Avevo un bel da fare a sfogliare mentalmente le pagine della mia grammatica! Ci vuole altro per capire questa lingua che infila come una 124 salsiccia e soggetto e pronomi e prefissi e suffissi che hanno poco a che vedere con quelli delle nostre case... A mezzogiorno la celebrazione era terminata (era iniziata alle 9!). Ci accingemmo a consumare il pranzetto che i nostri bravi cristiani ci avevano preparato: due bei piatti di polenta e un pollastrello che nuotava in un bel piatto di condimento. Era la prima volta che provavo un simile pasto! Ad operazione compiuta chiamammo i nostri cuochi, li ringraziammo e cedemmo il campo: in quattro e quattr’otto fecero festa a tutto il resto. Poveretti: che si poteva dire! Era mezzogiorno inoltrato e chissà da dove provenivano. Potete capire, con quel po’ di strada nelle gambe e per tutto pranzo due bastoncini di canna da zucchero o qualche pannocchia di granoturco...”. Comiche dei miei neretti Si rifà vivo P. Gianni Delli per parlare di “Comiche dei miei neretti”: momenti di ilarità, i lati comici di certe situazioni che, oltretutto, hanno rafforzato la mia intenzione di lavorare con entusiasmo. Siamo nei mesi di agosto e settembre: due mesi di lavoro duro e snervante dedicati al masonkano. “... Il masonkano è la preparazione dei catecumeni al Battesimo e dei bambini alla Prima Comunione. Nel giorno stabilito in precedenza tutti coloro che hanno iniziato a imparare il catechismo da un anno o due vengono sottoposti a dei colloqui in cui dimostrano quanto sanno. Chi ha già qualche nozione viene ammesso al masonkano, gli altri, che ancora non hanno appreso nulla, vengono rinviati all’anno seguente. Ma è proprio durante questi dialoghi che se ne sentono delle belle, soprattutto dalle persone anziane. Gli argomenti dei colloqui sono le prime nozioni di catechismo: chi è Dio ecc… Certe risposte di questi neri, abituati a vivere per tanti anni nel paganesimo sono fenomenali. Ad una donna anziana chiesi: “Quante sono le persone della SS. Trinità?”, e le lei mi rispose: “Aspetti, Padre, che le 125 conto”, e si mise a fare i conti. Il risultato fu più che soddisfacente, poiché essendo le dita delle mani dieci, ne risultò che le suddette Persone erano dieci. “Dimmi i nomi”, ripresi io. E qui vennero fuori i nomi dei Padri che conosceva... Il giorno prima della Confessione i bambini vengono preparati da alcuni catechisti più o meno intelligenti, che, a volte, insegnano ai bambini di confessare certi peccati che, poveretti, non sanno che cosa siano e che non riuscirebbero mai a commettere... Il giorno dopo ai bambini già battezzati si dà l'Eucaristia e anche qui si esercita la pazienza. All’inizio della S. Messa ho detto ai ragazzi: “All’offertorio verrò alla balaustra e presenterò ad ognuno di voi la pisside da cui dovrete prendere l’ostia da consacrare. Capito?”. “Sì,Padre!”. Allora ho preso un bambino e una bambina: la prova davanti a tutti riuscì magnificamente. Inizio la Messa e arriva il momento dell’offertorio. Procedo al rito concordato delle ostie da porre nella pisside. I primi vanno bene, poi arrivano i soliti zucconi che prendono tre ostie e se le mettono in bocca... Si arriva così al momento della Comunione e anche qui succedono scene piuttosto curiose: l’uno vorrebbe togliersi l’ostia della bocca, l’altro ti morsica un dito, un altro non vuole aprire la bocca. E dire che avevo fatto un numero incredibile di prove! Il giorno seguente si svolse le cerimonia dei Battesimi agli adulti, ed è in questo che ci si sente più contenti anche in mezzo a tanto lavoro: nuove leve che vengono ad ingrossare le file cattoliche: 225 è un bel numero! Il venerdì: matrimoni. Già dalle sette del mattino i promessi sposi con i loro testimoni sono pronti alla cerimonia. Al momento fatidico tutti pronunciarono commossi il loro “sì”. Terminata la cerimonia fotografai le varie coppie. Sabato: Cresime. Tutta la succursale è in festa : arriva il vescovo. Con un capo catechista cerco di mettere in ordine i cresimandi e li accompagno in chiesa per le prove generali. 126 Verso le undici, salutato da grida di gioia, arriva il vescovo. Tutto procede bene. Alla fine c’è la consegna dei doni da parte dei cristiani... E’ un lavoro duro, però alla fine si è soddisfatti!”. Campane... Campane... Campane... È l’appello che da Fort-Johnston invia P. Tarcisio Betti. “...E’ il mattino della domenica 22 ottobre 1967, Giornata Missionaria Mondiale. Verso le sei esco dalla casa dei missionari per dirigermi verso la chiesetta della missione. Ad un tratto sono assalito da mille pensieri. Mi fermo di botto. Quasi contemporaneamente, come ad un segnale convenuto, tre campanine cominciano a lanciare nell’aria i loro allegri rintocchi. Di fronte a me è la campana della missione cattolica che suona e richiama i suoi fedeli all’adempimento del precetto domenicale, a circa 200 metri, sulla sinistra, è la campana della missione protestante che chiama i suoi fedeli a lodare il Signore nel giorno santo; dalla parte opposta, a circa 300 metri, c’è un’altra campana, quella della missione anglicana, che con note allegre chiama essa pure i suoi fedeli a cantare le lodi del Signore. Siamo tutti cristiani, della famiglia di Dio, eppure... tre campane, tre chiesette, tre gruppi separati. Il mio cuore non può fare a meno di provare un doloroso shock. Ma non mi sono fermato a piangere, anzi, mi sono ripreso subito, pensando: quei buoni neri cristiani lasciano la casa e vanno verso la loro chiesetta a cantare le lodi del Signore, condotti per mano dalla loro fede in Dio e nel Salvatore di tutti gli uomini, Gesù Cristo. E chi oserà lanciare loro la prima pietra? L’Arcivescovo anglicano di Canturbery, dopo tanti complimenti, abbracci e baci fraterni a Roma, in una recente conferenza tenuta nel Canada, diceva che differenze enormi ci separano da Roma: l’infallibilità del papa, le controversie sulla Madonna, la pretesa della Chiesa Cattolica di essere la sola vera Chiesa... 127 Così non la pensano i neri cristiani protestanti che si addolorano per la morte di Papa Giovanni e vanno in giro con un Rosario e.lo recitano. Pensando a tutto questo, andai in chiesa a pregare: ut unum sint!”. 128 1968 Tempo di raccolta So che mi volete bene ed anch’io a voi P. Michele Gotti autorizza la pubblicazione delle sue lettere a mamma Giovannina e alle sorelle. Racconta l’esperienza di quattro anni di missione in Malawi. Alla partenza “... quando vi ho salutato forse avrete notato un po’ di freddezza da parte mia. Non era veramente così, ma ho cercato di proposito gli ultimi momenti di sbrigarmela in fretta per non dar modo ad inutili lacrime che sarebbero state solo dannose sia per me che per voi. So che mi volete bene ed anch’io devo dire lo stesso per voi, ma proprio per questo dovete essere contente come lo sono io adesso, a poche ore dalla partenza perché, io con la gioia della partenza e voi con il sacrificio del distacco, rispondiamo ad un preciso disegno di Dio, Allegri quindi e continuate le vostre partite a scala quaranta: appena giungerò a destinazione le continuerò anch’io. Devo ammettere di essere davvero contento e voglio che lo siate anche voi...”. A proposito dei primi incontri africani scrive: “...Sono finalmente giunto a destinazione! E dal fatto che vi scrivo è segno che sono giunto sano e salvo... Mi verrebbe la voglia d’insegnare il bergamasco ai miei neretti, così per me sarebbe più facile comunicare, ma temo che dovrò rassegnarmi a studiare io inglese e cininaja, L’anno 1965 perciò si apre con il grosso impegno di dover imparare le due lingue...”. Sul piatto tipico che ha trovato al suo arrivo in Malawi, scrive: “... Volete sapere cosa ho mangiato questa sera? Eccovi accontentati: riso bollito, carne, verdura e, finalmente, un piatto di formiche! E le ho volute mangiare proprio per levarmi una curiosità. Sono grosse poco meno del dito mignolo, lunghe due centimetri. Escono ordinate una dopo l’altra ma solo nel periodo delle piogge. È interessante osservare i neri seduti 129 accanto ai buchi da dove fuoriescono le formiche. Le prendono ad una ad una, strappando loro le ali e, se sono affamati, le mangiano subito, altrimenti ne raccolgono un bel mucchietto e poi le fanno arrostire... Voi certo mi chiederete: “Ma sono buone?”. Beh, se devo dire la verità, anche se nella mia vita non ne dovessi mangiare più, non piangerei certo per il dispiacere!”. I due buoni ladroni È una storia di conversione raccontata da P. Tarcisio Betti. “... Ero stato avvertito dal sovraintendente alle prigioni di Zomba che entro alcuni giorni due carcerati sarebbero stati impiccati per i delitti commessi. Era sua abitudine avvertire in questi casi i missionari; e noi si andava là cercando di far qualcosa per quei poveretti prima del loro incontro con Dio. Un pomeriggio, col cuore grosso, entrai nella prigione e mi feci indicare il luogo dove si trovavano i due condannati. Erano seduti, uno accanto all’altro, con catene ai piedi, le braccia intorno alle ginocchia; guardavano per terra. Mi avvicinai, li salutai e domandai loro come si sentivano. Mi guardarono senza dire una parola. Cercai d’iniziare un discorso chiedendo da dove provenivano. Nessuna risposta; mi guardavano, sorridevano e basta. Continuai a domandare se avevano mangiato. Sorrisi ironici, nient’altro. Visto che per il momento non c’era proprio nulla da fare, andai a visitare gli altri prigionieri, cercando di farli stare allegri. Poi tornai da quei due. Dissi loro che non mi avevano neppure restituito il saluto, ma che, se avevo tempo, l’indomani mattina sarei di nuovo tornato da loro. In risposta ottenni solo sorrisi beffardi. Il giorno dopo: stessa scena, stessi gesti da parte mia. Uno di loro disse all’altro: “E’ qui ancora a seccarci!”. Si alzarono lentamente e trascinando le loro catene andarono a sedersi a qualche metro di distanza, quasi a dirmi di non scocciarli più. 130 Alle mie domande opposero il solito impenetrabile silenzio. Lo stesso accadde per l’altra visita del pomeriggio... Il terzo giorno: la stessa suonata. È inutile dire che in quei giorni pregavo e facevo pregare per quei poveretti affinché Dio toccasse loro il cuore. Ebbi modo di rivederli la sera prima dell’esecuzione. Erano in una cella speciale, accanto al luogo dove sarebbero stati impiccati. Quattro guardie vigilavano. Le loro catene terminavano in anelli fissi nel cemento della parete. Appena mi videro incominciarono ancora a sorridere di scherno. “Sono venuto qui per aiutarvi. Voi non mi avete mai voluto ascoltare... Domani io vedrò ancora il sole, gli amici e parlerò con loro, ma voi domani mattina entrate là dentro e tutto finirà...”. Queste parole li scossero terribilmente. “Ci scusi, Padre, abbiamo sbagliato! Ci aiuti come può, noi siamo pronti ad ascoltare quelle che vorrà dirci”. Sentii il cuore cantare di gioia e siccome il tempo stringeva cercai loro di parlare di Dio... Era ormai mezzanotte, ero stanco morto e dissi loro di ripensare un po’ e che sarei tornato il mattino presto. Verso le 4 ero di nuovo da loro. Li convinsi a ricevere il Battesimo. Ritornai alla missione per prendere il necessario e li battezzai. Erano felici e andarono alla morte sereni..”. Dal “Fronte” delle missioni si fanno vivi diversi missionari. P. Remigio Villa comunica di essere giunto “... a destinazione qui a Balaka, dopo un viaggio di 23 giorni di mare. Ora devo fondare una missione d Ulongwe, a 30 chilometri da Balaka. C’è una comunità di cristiani in mezzo a musulmani, con una povera chiesa e una capanna in mattoni per il missionario. È da anni che questa povera gente attende un sacerdote. Purtroppo non c’è acqua potabile e tanto meno luce elettrica, ma in compenso c’è la musica di zanzare che ci tiene svegli. Dovrò metter su casa...”. 131 I miei amici neri mi vogliono bene P. Giancarlo Palazzini rassicura amici e parenti che “... i neretti mi vogliono molto bene, specie quando m’interesso di loro. Però hanno sempre il mal della...mano tesa: invariabilmente, dopo una o due volte che sono venuti a trovarti, ti chiedono qualche cosa, anche se è un oggetto che non conoscono e non sanno a che serve. Da quando poi ho comprato la moto i ragazzini non si stancano mai di domandarmi di fare un giretto. La loro massima felicità è quella di poter salire in macchina o in moto, anche se per tornare indietro devono percorre un chilometro a piedi”. Dopo aver ricordato che con gli stregoni non ha avuto finora nulla a che fare, afferma che, tuttavia “... essi continuano il loro lavoro anche con i cristiani. Non è raro il caso di vedere mamme cristiane che appendono al collo dei loro bambini amuleti pagati profumatamente allo stregone. Non c’è da farsi delle illusioni: il cristianesimo non è ancora penetrato, è solo alla superficie: il substrato è ancora pagano. Il lavoro è ancora molto”. Il mio lavoro tra i paesi delle Ande P. Luciano Ciciarelli scrive per parlare del suo lavoro: “...Solo tre volte mi sono inoltrato tra le Ande seguendo per 90 chilometri il corso del fiume, su vie fiancheggiate da orrendi precipizi. Lassù a 3300 di altitudine c’era un clima primaverile, con ricche piantagioni di fave. Il paese dove mi recai ha 1500 abitanti. Vi restai 3 giorni in occasione dell’Assunta, battezzando 53 bambini. Il Parroco vive a 80 chilometri e ha sotto la sua giurisdizione un’infinità di piccoli paesi che visita una volta l’anno, quando qualche altro sacerdote non lo sostituisce, come ho fatto io... I Peruviani, quasi tutti cattolici, bevono poco vino, in compenso si ubriacano frequentemente con la birra o la grappa. 132 L’ubriacatura è considerata quasi un dovere in occasione dei funerali, specie nel cimitero, subito dopo la sepoltura. Un giorno riuscii a stento a cacciar fuori dal cimitero l’addetto alla distribuzione...”. I grattacapi del missionario P. Antonio Marchesi confida agli amici i suoi grattacapi di missionario: “...Forse la mia immaginazione corre troppo svelta ma ci sono tante cose da fare... Non sono i progetti che mancano. In fatto di scuole si direbbe che le mura delle nostre aule si restringano sempre più... Non c’è mai posto abbastanza. Ce ne sono in tutti gli angoli, poi, ad un certo punto, bisogna sdoppiare le classi, cercare un altro ambiente e un nuovo maestro. Per le famiglie e la parrocchia è un problema grave, un problema che ogni anno, dato l’aumento delle nascite, si farà più acuto. L’istruzione è l’impegno più importante per un paese che in fatto di industria deve ancora iniziare. Giunti ad un certo punto non basta saper leggere e scrivere, ma bisognerebbe preparare i giovani al lavoro, anche il più semplice, come fare il contadino, seguendo metodi moderni. A livello diocesano è stato aperto un centro di agricoltura e allevamento, e venticinque famiglie giovani seguono dei corsi speciali durante un anno. Poi ritornando alle loro case cercano di convincere la gente del villaggio a cambiare metodo. Ma in generale sono duri e diffidenti. Le nostre Suore, in margine alla scuola propriamente detta, tengono corsi di cucito, puericultura e cucina. Però non vedono ancora troppo interesse per queste cosette che non danno un diploma e non aprono possibilità di guadagno...”. 133 I musulmani della mia missione P. Gianni Delli torna sul tema dei musulmani della sua missione: “... La nostra missione è una delle più difficili in quanto il 70% sono musulmani, molto duri a convertirsi, attaccati come sono alla loro religione. A Mpiri sono il 70%, a Namwera il 95%, a Fort-Johnston il 98%, a Balaka il 50% e a Utale il 40%. Durante la mia ultima tournée andai a visitare uno dei nostri villaggi: Mantenje. C’erano solo 7 cristiani, tutti ragazzi che avevano ricevuto il battesimo tre anni fa, e qui avevano continuato la loro vita da pagani... Per la prima volta mi è arrivato vicino un leopardo!... Ero giunto a Cacenga, un villaggio che dista 30 chilometri da Balaka. Dopo aver chiacchierato un po’, alcuni cristiani vennero a darmi il benvenuto e ad offrirmi dell’acqua da bere. Verso le 16 arrivarono altri cristiani per confessarsi; alle 17 recitammo il Rosario. Calando già le tenebre alcuni cristiani erano andati a prendere la stuoia per dormire all’aperto. Io andai a dormire nel mio lettino da campo. Verso le 2 di notte il leopardo si fece sentire...; poi a poco a poco si avvicinò e, di scatto, azzannò un cane che gli stava vicino e se lo portò via... Due giorni dopo ero a Cianguani. Qui stavano festeggiando la fine delle scuole. La mattina seguente, solo una trentina di cristiani arrivarono a Messa., gli altri erano nei campi a custodire il granoturco dalle scimmie: una vera peste per i poveri neri....”. Parto per un giro missionario di qualche giorno P. Giancarlo Palazzini scrive per informare sul suo giro missionario. “Parto per un giro di 4 giorni; devo visitare i cristiani dei villaggi vicini. Causa la stagione delle piogge che rende i sentieri impraticabili devo lasciar a casa la moto e inforcare la 134 bicicletta. In alcuni punti il sentiero diventa un vero pantano con un fango che spesso gioca brutti scherzi anche alle jeep... Dopo due o tre chilometri dovetti fermarmi, perché, con tutto il fango che si era appiccicato tra ruota e parafango, era come pedalare con i freni tirati... Finalmente arrivo davanti alla chiesetta, manco a dirlo di paglia e fango. Ad attendermi c’è il capo della cristianità ed alcuni fedeli. I primi arrivati sono già in chiesa per confessarsi. Mi metto la veste. Naturalmente niente confessionali: uomini e donne si trovano a quattr’occhi con il sacerdote. Coloro che desiderano comunicarsi depongono una festuca in un luogo determinato in modo che il catechista, contandole, potrà riferire il numero esatto di ostie da consacrare. Si confessano quasi tutti. Quindi la Messa nella lingua del luogo. Terminata la celebrazione devo amministrare i battesimi a tre marmocchietti. Ma ecco che iniziano a strillare. Le nostre brave mamme africane non si perdono di coraggio, prendono la mammella e la porgono ai figli...Alla fine consegno una medaglietta della Madonna a ciascuna mamma da appendere al collo dei piccoli battezzati, al posto degli amuleti. A questo punto dovrei anche pranzare, ma non vedo nulla. “Scusi, padre, non c’è nulla da mangiare! C’è carestia!”. Cosa fare? Mi fumo una sigaretta e...via verso il prossimo appuntamento...”. Lettere dal fronte missionario P. Remigio Villa fornisce ampie informazioni sulla nuova missione di Ulongwe: “... Nella nuova missione c’è solo una cappella in mattoni. Ultimamente venne coperta di lamiere, il che l’ha migliorata di molto. Poi P. V. Crippa vi mise il pavimento in cemento e la imbiancò per bene, così che ci si sta anche senza mangiare troppa polvere. Ora stiamo costruendo un altare in cemento, pur lasciando il SS.mo nel centro della parete. 135 Cristiani? Ce ne sono abbastanza, malgrado tutto. Conversioni poche a causa dell’ambiente musulmano e anche del carattere debole degli anyanja. C’è tutto da fare: per ora il missionario vive in una capanna di mattoni. Vicino al letto ci sono sacchi di cemento, utensili, secchi d’acqua... Occorre per prima cosa un dispensario con maternità. La gente deve percorrere chilometri e chilometri per farsi curare. Che Dio ci venga in aiuto! La seconda cosa necessaria sarebbe la scuola. Ci sono parecchi ragazzi: le quattro aule che minacciano rovina, hanno banchi rovinati dalla termiti. Molti ragazzi devono accontentarsi dell’ombra delle piante come aula scolastica, ma il vero guaio è che quando piove sono costretti a fare vacanza... Più tardi si penserà a costruire la casa dei Padri e delle Suore. Quanto bene di potrebbe fare!....All’opera, dunque, caro amico. “Non ti scordar di me!”