Addio, Napoli
La grande mutazione negli anni di Bassolino,
le sue illusioni, le ragioni
del suo successo e della nostra delusione.
a cura di Lo straniero
Questo libretto è il frutto di una discussione
durata negli anni tra i collaboratori napoletani
di “Lo straniero” e altri collaboratori
meridionali. Hanno lavorato tecnicamente
alla sua preparazione: Vittorio Avella,
Stefano De Matteis, Peppe Esposito,
Alessandro Leogrande, Emanuela
Nicolcencov, Sara Maisano,
Alberto Romano, Enzo Stoccoro.
Chiunque desideri ricevere copie
dell’opuscolo o riprodurlo
può scrivere a:
[email protected]
Ringraziamo sentitamente Mimmo Paladino
per l’illustrazione di copertina.
Napoli, giugno 2003.
www.lostraniero.net
Sommario
5
Dieci anni di gloria
Goffredo Fofi
15
E adesso, senza barbari?
Maurizio Braucci
24
Dai margini
Giovanni Zoppoli
Dieci anni di gloria
di Goffredo Fofi
L
a grande mutazione napoletana è avvenuta
negli anni Novanta dello scorso secolo, in concomitanza con “l’era Bassolino”. Se la nostra
analisi è esatta, quello che Pasolini temeva è
accaduto. Le ragioni per cui egli prediligeva in
Italia Napoli su ogni altra città, la sopravvivenza
di un popolo e di una sua specifica cultura
capaci di resistere alle lusinghe della omologazione, non hanno più corso: anche Napoli è irrimediabilmente, definitivamente “mutata”, ed è
diventata una città comune e conforme. A ottenere questo risultato non è stata solo la borghesia nazionale e internazionale, per il tramite
dei rovesciamenti economici e dei modelli consumistici, e non sono state le idee correnti nella
società italiana del tempo (verificabili giorno
per giorno, nella loro atroce continuità e ipocrisia, sulle colonne dei principali quotidiani, in
testa a tutti il luogo centrale delle nuove voghe
e degli eterni giochi, “la Repubblica”) ma proprio la sinistra, e per essa, alla sua testa, il sindaco del rinnovamento che aveva fatto della
conquista “della normalità” (bisogna pur riconoscergli tutti i suoi meriti) la propria bandiera.
Nella prima metà degli anni Novanta, almeno
Dieci anni di gloria
nel Sud, si era potuto sperare in una rinascita
della società meridionale tutta, che finalmente
liberata dalla soggezione ai modelli settentrionali (che erano anche quelli dei “comunisti”,
progressisti per eccellenza e i più tenaci sognatori dell’adeguamento ai modi in cui la società
italiana “matura” amava rappresentarsi) e
riconquistata a una dimensione civilmente utopistica e progettuale, sembrava avere molto da
offrire alla comunità nazionale e non solo a
quella, in fatto di modelli di convivenza e di
accoglienza, in fatto di civiltà. Più preparata di
altri luoghi del mondo, per antica tradizione e
mediterranea centralità, al nuovo muoversi del
mondo. La ricerca di nuovi modelli era infatti
impellente, o avrebbe dovuto esserlo almeno
per la sinistra nel tempo lungo del “crollo dei
muri” a Est, mentre, nell’Est vicino come in
quelli lontani e nei Sud, il contrasto tra le condizioni di vita degli abitanti del pianeta, cioè
ancora tra ricchi e poveri, era diventato più evidente e insostenibile che mai per i più poveri,
irrequieti, oppressi. Costoro hanno dunque cercato, e cercano in ogni modo, di raggiungere le
nostre sponde, per fermarsi tra noi o per attra5
versare il nostro paese verso altri Nord nella
convinzione di trovarvi, se non un regno ideale,
almeno dei luoghi di possibile, di onorevole
sopravvivenza.
Anche per Napoli il problema dell’immigrazione
è diventato importante, e se è meno vistosa che
altrove la presenza, nel mezzo di una vociante
ed estroversa varietà di nuova e più ricca plebe,
degli stranieri, rispetto a città dove le destinazioni appaiono fisicamente maggiori, essi però
ci sono, sono tanti, e si organizzano in proprie
comunità scavando le proprie nicchie in un mercato del lavoro ancora semiclandestino e soggetto a troppi ricatti sia economici che sociali,
cioè “politici”.
In questo senso, però, la novità storico-sociale
maggiore del decennio 1990-2000 non ha
riguardato tanto Napoli, e neanche la Sicilia o
tutte le regioni dell’arco tirrenico, ancorché
esposte al mare e assolutamente “mediterranee”, bensì l’Adriatico e lo Ionio, ieri e di nuovo
oggi porta all’Oriente, e luogo degli scambi e
intrecci di civiltà più intensi e più duraturi. E
anche, sul momento, più tragici. La Storia con la
esse maiuscola ha riguardato – riguarda –
soprattutto le zone più marine del nostro Est,
per arrivi, benché osteggiati, irrefrenabili, e per
mille traffici di tipo economico che si sono riaperti con l’Est: l’Est ex “sovietico”, e più in
basso il Sud-Est, e quell’Asia Minore che è
anche, però, terra di passaggio per chi arriva fin
qui dalle più lontane lande della “Maggiore”.
Alla degradata condizione della metropoli partenopea non avevano saputo dare risposta né i
movimenti degli anni Settanta né il loro pallidissimo esito municipale dei fiacchi anni della
giunta Valenzi, rappresentante un Pci ancora
forte e però sempre confuso tra grandi ambizioni e piccoli, abituali, stupidi interessi di parte,
con tutte le loro conseguenze dei piccoli cabotaggi e delle intermediazioni tattiche che non
potevano, dovunque e comunque, localmente e
nazionalmente, che aprire il passo – e nell’uni6
co caso di un governo nazionale pienamente di
sinistra, proprio negli anni Novanta – al ritorno
trionfante delle destre. Questo avverrà anche a
Napoli, forse, chissà, prima o poi. È dubbia la
previsione, tanto sono consustanziali alla situazione le giunte di sinistra campane, nel Comune
e nella Provincia di Napoli e, nonostante o grazie a Bassolino, nella Regione Campania.
Esistevano allora, negli anni Settanta, e ancora
negli anni Ottanta e negli anni che hanno preceduto lo scontro Mussolini-Bassolino e il così
pessimamente utilizzato trionfo bassoliniano,
delle condizioni per proporre, inventare, attuare qualcosa d’altro e di meglio, e soprattutto
esistevano tensioni sociali identificabili in ceti e
categorie tradizionalmente tenuti lontani da
ogni possibilità concreta di incidenza sul destino della città, come sul proprio immediato
destino.
C’era da un lato un “sottoproletariato” che tale
non era, proletariato marginale di un mercato
del lavoro da sottosviluppo, soggetto alle
imprese del Nord e ai locali imprenditori speculanti sull’arte d’arrangiarsi e le sue possibili
varietà non infinite, attirato dalla malavita per
fisiologica necessità ma non necessariamente
catturato dalla malavita, se non in minima
parte, semmai a essa soggetto e aspirante ad
altro di più sicuro e più degno; c’era una piccola borghesia variegata e decentrata, non solo
statale e municipale, fragile nelle sue volontà e
nei suoi caratteri, capace di ideologizzare a proprio uso e consumo e di affiliarsi cambiando
rapidamente bandiera a chi le offrisse più sicurezza, ma tuttavia decentrata e difforme, al suo
interno confusa, sulle cui componenti migliori o
sui cui interessi più sani sarebbe stato possibile operare con risultati decorosi, e che sarebbe
stato dunque possibile “egemonizzare” se si
fossero avuti progetti di riscatto e di richiamo
non solo elettoralistico; e c’era perfino una
parte di borghesia stanca di essere tutta e solo
parassitaria, legata ai carri del Nord e dei clien-
telismi che si dipartivano dai grossi potentati
statali, anche partiti, e interessata a sperimentare una sua possibile, perlopiù inedita, capacità di elaborazione, col gusto dell’azzardo.
E c’erano infine, c’erano ancora, istituzioni non
completamente soffocate e soffocanti – soprattutto la scuola – sulle quali era possibile far
leva: su molti insegnanti nelle medie e inferiori,
sugli studenti e molti insegnanti nelle superiori,
e nell’Università. La quale Università, luogo abituale di grandissima corruzione perché d’importanza centrale in ogni gestione del potere
nel caso di alcune facoltà (Diritto, Architettura e
Ingegneria, e accessoriamente Medicina),
aveva in altri ambiti personalità di rilievo non
trascinate del tutto nei vortici della complicità,
e studenti che speravano, che credevano ancora in un loro positivo ruolo nell’opera di cambiamento. Anche sulla scia, sia pure flebile e
progressivamente conquistata al peggio nella
sua smania di collocazioni dentro o ai margini
dei poteri politici e mediatici, di un ’68 che a
Napoli era stato meno ideologico che altrove e
più radicato che altrove nei bisogni e nelle pieghe di una società più affamata, e che insomma
appariva nella sua migliore e maggior parte più
concreto del ’68 nazionale.
M
a la politica era davvero una “cosa sporca”.
L’abbiamo appreso sulla nostra pelle, nella
nostra ostinazione a occuparci non da politici
della “cosa pubblica” in nome dei non-privilegiati, dei nuovi nati, dei nuovi ospiti, e insomma
di tutti quei “minori” che non hanno voce in
capitolo e che non contano, stimolandoli all’autorganizzazione quand’era il caso, e semplicemente difendendo i loro diritti quando non
erano in grado di difenderli da soli.
Quest’operazione è quanto mai inattuale anche
nei movimenti, che in Italia sono pervicacemente votati a entrare nella politica, a servirla o a
servirsene, a farsi politica rinunciando, come
Dieci anni di gloria
forse è da sempre nella storia della nazione, a
un ruolo non soltanto propedeutico o accessorio alla politica. Di questa operazione, però, che
è di sollecitazione delle (poche) forze positive
in campo, di critica della politica e più in generale del potere e di ogni potere, ci è sembrato
che il paese, e Napoli, avessero soprattutto
bisogno.
Attenti alle trasformazioni di un humus culturale e sociale, si tratta in definitiva di saper assumere le proprie responsabilità di preoccupati
della cosa pubblica, però renitenti nei confronti
di quell’occupazione della cosa pubblica che
caratterizza i politici e, a maggior ragione, in
pianta più stabile, i burocrati di carriera. Si
parla qui per un giro di persone che venivano
dai movimenti e non hanno scelto la politica
come loro percorso fisso, proprio perché la politica si faceva mestiere e queste persone, anche
se tante si sono perse per strada risucchiate dal
“particulare” e dal “tengo famiglia” di eterna
tradizione, queste persone si sono presto ritratte disgustate dalla conoscenza dei modi della
politica – anche di quelli dei gruppi, delle minoranze la cui aspirazione non era e non è quella
di testimoniare una diversità e operare per e
con il basso, credendo in una democrazia del
basso, ma si collocava nella progressiva farsa
della rappresentanza o della caccia al “successo” personale e alla carriera istituzionale.
Nel corso del tempo, si può forse dire che l’ultima speranza di un’adesione alla politica di cui
non ci si dovesse poi vergognare sia stata proprio la battaglia per Bassolino sindaco, non
certo per i suoi aspetti folklorici (gli scontri televisivi, con la contrapposizione BassolinoMussolini…) o per il tradizionale revanscismo
della sinistra sempre frustrata nella sua aspirazione a occupare i piani alti della politica e di lì
programmare, decidere, premiare, e soprattutto, alleandosi, occupare.
Non ci siamo tirati indietro, ci siamo assunti per
un certo tempo qualche responsabilità, e poi
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c’è stato chi si è “incastrato” nel sistema, e talora infognato, o chi si è allontanato senza clamore, senza vergognarsi del poco che erano riuscito a fare, ma ovviamente con un sano ribrezzo
nei confronti, ancora una volta, dei politici.
Vanno riconosciuti a Bassolino tutti i suoi meriti di volpe della politica, ma nell’unico modo di
intendere la politica che, al dunque, anche la
sinistra ha dimostrato di conoscere e di volere –
che è quello eterno della manovra, dell’alleanza, della clientela, della retorica e della menzogna “in nome di”.
Anche Bassolino, semplicemente ha tradito
(come d’uso nei comunisti) le speranze riposte
nelle sue parole. Egli resta, è accorto quanto
basta per sopravvivere a venti e maree, e nella
sostanza non ha mai voluto essere altro da ciò
che è: mediatore tradizionale di interessi di
gruppi forti (per carità, se lo sono abbastanza,
se si agitano abbastanza, anche gli interessi di
gruppi “di sinistra” o che rappresentano la base
e ceti sociali non privilegiati). Allievo egregio
del compagno Togliatti “il migliore”, ben più
delle pompose e nefaste cariatidi del “manifesto” e dei loro allievi, saltabeccanti tra giornalismo e istituzioni, Bassolino “sa come muoversi”. Intuisce, previene, sa “stare al mondo”. Ma,
in sostanza, non sembra aver mai nulla da dire
di proprio che non sia, per l’appunto, nel senso
di un’antica astuzia nel cavalcamento delle
nuove mode e situazioni.
Grazie a lui e al suo primitivo staff di collaboratori – molti via via allontanati o allontanatisi,
alcuni con risentimento nei suoi confronti – la
città è davvero cambiata rapidamente e rapidissimamente. Quel che non era accaduto nei
decenni precedenti, la “mutazione” consolidata
negli anni Ottanta nel resto d’Italia, è accaduto
a Napoli nel decennio di Bassolino; e per una
sinistra velleitaria e meschina ma non ancora
del tutto “laicizzata” secondo vocazioni più o
meno “democristiane”, è stato il trionfo. Ma, e
lo si è già detto ma merita di insisterci, questo
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trionfo, questa mutazione, ci sono stati anche
altrove. Un paragone con Bari, amministrata
dalla destra, sarebbe illuminante: stesso percorso e velocità anche maggiore, ma con la differenza che lì davvero si giocano carte grosse
per il futuro. La riapertura delle “porte
dell’Oriente”, l’altra sponda dell’Adriatico, la
tradizione levantina di una borghesia particolarmente aggressiva e amorale (l’intellighenzia
appresso: e c’è da strabiliare seguendo voltafaccia e carriere di coloro che fino a ieri occupavano cattedre di marxismo italico dandoci lezioni di materialismo dialettico) fanno di quella
mutazione qualcosa di terribilmente vivo, dagli
esiti ancora non tutti realizzati, anzi incombenti, e forse oggi ancora insospettabili. Non ha
bisogno del turismo, Bari, per mutare arricchire
crescere!
La stagione che ha preso il nome dai sindaci,
quando il Sud pareva potesse dare a tutto il
paese esempi di novità e di invenzione – liberato dalle sudditanze e dai sentimenti di inferiorità accortamente intrattenuti dalla cultura
sabauda, fascista, democristiana, comunista –
e di affrontare tempi nuovi come nuovi progetti
e nuove concezioni dello sviluppo, del progresso, della democrazia, è stata davvero breve.
Essa è stata osteggiata da molto statalismo, e
forse con più acrimonia che da ogni altro potere proprio dai compagni di partito di Bassolino,
a cominciare da D’Alema, che del Sud andava
diventando un competente affarista. Ma non è
colpa di D’Alema, se le strade scelte per Napoli,
in presenza di un’economia mondialmente
mutata, sono state solo quelle, molto a passo
coi tempi, della terziarizzazione turistica.
L’intelligenza di Bassolino e dei suoi consiglieri più arditi (o più “borghesi” o più “vili”, a
seconda dei punti di vista) non è in discussione: la mutazione che hanno intravisto per
Napoli dopo un breve periodo di un tentennante saggiar l’ambiente locale e il paesaggio
nazionale, andava nella direzione vincente. E
seguire quella direzione, la meno rischiosa e
l’unica forse vincente a tutti gli effetti, compreso quello del “ritorno d’immagine” che è
sempre stato l’assillo numero uno del sindaco
e dei suoi accoliti, ha voluto dire lasciare in
secondo piano tutte le altre, considerandole
comunque meno importanti. Se un progetto
partiva o non partiva, se da esso nasceva qualcosa di buono o di non buono, questo contava
sempre meno rispetto all’insieme. E l’insieme
era l’immagine, il “Maggio” perenne della vendita dell’immagine (e talvolta della sostanza)
di una Storia e di una Civiltà.
La città che doveva tornare a esser vivibile per i
bambini? La lotta alla camorra? Il traffico? La
giovane criminalità? Il “genocidio” morale di un
ceto sociale fondamentale come era stato il
cosiddetto sottoproletariato e la “cultura del
vicolo”? I progetti variamente pedagogici? La
lotta all’abusivismo? Ai motorini selvaggi? Allo
smog? Alla monnezza? Aria fritta, al solito. Quel
che contava era l’immagine. E allora, certo, riapertura dei “monumenti”, degli spazi, dei vicoli
a nuovissimi frequentatori; ripulitura generale,
imbiancamento e disneylandizzazione come nel
resto d’Italia, da Bergamo a San Gimignano, dai
luoghi leghisti a quelli comunisti, come dovunque, come è nel vento…
Si potrebbe rifare la storia di questa politica, e
c’è chi l’ha fatta (vedi Maria Federica Palestino,
miraNapoli, edizioni Clean, con un saggio di
Vincenzo Andriello, che è uno dei pochi libri,
nella infinita produzione cartacea napoletana
autoreferenziale di questi anni, degno di consultazione). Con conclusioni non meno sconsolate delle nostre, anche se meno abbacchiate,
e senza quella sensazione di sconfitta definitiva di antiche e alte speranze che il vecchio
meridionalismo non-comunista ci aveva prospettato, di una morale della politica, di una
dimensione diversa e più armonica della democrazia e, più ancora, dell’umano e del sociale.
(Non-comunista, sia chiaro, non in rapporto
Dieci anni di gloria
alle speranze e alla generosità della base
comunista, ma rispetto ai tatticismi e dottrinarismi dei vertici).
La scelta di campo dell’immagine, la politica
decisamente e americanamente post-moderna
dell’immagine hanno avuto più fasi, ma non è
così importante, ci pare, distinguere, sul piano
della cosiddetta “cultura” intesa da tutti come
cultura-spettacolo e cultura-merce, o procacciatrice di movimento economico attorno a eventi
e monumenti – tra una linea Nicolini e una
D’Agostino e una Furfaro.
La prima puntava all’evento spettacolare di
dignità culturale (vera o presunta, comunque
convalidata dai media e dai loro critici-funzionari), la seconda si attestava tradizionalmente
sull’intervento “alla democristiana”, a pioggia,
e sulla costruzione di una clientela politica tradizionale; la terza si trascina con scarsa autonomia, rinunciando via via alle sue migliori
ambizioni, diciamo “pedagogiche”, e si limita a
gestire e mediare tra le maggiori forze in
campo, e il modello è ancora democristiano e
clientelare, come ha fatto con il Mercadante.
Sarebbe più importante analizzare, nel decennio dal 1992, altre scelte e tappe, da Bagnoli a
Secondigliano, da Barra ai Quartieri Spagnoli.
