RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – giovedì 26 febbraio 2015
(Gli articoli di questa rassegna, dedicata prevalentemente ad argomenti di carattere economico e sindacale, sono scaricati
dal sito internet del quotidiano. La Cgil Fvg declina ogni responsabilità per i loro contenuti)
Indice articoli
REGIONE (pag. 2)
Aiuti fino a 6500 euro ai cittadini più poveri (Gazzettino)
Ater verso un’unica regia, ma Trieste frena (M. Veneto)
Evasione, 7 indagati in Danieli (M. Veneto)
CoopCa, ora spunta una super-cordata per evitare il crac (M. Veneto)
Unioni di Comuni, una quarantina schierati per il no (M. Veneto)
CRONACHE LOCALI (pag. 8)
Lavorazioni Inox, soluzione-ponte per 4 mesi (M. Veneto Pordenone, 2 articoli)
Gruppo Electrolux, nel 2014 sono cresciuti utile e vendite (M. Veneto Pordenone)
Nuova Infa, incontro tra Rsu e Comune (M. Veneto Pordenone)
Mobilitazione dei dipendenti contro i 43 esuberi alla Safop (M. Veneto Pordenone)
Poste, il no al taglio di 4 filiali arriva sul tavolo di Renzi (M. Veneto Pordenone)
Turismo, in palio in Provincia 150 posti di lavoro a termine (M. Veneto Pordenone)
Appalti, Cgil in piazza e poi dal sindaco (M. Veneto Pordenone)
Uffici postali da chiudere: accordo per un tavolo Regione-Comuni (M. Veneto Udine)
Mercatone Uno, fumata nera dall’incontro vertici-sindacati (M. Veneto Udine)
Esami clinici sul cellulare, parte la rivoluzione (M. Veneto Udine)
L’Usb all’Inps con 9 candidati per scalzare anche la Uil (M. Veneto Udine)
Spav, nuovo stop. Concordato a rischio (M. Veneto Udine)
Danni per un milione all’Oleificio ma il rogo non fermerà l’attività (M. Veneto Udine)
Pronto soccorso al collasso. «In fila per un giorno intero» (Piccolo Trieste)
Sette teatri nazionali, ma non c’è il Rossetti (Piccolo Trieste)
Cgil, 15mila al voto per il rinnovo delle Rsu (Piccolo Trieste)
La crisi nell’Isontino, monitoraggio costante (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
In 4 anni raddoppiate le richieste d’aiuto (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
A2A e inquinamento, nuove analisi (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
REGIONE
Aiuti fino a 6500 euro ai cittadini più poveri (Gazzettino)
Maurizio Bait TRIESTE - Integrazione al reddito: sarà questa la dizione corretta dell’aiuto sociale che
la Regione si prepara a mettere in campo nel secondo semestre del 2015 con un disegno di legge
dell’assessore Maria Sandra Telesca. Si procederà a una prima misura che potrebbe arrivare, nei casi di
povertà totale, fino a 6.500 euro all’anno.
Sebbene le norme debbano ancora essere definite in base alle disponibilità di bilancio (10 milioni per
quest’anno) e all’effettivo bisogno sociale sul territorio, il sistema funzionerà in modo piuttosto
semplice: rispetto all’attuale soglia Isee (il vecchio Isee, per capirci) sotto la quale scatta l’aiuto del
Fondo sociale, fissata in 8.200 euro, si abbasserà in misura significativa l’asticella a 6.500 euro con il
nuovo Isee. Il cittadino in stato di disagio riceverà una somma annuale - almeno nella prima
applicazione dell’aiuto - pari alla differenza fra 6,.500 euro e la sua effettiva, documentata condizione.
Pertanto se una persona non ha nulla, è evidente che il sostegno potrà arrivare fino a 6.500 euro,
sebbene ci si auguri che tali cittadini siano di numero non importante.
In ogni caso - annuncia Telesca - la Regione procederà per tutto l’anno a proiezioni sulle varie misure
sociali per misurare quanti cittadini entrino nel perimetro dei beneficiari e quanti, per converso, ne
debbano uscire applicando i nuovi parametri Isee. «Fare cifre adesso non ha senso - puntualizza
l’assessore - perché la verità non è conoscibile. In realtà, per dirla tutta, una fotografia reale credo sarà
consegubile soltanto sul campo e dunque alla fine dell’anno».
Dopo l’introduzione di tale aiuto economico, la Regione intende revisionare diverse linee di sostegno
attualmente in campo, come la Carta famiglia, l’integrazione alla Social Card (60 euro al mese da
affiancare ai 40 finanziati dallo Stato) e il Fondo sociale stesso. Lo efficacia sulle fasce più deboli,
anche se l’invarianza dei soldi iscritti a bilancio sul fronte sociale comporterà necessariamente l’uscita
dal novero dei beneficiari di una parte dei soggetti attualmente aiutati.
Ater verso un’unica regia, ma Trieste frena (M. Veneto)
UDINE «Polemiche sterili e dunque inutili». La presidente dell’Ater di Pordenone, Monica Pese,
interviene sulla vicenda dell’Edilizia popolare convenzionata e sulle polemiche. Polemiche innescate
dal fatto che il Fondo sociale (che colma la differenza tra il costo del canone e quello che gli affittuari
meno abbienti pagano) privilegia Trieste rispetto al Friuli. «Tengo a precisare - afferma da parte sua,
Vittorino Boem (Pd), presidente della IV Commissione consiliare Edilizia - che l’omogeneizzazione
delle modalità gestionali delle diverse Ater è già attualmente al via ed è contenuto all’interno del nuovo
piano di convergenza redatto dalle cinque Ater. Il nostro intento, come detto dall’assessore Santoro, è
quello di realizzare una riforma sostanziale sul diritto all’abitazione, e non meramente gestionale
sull’assetto delle Ater». Anche la Pese (che evidenzia i risparmi ottenuti con il passaggio dai presidenti
agli amministratori unici come si evince dalla tabella qui a fianco riportata) sostiene che la futura
organizzazione delle Ater non è la questione prioritaria. «Non so - precisa - quante saranno dopo la
riforma. Ma credo sia fondamentale che cambi il metodo di vedere queste aziende. Noi non dobbiamo
offrire soltanto manutenzione. E in ogni caso credo che ci sarà una regia unica che terrà conto delle
territorialità e dunque delle aziende che hanno il polso della situazione». Dunque, le Ater stanno
andando verso una regia unica con un forte rispetto per il potere decisionale da parte dei territori. Ma
ancora un volta, soprattutto in Friuli si teme che da Trieste arrivino le maggiori resistenze alla regia
unica che significherebbe, tra le altre cose, un unico bilancio, un’unica contabilità, stipendi omogenei.
Tra l’altro, a Trieste, in virtù di accordi integrativi interni, dirigenti, quadri e dipendenti, sono ben più
pagati rispetto ai loro colleghi friulani. (d.pe.)
Evasione, 7 indagati in Danieli (M. Veneto)
di Luana de Francisco UDINE Fondi occulti per elargizioni a soggetti esteri, attraverso false fatture a
una società degli Emirati Arabi Uniti. Ma anche tre società esterovestite, con sede formale in
Lussemburgo e gestione operativa in Friuli, e un vorticoso ma fittizio giro di operazioni societarie e
finanziarie intragruppo, capace di creare interessi passivi e conseguenti vantaggi fiscali alla holding
stessa. Sono i tre pilastri della maxi-frode fiscale da circa 281 milioni di euro, che la Procura di Udine
ha contestato al Gruppo Danieli di Buttrio. L’inchiesta si è chiusa a dicembre, con sette richieste di
rinvio a giudizio, tra cui quella del presidente della società, Giampietro Benedetti. In questi giorni, il
tribunale ha fissato per il prossimo 8 maggio la data dell’inizio dell’udienza preliminare davanti al gup.