. Con gioia ho ricevuto le casse P. Pietro Mucciarda ringrazia del materiale giunto dall'Italia. “...Con immensa gioia ho ricevuto le casse, arrivate in Africa a mezzo di P. Villa. Vi ho trovato tante medicine. Un vero ben di Dio! A nome dei miei neri ringrazio sentitamente i cari benefattori.Quanta gioia sui volti dei neri nel vedere tutte quelle medicine! Finora ero fornito solo di pasticche di aspirina; è la medicina che uso per tutte le malattie: mal di testa, raffreddori, mal di pancia, ferite... Il bello è che tutti guariscono ugualmente. Per fortuna mi trovo in Africa altrimenti mi manderebbero in galera...”. Il primo religioso monfortano peruviano Dal Perù P. Amato Prisco fa sapere che abbiamo il primo religioso monfortano peruviano. 136 “... La terra di S. Rosa da Lima e di S. Martino da Porres quest’anno si è mostrata prodiga anche verso i Monfortani. Non ha concesso loro doni di natura, ma qualcosa di più prezioso. Avrebbe potuto arricchirli di bronzo, di rame, di argento, di prodotti del sottosuolo, insomma; invece ha preferito regalare loro un uomo: un tretatreenne molto bruno, dalla statura normale, senza padre e senza madre, fornito di parecchie qualità e dotato di una volontà adamantina. Non è un essere eccezionale, ma un vero figlio della Sierra. Anche se nato a Lima, nelle sue vene pulsa sangue andino, perché dalla Cordigliera provenivano i suoi e là ha trascorso la sua infanzia. Abilio Vega Tamara dal 2 febbraio scorso si è snazionalizzato. Ponendosi a servizio della Chiesa, sotto l’egida di S. Luigi da Montfort, ha acquistato diritto di cittadinanza in tutti i paesi del mondo. Ovunque languisca un fratello ivi deve accorrere per aiutarlo. Sconfinato risulta ormai il suo raggio di lavoro. Dalla tipografia, dove sudava con lo scopo di guadagnare per sé, adesso è passato ad una professione che gli imporrà di sacrificarsi anche per gli altri... Noi che viviamo da anni con lui, al vederlo oggi al nostro fianco come membro attivo della Congregazione, ci sentiamo sinceramente orgogliosi del suo spirito di bontà...”. Sempre dal “Fronte” P. Remigio Villa confida alcuni sui sentimenti: “... Sono felice di trovarmi di nuovo in missione. Sono sempre in mezzo ai neretti. Quanti bambini! Nidiate intere, anzi delle piccole folle in ogni villaggio. Da mattina a sera queste creature considerano casa loro l’abitazione del missionario... L’altro sentimento che invade il mio cuore, è quello della tristezza: la maggior parte di questi bambini non sono cristiani e forse non lo saranno mai, dato che qui la maggior parte della popolazione è maomettana. 137 La missione fa funzionare solo 4 scuole. Senza certi regolamenti ne potrei aprire almeno una diecina, invece... chi ha studiato ha studiato, gli altri camminino o dormano al villaggio. Alcuni giorni fa ho detto la Messa in una scuola alla presenza di oltre 230 ragazzi e ragazze. Comunioni? Quattro e nessuna di quella scuola. A volte dico la Messa sotto un albero e nella veranda di una povera capanna. I ragazzetti imparano sotto una pianta. Qui alla missione prima di una casa per il missionario occorrerebbe un ospedale-maternità, una casa per le Suore ed infine una chiesa che porti l’idea della religione a questi poveri musulmani. Talvolta mi sento perdere d’animo e mi domando: “Ce la farò a costruire qualche cosa dove manca proprio tutto?... All’opera per amor di Dio e delle anime!”. Trionfo di fede nel Malawi È il commento di P. Remigio Villa alla cerimonia d’intronizzazione a Limbe del primo arcivescovo e primate del Malawi: Mons. Giacomo Ciona. “...La domenica del Buon Pastore, festa del Santo di Montfort, veniva intronizzato a Limbe il primo arcivescovo africano del Malawi, S. Ecc. Mons. Giacomo Ciona. La cerimonia si svolse sotto il bel cielo dell’Africa, tra uno sventolio di bandiere, un applaudire e cantare di popolo (20 mila persone!). Lo stesso Presidente del Malawi volle essere presente alla lunga cerimonia durata quasi tre ore. Tutta la gerarchia era lì e concelebrava con il nuovo Arcivescovo, ora capo di tutti i cattolici del Malawi. Nessuno dimenticherà l’impressione solenne, quando la figura maestosa di Mons. Theunissen saliva per l’ultima volta il trono da lui occupato per 17 anni. Era raggiante di gioia nel vedere che quel che aveva preparato con anni di sacrifici e lavoro costante, ora si realizzava. 138 Venne letta la Bolla Papale di nomina ad Arcivescovo, sia in cinianja che in inglese. Al termine della lettura Mons. Theunissen si alzò e con parole commoventi presentò al popolo acclamante il suo successore tra gli applausi e le grida di gioia di tutti...”. Mi sono fatto contadino con i contadini Dalla Grande Isola Rossa scrive P. Angelo Rota: “Mi sono fatto contadino con i contadini”. “... E’ proprio impossibile mettere radici in questo paese. Infatti eccomi dopo un solo anno dal mio ritorno in Madagascar spostato dalla città alla campagna. Stavolta però ci sarebbero tutte le condizioni per mettere le radici: sono ridiventato contadino coi contadini come ai bei tempi della mia infanzia. A 25 chilometri da Tamatave, in mezzo a 21 famiglie Betsimisaraka devo formare un centro a partire dalla loro vita campestre per farne dei veri figli di Dio. Dopo anni e anni di evangelizzazione propriamente detta tra i nostri Betsimisaraka si è venuti alla conclusione che la conversione di questa gente si deve fare a partire dalla base. Inutile insistere sulla fede quando non si mettono in condizione di viverla. Meglio quindi partire da una formazione umana perché ci sia convinzione e volontà e metodo. Ecco quello che vuole da me il Vescovo di Tamatave, mettendomi alla testa di questo “Centro di Educazione Familiare e Rurale di Antsiramandroso”. Uomini e donne tornano o ci vanno per la prima volta, sui banchi di scuola e dai banchi di scuola passano ai campi, agli allevamenti, alla cucina, al laboratorio di taglio e cucito, per mettere in opera i talenti ricevuti da Dio. Gli inizi sono duri e si capisce. Andare a scuola a 25/30 anni, come i loro figli, lasciare il villaggio e tutto e tutti per chiudersi al centro dove tutto è forestiero, imparare e praticare metodi di lavoro che nessuno avrebbe mai immaginato, andare 139 contro certi tabù, bisognerebbe essere dei robot per non risentirne. Eppure siamo alla quarta sfornata. Una media di 20 coppie di sposi all’anno, e tutti , dopo i primi smarrimenti si sono messi all’opera, hanno cambiato vita. Quello che più conta sono tornati ai loro villaggi per dire a quanti li circondano di avere fatta la scoperta di quello che li aiuterà a vivere da veri uomini, da veri figli di Dio. Le difficoltà non toccano solo gli sposi, ma riguardano anche me. Ce ne sono di ordine materiale, tecnico, morale e ... finanziario. Bisogna essere fermi; una volta dato un ordine si deve esigere che venga rispettato ed eseguito. Si ha a che fare con degli adulti, con gente poco acculturata. Ci vuole molta comprensione e sarebbero necessari più mezzi scolastici e attrezzature più adeguate...”. Sono un Fratello Coadiutore, mi occorrerebbe un camion... Dal Malawi arriva una testimonianza di Fratel Gustavo Maria: “... Sono un Fratello Coadiutore Monfortano e da tre anni in missione ho già potuto costruire a Namwera una casa per le Suore indigene, per ora adibita a maternità, una casa per le stesse Suore a Nankwali e un piccolo ospedale con dispensario. Ogni edificio è sorto con immensa abnegazione di questi poveri africani, i quali hanno dovuto eseguire il trasporto del materiale sulla propria testa. Vorrei fare di più perché sono giovane, pieno di entusiasmo e felice di essere in questi luoghi dove ogni minuto può essere santificato con opere di bene; ma mi occorrerebbe un camion nuovo da almeno tre tonnellate. Sarà un sogno? La Provvidenza vorrà concretarlo?”. 140 Ancora lettere dal “Fronte” La prima è di P. Antonio Marchesi che scrive per denunciare la mancanza di mezzi e di missionari. “...Oggi piove e sul serio! Un ciclone si trova a 200 Km. ad est di Tamatave e si avvicina alla costa alla velocità di 15 Km. orari. Quindi potrebbe capitarci addosso questa sera. Dio ce ne liberi! Sarebbe uno sfacelo! Per distrarmi un poco ho pensato di scrivere alcune righe, anche se il cuore pensa a tante piantagioni, capanne che fra poche ore potrebbero essere annientate dalla bufera. Sono qui solo, l’altro Padre sta terminando un giro nei villaggi. Torna domani e giovedì sarà il mio turno. Da quando siamo rimasti in due a Brickaville, si gioca a nasconderella: uno dentro e l’altro fuori e viceversa. Eppure non riusciamo a vedere tutto il territorio, a seguire tutti i cristiani. Stiamo perciò progettando una squadra volante, un gruppetto di uomini decisi a venire in aiuto ai loro fratelli in Cristo. Questi si riuniscono ogni giovedì sera e preparano il programma della domenica. Al sabato sera ognuno prende la sua strada, a piedi, in bicicletta, in piroga. Giunti nel villaggio radunano i cristiani e insieme preparano la preghiera dell’indomani. Bisogna sentire che preghiere che ti mettono assieme. È davvero la preghiera del loro villaggio e ognuno porta in chiesa il suo carico di bene e di male. Ascoltano attentamente l’istruzione e prendono delle risoluzioni. Mi dicono che la gente s’interessa molto. È la religione vissuta nella loro vita. Siamo agli inizi. Le difficoltà non mancano: non sono solo le forature di bicicletta... ma soprattutto trovare e preparare questi uomini. Oggi lo fanno gratuitamente: durerà?”. P. Achille Valsecchi scrive per parlare delle sue più recenti “esperienze missionarie”. Informa che al seminario di 141 Tamatave alcuni ragazzi della missione frequentano la scuola con il desiderio di farsi sacerdoti. “...Attualmente sono nove e i Superiori dicono che sono i più bravi, intelligenti e i più accaniti nel lavoro. Quando vengono in famiglia è una benedizione per la parrocchia di Brickaville, perché si occupano delle funzioni religiose e insegnano canti, giochi e rappresentazioni”. P. Remigio Villa racconta la festa dell’apertura della nuova missione di Ulongwe. “...Poteva passare come cosa di ordinaria amministrazione ecclesiastica, invece tutti ne parlano, tutti se ne sono interessati. Una folla di parecchie migliaia di persone si trovarono presenti alla formale apertura della missione. Solo i bambini delle nostre scuole erano oltre mille. Dopo la Messa, discorsi, canti, saluti e programmi. Sotto la veranda della piccola casa trovarono posto il Vescovo, il ministro Kuntumanjie e i due parlamentari della Regione di Fort-Johnston. I ragazzi della centrale iniziarono i loro canti: primo l’inno nazionale, poi il saluto al Vescovo, ai ministri. Un ragazzo lesse l’indirizzo al Vescovo poi al ministro. Cominciò a rispondere il ministro. Pur essendo maomettano apprezza le scuole e le missioni cattoliche, conta su di esse. Dopo aver ricordato quanto venne fatto altrove, espresse la sua certezza che anche ad Ulongwe i missionari faranno qualcosa di bello e di grande per questo regione tanto depressa. Vorrebbe che i Padri Monfortani Italiani e le loro Suore costruissero ospedali, dispensari e scuole come hanno fatto altrove. Sentendolo parlare mi tremava un po’ il cuore. Mi dicevo, ci arriveremo?, ovvero deluderemo l’aspettativa di questa gente? Immaginate gli applausi della folla a tali prospettive! Non bisogna essere così in miseria come la gente di qui per prendere i desideri come sogni già realizzati! La gente crede che tutto verrà con un tocco di bacchetta magica... 142 P. Adriano Preda , dopo aver ringraziato tutti per gli aiuti ricevuti, anticipa alcuni progetti: “...Attualmente i miei pensieri sono rivolti alla costruzione della chiesa parrocchiale della missione per accogliere i miei bravi neretti che ardono dal desiderio di essere istruiti nella religione ed elevare la loro mente e il loro cuore nella preghiera al Signore. L’attuale chiesa, a forma di croce latina, costruita 30 anni fa e ampliata da P. G. Giavarini, è vecchia e cadente ed è capace solo di 400 persone. I miei cristiani del centro sono oltre 1500 e la domenica il posto non basta e sono costretto a ripetere le funzioni. Inoltre, mentre celebro, devo stare sempre all’erta e tenere un occhio al soffitto di paglia per scansare qualche pezzo di trave rosicchiato dalle formiche rosse. Ormai, alle prossime piogge, dovrò assistere impassibile al crollo di questa chiesa...”. P. Pietro Valsecchi, già da dodici anni missionario nel Madagascar, a Natale lascerà per la terza volta l’Italia per raggiungere e continuare il lavoro fra i suoi malgasci. Prima di partire saluta e ringrazia i lettori de “L'Apostolo di Maria”. “... Ritorno nella mia missione perché è naturale continuare un lavoro già iniziato e poi...perché voi, miei cari amici, mi avete caricato di tante cose che bisogna pur portarle in missione. Quindi è per far contenti voi che riprendo la strada del Madagascar. C’è qualcosa in me che mi richiama laggiù. Dopo 12 anni la pianta ha messo profonde radici e così pure l’amore per la propria missione che diventa una seconda patria per il missionario. Amo molto il mio campo di lavoro e non posso dimenticare tante persone che hanno posto la loro speranza e la loro fiducia nel missionario. Quando, nel luglio scorso, partii da laggiù, avevano paura di perdermi. Alcuni avevano voglia di piangere e per superare la commozione gridavano: “Ritorna presto!”. Altri mi tenevano la mano per trascinarmi lontano dall’auto che mi doveva portare via. 143 Due giovani, che erano lontani per motivi di studio, mi scrivevano: “Siamo tristi nel sapere che parti e tristi pur dicendoti arrivederci. Ti ringraziamo per tutto il bene che hai fatto a noi e alla nostra famiglia e soprattutto per il nostro paese di Ilaka Est che tu hai amato tanto e amerai per sempre. Noi non abbiamo nulla da offrirti per il viaggio, eccetto questa foto della nostra famiglia e i nostri cuori. Pregheremo per te, per tutti i tuoi parenti d’Italia che ti aspettano da tanto tempo e perché il tuo viaggio sia felice. Speriamo di rivederti tra breve tempo”. Ormai l’amicizia ha messo profonde radici e questi cristiani indigeni hanno posto tanta fiducia nel loro missionario che sarebbe inumano abbandonarli. Difficoltà e sofferenze ce ne sono ovunque, ma quando si ha fiducia in qualcuno si ha il coraggio di progredire. E nella missione si progredisce nel senso sociale e religioso. Migliorare ogni giorno più la costruzione delle case, la coltivazione dei campi, l’insegnamento pratico e la preghiera della domenica. Il missionario sta con loro, lavora con loro e prega con loro presentando al Signore tutte le necessità materiali e spirituali di ogni settimana L’impronta missionaria italiana è visibile nella nostra missione. Tanti paesi ormai hanno una prova concreta del lavoro compiuto dai missionari italiani nella diocesi di Tamatave. È stato un lavoro di collaborazione e tanti centri dimostrano la vitalità dello sforzo compiuto. Le giovani famiglie si sono organizzate meglio nei lavori dei campi, aiutandosi vicendevolmente e comprando degli attrezzi di lavoro. Le mamme hanno imparato a preparare qualcosa di più nutriente per il pasto e a vestire con più gusto i loro bambini. Gli uomini, nei tempi liberi dai lavori dei campi, sanno fare qualcosa d'altro, un po’ d'artigianato e così migliorare le entrate per la famiglia. Ma c’è ancora molto da fare... Gli operai sono pochi. Nella mia parrocchia, considerata la sua vastità, i cristiani vedono il missionario una sola volta ogni 144 due mesi. Fatto il programma del mese, i tre Padri partono visitando ciascuno una parte della vasta parrocchia. Dopo due settimane di tournée, si ritorna al centro. Siamo stanchi, con tanti problemi in testa, con tante miserie viste e ne parliamo tra di noi, ci facciamo coraggio a vicenda, ci rimettiamo un po’ in sesto fisicamente e spiritualmente. Per tutto questo torno in Madagascar, sperando che il coraggio non mi manchi, soprattutto rinfrancato dal fatto che tanti mi hanno dimostrato ancora una volta la loro amicizia...”. Nella “Caienne” delle Diocesi di Zomba P. Giovanni Losa informa sulle sue prime esperienze missionarie. “... Sono da un po’ di tempo nella bella Nankwali: un posticino meraviglioso sul lago Nyassa che farebbe l’invidia di tutti se non fosse considerata la “Cayenne” della diocesi di Zomba per via della sua lontananza e del numero grandissimo di zanzare e pipistrelli. Per fortuna che c’è la compagnia delle scimmie e il grido rauco di qualche coccodrillo e ippopotamo che razzolano beatamente nella palude. Dicono che ci siano anche certi serpentelli piuttosto lunghini che, drizzandosi su come un manico di ombrello, ti salutano scuotendo un certo numero di campanelli. A stare poi a certi cartelli posti lungo le strade, si potrebbe supporre di passare da una zona frequentata da elefanti. Qui sembra che tutta la terra sia sabbia, specie sulle strade. Quando incontri un’altra macchina, la vedi da lontano un miglio, perché viaggia contornata da un alone che ti da l’impressione che si avvicini uno squadrone di giubbe rosse, e se non vuoi fare al figura del mugnaio deve chiudere in fretta i finestrini e poi puntare deciso nella nuvola di polvere a occhi chiusi, tanto per un po’ non vedi più nulla. E se in qual momento ti si para davanti un branco di capre musulmane non hai che infilarle una dopo l’altra. Tanto al ritorno te le 145 troveresti ancora lì sulla strada, perché i musulmani non mangiano carne che non sia macellata dai loro muezzin. Scrivo mentre fuori i ragazzi della Prima Comunione fanno un baccano indiavolato. Sono una trentina. A questi si devono aggiungere altri che io vado raccogliendo per far loro un po’ di catechismo. Ho incominciato con due, ora ne ho una quarantina. Prima c’era deserto e non vedevi anima viva, se non qualche scocciatore, alla missione. Ora invece ho almeno i ragazzi a scocciarmi e non si fanno pregare. Alle 6.30 del mattino, quando il sole è appena spuntato, sono già qui. Arrivano dai villaggi vicini. Alle 7 abbiamo la Messa e poi il catechismo e qui giocano al pallone. Nel pomeriggio, alle 2 sono di nuovo qui fino alle 6: catechismo ancora e gioco. Se avessi dieci anni in meno per gamba sarebbe un’altra cosa, ma anche i ronzini devono ballare ed io sono di quelli. Dei ragazzi protestanti mi aiutano a fare il catechismo perché io con i miei denti cariati non riesco ancora a masticare bene il cinianja. E sai qual è stato il segreto del miracolo? Semplice: distribuisco del punti e poi alla fine darò qualche pezzo di vestiario. Un ultima notizia: mi sono procurato la macchina...”. In questo stesso periodo scrive anche P. Gianni Delli per parlare di nuovi cristiani: “...Avevo 65 adulti da battezzare e 56 bambini da preparare alla Prima Comunione. Quelli che erano venuti da lontano si erano costruita la loro casetta di erba vicino alla mia capanna. La sera ci riunivamo per recitare la corona e la preghiera della sera...”