Ma ogni iniziativa – anche le migliori e benvenute, che comunque ci sono state e sono molte
– è sempre stata ricondotta sotto il segno di
quella politica, prima culturale che economica e
sociale, e certamente oggi economica e sociale
in quanto culturale. Due eventi sinbolo vanno
però ricordati: la liberazione dalle auto di
Piazza Plebiscito con la magnifica scadenza
della Montagna del Sale di Mimmo Paladino, il
cui significato fu evidente, di liberazione e riappropriazione di uno spazio storico da parte
della città e di festa della città; e il nuovo disegno di Piazza Dante, spazio neutro e non-luogo,
da luogo che era, per volontà di Bassolino e sul
progetto di una micidiale scenografa per i ricchi
di sinistra e di destra, Gae Aulenti.
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Parliamo ora di un ceto che ci è stato a cuore
e che abbiamo avuto la ventura, anzi la fortuna,
di conoscere bene, il cosiddetto sottoproletariato. Parliamo della sua morte, piangendola;
perché è in essa la morte della storia e identità
più forte che la città abbia avuto nel corso almeno degli ultimi, lunghissimi secoli.
Napoli è cambiata, perfino gli scugnizzi sono
cambiati. Quando anni fa Pasolini scriveva la
sua “lettera a Gennariello”, un ideale interlocutore-ragazzo, pensava e sceglieva ovviamente
qualcuno che la sua lettera potesse leggerla e
meditarla, ma parlava a Gennariello anche in
nome di quelli che non l’avrebbero certamente
letta. Ipotizzava ancora un incontro, uno scambio tra due Napoli “positive”, quella di una piccola borghesia che tra mille difficoltà e separatezze riuscisse a emanciparsi dai modelli imposti dal potere (consumismo e conformismo, in
definitiva) e a farsi carico di un processo di trasformazione positiva, aperta, e quella di un proletariato marginale, abitualmente detto sottoproletariato, tenuto lontano da quasi tutto e
spesso destinato, per la sopravvivenza, alla
malavita.
Erano gli anni Settanta turbolenti e confusi, ma
nei quali ancora albergava la speranza: emancipazione e omologazione sembravano e non
erano un’alternativa radicale; e invece la storia
ci ha dimostrato che potevano andare insieme.
Napoli è mutata fortissimamente nel decennio
bassoliniano in concomitanza con un cambiamento che ha investito un po’ tutto il Sud. Un
cambiamento forte c’è stato per effetto della
maggior circolazione di denaro e l’uscita allo
scoperto di un ceto sociale, appunto la piccola
borghesia, appunto i “gennarielli”, che si è
modernizzata e messa al passo e ha abilmente
e irresistibilmente invaso pressoché tutto.
Come dovunque nel Centro-Nord, prima che a
Napoli o a Bari o a Reggio.
A Napoli questo ha comportato cambiamenti
vastissimi. Proviamo a soffermarci sul più evi10
dente, che riguarda appunto il sottoproletariato,
cioè quel proletariato di cui abbiamo detto fatto
di artigiani, di lavoranti a domicilio per ditte del
Nord, di industriosi lottatori per il pane quotidiano della famiglia, e anche, va da sé, di attratti dal sottomondo paracamorristico o camorristico; il sottoproletariato è stato aggredito e rinchiuso dentro spazi più ristretti, il centro gli è
stato tolto e, nei vicoli del Decumano Maggiore
e perfino delle “roccaforti” che sono state i
Quartieri Spagnoli e la Sanità, sono arrivati e si
sono insediati gli intellettuali e artisti (perlopiù,
come dovunque, intellettualini, artistini) e i
“mercanti da turisti” (non più artigiani ma rivenduglioli), come è accaduto in tante altre città
prima che a Napoli. Il sottoproletariato non è più
un ceto importante e inventivo, centrale. E poco
è rimasto da questo “genocidio”, per dirla alla
Pasolini, di un intero ceto che, poco alfabetizzato, aveva dato alla storia di Napoli due cose fondamentali sul piano delle arti come il teatro e la
canzone: Viviani, Eduardo, Totò eccetera e la
sceneggiata, e i musicisti ed esecutori di una
splendida storia canora.
È incomparabile questa storia a quella assai
misera della cultura scritta, del romanzo per
esempio, con rarissime eccezioni (il solito Ferito
a morte) almeno fino a… un decennio fa. Quella
storia ha dato alimento a centinaia di film,
inchieste, articoli, canzoni, luoghi comuni che è
senza paragone con altri ceti di altre città e
regioni, esclusa… la mafia siciliana, nella storia
dell’Italia unita. E non c’è più, oggi, questa cultura. È diventata una variante della nazionale
fiacchezza dell’immaginario e della comune volgarità, televisione assistendo.
Confinato, aggredito, il sottoproletariato dei
vicoli è diventato una tragica minoranza variamente assediata, soprattutto da interventi di
tipo poliziesco e militare. Perché sì, il sottoproletariato è diventato una ristretta realtà assai
pericolosa: sostanzialmente ricco, per traffici
illeciti e soprattutto la droga, ma culturalmente
deprivato dalla sua identità, esso è caduto in
una sorta di isteria aggressiva e autodistruttiva.
Gli “scugnizzi” per primi: non più bambini e adolescenti poveri e inventivi, ma isterici consumisti
(in giro a modo loro) su micidiali motorini senza
legge (che le autorità si guardano dal condizionare) o in gruppi che, quando il terreno o l’ora
sono propizi, potrebbero farsi capaci del peggio.
Sono questi gli effetti più vistosi del “genocidio” di un ceto, sono queste le nuove realtà
urbane con cui il potere dovrà fare i conti ora e
in futuro. Il folklore non c’entra, e non c’entra
più neanche Pasolini.
La produzione culturale e artistica napoletana
è ricchissima anche oggi, ma come lo è in ogni
parte del paese o quasi. Ai giovani si dà una
laurea e si moltiplicano corsi di tutto, scuole di
tutto ma fuori dalla scuola istituzionale, distrutta dal suo ceto pedagogico quanto dai suoi
ministri, a cominciare, prima della Moratti, dai
suoi Berlinguer e De Mauro e dai “pedagogisti
di sinistra” del modulo e del quiz.
Si dice ai giovani di essere “creativi” e che è
facile essere “creativi”. Le Università sfornano
ovunque, a Napoli come altrove, masse di giovani molto ignoranti e molto presuntuosi. Non
gli si dà il lavoro, però gli si dà “la cultura” e l’illusione della facilità, una sensazione di quasi
onnipotenza… Col tempo, la loro disillusione
crea dei cinici o degli spostati. Ma su questo
non vogliamo insistere, anche se ne varrebbe la
pena poiché, appunto, la produzione culturale e
artistica abbonda e, priva di strumenti di selezione critica – nella decadenza o morte della critica e di una selezione operata dal mercato, poiché assai più del mercato contano la protezione
e il finanziamento degli enti pubblici e l’inserimento per cooptazione clientelare nel grande
circuito delle iniziative spettacolari – non può
che produrre una proliferazione di graziose scemenze o di deprecabili idiozie.
Dieci anni di gloria
Romanzo, teatro, cinema, musica, e quel che si
chiama “belle arti”, e fotografia, non hanno mai
sfornato così tanti artisti e opere come nella
Napoli dalla seconda metà degli anni Novanta,
ad libitum. Ma che artisti? e che opere? Negli
anni del “rinascimento” molto di buono nasceva o si consolidava, dai primi film di Martone,
Consicato, Capuano, ai primi romanzi di
Montesano, Braucci, a spettacoli memorabili
come Rasoi a fotografi come Biasiucci e pochi
altri, all’ultima grande produzione musicale di
Bruni e Palomba e poi agli Alma Megretta, alla
maturità di Nino D’Angelo, alla nascita di un’editoria di portata nazionale con L’Ancora del
Mediterraneo e altre più piccole iniziative, ai
primi Galassia Gutenberg presto appassiti nel
familismo liguoriano, eccetera eccetera – e sorprendeva l’Italia, e si sintonizzava, partendo da
qui, con quanto di egregio si produceva lontano
da Roma, a Palermo, a Torino, a Milano, a Lecce.
Ma da allora, anno dopo anno, la qualità si
abbassava e abbassava mentre aumentava a
dismisura la quantità delle opere insignificanti,
velleitarie, consolatorie, nel flusso di una sottocultura costernante. Si è partiti, nel “rinascimento”, coi giovani di Rasoi – una riflessione
storica e poetica del basso di un ceto di cui si
auspicava il riscatto – e si finisce con i vecchi, i
vecchissimi di Napoli milionaria, filodrammatica miliardaria che avrebbe dovuto celebrare i
dieci anni del trionfo bassoliniano e ne rivela
tutti i tradimenti, le miserie, le impotenze.
In questi anni, dunque, mentre fioriscono le
parodie della napoletanità, una piccola borghesia vorace di tutto si appropria risibilmente
della tradizione e del passato delle classi subalterne, che sembrano peraltro ben felici di svenderle e semmai mimarle assieme alle contadinelle desimoniane con appartamento o villa a
Posillipo. Queste parodie sono perfettamente
consone alla cultura del berlusconismo, che
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come si è detto ha fin troppe affinità con un
certo bassolinismo, ma qualche artista ha cercato di “uscire” dal ricatto di Napoli e azzardare
un’altra modernità che non quella balorda
offertagli dalla città, e rifiutare una ormai fastidiosissima – perché più falsa che mai – autoreferenzialità quasi d’obbligo per il successo
locale e per quello nazionale.
E se ha fallito nell’impresa, perché? Penso ad
alcune opere interessanti proprio per il loro
coraggio: i film di Pappi Corsicato (Chimera) e
di Nina Di Majo (Inverno), gli ultimi dischi degli
Almamegretta (Quattro quarti, Imaginaria)
dove più forti erano gli impulsi ad altri suoni e
armonie, o disarmonie. Il film di Corsicato non
ha un retroterra napoletano evidente, quello
di Di Majo è ambientato in una Roma-Europa;
le radici se ci sono non vengono mostrate, non
si fa leva su di esse e non le si mette in mostra,
non si vuole usarle per una comunicazione
facile facile.
Si tratta di opere importanti, lodevoli, significative, ma come astratte ed esangui. Troppa
distanza? O troppa poca? (questo non implica
una vera distanza fisica degli autori, un loro
radicarsi altrove, sia pure per mezzo come è di
ogni sradicamento attuale). Quel che questi artisti hanno capito è che la tradizione soffoca invece di liberare, e che non c’è più nessuna “casa”
possibile se non il pianeta – e dunque neanche
un “ritiro a casa” plausibile. Che nella “casa”
che ci è data ci si può stare solo con un piede
dentro e uno fuori, se proprio ci si vuol stare.
Il loro tentativo di volare secondo un’altra ispirazione e altre immagini o suoni è stato punito
con un relativo insuccesso, e certamente con il
disinteresse da parte della città. E con una forte
incomprensione critica, in generale, anche
altrove, perché dagli artisti napoletani ci si
aspetta sempre una dose massiccia di umori (e
colori) locali. A Napoli viene meglio accettata,
anzi esaltata, la post-modernità di facciata e
che viene da fuori. Il caso dei Natali di piazza
12
Plebiscito è esemplare: solo il primo anno, con
la Montagna del Sale, si intuirono delle strade
possibili (ma era anche il primo anno di
Bassolino, cioè di una speranza in ben altre trasformazioni, poi velocemente svampita), mentre l’ultimo, con le “capozzelle”, ha dimostrato
anche ai ciechi come la città ormai non abbia
più la vecchia identità, e abbia dimenticato lo
ieri e non subisca più nessun fascino della cultura che peraltro ha contribuito ad ammazzare.
Una lezione amara, mi pare, su un avvenuto
distacco.
Opere come Inverno, Chimera, Imaginaria eccetera non sono “istituzionali” e sono partite da
altre esigenze, diverse anche da quelle che
mossero tanti anni fa le fatiche degli Amelio, dei
Vitiello e Neiwiller, del primo Martone eccetera,
che erano, da dentro una sorta di stagno, degli
aneliti al nuovo.
C’è una strada da consigliare, una strada “giu-
sta”? Sono gli artisti veri a dover uscire dalla
loro prigione e a dover trovare le strade più fertili (o anche le più mortali, perché no?), ma che
non possono essere che strade ardue, di negazione più che di affermazione, o di affermazione
attraverso la negazione. Di opposizione in un
paese privo di opposizione, in cui, e si parla
anche per Napoli, i volti e i corpi di una delle
civiltà meno omologate del mondo fino appena
a ieri si sono rapidissimanete adeguati allo
standard delle masse solitarie dell’occidente
producendo democratiche somiglianze, piattezze, clonazioni.
La classe dirigente napoletana di oggi ha tutta
la stessa faccia, destra, centro, sinistra, ben
pochi si distinguono nella massa che noi possiamo ben chiamare “loro”. Il popolo napoletano di oggi comincia ad avere anche qui un’unica faccia. È un “loro” cui ahimé apparteniamo a
volte anche noi, se non altro nei modelli e nelle
pratiche di molto consumo e nella soggezione,
per quanto ricalcitrante, alla produzione di
massa che propongono “loro” (dirigenti) e i
“loro” (piccoli borghesi all’arrembaggio, dovunque dilaganti e corrodenti). Da questi “loro”, e
anzitutto dal “loro” classe dirigente monocolore, è sempre più indispensabile distaccarsi. Per
poter ragionare, anzi per poter vivere senza vergognarsi di noi stessi.
Questo trionfo di mediocrità, questa voluttà del
cosiddetto nuovo è stato narrata meglio che da
ogni altro da Giuseppe Montesano, che nel suo
ultimo romanzo Di questa vita menzognera (il
titolo viene da Blok: “Di questa vita menzognera / cancella l’untuoso rossetto /…/ e anche
non vedendo l’avvenire, / di’ no ai giorni del
presente”) racconta il progetto di trasformare
Napoli in Eternapoli di un’oscena ricca famiglia
di dominatori napoletani, i Negromonte, alleata
a un presidente e un potere certamente berlusconiani. Il progetto è la costruzione di “un
enorme parco tematico” in cui “ricostruire la
vita di un tempo” a uso dei turisti di tutto il
mondo. “Bisognava ricostruire la vita dell’antica Neapolis, della città angioina e della città
spagnola, e su quei palcoscenici far recitare la
storia”. E ancora: “Il potere centrale, l’esercito e
le televisioni nazionali restavano nelle mani del
Presidente, il governo dava il Sud in concessione ai Negromonte e agli altri imprenditori e in
cambio riceveva la massima fedeltà. Era una
forme di outsorcing, no?”
Non siamo così lontani dai progetti che possiamo chiamare “bassoliniani”, e questo, purtroppo, Montesano dimentica di dire: che la sinistra
non ha oggi sul fondo idee di sviluppo e di progresso diverse da quelle della destra, anche se
restano delle differenze nella gestione, in parte
e solo in parte e non grande.
Per il momento, la sinistra napoletana sta attenta a consolidare le sue clientele e l’ultima sua
grande invenzione – imitatrice d’America anche
questa, va da sé – è la fondazione di lobbies. Ha
cominciato Amato Lamberti, presidente della
Dieci anni di gloria
provincia, a convocare con appelli roboanti attorno a sé come lobby e di pressione, per lui base
elettorale, una pletora di associazioni del cosiddetto volontariato (ormai dilagate sul territorio a
occupare ogni piccolo spazio in attesa di ogni
piccolo o grande finanziamento, associazioni di
cui conta solo la interna burocrazia e perdono di
peso e di senso gli scopi sociali dichiarati);
Rifondazione è una lobby, a Napoli, da sempre; e
si è precipitato Bassolino a fondare la sua, la più
lustra e soddisfatta e sicura di tutte. Sono morti
i partiti, si va verso una democrazia presidenziale, e le lobbies sono il modo di riciclare i gruppi di
potere locali e collegarli a quelli nazionali e
sovranazionali, trasversali. Quante lobbies in
Italia, a destra al centro a sinistra e fittamente
intrecciate tra loro, ed economiche e sindacali e
culturali variamente corporative! e quanta corsa
a entrarvi o a fondarne di altre! E quante mafie,
camorre, ’ndranghete, e quante mescolanze tra
buona e mala vita, quanta amoralità e immoralità politica, sociale, culturale!
Finché il modello regge, l’adesione di massa gli
sarà garantita, dentro l’unico ceto vincitore e
avvolgente della piccola borghesia con laurea e
diploma.
D
ue conclusioni possibili, per noi:
La prima è l’abbandono del campo, nella convinzione che la sconfitta delle prospettive di
una civiltà migliore non solo sui piani dei consumi sia definitiva, per Napoli e forse per
l’Italia. Bisogna saper perdere, e ci siamo abituati. Ma al loro gioco non ci staremo.
Resteremo pronti a farci in quattro se ci sarà
ancora bisogno di noi pochi “volontari” senza
associazioni e senza prebende, ma diffidando
ormai di ogni potere, di ogni politica, e anche, è
bene dirlo, di ogni sinistra o centro o destra!
La seconda, l’interesse che permane per i margini, per le periferie, per i “lontano dal centro”,
che a Napoli vuol dire ancora – ma è prevedibi13
le non sempre perché anche qui il modello allarga le sue braccia – disagio, disparità, e in qualche modo novità, come dovunque nelle altre
grandi città d’Italia e d’Europa.
Di due realtà cerchiamo in quest’opuscolo di
dare testimonianza: quella del vecchio ceto che
è stato Napoli e ha vissuto il suo centro, e che è
ormai scompaginato e cacciato, o corrotto; e
quella delle periferie, che è più mobile e vitale
di quanto non si pensi, benché oggi sottoposta
a dirompenti mutazioni che sono destinate a
cambiarne ogni assetto. Le periferie si allontanano, ma non scompaiono, anzi crescono.
Il più e meglio che possiamo fare è forse, ancora e sempre, “rompere le scatole”, e cioè affermare il nostro diritto di tener gli occhi bene
aperti su ciò che è politica e cultura, nella città
E adesso, senza barbari?
che pur da nomadi abitiamo e che è il nostro
punto di riferimento primario, anche se non più
una vera “casa”. Difendiamo il nostro diritto di
critica dell’esistente. Continuiamo a “non fidarci degli occhi” e a voler vedere oltre le apparenze, e capire oltre le chiacchiere e oltre la chilometrica kermesse di eventi e altri eventi e altri
eventi, talmente quotidiani oramai da meritare
il nome di rumore di fondo.
Addio, Napoli. E soprattutto, addio trionfante
stoltezza dell’immagine, addio politica e sogno
di democrazia dal basso. Il mondo cambia e
cambierà ancora. Cose da fare ce ne sono tante.
Non è più tempo di perderlo, il tempo, appresso
al superspettacolo di una città che ha voluto
essere uguale a mille altre, nella comunanza
della stessa stupidità.
di Maurizio Braucci
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.
(Konstantinos Kavafis)
I
l popolo di Napoli non è più “più popolo di un
altro”. Rileggendo saggi e romanzi che tanto
fanno archivio della natura proletaria di questa
città, ci si accorge che ormai non è più possibile guardare a quelle pagine se non da un’altra
sponda, lontane testimonianze di un modus
vivendi. Se dal caos della città si levano suonerie di cellulari, rombi di scooters, getti di paraboliche e altri deflussi, che accompagnano
grida dialettali e gesticolazioni teatrali, possiamo chiederci se qualcosa è cambiato?
