Torre Flavia
Nella prima notte del 2010 una mareggiata di eccezionale intensità, a giudizio di molti la più forte negli
ultimi 40 anni, si è abbattuta su gran parte del litorale laziale: Torre Flavia ha resistito a questo ennesimo
attacco del mare, ma con danni evidenti che riempono tutti noi di preoccupazione per il futuro di quello
che per Ladispoli è il simbolo indiscutibile.
E come tutti i simboli Torre Flavia unisce e sintetizza tante cose: la nostra storia, il nostro immaginario
collettivo, la volontà di questa città di essere nuova e moderna ma con un cuore antico.
Le torri, in ogni luogo ed in ogni tempo, sono state costruite per difendersi, per poter guardare più lontano
dell’orizzonte, per segnare il territorio e per essere più vicini al cielo. Per Ladispoli Torre Flavia è stata ed è
ancora tutto questo, ma ancora di più: è l’eterna sfida con un mare che avanza, è il segno della nostra volontà
che il tempo, la “modernità”, il ritmo sempre più incalzante della vita non cancellino la storia del territorio.
“Ciò che resiste alla storia irrompe nel presente” e, come scriveva Leon Battista Alberti, “il tempo
consuma tutte le cose […] e le rovine sono monito della precarietà, testimonianza del fluire inesorabile
del tempo, e contemporaneamente impulso a seguire nuovi orizzonti, a svelare nuove realtà […] le
rovine stanno a significare che non tutto è cancellato dal tempo, anzi le rovine esortano a ricominciare
da ciò che tenacemente al tempo è sopravvissuto.”
Per questi motivi Torre Flavia è più di un simbolo posto sul gonfalone di Ladispoli: Torre Flavia ha
un’anima, Torre Flavia splende la notte quando è illuminata dalle luci, risalta al sole del giorno che riflette
dal mare. Soffre quando le onde la minacciano e lo spumeggiare del mare in tempesta la fa sembrare
sospesa nell’acqua.
Torre Flavia porta ancora con sé la fatica e l’impegno di chi l’ha costruita, il respiro di chi l’ha abitata e di chi tra
le sue mura si è riparato per difendersi dai nemici che apparivano all’orizzonte sul mare. Ci ricorda la miseria
e la solitudine dei primi contadini, dei pastori e dei pescatori della nuova Ladispoli, che alla fine dell’800
allevavano bestiame e cercavano di far crescere carciofi e grano tra terreni acquitrinosi pieni di zanzare.
E la nostra Torre ci ricorda, insieme a tutto questo, quanto possa essere tragica e ottusa la guerra: nel
1943 il comandante delle truppe che avevano invaso il nostro territorio ordinò di bombardare la torre
per abbatterla. Era troppo alta, troppo visibile dal “nemico”, forse anche troppo “italiana” e troppo
legata ad una storia diversa dalla loro.
Qualche tempo fa, durante un incontro con alcune classi delle elementari, una bambina ci ha chiesto:
“Come sta Torre Flavia?” Come se fosse una nonna, come se fosse un’amica un pò lontana.
Anche per questo, per quello che chiedono a noi le nuove generazioni di questa città, abbiamo il dovere
di difendere Torre Flavia, dopo che per tanti secoli è stata lei a difendere chi abitava in questi luoghi.
Crescenzo Paliotta
Sindaco di Ladispoli
Torre Flavia oggi ricollegata alla terraferma da una scogliera protettiva costruita per la prima volta nel 1976.
1
Torre Flavia:
un simbolo, una storia
e una memoria collettiva
Abbiamo voluto realizzare questo opuscolo per fare il punto su un monumento che di fatto rappresenta
il simbolo della Città di Ladispoli, nello stemma comunale ma soprattutto nella memoria, negli affetti e
nel sentire collettivo dei cittadini.
Torre Flavia, nonostante la sua distruzione avvenuta durante l’ultima Guerra Mondiale e gli attuali
problemi dovuti all’ingressione marina, ha sempre significato e significa Ladispoli. Generazioni di
ladispolani fin dalla nascita della città l’hanno vissuta con curiosità e affetto associando le sue antiche
strutture corrose dal mare ad emozioni di ogni genere legate alle grandi e piccole cose della vita.
Questo rudere, che testardo ancora resiste sull’arenile alla furia delle mareggiate, solo negli ultimi anni è
tornato ad essere al centro di iniziative destinate alla sua salvaguardia e valorizzazione.
Dal 2002 grazie all’intervento del Comitato promosso dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite
e formato dalle Associazioni Cenacolo Ceretano, Tages, Diapason e CerAmica con una manifestazione
in loco e una mostra in piazza a Ladispoli si è finalmente risvegliata l’attenzione sul monumento
abbandonato a se stesso. Qualcosa è stato fatto, molto resta da fare.
Anche con questo opuscolo, noi del GATC ci siamo impegnati nella solita perenne lotta tra la memoria e
l’oblio, un piccolo contributo per salvare un pezzo importante di Ladispoli, un simbolo che, fatte le debite
proporzioni, può stare alla storia della città di Ladislao come il Colosseo sta a quella di Roma.
È bene che le testimonianze che raccontano il divenire del nostro territorio vengano conosciute e
conservate, affinché anche coloro che verranno dopo di noi possano a loro volta ascoltarne i racconti, per
capire meglio il senso del trascorrere del proprio tempo in questi luoghi. Soltanto la memoria storica può
creare quello che Ludovico Magrini definiva “Il cemento ideale di una comunità” la base del vivere di un
popolo che si possa definire civile.
Crediamo che la capacità di accrescere e conservare tale memoria sia fondamentale per lo sviluppo di
qualsiasi paese che voglia dare un senso logico e positivo al proprio futuro. Per una città giovane come
Ladispoli, nata alla fine del XIX secolo sulle spiagge dell’antico litorale ceretano, è ancora più importante
costruire la sua nuova identità anche sulla conoscenza della storia e dell’archeologia del proprio territorio.
La memoria storica dei luoghi che si abitano può essere l’unico vero punto di unione ideale tra le varie e
numerose culture ed etnie che compongono la complessa realtà attuale.
Salutiamo il lettore con la speranza che leggendo provi interesse ed emozione e, soprattutto, che i nostri
sforzi possano presto portare ad un vero restauro conservativo delle strutture della torre, che per secoli
ha sfidato e resistito al mare, alle follie della guerra e all’incuria degli uomini.
Flavio Enei
Presidente del Gruppo
Archeologico del Territorio Cerite
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Prima della Torre
Torre Flavia venne costruita nella seconda metà del XVI secolo in un tratto dell’antico litorale ceretano
frequentato fin dalla preistoria e in epoca etrusca e romana.
Le ultime ricerche di superficie, condotte sul campo e in archivio nell’ambito del “Progetto Ager
Caeretanus”, hanno portato alla scoperta di numerose testimonianze di insediamenti umani che nei
secoli hanno interessato l’area circostante il luogo dove venne edificata la torre difensiva.
Le grandi trasformazioni subite dalla costa nel corso dei millenni, in particolare per quanto riguarda
l’ingressione marina, rendono difficile una puntuale ricostruzione del paesaggio litoraneo. Infatti, per
le fasi di epoca etrusca e romana, e ancora di più rispetto all’epoca preistorica, il sollevamento del mare
ha comportato la sommersione di ampi tratti di costa con la conseguente distruzione dei resti antichi
esistenti. Gli ultimi studi effettuati sui fondali ceretani dal Centro Studi Marittimi del Museo del Mare
di Santa Marinella confermano quanto indicato dalle ricerche dell’ENEA sull’innalzamento marino che
assomma a circa 130 cm rispetto all’epoca romana augustea e a 180 cm rispetto alla fase etrusca arcaica.
Il mare ha quindi senza dubbio inghiottito un ampio tratto di litorale antico, per una fascia di diverse
centinaia di metri, con tutti gli insediamenti che vi si trovavano.
Lungo la spiaggia, poco a sud della torre, sono recentemente affiorate tracce di una frequentazione
preistorica con materiali forse inquadrabili nell’età del bronzo. La presenza è segnalata da numerosi
frammenti di ceramica in impasto non tornito scavati sulla battigia dall’erosione e gettati sulla spiaggia
dalle mareggiate. Per quanto concerne la fase etrusca le ricognizioni nell’area dell’Oasi e nei terreni
circostanti ha portato al rinvenimento di vari frammenti di tegole, ceramica e un dente di fornello che
attestano la probabile esistenza di insediamenti rurali e punti di approdo.
E’ con la fase di epoca romana che fu costruita una grande villa maritima esattamente nel luogo che
in seguito sarà occupato dalla torre rinascimentale. La villa, segnalata per la prima volta nella carta
archeologica redatta da Raniero Mengarelli nei primi decenni del Novecento, è probabile che si trovasse
lungo il percorso della via litoranea che dal Porto di Ostia, alla foce del Tevere, correndo lungo l’antico
litorale, giungeva a Centumcellae (Civitavecchia) passando per le colonie di Fregenae (Fregene) Alsium (Palo)
Pyrgi (Santa Severa) e Castrum Novum (Santa Marinella) fondate dai romani nel III secolo a.C. nell’antico
Ager Caeretanus da poco sottomesso.
Nei primi decenni del Novecento i resti della villa, di notevole estensione, risultavano ancora ben visibili sulla
battigia già in fase di erosione da parte del mare. Si riconosce la presenza di alcuni lunghi muri in opera reticolata
di calcare, tra loro paralleli alla distanza di qualche metro, orientati nord-est/sud-ovest tra la terraferma e il mare.