. Nella sua tournée di 19 giorni fuori residenza P. G. Delli non poteva dimenticare la sua vecchia passione: “...Non mancavano le partite al pallone: per l’occasione ne avevo portarti due. Risultato: tutti e due sfondati... ed erano palloni che mi avevano regalato gli Apostolini. Però così ho potuto avvicinare e conoscere ragazzi e giovanotti...”. 146 1969 Mons. Assolari: Nuovo Prefetto Apostolico Il nuovo anno si apre con “quattro chiacchere” di un camminatore instancabile: P. Emilio Nozza. Dopo una vacanza in Italia tornerà e riprenderà per la terza volta la via dell’Africa. Ricorda ancora perfettamente la sua prima partenza per il Madagascar, anche se ormai sono trascorsi 12 anni. Ma anche dopo il secondo addio le difficoltà non sono mancate. Si trattava di cambiare posto di lavoro: dall’isola del Madagascar al Malawi, nel cuore del continente nero. Nuove popolazioni, nuova lingua, nuovi usi e costumi: un mondo tutto nuovo da scoprire! “Dopo le prime esperienze - racconta - fui destinato alla missione di Nankwali: un posto isolato che gode però di un’ottima posizione sull’estremo sud del lago Nyassa...”. A caccia senza fucile Dal “Fronte” delle missioni P. Giovanni. Losa scrive per aggiornare gli amici su fatti degni di essere ricordati. “A caccia senza fucile”: è il titolo dell’ultima avventura. “... Quella mattina, chissà perché, mi svegliai con una voglia matta di andare a caccia, anche se in vita mia non ho mai imbracciato un fucile. Destinazione Sosola, una località lontana 20 miglia da Nankwali, sperduta nella brousse. Come Dio volle e meglio che non sperassi, giunsi al villaggio di Sosola. Sgusciando tra capanna e capanna, scansando spioventi di tetti di paglia e galline e cavalcando allegramente a ridosso del sentiero sbucai in una radura ampia ed assolata come lo può essere una radura africana. Sulle prime durai fatica a raffigurare la casa di Dio in quella capanna rettangolare che mi si parava dinanzi allo sguardo. Non che mi aspettassi una prepositurale bergamasca, ma insomma qualcosa di più sì. Forse l’occhio non s’è ancora 147 abituato all’architettura africa e invece eccola lì: un recinto di canne, intercalate a poco più di un metro di distanza, da rozzi e sbilenchi pali che sorreggono il tetto in erbe, con due buchi per porte. E il tutto sotto il bel sole africano che batteva sulle teste come ai tempi di Don Camillo su quell’angolo d’Italia che si chiama “La Bassa”. Mi fermai un istante a contemplarla, prima di varcarne la soglia senza porta: il sole mi proiettava ai piedi l’ombra della mia persona in una forma compressa e sgraziata. Pareva che si burlasse di me e degli uomini e ci prendesse gusto a farli apparire più piccoli e buffi... Terminata la Messa, prima che portassero il pranzo, restai un poco a chiaccherare con quei buoni cristiani e a sentire i loro desideri. Naturalmente vertevano tutti nel desiderio di veder più spesso il padre e, se fosse stato possibile, vedere trasformata quella loro chiesa-capanna in un’altra di mattoni e terra. Dopo di che condivido col mio Capitao e due ragazzetti, lì sui gradini immaginari dell’altare, il bel pranzetto di nsima e fagioli. Ripartii seguito dallo stuolo dei ragazzi e dagli occhi gioiosi dei vecchi. Giungemmo sulla collina di Nankwali dopo le due: giusto il tempo per buttarmi sul letto prima che la ciurma turbolenta dei miei ragazzi del catechismo venisse a far baccano. Arrivarono verso le 3.30, arrampicandosi in fila indiana come formiche. Addio sonno! Di solito li osservo con una certa ansia sbucare dai sentieri della foresta. Quella volta, no. Anzi, speravo che ritardassero un po’. E invece, eccoli lì, più numerosi che mai: sono quasi un centinaio, se non di più...”. Consegna del Crocifisso a P. Ivo Libralato Ad Arbizzano di Verona, in dicembre, Mons. Carraro ha consegnato il crocifisso a P. Ivo Libralato, di S. Anna Morosina (PD) e a Suor Augusta Carrara, Figlia della Sapienza, di Comenduno (BG). Sono in partenza per il Perù. 148 Ecco alcune loro impressioni. “Sulle Ande - afferma P. Ivo Libralato - ci sono 6 milioni di indios cristiani abbandonati da tutti. Nessun prete ci vuole andare a causa di tante difficoltà. Se non siamo noi giovani a muoverci un po’ per portare un aiuto, un conforto a tutta quella gente, non so proprio chi si muoverà. Da quanto mi è stato detto il mio campo di lavoro sarà rappresentato dalle cristianità sparse in una determinata zona delle Ande peruviane che potrò visitare 5 0 6 volte l’anno: è poco ma è meglio di niente. Spero di poter fare anche un’opera sociale, tanto necessaria per portare quelle popolazioni ad un livello di vita più umano. Parto senza alcun rimpianto: lascio con un po’ di nostalgia il mio studio prediletto: la teologia, e con una certa apprensione mio padre ottantaduenne...”. Suor Augusta parla con semplicità: “... Mi ero fatta Suora per conoscere meglio Dio e per essere disponibile a servire la Chiesa. Il mio desiderio era di andare in missione, ma non avevo mai fatto un’espressa domanda in questo senso ai miei Superiori. Essi sapevano della mia aspirazione: stava a loro decidere, io volevo essere nell’obbedienza. Ora vado in America Latina con gioia. Il fatto del bisogno dei fratelli mi ha sempre colpito e ha creato in me il desiderio di soccorrerli. È una questione di amore: il vero amore non ha limiti, esso abbraccia il mondo intero. Se la vita è un dono, bisogna saperla donare agli altri. Non è questione di generosità: è un dovere che mi viene dal mio stato di cristiana e religiosa”. Molte le lettere dal “Fronte delle missioni” in questo periodo. P. Michele Gotti scrive alla mamma Giovannina per farle sapere che ha acquistato una nuova macchina: “...La vecchia macchina e la vecchia moto non vogliono più andare avanti e per me non sarebbe un problema, ma ci sono le benedette madri che si decidono di chiamarmi solo quando non ne possono più... e come faccio senza macchina? 149 Quello che mi ha fatto decidere è stato il fatto che nel mese scorso quasi moriva una donna per strada. Stavo portandola all’ospedale e la macchina mi si è fermata; ma poiché era buio non riuscivo a scoprire il guasto. Per fortuna, dopo molto attesa è transitata una camionetta della Polizia e l’ha portata all’ospedale, altrimenti avremmo dovuto trascorrere la notte sulla strada e allora sarebbe morta e la mamma e il bambino...”. I miei primi tre anni in Africa P. Pietro Mucciarda ricorda i suoi “Tre anni d'Africa”. “... Da qualche mese sono con P. G. Palazzini nella missione di Utale. È immensa e conta oltre 10.000 cristiani. Il lavoro non manca e io sudo le sette famose camicie, anche se no ho soltanto due a disposizione! Tanto più che di salute non sono stato mai stato tanto forte. Sono qui in Africa ormai da tre anni ed ho amministrato oltre un migliaio di battesimi. Accanto alla missione c’è un lebbrosario che è sempre affollato di ammalati. I casi pietosi non mancano. Infatti è ancora radicata tra la gente l’idea che la lebbra sia una maledizione. I lebbrosi stessi ne sono spesso convinti e si nascondono nelle foreste. Un mese fa alcuni cristiani, attraversando un bosco, sentirono dei lamenti. Si avvicinarono e scoprirono un lebbroso tutto divorato dalla malattia e ricoperto da insetti. Avvertirono le suore del lebbrosario e queste accorsero per soccorrerlo ma incontrarono una forte resistenza da parte sua: temeva l’ira dei suoi parenti che avevano deciso di disfarsi di lui per non essere disonorati. Al lebbrosario invece la fede conforta tante sofferenze. Ho conosciuto un ammalato reso cieco dalla lebbra, eppure sempre sereno e contento. In chiesa si muove come se ci vedesse tanto conosceva il luogo. Un esempio di cristiano autentico”. 150 Anche del Madagascar arrivano notizie. P. Carlo Berton fa sapere che nella Diocesi è stata lanciata l’Operazione “Un orto per famiglia”. “Con 5.000 lire possiamo fornire ad ogni famiglia malgascia: zappa, vanga e buste di sementi per l’orto”. Bilanci del passato e progetti per il futuro P. Achille Valsecchi traccia il bilancio di un anno di lavoro e parla volentieri dei suoi progetti futuri. “...Per l’avvenire si spera di realizzare questi progetti: 1. Una scuola superiore per ragazzi e ragazze. 2. Una scuola tecnica per la gioventù ed una per le famiglie. 3. Un gruppo di suore che possano visitare i paesi con il necessario per istruire e curare gli ammalati. Stiamo studiando quest’ultimo progetto con le responsabili delle Suore Figlie della Sapienza. Spero che si possa attuare l’anno prossimo. Tale progetto richiede molti aiuti in soldi e medicine. Il Signore della Provvidenza ci aiuta sempre”. Dalla Rodhesia la notizia di un evento tragico P. Remigio Villa ricorda un avvenimento tragico. “... Nel gennaio scorso, in una missione della diocesi di Gualo, a 15 miglia da Salisbury, un missionario svizzero venne assassinato a tradimento. Verso le 4 pomeridiane un nero ben vestito, che sembrava conosciuto dal padre per la maniera calorosa con cui si salutarono, venne a chiamare un missionario per un ammalato. Il Sacerdote, preso il Santissimo, montò in moto con il nero. Cosa avvenne di preciso ancora non si sa. Fatto sta che neppure 25 minuti più tardi il missionario venne trovato morto accanto alla sua moto. Aveva un’orrenda ferita al collo... Il missionario si era legato il fazzoletto intorno al collo per impedire di morire dissanguato, ma non era servito a niente. L’Ostia santa non c’era più nella teca: si pensa che prima di morire sia riuscito a comunicarsi. Non aveva più l’orologio al 151 polso né le chiavi nella tasca. Rapina o banditismo? Tutto è possibile. Una signora, transitando in auto per quelle vie secondarie, scoprì la disgrazia. La polizia continua la caccia all’infame assassino. Non sembra che fosse solo: si dice infatti che una jeep avesse bloccato il passaggio della strada mentre avveniva il delitto. L’emozione è grande in tutta la Rodhesia, perché è il primo missionario ucciso in maniera così misteriosa... L’epoca dei martiri non è mai finita. Speriamo che il sangue sparso sia seme di nuovi cristiani e... di missionari”. Nuove forze per l’Africa Nuove forze per l’Africa. Con questo titolo viene annunciata la partenza per il Malawi di due nuovi missionari: P. Alessandro Pagani di Torre Boldone (BG) e di P. Gianbattista Maggioni di Brembate Sopra (BG). Il 17 marzo scorso mons. Clemente Gaddi, vescovo di Bergamo, ha consegnato il crocifisso ai due nuovi partenti ed ha loro ricordato: “...Mi sembra che se ci sono mani nelle quali il Crocifisso è bene che sia consegnato, queste sono proprio le vostre”. P. Alessandro Pagani ha manifestato la sua grande soddisfazione: “...Parto con entusiasmo. Ho aspettato questo momento da quando ho iniziato a studiare da prete, anzi ero in terza media quando decisi di partire insieme al missionario del mio paese, P. A. Rota. In più conoscevo una Suora, Figlia della Sapienza, Suor Francesca, sempre del mio paese, che in quegli anni era ad Utale e curava i lebbrosi: desideravo ardentemente di andarla ad aiutare...”. P. Gianbattista Maggioni aggiunge: “... Potevo scegliere tra l’aereo e la nave: ho preferito il primo per arrivare al più presto in Africa”. 152 La missione monfortana in Perù In un’intervista rilasciata a “L'Apostolo di Maria” P. Pasquale Buondonno illustra le origini della missione monfortana in Perù ed esprime una sua valutazione sulla situazione dell’America Latina in generale: “... Posso parlare del problema sociale delle nostre due parrocchie che rispecchiano però un po’ tutti i problemi del Paese. La prima cosa che colpisce è l’esistenza ben visibile di due estremi: i ricchi da una parte e i poveri dall’altra. In generale manca una classe media che potrebbe fare da cuscinetto. Pur ammettendo grandi ingiustizie nel mondo dei ricchi e una miseria nera nel mondo dei poveri, non mi sento di condannare in blocco tutti i ricchi e di compiangere tutti i poveri. Ci sono dei ricchi che hanno veramente sudata e sudano tuttora la loro situazione sociale; ci sono dei poveri che con un po’ più di laboriosità, di senso del risparmio e di moralità, potrebbero tirarsi fuori dalla loro miserabile condizione. Il grande rimedio a questi mali, più che da interventi da parte delle Autorità e più che da una reazione violenta di tipo maoista o castrista, lo vediamo nella formazione cristiana delle coscienze...”. Dalla “chiesa delle stelle” Dalla “Chiesa di stelle”, in costruzione nella sua missione, scrive P. Adriano Preda: “... Voglio rompere il silenzio che ci ha separati per mesi e comunicarvi buone notizie. La chiesa è a buon punto. In un primo momento si sperava che tutto si potesse realizzare per il Natale dello scorso anno, ma poi ci si è dovuti rassegnare a degli imprevisti. Innanzitutto le piogge; quaggiù sono veramente torrenziali da dicembre fino a marzo. Quelle di quest’anno, poi, sono state straordinarie. Basti dire che l’unica strada di comunicazione con la città più vicina si trasformò in 153 un vero fiume, e così rimanemmo isolati per più di due mesi; nessuna macchina poteva mettersi per strada, nessun camion, e la posta non arrivava mai. Così il lavoro ne risentì. Una seconda ragione è sempre la mancanza di soldi. Cosa volete, anche qui in Africa se vuoi costruire si deve comperare e salato: data la distanza dal centro (quasi 200 km.!) il costo del materiale si raddoppia a quasi. Ad ogni modo, a buon punto si è giunti, grazie anche a coloro che hanno voluto collaborare ed aiutare con la loro offerta questa realizzazione...”. Dialogo ecumenico in Perù P. Amato Prisco parla di ecumenismo in Perù. “...Del nuovo stile di vita cristiana e del nuovo atteggiamento da assumere nei riguardi dei fratelli protestanti, ortodossi, ecc., i Vescovi del Perù si sono fatti non solo promotori, ma anche esemplari esecutori. Le loro relazioni con tutti quelli che non si professano cattolici appaiono improntate al massimo rispetto ed alla più schietta cordialità. Invece di mirare a quanto può dividere, essi valorizzano piuttosto quanto serve ad unire i cuori attorno a Cristo, unico Salvatore del mondo. Tuttavia, nonostante ciò, in seno al popolo di Dio non si pensa ed agisce sempre secondo l’esempio che viene dall’alto. Perché? Il semplice cristiano deve ancora cambiare mentalità. E riuscirà a crearsene una diversa solo quando sarà stato istruito più profondamente. In genere, nei villaggi da me visitati, quei pochi cattolici che sono passati al protestantesimo vengono considerati traditori della religione degli avi, e, di conseguenza, diventano oggetto di critica e sospetto. D’altra parte, essi stessi si sprofondano in una inquietudine tale da rendersi quasi incapaci di godere i benefici di una vita tranquilla e serena. E ciò, naturalmente, nuoce molto allo sviluppo dei rapporti umani e religiosi tra i membri della medesima terra. 154 Per gli aderenti a religioni non cattoliche, provenienti dall’estero, non esiste alcun problema, per il semplice motivo che essi lavorano seriamente negli interessi del Paese, non hanno prevenzioni di sorta contro nessuno e collaborano pure con organizzazioni cattoliche. A Ñaña, per esempio, nel Collegio Nazionale tenuto dalle Suore Monfortane, la professoressa di inglese è una simpatica protestante americana. Nello stesso villaggio, come aiutante infermiera dell’ambulatorio, si è prodigata per due anni una svedese protestante. Protestante è anche un generoso benefattore tedesco, il quale, al fine di facilitare la creazione della parrocchia di Ñaña, tre anni addietro ci vendette a prezzo quasi di regalo, tre ettari di terreno di sua proprietà. Sono questi indizi di una prossima unità? Sarebbe puerile pensarlo. Sino tuttavia una base di partenza”. P. Giovanni Losa fa sapere: “...Qui stiamo bene. Le piogge bloccano completamente i nostri viaggi, almeno per me che mi sono preso la parte sud occidentale della missione. C’è un fiume naturalmente senza ponte, proprio qui vicino alla missione. Per nove mesi all’anno è asciutto, ma gli altri tre mesi allaga tutto. In più la strada è orribile, piena di acquitrini che bloccano la macchina e ci vuole l’ira di Dio per uscirne. Più volte ho dovuto attaccare sotto una fila di neri e farmi trainare, perché il motore non ce la faceva, o piuttosto le ruote andavano a vuoto nel fango. Così mi tocca star qui ad aspettare. Ci sono però i villaggi vicini da visitare; facciamo quelli visitando gli ammalati e i poveri”. Mpiri: la mia nuova missione P. Giovanni Losa scrive per parlare della sua nuova missione. “... E’ giusto un mese che sono approdato ai lidi di Mpiri Mission, e poco più di un mese che ho lasciato Nankwali, il mio primo posto di missione. Partii solo soletto. Il 155 viaggio durò tre giorni per via delle piogge che mi costrinsero a fare sosta a Fort Johnston e a Namwera, ospite rispettivamente dei carissimi P. T. Betti e P.M. Gotti. A Namwera, dove mi fermai un giorno intero, ebbi un incontro ben poco gradevole per via di un poco simpatico mwambo. Me ne ero andato a far visita alla chiesetta solitaria per pregare, quando sedendomi su una di quelle panche sentii un certo rumore come di uno che soffiasse o russasse. Mi guardai intorno. Nulla. Neppure un’anima viva. Mi alzai e continuando a recitare il Breviario passeggiavo in su e in giù per la chiesa. Ogni volta che mi avvicinavo verso il fondo, il rumore riprendeva e continuava per un pezzo. Breve: dopo alcuni giri, preferii infilare la porta... E me ne venni al missione, dove incontrai P. M. Gotti. Tornammo insieme alla chiesetta e trovammo un bel serpente davanti alla porta. Al nostro arrivo si infilò di nuovo sotto la porta ed entrò in chiesa... Quando il sole ebbe asciugato un po’ le strade ripresi la via per Mpiri, dove mi accolse con un bel sorriso P. Francesco Valdameri. Ed ora, eccomi qui nella mia nuova missione. Una delle più antiche e più belle della nostra zona, sotto molti punti di vista. I vecchi missionari vi hanno lavorato sodo ed ora si sviluppa a ritmo accelerato...”. Tra un ciclone e l’altro È il titolo dell’intervista rilasciata da P. Antonio Marchesi, da 19 anni missionario in Africa, prima in Malawi e successivamente in Madagascar. Le soddisfazioni, nella sua attività apostolica, non gli sono mancate, anche se ora si trova in una regione soggetta a calamità naturali, specie ai cicloni che, formatisi sull’Oceano Indiano, si abbattono con estrema violenza sulla costa est dell’isola. Uno, in modo particolare fu disastroso: quello del 1959, che fece innumerevoli danni e causò numerosi morti. 