MISSIONARI
MONFORTANI
ITALIANI
IN MISSIONE
Frammenti di cronaca dalla corrispondenza
dei missionari italiani in missione
(1962/1972)
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A cura
di Santino Epis
Bergamo 2002
I testi del presente opuscolo
sono tratti esclusivamente
dalle pagine de
“L’Apostolo di Maria”
dagli anni 1962/1972
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1962
Questa è la nostra vita!
1962: Anno del Concilio Ecumenico: “... Confidando
nell’aiuto del Divin Redentore, principio e fine di ogni cosa,
della sua augusta Madre e di San Giuseppe, cui fin dall’inizio
abbiamo affidato un così grande evento, ci sembra giunto il
momento di convocare il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Pertanto con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi
Apostoli Pietro e Paolo e la nostra, indiciamo, annunziamo e
convochiamo per il prossimo 1962 l’ecumenico e generale
Concilio che si celebrerà nella Basilica Vaticana in giorni che
verranno fissati secondo l’opportunità che la buona
Provvidenza ci vorrà favorire...”.
Così Papa Giovanni XXIII, nel discorso di Natale 1961,
annunciava l’indizione del Concilio Vaticano II.
Un momento d’importanza storica
P. Alessandro Assolari ne sottolinea l’importanza dal
punto di vista missionario:
“...Siamo in un momento la cui importanza non sfugge a
nessuno. I fatti di cronaca interessanti la grande stampa hanno
il valore e la durata dei funghi che ad agosto riempiono il
bosco. La Chiesa, illuminata dallo Spirito e guidata da un Capo
verso il quale tutti i popoli convergono lo sguardo, sta
scrivendo le sue pagine più belle. Nel mondo diviso da
antagonismi e brame insoddisfatte di imperialismo, un fremito
di unità corre nelle masse cristiane: siano esse dentro o fuori
l’ovile di Cristo.
Noi cristiani dobbiamo in questo anno splendido, l’Anno
del Concilio, contribuire personalmente a dare questo volto alla
Chiesa. Non è permesso lasciare quest’opera ai soli Pionieri del
Vangelo. I missionari sono, per quantità
e qualità,
l’espressione visibile dell’atteggiamento del popolo cristiano
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nei confronti della Chiesa. Se la qualità può essere
difficilmente controllata, la quantità è contro di noi. Quale
giustificazione può essere mai data alla nostra brutta posizione
nella classifica delle nazioni cristiane in fatto di cooperazione
cristiana? Che ognuno rifletta con sincerità a ciò che sin qui ha
fatto per le missioni. Ma, soprattutto, che ognuno si convinca
che tutti noi possiamo e dobbiamo contribuire a rendere la
Chiesa, anche visibile, sempre più una, santa, cattolica e
missionaria. Solo così avremo soddisfatto al nostro impegno
missionario”.
Le mie prime esperienze missionarie
P. Angelo Rota parla delle sue prime esperienze
missionarie. “... Tre mesi di studio di lingua malgascia, un
esamino con il Vescovo ed eccomi missionario patentato in un
grosso paese di 10.000 chilometri quadrati con più di 35.000
abitanti: 4.500 cattolici, 1.500 catecumeni, 2.200 protestanti,
pochi anglicani, il resto, 27.000 ancora pagani.
Un Centro missionario, il più vasto della Diocesi, con 116
chiese sparse nella campagna e tra le montagne. Una vera
diocesi, ma povera perché dispone di soli tre padri.
Spesso la gente, venendo a farci visita domanda: Dove
sono i Padri? Il cuoco risponde che siamo in tournée. Seguendo
un programma ben dettagliato e rimanendo il meno possibile
alla residenza, si riesce a visitare le diverse cristianità affidate
alle nostre cure, quattro o cinque volte l’anno.
Si manda per tempo una lettera d’avviso con il programma
della tournée. Il giorno fissato si parte. Muniti dell’altarino da
campo, di poche cose personali e dello stretto necessario per
riposarci la notte, si passa di villaggio in villaggio per portare
ai cristiani il conforto dei sacramenti e spiegare loro il
catechismo che hanno imparato con il catechista nelle
adunanze domenicali.
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Così per 15/20 giorni, un mese. Si torna alla base per la
registrazione dei battesimi e un riposo, poi si riparte in un’altra
direzione per lo stesso lavoro. Questa è la nostra vita.
Arrivando da Ilaka ebbi alcuni giorni per ambientarmi,
andare a Mahanoro per una giornata di ritiro e per la
discussione dei casi di morale e al ritorno iniziai i primi giri
missionari per conoscere i miei cristiani. Essendo solo in tre
Padri, abbiamo dovuto dividerci il terreno e siccome io sono il
più giovane ho avuto la parte più distante.
Quando il tempo è buono e le strade sono praticabili posso
raggiungere la mia zona con la vecchia jeep della missione; se
invece, come in questi giorni, il cielo fa il broncio, non resta
altro da fare che armarsi di santo coraggio, sellare il cavallo di
S. Francesco e con quello percorrere i quarantacinque
chilometri di strada carrozzabile per poi continuare tra le
colline.
Per la prima volta fui accompagnato dal mio Superiore.
Durante la notte fu impossibile servirci della jeep. Trovammo
dei portatori per i bagagli e via a piedi. Circa quattro ore di
marcia per raggiungere il primo villaggio e sempre sotto
l’acqua. Che fosse alquanto stancante quella gita non posso
negarlo, tuttavia l’avventura la rese assai piacevole.
A volte il sentiero è così ripido che bisognava essere dei
veri acrobati per non cadere. Tale si rivelò il mio Superiore,
poiché non cadde mai, mentre io avevo così bene imparato a
cadere e a rialzarmi nelle discese che pareva lo facessi apposta
e pensavo di potermi iscrivere per qualche gara di pattinaggio
su ghiaccio. Arrivando nei pressi del villaggio ero così
malconcio che dovetti cercarmi un prato per levarmi il fango
dai pantaloni.
Il brutto tempo si alternò con giornate di sole cocente di
modo che se non ci si bagnava sotto la pioggia buttavi fuori
tanto sudore che costringerti a cambiarti completamente
all’arrivo di ogni villaggio. Dieci giorni interessantissimi per
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me. Feci conoscenza con tanta gente e con posti nuovi e feci
nuove esperienze.
Marciammo su e giù per le montagne, attraversammo a
guado e in piroga diversi torrenti, feci l’acrobata su ponti di
fortuna, formati da una sola canna di bambù ed ebbi pure la
sorpresa di trovarmi sprofondato nella melma di una risaia fino
alla cintola!
Mi sentivo un vero missionario. Ogni giorno insegnavo il
catechismo, ascoltavo le confessioni e durante la Messa era
riservato a me l’onore delle comunioni alla mia gente. A volte
mi tornava alla mente una pagina che ebbi occasione di leggere
sulla pena più grande per un missionario: negare il battesimo
ad un pagano che lo desidera. Mi domandavo se ciò fosse
possibile. Purtroppo ho dovuto convincermi che a volte
succede anche questo caso.
In alcuni villaggi l’entusiasmo e il fervore per la preghiera
e la pratica della vita cristiana dà ottime consolazioni, altrove
invece il diavolo continua a lavorare e diversi catecumeni pur
conservando il desiderio del battesimo, non pregano e non
imparano il catechismo, vengono alla chiesa solo quando passa
il missionario.
Le tradizioni pagane alle quali devono rinunciare sono
l’ostacolo più grande e se per caso succede loro qualcosa di
spiacevole sono gli indovini che pretendono di farne risalire la
causa alla loro decisione di farsi cattolici. Povera gente e
povere anime!”.
Dieci domande a P. Alessandro Assolari
“L'Apostolo di Maria” del mese di aprile ospita
un’interessante intervista a P. Alessandro Assolari, in Italia per
una breve vacanza.
Da quanto tempo vi trovate in missione? - Siamo partiti
dall’Italia il 27 novembre 1955 e da Marsiglia il 3 dicembre
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dello stesso anno. Due date queste assai care a noi missionari
monfortani. Giungemmo a Tamatave il 23 del stesso mese.
P. Assolari, perché sei tornato con la barba grigia? Barba grigia... potresti dire anche barba brizzolata, io penso.
Questi non sono affari miei. Può dipendere da tante cose. Forse
le condizioni climatiche e il lavoro svolto laggiù possono avere
influito un po’. E poi, ti posso assicurare che i peli bianchi
della mia barba non mi fanno male, anzi danno un tono di
serietà...
Che cosa avete fatto in tanti anni? - Abbiamo fatto
giorno per giorno quello che potevamo fare. P. Omizzolo ha
diviso equamente la sua vita tra il lavoro della brousse e
l’insegnamento in seminario. Non riesce mai a sfuggire alla sua
vocazione professorale. P. Nozza ed io abbiamo trascorso i
nostri sei anni nella brousse.
Cos’è questa brousse di cui parlate spesso? - Noi siamo
abituati, giù, ad un linguaggio caratteristico, e nelle nostre
conversazioni adoperiamo la prima parola che ci viene sulla
punta della lingua, sia essa italiana o malgascia o francese o
bergamasca.
La brousse potrebbe essere tradotta brughiera, ma il
termine francese è di uso assai più frequente e preciso. Si tratta
di un territorio, ordinariamente assai esteso, fuori e lontano da
ogni grosso centro. La nostra missione di Tamatave è tutta
nella brousse, all’infuori dei centri di Tamatave, Brickaville,
Vatomandry e Mahanoro.
Che cosa vi ha fatto soffrire di più? - E chi vi dice che
noi siamo andati in missione per soffrire? La gioia nella vita
l’ha chi vuole averla. Si capisce che anche noi abbiamo avuto
le nostre pene, i nostri problemi, le nostre angosce.
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La vita laggiù è abbastanza difficile e non possiamo fare
paragoni tra il conforto di qui e la miseria di quelle povere
popolazioni. Per il vitto si fa quel che si può e i nostri cristiani
nella loro semplicità ci danno quello che hanno. Per i viaggi:
anche qui si fa quel che si può. Colui che ha un cavallo se ne
serve quando può. Chi non ne ha, si serve del... cavallo di S.
Francesco.
Noi, giù, siamo missionari itineranti. Un po’ come aveva
sognato il nostro Santo Fondatore: correre per il mondo con
animo vagabondo... Laggiù ognuno di noi ha fatto della marce
a piedi. P. Nozza però è un vero specialista. Potrebbe fare
concorrenza seria a dei maratoneti...
Il clima com’è? - Non è così brutto come il clima di qui. È
il clima caratteristico dei paesi subtropicali. Fa assai caldo e
l’umidità è senza paragoni. Lungo la costa orientale, dove vi
sono lagune a non finire, il clima è temperato, dalla distanza
dell’Oceano Indiano che non permette eccessi di calore e di
fresco.
Nella zona interna, quella più montagnosa, vi possono
essere sbalzi di temperatura assai più sensibili. Ma in genere
non ci si può lamentare.
Ci sono bestie feroci? – L’isola del Madagascar non ha
una fauna molto ricca. Le bestie feroci, delle quali parlano
spesso i nostri confratelli dello Shirè, sono sconosciute da noi.
Solo i coccodrilli possono rappresentare un vero pericolo. Il
caimano può essere considerato come il re dei tanti fiumi che
bagnano la costa orientale malgascia. Fanno strage degli
animali che si avvicinano ai corsi d’acqua per dissetarsi.
M’è capitato una volta di vivere un brutto momento a
causa di queste bestiacce. Stavo spostandomi da un villaggio
all’altro, come usiamo fare durante i nostri viaggi missionari, e
viaggiavo in una piroga scavata nel tronco di un albero. Mi
trovavo nella piroga con altre due persone. Ad un certo punto
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vediamo un coccodrillo attraversare il fiume ad una
cinquantina di metri davanti a noi e poi uscire sulla sponda,
probabilmente per stendersi al sole. Fece per uscire dall’acqua,
mettendo le sue zampe anteriori sopra uno dei grossi ciuffi
d’erba sulla riva. La bestiaccia doveva essere tra i cinque e sei
metri di lunghezza. Appena ci ha visti, ebbe la mala idea di
tornare in acqua e di puntare dritto sulla nostra piroga.
Non siamo dei superuomini, per cui ci mettemmo a remare
con tutta la forza che avevamo in corpo. Avessi avuto un
fucile! E poi neppure quello sarebbe stato utile, ché lo sparo
avrebbe potuto capovolgere la leggerissima imbarcazione.
Giunta ad una decina di metri da noi la bestia manifestò la sua
pessima intenzione, immergendosi.
Un proverbio malgascio recita così: fidati di tutti ma non
del caimano che si immerge vicino alla tua barca. Malgrado il
caldo di quel mattino mi parve di sentire un frescolino giù per
la schiena. La nostra piroga doveva passare vicinissima, se non
sopra il coccodrillo. Sarebbe bastata una sventola della sua
potente coda per rovesciare la barca. Ma San Cristoforo, o chi
per lui, ce la mandò buona se ora mi trovo ancora qui a
raccontarvi questa avventura.
Siete sinceri quando raccontate queste avventure? - So
bene che tanti giornalisti godono di una fiducia abbastanza
relativa allorché, per guadagnarsi la vita, mandano alle stampe
i loro reportages. In parte questo torto se lo sono meritato. Noi
possiamo dire che in genere non raccontiamo che in minima
parte ciò che può capitarci durante gli anni di permanenza in
terra di missione. Fosse solo per noi, certo non scriveremmo
molto. Sappiamo però che tanti lettori de “L'Apostolo di
Maria”, che sono benefattori e della rivista e delle missioni,
seguono con amore la nostra attività e sono contenti di trovare
sulla rivista le notizie che ci riguardano. Di false avventure non
ne raccontiamo, anche se il nostro modo di fare sempre allegro
e un po’ spericolato potrebbe far supporre il contrario.
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Sono civili laggiù? - I sanguinosi fatti del Congo hanno
reso, per noi italiani, attuali le situazioni nelle quali ogni tanto
vengono a trovarsi i missionari. Però dobbiamo dire che
l’opinione italiana è ingiusta. Sono state le tredici salme degli
aviatori trucidati dagli insorti che hanno influenzato l’opinione
pubblica. E perché dalla stampa che conta non è stato detto
nulla o quasi della sorte riservata a tanti missionari martirizzati
nella Cina di Mao? Non erano anch’essi italiani, figli di
italiani? La loro missione non era altrettanto nobile di quella
degli aviatori trucidati? Noi siamo per la carità e per la
giustizia. La barbarie ci fa pena e preghiamo per coloro che
l’ignoranza , sobillata dall’odio, ha stroncato.
I nostri malgasci non sono barbari. Al contrario, hanno un
senso di ospitalità e di onore che meravigliano. Purtroppo nel
campo dell’economia e dell’industria sono ancora ai primi
passi e il Madagascar è da annoverare tra i paesi più
sottosviluppati...
È indipendente il Madagascar? - Sì, il Madagascar è
politicamente indipendente. Prima apparteneva alla Francia e
poi, come tutti gli altri territori francesi d’oltremare, senza
torbidi ed avventure, optò per l’indipendenza. I malgasci sono
tuttora in buoni rapporti con la Francia, anche per ragioni
d’interesse, e tramite la Francia sono agganciati all’Occidente.
Data la loro posizione geografica e la loro origine sentono un
richiamo per l’Oriente. Possiamo tuttavia avere fiducia nel
buon senso dell’attuale Presidente della Repubblica...
Di che cosa vivono laggiù? - Il Madagascar ritrae,
attualmente, quasi tutto il suo reddito dall’agricoltura. Si
coltiva il riso che rappresenta il cibo base per tutte le tribù
malgasce, il caffè, la vaniglia, le spezie, le arachidi, le banane,
la manioca. Vi sono delle colture di tipo industriale: il tabacco,
il cotone.
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Il sottosuolo pare sia abbastanza ricco: solo ora però si è
passati ad una ricerca seria. A quanto pare ci sono molte
speranze. L’avvenire di questi territori sottosviluppati è legato
in parte all’atteggiamento che assumeranno i paesi progrediti
nei loro confronti...
Come vi accolgono durante i vostri viaggi missionari? I malgasci sono accoglienti e per essi l’ospitalità è sacra.
L’accoglienza riservataci dai nostri cristiani è semplicemente
commovente. Ci vogliono bene. Il giorno trascorso dal padre
nel loro villaggio è giorno di festa e di gioia. Nella loro
semplicità sono pieni di premure e riguardi verso di noi. Sanno
che noi abbiamo lasciato tutto per essi: non tralasciano di dire
tutta la loro riconoscenza.
Anche i protestanti ci portano rispetto e generalmente
hanno fiducia in noi. La maggior parte dei pagani s’è
familiarizzata con la figura del missionario. Non hanno più
paura come per il passato, anzi ci accolgono volentieri e si
sentono orgogliosi per la visita del missionario".
Sono arrivato nella mia missione
P. Achille Valsecchi riceve la sua prima destinazione.
“Il 23 dicembre 1961, dopo l’esame di lingua malgascia, il
Vescovo, senza tanti preamboli, mi disse: Bene! Bravo! Ora
Ambinanindrano sarà il tuo nuovo campo di lavoro.
Mi precipitai a consultare la carta geografica.
Ambinanindrano...Ecco qui... Montagne, fiumi e montagne. E i
paesi? Seppi poi che erano relativamente molti. Circa 200.
Ed eccomi ad Ambinanindrano. Un paesino posto a 500
metri sul livello del mare, adagiato dalla Provvidenza in una
culla di montagne verdi. Il paese si trova al centro del territorio
affidato ai missionari. Qualche cifra: popolazione 24.000;
cattolici 3.000; chiese 63; chilometri quadrati 2.300, che
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eguagliano l’estensione della provincia di Bergamo; sacerdoti
2, solo 2. Né uno in più, né uno in meno.
Giunsi nella mia nuova missione in due pezzi... per la
stanchezza, perché negli ultimi chilometri dovetti riparare una
ruota della jeep sotto un sole infernale...
La notizia del mio arrivo si sparse in un baleno nel
villaggio e nei dintorni. Alla domenica il grande ricevimento.
Vennero a Messa cantata non solo i cristiani assidui alle
cerimonie domenicali, ma molti altri. Dopo la Messa, nella sala
teatro, ci fu il familiare incontro. Le autorità civili, ferventi
cattolici, erano in prima fila. Il maresciallo dei carabinieri con
il suo plotone al completo. Le autorità religiose, P. Marchesi
Antonio, davano un senso religioso alla riunione. Insomma
c’erano tutti...
La mia casa è posta su di una altura. La sua grandiosità
impressiona. Sette stanze al pianterreno. Suscita meraviglia
anche per la povertà. Il tetto in foglie, le pareti di canne, il
pavimento in corteccia di albero.
Durante la notte il mio orecchio destro percepì rumori
strani e stridii sospetti. Nelle tenebre localizzo la provenienza
dei rumori. Allungo con circospezione la mano e afferro
qualche cosetta filiforme e pelosa. Strilli in quantità. Inorridito,
allento al morsa della mano e riordino le idee. La coda
certamente deve essere attaccata ad un corpo. Il corpo deve
essere sostenuto da quattro zampette e un corpo abbastanza
rotondo ci deve pure essere un musetto appuntito. E' la punta
del musetto deve essere ornata da baffetti. Brr! Brr! I topi! I
topacci di mezzo ...”.
Nozze d’argento sacerdotali
P. Remigio Villa celebra 25 anni di sacerdozio nella sua
missione.
“La celebrazione di domenica 23 febbraio lascerà
nell’animo mio un ricordo dolcissimo che conserverò per tutta
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la vita. Nessuno avrebbe pensato una sì grandiosa
dimostrazione di affetto per un povero sacerdote come me. Uno
resta confuso davanti a tanta bontà di cuori.
Solo il pensiero che voi, amici cari, avete voluto onorare
non tanto la mia umile persona, quanto il vero e unico
Sacerdote N.S. Gesù Cristo, mi toglie un po’ la confusione. Se
è per me motivo di gioia tanta vostra bontà, è anche uno
stimolo maggiore a darmi a voi, al lavoro per la salvezza delle
anime a me affidate. Continuate a pregare per la nostra
missione!”.
Sui numeri successivi de “L'Apostolo di Maria” P.
Francesco Valdameri pubblica una relazione circostanziata
delle varie fasi dei festeggiamenti. Una annotazione dovuta al
fatto che P. Villa, mentre si stavano svolgendo i preparativi,
dovette essere ricoverato all’ospedale di Salisbury per subire
un’operazione.
“... A Cholo e altrove ci si chiedeva se si stava preparando la
festa per un morto o per un vivo. Però la Vergine ha saputo fare
i suoi preziosi regali senza guastare i piani”.
Partenze per il Perù e per il Madagascar
Il 10 maggio, dall’aeroporto di Linate P. Luigi Facchinetti
è partito per il Madagascar. Dal porto di Napoli, il 15 giungo
seguente partono per il Perù P. Alberto Scotton, P. Amato
Prisco e P. Felice Riva
P. Felice Riva si fa interprete dei sentimenti dei confratelli
in partenza:
“Più che parlare sentiremmo il bisogno di piangere...
Piangere di gioia, di dolore e di amore! Mai come adesso
abbiamo sentito il nostro cuore troppo piccolo per contenere le
onde di una gioia sovrumana che non può essere intesa né
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creduta se non da chi può stringere al petto un croce e dire: il
sono missionario!”.
Mi svegliai nel Madagascar
In modo umoristico P. Achille Valsecchi descrive il volo
missionario dall’Italia del suo compagno di classe P. Luigi
Facchinetti, recentemente partito per le missioni.
“Guardai dal finestrino la tribuna dell’aeroporto ove
c’erano i miei parenti ed amici. Contraccambiai il loro saluto
con un fazzoletto. Le cose diventavano piccole piccole e non
vidi più nulla.
Un nodo mi serrava la gola. Avevo lasciato la patria.
Mentalmente pensai ai 10.000 km. che mi separavano da
Tananarive. La distanza era grande. Chissà quanto tempo
impiegherò. Poi troverò i confratelli ed io dirò parole di
ringraziamento e spiegherò la ragione della mia venuta tra loro.
Mentre pensavo tutte queste cose, mi si avvicinò una
hostess e con un accento d’angelo mi rivolse alcune parole:
Come? Dissi io. Ella parlò di nuovo. Non compresi, però
risposi con un “oui”. Dopo un poco ella mi portò una bibita,
Lessi l’etichetta. Non compresi ciò che vi era scritto. Sentii
gracchiare l’alto parlante. Ma che lingua si parla su questo
aereo? Incominciai a sentirmi isolato dal mondo...”.
Dagli Appennini alle Ande
P. Pasquale Buondono racconta il suo viaggio missionario
verso il Perù dove l’obbedienza lo ha chiamato a fondare una
nuova missione monfortana italiana.
“I Monfortani hanno accolto con lo spirito del loro
Fondatore San Luigi Maria di Montfort, l’appello del Papa.
Dovremmo in là della tragica situazione dell’America Latina,
specie sotto l’angolo della vita cattolica. Basti dire che ora,
mentre in Italia si dispone di un sacerdote per ogni 800 anime,
nel Sud America si può contare solo su di un sacerdote per ogni
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6.000 anime. E mentre in generale in Italia la gente è raccolta
in paesi bene uniti, lì, spesso la gente è dispersa su territori
vastissimi e senza vie di comunicazione...
Più e meglio del grande navigatore ci sentiamo Cristofori,
portatori di Cristo, mettendoci sulla rotta che egli percorse per
primo. Qualche differenza tra noi e Colombo c’è. Il grande
genovese si spingeva verso l’ignoto; noi invece sappiamo di
preciso dove andiamo...
Terra! Terra! Dopo otto giorno di completa solitudine,
senza incontrare una nave, senza vedere un aereo, intravediamo
sul pelo d’acqua l’isola di Santa Lucia, la prima terra del nostro
Nuovo Mondo. Sarà di buon augurio il fatto che porta il nome
della grande Santa siciliana...
Dopo 25 giorni di mare si arriva a Callao, il più grande
porto del Pacifico. È la stazione marittima di Lima. Sullo
sfondo la Cordigliera delle Ande, arida e brulla nei suoi primi
contrafforti. Ci affrettiamo a lasciare l’Oceano: i due confratelli
che ci sono venuti incontro, dopo averci preceduti per via
aerea, sono impazienti di condurci alla casetta che porta il
titolo augurale e programmatico della Visitazione.
Il nostro compito missionario è tutto nel secondo mistero
gaudioso: visitare la gente di questo paese andino per portare
loro la grazia che Maria portò a Santa Elisabetta sulle
montagne di Giuda...”.
Molti chilometri sotto la pioggia
P. Angelo Rota racconta che anche per i cattolici malgasci
il Concilio Vaticano II è stato un evento importante.
“I miei cristiani probabilmente non compresero cosa fosse
in realtà un Concilio, ma il fatto che da ogni parte del mondo i
Vescovi si mettessero in viaggio per Roma ove incontrarsi tutti
assieme con il Papa li aveva convinti che doveva trattarsi di un
avvenimento importante. Di questo erano convinti.
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Una prova di questo l’ebbi proprio nel cuore della foresta.
Ero passato per Ampasimazava da quattro giorni. Risalendo le
numerose cascate del fiume Manandra, per visitare le cristianità
di quel quartiere, mi ero spinto a Saivaza, il centro della zona
ove risiede il Sindaco e il Capo Cantone.
Qui mi sarei fermato qualche giorno per discutere con gli
ispettori il programma dell’anno e per lanciare il progetto per la
costruzione di una chiesa più spaziosa e di una capanna per le
riunioni dei primi venerdì del mese.
L’indomani dal mio arrivo, ecco da Ampasimazava e per
di più sotto una pioggia torrenziale, una povera donna, sulla
quarantina, con una bimba di due anni legata sulla schiena
secondo il costume locale. La povera donna era sfinita. Si portò
la sua creatura sul petto e cominciò a raccontare il motivo della
sua visita.
Aveva perso, rosicchiata dai topi, l’immagine con la
preghiera del Concilio e suo figlio, catechista, era preoccupato,
perché non l’avrebbe più potuta pregare...”.
Maledetti serpenti...
P Carlo Berton informa che nelle credenze popolari
malgasce i serpenti hanno un posto di predominio.
“... I malgasci hanno paura dei serpenti. Il sole è già alto
nel cielo. Il malgascio con calma e pacatezza si reca al lavoro.
Un fruscio sospetto arresta il suo passo senza ideali. Guarda di
sbieco tra l’erba per non vedere bene, ma sicuro di osservare
meglio. Una “mandronta”, serpente che lascia la tana solo di
notte, ammicca con gli occhi mansueti al malcapitato. Il cuore
gli scoppietta come un’umida candela di moto. Una repentina
giravolta e rincasa veloce come una Ferrari formula uno su
pista.
Il malgascio, sull’imbrunire, torna a casa dai campi,
desideroso di rivedere i figli dopo un’assenza di cinque ore.
Una “menarana” che circola solo di giorno gli attraversa la
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strada. Quel tipo dà fondo alle sue energie risparmiate durante
il lavoro e corre, corre, corre imprecando di aver solo due
gambe e non otto...”.
Specialità della tavola africana
P. Remigio Villa accenna alle specialità della cucina
africana.
“... Anche il Nyasaland ha i suoi piatti nazionali o
regionali, secondo la tribù. Mentre escludono certe specialità
europee, come le rane, le lumache, hanno come specialità:
Grossi serpenti: è un cibo speciale che molti anziani di
certe tribù amano assai. Come noi siamo ghiotti di anguille,
così dovrebbe piacere la carne bianca dei serpenti. Però pochi li
mangiano. Anche in Africa il serpente è l’animale maledetto
che porta sfortuna al solo vederlo.
Topolini e talpe. Sono un piatto prelibato per gli africani.
Quante anziane non hanno altro da dire in confessione se non
“ho mangiato una talpa al venerdì”. I neri sanno marinare la
scuola per andare a caccia di talpe. Non arrabbiatevi se trovate
a volte delle buche nei sentieri, col pericolo di farvi fare un
capitombolo in moto; sono stati i ragazzi... cacciatori! Con due
dita alla nuca le uccidono, poi le infilano come fichi secchi e le
fanno abbrustolire così come si prendono...
Bruchi d’erbe. Sono quelli che appaiono alla fine delle
piogge; sono verdi e teneri e si raccolgono in cima alle erbe.
Gli africani ne fanno una salsa verdastra, che messa sui cavoli
anche da sola, è una buona pietanza. Un giorno però preferii
digiunare che toccare queste bestiole.
Maggiolini, grilli ed insetti possono fare la delizia del
palato africano. Cavallette e Zombè. Ce ne sono di tutte le
qualità e grandezze. Nel lontano 1940 ci fu una vera e propria
invasione di cavallette, una nube che oscurò il sole. Tutta la
popolazione venne mobilitata per far fuggire il flagello con i
tam tam di tamburi e di secchie...
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Formiconi. Questo è davvero un piatto delizioso! Sono
formiche grosse come api. Tutto grasso. Sono alate; vengono
all’inizio delle piogge. Escono dai termitai come un rigagnolo.
La gente, di notte, accende dei falò vicino alle aperture dei
termitai; attratte dalla luce che scambiano come quella del
giorno, vengono raccolte in ceste. ...”.
Il mio ritorno nelle terre malgasce
P. Rizzardo Omizzolo, dopo un periodo di riposo in Italia,
riparte per la sua missione.
“... Erano le 21.30 del 31 ottobre. La nave, tra l’infuriare
del vento e dei cavalloni, riuscì a mala pena a manovrare per
uscire dal porto di Marsiglia. Fummo cullati per tutta la notte
un po’ atrocemente dal mare grosso, con beccheggio e rullio
alterni, che facevano correre le valigie da un capo all’altro della
cabina. Niente di grave per me ormai abituato alle traversate,
essendo questo il mio terzo viaggio...
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1963
Vedono il prete ogni tre mesi
Perù: lama o scarpone?
I Missionari del Perù, dopo un anno di presenza, inviano
notizie sul Paese dove lavorano. Se ne fa interprete P. Pasquale
Buondonno.
“Il Perù, dove da un anno lavora un gruppo di Monfortani
italiani, occupa il terzo posto per superficie e per popolazione
nella graduatoria degli Stati dell’America Meridionale. Ha un
territorio di un milione duecentoquarantamila chilometri
quadrati e dodici milioni di abitanti. È superato solo dal Brasile
e dall’Argentina.
A chi guarda la configurazione geografica del Perù si
presenta a piacere o la immagine di un lama o quella di uno
scarpone.
Gli stranieri più facilmente impressionati dall’insolito
curioso, preferiscono vedere il Perù sotto la figura della testa di
questa grande rarità del regno animale che è il lama, il piccolo
cammello della Ande.
I Peruviani, invece, preferiscono vedere il loro paese come
uno scarpone, così come noi parliamo dell’Italia come uno
stivale. Uno scarpone la cui suola, poggiata sull’Oceano
Pacifico, misura duemila chilometri, compreso un tacco non
certo da signorina, che è armato di un forte sperone. La suola
ha un centinaio di chilometri di spessore e forma la zona
costiera, la più attiva e la più sviluppata di tutte.
La parte superiore della gigantesca calzatura, collo e punta,
è la zona della Selva. Comprende le due regioni più care ai
Monfortani per il nome che portano: Loreto, Madre de Dios.
Un Loreto che da solo misura una volta e mezza tutta l’Italia. Il
nome, non c’è dubbio, fu dato all’immensa zona amazzonica,
che resta ancor oggi uno dei grandi misteri della geografia, dal
Santuario della Santa Casa...
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Ho trovato un Perù! Chi non conosce questa espressione
che ha valore in quasi tutte le lingue per dire che si è trovato un
grande tesoro? Il Perù è, o almeno era, il Paese ricco per
antonomasia. Infatti, a leggere la storia si trovano degli
avvenimenti che solo si è soliti incontrare nei favolosi racconti
delle fate...
Un arcobaleno di facce. Dal punto di vista antropologico
troviamo qui uno dei più grandiosi crogioli di razze umane. Ciò
che avevamo visto solo nei manuali di geografia quando
parlano del colore dei figli di Adamo, qui lo vediamo come
palpitante realtà.
Vi sono gli indios della Selva che tirano al mongolo e che
fino ad oggi si sono mantenuti fuori dalla convivenza della
nazione; vi sono i serrani, bruni e tarchiatelli, provenienti dalla
Selva Andina; vi sono dei bianchi di tutte le sfumature
d’Europa; vi sono dei neri autentici, discendenti da quelli
importati dall’Africa ai tempi della vergognosa tratta degli
schiavi.
Vi sono dei giapponesi che si sono stabiliti nel Perù per
motivi di commercio.E poi incontriamo tutti i miscugli che si
possono combinare e immaginare tra bianco, nero, bruno e
giallo con una gradazione da arcobaleno.
Gli Italiani si distinguono in questo grande mosaico, sia
per il colore della pelle, ma più ancora per il numero:
moltissimo per una intelligente e fattiva intraprendenza. Gente
alla quale piace il lavoro e che ha spirito di grande iniziativa.
Possiamo dire che le principali industrie del Perù hanno preso
l’avvio da loro, un avvio partito da zero.
Nella storia del Paese sono incastonati parecchi nomi di
connazionali, in particolare gli operai del Vangelo che in questi
ultimi anni, accogliendo il grido angosciato del Santo Padre per
l’America Latina, sono venuti qui dall’Italia: Preti secolari,
Salesiani, Cappuccini, Canonici dell’Immacolata Concezione,
Giuseppini di Asti ecc…
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Tra questi vi è anche il gruppo Monfortano. Abbiamo
cominciato a dare il nostro contributo per aiutare il Perù a
sollevarsi dalla miseria materiale e morale e diventare non solo
di nome, ma anche di fatto una Nazione Cattolica”.
Ciao, ciao... Italia!
Dopo un periodo di vacanza in Italia ripartono per la
missione P. Alessandro Assolari e P. Emilio Nozza.
“... Partiamo con tanta contentezza nell’anima. Laggiù a
10.000 chilometri di distanza avevamo lasciato tante persone
alle quali avevamo trasmesso con la verità, la vita dell’anima.
Si erano attaccate a noi con l’animo semplice e riconoscente di
chi sa di aver ricevuto con la fede un bene molto superiore alle
cose di quaggiù. Per queste cose ci chiamavano con un nome
quanto mai espressivo e delicato: Padre e madre... Dio sa come
tra noi e loro esistesse effettivamente la relazione di
attaccamento ed affetto che intercorre tra chi ha dato e ricevuto
la vita.
Poveri e cari cristiani! Li avevamo lasciati nel pianto.
Doveri di pietà e bisogno di riposo ci avevano costretti al
distacco. Le difficoltà che ci trattenevano finora in Italia sono
state superate e la via che ci riconduce nella terra del nostro
lavoro e della nostra gioia si apre libera davanti ai nostri passi.
Partiamo con il cuore contento.
Il distacco dalle persone e dagli amici evidentemente lo
sentiamo. Eppure partiamo contenti perché vogliamo essere
coerenti con noi stessi. L’ideale missionario ci ha portato al
sacerdozio: e noi al lavoro missionario vogliamo consacrare il
nostro sacerdozio. Partiamo contenti perché la nostra presenza
tra i più intimi amici può essere servita ad accrescere il loro
grande amore per la causa missionaria.
Partiamo contenti perché durante questo periodo di tempo
abbiamo potuto partecipare il nostro entusiasmo missionario
alle persone tra le quali abbiamo svolto il ministero
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sacerdotale. È stata questa la nostra ambizione. E partendo
lasceremo questo nostro entusiasmo come ricordo.
La nostra partenza possa richiamare l’attenzione dei tanti
amici su due realtà estremamente importanti: l’urgenza e
l’ampiezza del problema missionario e il dovere della
collaborazione da parte di tutti per la sua soluzione.
Dalle nostre missioni vi faremo conoscere le gioie e le
ansie, le realizzazioni e le delusioni, nella speranza che voi ci
vorrete seguire con la preghiera e simpatia. Ciao, Italia!”.
I miei viaggi apostolici
P. Rizzardo Omizzolo torna a parlare dei suoi “Giri
Apostolici”.
“La nostra residenza è sulla costa dell’Oceano Indiano, a
poche decine di metri dal mare. La chiesa e la casa dei
missionari sono nuove e comode e in una posizione
incantevole. Tutto il territorio dipendente da questo centro si
estende nell’entroterra, su per i monti che salgono verso gli
altipiani centrali, su una superficie di 5.000 kmq.
I battezzati sono 1.400 e sono sparsi in piccoli gruppi in
quasi 50 villaggi differenti; da qui la necessità di andarli a
visitare sul posto, sobbarcandoci a lunghe marce a causa dei
rovi, delle spine e dei terreni paludosi.
Nel mio ultimo giro, terminato la domenica delle Palme,
ho calcolato di aver percorso circa 180 chilometri a piedi. Le
mie povere e vecchie gambe hanno funzionato sempre bene,
malgrado le scalfitture innumerevoli della pelle a causa dei
rovi, delle spine e delle erbe taglienti.
Costeggiando quasi sempre qualche fiume ho chiesto agli
accompagnatori se le acque non fossero infestate da caimani.
Ce ne sono parecchi, ma basta non andarli a stuzzicare...
In marcia per Mahatsara fummo colti da forti acquazzoni e
continuammo imperterriti pensando che ci saremmo cambiati
giungendo al villaggio. Dovemmo guadare più volte fiumi e
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torrenti ingrossati, immersi fino alla cintola. E questo si
ripeterà ad ogni tappa, parecchie volte, poiché la regione è
percorsa da centinaia di fiumi e ruscelli...
Ad Ambalafizica, la sera dopo cena, approfittando del
plenilunio, tutto il villaggio si radunò davanti alla mia
capanna... per ascoltare la voce misteriosa, canti e suoni, che
uscivano dal mio posto radio a transistor.
In quel piccolo villaggio appollaiato sulla cima d’una
montagna, molti non erano mai scesi al piano e non avevano
mai visto un automobile né udito una radio...
Si fa pure l’infermiere, data l’occasione e per necessità di
cose, essendo la gente nell’impossibilità o quasi di raggiungere
il più vicino ospedale con medico o posti di medicazione. Fare
50 o 60 chilometri, a piedi, portando un ammalato all’ospedale,
non è piacevole né per i portatori, né per gli infermi...
L’ultima tappa fu la più lunga: circa cinque ore di marcia
per raggiungere Vavatanina, un posto tenuto dai Padri dello
Spirito Santo e appartenente alla diocesi di Diego Suarez, il cui
centro episcopale dista più di 800 km. Là potei finalmente
riposare un pomeriggio e una notte su un buon letto...”.
Si va verso l’indipendenza
Dal Nyasaland P. Vittorio Crippa fa sapere: “...Il
Nyasaland sta marciando verso la sua indipendenza, però c’è
molta calma e noi continuiamo il nostro apostolato. Che la
Madonna protegga sempre questo paese che promette bene per
la sua fiorente cristianità.
Abbiamo finito di scavare il pozzo, ora il fastidio dei debiti
da coprire! La Provvidenza non è mai mancata e sono sicuro
che non mancherà anche stavolta, ma intanto sto qui con il
cuore sospeso...
Fra qualche settimana speriamo poter aprire anche un
piccolo ospedale e una clinica materna. Già le buone Suore
fanno funzionare un ottimo dispensario ed ogni giorno hanno
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un afflusso di più di quattrocento pazienti. Tutti ricorrono alle
Suore perché vengono curati coscienziosamente e con tanta
carità.
L'altra notte sono stato chiamato d’urgenza per un
ammalato lontano un’ora di strada in moto. Ad un certo punto
ho dato un calcio a qualcosa di soffice; era nientemeno che un
serpente boa grossissimo che dormiva indisturbato. Al colpo
dato se l’è svignata. Con le luci della moto ho potuto vedere
tutta la sua grossezza e lunghezza. Non ne avevo mai visto di
così grossi. I missionari, per una protezione speciale di S.
Francesco Zaverio, non vengono mai morsi dai serpenti...”.
Fra giorni partirò per un viaggio di dieci giorni
Dopo qualche tempo dal suo rientro dall’Italia, scrive
anche P. Remigio Villa:
“...E’ trascorsa ormai la prima settimana dal mio rientro
dall’Italia. Domenica c’è stato l’incontro con i miei cristiani:
gioia d’ambo le parti. Speriamo continui così...
Fra giorni partirò per un piccolo viaggio di dieci giorni nei
villaggi. È da gennaio che la nostra missione è una sorta
d’infermeria: Padri ammalati che non possono in questo modo
visitare le succursali né le scuole catechistiche.
La situazione politica è calma, ma c’è grande miseria a
causa della mancanza di lavoro. La questione delle scuole è
sempre un mezzo compromesso. Speriamo in bene! Aspettiamo
i novelli missionari...".
Festeggiati i 25 anni di sacerdozio di P. Betti
P. Francesco Valdameri fa sapere che il 17 marzo ci sono
stati i solenni festeggiamenti per i 25 anni di vita sacerdotale e
missionaria di P. Tarcisio Betti. Ci sono stati dei preparativi in
tutta la missione di Mpiri:
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“… In tutte le chiese i capi hanno escogitato la maniera
con la quale avrebbero mostrato a P. Tarcisio il loro affetto e la
loro riconoscenza per i lunghi anni di lavoro apostolico in
mezzo a loro.
Il mattino della festa Mpiri era letteralmente gremita di
gente. Alle 9.30 ebbe inizio la solenne Messa giubilare. Un
coro di circa 200 ragazzi cantò la Messa in musica indigena. P.
V. Crippa fece il discorso di circostanza. Tutti i cristiani erano
profondamente commossi.
Dopo la sacre funzioni si passò nel vasto piazzale, di fronte
alla casa della missione. Gruppi di centinaia e centinaia di
ragazzi delle nostre scuole iniziarono canti e giochi...”.
Papa Giovanni XXIII pianto in Africa
Nella corrispondenza dei missionari troviamo anche l’eco
della notizia della morte di Papa Giovanni XXIII. A ricordarlo
è P. Remigio Villa legato al Papa buono da una particolare
amicizia.
“... La scomparsa del Buon Papa Giovanni ha rivelato al
mondo il posto che questo mite Pontefice aveva preso nel cuore
di tutti. Durante i tre giorni di agonia del Papa, i neri vivevano
attaccati alla loro radio per sapere notizie del Papa. Ovunque si
entrava, la prima parola era subito: “Come sta il Papa
Giovanni?”.
I cristiani erano i primi a chiedere notizie, ma anche i
protestanti e i pagani. Chi mi informò della morte del Santo
Padre fu proprio un amico protestante. La reazione in tutti i
cuori fu unanime: dolore vero e profondo...”.
Vedono il prete ogni tre mesi
Dal Madagascar invia notizie P. Pietro Valsecchi; parla del
suo lavoro.
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“...Era da tre mesi che non vedevo i miei cristiani del
villaggio. Bisogna andarci questa volta.
Dopo chilometri e chilometri scorgo dall’alto il villaggio
che si staglia netto col bianco del suo piazzale tra il verde della
vegetazione. Non guardo l’orologio per non sapere quanto
tempo ho camminato. Sogno d’essere già arrivato e di bere una
bella tazza di caffè dissetante.
Un suono lungo, pieno, sempre uguale, parte dal centro del
villaggio e in un istante si sparge ovunque: è il suono ottenuto
soffiando in un corno di bue.
Il villaggio si rianima, dalla capanna che serve da chiesina
esce tutta una frotta di ragazzi che saltano e gridano dalla gioia.
Erano là riuniti per imparare a leggere e scrivere. Brav’uomo
quel catechista! Oltre a far pregare i cristiani alla domenica,
durante la settimana raduna i ragazzi e fa loro tre o quattro ore
di scuola.
Intanto lo sbocco del sentiero che porta al villaggio è
bloccato: uomini e donne, vecchi e bambini, grandi e piccoli
sono tutti lì. Un bel canto religioso, ben unito e sostenuto, sale
dalla folla. Con gioia mi avvicino e mi lascio stringere la mano
da cristiani e da non cristiani.
Durante il resto della giornata non mi lasciano più: chi
vuol essere esaminato sul catechismo perché adesso lo sa
proprio bene e vuole subito il Battesimo, chi vuole sbrigare gli
ultimi preparativi per il Matrimonio, chi vuol farsi medicare
una ferita, chi mi chiede medicine contro il mal di testa o la
tosse, chi mi porta una vecchia macchina da cucire
supplicandomi di aggiustarla perché è l’unica in tutto il
villaggio...
Anche i vecchi vogliono parlare da soli con me e mi
raccontano le difficoltà del villaggio e le disgrazie degli ultimi
mesi. Insistono perché resti qualche mese per aiutarli a
costruire una chiesa un po’ più bella e così non lasciarli soli,
che potrebbero morire da un momento all’altro...
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Eppure domani li dovrò lasciare soli per altri tre mesi.
Domani devo essere a 12 km. da qui: altri cristiani mi
aspettano. Li dovrò lasciare soli con il Buon Dio. La Domenica
si riuniranno di nuovo nella chiesa capanna: in mezzo l’altare
sarà coperto da un bianco lenzuolo e le pareti della capanna
ornate con verdi liane. Così, semplicemente, ma con tanta
buona volontà, pregheranno e canteranno e ascolteranno il
Vangelo, in piedi, con la speranza nel cuore di ricevere tra loro
il missionario la domenica seguente.
I catecumeni dovranno aspettare altri tre mesi per ricevere
il Battesimo, mentre i battezzati altri tre mesi per ricevere di
nuovo la S. Comunione. E i vecchi, domani, mi diranno con un
nodo alla gola un arrivederci che saprà di addio, mentre i
giovani, tanto per non lasciarmi troppo presto, mi
accompagneranno per tre o quattro chilometri. Ma prima o
dopo ci dovremo lasciare con la speranza che gli ammalati
guariscano e non si aggravino per altri tre mesi, che la
macchina da cucire continui a funzionare per altri tre mesi.
Come dispiace essere così soli, così in pochi a lavorare nella
vigna del Signore!”.
Viaggio apostolico sulle Ande Peruviane
“Giro missionario sulle Ande”: così P. Amato Prisco titola
la sua corrispondenza dal Perù.
“... La corriera diretta ad Anco parte con appena un’ora e
mezzo di ritardo. È inutile protestare. Nella Sierra si viaggia
così. Dopo alcuni minuti di viaggio incominciamo a ballare pur
stando seduti. Non appena usciti da Huancayo si presentano
nuove montagne con lunghe strade in salita. L’autista cambia
marcia, mette la terza, di nuovo la seconda, infine ingrana la
prima. Si procede a passo d’uomo. Dobbiamo salire a 4.000
metri...
Da un villaggio all’altro. Per percorrere 20 Km. di strada
aspettiamo pazientemente tre ore seduti sulle nostre valigie.
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Infine montiamo su di un camioncino di passaggio e a
mezzogiorno siamo a Peruro.
Qui una gentile persona, mentre aspettiamo che si scarichi
completamente un nuvolone di acqua, ci prepara un pranzo
tutto serrano: patate bollite, spighe di granoturco, riso bollito e
un po’ di ricotta fresca. Intanto da Cosme, il villaggio cui
siamo diretti, giungono tre cavalli e due accompagnatori.
Partiamo spronando i cavalli alla corsa. Ma per i sentieri di
montagna c’è ben poco da correre. E quando il cavallo si
inerpica per sentieri ripidi e rocciosi resta solo da aggrapparsi
alla criniera e sgranare il Rosario raccomandandosi l’anima.
Dopo due ore e mezza intravediamo le prime case del
Cosme. I Serrani, appena ci avvistano, corrono verso di noi
recando in mano grossi mazzi di fiori...
Virtù e vizi dei serrani. Le virtù comuni sono la dolcezza,
la mansuetudine, la calma. Il loro difetto principale è l’alzare il
gomito. Il serrano si crede in obbligo di fare sbornia quando
partecipa ad un Battesimo, quando fa da padrino ad una
Cresima, quando è inviolato ad un Matrimonio, dopo che ha
versato lacrime su un defunto, parente o no, quando riceve la
paga dal padrone, quando ricorre l’anniversario di un morto,
quando riceve la visita del “gobernador” del distretto, quando
prende parte ad una processione ecc. ecc… E se non ha la
bocca occupata in altre attività mastica la foglia di coca che lo
inebetisce. Purtroppo il vizio del bere è talmente radicato in
ogni persona che la quasi totalità si presenta come gente
intontita.. Vita di grazia, vita di preghiera, amor di Dio
sembrano parole senza senso qui: l’unico discorso che sembra
scuotere un po’ è quello dell’inferno e dei castighi di Dio. Il
serrano, in genere, non possiede la facoltà di astrarre e di avere
delle idee: è fanciullescamente concreto. Il vocabolario ignora
il termini astratti.
Lasciamo Cosme e dopo tre ore di cavalcata giungiamo a
Ciotay, accompagnati da un sole splendido. Cotay in quéchua
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significa mulino, forse perché qui anticamente esisteva un
mulino degli Incas.
La gente, per lo più donne e bambini, pare più accogliente
di quella di Cosme benché sia meno numerosa. Le
soddisfazioni missionarie le sperimentiamo l’indomani:
confessioni e comunioni. Le soddisfazioni materiali li
sperimentiamo il giorno stesso dell’arrivo: un topaccio brutto e
impertinente, vedendomi placidamente assopito sopra un
piccolo materasso di paglia, osa tanto da venire addirittura a
passeggiare sulla mia testa e ad annusare i miei capelli...
Ultima tappa del viaggio è stato Manzanayo. Per arrivarci
ci sono volute sei ore di cavallo, senza contare le soste
obbligatorie o volontarie. Ne valeva la pena perché questo
ultimo paese dell’altipiano andino ci ha riservato grandi
consolazioni: numerose confessioni e comunioni, diverse prime
comunioni, infinite benedizioni alla case, ai campi e al
bestiame, parecchi battesimi e una diecina di matrimoni...”.
Sono arrivate le prime due Figlie della Sapienza
P. Amato Prisco scrive subito dopo per comunicare: “...
Finalmente due angeli solo per noi! Con questa esclamazione
di gioia e di soddisfazione sono state ricevute le prime due
Suore Monfortane giunte a Ñaña. Non pareva vero, sembrava
impossibile, ma quando videro i due angeli rimboccarsi le
maniche, lasciare la residenza e accorrere premurosi al
capezzale di un bimbo infermo, quando costatarono cioè che le
due nuove bianche non temevano affatto le numerose turbe di
cani randagi, ebbero il coraggio e l’ardire di portarsi fino alle
loro case per effettuare i primi approcci, intavolare le prime
conversazioni e sondare così il terreno, gli abitanti di Ñaña
passarono dal sogno alla realtà, dallo stupore alla stima. Quelle
due suore erano al loro esclusivo servizio...”.