Imposte evase per 80 milioni Ci sono ancora una volta i “paradisi fiscali” e la tentazione tutta italiana
di dribblare l’Erario sullo sfondo di questa nuova e quantomai vasta operazione della Polizia tributaria
friulana. Era stato il procuratore facente funzioni di Udine, Raffaele Tito, già un paio d’anni fa, a
puntare gli occhi sul colosso della siderurgia mondiale e a delegare la Guardia di finanza a setacciarne
tutta la documentazione via via sequestrata. Una montagna di file e di materiale cartaceo, dal quale gli
investigatori hanno ricavato la convinzione di trovarsi di fronte ad almeno tre tipologie di reato, tutte
riconducibili alla sfera fiscale. Per una frode calcolata complessivamente in circa 281 milioni di euro e
un’imposta evasa pari a qualcosa come 80 milioni di euro. Nei guai presidente e dirigenti Precisati i
capi d’imputazione, nei mesi scorsi la Procura ha notificato agli indagati gli avvisi di conclusione delle
indagini preliminari e ha poi proceduto, in assenza di richieste d’interrogatorio, con la conferma delle
accuse e la trasmissione del fascicolo in tribunale per la fissazione dell’udienza preliminare. Il
magistrato che si occuperà del caso è il gup Daniele Faleschini Barnaba. In testa all’elenco degli
indagati, chiamati a rispondere a vario titolo delle ipotesi contestate, svetta il nome del presidente e
amministratore delegato, Giampietro Benedetti. Gli altri sei indagati sono tutti dipendenti dello stesso
gruppo, con posizioni di dirigenza in Danieli e all’Abs. Società esterovestite La fetta più grossa della
somma di denaro che la Procura imputa a Danieli di avere movimentato all’insaputa del Fisco e, quindi,
in violazione del Decreto legislativo 74/2000 sui reati tributari riguarda l’ipotesi dell’esterovestizione
(articolo 5 del decreto). Nel mirino, tre società con sede formale in Lussemburgo, cioè in uno dei
cosiddetti “paradisi fiscali”, ma di fatto gestite in Italia. Ossia, direttamente dal quartier generale di
Buttrio. Escamotage, questo, che avrebbe permesso al Gruppo di omettere la presentazione delle
dichiarazioni dei redditi dal 2004 al 2013, per un totale di 255 milioni di euro e per un’imposta evasa
pari a circa 73 milioni. Secondo gli inquirenti, le società “esterovestite” avevano mere domiciliazioni
fiscali in alcuni “open space” in Lussemburgo ed erano prive di dipendenti e di effettive strutture
societarie. Operazioni intragruppo fittizie Ingegnoso il meccanismo ideato – sempre a parere della
pubblica accusa – per garantire alla capogruppo Danieli e ad altre società nazionali del medesimo
gruppo «imponenti vantaggi fiscali». L’articolo che si suppone violato, in questo caso, è il numero 3,
relativo alla “dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”. Ossia, contabilizzando e dichiarando
costi fittizi, rappresentati dagli interessi passivi, maturati attraverso complessi schemi negoziali
(“conferimenti azionari”). In buona sostanza, il denaro partito dalle società nazionali del gruppo, dopo
un giro internazionale, sarebbe ritornato in parte sotto forma di prestito fruttifero alle società nazionali
del medesimo gruppo. Il tutto sarebbe avvenuto nell’arco della stessa giornata di valuta, iniziando poi a
maturare interessi passivi in capo alle stesse società nazionali di Danieli. Risultato: costi fittizi
dichiarati per 12.891.551 euro e un’imposta evasa pari a 3.899.885 euro. «L’intera architettura
negoziale – fa sapere in una nota la Procura – è stata progettata dal management del Gruppo Danieli,
senza alcuna decisione delle società estere coinvolte e con l’ausilio di una società specializzata in
pianificazione fiscale di Lussemburgo». Giri sospetti negli Emirati Arabi Dalle carte sarebbe infine
emersa l’esistenza di “fondi occulti”, creati grazie a fatture riconducibili a prestazioni mai avvenute
(articolo 2). La società alla quale i documenti sotto sequestro fanno riferimento ha sede negli Emirati
Arabi Uniti. Il totale dei costi fittizi ipotizzati per gli anni d’imposta compresi tra il 2006 e il 2010
ammonta a 13.327.509 euro e l’imposta evasa a 3.780.293 euro. Il “mucchietto” di denaro così raccolto
e sottratto a qualsiasi imposizione fiscale, in tesi accusatoria, sarebbe servito «per elargizioni a soggetti
terzi esteri».
«Accuse infondate, siamo sereni»
Respinge in toto le accuse e si dichiara quindi serena e pronta a dimostrare la correttezza delle proprie
condotte. Ma, almeno per ora, Danieli preferisce non aggiungere altro. Nè affidare ai propri legali una
qualche formula o argomentazione difensiva. La notizia della conclusione delle indagini sull’attività
dell’azienda era nell’aria da tempo e ieri è arrivato il momento per la Procura di diffonderla. Danieli,
per conto suo, ha scelto un profilo basso, ma assai chiaro. «Il Gruppo Danieli – spiega in una nota –
rileva di essere presente in Lussemburgo dal 1981 e sin dall’epoca ha sviluppato un processo di
internazionalizzazione delle proprie attività che, ad oggi, lo porta a controllare oltre 50 società
operative in tutto il mondo, con volumi di esportazione superiori all’80 per cento del fatturato e circa
11 mila dipendenti, di cui 7 mila presenti nelle sedi estere». Fin qui i numeri. Quanto alle contestazioni,
«la società – prosegue la nota –, pur respingendo ogni addebito, ha pienamente collaborato con gli
organi di Polizia tributaria ed è serena nel ritenere di aver agito nel pieno rispetto delle normative
nazionali e internazionali in materia e dimostrerà – conclude – l’infondatezza di quanto oggi viene
contestato nelle sedi competenti».
CoopCa, ora spunta una super-cordata per evitare il crac (M. Veneto)
di Domenico Pecile UDINE L’ultima spiaggia per evitare alla CoopCa le secche mortifere del
fallimento è una supercordata composta dal mondo cooperativistico. Il tamtam si rincorre da giorni,
intrecciando telefonate, incontri, mail in una forsennata corsa contro il tempo. Il 17 marzo, infatti, il
Tribunale di Udine dovrà essere in possesso dei documenti necessari relativi all’attestazione del Piano
di fattibilità di ristrutturazione e alla linea difensiva del cda per decidere l’ammissibilità alla procedura
di concordato che scongiurerebbe il fallimento. «In questa fase - sono le parole del presidente di Coop
Nordest, Paolo Cattabiani - è preferibile non dire nulla. È un momento troppo delicato per sbilanciarsi:
credo sia preferibile pronunciarsi quando il “si” o il “no” saranno una certezza. Gli interessi in campo,
ma soprattutto i lavoratori e i soci fornitori, sono tali da suggerirci la massima prudenza. Insomma, un
bel tacere...». Da parte sua, il presidente di Legacoop del Friuli Venezia Giulia Enzo Gasparutti,
sottolinea che la questione è che il mondo delle coop si sta ponendo il problema di salvare quello che a
questo punto si può salvare. Come dire anche, che «non c’è un interesse, ma un senso di responsabilità
che riguarda non soltanto la Lega coop, ma più in generale le centrali cooperative, vale a dire l’alleanza
tutta delle cooperative italiane». «In questa regione – sono ancora le sue parole - stiamo ragionando su
un percorso unitario del mondo coperativistico. È chiaro che per quanto riguarda CoopCa c’è poco
tempo a disposizione. Diciamo allora che in questo preciso momento non siamo in grado di dire nulla e
qualsiasi cosa commentassimo non avrebbe alcun valore. Lo ribadisco: siamo consapevoli che i tempi
sono stretti per un progetto di salvataggio. L’obiettivo è capire cosa e fino dove potremo salvarla». E
della partita, sempre stando ai rumors di questi giorni, ci potrebbe essere anche la Conad, (Consorzio
nazionale dettaglianti), un’altra società cooperativa attiva nella grande distribuzione organizzata.
«Conad? Non so – afferma ancora Gasparutti - se farà parte della possibile, eventuale cordata. Stiamo
tentando di costruire un sistema regionale che deve capire se è in grado di intervenire in una situazione
così complessa. Nulla di più, perché - come detto - non c’è ancora nulla di certo». L’interesse del
mondo cooperativo a fornire un’ancora di salvezza a CoopCa è dunque evidente. Sergio Bini,
dell’ufficio di presidenza di Legacoop Fvg - sostiene che bisogna capire il binomio CoopCa uguale
Alto Friuli. Il che significa - precisa - comprendere che i questa vicenda la territorialità è estremamente
importante. «Il mondo della cooperazione - è l’auspicio dello stesso Bini - deve assolutamente darsi da
fare per la salvaguardia dell’occupazione in primis e di conseguenza di un’importante realtà economica
come la CoopCa. Anche realtà come Euro & Promos sono disponibili a dare una mano al sistema
cooperativistico per la salvaguardia occupazionale, per la difesa del territorio e per il suo sviluppo». E
intanto, in tutta la Carnia cresce l’attesa per la decisione del Tribunale di Udine. Donatella Iob,
presidente del Comitato per la difesa dei soci consumatori, si limita a dire che «siamo costretti a essere
ottimisti e fiduciosi in una soluzione positiva».
Unioni di Comuni, una quarantina schierati per il no (M. Veneto)
UDINE Si erano mobilitati invadendo pacificamente l’aula in cui si riunisce il consiglio delle
autonomie all’epoca della contesa cancellazione del terzo mandato. Ieri, di sindaci in Regione, se ne
sono ripresentati circa 40. Tanti, se si considera che la chiamata a raccolta era stata realizzata con
appena un giorno d’anticipo rispetto alla seduta del Consiglio delle autonomie e che la maggior parte di
loro, il mercoledì alle 15, si trova in genere al lavoro. “Intoppo” superabile se in ballo c’è il futuro dei
Comuni. Armati di fascia, ieri i primi cittadini si sono così raccolti davanti alla sede della Regione in
via Sabbadini. Il fine? Chiedere alla giunta Serracchiani, presenziando simbolicamente con la fascia
alla seduta del Cal, di frenare la riforma degli enti locali e rivederne i passaggi che destano perplessità
se non netta avversione. A partire dal numero di abitanti minimo previsto per ogni unione di comuni,
passando per il criterio utilizzato nell’individuazione delle nuove aggregazioni e ancora per
l’obbligatorietà dell’adesione nel caso dei Comuni “minori”, facoltativa sopra una certa quota al costo
però di una penalizzazione sui contributi. Queste le principali accuse mosse alla norma dagli
amministratori che dopo aver fatto gruppo fuori da Palazzo, con tanto di striscioni recanti un segnale di
divieto sovrapposto al volto della presidente Serracchiani, hanno guadagnato la sala del consiglio per
assistere al dibattito sul piano di riordino territoriale. Una presenza silenziosa, con la sola concessione
di qualche applauso a sottolineare gli interventi anti-riforma più graffianti. Di tenore simile, va detto, a
quelli cui poco prima avevano dato loro stessi voce a beneficio dei giornalisti. «Sono sindaco di Visco,
comune con meno di 1000 abitanti – ha attaccato Elena Cecotti –. Pur cosciente che bisogna associare i
servizi, ritengo questa modalità non produca effetti positivi: allargando troppo la sfera d’influenza si
perde infatti il contatto con il cittadino». Da Comune piccolo in Comune piccolo. Da Visco a Drenchia.