Certamente osserviamo delle mutazioni, ma
sono tali da trasbordare oltre il normale greto di
necessari adeguamenti sociali e farci parlare
della fine di una certa condizione? Credo di sì,
che si possa e anzi si debba provare a farlo. Il
sospetto che ne viene è che il proletariato,
popolo più popolo che altrove, sia in definitiva
estinto.
8 ottobre 2001. In un parco del centro storico
napoletano si mettono in scena, per la regia di
14
E adesso, senza barbari?
Mario Martone, I dieci comandamenti di
Raffaele Viviani. Una scelta logistica per far rivivere nel loro alveo naturale e naturalistico le
dieci dannazioni di don Raffaele. Grande afflusso di pubblico, da ogni parte della città in prevalenza esponenti della classe medio-borghese, ma si coglie l’entusiasmo e la curiosità degli
abitanti della zona popolare. L’intento generoso del regista è che i popolani si riconoscano in
scena, che si osservino in un’ambientazione del
dopoguerra, che esclamino in pratica “quelli
siamo noi” oppure “quelli erano i nostri” a
seconda dei casi. In effetti, la partecipazione
dei residenti è notevole se commisurata alla
loro proverbiale indolenza: essi ritengono di
star ospitando sul “loro” territorio qualcosa di
importante mentre si dovrebbe trattare di qualcosa che li rappresenta. Eppure l’aria è priva di
catarsi, la proiezione di sé è vaga, nebulosa
anziché essere immediata e istintiva come ci si
attendeva. Gioca forte, invece, un’altra aspettativa: la presenza da alcuni giorni di grossi
camion con la scritta Rai, la televisione che
riprende l’evento e che lo mostrerà dilazionato
attraverso “l’apparecchio per tutti”. I commenti
sono per le “brave persone” accorse a vedere lo
15
spettacolo da altre zone della città, una borghesia che raramente si concede qui; per l’attrezzatura della Rai sono prova che qualcosa di “ufficiale” si sta svolgendo presso di loro. Lo spettacolo in sé passa in secondo piano, non è sufficiente, pochi si riconoscono nella matrice dell’opera e, chi cerca in essa un motivo di identificazione, lo coglie senza troppo interesse, già
soddisfatto dal riguardo borghese e dall’attenzione televisiva. Due mesi più tardi saranno lieti
di riconoscere sul piccolo schermo il parco del
loro quartiere, reso bello dalle luci e dall’ingegno scenografico. Un parco che normalmente
disdegnano, che vedono come un affronto alla
loro privacy e alla abituale struttura ippodamea
dei vicoli, covo di schiamazzi e di pericoli, che si
rifiutano tassativamente di frequentare per il
passeggio, questo parco sarà per una notte
luogo di interesse televisivo e borghese, per
tornare a essere un corpo estraneo che si farebbe meglio a “spostare da un’altra parte” perché
“non ce lo meritiamo”, “perché non lo sanno
gestire”, “perché è inutile”. Il Parco Ventaglieri
è una delle opere cittadine più belle della ricostruzione del dopoterremoto.
Se in passato la napoletanità è stata rappre-
sentazione dell’ingegnosa sopravvivenza di
una comunità e dei suoi valori, oggi, questa
comunità disintegrata prosegue, senza esserne
troppo convinta, una recita a memoria di se
stessa. Una tradizione di miseria è giunta al termine, ma persistono invece i suoi gesti, le sue
parole, in una parodia identitaria che ha abbandonato la solidarietà tra poveri e persino il rifugio della famiglia, sostituendoli con la competizione e il ricatto. Oggi, l’accesso al consumo è
garantito a tutti, indipendentemente da quanta
parte del reddito venga sottratta alle spese primarie a vantaggio di quelle superflue o accessorie. A Napoli ormai la miseria non esiste più di
quanto non esista in altre città, ma permane la
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miserabilità di una disorganizzazione del vivere
e del gestirsi quotidiani da parte dei ceti inferiori, una cultura dello spreco delle proprie
risorse di tempo e di energia, in diseconomie
dei nuclei familiari per cui, mentre aumentano i
beni consumati o posseduti non aumenta l’accesso a servizi chiave dello sviluppo sociale.
Finanziarie domestiche, microcrediti, usura e
altre forme di dilazione permettono di detenere
beni che il consumatore razionale, a parità di
reddito, non metterebbe nel suo paniere di
acquisti. Come sempre, gran parte di questo
virtuale aumento della propensione al consumo
viene rivendicato dai giovani e va a pesare sull’indebitamento familiare: abbigliamento, scooters, automobili. A questo si affianca la crescita
dell’indebitamento (esistono per questo, talora, anche collaudate modalità di frodo attraverso prestanomi o mediatori che percepiscono
parte del ricavato), creando un’illusoria partecipazione ai modelli di vita celebrati dalla pubblicità televisiva e da altri prosseneti del consumismo. L’oggetto di turno genera nel giovane proletario un piacere più entusiasta e nevrotico di
quello del piccolo borghese, poiché è vissuto
come conquista civile e non solo sociale. Al
mondo, la merce soddisfa gran parte dei bisogni d’identità delle masse e, in un contesto
come quello napoletano ad alto tasso di disoccupazione giovanile, le cose acquisite dai giovani dei ceti bassi, a scapito dell’equilibrio economico familiare, riempiono il loro tempo con la
celebrazione di quel fatuo con cui la società si è
offerta e che essi hanno preso terribilmente sul
serio.
A queste condizioni, l’inavverata emancipazione crea un maggiore attaccamento a quella tradizionale “cultura di fuga dalla povertà” nata
come risposta alle sfide lanciate dalla propria
storia. Oggi ne permane un certo patrimonio
rappresentativo, privato però della comunità,
delle sue relazioni, delle sue regole. Questa
“schizofrenia” culturale, che si realizza nella
vita quotidiana con una torbida contrapposizione tra mutazione sociale e permanere di vecchi
modelli di sopravvivenza, fa ancora percepire,
ad esempio, l’illegalità come una prassi necessaria a ridurre gli ingiusti effetti della distribuzione delle ricchezze. Ma nessuno a Napoli
“ruba più per mangiare”, il delinquere, oggi, è
per la maggior parte motivato dalla brama di
benessere e di lusso o cerca di rimediare ai
devastanti comportamenti diseconomici ordinari, tant’è che in esso si è smesso di fingere
che nessun fine possa giustificare certi mezzi.
Così, mentre in passato un proletariato, forte di
una cultura unitaria di lingua e di pensiero,
viveva le sue tremende sfide nel rifugio di una
morale condivisa, oggi i suoi componenti, come
quelli del mondo occidentale, agiscono agli
ordini di una immoralità privata. Di comune
rimane lo spettro di una civiltà regionale, il cui
solo effetto è di preservare il colore nelle discrasie delle moderne condizioni di vita.
Le piazze del centro storico affollate di giova-
ni, deliri di scooters che sfrecciano tra i passanti mentre questi a loro volta si infilano con perizia tra costellazioni di auto parcheggiate e in
sosta, cerchi concentrici di comitive disposte
intorno ai monumenti, postazioni combinate in
base a regole e rituali sociali quasi ferrei, schiamazzi, motori, musiche, accelerazioni, frangersi
di bottiglie. Flussi densi e incerti di persone si
incanalano e confluiscono da strette vie, contendendole alle auto con grande attitudine alla
sopportazione: carne, ossa, vestiti, chassis, veicoli, telai, carrozzerie e rumore, rumore, rumore, in un unico ribollente crogiuolo delimitato
da cantoni, facciate di antiche case e meandrici
vicoli a ridosso. La zona storica e turistica, che
si incunea tra i quartieri di residenza popolare e
di antica intersocialità, interdetta ai veicoli
durante il giorno, perde la sua carica di zona
pedonale a partire dalle ore serali, quando
E adesso, senza barbari?
accoglie il consumo giovanile del tempo libero.
Comportamenti eteronomi della modernità globale si acciuffano con i residui caratteri naturali dei giovani napoletani, usi della città stabiliti
dal passato si intrecciano con aspirazioni e disagi di un presente europeo fatto di privilegi e
contraddizioni.
Quest’area della città fa da sfondo al conflitto
tra corpi e veicoli e a quello sociale tra garantiti
e non, e mentre questi ultimi si accostano con
spirito bellicoso agli utenti dei bar e dei locali, i
primi dimostrano indifferenza o cinismo, e la
trasversalità delle classi che qui si radunano è
mediata dalle nevrosi di condizioni di vita
nuove per tutti. La tensione sociale raggiunge i
suoi picchi di violenza in quei punti, crescenti,
dove l’identificazione con una cultura della reciprocità si sgretola. La storia, un passato codificabile nel linguaggio e nei costumi, trasuda
dallo schema urbanistico stringente, lo spazio è
insufficiente e il consumo del tempo dunque
massificato. Si sta a ridosso degli incontri e
degli scontri, degli idrocarburi e del Thc, prossimi al delirio o all’odio.
Inevitabilmente due città si fronteggiano in
quell’unica che le accomuna: l’indolenza abitudinaria della piccola e media borghesia giovanile si spende nei locali e nei punti di ritrovo in cui
celare o ostentare la propria appartenenza
mentre il protagonismo catastrofico dei sottoproletari sbandiera e organizza il nulla o l’incidente.
In questa commistione di massa serpeggiano
le sistematiche incursioni di gang di giovanissimi (15-20 anni) che si organizzano in sella ai
loro scooters, provenienti dai quartieri limitrofi
o dalle zone periferiche, dopo aver quasi sempre convogliato i loro soldi nell’acquisto di palline di coca, si esercitano sulla folla o contro
solitari passanti. Si tratta per loro di spendere
la notte secondo le note della noia e dell’alienazione. Rigorosamente maschi, indumenti
casual griffati, aggregati nel branco, esaltati
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dalle merci che possiedono, talvolta armati di
coltello, trasportano nelle serate dei week-end
il modello degli ultras da stadio. Il loro scopo è
turbare (poiché essi stessi sono turbati), di
umiliare e se necessario picchiare. Cercano di
imporre la loro presenza in contesti che li rifiutano o da cui si sentono esclusi, sbandierando
le proprie merci come affermazione sociale,
eletti dalla pubblicità a una parità nei consumi
a cui non corrisponde niente in termini di diritti e di cultura, mediocri parvenus del disagio
sullo sfondo del cinico moralismo generale.
Noia, nevrosi e una cultura della forza e dell’astuzia compatibile con le droghe eccitanti
modellano il comportamento di questi giovani
dentro la schizofrenia del loro ambiente sociale di appartenenza.
Sono i figli di una breve estate del benessere
dovuta agli affari illeciti o alle chimere dell’indebitamento, hanno assaporato un’agiatezza
estemporanea e ne sono stati corrotti senza
avere alcuna difesa, dai loro padri hanno appreso l’avidità, dalle loro madri il disordine, dai
loro amici un narcisismo sfrenato. In un’apparente coerenza, questi elementi vengono tenuti
insieme dalla lingua, emblema della loro cultura, ma una lingua sempre più privata, in cui si va
interrompendo la funzione di trasmissione di
valori. Confusi dalla cocaina e dalla velocità,
disinteressati anche ai diktat del mass cult, preparano la strada al dolore della maturità, quando dovranno accettarsi per il loro non contare
niente. Ma intanto non si può che “lasciarli
fare” poiché nulla intorno è di un’integrità tale
da fargli giustificare una variazione in corso d’opera, che del resto non avrebbero la forza di
realizzare e che il contesto gli impedirebbe.
N
apoli è da sempre due città: quella del dialetto e quella della lingua, con un largo territorio intermedio che autoregola i suoi processi di
valicamento sociale. La prima città adopera
18
naturalmente il linguaggio che rappresenta la
sua vita quotidiana, la seconda cerca di ricollocarsi linguisticamente in un panorama più
ampio, anche extranazionale, e di sfuggire una
realtà che ha generato codici e valori autonomi.
La Napoli decantata da Pasolini e definita da
Elsa Morante una grande civiltà si è sviluppata
come comunità chiusa, autonoma, ma capace
di metamorfosi e di rielaborazioni che le hanno
permesso la sua persistenza in termini di cultura e identità. Dalla sua cultura di fuga dalla
povertà, essa ha capitalizzato un patrimonio di
risposte alle sfide esterne che ha saputo tenere
in equilibrio per secoli questa comunità su un
codice ferreo, stratificato e complesso: “Era
l’assoluta naturalezza con cui i napoletani vivevano questo codice che li rendeva stranieri al
potere e a chi in qualche modo vi appartenesse.
Si trattava di un universo ‘reale’ dentro un universo che, rispetto a esso, era ‘irreale’: anche
se questo secondo in realtà rappresentava il
logico corso della storia. Il rovesciamento di
prospettiva del napoletano che vede il mondo
dall’interno del suo universo reale ma astorico,
è uno scacco della storia.” (Pasolini, Uomini
colti e cultura popolare).
È chiaro come questa anomalia dovesse essere
percepita all’esterno come carattere essenziale
della civiltà locale, divenendo poi, nel bene e
nel male, l’idea comune della napoletanità. A
dispetto di una borghesia che, mentre era incapace e disinteressata ad assumere un ruolo
sociale attivo sul territorio, si ribadiva ben disposta a farsi europea anche per non identificarsi con quell’universo “reale e illogico” che l’avrebbe privata dei suoi privilegi, della sua lingua e della sua ambizione al potere (in pratica,
del suo senso). La lotta di classe napoletana è
stata caratterizzata anche dalla sfida delle classi non proletarie per affermare il proprio privilegio sociale sul piano culturale, di fare in modo
che davvero la cultura dominante fosse quella
di classe. Tolta la bellezza della natura che, fino
al trionfo dell’industrializzazione, apparteneva
a tutti, l’attenzione dei visitatori stranieri che
hanno scritto di Napoli è sempre caduta sui
suoi aspetti popolari, ignorando il ruolo della
borghesia locale che infatti talvolta si è ricavata
un ruolo di anfitrione che le è poi rimasto.
Questo ha generato spesso la reazione rancorosa degli intellettuali locali che inscenavano, su
tale volontà di potenza frustrata, la tragicommedia del conflitto tra Ragione e Natura. Lo
spettacolo della plebe napoletana ha da sempre minacciato l’identità della borghesia, tant’è
che il rinascimento recente, datato con l’ascesa
di Bassolino, ha badato bene a cancellare il centralismo dei proletari (che intanto lo erano sempre meno) dall’immagine cittadina, di rifare il
look alla città secondo i valori e gli emblemi del
ceto medio. Tutte le parole d’ordine di normalità, legalità e vivibilità celavano le aspirazioni
borghesi di riappropriazione di un territorio su
cui mai avevano potuto dominare e che invece
ora potevano provare a ridisegnare col consenso degli stessi abitanti dell’altra città. Il tentativo di amministrare una trasformazione nel prevalere di una rivalsa civile è stato uno degli atti
più stupidi che la borghesia abbia mai tentato,
con un effetto peggiorativo che oggi sta sotto
gli occhi di tutti.
Dall’esercizio del potere, la borghesia ha saputo ricavare nell’ultimo decennio un savoir faire
amministrativo e politico tale da iniziare finalmente quella normalizzazione così essenziale al
suo prestigio e alla sua identità. Lo scopo era di
portare il territorio verso dinamiche di sviluppo
e di modernizzazione equivalenti a quelle
nazionali e cioè globali, di allinearsi alla norma
della borghesia metropolitana italiana e oltre,
generando contraddizioni e limiti che potessero
essere ammortizzabili dentro il costo di un
modello sociale più ampio, meno imputabili
agli amministratori locali. Nella prima metà
degli anni Novanta, a Napoli, la gestione
della modernizzazione è diventata impresa
E adesso, senza barbari?
dell’Amministrazione Comunale, rispecchiando in tal modo la visione della priorità della
categoria politica su tutte le altre. Ma è stato
un errore, pagato caro, ritenere che ciò che
avveniva in modo collettivo e diffuso dovesse
fermarsi nella forma politica che la trasformazione stava avendo, cioè nei suoi risultati elettorali. Sia perché la politica non poteva fare
scelte che fuoriuscissero dalle logiche del consenso e del mantenimento del potere, sia perché un solo piano d’azione non poteva sostituirsi a quelli dei tanti gruppi e persone che
avevano cooperato al mutamento. La classe
politica ha perso di vista, al solito, il suo ruolo
di stimolo delle migliori forze umane in gioco,
per le quali vi era una innegabile esigenza di
potenziamento e di formazione. L’obiettivo di
“normalizzare” la vita quotidiana è l’effetto di
una visione megalomane che possa soddisfare
le esigenze identitarie e politiche dei ceti che si
sono trovati, per affinità o direttamente, al
potere. Il tema della normalizzazione ha ridotto
la questione della trasformazione al solo piano
tecnico e burocratico, azzerando l’aspetto culturale (l’insieme dei valori). Alla fine, le possibilità di trasformazione, fiorite dal basso in modo
molteplice, sono state sequestrate dalla politica, con la convinzione che il dominio di pochi
fosse una condizione risolutiva.
Bisogna chiarire che dire oggi che il popolo
napoletano non è più “quel popolo” non significa che non esiste più un proletariato o che i
fenomeni della povertà si siano del tutto dileguati. Bisogna tener conto degli effetti di una
collocazione della città in un panorama di sviluppo economico e sociale voluto dalla classe
politica per soddisfare i propri bisogni di adeguamento storico, e certamente il livello del
benessere è aumentato (siamo pur sempre nel
mondo occidentale dei privilegiati) e parte del
proletariato è oggi leggibile come piccola borghesia. Più del benessere è però aumentato il
consumo e la propensione a esso da parte dei
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ceti bassi, come del resto la perfetta orchestrazione tra televisione e merce ha saputo disporre, mutando nel profondo i codici culturali e trascinando i napoletani poveri verso la schizofrenia di cui si è parlato. Anche quella cultura della
povertà, per la quale l’indigenza era vista come
un accadimento fatalistico che poteva riguardare ogni membro della comunità e dava vita perciò a una spontanea solidarietà tra gli individui,
cede il posto a una idea della povertà come inabilità economica, e quindi come giusta punizione sociale. Il popolo e la sua cultura, pur permanendo formalmente, hanno smesso di essere quella “tremenda alternativa” alla modernità
di cui scrisse Pasolini, divenendo oggi vuoto
rumore e gesti senza azioni.
Francesco potrebbe chiamarsi anche Ciro ma
non sarà mai un elemento di spicco di nessuna
parte della società, legale o illegale che sia.