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Due nuovi missionari dal Madagascar
P. Remigio Villa chiede qualche minuto di ascolto. “...
Eccomi a voi per qualche minuto. Abbiamo terminato i 235
Battesimi degli adulti alla missione...
Ogni anno cresce la popolazione cattolica, ma i sacerdoti
restano sempre lo stesso numero. Al presente c’è più simpatia
per la religione che non alcuni anni or sono, all’inizio
dell’indipendenza. Ora le illusioni cadono da sole come le
foglie in autunno.
Il 22 agosto ricevemmo i nostri due valorosi missionari: i
Padri Emilio Nozza e Alessandro Assolari. Hanno lasciato il
Madagascar per il Nyasaland. Fu una bella serata che
trascorremmo insieme a P. Vittorio Crippa.
L’indomani, dopo le pratiche mediche e di Polizia, li portai
dal Vescovo di Zomba e poi alla missione a Mpiri. Poi
visitammo ad Mpiri P. Tarciso Betti e P. Francesco Valdameri.
Queste nuove reclute fanno allargare il cuore: che la Madonna
ce ne mandi altre e presto!
Non vi dico nulla sulla situazione politica. I neri
incominciano a vedere che tutto non è oro anche se governati
dai loro simili. Mancanza di lavoro; bassi prezzi nelle vendite
dei prodotti. C’è poi qualche capo di villaggio che vuol far
ritorno alle tradizioni dei vecchi: quindi ha fatto venire uno
stregone potente per liberare la sua gente dalla infestazioni dei
mangiatori di carne umana. Il più bello è che lo stregone ha
trovato che quel capo di villaggio era lui stesso invasato...”.
Salpando per il Madagascar
Di ritorno dall’Italia P. Carlo Berton invia alcune notizie
sul suo viaggio di ritorno in Madagascar.
“... Invece di una nave passeggeri ho preso un mercantile:
costa meno e vi è il pregio di avere la compagnia degli uomini
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e ... degli animali. L’ultima volta, ritornando dal Madagascar
c’erano sulla coperta della nave 400 zebù diretti in Egitto:
pareva d’essere sull’Arca di Noè.
Nel momento di ripartire per la mia isola di adozione mi
sento molto contento: solo atteso laggiù! Negli ultimi due mesi
ho ricevuto parecchie lettere di cristiani malgasci...
A fine ottobre mi sono incontrato con il Vescovo di
Tamatave. Mons. Puset. Mi disse: “Ho bisogno di te per la
Parrocchia del Sacro Cuore, la parrocchia della periferia del
porto di Tamatave. C’è tanto lavoro che ti aspetta. Vi è tanta
povera gente ed i quartieri si riempiono di gente proveniente da
quattro angoli dell’isola. Gente in cerca di lavoro, di una
posizione. Ti occuperai specialmente dei giovani e delle
giovani operaie, anche di quelli disoccupati: sono i più...
Mentre il Vescovo mi parlava, progetti ed iniziative varie
mi si accavallavano in testa: corso di cucito e taglio, scuola
serale per adulti, corso di stenodattilografia, formazione di
militanti dell’Azione Cattolica che siano testimoni del Cristo
Operaio tra i poveri del quartiere. Lavoro di penetrazione per
dare a tutti la speranza della vita e la dignità di figli di Dio.
Ecco quello che mi attende. Lavoro grande e delicato, che
non ammette sosta, poiché il nemico della verità è già al
lavoro...”.
Arrivederci ancora...
Con P. Carlo Berton ha lasciato l’Italia anche P. Pietro
Valsecchi: “... Grazie di cuore a tutti voi che mi avete accolto
nelle vostre case ed avete spezzato il pane della vostra mensa
con me. Grazie di cuore a tutti voi che mi avete circondato del
vostro affetto e della vostra comprensione. Grazie di cuore a
tutti voi che avete fatto dono di qualcosa di vostro per i fratelli
neri della mia missione: simbolo di vero amore e di vero
cristianesimo.
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Grazie di cuore a tutti voi per le preghiere e sacrifici,
offerti a Dio con slancio missionario: che il merito mio sia il
vostro merito, che la mia gloria sia la vostra gloria.
Il Madagascar mi aspetta con i suoi numerosi problemi e le
sue difficoltà, grandi ed immense come la terra. Arrivederci,
ma restiamo uniti nel salvare questo mondo che sol il Vangelo
può veramente salvare”.
Sull’Africa verso l’Africa...
Come è già stato ricordato, dopo una sosta in Italia
ripartono per l’Africa anche P. Alessandro Assolari e P. Emilio
Nozza. La loro destinazione non è più il Madagascar ma il
Nyasaland. “Sull'«Africa» verso l’Africa”: questo il titolo
corrispondenza di P. Emilio Nozza. Partenza dal porto di
Venezia.
“...Dicono che la seconda partenza costi più della prima.
Può darsi. Modestia a parte, possiamo dire che ci siamo
comportati da bravi: era troppa la gioia che avevamo in corpo!
Quando verso le dieci di sera lasciavamo la laguna, vi assicuro
che noi eravamo le persone più felici di questo mondo...
Giunti a destinazione le prime pratiche di dogana furono
difficili. Pensavamo di poter giungere alla missione di Limbe
verso le otto di sera. Invece un paio d’ore prima, mentre noi
stavamo chiacchierando, dato che fuori s’era fatto buio, ad una
fermata del treno sentimmo che ci chiamavano. Era P. Vittorio
Crippa che ci era venuto incontro con P. Remigio Villa.
Potete immaginate la nostra gioia! Abbracci, baci, grandi
pacche piene di calore e di simpatia. Prendemmo la valigia e
scendemmo: fuori ci attendevano le macchine di alcuni signori
italiani. Con loro proseguimmo alla volta di Cholo. Qui gran
festa e chiaccherate fino a tarda notte. I vecchi non si
stancavano di farci domande concernenti la Provincia e i Padri
e lo Scolasticato. “Cosa dicono in Italia, hanno sempre voglia
di venire in missione? Quanti ne verranno? P. Emilio Nozza ed
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io ci siamo messi subito allo studio. A dire il vero questa
grande attrazione per la vita sedentaria non l’abbiamo mai
sentita nostra vita natural durante. Ma bisognava metterci a
tavolino per studiare la lingua...”.
È meglio essere felici in Africa...
Dalla sua nuova destinazione scrive anche P. Alessandro
Assolari ponendosi questo interrogativo: “E’ meglio essere
felici in Africa che mangiarsi il fegato in Europa?”. Ecco il
testo della sua lettera.
“...Io continuo a stare non dico bene, ma benissimo. E sono
tanto contento! Il Signore è troppo buono con me. Non è
meglio essere felici qui in Africa che mangiarsi il fegato il
Europa? Lo dico sempre a me stesso.
Il “Galletto Guzzi” è arrivato, anche se un po’ ammaccato.
Solo che non ho terminato le pratiche per immatricolarlo, dato
che gli incartamenti sono giunti in ritardo. Saranno completi in
settimana. Ho già fatto dei giri. Va bene!
Le strade, qui nella missione di Mpiri, non sono asfaltate,
ma si può andare, anche se sulla sabbia si rischia di fare
qualche capitombolo. Però, in fatto di strade si sta molto
meglio nel Madagascar. A parte qualche viaggio fatto per
sistemare le carte, non faccio altro che studiare il ciniangia. Un
po’ incomincia ad entrare, e un po’ entrerà con il tempo. Non
ho fretta!
Non so ancora della mia futura destinazione. Bisognerà
aspettare forse prima di Natale. Ma resterò sempre in questa
zona qui del Nord. Noi italiani resteremo tutti insieme, così
dimenticheremo né l’italiano né il bergamasco.
Ieri sera alla missione è venuto il leopardo ed è entrato nel
porcile. Si è portato via un bel maialetto ed è andato a
mangiarselo in mezzo alle erbacce lungo il torrente. Poveri noi
se incomincia a far visita ai nostri maiali.
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Dovete sapere che il leopardo è la bestia peggiore che ci
sia, molto più del leone e della iena. Perché non ammazza solo
per mangiare, ma per il gusto di ammazzare. Con una graffiata
può uccidere anche una persona. Ma di solito non attacca le
persone se queste non lo attaccano. Qui a Mpiri non ci sono
tante bestie feroci, a parte qualche leopardo.
Due settimane fa, sono stato a Namwera, che sarà la
missione di prossima apertura. Questa missione si trova ai piedi
di un monte. Ogni sera si sentono le bestie che cacciano fuori
ogni sorta di versi. Non vi dico quanto a me piacerebbe andare
a stare là. Se ci sono dei fegatosi, avanti: c’è posto anche per
loro...
Non vi so dire quanto io sia contento di essere venuto qui.
Spero solo che quel benedetto cinianja mi entri in zucca un po’
alla svelta, così da poter ricevere la destinazione quanto prima.
Il Nyasaland diventerà indipendente il 6 gennaio prossimo. Ora
c’è più calma anche qui, perché tempo fa c’era un po’ più di
paura dell’avvenire. Ora il cielo s’è fatto sereno...”.
Prime comunioni a Ñaña
In una lettera dal Perù P. Amato Prisco parla con
entusiasmo delle “Prime Comunioni a Ñaña”:
“... Chi avesse visto la gente accorsa per la Prima
Comunione nella chiesa delle Visitandine di Ñaña, l’8
settembre scorso, avrebbe certamente parlato di miracolo per
spiegare tanta partecipazione. Forse, e senza forse, le sacre
mura del venerando monastero prima di quel giorno mai
avevano avuto la gioia di abbracciare tante persone. E la strada
di Ñaña, la polverosissima arteria di questa zona, ripensando
agli anni che furono non ricordava di aver subito un traffico
così intenso.
Qualcosa d’insolito c’è dunque stato a Ñaña: non un
miracolo, ma una fatto eccezionale. I protagonisti della radiosa
giornata sono stati novantacinque bambini di Ñaña che hanno
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celebrato il loro primo incontro con Gesù Eucaristia. Per questi
comunicandi la festa della Natività di Maria del 1963 costituirà
sempre un ricordo caro e commovente...”.
Rimorsi del missionario
P. Antonio Marchesi parla dei “Rimorsi del missionario”.
Di quali rimorsi ce lo dice in una lettera dal Madagascar.
“...Le stelle brillavano ancora in cielo, quando partii
dalla mia missione. Quel mattino camminai due ore e mezzo
per raggiungere il villaggio, il primo di una tournée di 15
giorni. Attraversammo il grande fiume su una piroga tanto
smilza, che al più piccolo movimento potevamo finire in bocca
ai coccodrilli.
Giunti all’altra sponda riprendemmo il sentiero in un
saliscendi continuo. A mezzogiorno eravamo in prossimità del
villaggio. Una folla immensa ci aspettava. Un fischio del
catechista segnò l’inizio di una canto melodioso. Strinsi la
mano a tutti. I più piccoli mi guardavano impauriti e si
aggrappavano violentemente al seno materno, nascondendovi
la testolina. Tutti erano visibilmente contenti.
Ci dirigemmo verso la chiesa sempre cantando. Ad un
tratto scorgemmo da lontano un giovane che correva come un
pazzo. Veniva verso di noi e agitava qualcosa in mano. Mi
portava una lettera senza dire una parola. Conoscendo le loro
abitudini, io avevo già compreso: qualche ammalato grave
aspettava il padre, ma dove? In un villaggio vicino o lontano?
Potete immaginare la mia sorpresa quando lessi:
Manambatana... voleva dire 21 Km a piedi...
Tutti stretti attorno mi guardavano. Era uno sguardo di
commiserazione e di supplica. Avevano aspettato tanto il
missionario ed ora se lo vedevano sfuggire, senza una parola,
senza una tazza di caffè...
La mia risoluzione era già presa. Dissi due parole di scusa
e di incoraggiamento e presi la via di Manambatana. Era
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mezzogiorno. Il sole bruciava senza pietà. Anche lo stomaco
incominciava a farsi sentire, tuttavia il mio pensiero correva
nella capanna del moribondo, e vedevo i suoi occhi divorati
dalla febbre, aprirsi in cerca del missionario. Era lui a volere la
preghiera nel suo villaggio e per questo ci tenevo ad essergli
vicino al momento della morte.
Così pensando avevo dimenticato anche la fame, la sete e
la stanchezza. Arrivare in tempo era l’unica preoccupazione.
Ancora alcuni chilometri. Buttavo avanti le gambe come un
automa. Non grondava più neppure il sudore, forse si erano
seccati anche i pori della pelle.
La vista del villaggio ormai vicino avrebbe dovuto
infondermi nuova lena, se un grido prolungato non mi avesse
tolto ogni speranza. La si piangeva, si udivano grida di dolore.
Trovai egualmente la forza di correre. Ma troppo tardi. Nella
capanna non trovai che un cadavere ancora caldo. Gli
amministrai ugualmente l’Estrema Unzione e gli diedi una
buona assoluzione. Poi mi sedetti, così come mi trovavo.
Avevo l’aria di un condannato.
Dopo un lungo silenzio, il catechista cominciò a
raccontare: “Sapessi, Padre, quanto ti ha desiderato! Nelle
ultime ore non faceva che parlare di te. Ogni cinque minuti
apriva gli occhi e chiedeva se era giunto il padre. I presenti lo
incoraggiavano: pazienza! Verrà, stai tranquillo! E restava
tranquillo per altri cinque minuti, poi riapriva gli occhi e faceva
la stessa domanda. Poi.... Chiuse gli occhi per sempre. In quel
momento ero ad un chilometro dal villaggio.
Tutti gli sguardi dei cristiani erano su di me; sguardi di
compassione per lo stato in cui mi trovavo e anche di
ammirazione per l’attaccamento dimostrato verso il defunto.
Anch’io mi sentivo tranquillo, sapendo di aver fatto
l’impossibile...Restava tuttavia quella voce in fondo al cuore.
Un rimprovero dolce, ma sempre un rimprovero. E mi
sembrava di vederlo sul volto dei miei cristiani. Come mai
andate ancora a piedi voi missionari? Le strade sono molte, è
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vero, ma una piccola jeep ci porterebbe più in fretta nei
villaggi, al capezzale dei moribondi, in tanti paesi e villaggi
che non conoscono Dio...”.
La mia nuova residenza missionaria
P. Emilio Nozza informa i suoi amici sulla sua nuova
residenza: Mpiri.
“Non conoscete la missione di Mpiri? Io mi ci trovo da
alcuni mesi. Partito dall’Italia alla volta dell’Africa il primo di
agosto 1963, sono arrivato nel Nyasaland il 22 dello stesso
mese assieme a P. A. Assolari. A Zomba ci fu detto che la
nostra destinazione provvisoria era la missione di Mpiri”...
dove P. Betti e P. Valdameri vi accoglieranno a braccia aperte e
dove vi aiuteranno nello studio della lingua cinianja”. Fu lo
stesso Vescovo Mons. Hardman ad accompagnarci.
Usciti dalla capitale e fatte alcune decine di chilometri su
strada asfaltata ci inoltrammo nella foresta. La strada si
snodava tortuosa e pericolosa nel silenzio delle montagne:
qualche raro nero camminava in fretta per non lasciarsi
sorprendere dalla notte; alcune antilopi e scimmie fuggivano
terrorizzate dal rombo dell’auto.
Finalmente il paesaggio si fece più aperto: la capanne degli
Alomoe, disseminate qua e là nella savana, sembravano
raccogliere gli ultimi raggi del sole che tramontava.
Viaggiammo ancora a lungo. L’oscurità incominciava ad
avvolgere ogni cosa.
Ad un tratto la strada divenne molto difficile per le buche
ed i solchi formati dalle piogge. Scendemmo a guardare. In
quell’istante una frotta di bambini ci circondò, vociando e
schiamazzando: eravamo a Mpiri. Altre frotte di bambini
arrivarono in corsa da non so dove, cantando ed urlando. Il
Vescovo ci disse che erano bambini della missione che si
radunavano tutte le sere per prepararsi alla Cresima.
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Passammo il ponte, percorremmo il viale sempre seguiti in
corsa dalla torma dei negretti, ed eccoci finalmente dinanzi alla
residenza missionaria. In quel momento dal chiarore d’una
petromax si staccarono due figure magre, ci vennero incontro
sorridenti: P. Betti e P. Valdameri.
L’indomani, l’aurora ci svegliava al nuovo mondo
africano, al nostro nuovo mondo. Com’era lontana l’Italia!
Il problema missionario di questa missione si pone, come
in gran parte dell’Africa, nello sforzo della Chiesa di penetrare
ambienti completamente differenti, due mondi staccati ed
estranei: uno feticista e pagano, l’altro maomettano.
Le maggiori consolazioni registrate dalla chiesa sono tra le
tribù pagane. Ancorate più o meno al loro feticismo, isolate per
secoli da ogni civiltà, queste popolazioni stanno risvegliandosi
dal loro lungo sonno e cercano una guida, un appoggio ed una
via all’affermazione della loro personalità. Presentano dunque
un fianco facile alla penetrazione missionaria. Per questo, il
movimento delle conversioni, del catecumenato e dei battesimi
si allarga soprattutto tra questi pagani.
Ad una certa ora ci ritirammo per riposare. Preparai il mio
lettino da campo munito di zanzariera in mezzo all’aia dove il
cane e le galline dormivano già in pace. Il caldo era così
soffocante che ad un certo momento tutta la famiglia che mi
ospitava: padre, madre, nonna e tre bimbi, abbandonarono la
loro capanna e vennero a sdraiarsi accanto a me. Che ne dite?
Non è forse bello vivere così? Vivere come i neri, mangiare,
soffrire con loro? È questa la vita del missionario.
Mi sembra di ascoltare una vostra obiezione: “Ma come
fate a vivere in questo modo?”. Era pure il mio problema prima
di prendere il volo per l’Africa. Ma ora che sto vivendo i miei
sogni di ragazzo vi debbo confidare che questa è la vita che mi
piace di più. Non conosco la paura né delle bestie feroci, né di
questi simpatici neri, né di altri pericoli: è sufficiente
abbandonarsi nelle mani di Dio.
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Si parla tanto di miseria e di fame: è tutto vero. Per
crederci bisogna venire qui in Africa. Con dolore, ma anche
con tanta ammirazione, osservo ogni giorno questi poveri neri
che si accontentano di mangiare quel poco di grano che
raccolgono in marzo e in aprile; dormono su una stuoia in
compagnia delle zanzare e degli scarafaggi; vivono in case fatte
di paglia, prive di ogni comodità. Vestono un paio di calzoni a
brandelli e una camicia variopinta di medaglioni di untume. Per
attingere l’acqua devono compiere vari chilometri di strada; per
gli scambi in natura devono percorrere molti chilometri... Con
questi pensieri mi addormentai.
Il gallo e il cane che mi stavano a pochi metri, con i loro
richiami s’incaricarono di svegliarmi. Mi alzai ringraziando il
Signore del buon riposo, non senza prima aver guardato di
traverso i mattinieri svegliarmi. Pregai con i miei cristiani e
allestii l’altarino portatile su un traballante tavolino. Intanto
arrivarono i cristiani dei villaggi vicini, confessati i quali, diedi
inizio alla S. Messa, dopo la quale tenni una lezione di
catechismo. Alle mie interrogazioni, con grande meraviglia,
risposero a tutte molto bene.
Prima di partire per Fort Johnston i cristiani mi pregarono
di ritornare per costruire una chiesa. “I musulmani hanno la
loro moschea e noi non abbiamo ancora la nostra chiesa. Venga
presto. Padre, l’aiuteremo a costruirla con le nostre mani:
impianteremo un forno e faremo i mattoni”.
Con una stretta al cuore promisi di ritornare ma, purtroppo,
questo mio ritorno non potrà realizzarsi che con il prossimo
anno. Poco dopo pedalavo verso la mia parrocchia di Fort
Johnston, contento e felice per aver fatto un po’ di bene a quei
pochi cristiani. E la mia contentezza ancora una volta dava
libero sfogo in un canto, non più frivolo, ma missionario:
“Beati i piedi che evangelizzano...”.
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“La strada dei cattolici è la più bella”
Lo afferma P. Emilio Nozza in una lettera da Nankwali,
“...posta sul fianco d’una penisoletta montagnosa che penetra
dall’estremo sud nel grande lago Nyassa. La residenza
missionaria è su una collina tutta rocce, antico ritrovo di leoni.
È una vecchia casa questa, anzi una vecchia casa simile a tante
cascine sparse nella campagna lombarda. Però, sotto ai suoi
piedi il Nyassa è stupendo e malioso nel suo intenso azzurro e
nel suo fantasioso gioco di colori creato dal sole. E i tramonti
di fuoco... laggiù. Dietro le montagne di Nceu... Tutte queste
bellezze obbligano a cantare le glorie del Signore.
Vorrei parlare degli ippopotami, dei coccodrilli e delle
gazzelle che escono dalle loro tane al suono dell’Ave Maria,
ma lascio simili descrizioni ai grandi cacciatori. Del resto,
quando, la sera, il grugnito degli ippopotami giunge forte e
pauroso al mio orecchio, sento che il mio entusiasmo per la
caccia non è ancora giunto al punto giusto. Questa è Nankwali,
terra bruciata dal sole, ma piena di tanto fascino.
Certamente anche qui la Chiesa cammina. I cristiani sono
4.000 o poco più, sparsi in mezzo a villaggi pagani e
musulmani, lungo le due strisce est-ovest bagnate dal lago. In
mezzo alla massa pagana le nostre piccole comunità sono
isolotti che cercano in uno sforzo continuo di non lasciarsi
attirare e sommergere dal risucchio del loro antico paganesimo.
A volte assistiamo a paurosi sbandamenti: villaggi
interamente battezzati da anni che si richiudono con un rifiuto
netto dinanzi al missionario perché vogliono ritornare agli
zinyao ed alle usanze ancestrali. Tante famiglie si sfasciano per
l’improvvisa partenza degli uomini verso le miniere del
Sudafrica o della Rhodesia.
Nonostante tutto anche quest’anno abbiamo avuto un
centinaio di battesimi di adulti, parte provenienti dal
paganesimo, parte dal luteranesimo o dall'anglicanesimo.
40
In quell’occasione i nostri battezzati sentivano che Gesù
stava passando tra loro e entrava nel loro cuori portando gioia e
pace. Poi tutti ripresero la strada dei loro villaggi lasciando nel
silenzio e nella calma la nostra chiesa e la nostra collina.
Sono partiti: gli uomini con la camicia a tracolla, le donne
coi loro piccoli sul dorso e ceste di fagotti sulla testa e i
bambini con ogni sorta di pentole: chi cantava canti sacri, chi
sgranocchiava pannocchie di granoturco o mangiava arachidi.
Sono tornati contenti ai loro villaggi, alle loro misere capanne
di paglia. Vivranno ancora il medesimo ritmo di vita,
coltivando i loro campi, nutrendosi con un solo pasto al giorno
a base di polenta senza sale, erbe, fagioli e pesce.
È domenica, giorno di preghiera per tutti i cristiani.
“Per i musulmani il giorno del Signore è il venerdì. Di
buon’ora le prime comitive di cristiani dalla rive del lago,
attraverso scorciatoie campestri, giungono alla missione e si
siedono in paziente attesa alle porte della chiesa. Poi... ecco la
campana dei protestanti farsi viva per chiamare i suoi fedeli: è
un’eco di gioia e di trionfo che si diffonde di capanna in
capanna, di villaggio in villaggio, nei dintorni. A quella
risponde la cristianità protestante il cui catechista batte con
forza una spranga di ferro appesa ai rami d’un albero, vicino
alla chiesina di fango: il suono è un po’ fesso e monotono, ma
ha sempre il suo effetto su chi lo conosce.
Sono poi i cattolici a partire all’attacco. Anche noi ci
accontentiamo di battere con forza con una grossa vite in una
lunga spranga di ferro: che effetto strano e misero! Si direbbe
che noi suoniamo per il raduno dei Testimoni di Geova perché
mentre dalla nostra collina scende l’eco dei primi colpi di
spranga, costoro si radunano immediatamente. Eccoli ad un tiro
di sasso. Sono là, stretti attorno ad un leggio: cantano, cantano
ancora, cantano sempre, diretti da un giovane che tiene bottega
alle porte della missione. Che confusione!
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Non parlo poi della Chiesa di Abramo il cui dirigente dice
che per essere salvi basta aver la fede di Abramo. Il
matrimonio perfetto sta nell’avere due mogli, come Abramo.
Finalmente... arrivano i nostri! Tiro il fiato anch’io. Dopo
tutti siamo i più forti ed i più seri. Nonostante la confusione
diffusa dalla proliferazione delle varie denominazioni cristiane
i nostri hanno coscienza della forza della loro Chiesa. A gruppi
arrivano da vicino e da lontano per la Messa domenicale:
entrano in chiesa, cantano, recitano il Rosario e, ascoltata la
dottrina, seguono devotamente il S. Sacrificio.
È commovente vedere la fede di tante donne, uomini e
bambini, nonostante l’ambiente sia pagano e musulmano,
nonostante le assurdità predicate dalla Sette protestanti,
nonostante i cattivi esempi di tanti caduti cattolici che lasciano
le pratiche della fede. Sono tanti anche nelle nostre. È sempre
un fatto penoso quello d’un cristiano che torna con nostalgia al
paganesimo dei suoi antenati. Fortunatamente i più sono fedeli
al loro battesimo.
Fino a quando l’ambiente nostro sarà, nella sua
maggioranza, imbevuto di paganesimo e di islamismo,
l’attrattiva verso le costumanze ancestrali sarà sempre grande.
La nostra santa religione è la religione dei figli di Dio, è la
religione dei forti, di coloro che sanno conquistare con violenza
il cielo, di coloro che sanno seguire Gesù nella risurrezione, ma
con la rinuncia e la morte a se stessi.
Il venerdì i nostri vedono laggiù, a Kasnkha, il movimento
dei maomettani. Il muezzin lancia ai quattro venti i suoi versi
prolungati per chiamare i fedeli alla preghiera. Qua e là
sbucano dalle capanne vecchi e giovani rivestiti di lunghe
tuniche bianche e con fez variopinti sul capo. Si recano
silenziosi alla spiaggia e rivolti verso la Mecca si lavano la
faccia ed i piedi prima di entrare nella piccola moschea di
fango.
I Musulmani salmodiano il Corano in lingua araba. I neri non
comprendono l’arabo, ma sanno bene, e ciò è spiegato in lingua
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cinianja, che Maometto ha promesso loro un serraglio di donne
in paradiso e, quel che più conta, ha permesso loro di sposarne
almeno due su questa terra. I miei neri portati alla poligamia
hanno un debole verso chi insegna ciò. Sul nero, materialista e
pagano, l’islamismo presenta vantaggi superiori a qualunque
altra religione.
A noi non resta che continuare a predicare il Vangelo. In
mezzo a tanto materialismo pagano, in mezzo a tanta
confusione creata dai fratelli separati è consolante vedere il
numero sempre crescente di coloro che si fanno catecumeni
dicendo: la strada dei cattolici è la più bella!”.
Lavoro intenso e grande gioia
P. Carlo Berton informa sul lavoro nelle risaie malgasce:
“...Lavoro intenso e grande gioia per i miei malgasci che
vedono le spighe di riso arrivare nei diversi piccoli granai del
villaggio. L’abitudine, tramandata di età in età dagli antenati,
vuole che tutti lavorino assieme per la raccolta del riso, come
per la semina, così come per tutti i lavori di grande importanza.
Tutte le forze lavorative del villaggio, uomini e donne,
vanno al mattino nella risaia di una famiglia ed alla sera il
lavoro è finito. A turno si passano tutte le risaie e le 30 o 40
famiglie del villaggio in 30 o 40 giorni vedono tutto il loro riso
nel granaio, al sicuro dalla pioggia, dal cinghiale e a volte
anche dai topi.
Anche un orbo potrebbe vedere il valore cristiano di una
tale usanza: l’aiuto vicendevole. S. Paolo diceva bene ai Galati:
“Portatevi a vicenda i pesi e le sollecitudini e sarà adempiuta
tutta la legge”. Ma era proprio oro tutto quell’aiuto
vicendevole?
A Namahoaka vi era un gruppo di giovani di Azione
Cattolica. In riunione si parla della raccolta del riso per vedere
quello che era bene e ciò che non lo era. Costatano che tutti gli
abitanti del villaggio arrivano al mattino alla risaia portando
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solo un coltello ed un sacco di penja fatto con grandi steli
d’erbe. Tocca al padrone della risaia pagare da mangiare e da
bere. Se il lavoro dura due giorni per una stessa famiglia questa
deve uccidere un bue, che sparirà in poco tempo nella bocca
dei lavoratori e lavoratrici. Il lavoro va bene al mattino, ma al
pomeriggio tutto rallenta a causa delle copiose bevute. L’alcool
non ha mai fatto correre troppo!
I giovani fanno i conti e trovano che il riso raccolto supera
di poco il valore spesso per nutrire tutto il villaggio. Qualcuno,
per far piacere agli invitati, non esita a comprare vino e rhum
in abbondanza. Ubriacare gli ospiti è un punto d’onore!
Conseguenza: il proprietario del riso, per pagare i debiti ed i
buoni presi alla bottega del cinese, deve vendere subito la metà
del riso. Tre mesi dopo il granaio è vuoto e la pancia ancora più
vuota.
Ivo Bity, responsabile del giovani dell’Azione Cattolica si
alzò per parlare: “Cari giovani, questa abitudine degli antenati
non è buona. Ci mandiamo i fallimento a vicenda. Bisogna
cambiare metodo o noi saremo sempre più poveri ed affamati.
Il Signore c’insegna a chiedere il pane quotidiano, e non a
buttarlo via per fare bella figura! Ogni uomo deve sapere tenere
i conti in casa. Gesù vuole che ognuno provveda per
l’avvenire... Propongo una cosa: che ognuno venendo al lavoro
porti una scodella di riso e le donne cercheranno le erbe per
mangiare con il riso. Il proprietario della risaia non avrà spese e
tutto il riso lo terrà per la famiglia: questa è carità cristiana”.
I giovani trovano perfetto l’argomento di Ivo Bity, ma
nessuno osava attuarlo e parlare con gli anziani. Le usanze
sono più difficili a cambiarsi dei Comandamenti del buon Dio.
Temono di farsi mettere alla porta, di perdere il diritto alla
sepoltura nella tomba di famiglia...
Ivo era rimasto orfano. Sua madre era morta di dissenteria
e suo padre era morto improvvisamente, forse avvelenato. Era
solo con una risaia assai bella, frutto del lavoro dei suoi
genitori. Lui non aveva più nulla da temere: era lui padrone
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della sua terra e poi...aveva una fede cristiana solida che gli
dava coraggio.
Giunse il giorno in cui tutto il villaggio venne per lavorare
la sua risaia. Li aspettava alla porta della sua capanna. Parlò a
tutti con dignità: “Chiedo a voi tutti una cosa: se venite a
lavorare da me, portatevi una scodella di riso ed io procurerò le
erbe, ma non ho soldi per comperare uno zebù e dell’alcool. La
raccolta sarebbe rivenduta per pagare i debiti. Questo lo chiedo
per me e credo sarebbe utile per tutte le famiglie del villaggio”.
Il più vecchio dei Namahoaka si guardò in giro e poi disse:
“Se è così, nessuno ti aiuterà; il tuo riso sarà mangiato dagli
uccelli. Invito tutti ad andarsene a casa”. E partì. Gli anziani lo
seguirono e le donne pure. Il cuore di Ivo batteva forte: tutti lo
lasceranno? Il suo villaggio sarebbe stato sempre in preda di
abitudini secolari schiavistiche? No. I giovani restarono.
“Noi ti aiuteremo”, risposero i giovani, e partirono per la
risaia. L’amicizia divenne salda tra i giovani e si aiutarono tra
loro. I vecchi si accorsero poi che tra loro non si lavorava così
tanto e soprattutto con tanto guadagno.
Nel villaggio c’era Lemena, malaticcio, povero ed anche
vecchio. Nessuno l’aiutava né per seminare, né per mietere.
Viveva con un po’ di manioca. I giovani lavorarono la sua
risaia e raccolsero il riso. Fu la carità ed il rispetto dei giovani
verso il vecchio Lemena che toccò il cuore agli anziani di
Namahoaka. Capirono che non era spirito di novità che li
guidava, ma la cura dei benessere di tutti, per migliorare la vita
di tutti, per facilitare i lavori, il raccolto, e per prevedere
l’avvenire. Era questo il “portare i pesi e le preoccupazioni gli
uni degli altri” di San Paolo.
A Namahoaka ora la semina e il raccolto si susseguono
come una volta: si aiutano l’un l’altro. Una cosa è cambiata:
giovani e vecchi non vengono più per mangiare e bere alla
spalle di una famiglia, ma per aiutarla e vivere meglio”.
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1964
Si chiamerà Malawi
“Si chiamerà Malawi”: così un inviato speciale titola
l’articolo con cui annunzia l’indipendenza del Nyasaland.
“Il Nyasaland, come Protettorato inglese, ha sempre
goduto una buona libertà religiosa; anzi si può dire che il
lavoro di civilizzazione venne operato in gran parte dalle
Missioni. Tutte le scuole, fino a pochi anni fa, erano
unicamente opere dei missionari cattolici e protestanti.
Tale libertà sembra esistere ancora. Ci fu un breve periodo
di crisi al momento dei movimenti politici: alcuni leaders
mettevano in dubbio la sincerità della Chiesa Cattolica, quasi
non fosse contenta dell’Indipendenza africana; ma poi i
malintesi furono chiariti. Solo qualche autorità locale vuole
intralciare l’opera missionaria, però, generalmente parlando, i
capi del partito hanno molto rispetto per la Chiesa Cattolica.
Le nostre chiese sono sempre gremite di fedeli la
domenica. Nessuno è ostacolato nella pratica della sua fede. La
grande lacuna, da cui nascono tanti danni, è dovuta piuttosto ai
genitori cristiani, i quali non sanno educare i loro figli.
La mentalità indigena è questa: fino all’età dell’iniziazione
il bambino viene nutrito e allevato senza troppi precetti.
Quando sarà grandicello o maturo in un mesetto di iniziazione
imparerà tutto. E i genitori pensano che non è compito loro ma
dei missionari e dei catechisti insegnare la religione.
Data la numerosa popolazione i sacerdoti e i catechisti non
bastano. Le distanze poi fanno il resto.
Grosso è il problema della gioventù. Finite le scuole sono
pochi i ragazzi che restano nel villaggio. Tutti cominciano col
cercare un lavoro vicino, non trovandolo si dirigono verso i
centri o addirittura all’estero.
Abbandonati a se stessi, in breve tempo perdono la pratica
della fede, anche se è rarissimo il caso che rinneghino la
religione. I Vescovi moltiplicano le missioni simile alla
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parrocchie europee per emigranti, con lo scopo di tener viva la
pratica religiosa in questi giovani.
Il Governo Africano vorrebbe creare la scuola statale
unica. Ha già preso in mano i maestri diplomati e la cura delle
scuole superiori. Sono sorti nuovi problemi. Per le scuole è un
passo indietro. L’efficienza è diminuita assai, mancano libri,
materiale scolastico ecc…
L’insegnamento della Religione non è stato abolito, ma
succede spesso che le scuole tenute da insegnanti cattolici sono
frequentate da alunni protestanti o pagani, mentre alunni
cattolici debbano frequentare scuole protestanti o addirittura
atee.
Democrazia o dittatura? Lo Stato del Malawi non sarà
certamente una democrazia come si gridava all’inizio dei moti
politici. Basta osservare la situazione attuale: chi osa criticare il
governo al potere viene messo a tacere in nome della libertà,
con ogni mezzo, non escluso l’assassinio.
È ciò che è capitato al Segretario del partito Mbadwa,
fervente cattolico. Fu trovato massacrato vicino alla missione
di Blantyre, la vigilia di Natale dell’anno scorso. Da parte del
Governo non si levò alcuna voce di protesta o di condanna.
Lo Stato del Malawi, come ogni stato giovane, sarà dunque
retto a dittatura. Le elezioni politiche si svolgeranno con lista
unica e non vi saranno al Governo partiti di opposizione.
Dal Natale è iniziato il censimento degli elettori. Chi si
rifiuta di farsi registrare viene punito e costretto con la forza a
obbedire. È ciò che è successo agli aderenti alla setta dei
Testimoni di Geova. Non ci sarà bisogno di esaminare le
schede, già fin d’ora si sa che il risultato confermerà in carica il
Governo attuale.
I bianchi se ne vanno. Le autorità in carica in questi giorni
si dimostrano molto gentili, soprattutto con i bianchi di cui
hanno assoluto bisogno. Purtroppo l’esodo è generale: gli echi
che giungono dal vicino Congo intimidiscono molti, specie chi
ha famiglia. Coloro che possono sistemarsi altrove o fare
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ritorno in patria lo fanno volentieri. Anche parecchie centinaia
di indiani sono partiti.
Per ora non prevedono reazioni contro i bianchi o gli
indiani che resteranno. Forse vi sarà qualche occupazione di
terreni di aziende agricole, quei terreni alla periferia delle
piantagioni.
Non bisogna dimenticare che accanto ai bianchi, la
popolazione indigena si è sviluppata enormemente, perciò
occorrono campi per sfamare le nuove bocche. Anzi, questa
divisione di terre era uno dei tanti slogans usati nella
propaganda politica. Ma ora la realtà finanziaria è ben diversa e
molte sono le dichiarazioni di protezione per le piantagioni dei
bianchi.
Spesso il Capo di Governo tiene discorsi: un giorno
sembra terribile come un leone, un altro si fa docile come un
agnello. Una cosa è certa: è lui il centro della nazione se non la
nazione stessa e vuole che tutti ne siano convinti. Insomma è il
culto della personalità attuato in pieno.
L’attuale condizione economica è disastrosa. La
Federazione Economica del Centro Africa aveva prodotto
un’euforia di progresso materiale straordinario. Ora che il
Nyasaland, per rendersi indipendente, ha distrutto la
Federazione tutto sembra paralizzato. L’economia del Malawi
si delinea penosa e laboriosa, soprattutto nel futuro Malawi ove
mancano industrie, miniere ecc… L’unico datore di lavoro
resta il piantatore di tè e di tabacco.
Le costruzioni di case e di strade sono sospese. Migliaia di
neri sono rimasti senza lavoro e senza previsioni di trovarlo.
Quindi è in atto una grande emigrazione verso il Sud Rhodesia
e il Sud Africa.
Il nuovo Governo è più esigente per le tasse che non quello
bianco. Gli europei sono tassati in maniera pesante.
Naturalmente chi soffre di più è l’africano.
Nei villaggi si rivedono i vecchi vestiti che parevano ormai
scomparsi. I genitori arrivano a malapena e a sfamare la
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famiglia; gruppi di ragazzi che non possono pagarsi la scuola
gironzolano sfaccendati nei villaggi aspettando d’essere
chiamati a compiere qualche lavoro che guadagni loro almeno
un boccone di polenta.
Il Governo ha previsto per i primi cinque anni di
indipendenza un deficit di 5 milioni di sterline annue. Per
quest’anno l’Inghilterra si è addossato questo debito, ma l’anno
prossimo e gli anni a venire chi provvederà? L’avvenire non è
certamente roseo: si conta molto sugli aiuti americani e
tedeschi. Chissà se si troveranno delle miniere d'oro o di
carbone?
Presto si darà inizio ai lavori per costruire una imponente
diga sullo Shiré per la produzione di elettricità. Intanto si spera
e si soffre anche un po’ la fame. In un villaggio dove sono
passato il mese di gennaio una madre, tornando dal lavoro,
trovò il suo bambino di 4 anni morto di fame. Caso unico,
speriamo...”.
Fiocco rosa: nasce la nuova missione di Namwera
In Malawi qualcuno parla di “fiocco rosa”. Nasce la nuova
missione di Namwera. Ne parla P. Alessandro Assolari.
“La neonata in questione è una missione: la missione di
Namwera. Forse lo sapete già. Tanto meglio! È di questa
neonata vi voglio dire qualcosa. E devo fare attenzione a
misurarmi nelle parole, perché, se dovessi dar libero sfogo alla
gioia che ho nel cuore, ne salterebbe fuori una mezza lirica.
Voi sapete bene che noi missionari, inselvatichiti dalla dura
vita africana, non siamo capaci di tanto.
Namwera è la nuova missione, l’ultima nata nella diocesi
di Zomba. Sino a ieri era stata parte integrante della missione
di Mpiri. Ai primi di aprile ha incominciato a vivere in maniera
autonoma.
Un po' di geografia. Se volete avere un’idea di dove possa
trovarsi questa missione non avete che a guardare una carta
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geografica dell’Africa. Cercate il lago Nyassa che tocca il
Tanganika a nord-est, il Mozambico ad est e poi è circondato
dal Nyasaland.
La parte orientale del Nyasaland, che è bagnata da questo
lago, ed è stretta ad est dal Mozambico rappresenta il territorio
della nuova missione. È una zona assai montagnosa. Vi sono
pure dei pianori abbastanza fertili e coltivabili. Vi si produce
granoturco e fagioli che offrono l’alimentazione base agli
indigeni. Questi ultimi si procurano qualche soldarello con la
produzione di arachidi e col lavoro prestato nella piantagioni di
tabacco, tenute soprattutto da cittadini greci che sono venuti a
tentare la fortuna da queste parti.
Le bestie feroci. Namwera è una delle poche missioni del
Nyasaland del sud che ancora conservano in parte il fascino e
la poesia dell’Africa nera. A sud ovest della missione vi si
trova una catena di montagne, il Mangochi, coperte di boschi. I
pendii opposti sono bagnati dal fiume Shirè. Questa area è una
specie di piccola riserva naturale per gli animali selvatici in
cerca di qualche boccone prelibato: le capre, le mucche, i cani
sono spesso preda del leone, del leopardo e della tigre.
Qui sul terreno della missione passano spesso e, specie in
certi periodi dell’anno, fanno sentire la loro voce assai poco
interessante. Il ruggito del leone, di notte, incute paura. Proprio
qui vicino alla missione il leone, in pieno giorno, ha fatto fuori,
nel giro di cinque giorni, tre mucche e una capra.
Nella zona più arretrata vi si trovano elefanti e diverse
specie di gazzelle. Le scimmie vanno in giro a frotte portando
danno alle colture e facendo un baccano indiavolato.
Le bestie feroci rispettano l’uomo, di solito. Però ogni
anno c’è sempre qualcuno che rimane vittima di queste belve.
Il più delle volte è per imprudenza, perché gli indigeni danno
loro la caccia senza essere sufficientemente equipaggiati.
Quando si va alla caccia del leone o del leopardo bisogna
essere prudenti, perché se non ci lasciano la pelle loro ce la
lasciano coloro che li vorrebbero uccidere.
50
Gli abitanti. Si dicono quasi tutti appartenenti alla tribù
degli Ayao. Di fatto però sembra che questi ultimi non siano
tanto numerosi. Gran parte di questa gente apparterrebbe ad
altre tribù che hanno abbracciato lingua e costumi Ayao.
I veri Ayao sono assai svegli, forse anche per il contatto
che, tempi addietro, hanno avuto con gli Arabi. Dagli Arabi,
che in passato battevano queste zone in cerca di avorio e di
schiavi, hanno appreso il fiuto per il commercio e, quel che è
peggio, sono stati indotti a seguire la religione di Maometto.
L’islamismo è diffusissimo in questa zona. Non è possibile
dare una percentuale esatta, ma forse si può essere vicino al
vero calcolando che il 90% della popolazione di Namwera sia
passata all’islamismo in questi ultimi 80 anni.
Dal punto di vista missionario questo fatto rende la
missione di Namwera particolarmente dura e dall’avvenire non
eccessivamente roseo, perché l’islamismo rende gli animi
molto impermeabili all’influsso missionario.
È nato il Malawi
È il titolo di un lungo articolo con cui si comunica ai lettori
il nome nuovo del nuovo Stato indipendente.
“Dal 5 luglio il Nyasaland ha un altro nome: Malawi..
Dalla mezzanotte il più piccolo Stato della ex Federazione
Rodesia-Nyassa è indipendente. Il Paese prende il nome dal
lago, scrive Gunther, a cui si attacca come un lungo bruco
verde si attacca ad una foglia blu. Questa foglia blu, a dire il
vero, è più grande della Sicilia. È un paese bello, montagnoso,
di un verde vivo, fertile, densamente popolato, in forte
contrasto con la Rhodesia. Se i paesaggi si potessero vendere, il
Nyassa sarebbe ricco.
Fu nel 1859 che Livinstone scoprì il lago Nyassa. Sulle sue
rive furono fondate alcune stazioni missionarie protestanti. La
loro vita fu dura, specialmente per le lotte tribali e l’invadenza
dei mercanti di schiavi.
51
Nel 1891 i capi dell’ovest del lago conclusero un trattato
che li metteva sotto il protettorato dell’Inghilterra: si mettevano
così al sicuro dalle incursioni degli arabi di Zanzibar che dopo
il 1870 avevano compiuto innumerevoli razzie.
Le sue vicende politiche furono comuni con quelle delle
Rhodesie. Nel 1945 venne istituito il “Central Africa Council”,
composto di governatori dei tre paesi e di un segretariato
permanente a Salisbury. Nel 1953, malgrado l’opposizione del
Nyassa, il Parlamento inglese ratificò la Costituzione che
federava i tre territori.
Agli inizi del 1959 scoppiarono varie sommosse. In aprile
il Partito del Congresso, guidato da Hastings Banda, reclamò
l’autonomia. Lo stesso fece la Rhodesia del Nord.
Nella Rhodesia del Sud le misure messe in atto contro i
nazionalisti africani suscitarono energiche proteste da parte
delle autorità religiose africane. Si profilava il pericolo della
dominazione da parte della minoranza bianca.
Nelle miniere di carbone Wankie, mentre gli operai
bianchi guadagnavano 250 dollari al mese o più, gli africani
ricevevano da 21 a 50 centesimi di dollaro al giorno.
I diciotto vescovi delle due Rhodesie e del Nyassa
denunciarono la gravità della situazione, affermando che ci si
avviava verso una forma di segregazione razziale e di dominio
dei bianchi sui neri come accadeva nell’Unione Sudafricana.
Il 5 dicembre 1960 si apriva a Londra la conferenza sul
futuro della Federazione. Non essendo stato raggiunto un
accordo la conferenza venne aggiornata, I capi africani
espressero la loro volontà di sabotare una Federazione così
apertamente ingiusta verso gli africani.
Nelle elezioni generali del 1961 il partito Malawi, diretto
da Banda, raccoglie il 95% dei voti. I neri sono al potere nel
Nyassa. Nel 1962 il Nyassa chiede ed ottiene da Londra il
diritto di uscire dalla Federazione (19 dicembre). La
Federazione cessa di esistere, il Nyasaland è padrone di
disporre di sé.
52
Il cristianesimo fece la sua comparsa nel Nyasaland nel
secolo XVI. Nel 1562 fu battezzato il re Monomotapa. Pioniere
dell’evangelizzazione fu il gesuita P. Goncalo da Silveira, che
nel giro di un anno riuscì a battezzare parecchi capi e 500
persone. Giunto alla capitale del misterioso regno vi fu accolto
favorevolmente dal re. Ma i musulmani che già si trovavano
nella zona riuscirono a creare un clima di ostilità contro i
cristiani. Il missionario fu assassinato nel sonno il 16 marzo
1561.
La missione fu ripresa nel 1577, grazie a due domenicani
che si stanziarono nel Mozambico. P. Nicolau do Rosario fu
gettato da un naufragio sul litorale. Iniziò una missione nel
cuore del Mozambico, ai confini con la Rhodesia-Nyassa.
Avendo accettato di accompagnare come cappellano una
spedizione portoghese, fu fatto prigioniero in una imboscata e
ucciso a colpi di frecce.
Nonostante le sventure, la missione di Monomotapa
registrò dei notevoli progressi. Il figlio d’un re pagano, fatto
prigioniero, venne inviato a Goa. Convertitosi ed entrato
nell’ordine di San Domenico, godette fama di teologo e di
predicatore.
Nel 1677, nel Basso Zambesi v’erano 16 tra chiese e
cappelle, 9 domenicani, 6 gesuiti e un sacerdote secolare. Le
missioni finirono per scomparire.
Nel 1889 i Padri Bianchi ripresero le missioni nel Nyassa e
nella Rhodesia del Nord. Quasi due secoli di inattività avevano
cancellato ogni traccia cristiana, se mai vi fu. Il Card. Lavigérie
sperava che la via del lago Nyassa fosse più breve e più sicura
di quella che partiva da Zanzibar. La missione del Nyassa fu
abbandonata nel 1890.
L’arrivo dei Monfortani. Nel 1901 i Monfortani ripresero
con coraggio il lavoro apostolico. L’anno dopo tornarono nel
Nyassa i Padri Bianchi. Lo sviluppo fu apprezzabile,
nonostante la presenza delle chiese protestanti che si sentivano
53
in casa propria: era stato lo stesso Livingstone a guidare verso
il sud del lago Nyassa il vescovo anglicano Mackenzie.
Nel 1956 il Nyassa aveva il primo vescovo nativo, Mons.
Cornelio Chitsulo. Nel 1959 veniva eretta in tutto il Paese la
Gerarchia ordinaria: un’archidiocesi (Blantyre) e quattro
diocesi (Dedza, Lilongwe, Mzuzu, Zomba). Due sono affidate
ai Padri Monfortani, una al clero indigeno e due ai Padri
Bianchi.
I cattolici raggiungono il mezzo milione (il 16%), i
protestanti rappresentano circa il 18% della popolazione.
L’Islam, introdotto nel Nyassa verso il 1870 da elementi di
Zanzibar, ha influenzato soprattutto le tribù dei Chewa e degli
Ayao. Musulmana pure è una parte degli immigrati provenienti
dall’India. Si calcola che i musulmani rappresentino il 7%. I
sacerdoti cattolici sono 261, di cui 58 africani.