156 Prima di lasciare l’Italia, dopo un breve periodo di vacanza, parla del suo futuro di missionario: “... Ora ritornerò di nuovo a Brickaville, una cittadina sulla costa est, i cui abitanti sono abbastanza evoluti: c’è la strada, la ferrovia che rende facili le comunicazioni, si coltiva la canna da zucchero, è il paradiso della frutta: arance, mandarini, ecc.. Il centro non è molto popoloso ma è un punto d’incontro di parecchie razze: francesi, cinesi, e tutte le tribù dell’isola, e la nostra pastorale missionaria deve adattarsi ai vari gruppi etnici, oltre alle assemblee generali in chiesa. Il lavoro non manca: siamo in tre italiani, con me ci sono infatti P. Pietro Valsecchi e P. Achille Valsecchi, e abbiamo a disposizione un territorio disposto a mezzaluna le cui estremità distano l’una dall'altra 180 chilometri. È una missione che promette bene”. Dal Malawi P. Vittorio Crippa comunica: “... ormai volge il terzo mese da che ho lasciato l’Italia. Qui a Balaka i miei cari neri stanno attendendo ansiosamente con me le casse spedite dall’Italia per godere di ogni ben di Dio di cui i miei cari benefattori mi hanno fornito. Vorrei approfittare dell’occasione per ringraziarli ancora una volta. La costruzione del nuovo ospedale procede a grande ritmo. Poi ho in programma la costruzione di due chiesette nelle rispettive succursali della missione che sono molto fuori mano. Il lavoro non manca”. Ministero a 4000 metri di altitudine Dal Perù si fa vivo P. Giovanni Gheno per ricordare che a 4000 metri si ha il fiatone. “... Mi trovo sulle Ande a più di 4000 metri si altezza per assistere un buon numero di operai, tra questi 200 italiani con le rispettive famiglie, che stanno realizzando un’opera colossale: deviare un fiume e farlo scendere verso l’oceano Pacifico invece che verso l’Atlantico. Si tratta di traforare 157 montagne intere, un lavoro di due o tre anni i cui frutti però saranno enormi per il Perù. Devo assistere e visitare tre cantieri distanti tra loro 4 o 5 ore di macchina: devo celebrare la Messa, battezzare i neonati e amministrare tutti i Sacramenti. In tutto sono 1.600 operai, molti con le proprie famiglie, di modo che la mia... parrocchia missionaria è composta da 5 mila persone circa. In più ci sono gli indios che abitano nelle zone circostanti: anche loro vengono da me, facendo ore di cammino, per far battezzare i loro bambini, per far celebrare la Messa per i loro defunti, per invitarmi ad andare ad assistere i loro ammalati. Non è un’impresa facile per uno come me arrampicarsi per più di tre ore su queste montagne selvagge sopra i 4000 metri... Il lavoro è abbastanza arduo: per Pasqua avrò confessato una decina di uomini e una ventina di donne. I bambini italiani si sono confessati tutti, quelli peruviani solo una decina. Molti operai ormai non si preoccupano più della religione. Hanno avuto, tra l’altro, cattivi esempi da parte di sacerdoti che mi hanno preceduto in questo posto. Uno di questi era spesso ubriaco, un altro si comportava come un semplice impiegato: nel suo giorno di vacanza non celebrava la Messa e non si interessava degli operai. Inoltre, nessuno dei due parroci parlava italiano e i nostri connazionali si lamentavano. Grazie a Dio sono riuscito a conquistare la loro simpatia perché vedono che mi do da fare disinteressatamente. In ogni modo cerco di fare quello che posso”. I miei primi sei anni di missione In un’intervista anche P. Adriano Preda traccia un bilancio dei suoi primi sei anni di missione. La sua prima destinazione fu la missione di Mpiri ma con il compito specifico di curare la succursale Namandanje. Era partito nel 1963 per il Malawi e, dopo alcuni mesi di ambientamento, fu assegnato proprio a questa missione. Racconta: “... Qui c’era una chiesa in mattoni, 158 abbastanza grande ma ormai in condizioni pietose: pendeva più della torre di Pisa; le termiti avevano rosicchiato un bel tratto di fondamenta e quando pioveva era un allagamento generale, tanto più che entrava acqua dal tetto di paglia. Parlai ai miei cristiani, 2000 nel circondario, senza parlare degli 8000 sparsi nelle succursali. Dapprima essi avrebbero preferito la costruzione della casa parrocchiale, di una sala per riunioni, ma poi ne furono entusiasti e in poco più di un anno mettemmo in piedi un bel chiesone, lungo più di 90 metri. Tutti i cristiani parteciparono al lavoro. Prima si impastarono i mattoni, poi per tre giorni e tre notti consecutivi li cuocemmo in una grande catasta, infine cominciò il lavoro di costruzione: Fratel Gustavo con i compiti di ingegnere, 5 capomastri, 2 falegnami, una trentina di operai ed io che procuravo loro il materiale facendo la spola in macchina tra la città e il cantiere. I miei cristiani furono davvero meravigliosi. C’eravamo procurati una pompa che ci forniva l’acqua dal fiume un po’ lontano, ma una piena improvvisa portò via tutto e quindi toccò alla donne, a gruppi, scendere ad attingere acqua con le brocche: se ne tornavano indietro cantando allegre anche se tenevano d’occhio la costruzione, non vedendo l’ora che questa terminasse. Fu in questo modo che venne costruita a Namandanje la “Chiesa di stelle”. Non sono venuto in Perù per fare il professore, però... Dal Perù P. Ivo Libralato fa sapere: “...Voi penserete che sia venuto in Perù per continuare a fare il professore. No. Credo tuttavia che qui, per ottenere qualcosa di concreto da questa gente sottosviluppata, è necessaria un po’ d’istruzione. Per questo vogliamo incominciare al più presto a dare questo aiuto ai ragazzi della zona. Le Suore hanno le scuole delle ragazze e ora si può costatare chiaramente, dopo sei anni di lavoro, il dislivello esistente tra la gioventù maschile e 159 femminile. Vediamo un po’ se riusciremo a colmare questa lacuna. Noi qui stiamo tutti bene. Anch’io mi sono acclimatato molto bene. Ogni tanto faccio orribili strafalcioni nella lingua, ma so che anche questo è un modo per attirare l’attenzione del pubblico. Sono già pratico anche della Sierra: ho superato varie volte i 5000 metri di altezza e venerdì prossimo devo ritornarci ancora per una quindicina di giorni. Abituati alle piccole montagne italiane e bergamasche, per noi sembra impossibile vivere a queste altezze; la gente qui sembra non farci caso, vive di quel poco che può dare una natura arida e secca seminando un po’ di patate in un fazzoletto di terra posto tra due rocce, lontano alcune volte due o tre ore di cammino. Come è impossibile immaginare l’aridità di queste montagne che da tanti secoli non ricevono una goccia d’acqua. E’ naturale perciò che questa gente straordinariamente buona e sottomessa non abbia grandi ideali, sia quasi per natura incostante e si dia a quei piccoli piaceri che le permette di… conservare la specie e la discendenza. Alcuni giorni fa passò di qui una suora della Sapienza, americana, che ritornava dalla nostra missione del Malawi e visitando i vari centri della nostra parrocchia si meravigliò della condizione delle persone e delle famiglie perché sembrava che il livello fosse molto più basso. Di conseguenza il lavoro da svolgere è molto duro, perché si tratta non solo di costruire chiese, ma trasformare delle persone elevandole ad un livello di vita più umano e cristiano. Quello che impressiona di più però è il vedere le straordinarie ricchezze di questo paese e come non abbia saputo sfruttarle. Viaggiando per la Sierra si vedono le montagne di vari colori a secondo dei minerali che contengono si incontrano sorgenti di acque termali abbandonate e sconosciute. Un padre comboniano che lavora in una zona posta a 3.550 metri mi diceva che passando vicino ad una cascata di una 160 sorgente non molto lontana dal paese si fermava sempre a fare una doccia d’acqua calda ed io stesso ho trovato a 3.000 metri una sorgente di acqua bollente di grandi proprietà terapeutiche, tanto che una suora che stava con me e che teneva le mani tutte rovinate da una infezione alla pelle, guarì in pochi giorni lavandosi con quest’acqua. Sembra proprio la terra dei grandi contrasti. Io mi trovo per ora abbastanza bene. Il lavoro non mi manca, ma cerco a poco a poco di organizzarlo sempre meglio per ottenere migliori risultati. Ho incominciato occuparmi dei giovani e dei bambini: solo questi sono più di duemila sparsi nelle varie scuole e nei vari centri; tutta la settimana è impegnata con loro: istruzione, catechismo, canto…”. Progetto “Casa Nazareth” Dalla missione di Mpiri dove vive e lavora P. Giovanni Losa annuncia il progetto della “Casa di Nazareth”. Le motivazioni? “…Spesso le donne qui in Africa non si curano affatto di cucire o lavare i vestiti dei loro figli o mariti. Ognuno deve arrangiarsi da sé, come ognuno alleva la sua gallina o coltiva il proprio ampiello. Conseguenze: i ragazzi vanno in giro tutti sbrindellati e sporchi che sembrano degli spazzacamini o boscaioli della foresta. Quanto alla casa siamo rimasti alle capanne mal tenute, al fuocherello all’aperto o, nel migliore dei casi, sotto una capannuccia aperta ai quattro venti, dove le poche suppellettili sono appese ai bastoncini del tetto. Non vi dico poi delle norme che regolano la puericultura. Qui a Mpiri, la mia missione, ho deciso perciò di costruire una scuola domestica che ho pensato di chiamare “Casa di Nazareth”. In questa casa le ragazze e le donne di quaggiù potranno, dietro l’esempio di Maria, imparare a cucire, cucinare e curare la loro capanna e i loro figli. Sarà ogni volta un corso intensivo di tre mesi, e, per chi non sa 161 leggere né scrivere, si svolgeranno dei corsi serali in cui si insegneranno i primi rudimenti dell’alfabeto, della grammatica e dell’aritmetica. L’edificio è già a buon punto. Fra Stefano me l’ha costruito fino al tetto, ma poi ha dovuto trasferirsi a Fort Johnston dove era più urgente la sua opera. Dovrò arrangiarmi da solo a terminarlo… Ma poi bisognerà arredarla, trovare le insegnanti che siano pazienti, buone e ricche di esperienza per quanto riguarda la vita dei villaggi. E’ un’iniziativa su scala ridotta, ma a qualcosa servirà; e può essere l’inizio di un’opera ancor più vasta: naturalmente se i miei amici d’Italia mi daranno una mano…”. La mia nuova destinazione: Parrocchia del Sacro Cuore P. Carlo Berton ha una nuova destinazione . “.. Il primo di settembre scorso ho fatto le mie valigie, ma non sono andato lontano. Solo a circa 3 chilometri dalla parrocchia di NotreDame, ove risiedevo. Il Vescovo ha voluto affidarmi la parrocchia più povera della periferia: quella del Sacro Cuore. Per me questa designazione vuol dire più lavoro a favore dei movimenti di Azione Cattolica in città e, in più, la direzione del “Centre Culturel” per l’orientamento professionale della gioventù disoccupata. È una parrocchia in piena espansione. La chiesa, già costruita, si trova in mezzo alle case popolari in cemento, destinate agli operai portuali che hanno una paga discreta, ed a certi funzionari. Ma a circa 200 metri dalla chiesa inizia il famoso Tanambao: il quartiere più popolare e popoloso della città, in un’area indefinita e molto vasta. Straducce tortuose di sabbia serpeggiano in tutta la zona dove capanne, baracche, catapecchie e tuguri d’ogni specie e materiale si costruiscono tutti i giorni. Ogni materiale è buono: foglie di palma, lamiere, tavole, pezzi di legno compensato, eternit ecc. 162 Qualche rara pompa fornisce acqua dal sottosuolo a centinaia di famiglie che fanno la coda con pentole e pentolini, attendendo il proprio turno. Quando non piove le straducce di sabbia ti fanno affondare e quando piove si sguazza nell’acqua delle pozzanghere... Durante il giorno questa zona rimane quasi vuota. Gli uomini vanno al lavoro o vanno a cercarne, come lavoratori occasionali, nel centro della città. I ragazzi, in gran parte frequentano le scuole dei diversi quartieri centrali del porto. Solo la maggioranza delle donne, i marmocchi ed i disoccupati, rimangono a chiaccherare, allungati all’ombra dei grossi manga. Nelle capanne in lamiera fa talmente caldo che si fa da mangiare nel cortile su tre pietre. Purtroppo non sono rari gli incendi, che i pompieri non possono spegnere per mancanza di strade: le straducce non consentono il passaggio delle autopompe. Il programma di lavoro tra questa gente è grande. Tutte le 18 tribù dell’isola vi sono rappresentate. Le difficoltà linguistiche sono minime, poiché tutti conoscono la lingua ufficiale: il merina. Venendo ad abitare in questa zona mi sono venute alla memoria le parole di Papa Giovanni: “la Chiesa è per tutti, ma specialmente per i poveri!”. Anch’io abito in una baracca di legno coperta da lamiere che di giorno si scaldano sotto il sole tropicale. Ho lavorato due giorni per sloggiare i topi e le bestiole striscianti che vi avevano fatto la loro reggia. Ora poi queste bestiole devono avere paura, vedendo che ormai ve n’è entrata una molto più grossa! Statistiche attuali: popolazione stimata a 21.000 abitanti. Zona tanto grande che pensiamo tra poco di dividerla in due parrocchie. Quanti siano i cristiani è difficile dirlo: probabilmente un terzo della popolazione. Mi sono prefisso di scoprire a poco a poco la realtà sociologica della zona. Dopo questo primo passo potrò tracciare un programma di lavoro per 163 organizzare una chiesa che sia portatrice delle ansie, aspirazioni, pene e gioie del popolo malgascio”. Poco prima di ripartire per il Malawi, dove ha trascorso i suoi primi cinque anni di missione, P. Michele Gotti rilascia un’intervista dove parla soprattutto della sua attività a Namwera, una delle zone più musulmane del Malawi, antica sede, con Fort-Johnston, di schiavisti: negri che razziavano i loro stessi fratelli per venderli ai mercanti arabi. Con i musulmani attuali non mancano problemi. P. Michele vi lavora dal 1966. Prima di lui ci sono stati P. A. Assolari e P. F. Valdameri. P. Carlo Berton ritorna sulla bontà del progetto del “Centro di Formazione Familiare e Rurale” della Missione Cattolica per la promozione dei contadini malgasci. I frutti già si vedono. “... E’ il caso di Sotero ed Anastasia. Questa famigliola veniva da Masomeloka a 250 Km. da qui. Benché di famiglia cristiana c’erano dei rimasugli di una mentalità e di abitudini pagane. Alcuni cibi erano tabù, l’allevamento dei maiali era interdetto dagli Antenati; avevano dei giorni in cui potevano lavorare la terra... ed un sacco di superstizioni. Il colmo era che non potevano neanche toccare il letame e neppure usufruire dei servizi igienici del Centro... Il mio primo impulso fu di rispedirli al loro villaggio, ma poi mi ricordai che ero lì proprio per aiutare coloro che avevano bisogno di progredire. Con questa famiglia insistetti sulle conseguenze gravi dei tabù sul piano economico, sociale, igienico e religioso. Diedi loro tre giorni per riflettere, ma quasi subito vidi Sotero spingere una carriola di letame. Ero proprio contento: una famiglia era cambiata, trasformata. Non temevano più le ire degli Antenati, coltivavano il loro orto, concimandolo... Una volta formate queste giovani coppie potranno essere il lievito per una promozione collettiva del loro villaggio di 164 origine ed operare una trasformazione radicale del loro ambiente. I malgasci potrebbero raccogliere il riso due volte l’anno, tre raccolte di mais, tre di fagioli, manioca tutto l’anno.... Solo che bisogna concimare il terreno, lavorarlo per bene e con costanza. Roba da chiodi! Muoiono di fame su un sacco d’oro, malnutriti su di un terreno fertile e rigoglioso... Sono felice di vedere che il mio lavoro serve a qualcosa! Rendere felici gli altri rende felice anche me. Ora stimo ancor più il mio ideale missionario: promuovere totalmente la persona: anima e corpo, intelligenza e volontà, mentalità e condizione di vita per farne degli uomini nuovi, responsabili del proprio avvenire, degni del Madagascar e della sua Chiesa”. Consacrazione episcopale di Mons. Alessandro Assolari P. Remigio Villa invia una breve cronaca sul rito di consacrazione di Mons. Alessandro Assolari, nuovo Prefetto Apostolico. “... L’11 novembre scorso Fort Johnston visse una delle sue date storiche. Certamente dopo la soppressione del commercio degli schiavi per decreto del Console inglese Johnston, avvenuta nel giorno di Natale dell’anno 1884, credo nessun altro fatto storico più importante ebbe luogo qui come quello dell’erezione della Prefettura Apostolica e dell’installazione del Primo Prefetto nella persona del Rev.mo Mons. Alessandro Assolari, già missionario in questa regione da cinque anni. Chi ricorda sia il passato che il presente, può credere di vedere un sogno più che una realtà. Grazie a Dio, grazie anche a delle persone che non sono neppure cristiane, dovevamo proprio cantare il nostro inno di grazie per simile avvenimento. Sotto un cielo limpido, sotto i raggi infuocati del sole tropicale, la vasta mole della cattedrale appariva maestosa e semplice nella sua veste immacolata. Le bandiere e 165 decorazioni, opera dei Padri Pagani e Maggioni, davano un senso di festa e di gioia. Mancavano solo le campane bergamasche... Nell’interno della chiesa tutto era preparato per l’occasione. Anche se non ultimata, la cattedrale appariva bella ed accogliente. All’interno dominava un vasto altare per la concelebrazione, il trono per il Nunzio con i seggi per i concelebranti che erano i tre Vescovi... Dopo il Vangelo ebbe luogo il rito dell’installazione. Venne letta poi la Bolla d’erezione della Prefettura e il decreto di nomina a Prefetto di P. Alessandro Assolari dei PP. Monfortani. Questi, inginocchiato, ricevette le insegne del suo alto ufficio: anello, croce pettorale e mitra...”