«Per noi la riforma è difficile da digerire. Non tiene conto delle problematiche territoriali perché
abbiamo sì 100 abitanti, per la maggior parte anziani, ma anche 20 chilometri quadrati di territorio – ha
denunciato il primo cittadino Mario Zufferli -, Come gestiremo i servizi? Invito la Serracchiani a venire
a Drenchia e toccare con mano quali sono i problemi», ha concluso il sindaco invocando per le valli del
Natisone la realizzazione di un’Uti ad hoc, «complice la possibilità prevista per le aree interessate da
minoranze linguistiche». Per un sindaco che apre, c’è un assessore la cui bocciatura è senz’appello.
Vedi il lignanese Massimo Brini: «Siamo totalmente contrari a questa riforma – ha detto –, riteniamo
l’unione forzosa antidemocratica». Giudizi che si sono fatti eco tra gli amministratori autoconvocati.
Tanti, come ha tenuto a ribadire Pier Mauro Zanin, sindaco di Talmassons e “cerimoniere”
dell’iniziativa assieme al collega di Tarvisio, Renato Carlantoni. «Quello di oggi è un successo. Siamo
una 40ina di sindaci giunti qui a denunciare la nostra contrarietà rispetto a una delimitazione fatta
probabilmente da funzionari regionali senza nessuna passione e nessun sentimento per il territorio,
tagliato in maniera asettica». Maura Delle Case
CRONACHE LOCALI
Lavorazioni Inox, soluzione-ponte per 4 mesi
CHIONS Si apre la possibilità di un affitto di ramo d’azienda per Lavorazioni Inox di Villotta,
dichiarata fallita. Sabato potrebbe essere siglato dal potenziale acquirente, sulla cui identità c’è ancora
il massimo riserbo, e dai sindacati un accordo-ponte, che consentirebbe di traghettare la produzione per
quattro mesi, col riassorbimento totale, per il momento, delle 214 maestranze. Una volta sottoscritta
l’intesa, l’attività potrà ripartire. Già la prossima settimana, insomma, potrebbe registrarsi la svolta,
dopo l’annuncio choc del crac. Nel frattempo, gli organi del fallimento espleteranno le pratiche per
l’avvio di una procedura competitiva che darà la possibilità ad altri potenziali interessati di farsi avanti.
Questo il quadro delineato nell’incontro di ieri, a Unindustria, tra i sindacati, il curatore fallimentare
Claudio Ferrario e i rappresentanti dell’associazione di categoria. Il nodo stipendi. Fuori della sede, un
centinaio di lavoratori attendeva di conoscere l’esito del vertice, assieme al sindaco di Chions, Federica
Dalla Rosa. Una notizia positiva, anche se addetti e forze sociali preferiscono procedere coi piedi di
piombo e attendere l’incontro di sabato con l’acquirente, cui se ne aggiunge però una negativa, relativa
agli stipendi. Il 40 per cento della paga di gennaio, che doveva essere liquidato a fine febbraio, in base
agli accordi col Gruppo Sassoli, e le spettanze di febbraio sono stati congelati con la dichiarazione di
fallimento: per la corresponsione si potrebbe attendere anche un anno. Inoltre, se l’attività dovesse
ripartire nelle prossime settimane, in capo alla newco, lo stipendio relativo a marzo verrebbe
corrisposto ad aprile: le maestranze rimarrebbero quindi per due mesi e mezzo senza liquidità (pare
comunque che ci sia la possibilità di recuperare le quote di solidarietà). Da qui l’appello di Cgil, Cisl e
Uil alle istituzioni «affinché individuino misure che possano garantire un sostegno al reddito dei
dipendenti e delle loro famiglie». L’incontro di sabato. Intanto, c’è grande attesa per l’incontro di
sabato. Un confronto decisivo per conoscere il futuro dei lavoratori. «Discuteremo con l’azienda
interessata all’operazione del piano di rientro per quattro mesi e delle modalità di ingresso dei
lavoratori nella newco – hanno dichiarato i sindacalisti –. Il passo fondamentale sarà la formalizzazione
dell’affitto del ramo d’azienda, che consentirà di dare continuità all’attività. Dopo i quattro mesi, si
valuterà il da farsi. Può darsi che l’attuale acquirente sia interessato a proseguire in questo percorso e
quindi si andrà a discutere delle modalità di prosecuzione del progetto industriale». Ammortizzatori
sociali. Da capire anche la partita relativa agli ammortizzatori sociali e quindi la possibilità di avviare
la procedura di cassa integrazione. «Gli scenari sono ancora tutti aperti: l’auspicio è che si possa
concretizzare l’ipotesi dell’affitto del ramo d’azienda, per salvaguardare in primis l’occupazione –
hanno commentato le Rsu Angela De Marco (Fiom) e Rossano Urracci (Fim) –. E’ chiaro che, se si
dovesse sottoscrivere l’accordo per quattro mesi, sarà poi necessario trattare per la prosecuzione
dell’attività. Altra questione da chiarire è quella degli ammortizzatori: col fallimento, la solidarietà è
decaduta. Se rientreremo al lavoro, dobbiamo capire nel dettaglio quali ammortizzatori potranno essere
applicati in alternativa ai contratti di solidarietà». Giulia Sacchi
Al Professional si ferma il reparto cottura
PORDENONE Stop produttivo, oggi, nel reparto cottura dell’Electrolux Professional di Vallenoncello.
Questa l’unica chiusura totale in programma: tutte le linee rimarranno ferme. La ventina di addetti del
magazzino ricambi, invece, continuerà a lavorare, mentre nel reparto refrigerazione saranno attive
quattro linee e in lavaggio una soltanto. Gli addetti dei reparti interessati dalle chiusure rimarranno a
casa e usufruiranno della cassa integrazione. Questa la situazione delineata nell’incontro di ieri tra i
vertici aziendali e le Rsu, per fare nuovamente il punto rispetto a come affrontare la situazione che si è
determinata in seguito al fallimento, e quindi alla fermata produttiva, di Lavorazioni Inox, principale
fornitore dell’impresa di Vallenoncello. Come prospettato all’indomani dal crac, a risentire della
chiusura dell’azienda di Villotta sono tutti i reparti del Professional, in primis cottura e modulari,
seguiti da lavaggio e refrigerazione. Ieri, tutte le maestranze hanno lavorato: quelle dei reparti più in
sofferenza sono state reimpiegate in altri ambiti. Domani, invece, fermata collettiva. Un
provvedimento, quest’ultimo, che era già stato stabilito in precedenza. Lunedì giornata normale di
lavoro. Al mattino, i vertici aziendali incontreranno le Rsu per fare un nuovo bilancio e valutare il da
farsi per la giornata successiva. Non è escluso che possano esserci nuove chiusure da martedì. I
confronti tra rappresentanti dei lavoratori e impresa saranno costanti. Per gravare meno sulle spalle dei
dipendenti, l’azienda ha deciso di anticipare alcune giornate di chiusura, coperte con la cassa, che
aveva in programma a marzo. Questo anche per ridurre l’utilizzo dell’ammortizzatore. Le
preoccupazioni delle maestranze del Professional, comunque, ci sono: il legame tra la realtà di
Vallenoncello e la Lavorazioni Inox è stretto e l’interruzione dell’attività dell’impresa fallita del
Gruppo Sassoli non può che avere ripercussioni sulla produzione del Professional. Quest’ultima
azienda, comunque, sta facendo il possibile per rispettare il programma produttivo e non perdere ordini
e clienti. Soprattutto di questi tempi, una fermata della produzione non può che aggravare il quadro già
difficile in cui le imprese operano.(g.s.)
Gruppo Electrolux, nel 2014 sono cresciuti utile e vendite (M. Veneto Pordenone)
di Elena Del Giudice PORCIA In vista dell’assemblea già convocata per il 26 marzo a Stoccolma,
Electrolux ha reso disponibile agli azionisti il bilancio consolidato 2014. E’ il bilancio che fotografa le
ottime performance del Gruppo, con indicatori tutti in crescita, dalle vendite all’utile operativo, anche
per merito delle ristrutturazioni «dei quattro stabilimenti italiani». Lo scrive nel report Keith
McLoughlin segnalando i costi per le ristrutturazioni (complessivamente 3,4 miliardi di corone in tre
anni) che nell’esercizio in esame hanno pesato per 1,2 miliardi. «Questi costi – specifica la relazione
del ceo – si riferiscono principalmente alla divisione elettrodomestici Emea e comprendono misure
volte a migliorare la competitività del settore manifatturiero. E’ stata effettuata un’indagine riguardante
la competitività degli stabilimenti italiani – prosegue il rapporto – e sono stati raggiunti accordi con le
istituzioni italiane e le parti sociali». L’intesa è quella siglata a maggio 2014 che ha confermato
l’utilizzo dei contratti di solidarietà difensivi negli stabilimenti di Porcia, Susegana, Solaro e Forlì,
applicati con la riduzione d’orario da 8 a 6 ore giornaliere. L’intesa ha consentito di “congelare” gli
esuberi sino alla fine del 2016 e ha confermato il piano sociale per le uscite soft di dipendenti che o
sono vicini alla pensione o colgono l’opportunità degli incentivi per lasciare l’azienda e avviare
un’attività in proprio. Electrolux ha anche destinato alle fabbriche italiane investimenti sul prodotto e in
innovazione e – nel caso di Porcia – una nuova mission produttiva. I risultati di queste azioni sono
rintracciabili nel bilancio 2014 che si è chiuso in positivo anche per gli stabilimenti italiani, con un
ritorno alla profittabilità che dovrà consolidarsi negli anni a venire. Il 2014 segna, inoltre, la
conclusione di quell’imponente progetto di riposizionamento della capacità produttiva di Electrolux,
con lo spostamento dalle aree ad alto costo a quelle a basso costo dove oggi avviene oltre il 70 per
cento della produzione (era il 25 per cento dieci anni fa). «Anche se ci saranno ancora programmi di
ristrutturazione in futuro – ha messo le mani avanti McLoughlin – ci attendiamo che questi saranno
molto meno estesi». Un capitolo della relazione è stato riservato all’acquisizione di General Electric
Appliances, definita «pietra miliare» nella storia di Electrolux, la più grande acquisizione nella storia
della multinazionale svedese. Ge Appliances è uno dei primi produttori di cucine e lavatrici degli Usa
con un fatturato annuo da 5,7 miliardi di dollari. Nel 2014 Electrolux non ha soltanto operato
acquisizioni. Ha infatti cessato la produzione in uno stabilimento in Svizzera, mentre è sotto esame una
fabbrica in Svezia. Infine, sui dati di bilancio, l’anno si è chiuso con vendite in crescita del 3,4 per
cento, da 109 a 112 miliardi di corone, e l’utile operativo raddoppia da 1,5 a 3,5 miliardi.