Francesco (o Gennaro, se volete) è un ragazzo
legato a doppio filo alle prospettive della sua
famiglia, una famiglia napoletana del ventunesimo secolo, stretta tra un’era che finisce e un’altra che va. Francesco ha 23 anni e il peso di una
cultura molto strutturata per cui la vergogna è
più temibile della colpa, e in cui l’apparire è da
secoli la chiave delle relazioni sociali. A Napoli,
città che sta cambiando mentre è già cambiata,
ragazzi come Francesco vivono in un conto alla
rovescia di cui la società ha premuto lo start e
che trova accelerazione e alimento nel loro istinto di autodistruzione. Oggi quello che questa
gioventù consuma è acquistabile sul mercato,
quello che le rassomiglia appare sugli schermi
tv e questo gioco narcisistico che banalizza le
energie del futuro, quando si imbatte in contesti
contraddittori pieni di vitalità e di dolore come
sono ancora i bassifondi napoletani, può diventare una rapida roulette russa secondo le regole di un degrado metropolitano “moderno”.
Francesco è un ragazzo non solo fragile, infran20
to dalle botte ricevute in famiglia, unico riparo
di affetti ma anche di ricatti e catene, piegato
da un genitore difficile che ha forgiato un ragazzo altrettanto difficile stretto oggi tra cocaina,
furti, galera e un autolesionismo giunto a vari
tentativi di suicidio. Ciò che dà ritmo alla sua
gioventù incendiata sono solo i soldi, i soldi che
servono ad acquistare e non a mettere su o a
capitalizzare, i soldi che devono essere spesi
parlando lo slang dialettale del quartiere, a una
spanna dalla camorra senza mai appartenervi,
ma sapendone abbastanza da poter evitare
guai durante i propri illeciti. Sono i soldi per
comprare vestiti, scooter o auto, serate dispendiose a “pariare” (divertirsi) e tanta coca, coca,
coca che oggi a Napoli è la droga del maschio
bianco ghetto-style. Il suo è un ghetto culturale,
dove il consumismo ha fatto completamente
presa sui giovani, dove i valori tradizionali legano alla certezza del passato ma incagliano ogni
manovra strategica verso il futuro, mentre la
modernità si impone con le sue mode improvvise e tiranniche, creando salti comportamentali
ipocriti e schizofrenie tutte determinate dal e
rivolte al consumo.
Ofanità è una parola inventata a Napoli, che
sempre è stata riferita a quel “pare brutto” della
morale partenopea da commedia di Scarpetta,
ma oggi ofanità è il “pare brutto” riferito alla
povertà, è la necessità di sembrare, di apparire,
potenziata dai soldi e dalle proposte confezionate del mercato. Per i giovani è questa la spinta vitale, il senso di affermazione che a Napoli
diventa reazione alla molteplicità degli stimoli,
molti dei quali conflittuali, portati dell’ambiente. Bisogna avere soldi, poter spendere, con
voli nel lusso di un momento, lasciando gli interessi agli usurai o alla prigione di Stato, nulla
mutando nel proprio patrimonio culturale e
morale poiché esso conferisce appartenenza e
identità a chi è inadeguato di fronte alla modernità e può entrarvi solo come consumatore. Ma
i giovani dei bassi di Napoli non vi entrano
come i neri dei ghetti americani, emarginati da
un centro che li domina, essi rassomigliano a
quei giovani metropolitani delle banlieues parigine che recano con sé il ricordo e la rabbia di
un’identità araba, contrapposta a quella europea, come ideologia di una diversità non accettata. Anche se a Napoli è più la ferocia che la
rabbia a regolare le tensioni nelle zone calde,
esiste un equivalente peso del passato, un
patrimonio di codici che accompagna l’esordio
dei giovani nella massa dei consumi occidentali. Tali codici sono serviti per un millennio alla
sopravvivenza di un popolo cittadino (e regionale) in risposta alle continue sfide di invasioni
e malgoverni, con una capacità di mediazione
che ha sempre mirato a soddisfare le proprie
ortodossie estetiche e morali, cedendo alla
controparte la conduzione della Storia. Ma tali
codici diventano oggi il punto di scontro con chi
a queste conquiste socio-economiche è approdato con maggiore gradualità e protagonismo:
gli abitanti dell’altra città. Perché se Napoli è
almeno queste due città, ambedue cercano di
imporsi a scapito dell’altra o si ignorano profondamente. La prima è privilegiata, minoritaria
ma legata a un ben più vasto ambito di informazioni e di risorse, mentre l’altra è precaria
ma pur sempre forte della sua autoreferenzialità culturale.
È in questa seconda città che Francesco risiede
con la sua storia, è qui che si ambientano le sue
corse verso il nulla, adornate di orpelli che celano il vuoto di possibilità e di ambizioni. Nei
vicoli dei Quartieri Spagnoli ci sono regole fisse
ma senza che nessuno le imponga, non sono le
regole dettate da un clan, sono quelle sperimentate da una comunità in cui ognuno ha fatto
dell’altro un fattore fondamentale per vedere se
stesso. E Francesco viene educato in una famiglia a pezzi, in cui non mancano le botte per
tutti e magari le improvvise riappacificazioni, in
cui nessuno spiega ai bambini cosa fare e come
farlo, ma lascia che essi vedano cosa fanno gli
E adesso, senza barbari?
altri bambini del vicolo. A casa sua Francesco
non ha alcuna garanzia, alcuna intimità, gli
affetti sono dati per scontati e raramente praticati, nella sua famiglia c’è un vincolo invisibile
(e, in realtà, inesistente) che lega l’uno all’altro
e tutti poi alla comunità intorno. E al di sopra di
questa comunità non vi è nulla se non un contesto nebuloso, incerto, di cui diffidare poiché
non ha corpo, non è vicino e non parla la stessa
lingua. Questa stretta rete asfissiante, chiusa e
impenetrabile dall’esterno, indigente ma spinta
al consumo per reagire a quel senso di morte
che l’accompagna, questa rete è un contesto
adatto per il malaffare e allora Francesco può
mettersi d’accordo con il clan per vendere coca
nel quartiere, chiedendo il permesso al clan e
cedendogli una quota perché “mio padre sta in
galera e la famiglia ha bisogno”. Ma la famiglia
è un pretesto, i soldi servono alla propria gioventù senza futuro.
Si va avanti a creare relazioni insufficienti, con
dentro il dolore di sapere di avere imboccato
una direzione sbagliata perché somiglia a quella di chi picchia Francesco da quand’era bambino e che se ora non lo può fare è solo perché
spesse mura di cemento lo separano dal resto
del mondo. E questo dolore si fa tormento, perché ragazzi come Francesco hanno una grande
sensibilità, hanno l’amarezza di chi ha subito
conosciuto cosa vuol dire “stare sotto” e patire.
L’unica terapia comprensibile resta per lui la
droga, la coca che ben si sposa con quel senso
di potenza che la propria comunità richiede per
affermarsi: e allora venderla, consumarla, sottraendosi allo sguardo delle auto azzurre che
sfilano ogni tanto nel quartiere a sirene spiegate. In questo modo si fanno tanti soldi, quanti
mai se ne sono visti e mai se ne vedranno con
un lavoro onesto, se pure lo si trovasse per
miracolo. Giungeranno, invece, le auto di proprietà dello Stato e delle robuste manette e un
magistrato che magari, alla terza occasione, si
farà inflessibile. E tanto astuta è quella comuni21
tà da cui Francesco viene, che anche il carcere,
che le appartiene come luogo mentale, diventa
un valore, un elemento del proprio curriculum
utile a costruire identità per chi un’identità deve
cercarsela tutti i giorni. Il carcere non ha ovviamente nessun effetto correttivo, rinchiude per
un certo periodo un corpo tra mura dove le
regole sono le stesse del ghetto, dove la vicinanza forzata con gli altri dà vita a strategie terribili e codici folli. Da lì si entra e si esce, in una
inesorabile statistica, aspettando ennesimi
mandati, pendolando quel corpo tra il ghetto e
il carcere, tra il carcere e il ghetto.
Eppure, conoscere Francesco significa conoscere un pezzo di storia, conoscere una maschera
forgiata da tante esperienze pesanti, un corpo
piegato da infinite negazioni. Conoscere
Francesco significa conoscere ciò che la società
ha fatto di un ragazzo e che lo stesso ragazzo
ha continuato a fare di sé, significa avere
davanti due occhi veri che inquadrano il mondo
alla ricerca di un bene di cui ha sentito vagamente parlare senza mai sperimentarlo. Nella
realtà il suo corpo è carne da macello, e forse
un giorno sarà lui stesso a provvedere, mentre
oggi resta schiacciato nelle porte di una fortezza per privilegiati che si asserraglia sempre di
più nel suo angolo, illudendosi che così il male
resti fuori per poi scoprire che il vero spettro sta
all’interno e continua a mietere vittime.
Eppure Napoli è una città che cambia, in fondo
è già cambiata e si è quasi messa al passo con
le tendenze tipiche delle metropoli italiane.
L’inizio di questa trasformazione è datato con la
prima affermazione della giunta Bassolino nel
’93, con l’inaugurazione della legge dell’elezione diretta del sindaco, con il partito dei sindaci
che parve inaugurare una gloriosa stagione per
alcuni comuni del sud. È innegabile che dal
punto di vista tecnico una classe dirigente più
responsabile sia riuscita a strappare il testimone alle bande di quel malgoverno che a Napoli
era diventato modello e costume, ma è innega22
bile allo stesso tempo che il suo affondo nella
condizione sociale e culturale sia stato molto
timido o solo delegato alla generale modernizzazione garantita dal generale sviluppo. A
Napoli “il rinascimento” ha significato un politico di razza ma dei blandi amministratori, chiusi
dentro un sistema che consuma per il proprio
mantenimento al potere parte dei vantaggi
ottenuti dal consenso della collettività. La ricerca del consenso è andata quindi a scapito di un
oculato uso delle risorse politiche, economiche,
sociali e culturali, nel tessuto ostico della città,
alla luce della quale l’accusa di aver svolto pure
operazioni di facciata (la cosiddetta politica di
immagine) non è data dal prevalere di canoni
spettacolari e mediatici, per le quali le amministrazioni succedutesi in quasi dieci anni hanno
sempre trovato condiscendenza e comprensione, ma per aver vincolato i vantaggi di queste
manovre in primis alla propria immagine e alle
esigenze di mantenimento del potere, e solo in
secondo luogo a quelle di una saggia amministrazione.
Questa accusa è valida per tutta la politica e per
tutti i suoi uomini, è lo stesso meccanismo politico-elettorale che la porta con sé. Ma per un
contesto così complesso e stratificato come
quello napoletano, questo vincolo è risultato
troppo condizionante. In pratica, la necessità di
ampliare o mantenere alleanze e carriere politiche, il luogo comune della priorità di consenso
di alcune categorie (commercianti, lobbies
finanziarie eccetera), la natura burocratica degli
apparati tecnico-amministrativi rivolta alla propria salvaguardia, la qualifica politica o mediatica, più che progettuale, di gruppi e associazioni operative, la pletora dei clientes e dei questuanti insieme ad altri contingenti fattori
hanno smussato la punta dei progetti, pure presenti e tenuti in conto, intesi a perforare il tessuto sociale. Ne è conseguito, con rare eccezioni, che le politiche mirate al rinnovamento
socioculturale sono giunte alla fase realizzativa
dopo troppe mediazioni e troppe polarizzazioni
interne che le hanno allontanate e intimidite
rispetto agli obiettivi. Tali politiche sono state
poi misurate con troppe concessioni alla loro
spendibilità in termini di consenso e di immagine per i loro promotori e attori, sacrificando la
valutazione delle loro effettive incidenze sulla
società e trascurando di tastare il polso agli
utenti meno garantiti. È mancata (e oggi non
sorprende più questa mancanza) quell’assunzione di rischi che, se da una parte può disinteressare talune categorie dominanti, dall’altra
può avere effetti moltiplicativi di consenso sul
lungo periodo proprio su quelle basse fasce, a
Napoli assai consistenti, oltre chiaramente a un
guadagno etico e civile.
Tuttavia, se oggi Napoli è alla sua terza e consecutiva amministrazione di sinistra è perché
E adesso, senza barbari?
essa ha lavorato per il mantenimento del consenso attraverso tattiche e alleanze, logorando
però questa strategia nell’irrisolta questione di
quei ceti ancora lontani da una condizione di
emancipazione, continuando a regalarli al
populismo di una destra che a Napoli è molto
più di destra che altrove. Se la vittoria della sinistra a Napoli fu salutata come inversione di tendenza ma anche come speranza di moralità
dentro un contesto amorale o immorale, oggi la
mutazione culturale del popolo (cioè dei bassi
ceti, ma non solo) è stata affidata alla sola
modernizzazione dei consumi. Questioni morali
e culturali (in senso antropologico) sono state
tarate dal desiderio di rivalsa della classe
media, e, in generale, la ricerca di trasformazione ha avuto un segno solo materialistico e
autoreferenziale.
23
Dai margini
di Giovanni Zoppoli
L
a progressiva privatizzazione dello stato
sociale portata avanti in questi anni dai governi
nazionali ha ridisegnato analisi, progetti e pratiche cittadine. La delega al privato di interi
pezzi dell’intervento pubblico ha spesso consentito di raggiungere sacche del disagio e qualità del servizio prima sconosciuti. Negli anni
Novanta le associazioni, le cooperative sociali e
le altre aggregazioni sociali hanno preso a sobbarcarsi di un lavoro quantitativamente e qualitativamente molto grande, dove non era più
possibile un impegno part-time. In crisi sono
stati messi soprattutto i gruppi storicamente
improntati sul modello volontaristico, associazioni cattoliche o centri sociali occupati che fossero. Il requisito principale per occuparsi di
“sociale” è diventato sempre più l’essere ferrati nella burocrazia e nelle reti di potere, rendendo velleitario ogni tentativo di fare comunità.
Molte sono state le piccole associazioni (anche
quelle radicate e antiche) che in questo decennio hanno dovuto scegliere tra lo snaturarsi o il
morire. Spesso sono state costrette ad affiliarsi
ad altri enti meno attenti alla sostanza, ma che
Dai margini
precedentemente erano stati più accorti nello
scegliersi le relazioni “giuste”, nel maneggiare
adeguatamente la burocrazia, nell’acquisire
insomma maggiore dimestichezza con le leggi
del mercato della miseria e dell’emarginazione.
C’è chi (in pochi) è riuscito a mantenersi integro
trasformando il proprio impegno civico anche in
attività lavorativa remunerata. E chi nella ricerca dichiarata della purezza ha finito per degenerare in una sfrenata schizofrenia.
Tutto questo a Napoli ha assunto connotati
esasperatamente tribali, per la storica faziosità
(di stampo familistico prima che aziendale) dei
suoi gruppi. E quando ormai la simbiosi tra partiti e terzo settore aveva raggiunto livelli di
asfissia irreversibile, le vicende si sono fatte
ancora più intricate per la rappresentazione collettiva di “roccaforte della sinistra” che si è
data del governo cittadino (in una città dove la
destra riesce a essere addirittura più becera e
criminale di quella nazionale). Fatto sta che a
Napoli a un certo punto è sembrato che l’unico
modo di concepire il cambiamento fosse quello
che passa per le associazioni e per il sistema
25
che le tiene in vita, quello dei finanziamenti
pubblici, dei progetti formali, dei bandi. Quello
del “servizio” e dell’“utenza”. Del resto con la
scomparsa di industria e agricoltura per l’economia cittadina oltre a turismo e servizi non
rimaneva molto altro.
Negli ultimi tempi i movimenti nati attorno ai
temi della globalizzazione hanno contribuito a
riportare al centro del dibattito cittadino
approcci e questioni ormai accantonate, rendendo ancora più marcata la distanza tra le
ricette internazionali e le pratiche locali di molti
politici napoletani.
Per riprendere un filo a noi è stato utile cercare
il collegamento tra chiaccherate fatte nell’ora di
spacco con contrabbandieri nostalgici, maestre
perseveranti, ribelli indomiti, abitanti corsari,
coloni arricchiti… Componendo ragionamenti e
ripartenze attorno a quanto ancora determina
esistenze individuali e collettive.
DISMISSIONI
Del contrabbando, dell’industria,
delle fabbriche
Contrabbando
Andata. Prendiamo la tangenziale. In macchina
oltre a me e a un ex contrabbandiere c’è Lucia,
una ragazza sui 40 anni dalla vocina stridula
che viene dall’Ucraina. A mille metri dal casello
di Pozzuoli l’ex contrabbandiere tira un sospiro, “Basta che arrivo qua e già comincio a respirare. Non senti com’è diverso?”.
Arriviamo in una villetta del litorale Domizio,
dove l’ex contrabbandiere vive con la sua famiglia da oltre dieci anni. Lucia va al piano di
sopra e noi scendiamo giù, in tavernetta.
Il racconto. Sono entrato nelle sigarette con un
gruppo di persone con cui ero uscito di galera.
Di stare sotto a un padrone non c’era voglia e
così andammo da certa gente che conoscevamo
26
a Posillipo. Gli dicemmo: “nui vulimmo fà ’e
sigarette”. Era l’83. Così entrammo nelle sigarette. Noi eravamo un gruppo che faceva politica.
Altri contrabbandieri se li spendevano nei locali
i soldi. Noi aiutavamo i compagni in carcere. Là
c’erano i comitati di lotta. Lotta Continua, i Nap,
Autonomia Operaia… Molti contrabbandieri ne
facevano parte. Tu considera che in ogni quartiere a un certo punto c’erano almeno dieci realtà di base, tra Pci, Lotta Continua, Anarchici...
Chi ci viveva nei quartieri era in qualche modo
orientato da questi centri e il contrabbando era
il modo che molti avevano trovato per non stare
né sotto al padrone né dentro alla Camorra.
Insomma mettemmo un piccolo capitale e
cominciammo a lavorare con le sigarette.
In Svizzera si facevano le contrattazioni tra le
case produttrici come la Philip Morris e gente
potente di Napoli che comprava le quote e le
portava in Yugoslavia. Una volta che le casse di
sigarette erano arrivate in Yugoslavia piccole
strutture autonome, come la mia, compravano
il proprio carico e lo sbarcavano in Puglia. Sulle
coste della Yugoslavia c’erano delle vere e proprie colonie di napoletani, molti erano latitanti.
E che si fidavano di fare! Loro l’hanno inguaiata
la Yugoslavia.
Una volta che il carico lo avevi comprato era il
tuo, nel bene e nel male. Quella del contrabbando era un’organizzazione molto complessa:
c’era chi portava gli scafi, chi commerciava
all’ingrosso, chi al dettaglio… Chi vendeva, chi
comprava, era proprio un mercato.
Dalla Puglia a Napoli sull’autostrada succedeva
di tutto. A volte la Finanza buttava il sale, a
volte ti trovavi a scappare a 200km all’ora su
una Fiesta modificata. Bisognava inventarsi di
tutto, dal finto carro funebre alla falsa autoambulanza, alle altre mille scappatoie che trovavamo. E proprio questo era il bello, una lotta continua dove l’arma più importante era l’ingegno.
Attorno al contrabbando lavoravano un sacco di
persone, c’era un indotto imponente. In primis
le officine meccaniche, che si inventavano le
modifiche più strabilianti.
I frutti del contrabbando andavano per lo più
nell’economia del vicolo ed è su quel tipo di
comunità che il contrabbando si reggeva. Prima
che la Yugoslavia diventasse il punto di smercio, le sigarette arrivavano a Napoli con gli
scafi. E se ti trovavi a Mergellina, anche che non
c’entravi niente, davi una mano a scaricare. Era
qualcosa di grande, attorno a cui lavoravano
almeno mille persone.