E’ probabile che si trattasse di corridoi voltati a botte, destinati a svolgere funzioni di passaggio, magazzini-cisterne
di sostruzione per le strutture soprastanti. Vecchie foto e cartoline che riprendono Torre Flavia permettono di
vedere le murature in opus reticolatum, con cubilia in calcare di circa 10 cm di lato, ancora conservate in alzato
fino agli anni Cinquanta. L’erosione nel corso dei decenni successivi ha completamente distrutto i resti antichi
I resti ancora ben visibili delle murature in opera reticolata pertinenti alla villa romana esistita nel luogo successivamente occupato da Torre
Flavia in una foto degli anni Trenta del Novecento. In acqua davanti alla torre affiorano altre strutture murarie (da De Rossi 1971, fig. 71).
Punta di freccia in selce di epoca
preistorica rinvenuta nell’area della
palude di Torre Flavia (da Mantero,
Panzarasa 1986). La presenza della
punta di freccia e il rinvenimento di
altri materiali ceramici documentano
attività di caccia e l’esistenza di
insediamenti umani nell’area della
palude nel neolitico e nell’età del bronzo.
Il sito di Alsium lungo la Via Aurelia
nella Tabula Peutingeriana, antico
itinerario stradale di epoca tardo
romana (IV secolo d.C.) pervenuto
tramite copia medievale. Si nota
Roma in trono con sotto il porto di
Claudio. La villa romana esistita
nell’area in seguito occupata da Torre
Flavia è probabile che si trovasse
nell’ambito del territorio costiero di
pertinenza della colonia di Alsium,
localizzata dove oggi sorge il Castello
di Palo presso Ladispoli.
Particolare della muratura in opera
reticolata di calcare della villa romana
di Torre Flavia in una foto dei primi
anni Quaranta del Novecento
(da Melone 1997, p. 17)
3
Elemento scultoreo in marmo
bianco fotografato sulla spiaggia di
Torre Flavia nel 2001 (Foto Enei,
Archivio Progetto Ager Caeretanus).
Potrebbe trattarsi dei resti di un
busto conservato solo fino all’altezza
del collo.
sommergendo l’area stessa in cui si trovavano subito a sud della Torre. La presenza di murature in cementizio
ancora oggi appena affioranti sulla spiaggia per una lunghezza di circa 15 metri, parti di lastrine in marmo bianco
e in serpentino insieme ai frammenti ceramici rinvenuti documentano la frequentazione della villa a partire
dall’epoca tardo repubblicana (II-I secolo a.C.) fino almeno al IV – V secolo d.C. L’analisi delle fotografie aeree
rivela, infine, l’esistenza di una rete di antiche canalizzazioni, ampi bacini sottostanti quelli delle bonifiche di
epoca moderna e i resti sommersi di una struttura a pianta rettangolare (vedi foto a p 14).
Resta da definire la possibilità che nell’ambito delle paludi esistenti nell’area di Torre Flavia, in epoca
etrusca e romana, possa essere stato strutturato un punto di approdo pertinente alla città di Caere in
coincidenza con l’antica foce del caeretanus amnis, attuale Fosso Vaccina, ricordato da Virgilio (Virgilio,
Aen. VIII, 597) e in particolare da Plinio il Vecchio come un preciso punto di riferimento topografico
lungo il litorale a nord di Roma (Plinio, N.H III, 8).
Carta Archeologica del territorio cerite redatta da Raniero Mengarelli nei primi anni del Novecento. Presso Torre Flavia si segnala
per la prima volta l’esistenza dei resti di una villa romana posta, insieme ad altre, lungo il tracciato di una via litoranea selciata
(da Mengarelli 1938, fig. 1).
Resti di murature in cementizio, forse in opera mista, ancora visibili sulla spiaggia
di Torre Flavia nel 2001. Si tratta delle fondazioni di un lungo muro terminante
verso la scogliera moderna, a nord-ovest, con un piccolo avancorpo rettangolare. La
struttura risulta orientata in modo ortogonale rispetto ai muri ancora visibili nei primi
decenni del Novecento, distrutti in seguito dall’erosione marina (Foto Enei, Archivio
Progetto Ager Caeretanus).
4
Carta archeologica del territorio
costiero circostante Torre Flavia.
Numerosi siti di epoca preistorica,
etrusca e romana, segnalano l’intensa
frequentazione antica dell’area
(da Enei 2006, p. 103).
Il litorale di Torre Flavia in una foto
aerea del 1943. Si notano le tracce di
numerosi canali e di strutture scavate
e costruite nel corso dei secoli nella
palude per la sua gestione. In alcuni
casi potrebbe trattarsi di opere di
epoca etrusca e romana collegate alla
villa e a possibili impianti portuali.
Subito a ridosso della spiaggia si nota
un’antica linea di costa sommersa
(da Enei 2001, p. 54).
5
Torre Flavia:
La Torre di
Flavio Orsini
Frammenti di storia
La documentazione di archivio consente di collocare la costruzione
della torre nella seconda metà del XVI secolo, forse prima del 1563,
nell’ambito del vasto piano di riorganizzazione della difesa del litorale
dello Stato Pontificio voluta dai Papi Pio IV e Pio V per assicurare
alla Chiesa il puntuale controllo delle spiagge e dei territori costieri. In
particolare a Papa Pio V spetta il merito di aver emanato la Costitutio
de aedificandis turribus in oris maritimis, il 9 maggio del 1567, con la quale
il Pontefice incaricò il Console Martino De Ayala di organizzare un
organico sistema difensivo lungo le coste imperniato su una serie di
fortificazioni collegate tra loro. Ayala definì il piano delle costruzioni
da fare a fundamentis e quelle da restaurare; le spese furono addossate ai
nobili proprietari delle terre nelle quali le fortezze già esistevano o erano
state progettate e mai realizzate. L’esigenza di dotare il litorale pontificio
di una linea di fortificazioni nasceva dalla grande paura di un’imminente
invasione turca che si aspettava dal mare in conseguenza diretta della
disastrosa disfatta subita a Gerba nel 1560 dalle forze cristiane.
Torre Flavia fu, quindi, una delle 61 torri di controllo, molte della
quali furono edificate in breve tempo ex novo, lungo la costa tirrenica,
tra Terracina e Porto Ercole, poste a distanze quasi regolari e molto
ravvicinate tra loro. Un efficiente sistema di sorveglianza capace di
segnalare in meno di un’ora a Roma ed alle popolazioni costiere
qualsiasi problema o minaccia incombente come un eventuale sbarco
di pirati o il passaggio di imbarcazioni nemiche. I messaggi potevano
essere trasmessi di torre in torre, di giorno come di notte, tramite
segnali ottici che erano realizzati con il fuoco e il fumo delle fornacelle
poste sulla sommità o anche per mezzo di segnali sonori emessi dalle
apposite campane. Non è escluso che di giorno potessero essere
utilizzati anche altri sistemi tra i quali quello degli specchi, delle salve di
cannone o dell’invio di una semplice staffetta a cavallo.
Per quanto riguarda Torre Flavia, come sostenuto da alcuni autori, è anche
possibile che la torre sia stata edificata sui resti di una struttura precedente
di epoca medievale ma va detto che ad oggi nessuna traccia di questa
ipotetica costruzione più antica resta visibile sul terreno. Viceversa, un
grande basamento in cementizio risulta sommerso nello specchio di mare
subito antistante: in questo caso potrebbe anche trattarsi dei resti di una
torre più antica di epoca romana o medievale (vedi foto a p. 14).
Anche per quanto riguarda una supposta costruzione della torre
nei primi decenni del XVI secolo, all’epoca di Papa Leone X,
nell’ambito dei grandi lavori da lui effettuati nella Tenuta del
Castello di Palo, nulla è dato di sapere con certezza. “La torre de
Palo che fece fare papa Leone” potrebbe essere Torre Flavia ma è più
verosimile che il testo faccia riferimento ad una struttura costruita o
rifatta nell’ambito dello stesso Castello (Tomassetti 1908, p. 258).
In verità, è molto probabile che la costruzione della torre sia stata
avviata durante il pontificato di Papa Pio IV, nella seconda metà del
Cinquecento, forse tra il 1560 e il 1563, come opera delegata alla
cura del nobile Flavio Orsini dal quale prende il nome (Flavio Orsini,
Roma 1532- Pozzuoli 1581, Cardinale dal 1565):
6
Particolare dell’immagine di Torre Flavia nella Carta della Spiaggia Romana
del 1624. Si tratta di una delle più antiche rappresentazioni della Torre
(da Frutaz 1972, tav. 57)
Torre Flavia rappresentata nel Catasto Alessandrino del 1661
(A.S.R., Catasto Alessandrino, Vol. 428; da Frutaz 1972).
“Torre Flavia, costruita dal cardinal Flavio Orsini, creatura di Pio IV (…)
il quale a beneficio comune e privato di casa sua la fabbricò nella contrada detta
Campo di Mare” (Guglielmotti 1880; Martinori, III, p. 120).
Vale la pena ricordare che di solito l’amministrazione del sistema
delle torri sul litorale pontificio dipendeva in modo diretto dalla
Reverenda Camera Apostolica. Il Tesoriere Pontificio provvedeva
al pagamento dei Torrieri e della guarnigione, nonché all’invio di
armi e munizioni. Tuttavia, in molti casi, come in quello di Torre
Flavia, lo Stato Pontificio lasciava che l’amministrazione fosse
affidata direttamente al feudatario nel cui terreno veniva eretta la
torre; a tale proprietario feudale si delegava anche la nomina del
Torriere che il nobile sceglieva tra i suoi uomini di fiducia.