Nuova Infa, incontro tra Rsu e Comune (M. Veneto Pordenone)
AVIANO «Ci sembrava grave la situazione di Nuova Infa, invece la doccia gelata è arrivata da
Lavorazioni Inox». L’assessore alle attività produttive del Comune di Aviano Carlo Tassan Viol
commenta così il fallimento dell’azienda del Gruppo Sassoli di Villotta di Chions. Al Gruppo
appartiene anche Nuova Infa, azienda avianese in crisi ormai da tempo. «Abbiamo chiesto un incontro
con le Rsu di Nuova Infa – afferma Tassan Viol – perché, visto che l’azienda appartiene allo stesso
Gruppo, vorremmo capire come stanno le cose. Dopo avere verificato con loro lo stato probabilmente
contatteremo la proprietà». Dopo piani di ristrutturazione che hanno quasi dimezzato il personale nel
giro di qualche anno, per Nuova Infa era stato annunciata la prosecuzione dell’attività con una newco
che avrebbe dovuto riassorbire 65 degli attuali 95 lavoratori. Partenza che era prevista a gennaio, ma
che poi la proprietà ha spostato a febbraio. Ma ad Aviano le preoccupazioni sono anche per i dipendenti
di Lavorazioni Inox di Villotta di Chions: alcuni abitano in zona. Si tratta di una parte dei 46 lavoratori
della Lavorazioni Inox di Aviano, ex Intersider ed ex Pressben, trasferiti a cavallo tra il 2013 e il 2014
a Villotta di Chions. Un trasferimento che era stato motivato dalla proprietà con la necessità di liberare
il capannone per il quale c’era soltanto un contratto di affitto, oltre che dalla volontà di concentrare in
un unico punto le lavorazioni. «Una situazione delicata per questi lavoratori – conclude l’assessore
avianese – cui si aggiunge la questione degli esuberi in base».(d.s.)
Mobilitazione dei dipendenti contro i 43 esuberi alla Safop (M. Veneto Pordenone)
Il piano di riassetto aziendale di Safop, impresa che annunciato 43 esuberi tra i 115 dipendenti, sarà
sottoposto oggi all’assemblea dei lavoratori. Le forze sociali raccoglieranno le osservazioni e le istanze
delle maestranze, che poi saranno sottoposte ai vertici della fabbrica. Ieri il progetto industriale è stato
presentato alle organizzazioni sindacali a Unindustria. Fuori della sede dell’associazione ha manifestato
- pacificamente - una novantina di addetti, tra impiegati e operai. Il sit-in voleva essere una forma di
sostegno alle posizioni dei lavoratori. C’è, infatti, ancora da sciogliere un nodo importante, ossia quello
relativo alla gestione degli esuberi. Da un lato le maestranze e le forze sociali insistono sul fatto che la
solidarietà rappresenterebbe la strada da percorrere per gravare di meno sulle spalle dei dipendenti.
Dall’altra, l’azienda non sembra propensa a imboccare questa strada. Potrebbe essere quindi
contemplata l’ipotesi della cassa integrazione. «La trattativa è ancora in corso – ha spiegato la Rsu di
Fiom Cgil, Antonio Pivetta –. A Unindustria, ci è stato presentato un progetto generico, che oggi
sottoporremo all’assemblea dei lavoratori, per raccogliere le loro osservazioni. In seguito valuteremo
come proseguire nella negoziazione. Dal momento che l’azienda ha confermato gli esuberi, la gestione
delle eccedenze è la questione cardine da affrontare. Su questo fronte, non abbiamo ancora trovato un
accordo». Safop, comunque, ha fornito ulteriori garanzie sul mantenimento della propria presenta sul
territorio. Un aspetto fondamentale per capire il futuro dei dipendenti. In base a quanto prospettato dal
punto di vista degli esuberi, saranno gli impiegati a pagare lo scotto maggiore della decisione aziendale
di ridimensionare l’organico attuale: due terzi delle eccedenze stimate sono proprio tra i colletti
bianchi. La scure dei tagli si abbatterà poi su un terzo degli operai. Intanto, domani scadono i termini
per la presentazione del progetto salva-impresa in tribunale. L’impresa, nel 2012, era stata acquisita
dalla cinese Bejing Jingcheng Machinery Electric Holding: l'arrivo di questo colosso era stato
considerato una svolta, poi la doccia gelata. Ma le forze sociali, sin dall’annuncio delle difficoltà, non
hanno puntato il dito contro il colosso orientale: i problemi affondano le radici più lontano. Sulla
gestione della nuova proprietà, infatti, il sindacato ha precisato più volte di non avere nulla da eccepire,
visti gli sforzi per recuperare una situazione molto compromessa. (g.s.)
Poste, il no al taglio di 4 filiali arriva sul tavolo di Renzi (M. Veneto Pordenone)
Nella vertenza relativa alla chiusura di quattro uffici postali della provincia, sindacati e sindaci
chiamano in causa Regione e Governo per chiedere a Poste Italiane di rivedere le proprie posizioni. La
Prefettura redigerà un documento, che tiene conto delle istanze espresse dagli amministratori dei
Comuni interessati dai tagli, ossia Pordenone in via Candiani, Maniagolibero, Lestans e Ramuscello di
Sesto al Reghena, i cui sportelli sono a rischio chiusura, e Castelnovo del Friuli e Anduins, per i cui
uffici sono previste riduzioni delle aperture. L'atto sarà trasmesso, oltre a Regione e Governo, anche
alla società, cui amministratori e sindacati chiedono un tempestivo confronto. Il piano di
riorganizzazione, infatti, dovrebbe trovare attuazione da aprile. Queste le iniziative che si è deciso di
intraprendere nell'incontro di ieri, in Prefettura, tra viceprefetto Alessandra Vinciguerra, Cgil, Cisl e
Uil, presidente della Provincia e sindaco di Pordenone, Claudio Pedrotti, e altri primi cittadini. Le Poste
non erano presenti. «Invieremo un documento a Governo, Regione e Poste – ha fatto sapere
Vinciguerra –, che contiene istanze e osservazioni dei territori interessati dai tagli. Amministratori e
sindacati chiedono anche un faccia a faccia con la società, per capire in base a quali criteri sia stato
redatto il piano di riorganizzazione. Abbiamo provato a far partecipare all'incontro anche le Poste, ma il
direttore provinciale ha comunicato che, in base alle direttive nazionali, non può essere presente a
tavoli allargati. Può limitarsi a incontrare singolarmente le istituzioni. Martedì, come Prefettura, lo
abbiamo quindi ricevuto per fare il punto della situazione. Il quadro emerso è comunque quello
delineato dalla società». Dal canto loro, i sindacati, stigmatizzando «l'assenza di un confronto diretto
con la società», hanno sottolineato che «vi è la necessità di portare avanti un'iniziativa di territorio,
istituzioni e parti sociali per fare in modo che le Poste optino per un dietrofront. Serve un'azione di
sistema in questa partita troppo importante per la provincia, che rischia un depauperamento ancora
maggiore dei servizi. La società non può effettuare un mero ragionamento finanziario, senza tenere
conto della funzione sociale del servizio». I sindaci hanno messo in luce i disagi che si
determinerebbero in caso di attuazione dei provvedimenti, in particolare in seguito alla soppressione
degli sportelli ubicati in frazioni e aree montane. Preoccupazione è stata espressa anche per la riduzione
delle aperture: che sia l'anticamera della chiusura? Questo l'interrogativo. Intanto, Slp Cisl ha
organizzato per le 17 di oggi, nella sala consiliare del Comune a Pordenone, una riunione con i sindaci
dei municipi interessati alla chiusura degli uffici. All’incontro prenderanno parte, tra gli altri, Mario
Pezzetta, presidente dell'Anci Fvg, Pedrotti, e i sindaci Lucia D’Andrea (Sequals), Andrea Carli
(Maniago) e Marcello Del Zotto (Sesto al Reghena). Moderatore sarà Arturo Pellizzon, segretario
generale di Cisl per la provincia di Pordenone, e conclusioni di Gianfranco Parziale, segretario del
sindacato Slp sempre per il Friuli occidentale. Giulia Sacchi
Turismo, in palio in Provincia 150 posti di lavoro a termine (M. Veneto Pordenone)
Si chiama “Equipe Vacanze” ed è un’associazione di servizi, con sede a Reggio Calabria, che da 11
anni opera nel settore turistico dell’animazione. In collaborazione con Eures, la società, per la prossima
stagione estiva, selezionerà 150 profili professionali, di età compresa tra i 18 e 35 anni da occupare in
diversi ruoli. Il lavoro è di natura stagionale, da un minimo di due mesi a un massimo di sei. Le
selezioni per il Friuli Venezia Giulia si terranno giovedì 12 marzo nella sede della Provincia a
Pordenone. La ricerca è rivolta sia ad animatori turistici, anche alla prima esperienza, sia a profili più
qualificati tra cui coreografi, ballerini, istruttori fitness e animatori sportivi, cantanti, scenografi,
costumisti, cabarettisti, tecnici suono/luci, deejay. Si ricercano anche un direttore artistico, un capo
villaggio e dieci capi animazione. Candidature via curriculum con foto obbligatoria
[email protected] con oggetto “Ev Eures Pn”. Maggiori info: Gianluca Latella
(339/6394382).
