UNITA’ DIDATTICA PER CLASSI V Lucia Balista 19/12/2015 1 La violenza e la volontà di prevaricare sugli altri è insita nell'indole dell'uomo. I campi di concentramento, allestiti dai Nazisti, mostrano come tale violenza abbia raggiunto il suo apice. In questa esposizione verranno affrontate tre opere che condannano i campi di concentramento e dunque condannano il male. L’opera di Hannah Arendt “Origine del totalitarismo”, il romanzo “Se questo è un uomo” di Primo Levi ed il film “Schindler’s List”. L’Unità Didattica di Filosofia e Storia presuppone, pertanto, anche un discorso interdisciplinare coinvolgendo nell’argomento discipline come la Lingua e letteratura Italiana e le Arti Visive, grazie alla visione del filmato. Dal settembre 1941 gli ebrei tedeschi furono costretti a indossare fasce recanti una stella gialla; nei mesi seguenti decine di migliaia di ebrei furono deportate nei ghetti in Polonia e nelle città sovietiche occupate. Si realizzarono i primi campi di concentramento, strutture concepite appositamente per eliminare con il gas le vittime deportate dai ghetti vicini (300.000 dal solo ghetto di Varsavia). Bambini, vecchi e tutti gli inabili al lavoro venivano condotti direttamente nelle camere a gas; gli altri invece erano sfruttati per un certo periodo in officine private o interne ai campi e poi eliminati. Lucia Balista 19/12/2015 2 Nei campi di sterminio, i Nazisti espressero tutte le loro potenzialità di distruzione di massa, non solo dei corpi ma anche della mente umana. I prigionieri passavano attraverso fasi di condizionamento ben definite, al termine delle quali non vi era alcuna “nuova” realtà ad attenderli, ma la loro completa distruzione.nei lager nazisti i prigionieri venivano spinti a regredire, e i loro comportamenti mostravano questa involuzione in modo chiaro. Il fenomeno dei “Kapò”, prigionieri cui veniva dato un ruolo di responsabilità verso i propri compagni, mostra tratti molto precisi di tale processo. Risulta, ad es., che i Kapò si mostrassero ancora più fanatici dei Nazisti stessi nello spingere il processo di degradazione dei prigionieri lungo la sua china. Lucia Balista 19/12/2015 3 Secondo Hannah Arendt il vertice del totalitarismo è stato toccato con l’organizzazione dei campi di concentramento. I lager rappresentano il vertice del totalitarismo perché in essi prende corpo l’ideale del “tutto è possibile” (H. Arendt, Origine del Totalitarismo). La studiosa utilizza come immagine del campo di concentramento il laboratorio in cui si compiono gli esperimenti. Nel laboratoriolager l’obiettivo è la radicale deumanizzazione; la via per ottenerla passa per la distruzione della libertà umana. Al totalitarismo non interessa il dominio sugli uomini ma la creazione di un sistema che li renda del tutto superflui. Esso non cerca un riassetto dell’ordinamento sociale, ma la trasformazione radicale della natura umana, fino al punto di ottenere che i “ruoli” della vittima e dell’aguzzino possano diventare interscambiabili. Solo a questo punto diventa possibile intuire cosa sia il “male radicale”, per la comprensione del quale la tradizione filosofica non ha mai trovato concetti appropriati: “Possiamo dire che il male radicale è comparso nel contesto di un sistema in cui tutti gli uomini sono completamente superflui” (Ivi, p. 629). Il campo di concentramento ed il totalitarismo sono il luogo di questa superfluità, ed essa è l’ultima misura storicamente incarnatasi di quel principio d’indistinzione fatto proprio dalla modernità nelle sue stesse origini spirituali. Lucia Balista 19/12/2015 4 Hannah Arendt ha messo in guardia contro la confusione tra «antisemitismo, ideologia laica del XIX secolo» e «d'odio degli ebrei [...], di origine