Le vicende politiche degli ultimi anni e soprattutto le
necessità sociali hanno trovato i responsabili della Chiesa
particolarmente sensibili. La grande varietà di dialetti, la
mobilità della popolazione alla ricerca di un posto di lavoro, il
proliferare di sette anarchiche e superstizione, l’infiltrazione
comunista favorita dall’indigenza, la propaganda insidiosa
contro le missioni, l’insufficienza numerica del clero, la
propaganda musulmana particolarmente insistente non hanno
permesso di adagiarsi sulle posizioni conquistate. La fermezza
dei vescovi nel difendere i diritti dei neri, l’incremento delle
scuole cattoliche, la buona disposizione della gente sono gli
aspetti più confortanti della vita di questo Paese, piccolo ma
deciso a non scomparire.
Partono per il Malawi altri tre missionari
Il 27 agosto dal porto di Venezia partono per il Malawi tre
nuovi missionari: P. Adriano Preda di Brembate Sopra (BG), P.
Michele Gotti di Ascensione (BG) e Fratel Stefano Maria di
Pianiga (VE).
54
Economicamente... la miseria!
Di ritorno dall’Italia P. Antonio Marchesi invia notizie
sulla sua missione.
“... Dopo le vacanze in Italia sono giunto a Brickaville, una
missione che si estende su di un territorio di 140 Km. di
lunghezza e 40 di larghezza. Siamo in due padri. Oggi le cifre
non fanno più impressione. Per questo prima di scrivere ho
voluto vedere coi miei occhi.
Sono partito per un giro di trenta giorni. Una coperta e il
necessario per la Messa e via su una motoretta di marca
tedesca. 80 chilometri di strada e poi la foresta. Un po’ in
piroga, dopo tre ore giungemmo al primo villaggio. Una
ventina di capanne. Un gruppetto di uomini e donne mi
aspettavano, visibilmente felici. Era oltre un anno che non
vedevano un Padre.
Prima cosa, la lavanda dei piedi. Con un tempaccio simile
mi ero infangato fino alle ginocchia. Soltanto allora mi accorsi
di avere le gambe insanguinate. Eppure non ero ferito! Erano le
sanguisughe! Nel Madagascar non ci sono le bestie feroci, ma
in fatto di cimici, pulci, topi e sanguisughe bisogna aprire gli
occhi.
Passiamo quindi ad un breve esame della situazione
generale. Presto fatto. Economicamente, la miseria: un po’ di
riso che vendono regolarmente per pagare le tasse, e che poi
ricomperano naturalmente ad un prezzo raddoppiato, quando
raccolgono il caffè.
Quando vanno alla bottega, in media una volta la
settimana, ecco la loro spesa: 50 lire di zucchero, 30 di
petrolio, 20 di sale e aggiungono una caramella, un biscotto o
un pezzo di pane per il più piccolo.
Dopo la raccolta del caffè, si compra anche un pezzo di
stoffa per la donna, che porterà cucito a sacco senza fondo, una
camicia per l'uomo e un vestitino per i bambini.
55
Secondo le statistiche ufficiali una famiglia non spende più
di 45.000 all’anno. È una media generale, ma per molte
famiglie tale cifra va dimezzata.
Che dire poi dell’educazione? In molte zone i bambini non
vanno a scuola e quel che è peggio, passeranno ancora molti
decenni prima che sia possibile raggiungere tutti i villaggi.
Bisogna riconoscerlo, il Governo fa tutto il possibile, ma
non può che occuparsi dei centri più importanti.Quando
avranno una scuola quei piccoli raggruppamenti di quattro o
cinque famiglie sparsi nella foresta? E ce ne sono tanti! In uno
di questi ho trovato un solo uomo che sapesse decifrare una
lettera e ancora... sillabando.
Fa pena vedere tante creature vivere una vita
puramente...vegetativa. Davanti a questi bambini che vi
guardano incuriositi, senza avvenire, si prova una vera stretta al
cuore. Come fare? Ho pregato i genitori d’inviare i loro
figliuoli alla missione, almeno i più svegli. Me l’hanno
promesso e verranno a novembre. Per incoraggiarli ho
promesso loro che mi sarei occupato di tutto. Verranno
davvero? Lo spero. Non per questo il problema sarà risolto.
Qui, al centro, abbiamo le Suore che si occupano già di
230 bambini. L’anno scorso facevano scuola nel nostro
refettorio. Noi possiamo mangiare un po’ di riso anche sotto la
veranda, nel garage e in chiesa. Ma se quest’anno vengono
tutti, dove li metteremo? Come li nutriremo? Come li
vestiremo? “Guardate i gigli del campo e gli uccelli dell’aria...”
ha detto il Signore, ed io spero molto nella Provvidenza.
Questo però non mi esenta dall’avere alcune
preoccupazioni. In attesa che molte anime buone ci vengano in
aiuto, noi intanto ci siamo messi al lavoro. Per far fronte alla
situazione, abbiamo deciso di mettere in piedi alcune capanne,
di comperare riso. Il resto verrà a poco a poco. Ben sapendo
che le parole non bastano, ma che oggi si ama vedere, avevo
preso con me la macchina fotografica e mi ripromettevo di
riprendere alcune scenette veramente... sconcertanti.
56
Lo credereste? La gente del villaggio non me l’ha
permesso. Gentilmente mi hanno fatto comprendere che non
amavano quella specie di propaganda. Sono poveri, però c’è
sempre un senso di amor proprio. Compresi la lezione e non ho
insistito. Sono tornato a casa col cuore grosso, deciso a far
qualunque cosa.
Si tratta di preparare un sicuro avvenire alle nostre
cristianità e di salvare il già fatto. Io vi augurerei una cosa sola:
fare un giretto come l’ho fatto io il mese scorso, accompagnato
da certi cristiani delle nostre parti... Credo che non farebbe poi
tanto male e si cambierebbero molte cose. Tante lamentele,
certi sprechi, tante spese inutili si eviterebbero...”.
“Missionarie senza pretese”
Così vengono definite da P. Amato Prisco le prime Figlie
della Sapienza giunte in Perù.
“... Tale fu l’impressione che ricevette la gente di Ñaña
quando vide per la prima volta le Figlie della Sapienza italiane.
Quattro agili creature, dall’aspetto giovanile, completamente
sepolte sotto i vari metri di stoffa grigia, cuffia immacolata
come la neve, parlata certamente ostrogota, sorriso sincero e
aperto.
Dove cominceranno a lavorare? Come organizzeranno i
loro piani? Come si sistemeranno? Con che si manterranno? A
queste domande che i soliti ficcanaso si ponevano, le Suore
risposero e stanno rispondendo giorno per giorno, compiendo
passi matematicamente esatti, assumendo impegni di carattere
assistenziale e confidando sempre nella Provvidenza.
Delle 13.000 persone che popolano tre diversi settori della
zona missionaria in cui si prodigano i Figli e le Figlie del
Montfort, adesso ben poche ignorano le Suore della Sapienza.
Forse non ne ricordano il nome, però notano bene le opere che
già hanno lasciato sbigottititi evangelisti, cattolici e
57
indifferenti: i due ambulatori medici, la scuola elementare e la
scuola di taglio e cucito.
I due ambulatori rappresentano una vera benedizione del
cielo, più di qualsiasi altra istituzione. Prima dell’arrivo delle
Suore, quanti infermi mi toccò assistere solo spiritualmente e
quanti altri si spensero sotto i miei occhi proprio perché
mancavano del più elementare aiuto medico! A volte, specie i
bambini, morivano unicamente a causa della negligenza dei
genitori che presenziavano impassibili alla loro scomparsa,
senza neppure pensare di chiamare il Padre per farli battezzare.
Attualmente, la falce della morte miete ancora vittime, ma
in numero assai ridotto, precisamente perché la brava Suor
Gabriella Pedrini è riuscita a dare un nuovo aspetto
all’Ambulatorio già esistente ed a cercarne un altro nel centro
di un’altra barriada. Un dottore assicura quotidianamente le sue
ore di servizio e la Suora la migliore efficienza e le più
indispensabili condizioni igieniche dei locali.
L’esperienza acquisita prima a Bergamo, poi a Milano,
infine nel grande ospedale “Galliera” di Genova permettono
alla religiosa di prestare le prime cure a qualsiasi infermo,
soprattutto in assenza del medico. Accanto ad ogni ambulatorio
esiste una minuscola farmacia in cui la gente trova facilmente
le medicine più comuni.
Queste cure corporali spesso consentono di penetrare
nell’anima dell’ammalato per sanargli mali morali più
pericolosi. Nella maggior parte dei casi, quando non si riesce a
risolvere le questioni intricate degli adulti, ci si accontenta
almeno di battezzare i piccoli.
La scuola elementare costituisce un altro campo di
apostolato. In realtà, a Ñaña, non difettano le scuole; ne
vantano una persino i Protestanti! Quello che pare necessario,
però, è un corso professionale serio, laborioso, entusiasta. Le
maestre tuttora in carica simpatizzano troppo con il verbo
riposare, in più, la promiscuità degli alunni che vanno da sette
58
ai diciotto anni, fa giungere a conclusioni assai premature e
pregiudica il risultato degli studi stessi.
Le Suore, sobbarcandosi il peso non indifferente delle
scuole, hanno voluto ovviare a questi ed altri inconvenienti
maggiori. Nell’aprile scorso, ben 150 alunni si sono iscritti al
“Colegio de las Madres Italianas”. La maggioranza di essi
appartengono al gentil sesso e mostrano una sete ardente di
sapere. Dall’insegnamento si incaricano Suor Anna Bussini e
Suor Caterina Torri, coadiuvate da due signorine del luogo. Per
disciplinare i “bandoleros”, la madre ha adottato misure
alquanto severe.
La scuola di taglio che in Italia sembra non attiri più come
un tempo, a Ñaña ha calamitato una novantina di ragazze che
lavorano con un impegno mai visto. Così, senza pretese ma con
ammirabile zelo, le Figlie della Sapienza si sono inserite nel
numero degli infaticabili benefattori del Perù”.
Avrei dovuto restare ancora un anno...
P. Emilio Nozza parla volentieri del suo ritorno a Verdello
dal Madagascar: “Duro anche il viaggio di ritorno in Italia...”.
“28 dicembre. Ricevetti proprio in quel giorno un
telegramma dal mio Vescovo di Tamatave: “Mettetevi in
viaggio, lasciate subito la vostra missione e raggiungete il porto
di Tamatave. Nave 7 gennaio”. Cercai di riordinare tutte le mie
cose. Stavo costruendo la chiesa: il cortile di Ambpasinambo
era in completo disordine, ricoperto di mattoni, lamiere di
zinco e legname. Avrei dovuto restare ancora un anno. I muri
della chiesa erano in parte terminati, le capriate erano pronte,
belle e fatte ma ancora per terra... Insomma, dovevo partire
senza aver portato a termine la mia chiesa?
Lavorai ancora due giorni sotto la pioggia, spiegando alla
mia squadra di manovali neri quello che dovevano fare.
Consegnai loro tutti i biglietti e bigliettini, quaderni e ricevute
e fatture. “Cercate di arrangiarvi, fate il possibile per portare a
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termine la chiesa. Arrivederci... perché io devo partire. Il mio
più caloroso ringraziamento a tutti i cristiani del villaggio che
fin dall’inizio della preparazione dei mattoni ad oggi, sono stati
sempre al mio fianco. Spero che un giorno o l’altro un
missionario venga a sostituirmi durante il periodo del mio
congedo in Italia”. I malgasci mi guardarono in silenzio,
uscirono dalla mia casa e risalirono il villaggio. Ero solo con i
miei pensieri di gioia, di nostalgia, di tristezza.
Il telegramma era proprio chiaro. Dovevo raggiungere la
nave che mi avrebbe portato in Italia. Continuai ancora il mio
lavoro attorno alla chiesa. La pioggia continuava quasi
ininterrotta da ormai due mesi. È duro lavorare sempre sotto
l’acqua. Ma cosa volete, il Madagascar è così: finita la stagione
delle piogge incomincia quella piovosa. Dovetti lasciare tutto
senza avere la gioia di avere terminato la chiesa.
Nel pomeriggio, ritirato nella capanna, presi la solenne
decisione di incominciare i miei preparativi di partenza per
l’Italia. Anche per me il paese dei miei antenati, dopo sei anni
di vita missionaria, faceva sentire il suo appello, il suo
richiamo. Presi una grossa valigia di ferro, la tirai in mezzo alla
stanza centrale e lentamente incominciai a riempirla di tutto
l’occorrente; vestiti e ricordi. Lavoro lento... tristi
presentimenti... Dovevo lasciare tutto...
Alla sera tutti i cristiani scesero dal villaggio nella mia
casa. Cantammo tutta la notte, Erano nostalgici canti di addio,
di riconoscenza...”.
Sei giovane, ma per noi sei una persona per bene!
Ancora notizie da P. Angelo Rota: “Il missionario deve
ritornare nel nostro villaggio”.
“...La seduta ebbe inizio. C’erano tutti: cattolici,
protestanti, anglicani e persino i pagani. La cosa era di
massima importanza e tutti dovevano esprimere la loro idea.
Prese la parola per primo un nonnino, il più anziano del
60
villaggio. “Vedi, Padre, tu sei nuovo del paese e sei giovane,
ma per noi sei una persona dabbene e poiché tu sei prete
cattolico, siamo venuti nella tua casa per sentire su quello che
vogliamo fare va bene.
Tu sai che nel nostro villaggio un tempo c’era una
comunità cristiana. Alcuni anni oro sono il ciclone abbatté la
chiesa e la morte ci portò via la buon’anima del catechista.
Scoraggiati e senza guida, un po’ alla volta, la comunità si è
dispersa e la Religione Cattolica è scomparsa. Ora noi abbiamo
vergogna, poiché tutti qui nei dintorni ricevono la visita del
missionario europeo, e noi soli non lo vediamo più da qualche
anno. Questo non ci fa onore e anche i nostri Antenati,
soprattutto quelli che furono cattolici non devono essere
contenti. Il missionario deve ritornare nel nostro villaggio,
perché vogliamo ricominciare a pregare da cattolici. Per
provarci che vogliamo fare sul serio, eccoti nove bambini da
battezzare. Poi guarda questi tre giovani, sono i soli qui che
sappiano leggere e scrivere convenientemente e abbiamo
pensato di affidare loro il compito di insegnarci il catechismo e
le preghiere. Essi sono giovani e non hanno molta esperienza,
ma sanno leggere e sono intelligenti e questa è già molto, al
resto ci pensiamo noi anziani, così che se essi non dovessero
fare giudizio noi li richiameremo al dovere. Credi che così
vada bene? Se va bene ce lo dici, altrimenti correggici e noi
seguiremo le tue istruzioni.
Per dare maggiore importanza alla mia parola presi un
aspetto serio, interposi una pausa di silenzio, come per pensare
a quello che dovevo dire, poi lentamente mi alzai, li guardai in
viso ad uno ad uno, mentre a loro volta essi pure mi fissavano
impazienti di ascoltare la risposta.
Bene! Benissimo! Quello che avete detto e pensato è
giusto! Continuai riprendendo le loro stesse parole: io sono
nuovo del paese e sono giovane, ma sono un prete cattolico. Il
vostro problema riguarda voi come riguarda me. Non saprei
dirvi se la vostra decisione sia motivo di gioia maggiore per voi
61
o per me, venuto dalla lontana Italia proprio per aiutarvi a
pregare, a conoscere e amare Iddio.
Un tempo eravate una buona cristianità poi le cose
cambiarono e i tentativi dei Padri per tenere in vita il
cattolicesimo tra voi non trovarono corrispondenza; essi
pensarono che non volevate pregare e con grande dolore
rinunciarono a tornare qui. La vostra accoglienza non era più
quella di una volta e non mancava qualcuno che facesse
resistenza; ecco perché il Padre non venne più da voi. Ad ogni
modo avete deciso di riprendervi; la buona volontà mi pare non
manchi e in seguito riprenderete il vostro posto d’onore a non
avrete più a vergognarvi.
Risposi a tutte le questioni, e poiché vedevo che
accettavano bene le mie parole la tenni piuttosto lunga. Rinviai
alla prossima tournée la questione dei battesimi e quando mi
parve di avere detto tutto mi sedetti sicuro che dopo poche
riflessioni avrebbero preferito raggiungere le loro capanne,
dove le donne aspettavano per consumare le pentole di riso
fumante. Dimenticavo in quell’istante che nelle assemblee
Betsimisaraka ogni invitato deve dire la sua. Diciassette
discorsi e ad ogni discorso un piccolo commento del nonnino.
Pensai all’ufficio divino dove ogni salmo vuole la sua antifona.
Fortunatamente erano sempre le stesse idee e non ebbi bisogno
di rispondere ad ognuno. Ci vollero tuttavia più di tre ore prima
di finire e forse ne avrei avuto ancora per un bel po’ se una
donna non fosse entrata con un buon piatto di riso fumante per
me...”.
Disavventure di un missionario
P. Achille Valsecchi parla delle sue disavventure sulle strade
malgasce.
“...Io mi trovo in mezzo ai monti, in una località chiamata
Ambinaninandro, distante da Tamatave 350 Km. Per
raggiungere questo piccolo paese ho impiegato quattro giorni
62
di viaggio. Fino a Vatomandry presi la macchina di un
conoscente. Il viaggio fu stupendo per 70 Km. Su di una strada
impraticabile abbiamo raggiunto la pazzesca velocità di 35 Km
orari. L’ebbrezza della corsa durò due ore. Ad una svolta
vedemmo in mezzo alla strada un uomo. Era un poliziotto...
Fu felice di conoscere un italiano in persona. Mi chiese
mille cose sul Papa e su Roma e se fosse vero che esistessero
della case alte cento metri e tutte d’oro. Dissi che tutto
corrispondeva a verità, sforzandomi di allontanare dalla
memoria le topaie viste a Roma e a Napoli. Poi ci siamo
lasciati. Ma quel vigile era onesto e coscienzioso. Volle
perdonarmi l’eccessiva velocità. L’ultima sua parola: “Reciterà
tre Pater, Ave e Gloria”.
Il nostro viaggio proseguì, ma la sfortuna ci attendeva. Su
di un rettilineo abbiamo sentito una specie di tuono,
proveniente dalla parte posteriore della vettura. Tre o quattro
capottate e ci trovammo una quindicina di metri fuori della
strada, immersi in un acquitrino. Per fortuna la macchina era
priva di cristalli...Tutti infangati ci siamo messi sul bordo della
strada, aspettando che la Provvidenza soccorresse i due
tapini...".
63
1965
Marcia travolgente
Grazie a voi, mamma e papà!
Il 9 gennaio Mons. Fagioli consegna il crocifisso di
missione a P. Giovanni Delli tra la commozione dei genitori,
dei parenti e delle Zelatrici missionarie di Verdello intervenute
alla cerimonia. A fine gennaio invia la sua prima
corrispondenza missionaria.
“... 29 gennaio. Un solo volo: dall’aeroporto di Fiumicino
a quello di Blantyre, e sono giunto nella terra dei miei sogni: il
Malawi. Erano là ad incontrarmi i confratelli. Abbracci e baci...
una festa di gioia.
Lontano migliaia e migliaia di chilometri dalla bella Italia,
da Verdello i ricordi sono tanti... e il mio cuore si sente ancora
tanto vicino alle persone che mi hanno fatto del bene.
Da queste pagine de “L’Apostolo di Maria”, con il cuore
pieno di affetto, voglio ringraziare quanti mi hanno aiutato e
sostenuto a diventare missionario. Grazie a te, mamma, a te
papà. Voi mi avete dato la vita. Voi mi avete accompagnato
all’altare. Voi, oggi, con il sacrificio e con la preghiera mi
seguirete nella mia missione.Vi dico che sebbene lontano,
sento di volervi ancora più bene!
Grazie ai miei Superiori che mi hanno aiutato a diventare
sacerdote e che mi hanno dato la possibilità di partire per il
Malawi. Così ho raggiunto il mio ideale missionario.
Un grazie particolare a tutte voi, care zelatrici di Verdello.
Il vostro ardente spirito missionario fa onore al nostro paese.
Ho sempre ammirato il vostro lavoro che si svolge non solo
all’ombra del campanile di una parrocchia o di una diocesi, ma
a tutto al mondo. Brave! Il vostro cuore abbia sempre palpiti
universali e fate sempre giungere la vostra carità ai vostri
missionari.
64
Infine, grazie a tutti coloro che mi hanno voluto bene.
Volervi bene e stare sempre uniti nell’amore e nella preghiera è
la cosa più bella al mondo. Amate sempre i missionari, pregate
sempre per loro, aiutateli! Così, chi in prima linea, chi nelle
retrovie, tutti siamo missionari”.
“Nel Malawi sono solo!”
Anche Fra Stefano, dalla missione di Mpiri, dove è
approdato da poco, invia le sue prime impressioni.
“Appena sceso dall’aereo e terminate le pratiche
burocratiche e doganali, mi destai come da un sogno; sì, da un
sogno che da anni ha sempre occupato la mia mente e il mio
cuore, tutto. Ora è realtà.
Al vedere la gente, nei primi giorni, mi sembrava che
fossero tutti uguali, ma dopo mi sono abituato a distinguere una
persona dall’altra.
Nella missione di Mpiri, ho potuto costatare che nel
territorio affidato alle nostre cure regna veramente la miseria
materiale e spirituale. Una capanna di fango e paglia costituisce
l’abitazione per una famiglia nel Malawi. Uno straccio
qualunque è il loro vestito o per meglio dire la loro moda.
Mezzi di lavoro non ce ne sono; officine, laboratori e
industrie sono poche e solo nelle città. Nella nostra missione
nemmeno l’ombra. L’unico loro sostentamento è il mais. Se la
raccolta annuale va bene tutto va bene, al contrario vi regna la
carestia, come vi regna tuttora.
L’arrivo in Malawi è stato per me motivo di grande gioia.
Ho potuto realizzare con l’aiuto di Dio i miei sogni.Ma è stato
motivo di grande dolore nel trovare tanta miseria e nel poter
fare così poco per questi nostri fratelli neri.
Mi addolora la scarsità di operai nella vigna del Signore.
Scarsità di sacerdoti, ma soprattutto di fratelli coadiutori.
Infatti, sono il primo e il solo fratello coadiutore monfortano
italiano. Se fossimo tanti si potrebbe fare molto più bene, e i
65
Padri poi sarebbero più liberi nell’esercizio del loro ministero
sacerdotale invece di occupare la maggior parte del tempo nelle
cose materiali.
Mi domando ancora oggi perché non ci siano più giovani
che si donino al Signore mediante la vocazione religiosa e
missionaria, vocazione così sublime e bella!
O giovane, che senti nel cuore la voce di Gesù: vieni e
seguimi!, non rinnegare questo invito non rifiutarlo, accettalo
subito. L’Africa va precipitosamente verso il paganesimo,
verso l’idolatria, verso l’ateismo. Oggi tutta l’Africa è in
subbuglio. Il comunismo sta preparando i suoi piani e i nostri
fratelli ne risentiranno di questa nuova schiavitù. Non perdere
tempo, poiché il tempo è oro ma qui più che oro è la vita stessa.
Non spaventarti. Il Signore ti darà la sua grazia. Sappi che i
missionari monfortani ti aspettano a braccia aperte e ti danno
una fiduciosa possibilità di venire in missione.
Cristo ha bisogno di te. L’Africa ha bisogno del tuo aiuto
per poter fra fronte al comunismo o meglio all’ateismo che
avanza inesorabilmente. Avanti! Coraggio! Ti aspetto nel
Malawi. Con te e non più da solo, potrò e potremo fare tanto
bene a questa gente nera”.
Marcia travolgente
P. Alessandro Assolari manifesta la sua grande
soddisfazione nel prendere atto dei progressi compiuti dalla
Chiesa in profondità e in estensione. Mette tuttavia in guardia
dal pericolo dell’espansione dell’Islam.
“... Questa visione della Chiesa e della sua marcia verso la
conquista pacifica del mondo non ci deve impedire di
analizzare le difficoltà che la Chiesa incontra sul suo cammino.
Uno di questi grossi problemi è rappresentato dall’Islamismo e
della sua intensa attività di proselitismo. ... Ogni musulmano è
missionario!”.
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Ringrazio il Signore per il bene che ho potuto fare
In occasione della sua vacanza in Italia P. Vittorio Crippa
informa sulle opere già attuate e quelle ancora da realizzare
nella sua missione.
“... In questi anni il Signore mi ha concesso la grazia di
spendere per fare un po’ di bene tra gli africani. . Con l’aiuto e
la generosità dei buoni ho potuto realizzare opere veramente di
alto valore cristiano e sociale.
Opere attuate: due grandi scuole frequentate ora da circa
600 ragazzi. Tre chiese, centri di fervida vita cristiana. Un
dispensario, dove ogni giorno vengono curati circa 300 pazienti
tra adulti e bambini. Una clinica materna per prevenire l’alta
mortalità infantile. Due pozzi di acqua utilissimi per prevenire
malattie tra i missionari e la gente. Un lebbrosario rimasto
incompiuto per mancanza di mezzi. Qui però si curano
settimanalmente più di 1000 lebbrosi.
Opere da realizzare. Quando tornerò nel prossimo ottobre
dovrò interessarmi per la costruzione di almeno due chiese, di
un altro dispensario di estrema necessità per la mancanza di
assistenza medica, del lebbrosario necessario per prevenire il
contagio e il propagarsi della terribile piaga: la lebbra...”.
Novità nella Diocesi di Blantyre: la consacrazione
episcopale di Mons. Giacomo Ciona. È il secondo africano
elevato a tale dignità nel Malawi.
“... Giornata gloriosa per la Chiesa cattolica. Potete
immaginare la commozione di tutti, vedendo questo nuovo
vescovo, che molti hanno conosciuto da bambino, altri lo
hanno seguito nelle varie tappe della preparazione al
sacerdozio...”.
67
Problemi non proprio pastorali...
Nella vita di un missionario ci sono anche problemi non
proprio pastorali. P. Carlo Berton, per esempio, informa i
lettori de “L'Apostolo di Maria” sul flagello nazionale causato
dai topi:
“... Delle orde di topi si riversano dalla foresta e si
lanciano come delle bande di guerriglieri sulle piantagioni
distruggendo tutto al loro passaggio”.
Dopo aver dato una spiegazione scientifica del fenomeno e
delle difficoltà che la popolazione incontra nell’arginarlo,
conclude la sua corrispondenza con una interessante
osservazione sul dovere dei cristiani:
“...Sono gli unici a persuadere i pagani a non correre dallo
stregone per uccidere i topi, ma di unirsi nella lotta contro per
poter vivere. Il loro morale è certamente un fattore ottimo per
poter vincere questa lotta e per potersi mettere al lavoro non
appena il flagello sarà passato.
Alla scuola modello della missione, Centro Formazione
Rurale Familiare, i giovani vengono formati con serietà ai loro
doveri agricoli e all’economia. Sono gli animatori della
brughiera per dare coraggio, speranza e ripresa del lavoro a
tanti sfiduciati”.
Sagra parrocchiale a Lima
Dal Perù P. Pasquale Buondonno informa sul modo con
cui si organizza una sagra parrocchiale, illustrandone le
finalità.
“... Dalla sagra la parrocchia ricava un grande utile.
Materiale: col denaro raccolto abbiamo potuto fornire la chiesa
di banchi, attrezzarla con un impianto di altoparlanti dentro e
anche fuori, provvederla di un nuovo confessionale, di un
nuovo tabernacolo e di altre cose che rendono più decoroso il
culto e più confortevole lo stare nella casa del Signore.
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Spirituale e morale: ogni sagra segna un aumento di
conoscenza e di amore alla parrocchia presentandola come una
grande famiglia nella quale attorno ai Padri si sentono sempre
più figli i trentamila abitanti di questa zona di Lima della quale
ci è stata affidata la cura”.
Sulle pagine de “L'Apostolo di Maria” continua, puntuale,
“Il mio diario missionario” di P. Alessandro Assolari. È una
fonte inesauribile di notizie sul lavoro suo e dei confratelli
missionari italiani ormai sparsi in vari posti di missione. Da
Fort Johnston fa sapere che con l’arrivo di Fra Stefano è
terminata la sua vita eremitica:
“...Io che di tendenze alla vita eremitica ne ho proprio
molto poche, sono contento come se avessi vinto al
Totocalcio”.
È felice come una pasqua!
Nel diario ci sono notizie riguardanti P. Gianni Delli.
“... E’ felice come una Pasqua: ha superato molto
brillantemente gli esami di cinianja”. È destinato alla nuova
missione dove vive e lavora da mesi P. A. Assolari: Fort
Johnston:
“... Sono convinto che con un simile vicario si potrà fare
tanto bene. Povero Maometto! Hai finito di essere il re di
questa zona. Ci sei stato per cent’anni, ora ti dovrebbe bastare.
Ti converrà fare le valige perché se per disgrazia dovessi
incontrarti con quel pezzo di curato appena arrivato qui sono
convinto che passeresti un brutto quarto d’ora!”.
È scoppiata una guerra senza fucili né cannoni
Dalla missione di Marolambo P. Pietro Valsecchi fa sapere
che “è scoppiata la guerra”. Si tratta di una “guerra, ma senza
fucili, senza cannoni e senza portaerei”.
69
“...Tutto è iniziato nella foresta. Come in tutte le
guerriglie, la foresta è il luogo più adatto per riunirsi, formarsi
e mettersi in assetto di guerra; e qui nella mia missione, la
foresta occupa la buona metà della superficie; quindi la
possibilità di fare le cose per bene è molto grande. Nessuno se
ne accorse; quando si passava nella foresta si vedevano buche
da tutte le parti..., era un po’ strano, ma non ci faceva caso.
Raboto, alto e magro, coi suoi denti bianchissimi nella
faccia nera, aveva finito verso mezzogiorno di seminare il suo
riso e se ne andò tranquillo in riva al fiume al suo posto
preferito. Sulla riva opposta, in faccia a Raboto, si estendeva la
grande foresta, coi suoi alti alberi aggrovigliati da un gran
numero di liane. Raboto prese la sua canna da pesca, gettò
l’amo e aspettò che qualche bravo pesce abboccasse, un buon
pesce proporzionato alla sua fame.
L’occhio teso al filo di nylon, Raboto non si scomponeva
malgrado l’impazienza della fame. Dopo poco tempo sulla riva
opposta, quella della foresta, l’acqua si increspò
improvvisamente; Raboto si convinse che il pesce era dall’altra
riva e se ne infischiava del povero pescatore affamato. Ma gli
occhi brillarono di gioia quando quella frotta di pesci sembrò
puntare verso di lui.
Attese, seguendo con l’occhio l’increspatura dell’acqua.
Osservò meglio e... altro che pesci...una frotta di topi che stava
attraversando il fiume. Decisamente prese un bastone e con
colpi ben assestati mise fuori combattimento tutti i roditori che
la corrente del fiume trascinò lontano.
Roboto si rimise a pescare, ma non erano passati dieci
minuti ed ecco un’altra frotta decisa ad attraversare il fiume.
Questa non era ancora giunta a metà corrente che un’altra si
slanciava già in acqua, seguendo la scia della prima pattuglia.
Raboto riprese il suo bastone: menò dei colpi a destra a
sinistra, avanti e indietro, ma, cosa strana, più ne uccideva e
più erano numerosi. Se li sentiva correre intorno, passare tra i
piedi. Pur continuando a menare colpi da tutte le parti cominciò
70
ad avere paura e si convinse che erano topi affamati. Preso
dalla paura se la diede a gambe verso il villaggio.
Quella notte le numerose bande di topi traversarono il
fiume e invasero i campi divorando il grano seminato nel
solchi, le radici di manioca, tutti i fagioli, e quando fu tutto
pulito nei campi, se ne andarono nella piantagione di caffè.
L’invasione dei topi da quel giorno non ebbe più tregua:
invasero un villaggio dopo l’altro, una piantagione dopo l’altra.
Nei villaggi si vedevano topi correre anche in pieno giorno,
comparire e scomparire da tutte le parti. Nei campi... nessuno
più osava trascorrere la notte.
Anche il Governo cominciò a preoccuparsi, anche per un
possibile pericolo di peste e inviò degli specialisti con gran
quantità di veleno. Molti i topi uccisi ma nulla restava da
mangiare per gli uomini. Metà della popolazione della mia
missione si trova in una situazione difficile...”.
Nuove partenze per il Malawi
Il 19 settembre, nel santuario di Maria Regina dei Cuori di
Redona, Mons. Giacomo Ciona, vescovo ausiliare di Blantyre,
consegna il crocifisso a due nuovi missionari: P. Pietro
Mucciarda e P. Luciano Marangon. Il 21 seguente partono per
il Malawi dal porto di Venezia.
Riparte per il Malawi anche P. Vittorio Crippa, dopo un
periodo di vacanza in Italia. Ai lettori de “L'Apostolo di Maria”
scrive:
“...Devo ripartire per l’Africa, ma non vi lascio perché vi
voglio portare tutti con me, nel mio cuore, e se potrò sfamare
chi ha fame, asciugare qualche lacrima, guarire ammalati e
lebbrosi, istruire i bambini lo voglio fare insieme a voi.
A voi voglio dare la gioia dell’incontro gioioso e festante
di tutta quella mia gente che aspetta il suo “Padre” con vera
ansia che torna con le mani piene di tanto bene, frutto della
vostra bontà e generosità. Stiamo sempre uniti!”.
71
Un bimbo nato sulla mia "Simca"
Anche P. Adriano Preda ha la sua esperienza missionaria
da raccontare. Si tratta di “Kilimangiaro”, un bimbo nato sulla
“Simca 1100” del missionario. In Malawi è il periodo delle
piogge torrenziali durante il quale le strade e i sentieri
diventano spesso impraticabili.
Un giorno arriva alla missione un uomo tutto trafelato,
inzuppato da cima a fondo per l’abbondante pioggia e chiede
aiuto per la moglie che sta male e sta per avere un bambino. P.
T. Betti non ci pensa due volte e, nonostante il brutto tempo,
sale su “Carolina”, la sua vecchia e gloriosa “Simca 1100”, e
parte per il villaggio indicato, distante un’ottantina di
chilometri dalla missione.
Giunto alla capanna dell’inferma P. Tarcisio la trova che
spasima tra acerrimi dolori. Amministra i Sacramenti
all’ammalata, la conforta e poi la fa caricare sulla sua Simca,
improvvisata autoambulanza.
“... Così, tra dirupi e balze, sopra giganteschi tronchi P.
Tarcisio riprende la via del ritorno. Ma ecco che alla sommità
del monte Mpiri una voce intima una fermata obbligatoria. P.
Betti frena ma subito dopo si ode un vagito: il bimbo è nato! Il
missionario scende dall’auto e si avvicina per vedere il
neonato: Che nome gli diamo? Kilimangiaro!
È trascorso quasi un anno dall’avventurata nascita e l’altro
giorno sono giunti qui a Mpiri questi bravi cristiani per
ringraziare P. Tarcisio. Hanno portato del riso e un pollo in
segno di riconoscenza...”.
Il mago della steppa africana
Dopo sei anni di lavoro nel Madagascar torna in Italia Fra
Paolo. Rilascia un’intervista a “L'Apostolo di Maria” dove
parla volentieri della sua vita e delle sue opere, soprattutto di
72
quella che gli sta più a cuore tra quelle realizzate. Si tratta di un
“villaggio modello” che sorge a 27 chilometri da Tamatave.
“...E’ un agglomerato di 25 case malgasce, dal pavimento
in muratura e dalle pareti in legno. A queste si aggiunge la
chiesa, cinque aule scolastiche, l’ospedale, la maternità e il
dispensario. Un acquedotto modesto che parte da una piccola
montagna distante 500 metri, fornisce l’acqua potabile.
Questo villaggio ospita per un periodo di dieci mesi 25
famiglie di cristiani provenienti dalle varie zone dell’interno.
Qui si trovano a loro agio perché sia le abitazioni che il modo
di vivere è simile a quello di un comune villaggio malgascio.
Ogni giorno, alle ore 8 inizia la scuola: agricoltura, cultura
generale, catechismo per tutti gli adulti. Alle 11 le donne vanno
in cucina con le suore: imparano come si possa cucinare bene
in modo vario con i soli frutti del paese.
Nel pomeriggio gli uomini si recano nei campi per la
scuola pratica di agricoltura, mentre le loro mogli si danno al
cucito e ai vari lavori domestici. I ragazzi di queste famiglie
intanto frequentano la scuola.
Ogni famiglia, oltre a ricevere 5000 franchi al mese, ha a
sua disposizione un giardino personale e può allevare conigli e
galline. Questo per abituarli a migliorare il proprio tenore di
vita. E sta precisamente in ciò lo scopo dell’iniziativa: creare
dei pionieri che, tornati al loro villaggio, siano di esempio di
civiltà, di progresso e di cristianesimo convinto”.
Così mi piace la vita missionaria
È il titolo della prima corrispondenza di P. Gianni Delli
dalla missione di Fort Johnston.
“...Finalmente via libera. Era ormai da sette mesi che
lottavo per apprendere il cinianja, quando P. A. Assolari mi
ordinò di partire alla volta di Martynisi per celebrare la S.
Messa e naturalmente per istruire lo sparuto numero di cristiani
di quel povero villaggio. Ascoltati gli ultimi avvertimenti e le
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prudenti raccomandazioni del mio Superiore, inforcai la mia
bicicletta fuori serie e via...!
La strada si snodava tra una specie di savana. Per
ingannare il tempo, mentre pedalavo di lena, cantavo la
canzonetta italiana: “Volare!”. Nuovo Don Camillo ero
alquanto buffo e divertente per i pochi neri che incontravo. Ad
un certo punto mi trovai ad un labirinto di biforcazioni: quale
direzione scegliere? Mi grattai la pera, feci la conta e mi
inoltrai in una, a casaccio: era quella buona.
Di tanto in tanto attraversavo qualche villaggio,
distribuendo a destra e a sinistra i miei “sorrisi Durbans” a tutti
i negretti.
Dopo un’ora e mezzo di corsa giunsi a Martynisi.
Finalmente! Ero tutto madido di sudore.
Martynisi è un villaggio lontano da Fort Johnston 14
chilometri, situato in mezzo alla savana, con un agglomerato di
una trentina di capanne costruite con terra e sterpi. Quasi tutti i
suoi abitanti, un centinaio circa, appartengono alla tribù degli
Ainaja e alcuni agli Ayao.
Esultanti mi vennero incontro per primi due bambini che
mi salutarono con l’eterno: “Moni Bambo”. Come hanno fatto
a conoscermi? E sì che non erano stati avvertiti del mio arrivo!
In breve tempo i cristiani, dodici in tutto, si raggrupparono
per rivolgermi il loro benvenuto. Anche i musulmani e i pagani
mi salutarono calorosamente. Li guardai tutti e sentivo dentro
di me di amarli.
Invitato un catechista ad avvertire i cristiani dei villaggi
limitrofi che avrei celebrato la S. Messa il mattino seguente, i
capifamiglia mi invitarono nella loro cerchia a parlare del più e
del meno in attesa della cena.
A cena, mentre i bambini si nutrivano di polenta e erbe, mi
presentarono riso e pollo. Cercai di mangiare il meno possibile,
ben sapendo che con quanto mi offrivano dovevano poi
sfamarsi altre quattro persone adulte. Infatti, non appena feci
74
cenno di aver terminato, in un batter d’occhio scomparve tutto
in quelle bocche affamate.
Prima di coricarmi, radunai tutti i cristiani nell’aia per
recitare il S. Rosario e per cantare. Seduti per terra, mi
attorniavano felici e contenti. È meraviglioso di sera sentirsi
così uniti nella preghiera sotto le stelle che guardano e narrano
le meraviglie del Signore. Ve lo dico francamente: mi sentivo
felice, mi sentivo di essere un pastore fra le sue pecorelle.
Cantammo gioiosamente per un’ora, mentre i più piccoli
dormivano beatamente tra le braccia delle loro mamme.
Fatti i convenevoli entro nella chiesa, che tale poi non è
perché è una semplice capanna dalle pareti di fango e il tetto di
paglia. Preparo tutto per la S. Messa sopra un tavolino piuttosto
malandato, ma utile in mancanza d’altro. Portano due vasetti di
fiori e trovo un posto anche per quelli.
Mentre confesso vedo che sul tetto lavorano indisturbati
grossi topi intenti nel loro lavoro di buoni roditori e nessuno si
sogna di farli scappare. Mi vesto, celebro in cinianja la S.
Messa, intercalata da preghiere e canti. Parlo un po’ con i
cristiani e poi, come è loro abitudine, mi offrono la colazione.
Mi feci coraggio per onorare la loro polenta e fagioli, in
compenso però non era male. Era tutto quello che avevano,
poveretti!
Il giorno seguente la strada è più lunga, ma una buona
pedalata fa bene anche allo spirito. Quasi due ore di bici. È la
tappa più importante: Mbuazulu. Arrivando, mi si fanno
incontro i ragazzi della scuola, guidati dai loro maestri, quasi
tutti cattolici. È una festa di saluti e di canti.
Qui lavoro tutta la mattinata. Molte persone da confessare
e, dopo la Messa, porto la Comunione ad una malata. Nel
pomeriggio i maestri mi vogliono loro ospite e subito accolgo
l’invito. Ci troviamo in cinque nella piccola capanna ingombra
di sedie, qualche tavolino ed altre suppellettili. Man mano che
passa il tempo, la conversazione si fa più viva e, come è
naturale, data la mia presenza, si tocca il problema religioso:
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“Bambo, è vero che Gesù era europeo e bianco di colore?...
Bambo, Gesù è nato dalla Madonna come qualunque altro
bambino?”...
Le risposte sono pronte, ma è difficile spiegare tutto, data
la mia poca conoscenza della lingua. Soprattutto comprendo
con tristezza che le idee dei protestanti minano la testa anche ai
maestri cattolici. Ad ogni modo qualcuno mi capisce e spiega
agli altri ciò che ho detto..
Ultimo giorno, ultima tappa. Poi prendo la strada del
ritorno. Voglio rivedere i maestri, ringraziarli della loro
ospitalità e salutarli. Rimangono assai contenti. Mi pregano di
tornare presto. E mentre pedalo di lena verso la mia missione,
ripenso alla gente incontrata e per la prima volta conosciuta.
No, non sono cattivi questi neri, solo risentono della loro
arretratezza di civiltà e di conoscenza cristiana. E dico tra me e
me: sì. Ritornerò!...”.
27 anni di missione
È il titolo dell’intervista rilasciata da P. Tarcisio Betti
ripercorrendo il lungo periodo di permanenza in Malawi. Si
trova in Italia per un periodo di riposo e per rimettersi un po’ in
sesto essendo abbastanza malandato in salute. La sua prima
partenza per l’Africa risale al febbraio del 1939, quando egli
contava 26 anni ed era pieno di ardore missionario.
“Una sera stavo rientrando alla missione. Ero stanco: la
giornata era risultata particolarmente dura. Per disdetta mi si
ruppe pure la bicicletta. Mentre stavo armeggiando attorno alla
ruota anteriore, sentii in lontananza, alle mie spalle, il
caratteristico tonfo pesante prodotto dalle bestie feroci quando
procedono a balzi nella foresta. Doveva essere quasi
certamente un leone. Sentii fuoco ai piedi, impugnai il
manubrio con una mano, con l’altra la ruota danneggiata e via
di corsa: non ho mai corso tanto in vita mia.
76
La mia prima vera destinazione fu il villaggio di Palombe,
dove incominciai a impratichirmi nella lingua del luogo: il
cinianja. Intanto compivo i primi viaggi per visitare i cristiani
dispersi nei villaggi più lontani. Come primo assaggio feci uno
spettacolare capitombolo con la moto che mi costrinse a girare
per quindici giorni con il braccio legato al collo.
Dopo qualche tempo in Europa scoppiò la guerra e anche
l’Italia dichiarò guerra all’Inghilterra. Noi ci trovavamo in una
colonia inglese, perciò ci presero e ci sistemarono in un campo
di concentramento. Qui ci trattarono bene e fummo liberati
dopo 4 mesi...
Dopo di che fui destinato a Zomba, la missione che allora
contava più di 30.000 cristiani ed che ora è stata divisa in 8
missioni più piccole. In un intero anno, sia io che un altro
missionario olandese, rimanemmo in casa solo due giorni:
Pasqua e Natale...
Nel 1945 da Zomba mi trasferii sulle montagne di Nzana e
vi rimasi tre anni con un prete nero. Al nord della missione
c’erano molti membri della Chiesa Riformata Olandese, i
protestanti più fanatici.
Avevo ottenuto il permesso di costruire una chiesa-scuola
in uno dei villaggi dove essi erano in maggioranza. I pochi
cristiani del luogo mi aiutavano portando pali e paglia per il
tetto. Ma di notte quelli distruggevano tutto. Una mattina,
disperato, chiesi al capo villaggio di erigere un altare
provvisorio sotto una pianta e questo fu subito circondato con
uno steccato dai cristiani. Qui celebrai la Messa e poi parlai ai
miei fedeli e a tutti gli altri che si accalcavano ai bordi del
recinto. Nessuno osò toccare lo steccato e in seguito fu
possibile costruire la chiesa-scuola.
In seguito fui destinato alla missione di Nankwali, situata
sulle rive del lago Nyassa, un posto incantevole. La missione
allora contava un migliaio di cristiani, molto dispersi nella
regione e ciò che comportava lunghi viaggi. Ma i risultati non
mancarono. Benché la gente fosse indolente e quasi tutti gli
77
uomini emigrassero nel Sud Africa in cerca di lavoro, rendendo
così molto instabile la situazione familiare, ogni anno c’erano
sempre nuovi battezzati.
Anche qui i Riformati Olandesi non ci lasciavano lavorare
in pace. Mentre in un villaggio celebravo la Messa, la capanna
in cui mi trovavo fu circondata da questi fanatici che facevano
un fracasso indiavolato con i loro tamburi. Mi dissero che non
c’era posto per la Chiesa Cattolica. Le capanne dei poveri
cristiani residenti venivano abbattute. Noi allora aprimmo una
scuola-cappella in un villaggio vicino e attorno a questa sorsero
ben presto numerose capanne di neri che avevano abbandonato
quel villaggio in seguito a dispute Il posto offriva occasioni
magnifiche sia per la caccia che per la pesca. Dall’alto della
collina sentivo gli elefanti che barrendo sradicavano gli alberi
per aprirsi una via nella foresta e così potersi dissetare alle
acque del lago, popolato di coccodrilli e ippopotami. Questi
con un colpo di mandibola si divertivano spesso a mandare in
frantumi le canoe, e anche per causa loro passai qualche guaio
quando mi avventurai sul lago con la barca per ritirare le reti...
Gli ippopotami venivano anche a devastare il nostro orto.
Un giorno l’ortolano volle farne scappare uno correndogli
incontro con una fiaccola accesa. Ma quello non ne volle
sapere e toccò quindi all’indigeno darsela a gambe, viste le
cattive intenzioni del bestione. E tanta fu la furia del nero che
andò a sbattere malamente contro un albero, ferendosi
seriamente.
Per
fortuna
l’animale
non
insistette
nell’inseguimento.
Anche i coccodrilli erano sempre pronti a giocarci brutti
scherzi. Chi ne fece le spese, tra molti altri, fu una bambina
che, mentre stava giocando a cavalcioni su di un ponte, si sentì
afferrata a un piede. Alle sue grida accorsero gli uomini e si
riuscì a ficcare una lancia in bocca al rettile. La bambina
sopravvisse sia pure priva di una gamba...”.
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Dopo dodici anni di missione P. Betti torna finalmente in
patria per un periodo di riposo. Nel 1951 però è di nuovo a
Nankwali per 3 anni e poi di nuovo a Zomba. Qui fonda
missioni, moltiplica succursali e posti di riunione domenicale.
Nel 1958, nuovo ritorno in patria e nuova partenza.
Ora è a Mpiri, una missione estesissima che conta 5.000
cristiani. Le strade sono sabbiose, durante il periodo delle
piogge si trasformano in un unico pantano: “... Io cacciavo
fuori l’anima per visitarli tutti, anche i più lontani. Qui ho
costruito una piccola maternità che funziona tuttora a gonfie
vele. In un anno e mezzo vi sono nati più di 1.300 bambini,
senza contare i cinque che sono venuti alla luce nella mia
macchina, mentre trasportavo le loro madri al piccolo
ospedale...
Solo 4 anni fa cominciai ad accusare dei disturbi, ma
pensando che fossero reumatismi, non li curai per niente. Poi,
nel gennaio di quest’anno, mentre stavo rientrando da un giro
di visite nei villaggi, mi si gonfiò all’improvviso il gomito e in
un paio d’ore tutto il braccio.
Mi portarono, febbricitante, all’ospedale di Zomba. Dagli
esami risultò che non erano dei semplici reumatismi ma una
sclerosi multipla. Ossia deterioramento del sistema nervoso e
quasi impossibilità di camminare. Venni inviato in Italia
d’urgenza per cure specialistiche”.
Scuola africana
Ne parla P. Pietro Mucciarda, da pochi mesi in Malawi.
“In questi primi mesi che mi trovo in Africa, il desiderio di
vedere, di sapere un po’ tutto sulla vita africana mi ha spinto ad
osservare una scuola e costatare come si svolgono le lezioni.
Ne ho viste tante, in posti differenti, ma mi soffermo a
descrivere la scuola di Fort Johnston che sta proprio di fronte
alla missione.
79
È un lungo edificio ad un piano. Le aule sono senza
finestre, per pavimento la nuda terra, senza banchi e sedie vere.
Al loro posto ci sono dei tronchi d’albero messi per traverso,
oppure pezzi di cartone o pezzi di mattone sui quali si siedono i
bravi negretti. Gli scolari, appena arrivano alla scuola devono
pulire l’aula con un piccolo scopino di foglie, confezionato da
loro stessi durante l’ultima ora di scuola del giorno prima.
Le lezioni iniziano alle 7: prima all’aperto, facendo
ginnastica, poi nelle rispettive aule, oppure sotto un albero. Pur
essendo africani, si stancano subito e per primi sono proprio i
maestri e le maestre i quali, dopo una mezzora, lasciano liberi
gli scolari di girovagare per il campo, per la strada, oppure
incaricano il capo classe di ripetere la lezione.
Questi dispone i compagni sotto un albero e incomincia a
ripetere con una cantilena le poche parole dette dalla maestra.
A loro volta quindi, le ripetono in coro, una per una gli scolari,
un po’ come si fa nei nostri asili. Mentre questi gridano attorno
alla pianta vicina, ci sono una trentina di ragazze con la
maestra armata di bacchetta per la scuola di ginnastica, danza e
canto.
