I QUADERNI DI “IDEA SPIRITUALISTA” QUADERNO SESTO “CRISTO E LA SUA VITA” “Tu sei il cristo, il figlio di dio vivo!” Non fare il male anche se conviene è da uomo, fare il bene anche se danneggia è da Dio. (Seneca) “TU SEI IL CRISTO, IL FIGLIO DI DIO VIVO!” Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Quante volte nei secoli questo grido dell’umano riconoscimento echeggiò! Cristo, cioè l’Unto del Signore, l’adottato da Dio, il diletto Figliolo in cui Dio si compiacque. Questo grido esprime e contiene tutto quanto il cuore umano ha di più alto, di più umile e di più puro come anelito e come idealità : il CRISTO! L’Umanità può anche aver trascinato nel fango la sua veste regale, può anche aver deviato tutte le sue vie, Ma basta a redimerla, a glorificarla, a riportarla al suo ciclo l’inconscia e pur potente aspirazione che, quasi istinto caratteristico dell’uomo, fa che Essa possa concepire il Cristo come salvezza divina realizzata ed attuata con mezzi umani. L’uomo, da sempre guardò a Cristo e per guardarvi dovette scrutare nel suo stesso cuore, perchè Cristo, riparatore di tutti gli umani errori, non può che essere un uomo. Si può superlativamente soffrire pur innocenti e innocenti espiare per i colpevoli; si può dare lietamente la vita per salvare l’altrui; si può anche fare il prodigio di consapevolmente dedicarsi a questo compito senza illusioni e senza speranze, ben certi della naturale ingratitudine umana; e, non pertanto non deflettere, non lasciarsi scoraggiare, bensì camminare con gli occhi aperti, con gli occhi aperti verso il sacrificio supremo, amando e beneficando. Tutto ciò l’Umanità lo intese come prerogativa cristica, lo riconobbe e lo proclamò in ogni uomo che obbedisce a questi impulsi e si comporta secondo questa prassi. Così l’Umanità si tramandò nei secoli, con i lineamenti morali del Cristo, l’attesa dello stesso, la speranza, l’anelito che di volta in volta sempre più e meglio tracciava i compiti del Messia delle genti. Gli ideali umani, naturalmente evolvendosi con l’evoluzione naturale dei bisogni e delle situazioni, collocarono l’ideale messianico sempre più in alto sulla scala dei valori di redenzione sempre più difficile nella possibilità di attuarla. La figura del Cristo, del Messia, si spostò sempre più dai valori formali a quelli spirituali. Dapprima il Messia fu grande cacciatore, fu Nembrod ed Ercole distruttori dei mostri, risanatori delle regioni insidiate, coloro che, forti, posero la loro forza al servizio dei fratelli e non pretesero, di essa forza, farsene strumento di oppressione; poi, grado a grado, furono istruttori, maestri,legislatori, educatori dei popoli e degli individui; infine, eroi generosi ed arditi, liberanti con la loro immolazione i loro popoli, riscattanti con il loro sacrificio la loro Nazione. Questi eroi, questi legislatori, questi maestri sempre più incarnarono il puro tipo dell’umano; evoluti e liberi di passione egoistica, non con questo si disinteressarono dei loro fratelli, ma posero al servizio dell’umanità proprio quelle forze e quelle capacità, che sarebbe stato ovvio usassero per se stessi o non le usassero affatto. Furono riconosciuti e chiamati dai popoli riconoscenti per i benefici ricevuti: “Cristo, Figlio di Dio vivo” Prometeo e Orfeo, Bacco e Manù, Visnù e Gotamo Buddha, e infine ultimo della serie e primo in grandezza Gesù. Gesù di Nazareth, il Figlio di Maria, il nato dallo Spirito Santo. 2 Gotamo Buddha, cinquecento anni prima dell’incarnazione di Gesù ne ha evidentemente una visione se una delle sue ultime profezie dice così: “.....or verrà un tempo , o monaci, che un nuovo Buddha (Illuminato) sorgerà, sarà chiamato “Maitreya” (il Benevolo), un santo dotato di sapienza nella condotta, che conoscerà l’universo; un incomparabile Guidatore degli uomini che sono domati dal desiderio, un maestro di angeli e di mortali, un Buddha benedetto. Tutto quello che avrà conosciuto per le sue cognizioni supreme, farà noto a questo universo con i suoi angeli, demoni ed arcangeli; alla razza dei filosofi e dei bramini principi dei popoli, Egli predicherà la sua religione gloriosa nell’origine, gloriosa nello svolgimento, gloriosa nelle fine, gloriosa nello spirito e nella lettera. Egli proclamerà una vita religiosa interamente perfetta e perfettamente pura”. Queste parole del Buddha hanno, nel tempo, un’unica rispondenza e questa rispondenza è Gesù di Nazareth! Assai più di tutte le profezie del Vecchio Testamento, noi vediamo aderire alla figura e all’opera di Gesù queste antiche parole che l’illuminato morente legava, quale testamento supremo, ai suoi monaci e forse a fondamento della scuola essenica del medio oriente. Infatti (ci sia permessa una digressione), noi riteniamo che la scuola o setta iniziatica essena, sia di origine IndoAriana e di formazione buddhista. L’insegnamento buddico, come tutti insegnamenti universali, ha e aveva il potere non di mimetizzarsi come oggi si direbbe, ma di affarsi alle anime, alla mente ed al costume delle singole popolazioni. Al seguito degli eserciti di Alessandro il Macedone, penetrarono nel medio oriente prima e in europa poi, le concezioni vediche e buddiche, e, con esse,si formarono e fiorirono scuole filosofiche e mistiche atte a preparare le anime degli uomini ad una conoscenza più sottile, per essere in grado di non confondere più oltre il vero Messia universale con i vari eroi e semidei eponimi; queste scuole fecero comprendere che il vero Messia non può che avere un carattere universale,non può che venire per tutti gli uomini e per tutti i popoli e non per gli uni contro gli altri; quindi, anche il suo insegnamento non potrà che avere carattere universale, rivolgentesi pertanto alla ragione universale dell’umanità, che è una in se stessa sempre, ancorchè l’arbitrio crei artificiose separazioni. Ciò ben comprendeva il Gotamo Buddha e, in questa comprensione fu luminosa fede la profezia da noi riportata. Così il grande di Samo, l’immortale Pitagora, si adoperò, dal canto suo a preparare alla conoscenza le anime e, certamente, pur se estrasse dalla conoscenza buddista gli elementi più alti e spirituali del suo insegnamento. Il Cristo, il Figlio del Dio vivente, prima di trovare in Gesù la sua espressione umana, parlò, quale soffio animatore, alle anime più illuminate, alle menti più disposte e mature. Quando Pietro proclamerà in uno slancio di fede e di amore la cristicità di Gesù, egli non farà che dare una voce all’istintivo sentimento che è nell’aria e che , con quel grido, prende