religiosa, ispirato dall'ostilità reciproca di due fedi in lotta tra di loro»; «durante tutto il XIX secolo, mentre i risentimenti antiebraici erano largamente diffusi nelle classi colte dell'Europa, l'antisemitismo in quanto ideologia restò, tranne rare eccezioni, l'appannaggio di elementi eccentrici in generale e di marginali gruppi estremistici in particolare». Sì, conviene tener ferma la distinzione tra intolleranza religiosa e persecuzione razziale, tra giudeofobia e antisemitismo propriamente detto: se a ispirare la giudeofobia è l'ossessione dell'assimilazione da conseguire con ogni mezzo, ad agitare l'antisemitismo è l'incubo dell'assimilazione da evitare anche a costo dell'annientamento del corpo estraneo. La separazione ha luogo anche nel Medioevo, come dimostra il ghetto. Questo però, dal punto di vista dei cristiani, è un mezzo e una tappa in vista dell'assimilazione, che in effetti si verifica ad ogni singola conversione. N.B. Per Hannah Arendt il totalitarismo non è semplicemente un tragico avvenimento storico, ma possiede un proprio significato filosofico, o in altri termini è una condizione culturale e spirituale dell’umanità. Lucia Balista 19/12/2015 5 L’uomo estraniato ma perfettamente logico è anche il perfetto suddito ed il perfetto militante del sistema del dominio totale. Hannah Arendt sostiene ne La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, che “nulla si rivelò più facilmente distruttibile dell’intimità e della moralità privata di gente che pensava unicamente a salvaguardare l’interrotta normalità della propria vita” (ed. Feltrinelli, Milano, 1964, p. 469). La Arendt è convinta che finché all’uomo rimane il proprio io, ciò è segno che gli è rimasta anche una minima esperienza di appartenenza, perché la costitutzione dell’io umano è, secondo la lezione socratica, duale, è un due-in-uno. Quando all’uomo viene privato della propria vita privata, non è più consapevole della propria soggettività, del proprio io, e la mancanza di un contatto con un nucleo amicale o familiare, magari anche minimo ma reale, lo rende non consapevole di appartenere ad un mondo. L’appartenenza al movimento totalitario, qualora non sussistano queste condizioni, fa sì che l’uomo diventi ancora più estraniato ed isolato, e può essere capace di obbedire in modo assoluto al movimento totalitario in modo radicale e totale, disponibile ad ogni gesto. Lucia Balista 19/12/2015 6 “Se questo è un uomo” di Primo Levi è la toccante, raccapricciante testimonianza di un sopravvissuto ai lager: risulta essere un documento storico, ma anche un’analisi sul funzionamento dei campi di sterminio. Levi decide di scrivere questo romanzo per il suo bisogno di liberazione interiore; i capitoli infatti sono stati scritti in ordine di urgenza, per via del senso di angoscia e di disperazione di questi uomini che non si sono sentiti più come tali. Levi viene catturato dalla milizia fascista alla fine del ’43 e deportato solo nel ’44, pochi mesi prima della liberazione, in uno dei più tristemente famosi lager: Auschwitz. Il titolo del libro fa notare come i nazisti siano riusciti a svuotare completamente un uomo dalla sua anima: coloro che resistevano fisicamente, infatti, spesso non resistevano a livello psichico. Tutti i temi trattati dalla famiglia, alla salute e alla vita sono stati violati in modo permanente. Lucia Balista 19/12/2015 7 È la fame però uno dei problemi maggiori, si mangia poco e male, gli sforzi sono tanti e il corpo è ogni giorno sempre più denutrito. Per mangiare si fa di tutto ed il pane è talmente prezioso che viene usato anche come moneta. Ad un certo punto l’autore parla di sommersi e salvati, di quegli individui che si sono lasciati travolgere dalle circostanze e che non