Io mi sono levato da mezzo quando non mi stimolava più. È stato verso gli inizi del ’90.
Vedevo che non c’erano nell’aria più i meccanismi giusti. Le sigarette iniziarono a scarseggiare. Arrivavano sigarette strane dalla Polonia,
dalla Turchia. Mancavano alcuni tipi come le
Merit. Il flusso cominciava a scarseggiare, lo
sentivi a naso. Si cominciarono a fare molte
ipotesi.
Fino ad arrivare al 2000, quando le sigarette
non arrivavano proprio più e i prezzi di quelle
poche che c’erano diventarono altissimi. Molti
vendevano addirittura le sigarette comprate dal
tabaccaio. Quasi contemporaneamente i tabaccai misero le macchinette che permettevano di
comprare le sigarette anche di notte e poi i contrabbandieri smisero di esistere.
Perciò è finito il contrabbando. Perché le sigarette non arrivavano più. Venivano bloccate già
in Yugoslavia. Io penso che le cose là sono cambiate quando si è cominciato a ragionare in termini di guerra e non di politica.
E quindi hai capito? La fine del contrabbando
non è stato un fatto traumatico, ma una cosa
lenta durata quasi un decennio. Tu considera
che con il contrabbando potevi arrivare a guadagnare pure 30 milioni al giorno. Molti avevano messo su una vera e propria fortuna e si
erano già aperti un’altra attività parallela, legale o illegale. Chi un negozio, chi un bar, chi una
produzione di cd contraffatti. La gente ha avuto
il tempo di abituarsi.
Dai margini
Quei pochi che sono andati a istituzionalizzarsi
(nei corsi degli Lsu o simili) sono quelli che già
facevano oltre al contrabbando altre attività per
lo più legali o a nero, ad esempio dipendenti
pubblici o lavori in fabbrica.
Molti sono andati a lavorare al nord. Altri si
sono immessi nel flusso di danaro che è arrivato con il turismo, ad esempio vendendo noccioline e vino sulle bancarelle. Infine, un 20% su
per giù, sono entrati a far parte della Camorra o
hanno iniziato a spacciare droga.
In ogni caso la povertà in questi ultimi anni è
aumentata di molto, guardati in giro. È una cosa
di cui ci accorgeremo sempre di più.
I contrabbandieri erano una forza enorme. Era
una rete formata da mille piccole strutture autonome ma interdipendenti. Era un esercito senza
testa. Avevano un senso dell’organizzazione di
cui non erano nemmeno loro coscienti. E tutto
si alimentava con il tabacco che scorreva dentro
le vene. Quando è venuto meno lui è crollato
tutto. Un’intera generazione di contrabbandieri,
di semiribelli, oggi non esiste più ed è rientrata
nei meccanismi di passività, di annullamento
della personalità.
Ritorno. Lasciamo la tavernetta. Salite le scale,
c’è di nuovo Lucia, che in queste tre ore ha fatto
le pulizie. L’ex contrabbandiere le dà 20 euro e
dopo ci accompagna alla Cumana.
Bagnoli
Fino a due, tre anni fa a Bagnoli di immigrati
non se ne vedevano quasi per niente. Adesso
invece durante l’estate, la domenica soprattutto, ucraini e altra gente dell’est fanno quello
che un tempo facevano i napoletani. Prendono
la Cumana o la Metropolitana e vengono a
Bagnoli a farsi il bagno. Sai i napoletani di 30,
40 anni fa? Quelli col ruoto, la pasta al forno,
l’ombrellone, un figlio da qua uno da là uno da
sotto… Questi sono più sobri, in verità, rispetto
ai napoletani. Meno pasta al forno, meno figli.
27
In aggiunta ai napoletani che a Bagnoli sugli
scogli continuano a farsi i bagni.
Paolo, abitante di Bagnoli
Io a Bagnoli ci sono arrivata nel ’76. Una delle
cose che contribuì a cambiare la fisionomia del
quartiere fu il bradisismo dell’84. Si sentiva il
rumore della solfatara e poi la scossa e noi ogni
volta scendevamo giù con tutta la classe e
aspettavamo che finisse. Il bradisismo però
andò a incidere su una situazione che già era di
precarietà diffusa. Perché in Italsider i licenziamenti erano già iniziati da qualche anno, molti
erano in cassa integrazione e con il cambiamento della fabbrica mano mano cambiava
attorno tutto il quartiere. Con il bradisismo le
famiglie cominciarono ad andare via da
Bagnoli, spesso verso il litorale Domizio spinte
anche dalla fabbrica che là gli proponeva di
andare.
Gabriella Giardina, maestra
Molte sono state le cose apparentemente
inspiegabili accadute in questi dieci anni. Per
esempio il sito dove un tempo c’erano gli stabilimenti dell’Eternit era un’area completamente
inaccessibile, inquinata al punto da non potercisi avvicinare. Un anno e mezzo fa, nel giro di
sei mesi, il Comune ha dichiarato che era stata
bonificata e ci ha fatto il concerto di Pino
Daniele. Come si sdogana un’area che fino a
qualche giorno prima tutta la città aveva immaginato come pericolosa? Facendo cantare
Napule è a Pino Daniele. La memoria della
gente si lega agli eventi: là un tempo ci sono
stati gli operai morti. Oggi c’è Pino Daniele.
Magari comincia un po’ a diminuire il terrore
che la sola parola “Eternit” incute. Al concerto è
andata un sacco di gente e si è alzato un gran
polverone. La Società di bonifica in realtà aveva
rimosso i corpi grossi, i tubi e i manufatti in
cemento amianto. Ma tu sai che la cosa più
pericolosa dell’amianto sono le polveri, che
28
sono volatili e che magari se le trovano sul tetto
le signore del quartiere accanto, e nemmeno lo
sanno.
Nei programmi di Bassolino Bagnoli, da quartiere inquinato e periferico, doveva diventare
l’area turistica della città. Quando presentò il
suo piano su Bagnoli, in cui si prevedevano
innanzitutto lo smantellamento e la bonifica
degli ex siti industriali, Bassolino dichiarò che
sarebbero bastati i tempi previsti dal finanziamento. E cioè sette o otto anni. Ne sono passati quasi dieci e se lo smantellamento è in parte
avvenuto, la bonifica invece si potrebbe dire
che non è mai veramente iniziata. Non si vedono segni tangibili di nessuno degli elementi
riqualificanti dichiarati all’inizio. Il porto turistico, gli alberghi… Quello che era un muro attorno alla fabbrica è ancora un muro. La gente non
sa niente di quanto sta succedendo. Sanno che
si sta facendo qualcosa, ma se gli vai a chiedere cosa, ormai non lo sa più.
Secondo me una delle occasioni che si è persa
in questi anni è stata quella d’inventarsi la
Fabbrica della Bonifica. La Bagnoli s.p.a., la
società inizialmente incaricata per la bonifica,
ereditò alcune centinaia di operai precedentemente impiegati nelle fabbriche dismesse. Dal
primo piano di bonifica a quello attuale, che è
passato sotto la gestione di una nuova società,
la Bagnolifutura, gli operai ereditati sono stati
sempre considerati come un fardello scomodo.
Non si è mai pensato a un vero programma di
formazione nel campo della bonifica dei siti
inquinati, cosa che avrebbe consentito alla città
di dotarsi di una forza lavoro preziosa. Così la
vicepresidente della Bagnoli Futura pochi mesi
fa dichiarava ancora con soddisfazione di essere riuscita a mandare a casa altri 70 di questi
operai. Alle previsioni iniziali che garantivano la
creazione di un migliaio di nuovi posti di lavoro
hanno finora corrisposto nuove casse integrazione per centinaia dei vecchi operai.
La cosa che lascia maggiormente sconcertati è
che opposizione sociale e controinformazione a
Bagnoli sono praticamente inesistenti.
Rifondazione Comunista, che occupa postazioni di potere (in Città della Scienza come nella
Circoscrizione, di cui ha la presidenza) è in
piena linea con la maggioranza che governa la
città. Anche i pochi comitati di base che esistono si mobilitano più che altro su questioni specifiche, spesso molto private. Sia nell’ultima
giunta Bassolino che in quella Jervolino tutto il
dibattito politico è stato così dirottato solo sulla
questione dei nuovi fondi che dovevano arrivare, e che il Governo non voleva sbloccare…
senza mai riuscire a parlare in maniera sostanziale del Piano Urbanistico Esecutivo, cioè di
quello che forse un giorno si realizzerà. Almeno
oggi sarebbe importante riuscire a evitare
quanto è successo fin ora: che il procedere
della bonifica serva soprattutto ad attivare i
meccanismi di speculazione immobiliare e gli
appetiti della camorra. Quando per anni tutti i
giorni leggi sui giornali del parco, del porto,
degli alberghi… senti ai telegiornali del parco,
del porto, degli alberghi… è naturale che le
attenzioni del mercato immobiliare si concentrano su quest’area e che tutta la questione
rischia di ridursi a qualche metro cubo di
cemento in più.
Mauro Forte, Collettivo politico
Facoltà di Architettura di Napoli
Una casa a Bagnoli oggi costa anche quattro
volte tanto rispetto a 8 anni fa. Sono le regole
del mercato immobiliare che in questo momento stanno incidendo con forza sul ceto sociale di
Bagnoli e molta è stata la gente “espulsa”.
Gente che fino a un decennio fa viveva in una
delle zone più insalubri della città e pagava 200
mila lire al mese, ora dovrebbe sostenere un
fitto di 2 milioni e non può permetterselo.
Tieni conto che molte case popolari a Bagnoli
danno sul mare. So’ case stupende. Bagnoli è
comoda per i collegamenti della Cumana e
Dai margini
della Metropolitana. E poi c’è il mare. Molti
erano riusciti a comprarsi la casa popolare di
cui erano stati inquilini. Se oggi io immobiliare
mi presento a un prepensionato dell’Italsider e
per una casa che lui aveva comprato per quattro lire gli offro 300 milioni, il prepensionato
secondo te che fa? Se ne va. Con cento milioni
si compra una casa a Villaricca, o a
Castelvolturno o a Marano e gli altri 200 milioni gli servono a integrazione del reddito o per
risolversi qualche problema, per esempio a
sistemare i figli.
Ma questo è un flusso cominciato oramai da
anni. L’effetto annuncio ha cambiato l’intera
economia del quartiere. Tu partivi da un costo
della vita bassissimo, proprio di uno dei quartieri più popolari di Napoli. Oggi il costo della
vita a Bagnoli si è quasi allineato con il centro.
Ovviamente, in questo modo, a quello che era
prevalentemente un quartiere operaio stanno
subentrando impiegati e professionisti. Cioè un
ceto medio che a Napoli aveva l’esigenza di
restare, o di tornare. Un ceto medio magari
anche con discrete possibilità economiche ma
che probabilmente nelle zone bene, come
Posillipo e via Dei Mille, non ci riesce a stare
con comodo, agiatamente. Un ceto insomma
consistentemente più alto rispetto a quello storico del quartiere, ma non la Napoli “bene”.
Quella sa i posti dove deve andare e Bagnoli
non sarà mai concorrenziale con quelle zone là.
Paolo, abitante di Bagnoli
A oriente
Ersan si era imbarcato clandestinamente nel
porto di Monravia, in Ghana. Per mesi aveva
progettato quella fuga lavorando intorno al
porto. Aveva esaminato a lungo tutte le operazioni, i movimenti delle navi. Per il giorno
della partenza aveva fatto la sua scorta di
provviste. Acqua e biscotti che avrebbe
nascosto nelle tasche larghe senza alcun altro
bagaglio. La partenza il 3 marzo 2002. Ersan
29
prende posto sulla nave nascondendosi in un
container, sulla prua dell’imbarcazione. Dopo
7 giorni di viaggio le provviste finiscono mentre la nave resta in avaria per un giorno intero
nelle acque spagnole. Ersan non può uscire a
prendere la sua quotidiana boccata d’aria a
causa dei marinai. “Quando poi la nave iniziò
a muoversi feci il segno della croce”. È il 13
marzo 2002 e la nave attracca nel porto di
Napoli. “Io guardo fuori dal container e vedo
la grande montagna”. A mezzanotte del 14 la
nave attracca. Ersan sceglie il momento più
opportuno per uscire dal container e scappa
dalla nave. “Non vedendo nessuno scesi nel
porto, ma qualcuno mi notò e iniziò a urlare
‘CLANDESTINO!!!’. Allora iniziai a correre nel
porto, tra i containers. Scavalcai un muro
mentre c’era un altro uomo che mi stava per
acchiappare. Dall’altra parte del muro trovai
un piccolo fiumiciattolo, lo passai e mi nascosi per un paio d’ore sotto un ponte. Più tardi
iniziai a camminare, trovai un altro muro, lo
scavalcai ed ero finalmente uscito dal porto.
Trovai il percorso dei binari, lo seguii e vidi le
intersezioni delle strade, le macchine che correvano, iniziai a sentire freddo. Comunque
continuai la mia corsa e mi fermai alla fine
fuori a una chiesa”.
La fuga di Ersan è avvenuta attraverso via
Brecce, già via di fuga per i duemila soldati
nolani che secoli fa scappavano da Palepoli per
ripararsi nella loro città. L’attuale stato di Via
Brecce è quello di una strada fantasma. Perduto
il rapporto naturale col fiume che la costeggiava è oggi disseminata dei vari impianti petroliferi in dismissione. Una strada ombra frequentata da camion e prostitute. Costeggiata da
depositi di containers. Gli immigrati vengono
qua a occupare containers e siti industriali dismessi, più che le case. Stanno quel poco che
basta per trovare una sistemazione più decente
da una qualsiasi altra parte.
Luisa Venruso, Via Margine, tesi di laurea
30
Ponti, binari, sopraelevate, capannoni e residui
industriali segnano l’altra area industriale della
città, quella più antica, nella zona orientale di
Napoli. A differenza di Bagnoli in quest’area
non c’è mai stata un’unica fabbrica, ma un insediamento più frammentato e stratificato, con le
continue dismissioni e trasformazioni produttive che si sono succedute nel corso di due secoli. È da circa un ventennio che alle dismissioni
non hanno più corrisposto nuovi insediamenti.
Quando si parla di zona orientale si parla
comunque di quartieri molto diversi. Su quartieri come Ponticelli, più che la dismissione
industriale ha inciso il fatto di aver potuto offrire in passato una grande quantità di suolo agricolo, quindi libero. Molti abitanti del centro e di
altri quartieri sono venuti a viverci, tra disfunzioni amministrative e occupazioni abusive,
dando vita alla più grande 167 di Napoli dopo
Scampia.
Nei piani delle amministrazioni progressiste
quest’area doveva in qualche modo conservare
la sua natura industriale, puntando su nuovi
insediamenti di quella che oggi si chiama industria pulita, cioè un’industria compatibile con
un tessuto urbano abitato. Ma questo per il
momento rimane solo un progetto. Come il
grande parco verde che dovrebbe sostituire il
cuore del vecchio insediamento industriale e
servire da collegamento con il resto della città.
Francesco Ceci, sociologo urbano
GLOSSARIO MINIMO
Solidarietà
A Napoli esistevano circa 8 insediamenti rom da
oltre 20 anni. Alla prima giunta Bassolino questi insediamenti creavano essenzialmente due
problemi. Duemila persone accampate senza
acqua e luce, in baracche fatte d’immondizia, si
trovavano in una zona troppo visibile di
Scampia e l’opinione pubblica iniziava a farsi
pressante. Il piano di riqualificazione del quartiere non riusciva a partire e una delle colpe, si
diceva, ce l’avevano i rom: l’asse mediano non
apre perché sotto ci sono i rom, l’Università non
viene perché sotto alla Metropolitana ci sta il
campo nomadi… Dopo 7 anni di inerzia, dopo gli
incendi appiccati a uno degli accampamenti per
mano di alcuni abitanti del quartiere, nel luglio
1999 l’amministrazione progressista non potè
più stare a guardare. Malgrado gli avvertimenti
di molte associazioni, Bassolino accelerò la
costruzione già iniziata da alcuni mesi, ma bloccatasi, di un megacampo stretto tra un carcere
e una strada a scorrimento veloce, sormontato
dai tralicci dell’alta tensione e lontano un chilometro dalla prima fermata d’autobus. Un anno
dopo circa 800 rom, i più vistosi, vi vennero trasferiti. Non potendo vantare molto altro rispetto al quartiere, in campagna elettorale
Bassolino sfoggiò il “primo villaggio rom autorizzato della Campania”, grossa prova di
Solidarietà dei cittadini di Scampia e dell’amministrazione comunale verso il popolo rom.
Autogestione
Una volta costruito, il campo viene completamente abbandonato a sé stesso per oltre due
anni, salvo dare qualche centinaio di milioni
alle associazioni del terzo settore. Tra i motivi
c’è anche quello dell’estrema litigiosità dei partiti di maggioranza che non riescono a mettersi
d’accordo e lasciano l’assessorato alle politiche
sociali praticamente vacante per quel paio
d’anni, il periodo di transizione da Bassolino a
Jervolino. Il Comune viene meno a tutti gli oneri
di gestione del campo. Bastano pochi mesi perché la polveriera che si è creata esploda.
Degenerano in breve tempo relazioni e strutture del villaggio. Quasi una metà dei rom, anche
per il clima di panico diffuso dalla Bossi-Fini che
incombe, va via dal campo e dalla città dove
viveva da decenni. Espulsioni in guanti bianchi,
di questo alle giunte di sinistra bisogna dar
Dai margini
merito (parliamo sempre delle giunte comunali
ovviamente, che almeno il coraggio di fare
delle scelte l’hanno avuto. Perché Regione e
Provincia invece sulla questione rom non hanno
saputo fare proprio niente di sostanziale).
Serve ancora una volta una tragedia perché il
Comune ritorni al campo. Il 6 maggio 2002,
durante la festa di S.Giorgio, al villaggio ci sono
degli scontri dove due bambini e tre adulti
rimangono feriti. La giunta progressista ancora
una volta non può più stare solo a guardare.
Anche se ora non sa proprio più che pesci prendere. Il responsabile delle politiche sociali
dichiarerà: “abbiamo sbagliato ad affidarci all’
‘autogestione’ come metodo di conduzione del
villaggio” (“Corriere del Mezzogiorno”, mercoledì 8 maggio 2002).