forma e realtà. il primato di Pietro, forse, consiste proprio in questo, di aver dato lui a Gesù il suo secondo battesimo; il battesimo che lo farà Re, come quello del Battista che lo ha fatto uomo e l’annunciazione angelica lo proclamò Dio. (Chiudiamo qui la nostra digressione per continuare il nostro lavoro). Abbiamo visto nel precedente quaderno come, a nostro avviso, avvenne la nascita veramente verginea di Gesù e non ci si venga a dire che in tal modo 3 noi sosteniamo l’eresia monofisita (cioè una sola natura). Non solo per noi, ma per la scienza degna di questo nome, Gesù è (malgrado la sua nascita straordinaria) un vero uomo composto di vera carne e vero sangue, di umana materia, tratta ugualmente dalla madre e dal padre, sia pure in una maniera inusitata. Sostenere che egli non sia stato un vero corpo vivente, equivarrebbe a sostenere che la prima cellula di materia organica nata dai colloidi primordiali, non fosse materia. Nessuna eresia quindi, da parte nostra, ma coerente ricerca di verità che non cessa di esser tale se pur si presenti in forma un po’ diversa dalla tradizionale. Sarebbe la stessa cosa di voler sostenere che, ad esempio, il numero tre, scritto in caratteri Arabi, non sia lo stesso numero tre scritto in caratteri romani. Che la carne immolata sulla croce si sia formata in nove mesi di elaborazione nel seno di Maria o che sia stata suscitata in un flusso creatore della stessa forza che creò l’Universo, nulla cambia, nulla, fuorchè l’impronta del primo peccato che il nato a redimere non doveva avere che solo generandosi e non facendosi avrebbe potuto evitare. Del resto, il Simbolo niceno-costantinopoliano, solennemente afferma: ...Et in unum Dòminum Jesum Christum, Filium Dei unigenitum et ex Patre natum ante òmnia saècula; Deum de Deo, lumen de lùmine, Deum verum de Deo vero, gènitum, non factum, consubstanziàlem Patri per quem òmnia facta sunt. (…e in un Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio Unigenito, nato dal Padre prima di tutti i secoli (del Tempo-Spazio); Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato e non fatto) e per mezzo del quale tutto è stato creato. Nella nostra ipotesi di lavoro risulta chiaro il modo di questa divina generazione, non solo, ma anche accettabile in pieno dalla ragione illuminata e non solo dalla cieca fede, l’intero Simbolo, sino al formidabile e non mai abbastanza meditato: “et incarnatus est de Spirito Sancto ex Maria Virgine; et Homo factus est”. L’accettazione totale del Credo è per l’anima umana assai più importante di quanto comunemente si creda, ma il Credo non è una preghiera da recitare, è una serie di affermazioni solenni che implicano in pieno l’esercizio della ragione. Non si può pretendere sempre la fede cieca, perchè la fede cieca è immobile, non solo, ma se ad essa fossero state ancorate le anime, oggi non si parlerebbe piu’ di cristianesimo. Per divenire cristiani, gli antichi dovettero ragionare; per rimanere Cristiani è necessario che i moderni ragionino. La fede deve servire per andare al di là dei piani conoscitivi delle scienza umana e non rimanere al di qua degli stessi piani del buon senso, perchè altrimenti quale differenza faremo tra fede religiosa e superstiziosa? Se si tratta soltanto di credere, tanto crede colui che stringe fra le dita un cornetto di corallo contro la malasorte, quanto colui che allo stesso fine porta al collo una medaglia miracolosa o proclamata tale. La fede deve innalzare l’anima umana nelle sfere dell’inconoscibile, ma solo quando tutto il conoscibile sarà acquisito. Del resto, non afferma l’Apostolo la fede senza opere è morta? E che sono le opere della fede se non quelle per cui essa stimola la ragione? Cioè il retto vivere, il retto procedere, il non nuocere e il non ledere altrui? La superstizione, al contrario, non solo di ciò non si cura, ma incita ad operare contro ciò. La fede in Cristo è rivoluzione di tutto: vita, uso, costume e convinzione. Credere in Cristo significa nascere di nuovo e per la prima 4 volta; significa attuare in se stessi le più ardite metamorfosi; significa davvero essere redenti. Ma redenti vogliamo esserlo? Ahimè, la schiavitù per molti è una brutta parola, ma per troppi essa lo è assai meno! Nella conquista dell’Abissinia, i soldati italiani che marciavano, abolendo sulla loro strada la schiavitù, furono spesso ricevuti a sassate da quegli stessi schiavi che loro andavano a liberare e sovente lo schiavo liberato segretamente si andava a riconsegnare al vecchio padrone. Alcuni disgraziati, interrogati perchè lo facessero, risposero candidamente: “Per non dover pensare, per non rispondere in proprio della vita”. Quanti schiavi abissini sono fra le genti cristiane o dicentesi tali! La fede senza opere è morta, non basta recitare il “Credo”, bisogna viverlo e per viverlo è indispensabile per prima cosa comprenderlo. La ragione sola può, illuminata dalla Buona Volontà, darci alla fine la pace di una sicura fede. Ma ricordiamocelo, solo la ragione; perchè altrimenti la nostra fede sarà una cosa ben meschina, sarà la schiavitù che l’abissino preferiva alla libertà “per non dover pensare”. Molti, troppi, oggi credono per non pensare; e per non pensare troppi ancora proclamano di non credere! Ecco perchè l’evoluzione umana segna il passo ed all’alba del terzo millennio la redenzione deve praticamente ancor cominciare. Sì, vi è una diffusa attesa messianica, si moltiplicano le sette che attendono il secondo avvento del Cristo. Ma questo non ci sarà! Che verrebbe egli a fare oggi? Non avendo noi ancora capito nulla delle sua prima venuta, come potremmo affrontare la seconda? Altro che cacciata dei mercanti dal tempio! ************************ Nato Gesù, Maria e Giuseppe scossi sin nelle radici dell’essere, lo presero fra le mani, stupiti ed adoranti. Per quanto grande la scienza esoterica di Giuseppe fosse stata, in quell’attimo fu superata dalla grandezza del mistero. Maria, con il vigile istinto materno, capì invece subito l’immediato bisogno del figlio. Dal freddo che tutta la penetrava, essa intuì che la fragile vita del neonato abbisognava di calore: il calore della vita. Nella grotta del prodigio vi erano due mansuete fonti di questo calore, un bue ed il loro asinello. Ad essi Maria affidò il suo nato e il loro caldo fiato compì l’opera. La luce dello spirito si era spenta, ma nel corpicino cominciava a circolare il sangue caldo dell’umanità. L’enorme flusso magnetico che la nascita di Gesù aveva provocato in quella zona, non poteva esaurirsi così rapidamente; esso, pertanto, provocò una serie di fenomeni secondari seppur assai importanti. Seguiamo per ora la narrazione evangelica secondo Lucca: “Or in quella medesima contrada vi erano dei pastori che stavano nei campi e facevano di notte la guardi al loro gregge. E un angelo disse loro: -Non temete, perchè ecco vi reco il buon annunzio di una grande allegrezza che tutto il popolo avrà: oggi, nella città di Davide, vi è nato un salvatore, che è il Cristo, il signore. E questo vi servirà da segno: troverete un bambino fasciato e coricato in una mangiatoia. Ed ad un tratto vi fu con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Iddio e diceva: gloria a Dio nei Luoghi altissimi e pace in Terra fra gli uomini che egli gradisce!