Appalti, Cgil in piazza e poi dal sindaco (M. Veneto Pordenone)
Prima il presidio in piazza Cavour, poi l’incontro con il sindaco Pedrotti: ieri la Cgil di Pordenone ha
avviato le iniziative per promuovere e sensibilizzare sulla questione degli appalti e sulla raccolta firme
nazionale per presentare una legge sull’argomento. Le richieste: tutela sui servizi ai cittadini, garanzia
sui trattamenti retributivi e previdenziali, contrasto all’illegalità, all’evasione e alla corruzione,
impedimento del massimo ribasso, regole per il mantenimento del posto di lavoro e di retribuzione al
cambio d’appalto, esclusione alle gare delle imprese che non rispettano le norme e una responsabilità in
solido per la violazione dei contratti di lavoro. «E’ una situazione difficile – hanno affermato Daniela
Duz della Filcams e Dina Sovran della Fp – resa più complessa dal jobs act e dall’articolo 7 della legge
delega che considera, a ogni cambio di appalto, il lavoratore come nuovo e quindi più fragile. E’ questo
un argomento che riguarda tutti i cittadini». La segretaria di Cgil Giuliana Pigozzo e Duz hanno
incontrato Pedrotti, facendo presente le loro istanze e chiedendo condivisione. «Le presenterò in giunta
– ha affermato Pedrotti - per stabilire quale linea seguire e capire se darci delle linee di indirizzo». E’
stata reiterata, inoltre, a Pedrotti, in qualità di presidente della Provincia, la richiesta di apertura di un
tavolo per gli appalti di sanificazione e pulizia degli ospedali della provincia: i lavoratori, dal 2013 a
oggi, hanno subito un taglio del 17% di ore e stipendi. Prossimo appuntamento è domani davanti
l’ospedale (l.v.)
Uffici postali da chiudere: accordo per un tavolo Regione-Comuni (M. Veneto Udine)
C’è l’accordo tra Regione e Anci Fvg per aprire il tavolo di lavoro e confronto con Poste italiane e
discutere dei 13 uffici postali che dovrebbero chiudere dal 13 aprile. L’iniziativa parte direttamente da
Trieste e dall’associazione dei Comuni Fvg in seguito all’incontro avvenuto a Roma il 19 febbraio tra
Anci, i rappresentanti delle regioni, la presidente di Poste italiane spa Luisa Todini e l’ad Francesco
Caio che hanno esaminato le criticità del piano industriale dell’azienda e il conseguente
ridimensionamento dei servizi nei piccoli comuni. In seguito a tale incontro, Poste ha condiviso la
proposta dell’assessore regionale alle Autonomie locali Paolo Panontin che ha chiesto gradualità
nell’applicazione del piano industriale e l’istituzione di tavoli di confronto preventivo a livello di
ciascuna regione per ascoltare le esigenze del territorio e condividere le misure con gli amministratori
locali.
Mercatone Uno, fumata nera dall’incontro vertici-sindacati (M. Veneto Udine)
Si è concluso con un nulla di fatto l’incontro fra i vertici del gruppo Mercatone Uno e i sindacati. A
rivelarlo è Francesco Buonopane, segretario della Filcams Cgil Udine: «Il quadro presentato
dall’azienda – dichiara – conferma che da gennaio è stato dato impulso a un ricorso maggiore alla
riduzione di orario prevista dal contratto di solidarietà, con crescenti differenze sia tra i punti vendita
che tra i dipendenti degli stessi negozi». È proprio su quest’ultimo punto che l’incontro dell’altro
giorno non ha portato le risposte attese dal sindacato. «Avevamo chiesto – spiega ancora Buonopane –
di garantire maggiore omogeneità ed equità nella gestione degli ammortizzatori. L’azienda si era
dichiarata disponibile, ma è un impegno che risulta contraddetto dalla prova dei fatti. La soluzione
prospettata ieri, pur apparentemente più equilibrata, nega infatti nella sostanza i principi di equa
distribuzione del sacrificio fra i lavoratori». Giudizio negativo anche sull’atteggiamento
dell’amministratore delegato, definito «tendenzioso e fuorviante» dalla Filcams, che critica le
«iniziative e le comunicazioni tese a prefigurare smembramenti della rete di vendita senza alcun
riferimento credibile». Il sindacato, da parte sua, attende il 28 febbraio, termine fissato per la procedura
di ricerca di nuovi acquirenti. Da qui la scelta di convocare per lunedì prossimo, 2 marzo, un’assemblea
del personale in tutte le sedi del gruppo. In quell’occasione, conclude Buonopane, sindacati e lavoratori
valuteranno le ulteriori iniziative da intraprendere.
Esami clinici sul cellulare, parte la rivoluzione (M. Veneto Udine)
C’è l’accordo tra Regione e Anci Fvg per aprire il tavolo di lavoro e confronto con Poste italiane e
discutere dei 13 uffici postali che dovrebbero chiudere dal 13 aprile. L’iniziativa parte direttamente da
Trieste e dall’associazione dei Comuni Fvg in seguito all’incontro avvenuto a Roma il 19 febbraio tra
Anci, i rappresentanti delle regioni, la presidente di Poste italiane spa Luisa Todini e l’ad Francesco
Caio che hanno esaminato le criticità del piano industriale dell’azienda e il conseguente
ridimensionamento dei servizi nei piccoli comuni. In seguito a tale incontro, Poste ha condiviso la
proposta dell’assessore regionale alle Autonomie locali Paolo Panontin che ha chiesto gradualità
nell’applicazione del piano industriale e l’istituzione di tavoli di confronto preventivo a livello di
ciascuna regione per ascoltare le esigenze del territorio e condividere le misure con gli amministratori
locali.Con un click i referti sanitari dell’ospedale di Udine si possono leggere ora comodamente sul
proprio smartphone, tablet e pc. Al Santa Maria della Misericordia i servizi sanitari sono sempre più
accessibili ai cittadini. Da ieri, infatti, è attivo “referti online” che permette di consultare i risultati delle
analisi di laboratorio accedendo ai dati direttamente dal sito web dell’azienda ospedaliera oppure
tramite la Carta regionale dei servizi, supportata dall’apposito lettore abilitato. Basta con le corse e le
attese agli sportelli: per i pazienti che lo desidereranno, non ci sarà più bisogno di ripresentarsi alla
struttura per ritirare gli esiti. E sono molti gli udinesi che già hanno testato il servizio, che ha
“debuttato” senza creare particolari disagi all’utenza e agli operatori. Al momento della richiesta della
prestazione in accettazione, vengono consegnate le credenziali per l’accesso al sito web dell’ospedale,
in grado di garantire i livelli di sicurezza per i dati sensibili. Per scaricare un referto dal sito
dell’ospedale serve specificare il codice fiscale, il tipo di richiesta e il pin, o in alternativa, per chi lo
possiede, si può utilizzare il lettore della carta regionale dei servizi. I risultati rimarranno disponibili
online per un massimo di 45 giorni, dopo di che i dati saranno memorizzati nell’archivio informatico e
il paziente che ne avrà necessità potrà comunque richiedere un’ulteriore stampa cartacea rivolgendosi
agli uffici del nosocomio. Prende il via proprio dall’ospedale di Udine la prima sperimentazione sul
territorio regionale e per il momento interesserà solo le analisi di laboratorio, ma in futuro si potrà
scaricare anche referti di tutti gli altri esami che comportano il rilascio di un cartaceo, con la
prospettiva di estendere la possibilità di consultare online la diagnostica per immagini. Si tratta di
un’attività messa a punto dal Servizio sanitario regionale e da Insiel, società in-house della Regione, in
collaborazione con l’azienda ospedaliera udinese. «Il sistema è attivo e siamo in fase di rodaggio – ha
osservato l’assessore regionale alla Sanità, Maria Sandra Telesca –: ci vuole un periodo di
sperimentazione per le eventuali ottimizzazioni del sistema, ma nel giro di qualche giorno saremo in
grado di garantire al cittadino un servizio efficiente». Si parte con le analisi di laboratorio, spiega
ancora l’assessore Telesca, perché il riordino e l’informatizzazione dei dati in questo campo davano le
minori difficoltà. «Questi servizi online rappresentano un importante strumento, nonché un vantaggio
per i cittadini – ha aggiunto Telesca –. Una scelta in più: ora i pazienti possono accedere direttamente
ad alcune prestazioni erogate dall’azienda e stampare i referti risparmiando su tempi e spese di
spedizione». Sui tempi di attesa prima che il dato sia consultabile online, precisato che ciò dipende dal
singolo esame, in tre giorni sono disponibili i referti delle analisi di routine; qualche giorno in più per
tutti gli altri accertamenti. Giulia Zanello
L’Usb all’Inps con 9 candidati per scalzare anche la Uil (M. Veneto Udine)
Dal 3 al 5 marzo si rinnoveranno le Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) per tutti i settori del
pubblico impiego e l’Unione sindacale di base all’Inps di Udine si presenterà con nove candidati. La
sigla sindacale punta a conquistare come minimo tre dei dieci “seggi” in azienda, confermando il
risultato delle passate elezioni, mentre sul piano nazionale l’Usb vuol divenire il terzo sindacato di
riferimento, scalzando la Uil che, secondo gli stessi rappresentanti Usb, sta registrando un calo di
consensi. Ieri alla sede udinese dell’Inps si è tenuta l’assemblea dei lavoratori del pubblico impiego, cui
è intervenuto Ermanno Santoro, componente l’esecutivo nazionale del pubblico impiego, che ha
illustrato il programma per le prossime elezioni. «Cgil, Cisl e Uil sono state la cinghia di trasmissione
di decisioni prese dai governi – osserva Santoro –, che eseguono gli ordini degli organismi
internazionali e distruggono lo stato sociale. I servizi pubblici devono essere difesi e rimanere nel
perimetro della pubblica amministrazione, non in capo a quei settori che si stanno privatizzando».
