1° Giornata di Ittiologia e Gestione Ittiofaunistica
La pesca come risorsa dello sviluppo rurale
Signor Presidente, signori e signore convenuti, il tema
di cui parlerò tratta di quale contributo la pesca possa
dare allo sviluppo delle aree rurali.
E' mia opinione che, prima di addentrarci in questo
argomento, si debba metterci d'accordo su cosa noi
intendiamo per spazio rurale. Il nostro è un paese nel
quale la storia ha disegnato il paesaggio e le attività,
non c'è niente di naturale nella nostra Toscana.
Dr. Pierluigi Brunetti, Regione Toscana
Dal tempo degli Etruschi ad oggi il terreno è stato tutto
interessato da attività antropiche, c'è stata una gestione
più o meno bene effettuata, ma comunque il risultato
che noi abbiamo è il risultato di una profonda
interazione delle attività umane con il paesaggio
naturale. Quindi fondamentalmente noi dobbiamo
continuare questa opera di gestione tenendo conto di
quelli che sono i panorami culturali nuovi, che ci si
aprono davanti, e le realtà contingenti che abbiamo. E
non c'e dubbio che in questi ultimi anni un fatto di
grande rilievo ha interessato il nostro paese e la nostra
Regione, vale a dire noi abbiamo avuto i concetti di
fondo della cultura urbana trasferiti in modo totalizzante
nei confronti del resto del territorio, al di fuori delle
città.
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Dr. Pierluigi Brunetti, Regione Toscana: La pesca come risorsa dello sviluppo rurale
In parole povere noi abbiamo vissuto una specie di colonizzazione degli spazi rurali da parte
dello strapotere della cultura urbana, con l'affermarsi di modelli che abbiamo trasferito, con
conseguenze importanti, alla campagna. La cultura urbana, che non ha dirette esperienze delle
cose della campagna, ma ne è in qualche maniera affascinata e presa, propone dei modelli che
sono modelli del tipo estetizzante e contemplativo della natura. Allora ne viene fuori una
situazione complessa, nella quale da una parte si tende giustamente a conservare tutelare e
proteggere, ma dall'altra parte si può bloccare e impedire lo sviluppo delle aree rurali.
Quando nel cinquecento si parlava dei viaggi, delle realtà che si incontravano, non se ne
parlava in termini estetici, ma in termini di funzione. Si ricordavano i paesi perché li c'era il ferro
battuto, perché là si lavorava bene il cuoio, perché c'erano dei prodotti agricoli di particolare e
significativa importanza, perché da un'altra parte c'erano degli osti che accoglievano volentieri,
dall'altra perché c'erano dei malandrini da cui ci si doveva difendere. Ecco, in questo tipo di
territorio esisteva il paese, non c'era posto per gli aspetti estetici, prevaleva una considerazione
potremmo dire antropologica ed economica .
Allora noi dobbiamo, alla luce delle sensibilità odierne, tornare a ragionare in questi termini e
occorre che sia lasciata agli spazi rurali una dimensione nella quale muoversi ed operare,
attribuendo ai suoi cittadini quello che noi possiamo chiamare un "credito" di buonafede, che
spesso e volentieri il criterio della difesa e della tutela fa venir meno. Per cui se io penso che
qualcosa si deve sviluppare nella Valtiberina, nel Casentino, sono comunità locali che me lo
dicono, me lo chiedono. Poi io troverò il modo mediante il quale, in un quadro di governo
complessivo del territorio, si combinano le giuste esigenze locali con quelle che sono le istanze
generali. Fatto questo tipo di premessa e stabilito che il nostro concetto di spazio rurale
corrisponde esattamente a quello che la carta europea della ruralità ci dice, noi possiamo
passare a fare alcune altre considerazioni.
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Quando si pensa allo sviluppo rurale qualche volta siamo tentati di fare una riflessione che potremmo chiamare economica, che non deve
però scadere in una concezione economicistica, quindi limitativa di quelle che sono le propensioni, le pulsioni, le volontà. Perché, vedete
la pesca è una cosa che, oggi come oggi, si collega al viaggio, allo spostamento, il pescatore è uno che va, non esiste più soltanto una
pesca di chi, vivendo sulle sponde di un fiume va su quel corpo idrico e basta. La gente si muove, cerca nuove esperienze, fa quello che
noi possiamo chiamare del turismo comunque culturale, e che cos'è il turismo? Il turismo è un'esperienza che si può raccontare, chi va in
luoghi esotici e nuovi porta con se non soltanto il momento della vacanza, la vacatio, la liberazione dall'esperienza del quotidiano, ma una
cosa che trasmette in qualche maniera agli altri, che in qualche modo lo nobilita e lo fa degno d'attenzione.