. Una nomina del tutto inattesa Ed ecco la prima lettera di Mons. Alessandro Assolari, nuovo Prefetto, ad amici e parenti. “Carissimi, deve essere stata una sorpresa per tutti voi, come lo è stata per me, quanto è avvenuto nei giorni scorsi: in modo del tutto inatteso mi è giunta la nomina a Prefetto Apostolico di Fort Johnston. Benché qualcosa girasse per l’aria, personalmente non avevo pensato in modo serio. E sono stato colto di sorpresa quando mi è stato dato questo annuncio. Tanti sentimenti mi hanno invaso in quel momento, anche se ho cercato di conservare semplicità, calma e sangue freddo. So e mi sono convinto che fosse questa la volontà di Dio. E così ho accettato il compito che mi è stato affidato. Il Signore s’è voluto divertire sorvolando sulla mia indignità e sulla mia pochezza: per me questo è motivo di grande fiducia, perché sono sicuro che se così ha disposto e permesso, vuol dire che è anche pronto ad assistermi con la sua grazia e i suoi aiuti. Ho pensato a voi che mi siete sempre stati vicini con la simpatia, con l’affetto e una carità sincera. Oso sperare che voi vogliate continuare ad essermi vicini con gli stessi sentimenti, 166 perché per me non si tratta di iniziare una nuova vita, ma continuare lo stesso lavoro missionario per il quale vi ho lasciati e per il quale voi mi siete sempre stati vicini. Non crediate che, per il fatto capitatomi io ora diventi una persona lontana e difficile: chiedo al Signore che io possa conservare gli stessi sentimenti di semplicità, di amicizia profonda e tenace di cui mi sapete capace. Continuerò a rimanere per ognuno di voi lo stesso Padre Alessandro, così come mi avete conosciuto di persona o attraverso le pagine della rivista “L'Apostolo di Maria”. Questo bollettino continuerà a portarvi le notizie mie e della mia missione che ora diventa molto più estesa perché comprende le otto missioni che assieme formano la nuova Prefettura di Fort Johnston. Personalmente sarò molto felice se potrò mantenere con voi quella corrispondenza che ho avuto per il passato. Ultimamente forse vi ho un po’ trascurato, perché il lavoro era tanto e non sapevo più da che parte voltarmi. Ricordatevi che quando tardo a scrivervi, di solito, vi sono molto vicino con il pensiero e con la preghiera. In questo momento mi sento ancora mezzo stordito e molto probabilmente sono proprio poco solenne per essere un neo monsignore: buon per me che sono in Africa! Mi sembra tutto così strano. E a chi mi chiama monsignore mi verrebbe la voglia di tirargli una pacca... Spero che non ne approfittiate a prendermi in giro! Passato questo primo momento di confusione penso di poter riprendere il mio lavoro epistolare e rispondere a tutte le lettere che ora sono sul mio tavolo senza una risposta. Ho già celebrato più Sante Messe per voi: vi assicuro che continuerò a farlo anche in seguito. Ad ognuno chiedo un ricordo particolare nelle vostre preghiere. A chi ha bambini chiedo la grazia della loro innocente preghiera, a chi è nel dolore chiedo l’offerta di un sacrificio, a chi lavora chiedo l’offerta d’un momento della loro fatica perché io possa restare 167 fedele, semplice e buono, perché possa salvarmi l’anima e fare quel tanto per aiutare tanti altri a salvare le loro. Ringraziandovi per la vostra bontà, per la vostra amicizia e per tutto il bene che mi volete e mi avete fatto, vi assicuro che continuerò a contare su ognuno di voi”. Ad un anno dal mio arrivo in missione P. Gianbattista Maggioni fa il punto della sua vita in missione ad un anno dall’arrivo in Malawi. “E’ quasi un anno che mi trovo in Malawi: ormai comincio a cavarmela bene con la lingua. Ma non dimenticherò mai il mio primo viaggio missionario. Sono le prime ore del pomeriggio. P. Villa mi cede volentieri la guida del piccolo camioncino, non tralasciando di farmi continue raccomandazioni: ci tiene ancora alla sua pelle! Si va verso Nkasi, un piccolo e povero villaggio distante circa 15 chilometri. Il sentiero ti fa sobbalzare il cuore in gola. Lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi; lassù in alto, tra gli alberi, si vedono le prime capanne. Un gruppo di bambini che ci è venuto incontro si carica sulla testa i nostri fagotti. Scendiamo al fiume: con quattro salti sulle pietre io sono di là, ma P. Villa ha bisogno di un ragazzo come bastone. Da lassù ci hanno visti arrivare e incominciano a suonare le campane: un piatto di ferro di un camion e una zappa rotta: è tutto! Ci mettono a disposizione una capanna, abbastanza grande. Depositiamo la nostra roba e, dopo aver salutato tutta quella brava gente ci si avvia alla chiesetta. Sono tutti contenti perché possono ospitare non uno ma due padri. La chiesetta l’hanno costruita loro con il fango. P. Villa confessa, spiega il catechismo e canta Messa. Io, dal fondo, assisto e apro bene gli occhi: voglio imparare il più presto possibile. La cena ce la portano in piccoli catini di ferro. Dopo un’occhiata mi esce di dire: “Mamma mia, che cena magra 168 stasera”! Ma P. Villa, abituato a simili pasti, mi dice: “Ringrazia il Signore che hanno avuto rispetto o forse paura della tua barba e ci hanno aggiunto un pezzo di pollo”. Affondo le dita della mano destra nella polenta e imito il mio Superiore. È la prima volta e il mio stomaco pare non abbia fame. Mentre due ragazzi sparecchiano e preparano i nostri lettini da campo, noi ci sediamo fuori nell’attesa che i cristiani vengano a parlarci, come al solito. Si accende un bel fuoco e a uno ad uno i cristiani sono tutti accovacciati vicino: gli uomini da una parte, le donne dall’altra, in tutto sono poco più di 30. Si canta, si ride, si spiega il catechismo, si dice il Rosario. P. Villa è davvero inesauribile. Io me ne sto lì senza capirci un’acca. Quando ci ritiriamo per dormire è già notte: abbiamo un pezzo di candela in due. In quattro secondi il mio Superiore è nella sua cuccia, mentre io, novellino, non mi fido tanto. Prendo la lampada tascabile e faccio una breve ispezione attorno al letto... Al mattino pensarono le galline a svegliarci. P. Villa, mattiniero, era già pronto. Fuori trovo il mio secchio d’acqua calda per lavarmi. Non faccio complimenti né col sapone né con l’acqua. Mentre rientro, asciugandomi, mi scappa l’occhio: vedo la nostra ospite che sta lavando i piatti della sera prima con l’acqua che era servita per lavarci: negli stessi ci avrebbero servito la polenta a mezzogiorno. Davvero non mi raccapezzavo più: mi sembrava un po’ troppo per la prima volta! P. Villa intanto mi rincuorava: “Buon per noi che li hanno lavati nella nostra acqua e non nella loro. Coraggio, ragazzo mio, non sei più in Italia”. Ad un ennesimo suono di “zappa” ci avviamo alla chiesa. La Messa la canto io. P. Villa tiene la sua omelia e tutti ascoltano volentieri, senza annoiarsi. Il più distratto sono io. Il mio pensiero è lontano 11.000 chilometri, al mio paese, dove c’è una chiesa bella e tutta luccicante d’oro..., mentre questa, che pure è una chiesa, è fatta senza un mattone, senza un pugno di cemento. È nera come la pelle dei miei neri. Ma Cristo Gesù 169 scende volentieri in mezzo a questi suoi figli dalla pelle nera sì, ma dal cuore bianco... Che commozione posare tra quelle labbra Gesù Eucaristia! Non più sogni di bambino, di seminarista, ma tutta realtà! Dopo la Messa una bella sorpresa: il battesimo di una bimbetta. Rivedo in un attimo la mia casa lontana, mia mamma che ancora trepida, prega e vive per me, e le dico quasi fosse presente: “Mamma, ti faccio un bel regalo oggi. Darò il tuo nome- Giuditta - a questa morettina, così tanti, in questo angolo sperduto del Malawi, ti chiameranno e ti ricorderanno”. Avevo le lacrime agli occhi quando pronunciai tremante quelle parole di vita: “Yudita, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. La nsima la mangiai con vero appetito e anche la strada del ritorno mi parve più bella e più comoda, senza buche e senza accidenti, forse perché nel mio cuore c’era tanta luce e tanta, tanta gioia. Parliamo dunque di Brickaville P. Antonio Marchesi, in vacanza, accetta volentieri l’invito a parlare della sua missione di Brickaville. “Parliamo dunque di Brickaville. Tale è infatti il nome della missione affidata a tre missionari monfortani bergamaschi: P. Pierino Valsecchi, P. Achille Valsecchi e il sottoscritto. Si trova a sud di Tamatave:80 km di costa, sull’Oceano Indiano, e 60 in profondità. Un paragone renderà le cose più chiare: quasi il territorio occupato dalle due diocesi di Bergamo e di Brescia assieme. Come parrocchia ha una buona estensione! La popolazione non è troppo densa, però supera i 50.000 abitanti. Quando si pensa che i battezzati sono appena 5.200 si comprende subito quanto resti da fare. In prevalenza è una zona montagnosa, anche se vere montagne non ce ne sono. È tutto un susseguirsi di colline e collinette che mettono a dura prova i nostri mezzi di trasporto. 170 È molto ricca di corsi d’acqua: il Rianila poi è un vero fiume che nelle vicinanze di Brickaville assume l’aspetto di un grande lago. Il sole cocente e le numerose piogge ne fanno una terra fertile. Tutto cresce a vista d’occhio. La gente si difende a mala pena da una vegetazione che tutto invade e ricopre. Tracciare un sentiero, costruire una capanna, piantare il caffè, o il riso, o le banane? Dopo aver fatto piazza pulita non bisogna mai deporre il coltellaccio, ma servirsene continuamente per impedire alle erbacce di invadere e soffocare tutto. È una vera lotta incessante dell’uomo contro una terra, vorrei dire, quasi troppo generosa. Brickaville è fatta così. Tanto sole, tanta acqua, una vegetazione strapotente e, all’ombra di maestosi alberi, tanti bambini che corrono spensierati, coi vestitini un po’ sdruciti, mani e piedi infangati. Crescono alla svelta e crescono male se non c’è qualcuno che li assista amorevolmente”. Mons. Assolari in Italia parla della nuova Prefettura Mons. Alessandro Assolari, in Italia per un breve periodo di vacanza, traccia una scheda della nuova Prefettura Apostolica di Fort Johnston. “Il fatto più importante dell’attività missionaria dei Padri Monfortani è rappresentata senza dubbio dalla creazione della Prefettura Apostolica di Fort Johnston. Questo nuovo territorio missionario è stato costituito dal S. Padre perché in esso la predicazione del Vangelo possa essere svolta più facilmente e più efficacemente. La nuova Prefettura è situata nella parte centro-sud del Malawi. Ha una superficie di 12.000 km quadrati, pari a metà Lombardia. Comprende i distretti amministrativi di Fort Johnston e di Kasupe. La popolazione che abita in questo territorio supera il mezzo milione. Degli abitanti: 50.000 sono cattolici; 25.000 sono protestanti; 300.000 sono maomettani; 171 125.000 sono pagani. A circa 15.000 dovrebbe essere calcolato il numero di coloro che sono in via verso la Chiesa mediante il catecumenato o mediante un avvicinamento che dovrebbe sfociare nel catecumenato. In questo territorio lavorano: 17 Padri Monfortani; 1 sacerdote indigeno; 2 fratelli Monfortani; 5 Suore indigene; 3 Suore monfortane. Il territorio è suddiviso in 8 missioni: Fort Johnston, Nankwali, Balaka, Utale, Ulongwe, Mpiri, Namandanje, Namwera. Il grande lebbrosario di Utale è parte integrante della Prefettura. La responsabilità è affidata ai Missionari Monfortani Italiani. La Chiesa ci ha offerto e noi ci siamo assunti con gioia e fiducia questo compito. Con gioia: perché, mentre chi si crede all’avanguardia sciupa tempo ed energie a discutere e a contestare, noi vogliamo essere fedeli alla nostra vocazione missionaria e al mandato che lo Spirito Santo ci ha affidato, lavorando e impegnandoci in un settore determinato e bisognoso della Chiesa missionaria. Con fiducia: perché contiamo sull’impegno dei membri che già costituiscono la nostra provincia; perché contiamo, e tanto!, sull’entusiasmo e sull’apporto che potranno dare gli aspiranti delle case di formazione: essi sanno ormai che l’apostolato missionario è per loro non una vaga possibilità, ma una realtà sicura che li attende in un domani sempre più vicino; perché possiamo contare su una schiera sempre più numerosa di amici che ci aiutano e sono per noi collaboratori validissimi, addirittura indispensabili per lo sviluppo della nostra missione. Un invito. La nostra Prefettura vuole essere una porzione di quella vigna nella quale il Padrone chiama a lavorare persone diverse in tempi diversi. Ogni apporto e ogni collaborazione sarà sempre accettata con riconoscenza e benedetta. La preghiera di tutti: è il contributo più semplice, più efficace e più necessario. 172 L’aiuto finanziario: dobbiamo realizzare nella nostra zona delle opere assolutamente indispensabili che siano al tempo stesso testimonianza di carità cristiana e contributo allo sforzo che il Malawi sta facendo contro il sottosviluppo, la malattia e l’ignoranza. Ognuna delle nostre missioni ha urgenti problemi: devono costruire scuole, dispensari, convitti, chiese e cappelle. Saremo riconoscenti per le offerte che i singoli ci manderanno. Saremmo ancora più lieti se organizzazioni o parrocchie si assumessero un impegno di collaborazione come è espressamente domandato dal Concilio Vaticano nel Decreto sull’attività missionaria. Saranno accolti con gioia quei collaboratori laici che vorranno mettere al servizio delle missioni la loro competenza specifica. Siamo convinti che possiamo fare molto, nonostante la situazione apparente possa offrire motivi di incertezza. Facciamo tutto quello che possiamo fare. Al resto ci penseremo in seguito. A chi ha già fatto qualcosa e a chi decide in cuor suo di fare altrettanto auguro ogni bene e, a nome di tutti i Missionari Monfortani, mando un grazie cordiale”. 173 1970 Devastanti inondazioni in Perù e Madagascar Notizie di furiose inondazioni in Perù e in Madagascar Dal Perù e dal Madagascar giungono notizie di “furiose inondazioni”. Dal Perù informa P. Ivo Libralato. “... E’ bastata una notte per distruggere il lavoro di anni. Il 15 gennaio scorso, mentre stavo ad una riunione della Legione di Maria, vengono a chiamarmi perché il fiume si stava ingrossando in modo pauroso. Erano le 19.00. Da qualche ora era iniziata una pioggia insistente, strana per questo paese dove non scende una goccia d’acqua durante tutto l’anno. Corro subito a vedere cosa sta succedendo e mi accorgo che non c’è più nulla da fare. Il fiume si è notevolmente alzato: la violenza dell’acqua sta trascinando grosse pietre e tronchi d’albero. Certamente sulle montagne sta piovendo a dirotto e quando arriverà la piena sgretolerà gli argini poco resistenti. L’unica cosa da fare è avvisare la gente perché abbandoni le proprie abitazioni e si rifugi nella parte più alta sull’altra sponda del fiume. Lungo il fiume erano sorti i due centri più abitati della zona: Alianza e Puerto Nuevo. Il primo, una barriada di circa 3.000 persone, che in una notte, otto anni fa circa, erano scese dalla Sierra ed avevano invaso questo terreno costruendovi misere abitazioni di canne, in attesa di lavoro e di tempi migliori; il secondo, un piccolo paese già più sviluppato di 2.000 persone circa, con le sue belle casette in cui vivevano per la maggior parte operai che avevano avuto la fortuna di trovare un lavoro nelle poche fabbriche vicine a Lima. Ora nessuno vuol lasciare la sua casa acquistata con tanti sacrifici: tutti sperano che gli argini del fiume resistano e che l’acqua diminuisca, come è già successo altre volte. Nel frattempo un gruppo di persone dell’Alianza si raduna nella 174 Cappella che, essendo di mattone e con il tetto di eternit, può riparare almeno dalla pioggia. Degli uomini cercano di preparare sacchi di sabbia e pietre per rinforzare gli argini.: tutto inutile. Verso mezzanotte l’acqua comincia a filtrare e a invadere la barriada dell’Alianza, passando facilmente di casa in casa, attraversando le pareti di canne. Comincia così un fuggi fuggi generale e ognuno cerca di portare in salvo le poche cose che possiede: un po’ di biancheria, qualche pentola, una macchina da cucire. L’unico passaggio è un ponticello fatto di tronchi d’albero posto sopra un canale di irrigazione, perché l’acqua ha già invaso tutto. I Padri, le Suore e alcuni uomini aiutano le donne e i bambini ad attraversare le strade piene d’acqua che ha già raggiunto una violenza pericolosa. Verso le due del mattino il fiume rompe gli argini in un altro punto e, attraverso un campo di granoturco, invade il secondo centro di Puerto Nuevo: la violenza è tale che le povere casette vengono a poco a poco spazzate via. Al sorgere del sole uno spettacolo desolante si offre ai nostri occhi: l’acqua è penetrata ovunque; dove prima c’erano delle belle costruzioni ora c’è il fiume che si sta cercando rabbioso una via di uscita. L’ambulatorio medico delle Suore è crollato, la chiesa di Puerto Nuevo ha ricevuto il primo urto dell’acqua, che si è portata via l’intera facciata lasciando il resto pericolante. Per fortuna non si lamentano vittime: siamo riusciti a mettere tutti in salvo, anche una donna che dava alla luce un bel bambino mentre l’acqua invadeva la sua casa. La maggior parte si è rifugiata nel Collegio delle Suore, che sembra essere diventato un’arca di Noè. Le aule sono gremite di bambini, uomini e donne, galline, capre, maialini...; nel cortile gironzolano un’un'infinità di cani e di gatti e qualche asino. Ora il problema è dare a tutta questa gente un’abitazione...”. 175 Dal Madagascar P. Carlo Berton invia notizie del ciclone “Jane”. “Il fatto che l’isola del Madagascar si trovi all’incrocio delle correnti marine provenienti dalla Malesia ed il Sud Est asiatico ed alla confluenza dei venti alisei delle isole Mascaregne, dà il triste privilegio che la costa orientale posta sull’Oceano Indiano sia periodicamente visitata da cicloni e depressioni tropicali. La fine del mese di febbraio è stata terribile per circa mezza diocesi di Tamatave. Il ciclone “Jane”, dopo aver minacciato tutta la costa orientale, lunga 1400 km., costeggiandola e lanciandovi delle forti ventate ed abbondanti precipitazioni atmosferiche, è sbarcato all’altezza di Vatomandry e Mahanoro, la zona sud della diocesi di Tamatave. La forza di spostamento dell’occhio del ciclone era di 20 km. orari, mentre la forza centripeta variava tra i 120 e 190 km. orari. Ha sferzato con una veemenza inaudita il litorale su circa 100 km. , poi “Jane” si è diretto verso ovest, lungo la vallata del grosso fiume Mangoro. L’ostacolo dei contrafforti degli altipiani, impedendo il suo passaggio rapido, diede modo al ciclone di rimanere a lungo sulla stessa zona, spazzando via quanto emergeva da terra. Ha valicato le montagne del centro isola, attraversando il sud, ed è sparito nel mare, lasciando dietro di sé desolazione, rovine ed un diluvio di acqua sulle regioni colpite dalla catastrofe. Un primo bilancio: distruzione dei villaggi all’80%, un centinaio di annegati. Caffè, chiodi di garofano e riso distrutti al 100%. Non parliamo della banana che non resiste per niente alla furia del vento. La situazione è davvero critica, anche perché è reale il rischio di tifo, colera ed altre epidemie...”. 176 Notizie di inondazioni anche in Malawi Inondazioni anche in Malawi, esattamente ad Ulongwe. Ne parla in una corrispondenza P. Remigio Villa. “I nostri africani chiamano ogni inondazione “Napolo”, e cioè pensano che tant’acqua che passa e porta via tutto, sia il passaggio di un misterioso serpente che dalla montagna scende e va verso il lago o il mare. Giovedì 29 gennaio noi vedemmo il “Napolo” o meglio i suoi effetti. Verso le 8 del mattino un piccolo rigagnolo d’acqua sguscia sul cortile, proprio come un serpentello, e poi vedo che l’acqua cresce fino ad invadere tutto l’abitato ed i dintorni. Da lontano arrivava il rumore potente delle acque che correvano nel fiume Nkhasi. Ma presto tutte le strade e viottoli si trasformarono in veri torrenti che aumentavano la piena. Anche il nostro piccolo ospedale fu inondato e la terra portata via dalle fondamenta. Il ponte del fiume venne ostruito in parte dai tronchi delle piante di banana sradicate dalla corrente. La strada principale rialzata da pochi anni e priva di sfoghi necessari, divenne una diga che trasformò in laghetto l’intera missione e i villaggi circostanti. I danni furono tanti per i poveri neri. Alla missione le capanne fatte di fango e bastoni crollarono tutte e sono ora inservibili. Nei dintorni, altre cinquanta case furono spazzate via e le poche masserizie presero il largo nella melma della corrente. Qualcuno si lamenta della perdita di qualche capra o di galline, ecc. Insomma fu un vero disastro. Anche le strade, diventate inservibili, accrebbero il disagio di tutti. Il problema nostro ora è questo: la nuova missione di Ulongwe potrà essere al sicuro da questi inconvenienti nel futuro se il Governo non fa le dovute modifiche alle strade?”. Si teme la carestia! Lo scrive P. Giancarlo Palazzini. “...Qui a Utale tutto procede come il solito. Ogni tanto ti salta addosso la malaria, la 177 si fa scappare finché un giorno ritorna ancora. Quest’anno la stagione delle piogge è terminata anzitempo. Dopo la prima settimana di febbraio non ha quasi più piovuto. Il sole ha voluto vendicarsi del dominio quasi incontrastato che la pioggia aveva esercitato in gennaio. Fiumi che straripavano, danneggiando campi e abitazioni. Il Rivi Rivi sembrava impazzito. Ha cambiato la geografia nei paraggi del suo letto. Il cimanga è stato quasi del tutto distrutto. Al posto del grano adesso si vede la sabbia portata dal fiume. E ciò che è più doloroso, sua maestà il Rivi Rivi ha voluto due vittime umane. In un giorno di piena, mentre la barca attraversava il fiume con il suo carico umano un’ondata rovesciò l’imbarcazione e due bambine del vicino villaggio di Cingawa non sono state più trovate. Erano rispettivamente di 12 e 10 anni. Quest'anno si teme la carestia, perché il raccolto del cimanga è stato danneggiato prima dalla pioggia continua e poi dal sole senza sosta. Come si sa il granoturco ha bisogno di un dosaggio di sole e di pioggia perché cresca bene...”