Si nota subito come il canto e la danza siano due elementi
connaturali all’anima africana. Interessante vedere come
imparano subito un ritmo di danza con la rispettiva musica e
come sono precisi nel tempo. Imparano danzando e cantando.
Ho visto l’insegnante di matematica insegnare ai ragazzi a
fare i conti facendo loro raccogliere dei sassolini lungo la
strada, tutti insieme, seguendo un ritmo ... Era bello vederli
procedere lentamente lasciando dietro un polverone.
La maestra d’inglese adotta un metodo tutto particolare per
fare entrare nella zucca delle scolarette i numeri. Le dispone a
due a due, una davanti e l’altra dietro. Quella davanti si mette
in ginocchio con la faccia a terra, mentre l’altra poggia le mani
sui fianchi della compagna e poi saltellando a destra e a sinistra
sull’aria di un motivo musicale, pronuncia forte i numeri in
inglese: uno, due, tre e al quattro salta la compagna
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accovacciandosi per terra, quindi a sua volta, si alza l’amica e
ripete i numeri e così via tutte le altre. È uno spettacolo
contemplare tutta la scolaresca a ritmare in quel modo...”.
Un cielo senza cielo
È il titolo dell’intervista con i Padri Alberto Scotton e
Luigi Varotto, missionari nel Perù. Sulla configurazione del
territorio così si esprimono:
“...Sulla costa del Pacifico il Perù non ha che una stretta
fascia di terra, secca e poco fertile. Per farla rendere e produrre
un po’ di verdura è necessario irrigarla continuamente e l’acqua
è così scarsa che spesso bisogna pagarla.
È qui che sorge il nuovo Perù, il Perù moderno, di tipo
occidentale. Lima, la capitale, non ha niente da invidiare alla
grandi città europee e nordamericane: grattacieli, industrie,
automobili, grandi magazzini. Ci sono anche cose che da noi ce
le sogniamo: la televisione a cinque canali, ad esempio, è
completamente gratuita in quanto è gestita da privati.
Un’altra cosa che ci sogniamo è il clima. D’estate, che lì
arriva in febbraio, il termometro non supera mai i 27 gradi,
mentre d’inverno non scende mai al di sotto dei 15. Un clima
perfettamente temperato, dunque, dove non si prende un
raffreddore nemmeno se lo si cerca...
Il cuore del Perù è la Sierra, la grande catena delle Ande
che attraversa tutto il continente sudamericano. Qui vivono i
primi abitatori della terra peruviana: gli Indios. Sulla Costa si
trovano bianchi, creoli e meticci, ma la Sierra è la terra
incontrastata degli Indios. Chi non li conosce dice che
discendono dal popolo degli Incas. Chi ha vissuto assieme sa
che non dagli Incas, dominatori, ma dai popoli dominati essi
discendono.
Sono sette milioni gli Indios che vivono sulla Sierra:
silenziosi e taciturni, un silenzio e una tristezza che dura da
secoli, resa ancora più drammatica dalla coca, la potente droga
81
della quale molti sulle montagne non riescono più a farne a
meno. Del resto molto spesso non hanno il pane da sostituire a
queste foglie micidiali... Così tutto un popolo, gli Indios,
rischia di morire, addormentato dalla fame e dalla droga.
Eppure il Perù, e particolarmente la Sierra, è una regione
ricca. Sulle sue montagne possiamo trovare oro, argento, rame,
zinco, ferro, petrolio. Il grande esploratore italiano, Raimondi,
che ha dedicato la sua vita al Perù, quasi un secolo fa, diceva:
“Il Perù è un mendicante seduto su un sacco d’oro”.
Oggi qualcosa sembra muoversi anche per questa regione.
Il fatto certamente più importante è costituito dalla costruzione
di una grande diga sul fiume Mantaro, il fiume sacro degli
Incas. I lavori sono già stati appaltati ad un ditta italiana. Si
creeranno così
le
premesse
per
una
maggiore
industrializzazione del Paese con un aumento di benessere
generale. È anche in costruzione una grande “caretera”, una
grande strada carrozzabile che attraversa le Ande.
Al di là delle montagne però questa strada si fermerà,
anche se il Perù continua. Inizia qui la terza regione peruviana,
la Selva, che ha un tipico aspetto tropicale e primitivo. Non si
sa quanta gente abiti nella boscaglia, nessuno lo ha mai saputo
perché nessuno vi entra...
Ma se nessuno entra nella Selva e nella Sierra c’è pure
qualcuno che rischia in queste regioni: i missionari. Pur
essendo un Paese di antica civiltà cristiana, il Perù è specie in
queste due regioni, una terra di missione. I Peruviani sono
naturalmente cristiani.
I primi missionari, Domenicani, Francescani, Gesuiti,
Agostiniani, Mercedari, hanno inculcato profondamente la
religione in queste popolazioni. Anche il più isolato abitante
della Sierra percorre chilometri e chilometri per far battezzare
suo figlio. Tutti poi si preoccupano di ricevere la Cresima la
Comunione e l’Estrema Unzione.
Disastrosa invece è la situazione dei matrimoni: si calcola
che quasi il 70% siano irregolari. Ciò è dovuto alla carenza di
82
clero per cui le coppie non possono facilmente regolare la loro
posizione e cominciano a vivere insieme senza nessuna
formalità...
Lo spirito del peruviano è piuttosto concreto, come
concreta è la lingua stessa dei peruviani. È difficile far capire
concetti astratti, come quello della Trinità, dell’Incarnazione,
della verginità, ecc.. Un metodo pastorale che si è rivelato
efficacissimo e che è stato usato già dai primi missionari, è
stato quello di mettere il catechismo in musica...”.
C’è una “Napolitana” che ruba il cuore della gente
P. Amato Prisco rivela che in Perù c’è una “Napolitana”
che ruba il cuore di 300.000 persone.
“... Arequipa tutti la conoscono. Qui vive da diversi anni e
non vuole affatto tornare a Napoli. Le piace la “città bianca”
perché invece di un vulcano, ne possiede tre e... molto più alti
del Vesuvio!
L’altitudine cui si trova non la spaventano e le continue
scosse di terremoto non l’atterriscono per nulla. Anzi, tempo
fa, mentre la gente la credeva ridotta in cenere, sbucò fuori dai
calcinacci di un convento più fresca e giovane. E pensare che il
movimento tellurico produsse danni non comuni!
Abitualmente non esce di casa. Quando la si vede per le
strade non è mai sola. Una mare traboccante di simpatizzanti la
pigia, la tocca, la bacia, insomma non la lascia un istante
tranquilla. E lei tutti fissa con i suoi occhi commossi e
penetranti. Poi, ognuno torna al suo focolare, contento come un
bambino. La radio trasmetterà l’avvenimento subito dopo, i
giornali il giorno seguente ed i poeti l’immortaleranno con
versi...
Ciò si ripete ogni anno nel mese di settembre. Per
Arequipa, la “napoletana” rappresenta il cuore della città; dire
Arequipa equivale a dire “la napoletana”.
83
Questa “napoletana” tanto acclamata e amata non è una
cantante, non è un’attrice, non è una donna. È solamente la
statua dell’Addolorata che Fra Fulgencio Maldonado portò qui
dal paese del sole nel 1648, dopo aver pellegrinato piamente
per Spagna, Francia e Italia. I fedeli la chiamano “napoletana”,
ma forse pochi sanno che tale appellativo le proviene dalla città
partenopea.
Per un profano della storia religiosa del Perù, forse simili
appunti di cronaca non rivestono nessuna importanza, tuttavia
per chi la conosce, almeno in parte, acquista uno straordinario
valore, dato che nel 1648, quando la statua arrivò ad Arequipa,
il Perù contava appena un secolo di cristianesimo. Com’è
riuscita tale “Madonna” a conquistare il cuore degli abitanti di
Arequipa? Non lo sappiamo. Solo ci limitiamo a costatarlo a
gloria di lei e a soddisfazione nostra”.
Mi rifaccio vivo
Così P. Rizzardo Omizzolo riprende la sua corrispondenza
dal Madagascar.
“... E’ un bel pezzo che non mi faccio vivo sulle pagine de
“L'Apostolo di Maria”. Noi non siamo qui con le mani in
mano, ma continuiamo il nostro lavoro apostolico. Perciò non
possiamo scrivere molto spesso. Oggi trovo il momento adatto
per farmi vivo: oggi, infatti, ho compiuto 58 anni, e credo
sinceramente di aver meritato qualche oretta di vero riposo da
impiegare utilmente per corrispondere da queste pagine con
parenti, amici e benefattori.
I nostri buoni cristiani, abituati ad un vero spirito di
famiglia, non trascurano alcuna occasione per manifestare la
loro gratitudine. Perciò questa mattina alla messa parrocchiale
da me celebrata, sono accorsi più numerosi del solito,
provenienti da vari villaggi vicini, per pregare, cantare durante
la S. Messa in onore di S. Michele Arcangelo e ricevere la
Comunione.
84
Dopo la S. Messa, tutti i convenuti hanno voluto salire
sulla collinetta da cui la nostra residenza domina la cittadina
sottostante. Fra le aiuole del nostro giardino hanno cantato di
nuovo, presentando i loro affettuosi auguri con un breve
discorsetto del catechista e offerta dei doni rituali: una sportina
di riso, un pollastrello e qualche uova. E non è tutto: questa
brava gente, pur tanto povera in generale, ha voluto imporsi
anche un piccolo sacrifico in denaro, versando qualche
spicciolo per riempire una bustarella... Sono cose che
commuovono!
Il popolo malgascio, se continua in questa tradizione di
proverbiale ospitalità, rispetto e amore per i suoi sacerdoti, avrà
certamente ed in un tempo relativamente breve, uno sviluppo
meraviglioso in tutti i campi...”.
Il mio primo giro missionario
Ne parla P. Pietro Mucciarda. “... Dopo aver studiato per
quattro mesi il cinianja, ho sostenuto felicemente gli esami.
Così ho ricevuto dal vescovo di Zomba le facoltà di confessare
e predicare, nonché la nomina e la destinazione a curato di
Balaka. Il Parroco della missione è P. Crippa Vittorio.
La missione di Balaka è molto vasta per territorio. Ha circa
15.000 cristiani. Accompagnato da un nero, il capo dei cristiani
della missione di Balaka, dopo aver preparato e sistemato
l’altare portatile e il lettino da campo sulla bicicletta, siamo
partiti per Kankao, chiesa succursale di Balaka.
Il viaggio è stato molto vario ed un allenamento per corse
tra campi di granoturco, in mezzo ad erbe alte 5 metri e così
folte che dovevamo aprirci il varco con le mani. Dentro e fuori
piccoli torrenti che per fortuna erano asciutti, eccetto uno, un
vero fiume: il Rivi Risi, molto grosso e con acqua abbondante.
Bicicletta in spalla... e dentro a rinfrescarmi un po’.
Non tutti i mali vengono per nuocere... Sono rimasto
impressionato attraversando un grande e folto bananeto ove
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non si vedeva il cielo; la terra era nera e per luce il verde cupo
della grandi foglie.
Verso le cinque arrivai alla chiesa, accolto dal capo dei
cristiani. Dopo i rituali saluti, ammirai la bella nuova chiesa
costruita da loro. Insegnai poi ad un gruppo di maestri alcuni
canti in gregoriano. Finite le confessioni, ormai sera, i cristiani
in chiesa accesero un bel fuoco e tutti attorno ci si scaldava e si
conversava.
Per chiaccherare i neri sono imbattibili. Amano parlare e
cantare tutta la notte, fino al mattino se non li si manda a
dormire.
Non essendoci una capanna fuori la chiesa, mi portano in
chiesa la cena che consiste in un piccolo pesce ed un catino
pieno zeppo di “nsima”: farina di granoturco bollita, senza sale,
dal sapore poco gradevole e che costituisce il piatto ordinario e
nazionale dei neri. Naturalmente le posate non esistono e così
ho provato per la prima volta a mangiare con le mani, come
loro. Siccome la “nsima” era molto calda dovevo ingoiarla in
fretta perché mi scottavano le dita. Tuttavia, nonostante la
fame, mi scappò la voglia di mangiare guardando il fondo della
zucca vuota che serve da tazza per bere....
Dietro la mensa dell’altare mi avevano preparato il lettino
da campo, imprestatomi dal generoso P. Gianni Delli, non
avendone ancora uno per me. Come mi metto a letto
incomincio a tremare dal freddo. C’era un gran vento e questo
aveva via libera dalle 22 finestre della chiesa, tutte senza vetri.
Ho rinunciato a dormire, anche perché al vento s’erano
aggiunti nel frattempo i topi che scorazzavano liberamente
sopra e sotto il tetto...
Mi alzo alle cinque ed esco per prendere ancora un poco
d’aria, dato che ne avevo presa poca durante la notte. Intanto
arrivano i primi cristiani, Incomincio a confessare, quindi,
prima della Messa organizzo la processione.
Attraversammo il villaggio solennemente e osannando al
Signore destando l’ammirazione dei pagani e dei musulmani
86
che uscivano dalle loro capanne a vedere cosa facevano i
cristiani. Ed i cristiani di Kankao hanno dato una bella lezione
con il loro religioso comportamento, segno esteriore della loro
fede...
Accompagnato da un nero inizio il giro degli ammalati.
Pensavo di fare in fretta, invece si trovano lontani, su e giù per
sentieri coperti da erbe alte, per cui ogni tanto dovevo
fermarmi per liberare le ruote della bicicletta. Sotto un sole
cocente, stanco e affamato, dovevo confessare, comunicare ed
amministrare l’Estrema Unzione degli Infermi ad ogni
ammalato. Ho sperimentato come il Signore mi dava coraggio
e quel tanto di forza per pedalare ancora, anche se con la lingua
fuori. Ho terminato il lungo giro agli ammalati alle ore 17.00.
Divoro due pannocchie di granoturco bollito e, dopo
essermi riposato dieci minuti, ho inforcato ancora la bicicletta
per ritornare alla missione: altri 20 chilometri con un bel
bagnetto per attraversare il fiume Rivi Risi con la bici in spalla.
Giunto sull’altra sponda le mie gambe non avevano proprio più
voglia di pedalare. Era stata una giornata molto dura, tuttavia,
lo dico con cuore contento, ebbi tante consolazioni tra i
cristiani di Kankao”.
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1966
Forte spinta missionaria
Per i Missionari Monfortani è un “Anno Giubilare” perché
250° della morte del Santo di Montfort (1716-1966). Viene
subito ribadito la “finalità missionaria” dell’evento, anche
perché dal recente Concilio Vaticano II è giunto un segnale
forte circa il mandato missionario della Chiesa: “L’intera
Chiesa è missionaria!”.
Un angelo fra i lebbrosi
Suor Francesca, delle Figlie della Sapienza, parla dei suoi
34 anni trascorsi nel lebbrosario di Utale.
“... Durante i primi anni della mia permanenza in Africa
visitavo i villaggi a bordo di una carrozzella rudimentale: un
sedile appoggiato su due ruote e fornito di due stanghe. Mi
facevo sempre accompagnare da due neri: l’uno si metteva
davanti a tirare, l’altro dietro a spingere, e andavano forte,
quasi sempre di corsa. Così gli imprevisti non mancavano mai,
come quel giorno in cui il mio guidatore si vide a pochi passi
un serpente sul sentiero. Egli immediatamente gridò:
“Attenzione, il serpente”, ma accorgendosi che l’altro
continuava a spingere, lasciò andare tutto e in quattro salti fu
lontano, subito imitato dal compagno. La carrozzella sbandò, io
persi l’equilibrio e caddi malamente. L’ombrello che portavo
con me per difendermi dal sole, mi rotolò accanto e fu l’unica
mia protezione. Il rettile infatti si attorcigliò nervoso attorno ad
esso e poi, mentre io lo fissavo immobile e impietrita dallo
spavento, lentamente si allontanò tra le alte erbe. Solo allora i
miei accompagnatori si fecero coraggio e si avvicinarono
domandandomi solo se il mio orologio si era rotto”.
Suor Francesca, Figlia della Sapienza di Torre Boldone ha
già trascorso 34 anni in un lebbrosario africano, precisamente
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in quello di Utale, in Malawi, ed ora si prepara a ritornarci
dopo aver trascorso qualche mese in Italia per riposarsi.
Ripartirà per la quarta volta all’inizio del prossimo giugno e
non aspetta che quel giorno. I ricordi degli anni vissuti laggiù
le si accavallano nella memoria.
“Arrivai a Utale nel lontano 1931. Il lebbrosario aveva
solo un anno di vita. L’aveva fondato l’anno prima una suora
francese coadiuvata dai Padri Monfortani della missione vicina.
Ed era iniziato così: un giorno arrivò alla missione una donna.
L’avevano cacciata dal suo villaggio perché lebbrosa e aveva
girovagato una settimana intera, come un’animale braccato,
nella foresta.
Si cominciò a costruire una capanna per lei e poi altre per
tutti coloro che si aggiunsero a quella prima. Dopo una
settimana erano già 25.
Quando sono arrivata i malati erano già numerosi e la
Suora da sola non riusciva a tutto. Le difficoltà erano
numerose, in più le bestie feroci ci procuravano molti brividi di
paura, specialmente i serpenti, piccoli e grossi, che entravano
liberamente in casa nostra.
Una mattina fui svegliata improvvisamente da un urlo di
spavento: una mia consorella infilando il piede nella scarpa vi
aveva già trovato un inquilino al cui contatto aveva provato una
sgradevole sensazione di freddo: era un serpentello
placidamente addormentato. Un altro ci venne a trovare nella
sala di lavoro. Si presentò sulla soglia soffiando e fischiando
rabbiosamente e noi a fuggire per la stanza e lui a inseguirci,
lentamente sputava veleno sulle vesti di una suora che cercava
di colpirlo con un bastone. Finalmente arrivò il missionario con
un fucile e lo uccise.
Anche il leone ha avuto la sua parte. Una sera, dopo aver
tagliato e salato i pezzi di carne di un bue selvatico ucciso poco
prima, stavamo chiudendo la porta del magazzino quando
udimmo vicinissimo il ruggito del leone, attirato nelle
vicinanze dall’odore del sangue dell’animale. Io non vidi più
89
nulla, né strada né leone. Mi ricordo solo di essermi ritrovata in
casa con le altre un istante dopo. Da qui scorgemmo la belva
avvicinarsi al deposito, raspare la porta chiusa ruggendo e poi
ritornare maestosamente nella foresta a denti asciutti”.
I primi tempi furono piuttosto duri: lavoro enorme e i
mezzi insufficienti. Suor Francesca prestava la sua opera nel
lebbrosario fin verso le undici del mattino, poi partiva per il
giro dei villaggi, con una sola tazza di caffè nello stomaco
ingoiata la mattina presto. Molti erano gli ammalati sparsi nei
dintorni. Era di ritorno verso le 17, senza aver mangiato nulla o
solo un pugno di polenta bianca. E in casa la situazione non era
molto rosea. Spesso la sua superiora piangeva perché non
aveva neppure un soldo per aggiustarsi le scarpe. Si arrangiava
come meglio potevano piantando esse stesse il riso, il mais e
gli ortaggi.
Solo il 1953 portò un miglioramento. Un dottore inglese
inviò loro medicine e si prodigò perché ogni lebbroso potesse
ricevere un sussidio governativo. Ci riuscì e ancor oggi
l’Inghilterra aiuta il lebbrosario, anche se ormai il Malawi si è
reso indipendente.
Il sussidio non è molto, ad ogni modo è sufficiente per
comperare il mais per fabbisogno. I fagioli e l’altra verdura
vengono coltivati sul posto: i neri si accontentano di poco...
Attualmente al lebbrosario di Utale lavorano tre Suore
delle quali una ha il diploma di dottoressa. La loro giornata di
lavoro è massacrante. Si alzano alle 4.30; alle 5 assistono alla
S. Messa, poi segue meditazione e preghiere varie. Alle 6.30
colazione; dalle 7 alle 12 al lavoro nel lebbrosario, senza
fermarsi un solo minuto: malati da curare, operazioni con
amputazione di arti colpiti dalla malattia, medicazioni...Quando
arriva mezzogiorno e già stiamo per sospendere giungono altri
bisognosi di cure dei villaggi e allora si ritorna al lavoro.
Finalmente una sosta per il pranzo, ma alle 14 bisogna di
nuovo trovarsi all’ospedale perché le faccende sono tante e il
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tempo corre via veloce. Alle 18 bisogna smettere, ma se il
bisogno è urgente si continua.
Dopo la cena, scambiate quattro chiacchere se si può, si va
a letto, ma anche durante la notte spesso dobbiamo alzarci per
il pronto soccorso: uno è stato morsicato dal coccodrillo, un
altro dopo aver bevuto ha litigato e le ha prese; un bambino,
giocando, si è scottato... vengono spesso da lontano e arrivano
quando possono. Intanto noi dormiamo quando possiamo.
Ora nel lebbrosario sono raccolti più di 500 lebbrosi e
intorno ad esso ne vivono altri 2000, quasi guariti, nelle
capanne da loro stessi costruite. Anche questi ricevono da noi
le medicine, il cibo e i vestiti; in più hanno a disposizione un
pezzo di terreno da coltivare. Accanto a tutto ciò sorge anche
l’ospedale, il dispensario e la maternità.
Non tutti i ricoverati sono cattolici, anzi la maggior parte
sono musulmani e protestanti: noi non badiamo di che religione
siano, ma solo se sono ammalati. Nessuno viene obbligato a
farsi cristiano. Da parte nostra si fa opera di persuasione ma
ognuno poi rimane libero nelle sue decisioni. Molti,
specialmente pagani, chiedono il battesimo. I musulmani sono i
più tenaci e, spesso, quando stanno per morire si fanno portar
via la notte dai loro compagni di religione. Ma se qualcuno di
questi si converte allora diventano degli apostoli zelanti...”.
Il mio incontro con il Malawi
È la prima corrispondenza di P. Luciano Marangon dal
Malawi.
“Quando si cambia paese, stato e addirittura continente, si
sa bene ciò che si lascia ma non si sa cosa si trova. Ma un
missionario che parte ha in cuore una sola speranza: quella di
portare tanto bene fra gente che ha bisogno di ogni cura
spirituale e materiale senza calcolare troppo le difficoltà che
può incontrare.
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Anch’io ho lasciato la mia patria per raggiungere il
Malawi, e dopo un viaggio di quindici giorni di nave, vi sono
arrivato. L’accoglienza dei confratelli e di alcuni lavoratori
italiani qui residenti è stata più che cordiale, amichevole. Poi,
tutti insieme, raggiungemmo in macchina Cholo: il regno di P.
Villa. Devo dire che come prima sera mi sembrava di essere
ancora in Italia.
La mattina dopo mi alzai per la S. Messa. Andando in
chiesa alcuni ragazzi mi circondarono e mi salutarono: “Moni
Bambo!”.
Come primo incontro mi sentii quasi umiliato per essere
venuto qui senza sapere un po’ la lingua. Alla sera dello stesso
giorno arrivai a Mpiri, la missione di P. Betti, dopo aver
percorso circa 200 chilometri. Anche qui la cordialità dei
confratelli non è mancata.
Al mattino seguente mi capitò un fatto simile al
precedente, ma stavolta me la cavo meglio. Sono ancora i
ragazzi che mi si fecero incontro e mi salutarono: “Moni
Bambo!”. “Moni!”, risposi. Anche questi insistono con
domande; ma per me non c’era altro da fare che continuare per
la mia strada e andarmene a celebrare la S. Messa. Però, se non
capivo il loro parlare, ho potuto notare, nonostante la miseria
del vestire, la loro cordialità e gentilezza verso gente che non
hanno mai visto.
Studio, caldo, zanzare e topi. Il primo traguardo che
dovevo raggiungere era quello di studiare la lingua altrimenti
rischiavo di restare muto davanti a queste facce color
cioccolato piuttosto curiose di novità. A Mpiri lo studio è
piuttosto disturbato, ci vuole pace e pochi rumori. Fu così che
alla fine di novembre giunsi a Nankwali, la missione di P.
Nozza e dove vi lavorava pure Fra Stefano. Qui mi sembrò di
ritornare ai tempi di scuola sotto gli esami; grammatica in
mano e olio di gomito.
Nankwali è veramente un bel posto con la sua posizione
sulla punta sud del grande lago Malawi. Un posto ideale per
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poeti e sognatori. Ma non ci sono solo rose e fiori. Per uno che
viene dall’Italia fresco fresco, non vedere la luce elettrica alla
sera, non aver acqua corrente né potabile in casa, sentire un
caldo più estivo, non è certamente interessante. A sera poi ci
sono le zanzare che vogliono assaggiare a tutti i costi che
sapore ha il sangue del nuovo arrivato, mentre i topi si
interessano alle nuove qualità delle merci arrivate da un altro
continente.
Sì, proprio così. Anzi ce n’è stato uno che sembrava aver
studiato economia domestica. Tanto è vero che in tre notti
consecutive mi ha mangiato le ultime caramelle rimastemi, mi
ha bevuto un boccettino di collirio e per finirla ha rosicchiato
l’ultimo pacchetto di sigarette che avevo portato per offrire ai
confratelli. Certo non avrei mai pensato che un topo africano
fosse così avanti di cottura, però all’ultima prova c’è rimasto:
si è mangiato il veleno che gli avevo preparato all’italiana e
anche lui non ha saputo fare a meno di crepare!... Pace alla sua
carcassa!
Il 10 aprile è stata la mia prima Pasqua. Celebrata in terra
d’Africa. Non è stata certamente una giornata di cerimonie
sacre, di canti, ma una Pasqua gioiosa e per me ha segnato un
passo in avanti verso il tempo di esercitare l’apostolato tra la
gente. Ho celebrato infatti la mia prima Messa in lingua
cinianja, chissà con quanti strafalcioni, ma i fedeli mi avranno
certamente perdonato. D’altra parte leggere l’epistola, il
vangelo e altre parti della Messa senza capire niente di quello
che si legge, penso che non sia troppo facile almeno per la
prima volta..
Man mano che si conosce la gente si sente più pressante il
problema missionario e bisognerebbe venire qui per
convincersene senza tanti argomenti. Tutti non possono avere
la mia stessa fortuna di arrivare in terra di missione, ma si sa
che ognuno può essere missionario in tanti modi pur restando a
casa propria.
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A questo proposito vorrei aggiungere qui un vivo
ringraziamento a quanti mi hanno aiutato a raggiungere il mio
sogno missionario in terra africana”.
Anche nel Madagascar si muore di fame?
A questo interrogativo risponde P. Angelo Rota tornato
in Italia per un breve periodo di riposo.
“... Grazie a Dio, gente che muore di fame laggiù non ce
n’è o perlomeno ce n’è poca. Ma il problema della fame esiste
anche da noi. Quante volte nei miei giri in brughiera ho visto
gente che si rifiutava di salire al villaggio perché priva di riso.
Restando nel loro toby potevano almeno ingannare lo stomaco
con tuberi di manioca o altre radici ed erbe, senza vergognarsi
della loro misera situazione. Si sa bene che tutti questi alimenti
sono poveri di calorie, per cui si spiega come questa gente non
abbia forza di lavorare. Un circolo vizioso: non lavorano
troppo perché non mangiano a sufficienza; non mangiano
sufficientemente perché non lavorano abbastanza. Criticarli?
Non sarebbe né caritatevole né produttivo. Il meglio sarebbe
educarli per aiutarli ad uscire da questa pietosa situazione.
Il culto pagano e superstizioso degli antenati li rende
fatalisti, mentre il sistema patriarcale li priva di iniziativa
privata, di modo che anche se uno volesse sganciarsi per
tentare la fortuna, è quasi sistematicamente ostacolato dai
vecchi i quali proteggono le usanze ancestrali.
Ricordo una discussione con la mia gente di Ilaka su un
ordine emanato dal Governo che proibiva le coltivazioni di riso
di collina per proteggere il patrimonio forestale e sviluppare le
risaie vere e proprie in pianura. Lavoro certamente più duro e
più impegnativo, ma anche più redditizio. I commenti degli
anziani erano sempre gli stessi: “Se i nostri antenati ci hanno
fatto vivere con i tavy, perché noi li dovremmo lasciare per
coltivare le risaie?”.
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Discutere non ne vale la pena. Meglio sarebbe passare ai
fatti attraverso l’educazione della gioventù e dei bambini per
mezzo di scuole. Un giorno questi bambini e giovani saranno a
capo delle loro famiglie e se noi riusciremo a prepararli a quel
giorno lo sviluppo e quindi il cambiamento e il progresso si
imporranno automaticamente.
Ma come creare una scuola? Come impostarla? Come
sostenerla? Qui sta la difficoltà. Nel mio breve periodo di
riposo in patria penso di dedicarmi alla soluzione di questo
problema. Nella speranza di trovare qualche anima generosa...
Tempo fa tesi la mano per la mia chiesa e non fui deluso,
poiché quando partì la costruzione era quasi ultimata. Ne
approfitto per ringraziare coloro che mi aiutarono.
Ora il problema della scuola mi dà fa pensare, eppure non
c’è altra scelta: o costruisco la scuola e ottengo dai Superiori
tre Suore per Ilaka o dovrò rassegnarmi a vedere i miei
bambini sciupare la giornata nell’ozio e restare vittime di
usanze che impediranno loro di aprirsi ad una vita degna di
essere umani. Coraggio, dunque. Una mano aiuta l’altra e voi
sarete missionari con il missionario”.
Calzoni e camicie per il buon Dio
È il titolo dell’intervista rilasciata da P. Achille Valsecchi
in occasione di una vacanza in patria. Parla con orgoglio della
sua chiesa:
“E’ lunga 25 metri e larga 11, tutta in cemento e il tetto in
lamiera. È ben solida e può sfidare anche la furia dei cicloni:
resisterà senza dubbio. Quello che voglio sottolineare è che
tutti gli abitanti del villaggio mi hanno aiutato a costruirla, non
solo i cattolici ma anche i protestanti, gli anglicani e i pagani.
Ogni persona in forze, uomo o donna, dedicava due o tre giorni
al mese a portare sabbia o sassi alla fabbrica...
Ma la chiesa non bastava. Ad Ambinanindrano non c’era
una sarta, nessuno o quasi sapeva tenere in mano un ago.
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Perciò P. Achille si da fare per aprire una scuola di cucito:
riesce a racimolare quattro macchine da cucire, due delle quali
sono così vecchie e malandate che funzioneranno solo per
qualche mese.
Il giorno dell’apertura si trova davanti la bellezza di una
quarantina di ragazze, tutte desiderose di imparare. Inizia così
il primo corso; prima i fazzoletti, poi i ricami, infine il taglio
dei vestiti. Maestra è una Suora, Figlia della Sapienza.
Dopo quattro anni, da questa scuola sono uscite più di 40
ragazze che possono chiamarsi sarte anche se non hanno
conseguito alcun diploma: finalmente sapranno tagliare un
vestito per se stesse e per i loro familiari. Ultimamente ho
aperto una nuova scuola di cucito in un altro villaggio. E
ancora dovrei aprirne perché le donne laggiù non sanno tenere
in mano un ago, non sanno attaccare un bottone.
Un altro problema importante è la mancanza di edifici
scolastici. Nel territorio dove mi trovo con altri due missionari,
solo mille ragazzi possono frequentare la scuola mentre gli altri
19.000, che potrebbero essere scolarizzati, devono strasene a
casa senza apprendere nulla. Per fortuna i nostri catechisti
fanno un po’ di scuola serale nei villaggi lontani.
Noi missionari non possiamo arrivare dappertutto. Noi tre
abbiamo in consegna un territorio che ha una lunghezza di 70
km e una larghezza di 50 e l'unico mezzo di trasporto sono le
gambe, data la mancanza di strade e le continue inondazioni.
Per questo i giovani e i ragazzi sono in balia di se stessi,
trascorrono la maggior parte del tempo senza fare nulla.
La vita del missionario è complessa; non si tratta solo di
innalzare dei muri in cemento...”.
Meccanico e missionario
Così si autodefinisce P. Michele Gotti, raccontando un
viaggio avventuroso a Malindi, un villaggio a circa trenta
chilometri da Fort Johnston.
96
“...Per un chilometro circa, tutto procede abbastanza bene,
ma sul più bello le ruote della macchina incominciano a
scivolare. Pochi metri più avanti arriva l’inevitabile ed io sono
fermo in mezzo al fango della strada. Sono inutili i miei
tentativi di togliermi dai pasticci e solo mezz’ora dopo, con
l’aiuto di alcuni uomini, riesco ad uscire dal pantano...
Ho lasciato la missione da un’ora circa ma non ho percorso
che 5 Km. Ora però la strada sembra migliore e procedo
tranquillamente cercando di recuperare il tempo perduto. Ad un
tratto il motore incomincia a singhiozzare per poi spegnersi del
tutto. Sono di nuovo fermo! Forse è entrata acqua nel motore?
Scendo e smonto il carburatore, ma in esso non solo non vi
trovo acqua, ma neppure benzina Il guasto bisogna cercarlo
altrove. Guardo nel serbatoio e la benzina c’è. Ritorno a
guardare il motore e mi accorgo che la pompa della benzina
non funziona a causa di una vite allentata. Bastano due giri di
cacciavite perché tutto torni normale...
Un’altra volta ancora ho capito che per essere missionari
bisogna saper fare anche i meccanici...”.
P. Luciano Marangon invia notizie sulle sue prime esperienze
“Una sera inforco la bicicletta con il puro necessario per
stare assente da casa quattro giorni. Pernotto nella casetta
succursale di Monkej Bay per ripartire l’indomani mattina.
Arrivando al villaggio, situato a pochi metri dal lago, il capo
dei cristiani mi viene incontro, mi accompagna a sedere vicino
ad una capanna e mi porge i saluti e il benvenuto. Dopo di lui
tutti i cristiani. Non sono molti perché al lavoro.
Fatti i convenevoli entro nella così detta chiesa, che chiesa
poi non è, perché è una semplice capanna dalle pareti di fango
e il tetto di paglia. Preparo tutto per la S. Messa sopra un
tavolino piuttosto malandato, ma utile in mancanza d’altro.
Portano due vasetti di fiori e trovo un posto anche per quelli.
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Mentre confesso vedo che sul tetto lavorano indisturbati
grossi topi intenti nel loro lavoro di buoni roditori, e nessuno
sogna di farli scappare. Mi vesto, celebro in cinianja la S.
Messa, intercalata da preghiere e canti. Parlo un po’ con i
cristiani e poi, come è loro abitudine, mi offrono la colazione.
Mi feci coraggio per onorare la loro polenta e fagioli, in
compenso però non c’era male. Era tutto quel che avevano,
poveretti!...”.
Suore e Missionari monfortani coinvolti nel dramma del Congo
Suor Pierangela, Figlia della Sapienza, scampata agli orrori
della guerra civile del Congo, rientrata in Italia, racconta le
tragiche vicende nella quali è stata coinvolta.
La sua vita si volgeva tranquilla nella missione: al mattino
scuola di cucito per le ragazze, nel pomeriggio assistenza
sociale alle donne e corsi di taglio, cucito e, quando avanzava
un po’ di tempo, viaggi nella brughiera per curare gli ammalati
e prevenire nei bambini le febbri malariche. E tutto questo
durava da 10 anni per Suor Pierangela.
L’indipendenza del Congo belga non aveva portato ad
Elisabheta alcun cambiamento o malumore nella popolazione:
le Suore erano sempre ben viste e amate, e mai una parola di
minaccia era stata lanciata contro di loro.
I primi sintomi della rivolta. Però da qualche tempo a
questa parte le organizzazioni filocomuniste, tipo “Movimento
Gioventù Congolese”, si facevano sempre più forti ed
agguerrite fino a che la rivolta contro il governo nazionale
scoppiò furibonda. Racconta Suor Pierangela:
“Noi all’inizio non avemmo difficoltà a continuare la
nostra opera di bene, ma fu solo per poco. Infatti verso le due
di notte del 16 settembre scorso, furiosi colpi vengono battuti
contro la porta di casa nostra. Otto Simba entrano e
perquisiscono ogni angolo: dicono che vogliono rendersi conto
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se teniamo nascosti degli americani. Poi se ne vanno a mani
vuote e noi cerchiamo di riaddormentarci.
La mattina dopo, mentre stiamo per iniziare le nostre
occupazioni quotidiane, una masnada di guerrieri ci radunano e
ci spingono verso la casa dei Padri Monfortani olandesi,
residenti nella stessa missione. Qui i soldati hanno già messo
varie volte a soqquadro la sede dei missionari tentando invano
di scoprire una radio trasmittente che li accusi di spionaggio;
non trovano che radio riceventi.
Di queste ve ne sono parecchie e tutte rotte: un Padre le
sapeva aggiustare e perciò tutte le radio guaste delle altre
residenze missionarie erano inviate a lui affinché facesse di
nuovo funzionare quelle vecchie scatole. Non trovando di che
incolparci, ci rilasciano.
Inizia la “Via Crucis”. La tregua durò fino al 30 ottobre,
cioè fino al giorno in cui possono trovare un pretesto per
infierire contro di noi. Un Simba era stato ucciso nel
circondario da una raffica di mitragliatrice partita da un aereo
nazionale. È incolpato dell’uccisione un nostro Padre.
Un’orda scatenata di Simba allora ci assale, gridando a
squarciagola: Viva la Cina!. Ci strappano il velo dal capo, la
corona del rosario, il crocefisso, gli occhiali e ci caricano
assieme ai Padri su un camion per trasportarci a Stanleyville,
distante dalla nostra missione più di 250 Km.
Il direttore dell’ospedale dove lavorano varie mie
consorelle, pur essendo un membro dell’associazione filo
comunista, ci difende più che può, ma tutto è inutile. La
popolazione assiste impotente a queste scene di barbarie e ci
guarda con compassione.
Sul camion chi prega viene bastonato dai feroci custodi.
Quando il capo della banda si ricorda di aver appetito, fa
fermare il convoglio e ci ordina di scendere: dobbiamo
rimanere tre ore e mezzo in piedi, sotto il sole e a stomaco
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vuoto, accontentandoci di guardare i nostri aguzzini mangiare
di gusto.
A Basoko: l'inferno. La prima tappa del nostro viaggio
forzato è Basoko. Qui veniamo rinchiuse in una stanzetta per 2
ore: soffriamo tutte una sete tremenda ma ci è negato pure un
po’ d'acqua. Poi per 8 giorni ci lasciano in pace. Di notte
dormiamo nella residenza delle Suore del luogo. Ci corichiamo
vestite e così il comandante quando entra all’improvviso nelle
nostre stanze con intenzioni equivoche se ne va imprecando.
La mattina del nono giorno il comandante, per ripicca dà
ordine di svestirci, i nostri vestiti vengono messi in un sacco e
ci gridano che li bruceranno. Per 24 ore rimaniamo chiuse in
una piccola cella, senza mangiare. Finalmente i nostri boy, i
servitori indigeni che avevano subito la nostra stessa sorte,
riescono ad uscire dalla loro prigione e ci portano qualcosa da
mangiare.
Dopo tre giorni di reclusione ci fanno vestire in fretta, poi
siamo trascinate fino alla piazza del villaggio. Qui dobbiamo
passare tra due file di gente scatenata e indiavolata che grida
imprecazioni e sconcezze. Ci fanno sedere su dei gradini
mentre il comandante inscena una specie di processo.
Questi, presentando alla folla le nostre medaglie, pezzi di
cordone, grani d’incenso, stoppini per accendere le candele
trovati nella nostra chiesa, grida: Vedete? I Padri e le Suore
vengono qui a toglierci i nostri amuleti e loro ne sono
pieni...Essi dicevano che non venivano a fare politica, invece
sono delle spie degli americani. Noi abbiamo la nostra
religione e non vogliamo saperne della loro...
Il giorno dopo, mentre stiamo sedendoci a tavola per la
colazione, due aerei sorvolano a bassa quota Basoko. Subito
veniamo accusati di averli chiamati noi. Un guerriero entra
nella sala da pranzo dove siamo accomodate e con la lancia
spazza la tavola preparata e poi, aiutato da altri commilitoni, ci
spinge di corsa fino alla piazza. Qui, di nuovo, ci fanno svestire
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e ci percuotono a sangue con il calcio del loro fucile, mentre
intorno a noi si levano urla che sembrano più di bestie feroci
che di persone ragionevoli.
Una Suora perde sangue dalla testa, un’altra dalla fronte. I
Padri sono ancora più maltrattati: li bastonano ferocemente,
tagliano loro la barba e poi la bruciano danzando come ossessi
intorno al piccolo rogo. Infine ci chiudono tutti nella cella che
già ci aveva ospitati in precedenza.
Muore Fra Clemente. Durante la notte un Fratello
coadiutore monfortano, Fra Clemente, si sente venir meno. In
piazza aveva ricevuto in testa una bastonata così forte da farlo
stramazzare a terra, cadendo aveva battuto il capo contro un
gradino. Inutilmente la Suora infermiera che gli sta accanto
implora un po’ d’acqua per soccorrerlo: i simba ubriachi
guardano nella cella dall’unico finestrino sghignazzando e
fumando il loro pestilenziale tabacco.
Fra Clemente doveva già essere in congedo, a casa sua, era
rimasto ad Elisabheta perché non voleva partire prima di aver
ultimato la costruzione della chiesa ed ora moriva
mormorando: ho tanto lavorato in questo paese e adesso muoio
qui, lontano da casa mia...
L’aria della stanzetta si fa di momento in momento sempre
più irrespirabile; le nostre gole sono secche. Alle 9 del giorno
seguente un comando provvidenziale di un sergente ci toglie da
quella situazione disumana: sarebbe bastata un’ora di più e
nessuna di noi avrebbe potuto uscire viva dal quel piccolo
inferno. Ci rimettiamo qualche straccio addosso e siamo
costrette a ripartire. Per fortuna due Simba, più umani degli
altri, fanno in modo di star sempre accanto a noi per difenderci
dalle intemperanze dei loro commilitoni.
Le ultime tappe. Ci caricano su un camion adibito al
trasporto del bestiame, e su questo percorriamo più di 100 Km.
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A volte l’autocarro si incaglia nel fango e sono sudori per
farlo ripartire. Ad un certo momento l’autista si addormenta,
esce dalla carreggiata e ci rovescia tutti sui margini della
foresta. Sul camion hanno preso posto accanto a noi quattro
Simba armati di fucile e ci proteggono dalle popolazioni
inferocite, incontrate sul nostro percorso, che minacciano di
farci a pezzi.
Lambagi, l’ultima tappa del nostro viaggio, è testimone di
qualche nuovo atto di bontà compiuto dagli indigeni nei nostri
riguardi. Ci si avvicinano donne e bambine, che sono figlie e
mogli dei feroci Simba, e ci offrono non solo tutto quello che
hanno da mangiare, ma anche bicchieri e cucchiai. Il
comandante del luogo si mostra umano: fa curare le Suore e i
Padri feriti e dona a coloro che ci ospitano un sacco di riso
affinché ci trattino bene.
Il giorno dopo arriviamo a Stanleyville e qui veniamo
richiuse in un albergo. Un Simba si avvicina e ci offre della
Coca Cola. Ma non possiamo pagare, non abbiamo neppure un
franco...Dieci giorni dopo fummo liberate dai paracadutisti
belgi...”.
Un ospedale per la missione di Mpiri
È questo l'appello che P. Francesco Valdameri lancia dalla
sua missione. “La missione di Mpiri si estende su di un
territorio di circa 40.000 kmq. con circa 200.000 abitanti, dei
quali 8.000 sono cattolici. Vi sono tre tribù: gli Alomwe, gli
Ayao e gli Ayanja. Finora si è dimostrata la zona più difficile
all’evangelizzazione, a causa delle tribù degli Ayao, totalmente
musulmane. La sola tribù musulmana che c’è nel Malawi.
L’ospedale più vicino alla missione di Mpiri è a 130 Km.
La recente celebrazione dell’indipendenza del Malawi
proclamata il 6 luglio 1964 ha posto noi missionari cattolici in
una situazione critica. Il nuovo governo ci apprezza a patto che
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ci rendiamo utili alla nazione. Il primo ministro dott. Banda si è
già espresso più volte in proposito.
Il Nyasaland o Malawi è una nazione che pur avendo
ottenuto l’indipendenza è forse la più povera dell’Africa,
poiché la sua economia è basata esclusivamente
sull’agricoltura privata degli indigeni, fatta eccezione per
alcuni europei rimasti nelle coltivazioni di tabacco e di tè.
La produzione privata degli indigeni si limita al loro
fabbisogno personale. Non vi sono miniere né industrie. Per
questo il nuovo governo attende da noi missionari una
collaborazione specie in campo assistenziale.
Gli indigeni oggi sono infatuati della loro indipendenza e
dei loro governanti, considerati come salvatori. Una parola di
elogio e di benemerito di questi ultimi a favore dei missionari
cattolici può aprire orizzonti incalcolabili sul nostro lavoro
missionario.
L’avvento delle missioni cattoliche in Africa oggi dipende
dal fatto se noi sapremo dare una mano a queste nazioni
neonate, bisognose di collaborazione. Questa collaborazione la
chiedono a noi missionari, unici europei rimasti in mezzo a
loro con lo scopo di aiutarli. È questo il momento più propizio
per intensificare i nostri sforzi in opere sociali e assistenziali.
Un’altra ragione mi spinge ad intraprendere la costruzione
di un ospedale. Con l’indipendenza tutte le scuole delle
missioni del Malawi, come successe in altri muovi stati
africani, caddero sotto il controllo del governo. Questo fatto
creò altri mutamenti, non indifferenti, nel nostro lavoro
missionario.
Scuole costruite, dirette e sostenute dalle missioni in vista
di un’istruzione religiosa accanto alla cultura umanistica, sono
ora in mano ad un governo che si astiene dal proporre
un’istruzione religiosa determinata. Si sfruttava il prestigio che
avevamo sulle scuole. La possibilità di penetrare in villaggi
avveniva infatti con l’erezione di scuole che mantenevano un
carattere spiccatamente confessionale. Perso tale prestigio che
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ci permetteva di essere a contatto con la gente dei vari villaggi,
si cerca ora di ripristinarlo sotto forma di assistenza medica o
sociale.
Alcune missioni hanno già l’ospedale o lebbrosario o
qualche organizzazione sociale, e questo rappresenta oggi una
fonte di apostolato in quelle missioni. Nella missione di Mpiri,
con l’aiuto di benefattori, ho eretto una piccola clinica materna
ed un ambulatorio dispensario che dovrebbe integrare
l’erigendo ospedale”.
Siamo ancora vivi
Dal Madagascar P. Achille Valsecchi e P. Rizzardo
Omizzolo scrivono:
“... La Direzione de “L'Apostolo di Maria” ed altri nostri
corrispondenti si lamentano che non scriviamo spesso,
inviando notizie interessanti sul nostro lavoro apostolico in
questa lontana e felice isola.
D’accordo: isola felice perché, grazie a Dio, non si
conoscono le turbolenze che disgraziatamente intralciano
l’opera dei missionari in tanti altri territori di missione. Ciò non
vuol dire che reputiamo tempo perso lo scrivere a tanti buoni e
generosi amici, anzi... Ma è proprio perché difficilmente
troviamo la calma e il tempo per impugnare la penna, vi
chiediamo di amabilmente scusarci; siamo certi di essere più
che scusati davanti a Dio ed agli uomini. Infatti facciamo corse
apostoliche attraverso la foresta... Le preoccupazioni non
mancano...”.
Anche P. Angelo Rota manifesta le sue preoccupazioni:
“... Ho un magone grosso così. Penso ai tanti problemi della
mia missione. Davanti alla mia capanna ci sono oltre 100
bambini e bambine che schiamazzano dietro un pallone fatto di
stracci o giocano alla mamma che prepara la cucina. Sono tutti
bambini senza una posto nella scuola dello Stato. Li raccolgo
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sul terreno della missione per strapparli ai pericoli dell’ozio e
della strada.
Poiché i miei piedi accusano stanchezza per i continui
viaggi nella brughiera, il mio Superiore mi ha incaricato del
Centro di Ilaka e dintorni. Posso così dedicare maggior tempo
ai miei ragazzi.
Sogno il giorno in cui potrò dare ad Ilaka una vera scuola e
mi spavento al solo pensiero dei molti soldi che occorrono e
che non ho...Già ora sono nei pasticci: la mia chiesa minaccia
di cadere, soprattutto in questo periodo di grandi piogge e di
cicloni.
Nel cortile della missione ci sono già tremila prisme di
cemento che attendono l’arrivo di Fra Paolo... Urge la chiesa
per non correre il rischio di annoverare il buon Dio nel numero
dei senza tetto, e però la mia fiducia nella Provvidenza è
grande e sono certo che la casa sarà presto una realtà...”.
105
1967
Arrivano giovani rinforzi
“Le mie esperienze missionarie speciali”
Ne parla P. Gianni Delli. “La mia vecchia e sempre
giovane passione mi ha fatto andare sulle pagine del giornale
più diffuso in Malawi. Nel tempo che mi rimane libero dai giri
nei villaggi, ho trovato anche la possibilità di organizzare delle
partite al pallone e di dare anch’io una mano, cioè... i miei
piedi per il buon esito delle cose. È una rivincita che mi prendo
con il Signore perché mi ha proprio pescato con il pallone.
Quand’ero ragazzo mi dissero: “Vai a Redona, là si gioca
tutti i giorni al pallone!”. Ci sono andato, ho giocato
moltissimo, ma sono diventato missionario e non un campione
di calcio. Tuttavia non ho perso l’abitudine e la passione di
tirar calci... al pallone.
Ormai hanno scritto di me anche sul “Time”, perché
quando ci sono io in campo, come terzino, la squadra della mia
missione di Balaka vince sempre. Sono venuti qui a giocare
quelli della squadra della capitale Zomba, ed hanno perso...
Anche con quelli di Blantyre abbiamo vinto e così per altre
partite.
Un sabato ero di ritorno dal mio giro nelle varie missioni,
non feci in tempo a mettere piede in casa che mi chiamano per
una partita a Zomba con la squadra di Balaka che nel frattempo
era già in viaggio. A causa della pioggia e della distanza non
potei andare e in campo mi attesero fino all’ultimo momento,
poi dovettero giocare senza di me e Balaka perse. Ora mi
vogliono sempre perché con me sono sicuri di vincere...
Vivere come i miei cristiani è sempre stato il mio desiderio
da quando ho iniziato a pensare alle missioni.