hanno resistito e di altri che hanno usato qualsiasi mezzo pur di sopravvivere. Egli parla del suo rapporto con Alberto con il quale si aiutavano reciprocamente ma che non è riuscito a sopravvivere: questo amico è uno dei tanti motivi che hanno spinto Levi a scrivere questo libro, è uno dei tanti sommersi dalle atrocità ma sopravvissuto nell’anima. Levi riuscì a sopravvivere perché nel campo ebbero bisogno di chimici e lui fu impiegato in questo nuovo lavoro. Quando i russi furono troppo vicini, a tutti coloro che potevano camminare venne ordinato di partire per una marcia di venti chilometri; Levi malato di scarlattina non vi prese parte. Dei ventimila uomini che partirono non si ebbe più notizia. I tedeschi abbandonarono il campo e nell’attesa di essere trovati dai soldati russi nacque una certa solidarietà tra i sopravvissuti, solo le malattie non perdonarono. Infine arrivò la liberazione ed il grande bisogno di risentirsi uomini. Lucia Balista 19/12/2015 8 A seguito di “Se questo è un uomo”, Levi ha scritto “La tregua”, in cui racconta il suo viaggio verso casa ed i postumi del trauma subito. Più tardi scrisse anche”I sommersi e i salvati”. Tutte queste si possono definire opere per la liberazione interiore, la ricerca dell’uomo perduto e forse ritrovato. Per la discussione in classe, con studente ADHD: Qual è stata la personale esperienza dell’autore? Perché l’uomo in quelle condizioni non è più uomo? Che cosa conosci dei campi di sterminio? Pensi che siano una realtà aberrante solo del passato? Quali regimi ricorrono a questi sistemi e perché? Lucia Balista 19/12/2015 9 Il film tratta dello Sterminio degli Ebrei Ma cosa significa tale espressione? “Avversione nei confronti degli ebrei che si traduce in forme di discriminazione e di persecuzione, spesso cruenta e culminata nel corso della seconda guerra mondiale nello sterminio di milioni di persone. L’espressione fu coniata intorno al 1879 per designare l'ideologia e l'atteggiamento persecutorio nei confronti degli ebrei”. 19/12/2015 Lucia Balista 10 Poco dopo l'inizio della II GUERRA MONDIALE, a Cracovia, nel 1939, una volta terminata l‘invasione della Polonia, gli ebrei polacchi che risiedono nei dintorni della città sono obbligati a recarvisi per essere registrati e schedati. L'enorme afflusso di persone induce l'imprenditore tedesco Oskar Schindler ad approfittare del divieto imposto agli ebrei di avere attività commerciali, al fine di trovare il denaro necessario per impiantarvi un'azienda che produca pentole e tegami da fornire all‘esercito tedesco. La sua abilità nelle pubbliche relazioni lo porta in breve tempo a stringere rapporti con i vertici delle SS, che amministrano il territorio occupato, con un giovane borsista nero, con l'incarico di reperire merci rare da utilizzare come regalie, per ottenere i permessi necessari per iniziare la sua attività e soprattutto con un ragioniere ebreo, Itzhak Stern, in quel momento impiegato presso lo Judenrat Cracovia, il Consiglio ebraico, ma in passato amministratore di una fabbrica, che si incaricherà di reperire le somme necessarie per iniziare la nuova attività. Esaurite le formalità burocratiche viene inaugurata la Deutsche Emaillewarenfabrik (DEF), dove quotidianamente più di mille lavoratori ebrei, molti salvati dalla deportazione nei campi di concentramento dallo stesso Stern, tra i quali insegnanti, intellettuali o scrittori, ritenuti “non necessari” dalle autorità naziste, si recano a lavorare, godendo di una posizione privilegiata rispetto alla maggioranza della popolazione ebraica, costretta a vivere in condizioni estremamente difficili all'interno del ghetto, mentre l'imprenditore inizia ad accumulare grandi quantità di denaro, grazie anche all'apertura