Torre Flavia iniziò da subito ad ospitare un presidio militare,
formato da pochi soldati, molto probabilmente dipendente e
collegato alla più numerosa guarnigione di stanza nel vicino
Castello di Palo. Nella torre, da tre a cinque uomini armati, come
in tutte le analoghe strutture della difesa costiera, controllano il
litorale e il traffico di cabotaggio contrastando sbarchi e razzie di
“barbareschi” e “pirati di mare”.
Un primo prezioso documento che potrebbe essere fondamentale
per la cronologia della torre, data all’anno 1563 e si riferisce a lavori
edilizi da effettuarsi per strutturare e potenziare il fortilizio.
Si ricorda che la sommità della torre esistente deve essere rialzata
e che nell’interno devono essere realizzate delle volte in muratura
per poter permettere l’istallazione di pezzi di artiglieria.
Il documento precisa che tali lavori devono essere pagati per intero
dalla comunità di Cerveteri alla quale evidentemente in quel momento
era stato delegato l’onere del controllo del tratto di costa:
“…la torretta de Cevetari, si deve alzare di due canne, et far le volte, et
metterci due pezi de artiglieria, et ordinar a Cevettari che facino il tutto a
spese loro…” (Tomassetti 1908; Tomassetti I, p. 183). Purtroppo,
anche in questo caso, l’identificazione della torretta de Cervetari con
Torre Flavia, pur essendo molto probabile, resta da definire con
certezza assoluta.
La prima vera descrizione della torre risale all’anno 1603 quando il Capitano
Curzio Gallacci, Bombardiero di Castel S. Angelo, la visitò insieme a molte
altre fortezze del litorale all’epoca di Papa Clemente VIII.
Nel suo rapporto al Cardinale Aldobrandini, Commissario della Reverenda
Camera Apostolica, la ricorda come una torre molto forte e bella appena
restaurata, sita accanto al mare. Sulla sommità erano state realizzate quattro
guardiole provviste di porte in corrispondenza degli angoli.
Il Gallacci, in qualità di bombardiere, esorta i suoi superiori
affinché per la sua difesa dotino la struttura di almeno due pezzi
di artiglieria:
“Detta tuore esere acanto alla marina, fatta tutta di nuovo, luoggo molto fuorte
et bella, a cima son quatro guardiole alle sue cantonatte tutte co porte, del quale
Il litorale tra Santa Severa e
la Torre di Maccarese nella
Carta della Spiaggia Romana
del 1624. Torre Flavia
“Del Duca di Bracciano”
sorge a controllo della spiaggia
dinanzi a Cerveteri tra i fossi
Vaccina e Sanguinara (da
Frutaz 1972, tav. 57).
Particolare di Torre Flavia
sulla spiaggia nella Carta del
Cingolani risalente al 1692
(da Frutaz 1972, tav. 164).
Si nota la rappresentazione
di un grande stagno esistente
presso la Torre e nell’area oggi
in parte occupata dalla città
di Ladispoli.
serebe bene questi Sig.ri Ill.mi di fare mandarci almeno dui pezi di arteglieria, per
guardia di detta tuore” (A.S.R. Soldatesche e Galere, b. 4, fasc. 19).
E’ interessante notare come nel documento la torre sia chiamata
“Tore della Castelacia di Vergilio Orsino” usando il termine castelacia
(Castellaccia) forse in relazione alla circostante presenza dei resti
dell’antica villa romana sui quali la struttura era stata costruita.
Nel 1631 la Torre poteva vantare un notevole armamento
consistente in ‘…un falconetto di metallo porta di palla libre 4, due
mortaletti, due moschetti, una spingarda…” (Cerasoli 1891, p. 17).
Verso la fine del XVII secolo, Torre Flavia torna ad essere ancora
citata in un importante documento datato 21 marzo del 1693: si
tratta dell’atto di vendita del Castello e della Tenuta di Palo che
Flavio e Lelio Orsini cedono al Principe Livio Odescalchi per il
prezzo convenuto di 120.000 scudi.
Il testo dell’atto notarile di vendita contiene il racconto del
sopralluogo effettuato dal procuratore della famiglia Odescalchi,
insieme al notaio Pelosi, alle diverse costruzioni esistenti nella
Tenuta che dagli Orsini passa agli Odescalchi.
I due personaggi si recano anche a Torre Flavia e durante la visita il
procuratore prende simbolicamente possesso della torre e dei terreni
all’intorno, per conto dei suoi clienti, entrandovi e passeggiando
nel suo interno, toccando l’argilla del vicino stagno, raccogliendo
un ciuffo d’erba e gettando in aria una zolla di terra. Nell’atto
scritto in latino si descrive il suggestivo rituale e indirettamente
anche il paesaggio che circondava la torre connotato dalla presenza
7
Il litorale tra La Posta Vecchia e
Torre Flavia nel quadro di Gaspare
Vanvitelli datato intorno al 1710
(Particolare). Sullo sfondo la torre
ancora ben salda sulla terraferma
(da Paliotta 2006, p. 49). Subito
davanti a Torre Flavia si nota la
presenza di un’altra torre più piccola
(vedi foto p. 14).
Il documento che il 22 marzo del
1781 descrive Torre Flavia in occasione della richiesta fatta dal Livio I
Odescalchi alla Reverenda Camera
Apostolica per ottenere il trasferimento
dell’intera guarnigione nel fortilizio.
8
della palude: “Dominus Costantinus procurator (…) una mecum notario (…) se contulit ad Turrem Flaviam prope
stagnum (…) intrando et exeundo per illam et illud deambulando, in eis stando et sedendo portam diete turris aperiendo
et claudendo, scala illius ascendendo et descendendo, aquam dicti stagni tetigendo, herbas colligendo, globas terrae per aerem
extollendo (…)” (A.Cap., Arch. Urb. Sez. XLIV t. 85).
“...Il Procuratore Costantino, insieme con me notaio si recò a Torre Flavia vicino allo stagno, entrando ed uscendo
e camminando in essa, fermandosi e sedendo all’interno, aprendo e chiudendo la porta della torre, salendone e
scendendone le scale, toccando l’acqua dello stagno, raccogliendo l’erba, scagliando in aria una zolla di terra…”.
Il 22 marzo del 1781, circa cento anni dopo l’acquisto da parte degli Odescalchi, Torre Flavia torna ad
essere ricordata a causa di una richiesta che il Duca di Bracciano Livio I rivolge alla Reverenda Camera
Apostolica per ottenere il trasferimento nella torre dell’intera guarnigione dalla fortezza di Palo che
vorrebbe usare solo come residenza. Al Duca spettava l’amministrazione del fortilizio e la scelta dei
custodi. Nella richiesta si sostiene che Torre Flavia è molto vicina a Palo e che è ben conservata pur
avendo bisogno di alcuni restauri per una spesa preventivata di circa 300 o 400 scudi. Il Duca non riesce
nell’impresa, si impegna ad affrontare le spese della riparazione della torre ma la risposta è comunque
negativa. La Camera Apostolica decise che era necessario mantenere ambedue le guarnigioni anche se
quella di Torre Flavia poteva essere ridotta al minimo proprio per la vicinanza della fortezza di Palo.
Dal carteggio relativo leggiamo i motivi addotti dal Duca di Bracciano e scopriamo che vicino alla torre
esisteva una chiesa nella quale si diceva messa nei giorni festivi:
“Per il Sig. Duca di Bracciano. La minor distanza dall’una all’altra fra le torri del Littorale Pontificio sul Mediterraneo è di sei
miglia. Tanto è lontana da S. Severa la Torre Flavia, ma questa è a sole tre miglia da Palo; e ad essa è vicina una Chiesa nella quale
v’è la Messa nei giorni festivi. Essa Torre Flavia è nella Tenuta di Palo, ed è della forma dell’inserto disegno, ed è comoda per quanto
si asserisce, quanta ogni altra, ed anche più. Ha due Piani superiori oltre il Terrazzo dove ponno stare i cannoni e donde rifarsi li
scoperti, le fiamate ecc. Non ha porta al piano della campagna salendosi, come succede in altre torri per una scala esteriore di legno,
che mette al primo piano superiore, onde il pianterreno non è d’alcun uso. Il Sig. Duca di Bracciano ha fatto riconoscere la torre,
che è ben conservata nella sostanza, ma avrà bisogno di vari risarcimenti, colla spesa di scudi 300 in 400. Quando N.ro Signore si
degni di consentire, che alla Torre Flavia sia trasportata la Guarnigione, che risiede nel Palazzo di Palo, che è a pur uso di Fortezza,
il Sig. Duca di Bracciano è contento di fare del suo la Spesa di detti Risarcimenti e di aprire in terra la porta, che renda servibile
il pianterreno con interna scala per
salire al piano superiore. Ne verranno
da ciò due vantaggi: uno al pubblico,
perché restando armata la fortezza di
Palo vi sarà una torre di più armata.
L’altro alla Camera perché basteranno
nella Torre Flavia tre soldati invece di
cinque, che sono a Palo, e la Camera
risparmierà la paga di due soldati…
” (A.S.R., Camerale III, b. 835,
Tomo I, fasc. 28)
Nonostante la disponibilità del
Duca di Bracciano, la Camera
Apostolica decise, comunque,
che il trasferimento non era
attuabile, adducendo diversi
motivi. Il Tesoriere Pontificio
affermava, infatti, che dal
Particolare di Torre Flavia nella rappresentazione catastale del “Quarto di Campo
di Mare” del 1660 in evidenza le ampie lagune costiere esistenti nei pressi della torre
(A.S.R., Pres. Delle Strade, Catasto Alessandrino, V 428/4).