Partecipazione
Ancora i rom
La giunta Bassolino accompagnò l’apertura del
campo con una delibera chiamata “patto di cittadinanza sociale”. In realtà di questa delibera
ne sapeva qualcosa solo il Comune, un paio di
associazioni e un paio di rom chiamati a fare le
comparse. Non ne sapevano niente né il resto
dei rom, né tanto meno i cittadini napoletani. In
ogni caso, anche se ne fossero stati messi a
conoscenza non avrebbero proprio saputo a
cosa partecipare. I primi erano stati nascosti in
un posto desolato, i secondi non li vedevano
più e il Comune si era volatilizzato. Prima della
segregazione nel villaggio autorizzato, su questa questione c’erano stati momenti rari quanto
preziosi di attivazione di una parte di rom e di
alcune associazioni cittadine. Si erano avviati
dei percorsi dentro e fuori ai campi, si erano
studiate soluzioni e avanzate proposte. Uno
degli effetti più immediati dell’apertura del villaggio è stato il completo annientamento di
questi processi di partecipazione. Quel che ne
rimaneva è presto degenerato attorno alla possibilità di lavorare nei progetti comunali. I rom
31
più attivi, una famiglia che da mesi denunciava
la situazione disastrosa del campo, dopo gli
scontri di S.Giorgio fu costretta ad abbandonare villaggio e città. Nemmeno un mese prima
questa famiglia era riuscita a incontrare l’assessore alle politiche sociali, Raffaele Tecce, a chiedergli aiuto perché sapeva di essere in pericolo.
Quello stesso assessore, in un convegno pubblico organizzato nella Facoltà di Architettura
(Le rose di giugno, 8 giugno 2002) incalzato
dalle domande sul perché si fossero lasciate
degenerare a quel modo le cose nel campo e
perché nessuna tutela fosse stata garantita a
questa famiglia, dichiarò: “Sono contraddizioni
interne al popolo che vanno risolte dal popolo
stesso”.
Racconti del Com.p.a.re
Partecipazione 2
La guerra delle piazze
“Piazziamoci” è un coordinamento formato da
una ventina tra associazioni di base, scuole,
comitati, parchi privati, nato sull’onda di un
convegno sulla sicurezza organizzato a
Scampia dal Dun (Dipartimento di Urbanistica
di Napoli).
In quel convegno ci dicemmo che oltre ai grandi piani di riqualificazione era possibile tentare
delle operazioni più piccole ma più coinvolgenti, che potevano realizzarsi in tempi relativamente brevi, con spese non eccessive e la partecipazione della gente. Con il Dun individuammo uno spazio e pensammo di cominciare da
quello. Là c’era parecchio passeggio e l’idea era
di progettare e costruire in quello spazio una
piazza assieme alla gente.
Scampia è strana perché ci sono delle forme di
aggregazione, ma sono tutte chiuse. Ci sono
scuole che magari lavorano fino alle 10.00 di
sera, però dentro. Le parrocchie che lavorano
parecchio, attività frenetiche, ma dentro, sempre dentro. Noi avevamo bisogno di luoghi di
aggregazione spontanea e i luoghi per l’aggre32
gazione spontanea sono le piazze e le strade. A
Scampia le uniche piazze che esistono sono
quelle dello spaccio di droga e le strade sono
delle autostrade a cui manca la segnaletica. Ci
sarebbe la villa Comunale, ma quella chiude
alle 17.00 e poi non ci va nessuno. Così ci mettemmo a lavorare a quest’idea della piazza, che
chiamammo “La piazza dei Giovani”. Facemmo
un’assemblea a cui invitammo anche il
Comune. L’amministrazione non aveva capito
bene quello che gli proponevamo e venne con
tutte le carte del piano di riqualificazione, che
voleva spiegarci tutte le cose che erano in cantiere. Noi ascoltammo e poi cambiammo il tiro,
riuscendo in qualche modo a fargli accogliere il
nostro progetto e a strappargli un impegno.
Da quel momento concentrammo tutte le nostre
attività in quello spazio. Per oltre un anno lavorammo con scuole, associazioni, parchi e le
altre realtà del territorio per far passare quest’idea della piazza. Parallelamente il Dun (a cui il
Comune aveva commissionata una serie di cose
a Scampia, tra cui questa) portava avanti nelle
scuole la progettazione partecipata dello spazio, realizzando con i bambini disegni e plastici.
I risultati di questo lavoro vennero presentati il
4 luglio.
Aldo Bifulco, Comunità di Base
del Cassano, circolo La Gru
Prima dell’estate scorsa, un anno fa ormai,
avemmo l’incontro con l’architetto Martinelli,
preposto dal Comune a seguire il piano di riqualificazione del nostro quartiere. Ci illustrò quello che si prevedeva che si sarebbe realizzato
anche in tempi piuttosto brevi.
Ci disse che loro stavano già intervenendo su
un’altra area, tra la Villa Comunale e la
Metropolitana. Là avevano intenzione di creare
un’altra piazza, “La piazza della socialità”.
Avrebbero realizzato un lungo percorso, una
sorta di passeggiata, con una serie di servizi e
uno spiazzo appunto chiamato piazza della
Socialità. Nelle loro intenzioni su questa “passaggiata” sarebbero sorti anche negozi di un
certo pregio, visto che a Scampia fino a ora ci
sono quasi solo alimentari. Capii che nella piazza della Socialità volevano realizzarci anche
una sala cinematografica. Noi ne abbiamo già
una comunale, all’interno del complesso che
ospita anche la sede della Circoscrizione. Esiste
da oltre dieci anni ma non sono mai riusciti a
metterla in funzione. A ogni modo questa piazza se la stava costruendo il Comune, senza nessun dichiarato intento partecipativo. Poi
Martinelli ci parlò di un’altra piazza ancora che
si doveva realizzare, alla testa della Villa
Comunale. Un paio d’anni fa su quello spiazzo
c’era stata un’altra iniziativa, anche questa guidata dal Dun, coinvolgendo i bambini delle
scuole nella realizzazione di plastici e disegni
perché si orientasse l’amministrazione nella
realizzazione di quella piazza. Il lavoro didattico
fu tutto realizzato e consegnato alle autorità,
ma anche di quella piazza non se n’è fatto ancora niente. Ora sembra che gli abbiano dato una
destinazione, ma totalmente sganciata dal progetto urbanistico che era venuto fuori con i
bambini. La “piazza degli eventi” dovrebbe
chiamarsi questa qua.
Noi stemmo ad ascoltare, poi ricominciammo a
insistere per la nostra piazza, perché il Comune
realizzasse quello che era uscito dalla progettazione partecipata. Avevamo investito energie,
sollecitato speranze, motivazioni. L’architetto
alla fine ci disse che sì, questa cosa poteva partire anche di lì a pochi mesi, sempre che avessimo avuto da parte dell’amministrazione l’impegno a mettere in bilancio questa spesa. La possibilità c’era. Allora noi prendemmo contatti
anche con la Circoscrizione, con l’assessore.
Tanti sì, sì, sì... e poi invece il bilancio è passato
senza la nostra voce di spesa. Se ne parla per il
prossimo piano finanziario, ci dissero. Adesso
abbiamo ricominciato a bussare di nuovo, ma
risposte non ce ne stanno. Noi non abbiamo
Dai margini
altri strumenti se non quello di cercare di far
prendere impegni solenni alle amministrazioni
nei momenti pubblici. Non abbiamo mollato la
presa.
Ernesto Mostardi, “Fuoricentro Scampia”,
periodico on-line
SCAMPIA
È il quattro luglio 2002. Nella sede del Dun si
presentano i risultati della progettazione partecipata fatta con il Coordinamento
Piazziamoci. Il responsabile del Dun lamenta
l’assenza del committente del progetto, il
Comune di Napoli. Tutto il lavoro viene sapientemente illustrato ma c’è un problema.
Mancano i fondi per realizzarlo.
Un signore sui sessant’anni si alza. Ha un gilè e
un aspetto composto e morigerato. Diventa
rosso in volto e si sfoga: “Basta, sono vent’anni che ci studiate addosso. Vi ringraziamo, ma
adesso basta, per favore basta!”
Una Vela
Io credo veramente che a noi ci devono fare solo
una puntata di Quark addosso e poi stiamo a
posto! Veramente delle Vele hanno vivisezionato proprio tutto.
Ti dico la verità. Io dei miglioramenti nel primo
mandato Bassolino li avevo visti anche a
Scampia. È chiaro che c’è stata l’urgenza di fare
il centro di Napoli, però di riflesso qualcosa si è
vista pure qua. Tipo che sono aumentati i pullman, hanno finalmente finito la Villa Comunale
che andava avanti da vent’anni (che poi non ci
va nessuno alla Villa Comunale, ma questo è un
altro discorso). In breve tempo quella cosa che
era la Metropolitana e che tutti ormai dicevano
che non esisteva veramente, l’hanno finita. La
Metropolitana che sta a Scampia quando venne
aperta la gente diceva: “qua 3 giorni e salta
tutto”. Invece guai a chi la tocca, ce la si difende quotidianamente e con i denti.
33
Io abito nelle Vele dal maggio dell’80, quindi
prima del terremoto. Poi è venuto il terremoto e
di fronte al terremoto che ci vuoi fare? Però mò
so’ passati vent’anni e stiamo ancora a quel
livello là! La mia è una delle Vele che non hanno
buttato giù e all’interno ancora non ci sono gli
ascensori, non arriva la posta, non ci sono le
luci. Il caso vuole che al 16° piano ci abitano per
lo più persone anziane che o se la fanno a piedi
o rimangono reclusi a vita. Io la mattina scendo,
vado a lavoro, torno a casa la sera. Siccome noi
facciamo tutti quanti questo, a casa mia non ci
sta mai nessuno e il postino non sa dove mettere la posta, perché non ci sono le cassette. Io mi
sono dovuto fare la casella postale, perché i
documenti dell’Università, i documenti del Cnr, i
documenti della macchina… è un macello! I miei
rapporti con gli altri abitanti delle Vele sono
buoni. Buon giorno e buona sera. “Chill’ è n’u
bravo guaglione, s’ fà i cazzi suoi”, dicono. Si
parla del Napoli, e quindi c’è poco da ridere.
Spesso mi dicono; “tu sì strunz’!” Perché? gli
chiedo io. “Perché vai a lavorare un mese intero
e pigli 2 milioni. A me 800 mila lire me le danno
in una settimana. Sì è vero che hai studiato,
però….” Che gli rispondi a uno così? Però sicuramente la stragrande maggioranza di quelli che
stanno nelle Vele è gente che scende la mattina
e si fa un mazzo tanto per lavorare onestamente. Nel mio palazzo ci saranno qualcosa come
1.200 famiglie. Io ne conosco sì e no un 5%.
Antonio, velista
Droghe
Penso che il mercato dell’eroina non poteva
estendersi oltre un certo livello, per motivi
sociali ed economici. Quel mercato ha un suo
equilibrio, tra persone che consumano ogni
giorno, altre che consumano saltuariamente,
un certo numero che integra l’eroina o la cocaina col metadone preso nei servizi. E come succede in ogni forma di mercato quando c’è un
settore che si stabilizza, le forze economiche
34
che vi sono collegate e hanno bisogno di
ampliare il loro volume di affari provano a indurre nuovi bisogni, introducono nuove sostanze
per nuovi target di clienti. Il cobret ad esempio,
che non è altro che eroina da fumare, ha rappresentato soprattutto all’inizio un modo per
reclutare nuovi consumatori. Molti lo avevano
confuso con il “fumo” in generale, con le droghe leggere che non portano assuefazione.
Venivano ai servizi abbastanza disorientati
dalla “rota” inattesa, perché non sapevano che
era eroina. Si trattava, e si tratta, di persone
per lo più integrate, che vivono spesso con un
senso di fastidio lo stato di dipendenza. Oltre al
cobret c’è poi tutta l’area dei consumatori delle
piazze, del consumo di droghe per così dire
voluttuarie come l’ecstasi. Questi consumatori
hanno una differenza che si nota rispetto ai tossici storici. Non vengono ai nostri servizi, perché li vedono targati un po’ “eroinomani” ed
hanno ragione. Loro si considerano diversi dagli
altri e hanno spesso un pregiudizio forte rispetto ai tossicodipendenti. Non li accolgono nel
loro gruppo, tendono a differenziarsi.
Gli anni Novanta sono stati così caratterizzati da
una sperimentazione da parte delle persone,
realizzata attraverso le logiche del consumo di
merci, per di più vendute in un circuito di illegalità che peggiora il livello di informazione e
rende particolarmente pericoloso il consumo.
C’è stato in definitiva un sostanzioso aumento
del volume complessivo del consumo di sostanze stupefacenti illegali per la venuta di nuovi
prodotti e nuovi consumatori.
Stefano Vecchio, psichiatra dei servizi sociali
del Comune di Napoli
In questi ultimi dieci anni le associazioni a
Scampia sono venute fuori come i funghi. Trovi
associazioni dappertutto. Con alcune io ci ho
lavorato anche e ho capito che se uno ci vuole
restare si deve mettere là, tranquillo, in fila e
nun’adda rompere ’o cazzo a nisciuno. Perché si
romp ’o cazzo, se vai a dare fastidio n’a vota ’e
cchiù, il primo nemico diventa proprio quell’associazione. Tra le tante sicuramente l’associazione più antica e più potente a Scampia resta
quella propriamente chiamata Camorra.
Le attività principali della Camorra, tra Scampia
e Piscinola, restano la droga e l’edilizia. Non so
quale di più. Le attività di spaccio in questi anni
sono rimaste pressoché invariate. Anche se di
drogati con le siringhe dentro al braccio se ne
vedono un po’ di meno per le strade. Il cambio
c’è stato nella manovalanza perché oggi vengono preferiti i minori per spacciare. Si cercano
come il pane.
Nel mio rione, negli ultimi 2 anni, non si è più
venduta la droga. Io ho cercato più ragioni. Una
è sicuramente che gli ex, i veterani, i ragazzi di
26-27 anni che una volta spacciavano e si bucavano in questo rione, oggi se li vai a piglià a uno
a uno, a parte magari qualcuno che è morto o si
è affiliato, la stragrande maggioranza si è trovata una forma alternativa per sopravvivere. Nel
mio caso è stata quella di andare a vendere la
biancheria per dentro ai paesi. Qualcun altro
semplicemente ha pigliato un triciclo, s’e
messo sopra e ha cominciato a vendere la frutta. Comunque sempre cose ai margini della
legalità.
Il perché non lo so. Io ne ho dato una giustificazione di presa di coscienza, nel caso mio.
Però se poi voglio piglià a Gennarino, a
Toppitop, a Ettoruccio, a Mimmo che probabilmente non hanno avuto questa presa di
coscienza, non lo so qual è a molla.
Sicuramente una cosa è certa, ognuno di noi si
è fatto almeno 8-9 anni di carcere. Almeno.
Trovandosi poi con niente in mano. Cioè ti trovi
che hai fatto tanti anni di carcere, sofferenza a
tutta forza, sapere che tua moglie, tua madre
viene sotto al carcere tutti i giorni, per anni, per
che cosa poi? Per non trovarti neanche una lira
e stare sempre tutto fatto.
Dai margini
Nel momento in cui uno o due di noi ci siamo
levati da mezzo, c’è stato una specie di effetto
a catena.
Quando io sono uscito da carcerato, e mi ricordo che erano usciti pure Mimmo e Ettoruccio, i
ragazzi del rione mi ricordo che ci aspettavano
come fossimo dei miti, quelli che dovevano
essere liberati per avviare le attività all’interno
del rione. Pure io quando ho cominciato cercavo qualcuno che l’aveva fatto prima di me come
persona da seguire. Qualcuno che mi dava delle
sicurezze, mi spiegava come si fa come non si
fa… come ti devi stare accorto alle guardie. Per
esempio mio nipote aspettava me e mio fratello
per fare questa sorta di piccola organizzazione.
Nel momento in cui sto mio nipote ha capito
che noi non ne volevamo sapere più, c’è rimasto
proprio male.
Non trovando più questo riferimento i ragazzi
stessi si saranno fatti qualche domanda:
“Questi per non farlo più…” Un ragazzo poi se le
fa queste domande. Infatti poi alle volte che ci
mettiamo a parlare qua giù, loro mi chiedono
ancora: “ma poi perché ti sei levato da mezzo?
Io non ci posso pensà!”. E senti a me, e senti a
Ettoruccio e a quell’altro e a quello ancora… e
vedi che poi, per quanto possa essere preso dal
sistema, uno dice aspetta un momento, famm’
verè buono.
È difficile da spiegare. Questo è un rione dove la
gente non si vuole rassegnare a non tenere le 10
lire in tasca e siccome la via legale ha tutte le
sue difficoltà, qua sembra che l’unica sia quella
illegale. Ma pure il giovane che si avvicina all’illegalità ha bisogno di un punto di riferimento. È
come se questi ragazzi avessero trovato un
vuoto avanti a loro.
Un 3 anni fa ci stava un piccolo boss appena
uscito da galera. Siccome lui in questo rione già
c’aveva avuto una piazza di spaccio, chiamò a
me e mi chiese di poter avviare di nuovo l’attività. Io non gli potevo dire di no, perché il no è un
rifiuto e comunque ti può portare delle conse35
guenze. Cercai di arginare la cosa, di trovare un
modo di dirgli no senza dire no.
Un giorno stavo con la busta piena di magliette
e calzettoni per andarli a vendere e lo incontrai.
Che fai, che non fai…? E mi vede con questa
busta in mano. Quando l’aprì subito s’accorse
che era ’na cosa di sti guaglioni che vanno a
vendere. “Ah questa è la fine che hai fatto? A
vennere cazettini e magliette?!?!” Mi disse. Io
non risposi, dissi e ch’aggia fa? E ho continuato
per la strada mia.
A quel punto lui si rivolse ad altri ragazzi del
rione. Stranamente nessuno si mise. In questo
rione qua siamo 160 famiglie e tra i figli di queste famiglie non ne trovò nemmeno uno. Tant’è
vero che lui chiamò ragazzi da altri rioni per
venire a spacciare qua. Roba di 5-6 giorni e
furono arrestati tutti quanti. Loro non tenevano
nessun tipo di appoggio dentro al rione, non
conoscevano a nessuno, dovevano stare per
forza là in mezzo. Per cui bastava che entrasse
una pattuglia e se li faceva subito. Mentre io
che sono del rione appena ne vedevo una me ne
fuggivo sopra, dalla signora del piano di sopra.
Questo riguarda una realtà molto piccola, che è
quella del rione mio. Era stata una delle piazze
più forti di tutta la 167, penso. In media qua si
levavano 3mila bustine al giorno solo di eroina.
Gaetano Di Vaio, abitante di Piscinola
Stili di vita
I. Il consumo mensile di una famiglia media di
Scampia, di quelle che conosco io, composta da
madre padre e due figli, è intorno ai 2 milioni di
lire. Due milioni col debito però.
Poi ci stanno le feste, i battesimi le comunioni i
matrimoni. 7 o 8 milioni è in genere il costo di un
battesimo o di una comunione. I matrimoni
costano pure di più. Per fare tutto questo la
maggior parte ricorre ai debiti. Se sei un dipendente comunale fai un debito sulla busta paga.
Se non sei protestato fai una cambiale. Se no ti
rivolgi agli usurai, che ti fanno un tasso d’inte36
resse che è praticamente del 120% annuo.
L’usura qua è diffusa e accettata nell’immaginario collettivo. È come il Banco di Napoli. Può
essere la signora del piano di sopra. Un disoccupato che non ha altra strada può rivolgersi solo
a lui. Per fare questo mestiere però bisogna
essere gente avida, tirata, perché non ci vuole
molto a passare da usuraio a usurato. Questa è
gente che se vai a casa e la trovi col piatto a
tavola manco ti chiedono se vuoi favorire.