Adeguarsi alla vita dei neri, cercare di capire il loro modo
di pensare ed imparare a pensare come loro, capirli e farmi
capire: questo è ciò che desidero. So che questo è il segreto
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della riuscita con loro, ma è anche una delle maggiori
difficoltà.
Quando si va in giro per i villaggi e si rimane fuori
residenza per diverse settimane, allora si vive completamente
la vita dei neri; si sta con loro, si parla sempre e soltanto con
loro, si mangia con loro e come loro: sempre e solo polenta
senza sale o polenta con crusca e un po’ di fagioli o erbe o
pesce. Anche l’acqua è piuttosto nera... Fino ad oggi ho
mangiato tutto quello che mi hanno messo davanti.
La più grande gioia in tutto ciò è quella di portare Dio al
maggior numero possibile di neri, affinché Egli illumini le loro
tenebre; fino ad oggi ne ho battezzati trecento. Nello stesso
tempo si ha la consolazione di portare a Dio molti cristiani con
l’anima candida: più di 50 ne ho accompagnati a Lui con gli
ultimi sacramenti. A cinque bambini morenti ho amministrato
anche la cresima.
Una chiamata urgente. Parto in tromba con la moto e
macino con furia i chilometri di distanza dalla missione. Entro
nella capanna e trovo il piccolo di 7 mesi tra le braccia della
mamma: è morente. La povera donna mi guarda con occhi
pieni di lacrime. Amministro immediatamente al piccolo la
Cresima e poi conforto la mamma. Prima di partire chiusi gli
occhi al piccolo angioletto ormai volato dalle braccia della
mamma a quelle paterne ed amorose del Signore. E pensare
che proprio la domenica precedente l’avevo battezzato proprio
io ed ora che tristezza vederlo morire...
Ultimamente ho compiuto un giro di 7 giorni in diversi
villaggi della missione di Balaka. Entrato nel villaggio di
Kapire, dopo i saluti di rito, una stretta di mano e di pollice a
tutti, mi si avvicina un cristiano e tutto umile e compunto, mi
chiede se ho un po’ di tempo a sua disposizione poiché ha il
suo caso da espormi in segreto.
Mi metto a sua disposizione e lo incoraggio a parlare... Lo
ascoltai pazientemente. Conclusione: “Padre, mi può aiutare a
trovare la mia prima moglie?”. Dopo 20 anni di matrimonio la
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moglie l’aveva lasciato e lui si sistemò con un’altra. Bel
mestiere anche questo! D’altra parte questi poveretti devono
pure essere aiutati; sono qui per questo e quindi anche per
andare a cercare le mogli o i mariti...”.
Sono partiti per il Malawi
La notizia riguarda due nuovi missionari: P. Luciano Duca
e P. Giancarlo Palazzini.
“... Prima di partire sono stati qui a Redona per salutare gli
apostolini che hanno riservato loro una festa di addio piuttosto
commovente. Erano presenti anche i parenti più intimi dei
festeggiati, le mamme specialmente furono fatte segno di
particolari manifestazioni di affetto.
Naturalmente prima di partire i nostri due valorosi eroi si
sono dati da fare per raccogliere un po’ di fondi per le loro
prime necessità africane. Per questo hanno fatto il giro d’Italia,
in cerca di qualche anima buona, con tanto di barba...”.
Ed ecco le loro prime notizie missionarie Ne parla P.
Giancarlo Palazzini in una corrispondenza dal Malawi.
“... Il treno per Cholo ci ha immessi proprio nella terra dei
nostri sogni: piantagioni , foreste, verde vivo accanto a
imponenti e lucenti fiumi. Nella cuccetta in cui stavo sdraiato,
avevo caldo e sudavo, mentre animaletti invisibili mi
ronzavano intorno; dal di fuori poi, da quel mondo misterioso,
mi giungevano versi di sconosciuti animali. La poesia che da
anni mi cantava dentro, stava per prendere ora il nome
affascinante di Africa, con le sue sterminate savane, bassi
villaggi con capanne di paglia e fango e tanta gente che ad ogni
stazione ti tende le mani e bimbi semivestiti con straccetti
addosso. Ad una stazione del Mozambico c’era un bimbo con
in mano un’anguria più grande di lui da vendere ai passeggeri.
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P. Luciano Duca è già alle prese coi leopardi. Da Cholo P.
V. Crippa ci portò a Balaka. Visitiamo Utale e quindi facemmo
il giro di tutte le nostre missioni italiane.
È stato molto interessante prendere conoscenza della
nostra estesissima regione: ho trovato le case più confortevoli
di quanto pensassi; le zone sono svariate e permettono un po’
tutti i climi: clima temperato di lago, clima fresco come nelle
nostre prealpi bergamasche, clima torrido. Ce n’è per tutti i
gusti e per ogni fisico!
A Namwera, luogo visitato alcune volte da animali feroci
come elefanti, leoni, leopardi, durante la notte P. Duca sente un
fruscio, un rumore quanto mai sospetto. Balza dalla cuccetta,
imbraccia... la pila e, raccogliendo tutte le forze dei suoi 27
anni riparato dalla finestra, punta deciso la lampada e perlustra
il terreno circostante. L’improvvisa luce della pila fa fuggire
terrorizzato, dice lui, un grosso e potente leopardo. Come
prima partita di caccia non è andata male: c’è chi, pur avendo il
fucile, a volte resta preda di quelle mandibole! Per due o tre ore
non è più riuscito a dormire.
Il giorno dopo, ci raccontò il suo assalto al leopardo con
tinte decisamente da gladiatore del Circo Massimo: ci
divertivamo a prenderlo in giro, dicendo che la sua fantasia gli
aveva fatto scambiare un cane per un leopardo. Ma, come
potete capire, non è che fossimo molto convinti...
Siamo tornati dei bravi seminaristi. Siamo appunto a
Nankunda, al seminario minore della nostra diocesi di Zomba.
Situato a circa 1300 metri in montagna, in una posizione
stupenda, si gode un panorama magnifico; da una parte decine
di piccole catene montuose degradanti, dall’altra si estende la
pianura solcata dal nastro lucente dello Shiré. Ma ciò che più
conta è che qui il caldo africano non ci tocca; di notte devo
dormire con due coperte e di giorno ho incominciato a
mettermi una maglia: insomma un clima piuttosto da Prealpi
bergamasche che da Centro Africa.
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Sono qui per facilitare lo studio dell’inglese e del cinianja.
Naturalmente la vita qui è un po’ troppo monotona: dopo i
viaggi e le emozioni eccoci ritornati docili scolaretti con tanto
di grammatica.
Non mancano gli imprevisti. Un giorno andiamo a
Namitembo e facciamo visita anche a Balaka. Di ritorno stiamo
per infilare il ponte sul fiume Shiré quando vediamo sul ciglio
della strada una massa informe muoversi lentamente. Ci
avviciniamo e alla luce dei fari della macchina riconosciamo un
grosso ippopotamo, dal muso largo quasi un metro. Non ho
neanche avuto il tempo di avere paura perché il Padre inglese
ferma la macchina per avvisare del pericolo un nero che si
trovava accanto.
Il nero ringrazia e il Padre fa per riaccendere il motore ma
non c’è nulla da fare: la jeep non parte. Bisogna scendere e
spingere. Spero mi capirete: essere allo scoperto nella completa
oscurità, con l’ippopotamo a poche decine di metri...
Ho trascorso la mia prima Pasqua nella missione di Mpiri,
con P. Valdameri. Ho presieduto quasi sempre io le cerimonie
della Settimana Santa, un po’ in latino e un po’ in cinianja,
mentre il Padre confessava, faceva cantare o spiegava le
cerimonie.
Ho avuto in questa occasione il mio primo contatto con la
religiosità della gente africana e posso dire che mi ha ben
impressionato. Imponente la partecipazione alla processione
delle palme: durante la benedizione avevo appena finito di
aspergerle ed incensarle quando tutti alzando la palma,
l’agitavano per due o tre minuti, producendo un gaio brusio:
era davvero un solenne tributo d’onore a Cristo ed uno
spettacolo commovente vedere tutta quella gente stipata nella
grande chiesa, ripetere quasi allo stesso modo quell’atto
compiuto dagli ebrei verso il Messia quasi duemila anni prima.
Numerosa anche la partecipazione alla S. Comunione:
quasi tutti i presenti ricevettero il Signore. Sembrava dovessi
mai finire, tanto più che il sudore rigava copioso il mio viso.
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Quelle facce nere mi sono passate dinanzi: visi tatuati di donne,
con tanti taglietti simmetrici, mentre il bambino più piccolo
comodamente seduto dietro la schiena della mamma, mi
guardava sbalordito, quasi per chiedermi cosa stavo dando alla
sua mamma; vecchie con due placche di metallo alle narici,
visetti sudici di ragazzi.
E mentre tutta questa gente mi passava sotto gli occhi,
dall’assemblea si levava ininterrottamente un canto compatto,
sostenuto, dalla melodia tipicamente africana.
A guidare i cristiani sono i catechisti. Mi ha impressionato
la partecipazione all’adorazione eucaristica attorno all’altare
della reposizione.
Dalla mattina alle sei fino alle tre del Venerdì santo,
secondo un turno precedentemente stabilito, per un’ora, i
cristiani di ogni villaggio, guidati dal proprio catechista, ti si
piantavano seduti per terra in circolo davanti al Santo Sepolcro
e tutti insieme cantavano e pregavano, senza che il padre
intervenisse. Io me ne stavo incantato, senza pregare,
unendomi spiritualmente alla manifestazione di fede e di amore
di quella gente, contento, quasi commosso che questo popolo,
mentre poche decine di anni fa neppure sapeva chi fosse Cristo,
ora lo lodasse con tanto fervore.
Ciò che mi fa soffrire in questi primi mesi non è la
nostalgia o il pensiero delle difficoltà; è il non poter
comunicare con questa gente per la quale sei venuto da tanto
lontano e che senti di amare, a causa della lingua che ancora
non conosci. Vorrei conoscere quello che pensano, esprimere i
sentimenti ed invece quando incontri una persona ti devi
accontentare di un cortese “moni”; l’altra continua tutta gentile
e sorridente, ma tu gli fai un bel sorriso e concludi con uno
“zigomo”...”.
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Pulci e amor di Dio
In Italia per un periodo di riposo P. Giovanni Gheno parla
della sua vita missionaria in Perù. Vive a Lima nella parrocchia
della Visitazione, fondata dai Monfortani nel dicembre 1961.
“...Il nostro campo di lavoro abbraccia la parte più povera
della città dove il sacerdote ha messo di rado il piede. Un
giorno mi fermai a conversare con un operaio e lui: “Padre, è il
primo sacerdote che si ferma a parlare con noi”.
Le gente è poverissima e vive in una miseria materiale e
morale indescrivibile. La piaga più grossa è che vi sono molte
famiglie unite da nessun vincolo né religioso né civile. E la
causa è che questi provengono dalla Sierra, dalle Ande dove
non c’è alcuna assistenza religiosa e portano in città i loro
costumi. In più sono analfabeti, in maggioranza, vivono in case
con pareti di stuoie che rendono impossibile qualsiasi intimità
familiare, mancano delle più elementari condizioni igieniche;
le lenzuola sono un lusso e le pulci sono padrone incontrastate
delle abitazioni degli indumenti e delle persone. In questa zona
la polizia non si va vedere di notte, da quando un poliziotto
rimase ucciso e un altro ferito. E poi si ubriacano e spendono
tutti i loro soldi nell’alcool.
Pochi giorni prima di partire mi avvicina una donna e mi
chiede di confessarsi. Aveva convissuto per molti anni ed era
stata abbandonata con cinque figli. Questa è la situazione di
tante ragazze che si lasciano ingannare all’età di 15/16 anni,
sperando di poter più tardi sposarsi. Invece succede che dopo
alcuni anni restano sole. È difficile convincere molti a sposarsi
religiosamente perché non vogliono obbligarsi a convivere con
la stessa donna, data la loro facilità nel cambiare i sentimenti.
Alcune donne, rimaste sole, si uniscono ad altri uomini. Un
giorno, entrando in una casa, mi vedo davanti tre bambini.
Donando loro come si chiamano. Avevano tre cognomi diversi:
stessa madre, tre padri differenti...
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C’è in tutti, o quasi, un fondo religioso che bisognerebbe
sfruttare. In ogni casa è esposta l’immagine del Sacro Cuore,
un altarino con il lumicino sempre acceso, sopra il quale stanno
innumerevoli immagini. Grazie a Dio, in questi anni, siamo
riusciti a fare qualcosa; molte famiglie hanno regolato la loro
posizione. Oggi, la frequenza alla funzioni religiose è
raddoppiata rispetto ai primi tempi. L’afflusso dei bambini al
catechismo domenicale è imponente: sono oltre un centinaio di
catechiste, studentesse e impiegate.
Le associazioni parrocchiali sono attive. Abbiamo tre
Presidi della Legione di Maria, ma l’associazione che più ci
aiuta è quella della madri cristiane. Abbiamo acquistato un
locale dove ogni sera si trovano dai 100 ai 200 giovani. C’è un
piccolo campo sportivo, pallavolo e pallacanestro anche per le
ragazze; un consultorio medico ove prestano la loro opera
gratuita dei medici volontari. Siccome poi ci manca un locale
adatto, i film vengono proiettati d’estate all’aperto d’inverno
nella sagrestia...
La corrispondenza di questa gente è davvero commovente.
Nel maggio scorso arrivò in parrocchia la statua della Madonna
Pellegrina, benedetta dal Papa: fu un trionfo! Quando
transitiamo per le strade tutti ci salutano, i ragazzi strillano e ci
saltano addosso. Anche gli adulti apprezzano il nostro
lavoro...”.
Urge costruire una chiesa a Fort-Johnston
È l’appello lanciato da P. Remigio Villa. “...La regione
affidata ai Missionari Monfortani Italiani nel Malawi ha il suo
punto centrale a Fort-Johnston, dove il fiume Shiré inizia il suo
corso uscendo dal lago Nyassa. Questa cittadina ha l’aspetto di
città araba, per il grande numero dei suoi abitanti maomettani.
È famosa anche perché verso la fine del secolo scorso il
Console Generale Inglese riuscì a stroncare in questa località il
commercio di schiavi che gli arabi, d’accordo con alcuni capi
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indigeni, avevano organizzato da tanti anni. Giustamente la
cittadina porta il suo nome: Fort-Johnston.
Questa brava gente, pur tanto povera in generale, ha voluto
imporsi anche un piccolo sacrifico in denaro, versando qualche
spicciolo per riempire una bustarella... Sono cose che
commuovono!
Leggendo le antiche cronache o vedendo il museo del
Malawi, il solo ricordo di quei tempi fa rabbrividire! Ci pare
sentire ancora le urla feroci dei negrieri, che anche nelle notti
senza luna, dalle sponde del lago si lanciavano alla caccia
dell’uomo, terrorizzando e massacrando nei vari villaggi intere
popolazioni inermi, al sinistro chiarore delle capanne messe e
fuoco.
Di quanti orrori è capace la belva umana lasciata a se
stessa, priva della luce del Vangelo! Ora è arrivato il segno
della Croce, il segno dell’amore di Cristo, che ricorda a tutti,
bianchi e neri, di essere fratelli. Il missionario è là da alcuni
mesi. Occorre urgentemente una Chiesa vera e propria che a
tutti i testimoni la presenza salvifica del Cristo Redentore.
Chi dalla missione di Balaka si reca a quella di Mpiri o a
quella di Nankwali è colpito dalla densità della popolazione,
ma ancor più dal vuoto penoso causato dall’assenza di una
chiesa cattolica per oltre 150 chilometri. Propaganda Fide,
quando elogiava il defunto Vescovo Mons. L. Auneau per i
successi visibili in tutto il centro e sud dell’allora Vicariato
dello Shiré, faceva notare il punto nero de Fort-Johnston.
Non era colpa di nessuno. Infatti, non si arrivava a
raccogliere le migliaia di neo convertiti che venivano da soli.
Come pensare a correre dietro a chi sembrava restio alla voce
del Vangelo? Eppure i missionari reclamavano una missione da
quelle parti fin dal lontano dopoguerra 1918. Erano intere tribù
che immigravano nel Nyasaland, attratte dalla British Rule,
provenienti specialmente dal Mozambico. Queste tribù erano
per lo più pagane a abbracciavano la religione dei capi locali
per ingraziarseli, facendosi maomettani. Ecco perché vediamo
114
musulmani in tutto il distretto di Fort-Johnston. Inutile
piangere sul passato perduto! Salviamo il salvabile! L’ora della
misericordia divina sembra scoccata anche per questa terra. La
missione, anche se in embrione, oggi esiste. Però manca la
chiesa. La sua costruzione è urgente perché solo un libro in
pietra potrà dire a tutta questa gente che Cristo finalmente è
presente in mezzo a loro.
L’appello per una chiesa potrebbe lasciare freddi noi che
ne vediamo tante e tanto belle. Ma nel caso di Fort-Johnston
uno non può restare insensibile o indifferente! Chi ha mente e
soprattutto cuore, accoglierà questo grido di aiuto dei
missionari, che fiduciosi in Dio e negli uomini hanno iniziato i
lavori perché obbligati da necessità improrogabile. Lasceremo
noi un povero missionario arrabattarsi da solo nel fastidi di
questa costruzione? Si tratta della vita o della morte spirituale
di Fort-Johnston. Un edificio conveniente può decidere il
futuro di tutta quella regione depressa. Nessun cristiano, degno
di questo nome, può restare impassibile davanti a questo
problema!
Che la chiesa di Fort-Johnston sia un sacrario o memoriale
di tante vittime della crudeltà umana. Che i poveri schiavi,
ormai dimenticati da tutti, siano ricordati in questa chiesa! Che
i pianti strazianti delle mamme che hanno visto i loro figli
trucidati o brutalmente malmenati e legati per le vie, dai
barbari, siano raccolte e mutate in preghiera supplice per la
pace! Che il sangue di tanti innocenti, sangue che ha irrorato le
zolle ardenti di quella terra, sia offerto in sacrifico di
Redenzione con quello di Cristo. Splenda la luce della Croce
anche nelle notti oscure, pegno di pace e di bene per quelle
genti d’Africa. All'opera dunque, con fede e generosità!...”.
115
Manici e chiodi
P. Carlo Berton e P. Angelo Rota scrivono sulle loro
ultime realizzazioni pensate e messe in opera per risolvere
situazioni e problemi della città e porto di Tamatave.
“...Benché sia il primo porto dell’isola e la sua seconda
città, Tamatave è fortemente marcata da una economia assai
fragile, basata unicamente sull’importazione-esportazione,
mentre l’industria è molto limitata. La diminuzione dei prezzi e
delle richieste dei prodotti tropicali: caffè, pepe, cannella,
vaniglia, chiodi di garofano e banane, ha limitato le possibilità
di manodopera, creando una situazione preoccupante,
soprattutto della gioventù, la quale, costatando la sproporzione
tra il lavoro dei coltivatori e i prezzi dei loro prodotti,
abbandona sempre più la campagna per prendere la via della
città dove spera di trovare lavoro e denaro al porto o nelle
compagnie commerciali transitorie, oppure presso i pochi
bianchi rimasti nell’Isola dopo l’indipendenza. Non occorre
molto tempo perché si rendano conto che la realtà è ben
diversa...
I più non hanno il coraggio di tornare al proprio villaggio
di origine
e nella speranza di trovare una soluzione
cominciano per consumare le misere provviste portare con sé,
poi vanno a vivere alle spalle di tanti poveri, parenti o
conoscenti, finché non vengono messi alla porta o finiscono per
trovarsi coinvolti in qualche banda di autentici criminali,
vivendo di furti, vandalismi e peggio ancora, concludendo poi
le loro avventure in prigione e senza onore.
Desideroso di mettere riparo a questa triste situazione e di
evitare alla gioventù di mettersi sulla cattiva strada, P. Carlo ha
già organizzato diverse microrealizzazioni: corsi di taglio e
cucito, di culinaria e dattilografia, di puericultura e igiene, di
pronto soccorso e contabilità per preparare le ragazze ad un
migliore avvenire e strapparle alla malavita, le cui occasioni
sovrabbondano a Tamatave come in ogni città portuale.
116
Risolto con ottimi risultati il problema delle ragazze,
bisognava trovare un’analoga soluzione anche per i giovani.
Acquistò due buoi, un aratro e una carretta, chiese al Comune
un appezzamento di terreno e mostrò ai volenterosi, come, con
metodi razionali molta costanza, si poteva far produrre la terra
e ricavarci di che vivere discretamente.
Poi nacque l’idea del laboratorio di falegname e fabbro. Le
lettere scritte e i preventivi fatti e inviati ai quattro venti lo sa
solo lui. Ma la sua fiducia nella Provvidenza non è rimasta
delusa. Come vi dicevo, con aiuti francesi e italiani il
laboratorio si può dire cosa fatta. Sta per avere il suo tetto in
lamiere zincate. Ora non resta che attrezzarlo con gli strumenti
a mano urgenti e col nuovo anno scolastico molti giovani
disoccupati potranno imparare un mestiere e così trovarsi più
facilmente un lavoro, poiché anche qui si richiedono sempre di
più operai specializzati; oppure torneranno ai loro villaggi dove
potranno, con quello che hanno imparato, organizzarsi e
guadagnare di che vivere e pagare le imposte, evitando di
dovere continuamente scappare nella foresta per non incorrere
nelle retate della polizia e finire in prigione o su una strada con
badile e piccone in mano.
P. Carlo è preso dall’idea di salvare questa nostra gioventù
ed è dotato di bella parlantina per farsi dei soci e commuoverli;
ve lo dico perché ha commosso anche me e con argomenti
appropriati...”.
Quattro chiacchere con i lettori
Nelle sue consuete “Quattro chiacchiere” con i lettori de
“L’Apostolo di Maria”, P. Alessandro Assolari riprende
l’argomento sulla “necessità di organizzare sempre meglio il
gruppo di cristiani che vivono nelle immediate vicinanze di
Fort-Johnston” e precisa:
“... Non è che sia una esagerazione in quanto a numero,
però è un fatto: ci sta un costante aumento di presenze nei
117
giorni festivi. Il discreto numero di adulti battezzati lo scorso
anno e in gran parte rimasti sul posto, ha reso buona la
partecipazione ai sacramenti. La chiesetta è ordinariamente
superaffollata la domenica".
Torna sul progetto di “... costruire una chiesa definitiva a
Fort-Johnston. Di ambizioni ne avremmo anche avute: ma non
intendevamo comunque umiliare i milanesi costruendo un
duomo più grande e più bello del loro. Tutto è stato
condizionato dallo spirito di povertà che deve o dovrebbe
caratterizzare ogni iniziativa del genere della nostra missione
che è quella che è e non permette né stravaganze, né
grandiosità, né lusso e tanto meno degli sprechi.
Noi pensiamo di esserci limitati all’essenziale; abbiamo
calcolato le esigenze attuali della missione, ed abbiamo pure
tenuto presenti quelle del futuro immediato e meno immediato
della missione, anche in considerazione dell’importanza
amministrativa della cittadina di Fort-Johnston. Pur facendo le
cose alla luce di un’estrema prudenza già prevediamo cifre da
mal di pancia. Non in sé, perché farebbero semplicemente
ridere se messe a confronto con le spese pazze affrontate in
ogni settore o campo d’attività umana.
I lavori che stiamo per affrontare e le preoccupazioni che
ne derivano assorbono buona parte del nostro tempo. Ma il
lavoro della missione non è tutto qui. Ci sta il lavoro di
ministero che conta più di ogni altra cosa...”.
I miei ricordi d’Africa
P. Tarcisio Betti, prima del suo rientro in Malawi,
pubblica a puntate sulle pagine de “L'Apostolo di Maria”,
“I miei ricordi d'Africa”.
Ecco come parla dell’efficacia della devozione alla
Madonna nella vita dei cristiani africani, perfino dei
musulmani. “...Ero presso una vecchietta tanto ammalata. Dopo
le preghiere e l’amministrazione dei sacramenti consigliai
118
all’inferma di raccomandarsi alla Madonna: “...sai bene quante
volte l’hai pregata, quanto hai cantato dinanzi a lei, quanti
favori le hai chiesto...”. “Padre, rispose decisa la mia
vecchietta: giorni fa mi sono recata al fiume ed ho smarrito la
mia corona; ora mi sembra di essere senza una mano, senza la
lingua; non so leggere e il mio libro era il Rosario”.
Frugai in tasca e le mie dita raggiunsero la mia corona:
“ Tienila! È un mio regalo: quando vedrai la Madonna in
Paradiso dille che continui a volermi bene”. Gli occhi della
vecchietta si illuminarono; contemplò la corona fra le sue dita
scarne e mi guardò con un viso raggiante. Dopo pochi istanti
ricomponevo quelle dita aggrovigliate nella corona, abbassavo
le palpebre sugli occhi che per un attimo si erano accesi nella
gioia di aver trovato l’oggetto più prezioso della sua vita...
Un’altra volta giunsi assai tardi al villaggio. Il giorno dopo
era domenica ed avrei dovuto lavorare sodo. I due vecchietti ed
il catechista che mi aspettavano, dopo avermi salutato e data la
buona notte si ritirarono. Stesi il mio lettino da campo nella
capanna che funzionava da casa parrocchiale, ma sapendo che
mi restava una corona da recitare, seguii il sentiero che
attraversa il villaggio, sgranando il mio Rosario.
Era buio quella notte e regnava un profondissimo silenzio.
Qualche capanna era immersa nelle tenebre, qualche altre era
illuminata dalla tremolante luce della candela. Buio e silenzio:
neppure una fruscio di vento, un muoversi di passi sugli sterpi
secchi della savana. Camminando lento, mi giunse all’orecchio
un mormorio sommesso a cadenzato. Mi diressi da quella parte
tendendo bene l’orecchio: udivo ora ben distinto alcune voci di
uomini recitare la prima parte dell’Ave Maria mentre poi voci
di donna e di bambini rispondevano la Santa Maria.
Mi fermai silenzioso e trattenendo il respiro: che musica
dolcissima saliva da questa foresta; era gente povera, forse
molti avevano ancora tanta fame, la più parte sarà stata anche
seminuda o coperta da stracci, tanti l’indomani non avranno
avuto di che mangiare, tanti altri saranno stati pieni di
119
stanchezza e di preoccupazioni; eppure, quanta fede in quelle
squallide capanne...”.
Nei ricordi P. Betti parla anche delle superstizioni pagane
e della paura dei morti. “... Una sera seguivo un sentiero vicino
alla missione, recitando tranquillamente il Breviario. Ad un
tratto sento delle voci infantili ed un allegro bisbigliare: alcuni
moretti, visto il missionario, con segni, gesti, paroline, ne
approfittano per seguirlo: è quasi una mezza festa stare con me,
soltanto che in quel momento io ero occupato col mio Signore
e per dovere di giustizia dovevo rispettare le precedenze. Li
invito quindi ad andare a casa: niente da fare. Finalmente
arrivo ad un bivio: una stradina continua verso la campagna
L’altra invece si inoltra nel fitto della boscaglia dove
seppelliscono i morti. Sospendo il Breviario e, con un risolino
di malizia, prendo il sentiero che conduce alle tombe. Il
bisbiglio si interrompe d’improvviso ed una vocina esclama
con terrore: “Va verso le tombe!...”. Mi volto indietro con
sguardo di sfida, ma già i miei moretti si sono dati alla fuga: la
paura dei morti e delle tombe è innata per loro...”.
Mi trovo in ottima salute
P. Luciano Duca scrive alle Zelatrici le sue prime
impressioni africane.
“... Mi trovo in ottima salute, malgrado un forte attacco di
malaria che mi ha tenuto in assoluto eremitaggio per diversi
giorni nella mia capanna. Ma soprattutto sono in gran forma,
caricato a molla, pronto per l’immenso lavoro che mi attende.
La mia gioia ed il mio entusiasmo abituali mi permettono una
vita meravigliosa qui in Africa. Sto vivendo il mio “grande
sogno” nell’affascinante e nello stesso tempo tanto bisognosa
terra africana. Quindi, nessuna preoccupazione!
Giunto nel Malawi, dopo un viaggio molto interessante ed
avventuroso sulla nave “Africa”, ho avuto la gioia di visitare
120
tutte le missioni dove lavorano i nostri Padri italiani. Ho
apprezzato in modo speciale il loro spirito di sacrificio e lo
snervante lavoro che devono sostenere ogni giorno per visitare
i villaggi della foresta, difficilmente accessibili, per mancanza
di strade e col pericolo sempre continuo di qualche brutto
incontro con bestie feroci. Questa visita, benché molto veloce,
mi ha impressionato ed entusiasmato in modo incredibile. Ho
potuto conoscere un po’ il Malawi, terra meravigliosa,
rigurgitante di una autentica vita cristiana.
Mi trovavo a Fort-Johnston, durante la Settimana Santa,
per aiutare l’infaticabile e zelante P. A. Assolari, colpito in
quei giorni da un forte attacco influenzale. Ho constatato
personalmente in quella breve permanenza il profondo senso
religioso dei nostri cristiani, che trascorsero quasi tutta la notte
del Giovedì Santo in chiesa, elevando al Signore preghiere e
canti; un vero spettacolo di pietà e di amore verso Dio, che
strappava lacrime di commozione.
Tornato a Balaka, trascorsi qualche giorno in compagnia
dei simpatici Padri Crippa, Delli e Mucciarda, intelligenti
animatori di questa giovane e numerosa cristianità che conta
attualmente circa 16.000 battezzati.. Mi venne annunciata poi
la mia prima destinazione: Namitembo.
È un villaggio sepolto completamente nella foresta e
circondato dalle montagne di Zomba. La cortesia e la bontà
sono le qualità specifiche di questa cristianità e viverci in
mezzo penso sia la cosa più bella di questo mondo. Vivono in
povere capanne, ma sempre allegri e pieni di riconoscenza
verso i missionari...
Dopo un mese di permanenza a Namitembo ero già
diventato “l’amico allegro” di tutti i bambini che spero in
seguito di curare in modo del tutto particolare. Ci sono quattro
di questi simpatici neretti che vengono a trovarmi ogni giorno e
con i quali posso esercitarmi a parlare il cinianja, lingua
armoniosa e non tanto difficile. Amano ascoltare la fisarmonica
121
ed improvvisare danze. Amo chiamarli “moschettieri” perché
mi seguono ovunque vada e mi vogliono un mondo di bene...”.
Partono per le missioni non solo i giovani...
Alla bella età di 47 anni suonati parte per il Malawi P.
Giovanni Losa. Prima di partire rilascia un'intervista dove parla
dei suoi progetti missionari e dei motivi che lo hanno indotto a
partire per il Malawi.
"La prerogativa delle missioni non è solo dei giovani,
anzi!...Progetti? Veri progetti, definitivi voglio dire, non ne ho
e non ne voglio fare. Alla mia età l'esperienza può avere
insegnato qualcosa e cioè che per fare progetti, bisogna
conoscere le situazioni. E poi bisognerà pure sentire gli altri
missionari, i superiori, stabilire, insomma, un piano comune. Io
credo sia ormai tramontata l'era dei pionieri in cui il
missionario si inoltrava nella foresta e lavorava praticamente
da solo. Oggi ci sono altre esigenze, altri metodi, altre
prospettive. Certo il problema fondamentale rimarrà per un po'
di tempo quello di costruire chiese, cappelle e assistere e
seguire i cristiani sparpagliati nei villaggi. La zona a noi
affidata è quasi totalmente musulmana e le stazioni missionarie
sono piuttosto rare...".
P. Giovanni Losa non vuole mancare all'appuntamento con
P. Remigio Villa che riparte per il Malawi dal porto di
Venezia. E' lui soprattutto che lo ha convinto a tentare
l'avventura missionaria in Africa. La prossima partenza doveva
essere la sua.
"...Eccoci finalmente davanti alla nave "Africa" del Lloyd
Triestino: bella, splendida, tutta bianca come un gabbiano
posato sulle acque. La passerella era già stata ritirata. Mancava
solo mezz'ora alla partenza. Il Padre ci salutò dall'alto del ponte
poi scomparve e dopo un poco lo rivediamo sulla porticina
della stiva. Veniva a darci il suo ultimo saluto...
122
Intanto la nave aveva acceso tutte le sue luci e gli
altoparlanti avevano incominciato a scandire gli avvisi. Come
un rito solenne, la cerimonia della partenza stava per iniziare.
La nave si muove lentamente, spostandosi di fianco...
Improvvisamente il crepuscolo scende sulla banchina, sullo
specchio d’acqua tra la nave e la terra. Dalla banchina e dalla
nave sventolano i fazzoletti.
È l'ultimo saluto. La nave è salpata verso l’immenso mare,
verso lidi ignoti e favolosi...Arrivederci, Africa, arrivederci!”.
P Giovanni Losa parte per il Malawi il 12 febbraio 1968,
da Venezia, sulla nave “Europa”. Riceve il Crocifisso da
Mons. Spada, direttore de “L'Eco di Bergamo”. Dalla nave
scrive una prima lettera agli amici:
“...Carissimi amici vi scrivo dalla cabina 117 della nave
“Europa”. Ci troviamo nello specchio di mare tra la Sardegna e
le Isole Baleari. Siamo diretti a Barcellona dove arriveremo
domani mattina e dove spero d’impostare questa lettera. Mi
trovo in buona compagnia: un Padre Servo di Maria con il
quale divido la cabina, un missionario svizzero di Mirian Hill,
sei missionarie laiche, signorine tutte italiane e una signorina
missionaria anglicana che sbarcheranno con me a Beira. La
missionaria anglicana, poi, è diretta come me a Zomba, nel
Malawi. Perciò niente paura. Se sarà necessario avrò anche
l’interprete.
Dirvi in breve cosa provo in questi momenti che lasciamo
le acque del Mare Nostro, mi è assai difficile. Non mi sembra
però che nel mio animo il sentimento della nostalgia abbia
troppa presa. O forse m’inganno? Quel che sento in questo
momento è una grande gioia di arrivare in Malawi e conoscere
da vicino il campo che il Padrone della Messe mi ha affidato.
Come vorrei che molti altri sentissero questo desiderio e lo
potessero realizzare. Comunque sia l’idea missionaria sta
facendo grandi passi. Ne ho avuta più di una prova nella
preparazione della mia partenza. Quante anime generose ho
123
trovato che mi hanno aiutato in tutti i modi. Menzionarle tutte
ne verrebbe fuori una lunghissima lista. A tutte queste anime
dico il mio grazie più sincero; non le dimenticherò mai e poi
mai. Vi saluto tutti e vi dico ancora una volta grazie mille”.
Qualche mese più tardi P. Giovanni Losa scrive dal
Malawi per raccontare della sua Prima Messa in cinianja.
“... Sospendo per un po’ di tempo i miei studi di cinianja
per raccontarvi della nostra vita di missionari, quando passo a
Balaka per il weekend, che dura dal sabato al lunedì sera. In
queste mie discese ne approfitto per far qualche puntata nei
villaggi. Così feci la domenica dopo l’Ascensione. Partimmo
verso una chiesa succursale di Balaka, a circa 10 chilometri di
distanza. Per strada incontrammo parecchi cristiani che
arrivavano dalla stessa direzione. Naturalmente ci fermammo a
salutarli. Dalle occhiate che i bambini e le mamme davano alla
nostra moto capimmo subito che avrebbero gradito un
passaggio. Poveretti: devono percorrere una quindicina di
chilometri e più, tra andata e ritorno, per assistere alla Messa.
Come si poteva rifiutare? Caricammo quanti più potemmo e
via. L’autista, P. Crippa, sentì subito che il motore arrancava.
Poveretto, col suo mezzo polmone rattoppato non aveva fiato a
sufficienza. Ma come fare? Piantarli in asso ora che avevano
gustato l’ebbrezza della velocità? Sembra brutto e si andò
avanti sperando nell’aiuto di Dio...Come Dio volle arrivammo
sani e salvi alla nostra cattedrale: un bello spazio vuoto e pulito
con una chiesa di terra e paglia in mezzo, naturalmente senza
porte...
Si incomincia. La Messa è cantata e per di più nel sonoro
linguaggio del Malawi. Non vi dico la commozione quando da
quelle facce nere si sprigionò il canto melodioso. Ci fu anche la
predica. Non compresi un’acca. Avevo un bel da fare a
sfogliare mentalmente le pagine della mia grammatica! Ci
vuole altro per capire questa lingua che infila come una
124
salsiccia e soggetto e pronomi e prefissi e suffissi che hanno
poco a che vedere con quelli delle nostre case...
A mezzogiorno la celebrazione era terminata (era iniziata
alle 9!). Ci accingemmo a consumare il pranzetto che i nostri
bravi cristiani ci avevano preparato: due bei piatti di polenta e
un pollastrello che nuotava in un bel piatto di condimento. Era
la prima volta che provavo un simile pasto! Ad operazione
compiuta chiamammo i nostri cuochi, li ringraziammo e
cedemmo il campo: in quattro e quattr’otto fecero festa a tutto
il resto. Poveretti: che si poteva dire! Era mezzogiorno inoltrato
e chissà da dove provenivano. Potete capire, con quel po’ di
strada nelle gambe e per tutto pranzo due bastoncini di canna
da zucchero o qualche pannocchia di granoturco...”.
Comiche dei miei neretti
Si rifà vivo P. Gianni Delli per parlare di “Comiche dei
miei neretti”: momenti di ilarità, i lati comici di certe situazioni
che, oltretutto, hanno rafforzato la mia intenzione di lavorare
con entusiasmo. Siamo nei mesi di agosto e settembre: due
mesi di lavoro duro e snervante dedicati al masonkano.
“... Il masonkano è la preparazione dei catecumeni al
Battesimo e dei bambini alla Prima Comunione. Nel giorno
stabilito in precedenza tutti coloro che hanno iniziato a
imparare il catechismo da un anno o due vengono sottoposti a
dei colloqui in cui dimostrano quanto sanno. Chi ha già
qualche nozione viene ammesso al masonkano, gli altri, che
ancora non hanno appreso nulla, vengono rinviati all’anno
seguente. Ma è proprio durante questi dialoghi che se ne
sentono delle belle, soprattutto dalle persone anziane. Gli
argomenti dei colloqui sono le prime nozioni di catechismo:
chi è Dio ecc… Certe risposte di questi neri, abituati a vivere
per tanti anni nel paganesimo sono fenomenali.
Ad una donna anziana chiesi: “Quante sono le persone
della SS. Trinità?”, e le lei mi rispose: “Aspetti, Padre, che le
125
conto”, e si mise a fare i conti. Il risultato fu più che
soddisfacente, poiché essendo le dita delle mani dieci, ne
risultò che le suddette Persone erano dieci. “Dimmi i nomi”,
ripresi io. E qui vennero fuori i nomi dei Padri che conosceva...
Il giorno prima della Confessione i bambini vengono
preparati da alcuni catechisti più o meno intelligenti, che, a
volte, insegnano ai bambini di confessare certi peccati che,
poveretti, non sanno che cosa siano e che non riuscirebbero
mai a commettere...
Il giorno dopo ai bambini già battezzati si dà l'Eucaristia e
anche qui si esercita la pazienza. All’inizio della S. Messa ho
detto ai ragazzi: “All’offertorio verrò alla balaustra e
presenterò ad ognuno di voi la pisside da cui dovrete prendere
l’ostia da consacrare. Capito?”. “Sì,Padre!”. Allora ho preso un
bambino e una bambina: la prova davanti a tutti riuscì
magnificamente. Inizio la Messa e arriva il momento
dell’offertorio. Procedo al rito concordato delle ostie da porre
nella pisside. I primi vanno bene, poi arrivano i soliti zucconi
che prendono tre ostie e se le mettono in bocca...
Si arriva così al momento della Comunione e anche qui
succedono scene piuttosto curiose: l’uno vorrebbe togliersi
l’ostia della bocca, l’altro ti morsica un dito, un altro non vuole
aprire la bocca. E dire che avevo fatto un numero incredibile di
prove!
Il giorno seguente si svolse le cerimonia dei Battesimi agli
adulti, ed è in questo che ci si sente più contenti anche in
mezzo a tanto lavoro: nuove leve che vengono ad ingrossare le
file cattoliche: 225 è un bel numero!
Il venerdì: matrimoni. Già dalle sette del mattino i
promessi sposi con i loro testimoni sono pronti alla cerimonia.
Al momento fatidico tutti pronunciarono commossi il loro “sì”.
Terminata la cerimonia fotografai le varie coppie.
Sabato: Cresime. Tutta la succursale è in festa : arriva il
vescovo. Con un capo catechista cerco di mettere in ordine i
cresimandi e li accompagno in chiesa per le prove generali.
126
Verso le undici, salutato da grida di gioia, arriva il vescovo.
Tutto procede bene. Alla fine c’è la consegna dei doni da parte
dei cristiani... E’ un lavoro duro, però alla fine si è
soddisfatti!”.
Campane... Campane... Campane...
È l’appello che da Fort-Johnston invia P. Tarcisio Betti.
“...E’ il mattino della domenica 22 ottobre 1967, Giornata
Missionaria Mondiale. Verso le sei esco dalla casa dei
missionari per dirigermi verso la chiesetta della missione. Ad
un tratto sono assalito da mille pensieri. Mi fermo di botto.
Quasi contemporaneamente, come ad un segnale convenuto, tre
campanine cominciano a lanciare nell’aria i loro allegri
rintocchi.
Di fronte a me è la campana della missione cattolica che
suona e richiama i suoi fedeli all’adempimento del precetto
domenicale, a circa 200 metri, sulla sinistra, è la campana della
missione protestante che chiama i suoi fedeli a lodare il
Signore nel giorno santo; dalla parte opposta, a circa 300 metri,
c’è un’altra campana, quella della missione anglicana, che con
note allegre chiama essa pure i suoi fedeli a cantare le lodi del
Signore. Siamo tutti cristiani, della famiglia di Dio, eppure...
tre campane, tre chiesette, tre gruppi separati. Il mio cuore non
può fare a meno di provare un doloroso shock. Ma non mi sono
fermato a piangere, anzi, mi sono ripreso subito, pensando:
quei buoni neri cristiani lasciano la casa e vanno verso la loro
chiesetta a cantare le lodi del Signore, condotti per mano dalla
loro fede in Dio e nel Salvatore di tutti gli uomini, Gesù Cristo.
E chi oserà lanciare loro la prima pietra? L’Arcivescovo
anglicano di Canturbery, dopo tanti complimenti, abbracci e
baci fraterni a Roma, in una recente conferenza tenuta nel
Canada, diceva che differenze enormi ci separano da Roma:
l’infallibilità del papa, le controversie sulla Madonna, la
pretesa della Chiesa Cattolica di essere la sola vera Chiesa...
127
Così non la pensano i neri cristiani protestanti che si
addolorano per la morte di Papa Giovanni e vanno in giro con
un Rosario e.lo recitano. Pensando a tutto questo, andai in
chiesa a pregare: ut unum sint!”.
128
1968
Tempo di raccolta
So che mi volete bene ed anch’io a voi
P. Michele Gotti autorizza la pubblicazione delle sue
lettere a mamma Giovannina e alle sorelle. Racconta
l’esperienza di quattro anni di missione in Malawi.
Alla partenza “... quando vi ho salutato forse avrete notato
un po’ di freddezza da parte mia. Non era veramente così, ma
ho cercato di proposito gli ultimi momenti di sbrigarmela in
fretta per non dar modo ad inutili lacrime che sarebbero state
solo dannose sia per me che per voi. So che mi volete bene ed
anch’io devo dire lo stesso per voi, ma proprio per questo
dovete essere contente come lo sono io adesso, a poche ore
dalla partenza perché, io con la gioia della partenza e voi con il
sacrificio del distacco, rispondiamo ad un preciso disegno di
Dio, Allegri quindi e continuate le vostre partite a scala
quaranta: appena giungerò a destinazione le continuerò
anch’io. Devo ammettere di essere davvero contento e voglio
che lo siate anche voi...”.
A proposito dei primi incontri africani scrive: “...Sono
finalmente giunto a destinazione! E dal fatto che vi scrivo è
segno che sono giunto sano e salvo... Mi verrebbe la voglia
d’insegnare il bergamasco ai miei neretti, così per me sarebbe
più facile comunicare, ma temo che dovrò rassegnarmi a
studiare io inglese e cininaja, L’anno 1965 perciò si apre con il
grosso impegno di dover imparare le due lingue...”.
Sul piatto tipico che ha trovato al suo arrivo in Malawi,
scrive: “... Volete sapere cosa ho mangiato questa sera? Eccovi
accontentati: riso bollito, carne, verdura e, finalmente, un piatto
di formiche! E le ho volute mangiare proprio per levarmi una
curiosità. Sono grosse poco meno del dito mignolo, lunghe due
centimetri. Escono ordinate una dopo l’altra ma solo nel
periodo delle piogge. È interessante osservare i neri seduti
129
accanto ai buchi da dove fuoriescono le formiche. Le prendono
ad una ad una, strappando loro le ali e, se sono affamati, le
mangiano subito, altrimenti ne raccolgono un bel mucchietto e
poi le fanno arrostire... Voi certo mi chiederete: “Ma sono
buone?”. Beh, se devo dire la verità, anche se nella mia vita
non ne dovessi mangiare più, non piangerei certo per il
dispiacere!”.
I due buoni ladroni
È una storia di conversione raccontata da P. Tarcisio Betti.
“... Ero stato avvertito dal sovraintendente alle prigioni di
Zomba che entro alcuni giorni due carcerati sarebbero stati
impiccati per i delitti commessi. Era sua abitudine avvertire in
questi casi i missionari; e noi si andava là cercando di far
qualcosa per quei poveretti prima del loro incontro con Dio.
Un pomeriggio, col cuore grosso, entrai nella prigione e mi
feci indicare il luogo dove si trovavano i due condannati. Erano
seduti, uno accanto all’altro, con catene ai piedi, le braccia
intorno alle ginocchia; guardavano per terra. Mi avvicinai, li
salutai e domandai loro come si sentivano. Mi guardarono
senza dire una parola. Cercai d’iniziare un discorso chiedendo
da dove provenivano. Nessuna risposta; mi guardavano,
sorridevano e basta. Continuai a domandare se avevano
mangiato. Sorrisi ironici, nient’altro. Visto che per il momento
non c’era proprio nulla da fare, andai a visitare gli altri
prigionieri, cercando di farli stare allegri. Poi tornai da quei
due. Dissi loro che non mi avevano neppure restituito il saluto,
ma che, se avevo tempo, l’indomani mattina sarei di nuovo
tornato da loro. In risposta ottenni solo sorrisi beffardi.
Il giorno dopo: stessa scena, stessi gesti da parte mia. Uno
di loro disse all’altro: “E’ qui ancora a seccarci!”. Si alzarono
lentamente e trascinando le loro catene andarono a sedersi a
qualche metro di distanza, quasi a dirmi di non scocciarli più.
130
Alle mie domande opposero il solito impenetrabile silenzio. Lo
stesso accadde per l’altra visita del pomeriggio...
Il terzo giorno: la stessa suonata. È inutile dire che in quei
giorni pregavo e facevo pregare per quei poveretti affinché Dio
toccasse loro il cuore. Ebbi modo di rivederli la sera prima
dell’esecuzione. Erano in una cella speciale, accanto al luogo
dove sarebbero stati impiccati. Quattro guardie vigilavano. Le
loro catene terminavano in anelli fissi nel cemento della parete.
Appena mi videro incominciarono ancora a sorridere di
scherno. “Sono venuto qui per aiutarvi. Voi non mi avete mai
voluto ascoltare... Domani io vedrò ancora il sole, gli amici e
parlerò con loro, ma voi domani mattina entrate là dentro e
tutto finirà...”. Queste parole li scossero terribilmente. “Ci
scusi, Padre, abbiamo sbagliato! Ci aiuti come può, noi siamo
pronti ad ascoltare quelle che vorrà dirci”.
Sentii il cuore cantare di gioia e siccome il tempo stringeva
cercai loro di parlare di Dio... Era ormai mezzanotte, ero stanco
morto e dissi loro di ripensare un po’ e che sarei tornato il
mattino presto. Verso le 4 ero di nuovo da loro. Li convinsi a
ricevere il Battesimo. Ritornai alla missione per prendere il
necessario e li battezzai. Erano felici e andarono alla morte
sereni..”.
Dal “Fronte” delle missioni si fanno vivi diversi
missionari. P. Remigio Villa comunica di essere giunto “... a
destinazione qui a Balaka, dopo un viaggio di 23 giorni di
mare. Ora devo fondare una missione d Ulongwe, a 30
chilometri da Balaka. C’è una comunità di cristiani in mezzo a
musulmani, con una povera chiesa e una capanna in mattoni
per il missionario. È da anni che questa povera gente attende un
sacerdote. Purtroppo non c’è acqua potabile e tanto meno luce
elettrica, ma in compenso c’è la musica di zanzare che ci tiene
svegli. Dovrò metter su casa...”.
131
I miei amici neri mi vogliono bene
P. Giancarlo Palazzini rassicura amici e parenti che “... i
neretti mi vogliono molto bene, specie quando m’interesso di
loro. Però hanno sempre il mal della...mano tesa:
invariabilmente, dopo una o due volte che sono venuti a
trovarti, ti chiedono qualche cosa, anche se è un oggetto che
non conoscono e non sanno a che serve. Da quando poi ho
comprato la moto i ragazzini non si stancano mai di
domandarmi di fare un giretto. La loro massima felicità è
quella di poter salire in macchina o in moto, anche se per
tornare indietro devono percorre un chilometro a piedi”.
Dopo aver ricordato che con gli stregoni non ha avuto
finora nulla a che fare, afferma che, tuttavia “... essi continuano
il loro lavoro anche con i cristiani. Non è raro il caso di vedere
mamme cristiane che appendono al collo dei loro bambini
amuleti pagati profumatamente allo stregone. Non c’è da farsi
delle illusioni: il cristianesimo non è ancora penetrato, è solo
alla superficie: il substrato è ancora pagano. Il lavoro è ancora
molto”.
Il mio lavoro tra i paesi delle Ande
P. Luciano Ciciarelli scrive per parlare del suo lavoro:
“...Solo tre volte mi sono inoltrato tra le Ande seguendo
per 90 chilometri il corso del fiume, su vie fiancheggiate da
orrendi precipizi. Lassù a 3300 di altitudine c’era un clima
primaverile, con ricche piantagioni di fave. Il paese dove mi
recai ha 1500 abitanti. Vi restai 3 giorni in occasione
dell’Assunta, battezzando 53 bambini. Il Parroco vive a 80
chilometri e ha sotto la sua giurisdizione un’infinità di piccoli
paesi che visita una volta l’anno, quando qualche altro
sacerdote non lo sostituisce, come ho fatto io...