- E avvenne che quando gli angeli se ne furono andati da loro verso i cieli, i pastori presero a dire tra loro: Passiamo fino a Betlemme e 5 vediamo questo che è accaduto, e che il Signore ci ha fatto sapere-. E andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe con il bambino giacente nelle mangiatoia, e vedutolo, divulgarono ciò che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli chi li udirono, si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Or Maria serbava in se tutte quelle cose, collegandole insieme in cuor suo. E i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Iddio per tutto quello che avevano visto, come era loro stato annunciato”. Vogliamo cercar di capire che cosa realmente accadde in quella lontana notte? Forse questo: l’enorme carica di cui abbiamo già parlato, dovette esercitare una formidabile pressione eterica sopra tutti gli esseri sensitivi che si trovavano nella zona. Chi, più atto per questo , degli innocenti pastori affinati dalla vita in comunione con il gregge a percepire tutte le impressioni della natura? Inoltre la notte senza Luna, brillantata dalla luce di tutte le costellazioni, l’eccitazione, naturale in esseri semplici, per l’animazione del vicino villaggio pieno di stranieri, l’attesa istintiva delle creature primitive di eventi miracolosi favoriva indubbiamente un vero stato di ipnosi telepatica, atta a sprigionare da essi la parte più alta della loro spiritualità. Essi vedono l’angelo del Signore (da notarsi questa specificazione evangelica di tipo squisitamente buddico) “il Signore” non Dio, e nel Credo è specificamente detto appunto: “In unum Dominum”, in un Signore, parlando del Cristo. E’ più importante di quanto non sembri lo specificare che è fatto fra l’angelo, annunciatore di Dio e l’angelo annunciatore del Signore. E Luca questa specificazione la pone assai chiaramente. L’angelo che annuncia a Maria il divino adombramento e l’angelo di Dio, ma quello che si presenta ai pastori è già l’Angelo annunciatore del Signore. I pastori dunque vedono questo angelo (forse la piena esteriorizzazione di Maria in cerca di aiuto per il suo figliolo) da esso ricevono le istruzioni di altissimo valore spirituale, quale è quella di rendere gloria a Dio nei cieli, e annunciare sopra la terra la pace, condizionata però alla buona volontà degli uomini. Intorno a questo angelo intanto si accolgono moltitudini di altri spiriti celesti. Forse le stesse “esteriorizzate spiritualità” dei pastori che incombono alla loro “mente concreta” la certezza del miracoloso evento. Essi credono perchè subito sanno, e quando trovano il fanciullino, levano a Dio l’inno dei cuori semplici che hanno trovato la pace. Molti di questi pastori, allora giovinetti, avrebbero, vecchi canuti, riconosciuto nel biondo nazareno il bimbo della mangiatoia e lo avrebbero seguito, immolando, anche con gioia, i loro ultimi giorni per il trionfo della stessa dottrina ascoltata, in una notte di estasi, dalle labbra immateriali di una visione celeste. Però, non solo i pastori erano privilegiati in tal modo; ad essi fu la visione angelica a colmarli di gioia innocente; ad altri pastori, a pastori di popoli, il freddo linguaggio della matematica ed il siderale balenar delle stelle, aveva tenuto un anno prima lo stesso discorso, colmandolo di responsabilità e di affanno perchè non ignari, al pari dei pastori di greggi, dei pesanti significati della rivelazione. Dalla Mesopotamia, dall’India, dalle rive ardenti delle regioni africane, tre re, tre saggi, maturati nella conoscenza delle dottrine occulte, avevano visto in misteriosa maniera lo stesso segno nel cielo, avevano calcolato, con minimi errori, l’ora dell’evento e si erano posti in marcia per rendere omaggio a colui che doveva pascere i re, come il pastore 6 pasce le greggi. Essi non giunsero contemporaneamente al parto di Maria; forse arrivarono qualche giorno dopo di esso, e, secondo alcuni, addirittura qualche mese dopo; ma la narrazione del Vangelo di Matteo, fa pensare di no. Infatti, Esso, testualmente dice così: “Or essendo Gesù nato in Betlemme di Giudea, ai dì di Erode, eco dei Magi di Oriente arrivarono in Gerusalemme dicendo. “Dov’è il re dei giudei che è nato? perchè noi abbiamo veduto la sua stella in oriente e siamo venuti per onorarlo”. Udito questo, il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui. E radunati tutti i sacerdoti e gli scribi del popolo, si informò da loro dove il Cristo doveva nascere. Ed essi gli dissero: in Betlemme di giudea; poichè così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di giudea; perchè da te nascerà un principe, che pascerà il mio popolo Israele”. Allora Erode chiamati di nascosto i magi, s’informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparsa, e, mandandoli a Betlemme, disse Loro: “Andate e domandate diligentemente del fanciullo e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinchè io pure venga ad adorarLo.” Essi dunque, udito il re, partirono, ed ecco la stella che avevano veduta in oriente: andava innanzi a loro, finchè, giunta al luogo dove era il fanciullino, si fermò sopra. Ed entrati nella casa, videro il fanciullo con Maria sua madre e prostratisi, lo adorarono; aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese”. Sin qui il racconto evangelico di Matteo. Dovremo quanto prima tornarvi; per ora procediamo con la nostra analisi dei fatti. Indubbiamente, noi non crediamo alla stella cometa dell’albero di Natale, sarebbe puerili anche solamente pensarlo. Se noi volessimo ammettere questo assurdo prodigio, noi dovremmo chiederci perchè i magi finirono a Gerusalemme e non a Betlemme. Essi conobbero l’evento attraverso complicati calcoli astrologici e tenendo conto logicamente dei valori