II. Come campano qua a Scampia?
Va bè, ci sono molti che fanno gli impiegati e
pure qualche professionista. Quelli stanno però
dentro ai parchi chiusi.
La parte di persone che potrebbero fare i manovali quasi tutti emigrano. Partono la domenica
sera e tornano il venerdì. Vanno a lavorare nel
Nord Italia, ma anche in Abruzzo, in Umbria.
Questa cosa non è più vista drammaticamente
come una volta. Si mettono da parte i sentimenti. Io so che quando una persona parte (siccome molti del rione la domenica sera mi vengono pure a salutare) lo so che stanno male, lo
so benissimo. Solo che queste cose sono diventate talmente diffuse che non se ne parla più. E
poi questi non è che vanno e si sistemano. Per
lo più partano con ditte napoletane e spesso
lavorano comunque a nero.
Un’altra parte si arrangia con mestieri da ambulante. L’annientamento del contrabbando qua
ha portato effetti disastrosi. Fino a 5 anni fa da
qua alla piazza di Piscinola ci stavano due fruttivendoli. Oggi ce ne stanno 5 e 3 di loro prima
vendevano le sigarette. Molti degli ex contrabbandieri che conosco vivono così. Altri o sono
andati nella camorra o vanno a rubà. Perché, per
esempio, per fare il fruttivendolo non è come
mettere la bancarella con le sigarette. Quando
vai al mercato se non sei una persona scetata tu
compri male e poi non riesci a vendere come si
deve. Non è come con le sigarette che tu prendi
10 stecche le metti sopra alla bancarella e vendi.
Poi ci sono quei giovani che non fanno proprio
niente. Cioè si alzano la mattina verso le 11.00,
scendono un poco in mezzo alla via a fare una
chiacchierata, se ne vanno fuori al biliardo e
così passano le giornate intere. Nell’ozio, come
si dice. Solo che questo poi si ripercuote sulle
famiglie, perché sti guaglioni pretendono
comunque.
Ci sta per esempio mio cugino che passa la vita
a chiedere il giubbino della Nike, ’e scarpe che
costano tanto… La madre è terrorizzata dall’idea che il figlio possa compiere qualche reato.
Perché poi fuori al biliardo si frequentano
ragazzi diversi. C’è il tipo che magari non ha mai
fatto il guaio ma anche quello che comunque li
fa. Ci sta comunque un’amicizia. E la mamma fa
i debiti per comprargli il giubbino firmato, per
mandarlo ogni 15 giorni dal barbiere perché si
deve rifare le basette. Cose che fino a pochi
anni fa non esistevano proprio.
Gaetano Di Vaio, abitante di Piscinola
III. Le poche case che trovi tra Scampia e
Piscinola ormai i prezzi sono altissimi. Intorno
alla metropolitana i prezzi sono più che raddoppiati. Anche perché poi qua si era venuto a
sapere che dovevano fare l’Universtità e tutta
un’altra serie di cose che si dovevano fare.
Conosco situazioni di persone che sono state
buttate fuori dalle case in cui abitavano da 3040 anni. Alcuni dei vecchi proprietari, negli ultimi 4-5 anni, hanno venduto le abitazioni a persone che facevano parte di organizzazioni
camorristiche, o almeno che si vantavano di
farne parte. I nuovi proprietari, laddove avevano avuto informazioni negative sull’inquilino
che per esempio era disoccupato, gli hanno
dato un tempo di scadenza e se questo non lo
rispettava si presentavano o lo sbattevano fuori
con tutti i mobili. Questo è successo verso la
fine dell’estate scorsa e per il momento che io
sappia i casi così sono ancora pochi.
Un abitante anonimo perché non si sa mai
Dai margini
CASE
Storie zingare
La famiglia rimase così nei giardinetti per tutta
l’estate. I giardinetti sono popolati da filonari,
mamme con bambini e, soprattutto, da colf e
badanti dell’est che si godono il dopo lavoro
sotto un pergolato. La piccola folla di colf e
badanti ucraini, russi, polacchi viene puntualmente circondata da stormi di vecchietti napoletani rinati, agghindati e passati a lucido per
fare acchiappanze. Molti ci riescono e poi li si
vede andare in giro per la città come ragazzetti
con l’innamorata sotto al braccio. La macchina
in cui la famiglia dormiva si era definitivamente
rotta. Il padre aveva chiamato un meccanico
che era venuto a vederla. Il meccanico gli aveva
detto che lui non la poteva aggiustare che su
quel marciapiede non poteva rimanere che
doveva chiamare qualcuno per farsela trainare
fino a casa. Il padre gli aveva risposto che quella era la sua casa. Il meccanico gli disse che non
sapeva che fare e si prese 50 euro. Per fortuna
d’estate fa caldo e la famiglia può dormire su un
materasso nei giardinetti. Ma la gente, si sa, è
malpensante e chiama vigili e forze dell’ordine
ogni volta che qualcuno la molesta. Pronta la
pattuglia di vigili assieme a un furgoncino della
nettezza urbana arriva e si prende il materasso.
Ma la famiglia ne trova un altro, sempre nell’immondizia. A volte piove, anche d’estate e la
famiglia passa la notte sotto qualche balcone a
ripararsi.
Per due mesi abbiamo cercato case tutti i giorni.
La famiglia era andata a chiedere aiuto agli altri
rom che in questi anni ne avevano trovata una al
centro storico, ma senza risultati. Il padre aveva
cominciato a comprare il giornale degli annunci
e poi insieme telefonavamo. Quando telefonavo
io, dicevo di essere della Consulta Comunale per
le problematiche rom, che come Comune avremmo potuto fare da mediatori rispetto a tutte le
problematiche presenti e future. Era vero, face37
vo parte di questa Consulta costituita dal
Sindaco in persona, Rosa Russo Jervolino. E la
Consulta tra gli scopi avrebbe avuto anche questo di trovare case ai rom per favorirne l’uscita
dal megacampo. Solo che la Consulta si era riunita una sola volta e di fatto non serviva a niente. Io mi spacciavo per la Consulta quando proprio non sapevo che cosa dire più. Il problema
era che tutti i possibili proprietari appena sentivano la parola extracomunitario iniziavano a tergiversare, quando poi pronunciavo “slavo” (perché a dire rom o addirittura zingaro non mi
azzardavo neppure) dopo un po’ mi attaccavano
la cornetta in faccia. Per 4 mesi cercammo una
casa. Ne vedemmo tante. La prima era una stanza umida e senza finestre dove fino a poco prima
ci viveva una famiglia italiana di Montesanto.
Volevano 650mila lire al mese. Quel giorno il
padre s’era vestito di tutto punto, con tanto di
capelli tirati a brillantina. Il padre è uno alto,
robusto, baffetti sottili, io l’ho sempre creduto
un divo di Hollywood in incognita. Era emozionato, era la prima casa che vedevamo. Non vollero fittargliela. Ne vedemmo un’altra, altre 3,
altre 6, altre 9… sempre più o meno per 600mila
lire al mese. Stanze uniche, spesso garage rifatti con tanto di saracinesca come porta e un quadrangolo interno in mattoni come bagno. Le uniche che riuscimmo a vedere furono quelle del
centro di Napoli. Sul litorale domizio o in zone
un po’ più distanti dalla città la famiglia non
voleva proprio trasferirsi. La famiglia vive
soprattutto dell’elemosina e il giro di relazioni,
di aiuto e protezione, ce l’ha a Napoli.
Ma la fortuna degli zingari la fanno i figli, si sa. Se
no perché ne farebbero tanti? E la famiglia di figli
ne ha uno, ma che vale per 7. Il vicino di bancarella del padre è un senegalese che vende cd
contraffatti. Il figlio diventa suo amico. Stanno
spesso insieme, lui va a vedere le partite di calcio a casa loro e fanno festa insieme. Spesso mi
racconta delle cose strane che mangia, che vede,
che sente dai senegalesi. Lui che fino a un mese
38
fa quando vedeva un negro cominciava a urlargli
ingnominose improperie, ora sembrava davvero
innamorato di questo senegalese e dei suoi
amici. Il resto della giornata il figlio gioca a pallone con i ragazzi del Vomero, o va al bar di fronte
alla villa Floridiana dove la famiglia si appoggia.
Sembra che qua al Vomero il figlio sia rinato. Il
proiettile che gli si è ficcato nell’addome durante
gli scontri di S.Giorgio è ormai acqua passata.
Trascina ancora un po’ la gamba ma il suo umore
non ha niente a che vedere con quando stava al
campo. Il dubbio mi viene: che non ci troviamo
tutti in uno dei progetti sull’intercultura del
Comune? Comunque il senegalese che abitava
da quasi due anni in un vico del centro, 3 stanze
condivise con una ventina di altri connazionali,
ha le credenziali giuste e inizia a cercare casa
alla famiglia.
Dopo nemmeno un mese gliela trova e la famiglia può trasferirsi. È una stanza unica anche
questa, con sopra la dicitura su marmo
“Municipio di Napoli. Vano non adibibile ad uso
abitazione”. Ma finalmente ora la famiglia ha un
posto dove passare l’inverno.
Passa un giorno e Roberto lo trovo che gioca a
pallone in una piazzetta restaurata che i bambini indigeni hanno subito trasformato in campetto di calcio. Può iscriversi anche a scuola. Il
primo giorno lo rimandano a casa perché c’è
appena stato il terremoto e le scuole napoletane si scoprono pericolanti. Rimarrà chiusa
almeno per una settimana. Ancora una settimana di calcio intensivo.
Racconti del Com.p.a.re
Pianura
Pianura è il quartiere abusivo per eccellenza. Si
chiama così perché sta nella piana ed era una
terra di lavoratori agricoli. Diventa metropoli,
ovvero quartiere periferico di una grande città,
quando viene invasa dal cemento intorno agli
anni ‘70. Cominciarono dai costoni, quelli che
salgono verso i Camaldoli e che ora sono quasi
interamente costruiti e non condonati. I pianuresi in genere hanno un’idea di città che si fa da
sé e per sé, che non ha niente a che vedere con
la città amministrativa. Considera che qua in
pochissimi hanno chiesto il condono.
Due dati. A Pianura la camorra è molto presente e forte. Pianura è stata storicamente un serbatoio di voti per la destra.
In questo quartiere c’è un insediamento storico
di sudamericani, colf e badanti per lo più, sparsi
un po’ su tutto il territorio. Nel centro storico di
Pianura ci vivono invece molti africani. Il centro
storico è antico, fa parte di quei ‘casali’ storici
amati e studiati dai cultori della morfologia degli
insediamenti. E non è abusivo. Gli italiani non ci
stanno quasi più. Nel terremoto dell’80 molti
degli antichi casali dei centri periferici vennero
dimessi perché se ne cadevano a pezzi. Alcuni
furono ristrutturati e altri no, ma quasi tutti
divennero edifici pubblici perché espropriati e
chi ci abitava venne ricollocato in altri alloggi. Gli
africani di cui ti parlavo sono dislocati in tre
insediamenti, di cui il più numeroso sta in uno
dei casali non ristrutturati. Come gli altri anche
questo è costituito da un insieme di casette alte
2 piani, chiuse a corte e non essendo ristrutturato dispone di appartamenti tipici di come si
viveva 60 anni fa. Sotto avevano la cantina o la
stalla per le mucche e sopra la casa cui si arrivava con la scaletta esterna. Il bagno se c’era stava
giù. Gli immigrati ora occupano sopra e sotto e
sono di base in 25 con un bagno. Per bagno
intendo solo la tazza. Il casale è completamente
sfracellato, con i solai che se ne cadono e i muri
spaccati. È così disastroso anche perché loro lo
lasciano cadere a pezzi. Hanno continue minacce di sgombero dal Comune per cui dicono io
non mi aggiusto il tetto se no spendo i soldi e
poi mi cacciano pure. È un circolo vizioso.
La maggior parte di questi africani lavora a
Quarto, un Comune vicino. Vanno a offrirsi nella
piazza all’alba per lavorare in campagna o nei
cantieri o per i tanti piccoli lavoretti che possoDai margini
no servire. Per cui per nessuno di loro è stata
richiesta la regolarizzazione. Chi si mette a
regolarizzare qualcuno che serve un giorno sì e
sei no?
In molti qui ci abitano fissi da oltre 15 anni. Ci
vivono anche due famiglie italiane, 2 ragazze
con i figli. Ma possono essere 25 come 150. Cioè
c’è un nucleo più o meno stabile e quando arrivano nuovi connazionali questo casale è il primo
posto dove trovano ospitalità. Funziona insomma da centro di prima accoglienza informale.
Ilaria Vitellio, che svolge attività
di ricerca presso il Dun.
Il comune di Napoli è uscito dallo stato di dissesto economico solo nel dicembre 2002,
anche in virtù dei soldi, reali o presunti, dei condoni edilizi. “Adesso il Comune potrà finalmente vendersi il patrimonio immobiliare”
(“Corriere del Mezzogiorno”, 8 dicembre 2002)
fu allora il primo commento ufficiale. Già da
diversi anni la proprietà immobiliare che era in
qualche modo sottoposta a controllo pubblico
(come quella della Società Risanamento e
dell’Istituto Autonomo Case Popolari) aveva
cominciato a venire (s)venduta ai privati. Nel
caso della Società Risanamento l’acquirente è
stato il Gruppo Pirelli, che questa operazione la
sta facendo anche nel resto d’Italia.
È andato così scomparendo anche a Napoli il
sistema di garanzie pubbliche rispetto al mercato delle case. E per molti questo è un bene,
viste le condizioni in cui il patrimonio pubblico
versava. L’edilizia pubblica a Napoli è stata
sempre caratterizzata da manutenzione pessima e da imbrogli di ogni tipo da parte di amministratori, inquilini, proprietari. Decine di mancate scuole, ospedali, polifunzionali, biblioteche... di proprietà degli enti pubblici se ne sono
rimasti a marcire anche in questi ultimi dieci
anni, intrappolati tra l’ignavia delle pubbliche
amministrazioni e le mire incrociate che i privati avevano su quegli stabili.
39
TERRE DI LAVORO
(Da un’inchiesta fatta l’anno scorso con Marco
Carsetti e Domenico Chirico)
Stavo a Napoli, mi hanno indirizzato a Villa
Literno. Ci sono andato. C’era una scuola che
avevano iniziato a costruire e non l’hanno finita.
Praticamente erano solo i pilastri e il tetto ed
eravamo 2-300 immigrati quasi tutti africani. Io
mi ricordo benissimo come chi trovava un cartone era fortunato. Fortunatissimo. Un cartone
per dormirci sopra. Il pomeriggio quando chiudevano i negozi andavamo tutti quanti a cercare i cartoni. Io l’ho trovato dopo 2 sere e sono
stato fortunato. I negozianti, quelli che vendono elettrodomestici, li vendevano agli extracomunitari. Vendevano i cartoni che di solito si
buttano. Per farci le docce, quando avevamo i
soldi, c’erano alcuni barbieri del paese che si
prendevano 7-10mila lire per doccia.
Lassad
Castelvolturno
Dovremmo rifarci al boom degli anni Cinquanta,
a quel tipo di sviluppo sociale ed economico
che portò la gente a desiderare la seconda
casa, realizzando con la seconda casa l’illusione di una condizione sociale di tipo diverso. Da
lì partì la corsa alla villa a mare, e non solo a
Castel Volturno, ma in tutt’Italia. Il litorale
Domizio era una zona tipicamente mediterranea, vicina a Napoli e a Caserta, e ancora quasi
interamente vergine. Si edificava senza regole,
così com’era possibile; non si facevano strade
né si realizzavano altri servizi. Si è costruito
anche in zone paludose. Si è creato per il più
povero degli acquirenti la più sgangherata delle
case. Finché a un certo punto a questo fenomeno più vacanziero della seconda casa non si è
associato un altro fenomeno, quello del bisogno abitativo. La periferia di Napoli – specialmente a seguito del terremoto dell’80 – aveva
bisogno di alloggi. A poco a poco assistemmo in
40
quegli anni a un imponente spostamento di
popolazione dall’hinterland napoletano e
anche da quello casertano verso il litorale
Domizio. In un clima politico di assoluta connivenza e assenza di piani regolatori da parte dei
Comuni, i costruttori hanno avuto la possibilità
di determinare le sorti di questa o quell’amministrazione, oltre che dell’intero litorale.
Il flusso migratorio di napoletani ha interessato
– oltre ai paesi della fascia Domiziana – anche
quelli dell’interno. Basti pensare a Marcianise,
S.Marco Evangelista, S.Nicola, comuni che si
trovano a 13-15 minuti da Napoli, e che in effetti sono molto più vicini al centro di Napoli
rispetto a quartieri come Pianura, Fuorigrotta,
S.Giovanni. Per molti aspetti questi paesi erano
anche più vivibili. L’hinterland napoletano si è
così spostato verso la “Terra di lavoro”, occupando e includendo le fasce più contigue.
Castel Volturno, in effetti, è un esempio tipico di
espansione incontrollata, perché è la zona al
limite tra due province, quella di Napoli e di
Caserta.
Di lavoro, allora, ce ne fu davvero in abbondanza e così a Castelvolturno e sul resto del litorale Domizio arrivarono molti extracomunitari.
Sbarcavano per lo più a largo di Ischitella, e
venivano importati per lo più dalla Camorra. Vi
sono stati scontri tra la camorra locale e le
mafie nigeriane, ganesi… per lo sfruttamento
della manodopera straniera. Intorno agli anni
Ottanta ci furono grandi sparatorie, con molti
morti e feriti. Alla fine si raggiunse una specie di
pax mafiosa, che li portò all’accordo sulle percentuali di sfruttamento (per la prostituzione,
per il collocamento al lavoro, per lo spaccio
della droga…). Le prostitute, ad esempio, pagano alla camorra locale la tangente per il posto
occupato sulla strada, e a quella nigeriana il
“pizzo” sul guadagnato.
Fin tanto che la cementificazione selvaggia è
andata avanti i rapporti tra stranieri e italiani
sono stati più o meno passabili. La visibilità
degli extracomunitari era solo quella che dava
loro il cantiere. È stato quando l’edilizia abusiva
si è bloccata, più per saturazione del mercato
che per altro, che sono iniziati i problemi. Una
grande massa di manodopera rimasta senza
lavoro si riversò per le strade, in cerca del
miglior offerente, diventando improvvisamente
visibile. Gli ex operai edili cominciarono a raggiungere i loro fratelli immigrati che lavoravano
nelle campagne dei dintorni, dove la richiesta di
braccianti era invece in forte aumento.
Dormivano per la maggior parte in una zona
interpoderale che poi verrà conosciuta come il
“ghetto di Villa Literno”. Quello a cui verrà dato
fuoco in seguito.
Fu a questo punto che la camorra, per parte
sua, si aggiornò e variò l’offerta. All’edilizia
abusiva e al collocamento nelle campagne,
sostituì il più redditizio mercato dello spaccio
della droga e della prostituzione. Mercati che
esistevano già prima ma in forma più ridotta.
Per quanto riguarda la prostituzione il litorale
offre una vetrina di 30 Km, la strada Domiziana.