Durante l’incontro, cui ha partecipato una cinquantina di dipendenti pubblici, si è parlato di Jobs Act,
delle nuove norme che cambiano la licenziabilità e riguarderanno le nuove assunzioni, dove lo statuto
dell’articolo 18 si mantiene per chi ha già un impiego ma non per chi si affaccia al mondo del lavoro.
Tra le criticità sollevate dai dipendenti – che lamentano stipendi fermi dal 2009 e retribuzioni crollate –
emerge soprattutto la preoccupazione di non riuscire a garantire i servizi territoriali alla cittadinanza, a
fronte di una politica sempre più orientata alla riduzione del personale.(g.z.)
Spav, nuovo stop. Concordato a rischio (M. Veneto Udine)
di Luana de Francisco MARTIGNACCO Nuova battuta d’arresto alle speranze di salvezza della “Spav
prefabbricati” di Martignacco e dell’ottantina dei suoi cassintegrati. Lunedì, il tribunale civile di Udine
ha deciso di convocare le parti per un’altra udienza di revoca del concordato preventivo. La seconda,
dopo quella scongiurata a fine gennaio, quando i giudici avevano autorizzato l’incasso dei 400 mila
euro per le spese di procedura, pur se a termini di scadenza ormai superati. A mettere a rischio la tenuta
del piano, questa volta, sono i dubbi sollevati dal commissario giudiziale sulla reale capacità
dell’azienda di soddisfare, con la vendita degli immobili, le pretese risarcitorie di una parte dei
creditori. Nella propria relazione, il commercialista Giuliano Bianco ha osservato come le valutazioni
immobiliari che i periti gli hanno consegnato siano più basse di quelle indicate nella proposta di piano
presentata dalla Spav. E questo, a suo parere, significa che anche la capienza che si prevede di mettere
a disposizione dei chirografari sarà ridotta al punto tale, da non riuscire a garantire la copertura di tutti i
debiti. Venute meno le condizioni che avevano consentito l’ammissione alla procedura del concordato,
quindi, il collegio (presidente Alessandra Bottan, a latere Lorenzo Massarelli e Andrea Zuliani) ha
stabilito una nuova udienza per la sua revoca. La data capestro è stata fissata al 5 marzo. Quel giorno
potrebbe diventare l’anticamera per la dichiarazione di fallimento, che il procuratore facente funzioni,
Raffaele Tito, aveva chiesto lo scorso luglio. I professionisti della Spav, tuttavia, non demordono.
Sapevano di muoversi su un terreno accidentato e stavano già predisponendo un’integrazione al
concordato. Una sorta di “paracadute”, all’interno del quale sono elencate le ulteriori fonti cui l’azienda
conta di attingere, per saldare la totalità dei propri debiti. «Pur ritenendo gli immobili sufficienti a
garantire quanto proposto (la sede della società di Martignacco e il capannone industriale di Villa
Santina, valutati in circa 9 milioni di euro, ndr) – spiega l’avvocato Emanuele Urso, al lavoro sul piano
con il commercialista Daniele Cattaruzzi –, confidiamo nella disponibilità di altri beni eventualmente
liquidabili. Qualora anche questo non dovesse bastare, la società intende assumersi l’obbligo di pagare
una certa percentuale a favore dei chirografari». Il documento integrativo sarà presentato all’adunata
dei creditori, fissata già per il 2 marzo. Tre giorni dopo, sarà il collegio giudicante a valutarlo, nel corso
della disussione che sarà aperta dalle eccezioni del commissario giudiziale. Poi, ancora una Camera di
consiglio e, entro la serata o nei giorni a seguire, il verdetto del tribunale.
Danni per un milione all’Oleificio ma il rogo non fermerà l’attività (M. Veneto Udine)
SAN GIORGIO DI NOGARO È ancora difficile quantificare con precisione i danni provocati
dall’incendio all’impianto di essiccazione dell’Oleificio San Giorgio, scoppiato nella notte tra lunedì e
martedì, ma secondo una prima stima si aggirerebbe attorno al milione di euro. Nonostante i danni la
produzione non si fermerà grazie al continuo arrivo di materia prima già trattata, ma addirittura
potrebbe non essere necessario ricorrere alla cassa integrazione per i 40 lavoratori dell’impianto, in
quanto l’azienda ricorrerà al recupero delle ore di straordinario, dei permessi e delle ferie, qualora ce ne
fosse bisogno durante l’intervento di ripristino dell’essiccatoio. Ieri, comunque, dopo il mantenimento
di un presidio notturno dei vigili del fuoco, per controllare eventuali criticità (vedi ripristino di focolai),
ulteriori verifiche sono state eseguite dal responsabile del comando di Udine, Valmore Venturini, che
nel pomeriggio ha dichiarato spento definitivamente l’incendio e proceduto al graduale svuotamento
del materiale dall’essiccatoio. Nel tardo pomeriggio di ieri è stato anche dato l’ok alla riapertura del
metano nell’impianto di essiccazione più piccolo che non è stato interessato dall’incendio proprio
grazie al tempestivo intervento e al coordinamento dell’opera di spegnimento e raffreddamento dei
vigili del fuoco. Oggi si effettuerà un ulteriore controllo alla struttura metallica, che non ha subito
crolli, per capire quali danni abbia subito a causa delle alte temperature. Almeno la parte superiore,
però, dovrà essere sostituita, come pure gli impianti. Intanto ieri si è saputo che al momento
dell’incendio l’impianto non era attivo, conteneva, però, la materia prima, i semi di soia. L’incendio, le
cui cause sono ancora al vaglio dei vigili del fuoco e dei carabinieri, sarebbe di natura accidentale.
Sempre ieri, si è tenuta la programmata riunione tra la direzione aziendale, il responsabile del personale
e Ingrid Peres della Fali-Cgil, in cui si è parlato di quanto accaduto «per avere rassicurazioni sulle
possibili ricadute sull’occupazione». «L’azienda - ha detto la Peres - ha spiegato che la normale attività
dello stabilimento non è ancora ripresa e che solo domani (oggi per chi legge) si potrà avere un quadro
definitivo dei danni. In merito all’eventuale utilizzo di ammortizzatori sociali, la proprietà ha ribadito
che per ora non è interessata in quanto recupererà ore di straordinario e permessi. Non vedo, dunque,
motivi per allarmarsi, anzi l’azienda, che nei suoi cinque anni di vita non ha avuto momenti sempre
facili, ha ribadito la propria intenzione di continuare a investire e a produrre nel sito sangiorgino». Oggi
è prevista un’assemblea con i lavoratori. Francesca Artico
Pronto soccorso al collasso. «In fila per un giorno intero» (Piccolo Trieste)
Nicola Delli Quadri, commissario straordinario di Azienda ospedaliero universitaria e Azienda sanitaria
non cerca alibi. Anzi,addirittura si scusa. «Lo devo a tutti quelli che hanno sofferto disagi, anche se
devo ringraziare tutto il personale». Le cifre parlano chiaro. «Lunedì abbiamo avuto 206 accoglienze e
martedi 236, oggi un’altra quarantina. «La crescita - spiega Delli Quadri - è dovuta a casi complessi e
all’aumento dei ricoveri da parte di medici di medicina generale. Vogliamo migliorare i trasporti interni
ed esterni; anticipare l’ora delle dimissioni, ora impossibili prima delle 13 o 14; percorsi brevi su
otorino, urologia, oculistica e altri. E poi l’ortopedica e i ricoveri diretti in geriatria. Stiamo anche
assumendo: arriveranno due medici in più alle medicine e 5 o 6 ausiliari».di Luca Saviano Un grande
crocevia, attraversato da un continuo viavai di ambulanze, con tanto di corsia preferenziale, «perché
capita sempre che te pasi davanti un amico de l’amico». Un incrocio regolato da un semaforo, la triage
di ingresso, un codice colore che serve a stabilire l’urgenza e la conseguente priorità di intervento.
Anche al Pronto soccorso di Cattinara, al pari di quanto avviene in qualsiasi altro crocicchio stradale, ci
si può imbattere in un ingorgo, in un forte intasamento che, nel caso del nosocomio triestino, coinvolge
diverse centinaia di ammalati ogni giorno. Chi ha avuto la sventura di doverci passare delle ore,
assicura che «conviene non ammalarsi, perchè si rischia di uscirne con un esaurimento nervoso». Le
attese lunghissime, la mancanza di informazioni e di quella minima assistenza logistica che potrebbe
contribuire ad alleviare l’attesa non sono degli sporadici inconvenienti. A sentire le persone che
stazionano nella sala d’attesa, infatti, questa è la fotografia quotidiana del Pronto soccorso di Cattinara.
Il signor Alfieri si avvicina per raccontarmi quello che definisce «un caso emblematico». È arrivato da
Turriaco il giorno prima, attorno alle 16, per accompagnare il figlio Alex, alle prese con dei dolori
lancinanti causati da gravi problemi alla schiena. «Ci siamo sentiti sequestrati – spiega concitato - .