Moneta di Papa Pio VI del 1780
rinvenuta nei pressi di Torre Flavia
(da Paris 2002, p. 49)
Baiocco di Papa Pio VII del 1802
rinvenuto nei pressi di Torre Flavia
(da Paris 2002, p. 49)
Portacandele rinvenuto nei pressi di
Torre Flavia (da Paris 2002, p. 64).
mantenimento delle due distinte postazioni militari sarebbero derivati ben due vantaggi: uno operativo perché
sarebbe rimasta armata anche la fortezza di Palo, l’altro economico perché si sarebbe risparmiato il pagamento
di due stipendi.
I rilievi allegati agli atti per la prima volta consentono di conoscere la pianta e il prospetto della struttura
così come appariva negli ultimi decenni del XVIII secolo.
In modo molto simile la torre è rappresentata in un altro documento quasi contemporaneo al precedente
denominato “Notiziario sulle torri e fortezze del littorale ecclesiastico” dove compare anche una scala esterna, disegnata
sul prospetto, che conduce dal piano di campagna alla porta della torre (A.S.R. biblioteca, Ms. 169 p. 377-381)
La Torre fu utilizzata come difesa costiera almeno fino agli inizi del XIX secolo.
Il primo gennaio del 1807 in un registro contenente l’inventario “Di tutti li generi esistenti in tutti li porti del
littorale di ponente” esiste un prospetto riassuntivo degli arredi e delle artiglierie in dotazione alle torri della
zona costiera a nord di Roma: tra esse Torre Flavia risulta armata di “cannoni di ferro di calibro12, 112 palle di
ferro, tre fucili a baionetta ed altra artiglieria”(A.S.R., Soldatesche e Galere, b. 14). E’ probabile che tale inventario
sia stato fatto in seguito alla riorganizzazione del sistema di vigilanza costiera voluta da Pio VII dopo il
crollo della Repubblica Romana e la fine della prima occupazione francese. Infatti, con diverse ordinanze,
il 15 luglio 1802, il Papa aveva dettato nuove istruzioni per la normalizzazione del servizio di guardia.
Da un documento catastale del 1845 risulta che all’epoca la Torre era ancora pavimentata “con lastroni
di pietra peperina in buono stato come ancora i parapetti attorno la detta piazza d’armi con fornacella per i segnali…”
(A.S.R. Camerale III, b. 835, fasc. IV)
Ancora il 1 gennaio del 1846 una relazione della Sottodirezione del Genio Militare di Civitavecchia descrive
minutamente in 24 pagine la parte esterna dell’edificio della torre e la parte interna, che risulta costituita da
un camerone al primo piano, con una scala di accesso al secondo piano in cui si trova una camera divisa in
due vani, l’uno “per alloggio del capoposto, ed altro pel deputato di Sanità”. Interessante notare come sulla piazza
d’armi, ossia la terrazza superiore della torre, siano ancora presenti e ben sistemati i pezzi d’artiglieria.
Infine, il rapporto ricorda l’esistenza di una “cisterna con parapetti di muro attorno, nella quale viene introdotta
l’acqua del fosso Vaccina”, situata a breve distanza dalla torre (Mantero, Panzarasa 1986, p. 135).
Nel XIX secolo, prima sporadicamente e poi in modo sistematico, le torri di guardia costiere vennero
utilizzate anche per l’effettuazione di servizi speciali come ad esempio la vigilanza sanitaria. I presidi
della “Sanità Marittima” della “Congregazione Speciale di Sanità” con sedi nelle Capitanerie di Porto,
venivano a formare un cordone di sicurezza efficace nei tanti periodi di emergenza dovuti allo sviluppo
di malattie contagiose. In questi casi il personale addetto veniva potenziato nel numero per assicurare un
migliore pattugliamento a cavallo.
La presenza a Torre Flavia del Deputato di Sanità conferma l’esistenza nel fortilizio di un apposito
ufficio preposto al presidio e al controllo sanitario del territorio.
Nella seconda metà dell’Ottocento le torri costiere del Lazio furono quasi ovunque mute testimoni
del tramonto dello Stato Pontificio. Dopo l’Unità d’Italia quelle meglio conservate furono utilizzate
per alcuni anni come postazioni per la Guardia di Finanza, in seguito molte furono abbandonate e
trasformate in abitazioni, o improvvisati rifugi per pastori e pescatori.
Disegno del XIX secolo raffigurante il tratto di costa compreso tra Torre Perla di Palidoro e Torre Flavia. A sud di Torre Flavia è ben visibile
la presenza dello stagno oggi scomparso nell’area occupata dalla città di Ladispoli (A.S.R. Mappe extravagantes, da Battisti 2006, p. 63)
9
Torre Flavia negli anni Venti del Novecento. La foto/cartolina ritrae la torre vista
da sud. La struttura è ancora ben salda sulla terraferma con dinanzi una sottile
lingua di terra che si protrae nel mare. In primo piano si nota il rilievo del terreno
sotto al quale sono situati i resti della villa romana che in seguito saranno messi in
luce dall’erosione (da Camboni 2004, p. 174).
Torre Flavia negli anni Trenta del Novecento. La foto cartolina ritrae il lato sud
della torre con le due finestrelle rivolte verso Ladispoli. Si nota la scala di accesso in
parte in muratura e in parte in legno e ferro. In primo piano i resti dei muri in opera
reticolata pertinenti alla villa romana in corso di erosione da parte del mare. Subito a
ridosso del muro e dinanzi all’ingresso della torre si riconosce la presenza di probabili
scavi archeologici che hanno da poco messo in luce le strutture antiche.
Potrebbe trattarsi di sondaggi di scavo effettuati nell’ambito delle ricerche curate
dal Mengarelli confluite nella sua carta archeologica pubblicata nel 1938
(da Camboni 2004, p. 176; Mangarelli 1938, fig.1).
Torre Flavia negli anni Trenta del Novecento. La foto/cartolina riprende il lato sud
della torre lambito dall’acqua del mare. E’ già in essere la sottoscavazione delle
fondazioni della torre ed appare danneggiata dall’azione del mare la parte in muratura
della scala di accesso (dalla Collezione Giovanni Voccia).
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Torre Flavia alla fine degli anni Venti del Novecento. Della torre è ripresa
la facciata rivolta a nord con le due finestre sovrapposte chiuse da tapparelle lignee.
Sulla sommità si nota la mancanza di una torretta angolare sul lato rivolto al mare.
S’intravede il lato di ingresso con la struttura della scaletta in ferro
(da Collezione Giovanni Voccia). Una foto/cartolina analoga dalla collezione
Camboni risulta spedita il 5/7/1930 (Camboni 2004, p. 174).
Torre Flavia in una foto degli anni Trenta del Novecento. Si tratta del lato rivolto
a sud verso Ladispoli. In primo piano due persone (si ritiene siano Primo Masciatri
e Umberto Paris a destra) nei pressi delle strutture in opera reticolata di epoca romana
affioranti sulla spiaggia (da Paris 2002, p. 40)
Torre Flavia alla fine degli anni Trenta del Novecento. La foto riprende il lato sud
della torre. Dinanzi all’ingresso è stato costruito un terrazzamento con alti muri in
pietra per proteggere e sostenere la zona di accesso. Si notano le strutture della scala
esterna con di fronte un’ampia tettoia. Sulla spiaggia approdano le barche dei pescatori
e l’erosione ha distrutto gran parte dei muri in opera reticolata di epoca romana
(da De Rossi 1971, fig.73).
Torre Flavia alla fine degli anni Trenta del Novecento. La foto come la precedente riprende il
lato sud della torre. Si vede il terrazzamento con alti muri in pietra costruito per proteggere e
sostenere la zona di accesso. Si notano le strutture della scala esterna con di fronte un’ampia
tettoia (da Melone 1997, p. 30).
Pecore sulla spiaggia di Torre Flavia negli anni Trenta del Novecento. Sullo sfondo
si riconosce la sagoma della torre affacciata sul mare (da Melone 1988, p. 67)
Foto che ritrae Torre Flavia forse nei primi anni Quaranta del Novecento. Sullo
sfondo la torre appare circondata dal mare e con gli ingressi murati. I ragazzi si
appoggiano alle fondazioni del muro in opera reticolata di epoca romana ancora in
parte visibile in alzato a ridosso della scarpata scavata dal mare (Foto Collezione
Bellini in Melone 1997, p. 17).
In questa fase nulla si sa di certo riguardo al destino di Torre Flavia.
Secondo il ricordo del Signor Sergio Paris agli inizi del Novecento
il padre del Conte Gallori passava buona parte dell’anno nella torre
che era arredata “con magnifici mobili” ed alle pareti aveva dei
“quadri di valore”, gli ultimi guardiani della torre sarebbero stati
Felice Paris e Sergio Matteini.
Una foto, databile forse nei primi anni Quaranta del Novecento,
lascia intravedere entrambi gli ingressi della torre murati. L’acqua
del mare ha ormai raggiunto e circondato la base della struttura che
appare non più utilizzata e accuratamente chiusa per evitare l’accesso
ai locali interni.
Torre Flavia in una foto della fine degli anni Trenta del Novecento. Il mare ha circondato
la torre su tre lati. Non è più esistente la scala di accesso esterna mentre s’intravede sulla
facciata un ingresso aperto nella scarpa della torre all’altezza del piano di campagna.