dei vari paralleli, dovettero avere degli scarti, sia pur minimi, ma sufficienti a provocare una deviazione. Essi, inoltre, avevano fatto i calcoli astrologici, ognuno per suo conto, ne incontrandosi casualmente pensarono d verificare a vicenda l’esattezza dei punti astronomici. A tutti e tre il cielo aveva indicato la Giudea come predestinata ad accogliere la grande nascita, e Gerusalemme era la capitale del regno di Giudea in Gerusalemme, a chi potevano rivolgersi dei re stranieri se non al re? Così essi fecero. Nelle grandi forze catartiche che la venuta del Cristo aveva messo in azione, era previsto tutto, anche l’errore dei magi che, provocando la gelosia di Erode, avrebbe causato la strage degli innocenti coetanei di Gesù. La necessità di tutto questo, l’abbiamo già trattata nel quaderno precedente, quindi è inutile ripetersi. La stella che riappare ai Magi, forse null’altro fu che una triplice comparazione che i Magi stessi fecero dei loro calcoli, trovandone e riparandone l’errore; oppure fu una pratica di radioestesia che li guidò. Ciò non avrebbe importanza, avrebbe importanza il fatto che essi trovarono la madre con il fanciullo e che al fanciullo prostrarono in atto di adorazione le Loro teste canute, doppiamente coronate dalla regalità e dalla saggezza. I semplici pastori potevano essere stati vittime di un fenomeno tra l’allucinatorio ed il telepatico, ma i tre Magi no; Essi 7 erano guidati da una conoscenza meditata e profonda, erano al corrente di tutte le possibilità della psiche umana; se si prostrarono innanzi al fanciullo lo fecero consapevoli, certi, che egli era, sotto le spoglie infantili, l’incarnazione della più grande spiritualità dell’universo. L’omaggio dei re sapienti è l’omaggio della ragione alla fede, l’accettazione di una verità trascendente, intuita più che afferrata. Prima di proseguire con la narrazione di Matteo, dobbiamo tornare a Luca, il quale non accenna affatto ai magi, viceversa riferisce delle cose molto interessanti di alcuni fenomeni avvenuti alla circoncisione di Gesù: “E quando furono compiuti gli otto giorni in capo ai quali egli doveva esser circonciso, gli fu posto il nome di Gesù che gli era stato dato dall’angelo prima che lui fosse concepito nel seno. E quando furono compiuti i giorni della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, portarono il Bambino in Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge: “Ogni maschio primogenito sarà chiamato santo al Signore”, e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore, di un paio di tortore o di due giovani piccioni. Ecco che vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone, e quest’uomo era giusto e timorato di Dio, ed aspettava la consolazione di Israele e lo Spirito Santo era sopra di lui; inoltre gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non avrebbe visto la morte prima di aver veduto il Cristo del Signore. Ed egli, mosso dallo spirito, venne nel tempio e come i genitori vi portarono il bambino per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, se lo prese anche lui in braccio e benedisse Dio dicendo: “Ora, o mio Signore, Tu lascia andare in pace il tuo servo,secondo la Tua parola; poichè gli occhi miei hanno veduto la Tua salvezza,che hai reparata dinnanzi a tutti i popoli per esser luce da illuminar le genti,e gloria del Tuo popolo Israele”. E il padre e la madre di Gesù restarono meravigliati delle cose che si dicevano di lui. E Simeone li benedisse, e disse a Maria, madre di lui: “Ecco, questi è posto per la caduta ed il risorgere di molti in Israele, e per segno a cui si contraddirà (a te stessa una spada trafiggerà l’anima), affinchè i pensieri di molti cuori siano rivelati. V’era anche Anna, profetessa, figlia di Fanuel, della Tribù di Aser, la quale era molto attempata. Dopo esser vissuta col marito sette anni dalla sua verginità, era rimasta vedova ed aveva raggiunto gli ottantaquattro anni. Ella non si allontanava mai dal tempio, servendo a Dio notte e giorno con digiuni ed orazioni. Sopraggiunta in quella stessa ora, lodava anche lei Iddio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme. “Ora Giuseppe e Maria quando ebbero compiute tutte le cose che si dovevano fare secondo la Legge del Signore, tornarono in Galilea, nella loro città Nazareth.” Cercando di far collimare la narrazione di Matteo che parla di Magi e non parla di Simeone e di Anna, con quella di Luca che non parla dei Magi, non possiamo supporre tanto che l’arrivo dei Magi sia avvenuto a Betlemme negli otto giorni precedenti la circoncisione, oppure in Nazareth nella quarantena della purificazione di Maria e prima della presentazione al tempio. Ma i Magi avrebbero anche potuto giungere a Nazareth dopo aver puntato su Betlemme inutilmente, il che spiegherebbe anche la loro ansiosa ricerca a Gerusalemme, non solo, ma spiegherebbe pure il morboso e geloso interesse 8 di Erode, eccitato già dalle chiacchiere che certamente avevano causato in Gerusalemme stessa lo strano comportamento di Simeone e di Anna nel tempio, alle quali si aggiungeva la strana venuta di questi saggi orientali. Del resto, è da notare che Matteo parla di una casa ove la stessa stella guidò i Magi stessi, e questa casa non poteva essere che quella di Nazareth. Non tornando più i Magi a Gerusalemme, si spiega come Erode abbia avuto le idee piuttosto confuse con la profezia di Betlemme e non abbia pensato Nazareth; dove, del resto, Giuseppe e Maria vivevano una vita molto oscura e ritirata e ciò spiega anche come Erode, atteso invano il ritorno dei Magi per qualche settimana, abbia alla fine dato libero corso al suo geloso furore, facendo uccidere tutti i fanciulli di Betlemme e di Giudea e dei suoi immediati dintorni, indicando le vittime dai due anni in giù, senza estendere la sua furia sopra altre Regioni della Palestina. E’ da pensare, del resto, che la strage degli Innocenti non abbia avuto il numero attribuito dalla Leggenda, perchè, altrimenti, esso avrebbe indubbiamente provocato un moto di popolo e conseguente intervento di Roma, sempre esigente in materia demografica. Certo che ,se anche un solo bambino avesse perduto la vita, questo delitto non avrebbe cessato di esser tale, purtroppo furono più di uno e nella Palestina si diffuse il terrore, aumentato dal consueto ingrossamento delle notizie circolanti di bocca in bocca; il che spiega anche, come Giuseppe, messo in agitazione e dalle brutte notizie, e dalla non desiderata visita dei Magi, abbia, con rapida e saggia decisione, intrapreso