Avere le prostitute tutte insieme conveniva, così
il cliente poteva scegliere meglio. Ma era una
cosa estremamente fastidiosa per chi lungo
quella strada ci abitava.
L’essere diventato uno dei più grossi centri di
spaccio della droga e della prostituzione del
Mezzogiorno; la mancanza di servizi e infrastrutture; la generale crisi economica e la trentennale invivibilità del territorio… gli autoctoni
attribuirono automaticamente tutto questo alla
presenza immigrata. Soprattutto i commercianti, che diedero inizio a continue manifestazioni
contro “i neri”. Anche se tutti sapevano che la
maggior parte dei “contestatori” erano poi
quelli che fittavano le case agli immigrati. E con
notevoli vantaggi: se in un appartamento ci va
una famiglia di italiani ne ricavi un normale
pigione; ma se ci metti 20 stranieri e li fai pagare 100 mila lire a persona, è ovvio che conviene
molto di più. Ci fu un momento in cui
Dai margini
Castelvolturno esplose come una torre di
Babele: quando al fabbisogno dell’extracomunitario si associò quello del disoccupato napoletano, del senza casa che veniva dalla periferia e che da questa zona si aspettava una sistemazione, una prospettiva. I bisogni dell’extracomuniatrio straniero e quelli dell’extracomunitario italiano si sono scontrati anziché fondersi.
Anche il commerciante, che spesso era un piccolo esercente o il disoccupato, avevano ragione a fare rivendicazioni rispetto a un territorio
ridotto in quello stato. Solo che le facevano
contro gli extracomunitari, invece di mettersi
insieme per rivendicare una politica diversa.
Raids notturni contro i neri, incendi d’auto,
occupazioni stradali, sit-in davanti alla caserma
dei Carabinieri, uccisioni… un vero impazzimento! Ma già allora era chiaro – lo hanno poi confermato alcuni processi e rapporti della polizia
– che dietro a tutto questo c’era chi soffiava sul
fuoco e strumentalizzava gli immigrati per combattere l’amministrazione comunale. Eppure la
mia amministrazione aveva contenuto e ridotto
il fenomeno della criminalità legata agli immigrati clandestini. Io li avevo i dati e sapevo
come andavano le cose. Il Ministero ci stava
dando una grossa mano. Da 13mila che erano
nel ’93, nel giro due anni i clandestini presenti
sul territorio li avevamo portati ad essere 34mila. Ma questo non era stato sufficiente perché gli immigrati ormai erano diventati un problema ideologico e uno strumento di lotta politica. Il Centro di accoglienza da noi aperto, uno
dei primi d’Italia, era diventato il simulacro di
tutte le ostilità.
La popolazione di residenti iscritti all’anagrafe
di Castelvolturno è di circa 18mila unità.
Mediamente ci sono 40mila presenze al giorno, che durante l’estate arrivano quasi a centomila. Se Castelvolturno è diventata un luogo
ideale per l’immigrazione clandestina è stato
sì per la posizione geografica ma anche e
secondo me soprattutto perché era un litorale
41
di seconde case: disponibilità alloggiativa ma
principalmente un panorama di desolazione
imperante per la maggior parte dell’anno.
Durante l’inverno il litorale domizio è disperatamente vuoto e per una certa parte è vuoto
anche d’estate. In una città 13mila persone le
si notano, dove si nascondono? Le seconde
case invece sono state – e restano – come un
bosco nel quale è stato possibile nascondersi,
senza dar fastidio e senza correre il rischio di
venire scoperti.
Mario Luise, sindaco di Castelvolturno
dal ’70 al’ 71, dal ’71 al ’76 e dal ’93 al ’97.
Braccianti
I primi a incominciare a lavorare nelle aziende
so’ stati i zingari. Intorno al 1980. Stevano delle
aziende che non trovavano manodopera e
hanno cominciato a piglià i zingari. Ca chilli po’
ce jevn.
Sig. Aldo, proprietario di un’azienda bufalina
Con me hanno lavorato albanesi, algerini, tunisini. Solo i marocchini no. Mi trovo male a lavorare con loro. Perché prima erano ragazzi che ti
capevono, avevano di bisogno. Adesso manco
loro ne aveno di bisogno. E allora pattuisceno,
il tabacco se mi dai tanto lo faccio, si no lo
lasco. È capace che fatta una raccolta ti lasciano il tabacco ’ncopp ’e piante. Perché vonno più
soldi. Fanno il ricatto. Questo è un ricatto l’operaio col padrone.
Se non ci fossero gli excomunitari non si potrebbe più lavorare il tabacco. No, non riuscite a
prendere un italiano neppure si facciate la
richiesta al collocamento. No, non è che è duro.
È sporco. È sporco nel senso che quando avite
maniato ’o tabacco v’ potite lavà ’e mani ’e tutte
manere che sò sempre amare. Nun putite mangià n’u morso ’e pane. Verite che ’e mani s’
fanno ’e o colore ’e ’stà tazza, più scuro. Nere.
Franco, ex bracciante agricolo,
attualmente proprietario terriero
42
A Napoli di agricolo non restano che i nomi di
alcuni quartieri come Pianura, Scampia,
Vomero. La produzione agricola, che serve
anche la città, è altrove. L’area che va da
Napoli a Caserta, conosciuta come le “Terre di
lavoro” rimane una delle zone più fertili
d’Italia, malgrado lo stupro sistematico e
costante perpetrato nei decenni su questo territorio. Un quarto della produzione italiana di
frutticoltura viene da queste terre. I pomodori
che l’avevano resa famosa assieme agli immigrati sudafricani che li lavoravano, oggi sono
quasi scomparsi. Tra le cause molti agronomi
indicano una virosi seguita all’introduzione di
sementi americane. La produzione si è così
spostata principalmente su ortofrutta e oro
bianco, la mozzarella. Sempre più terreni cambiano destinazione trasformandosi in pascoli
per bufale, su spinta anche delle organizzazioni camorristische che di affari ne capiscono e
sanno che in questo settore il mercato è in
forte crescita, con richieste crescenti da ogni
parte del mondo. Mentalità e tempi del lavoro
rimaste ferme a un secolo fa, si confrontano
con leggi di produzione avanguardistiche. È
recente una normativa che prescrive la meccanicizzazione di tutti i processi di produzione
della mozzarella.
Nonostante l’alta produttività dei terreni però
l’economia agricola delle Terre di lavoro è tutt’altro che florida. I motivi sono essenzialmente
tre. La cementificazione selvaggia e il diritto
successorio hanno portato a una polverizzazione estrema dei fondi agricoli, finiti per diventare terreni di estensioni esigue per di più sparsi
in giro per la regione.
L’incapacità degli agricoltori locali ad aggregarsi ha loro impedito di organizzarsi per la commercializzazione del prodotto. I mercati del
Nord Italia vengono così in queste terre a rifornirsi direttamente, trovando prodotti di buona
qualità e a prezzi modici, a cui a volte mettere il
proprio marchio. Questo oltretutto è un fattore
che priva il territorio della ricchezza di un indotto che attualmente nelle Terre di lavoro praticamente non esiste.
L’introduzione di cultivar estere, che oramai
hanno sostituito quasi del tutto le sementi italiane, comporta il pagamento di costi altissimi
per le royalty che in genere sono americane,
francesi, olandesi, israeliane. “La Provincia di
Napoli per anni è stata una dei primi produttori di patate autoctone. Oggi penso che non
abbia un solo Kg di patate fatto con seme
nostrano” dice il tecnico agrario Sergio Di
Stasio.
Tutto questo fa enormemente alzare i costi di
produzione per gli imprenditori che, non sapendo ridurre gli altri, hanno potuto ribassare solo
quelli del lavoro. Cosa che è stata possibile
anche grazie alla grossa disponibilità di manodopera straniera che a un certo punto si era
resa disponibile sul territorio e che oggi costituisce almeno il 60% della forza lavoro impiegata in agricoltura. Per lo più a nero e clandestina. Anche se quello che attualmente spinge
gli imprenditori agricoli a rivolgersi alla manodopera straniera non è neanche più tanto il
costo del lavoro.
Le 10 mila lire che dieci anni fa erano la paga di
una giornata, oggi cominciano a diventare una
retribuzione vicina alla diaria minima sindacale. Quello che spinge gli italiani a rifiutare il
lavoro agricolo e gli imprenditori a scegliere
l’immigrato, è ormai principalmente un elemento giuridico-burocratico e uno relazionale.
A un clandestino non si pagano contributi e
costi previdenziali, se si ammala o si fa male
non accampa pretese. Un immigrato è una delle
ultime persone ancora disposte ad accettare un
rapporto lavorativo fatto di urla in testa e sottomissione. E così le piazze come quella di
Marano, di Villa Literno, di Quarto, dove fino a
50 anni fa si raccoglievano i manovali italiani
per offrire le proprie braccia, in questi ultimi 20
anni si sono riempite di nuovo ma di extracoDai margini
munitari. Oggi alla selezione di piazza subentra sempre più il fenomeno del caporalato
immigrato.
Per gli stranieri appena arrivati in Europa un
territorio come quello delle Terre di Lavoro e
un settore economico come l’agricoltura,
sono stati un buon posto dove nascondersi
per i primi tempi. Ma non appena riuscivano a
trovare qualcosa di meglio cambiavano settore produttivo e zona geografica. Hanno così
potuto avvalersi della manodopera immigrata
anche le tante fabbrichette con le più svariate
produzioni. Molti napoletani, allettati da una
forza lavoro tanto appetibile, si sono lanciati
verso avventure imprenditoriali grandi e piccole, spaziando dall’agricoltura all’edilizia,
alla produzione e al commercio di ogni genere di merce.
Alcuni anni fa a Casale la camorra emanò un
editto: debbono andar via tutti gli immigrati. Di
qualsiasi razza, di qualsiasi colore. Via da Casal
di Principe entro 7 giorni. Per fare questo
minacciarono i proprietari delle case eccetera.
Veramente ci fu la fuga. Gli immigrati fecero le
valigie e andarono via. Però in quei giorni, proprio mentre gli immigrati andavano via, scattò
un meccanismo particolare. Da parte degli
imprenditori, dei commercianti, dei distributori
di benzina, che incominciarono a porsi il problema. Ma se questi vanno via, io come faccio?
Chi mi scarica la roba dal camion, chi mi lavora
alla pompa di benzina, chi mi va ad accudire il
bestiame in campagna? Chi mi va a zappare la
terra? In effetti questa reazione bloccò l’editto.
Provocò anche il coraggio di denuncia da parte
di qualcuno. Di fronte a un soggetto come la
camorra che insomma, nelle nostre realtà, non
consente spazi di libertà. Eppure il vedersi
all’improvviso privati di uno strumento fondamentale per la propria struttura economica provocò la reazione.
Renato Natale, medico di Castelvolturno
43
FOLKLORE
Economia
Napoli, come molte altre città, ha seguito la
strada del cosiddetto marketing urbano. Cioè
vendere il prodotto “città” sul mercato degli
investimenti internazionali. La competizione
internazionale è il criterio guida di tante politiche cittadine. Politiche che tendono ad accentuare tutto quello che può servire ad attrarre
investimenti dall’esterno. Il turismo è una componente di questo tipo di economia urbana e
per questo una torsione turistica molto forte è
stata data alle politiche culturali. Ad esempio
l’impostazione di marcata impronta civile che
aveva “monumenti porte aperte” nell’anno di
fondazione, è stata poi sopraffatta dalle esigenze di promozione del turismo.
Nella stessa direzione sono andate le scelte
sulle grandi infrastrutture, come l’aereoporto
o la Metropolitana: rendere la città attrezzata
per reggere i rapporti con l’esterno ed essere
in grado di consentire una forte movimentazione di persone dentro la città. Anche questa
era una condizione indispensabile al marketing urbano.
Questo tipo di politica funziona però quando
una città è forte, perché comporta un problema
di equilibrio tra coesione interna e capacità
della città di proporsi nella competizione. Ora
mi sembra che questa coesione interna a Napoli
sia molto precaria, e che si sia fatta troppa
poca attenzione per farla crescere. Certo è sempre difficile distinguere le responsabilità del
governo nazionale da quelle dell’amministrazione cittadina. E anche in quest’ambito bisogna riuscire a individuare l’insieme di forze
interne che governano la città oltre a quelle più
propriamente politiche. Solo per citare, il ceto
accademico-professionale, la proprietà immobiliare, oltre all’onnipresente camorra. Mi sembra che questi e altri gruppi sociali abbiano conservate immutate cultura e influenza. Ad esem44
pio la lievitazione dei prezzi dei suoli (che in
aree come quella orientale ha contribuito ad
allontanare nuovi insediamenti industriali) io
non penso che sia avvenuta semplicemente a
causa delle politiche urbanistiche del Comune.
La speculazione immobiliare tiene in ostaggio
immobili e aree, è gente che aspetta e quando
non riesce a incidere direttamente sulle scelte
urbanistiche, riesce poi a vanificarle di fatto
ricorrendo a meccanismi d’inerzia, nell’aspettativa di una crescita continua dei valori dei propri
immobili.
A ogni modo di investimenti nella città se ne
sono attirati ben pochi. Per esempio ci sono i
call center delle grandi compagnie telefoniche,
ma poco altro di veramente qualificante.
I piani di riqualificazione delle periferie da
Scampia a Pianura, a Ponticelli, a S. Giovanni
stentano a produrre effetti significativi e in
molti casi non sono proprio partiti.
Più in generale, facendo attenzione a fatti strategici (ad esempio a come si è arrivati a perdere il Banco di Napoli, con la conseguente accelerazione del carattere periferico della città
rispetto al sistema economico e finanziario
internazionale) verrebbe anzi da dire che
Napoli in questi ultimi anni si è addirittura
indebolita.
Francesco Ceci, sociologo urbano
Educazione
Prima era difficile reperire l’esperto di botanica o di informatica che sapesse lavorare
con i bambini. Il cercarlo, programmare con
lui e avviare i laboratori aveva un piacevole
aspetto artigianale e di ricerca. Oggi invece
c’è una grande offerta che viene fatta alla
scuola. Però io ho la sensazione che la scuola si trovi di fronte a una specie di supermercato dove andare a fare la spesa e vedere
quale offerta ti piace di più. Quindi per forza
è molto superficiale. Non hai più la possibilità di dire ho una serie di competenze interne
e le utilizzo per tutta la scuola. Questo è
quello che stiamo vedendo noi a scuola. È più
difficile ottenere finanziamenti per fare funzionare un progetto interno e vengono favoriti tutti i progetti che utilizzano pacchetti
esterni già confezionati.
Gabriella Giardina, maestra
A Napoli molte delle sperimentazioni pedagogiche che hanno avuto un senso hanno ruotato attorno a tentativi di mescolanza. Erano
sperimentazioni che funzionavano proprio
grazie alla presenza di bambini e adolescenti
di contesti sociali e culturali differenti. Alla
base esisteva un progetto pedagogico che era
essenzialmente anche politico, perché voleva
trasformare le condizioni strutturali del vivere
comune. Molti di questi progetti si avvalevano
degli strumenti offerti dell’educazione attiva e
venivano portati avanti da movimenti più o
meno interni alla scuola, come l’Mce
(Movimento di cooperazione educativa). Si
basavano sulla pedagogia popolare ed erano
intrisi della volontà di riscatto dei ceti più
deboli, senza un modello di società ben definito a cui arrivare ma piuttosto volendo tentare di costruirne uno nuovo. Erano esperienze
per lo più minoritarie, spesso in contrasto
anche con lo stesso Pci che magari un suo
modello ce l’aveva. Sicuramente costituivano
tentativi di resistenza e andavano verso la
costruzione di un qualcosa di alternativo
rispetto ai modelli dominanti.
La ricerca pedagogica a Napoli sembra essersi
fermata a quelle sperimentazioni, a vent’anni
fa. Alla scuola media statale Lombardi alle
Fontanelle o all’esperienza del 73° circolo di
Bagnoli e a quella della Mensa dei Bambini
proletari a Montesanto.
Eppure malgrado i decenni di omologazione lo
stato di separatezza tra napoletani non ha
subito grosse modifiche, anzi si è per molti
versi accentuato con l’aggravarsi del senso di
Dai margini
frustrazione di una fetta consistente di città.
Separatezza che più che dalle condizioni economiche dipende oggi dalla possibilità di
accesso ai circuiti legali e istituzionali, rimasti prerogativa di una minoranza. In più oggi a
Napoli ci sono gli immigrati, che spesso appartengono al ceto medio per estrazione sociale e
culturale, ma che condividono con gli ex proletari il marchio di estraneità e l’impossibilità di
accedere ai circuiti ordinari. Trovandosi ai margini più estremi gli stranieri rendono maggiormente visibili atrocità e contraddizioni del
vivere comune. Proprio per questo possono
essere un punto di partenza per riprendere
discorsi interrotti.
Se in alcune scuole il dibattito pedagogico sta
ripartendo è anche grazie a loro. Quando cioè
invece di accanirsi sul bambino straniero, le
scuole sono riuscite a vedere l’inadeguatezza
delle strutture e dei modelli pedagogici di
un’istituzione che a distanza di un secolo non
era ancora riuscita a risolvere i problemi dell’educazione di massa, a partire dalle questioni legate al dialetto. Il fallimento della scuola
pubblica ha fatto però presagire rinunce pericolose, nuove preferenze di separatezza piuttosto che di mescolanza. Anche per i bambini
stranieri le cose non sono iniziate troppo
bene, barcamenandosi le tendenze educative
tra esotismo della differenza e pietismo
(secondo gli insegnamenti di quella che qualcuno chiama pedagogia del couscous).
Oggi un modello di città c’è ed è pure forte. E
l’educazione in questi anni ha avuto essenzialmente il compito di assimilare a questo
modello chi ancora resisteva, che fosse minore a rischio o straniero. Avercene uno da recuperare è diventato medaglietta al valore da
appuntare sul curriculum. Spesso quest’educazione si è avvalsa degli strumenti della
pedagogia popolare. Cosa di cui non si
potrebbe che essere felici, se non fosse che
tra la deriva new age e la nuova funzione che
45
era stata loro assegnata, questi strumenti
hanno rischiato di diventare contenitori vuoti,
offerta di consumo per bambini iperstimolati,
iperimpegnati e allevati sin da piccoli a narcisismo esasperato e attività salottiera. In una
città dove “la strada” veniva sempre più
demonizzata e per i bambini non esistevano
che pochi recinti dove starsene attaccati al
guinzaglio. Dove la vita vera scorreva all’insegna della reclusione di una cameretta giochi o di un campo-ghetto per rom.
È sembrato insomma che quelli che furono un
tempo gli strumenti della pedagogia popolare e
libertaria fossero stati addomesticati per il
mantenimento dello status quo. E che venissero accantonati insegnamenti preziosi di maestri come Colin Ward, Pasolini, Danilo Dolci o
(senza andare troppo lontano) Felice Pignataro
con il suo storico carnevale di Scampia: l’educazione è principalmente il risultato delle relazioni instaurate con le persone (i propri coetanei innanzitutto) e le cose (la casa, il palazzo, la
città) con cui si entra in contatto durante l’intero arco di una vita.
LO STRANIERO
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