Le murature della villa romana sono già sottoscavate dal mare e ormai prossime al crollo
ed alla demolizione. In mare, dinanzi alla torre, affiora una struttura probabilmente anch’essa pertinente ai resti della villa romana (da De Rossi 1971, fig. 7; Melone 1988, p. 67).
Torre Flavia intorno al 1940. La foto di Giorgio Massaruti riprende la torre dal lato nord. In primo piano l’acqua della palude e due pilastri di confine. La torre presenta
gli ingressi murati. Dinanzi alla torre sul lato a terra è situato un piccolo casale/osteria nel quale Roberto Rossellini girò nel 1939 il cortometraggio “Il Tacchino Prepotente”
(da Paliotta 2006 p. 226). La struttura del casale potrebbe coincidere con quella della chiesa ricordata vicino la torre nel documento del 1781 con cui Livio I Odescalchi chiede
alla Reverenda Camera Apostolica di trasferire nella torre la guarnigione di Palo (cfr. p. 10).
9
Torre Flavia subito dopo il cannoneggiamento subito dalle artiglierie tedesche.
La foto di Giorgio Massaruti la ritrae nel settembre del 1944 con i due piani
superiori appena distrutti. Da notare in primo piano anche i muri di epoca romana
in corso di demolizione da parte del mare (da Paliotta 2006, p. 244)
Durante l’ultima Guerra Mondiale, nel 1943, la torre, rimasta in piedi
per secoli, viene cannoneggiata dalle artiglierie tedesche che sparando
dalle colline di Cerveteri ne demoliscono quasi del tutto i due piani
superiori. La distruzione viene decisa nell’ambito delle operazioni di
bonifica delle emergenze presenti sulla costa potenzialmente utilizzabili
dai ricognitori alleati come punti di riferimento per la preparazione di
un eventuale temuto sbarco tra Ladispoli e Santa Severa. La mole
della torre, inoltre, poteva costituire una piccola ma significativa
schermatura alla totale visibilità della spiaggia necessaria alle batterie di
cannoni poste nell’entroterra.
Tra gli anni Cinquanta e Settanta la forte ingressione marina si accentua,
scava e sommerge un ampio tratto di arenile lasciando per lungo tempo
i resti della torre isolati in mezzo al mare, alla distanza di circa 80 metri
dalla spiaggia. La violenza delle mareggiate determina l’ulteriore crollo
di molte parti della struttura, il cedimento delle fondazioni con la
conseguente pericolosa apertura ed inclinazione delle pareti.
Solo alla fine degli anni Settanta furono messe in opera le prime
barriere di protezione e poi ai giorni nostri il rudere di Torre Flavia
è stato nuovamente collegato alla terraferma tramite la costruzione
di un cordone artificiale di scogli e sabbia e la creazione di una
massicciata di grandi blocchi di pietra gettata a baluardo, intorno
alle murature, sui lati rivolti al mare.
Il 13 ottobre 2002 si svolge sulla spiaggia la prima grande manifestazione
per la salvaguardia dei resti della torre indetta dal Comitato di Associazioni
promosso dal Gruppo Archeologico del Territorio Cerite. Tanti cittadini,
amministratori e uomini di cultura chiedono che si intervenga per salvare
e valorizzare quello che resta del monumento simbolo di Ladispoli.
Alla fine degli anni Sessanta del Novecento Torre Flavia è ormai completamente
circondata dal mare ed isolata dalla terraferma. Le mareggiate ne scavano
le fondazioni e demoliscono parti della struttura provocando crolli e pericolosi
assestamenti (Cartolina spedita il 25.6.1970. Da Camboni 2004, p. 177)
L’erosione marina demolisce la costa. Nel 1970 Torre Flavia isolata nel mare a circa
80 metri dalla spiaggia
12
Torre Flavia nell’agosto del 1999. Oltre ai resti della torre si nota la presenza
di una grande struttura a pianta rettangolare sommersa subito dinanzi alla scogliera.
È probabile che si tratti dei resti di una costruzione pertinente alla villa di epoca romana
o di successiva epoca medievale. Data la forma e le dimensioni del basamento potrebbe
anche trattarsi dei resti di una torre più antica, precedente l’edificazione
di Torre Flavia (faro di epoca romana, torretta medievale). A questo proposito
è di grande interesse quanto visibile nel quadro del Vanvitelli (vedi p. 10)
dove davanti a Torre Flavia è rappresentata un’altra torre più piccola
e le foto della fine degli anni ‘30 in cui si vedono resti murari affiorare in acqua
proprio dinanzi alla torre (vedi p. 13).
La struttura
della Torre
Torre Flavia rientra molto bene nella tipologia delle torri costiere che dalla
metà del XVI secolo e poi nel XVII vennero costruite o restaurate in base
alle nuove caratteristiche strutturali imposte dalle variazioni intervenute
nell’architettura militare e nella tecnica di fortificazione. I nuovi fortilizi
vengono concepiti in funzione della necessità di dover ospitare pesanti
armi da fuoco riducendo al massimo i danni arrecabili dalle artiglierie
nemiche. La forma quadrata, disposta a bastione con uno spigolo orientato
in maniera leggermente obliqua rispetto al mare serviva a ridurre l’effetto
dei proiettili che in questo modo colpivano di sbieco le pareti della torre.
Nonostante le distruzioni degli uomini e del mare, attraverso i resti esistenti,
la documentazione grafica e fotografica di archivio, si può avere un’idea
abbastanza precisa della struttura e dell’organizzazione interna dei locali.
La base della torre è costituita da notevoli fondazioni in cementizio
con scapoli irregolari di vari materiali lapidei misti a frammenti di
laterizi, tegole e alcuni marmi di epoca romana provenienti dallo spoglio
delle circostanti murature antiche. Forse proprio tali fondazioni, oggi
ampiamente sottoscavate dall’erosione marina, hanno in passato fatto
pensare all’esistenza di una preesistente torretta medievale sulla quale
la torre rinascimentale di sarebbe appoggiata. In realtà non esistono ad
oggi, per quanto si conosce, resti di murature databili con certezza in un
epoca precedente al XVI secolo. E’ tuttavia possibile che alcuni dei muri
di fondazione della torre possano essere stati costruiti, in alcuni punti,
posandoli direttamente su strutture di epoca romana. E’ molto probabile
che la gettata di cementizio delle fondazioni poggi su una fitta “palificata”
di tronchi infissi per consolidamento nel terreno umido.
Il piano terra, che costituiva la base della torre aveva le pareti inclinate
“a scarpa” e nella sua fase originaria era inaccessibile dall’esterno,
probabilmente utilizzato come magazzino per i viveri e deposito di
attrezzi per le artiglierie. Nel suo interno era situata una cisterna di raccolta
dell’acqua dolce, i cui resti sono ancora in parte visibili. La muratura è
delimitata in alto da una cordonatura in calcare a sezione semicircolare
così come gli angoli e la base sono inquadrati da blocchi del medesimo
calcare di colore chiaro. In questo ambiente a pianterreno soltanto in un
momento successivo, di certo dopo il 1781, fu aperto un ingresso sul lato
rivolto a terra, subito al di sotto di quello originario.
Quest’ultimo, costituito da una porta rettangolare con stipiti ed architrave
in pietra bianca travertinosa, era situato più in alto, sopraelevato in
corrispondenza del primo piano, raggiungibile tramite una rampa di
scale esterna in legno e metallo, variata più volte nel corso del tempo.
E’ probabile che l’originaria scala in legno sia stata in seguito sostituita
da una in parte in muratura formata da due rampe addossate alla parete
con gradinate che si dovevano interrompere a circa due metri dalla porta
per lasciare ad un ponticello levatoio l’ultimo tratto di accesso alla torre.
Soltanto dopo la metà del XIX secolo in questo genere di costruzioni il
ponte mobile viene solitamente sostituito da una passerella fissa.
Al di sopra della scarpa erano altri due piani, collegati tra loro mediante
scale interne in muratura, tracce delle quali sono ancora visibili nonostante
i crolli. In questi ambienti superiori doveva alloggiare la guarnigione, il
più vicino possibile alla terrazza dove erano posizionate le artiglierie, in
modo da raggiungerle nel più breve tempo possibile in caso di allarme. Le
camere, quadrangolari, voltate a botte, erano dotate di camini in muratura
e finestrelle rettangolari bordate in travertino, due sulla facciata rivolta a
sud, una verso l’entroterra, due sul lato nord. Per quanto riguarda il lato
rivolto al mare, in una pianta del 1788 è segnalata la presenza di almeno
una finestra anche su questo lato, in posizione opposta all’ingresso. In
“Pianta del Corpo di Guardia della
Torre Flavia” in un rilevamento della fine del
XVIII secolo. La scala esterna che gira intorno
all’angolo della torre immette nella stanza
munita di due profonde finestre, una sul lato
opposto all’ingresso e una sulla parete destra
entrando. Sulla parete sinistra si trova una
nicchia rettangolare sede di un probabile camino.
In fondo a sinistra, presso l’angolo della stanza,
l’imbocco della scala che conduce al piano superiore.
Alla testata della scala una rientranza con un
piano e un foro circolare è probabile che sia da
identificare con la latrina interna della torre
(A.S.R. Biblioteca, Ms. 169, p. 379). (da
Mantero, Panzarasa 1986 p. 135)
Prospetto della parete d’ingresso di Torre
Flavia databile alla fine del XVIII secolo. La
scala di accesso conduce alla porta al di sopra
della quale, in alto, è collocata una lapide
iscritta il cui testo purtroppo non risulta leggibile.