del nuovo fronte ad est. Lucia Balista 19/12/2015 11 In omaggio alla nota storia della deportata Anna Frank, nel film si intravede una foto della suddetta, in cima al mucchio di foto di ebrei, nella scena della stazione dove Schindler cerca Stern durante la partenza del treno. La tag-line del film: “Colui che salva una sola vita salva il mondo intero” è una frase del Talmud babilonese, esattamente citata nel trattato Sanhedrin, 37°. Il riferimento all‘ “anima di Israele” (assente in alcuni manoscritti, che riportano semplicemente “l'anima di un uomo”) va compresa nel contesto come una discussione sulla liceità di un tribunale in terra di Israele di giudicare israeliti e non come una limitazione alla portata etica di questo motto. Il titolo originale del film ha un curioso doppio significato bilinguistico: in inglese infatti, come da tutti noto, "Schindler's list" significa "La lista di Schindler", mentre in lingua yiddish (la lingua ebraica parlata dalle comunità ebraiche dell'est Europa) i termini "Schindler's list" si traducono in "Il trucco di Schindler". La lingua tedesca, notoriamente simile allo yiddish, conferma questa interpretazione: "Liste" sta per "lista", "elenco", mentre "List" per "astuzia", "furbizia", da cui l'aggettivo "listig": "scaltro", "astuto". La traduzione Il trucco di Schlinder, oltre che dal tedesco listig, potrebbe derivare anche dalla parola russa lisà (volpe), da cui l'aggettivo lìsjy (volpino, furbo) e per derivazione semantica aver dato vita alla parola trucco: lo yiddish, oltre a parole di origine tedesca, ha molte parole di origine slava, essendosi particolarmente sviluppato in Russia ed in Polonia. Lucia Balista 19/12/2015 12 Foto: 12 aprile 1945: Lager Nordhausen, dove internati sono sterminati. 20000 stati Secondo Max Weber, nei meccanismi della gerarchia, il funzionario non si sente responsabile (senso di deresponsabilizzazione). 19/12/2015 Lucia Balista 13 OLOCAUSTO, GENOCIDIO, CAMPO DI CONCENTRAMENTO Il termine «olocausto» viene utilizzato già nel corso della guerra anglo-boera, per denunciare la strage di bambini. Di “genocidio” parla invece Rosa Luxemburg mentre infuria il gigantesco scontro che ha di mira l'egemonia planetaria e la ripartizione delle colonie, cioè dei territori nei quali aveva già denunciato la Seconda Internazionale - le potenze dominanti sottopongono le popolazioni locali “al servaggio, al lavoro coatto e allo sterminio”. Dunque, ben prima dell'avvento di Hitler al potere, la denuncia dello “sterminio”, del “genocidio” e dell’“olocausto” è in connessione con la denuncia dell'espansionismo coloniale. Per quanto riguarda l'espressione “campi di concentramento”, essa fa la sua apparizione, alla fine dell’800, nel corso della repressione che le potenze spagnole scatenano contro i rivoluzionari cubani. Ma furono i nazionalisti turchi, nel 1915-16, a organizzare la prima campagna sistematica: oltre 800 mila armeni morirono nei campi di concentramento. Una politica di genocidio alla quale Hitler si ispirò. Ai nazisti resta il triste primato dei campi di sterminio, il cui scopo, oltre il lavoro forzato, era l’uccisione programmata, nelle camere a gas, di ebrei, zingari, omosessuali, ritardati mentali. Lucia Balista 19/12/2015 14 In Germania, Nietzsche, nella sua prima opera La nascita della tragedia, che risale al 1871, distingueva tra una essenza ariana e una essenza semita, in quanto queste essenze erano rispettivamente caratterizzate dal mito di Prometeo e dal mito della caduta di Adamo, dal sacrilegio e dal peccato. Ma è certo che negli autori tedeschi il termine era di uso meno frequente, perché quello di germano o di indo-germano vi suppliva vantaggiosamente - così, nella produzione romanzesca di