Allora è abbastanza chiaro che se il turismo, se il modo di andare in giro è una cosa che si può raccontare, noi dobbiamo offrire a quelli
che sono i nostri potenziali visitatori delle cose che si possono raccontare e queste cose che si possono raccontare non stanno nel
mirabolante e nello straordinario, ma stanno nel recuperare quei valori che si diceva prima, propri del paese del cinquecento e degli anni
successivi.
Noi vorremmo che coloro che frequentano gli spazi rurali non fossero in qualche maniera vittime di un senso unico, il nobile senso della
vista, ma si arricchissero in qualche modo di ciò che altri sensi consentono di acquisire: il tatto, l'olfatto, il gusto. Sensi sicuramente meno
nobili, che ci preparano alle valutazioni estetiche, ma certamente più concreti e che si fissano fortemente nella memoria.
E allora vediamo un po' come si applica tale approccio al campo della pesca sportiva, partendo dal considerare la figura del pescatore.
Figura che ha almeno tre grossi filoni di definizione. Uno è quello del pescatore sportivo, agonistico, colui che gareggia, e questo
evidentemente richiede degli spazi e un'organizzazione dell'offerta di tipo particolare, che sia finalizzata ai suoi obbiettivi. Poi c'è il
pescatore che va in giro alla ricerca di semplice svago. Infine c'è il pescatore specialista, che va in giro alla ricerca di emozioni che stanno
racchiuse nel disegno della pesca. Pensiamo a quanti dei nostri dicono, "ma noi andiamo in Slovenia, noi andiamo in Scozia, noi andiamo
..", e poi risulta che spendono in Slovenia 90 marchi al giorno per andare a pescare. Io sono fermamente convito che con 90 marchi al
giorno, anzi con meno della metà, in una realtà come la nostra italiana, saremmo in grado di organizzare delle offerte non molto distanti da
quelle Slovene. D'altra parte nessuno è profeta in patria e spesso le idee sviluppate da noi hanno delle difficoltà a svilupparsi e a trovare
consensi. Ebbene questo tipo di pescatore che va in cerca di una qualche sensazione, che stia un po' più in la del semplice rapporto con
l'acqua e con la fauna ittica, è un cittadino, uno che ha delle pulsioni normali e naturali.
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Tocca a noi pensare di introdurlo in un paesaggio che sia sostanzialmente un paesaggio vivo, da cui ritrarne quel quadro complessivo di
sensazioni e di gratificazioni che si diceva prima, che stanno in un sapiente esercizio di sensi. Noi abbiamo in Toscana una massa
indifferenziata di soggetti, abbiamo circa 70 mila pescatori con la licenza, abbiamo i ragazzini che fino a 12 anni pescano senza licenza, qualche
volta qualcuno che pesca per conto suo, per specifica ed individuale gratificazione, e altri soggetti che amano unire alla pesca il senso della
gita, della partecipazione complessiva della comitiva degli amici, oltre che della famiglia. Ci siamo anche permessi di fare qualche piccolo
conto, quanto movimento di denaro, quanta ricchezza esprimono in termine monetario 70 mila pescatori? Siamo arrivati a fare dei conti
complessivi che qui non analizzo, ma che grosso modo ci portano ad una cifra superiore ai 300 miliardi di lire. Questi 300 miliardi sono fatti di
tante cose, attivano tanti processi, dalle attività di produzione della buffetteria alle attrezzature, fino alle attività di produzione di pesci per il
popolamento. E' una somma tutto sommato ingente, perché se noi pensiamo che il prodotto complessivo dell'agricoltura in Toscana è una
cosa che sta intorno ai 3000 miliardi, l'idea che un 10% sia mossa dalla pesca, non è poi una faccenduola da buttare via. Se poi pensiamo che
queste risorse vanno a finire spesso e volentieri in quelle aree che l'Assessore Vasai definiva marginali e che noi diciamo deboli,
sostanzialmente allora noi scopriamo che c'è una questione che interessa ancora di più, perché c'è una finalizzazione specifica al
mantenimento di valori e risorse non esigue.
In questa regione che è la Toscana, dove c'è tanto osso e una polpa limitata per quanto attiene agli aspetti produttivi dell'agricoltura, noi
abbiamo una quantità di situazioni che sono produttivamente interessanti, perchè portano in se la cultura, la storia, l'immagine, la qualità, la
tipicità. Sono cose da raccontare, che però stanno male sul mercato perchè in un mercato globale sono perdenti, e possono realizzare un
valore aggiunto e rimanere sul mercato solo se riusciamo a sottrarle al quadro generale. Io credo che il prosciutto del Casentino abbia difficoltà
a stare su un libero mercato internazionale dei salumi, ma ha una sua specifica qualità e vocazione a stare in un determinato luogo, così come
un'altra quantità di produzioni, che si caratterizzano per una loro implementazione fatta di qualcosa che va oltre il prodotto come tale, che è
qualcosa di più di quello che si misura e si pesa.