Si notano le numerose crepe aperte presso gli
angoli della struttura che appare alta circa 15
metri (A.S.R. Biblioteca, Ms. 169, p. 380).
(da Mantero, Panzarasa 1986 p. 136).
Pianta di Torre Flavia in un documento
del 1788. La stanza principale appare
munita di due profonde finestre, una sulla
parete opposta all’ingresso e una subito
sulla destra entrando. Sulla parete sinistra
si trova una nicchia rettangolare sede di
un probabile camino. In fondo a sinistra,
presso l’angolo della stanza, l’imbocco della
scala che conduce al piano superiore lungo
la quale sono posizionate due finestrelle.
(A.S. Camerale III, b. 835).
(da Castellano, Conforti 2001 p. 48).
Prospetto della parete d’ingresso di Torre
Flavia in un documento del 1788. Si nota
una cordonatura intermedia tra quella di
base e quella della terrazza superiore non più
esistente all’epoca delle prime visioni fotografiche
conservate (A.S. Camerale III, b. 835). (da
Castellano, Conforti 2001 p. 48).
Esterno ed interno di Torre Flavia in un disegno elaborato da Antonino Turano
(da Battisti 2006, p. 121)
13
realtà, è molto probabile che anche sul lato della torre affacciato sul mare
di finestrelle ce ne fossero due, una per piano. Nel 1846, dal “camerone”
del primo piano, la scala in muratura permetteva di salire al secondo in
cui si trova una camera divisa in due vani, l’uno “per alloggio del capoposto,
ed altro pel deputato di Sanità”. Negli anni trenta del Novecento il Signor
Angelo Sale ricorda che “entrando si notava in fondo a destra un enorme camino,
sulla sinistra c’era una rampa di scale in mattoncini che portava ad un altro ambiente
superiore costituito da uno stanzone completamente vuoto con i soffitti a volta. Sempre
da questo ambiente, sulla sinistra, partiva l’ultima rampa di scale che accedeva al tetto
della torre pavimentato con dei mattoncini ”.
Da labili tracce nei documenti fotografici e soprattutto dai disegni della
fine del XVIII secolo, si conosce l’esistenza di una lapide, una targa iscritta
rettangolare, ben inserita nella cortina muraria subito al di sopra della porta
d’ingresso della torre. E’ probabile che l’epigrafe contenesse la dedica del
costruttore della torre o il ricordo di un successivo restauro.
Il terrazzo superiore, detto Piazza d’Armi, segnato all’esterno da una seconda
cordonatura in travertino, sporgente con gola e faccia dritta, in origine era
provvisto di quattro grandi torrette angolari sopraelevate, in muratura a prova di
proiettile, collocate in coincidenza con gli angoli, voltate a cupola e fornite verso
il terrazzo di porticine d’ingresso rettangolari e di finestrelle d’osservazione
rivolte all’esterno. In seguito, una delle torrette, quella sita all’angolo del lato nord
affacciato sul mare, dovette essere eliminata in quanto nella documentazione
fotografica degli anni Trenta del Novecento non compare.
Sulla sommità della torretta sita sul lato meridionale verso il mare era posta
una fornacella da segnalazioni raggiungibile da una scala in muratura. Sul lato
opposto era invece collocata una struttura predisposta per ospitare la campana
di segnalazione.
Interessante ricordare la notizia che nell’anno 1846 la terrazza superiore
della torre, dove erano ancora presenti e ben sistemati i pezzi d’artiglieria,
era pavimentata con lastre di peperino così come con lo stesso materiale
era realizzata la bordatura del parapetto all’intorno. Di solito i cannoni
erano protetti dalle intemperie e dalla salsedine da una copertura lignea
mobile e presso uno degli angoli della terrazza era situato il deposito
delle munizioni per motivi di sicurezza: in caso di esplosione le strutture
portanti della torre non sarebbero state intaccate.
Tutta la torre risulta costruita in cementizio rivestito da una regolare e
ben fatta cortina di mattoni rossi e giallo arancio, spessi circa 4-5 cm,
inquadrata dai blocchi di calcare, di base e angolari, e dalle cordonature
della scarpa e del terrazzo superiore.
I resti di Torre Flavia nel 2006. sulla facciata rivolta a terra si conserva l’originale
cortina in laterizi che rivestiva le murature. Rimangono i blocchi angolari della scarpa
e la prima cordonatura. Si notano i fori da ponte e tracce della volta interna del primo piano.
Suggestiva immagine di Torre Flavia ripresa da terra in direzione del mare,
tra gli alberi di tamerici. La foto di Giorgio Massaruti ritrae il lato d’ingresso
della torre nel 1935. E’ l’unica documentazione esistente che permette di vedere
con chiarezza la struttura con tetto a doppio spiovente che ospitava la campana
di segnalazione posta sulla sommità della torre, tra le due garritte laterali,
sul lato rivolto a terra (da Paliotta 2006, p. 243).
Particolare della foto precedente: in evidenza la struttura che ospitava la campana di
segnalazione.
La sommità della torre da una foto degli anni ‘30 del Novecento: in evidenza
le garritte, la fornacella con la relativa scala d’accesso sulla sommità della torre
angolare sul lato marino. in secondo piano la probabile canna fumaria di un camino.
Sulla fronte si intravede lo scuro in legno di una finestra aperta.
Particolare della scala d’accesso alla torre in una foto cartolina degli anni ‘30 del
Novecento. La prima parte ha gradini in muratura la seconda in legno e ferro.
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Torre Flavia
nel CINEMA
Torre Flavia sullo sfondo in una
scena del cortometraggio “Il Tacchino
Prepotente” di Roberto Rossellini,
girato nel 1939
Torre Flavia in una scena del film
“Salvo D’Acquisto” dell’anno 1975
Torre Flavia nel film
“La siciliana ribelle” dell’anno 2007
Tra Torre Flavia e il cinema c’è un rapporto che dura da oltre settanta anni:
anche se ormai lesionata e ridotta nella sua imponenza, la sua posizione di
vedetta in mezzo al mare le conferisce anche oggi un rilievo scenografico
che continua a richiamare registi e sceneggiatori.
Il primo approccio tra Torre Flavia e il cinema risale agli anni 30 grazie
all’incontro, entrato nella storia, con Roberto Rossellini, l’inventore del
neorealismo. Il regista, infatti, fin dall’infanzia frequentava Ladispoli per le
vacanze estive con la famiglia e qui, nel 1936, si sposò con Marcellina De
Marchis nella chiesetta di Palo.
Rossellini lavorava già nell’ambiente del cinema, ma non era ancora un
regista: inventava storie e scriveva sceneggiature che poi vendeva a registi
già affermati.
Aveva tante idee ma pochi soldi e quindi, tra il 1938 e il 1941 con pochissimi
mezzi realizzò cinque cortometraggi sulla natura, con storie di animali
ambientate tra la campagna, i fiumi ed il mare di Ladispoli.
Ed è proprio in uno di questi cortometraggi, “Il tacchino prepotente” del
1939 , che appare sullo sfondo la sagoma inconfondibile di Torre Flavia:
naturalmente era ancora tutta intera e quindi quasi il triplo in altezza di
quella che oggi possiamo vedere.
Fu la 2ª guerra mondiale a provocare la rovina della Torre perché i tedeschi,
che avevano occupato Ladispoli, temendo uno sbarco degli alleati nella zona tra
Torre Flavia e Santa Severa, distrussero tutto quello che sul mare poteva essere
un segnale di riconoscimento da lontano. Vennero smontati tutti gli stabilimenti
balneari in legno e Torre Flavia venne cannoneggiata: la base della Torre riuscì a
resistere ma la sua imponenza venne per sempre ridimensionata.
Le cineprese ritornarono a Torre Flavia nel 1959 per l’ambientazione de
“L’uomo di paglia”, diretto ed interpretato da Pietro Germi: immagini
splendide che hanno immortalato la lunga spiaggia nera che univa Torre
Flavia al fiume Vaccino con alle spalle le dune della zona paludosa ricoperte
dei fiori di primavera.
Nel 1975 Romolo Guerrieri scelse la costa ed il mare di Torre Flavia per
una scena di “Salvo D’Acquisto”, interpretato da Massimo Ranieri. La
storia è quella vera del carabiniere che si sacrificò a Palidoro per salvare
dalla fucilazione gli ostaggi catturati dai tedeschi. Nel film Torre Flavia
appare sullo sfondo di alcune scene ed è completamente nell’acqua,
senza alcuna difesa dalle onde del mare perché solo nell’anno seguente la
realizzazione di una delle prime barriere antierosione permise alla torre di
evitare il crollo completo.
Anche il cinema più leggero e di evasione ha utilizzato come scenografia
Torre Flavia, ormai riparata dalla barriera di rocce: nel 1978 il regista
Mariano Laurenti girò una romantica scena d’amore con Gloria Guida per
il film “La liceale nella classe dei ripetenti”.
Passarono pochi anni e Torre Flavia diventò il punto di approdo per la
discesa degli Unni verso Roma: il film è “Attila flagello di Dio” (1982) con
Diego Abatantuono e la regia di Castellano e Pipolo.
Nel 2002 Daniele Vicari ambientò nella zona di Torre Flavia “Velocità
massima”, un film sulle folli corse notturne in auto che spesso i giovani
fanno con incoscienza e per assurde scommesse. La torre nel film non è
visibile ma sono ben riconoscibili gli altri insediamenti vicini alla palude e
la campagna retrostante.
Torre Flavia torna ad essere set cinematografico nel dicembre del 2007
quando, durante una mareggiata di eccezionale intensità, sono state girate sulla
spiaggia alcune scene del film “La siciliana ribelle” diretto da Marco Amenta.