Siamo qua da un giorno intero e non ho ancora ricevuto una risposta definitiva sulle condizioni di mio
figlio, che è stato visitato la prima volta appena alle 3.30 di notte. A ora di pranzo, esasperati, ci siamo
messi a urlare. Hanno fatto intervenire la Polizia, ma almeno è arrivato anche un neurochirurgo». Storie
di ordinaria follia, scriverebbe Charles Bukowski, sta di fatto che la tensione al terzo piano della piastra
dei servizi di Cattinara è palpabile. Le barelle sembrano contate e la zona dove stazionano i pazienti in
attesa di una visita sembra poco più di un’area di sosta autostradale. Di medici se ne vedono pochi,
sono tutti indaffarati all’interno dei cinque box, gli ambulatori dove vengono effettuate le visite ai
pazienti con le problematiche meno urgenti. Il viavai di infermieri e barellieri, invece, è continuo.
«Nisun bagola», sottolinea il signor Alfieri, ancora in attesa di ricevere notizie del figlio. Su questo
aspetto tutti i pazienti sembrano essere d’accordo. Tutto il personale si fa in quattro per fare al meglio il
proprio lavoro. «Mancano medici e infermieri», suggerisce Elena, arrivata sei ora prima a causa di un
infortunio sul lavoro. Probabilmente ho una frattura alla gamba, ma devono ancora farmi i raggi». Un
signore anziano è disteso su una barella, attaccato a un respiratore. I familiari non hanno voglia di
parlare, ma chiedono a un infermiere di spostare il proprio caro lontano dall’ingresso, da dove entra
uno spiffero d’aria fastidioso. La moglie si siede dopo aver coperto il marito con il proprio cappotto.
Nel frattempo arriva un prete. Una signora – gira voce – è deceduta da qualche minuto. Il parroco
chiede informazioni sulla defunta, vuole darle l’estrema unzione. A lui toccherà anche il compito di
provare a consolare i parenti, arrivati da poco a Cattinara. Franco non si è accorto di quanto è accaduto.
È arrivato in ospedale sedici ore prima, accompagnato dalle figlie, per dei dolori all’addome. «Mi
hanno già visitato quattro volte – racconta - . Una visita a ogni cambio turno. Mi hanno dato due
antidolorifici appena questa mattina, non ne potevo davvero più». Sono le due ragazze a essere le più
arrabbiate, mentre il padre sembra ormai rassegnato a un’attesa che non sembra avere fine. «Questa
notte nostro papà non ha chiuso occhio – sottolineano - , è rimasto seduto su questa sedia di legno tutto
il tempo. Neanche alla stazione dei treni…». Qualcuno prova a buttarla in ridere. È un codice verde
seduto su una sedia a rotelle: «Dovrebbero scrivere all’ingresso “Lasciate ogni speranza, voi
ch’entrate” – esclama ad alta voce - . Almeno uno si prepara». Il riflesso dei lampeggianti blu annuncia
l’ingresso di un’altra ambulanza. Arrivano di corsa degli infermieri, mentre alcuni pazienti in attesa
fanno gli scongiuri. Un nuovo codice giallo o rosso comporterebbe l’improvvisa ridefinizione delle
priorità di intervento.
Sette teatri nazionali, ma non c’è il Rossetti (Piccolo Trieste)
di Fabio Dorigo «Il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, fondato nel 1954 è uno dei più antichi
teatri Stabili nazionali» si legge sul sito del Rossetti. Il verbo va aggiornato al passato prossimo. Il
Rossetti è stato. I Teatri nazionali riconosciuti dal ministero sono sette come le meraviglie o i peccati
capitali: Roma, Napoli, Emilia Romagna (Bologna e Modena), Milano (Il Piccolo), Torino, Veneto
(Goldoni di Venezia con Padova e Verona). Dieci erano però le domande presentate al ministero.
Bocciati a sorpresa Genova, Palermo e Catania declassati a teatri di rilevante interesse culturale (Tric).
Come il Rossetti, che non ha neppure presentato la domanda. Trieste e il Friuli Venezia Giulia non ci
sono. Il progetto di aggregazione tra il Rossetti con il Css di Udine e l’Accademia Nico Pepe, sostenuto
dalla regione, è abortito alla partenza. «Se i teatri nazionali diventano sette o otto sarebbe un errore
essere rimasti fuori. Un'occasione persa. Ma se sono, come sembra il ministero voglia, tre o quattro
allora non sarebbe un problema» disse a novembre l’assessore regionale alla Cultura Gianni Torrenti.
«Se passa la Pergola di Firenze con Pontedera è uno scandalo» aggiunge poco dopo. «È chiaro che se il
numero dei teatri nazionali sarà pari alle dita di una mano o meno, sarà molto difficile. Ma si farà il
possibile» disse ad agosto il sindaco di Trieste Roberto Cosolini. I teatri nazionali sono sette e tra questi
c’è Firenze con Pontedera. Come volevasi dimostrare. Un’occasione perduta? Ivaldo Vernelli, direttore
tecnico a Verona ed ex direttore amministrativo de La Contrada, parlò allora di un’errore
imperdonabile, di un declassamento annunciato del Friuli Venezia Giulia. C’è poi il capitolo dei soldi
da decifrare. Ieri Napoli già esultava sulla stampa per il suo contributo Fus schizzato da 330 mila euro a
un milione e 200 mila. Il Rossetti, che dal Fus riceve ora un milione e che ha tre milioni di buco, è
preoccupato ora di dover scontare un taglio come Tric. «È un peccato. Sì, certo» ammette ora Torrenti.
«Magari ci bocciavano la domanda. Ma visto che c’è dentro il Veneto e c’è Firenze... Con sette teatri
nazionali. Forse quale ambizione in più si poteva averla» aggiunge pentito l’assessore regionale. «Viste
le bocciature autorevoli non la vedo come un’occasione persa. Il problema è quello che è diventato il
Rossetti negli ultimi cinque anni che non consentiva purtroppo di correre in quella fascia. Lo dico con
rammarico» aggiunge Cosolini nella giornata della nomina del sovrintendente del Verdi. «L’unica
speranza è che le assegnazione che verranno fatte il 4 marzo per i Tric non siano troppo penalizzanti spiega Vernelli -. Resta un errore di principio, di immagine e probabilmente economico. Basta vedere
le reazioni di chi è rimasto escluso (Genova e Catania hanno già annunicato ricordo, ndr). L’errore di
Trieste è quello di non aver giocato sulla vocazione internazionale. Non capisco perché ci hanno
rinunciato in partenza». Mastica amaro Alberto Bevilacqua, presidente del Css di Udine e partner
mancato del Rossetti in attesa di una risposta al progetto di Tric: «Abbiamo perso un’occasione storica
che non è detto si ripeterà». Nessun rimpianto, invece, da parte di Franco Però, direttore del Rossetti,
perennemente avversativo. Esserci o non esserci non è un problema. «Non vedo il motivo. È rimasto
fuori Genova. Non c’era alcuna possibilità per noi» spiega il direttore regista che boccia
preventivamente la nuova riforma: «Firenze che va con Pontedera. Mi sembra una cosa da ridere Più
che le luci sono prevalse le ombre» Amen. E l’ultimo spenga...
Cgil, 15mila al voto per il rinnovo delle Rsu (Piccolo Trieste)
Sono circa 15mila i lavoratori del settore pubblico di Trieste chiamati al voto, il 3, 4 e 5 marzo, per il
rinnovo delle cariche delle Rsu, le rappresentative sindacali interne. Saranno circa mezzo migliaio gli
eletti e, vista la fase di estrema difficoltà anche nel settore pubblico, che riguarda gli enti locali, la
sanità e le scuole, l'appello al voto è forte. «Il voto – ha detto ieri il segretario provinciale della Cgil,
Adriano Sincovich - cade in una fase di particolare complessità, anche perché assistiamo a continue
accuse di inefficienza, rivolte ai lavoratori delle pubbliche amministrazioni, che reputiamo ingiuste e
che nascondono l'incapacità di operare un reale riordino del settore da parte di chi ci governa. «La
scelta nel voto – ha aggiunto - avrà grande rilievo, perché e' un fondamentale momento per la vita
democratica del Paese e noi abbiamo precisi programmi da presentare». Anna Busi, della Cgil scuola,
ha ricordato che «il personale coinvolto nel mondo della scuola a Trieste è di circa 2500 persone, con la
grande novità di quest'anno, che prevede il diritto al voto esteso ai precari. «Altri 700 votanti operano
all'Università, 400 nel settore della ricerca e 100 nei conservatori. Sarà importante la partecipazione –
ha aggiunto - perché e' in atto la riforma della scuola. Nell'ultima consultazione, tre anni fa – ha
sottolineato - arrivammo all'85 per cento di partecipazione, dato che vorremmo ripetere». Rossana
Giacaz, del settore sanità, ha spiegato che «il grande sforzo sarà quello di chi sarà eletto, perché il
lavoro sarà duro e difficile, ma l'impegno è costante e la Cgil sarà presente nella tutela dei posti di
lavoro e dei diritti. Dal 2009 siamo senza contratto». Ugo Salvini
La crisi nell’Isontino, monitoraggio costante (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Un tavolo di confronto permanente con la Regione per mettere a punto strumenti mirati a sostegno del
lavoro e del rilancio dell'economia, in una delle aree del Friuli Venezia Giulia che sta subendo
maggiormente le conseguenze della crisi, quella dell'Isontino. La decisione è stata confermata
dall'assessore regionale al Lavoro, Loredana Panariti, al termine dell'incontro che si è svolto ieri nella
sede della Regione e Gorizia con i rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati e delle categorie
economiche. Alla riunione erano presenti il presidente della Provincia Enrico Gherghetta, con
l'assessore alle Politiche del lavoro Ilaria Cecot, e il consigliere regionale Alessio Gratton, presidente
della Commissione Industria commercio e artigianato. «È stata una riunione importante - ha detto al
termine l'assessore Panariti - che ha permesso di ascoltare e approfondire il tema dell'emergenza lavoro,
che nell'Isontino è particolarmente grave, e nello stesso tempo quello di come rafforzare la
competitività e l'attrattività del territorio. Ciò che ha caratterizzato sin dall'inizio questa
amministrazione regionale è infatti l'integrazione degli strumenti destinati al lavoro e alla formazione
con quelli a sostegno delle attività produttive». L'assessore Panariti ha anche insistito sulla necessità di
«promuovere un Patto territoriale fra tutti i soggetti, dalle istituzioni alle parti sociali e alle associazioni
dei datori di lavoro. Il rilancio dell'Isontino - ha detto - passa infatti attraverso la capacità di
massimizzare le sinergie fra i diversi attori. È una strada obbligata: se vogliamo davvero accrescere la
competitività e l'attrattività di questo territorio dobbiamo evitare il ripetersi della logica del mordi e
fuggi». L'assessore ha passato in rassegna l'ampia gamma di strumenti che la Regione ha affinato in
questi anni per affrontare la crisi occupazionale e per aggiornare le politiche del lavoro, puntando su un
incremento dell'efficienza dei servizi per l'impiego e su una definizione puntuale dei fabbisogni delle
imprese e delle competenze di chi cerca un'occupazione, in modo da mettere a punto percorsi di
inserimento individuali nel mercato del lavoro. Sul versante delle attività produttive, la presenza alla
riunione dei responsabili della direzione regionale ha consentito di approfondire la nuova legge
Rilancimpresa, che prevede fra l'altro la definizione di specifiche «aree di crisi diffusa», che sono state
concepite proprio per costruire risposte specifiche e mirate per territori con problemi particolari come
l'Isontino.