il viaggio verso l’Egitto a lui ben noto e dove non solo aveva molti amici, ma dove ben sapeva avrebbe potuto iniziare la vera educazione esoterica del suo prodigioso unigenito. Giuseppe non si faceva illusioni su Erode, e, se per mistico spirito di distacco dal mondo non aveva mai curato di rivendicare i suoi diritti reali, ora che era padre di un figlio maschio, a quei diritti incominciava a pensare, e come prima parte di questo dovere, egli curava di porre in salvo una vita che sarebbe stata certo insidiata, perchè sino dalla sua aurora già era causa di gelosie e di delitti. Inoltre Egli ben sapeva che educare a regalità Gesù, a Nazareth sarebbe stato impossibile, ne Egli poteva transigere sopra questa parte delle sua missione. La buona occasione era venuta a spronarlo, ed inoltre il dono aureo dei Magi poneva la famigliola al coperto di immediati bisogni. Qui occorre sfatare le graziose leggende che trattano la fuga in Egitto: la fuga in Egitto fu in realtà un comodo viaggio; già bastante pena è l’immeritato esilio senza aumentarla con spaventi ed ansie inumane. Vorremmo che di Cristo gli uomini cominciassero ad averne l’idea esatta e che cessassero una buona volta di vederlo perennemente come un pezzente, figlio di pezzenti. Gesù era un re povero, ma un re legittimo, l’unico vero re dei giudei, l’unico che avrebbe legittimamente potuto reclamare il trono di Davide. Come Gotamo Buddha, egli rifiuta il trono terreno e limitato, per regnare su tutte le anime; non di meno egli morrà proprio perchè re dei giudei e re legittimo. Roma, nella persona di Pilato, non lo condannerà alla croce per la sua predicazione, ma per la sua regalità. La tradizione comune del cristianesimo tace su due punti importanti delle vita di Gesù Cristo: il tempo trascorso in Egitto ed il tempo trascorso in Palestina prima della predicazione. 9 A questo punto ci sia concesso di aprire una digressione: indubbiamente molti cristiani in buonissima fede, (e fra essi grandi prelati) hanno fatto e fanno tuttora una grande confusione fra tradizione umana e rivelazione divina. Per questa confusione, a ben pochi se non a nessuno, è passato per la mente, come un bisogno, la necessità di porsi questa domanda: se il cristianesimo, ai suoi albori, fosse stato predicato anzichè ad una massa di schiavi e di pezzenti, ad una èlite di saggi e di aristocratici, ci sarebbe stata davvero la tendenza attuale di far di Gesù una figura sociale, anzichè di puntare sopra i caratteri individuali della sua rivelazione? Gesù Cristo è indubbiamente anche una figura sociale, ma non è essenzialmente quello! Egli, la sua dottrina la indirizza all’uomo ,non agli uomini; ne in lui si può cercare altra preoccupazione se non quella di indirizzare verso le vette dell’Essere chi sta strisciando negli inconsistenti campi dell’esistere. Gesù Cristo, non è re dei popoli, è re di uomini: avesse voluto regnare sopra popoli, avrebbe potuto farlo per semplice diritto. Egli rifiuta la corona legittima troppo facile, per essere re di un regno di uomini liberi che da Lui abbiano e riconoscano non solo le Leggi, ma essenzialmente il principio. Più volte nella sua vita terrena il popolo ebreo lo vorrà proclamare re ed a questa proclamazione Cristo si sottrarrà con la fuga. Dopo, tutti i popoli della terra l’hanno proclamato re; un re costituzionale che regna e non governa; un re di vuoti eremi, laddove egli è re vivente degli uomini vivi. La figura sociale che Gesù Cristo ha incarnato per le plebi, ha fatto erroneamente di lui un Dio dei deboli, mentre egli è il Dio dei forti; non solo, ma è il Dio che veramente i forti possono riconoscere ed adorare. La dottrina del Cristo non è una dottrina sociale o socialista che dir si voglia, essa è una dottrina squisitamente aristocratica e se le plebi hanno potuto essere affascinate, ciò si deve al fatto che molti autentici aristoi sono celati in spoglie plebee. I primi schiavi che seguirono la dottrina dei Gesù Cristo, erano in realtà dei liberi che compresero il contenuto di autentica liberazione che questa dottrina proponeva al mondo. Coloro che seguirono, seguirono pecorescamente e stravolsero il messaggio aristoico,modificandolo in messaggio alle masse. Oggi è necessario tornare alle concezione regale della dottrina cristiana, se davvero si vuol porre un ostacolo all’avanzare delle teorie populiste. “L’uomo conta, non gli uomini”; “l’individuo” e non “La massa”; cioè non sarà, lo ripetiamo, mai detto a sufficienza! La natura non fa salti, già lo dicemmo, e se in origine spirito e materia, formati da una sola unità, erano la somma perfetta, dopo, con la scissione dei due principi e con il degradare della materia attraverso le forme ed i corpi sempre meno semplici, verso la complessità, fatalmente si è giunti dove siamo giunti cioè ad una separazione quasi netta fra “Spirito” e “Materia” generatrice di necessità e pertanto madre della sofferenza e del dolore; il gioco dell’evoluzione null’altro è se non il ritorno al primitivo stato d’armonia e di fusione; il ritorno, però reso faticoso dall’evoluzione delle molte forme che devono dissolversi in “principi” sotto la spinta dello spirito interiore, e mediante il travaglio dell’educazione di questo stesso spirito. Gesù Cristo, è il fiore purissimo della radice di Jesse, ma questa radice per i millenni si è affondata nel fango sanguigno, caldo di ogni possibile desiderio della lussuriosa materia. Per millenni ambizione e lussuria hanno 10 modellato il fango vivente di forma in forma, di corpo in corpo, sino alla sublimazione del bene e del male, sino a quel “consummatum est” che dalla croce verrà testimoniato. Tutto si è consumato, perciò tutto si è redento, rinnovato, plasmato ex novo. Cristo, Signore dell’era nuova, è in se che le fa nuova e chi lo segue, chi metterà in pratica la sua dottrina si rinnoverà con lui e in lui. Ecco perchè egli stesso affermerà: “In verità, in verità vi dico che chi crederà in me, anche se morto vivrà.” Ma questa rinnovazione riguarda la coscienza individuale. Cristo non è il redentore delle masse, a lui le masse non interessano che nella loro composizione di uomini. Ognuno è solo, solo con il suo Dio, e bisogna imparare ad amare molto ,ma molto la propria solitudine, amarla come l’unica realtà inequivocabile della vita. Solo in questa solitudine Cristo si appalesa e redime, cioè rinnova per l’eternità quanto fu nel tempo elaborato. Solo l’aristoi può essere il vero monaco, che è libero dalla necessità perchè ha ucciso il desiderio, ha, in