. Vi scrivo dalla missione di Brickaville Di ritorno in Madagascar P. Antonio Marchesi informa sulla ripresa della sua attività missionaria. “... Scrivo da Brickaville dove sono arrivato da alcuni giorni, dopo un lungo viaggio di 8000 km., ma che in pratica è durato alcune ore, soltanto il tempo di prendere l’aereo una domenica sera a Parigi, fare una dormitina e già al mattino mi sono svegliato nella capitale malgascia: Tananarive. Mi sembrava di sognare: ero passato in poco tempo dal freddo più intenso al caldo più soffocante, dal candore immacolato della neve delle nostre montagne, al verde smagliante delle canne da zucchero e banane di Brickaville, dall’abbondanza della nostra Italia che non cessa di lamentarsi, alla miseria squallida di un paese sottosviluppato. Eppure sono contento, tanto contento! 178 Mi sembra di essere rientrato nella terra promessa. E i miei cristiani mi hanno accolto con molta simpatia, contenti soprattutto nel vedermi ingrassato. “Ora siamo sicuri che ci vuoi bene!”, mi dicevano. E siccome non capivo la relazione, mi hanno spiegato: “Se a casa tua ti sei ingrassato, vuol dire che ci stavi bene, che non ti mancava nulla! Se poi hai preferito tornare qui in mezzo a noi, lo hai fatto soltanto perché ci vuoi bene”. L’argomento filava. Non ci avevo pensato! Volendo continuare sulla buona strada, anche loro mi offrivano una bella...oca... simbolo della salute e della prosperità. La scelta non manca di originalità. Il gesto è stato fatto con tanta semplicità e convinzione, che nessuno dei presenti ha pensato ad altre interpretazioni. Con una bella oca nel pollaio si incomincia a lavorare con più lena. E ce ne vuole del coraggio per riprendere il lavoro in una missione stracarica di problemi e di grattacapi! Sempre tante famiglie da sistemare, tanti giovani da preparare, tanti poveri e ammalati da curare. E sono tutti problemi di una certa urgenza. Si vorrebbe fare in fretta. Fatica sprecata! Si dimentica che questo è il paese dei “moramora”, cioè adagio adagio, dove la gente non ha mai fretta. Impazientirsi vuol dire perdere la faccia; arrabbiarsi si ha sempre torto. Allora si cerca di mettersi al loro passo, cercando di forzare un po’: logorante! Ma ci sono anche dei lati molto positivi. Delle cose che attirano la gente. Questa macchina “Singer” ha fatto la felicità di molte ragazze. Tutto il mondo è paese. Ma in un domani non lontano, non vedranno più tanti bambini malvestiti. Peccato che sia una soltanto. Con due si farebbe molto di più!”. P. Gianbattista Maggioni scrive alla mamma per informarla della sua nuova vita missionaria. “... Durante la stagione delle piogge sono andato a Vetiwa e ho battezzato una bella bambina ancora con il tuo nome. Ho proseguito in bicicletta fino a Ekhama, la missione più lontana. Pensavo a te durante quel viaggio, soprattutto nell’attraversare 179 una palude di oltre 4 km. Con l’acqua che arrivava sopra le ginocchia. Arrivai più morto che vivo e bevvi non so quanta acqua, un’acqua che oggi non berrei, ma data la sete non facevo caso se l’acqua era così torbida da non vedere il fondo del catino. Rimasi fino a tardi a chiaccherare con i cristiani, poi a letto. Il sonno non veniva a causa delle zanzare. Una vera peste! Il mattino dopo celebrai la S. Messa per una cinquantina di cristiani e di nuovo in marcia verso casa. Sono state più di sei ore di marcia, sotto il sole che ti bruciava la testa, con una sete indescrivibile, ma ero contento lo stesso, perché anch’io volevo esserti vicino più concretamente con il mio pensiero e con il mio sacrificio. Avevo offerto la Messa per te, quel mattino e avevo detto ai cristiani che era il giorno della tua nascita, e abbiamo pregato per te. È stato un regalo quest’anno un po’ singolare, ma sarai certamente contenta. La sera stessa ero troppo stanco per scriverti; ieri poi c’erano tante altre cose da sistemare. Questa sera ho trovato due minuti per scriverti. Sono appena tornato da Ciphanda, un villaggio non molto distante. Sono andato in macchina, ma per strada sono stato sorpreso dall’acqua e ho dovuto chiedere aiuto a cinque o sei uomini per uscire fuori dal pantano. Quando piove, le strade diventano impraticabili peggio che da noi quando nevica. Per questo che nel periodo delle piogge si va sempre in bici; anche con la moto diventa impossibile...”. La mia nuova missione: Namwera P. Francesco Valdameri comunica la sua nuova destinazione al suo ritorno in Malawi. “Partii per l’Africa nell'ottobre del 1958. Sbarcai a Beira nel Mozambico e, via terra mi diressi verso il centro dell’Africa, nel Nyasaland, ora chiamato Malawi, a circa 2000 km. oltre l’Equatore. Degli undici anni di lavoro missionario, dieci li trascorsi nella missione di Mpiri, tra le tribù degli 180 Alomwe; l’altro a Namwera, tra gli Ayao, dove si doveva iniziare una nuova missione. Dal 1958 al 1970 ho battezzato circa 9000 africani. Alla mia partenza i cristiani assommavano a 14.000 circa, ora suddivisi in altre due missioni o parrocchie. La missione di Mpiri contava una popolazione di 200.000 abitanti, in un territorio vasto quanto le diocesi di Milano, Bergamo e Crema riunite. La popolazione è completamente Bantù. Vive in villaggi composti di capanne di paglia e si nutre di mais, radice di manioca, erbe, pesca e caccia. La missione ha realizzato un complesso di 18 scuole primarie, distribuite nelle zone più popolate; un centro di assistenza medica; una clinica materna, una scuola di scienza domestica ed una piccola cooperativa agricola attrezzata di un paio di buoi e di un aratro. Non mi dilungo ad esporre quello che ormai appartiene alla storia del passato; vorrei piuttosto infornare sull’attività missionaria che dovrò svolgere al mio ritorno. Partendo dall’Africa, il Prefetto Apostolico mi ha messo in tasca una lettera di poche parole, alla militare: “Al tuo ritorno nel Malawi andrai a fondare una nuova missione. Tutto da incominciare: una casetta per te, un piccolo ospedale per quella tribù, un centro sociale, e, più tardi, se avrai cristiani, anche una chiesetta. In Italia, durante le tue vacanze, datti da fare”. Namandanje ha bisogno di un pozzo P. Giovanni Losa rende noto che la sua missione ha bisogno di un pozzo. “... Come sapete, da qualche mese mi trovo in una nuova missione, Namandanje e questa volta, la prima in vita mia, tutto il peso delle responsabilità ricade sulle mie povere spalle piuttosto vecchiotte... perciò la difficoltà sta nello stabilire a quale opera dare la precedenza. Tante volte, di notte, quando non riesco a prendere sonno, mi sono provato a fare l’inventario delle necessità più urgenti, e tutte le volte mi sono 181 trovato in un labirinto tale da non sapere più da dove ero partito. Comincerò, per questa volta, col parlarvi della necessità di un pozzo con relativa pompa e impianto idraulico, per il nostro ospedale-maternità. L’opera è urgente. Basta pensare che qui quando una mamma va alla maternità, dove portarsi con sé una o due persone che l’aiutino a procurarsi la legna per il fuoco, l’acqua per cucinare e il necessario per vivere: perché ognuno si cucina da sé il povero pasto, all’aperto, su qualche fuocherello improvvisato. Questo richiama intorno alla maternità un certo numero di persone per le quali l’acqua diventa indispensabile. E bisogna vederle queste donne, in tempo di siccità. Far la fila davanti ad una buca. Scavata nel greto del fiume, con le mani, per attingervi un po’ d’acqua, e quale acqua. Torbida come l’acqua dei fagioli!”. Perché ho scelto di andare in Malawi P. Mario Bonomelli, novello missionario monfortano nel Malawi, svela il perché ha accettato di andare in Africa. “... Se parto per il Malawi, come missionario, il merito è forse anche di un cappello. Si racconta che un povero vecchio, peccatore accanito e pure astuto e smaliziato, dopo morte, pensò bene di prendere la strada del Paradiso, per vedere se gli riusciva di combinare l’ultima proprio a San Pietro. Ma, buon portinaio dall’occhio clinico. San Pietro lo fermò sulla porta facendogli capire che quello non era il posto che meritava. Il povero uomo si accorse d’aver trovato uno piuttosto esperto in materia, ma non si rassegnò e ne studiò una delle sue. Prese il suo cappello e lo gettò di là della porta del Paradiso e poi con le lacrime agli occhi pregò San Pietro di lasciarlo entrare a riprendersi il cappello. Pietro si commosse vedendo la sua calvizie e a condizione che riuscisse subito lo lasciò passare. Quello entrò e, una volta dentro, si sedette sul suo cappello e non ci fu verso di farlo rialzare per tornarsene fuori. 182 Quando un mio carissimo compagno di scuola e pure compagno stava partendo per il Malawi come missionario, mi resi conto che avevo perso una solenne scommessa fatta ancora sui banchi di scuola: avevamo scommesso a chi sarebbe partito per primo per le missioni! Lui fu il più fortunato e certo il più degno; le sue richieste erano state ascoltate mentre le mie no. Lui partiva per il Malawi ed io, oltre a non partire prima di lui, non avevo neppure la speranza di partire dopo di lui... Allora tentai anch’io il trucco del cappello. Proprio il giorno che il mio amico stava partendo, per soddisfare la scommessa perduta, gli diedi il mio cappello nuovo, bello e molto utile, ricevuto in dono da una vecchio missionario. Se lo mise in testa tutto contento e partì. Ho sempre sentito tanta nostalgia di quel cappello in Malawi ed incominciai a stancare i superiori per lasciarmi andare in Africa. Finalmente, anche se non ne sono degno, mi hanno concesso il permesso di partire per il Malawi... per riprendere il mio cappello...”. Quattro nuovi missionari in partenza per il Malawi Il 9 ottobre, alle ore 18, partono da Venezia, con la nave “Africa”, P. Luciano Nervi di Sforzatica, P. Mario Bonomelli di Grumello del Monte, P. Lorenzo Pege di Padova e Fratel Gabriele di Redona. Sono stati scelti per il Malawi, in aiuto agli altri 16 missionari bergamaschi che da anni lavorano in questa missione. Il 5 ottobre, nel Santuario di Maria Regina dei Cuori, i nuovi missionari, attorniati da un folto gruppo di parenti, confratelli e amici, hanno ricevuto il Crocifisso per mano di Mons. Stefano Baronchelli, Vicario Generale di Bergamo. Della sua partenza per il Malawi parla P. Lorenzo Pege. “... Gli amici e conoscenti si aspettavano di tutto da me, ma che partissi per l’Africa poi... non passava loro neppure per 183 l’anticamera del cervello, informatissimi sulla mia quasi proverbiale paura di tutto ciò che madre natura descrive come ostile e nemico dell’uomo. Tuttavia la decisione non è stata un colpo di grazia “alla san Paolo”, ma è maturata lentamente... proprio come le nespole. La definisco una seconda chiamata di Dio. Sempre chiara e limpida, anche se sofferta è stata la mia scelta al ministero sacerdotale. Mentre la nuova qualifica di sacerdote-missionario è nata grazie ad una serie ci circostanze che voglio farvi conoscere. La quasi improvvisa partenza di un carissimo amico, P. Ivo, per l’America Latina, mi ha letteralmente scosso. Dotato di capacità umane, intellettuali e spirituali non comuni, ben voluto, stimato e ricercato da chi lo conosceva, ha saputo generosamente sacrificare la possibilità di un facile successo per donare se stesso al servizio del Terzo Mondo. La nostra assidua corrispondenza mi ha esaurientemente informato sulle estreme necessità sociali e spirituali di quei paesi. Di qui un lento, continuo ripensamento su me stesso. Il mio lavoro di “orientatore vocazionale” poi, pur ponendomi innanzi la triste realtà della crisi dei seminari, mi ha fatto toccare sul vivo il lusso di una vita abbastanza comoda e la relativa abbondanza del clero in Italia. Chi di noi può affermare che il messaggio di Cristo non sia ancora stato annunciato a tutti gli italiani? E se non lo si vuole accettare, perché togliere la possibilità di far conoscere ad altri il meraviglioso Vangelo di Cristo, insostituibile fermento, per chi crede, di libertà, di giustizia e di progresso? Il tocco finale l’ho avuto dal mio contatto con i gruppi di giovani e ragazze veronesi. Li ho trovati stupendi! Quante chiacchierate, discussioni, contestazioni! Su una persona eravamo tutti d'accordo: Gesù. Innamorati di Cristo, li ho visti impegnati a percorrere la sua strada, come la presenta il Vangelo, li ho visti rispondere con l’amore agli imbrogli sociali, col silenzio e con lo studio alle chiassate politiche, con l’azione umile e paziente e serena alle facili e inutili 184 chiacchere. La nostra amicizia ci ha vicendevolmente arricchiti, migliorati, mentre, a loro insaputa, si faceva sempre più prepotente in me il desiderio di far conoscere Cristo a quanti ne ignoravano persino il nome. Ecco ora realizzarsi la mia seconda vocazione. Tra breve partirò per il Malawi. Non sogno avventure o grandi realizzazioni perché incapace e pauroso. Desidero solo portare Cristo e amare spassionatamente e sinceramente le persone che mi verranno affidate. Ringrazio Dio di questo nuovo dono, supplicandolo di ricompensare quanti con la loro coerente e autentica vita cristiana, sono stati i promotori di questa mia nuova vocazione...”. Riflessioni di un missionario cinquantenne P. Giovanni Losa confida agli amici e benefattori alcune riflessioni sui suoi cinquant'anni di vita. “...Presto compirò 50 anni. Potrebbero sembrare tanti e potrebbero suggerire pensieri autunnali con tutto il contorno di foglie cadenti. Ma non è certo qui in Africa, dove le stagioni sono quasi cancellate, il luogo più adatto per simili riflessioni. Sarei tentato piuttosto a soffermarmi su un altro pensiero, che non mi sembra privo di un certo tocco della mano misteriosa di Dio, e quindi bello. Questi cinquant’anni li festeggerò qui in Africa, nella mia missione. Non è che abbia trascorso molti anni in Africa, ma sembra quasi che il Signore mi vi abbia inviato in tempo utile per festeggiarvi il mio Giubileo d’oro... Agli amici e benefattori chiedo solo una cosa che mi sta a cuore: una piccola preghiera per ringraziare insieme il Signore di questi 50 anni di vita, e per avermi scelto e mandato in Africa, tra i miei amici africani tanto cari. Proprio in questi giorni sto gettando le fondamenta di una nuova chiesa a Masuku, una delle missioni succursali. La vorrei bella, per quanto sarà possibile ai miei limitati mezzi, 185 perché vorrei dedicarla alla Madonna di Fatima, in ricordo e ringraziamento di un’altra grazia segnalata...”. Ho amministrato il battesimo con l’acqua del radiatore P. Gianbattista Maggioni racconta d’aver amministrato il Battesimo con l’acqua del radiatore. “...E’ quasi ora di pranzo quando mi chiamano per una partoriente grave....Pieno di fiducia, parto. Ma la strada, le montagne, la notte ormai vicina, la macchina in cattivo stato e senza freni, mi impensieriscono non poco. Altro che le stelle deve aver visto quella povera donna se di tanto in tanto bisognava fermarsi perché riposasse un po’! Anche la nurce non sapeva cosa fare. Si giunge tra le montagne che è quasi buio. La donna sta veramente male. Un’altra sosta, ed ecco l’evento. La nurce regge in braccio una creaturina che non piange e non strilla, anzi pare senza vita. Le pratica la respirazione bocca a bocca, mentre io appoggiato al cofano guardo la foresta buia, e ascoltando gli urli delle belve sento dei brividi giù per la schiena. Le donne che mi accompagnavano mi assicurano che non sono leoni, ma non mi sembrano convinte, per cui mi sembra più prudente lasciare motore e fari accesi e portiera aperta, pronto a ... scattare. “Bambo, mi dice ad un certo punto la nurce, bisogna battezzarla, sta morendo”. Mio Dio, dove trovare un po’ d’acqua? Siamo nel periodo della secca. Dove cercarla di sera poi, mentre le bestie sono forse in agguato?... Ho un’ispirazione: “Ma bambo, forse che non hai acqua nel radiatore?”. Prendo le pinze, taglio il filo che lega il cofano e attingo il mio fazzoletto nell’acqua calda del radiatore, con mano tremante lo frego sulla fronte della neonata e con voce rotta dalla commozione pronuncio la parole di vita: “Eustella, io ti battezzo…”. Non il concerto di allegre campane, non note melodiose di organo, ma il fruscio delle 186 foglie, rotto di tanto in tanto dagli urli selvaggi degli abitanti della foresta... L’anima era salva, bisognava ora fare il possibile per salvare anche il corpo. Ripartiamo verso l’ospedale recitando il Rosario e premendo con più forza l’acceleratore, preoccupati non tanto della madre quanto della piccina che la nurce teneva in braccio accanto a me. Buche, sassi, curve, salite e discese le schivavo e le prendevo con una prontezza di spirito da meravigliare me stesso. Finalmente ecco le luci dell’ospedale. C’è il pronto soccorso: danno l’ossigeno alla bimba che respira ancora e prestano le prime cure alla madre. Ce l’abbiamo fatta!”. 187 1971 Rose e spine del missionario Le mie prime impressioni in terra africana P. Luciano Nervi racconta le sue prime impressioni in terra africana. “... Ero arrivato a Utale di domenica. Vista la necessità di aiuto ho celebrato due Messe nella chiesa principale, gremita di fedeli, cercando di leggere il meglio possibile le preghiere in chichewa per me del tutto incomprensibili. Quindi vi lascio immaginare gli svarioni che ho commesso, eppure nessuno dei presenti si sarebbe permesso di sorridere alle mie affermazioni così poco... ortodosse: sapevano che ero appena arrivato, che ero nuovo della lingua del posto. Tutto questo, aggiunto al fatto che ero ospite, ha fatto sì che essi stessero ad ascoltarmi con discreta compunzione. Dopo le Messe ho battezzato i miei primi tre piccoli africani. Anche qui ho dovuto leggere parecchie formule in chichewa, ma la formula essenziale l’ho voluta pronunciare il latino per non conferire magari... la cresima al posto del battesimo! Le mie prime impressioni in terra d’Africa? Ho notato in questa gente, pur povera e in preda alle malattie e all’analfabetismo, una dignità e un comportamento gentile che impressiona; tutto ciò mi ha confermato nella convinzione che se io sono qui per offrire loro qualcosa, devo anche mettermi nella condizione di ricevere in cambio da loro altri valori da me magari finora trascurati: deve essere cioè un arricchimento vicendevole. Solo se imposterò sotto questo punto di vista il mio futuro lavoro, credo riuscirò in qualcosa. Comunque il tempo per imparare non mi mancherà. Ed ora qualche notizia concreta. Qui si è in piena carestia. La scorsa stagione delle piogge è terminata troppo in fretta e 188 non ha permesso al mais una crescita normale; quel poco che è giunto a maturazione è stato consumato ed ora chi può disporre di qualche scellino va a fare la coda davanti ai posti di distribuzione del mais che il Governo ha comperato dalle Nazioni vicine. Ma chi non ha soldi deve fare una cura... dimagrante tanto involontaria quanto dolorosa. Capitano spesso alle nostre residenze donne anziane, vecchi e bambini a chiedere qualche scellino per potersi comperare un po’ di mais e così tirare avanti fino al prossimo raccolto. Ora sta arrivando il tempo della semina: è dal gennaio 1970 che questa terra non riceve una goccia d’acqua. È commovente la fede di questi cristiani che portano in chiesa le sementi da benedire perché possano dare un buon raccolto: in quel poco granoturco c’è tutta la loro speranza di non trascorrere un altro anno in così tristi condizioni e se ne privano proprio a malincuore per consegnarlo alla terra: quanto volentieri se lo divorerebbero! Qui più che altrove l’uomo dipende interamente dalla natura che spesso è capricciosa: a volte dà troppo, a volte non dà nulla, e allora è la fame più nera...”