I Peruviani, quasi tutti cattolici, bevono poco vino, in
compenso si ubriacano frequentemente con la birra o la grappa.
132
L’ubriacatura è considerata quasi un dovere in occasione dei
funerali, specie nel cimitero, subito dopo la sepoltura. Un
giorno riuscii a stento a cacciar fuori dal cimitero l’addetto alla
distribuzione...”.
I grattacapi del missionario
P. Antonio Marchesi confida agli amici i suoi grattacapi di
missionario:
“...Forse la mia immaginazione corre troppo svelta ma ci
sono tante cose da fare... Non sono i progetti che mancano. In
fatto di scuole si direbbe che le mura delle nostre aule si
restringano sempre più... Non c’è mai posto abbastanza. Ce ne
sono in tutti gli angoli, poi, ad un certo punto, bisogna
sdoppiare le classi, cercare un altro ambiente e un nuovo
maestro. Per le famiglie e la parrocchia è un problema grave,
un problema che ogni anno, dato l’aumento delle nascite, si
farà più acuto. L’istruzione è l’impegno più importante per un
paese che in fatto di industria deve ancora iniziare. Giunti ad
un certo punto non basta saper leggere e scrivere, ma
bisognerebbe preparare i giovani al lavoro, anche il più
semplice, come fare il contadino, seguendo metodi moderni.
A livello diocesano è stato aperto un centro di agricoltura e
allevamento, e venticinque famiglie giovani seguono dei corsi
speciali durante un anno. Poi ritornando alle loro case cercano
di convincere la gente del villaggio a cambiare metodo. Ma in
generale sono duri e diffidenti.
Le nostre Suore, in margine alla scuola propriamente detta,
tengono corsi di cucito, puericultura e cucina. Però non vedono
ancora troppo interesse per queste cosette che non danno un
diploma e non aprono possibilità di guadagno...”.
133
I musulmani della mia missione
P. Gianni Delli torna sul tema dei musulmani della sua
missione:
“... La nostra missione è una delle più difficili in quanto il
70% sono musulmani, molto duri a convertirsi, attaccati come
sono alla loro religione. A Mpiri sono il 70%, a Namwera il
95%, a Fort-Johnston il 98%, a Balaka il 50% e a Utale il 40%.
Durante la mia ultima tournée andai a visitare uno dei nostri
villaggi: Mantenje. C’erano solo 7 cristiani, tutti ragazzi che
avevano ricevuto il battesimo tre anni fa, e qui avevano
continuato la loro vita da pagani...
Per la prima volta mi è arrivato vicino un leopardo!... Ero
giunto a Cacenga, un villaggio che dista 30 chilometri da
Balaka. Dopo aver chiacchierato un po’, alcuni cristiani
vennero a darmi il benvenuto e ad offrirmi dell’acqua da bere.
Verso le 16 arrivarono altri cristiani per confessarsi; alle 17
recitammo il Rosario. Calando già le tenebre alcuni cristiani
erano andati a prendere la stuoia per dormire all’aperto. Io
andai a dormire nel mio lettino da campo. Verso le 2 di notte il
leopardo si fece sentire...; poi a poco a poco si avvicinò e, di
scatto, azzannò un cane che gli stava vicino e se lo portò via...
Due giorni dopo ero a Cianguani. Qui stavano festeggiando la
fine delle scuole. La mattina seguente, solo una trentina di
cristiani arrivarono a Messa., gli altri erano nei campi a
custodire il granoturco dalle scimmie: una vera peste per i
poveri neri....”.
Parto per un giro missionario di qualche giorno
P. Giancarlo Palazzini scrive per informare sul suo giro
missionario.
“Parto per un giro di 4 giorni; devo visitare i cristiani dei
villaggi vicini. Causa la stagione delle piogge che rende i
sentieri impraticabili devo lasciar a casa la moto e inforcare la
134
bicicletta. In alcuni punti il sentiero diventa un vero pantano
con un fango che spesso gioca brutti scherzi anche alle jeep...
Dopo due o tre chilometri dovetti fermarmi, perché, con
tutto il fango che si era appiccicato tra ruota e parafango, era
come pedalare con i freni tirati...
Finalmente arrivo davanti alla chiesetta, manco a dirlo di
paglia e fango. Ad attendermi c’è il capo della cristianità ed
alcuni fedeli. I primi arrivati sono già in chiesa per confessarsi.
Mi metto la veste. Naturalmente niente confessionali: uomini e
donne si trovano a quattr’occhi con il sacerdote. Coloro che
desiderano comunicarsi depongono una festuca in un luogo
determinato in modo che il catechista, contandole, potrà riferire
il numero esatto di ostie da consacrare. Si confessano quasi
tutti. Quindi la Messa nella lingua del luogo.
Terminata la celebrazione devo amministrare i battesimi a
tre marmocchietti. Ma ecco che iniziano a strillare. Le nostre
brave mamme africane non si perdono di coraggio, prendono la
mammella e la porgono ai figli...Alla fine consegno una
medaglietta della Madonna a ciascuna mamma da appendere al
collo dei piccoli battezzati, al posto degli amuleti.
A questo punto dovrei anche pranzare, ma non vedo nulla.
“Scusi, padre, non c’è nulla da mangiare! C’è carestia!”. Cosa
fare? Mi fumo una sigaretta e...via verso il prossimo
appuntamento...”.
Lettere dal fronte missionario
P. Remigio Villa fornisce ampie informazioni sulla nuova
missione di Ulongwe:
“... Nella nuova missione c’è solo una cappella in mattoni.
Ultimamente venne coperta di lamiere, il che l’ha migliorata di
molto. Poi P. V. Crippa vi mise il pavimento in cemento e la
imbiancò per bene, così che ci si sta anche senza mangiare
troppa polvere. Ora stiamo costruendo un altare in cemento,
pur lasciando il SS.mo nel centro della parete.
135
Cristiani? Ce ne sono abbastanza, malgrado tutto.
Conversioni poche a causa dell’ambiente musulmano e anche
del carattere debole degli anyanja. C’è tutto da fare: per ora il
missionario vive in una capanna di mattoni. Vicino al letto ci
sono sacchi di cemento, utensili, secchi d’acqua...
Occorre per prima cosa un dispensario con maternità. La
gente deve percorrere chilometri e chilometri per farsi curare.
Che Dio ci venga in aiuto! La seconda cosa necessaria sarebbe
la scuola. Ci sono parecchi ragazzi: le quattro aule che
minacciano rovina, hanno banchi rovinati dalla termiti. Molti
ragazzi devono accontentarsi dell’ombra delle piante come aula
scolastica, ma il vero guaio è che quando piove sono costretti a
fare vacanza...
Più tardi si penserà a costruire la casa dei Padri e delle
Suore. Quanto bene di potrebbe fare!....All’opera, dunque, caro
amico. “Non ti scordar di me!”.
Con gioia ho ricevuto le casse
P. Pietro Mucciarda ringrazia del materiale giunto
dall'Italia. “...Con immensa gioia ho ricevuto le casse, arrivate
in Africa a mezzo di P. Villa. Vi ho trovato tante medicine. Un
vero ben di Dio! A nome dei miei neri ringrazio sentitamente i
cari benefattori.Quanta gioia sui volti dei neri nel vedere tutte
quelle medicine! Finora ero fornito solo di pasticche di
aspirina; è la medicina che uso per tutte le malattie: mal di
testa, raffreddori, mal di pancia, ferite... Il bello è che tutti
guariscono ugualmente. Per fortuna mi trovo in Africa
altrimenti mi manderebbero in galera...”.
Il primo religioso monfortano peruviano
Dal Perù P. Amato Prisco fa sapere che abbiamo il primo
religioso monfortano peruviano.
136
“... La terra di S. Rosa da Lima e di S. Martino da Porres
quest’anno si è mostrata prodiga anche verso i Monfortani.
Non ha concesso loro doni di natura, ma qualcosa di più
prezioso. Avrebbe potuto arricchirli di bronzo, di rame, di
argento, di prodotti del sottosuolo, insomma; invece ha
preferito regalare loro un uomo: un tretatreenne molto bruno,
dalla statura normale, senza padre e senza madre, fornito di
parecchie qualità e dotato di una volontà adamantina. Non è un
essere eccezionale, ma un vero figlio della Sierra. Anche se
nato a Lima, nelle sue vene pulsa sangue andino, perché dalla
Cordigliera provenivano i suoi e là ha trascorso la sua infanzia.
Abilio Vega Tamara dal 2 febbraio scorso si è
snazionalizzato. Ponendosi a servizio della Chiesa, sotto
l’egida di S. Luigi da Montfort, ha acquistato diritto di
cittadinanza in tutti i paesi del mondo. Ovunque languisca un
fratello ivi deve accorrere per aiutarlo. Sconfinato risulta ormai
il suo raggio di lavoro. Dalla tipografia, dove sudava con lo
scopo di guadagnare per sé, adesso è passato ad una
professione che gli imporrà di sacrificarsi anche per gli altri...
Noi che viviamo da anni con lui, al vederlo oggi al nostro
fianco come membro attivo della Congregazione, ci sentiamo
sinceramente orgogliosi del suo spirito di bontà...”.
Sempre dal “Fronte” P. Remigio Villa confida alcuni
sui sentimenti:
“... Sono felice di trovarmi di nuovo in missione. Sono
sempre in mezzo ai neretti. Quanti bambini! Nidiate intere,
anzi delle piccole folle in ogni villaggio. Da mattina a sera
queste creature considerano casa loro l’abitazione del
missionario...
L’altro sentimento che invade il mio cuore, è quello della
tristezza: la maggior parte di questi bambini non sono cristiani
e forse non lo saranno mai, dato che qui la maggior parte della
popolazione è maomettana.
137
La missione fa funzionare solo 4 scuole. Senza certi
regolamenti ne potrei aprire almeno una diecina, invece... chi
ha studiato ha studiato, gli altri camminino o dormano al
villaggio. Alcuni giorni fa ho detto la Messa in una scuola alla
presenza di oltre 230 ragazzi e ragazze. Comunioni? Quattro e
nessuna di quella scuola.
A volte dico la Messa sotto un albero e nella veranda di
una povera capanna. I ragazzetti imparano sotto una pianta.
Qui alla missione prima di una casa per il missionario
occorrerebbe un ospedale-maternità, una casa per le Suore ed
infine una chiesa che porti l’idea della religione a questi poveri
musulmani. Talvolta mi sento perdere d’animo e mi domando:
“Ce la farò a costruire qualche cosa dove manca proprio
tutto?... All’opera per amor di Dio e delle anime!”.
Trionfo di fede nel Malawi
È il commento di P. Remigio Villa alla cerimonia
d’intronizzazione a Limbe del primo arcivescovo e primate del
Malawi: Mons. Giacomo Ciona.
“...La domenica del Buon Pastore, festa del Santo di
Montfort, veniva intronizzato a Limbe il primo arcivescovo
africano del Malawi, S. Ecc. Mons. Giacomo Ciona. La
cerimonia si svolse sotto il bel cielo dell’Africa, tra uno
sventolio di bandiere, un applaudire e cantare di popolo (20
mila persone!).
Lo stesso Presidente del Malawi volle essere presente alla
lunga cerimonia durata quasi tre ore. Tutta la gerarchia era lì e
concelebrava con il nuovo Arcivescovo, ora capo di tutti i
cattolici del Malawi. Nessuno dimenticherà l’impressione
solenne, quando la figura maestosa di Mons. Theunissen saliva
per l’ultima volta il trono da lui occupato per 17 anni. Era
raggiante di gioia nel vedere che quel che aveva preparato con
anni di sacrifici e lavoro costante, ora si realizzava.
138
Venne letta la Bolla Papale di nomina ad Arcivescovo, sia
in cinianja che in inglese. Al termine della lettura Mons.
Theunissen si alzò e con parole commoventi presentò al popolo
acclamante il suo successore tra gli applausi e le grida di gioia
di tutti...”.
Mi sono fatto contadino con i contadini
Dalla Grande Isola Rossa scrive P. Angelo Rota: “Mi sono
fatto contadino con i contadini”.
“... E’ proprio impossibile mettere radici in questo paese.
Infatti eccomi dopo un solo anno dal mio ritorno in
Madagascar spostato dalla città alla campagna. Stavolta però ci
sarebbero tutte le condizioni per mettere le radici: sono
ridiventato contadino coi contadini come ai bei tempi della mia
infanzia. A 25 chilometri da Tamatave, in mezzo a 21 famiglie
Betsimisaraka devo formare un centro a partire dalla loro vita
campestre per farne dei veri figli di Dio.
Dopo anni e anni di evangelizzazione propriamente detta
tra i nostri Betsimisaraka si è venuti alla conclusione che la
conversione di questa gente si deve fare a partire dalla base.
Inutile insistere sulla fede quando non si mettono in condizione
di viverla. Meglio quindi partire da una formazione umana
perché ci sia convinzione e volontà e metodo.
Ecco quello che vuole da me il Vescovo di Tamatave,
mettendomi alla testa di questo “Centro di Educazione
Familiare e Rurale di Antsiramandroso”. Uomini e donne
tornano o ci vanno per la prima volta, sui banchi di scuola e dai
banchi di scuola passano ai campi, agli allevamenti, alla
cucina, al laboratorio di taglio e cucito, per mettere in opera i
talenti ricevuti da Dio.
Gli inizi sono duri e si capisce. Andare a scuola a 25/30
anni, come i loro figli, lasciare il villaggio e tutto e tutti per
chiudersi al centro dove tutto è forestiero, imparare e praticare
metodi di lavoro che nessuno avrebbe mai immaginato, andare
139
contro certi tabù, bisognerebbe essere dei robot per non
risentirne. Eppure siamo alla quarta sfornata. Una media di 20
coppie di sposi all’anno, e tutti , dopo i primi smarrimenti si
sono messi all’opera, hanno cambiato vita. Quello che più
conta sono tornati ai loro villaggi per dire a quanti li
circondano di avere fatta la scoperta di quello che li aiuterà a
vivere da veri uomini, da veri figli di Dio.
Le difficoltà non toccano solo gli sposi, ma riguardano
anche me. Ce ne sono di ordine materiale, tecnico, morale e ...
finanziario. Bisogna essere fermi; una volta dato un ordine si
deve esigere che venga rispettato ed eseguito. Si ha a che fare
con degli adulti, con gente poco acculturata. Ci vuole molta
comprensione e sarebbero necessari più mezzi scolastici e
attrezzature più adeguate...”.
Sono un Fratello Coadiutore, mi occorrerebbe un camion...
Dal Malawi arriva una testimonianza di Fratel Gustavo
Maria:
“... Sono un Fratello Coadiutore Monfortano e da tre
anni in missione ho già potuto costruire a Namwera una casa
per le Suore indigene, per ora adibita a maternità, una casa per
le stesse Suore a Nankwali e un piccolo ospedale con
dispensario.
Ogni edificio è sorto con immensa abnegazione di questi
poveri africani, i quali hanno dovuto eseguire il trasporto del
materiale sulla propria testa.
Vorrei fare di più perché sono giovane, pieno di
entusiasmo e felice di essere in questi luoghi dove ogni minuto
può essere santificato con opere di bene; ma mi occorrerebbe
un camion nuovo da almeno tre tonnellate. Sarà un sogno? La
Provvidenza vorrà concretarlo?”.
140
Ancora lettere dal “Fronte”
La prima è di P. Antonio Marchesi che scrive per
denunciare la mancanza di mezzi e di missionari.
“...Oggi piove e sul serio! Un ciclone si trova a 200 Km.
ad est di Tamatave e si avvicina alla costa alla velocità di 15
Km. orari. Quindi potrebbe capitarci addosso questa sera. Dio
ce ne liberi! Sarebbe uno sfacelo! Per distrarmi un poco ho
pensato di scrivere alcune righe, anche se il cuore pensa a tante
piantagioni, capanne che fra poche ore potrebbero essere
annientate dalla bufera.
Sono qui solo, l’altro Padre sta terminando un giro nei
villaggi. Torna domani e giovedì sarà il mio turno. Da quando
siamo rimasti in due a Brickaville, si gioca a nasconderella:
uno dentro e l’altro fuori e viceversa. Eppure non riusciamo a
vedere tutto il territorio, a seguire tutti i cristiani. Stiamo perciò
progettando una squadra volante, un gruppetto di uomini decisi
a venire in aiuto ai loro fratelli in Cristo.
Questi si riuniscono ogni giovedì sera e preparano il
programma della domenica. Al sabato sera ognuno prende la
sua strada, a piedi, in bicicletta, in piroga. Giunti nel villaggio
radunano i cristiani e insieme preparano la preghiera
dell’indomani. Bisogna sentire che preghiere che ti mettono
assieme. È davvero la preghiera del loro villaggio e ognuno
porta in chiesa il suo carico di bene e di male. Ascoltano
attentamente l’istruzione e prendono delle risoluzioni.
Mi dicono che la gente s’interessa molto. È la religione
vissuta nella loro vita. Siamo agli inizi. Le difficoltà non
mancano: non sono solo le forature di bicicletta... ma
soprattutto trovare e preparare questi uomini. Oggi lo fanno
gratuitamente: durerà?”.
P. Achille Valsecchi scrive per parlare delle sue più recenti
“esperienze missionarie”. Informa che al seminario di
141
Tamatave alcuni ragazzi della missione frequentano la scuola
con il desiderio di farsi sacerdoti.
“...Attualmente sono nove e i Superiori dicono che sono i
più bravi, intelligenti e i più accaniti nel lavoro. Quando
vengono in famiglia è una benedizione per la parrocchia di
Brickaville, perché si occupano delle funzioni religiose e
insegnano canti, giochi e rappresentazioni”.
P. Remigio Villa racconta la festa dell’apertura della
nuova missione di Ulongwe.
“...Poteva passare come cosa di ordinaria amministrazione
ecclesiastica, invece tutti ne parlano, tutti se ne sono interessati.
Una folla di parecchie migliaia di persone si trovarono presenti
alla formale apertura della missione. Solo i bambini delle
nostre scuole erano oltre mille.
Dopo la Messa, discorsi, canti, saluti e programmi. Sotto la
veranda della piccola casa trovarono posto il Vescovo, il
ministro Kuntumanjie e i due parlamentari della Regione di
Fort-Johnston. I ragazzi della centrale iniziarono i loro canti:
primo l’inno nazionale, poi il saluto al Vescovo, ai ministri. Un
ragazzo lesse l’indirizzo al Vescovo poi al ministro. Cominciò
a rispondere il ministro. Pur essendo maomettano apprezza le
scuole e le missioni cattoliche, conta su di esse. Dopo aver
ricordato quanto venne fatto altrove, espresse la sua certezza
che anche ad Ulongwe i missionari faranno qualcosa di bello e
di grande per questo regione tanto depressa. Vorrebbe che i
Padri Monfortani Italiani e le loro Suore costruissero ospedali,
dispensari e scuole come hanno fatto altrove.
Sentendolo parlare mi tremava un po’ il cuore. Mi dicevo,
ci arriveremo?, ovvero deluderemo l’aspettativa di questa
gente? Immaginate gli applausi della folla a tali prospettive!
Non bisogna essere così in miseria come la gente di qui per
prendere i desideri come sogni già realizzati! La gente crede
che tutto verrà con un tocco di bacchetta magica...
142
P. Adriano Preda , dopo aver ringraziato tutti per gli
aiuti ricevuti, anticipa alcuni progetti:
“...Attualmente i miei pensieri sono rivolti alla costruzione
della chiesa parrocchiale della missione per accogliere i miei
bravi neretti che ardono dal desiderio di essere istruiti nella
religione ed elevare la loro mente e il loro cuore nella preghiera
al Signore. L’attuale chiesa, a forma di croce latina, costruita
30 anni fa e ampliata da P. G. Giavarini, è vecchia e cadente ed
è capace solo di 400 persone. I miei cristiani del centro sono
oltre 1500 e la domenica il posto non basta e sono costretto a
ripetere le funzioni. Inoltre, mentre celebro, devo stare sempre
all’erta e tenere un occhio al soffitto di paglia per scansare
qualche pezzo di trave rosicchiato dalle formiche rosse. Ormai,
alle prossime piogge, dovrò assistere impassibile al crollo di
questa chiesa...”.
P. Pietro Valsecchi, già da dodici anni missionario nel
Madagascar, a Natale lascerà per la terza volta l’Italia per
raggiungere e continuare il lavoro fra i suoi malgasci. Prima di
partire saluta e ringrazia i lettori de “L'Apostolo di Maria”.
“... Ritorno nella mia missione perché è naturale
continuare un lavoro già iniziato e poi...perché voi, miei cari
amici, mi avete caricato di tante cose che bisogna pur portarle
in missione. Quindi è per far contenti voi che riprendo la strada
del Madagascar. C’è qualcosa in me che mi richiama laggiù.
Dopo 12 anni la pianta ha messo profonde radici e così
pure l’amore per la propria missione che diventa una seconda
patria per il missionario. Amo molto il mio campo di lavoro e
non posso dimenticare tante persone che hanno posto la loro
speranza e la loro fiducia nel missionario. Quando, nel luglio
scorso, partii da laggiù, avevano paura di perdermi. Alcuni
avevano voglia di piangere e per superare la commozione
gridavano: “Ritorna presto!”. Altri mi tenevano la mano per
trascinarmi lontano dall’auto che mi doveva portare via.
143
Due giovani, che erano lontani per motivi di studio, mi
scrivevano: “Siamo tristi nel sapere che parti e tristi pur
dicendoti arrivederci. Ti ringraziamo per tutto il bene che hai
fatto a noi e alla nostra famiglia e soprattutto per il nostro paese
di Ilaka Est che tu hai amato tanto e amerai per sempre. Noi
non abbiamo nulla da offrirti per il viaggio, eccetto questa foto
della nostra famiglia e i nostri cuori. Pregheremo per te, per
tutti i tuoi parenti d’Italia che ti aspettano da tanto tempo e
perché il tuo viaggio sia felice. Speriamo di rivederti tra breve
tempo”.
Ormai l’amicizia ha messo profonde radici e questi
cristiani indigeni hanno posto tanta fiducia nel loro missionario
che sarebbe inumano abbandonarli. Difficoltà e sofferenze ce
ne sono ovunque, ma quando si ha fiducia in qualcuno si ha il
coraggio di progredire. E nella missione si progredisce nel
senso sociale e religioso. Migliorare ogni giorno più la
costruzione delle case, la coltivazione dei campi,
l’insegnamento pratico e la preghiera della domenica. Il
missionario sta con loro, lavora con loro e prega con loro
presentando al Signore tutte le necessità materiali e spirituali di
ogni settimana
L’impronta missionaria italiana è visibile nella nostra
missione. Tanti paesi ormai hanno una prova concreta del
lavoro compiuto dai missionari italiani nella diocesi di
Tamatave. È stato un lavoro di collaborazione e tanti centri
dimostrano la vitalità dello sforzo compiuto. Le giovani
famiglie si sono organizzate meglio nei lavori dei campi,
aiutandosi vicendevolmente e comprando degli attrezzi di
lavoro. Le mamme hanno imparato a preparare qualcosa di più
nutriente per il pasto e a vestire con più gusto i loro bambini.
Gli uomini, nei tempi liberi dai lavori dei campi, sanno fare
qualcosa d'altro, un po’ d'artigianato e così migliorare le entrate
per la famiglia. Ma c’è ancora molto da fare...
Gli operai sono pochi. Nella mia parrocchia, considerata la
sua vastità, i cristiani vedono il missionario una sola volta ogni
144
due mesi. Fatto il programma del mese, i tre Padri partono
visitando ciascuno una parte della vasta parrocchia. Dopo due
settimane di tournée, si ritorna al centro. Siamo stanchi, con
tanti problemi in testa, con tante miserie viste e ne parliamo tra
di noi, ci facciamo coraggio a vicenda, ci rimettiamo un po’ in
sesto fisicamente e spiritualmente.
Per tutto questo torno in Madagascar, sperando che il
coraggio non mi manchi, soprattutto rinfrancato dal fatto che
tanti mi hanno dimostrato ancora una volta la loro amicizia...”.
Nella “Caienne” delle Diocesi di Zomba
P. Giovanni Losa informa sulle sue prime esperienze
missionarie.
“... Sono da un po’ di tempo nella bella Nankwali: un
posticino meraviglioso sul lago Nyassa che farebbe l’invidia di
tutti se non fosse considerata la “Cayenne” della diocesi di
Zomba per via della sua lontananza e del numero grandissimo
di zanzare e pipistrelli. Per fortuna che c’è la compagnia delle
scimmie e il grido rauco di qualche coccodrillo e ippopotamo
che razzolano beatamente nella palude. Dicono che ci siano
anche certi serpentelli piuttosto lunghini che, drizzandosi su
come un manico di ombrello, ti salutano scuotendo un certo
numero di campanelli. A stare poi a certi cartelli posti lungo le
strade, si potrebbe supporre di passare da una zona frequentata
da elefanti.
Qui sembra che tutta la terra sia sabbia, specie sulle strade.
Quando incontri un’altra macchina, la vedi da lontano un
miglio, perché viaggia contornata da un alone che ti da
l’impressione che si avvicini uno squadrone di giubbe rosse, e
se non vuoi fare al figura del mugnaio deve chiudere in fretta i
finestrini e poi puntare deciso nella nuvola di polvere a occhi
chiusi, tanto per un po’ non vedi più nulla. E se in qual
momento ti si para davanti un branco di capre musulmane non
hai che infilarle una dopo l’altra. Tanto al ritorno te le
145
troveresti ancora lì sulla strada, perché i musulmani non
mangiano carne che non sia macellata dai loro muezzin.
Scrivo mentre fuori i ragazzi della Prima Comunione fanno un
baccano indiavolato. Sono una trentina. A questi si devono
aggiungere altri che io vado raccogliendo per far loro un po’ di
catechismo. Ho incominciato con due, ora ne ho una
quarantina. Prima c’era deserto e non vedevi anima viva, se
non qualche scocciatore, alla missione. Ora invece ho almeno i
ragazzi a scocciarmi e non si fanno pregare. Alle 6.30 del
mattino, quando il sole è appena spuntato, sono già qui.
Arrivano dai villaggi vicini. Alle 7 abbiamo la Messa e poi il
catechismo e qui giocano al pallone. Nel pomeriggio, alle 2
sono di nuovo qui fino alle 6: catechismo ancora e gioco. Se
avessi dieci anni in meno per gamba sarebbe un’altra cosa, ma
anche i ronzini devono ballare ed io sono di quelli.
Dei ragazzi protestanti mi aiutano a fare il catechismo
perché io con i miei denti cariati non riesco ancora a masticare
bene il cinianja. E sai qual è stato il segreto del miracolo?
Semplice: distribuisco del punti e poi alla fine darò qualche
pezzo di vestiario. Un ultima notizia: mi sono procurato la
macchina...”.
In questo stesso periodo scrive anche P. Gianni Delli per
parlare di nuovi cristiani: “...Avevo 65 adulti da battezzare e 56
bambini da preparare alla Prima Comunione. Quelli che erano
venuti da lontano si erano costruita la loro casetta di erba
vicino alla mia capanna. La sera ci riunivamo per recitare la
corona e la preghiera della sera...”.
Nella sua tournée di 19 giorni fuori residenza P. G. Delli
non poteva dimenticare la sua vecchia passione: “...Non
mancavano le partite al pallone: per l’occasione ne avevo
portarti due. Risultato: tutti e due sfondati... ed erano palloni
che mi avevano regalato gli Apostolini. Però così ho potuto
avvicinare e conoscere ragazzi e giovanotti...”.
146
1969
Mons. Assolari: Nuovo Prefetto Apostolico
Il nuovo anno si apre con “quattro chiacchere” di un
camminatore instancabile: P. Emilio Nozza. Dopo una vacanza
in Italia tornerà e riprenderà per la terza volta la via dell’Africa.
Ricorda ancora perfettamente la sua prima partenza per il
Madagascar, anche se ormai sono trascorsi 12 anni. Ma anche
dopo il secondo addio le difficoltà non sono mancate. Si
trattava di cambiare posto di lavoro: dall’isola del Madagascar
al Malawi, nel cuore del continente nero. Nuove popolazioni,
nuova lingua, nuovi usi e costumi: un mondo tutto nuovo da
scoprire!
“Dopo le prime esperienze - racconta - fui destinato alla
missione di Nankwali: un posto isolato che gode però di
un’ottima posizione sull’estremo sud del lago Nyassa...”.
A caccia senza fucile
Dal “Fronte” delle missioni P. Giovanni. Losa scrive per
aggiornare gli amici su fatti degni di essere ricordati. “A caccia
senza fucile”: è il titolo dell’ultima avventura.
“... Quella mattina, chissà perché, mi svegliai con una
voglia matta di andare a caccia, anche se in vita mia non ho
mai imbracciato un fucile. Destinazione Sosola, una località
lontana 20 miglia da Nankwali, sperduta nella brousse.
Come Dio volle e meglio che non sperassi, giunsi al
villaggio di Sosola. Sgusciando tra capanna e capanna,
scansando spioventi di tetti di paglia e galline e cavalcando
allegramente a ridosso del sentiero sbucai in una radura ampia
ed assolata come lo può essere una radura africana.
Sulle prime durai fatica a raffigurare la casa di Dio in
quella capanna rettangolare che mi si parava dinanzi allo
sguardo. Non che mi aspettassi una prepositurale bergamasca,
ma insomma qualcosa di più sì. Forse l’occhio non s’è ancora
147
abituato all’architettura africa e invece eccola lì: un recinto di
canne, intercalate a poco più di un metro di distanza, da rozzi e
sbilenchi pali che sorreggono il tetto in erbe, con due buchi per
porte. E il tutto sotto il bel sole africano che batteva sulle teste
come ai tempi di Don Camillo su quell’angolo d’Italia che si
chiama “La Bassa”. Mi fermai un istante a contemplarla, prima
di varcarne la soglia senza porta: il sole mi proiettava ai piedi
l’ombra della mia persona in una forma compressa e sgraziata.
Pareva che si burlasse di me e degli uomini e ci prendesse
gusto a farli apparire più piccoli e buffi...
Terminata la Messa, prima che portassero il pranzo, restai
un poco a chiaccherare con quei buoni cristiani e a sentire i
loro desideri. Naturalmente vertevano tutti nel desiderio di
veder più spesso il padre e, se fosse stato possibile, vedere
trasformata quella loro chiesa-capanna in un’altra di mattoni e
terra.
Dopo di che condivido col mio Capitao e due ragazzetti, lì
sui gradini immaginari dell’altare, il bel pranzetto di nsima e
fagioli. Ripartii seguito dallo stuolo dei ragazzi e dagli occhi
gioiosi dei vecchi.
Giungemmo sulla collina di Nankwali dopo le due: giusto
il tempo per buttarmi sul letto prima che la ciurma turbolenta
dei miei ragazzi del catechismo venisse a far baccano.
Arrivarono verso le 3.30, arrampicandosi in fila indiana come
formiche. Addio sonno! Di solito li osservo con una certa ansia
sbucare dai sentieri della foresta. Quella volta, no. Anzi,
speravo che ritardassero un po’. E invece, eccoli lì, più
numerosi che mai: sono quasi un centinaio, se non di più...”.
Consegna del Crocifisso a P. Ivo Libralato
Ad Arbizzano di Verona, in dicembre, Mons. Carraro ha
consegnato il crocifisso a P. Ivo Libralato, di S. Anna
Morosina (PD) e a Suor Augusta Carrara, Figlia della
Sapienza, di Comenduno (BG). Sono in partenza per il Perù.
148
Ecco alcune loro impressioni. “Sulle Ande - afferma P. Ivo
Libralato - ci sono 6 milioni di indios cristiani abbandonati da
tutti. Nessun prete ci vuole andare a causa di tante difficoltà. Se
non siamo noi giovani a muoverci un po’ per portare un aiuto,
un conforto a tutta quella gente, non so proprio chi si muoverà.
Da quanto mi è stato detto il mio campo di lavoro sarà
rappresentato dalle cristianità sparse in una determinata zona
delle Ande peruviane che potrò visitare 5 0 6 volte l’anno: è
poco ma è meglio di niente. Spero di poter fare anche un’opera
sociale, tanto necessaria per portare quelle popolazioni ad un
livello di vita più umano.
Parto senza alcun rimpianto: lascio con un po’ di nostalgia
il mio studio prediletto: la teologia, e con una certa apprensione
mio padre ottantaduenne...”.
Suor Augusta parla con semplicità: “... Mi ero fatta Suora
per conoscere meglio Dio e per essere disponibile a servire la
Chiesa. Il mio desiderio era di andare in missione, ma non
avevo mai fatto un’espressa domanda in questo senso ai miei
Superiori. Essi sapevano della mia aspirazione: stava a loro
decidere, io volevo essere nell’obbedienza. Ora vado in
America Latina con gioia.
Il fatto del bisogno dei fratelli mi ha sempre colpito e ha
creato in me il desiderio di soccorrerli. È una questione di
amore: il vero amore non ha limiti, esso abbraccia il mondo
intero. Se la vita è un dono, bisogna saperla donare agli altri.
Non è questione di generosità: è un dovere che mi viene dal
mio stato di cristiana e religiosa”.
Molte le lettere dal “Fronte delle missioni” in questo
periodo. P. Michele Gotti scrive alla mamma Giovannina per
farle sapere che ha acquistato una nuova macchina:
“...La vecchia macchina e la vecchia moto non vogliono
più andare avanti e per me non sarebbe un problema, ma ci
sono le benedette madri che si decidono di chiamarmi solo
quando non ne possono più... e come faccio senza macchina?
149
Quello che mi ha fatto decidere è stato il fatto che nel mese
scorso quasi moriva una donna per strada.
Stavo portandola all’ospedale e la macchina mi si è
fermata; ma poiché era buio non riuscivo a scoprire il guasto.
Per fortuna, dopo molto attesa è transitata una camionetta della
Polizia e l’ha portata all’ospedale, altrimenti avremmo dovuto
trascorrere la notte sulla strada e allora sarebbe morta e la
mamma e il bambino...”.
I miei primi tre anni in Africa
P. Pietro Mucciarda ricorda i suoi “Tre anni d'Africa”.
“... Da qualche mese sono con P. G. Palazzini nella missione di
Utale. È immensa e conta oltre 10.000 cristiani. Il lavoro non
manca e io sudo le sette famose camicie, anche se no ho
soltanto due a disposizione! Tanto più che di salute non sono
stato mai stato tanto forte. Sono qui in Africa ormai da tre anni
ed ho amministrato oltre un migliaio di battesimi.
Accanto alla missione c’è un lebbrosario che è sempre
affollato di ammalati. I casi pietosi non mancano. Infatti è
ancora radicata tra la gente l’idea che la lebbra sia una
maledizione. I lebbrosi stessi ne sono spesso convinti e si
nascondono nelle foreste.
Un mese fa alcuni cristiani, attraversando un bosco,
sentirono dei lamenti. Si avvicinarono e scoprirono un lebbroso
tutto divorato dalla malattia e ricoperto da insetti. Avvertirono
le suore del lebbrosario e queste accorsero per soccorrerlo ma
incontrarono una forte resistenza da parte sua: temeva l’ira dei
suoi parenti che avevano deciso di disfarsi di lui per non essere
disonorati.
Al lebbrosario invece la fede conforta tante sofferenze. Ho
conosciuto un ammalato reso cieco dalla lebbra, eppure sempre
sereno e contento. In chiesa si muove come se ci vedesse tanto
conosceva il luogo. Un esempio di cristiano autentico”.
150
Anche del Madagascar arrivano notizie. P. Carlo Berton fa
sapere che nella Diocesi è stata lanciata l’Operazione “Un orto
per famiglia”. “Con 5.000 lire possiamo fornire ad ogni
famiglia malgascia: zappa, vanga e buste di sementi per l’orto”.
Bilanci del passato e progetti per il futuro
P. Achille Valsecchi traccia il bilancio di un anno di
lavoro e parla volentieri dei suoi progetti futuri.
“...Per l’avvenire si spera di realizzare questi progetti: 1.
Una scuola superiore per ragazzi e ragazze. 2. Una scuola
tecnica per la gioventù ed una per le famiglie. 3. Un gruppo di
suore che possano visitare i paesi con il necessario per istruire
e curare gli ammalati. Stiamo studiando quest’ultimo progetto
con le responsabili delle Suore Figlie della Sapienza. Spero che
si possa attuare l’anno prossimo. Tale progetto richiede molti
aiuti in soldi e medicine. Il Signore della Provvidenza ci aiuta
sempre”.
Dalla Rodhesia la notizia di un evento tragico
P. Remigio Villa ricorda un avvenimento tragico. “... Nel
gennaio scorso, in una missione della diocesi di Gualo, a 15
miglia da Salisbury, un missionario svizzero venne assassinato
a tradimento. Verso le 4 pomeridiane un nero ben vestito, che
sembrava conosciuto dal padre per la maniera calorosa con cui
si salutarono, venne a chiamare un missionario per un
ammalato. Il Sacerdote, preso il Santissimo, montò in moto con
il nero. Cosa avvenne di preciso ancora non si sa. Fatto sta che
neppure 25 minuti più tardi il missionario venne trovato morto
accanto alla sua moto. Aveva un’orrenda ferita al collo...
Il missionario si era legato il fazzoletto intorno al collo per
impedire di morire dissanguato, ma non era servito a niente.
L’Ostia santa non c’era più nella teca: si pensa che prima di
morire sia riuscito a comunicarsi. Non aveva più l’orologio al
151
polso né le chiavi nella tasca. Rapina o banditismo? Tutto è
possibile. Una signora, transitando in auto per quelle vie
secondarie, scoprì la disgrazia.
La polizia continua la caccia all’infame assassino. Non
sembra che fosse solo: si dice infatti che una jeep avesse
bloccato il passaggio della strada mentre avveniva il delitto.
L’emozione è grande in tutta la Rodhesia, perché è il
primo missionario ucciso in maniera così misteriosa... L’epoca
dei martiri non è mai finita. Speriamo che il sangue sparso sia
seme di nuovi cristiani e... di missionari”.
Nuove forze per l’Africa
Nuove forze per l’Africa. Con questo titolo viene
annunciata la partenza per il Malawi di due nuovi missionari:
P. Alessandro Pagani di Torre Boldone (BG) e di P.
Gianbattista Maggioni di Brembate Sopra (BG).
Il 17 marzo scorso mons. Clemente Gaddi, vescovo di
Bergamo, ha consegnato il crocifisso ai due nuovi partenti ed
ha loro ricordato: “...Mi sembra che se ci sono mani nelle quali
il Crocifisso è bene che sia consegnato, queste sono proprio le
vostre”.
P. Alessandro Pagani ha manifestato la sua grande
soddisfazione: “...Parto con entusiasmo. Ho aspettato questo
momento da quando ho iniziato a studiare da prete, anzi ero in
terza media quando decisi di partire insieme al missionario del
mio paese, P. A. Rota. In più conoscevo una Suora, Figlia della
Sapienza, Suor Francesca, sempre del mio paese, che in quegli
anni era ad Utale e curava i lebbrosi: desideravo ardentemente
di andarla ad aiutare...”.
P. Gianbattista Maggioni aggiunge: “... Potevo scegliere
tra l’aereo e la nave: ho preferito il primo per arrivare al più
presto in Africa”.
152
La missione monfortana in Perù
In un’intervista rilasciata a “L'Apostolo di Maria” P.
Pasquale Buondonno illustra le origini della missione
monfortana in Perù ed esprime una sua valutazione sulla
situazione dell’America Latina in generale:
“... Posso parlare del problema sociale delle nostre due
parrocchie che rispecchiano però un po’ tutti i problemi del
Paese. La prima cosa che colpisce è l’esistenza ben visibile di
due estremi: i ricchi da una parte e i poveri dall’altra. In
generale manca una classe media che potrebbe fare da
cuscinetto. Pur ammettendo grandi ingiustizie nel mondo dei
ricchi e una miseria nera nel mondo dei poveri, non mi sento di
condannare in blocco tutti i ricchi e di compiangere tutti i
poveri. Ci sono dei ricchi che hanno veramente sudata e sudano
tuttora la loro situazione sociale; ci sono dei poveri che con un
po’ più di laboriosità, di senso del risparmio e di moralità,
potrebbero tirarsi fuori dalla loro miserabile condizione.
Il grande rimedio a questi mali, più che da interventi da
parte delle Autorità e più che da una reazione violenta di tipo
maoista o castrista, lo vediamo nella formazione cristiana delle
coscienze...”.
Dalla “chiesa delle stelle”
Dalla “Chiesa di stelle”, in costruzione nella sua missione,
scrive P. Adriano Preda:
“... Voglio rompere il silenzio che ci ha separati per mesi e
comunicarvi buone notizie. La chiesa è a buon punto. In un
primo momento si sperava che tutto si potesse realizzare per il
Natale dello scorso anno, ma poi ci si è dovuti rassegnare a
degli imprevisti. Innanzitutto le piogge; quaggiù sono
veramente torrenziali da dicembre fino a marzo. Quelle di
quest’anno, poi, sono state straordinarie. Basti dire che l’unica
strada di comunicazione con la città più vicina si trasformò in
153
un vero fiume, e così rimanemmo isolati per più di due mesi;
nessuna macchina poteva mettersi per strada, nessun camion, e
la posta non arrivava mai. Così il lavoro ne risentì.
Una seconda ragione è sempre la mancanza di soldi. Cosa
volete, anche qui in Africa se vuoi costruire si deve comperare
e salato: data la distanza dal centro (quasi 200 km.!) il costo del
materiale si raddoppia a quasi. Ad ogni modo, a buon punto si
è giunti, grazie anche a coloro che hanno voluto collaborare ed
aiutare con la loro offerta questa realizzazione...”.
Dialogo ecumenico in Perù
P. Amato Prisco parla di ecumenismo in Perù. “...Del
nuovo stile di vita cristiana e del nuovo atteggiamento da
assumere nei riguardi dei fratelli protestanti, ortodossi, ecc., i
Vescovi del Perù si sono fatti non solo promotori, ma anche
esemplari esecutori. Le loro relazioni con tutti quelli che non si
professano cattolici appaiono improntate al massimo rispetto
ed alla più schietta cordialità. Invece di mirare a quanto può
dividere, essi valorizzano piuttosto quanto serve ad unire i
cuori attorno a Cristo, unico Salvatore del mondo. Tuttavia,
nonostante ciò, in seno al popolo di Dio non si pensa ed agisce
sempre secondo l’esempio che viene dall’alto. Perché? Il
semplice cristiano deve ancora cambiare mentalità. E riuscirà a
crearsene una diversa solo quando sarà stato istruito più
profondamente.
In genere, nei villaggi da me visitati, quei pochi cattolici
che sono passati al protestantesimo vengono considerati
traditori della religione degli avi, e, di conseguenza, diventano
oggetto di critica e sospetto. D’altra parte, essi stessi si
sprofondano in una inquietudine tale da rendersi quasi incapaci
di godere i benefici di una vita tranquilla e serena. E ciò,
naturalmente, nuoce molto allo sviluppo dei rapporti umani e
religiosi tra i membri della medesima terra.
154
Per gli aderenti a religioni non cattoliche, provenienti
dall’estero, non esiste alcun problema, per il semplice motivo
che essi lavorano seriamente negli interessi del Paese, non
hanno prevenzioni di sorta contro nessuno e collaborano pure
con organizzazioni cattoliche. A Ñaña, per esempio, nel
Collegio Nazionale tenuto dalle Suore Monfortane, la
professoressa di inglese è una simpatica protestante americana.
Nello
stesso
villaggio,
come
aiutante
infermiera
dell’ambulatorio, si è prodigata per due anni una svedese
protestante. Protestante è anche un generoso benefattore
tedesco, il quale, al fine di facilitare la creazione della
parrocchia di Ñaña, tre anni addietro ci vendette a prezzo quasi
di regalo, tre ettari di terreno di sua proprietà. Sono questi
indizi di una prossima unità? Sarebbe puerile pensarlo. Sino
tuttavia una base di partenza”.
P. Giovanni Losa fa sapere: “...Qui stiamo bene. Le
piogge bloccano completamente i nostri viaggi, almeno per me
che mi sono preso la parte sud occidentale della missione. C’è
un fiume naturalmente senza ponte, proprio qui vicino alla
missione. Per nove mesi all’anno è asciutto, ma gli altri tre
mesi allaga tutto. In più la strada è orribile, piena di acquitrini
che bloccano la macchina e ci vuole l’ira di Dio per uscirne.
Più volte ho dovuto attaccare sotto una fila di neri e farmi
trainare, perché il motore non ce la faceva, o piuttosto le ruote
andavano a vuoto nel fango. Così mi tocca star qui ad
aspettare. Ci sono però i villaggi vicini da visitare; facciamo
quelli visitando gli ammalati e i poveri”.
Mpiri: la mia nuova missione
P. Giovanni Losa scrive per parlare della sua nuova
missione. “... E’ giusto un mese che sono approdato ai lidi di
Mpiri Mission, e poco più di un mese che ho lasciato
Nankwali, il mio primo posto di missione. Partii solo soletto. Il
155
viaggio durò tre giorni per via delle piogge che mi costrinsero a
fare sosta a Fort Johnston e a Namwera, ospite rispettivamente
dei carissimi P. T. Betti e P.M. Gotti. A Namwera, dove mi
fermai un giorno intero, ebbi un incontro ben poco gradevole
per via di un poco simpatico mwambo.
Me ne ero andato a far visita alla chiesetta solitaria per
pregare, quando sedendomi su una di quelle panche sentii un
certo rumore come di uno che soffiasse o russasse. Mi guardai
intorno. Nulla. Neppure un’anima viva. Mi alzai e continuando
a recitare il Breviario passeggiavo in su e in giù per la chiesa.
Ogni volta che mi avvicinavo verso il fondo, il rumore
riprendeva e continuava per un pezzo. Breve: dopo alcuni giri,
preferii infilare la porta... E me ne venni al missione, dove
incontrai P. M. Gotti. Tornammo insieme alla chiesetta e
trovammo un bel serpente davanti alla porta. Al nostro arrivo si
infilò di nuovo sotto la porta ed entrò in chiesa...
Quando il sole ebbe asciugato un po’ le strade ripresi la via
per Mpiri, dove mi accolse con un bel sorriso P. Francesco
Valdameri. Ed ora, eccomi qui nella mia nuova missione. Una
delle più antiche e più belle della nostra zona, sotto molti punti
di vista. I vecchi missionari vi hanno lavorato sodo ed ora si
sviluppa a ritmo accelerato...”.
Tra un ciclone e l’altro
È il titolo dell’intervista rilasciata da P. Antonio Marchesi,
da 19 anni missionario in Africa, prima in Malawi e
successivamente in Madagascar. Le soddisfazioni, nella sua
attività apostolica, non gli sono mancate, anche se ora si trova
in una regione soggetta a calamità naturali, specie ai cicloni
che, formatisi sull’Oceano Indiano, si abbattono con estrema
violenza sulla costa est dell’isola. Uno, in modo particolare fu
disastroso: quello del 1959, che fece innumerevoli danni e
causò numerosi morti.
156
Prima di lasciare l’Italia, dopo un breve periodo di
vacanza, parla del suo futuro di missionario:
“... Ora ritornerò di nuovo a Brickaville, una cittadina sulla
costa est, i cui abitanti sono abbastanza evoluti: c’è la strada, la
ferrovia che rende facili le comunicazioni, si coltiva la canna
da zucchero, è il paradiso della frutta: arance, mandarini, ecc..
Il centro non è molto popoloso ma è un punto d’incontro di
parecchie razze: francesi, cinesi, e tutte le tribù dell’isola, e la
nostra pastorale missionaria deve adattarsi ai vari gruppi etnici,
oltre alle assemblee generali in chiesa.
Il lavoro non manca: siamo in tre italiani, con me ci sono
infatti P. Pietro Valsecchi e P. Achille Valsecchi, e abbiamo a
disposizione un territorio disposto a mezzaluna le cui estremità
distano l’una dall'altra 180 chilometri. È una missione che
promette bene”.
Dal Malawi P. Vittorio Crippa comunica: “... ormai volge
il terzo mese da che ho lasciato l’Italia. Qui a Balaka i miei cari
neri stanno attendendo ansiosamente con me le casse spedite
dall’Italia per godere di ogni ben di Dio di cui i miei cari
benefattori mi hanno fornito. Vorrei approfittare dell’occasione
per ringraziarli ancora una volta. La costruzione del nuovo
ospedale procede a grande ritmo. Poi ho in programma la
costruzione di due chiesette nelle rispettive succursali della
missione che sono molto fuori mano. Il lavoro non manca”.
Ministero a 4000 metri di altitudine
Dal Perù si fa vivo P. Giovanni Gheno per ricordare che
a 4000 metri si ha il fiatone.
“... Mi trovo sulle Ande a più di 4000 metri si altezza per
assistere un buon numero di operai, tra questi 200 italiani con
le rispettive famiglie, che stanno realizzando un’opera
colossale: deviare un fiume e farlo scendere verso l’oceano
Pacifico invece che verso l’Atlantico. Si tratta di traforare
157
montagne intere, un lavoro di due o tre anni i cui frutti però
saranno enormi per il Perù.
Devo assistere e visitare tre cantieri distanti tra loro 4 o 5
ore di macchina: devo celebrare la Messa, battezzare i neonati e
amministrare tutti i Sacramenti. In tutto sono 1.600 operai,
molti con le proprie famiglie, di modo che la mia... parrocchia
missionaria è composta da 5 mila persone circa. In più ci sono
gli indios che abitano nelle zone circostanti: anche loro
vengono da me, facendo ore di cammino, per far battezzare i
loro bambini, per far celebrare la Messa per i loro defunti, per
invitarmi ad andare ad assistere i loro ammalati. Non è
un’impresa facile per uno come me arrampicarsi per più di tre
ore su queste montagne selvagge sopra i 4000 metri...