una parola raggiunto il rinnegamento totale dei molti “io” con i quali di solito gli uomini confondono la “coscienza essenziale” che è in se stessa completa, piena, assoluta, impassibile e indifferenziata. Gli anaristoi non possono adire questo; essi hanno perpetuamente bisogno di compagnia. Non vi sono monaci fra gli anaristoi, solo gregari. Il collettivismo è si, il vero peccato contro lo spirito, ma questo peccato è consumato di continuo proprio dalle masse che vedono nel collettivismo la loro salvezza e che al massimo possono elevarsi sino alla comunità dei beni materiali, intesi però come soddisfazione di bisogni, i quali tanto più si moltiplicano, quanto più vengono soddisfatti. il Cristianesimo inteso e concepito come dottrina sociale, è l’assurdo più folle cui possa giungere l’inferma e corrotta ragione umana. “il mio Regno non è di questo mondo, perché se il mio regno fosse di questo mondo a quest’ora i miei ministri lotterebbero, acciocché io non ti fossi dato nelle mani.” Dice Gesù a Pilato. A duemila anni di distanza, né i seguaci, né gli avversari di Gesù dimostrano ancora di aver capito queste parole estremamente chiare. Come del resto potrebbe aver regno nell’inconsistenza e nell’irrealtà del piano esistenziale colui che è solo essenza e verità? Il regno del Cristo è regno interiore dove egli signoreggia solo, senza dividere il suo trono con nessuna esigenza e nessun compromesso del “desiderio delle forme”. Dopo duemila anni, non si è ancora capito che egli era venuto a distruggere il “tempio formale” per ricostruirne uno spirituale; ne si è ancor voluto capire la necessità di cercare l’immateriale regno di Dio e la sua giustizia per avere in soprappiù anche il comando sui regni della materia e della forma. Ma sarà meglio per ora chiudere la nostra digressione. A tutti gli effetti questa è la nostra opinione che, mentre teniamo ad affermarla, non pretendiamo affatto di imporla. La coppia umana, Maria e Giuseppe, era, quanto ben difficilmente sarebbe possibile immaginare sopra la terra: due esseri fisici perfetti ed apparentemente individuati, in realtà un unico Essere formidabile, completo, perfetto; un unico essere avente nei suoi due corpi le necessarie complementarietà, così che Maria compiva Giuseppe, e Giuseppe Maria. Non erano il maschio e la femmina, l’uomo e la donna, erano la coppia; il nuovo 11 adamo e la nuova eva. Non si poteva certo parlare di sottomissione di Maria a Giuseppe, eppure mai sposa fu più sottomessa senza esserlo; per Maria Giuseppe era il cervello, per Giuseppe Maria era il cuore. Si può parlare di amore fra cuore e cervello? Evidentemente no. Eppure cuore e cervello funzionano solo in virtù di un sincronismo perfetto; il più piccolo squilibrio del cuore, il più lieve turbamento del cervello ed ecco la vita è interrotta, l’armonia infranta. Maria e Giuseppe erano questa vita, questa armonia cosmica così assoluta e completa da non aver bisogno di altro completamento. In mezzo a loro Gesù era semplicemente la vita, cioè l’accordo perfetto risultato dall’infinita armonia. Era logico che egli fosse in mezzo a Loro; sarebbe stato illogico se non vi fosse stato, perciò quando Giuseppe decise di andare in Egitto con la famiglia, Maria disse serenamente di sì e non si curò d’altro che di raccogliere le poche cose indispensabili al viaggio. Vi sono stati d’animo che somigliano agli insondabili abissi del mare e che non danno alla superficie alcuna previsione di sé, così se a Maria pesò l’esilio, nulla di ciò trasparì; la sua patria era la sua famiglia e nella sua famiglia si accoglieva il tempio e la legge. In Egitto Maria visse nel ritiro e nel silenzio che le era abituale, umile e regale sposa nella quale ben a ragione Giuseppe ritrovava l’intera Gerusalemme. Gesù cresceva, secondo la scrittura, in grazia e bellezza e tutte le cure dei due grandi sposi erano assorbite da lui. Giuseppe trovò facile impiego nella carpenteria dei templi e le sue vecchie amicizie egiziane si rallegrarono del suo ritorno. Nella povera ma linda casa dell’artigiano ebreo ben presto si radunarono, senza distinzione di razze e di religione, i più saggi e i più semplici seguaci delle grandi teorie religiose e filosofiche, rabbini e jerofanti, dervisci e penitenti appartenenti a sette mistreriose, iniziati ai misteri orfici ed iniziati alla grande cabbala. Tutti studiavano e discutevano insieme, cercando appassionatamente “il vero” celato nei simboli, tentando di interpretare una linea della legge divina. Gli amici di Giuseppe erano tutti riguardati un po’ come gli eretici delle correnti religiose e filosofiche dalle quali provenivano, ma erano tutti molto rispettati per l’alta saggezza e la pura moralità dei loro costumi. Si distinguevano altresì per un senso nuovo d’amore sino ad allora ignoto alla maggior parte dei popoli: l’amore dell’uomo per l’uomo, fuori da ogni vincolo di razza o di sangue al di sopra del dottrina professata. Nell’umile stanza, dal pavimento di limo battuto che serviva un po’ a uso laboratorio artigiano, stanza di ritrovo e tempio di preghiera, quando entrava Maria, castamente velata, col pargoletto Gesù fra le braccia, unanime si diffondeva un mormorio di appassionata e rispettosa devozione. In essa ognuno riconosceva e venerava l’incarnazione della parte femminile della divinità, secondo le proprie personali credenze. Per i saggi egizi non vi era possibilità di errore, Maria era la casta Iside con il fanciulletto Orus; per i seguaci Assiro-Babilonesi dalle mistiche dottrine di Zoroastro, essa era l’anima del mondo, la monade intatta. Così ognuno riconosceva in Maria una natura essenziale e si deponevano nel grande archivio della luce gli elementi di quello che molti secoli dopo avrebbe dovuto segnare la nascita del culto mariano. In esso tutti i popoli della terra dovevano ritrovare l’espressione del 12 culto istintivo dell’eterno femminino, culminante nel misterioso atto religioso cataro dell’invocazione appassionata a Nostra Signora lo Spirito Santo. Secoli dopo la mistica Bernadette inconsapevolmente era chiamata a dare un volto e un nome; il volto, il nome che si rivelò in rapimento a Giuseppe sposo di Maria: l’Immacolata Concezione! Intanto fra l’opera manuale e lo studio, pregando e meditando di continuo, Maria e Giuseppe vedevano crescere Gesù. Tre anni erano trascorsi e Gesù era uno sveglio e splendido fanciulletto che attirava simpaticamente lo sguardo di tutti; naturalmente gentile e grazioso, era però schivo di per se stesso dalle compagnie