. Muore P. Alberto Scotton L’11 marzo 1971, alla vigilia del trentatreesimo anniversario della sua Ordinazione Sacerdotale, P. Alberto Scotton ha cessato di vivere, dopo tre mesi di sofferenze, causate da una malattia inguaribile. Nato a San Nazario (VI), il 19 ottobre 1912, veniva consacrato sacerdote a Loreto (AN) il 12 marzo 1938. Successivamente era a Bergamo, dove svolse un’intensa attività prima come professore poi come Superiore e infine come Direttore responsabile de “L'Apostolo di Maria” e di “Madre e Regina”. Nello stesso tempo, per vivere il suo ideale apostolico di sacerdote, esercitava il ministero in molte parrocchie della Diocesi di Bergamo. 189 In seguito passò ad una più completa attività pastorale in una povera parrocchia dell’estrema periferia romana, nella borgata Gordiani. Ma la sua passione predominante era quella di diffondere la devozione alla Madonna secondo l’insegnamento del Montfort, convinto com’era dell’importanza della Vergine Maria nella vita del cristiano. Fu l’ideatore e il realizzatore della “Peregrinatio Mariae”. L’abbiamo visto nel 1959 accompagnare la Madonna di Fatima attraverso tutti i capoluoghi della Penisola. Sono tuttora molti a ricordarlo per la sua calda parola nell’esortare a vivere un’autentica devozione mariana. Negli ultimi anni ha continuato il suo apostolato nell’America Latina. Ha trascorso dieci anni a Lima, in Perù, prima come segretario del Nunzio apostolico Mons. Carboni e poi come missionario nei paesi più sperduti della Cordigliera andina. È qui che si sono manifestati i primi sintomi del suo male. Tornato in Italia si è consumato lentamente nella più serena rassegnazione. Le sue ultime parole: “Aspetto che la Madonna mi venga a prendere...”: Non dimenticate la missione di Brickaville P. Antonio Marchesi invita amici e benefattori a non dimenticare la missione di Brickaville. “... E’ un paese non lontano dall’Oceano Indiano, prevalentemente in pianura, ma dove non mancano neanche colline e montagne. Clima molto caldo e piogge abbondantissime. Coltivazione della canna da zucchero, riso, banane, caffè e arance. Si può dire che la gente vive nell’acqua e nel fango. Fango sulle strade, sui sentieri, nei campi, nelle risaie... fango intorno alle case, che per fortuna sono sopraelevate. Quasi tutti hanno i piedi piagati a causa del fango, e dato il lavoro che fanno non possono portare le scarpe che del resto... non hanno! 190 Gli uomini che preparano le risaie e le donne che piantano il riso, conducono una vita molto faticosa e massacrante. Passano delle giornate nell’acqua, sotto un sole cocente e qualche volta, per piantare il riso tengono la faccia quasi nell’acqua, tanto si sprofondano i piedi. Bisognerebbe fare dei grandi canali per regolare il movimento delle acque, ma per quanto faccia il Governo, non può arrivare ovunque. Malgrado tutto la gente è molto gentile e pronta ad un largo sorriso, tanto riconoscenti con i benefattori. E queste poche parole vorrebbero interpretare e trasmettere a voi tutta la nostra profonda gratitudine, sperando che vi ricorderete ancora della brava gente di Brickaville, nel Madagascar”. Come le prime comunità cristiane P. Patrizio Zuliani, Superiore Provinciale d’Italia e P. Mario Arciello, Economo Provinciale, dopo un viaggio in Malawi, raccontano le loro impressioni. P. Mario Arciello scrive: “...Quando si leggono gli Atti degli Apostoli, si rimane commossi davanti all’azione dello Spirito Santo che diffonde il cristianesimo in maniera sorprendente. Lo stesso sentimento ha pervaso la mia anima nella visita alla nostra missione del Malawi: il fervore della Chiesa nascente, il proselitismo dei cristiani, l’amore vicendevole dei convertiti, si riscontrano ad ogni passo del grande territorio del Malawi. È questa la ragione per cui i Missionari Monfortani restano avvinti nel loro lavoro apostolico; restano stupiti nel constatare come lo sviluppo del cristianesimo richiama direttamente l’opera dello Spirito Santo. Si sentono chiedere di essere ammessi al catecumenato figli di maomettani, di protestanti, di pagani, senza che essi abbiano mai domandato loro di abbracciare il cristianesimo. Commovente il fatto di una ragazza, figlia di un pastore protestante, che spontaneamente chiede di essere istruita nella fede; quindi, con il permesso dei 191 genitori, viene battezzata. Dopo poco tempo tutti i figli del pastore protestante passano al cattolicesimo. Commovente il fatto che un piccolo villaggio sperduto nella foresta, manda un delegato dal missionario perché vogliono essere visitati, perché hanno già costruito la chiesacapanna e vogliono la S. Messa. I lebbrosi! Che commozione nel vedere come la religione pone sulle labbra di esseri consumati dal male e dal dolore, il più dolce sorriso! Con mirabile rassegnazione sgranano il Rosario e con gioia lo portano al collo. È questo spirito soprannaturale che pervade l’anima del missionario e gli fa superare con tanta semplicità fatiche estenuanti, pericoli d’ogni specie. Certo che la natura del Malawi è incantevole, con i suoi laghi e fiumi, con i suoi monti, con l’abbondanza di frutti d’ogni specie, con lo splendore dei colori, la limpidezza del suo cielo, gli sconfinati orizzonti. Ma tutto questo passa in secondo ordine di fronte al fervore del cristianesimo dei convertiti: essi non temono, la domenica, di restare in chiesa per due o tre ore, a cantare al Signore, ad ascoltare la Parola di Dio e accostarsi ai Sacramenti. La collaborazione del laicato con i missionari è quanto mai attiva. Il Malawi è una terra che si apre in modo mirabile al cristianesimo. Il suo popolo, dolce e mite, sempre sorridente, senza preoccupazioni, con gioia riceve il missionario, considerandolo il loro più grande amico. I bisogni di questi popoli sono immensi ed il missionario si prodiga senza riserve per venire loro in aiuto. Fabbricano piccoli dispensari e maternità, costruiscono scuole, scavano pozzi per l’acqua. Tutti i malati, si può dire, gravano sulle spalle del missionario. Li deve trasportare dalle capanne ai pochissimi e lontani ospedali, ad ogni ora, di giorno e di notte! I dottori sono rarissimi. Mancano i medicinali. I missionari forniscono i loro dispensari di infermiere e medicine che fanno arrivare da lontano. 192 Il grosso guaio è sempre quello economico. Spesso mancano i mezzi finanziari per pagare le medicine, le infermiere, i maestri delle scuole. Così i missionari sono sempre in pena! Mancano poi le strade. I missionari devono fare a piedi lunghi viaggi, attraversando fiumi e torrenti. La distanza tra un posto di missione e l’altro supera a volte i 60 km! Ci vorrebbero molto più missionari e più mezzi finanziari. Ecco la conclusione a cui si arriva dopo una visita nel Malawi”. P. Luciano Nervi aggiorna per gli amici le sue ultime disavventure. “...Una domenica di fine marzo, dopo aver celebrato due Messe alla missione e aver sbrigato varie pratiche d’ufficio, stavo comodamente gustando una buon pranzetto, quando arriva un giovanotto. Esauriti i convenevoli, lo vedo tirar fuori dalla tasca un biglietto. Ahi! dico tra me, qui c’è ancora qualcosa da fare per oggi. Leggo il messaggio: un ammalato grave al tal villaggio. Cerco di richiamarmi alla mente la cartina topografica della missione di Utale e penso che potrei rischiare di andarci in macchina: sono tre giorni che non piove, la stagione delle piogge dovrebbe ormai essere alla fine. Per sicurezza carico sul camioncino la bicicletta: se rimarrò impantanato continuerò con questa. Con il giovanotto che mi fa da guida parto fidando nella mia buona stella. Il primo ostacolo si presenta con una serie di buche enormi piene di acqua e di fango: ansimando e scoppiettando a più non posso il mio galimoto si tira in salvo. Poi c’è un letto di fiume da attraversare; è asciutto ma disseminato di massi. Mi fermo e, aiutato dal mio accompagnatore, sposto almeno i più grossi, poi di nuovo in marcia. Il galimoto, sobbalzando più o meno allegramente, supera anche questo intoppo. Ma non è finita. Più avanti mi si para davanti una discesa di erbe alte che ricopre gran parte della strada. Mi butto dentro alla cieca, sperando ardentemente che 193 in mezzo all’erba non spunti all’improvviso qualche spuntone d’albero o qualche tronco che mi ridurrebbe la macchina in una condizione non troppo decente. Ogni tanto domando al giovanotto se siamo nelle vicinanze e quello a ripetermi che è ancora lontano. Dopo un’ora e mezzo, arrivo finalmente alla capanna. Entro e vi trovo una vecchina che se non è in fin di vita ci manca poco. Ascolto la sua confessione, le amministro l’Eucaristia e poi l’Estrema Unzione. Scambio poi quattro chiacchere con i familiari e i vicini, tenendo sempre d’occhio il cielo: se cominciasse a piovere non sarei più di nessuno! Nel ritorno, per un buon tratto di strada mi faccio accompagnare dalla mia guida: ho paura di perdermi. La strada corre in mezzo alla foresta, accanto a campi di granoturco maturo. Ad un certo punto intravedo davanti a me un lebbroso che va nella mia stessa direzione. Mi fermo e lo prendo a bordo. Dopo qualche chilometro quello chiede di scendere e si avvicina al finestrino di guida. Ha gli occhi rossi e annacquati, inoltre farfuglia più che parlare: segno sicuro di una buona sbronza. Mi domanda dei soldi: gli dico che non ne ho, ed è vero; ma quello prima che si decida ad allontanarsi ce ne vuole. Riparto. Poco più avanti sorpasso un gruppetto composto da due donne e un uomo. Mi chiedono un passaggio. Ad ascoltar loro, qui ci si potrebbe trasformare in una agenzia di trasporti, ma ... gratuita naturalmente. Ogni africano diventa all’istante un autostoppista appena scorge una macchina ... Mi fermo. L’uomo e la donna più giovane in un attimo sono su, ma l’altra, che è piuttosto vecchiotta e che durante la sua lunga vita deve aver visto ben pochi galimoto da vicino, ci prova in ogni modo, ma non ce la fa. Allora, siccome sono proprio in vena di fare opere di misericordia, scendo, le dico che deve mettere prima un piede sulla ruota e poi tirarsi su, e alle parole faccio seguire le... opere, e anche lei si accomoda per bene. 194 E così arrivo alla missione. La vecchietta, che ha fatto un altro teatrino per scendere, mi chiede persino la benedizione; si fa un segno di croce mentre ancora parla e poi se ne va tutta allegra”. Non credevo di essere ancora alpinista P. Giovanni Gheno confessa: “Non credevo alla mia età, di diventare un alpinista”. Lo scrive in una lettera. “...Mi sono sempre piaciute le montagne, volentieri vi salivo, ma non pensavo di venire a vivere a 2.700 metri di altezza e di trascorrere ogni settimana e anche più volte a 4.300 metri. Eppure è così dal febbraio del 1969. Alcune volte cerco di salire un po’ a piedi, ma dopo una mezz’ora comincio a soffiare e sono obbligato a far le mie salite in macchina o a cavallo. Non tutti però possono adattarsi a questo alpinismo. Infatti, sono parecchi che viaggiando a tali altezze obbligano l’autista a fermarsi per permettere loro di alleggerirsi... Io posso ringraziare il Signore che finora non mi è mai capitato, anche se non manca il mal di testa o un certo malessere la sera tardi, quando la macchina soffre di anzianità e vuole aiutarvi a digerire con i suoi sussulti. Vivo in mezzo ad operai, circa 2200. Con le famiglie formano una parrocchia di 7000 persone, distribuite in tre cantieri, distanti l’uno dall’altro 60 e 80 km. Il lavoro consiste nella costruzione di una grande centrale idroelettrica. Oltre la diga, si deve aprire una galleria di 20 km. Nello scorso dicembre si sperava di terminare l’apertura, quando l’infiltrazione dell’acqua con una pressione di 70 metri cubi, ha fatto sospendere il lavoro. Da tre mesi si sta studiando il modo di risolvere il problema... La vita religiosa nei cantieri lascia molto a desiderare. Tutti conoscono l’ambiente operaio e come sia difficile accostarlo. Nei due primi anni è mancata quasi l’assistenza spirituale. C’era solo la Messa la domenica sera. Inoltre gli 195 operai lavorano anche il sabato, e la domenica sentono il bisogno di distrarsi, andando a caccia, a pesca o recandosi in città, distante 100 km. I cantieri sorgono in mezzo a vallate, in luoghi isolati. I peruviani, poi, in generale, sono abituati a partecipare alla S. Messa soltanto in occasione della “Festa”, ed è quella l’unica volta che vedono un sacerdote. La scarsità di sacerdoti è uno dei mali più gravi del Perù. In un territorio vasto come la Lombardia non vi sono che 30 sacerdoti. La popolazione non è così numerosa come da noi, ma vi sono parecchi paesi di oltre 1000 abitanti che non vedono il prete che una volta sola l’anno. La “Festa” poi è un giorno, o una settimana, in cui la gente pensa solo a divertirsi: suoni e balli per l’intera notte! Uomini e donne si danno all’alcool, si sdraiano poi sul terreno l’uno sull’altro senza opporre resistenza alcuna agli impulsi della natura... Difficile però giudicare questa povera gente. “La Festa” è l'unico loro divertimento. Poi ritornano al lavoro, alla vita isolata nelle capanne, peggiori delle nostre stalle, dove la sera si getteranno a dormire su una pelle senza perdere tempo a spogliarsi o a lavarsi... Bisogna avere pazienza, pregare e stare con tutti, anche se si vedono e si sentono cose non proprio edificanti...”. Non è stata una fuga il mio arrivo in Malawi P. Lorenzo Pege torna a farsi vivo con una testimonianza missionaria. “...Da alcuni mesi ho lasciato l’Italia, un Paese moralmente stanco e diviso, martoriato da lotte sociali, un’Italia in cui è diventato di moda lo sciopero, la critica sistematica, più o meno costruttiva, all’autorità, alle strutture, alle istituzioni. La mia decisione poteva sembrare una comoda fuga da problemi scottanti, un rifiuto codardo alla lotta, un fuggire ai rischi di una rottura col sistema... 196 Gli amici sanno che ciò non è vero, sanno piuttosto che mal sopportavo una società in crisi di ideali, una società in agonia di fede, una società chiusa nell’egoismo più assoluto e sporco. Ero piuttosto alla ricerca di un ambiente che tutti i giovani ambiscono: un ambiente che mi desse l’occasione di riscoprire l’autenticità e la validità della mia vita umana cristiana e sacerdotale. Ho scelto l’Africa: un ambiente bisognoso di giustizia, di verità e di aiuto contro gli sfruttatori colonialisti del Terzo Mondo, di cui tanto si parla in Italia. Il mio primo contatto con l’Africa è stata una vera scoperta che mi ha commosso, mi ha fatto soffrire, riflettere e soprattutto rivedere le mie idee. È stata sufficiente una corsa dannata nella brousse del Malawi con il Prefetto Apostolico Mons. Alessandro Assolari, per toccare sul vivo i problemi umani, sociali e spirituali di un popolo che è ricco solo di povertà, di ignoranza, di miseria, ma che lotta quotidianamente per sopravvivere...”. Il sangue scorre nell’Isola Rossa P. Carlo Berton fa sapere che “... il sangue scorre sull’Isola Rossa”. “... Le notizie che ormai attraversano frontiere e non possono essere fermate da nessun regime politico vi sono giunte anche in Italia: le sommosse della regione Sud dell’isola del Madagascar. I fatti. Il Presidente Tsiranna ne ha dato notizia improvvisamente alla Radio Nazionale Malgascia: parecchie migliaia di tribù Antandroy, Mahafaly, Antanosy hanno dato l’assalto alle prefetture, ai municipi ed alle gendarmerie dei grossi centri della regione di Tulear. Si annunciavano poi 30 morti ed un certo numero imprecisato di feriti... Armati di fionde, come Davide, di randelli, lance, fucili da caccia, coltellacci, questi ribelli fecero più paura che morti. 197 La repressione invece fu feroce e continua. La radio annunciò che era opera di un partito all’opposizione, detto Monima, il cui capo, Monja Jaona, fu arrestato nella foresta di erbe spinose giganti. La situazione ora sta già rientrando nell’ordine, ma solo ora i giornali più coraggiosi pubblicano lo svolgimento dei disordini: i morti sono circa mille. I gendarmi praticano una giustizia sommaria ed il Presidente della Repubblica minaccia ora i gendarmi ed i soldati di venire giustiziati a loro volta se continuano le vessazioni a queste tribù. La verità si saprà tardi. L’amministrazione governativa fa tutto il possibile per nascondere quanto è avvenuto, anche per conservare di fronte all’opinione pubblica mondiale la sua stima di popolo democratico e pacifico. La ribellione scoppiata all’inizio di aprile 1971 ha delle origini assai profonde. Questa zona del Sud del Madagascar è caratterizzata da piaghe sociali croniche: povertà, miseria spaventosa, siccità, fame, sottosviluppo, rancore della popolazione che si sente abbandonata dal Governo. La lontananza di questa zona non ha spinto il Governo a fare investimenti per costruire strade o altre opere necessarie alla popolazione... I preti della regione hanno scritto una lettera collettiva, denunciando le ingiustizie, la violenza e richiamando l’attenzione di tutti su questa zona affinché abbia il posto che le spetta tra le regioni dell’isola...”. Nankhunda: la mia nuova missione P. Mario Bonomelli informa: “Nel mio cappello trovai... Nankhunda”. “...Lasciando l’Italia, nove mesi fa, tra il serio ed il faceto, dicevo che andavo in Malawi per riprendere il mio cappello, ceduto a Padre G. B. Maggioni per una scommessa persa a chi sarebbe partito prima per le missioni. Il mio cappello l’ho 198 ritrovato, ma dentro vi era una sorpresa: Nankhunda! Cos’è? È un nome carino che significa “il posto dove ci sono molte tortorelle!”. Si tratta in verità del Seminario delle Diocesi di Zomba e Fort-Johnston, cui sono stato destinato appena giunto in Malawi. Fu proprio una sorpresa per me, in quanto mi aspettavo e, come tutti, desideravo di incominciare a lavorare nei villaggi dove ci sono i vari posti di missione, insieme agli altri confratelli italiani. Rimasi un po’ sconcertato e masticai un po’ amaro. Non me l’aspettavo. Nelle mie casse avevo messo un po’ di tutto, ma non una grammatica od un vocabolario. E così, dopo alcune settimane, mi trovai di fronte ad una fila di banchi da cui spuntavano tanti piedi nudi e sotto il fuoco incrociato di occhi furbi che mi scrutavano e studiavano da capo a fondo. Reagii assumendo tutta l’aria professionale possibile, ricordando i miei vecchi professori di Redona, ma dopo pochi minuti scoppiai a ridere. La risata fu subito comunicativa e generale. Mi meritai così il titolo di “professore che ride”. Pur avendo una discreta conoscenza della lingua inglese, all’inizio non mi fu facile ingranare, ma la simpatia e la cordiale comprensione degli alunni mi facilitò il compito... Dopo diversi mesi che vivo con questi ragazzi il disorientamento iniziale è solo un ricordo e mi trovo a mio agio. Non troppo però quando gioco al pallone: loro a piedi nudi ed io con le scarpe.Ho un solo rincrescimento, quello di non aver potuto ancora imparare bene la lingua del posto e così essere maggiormente utile nei momenti liberi, quando posso andare nei villaggi a dare una mano ai confratelli. In seminario usiamo solo l’inglese, ma la gente dei villaggi non lo capisce. Nei prossimi mesi di vacanza vedrò di superare anche questo ostacolo. Per ora faccio punto e stop, perché ho una pila di quaderni da correggere che mi aspetta... Poco missionaria come chiusura, ma se ad ogni quaderno corrisponde un futuro prete del Malawi per il Malawi...”