La torre appare quasi completamente circondata dalle alte onde spumeggianti,
avvolta nella nebbia della salsedine trasportata dal vento impetuoso.
Ed il fascino di Torre Flavia evidentemente continua se, nella primavera
del 2009, una rete televisiva ha scelto di nuovo la torre e la sua spiaggia
come “location” di molte scene della fiction “Il falco e la colomba”,
ambientato nell ’800.
Fotogramma del film “L’Uomo di Paglia”
di Pietro Germi. La scena è ambientata
sulla spiaggia di Torre Flavia la cui
sagoma è ben visibile sullo sfondo
Torre Flavia in una scena del film
“La Liceale” dell’anno 1978
Torre Flavia in un fotogramma
del film “Attila flagello di Dio”
dell’anno 1982
15
Torre Flavia:
le vicende
dei giorni nostri
Il modello ricostruttivo di Torre
Flavia (attualmente visibile presso la
biblioteca comunale) realizzato
da Roberto Zoffoli e Tonino Moretti
esposto in piazza a Ladispoli
in occasione della manifestazione del
2003 per la salvaguardia della torre.
Atto di notifica di proprietà della
Torre Flavia “Posta tra Ladispoli e
Furbara”, ad Innocenzo Odescalchi
da parte della Sovrintendenza ai Monumenti del Lazio e degli Abruzzi,
in data 17.5.1924.
Ultimi interventi di consolidamento,
effettuati all’inizio del 2010
sulla scogliera circostante la Torre
(foto L. Cicillini)
16
L’interesse e l’attenzione nei confronti
di Torre Flavia si sono da poco riaccesi
rispetto alla sua storia ormai secolare.
Quanti hanno avuto modo di ammirare le
immagini della Torre contenute nelle foto
e nelle cartoline che qualche collezionista
ha raccolto e conservato con passione
e amore? Da queste si è potuto notare il
rapido decadimento che pochi decenni di
storia hanno inflitto alla Torre vuoi per
l’intervento degli agenti atmosferici e vuoi
“Aiutatemi sto crollando”: un momento della manifestazione promossa dal
per l’azione umana.
GATC il 13.10.2002 per sensibilizzare la cittadinanza e le istituzioni affinché
Nel primi decenni del ‘900, precedenti la si provvedesse alla tutela ed alla valorizzazione dei resti di Torre Flavia.
Seconda Guerra Mondiale, la Torre godeva
già di una particolare attenzione in quanto era sottoposta alla tutela della Sovrintendenza ai Monumenti del Lazio,
ente che dipendeva dal Ministero della Pubblica Istruzione, che, annualmente, notificava agli allora proprietari, i
Principi Odescalchi, che il manufatto godeva di un “importante interesse” , in virtù di alcune leggi emanate nel
1909 e 1912 sull’inalienabilità delle antichità e delle belle arti.
Passano gli anni e ritroviamo Torre Flavia, ormai ridotta ad un “relitto di mare” a seguito della guerra,
menzionata tra gli elenchi dei beni che venivano trasferiti dai Principi Odescalchi all’Ente per la
colonizzazione delle Maremma tosco-laziale a seguito dell’emanazione del decreto 4375 del 28 dicembre
del 1952. Questi sono gli anni dell’abbandono della Torre isolata sia dalla terra ferma che dal ricordo
degli uomini fino a quando, nel 1976 viene realizzato un primo intervento di ricongiungimento con la
terraferma con la creazione di una scogliera frangiflutti.
Dal 1976 al 2002 la Torre continua ad essere ricongiunta con la terraferma ma sottoposta ad un inarrestabile
processo di sfaldamento che la vede spaccarsi in quattro tronconi appoggiati uno sull’altro in una situazione di
equilibrio precario. Agli inizi degli anni ’90 viene commissionato uno studio per la valorizzazione della Torre
seguito da un progetto, nel 2005, per la messa in sicurezza della struttura che, però, non ha trovato seguito a
causa della mancanza dei fondi necessari. Nel 2002 si è riacceso l’interesse nei confronti di questo sfortunato
monumento ad opera del GATC e di alcune associazioni di volontariato che hanno voluto lanciare un
ennesimo grido di allarme. Pronta è stata la risposta dell’Amministrazione comunale che, raccogliendo queste
istanze, è intervenuta sulla questione istituendo un Delegato del Sindaco per la tutela e salvaguardia della
Torre e recuperando, dal bilancio della Regione Lazio, un finanziamento di 300 mila euro per interventi sulla
struttura. A questo punto sembrava si potesse procedere ma il fatto che la Torre non appartenesse al Comune
di Ladispoli, bensì all’attuale Arsial (discendente dell’ex Ente Maremma), non ha permesso al Comune di
disporre delle somme di denaro previste che, nel frattempo, erano state stornate dall’Ente in questione dai
propri capitoli di bilancio e dirottate verso altre finalità. A parte questo incidente tecnico-finanziario, nel 2005
veniva effettuato un intervento di ripascimento della spiaggia e di consolidamento dell’attuale scogliera, per
un importo di 400 mila euro, ad opera dell’Ardis (Agenzia regionale difesa del suolo) e questo rappresenta il
penultimo intervento di consolidamento, in ordine cronologico, effettuato sulla Torre.
Nel 2007 la Regione Lazio, finalmente, stabilisce che i beni dell’Arsial vengano ceduti ai vari enti locali
e tra questi figura anche Torre Flavia. Nel 2008, con delibera del Consiglio comunale n.74, Torre Flavia
entra a far parte del patrimonio del Comune così ché i futuri interventi e finanziamenti potranno essere
gestiti direttamente dall’Amministrazione comunale senza più bisogno di enti intermediari.
Un primo, quanto simbolico, intervento effettuato dal Comune è stato quello di dotare il monumento
di illuminazione notturna che, a partire dal luglio 2009, vuole rimarcare la presenza di questo simbolo
sul territorio del Comune.
Per il futuro imminente l’Amministrazione comunale ha ottenuto un intervento congiunto, da parte del
Ministero dell’Ambiente, del Ministero della Marina Mercantile e della Regione Lazio per il rinforzo della
scogliera sul lato nord-ovest rivolto al mare e questo è stato realizzato dall’inizio del 2010. Per un intervento
sistematico di messa in sicurezza si attende l’assegnazione del bando per il porto turistico di Ladispoli che,
tra i vari interventi, dovrà prevedere il recupero definitivo di questo sfortunato monumento.
A seguito dei danni provocati dalle ultime mareggiate l’Amministrazione comunale ha richiesto alla Regione
Lazio l’esecuzione, con estrema urgenza, di ulteriori interventi dopo quelli già effettuati nell’ultimo anno.
Torre Flavia nei ricordi
Seguono alcuni brani, semplici ricordi di alcuni “ex ragazzi” di Ladispoli che negli anni Trenta del
Novecento videro Torre Flavia ancora in piedi e ben salda sulla terraferma. Poterono entrarci dentro,
scalarla e trascorrerci ore spensierate. La torre era un mondo misterioso da scoprire in una natura ancora
selvaggia affacciata sulla riva del mare, un luogo di straordinarie avventure e di suggestivi incontri fuori
dal tempo.
Il ricordo del musicista Renzo Rossellini, fratello del regista Roberto, che per molti anni passò le sue
vacanze a Ladispoli, si riferisce probabilmente ancora agli anni Venti mentre gli altri a seguire possono
essere ben collocati nella seconda metà degli anni Trenta e nei primi anni Quaranta.
RENZO ROSSELLINI
“Risalendo la spiaggia da casa nostra, oltre il fosso, in direzione di Civitavecchia, al termine di un
promontorio appena accennato, si elevava un massiccio torrione in pietra e tufo, chiamato con molta
eleganza e sapore d’antica Roma, Torre Flavia. La torre Flavia apparteneva alla famiglia Odescalchi,
ma era abbandonata: serviva come momentaneo ricovero a qualche pastore. Serviva, soprattutto, alle
imprese fantastiche di noi ragazzi, ai nostri sogni, alle nostre rievocazioni, alle nostre incruente battaglie
di predominio e di conquista, fondate sul nulla. Le poche rocce sulle quali si elevava la torre erano una
selva di alghe, conchiglie, frutti di mare, ossi di seppia, pomici, mentre negli anfratti dove gorgogliavano
le onde si potevano trovare pietre d’inusitata ricchezza coloristica e varietà. Per noi non erano pietre, ma
miniere di preziosi e la fantasia correva lontano, lontano, fino a confondere la realtà col sogno.
Torre Flavia segnava per noi ragazzi il confine di fantastica vivezza nella sua esteriore immobilità e
misteriosa risonanza. Si apriva una piatta distesa che correva lungo il mare e si inoltrava nella terra fino
alle balze delle selvagge colline di Cerveteri: campi inframezzati da canneti, da specchi di acqua lacunare.
Il cielo si specchiava in quell’acqua paludosa ed erano giochi di colori strani e irrequieti. Questa era la
pianura denominata Campo di Mare ed era animata dalla più varia fauna selvatica: su tutta la palude
c’era un concerto incredibile nel quale ogni animale mandava il suo richiamo con suoni della più varia
e colorita gamma…”.
(Brano tratto dal libro autobiografico di R. Rossellini, “Addio del Passato” Rizzoli 1968)
TONINO MORETTI
“Ho sempre amato la caccia e la pesca e fin da ragazzo, quando ero libero dal lavoro, mi dedicavo all’uno
o all’altro sport. Le mete sempre quelle: in palude a caccia, alla torre per pescare.