Gustave Freytag (serie DieAhnen) o di Felix Dahn (serie Die Konige der Germanen); anche la propaganda antisemita, quando pretendeva di essere una scienza, opponeva di preferenza ai Semiti “la razza indo-germanica”. Nelle grandi Enciclopédie popolari, quella di Brockhaus e quella di Meyer, l'articolo Arier figura rispettivamente a partire dal 1864 e dal 1867, ed è definito a partire da “Indo-Germano”; la 14° edizione del 1901 del Brockhaus precisa espressamente che è preferibile applicare Arier ai soli “Ariani asiatici”, e di servirsi del termine di indo-germano, o anche di indo-europeo, per designare gli “Ariani europei”.Bisogna sottolineare che la credenza nelle “origini ariane”, nella sua forma principale, comportava un duplice dogma: da un lato che gli Europei sono di razza ariana e dall'altro che questa razza è originaria degli altipiani dell'Asia. Lucia Balista 19/12/2015 15 Il breve panorama che abbiamo presentato può servire ad esprimere lo sforzo che uomini di tutti i tempi hanno compiuto per leggere nella storia e nel destino dell’umanità alla ricerca di un’interpretazione o di una giustificazione al limite ed al male ingiusto. Di fronte ad una realtà difficile ed ineludile hanno formulato ipotesi, prospettato soluzioni, nascondendo a volte il male dietro il sipario di un’illusione, di un mito, accarezzando forse il sogno del trionfo personale o collettivo, o ripiegandosi su se stessi nella dolente consapevolezza di essere “stranieri” nell’estraneità di un mondo fatto deserto all’uomo. Non esiste sofferenza ma uomini che soffrono. E la riflessione sorge come domanda che diventa di volta in volta grido, invocazione, pianto, rassegnazione, silenzio. Noi, inquieti, indignati, scandalizzati dal male, poniamo a Dio lo storico interrogativo del biblico Giobbe che sfida il suo Dio perché gli riveli il mistero del male, giustifichi la sua presenza di fronte alla sofferenza; ed il grido di protesta di Giobbe esprime la ribellione di ogni uomo provato dal dolore. Lucia Balista 19/12/2015 16 Un grido ci raggiunge attraverso i secoli: quello di un uomo lacerato nel corpo e nell’anima, quello dell’umanità alle prese con la sventura innocente e con le oscurità degli interrogativi senza risposta. Di fronte al male che accade a Giobbe Dio non si mette a giustificare: gli mostra invece la grandezza della creazione, e insieme la sua coerenza. “Da quando vivi, hai tu uomo comandato al mattino e assegnato il posto all’aurora?... Puoi tu annodare i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di Orione?” (Libro di Giobbe, cap. 38). Giobbe prende coscienza dell’onnipotenza e della sapienza imperscrutabile del creatore che lo fa vivere in un universo immenso e misterioso, e capisce infine che,di fronte a Dio, l’unico atteggiamento auentico è quello della fede, Lucia Balista dell’umiltà, dell’adorazione. 19/12/2015 17 Proponiamo a conclusione dell’argomento, l’ultimo tratto di un romanzo scritto dal premio Nobel Alexander Solzenicyn. Egli ne Il primo cerchio descrive l’orrore dei lager sovietici, la folla di uomini e donne che hanno sperimentato il massacro dei lavori forzati, accusati ingiustamente, pur conservando in se stessi, intatta, la loro profonda umanità. Leggiamo la conclusione: “... Li aspettavano di nuovo il piccone e la carriola, una razione da fame di pane umido, l’ospedale, la morte. Li aspettava soltanto il peggio. Ma nelle loro anime c’era la pace”. Commenta Carlo Bo (critico letterario e rettore dell’Università di Urbino) nella prefazione del libro di Solzenicyn (ed. Mondadori, Milano, 1974) “... E’ il libro dell’umanità smarrita... E’ un mondo alla rovescia dove la pace non comincia dalla certezza del bene, ma da quella del male”. Lucia Balista 19/12/2015 18