Questo significa anche dare un forte contributo perchè le comunità locali continuino a mantenere in piedi questo tipo di tradizione. Noi siamo
pieni in Toscana di queste realtà, che possiamo offrire, fra i tanti, anche al popolo dei pescatori, che andando in giro possono trovare qualcosa
di più di quello che è la semplice azione della pesca. Quindi questa possibilità sostanzialmente c'è, cosa bisogna fare però perché si
concretizzi? Voi vedete che le rive dei nostri fiumi sono sempre meno frequentate; io mi ricordo che anni fa si potevano vedere famiglie, gruppi,
persone che si spostavano sulle rive, ma le rive erano naturalmente mantenute, per un'infinità di ragioni.
Storicamente lungo il fiume si facevano delle cose che garantivano un certo tipo di accessibilità. Poi sono emerse questioni complesse che
hanno portato alle limitazioni di accesso alle rive da parte dei proprietari dei terreni, una specie di legittima difesa contro invasioni, che una
volta erano non percettibili perché si andava a piedi, ma che con l'avvento della motorizzazione di massa sono diventate fortemente percettibili.
Voi sapete che, sotto gli aspetti del diritto civile, mentre è consentito al cacciatore, in virtù della licenza di caccia, il diritto di inseguimento e
quindi il transito nei terreni privati, al pescatore no; teoricamente potremmo avere tutte le sponde dell'Arno vietate all'accesso, per cui uno per
venire in Casentino a pescare dovrebbe entrare lungo le sponde dell'Arno a Pisa e rifarsi tutto il corso del fiume e arrivare con comodo da
queste parti. Questo è uno dei problemi complessi che deve essere preso in considerazione.
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L'altro problema complesso è quello della sicurezza. Nella rinomata città di Firenze, alle Cascine, dove l'anno scorso si sono tenuti i giochi
mondiali della pesca, la manifestazione più importante dell'annata per numero di partecipanti dopo le olimpiadi… beh insomma io dico che
se qualcuno va a pescare la sera tardi (perché pesca l'anguilla di notte) e si trova da solo, potrebbe anche incontrare qualcuno che gli ruba il
portafoglio.
Ci sono dei problemi complessi, cose che hanno fatto sì che un'infinità di utenti abbiano scelto i 'laghetti', che offrono un minimo di servizio
ed organizzazione, rispetto alle acque pubbliche. Io credo che possiamo pensare di rimettere insieme un'offerta non concorrenziale, non per
distruggere i laghetti, ma per rendere più varia la possibilità d'interlocuzione del cittadino pescatore con le acque, e per fare questo chi
impegniamo? La Pubblica amministrazione in un'azione sostanzialmente d'impresa?
In realtà noi abbiamo di fronte due interlocutori e l'occasione di oggi è un altro elemento che lo dimostra. Il primo soggetto interlocutore
importante sono i pescatori, le loro associazioni e anche coloro che attorno a tali associazioni operano. Penso al mondo dell'ambientalismo
non settario, al mondo agricolo. Perciò l'idea che la gestione delle acque possa essere realizzata attraverso una seria di articolazioni
complesse, che vedano una iniziativa d'impresa delle realtà locali, attraverso un rapporto con il mondo associativo e con un mondo
imprenditoriale, che noi possiamo definire operante nell'ambito del no - profit, è possibile.
Non vedo perché in effetti, cito per esempio il Casentino o Montedoglio, non ci possano essere situazioni specifiche che, accanto ad una
produzione di valori culturali, non realizzino anche una crescita di valori economici. Se noi attraverso la pesca potremo trovare, non
occasionali condizioni di occupazione, un numero di posti di lavoro che possiamo verificare, credo che potremo fare un grande passo in
avanti, avremo reso un grande servizio a chi ama la pesca e a chi ama tutelare questo patrimonio delle acque. Tutto ciò che non si usa
compiutamente poi va a finire che si abbandona al disuso, cade nei confronti di questo tipo di risorsa l'interesse e l'attenzione.
Andare a pescare non e' soltanto uno svago, è un modo per mettersi in contatto con realtà storiche importanti, perché nel nostro paese
anche l'acqua è storia. Si tratta soprattutto di creare una forte attenzione della società civile nei confronti di un bene, l'acqua, che sta
diventando sempre più prezioso.
Aggiungo che nella nostra storia recente noi leggiamo l'acqua attraverso i media con una connotazione negativa, correlata alle parole
inquinamento e alluvione, non si parla dell'acqua sotto gli aspetti positivi e preziosi. Se la nostra regione è diventata quello che è oggi, penso
allo sviluppo straordinario nel Rinascimento, tutto questo è dovuto anche all'acqua e se abbiamo il Duomo a Firenze lo dobbiamo anche
all'Arno del Casentino e al legname che esso trasportava.
Questo credo sia il messaggio che possiamo mandare e anche la posizione della Regione Toscana, nella persona dell'assessore Barbini, con
il quale ho collaborato nella stesura di questo mio intervento in accordo anche con l'Amministrazione Provinciale.
Grazie.
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