Il lavoro è abbastanza arduo: per Pasqua avrò confessato
una decina di uomini e una ventina di donne. I bambini italiani
si sono confessati tutti, quelli peruviani solo una decina. Molti
operai ormai non si preoccupano più della religione. Hanno
avuto, tra l’altro, cattivi esempi da parte di sacerdoti che mi
hanno preceduto in questo posto. Uno di questi era spesso
ubriaco, un altro si comportava come un semplice impiegato:
nel suo giorno di vacanza non celebrava la Messa e non si
interessava degli operai. Inoltre, nessuno dei due parroci
parlava italiano e i nostri connazionali si lamentavano.
Grazie a Dio sono riuscito a conquistare la loro simpatia
perché vedono che mi do da fare disinteressatamente. In ogni
modo cerco di fare quello che posso”.
I miei primi sei anni di missione
In un’intervista anche P. Adriano Preda traccia un bilancio
dei suoi primi sei anni di missione. La sua prima destinazione
fu la missione di Mpiri ma con il compito specifico di curare la
succursale Namandanje. Era partito nel 1963 per il Malawi e,
dopo alcuni mesi di ambientamento, fu assegnato proprio a
questa missione. Racconta: “... Qui c’era una chiesa in mattoni,
158
abbastanza grande ma ormai in condizioni pietose: pendeva più
della torre di Pisa; le termiti avevano rosicchiato un bel tratto
di fondamenta e quando pioveva era un allagamento generale,
tanto più che entrava acqua dal tetto di paglia.
Parlai ai miei cristiani, 2000 nel circondario, senza parlare
degli 8000 sparsi nelle succursali. Dapprima essi avrebbero
preferito la costruzione della casa parrocchiale, di una sala per
riunioni, ma poi ne furono entusiasti e in poco più di un anno
mettemmo in piedi un bel chiesone, lungo più di 90 metri. Tutti
i cristiani parteciparono al lavoro. Prima si impastarono i
mattoni, poi per tre giorni e tre notti consecutivi li cuocemmo
in una grande catasta, infine cominciò il lavoro di costruzione:
Fratel Gustavo con i compiti di ingegnere, 5 capomastri, 2
falegnami, una trentina di operai ed io che procuravo loro il
materiale facendo la spola in macchina tra la città e il cantiere.
I miei cristiani furono davvero meravigliosi. C’eravamo
procurati una pompa che ci forniva l’acqua dal fiume un po’
lontano, ma una piena improvvisa portò via tutto e quindi toccò
alla donne, a gruppi, scendere ad attingere acqua con le
brocche: se ne tornavano indietro cantando allegre anche se
tenevano d’occhio la costruzione, non vedendo l’ora che questa
terminasse. Fu in questo modo che venne costruita a
Namandanje la “Chiesa di stelle”.
Non sono venuto in Perù per fare il professore, però...
Dal Perù P. Ivo Libralato fa sapere: “...Voi penserete che
sia venuto in Perù per continuare a fare il professore. No.
Credo tuttavia che qui, per ottenere qualcosa di concreto da
questa gente sottosviluppata, è necessaria un po’ d’istruzione.
Per questo vogliamo incominciare al più presto a dare questo
aiuto ai ragazzi della zona. Le Suore hanno le scuole delle
ragazze e ora si può costatare chiaramente, dopo sei anni di
lavoro, il dislivello esistente tra la gioventù maschile e
159
femminile. Vediamo un po’ se riusciremo a colmare questa
lacuna.
Noi qui stiamo tutti bene. Anch’io mi sono acclimatato
molto bene. Ogni tanto faccio orribili strafalcioni nella lingua,
ma so che anche questo è un modo per attirare l’attenzione del
pubblico. Sono già pratico anche della Sierra: ho superato varie
volte i 5000 metri di altezza e venerdì prossimo devo ritornarci
ancora per una quindicina di giorni.
Abituati alle piccole montagne italiane e bergamasche, per
noi sembra impossibile vivere a queste altezze; la gente qui
sembra non farci caso, vive di quel poco che può dare una
natura arida e secca seminando un po’ di patate in un fazzoletto
di terra posto tra due rocce, lontano alcune volte due o tre ore
di cammino. Come è impossibile immaginare l’aridità di queste
montagne che da tanti secoli non ricevono una goccia d’acqua.
E’ naturale perciò che questa gente straordinariamente
buona e sottomessa non abbia grandi ideali, sia quasi per natura
incostante e si dia a quei piccoli piaceri che le permette di…
conservare la specie e la discendenza.
Alcuni giorni fa passò di qui una suora della Sapienza,
americana, che ritornava dalla nostra missione del Malawi e
visitando i vari centri della nostra parrocchia si meravigliò
della condizione delle persone e delle famiglie perché
sembrava che il livello fosse molto più basso. Di conseguenza
il lavoro da svolgere è molto duro, perché si tratta non solo di
costruire chiese, ma trasformare delle persone elevandole ad un
livello di vita più umano e cristiano.
Quello che impressiona di più però è il vedere le
straordinarie ricchezze di questo paese e come non abbia
saputo sfruttarle. Viaggiando per la Sierra si vedono le
montagne di vari colori a secondo dei minerali che contengono
si incontrano sorgenti di acque termali abbandonate e
sconosciute.
Un padre comboniano che lavora in una zona posta a 3.550
metri mi diceva che passando vicino ad una cascata di una
160
sorgente non molto lontana dal paese si fermava sempre a fare
una doccia d’acqua calda ed io stesso ho trovato a 3.000 metri
una sorgente di acqua bollente di grandi proprietà terapeutiche,
tanto che una suora che stava con me e che teneva le mani tutte
rovinate da una infezione alla pelle, guarì in pochi giorni
lavandosi con quest’acqua. Sembra proprio la terra dei grandi
contrasti.
Io mi trovo per ora abbastanza bene. Il lavoro non mi
manca, ma cerco a poco a poco di organizzarlo sempre meglio
per ottenere migliori risultati. Ho incominciato occuparmi dei
giovani e dei bambini: solo questi sono più di duemila sparsi
nelle varie scuole e nei vari centri; tutta la settimana è
impegnata con loro: istruzione, catechismo, canto…”.
Progetto “Casa Nazareth”
Dalla missione di Mpiri dove vive e lavora P. Giovanni
Losa annuncia il progetto della “Casa di Nazareth”. Le
motivazioni?
“…Spesso le donne qui in Africa non si curano affatto di
cucire o lavare i vestiti dei loro figli o mariti. Ognuno deve
arrangiarsi da sé, come ognuno alleva la sua gallina o coltiva il
proprio ampiello. Conseguenze: i ragazzi vanno in giro tutti
sbrindellati e sporchi che sembrano degli spazzacamini o
boscaioli della foresta.
Quanto alla casa siamo rimasti alle capanne mal tenute, al
fuocherello all’aperto o, nel migliore dei casi, sotto una
capannuccia aperta ai quattro venti, dove le poche suppellettili
sono appese ai bastoncini del tetto. Non vi dico poi delle norme
che regolano la puericultura. Qui a Mpiri, la mia missione, ho
deciso perciò di costruire una scuola domestica che ho pensato
di chiamare “Casa di Nazareth”. In questa casa le ragazze e le
donne di quaggiù potranno, dietro l’esempio di Maria, imparare
a cucire, cucinare e curare la loro capanna e i loro figli. Sarà
ogni volta un corso intensivo di tre mesi, e, per chi non sa
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leggere né scrivere, si svolgeranno dei corsi serali in cui si
insegneranno i primi rudimenti dell’alfabeto, della grammatica
e dell’aritmetica.
L’edificio è già a buon punto. Fra Stefano me l’ha
costruito fino al tetto, ma poi ha dovuto trasferirsi a Fort
Johnston dove era più urgente la sua opera. Dovrò arrangiarmi
da solo a terminarlo… Ma poi bisognerà arredarla, trovare le
insegnanti che siano pazienti, buone e ricche di esperienza per
quanto riguarda la vita dei villaggi. E’ un’iniziativa su scala
ridotta, ma a qualcosa servirà; e può essere l’inizio di un’opera
ancor più vasta: naturalmente se i miei amici d’Italia mi
daranno una mano…”.
La mia nuova destinazione: Parrocchia del Sacro Cuore
P. Carlo Berton ha una nuova destinazione . “.. Il primo di
settembre scorso ho fatto le mie valigie, ma non sono andato
lontano. Solo a circa 3 chilometri dalla parrocchia di NotreDame, ove risiedevo. Il Vescovo ha voluto affidarmi la
parrocchia più povera della periferia: quella del Sacro Cuore.
Per me questa designazione vuol dire più lavoro a favore dei
movimenti di Azione Cattolica in città e, in più, la direzione
del “Centre Culturel” per l’orientamento professionale della
gioventù disoccupata.
È una parrocchia in piena espansione. La chiesa, già
costruita, si trova in mezzo alle case popolari in cemento,
destinate agli operai portuali che hanno una paga discreta, ed a
certi funzionari. Ma a circa 200 metri dalla chiesa inizia il
famoso Tanambao: il quartiere più popolare e popoloso della
città, in un’area indefinita e molto vasta. Straducce tortuose di
sabbia serpeggiano in tutta la zona dove capanne, baracche,
catapecchie e tuguri d’ogni specie e materiale si costruiscono
tutti i giorni. Ogni materiale è buono: foglie di palma, lamiere,
tavole, pezzi di legno compensato, eternit ecc.
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Qualche rara pompa fornisce acqua dal sottosuolo a
centinaia di famiglie che fanno la coda con pentole e pentolini,
attendendo il proprio turno. Quando non piove le straducce di
sabbia ti fanno affondare e quando piove si sguazza nell’acqua
delle pozzanghere...
Durante il giorno questa zona rimane quasi vuota. Gli
uomini vanno al lavoro o vanno a cercarne, come lavoratori
occasionali, nel centro della città. I ragazzi, in gran parte
frequentano le scuole dei diversi quartieri centrali del porto.
Solo la maggioranza delle donne, i marmocchi ed i disoccupati,
rimangono a chiaccherare, allungati all’ombra dei grossi
manga.
Nelle capanne in lamiera fa talmente caldo che si fa da
mangiare nel cortile su tre pietre. Purtroppo non sono rari gli
incendi, che i pompieri non possono spegnere per mancanza di
strade: le straducce non consentono il passaggio delle
autopompe.
Il programma di lavoro tra questa gente è grande. Tutte le
18 tribù dell’isola vi sono rappresentate. Le difficoltà
linguistiche sono minime, poiché tutti conoscono la lingua
ufficiale: il merina.
Venendo ad abitare in questa zona mi sono venute alla
memoria le parole di Papa Giovanni: “la Chiesa è per tutti, ma
specialmente per i poveri!”. Anch’io abito in una baracca di
legno coperta da lamiere che di giorno si scaldano sotto il sole
tropicale. Ho lavorato due giorni per sloggiare i topi e le
bestiole striscianti che vi avevano fatto la loro reggia. Ora poi
queste bestiole devono avere paura, vedendo che ormai ve n’è
entrata una molto più grossa!
Statistiche attuali: popolazione stimata a 21.000 abitanti.
Zona tanto grande che pensiamo tra poco di dividerla in due
parrocchie. Quanti siano i cristiani è difficile dirlo:
probabilmente un terzo della popolazione. Mi sono prefisso di
scoprire a poco a poco la realtà sociologica della zona. Dopo
questo primo passo potrò tracciare un programma di lavoro per
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organizzare una chiesa che sia portatrice delle ansie,
aspirazioni, pene e gioie del popolo malgascio”.
Poco prima di ripartire per il Malawi, dove ha trascorso
i suoi primi cinque anni di missione, P. Michele Gotti rilascia
un’intervista dove parla soprattutto della sua attività a
Namwera, una delle zone più musulmane del Malawi, antica
sede, con Fort-Johnston, di schiavisti: negri che razziavano i
loro stessi fratelli per venderli ai mercanti arabi. Con i
musulmani attuali non mancano problemi. P. Michele vi lavora
dal 1966. Prima di lui ci sono stati P. A. Assolari e P. F.
Valdameri.
P. Carlo Berton ritorna sulla bontà del progetto del “Centro
di Formazione Familiare e Rurale” della Missione Cattolica per
la promozione dei contadini malgasci. I frutti già si vedono.
“... E’ il caso di Sotero ed Anastasia. Questa famigliola
veniva da Masomeloka a 250 Km. da qui. Benché di famiglia
cristiana c’erano dei rimasugli di una mentalità e di abitudini
pagane. Alcuni cibi erano tabù, l’allevamento dei maiali era
interdetto dagli Antenati; avevano dei giorni in cui potevano
lavorare la terra... ed un sacco di superstizioni. Il colmo era che
non potevano neanche toccare il letame e neppure usufruire dei
servizi igienici del Centro...
Il mio primo impulso fu di rispedirli al loro villaggio, ma
poi mi ricordai che ero lì proprio per aiutare coloro che
avevano bisogno di progredire. Con questa famiglia insistetti
sulle conseguenze gravi dei tabù sul piano economico, sociale,
igienico e religioso. Diedi loro tre giorni per riflettere, ma quasi
subito vidi Sotero spingere una carriola di letame. Ero proprio
contento: una famiglia era cambiata, trasformata. Non
temevano più le ire degli Antenati, coltivavano il loro orto,
concimandolo...
Una volta formate queste giovani coppie potranno essere il
lievito per una promozione collettiva del loro villaggio di
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origine ed operare una trasformazione radicale del loro
ambiente. I malgasci potrebbero raccogliere il riso due volte
l’anno, tre raccolte di mais, tre di fagioli, manioca tutto
l’anno.... Solo che bisogna concimare il terreno, lavorarlo per
bene e con costanza. Roba da chiodi! Muoiono di fame su un
sacco d’oro, malnutriti su di un terreno fertile e rigoglioso...
Sono felice di vedere che il mio lavoro serve a qualcosa!
Rendere felici gli altri rende felice anche me. Ora stimo ancor
più il mio ideale missionario: promuovere totalmente la
persona: anima e corpo, intelligenza e volontà, mentalità e
condizione di vita per farne degli uomini nuovi, responsabili
del proprio avvenire, degni del Madagascar e della sua
Chiesa”.
Consacrazione episcopale di Mons. Alessandro Assolari
P. Remigio Villa invia una breve cronaca sul rito di
consacrazione di Mons. Alessandro Assolari, nuovo Prefetto
Apostolico.
“... L’11 novembre scorso Fort Johnston visse una delle
sue date storiche. Certamente dopo la soppressione del
commercio degli schiavi per decreto del Console inglese
Johnston, avvenuta nel giorno di Natale dell’anno 1884, credo
nessun altro fatto storico più importante ebbe luogo qui come
quello dell’erezione della Prefettura Apostolica e
dell’installazione del Primo Prefetto nella persona del Rev.mo
Mons. Alessandro Assolari, già missionario in questa regione
da cinque anni. Chi ricorda sia il passato che il presente, può
credere di vedere un sogno più che una realtà. Grazie a Dio,
grazie anche a delle persone che non sono neppure cristiane,
dovevamo proprio cantare il nostro inno di grazie per simile
avvenimento.
Sotto un cielo limpido, sotto i raggi infuocati del sole
tropicale, la vasta mole della cattedrale appariva maestosa e
semplice nella sua veste immacolata. Le bandiere e
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decorazioni, opera dei Padri Pagani e Maggioni, davano un
senso di festa e di gioia. Mancavano solo le campane
bergamasche...
Nell’interno della chiesa tutto era preparato per
l’occasione. Anche se non ultimata, la cattedrale appariva bella
ed accogliente. All’interno dominava un vasto altare per la
concelebrazione, il trono per il Nunzio con i seggi per i
concelebranti che erano i tre Vescovi...
Dopo il Vangelo ebbe luogo il rito dell’installazione.
Venne letta poi la Bolla d’erezione della Prefettura e il decreto
di nomina a Prefetto di P. Alessandro Assolari dei PP.
Monfortani. Questi, inginocchiato, ricevette le insegne del suo
alto ufficio: anello, croce pettorale e mitra...”.
Una nomina del tutto inattesa
Ed ecco la prima lettera di Mons. Alessandro Assolari,
nuovo Prefetto, ad amici e parenti.
“Carissimi, deve essere stata una sorpresa per tutti voi,
come lo è stata per me, quanto è avvenuto nei giorni scorsi: in
modo del tutto inatteso mi è giunta la nomina a Prefetto
Apostolico di Fort Johnston. Benché qualcosa girasse per
l’aria, personalmente non avevo pensato in modo serio. E sono
stato colto di sorpresa quando mi è stato dato questo annuncio.
Tanti sentimenti mi hanno invaso in quel momento, anche
se ho cercato di conservare semplicità, calma e sangue freddo.
So e mi sono convinto che fosse questa la volontà di Dio. E
così ho accettato il compito che mi è stato affidato. Il Signore
s’è voluto divertire sorvolando sulla mia indignità e sulla mia
pochezza: per me questo è motivo di grande fiducia, perché
sono sicuro che se così ha disposto e permesso, vuol dire che è
anche pronto ad assistermi con la sua grazia e i suoi aiuti.
Ho pensato a voi che mi siete sempre stati vicini con la
simpatia, con l’affetto e una carità sincera. Oso sperare che voi
vogliate continuare ad essermi vicini con gli stessi sentimenti,
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perché per me non si tratta di iniziare una nuova vita, ma
continuare lo stesso lavoro missionario per il quale vi ho
lasciati e per il quale voi mi siete sempre stati vicini.
Non crediate che, per il fatto capitatomi io ora diventi una
persona lontana e difficile: chiedo al Signore che io possa
conservare gli stessi sentimenti di semplicità, di amicizia
profonda e tenace di cui mi sapete capace. Continuerò a
rimanere per ognuno di voi lo stesso Padre Alessandro, così
come mi avete conosciuto di persona o attraverso le pagine
della rivista “L'Apostolo di Maria”. Questo bollettino
continuerà a portarvi le notizie mie e della mia missione che
ora diventa molto più estesa perché comprende le otto missioni
che assieme formano la nuova Prefettura di Fort Johnston.
Personalmente sarò molto felice se potrò mantenere con
voi quella corrispondenza che ho avuto per il passato.
Ultimamente forse vi ho un po’ trascurato, perché il lavoro era
tanto e non sapevo più da che parte voltarmi. Ricordatevi che
quando tardo a scrivervi, di solito, vi sono molto vicino con il
pensiero e con la preghiera.
In questo momento mi sento ancora mezzo stordito e molto
probabilmente sono proprio poco solenne per essere un neo
monsignore: buon per me che sono in Africa! Mi sembra tutto
così strano. E a chi mi chiama monsignore mi verrebbe la
voglia di tirargli una pacca... Spero che non ne approfittiate a
prendermi in giro! Passato questo primo momento di
confusione penso di poter riprendere il mio lavoro epistolare e
rispondere a tutte le lettere che ora sono sul mio tavolo senza
una risposta.
Ho già celebrato più Sante Messe per voi: vi assicuro che
continuerò a farlo anche in seguito. Ad ognuno chiedo un
ricordo particolare nelle vostre preghiere. A chi ha bambini
chiedo la grazia della loro innocente preghiera, a chi è nel
dolore chiedo l’offerta di un sacrificio, a chi lavora chiedo
l’offerta d’un momento della loro fatica perché io possa restare
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fedele, semplice e buono, perché possa salvarmi l’anima e fare
quel tanto per aiutare tanti altri a salvare le loro.
Ringraziandovi per la vostra bontà, per la vostra amicizia e
per tutto il bene che mi volete e mi avete fatto, vi assicuro che
continuerò a contare su ognuno di voi”.
Ad un anno dal mio arrivo in missione
P. Gianbattista Maggioni fa il punto della sua vita in
missione ad un anno dall’arrivo in Malawi.
“E’ quasi un anno che mi trovo in Malawi: ormai comincio
a cavarmela bene con la lingua. Ma non dimenticherò mai il
mio primo viaggio missionario.
Sono le prime ore del pomeriggio. P. Villa mi cede
volentieri la guida del piccolo camioncino, non tralasciando di
farmi continue raccomandazioni: ci tiene ancora alla sua pelle!
Si va verso Nkasi, un piccolo e povero villaggio distante circa
15 chilometri. Il sentiero ti fa sobbalzare il cuore in gola.
Lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi; lassù in alto, tra
gli alberi, si vedono le prime capanne.
Un gruppo di bambini che ci è venuto incontro si carica
sulla testa i nostri fagotti. Scendiamo al fiume: con quattro salti
sulle pietre io sono di là, ma P. Villa ha bisogno di un ragazzo
come bastone. Da lassù ci hanno visti arrivare e incominciano a
suonare le campane: un piatto di ferro di un camion e una
zappa rotta: è tutto!
Ci mettono a disposizione una capanna, abbastanza grande.
Depositiamo la nostra roba e, dopo aver salutato tutta quella
brava gente ci si avvia alla chiesetta. Sono tutti contenti perché
possono ospitare non uno ma due padri. La chiesetta l’hanno
costruita loro con il fango. P. Villa confessa, spiega il
catechismo e canta Messa. Io, dal fondo, assisto e apro bene gli
occhi: voglio imparare il più presto possibile.
La cena ce la portano in piccoli catini di ferro. Dopo
un’occhiata mi esce di dire: “Mamma mia, che cena magra
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stasera”! Ma P. Villa, abituato a simili pasti, mi dice:
“Ringrazia il Signore che hanno avuto rispetto o forse paura
della tua barba e ci hanno aggiunto un pezzo di pollo”. Affondo
le dita della mano destra nella polenta e imito il mio Superiore.
È la prima volta e il mio stomaco pare non abbia fame.
Mentre due ragazzi sparecchiano e preparano i nostri
lettini da campo, noi ci sediamo fuori nell’attesa che i cristiani
vengano a parlarci, come al solito. Si accende un bel fuoco e a
uno ad uno i cristiani sono tutti accovacciati vicino: gli uomini
da una parte, le donne dall’altra, in tutto sono poco più di 30. Si
canta, si ride, si spiega il catechismo, si dice il Rosario. P. Villa
è davvero inesauribile. Io me ne sto lì senza capirci un’acca.
Quando ci ritiriamo per dormire è già notte: abbiamo un
pezzo di candela in due. In quattro secondi il mio Superiore è
nella sua cuccia, mentre io, novellino, non mi fido tanto.
Prendo la lampada tascabile e faccio una breve ispezione
attorno al letto...
Al mattino pensarono le galline a svegliarci. P. Villa,
mattiniero, era già pronto. Fuori trovo il mio secchio d’acqua
calda per lavarmi. Non faccio complimenti né col sapone né
con l’acqua. Mentre rientro, asciugandomi, mi scappa l’occhio:
vedo la nostra ospite che sta lavando i piatti della sera prima
con l’acqua che era servita per lavarci: negli stessi ci avrebbero
servito la polenta a mezzogiorno. Davvero non mi
raccapezzavo più: mi sembrava un po’ troppo per la prima
volta! P. Villa intanto mi rincuorava: “Buon per noi che li
hanno lavati nella nostra acqua e non nella loro. Coraggio,
ragazzo mio, non sei più in Italia”.
Ad un ennesimo suono di “zappa” ci avviamo alla chiesa.
La Messa la canto io. P. Villa tiene la sua omelia e tutti
ascoltano volentieri, senza annoiarsi. Il più distratto sono io. Il
mio pensiero è lontano 11.000 chilometri, al mio paese, dove
c’è una chiesa bella e tutta luccicante d’oro..., mentre questa,
che pure è una chiesa, è fatta senza un mattone, senza un pugno
di cemento. È nera come la pelle dei miei neri. Ma Cristo Gesù
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scende volentieri in mezzo a questi suoi figli dalla pelle nera sì,
ma dal cuore bianco... Che commozione posare tra quelle
labbra Gesù Eucaristia! Non più sogni di bambino, di
seminarista, ma tutta realtà!
Dopo la Messa una bella sorpresa: il battesimo di una
bimbetta. Rivedo in un attimo la mia casa lontana, mia mamma
che ancora trepida, prega e vive per me, e le dico quasi fosse
presente: “Mamma, ti faccio un bel regalo oggi. Darò il tuo
nome- Giuditta - a questa morettina, così tanti, in questo angolo
sperduto del Malawi, ti chiameranno e ti ricorderanno”. Avevo
le lacrime agli occhi quando pronunciai tremante quelle parole
di vita: “Yudita, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo”.
La nsima la mangiai con vero appetito e anche la strada del
ritorno mi parve più bella e più comoda, senza buche e senza
accidenti, forse perché nel mio cuore c’era tanta luce e tanta,
tanta gioia.
Parliamo dunque di Brickaville
P. Antonio Marchesi, in vacanza, accetta volentieri l’invito
a parlare della sua missione di Brickaville.
“Parliamo dunque di Brickaville. Tale è infatti il nome
della missione affidata a tre missionari monfortani
bergamaschi: P. Pierino Valsecchi, P. Achille Valsecchi e il
sottoscritto. Si trova a sud di Tamatave:80 km di costa,
sull’Oceano Indiano, e 60 in profondità. Un paragone renderà
le cose più chiare: quasi il territorio occupato dalle due diocesi
di Bergamo e di Brescia assieme. Come parrocchia ha una
buona estensione! La popolazione non è troppo densa, però
supera i 50.000 abitanti. Quando si pensa che i battezzati sono
appena 5.200 si comprende subito quanto resti da fare.
In prevalenza è una zona montagnosa, anche se vere
montagne non ce ne sono. È tutto un susseguirsi di colline e
collinette che mettono a dura prova i nostri mezzi di trasporto.
170
È molto ricca di corsi d’acqua: il Rianila poi è un vero fiume
che nelle vicinanze di Brickaville assume l’aspetto di un
grande lago.
Il sole cocente e le numerose piogge ne fanno una terra
fertile. Tutto cresce a vista d’occhio. La gente si difende a mala
pena da una vegetazione che tutto invade e ricopre. Tracciare
un sentiero, costruire una capanna, piantare il caffè, o il riso, o
le banane? Dopo aver fatto piazza pulita non bisogna mai
deporre il coltellaccio, ma servirsene continuamente per
impedire alle erbacce di invadere e soffocare tutto. È una vera
lotta incessante dell’uomo contro una terra, vorrei dire, quasi
troppo generosa.
Brickaville è fatta così. Tanto sole, tanta acqua, una
vegetazione strapotente e, all’ombra di maestosi alberi, tanti
bambini che corrono spensierati, coi vestitini un po’ sdruciti,
mani e piedi infangati. Crescono alla svelta e crescono male se
non c’è qualcuno che li assista amorevolmente”.
Mons. Assolari in Italia parla della nuova Prefettura
Mons. Alessandro Assolari, in Italia per un breve
periodo di vacanza, traccia una scheda della nuova Prefettura
Apostolica di Fort Johnston.
“Il fatto più importante dell’attività missionaria dei Padri
Monfortani è rappresentata senza dubbio dalla creazione della
Prefettura Apostolica di Fort Johnston. Questo nuovo territorio
missionario è stato costituito dal S. Padre perché in esso la
predicazione del Vangelo possa essere svolta più facilmente e
più efficacemente.
La nuova Prefettura è situata nella parte centro-sud del
Malawi. Ha una superficie di 12.000 km quadrati, pari a metà
Lombardia. Comprende i distretti amministrativi di Fort
Johnston e di Kasupe. La popolazione che abita in questo
territorio supera il mezzo milione. Degli abitanti: 50.000 sono
cattolici; 25.000 sono protestanti; 300.000 sono maomettani;
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125.000 sono pagani. A circa 15.000 dovrebbe essere calcolato
il numero di coloro che sono in via verso la Chiesa mediante il
catecumenato o mediante un avvicinamento che dovrebbe
sfociare nel catecumenato.
In questo territorio lavorano: 17 Padri Monfortani; 1
sacerdote indigeno; 2 fratelli Monfortani; 5 Suore indigene; 3
Suore monfortane. Il territorio è suddiviso in 8 missioni: Fort
Johnston, Nankwali, Balaka, Utale, Ulongwe, Mpiri,
Namandanje, Namwera. Il grande lebbrosario di Utale è parte
integrante della Prefettura.
La responsabilità è affidata ai Missionari Monfortani
Italiani. La Chiesa ci ha offerto e noi ci siamo assunti con gioia
e fiducia questo compito.
Con gioia: perché, mentre chi si crede all’avanguardia
sciupa tempo ed energie a discutere e a contestare, noi
vogliamo essere fedeli alla nostra vocazione missionaria e al
mandato che lo Spirito Santo ci ha affidato, lavorando e
impegnandoci in un settore determinato e bisognoso della
Chiesa missionaria.
Con fiducia: perché contiamo sull’impegno dei membri
che già costituiscono la nostra provincia; perché contiamo, e
tanto!, sull’entusiasmo e sull’apporto che potranno dare gli
aspiranti delle case di formazione: essi sanno ormai che
l’apostolato missionario è per loro non una vaga possibilità, ma
una realtà sicura che li attende in un domani sempre più vicino;
perché possiamo contare su una schiera sempre più numerosa
di amici che ci aiutano e sono per noi collaboratori validissimi,
addirittura indispensabili per lo sviluppo della nostra missione.
Un invito. La nostra Prefettura vuole essere una porzione
di quella vigna nella quale il Padrone chiama a lavorare
persone diverse in tempi diversi. Ogni apporto e ogni
collaborazione sarà sempre accettata con riconoscenza e
benedetta. La preghiera di tutti: è il contributo più semplice,
più efficace e più necessario.
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L’aiuto finanziario: dobbiamo realizzare nella nostra zona
delle opere assolutamente indispensabili che siano al tempo
stesso testimonianza di carità cristiana e contributo allo sforzo
che il Malawi sta facendo contro il sottosviluppo, la malattia e
l’ignoranza.
Ognuna delle nostre missioni ha urgenti problemi: devono
costruire scuole, dispensari, convitti, chiese e cappelle. Saremo
riconoscenti per le offerte che i singoli ci manderanno.
Saremmo ancora più lieti se organizzazioni o parrocchie si
assumessero un impegno di collaborazione come è
espressamente domandato dal Concilio Vaticano nel Decreto
sull’attività missionaria.
Saranno accolti con gioia quei collaboratori laici che
vorranno mettere al servizio delle missioni la loro competenza
specifica.
Siamo convinti che possiamo fare molto, nonostante la
situazione apparente possa offrire motivi di incertezza.
Facciamo tutto quello che possiamo fare. Al resto ci penseremo
in seguito. A chi ha già fatto qualcosa e a chi decide in cuor
suo di fare altrettanto auguro ogni bene e, a nome di tutti i
Missionari Monfortani, mando un grazie cordiale”.
173
1970
Devastanti inondazioni in Perù e Madagascar
Notizie di furiose inondazioni in Perù e in Madagascar
Dal Perù e dal Madagascar giungono notizie di “furiose
inondazioni”.
Dal Perù informa P. Ivo Libralato. “... E’ bastata una notte
per distruggere il lavoro di anni. Il 15 gennaio scorso, mentre
stavo ad una riunione della Legione di Maria, vengono a
chiamarmi perché il fiume si stava ingrossando in modo
pauroso. Erano le 19.00. Da qualche ora era iniziata una
pioggia insistente, strana per questo paese dove non scende una
goccia d’acqua durante tutto l’anno.
Corro subito a vedere cosa sta succedendo e mi accorgo
che non c’è più nulla da fare. Il fiume si è notevolmente alzato:
la violenza dell’acqua sta trascinando grosse pietre e tronchi
d’albero. Certamente sulle montagne sta piovendo a dirotto e
quando arriverà la piena sgretolerà gli argini poco resistenti.
L’unica cosa da fare è avvisare la gente perché abbandoni le
proprie abitazioni e si rifugi nella parte più alta sull’altra
sponda del fiume.
Lungo il fiume erano sorti i due centri più abitati della
zona: Alianza e Puerto Nuevo. Il primo, una barriada di circa
3.000 persone, che in una notte, otto anni fa circa, erano scese
dalla Sierra ed avevano invaso questo terreno costruendovi
misere abitazioni di canne, in attesa di lavoro e di tempi
migliori; il secondo, un piccolo paese già più sviluppato di
2.000 persone circa, con le sue belle casette in cui vivevano per
la maggior parte operai che avevano avuto la fortuna di trovare
un lavoro nelle poche fabbriche vicine a Lima.
Ora nessuno vuol lasciare la sua casa acquistata con tanti
sacrifici: tutti sperano che gli argini del fiume resistano e che
l’acqua diminuisca, come è già successo altre volte. Nel
frattempo un gruppo di persone dell’Alianza si raduna nella
174
Cappella che, essendo di mattone e con il tetto di eternit, può
riparare almeno dalla pioggia. Degli uomini cercano di
preparare sacchi di sabbia e pietre per rinforzare gli argini.:
tutto inutile.
Verso mezzanotte l’acqua comincia a filtrare e a invadere
la barriada dell’Alianza, passando facilmente di casa in casa,
attraversando le pareti di canne. Comincia così un fuggi fuggi
generale e ognuno cerca di portare in salvo le poche cose che
possiede: un po’ di biancheria, qualche pentola, una macchina
da cucire. L’unico passaggio è un ponticello fatto di tronchi
d’albero posto sopra un canale di irrigazione, perché l’acqua ha
già invaso tutto. I Padri, le Suore e alcuni uomini aiutano le
donne e i bambini ad attraversare le strade piene d’acqua che
ha già raggiunto una violenza pericolosa.
Verso le due del mattino il fiume rompe gli argini in un
altro punto e, attraverso un campo di granoturco, invade il
secondo centro di Puerto Nuevo: la violenza è tale che le
povere casette vengono a poco a poco spazzate via. Al sorgere
del sole uno spettacolo desolante si offre ai nostri occhi:
l’acqua è penetrata ovunque; dove prima c’erano delle belle
costruzioni ora c’è il fiume che si sta cercando rabbioso una via
di uscita.
L’ambulatorio medico delle Suore è crollato, la chiesa di
Puerto Nuevo ha ricevuto il primo urto dell’acqua, che si è
portata via l’intera facciata lasciando il resto pericolante. Per
fortuna non si lamentano vittime: siamo riusciti a mettere tutti
in salvo, anche una donna che dava alla luce un bel bambino
mentre l’acqua invadeva la sua casa. La maggior parte si è
rifugiata nel Collegio delle Suore, che sembra essere diventato
un’arca di Noè. Le aule sono gremite di bambini, uomini e
donne, galline, capre, maialini...; nel cortile gironzolano
un’un'infinità di cani e di gatti e qualche asino. Ora il problema
è dare a tutta questa gente un’abitazione...”.
175
Dal Madagascar P. Carlo Berton invia notizie del ciclone
“Jane”.
“Il fatto che l’isola del Madagascar si trovi all’incrocio
delle correnti marine provenienti dalla Malesia ed il Sud Est
asiatico ed alla confluenza dei venti alisei delle isole
Mascaregne, dà il triste privilegio che la costa orientale posta
sull’Oceano Indiano sia periodicamente visitata da cicloni e
depressioni tropicali.
La fine del mese di febbraio è stata terribile per circa
mezza diocesi di Tamatave. Il ciclone “Jane”, dopo aver
minacciato tutta la costa orientale, lunga 1400 km.,
costeggiandola e lanciandovi delle forti ventate ed abbondanti
precipitazioni atmosferiche, è sbarcato all’altezza di
Vatomandry e Mahanoro, la zona sud della diocesi di
Tamatave. La forza di spostamento dell’occhio del ciclone era
di 20 km. orari, mentre la forza centripeta variava tra i 120 e
190 km. orari.
Ha sferzato con una veemenza inaudita il litorale su circa
100 km. , poi “Jane” si è diretto verso ovest, lungo la vallata
del grosso fiume Mangoro. L’ostacolo dei contrafforti degli
altipiani, impedendo il suo passaggio rapido, diede modo al
ciclone di rimanere a lungo sulla stessa zona, spazzando via
quanto emergeva da terra. Ha valicato le montagne del centro
isola, attraversando il sud, ed è sparito nel mare, lasciando
dietro di sé desolazione, rovine ed un diluvio di acqua sulle
regioni colpite dalla catastrofe.
Un primo bilancio: distruzione dei villaggi all’80%, un
centinaio di annegati. Caffè, chiodi di garofano e riso distrutti
al 100%. Non parliamo della banana che non resiste per niente
alla furia del vento. La situazione è davvero critica, anche
perché è reale il rischio di tifo, colera ed altre epidemie...”.
176
Notizie di inondazioni anche in Malawi
Inondazioni anche in Malawi, esattamente ad Ulongwe. Ne
parla in una corrispondenza P. Remigio Villa.
“I nostri africani chiamano ogni inondazione “Napolo”, e
cioè pensano che tant’acqua che passa e porta via tutto, sia il
passaggio di un misterioso serpente che dalla montagna scende
e va verso il lago o il mare.
Giovedì 29 gennaio noi vedemmo il “Napolo” o meglio i
suoi effetti. Verso le 8 del mattino un piccolo rigagnolo
d’acqua sguscia sul cortile, proprio come un serpentello, e poi
vedo che l’acqua cresce fino ad invadere tutto l’abitato ed i
dintorni. Da lontano arrivava il rumore potente delle acque che
correvano nel fiume Nkhasi. Ma presto tutte le strade e viottoli
si trasformarono in veri torrenti che aumentavano la piena.
Anche il nostro piccolo ospedale fu inondato e la terra
portata via dalle fondamenta. Il ponte del fiume venne ostruito
in parte dai tronchi delle piante di banana sradicate dalla
corrente. La strada principale rialzata da pochi anni e priva di
sfoghi necessari, divenne una diga che trasformò in laghetto
l’intera missione e i villaggi circostanti.
I danni furono tanti per i poveri neri. Alla missione le
capanne fatte di fango e bastoni crollarono tutte e sono ora
inservibili. Nei dintorni, altre cinquanta case furono spazzate
via e le poche masserizie presero il largo nella melma della
corrente. Qualcuno si lamenta della perdita di qualche capra o
di galline, ecc. Insomma fu un vero disastro. Anche le strade,
diventate inservibili, accrebbero il disagio di tutti.
Il problema nostro ora è questo: la nuova missione di
Ulongwe potrà essere al sicuro da questi inconvenienti nel
futuro se il Governo non fa le dovute modifiche alle strade?”.
Si teme la carestia!
Lo scrive P. Giancarlo Palazzini. “...Qui a Utale tutto
procede come il solito. Ogni tanto ti salta addosso la malaria, la
177
si fa scappare finché un giorno ritorna ancora. Quest’anno la
stagione delle piogge è terminata anzitempo. Dopo la prima
settimana di febbraio non ha quasi più piovuto. Il sole ha
voluto vendicarsi del dominio quasi incontrastato che la
pioggia aveva esercitato in gennaio. Fiumi che straripavano,
danneggiando campi e abitazioni. Il Rivi Rivi sembrava
impazzito. Ha cambiato la geografia nei paraggi del suo letto. Il
cimanga è stato quasi del tutto distrutto.
Al posto del grano adesso si vede la sabbia portata dal
fiume. E ciò che è più doloroso, sua maestà il Rivi Rivi ha
voluto due vittime umane. In un giorno di piena, mentre la
barca attraversava il fiume con il suo carico umano un’ondata
rovesciò l’imbarcazione e due bambine del vicino villaggio di
Cingawa non sono state più trovate. Erano rispettivamente di
12 e 10 anni.
Quest'anno si teme la carestia, perché il raccolto del
cimanga è stato danneggiato prima dalla pioggia continua e poi
dal sole senza sosta. Come si sa il granoturco ha bisogno di un
dosaggio di sole e di pioggia perché cresca bene...”.
Vi scrivo dalla missione di Brickaville
Di ritorno in Madagascar P. Antonio Marchesi informa
sulla ripresa della sua attività missionaria.
“... Scrivo da Brickaville dove sono arrivato da alcuni
giorni, dopo un lungo viaggio di 8000 km., ma che in pratica è
durato alcune ore, soltanto il tempo di prendere l’aereo una
domenica sera a Parigi, fare una dormitina e già al mattino mi
sono svegliato nella capitale malgascia: Tananarive. Mi
sembrava di sognare: ero passato in poco tempo dal freddo più
intenso al caldo più soffocante, dal candore immacolato della
neve delle nostre montagne, al verde smagliante delle canne da
zucchero e banane di Brickaville, dall’abbondanza della nostra
Italia che non cessa di lamentarsi, alla miseria squallida di un
paese sottosviluppato. Eppure sono contento, tanto contento!
178
Mi sembra di essere rientrato nella terra promessa. E i miei
cristiani mi hanno accolto con molta simpatia, contenti
soprattutto nel vedermi ingrassato. “Ora siamo sicuri che ci
vuoi bene!”, mi dicevano. E siccome non capivo la relazione,
mi hanno spiegato: “Se a casa tua ti sei ingrassato, vuol dire
che ci stavi bene, che non ti mancava nulla! Se poi hai preferito
tornare qui in mezzo a noi, lo hai fatto soltanto perché ci vuoi
bene”. L’argomento filava. Non ci avevo pensato! Volendo
continuare sulla buona strada, anche loro mi offrivano una
bella...oca... simbolo della salute e della prosperità. La scelta
non manca di originalità. Il gesto è stato fatto con tanta
semplicità e convinzione, che nessuno dei presenti ha pensato
ad altre interpretazioni.
Con una bella oca nel pollaio si incomincia a lavorare con
più lena. E ce ne vuole del coraggio per riprendere il lavoro in
una missione stracarica di problemi e di grattacapi! Sempre
tante famiglie da sistemare, tanti giovani da preparare, tanti
poveri e ammalati da curare. E sono tutti problemi di una certa
urgenza. Si vorrebbe fare in fretta. Fatica sprecata! Si
dimentica che questo è il paese dei “moramora”, cioè adagio
adagio, dove la gente non ha mai fretta. Impazientirsi vuol dire
perdere la faccia; arrabbiarsi si ha sempre torto. Allora si cerca
di mettersi al loro passo, cercando di forzare un po’: logorante!
Ma ci sono anche dei lati molto positivi. Delle cose che
attirano la gente. Questa macchina “Singer” ha fatto la felicità
di molte ragazze. Tutto il mondo è paese. Ma in un domani non
lontano, non vedranno più tanti bambini malvestiti. Peccato che
sia una soltanto. Con due si farebbe molto di più!”.
P. Gianbattista Maggioni scrive alla mamma per
informarla della sua nuova vita missionaria.
“... Durante la stagione delle piogge sono andato a Vetiwa
e ho battezzato una bella bambina ancora con il tuo nome. Ho
proseguito in bicicletta fino a Ekhama, la missione più lontana.
Pensavo a te durante quel viaggio, soprattutto nell’attraversare
179
una palude di oltre 4 km. Con l’acqua che arrivava sopra le
ginocchia. Arrivai più morto che vivo e bevvi non so quanta
acqua, un’acqua che oggi non berrei, ma data la sete non
facevo caso se l’acqua era così torbida da non vedere il fondo
del catino. Rimasi fino a tardi a chiaccherare con i cristiani, poi
a letto. Il sonno non veniva a causa delle zanzare. Una vera
peste!
Il mattino dopo celebrai la S. Messa per una cinquantina di
cristiani e di nuovo in marcia verso casa. Sono state più di sei
ore di marcia, sotto il sole che ti bruciava la testa, con una sete
indescrivibile, ma ero contento lo stesso, perché anch’io volevo
esserti vicino più concretamente con il mio pensiero e con il
mio sacrificio. Avevo offerto la Messa per te, quel mattino e
avevo detto ai cristiani che era il giorno della tua nascita, e
abbiamo pregato per te. È stato un regalo quest’anno un po’
singolare, ma sarai certamente contenta.
La sera stessa ero troppo stanco per scriverti; ieri poi
c’erano tante altre cose da sistemare. Questa sera ho trovato
due minuti per scriverti. Sono appena tornato da Ciphanda, un
villaggio non molto distante. Sono andato in macchina, ma per
strada sono stato sorpreso dall’acqua e ho dovuto chiedere
aiuto a cinque o sei uomini per uscire fuori dal pantano.
Quando piove, le strade diventano impraticabili peggio che da
noi quando nevica. Per questo che nel periodo delle piogge si
va sempre in bici; anche con la moto diventa impossibile...”.
La mia nuova missione: Namwera
P. Francesco Valdameri comunica
la sua nuova
destinazione al suo ritorno in Malawi.
“Partii per l’Africa nell'ottobre del 1958. Sbarcai a Beira
nel Mozambico e, via terra mi diressi verso il centro
dell’Africa, nel Nyasaland, ora chiamato Malawi, a circa 2000
km. oltre l’Equatore. Degli undici anni di lavoro missionario,
dieci li trascorsi nella missione di Mpiri, tra le tribù degli
180
Alomwe; l’altro a Namwera, tra gli Ayao, dove si doveva
iniziare una nuova missione. Dal 1958 al 1970 ho battezzato
circa 9000 africani. Alla mia partenza i cristiani assommavano
a 14.000 circa, ora suddivisi in altre due missioni o parrocchie.
La missione di Mpiri contava una popolazione di 200.000
abitanti, in un territorio vasto quanto le diocesi di Milano,
Bergamo e Crema riunite. La popolazione è completamente
Bantù. Vive in villaggi composti di capanne di paglia e si nutre
di mais, radice di manioca, erbe, pesca e caccia.
La missione ha realizzato un complesso di 18 scuole
primarie, distribuite nelle zone più popolate; un centro di
assistenza medica; una clinica materna, una scuola di scienza
domestica ed una piccola cooperativa agricola attrezzata di un
paio di buoi e di un aratro.
Non mi dilungo ad esporre quello che ormai appartiene
alla storia del passato; vorrei piuttosto infornare sull’attività
missionaria che dovrò svolgere al mio ritorno.
Partendo dall’Africa, il Prefetto Apostolico mi ha messo in
tasca una lettera di poche parole, alla militare: “Al tuo ritorno
nel Malawi andrai a fondare una nuova missione. Tutto da
incominciare: una casetta per te, un piccolo ospedale per quella
tribù, un centro sociale, e, più tardi, se avrai cristiani, anche
una chiesetta. In Italia, durante le tue vacanze, datti da fare”.
Namandanje ha bisogno di un pozzo
P. Giovanni Losa rende noto che la sua missione ha
bisogno di un pozzo.
“... Come sapete, da qualche mese mi trovo in una nuova
missione, Namandanje e questa volta, la prima in vita mia,
tutto il peso delle responsabilità ricade sulle mie povere spalle
piuttosto vecchiotte... perciò la difficoltà sta nello stabilire a
quale opera dare la precedenza. Tante volte, di notte, quando
non riesco a prendere sonno, mi sono provato a fare
l’inventario delle necessità più urgenti, e tutte le volte mi sono
181
trovato in un labirinto tale da non sapere più da dove ero
partito.
Comincerò, per questa volta, col parlarvi della necessità di
un pozzo con relativa pompa e impianto idraulico, per il nostro
ospedale-maternità. L’opera è urgente. Basta pensare che qui
quando una mamma va alla maternità, dove portarsi con sé una
o due persone che l’aiutino a procurarsi la legna per il fuoco,
l’acqua per cucinare e il necessario per vivere: perché ognuno
si cucina da sé il povero pasto, all’aperto, su qualche
fuocherello improvvisato. Questo richiama intorno alla
maternità un certo numero di persone per le quali l’acqua
diventa indispensabile. E bisogna vederle queste donne, in
tempo di siccità. Far la fila davanti ad una buca. Scavata nel
greto del fiume, con le mani, per attingervi un po’ d’acqua, e
quale acqua. Torbida come l’acqua dei fagioli!”.
Perché ho scelto di andare in Malawi
P. Mario Bonomelli, novello missionario monfortano nel
Malawi, svela il perché ha accettato di andare in Africa.
“... Se parto per il Malawi, come missionario, il merito è
forse anche di un cappello. Si racconta che un povero vecchio,
peccatore accanito e pure astuto e smaliziato, dopo morte,
pensò bene di prendere la strada del Paradiso, per vedere se gli
riusciva di combinare l’ultima proprio a San Pietro. Ma, buon
portinaio dall’occhio clinico. San Pietro lo fermò sulla porta
facendogli capire che quello non era il posto che meritava. Il
povero uomo si accorse d’aver trovato uno piuttosto esperto in
materia, ma non si rassegnò e ne studiò una delle sue. Prese il
suo cappello e lo gettò di là della porta del Paradiso e poi con
le lacrime agli occhi pregò San Pietro di lasciarlo entrare a
riprendersi il cappello. Pietro si commosse vedendo la sua
calvizie e a condizione che riuscisse subito lo lasciò passare.
Quello entrò e, una volta dentro, si sedette sul suo cappello e
non ci fu verso di farlo rialzare per tornarsene fuori.
182
Quando un mio carissimo compagno di scuola e pure
compagno stava partendo per il Malawi come missionario, mi
resi conto che avevo perso una solenne scommessa fatta ancora
sui banchi di scuola: avevamo scommesso a chi sarebbe partito
per primo per le missioni! Lui fu il più fortunato e certo il più
degno; le sue richieste erano state ascoltate mentre le mie no.
Lui partiva per il Malawi ed io, oltre a non partire prima di lui,
non avevo neppure la speranza di partire dopo di lui... Allora
tentai anch’io il trucco del cappello.
Proprio il giorno che il mio amico stava partendo, per
soddisfare la scommessa perduta, gli diedi il mio cappello
nuovo, bello e molto utile, ricevuto in dono da una vecchio
missionario. Se lo mise in testa tutto contento e partì. Ho
sempre sentito tanta nostalgia di quel cappello in Malawi ed
incominciai a stancare i superiori per lasciarmi andare in
Africa. Finalmente, anche se non ne sono degno, mi hanno
concesso il permesso di partire per il Malawi... per riprendere il
mio cappello...”.
Quattro nuovi missionari in partenza per il Malawi
Il 9 ottobre, alle ore 18, partono da Venezia, con la nave
“Africa”, P. Luciano Nervi di Sforzatica, P. Mario Bonomelli
di Grumello del Monte, P. Lorenzo Pege di Padova e Fratel
Gabriele di Redona. Sono stati scelti per il Malawi, in aiuto
agli altri 16 missionari bergamaschi che da anni lavorano in
questa missione.
Il 5 ottobre, nel Santuario di Maria Regina dei Cuori, i
nuovi missionari, attorniati da un folto gruppo di parenti,
confratelli e amici, hanno ricevuto il Crocifisso per mano di
Mons. Stefano Baronchelli, Vicario Generale di Bergamo.
Della sua partenza per il Malawi parla P. Lorenzo Pege.