. 199 Vorrei avere la velocità di uno Sputnik Rompe il silenzio anche P. Angelo Rota. “... Sono ormai trascorsi tre mesi dal mio terzo sbarco sull’Isola Rossa. Vorrei avere la velocità di uno Sputnik per ricuperare le distanze e la faccia tosta di Don Camillo per non vergognarmi del mio lungo silenzio, soprattutto perché molti di voi non li ho neppure salutati, anche se era nei miei programmi e desideri. Arrivando quaggiù ho avuto l’impressione di far parte dei nostri stagionali. Andavano all’estero a disboscare e a tagliare fieno per sei mesi e rientravano alle loro case per la mietitura. Fanno così anche i nostri Btsimeo: seminano il riso e, nell’attesa che maturi, vanno in foresta a segare tronchi, a far assi per conto di terzi e al tempo dei raccolti tornano a casa. È quello che ho fatto anch’io. Qualche mese in patria per riposarmi e fare i...rifornimenti e poi sono tornato qui a Tamatave, nella grande Parrocchia del Sacro Cuore a dare una mano a P. Carlo, per la mietitura. Grazie a Dio è stata una vera annata grassa anche questa. Ogni sabato un migliaio di adolescenti al catechismo, divisi in una cinquantina di gruppi che affidiamo ad altrettanti volontari. Dopo due anni di frequenza e un regolare esame, vengono ammessi ai Sacramenti o rimandati a più tardi. Fu così che arrivai a tempo per una vera mietitura: 85 battesimi, 274 Prime Comunioni, infine, per la festa patronale il Vescovo di Tamatave, Mons. Puset, impartiva 330 Cresime. Ora stiamo preparando una vera finalissima con una trentina di Nozze d’Argento e qualche briciola d’oro che ci permetterà di organizzare una specie di missione per gli sposati di tutta la parrocchia. Il grande lavoro in queste circostanze non sta tanto nel numero di battezzandi, comunicandi e cresimandi, ma nella presa contatto con le singole famiglie dei candidati, che visitiamo a domicilio o convochiamo alla missione per assicurarci della serietà d’intenzione delle due parti affinché gli uni s’impegnino seriamente a vivere la grazia del sacramenti 200 che chiedono, e gli altri li incoraggino a perseverarci. Non vi parlo poi delle lunghe serie di lettere inviate in tutta l’Isola per richiedere i certificati di Battesimo o per comunicare le Prime Comunioni e le Cresime. Insomma, credo che aveva ragione anche P. Carlo nel dirmi che non aspettava altro che il mio ritorno. Un solo prete proprio non può farcela qui. In due è ancora poco; chissà se un giorno avremo il terzo... Ora dovunque si sente aria di vacanze, ma noi ne respireremo solo l’aria. Infatti, Tamatave è una città dove chi appena può, viene a trascorrere le vacanze; siamo in riva al mare, e poi perché qui è inverno, e, anche se tutti i giorni che Dio ha fatto hai la tua lavatina che il cielo non risparmia mai, fa meno freddo che sull’altipiano. Quindi il turismo ci tiene occupati anche durante le vacanze...”. Vorrei polverizzare la roccaforte protestante P. Adriano Preda confida la speranza di polverizzare la roccaforte dei Protestanti Riformati: Cape.Maclear. “...Solamente nel 1966 P. Emilio Nozza, quale nuove Scipione, riuscì a mettere il proprio elmo arrugginito, ma eroico e coraggioso, su questo estremo punto del Lago Malawi. Così si è iniziato ad espugnare la fortezza secolare del protestantesimo, tanto ostile al cattolicesimo. Favorendo una reciproca confidenza e stima e prestando un valido aiuto materiale, si è giunti ad una intesa, indispensabile per dare man forte al progresso umano e sociale di questa gente, un tempo guardinga e sospettosa ed ora conquistata dalla simpatia, tanto da aprirla al cattolicesimo. Una chiesa protestante alquanto decadente esiste da forse mezzo secolo. Accanto c’è una scuola elementare completa. Nel 1967 viene eretta pure una chiesa cattolica, in mattoni e cemento, coperta da lamiere, la quale si prestava e fungeva come dispensario medicinale mensile. 201 Lo scorso anno il Capo villaggio, tanto insistette sulla necessità di un piccolo ospedale... Questo complesso, appena avviato, deve essere ampliato presto, con due urgenti costruzioni in cemento, poiché il fondale è pura sabbia. È un’occasione magnifica da sfruttare per penetrare sempre più nella roccaforte del Protestantesimo. Oggi si sono aperte le porte all’opera della Chiesa. I responsabili stessi di questo nucleo comunitario tendono fiduciosi le loro braccia chiedendo un valido aiuto, necessario al progresso, a livello umano e spirituale. Un centinaio di cristiani formano il seme di un futuro sicuro e piene di speranze. Quella “Rocca” oggi si sta polverizzando dalla fiducia e dalla carità dei buoni. A voi stendo le mani di mendicante a nome di questa gente che grida: “Non lasciateci soli!”. La mia prima tournée missionaria P. Lorenzo Pege scrive per raccontare l’esperienza del suo “Primo giro missionario”. “...Nonostante sia ancora un pivellino dell’Africa, per la prima volta sono uscito da solo a visitare gli ammalati di alcuni villaggi. Sono appena ritornato e voglio proprio raccontarvi com’è andata. Il Padre che mi ospita provvisoriamente era occupatissimo. D’altra parte si doveva andare perché domenica scorsa, in chiesa, erano stati avvertiti i cristiani. Cercherò di sbrogliarmela il meglio possibile, confidando nella bontà dei neri: speriamo non ridano troppo del mio stentatissimo chichewa. Ho preso un ragazzo come guida e via in macchina. Portavo con me il Santissimo per comunicare coloro che lo avrebbero desiderato. Fatto qualche chilometro mi accorgo che il sentiero si fa stretto e accidentato; non si può percorrerlo con l’auto. Scendo e inizio, sotto il sole pomeridiano, la mia prima esperienza. 202 La preoccupazione della lingua mi fa dimenticare ogni cosa: cammino ripassando mentalmente i verbi, le espressioni più comuni per un dialogo, ecc. Non ho tempo di pensare alle mie paure e sì che sto camminando in piena savana, su viottoli tracciati dai neri, talmente angusti che obbligano a procedere in fila... africana tra due sponde di sterpi completamente bruciati dal sole. Fa caldo! La veste candida, nuova di zecca, è un ottimo preservativo solare. Tuttavia, la fronte gronda sudore e gli occhiali si appannano. Una cinquantina di ragazzi dai tre agli otto anni mi vengono incontro: sono sporchi di polvere all’inverosimile, sbracati. Mi assaltano e tutti mi tendono le mani. Un sorriso smagliante è sulle labbra di tutti: sono contenti, spensierati, senza problemi. Mi conducono in massa al primo infermo. Strada facendo vengo riverito dagli uomini, seduti all’ombra delle loro capanne, intenti a conversare del più e del meno, pigri e indolenti; mentre le donne sembrano più attive: chi allatta il bambino, chi pesta il granoturco, chi intreccia una stuoia. Arrivo dinnanzi ad una capanna. L’infermo è un ragazzo di circa 14 anni; strisciando sulla polvere mi si mette ai piedi. Ha un volto stupendo, due occhi così limpidi che mi commuovono. È poliomielitico. Osservo le sue ginocchia rugose consunte dal forzato sostegno di tutto il tronco, mentre le palme delle mani callose mi rivelano quanto gli costi quell’annaspare continuo per avanzare... Lo saluto amorosamente, lo accarezzo, balbetto qualche cosa spiegandogli che sono nuovo. Sorride felice e sereno. Mi chiede di confessarlo e di comunicarlo. Entriamo in una specie di veranda che isola la capanna dall’esterno. Lo confesso, dopo di che faccio entrare tutti i bambini. Non c’è né un tavolino, né una sedia. Mi arrangio in qualche modo... Altra tappa. Mi inoltro nel villaggio, sempre circondato dalla festosa turba di neretti. Di tanto in tanto arriccio il naso: 203 non è il puzzo sudorifero e tanto umano di chi mi fa da cornice, ma il fetore degli escrementi e dei rifiuti in putrefazione. Un piccoletto mi avverte che siamo arrivati all’abitazione di una lebbrosa. La vecchietta che mi sta innanzi mi scruta, mi osserva ben bene. Con slancio mi prende le mani, le stringe fortemente e ripete a non finire il suo grazie. Mi sono sentito sudare freddo. È lebbrosa! Per timore volevo frenare quell’impulso gioioso, ma non ne sono stato capace. Compiuti i miei doveri sacerdotali la lascio nella sua stuoia di sofferenza e mi dirigo verso un’altra capanna. Bang! Una zuccata sulla trave di sostegno della porta. Avevo dimenticato i consigli pratici del mio amico P. Adriano. Il brusco movimento sussultorio ha posto fine ai placidi sonni del vecchietto cieco. Quanta povertà, mio Dio! Il vecchietto non aveva neppure una coperta per difendersi dalle fredde e umide notti africane! Gli ho lasciato qualcosa in denaro, ma troppo poco! Continuo la visita agli infermi, edificato e alquanto triste. C’è in me un guazzabuglio di pensieri... Si insiste tanto oggi sul lavoro sociale del missionario mentre si parla poco e si trascura quello religioso. La gioventù, soprattutto, in crisi di fede, vuole trasformare la Chiesa missionaria in una specie di agenzia di sviluppo, umano. La tentazione di ritenersi appagati quando sono soddisfatti i bisogni materiali e temporali, insidia la nostra società evoluta...”. Una Prima Comunione tutta africana In un’altra lettera P. Pege Lorenzo racconta di una “Prima Comunione tutta africana”. “...E' trascorso circa un anno da quando ho assistito alla suggestiva festa della Prima Comunione a Verona. Ricordo ogni minimo particolare: la chiesa addobbata a puntino, l’insistente suono argentino delle campane, lo strimpellare dell’organo, i nervi tesi del parroco indaffarato a organizzare e 204 a sistemare gli imprevisti, i bambini e le bambine visibilmente commossi, pallidi ed impacciati nei bellissimi vestiti d’occasione... La rituale foto ricordo, il ritorno in famiglia, la consegna dei regali, ecc. Ricordi. Pensavo di riviverli assistendo ad una Prima Comunione africana. Ma, ohimè, se non fosse per quel Gesù che è lo stesso, se non fosse per quei pargoli che hanno in comune la stessa innocenza, non saprei proprio trovare un punto d’incontro tra la festa italiana e quella africana. Abituato a vivere in un mondo ricco, in una società satura di ogni ben di Dio, ho sofferto le pene dell’inferno toccando con mano l’indigenza di un altro mondo, di un’altra società satura di miseria. Ho scolpito nel cuore le immagini di quei bimbi neri. Li ho contati; erano 120! Molti provenivano dai più lontani villaggi. Per raggiungere la missione alcuni hanno percorso anche 15 chilometri a piedi. Li ho passati in rassegna uno ad uno. Beh, ci credete? Non ce n’era uno che avesse un vestitino nuovo. Che dico? Non ne ho visto uno che avesse i calzoncini e la sottanina senza qualche brandello! Ho notato che qualche mano amorevole inutilmente aveva tentato un disperato rattoppo. Guardandoli con affetto, giocherellando con la fantasia per individuare la possibile provenienza di quegli abitini dalla taglia e dallo stile prettamente italiano! Due soli indossavano le scarpe, se scarpe si possono chiamare due paia di ciabatte informi e incolori. I genitori, i parenti e gli amici presenti rispecchiavano la stessa povertà dei comunicandi. Unico segno distintivo esteriore una corona del Rosario appesa al collo e una candelina in mano che porteranno a casa come ricordo. Sobria ma quanto mai suggestiva la cerimonia. Rallegrava il rito il suono di una vecchia fisarmonica. Raccoglimento, devozione e tanta fede ho intravisto su quei volti neri. Soprattutto mi ha colpito la loro gioia, la loro serenità e la loro pace. Nulla di esterno, di chiassoso disturbava quei momenti solenni del primo incontro con Gesù. Li invidiavo. Mi sarebbe 205 piaciuto essere uno di loro. In quel momento li vedevo più ricchi, più fortunati spiritualmente dei bambini bianchi...”. Ringrazio amici e benefattori P. Ernesto Zanga parte per il Perù e invia una saluto agli amici. “...Prima di raggiungere la mia missione nell’America Latina, desidero salutare e ringraziare tutti gli amici e benefattori. Non vuole essere un saluto che sia segno di distacco, quanto piuttosto un ricordo, perché nella missione dove lavorerò, vi voglio tutti presenti spiritualmente, certo che questo sarà per me un forte incoraggiamento nelle inevitabili difficoltà. Ho scelto la missione per vivere meglio il mio sacerdozio e non per evadere ed eludere le difficoltà presenti nei nostri paesi. Ho pensato varie volte ed ho parlato della povertà, della fame, dell’ingiustizia: ebbene ho capito che non basta parlare di questo, ma per una testimonianza più vera bisognava vivere in questi problemi, consapevoli che Cristo è soprattutto là dove c’è il povero, l’affamato, l’assetato di giustizia. Mi affido perciò alla vostra preghiera, perché con Cristo e con voi possa fare un po’ di bene fra tanta povera gente bisognosa, prima di tutto, d’amore”. Se fosse successo a vostra figlia? Mons. Alessandro Assolari scrive ponendo una domanda: “Se fosse successo a vostra figlia?”. “...Mi trovo a Fort Johnston dall’inizio della missione, marzo 1965. Nonostante gli inizi incredibilmente modesti, ora c’è di che ringraziare il Signore. Ci sarebbe tanto da dire, ma mi voglio limitare ad un solo fatto. Immaginate che quando sto per dire interessi voi, la vostra famiglia. Se voi aveste cinque o sei figli, come tante famiglie 206 da queste parti, e una famiglia, e una figlia, magari la prima, facesse bene a scuola. È promossa a giugno tutti gli anni. I maestri sono tutti d’accordo nel consigliare la ragazza che continui gli studi. La famiglia, a volte la parentela, fa tutto quello che può e mette insieme 7.000 lire per permettere alla ragazza di iscriversi alla scuola secondaria. E la ragazza arriva a Fort Johnston con un cestino. Ha poche cosucce con sé: un sacchetto di farina, qualche pesce secco, un cartoccio di fagioli. La scuola secondaria è la via aperta ad un avvenire dorato, sognato da ogni ragazza: sarò professoressa, maestra, infermiera, segretaria, moglie di qualche ministro... avrò tanti vestiti e soldi per aiutare la mia famiglia. Arriva a Fort Johnston. Dove dormire? I ragazzi hanno il loro convitto, per le ragazze nulla. Devono sbrogliarsela. Ci sta una capanna che anni addietro serviva al cuoco del giudice: se ne rifugiano sei poiché sette ci starebbero come acciughe. Altre si sparpagliano in giro. Giù sulla strada ci sta una capanna abbandonata. Vi trova posto un gruppo. Nei dintorni ci stanno i bar che vendono birra e mucchi di ragazze che ci lavorano. Come paga, quasi niente, ma hanno vestiti graziosi. Non sanno leggere né scrivere; quelle della scuola secondaria, invece, sono brave a scuola, ma vanno vestite poveramente. Quando, dopo la scuola ammazzano il tempo ad andare su e giù per il corso, la gente bene, gli impiegati che vestono camicie e calzoni fatti venire dal Sudafrica, si accorgono subito di loro. Anche i compagni di scuola vanno instancabilmente su e giù per il corso. Un saluto. I primi complimenti in inglese. Per la ragazza il sogno dorato ha inizio. Le poverette tornano nella loro capanna. Tormentano in mille modi i loro capelli per renderli più lisci, come quelli delle bellezze nere sudafricane che hanno visto sul primo rotocalco. Stirano la loro povera ed unica gonnella anche due volte al giorno. Ma è sempre quella! 207 Le ragazze dei bar sono fiere: le cambiano persino tre in un giorno. Anche esse vanno su e giù per il corso. Poi rimangono solo le studentesse a passeggiare. Col buio tornano nella loro capanna povera e squallida. A turno comperano sette lire di petrolio per alimentare le lampade che si sono fatte con una scatola vuota e un lembo di stoffa. Sdraiate per terra, studiano. Nelle sere e nelle notti di plenilunio si sente il tam-tam che chiama e incita alla danza. Si odono canti. Dopo i primi giorni, anche loro non resistono e vanno a fare quattro salti. Dopo due mesi tutto è cambiato. Diverse ragazze della scuola hanno vestitini nuovi, carini. Quando vanno qualche giorno in vacanza, alla mamma diranno che glielo ha imprestato una compagna. La mamma è fiera e non guarda per il sottile. Sua figlia? Una mezza europea.... Le ragazze incominciano a mancare a scuola, spesso. Una perché ha il mal di testa, l’altra perché si sente la febbre, la terza si è sentita male la notte. Una ventina di ragazze all’inizio dell’anno, tutte con buonissime probabilità di promozione. Nell’internato o convitto delle Figlie della Sapienza, a Zomba, il 94% delle ragazze della scuola secondaria è stato promosso a giugno. Un altro 10% se n’è tornato a casa prima della fine dell’anno scolastico, con un fagottino, non certo pieno di stracci. Un altro, chi mai potrà stabilire la cifra esatta!, non è andato a casa con il fagottino perché la paura, la malizia suggerita da parte di chi avrebbe avuto la responsabilità maggiore, non l’ha permesso... Sì, sono loro, quelle ragazze così semplici, così gentili, così brave che avrebbero potuto diventare professoresse, maestre, infermiere, segretarie. Ora il sogno è infranto, saranno riassorbite dalla vita del villaggio. Non faranno tragedie le loro famiglie, ma la tragedia c’è perché queste ragazze, anche se sono anglicane, protestanti o maomettane, sono mie figlie... e la tragedia la sento io. Altro non abbiamo noi missionari; i nostri figli sono questi! 208 Aiutatemi a salvarle! Da due anni abbiamo dato alle ragazze la nostra vecchia chiesa come dormitorio. Ora ce ne stanno 22. Non possiamo continuare così, perciò abbiamo deciso di costruire un convitto tanto più che abbiamo trovato un gruppo di bravissime Suore per Fort Johnston. Le ragazze le seguiranno loro. Che bello! Sono la speranza di un paese disperato. Tu, mamma, tu, papà... L’aveste avuta voi una figlia così... Non sareste contenti che qualcuno la ospitasse, l’aiutasse nel momento più bello e delicato della sua vita? È quello che noi vogliamo fare per queste ragazze che sono la speranza d’un paese disperato. Dobbiamo affrontare un’opera molto impegnativa, ma abbiamo molta fiducia...”. 209 Indice 1962: Questa è la nostra vita ........................................... p. 2 1963: Vedono il prete ogni tre mesi................................ p. 19 1964: Si chiamerà Malawi .............................................. p. 46 1965: Marcia travolgente ................................................ p. 64 1966: Forte spinta missionaria ........................................ p. 88 1967: Arrivano giovani rinforzi ...................................... p. 106 1968: Tempo di raccolta ................................................. p. 129 1969: Nuovo Prefetto Apostolico ................................... p. 147 1970: Devastanti inondazioni in Perù e Madagascar ...... p. 174 1971: Rose e spine del missionario................................. p. 188 210