In 4 anni raddoppiate le richieste d’aiuto (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
di Francesco Fain Goriziani sempre più poveri. In quattro anni le richieste d’aiuto sono raddoppiate. Ad
evidenziarlo il Comune di Gorizia, gli enti caritatevoli e tutte quelle realtà che forniscono pasti e
sussidi a chi è più in difficoltà. Oggi puntiamo i riflettori sull’importante attività caritativa svolta dalla
Chiesa di Gorizia. Il supermercato dei poveri Partiamo dall’Emporio della solidarietà, quello che
abbiamo chiamato “supermercato dei poveri”. Oggi sono attive 460 tessere e si può calcolare una
media di tre persone per tessere. Gli utenti che si rivolgono all’Emporio sono uomini nel 60% dei casi.
Il 56,5% dei possessori di tessera è rappresentato da cittadini italiani mentre il restante 43,5% dagli
stranieri così suddivisi: Europa dell’Est 23%, Africa 16,5%, Asia 3% e Sudamerica 1%. L’etnia più
presente è quella kossovara con 46 tessere familiari, seguita da quella marocchina (33 tessere) e dalla
bosnica (28 tessere). I nuclei familiari composti da almeno quattro persone sono il 33% del totale, le
famiglie di due o tre persone il 37%, i single il 30%. L’Emporio ha sede in via Faiti 15/b ed è aperto
quattro giorni alla settimana. Ma qual è l’iter da seguire? I soggetti in difficoltà, anche temporanea,
possono rivolgersi al “Centro di ascolto” dove viene compilata la scheda di richiesta-credito per
alimenti. Avuto parere positivo dalla commissione di valutazione, viene rilasciata una tessera personale
e nominativa sulla quale, con il sistema del codice a barre, vengono caricati mensilmente i punti a
scalare che permettono gli acquisti all’Emporio. La tessera ha validità limitata fino a tre mesi ma, nel
caso del protrarsi di una situazione di difficoltà economica, è possibile richiedere il rinnovo. Si possono
trovare pasta, riso, olio, farina, latte, biscotti ma anche alimenti per neonati e prodotti per l’igiene della
persona e per la pulizia della casa. Dormitorio e Centri d’ascolto Il dormitorio Faidutti, dal 2007, ha
accolto circa 100 persone l’anno, «di cui - si legge in una nota - 80 richiedenti-asilo senza alcuna
convenzione a carico della Diocesi». Insomma, senza i 35 euro che lo Stato stanzia giornalmente per
l’accoglienza di ogni migrante. Importanti anche i dati dei Centri di ascolto che testimoniamo come la
morsa della crisi ancora non si è allentata e sta presentando il conto, giorno dopo giorno. «Restando a
Gorizia, il Centro d’ascolto di San Rocco - fa sapere la Diocesi - ha seguito nel corso dell’anno un
totale di 30 persone: più italiani che stranieri. Quello della parrocchia del Sacro Cuore segue
abitualmente 24 persone (anche qui gli italiani sono più numerosi) mentre al centro di Lucinico si sono
rivolte 37 persone». Famiglie in salita L’intenzione dell’Arcidiocesi è di rilanciare anche il fondo
straordinario “Famiglie in salita”: uno strumento che ha sostenuto con voucher, tirocini formativi e
borse-lavoro 65 persone, di cui 44 uomini e 21 donne. Di queste persone 41 sono italiane e 24 straniere.
L’età media va dai 40 ai 50 anni. La commissione istituita per deliberare gli inserimenti lavorativi ha
approvato un sostegno ad altre 27 persone di cui si sta ancora cercando un luogo di lavoro. Di queste 17
sono uomini e 10 donne, 20 italiani e 7 stranieri. «Come per le persone già inserite nel lavoro la classe
di età media è tra i 40 e i 50 anni - ha spiegato di recente l’arcivescovo Redaelli -. Come si può ben
vedere, la crisi economica ha “creato” una nuova categoria di poveri: gli over 40 che hanno perso il
lavoro e fanno difficoltà a ricollocarsi».
A2A e inquinamento, nuove analisi (Piccolo Gorizia-Monfalcone)
Il sindaco di Monfalcone, Silvia Altran, ha incontrato le rappresentanze dei comitati di rione
nell'ambito del Tavolo tecnico ambientale che riunisce Comune, Arpa, Azienda sanitaria, Regione e
Provincia e A2A per valutare le ricadute della presenza della centrale termoelettrica. E ha
immediatamente accolto l'appello dei quartieri sul proseguimento delle analisi sulla salute del territorio,
senza venire influenzati da limiti economici, assicurando la continua vigilanza del Comune. Il sindaco
ha ricordato che «il Comune rappresenta la principale autorità locale in materia di salute: qualora gli
organi tecnici (Arpa e Ass) segnalino condizioni di rischio per l'ambiente, è il Sindaco che deve
intervenire emettendo ordinanze di carattere sanitario». Da parte dell’Azienda sanitaria è stata fatta
presente la creazione di un Osservatorio regionale epidemiologico per la realizzazione di un’attività di
rilevazione epidemiologica. Le indagini sono in corso e Monfalcone è stato indicato come il primo
comune sul quale indagare. I primi risultati dovrebbero essere disponibili a fine aprile. La professoressa
Sabrina Cauci, consulente per conto dei rioni, si è soffermata sulle due attività di indagine svolte nel
corso del 2014. In merito allo studio sui licheni, pur apprezzandone la significatività scientifica e la
trasparenza, ha fatto notare il numero ridotto di campioni esaminati. Per lo studio di Arpa sono state
mosse diverse osservazioni, chiedendo che venga fornito un numero maggiore di dati, chiedendo
inoltre un’ulteriore indagine con i licheni da eseguire nella primavera 2015 e l'acquisto di nuove
attrezzature per la misurazione di PM10, PM2.5 e PM0.1, e proponendo anche l'istituzionale di un
gruppo multidisciplinare per esaminare tutta la materia. Arpa Gorizia ha rinviato una risposta più
esauriente a tutte le domande a un prossimo incontro organizzato dall'assessorato regionale
all'Ambiente, sottolineando comunque l’attenzione dimostrata nei confronti del territorio
monfalconese. Il professor Mauro Tretiach dell’Università di Trieste ha ricordato che il limite
dell’indagine dei licheni derivava dall'utilizzo di licheni autoctoni, quindi legato alla scarsità delle
specie. Successivi campionamenti potrebbero quindi essere fatti in aree specifiche, ma la scelta non
poteva essere fatta a priori, era necessaria una verifica propedeutica. La Direzione regionale ambiente
ha assicurato comunque che la tematica e i quesiti proposti nel documento presentato dai rioni saranno
senz’altro oggetto di approfondimento. A2A ha poi evidenziato che sono in corso altri due studi: il
primo è stato imposto in sede di rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale e fortemente voluto
dall’amministrazione comunale, e prevede un’indagine analitica molto complessa a camino ed in
ricaduta su sei punti di misura. Condotto dal CNR, prevede quattro campagne di rilevamento: due
prima del completamento dei deNOx e due dopo la realizzazione di detti impianti. Le campagne di
analisi sui microinquinanti vengono svolte con la medesima periodicità: una nel periodo estivo (la
prima si è svolta nell’estate 2014) ed una in quello invernale. I dati consentiranno quindi il raffronto
prima e dopo l’installazione dei deNOx. Il secondo è invece uno studio modellistico sull’andamento
delle ricadute. A chiudere gli interventi è stato Paolo Plossi, consulente del Comune, che ha messo in
rilievo l'alto livello qualitativo delle attività svolte, grazie al coinvolgimento di tecnici (Cnr per le
analisi delle emissioni e ricadute, Arianet per la modellistica delle ricadute, Tretiach per l'indagine di
bioaccumulo su licheni) che rappresentano alcuni tra i migliori a livello nazionale.
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RASSEGNA STAMPA CGIL FVG – giovedì 26 febbraio 2015 Indice