“... Gli amici e conoscenti si aspettavano di tutto da me, ma che
partissi per l’Africa poi... non passava loro neppure per
183
l’anticamera del cervello, informatissimi sulla mia quasi
proverbiale paura di tutto ciò che madre natura descrive come
ostile e nemico dell’uomo. Tuttavia la decisione non è stata un
colpo di grazia “alla san Paolo”, ma è maturata lentamente...
proprio come le nespole. La definisco una seconda chiamata di
Dio. Sempre chiara e limpida, anche se sofferta è stata la mia
scelta al ministero sacerdotale. Mentre la nuova qualifica di
sacerdote-missionario è nata grazie ad una serie ci circostanze
che voglio farvi conoscere.
La quasi improvvisa partenza di un carissimo amico, P.
Ivo, per l’America Latina, mi ha letteralmente scosso. Dotato
di capacità umane, intellettuali e spirituali non comuni, ben
voluto, stimato e ricercato da chi lo conosceva, ha saputo
generosamente sacrificare la possibilità di un facile successo
per donare se stesso al servizio del Terzo Mondo. La nostra
assidua corrispondenza mi ha esaurientemente informato sulle
estreme necessità sociali e spirituali di quei paesi. Di qui un
lento, continuo ripensamento su me stesso.
Il mio lavoro di “orientatore vocazionale” poi, pur
ponendomi innanzi la triste realtà della crisi dei seminari, mi ha
fatto toccare sul vivo il lusso di una vita abbastanza comoda e
la relativa abbondanza del clero in Italia. Chi di noi può
affermare che il messaggio di Cristo non sia ancora stato
annunciato a tutti gli italiani? E se non lo si vuole accettare,
perché togliere la possibilità di far conoscere ad altri il
meraviglioso Vangelo di Cristo, insostituibile fermento, per chi
crede, di libertà, di giustizia e di progresso?
Il tocco finale l’ho avuto dal mio contatto con i gruppi di
giovani e ragazze veronesi. Li ho trovati stupendi! Quante
chiacchierate, discussioni, contestazioni! Su una persona
eravamo tutti d'accordo: Gesù. Innamorati di Cristo, li ho visti
impegnati a percorrere la sua strada, come la presenta il
Vangelo, li ho visti rispondere con l’amore agli imbrogli
sociali, col silenzio e con lo studio alle chiassate politiche, con
l’azione umile e paziente e serena alle facili e inutili
184
chiacchere. La nostra amicizia ci ha vicendevolmente arricchiti,
migliorati, mentre, a loro insaputa, si faceva sempre più
prepotente in me il desiderio di far conoscere Cristo a quanti ne
ignoravano persino il nome.
Ecco ora realizzarsi la mia seconda vocazione. Tra breve
partirò per il Malawi. Non sogno avventure o grandi
realizzazioni perché incapace e pauroso. Desidero solo portare
Cristo e amare spassionatamente e sinceramente le persone che
mi verranno affidate.
Ringrazio Dio di questo nuovo dono, supplicandolo di
ricompensare quanti con la loro coerente e autentica vita
cristiana, sono stati i promotori di questa mia nuova
vocazione...”.
Riflessioni di un missionario cinquantenne
P. Giovanni Losa confida agli amici e benefattori alcune
riflessioni sui suoi cinquant'anni di vita.
“...Presto compirò 50 anni. Potrebbero sembrare tanti e
potrebbero suggerire pensieri autunnali con tutto il contorno di
foglie cadenti. Ma non è certo qui in Africa, dove le stagioni
sono quasi cancellate, il luogo più adatto per simili riflessioni.
Sarei tentato piuttosto a soffermarmi su un altro pensiero, che
non mi sembra privo di un certo tocco della mano misteriosa di
Dio, e quindi bello.
Questi cinquant’anni li festeggerò qui in Africa, nella mia
missione. Non è che abbia trascorso molti anni in Africa, ma
sembra quasi che il Signore mi vi abbia inviato in tempo utile
per festeggiarvi il mio Giubileo d’oro...
Agli amici e benefattori chiedo solo una cosa che mi sta a
cuore: una piccola preghiera per ringraziare insieme il Signore
di questi 50 anni di vita, e per avermi scelto e mandato in
Africa, tra i miei amici africani tanto cari.
Proprio in questi giorni sto gettando le fondamenta di una
nuova chiesa a Masuku, una delle missioni succursali. La
vorrei bella, per quanto sarà possibile ai miei limitati mezzi,
185
perché vorrei dedicarla alla Madonna di Fatima, in ricordo e
ringraziamento di un’altra grazia segnalata...”.
Ho amministrato il battesimo con l’acqua del radiatore
P. Gianbattista Maggioni racconta d’aver amministrato il
Battesimo con l’acqua del radiatore.
“...E’ quasi ora di pranzo quando mi chiamano per una
partoriente grave....Pieno di fiducia, parto. Ma la strada, le
montagne, la notte ormai vicina, la macchina in cattivo stato e
senza freni, mi impensieriscono non poco. Altro che le stelle
deve aver visto quella povera donna se di tanto in tanto
bisognava fermarsi perché riposasse un po’! Anche la nurce
non sapeva cosa fare. Si giunge tra le montagne che è quasi
buio. La donna sta veramente male. Un’altra sosta, ed ecco
l’evento. La nurce regge in braccio una creaturina che non
piange e non strilla, anzi pare senza vita. Le pratica la
respirazione bocca a bocca, mentre io appoggiato al cofano
guardo la foresta buia, e ascoltando gli urli delle belve sento
dei brividi giù per la schiena. Le donne che mi
accompagnavano mi assicurano che non sono leoni, ma non mi
sembrano convinte, per cui mi sembra più prudente lasciare
motore e fari accesi e portiera aperta, pronto a ... scattare.
“Bambo, mi dice ad un certo punto la nurce, bisogna
battezzarla, sta morendo”.
Mio Dio, dove trovare un po’ d’acqua? Siamo nel periodo
della secca. Dove cercarla di sera poi, mentre le bestie sono
forse in agguato?... Ho un’ispirazione: “Ma bambo, forse che
non hai acqua nel radiatore?”. Prendo le pinze, taglio il filo che
lega il cofano e attingo il mio fazzoletto nell’acqua calda del
radiatore, con mano tremante lo frego sulla fronte della neonata
e con voce rotta dalla commozione pronuncio la parole di vita:
“Eustella, io ti battezzo…”. Non il concerto di allegre
campane, non note melodiose di organo, ma il fruscio delle
186
foglie, rotto di tanto in tanto dagli urli selvaggi degli abitanti
della foresta...
L’anima era salva, bisognava ora fare il possibile per
salvare anche il corpo. Ripartiamo verso l’ospedale recitando il
Rosario e premendo con più forza l’acceleratore, preoccupati
non tanto della madre quanto della piccina che la nurce teneva
in braccio accanto a me. Buche, sassi, curve, salite e discese le
schivavo e le prendevo con una prontezza di spirito da
meravigliare me stesso. Finalmente ecco le luci dell’ospedale.
C’è il pronto soccorso: danno l’ossigeno alla bimba che respira
ancora e prestano le prime cure alla madre. Ce l’abbiamo
fatta!”.
187
1971
Rose e spine del missionario
Le mie prime impressioni in terra africana
P. Luciano Nervi racconta le sue prime impressioni in terra
africana.
“... Ero arrivato a Utale di domenica. Vista la necessità di
aiuto ho celebrato due Messe nella chiesa principale, gremita di
fedeli, cercando di leggere il meglio possibile le preghiere in
chichewa per me del tutto incomprensibili. Quindi vi lascio
immaginare gli svarioni che ho commesso, eppure nessuno dei
presenti si sarebbe permesso di sorridere alle mie affermazioni
così poco... ortodosse: sapevano che ero appena arrivato, che
ero nuovo della lingua del posto. Tutto questo, aggiunto al fatto
che ero ospite, ha fatto sì che essi stessero ad ascoltarmi con
discreta compunzione.
Dopo le Messe ho battezzato i miei primi tre piccoli
africani. Anche qui ho dovuto leggere parecchie formule in
chichewa, ma la formula essenziale l’ho voluta pronunciare il
latino per non conferire magari... la cresima al posto del
battesimo!
Le mie prime impressioni in terra d’Africa? Ho notato in
questa gente, pur povera e in preda alle malattie e
all’analfabetismo, una dignità e un comportamento gentile che
impressiona; tutto ciò mi ha confermato nella convinzione che
se io sono qui per offrire loro qualcosa, devo anche mettermi
nella condizione di ricevere in cambio da loro altri valori da me
magari finora trascurati: deve essere cioè un arricchimento
vicendevole. Solo se imposterò sotto questo punto di vista il
mio futuro lavoro, credo riuscirò in qualcosa. Comunque il
tempo per imparare non mi mancherà.
Ed ora qualche notizia concreta. Qui si è in piena carestia.
La scorsa stagione delle piogge è terminata troppo in fretta e
188
non ha permesso al mais una crescita normale; quel poco che è
giunto a maturazione è stato consumato ed ora chi può disporre
di qualche scellino va a fare la coda davanti ai posti di
distribuzione del mais che il Governo ha comperato dalle
Nazioni vicine. Ma chi non ha soldi deve fare una cura...
dimagrante tanto involontaria quanto dolorosa. Capitano spesso
alle nostre residenze donne anziane, vecchi e bambini a
chiedere qualche scellino per potersi comperare un po’ di mais
e così tirare avanti fino al prossimo raccolto. Ora sta arrivando
il tempo della semina: è dal gennaio 1970 che questa terra non
riceve una goccia d’acqua. È commovente la fede di questi
cristiani che portano in chiesa le sementi da benedire perché
possano dare un buon raccolto: in quel poco granoturco c’è
tutta la loro speranza di non trascorrere un altro anno in così
tristi condizioni e se ne privano proprio a malincuore per
consegnarlo alla terra: quanto volentieri se lo divorerebbero!
Qui più che altrove l’uomo dipende interamente dalla
natura che spesso è capricciosa: a volte dà troppo, a volte non
dà nulla, e allora è la fame più nera...”.
Muore P. Alberto Scotton
L’11 marzo 1971, alla vigilia del trentatreesimo
anniversario della sua Ordinazione Sacerdotale, P. Alberto
Scotton ha cessato di vivere, dopo tre mesi di sofferenze,
causate da una malattia inguaribile.
Nato a San Nazario (VI), il 19 ottobre 1912, veniva
consacrato sacerdote a Loreto (AN) il 12 marzo 1938.
Successivamente era a Bergamo, dove svolse un’intensa
attività prima come professore poi come Superiore e infine
come Direttore responsabile de “L'Apostolo di Maria” e di
“Madre e Regina”. Nello stesso tempo, per vivere il suo ideale
apostolico di sacerdote, esercitava il ministero in molte
parrocchie della Diocesi di Bergamo.
189
In seguito passò ad una più completa attività pastorale in
una povera parrocchia dell’estrema periferia romana, nella
borgata Gordiani. Ma la sua passione predominante era quella
di diffondere la devozione alla Madonna secondo
l’insegnamento
del
Montfort,
convinto
com’era
dell’importanza della Vergine Maria nella vita del cristiano. Fu
l’ideatore e il realizzatore della “Peregrinatio Mariae”.
L’abbiamo visto nel 1959 accompagnare la Madonna di Fatima
attraverso tutti i capoluoghi della Penisola. Sono tuttora molti a
ricordarlo per la sua calda parola nell’esortare a vivere
un’autentica devozione mariana.
Negli ultimi anni ha continuato il suo apostolato
nell’America Latina. Ha trascorso dieci anni a Lima, in Perù,
prima come segretario del Nunzio apostolico Mons. Carboni e
poi come missionario nei paesi più sperduti della Cordigliera
andina. È qui che si sono manifestati i primi sintomi del suo
male. Tornato in Italia si è consumato lentamente nella più
serena rassegnazione. Le sue ultime parole: “Aspetto che la
Madonna mi venga a prendere...”:
Non dimenticate la missione di Brickaville
P. Antonio Marchesi invita amici e benefattori a non
dimenticare la missione di Brickaville.
“... E’ un paese non lontano dall’Oceano Indiano,
prevalentemente in pianura, ma dove non mancano neanche
colline e montagne. Clima molto caldo e piogge
abbondantissime. Coltivazione della canna da zucchero, riso,
banane, caffè e arance. Si può dire che la gente vive nell’acqua
e nel fango. Fango sulle strade, sui sentieri, nei campi, nelle
risaie... fango intorno alle case, che per fortuna sono
sopraelevate. Quasi tutti hanno i piedi piagati a causa del
fango, e dato il lavoro che fanno non possono portare le scarpe
che del resto... non hanno!
190
Gli uomini che preparano le risaie e le donne che piantano
il riso, conducono una vita molto faticosa e massacrante.
Passano delle giornate nell’acqua, sotto un sole cocente e
qualche volta, per piantare il riso tengono la faccia quasi
nell’acqua, tanto si sprofondano i piedi. Bisognerebbe fare dei
grandi canali per regolare il movimento delle acque, ma per
quanto faccia il Governo, non può arrivare ovunque. Malgrado
tutto la gente è molto gentile e pronta ad un largo sorriso, tanto
riconoscenti con i benefattori. E queste poche parole
vorrebbero interpretare e trasmettere a voi tutta la nostra
profonda gratitudine, sperando che vi ricorderete ancora della
brava gente di Brickaville, nel Madagascar”.
Come le prime comunità cristiane
P. Patrizio Zuliani, Superiore Provinciale d’Italia e P. Mario
Arciello, Economo Provinciale, dopo un viaggio in Malawi,
raccontano le loro impressioni.
P. Mario Arciello scrive: “...Quando si leggono gli Atti
degli Apostoli, si rimane commossi davanti all’azione dello
Spirito Santo che diffonde il cristianesimo in maniera
sorprendente. Lo stesso sentimento ha pervaso la mia anima
nella visita alla nostra missione del Malawi: il fervore della
Chiesa nascente, il proselitismo dei cristiani, l’amore
vicendevole dei convertiti, si riscontrano ad ogni passo del
grande territorio del Malawi.
È questa la ragione per cui i Missionari Monfortani restano
avvinti nel loro lavoro apostolico; restano stupiti nel constatare
come lo sviluppo del cristianesimo richiama direttamente
l’opera dello Spirito Santo. Si sentono chiedere di essere
ammessi al catecumenato figli di maomettani, di protestanti, di
pagani, senza che essi abbiano mai domandato loro di
abbracciare il cristianesimo. Commovente il fatto di una
ragazza, figlia di un pastore protestante, che spontaneamente
chiede di essere istruita nella fede; quindi, con il permesso dei
191
genitori, viene battezzata. Dopo poco tempo tutti i figli del
pastore protestante passano al cattolicesimo.
Commovente il fatto che un piccolo villaggio sperduto
nella foresta, manda un delegato dal missionario perché
vogliono essere visitati, perché hanno già costruito la chiesacapanna e vogliono la S. Messa.
I lebbrosi! Che commozione nel vedere come la religione
pone sulle labbra di esseri consumati dal male e dal dolore, il
più dolce sorriso! Con mirabile rassegnazione sgranano il
Rosario e con gioia lo portano al collo.
È questo spirito soprannaturale che pervade l’anima del
missionario e gli fa superare con tanta semplicità fatiche
estenuanti, pericoli d’ogni specie. Certo che la natura del
Malawi è incantevole, con i suoi laghi e fiumi, con i suoi
monti, con l’abbondanza di frutti d’ogni specie, con lo
splendore dei colori, la limpidezza del suo cielo, gli sconfinati
orizzonti. Ma tutto questo passa in secondo ordine di fronte al
fervore del cristianesimo dei convertiti: essi non temono, la
domenica, di restare in chiesa per due o tre ore, a cantare al
Signore, ad ascoltare la Parola di Dio e accostarsi ai
Sacramenti.
La collaborazione del laicato con i missionari è quanto mai
attiva. Il Malawi è una terra che si apre in modo mirabile al
cristianesimo. Il suo popolo, dolce e mite, sempre sorridente,
senza preoccupazioni, con gioia riceve il missionario,
considerandolo il loro più grande amico.
I bisogni di questi popoli sono immensi ed il missionario si
prodiga senza riserve per venire loro in aiuto. Fabbricano
piccoli dispensari e maternità, costruiscono scuole, scavano
pozzi per l’acqua. Tutti i malati, si può dire, gravano sulle
spalle del missionario. Li deve trasportare dalle capanne ai
pochissimi e lontani ospedali, ad ogni ora, di giorno e di notte!
I dottori sono rarissimi. Mancano i medicinali. I missionari
forniscono i loro dispensari di infermiere e medicine che fanno
arrivare da lontano.
192
Il grosso guaio è sempre quello economico. Spesso
mancano i mezzi finanziari per pagare le medicine, le
infermiere, i maestri delle scuole. Così i missionari sono
sempre in pena! Mancano poi le strade. I missionari devono
fare a piedi lunghi viaggi, attraversando fiumi e torrenti. La
distanza tra un posto di missione e l’altro supera a volte i 60
km! Ci vorrebbero molto più missionari e più mezzi finanziari.
Ecco la conclusione a cui si arriva dopo una visita nel Malawi”.
P. Luciano Nervi aggiorna per gli amici le sue ultime disavventure.
“...Una domenica di fine marzo, dopo aver celebrato due
Messe alla missione e aver sbrigato varie pratiche d’ufficio,
stavo comodamente gustando una buon pranzetto, quando
arriva un giovanotto. Esauriti i convenevoli, lo vedo tirar fuori
dalla tasca un biglietto. Ahi! dico tra me, qui c’è ancora
qualcosa da fare per oggi. Leggo il messaggio: un ammalato
grave al tal villaggio. Cerco di richiamarmi alla mente la
cartina topografica della missione di Utale e penso che potrei
rischiare di andarci in macchina: sono tre giorni che non piove,
la stagione delle piogge dovrebbe ormai essere alla fine. Per
sicurezza carico sul camioncino la bicicletta: se rimarrò
impantanato continuerò con questa.
Con il giovanotto che mi fa da guida parto fidando nella
mia buona stella. Il primo ostacolo si presenta con una serie di
buche enormi piene di acqua e di fango: ansimando e
scoppiettando a più non posso il mio galimoto si tira in salvo.
Poi c’è un letto di fiume da attraversare; è asciutto ma
disseminato di massi. Mi fermo e, aiutato dal mio
accompagnatore, sposto almeno i più grossi, poi di nuovo in
marcia.
Il galimoto, sobbalzando più o meno allegramente, supera
anche questo intoppo. Ma non è finita. Più avanti mi si para
davanti una discesa di erbe alte che ricopre gran parte della
strada. Mi butto dentro alla cieca, sperando ardentemente che
193
in mezzo all’erba non spunti all’improvviso qualche spuntone
d’albero o qualche tronco che mi ridurrebbe la macchina in una
condizione non troppo decente. Ogni tanto domando al
giovanotto se siamo nelle vicinanze e quello a ripetermi che è
ancora lontano.
Dopo un’ora e mezzo, arrivo finalmente alla capanna.
Entro e vi trovo una vecchina che se non è in fin di vita ci
manca poco. Ascolto la sua confessione, le amministro
l’Eucaristia e poi l’Estrema Unzione. Scambio poi quattro
chiacchere con i familiari e i vicini, tenendo sempre d’occhio il
cielo: se cominciasse a piovere non sarei più di nessuno!
Nel ritorno, per un buon tratto di strada mi faccio
accompagnare dalla mia guida: ho paura di perdermi. La strada
corre in mezzo alla foresta, accanto a campi di granoturco
maturo. Ad un certo punto intravedo davanti a me un lebbroso
che va nella mia stessa direzione. Mi fermo e lo prendo a
bordo. Dopo qualche chilometro quello chiede di scendere e si
avvicina al finestrino di guida. Ha gli occhi rossi e annacquati,
inoltre farfuglia più che parlare: segno sicuro di una buona
sbronza. Mi domanda dei soldi: gli dico che non ne ho, ed è
vero; ma quello prima che si decida ad allontanarsi ce ne vuole.
Riparto. Poco più avanti sorpasso un gruppetto composto
da due donne e un uomo. Mi chiedono un passaggio. Ad
ascoltar loro, qui ci si potrebbe trasformare in una agenzia di
trasporti, ma ... gratuita naturalmente. Ogni africano diventa
all’istante un autostoppista appena scorge una macchina ...
Mi fermo. L’uomo e la donna più giovane in un attimo
sono su, ma l’altra, che è piuttosto vecchiotta e che durante la
sua lunga vita deve aver visto ben pochi galimoto da vicino, ci
prova in ogni modo, ma non ce la fa. Allora, siccome sono
proprio in vena di fare opere di misericordia, scendo, le dico
che deve mettere prima un piede sulla ruota e poi tirarsi su, e
alle parole faccio seguire le... opere, e anche lei si accomoda
per bene.
194
E così arrivo alla missione. La vecchietta, che ha fatto un
altro teatrino per scendere, mi chiede persino la benedizione; si
fa un segno di croce mentre ancora parla e poi se ne va tutta
allegra”.
Non credevo di essere ancora alpinista
P. Giovanni Gheno confessa: “Non credevo alla mia età, di
diventare un alpinista”. Lo scrive in una lettera.
“...Mi sono sempre piaciute le montagne, volentieri vi
salivo, ma non pensavo di venire a vivere a 2.700 metri di
altezza e di trascorrere ogni settimana e anche più volte a 4.300
metri. Eppure è così dal febbraio del 1969. Alcune volte cerco
di salire un po’ a piedi, ma dopo una mezz’ora comincio a
soffiare e sono obbligato a far le mie salite in macchina o a
cavallo. Non tutti però possono adattarsi a questo alpinismo.
Infatti, sono parecchi che viaggiando a tali altezze obbligano
l’autista a fermarsi per permettere loro di alleggerirsi... Io
posso ringraziare il Signore che finora non mi è mai capitato,
anche se non manca il mal di testa o un certo malessere la sera
tardi, quando la macchina soffre di anzianità e vuole aiutarvi a
digerire con i suoi sussulti.
Vivo in mezzo ad operai, circa 2200. Con le famiglie
formano una parrocchia di 7000 persone, distribuite in tre
cantieri, distanti l’uno dall’altro 60 e 80 km. Il lavoro consiste
nella costruzione di una grande centrale idroelettrica. Oltre la
diga, si deve aprire una galleria di 20 km. Nello scorso
dicembre si sperava di terminare l’apertura, quando
l’infiltrazione dell’acqua con una pressione di 70 metri cubi, ha
fatto sospendere il lavoro. Da tre mesi si sta studiando il modo
di risolvere il problema...
La vita religiosa nei cantieri lascia molto a desiderare.
Tutti conoscono l’ambiente operaio e come sia difficile
accostarlo. Nei due primi anni è mancata quasi l’assistenza
spirituale. C’era solo la Messa la domenica sera. Inoltre gli
195
operai lavorano anche il sabato, e la domenica sentono il
bisogno di distrarsi, andando a caccia, a pesca o recandosi in
città, distante 100 km.
I cantieri sorgono in mezzo a vallate, in luoghi isolati. I
peruviani, poi, in generale, sono abituati a partecipare alla S.
Messa soltanto in occasione della “Festa”, ed è quella l’unica
volta che vedono un sacerdote.
La scarsità di sacerdoti è uno dei mali più gravi del Perù.
In un territorio vasto come la Lombardia non vi sono che 30
sacerdoti. La popolazione non è così numerosa come da noi,
ma vi sono parecchi paesi di oltre 1000 abitanti che non
vedono il prete che una volta sola l’anno. La “Festa” poi è un
giorno, o una settimana, in cui la gente pensa solo a divertirsi:
suoni e balli per l’intera notte! Uomini e donne si danno
all’alcool, si sdraiano poi sul terreno l’uno sull’altro senza
opporre resistenza alcuna agli impulsi della natura...
Difficile però giudicare questa povera gente. “La Festa” è
l'unico loro divertimento. Poi ritornano al lavoro, alla vita
isolata nelle capanne, peggiori delle nostre stalle, dove la sera
si getteranno a dormire su una pelle senza perdere tempo a
spogliarsi o a lavarsi...
Bisogna avere pazienza, pregare e stare con tutti, anche se
si vedono e si sentono cose non proprio edificanti...”.
Non è stata una fuga il mio arrivo in Malawi
P. Lorenzo Pege torna a farsi vivo con una testimonianza
missionaria.
“...Da alcuni mesi ho lasciato l’Italia, un Paese moralmente
stanco e diviso, martoriato da lotte sociali, un’Italia in cui è
diventato di moda lo sciopero, la critica sistematica, più o
meno costruttiva, all’autorità, alle strutture, alle istituzioni. La
mia decisione poteva sembrare una comoda fuga da problemi
scottanti, un rifiuto codardo alla lotta, un fuggire ai rischi di
una rottura col sistema...
196
Gli amici sanno che ciò non è vero, sanno piuttosto che
mal sopportavo una società in crisi di ideali, una società in
agonia di fede, una società chiusa nell’egoismo più assoluto e
sporco. Ero piuttosto alla ricerca di un ambiente che tutti i
giovani ambiscono: un ambiente che mi desse l’occasione di
riscoprire l’autenticità e la validità della mia vita umana
cristiana e sacerdotale. Ho scelto l’Africa: un ambiente
bisognoso di giustizia, di verità e di aiuto contro gli sfruttatori
colonialisti del Terzo Mondo, di cui tanto si parla in Italia.
Il mio primo contatto con l’Africa è stata una vera scoperta
che mi ha commosso, mi ha fatto soffrire, riflettere e
soprattutto rivedere le mie idee. È stata sufficiente una corsa
dannata nella brousse del Malawi con il Prefetto Apostolico
Mons. Alessandro Assolari, per toccare sul vivo i problemi
umani, sociali e spirituali di un popolo che è ricco solo di
povertà, di ignoranza, di miseria, ma che lotta quotidianamente
per sopravvivere...”.
Il sangue scorre nell’Isola Rossa
P. Carlo Berton fa sapere che “... il sangue scorre sull’Isola
Rossa”.
“... Le notizie che ormai attraversano frontiere e non
possono essere fermate da nessun regime politico vi sono
giunte anche in Italia: le sommosse della regione Sud dell’isola
del Madagascar.
I fatti. Il Presidente Tsiranna ne ha dato notizia
improvvisamente alla Radio Nazionale Malgascia: parecchie
migliaia di tribù Antandroy, Mahafaly, Antanosy hanno dato
l’assalto alle prefetture, ai municipi ed alle gendarmerie dei
grossi centri della regione di Tulear. Si annunciavano poi 30
morti ed un certo numero imprecisato di feriti... Armati di
fionde, come Davide, di randelli, lance, fucili da caccia,
coltellacci, questi ribelli fecero più paura che morti.
197
La repressione invece fu feroce e continua. La radio
annunciò che era opera di un partito all’opposizione, detto
Monima, il cui capo, Monja Jaona, fu arrestato nella foresta di
erbe spinose giganti. La situazione ora sta già rientrando
nell’ordine, ma solo ora i giornali più coraggiosi pubblicano lo
svolgimento dei disordini: i morti sono circa mille. I gendarmi
praticano una giustizia sommaria ed il Presidente della
Repubblica minaccia ora i gendarmi ed i soldati di venire
giustiziati a loro volta se continuano le vessazioni a queste
tribù. La verità si saprà tardi.
L’amministrazione governativa fa tutto il possibile per
nascondere quanto è avvenuto, anche per conservare di fronte
all’opinione pubblica mondiale la sua stima di popolo
democratico e pacifico.
La ribellione scoppiata all’inizio di aprile 1971 ha delle
origini assai profonde. Questa zona del Sud del Madagascar è
caratterizzata da piaghe sociali croniche: povertà, miseria
spaventosa, siccità, fame, sottosviluppo, rancore della
popolazione che si sente abbandonata dal Governo. La
lontananza di questa zona non ha spinto il Governo a fare
investimenti per costruire strade o altre opere necessarie alla
popolazione...
I preti della regione hanno scritto una lettera collettiva,
denunciando le ingiustizie, la violenza e richiamando
l’attenzione di tutti su questa zona affinché abbia il posto che le
spetta tra le regioni dell’isola...”.
Nankhunda: la mia nuova missione
P. Mario Bonomelli informa: “Nel mio cappello trovai...
Nankhunda”.
“...Lasciando l’Italia, nove mesi fa, tra il serio ed il faceto,
dicevo che andavo in Malawi per riprendere il mio cappello,
ceduto a Padre G. B. Maggioni per una scommessa persa a chi
sarebbe partito prima per le missioni. Il mio cappello l’ho
198
ritrovato, ma dentro vi era una sorpresa: Nankhunda! Cos’è? È
un nome carino che significa “il posto dove ci sono molte
tortorelle!”. Si tratta in verità del Seminario delle Diocesi di
Zomba e Fort-Johnston, cui sono stato destinato appena giunto
in Malawi. Fu proprio una sorpresa per me, in quanto mi
aspettavo e, come tutti, desideravo di incominciare a lavorare
nei villaggi dove ci sono i vari posti di missione, insieme agli
altri confratelli italiani. Rimasi un po’ sconcertato e masticai un
po’ amaro. Non me l’aspettavo.
Nelle mie casse avevo messo un po’ di tutto, ma non una
grammatica od un vocabolario. E così, dopo alcune settimane,
mi trovai di fronte ad una fila di banchi da cui spuntavano tanti
piedi nudi e sotto il fuoco incrociato di occhi furbi che mi
scrutavano e studiavano da capo a fondo. Reagii assumendo
tutta l’aria professionale possibile, ricordando i miei vecchi
professori di Redona, ma dopo pochi minuti scoppiai a ridere.
La risata fu subito comunicativa e generale. Mi meritai così il
titolo di “professore che ride”.
Pur avendo una discreta conoscenza della lingua inglese,
all’inizio non mi fu facile ingranare, ma la simpatia e la
cordiale comprensione degli alunni mi facilitò il compito...
Dopo diversi mesi che vivo con questi ragazzi il
disorientamento iniziale è solo un ricordo e mi trovo a mio
agio. Non troppo però quando gioco al pallone: loro a piedi
nudi ed io con le scarpe.Ho un solo rincrescimento, quello di
non aver potuto ancora imparare bene la lingua del posto e così
essere maggiormente utile nei momenti liberi, quando posso
andare nei villaggi a dare una mano ai confratelli.
In seminario usiamo solo l’inglese, ma la gente dei villaggi
non lo capisce. Nei prossimi mesi di vacanza vedrò di superare
anche questo ostacolo.
Per ora faccio punto e stop, perché ho una pila di quaderni
da correggere che mi aspetta... Poco missionaria come
chiusura, ma se ad ogni quaderno corrisponde un futuro prete
del Malawi per il Malawi...”.
199
Vorrei avere la velocità di uno Sputnik
Rompe il silenzio anche P. Angelo Rota. “... Sono ormai
trascorsi tre mesi dal mio terzo sbarco sull’Isola Rossa. Vorrei
avere la velocità di uno Sputnik per ricuperare le distanze e la
faccia tosta di Don Camillo per non vergognarmi del mio lungo
silenzio, soprattutto perché molti di voi non li ho neppure
salutati, anche se era nei miei programmi e desideri.
Arrivando quaggiù ho avuto l’impressione di far parte dei
nostri stagionali. Andavano all’estero a disboscare e a tagliare
fieno per sei mesi e rientravano alle loro case per la mietitura.
Fanno così anche i nostri Btsimeo: seminano il riso e,
nell’attesa che maturi, vanno in foresta a segare tronchi, a far
assi per conto di terzi e al tempo dei raccolti tornano a casa. È
quello che ho fatto anch’io. Qualche mese in patria per
riposarmi e fare i...rifornimenti e poi sono tornato qui a
Tamatave, nella grande Parrocchia del Sacro Cuore a dare una
mano a P. Carlo, per la mietitura.
Grazie a Dio è stata una vera annata grassa anche questa.
Ogni sabato un migliaio di adolescenti al catechismo, divisi in
una cinquantina di gruppi che affidiamo ad altrettanti volontari.
Dopo due anni di frequenza e un regolare esame, vengono
ammessi ai Sacramenti o rimandati a più tardi. Fu così che
arrivai a tempo per una vera mietitura: 85 battesimi, 274 Prime
Comunioni, infine, per la festa patronale il Vescovo di
Tamatave, Mons. Puset, impartiva 330 Cresime.
Ora stiamo preparando una vera finalissima con una
trentina di Nozze d’Argento e qualche briciola d’oro che ci
permetterà di organizzare una specie di missione per gli sposati
di tutta la parrocchia. Il grande lavoro in queste circostanze non
sta tanto nel numero di battezzandi, comunicandi e cresimandi,
ma nella presa contatto con le singole famiglie dei candidati,
che visitiamo a domicilio o convochiamo alla missione per
assicurarci della serietà d’intenzione delle due parti affinché gli
uni s’impegnino seriamente a vivere la grazia del sacramenti
200
che chiedono, e gli altri li incoraggino a perseverarci. Non vi
parlo poi delle lunghe serie di lettere inviate in tutta l’Isola per
richiedere i certificati di Battesimo o per comunicare le Prime
Comunioni e le Cresime. Insomma, credo che aveva ragione
anche P. Carlo nel dirmi che non aspettava altro che il mio
ritorno. Un solo prete proprio non può farcela qui. In due è
ancora poco; chissà se un giorno avremo il terzo...
Ora dovunque si sente aria di vacanze, ma noi ne
respireremo solo l’aria. Infatti, Tamatave è una città dove chi
appena può, viene a trascorrere le vacanze; siamo in riva al
mare, e poi perché qui è inverno, e, anche se tutti i giorni che
Dio ha fatto hai la tua lavatina che il cielo non risparmia mai,
fa meno freddo che sull’altipiano. Quindi il turismo ci tiene
occupati anche durante le vacanze...”.
Vorrei polverizzare la roccaforte protestante
P. Adriano Preda confida la speranza di polverizzare la
roccaforte dei Protestanti Riformati: Cape.Maclear.
“...Solamente nel 1966 P. Emilio Nozza, quale nuove
Scipione, riuscì a mettere il proprio elmo arrugginito, ma
eroico e coraggioso, su questo estremo punto del Lago Malawi.
Così si è iniziato ad espugnare la fortezza secolare del
protestantesimo, tanto ostile al cattolicesimo. Favorendo una
reciproca confidenza e stima e prestando un valido aiuto
materiale, si è giunti ad una intesa, indispensabile per dare man
forte al progresso umano e sociale di questa gente, un tempo
guardinga e sospettosa ed ora conquistata dalla simpatia, tanto
da aprirla al cattolicesimo.
Una chiesa protestante alquanto decadente esiste da forse
mezzo secolo. Accanto c’è una scuola elementare completa.
Nel 1967 viene eretta pure una chiesa cattolica, in mattoni e
cemento, coperta da lamiere, la quale si prestava e fungeva
come dispensario medicinale mensile.
201
Lo scorso anno il Capo villaggio, tanto insistette sulla
necessità di un piccolo ospedale... Questo complesso, appena
avviato, deve essere ampliato presto, con due urgenti
costruzioni in cemento, poiché il fondale è pura sabbia. È
un’occasione magnifica da sfruttare per penetrare sempre più
nella roccaforte del Protestantesimo. Oggi si sono aperte le
porte all’opera della Chiesa. I responsabili stessi di questo
nucleo comunitario tendono fiduciosi le loro braccia chiedendo
un valido aiuto, necessario al progresso, a livello umano e
spirituale. Un centinaio di cristiani formano il seme di un
futuro sicuro e piene di speranze. Quella “Rocca” oggi si sta
polverizzando dalla fiducia e dalla carità dei buoni. A voi
stendo le mani di mendicante a nome di questa gente che grida:
“Non lasciateci soli!”.
La mia prima tournée missionaria
P. Lorenzo Pege scrive per raccontare l’esperienza del suo
“Primo giro missionario”.
“...Nonostante sia ancora un pivellino dell’Africa, per la
prima volta sono uscito da solo a visitare gli ammalati di alcuni
villaggi. Sono appena ritornato e voglio proprio raccontarvi
com’è andata.
Il Padre che mi ospita provvisoriamente era occupatissimo.
D’altra parte si doveva andare perché domenica scorsa, in
chiesa, erano stati avvertiti i cristiani. Cercherò di
sbrogliarmela il meglio possibile, confidando nella bontà dei
neri: speriamo non ridano troppo del mio stentatissimo
chichewa.
Ho preso un ragazzo come guida e via in macchina.
Portavo con me il Santissimo per comunicare coloro che lo
avrebbero desiderato. Fatto qualche chilometro mi accorgo che
il sentiero si fa stretto e accidentato; non si può percorrerlo con
l’auto. Scendo e inizio, sotto il sole pomeridiano, la mia prima
esperienza.
202
La preoccupazione della lingua mi fa dimenticare ogni
cosa: cammino ripassando mentalmente i verbi, le espressioni
più comuni per un dialogo, ecc. Non ho tempo di pensare alle
mie paure e sì che sto camminando in piena savana, su viottoli
tracciati dai neri, talmente angusti che obbligano a procedere in
fila... africana tra due sponde di sterpi completamente bruciati
dal sole. Fa caldo! La veste candida, nuova di zecca, è un
ottimo preservativo solare. Tuttavia, la fronte gronda sudore e
gli occhiali si appannano.
Una cinquantina di ragazzi dai tre agli otto anni mi
vengono incontro: sono sporchi di polvere all’inverosimile,
sbracati. Mi assaltano e tutti mi tendono le mani. Un sorriso
smagliante è sulle labbra di tutti: sono contenti, spensierati,
senza problemi. Mi conducono in massa al primo infermo.
Strada facendo vengo riverito dagli uomini, seduti all’ombra
delle loro capanne, intenti a conversare del più e del meno,
pigri e indolenti; mentre le donne sembrano più attive: chi
allatta il bambino, chi pesta il granoturco, chi intreccia una
stuoia.
Arrivo dinnanzi ad una capanna. L’infermo è un ragazzo di
circa 14 anni; strisciando sulla polvere mi si mette ai piedi. Ha
un volto stupendo, due occhi così limpidi che mi commuovono.
È poliomielitico. Osservo le sue ginocchia rugose consunte dal
forzato sostegno di tutto il tronco, mentre le palme delle mani
callose mi rivelano quanto gli costi quell’annaspare continuo
per avanzare...
Lo saluto amorosamente, lo accarezzo, balbetto qualche
cosa spiegandogli che sono nuovo. Sorride felice e sereno. Mi
chiede di confessarlo e di comunicarlo. Entriamo in una specie
di veranda che isola la capanna dall’esterno. Lo confesso, dopo
di che faccio entrare tutti i bambini. Non c’è né un tavolino, né
una sedia. Mi arrangio in qualche modo...
Altra tappa. Mi inoltro nel villaggio, sempre circondato
dalla festosa turba di neretti. Di tanto in tanto arriccio il naso:
203
non è il puzzo sudorifero e tanto umano di chi mi fa da cornice,
ma il fetore degli escrementi e dei rifiuti in putrefazione.
Un piccoletto mi avverte che siamo arrivati all’abitazione
di una lebbrosa. La vecchietta che mi sta innanzi mi scruta, mi
osserva ben bene. Con slancio mi prende le mani, le stringe
fortemente e ripete a non finire il suo grazie. Mi sono sentito
sudare freddo. È lebbrosa! Per timore volevo frenare
quell’impulso gioioso, ma non ne sono stato capace. Compiuti i
miei doveri sacerdotali la lascio nella sua stuoia di sofferenza e
mi dirigo verso un’altra capanna.
Bang! Una zuccata sulla trave di sostegno della porta.
Avevo dimenticato i consigli pratici del mio amico P. Adriano.
Il brusco movimento sussultorio ha posto fine ai placidi sonni
del vecchietto cieco. Quanta povertà, mio Dio! Il vecchietto
non aveva neppure una coperta per difendersi dalle fredde e
umide notti africane! Gli ho lasciato qualcosa in denaro, ma
troppo poco!
Continuo la visita agli infermi, edificato e alquanto triste.
C’è in me un guazzabuglio di pensieri... Si insiste tanto oggi
sul lavoro sociale del missionario mentre si parla poco e si
trascura quello religioso. La gioventù, soprattutto, in crisi di
fede, vuole trasformare la Chiesa missionaria in una specie di
agenzia di sviluppo, umano. La tentazione di ritenersi appagati
quando sono soddisfatti i bisogni materiali e temporali, insidia
la nostra società evoluta...”.
Una Prima Comunione tutta africana
In un’altra lettera P. Pege Lorenzo racconta di una “Prima
Comunione tutta africana”.
“...E' trascorso circa un anno da quando ho assistito alla
suggestiva festa della Prima Comunione a Verona. Ricordo
ogni minimo particolare: la chiesa addobbata a puntino,
l’insistente suono argentino delle campane, lo strimpellare
dell’organo, i nervi tesi del parroco indaffarato a organizzare e
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a sistemare gli imprevisti, i bambini e le bambine visibilmente
commossi, pallidi ed impacciati nei bellissimi vestiti
d’occasione... La rituale foto ricordo, il ritorno in famiglia, la
consegna dei regali, ecc.
Ricordi. Pensavo di riviverli assistendo ad una Prima
Comunione africana. Ma, ohimè, se non fosse per quel Gesù
che è lo stesso, se non fosse per quei pargoli che hanno in
comune la stessa innocenza, non saprei proprio trovare un
punto d’incontro tra la festa italiana e quella africana.
Abituato a vivere in un mondo ricco, in una società satura
di ogni ben di Dio, ho sofferto le pene dell’inferno toccando
con mano l’indigenza di un altro mondo, di un’altra società
satura di miseria. Ho scolpito nel cuore le immagini di quei
bimbi neri. Li ho contati; erano 120! Molti provenivano dai più
lontani villaggi. Per raggiungere la missione alcuni hanno
percorso anche 15 chilometri a piedi.
Li ho passati in rassegna uno ad uno. Beh, ci credete? Non
ce n’era uno che avesse un vestitino nuovo. Che dico? Non ne
ho visto uno che avesse i calzoncini e la sottanina senza
qualche brandello! Ho notato che qualche mano amorevole
inutilmente aveva tentato un disperato rattoppo. Guardandoli
con affetto, giocherellando con la fantasia per individuare la
possibile provenienza di quegli abitini dalla taglia e dallo stile
prettamente italiano! Due soli indossavano le scarpe, se scarpe
si possono chiamare due paia di ciabatte informi e incolori.
I genitori, i parenti e gli amici presenti rispecchiavano la
stessa povertà dei comunicandi. Unico segno distintivo
esteriore una corona del Rosario appesa al collo e una
candelina in mano che porteranno a casa come ricordo.
Sobria ma quanto mai suggestiva la cerimonia. Rallegrava
il rito il suono di una vecchia fisarmonica. Raccoglimento,
devozione e tanta fede ho intravisto su quei volti neri.
Soprattutto mi ha colpito la loro gioia, la loro serenità e la loro
pace. Nulla di esterno, di chiassoso disturbava quei momenti
solenni del primo incontro con Gesù. Li invidiavo. Mi sarebbe
205
piaciuto essere uno di loro. In quel momento li vedevo più
ricchi, più fortunati spiritualmente dei bambini bianchi...”.
Ringrazio amici e benefattori
P. Ernesto Zanga parte per il Perù e invia una saluto agli
amici.
“...Prima di raggiungere la mia missione nell’America
Latina, desidero salutare e ringraziare tutti gli amici e
benefattori. Non vuole essere un saluto che sia segno di
distacco, quanto piuttosto un ricordo, perché nella missione
dove lavorerò, vi voglio tutti presenti spiritualmente, certo che
questo sarà per me un forte incoraggiamento nelle inevitabili
difficoltà.
Ho scelto la missione per vivere meglio il mio sacerdozio e
non per evadere ed eludere le difficoltà presenti nei nostri
paesi. Ho pensato varie volte ed ho parlato della povertà, della
fame, dell’ingiustizia: ebbene ho capito che non basta parlare
di questo, ma per una testimonianza più vera bisognava vivere
in questi problemi, consapevoli che Cristo è soprattutto là dove
c’è il povero, l’affamato, l’assetato di giustizia.
Mi affido perciò alla vostra preghiera, perché con Cristo e
con voi possa fare un po’ di bene fra tanta povera gente
bisognosa, prima di tutto, d’amore”.
Se fosse successo a vostra figlia?
Mons. Alessandro Assolari scrive ponendo una domanda:
“Se fosse successo a vostra figlia?”.
“...Mi trovo a Fort Johnston dall’inizio della missione,
marzo 1965. Nonostante gli inizi incredibilmente modesti, ora
c’è di che ringraziare il Signore. Ci sarebbe tanto da dire, ma
mi voglio limitare ad un solo fatto.
Immaginate che quando sto per dire interessi voi, la vostra
famiglia. Se voi aveste cinque o sei figli, come tante famiglie
206
da queste parti, e una famiglia, e una figlia, magari la prima,
facesse bene a scuola. È promossa a giugno tutti gli anni. I
maestri sono tutti d’accordo nel consigliare la ragazza che
continui gli studi. La famiglia, a volte la parentela, fa tutto
quello che può e mette insieme 7.000 lire per permettere alla
ragazza di iscriversi alla scuola secondaria. E la ragazza arriva
a Fort Johnston con un cestino. Ha poche cosucce con sé: un
sacchetto di farina, qualche pesce secco, un cartoccio di fagioli.
La scuola secondaria è la via aperta ad un avvenire dorato,
sognato da ogni ragazza: sarò professoressa, maestra,
infermiera, segretaria, moglie di qualche ministro... avrò tanti
vestiti e soldi per aiutare la mia famiglia. Arriva a Fort
Johnston. Dove dormire? I ragazzi hanno il loro convitto, per le
ragazze nulla. Devono sbrogliarsela. Ci sta una capanna che
anni addietro serviva al cuoco del giudice: se ne rifugiano sei
poiché sette ci starebbero come acciughe. Altre si sparpagliano
in giro. Giù sulla strada ci sta una capanna abbandonata. Vi
trova posto un gruppo.
Nei dintorni ci stanno i bar che vendono birra e mucchi di
ragazze che ci lavorano. Come paga, quasi niente, ma hanno
vestiti graziosi. Non sanno leggere né scrivere; quelle della
scuola secondaria, invece, sono brave a scuola, ma vanno
vestite poveramente.
Quando, dopo la scuola ammazzano il tempo ad andare su
e giù per il corso, la gente bene, gli impiegati che vestono
camicie e calzoni fatti venire dal Sudafrica, si accorgono subito
di loro. Anche i compagni di scuola vanno instancabilmente su
e giù per il corso. Un saluto. I primi complimenti in inglese.
Per la ragazza il sogno dorato ha inizio.
Le poverette tornano nella loro capanna. Tormentano in
mille modi i loro capelli per renderli più lisci, come quelli delle
bellezze nere sudafricane che hanno visto sul primo rotocalco.
Stirano la loro povera ed unica gonnella anche due volte al
giorno. Ma è sempre quella!
207
Le ragazze dei bar sono fiere: le cambiano persino tre in un
giorno. Anche esse vanno su e giù per il corso. Poi rimangono
solo le studentesse a passeggiare. Col buio tornano nella loro
capanna povera e squallida. A turno comperano sette lire di
petrolio per alimentare le lampade che si sono fatte con una
scatola vuota e un lembo di stoffa. Sdraiate per terra, studiano.
Nelle sere e nelle notti di plenilunio si sente il tam-tam che
chiama e incita alla danza. Si odono canti. Dopo i primi giorni,
anche loro non resistono e vanno a fare quattro salti.
Dopo due mesi tutto è cambiato. Diverse ragazze della
scuola hanno vestitini nuovi, carini. Quando vanno qualche
giorno in vacanza, alla mamma diranno che glielo ha
imprestato una compagna. La mamma è fiera e non guarda per
il sottile. Sua figlia? Una mezza europea....
Le ragazze incominciano a mancare a scuola, spesso. Una
perché ha il mal di testa, l’altra perché si sente la febbre, la
terza si è sentita male la notte. Una ventina di ragazze all’inizio
dell’anno, tutte con buonissime probabilità di promozione.
Nell’internato o convitto delle Figlie della Sapienza, a Zomba,
il 94% delle ragazze della scuola secondaria è stato promosso a
giugno. Un altro 10% se n’è tornato a casa prima della fine
dell’anno scolastico, con un fagottino, non certo pieno di
stracci. Un altro, chi mai potrà stabilire la cifra esatta!, non è
andato a casa con il fagottino perché la paura, la malizia
suggerita da parte di chi avrebbe avuto la responsabilità
maggiore, non l’ha permesso...
Sì, sono loro, quelle ragazze così semplici, così gentili,
così brave che avrebbero potuto diventare professoresse,
maestre, infermiere, segretarie. Ora il sogno è infranto, saranno
riassorbite dalla vita del villaggio. Non faranno tragedie le loro
famiglie, ma la tragedia c’è perché queste ragazze, anche se
sono anglicane, protestanti o maomettane, sono mie figlie... e la
tragedia la sento io. Altro non abbiamo noi missionari; i nostri
figli sono questi!
208
Aiutatemi a salvarle! Da due anni abbiamo dato alle
ragazze la nostra vecchia chiesa come dormitorio. Ora ce ne
stanno 22. Non possiamo continuare così, perciò abbiamo
deciso di costruire un convitto tanto più che abbiamo trovato
un gruppo di bravissime Suore per Fort Johnston. Le ragazze le
seguiranno loro. Che bello!
Sono la speranza di un paese disperato. Tu, mamma, tu,
papà... L’aveste avuta voi una figlia così... Non sareste contenti
che qualcuno la ospitasse, l’aiutasse nel momento più bello e
delicato della sua vita? È quello che noi vogliamo fare per
queste ragazze che sono la speranza d’un paese disperato.
Dobbiamo affrontare un’opera molto impegnativa, ma abbiamo
molta fiducia...”.
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Indice
1962: Questa è la nostra vita ........................................... p. 2
1963: Vedono il prete ogni tre mesi................................ p. 19
1964: Si chiamerà Malawi .............................................. p. 46
1965: Marcia travolgente ................................................ p. 64
1966: Forte spinta missionaria ........................................ p. 88
1967: Arrivano giovani rinforzi ...................................... p. 106
1968: Tempo di raccolta ................................................. p. 129
1969: Nuovo Prefetto Apostolico ................................... p. 147
1970: Devastanti inondazioni in Perù e Madagascar ...... p. 174
1971: Rose e spine del missionario................................. p. 188
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1962/1972 - Missionari Monfortani d`Italia