rumorose; giocava talora con gli altri fanciulli, ma più spesso amava rifugiarsi vicino alla madre mentre tesseva e passava lunghe ore nella bottega artigiana intrecciando trucioli e ascoltando i discorsi della gente. Spesso Giuseppe lo scopriva pensoso innanzi ai disegni dei lavori di carpenteria templare e si rallegrava nel vedere la pronta intelligenza con la quale seguiva le spiegazioni paterne. In casa si pensava più di quanto si parlasse di Dio; Gesù spesso si astraeva durante la preghiera immergendosi in un suo misterioso mondo dal quale ogni volta sembrava tornare stranito. In quei momenti del ritorno, egli era talora aspro, talora triste, ben di rado gioioso. Per ore e ore negli occhioni trasparenti sembrava sostare una nube di cruccioso dolore. Erano i momenti terribili in cui Maria e Giuseppe avvertivano che il loro figliolo era di un altro mondo, un mondo estraneo pure a loro che tanto anelavano ad accostarvisi, un mondo ove un altro padre, una diversa madre, avevano più diritto di loro di ordinare e di non ricevere ordine, di ospitare e non essere ospitati. Quante volte Maria sentì con un urto al cuore il crudo: “Che ho io a che fare con te o donna?” che il pargolo cresciuto non Le risparmiava. Solo l’umiltà vera e profonda custodì la vita ed impedì al cuore dei due coniugi di spezzarsi innanzi al cupo nimbo della divinità di Gesù;la natura mortale resistette accanto all’immortale, unicamente perchè non entrò in gara. A parte quei momenti di agonia per i Genitori, Gesù era però un fanciullo dolcissimo ed umilissimo, così che sempre egli rimase in mezzo ai saggi disputanti senza che la sua presenza stupisse, anzi, sempre desiderato come è desiderato il fioco lume delle stelle camminando di notte per un impervia strada. Una volta Giuseppe condusse seco il fanciullo Gesù ad un tempio Isidiaco dove egli eseguiva dei lavori, ma appena entrati nel tempio avvennero di colpo degli strani fenomeni: come per una scossa di violento terremoto, le colossali simboliche statue degli dei tremarono e si scossero sopra i loro piedistalli di basalto; le lampade perpetue, accese dinnanzi al simulacro di Iside, volando nell’aria attorniarono, come viventi spiriti, il fanciullo Gesù. Un lungo suono d’arpa risuonò sotto le volte del tempio, mentre il fuoco sacro si spegneva da solo e di colpo tacevano i sacerdoti profetanti. Nella doppia camera di luce, i sacri scribi spezzavano le cannucce di calamo e capivano che qualche grande evento era in atto. Smarriti, i pochi fedeli presenti nel tempio, raggiunsero le uscite e fuggirono, mentre Giuseppe e Gesù restavano immoti, stupefatto il primo, tranquillo il secondo. Gesù non si era stupito, aveva solo assunto la sua accigliata espressione di giovane Dio irritato. I suoni misteriosi, i profumi, le 13 luci l’avvolgevano d’adorazione. Tutto intorno a lui adorava e i sacerdoti accorsi adorarono del pari. Da tempo essi aspettavano quel segno, da tempo era stato loro rivelato che una grande potenza avrebbe fatto tacere gli oracoli. La potenza era venuta ed essi prostrati la riconoscevano. Un gesto breve di Gesù ebbe come risultato il ritorno alla normalità di tutte le cose, chiunque avrebbe potuto pensare di aver sognato, chiunque, ma non i sacerdoti di Iside! Perciò i più anziani si presentarono a Giuseppe con umile atto, pregandolo di voler, con il suo giovane Iddio, adire al Sancta Sanctorum del tempio over il sommo Jerofante l‘attendeva. Giuseppe, in silenzio, tenendo per mano il Fanciullo, li seguì nel Sancta Sanctorum. All’ingresso di Gesù il sommo Jerofante si gettò a terra in atto di adorazione e pronunziò queste parole: “Vieni, desiderato dalle genti, in te si adempiono tutte le promesse; sia grazia al sommo che ha riservato alla mia bianca testa di vedere ciò che molti nella pienezza dei tempi desidereranno invano di vedere.” Poscia, rivoltosi a Giuseppe con ossequio, ma da pari a pari rispose: “Te felice, o stirpe di Davide che meritasti essere radice al fiore eterno, ecco che in te si sono compiute le promesse, perciò custodisci il fanciullo fin che sia le sua ora. In Egitto egli non corre alcun pericolo e dal Faraone all’ultimo schiavo i cuori di tutti battono nel suo. Tutti in Egitto riconobbero in lui il giovane Oro che, secondo le promesse, verrà alla fine dei tempi a ristorare tutte le nazioni.” Giuseppe ringraziò lo Jerofante e, in cuor suo, le di lui parole con quelle del vecchio Simeone nel tempio di Gerusalemme, ma lo pregò di tacere sulle sue rivelazioni. Egli non era e non voleva essere che un povero artigiano ebreo, vivente con la sua famiglia nell’ospitale paese d’Egitto e lo Jerofante promise di rispettare il suo desiderio ad eccezione di tacere con il Faraone. Gesù, come un qualsiasi bambino umano si trastullava indifferente con i suoi stessi riccioli che tirava e scioglieva ottenendone un bagliore dorato. Tornato a casa, Giuseppe parlò a lungo con Maria e, dalla sua narrazione i suoi bei occhi si velarono di una intensa tristezza. Gesù, cominciava ad allontanarsi; il Faraone ben istruito dallo Jerofante, mandò ben presto dei messi all’umile casa dell’artigiano ebreo, chiedendo che il giovinetto Gesù fosse affidato alla reale casa per ricevervi una educazione degna di lui; questo nel caso Giuseppe, non credesse opportuno accettare per se e per tutta la sua famiglia l’ospitalità regale che il Faraone era disposto ad offrire. Giuseppe rifiutò con umiltà, ma con fermezza l’offerta e la richiesta reale, ma il Faraone non disarmò e di lì a poco tornò all’attacco chiamando il falegname Giuseppe alla sua augusta presenza. Che si dissero i due re? Nulla ne risulta dalla storia, ma il colloquio dovette toccare accenti di alta drammaticità. Giuseppe ed il Faraone contesero per un regno invisibile e per un re infante. Vinse Giuseppe, ma un tacito accordo stabilì che a Gesù, nell’intero Egitto, nessun luogo doveva essergli chiuso, dai templi degli dei alla reggia di Faraone. Il fanciullo Gesù ebbe ovunque libero ingresso, ovunque fu accolto con onori regali. Suggeriva ciò al Faraone il genio politico o non piuttosto al suo spirito parlava il genio religioso di tutti i tempi? Un fatto è certo: gli egizi intuirono con somma prontezza ciò che fu nascosto agli israeliti. Se non altro onorarono nel seme di Davide la regalità legittima usurpata da Erode. 