Una mattina d’inverno, molto presto, mi avviai verso la palude per lo “spollo” cioè l’alzarsi delle
anatre all’alba. Camminavo tutto solo attraverso i campi e nelle canne, col fucile in spalla; era buio, ma
conoscevo il percorso per averlo fatto mille volte e l’oscurità non mi era d’inciampo. Sotto i miei piedi
scricchiolava un velo sottile di ghiaccio; davanti a me guizzavano rapide alcune fiammelle di fuochi fatui.
Uscito dal canneto sbucai in uno spazio aperto e asciutto. La mano che ciondolava lungo il mio fianco
incontrò qualcosa di morbido e peloso. Un sobbalzo e poi...un belato risentito. Dei due, io o la pecora
non sapevamo chi aveva avuto più spavento; ero capitato in mezzo a un gregge. Si era levata l’alba, le
anatre se ne erano andate e io avevo fatto una figuraccia con me stesso. Contrariato mi diressi al mare,
verso la torre...
La barca del mio amico stava salpando ma quando mi vide tornò a riva. Aveva con sé un fiasco di vino,
io cavai dal tascapane pane e salsiccia....a mezzogiorno eravamo ancora lì a s…ragionare di caccia e pesca
all’ombra della torre che ondeggiava qua e là. Ancora oggi, riandando a quella giornata, la ricordiamo
come “ la sbronza della torre”.
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ANGELO SALE
“Sul finire degli anni ’30 ci trovammo, con i miei amici Gnappetta (Delio Costantini), Pisello (Cuccu
Efisio) e Zampino (Mario Bruni), a Torre Flavia per andare a caccia di nidi di cornacchie che si trovavano
in cima alla torre.
Passò Donna Fortuna (che era la zia di Roberto Rossellini) con il solito fucile sulle spalle ed il suo
inconfondibile cappello di paglia. Appoggiò la bicicletta sul muro della torre e si diresse verso di noi.
“Donna Fortuna - gli chiesi - che fate? Andate a caccia?”. “Si! - mi rispose - vieni anche tu a vedere
e porta i tuoi amici”.
La seguimmo incuriositi fino a quando, fatti pochi passi nella palude, la vedemmo inchinarsi sull’acqua e
sparare due colpi di fucile a pelo d’acqua. “Adesso - ci ordinò - andate a prendere le ranocchie che ho
colpito!”. Ricordo il divertimento che provammo a gettarci nella palude per raccogliere l’insolita preda
di cui, Donna Fortuna, fece colmo un cesto”.
“Quando andavo a Torre Flavia ricordo che l’entrata era posta verso monte al termine di una scaletta
in ferro. Entrando si notava in fondo a destra un enorme camino che probabilmente serviva alle
segnalazioni quando c’era qualcuno di sospetto che si avvicinava alla torre.
Sulla sinistra c’era una rampa di scale in mattoncini che portava ad un altro ambiente superiore costituito
da uno stanzone completamente vuoto con i soffitti a volta. Sempre da questo ambiente, sulla sinistra,
partiva l’ultima rampa di scale che accedeva al tetto della torre pavimentato con dei mattoncini.
Prima che venisse tolto il cancello d’ingresso la torre veniva scalata dall’esterno per arrivare a prendere,
in cima, i nidi di cornacchie.
Ricordo che il più bravo di tutti noi era Mario Grando che per questa sua abilità venne soprannominato
“Cornacchione”.
SERGIO NARDOCCI
“Il ricordo che ho di Torre Flavia è di quando era stata bombardata da poco dai tedeschi.
Anche io, come gli altri ragazzi di Ladispoli, mi recavo alla torre alla ricerca dei nidi di
cornacchie.
La compagnia era formata di solito da me, da Ginetto (Gino Sale, fratello di Angelo), da
Ombrellone (Alvaro De Angelis) e da Benito Landi.
L’unico cruccio che conservo di queste spedizioni è quello di non essere mai riuscito ad
arrivare alla cima, ormai decapitata, della torre. Ricordo infatti che riuscivo ad arrivare
soltanto al primo piano, dopodiché mi assaliva la tremarella e non riuscivo più ad andare
avanti”.
MARCELLO GUIDOLOTTI
“Ricordo che il 18 giugno del 1940 decidemmo, insieme ai miei compagni Gnappetta (Delio Costantini),
Robustino, Ambrogi ed altri, di cui non ricordo il nome, di andare da soli, all’insaputa dei nostri genitori,
a Torre Flavia, che rappresentava la meta preferita delle gite organizzate dal nostro parroco di Ladispoli
Don Mario Zuccante.
L’intento era quello di andare a nidi di cornacchie, che si trovavano in cima alla torre, e pertanto ci
avviammo spensierati verso la meta. Alla torre passammo delle ore spensierate dedicandoci al gioco,
facendo dei bagni e tentando di prendere gli agognati nidi di cornacchie. Il tempo passò senza che ce
ne accorgessimo fino alle prime ore del pomeriggio. Nel frattempo, nel paese che contava un migliaio
di abitanti, cominciò a diffondersi la preoccupazione per la nostra scomparsa che dette adito a voci che
potesse esserci capitato qualcosa di grave. Vennero avvisati perfino i Carabinieri.
Tornando verso le nostre abitazioni, verso le tre del pomeriggio, cominciò ad assalirci il pensiero di aver
combinato qualcosa di grosso, dato il notevole tempo trascorso fuori casa senza aver dato notizia ad
alcuno. L’idea di andare incontro ad una punizione aleggiò sempre più forte.
Ricordo che arrivato a casa trovai mia madre in lacrime attorniata dai parenti e dai vicini. Appena mi vide
fu tutt’uno terminare il pianto dirotto e riempirmi di tante botte di cui ancora oggi conservo il ricordo”.
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SERGIO PARIS
11 Luglio 2009. Si accendono i
riflettori su Torre Flavia. Il Comune
di Ladispoli illumina il monumento
simbolo e memoria storica della città.
L’antica struttura è entrata da pochi
mesi a far parte del patrimonio
comunale.
“Nel 1947, il Signor Armando Della Longa, tuttora proprietario del cinema Arena Lucciola e dell’agenzia
ippica, fondò la sezione ASCI (Associazione Scouttistica Cattolica Italiana) assieme al Parroco Don
Mario Zuccante. Io ero uno dei due “capisquadriglia” degli esploratori, avevamo la sede dove ora vi è
l’ingresso della chiesa, su via Odescalchi.
Eravamo circa una trentina tra esploratori e lupetti. Armando era il nostro “capo” ed i fratelli Pascarella,
assieme a Longone Giuseppe, che erano più grandi di tutti noi erano i responsabili ed i coordinatori del
nostro gruppo.
Le nostre escursioni a Torre Flavia erano frequenti, sia per conoscere la flora del nostro litorale, che la
fauna acquatica migratoria, che quella stanziale, dove si poteva incontrare la lontra e migliaia di tartarughe
acquatiche. Alla torre si poteva entrare dato che il mare non l’aveva ancora isolata dalla terraferma. Il
nostro capo pensò di farvi una specie di avamposto per noi ragazzini, così chiese l’autorizzazione al
Principe per poter mettere una porta all’entrata esistente. L’autorizzazione ci fu data, ma intanto il mare
cominciò a scavare una specie di fossato tra la torre e la terraferma. Noi esploratori cercammo in tutti
i modi di colmare tale fossato con pietre, terra ed altro, ma tutti i nostri sforzi furono vani. Vinse il
mare!
Dato che alla torre si praticava la caccia sia agli anatidi che alle quaglie, tortore e a tanti animali migratori,
tutti quelli che venivano uccisi e non recuperati, davano vita a nuove piante che nascevano dai semi che
portavano nel loro interno e da tante nazioni diverse come la Russia, la Iugoslavia, l’Africa, ecc.
Noi esploratori cercavamo sempre nuove piante e fiori che attorno alla torre proliferavano, provenienti
da ogni parte del mondo migratorio.
Erano i tempi della mia fanciullezza”.
“Anche alla Torre Flavia, man mano che il mare mangiava la costa, venivano alla luce molte rovine di
costruzioni romane con pavimenti in mosaico, pezzi di capitelli in marmo, pezzi di statue, reperti in
travertino con scritture, monete, chiodi di rame, cocci di vasellame e di anfore, vi trovai anche un pugnale
con l’innesto a baionetta che doveva servire per un’azza. Alla torre si trovarono anche delle condutture
di piombo ed in terracotta e quando l’Ente Maremma fece l’aratura di tutta la campagna che si estendeva
fino a Cerveteri, si poteva vedere tutto il percorso dell’acquedotto in terracotta che portava l’acqua in
quella zona, dato che con gli aratri, tale acquedotto venne completamente distrutto…Alla torre trovai
anche due monete attuali, una di Papa Pio VI datata 1782 ed un baiocco di Papa Pio VII del 1802, le
trovai quando la torre era già circondata dal mare, si vede che tali monete erano appartenute ad uno
degli ultimi abitanti della Torre Flavia, forse del padre del Conte Gallori che ancora agli inizi del secolo
passava buona parte dell’anno nella torre che era arredata con magnifici mobili ed alle pareti aveva dei
quadri di valore, gli ultimi guardiani della torre sono stati, mio nonno Felice Paris e Sergio Matteini”
(Brano tratto dal libro di S. Paris, I Misteri di Ladispoli, Ladispoli 2002)
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PER APPROFONDIRE
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A.S.R. - Archivio di Stato di Roma
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opuscolo - Gruppo Archeologico del Territorio Cerite