14 Sereni e pieni di luce trascorsero gli anni egiziani di Gesù; il fanciullo cui nulla era vietato, si accostò avido di tutte le conoscenze, la sua mente terrestre si formava con i più eletti frammenti delle menti umane, la sua natura divina coesisteva senza sforzo con quella umana ed essa aderiva con apparente naturalezza. Una cosa sola lo distingueva, oltre la superba bellezza, dai suoi coetanei, l’assenza del pianto e del riso! Nessuno lo vide mai piangere, ne ridere; solo qualche volta, un lieve sorriso gli irradiava il volto come una luce diffusa e questa luce splendeva di più quando egli si trovava in mezzo ad esseri Saggi e pii o quando fanciullo si mescolava fra i fanciulli più innocenti. Otto lunghi anni passarono così; Gesù era ormai uno splendido giovinetto. In Giudea però le cose non erano più andate bene. Erode il grande, dopo il feroce e folle delitto consumato contro l’infanzia di Betlemme, non aveva più avuto bene. La monomania che lo possedeva esplodeva impensatamente offuscandogli d’improvviso la mente e inducendolo a delitti più orrendi ed impensabili; così in uno di questi deliri uccise bestialmente la sposa Marianna da lui amata, insieme al figlioletto di pochi anni ed Archelao, figlio di primo letto, ebbe salva la vita solo per la pronta accortezza di servi fedeli che lo fecero fuggire dall’ira paterna e lo nascosero. Infine, una terribile forma di psoriasi lo colse e lo condusse disperato alla morte, lasciando un regno in disordine ed una famiglia in competizione; Archelao, malaticcio, destinato ad un regno assai breve. Erode e Filippo, tristi protagonisti di storie di sangue. Come la notizia della morte di Erode giunse in Egitto, Giuseppe restò a lungo sopra pensiero: doveva tornare in patria, ora che ogni pericolo per la vita di Gesù era scomparso o, meglio era, rimanere nell’ospitale Egitto? Lo stesso Faraone aveva più volte espresso il desiderio che alla sua morte (non avendo egli figlioli), Gesù iniziasse addirittura una nuova dinastia faraonica, a ciò spinto da una profezia dell’oracolo di Iside che affermava dover il figlio dell’ebreo regnare sopra tutte le genti ed essere adorato. Doveva Lui, Giuseppe, ricondurre come l’agnello espiatorio a Gerusalemme il figliolo dello spirito, perchè le scritture fossero adempiute o era meglio assicurare alla creatura amatissima una vita sicura, un regno tranquillo, fra popoli fedeli, amici e sicuri? Duro dilemma se mai ve ne fossero di più duri per un cuore di padre! Giuseppe doveva decidere con il destino di Gesù quello dell’umanità e decidere con piena consapevolezza. Qui il regno, là la croce per quel bambino adorabile che giocava sulla soglia a plasmare con la creta figurine di uccelli e di piccoli animali, ripetendo l’eterno gesto del demiurgo . Fu un angelo a guidare Giuseppe ed il suo nobile cuore d’iniziato trovò alla fine la forza di pronunciare quel primo doloroso “fiat” che Gesù doveva ripetere trent’anni dopo in un’ ora di agonia? Noi preferiamo questa seconda supposizione. Come Abramo, anche Giuseppe doveva portare al monte dell’immolazione l’innocente Isacco sperando che Iddio volesse provvedere altra vittima, ma ben sapendo che altra vittima non vi sarebbe stata. E Giuseppe tornò con Maria e con Gesù in Palestina con sommo dolore degli egizi fedeli che vedevano in Gesù allontanarsi per sempre dalle rive sacre del Nilo il giovane Oro, il restauratore delle genti, promesso si dai tempi più antichi. Giuseppe, non tornò ricco dall’Egitto; dei doni del Faraone 15 accettò solo una piccola urna di profumo da ardere nel tempio di Gerusalemme. Il suo lavoro lo aveva posto al riparo delle più aspre necessità e così, riscattata la casetta di Nazareth, ivi si trasferì con la famiglia a vivere la sua semplice e nascosta vita. Giuseppe fu allora un ebreo come molti altri, un ebreo che obbediva alla legge scritta senza discuterla; un ebreo che al dì di Pasqua si recava con la famiglia al tempio di Gerusalemme per offrir sacrificio secondo la legge di Mosè. Solo l’onniscienza divina fu consapevole dei molti abissi in cui l’anima di Giuseppe poteva sprofondarsi; certamente egli meritò nel suo silenzio e nella sua oscurità ciò che moltissimi non meriteranno mai nella Luce e nel clamore. Cesare, Alessandro Magno, Napoleone, che sono al suo confronto? Ombre labili, fantasmi mai animati da vita vera. Giuseppe, l’uomo giusto, seppe l’agonia piena, più che l’amore; seppe che cosa può ospitare la notte senza sonno. L’uomo è veramente grande unicamente quando uno storico non è lì a notare gli atti. Per Giuseppe non vi era lo storico, ma la grande storia dell’umanità ne ricevette, in mistico modo, un’impressione immortale. Noi, oggi, non saremmo quello che siamo, se Giuseppe avesse scelto, come era suo diritto, in modo diverso. Giuseppe ha scelto per se, per Gesù, per noi tutti la via da seguire: sacrificio, rinuncia, abnegazione, di cui nessuno saprà mai nulla, di cui nessuno dovrà esser grato. Oggi innalziamo all’uomo giusto l’inno della nostra consapevolezza. Se Gesù più tardi indicherà se come Figlio dell’Uomo, ciò sarà l’atto doveroso d’ossequio del figlio al padre, del discepolo al maestro. E’ Giuseppe che fa di Gesù il “Figlio dell’Uomo” è Giuseppe che esalta la natura umana oltre il limite accessibile al puro sforzo umano, è Giuseppe in altri termini, che ci ha dato Gesù. Il ritorno a Giuseppe, suonerà ancor oggi come il ritorno al concetto patriarcale in cui l’umanità può sperare salvezza. Il palazzo sorge ancora, e le chiavi di esso è il patriarca che le tiene, al patriarca occorre tornare. Maria non è completa che in Giuseppe; ciò occorre capire. Giuseppe fa di Gesù il Figlio dell’Uomo; la partenogenesi avrebbe fatto di Gesù il figlio del nulla. il ritorno in Palestina non fu molto gradito da Gesù; per tutta la vita egli ebbe orrore di quella terra destinata ad essere il suo altare d’immolazione. Gesù poteva accettar di morire come un malfattore, ma fra l’accettazione doverosa e la gioia, corre un abisso. Gesù traeva dalla sua divina natura un tale impeto di vita da rendergli in ogni tempo grave il pensiero della morte. La sua obbedienza alla morte in croce fu un atto che iniziò con la nascita, non terminò con la morte. Anche questo non è a sufficienza compreso dai cristiani. Non vi è merito a morire per chi non ama la vita! Gesù che era la vita stessa, morì di tutte le morti in ogni ora della sua vita; morì per ognuno che moriva e, partecipando di se stesso con tutto, fece necessariamente anche suo, tutto il dolore del mondo. La passione di Cristo durò quarant’anni! Gesù aveva ormai tredici anni, età che lo rendeva, secondo la legge, atto a sedere con gli adulti innanzi al Signore ed a partecipare con gli altri maschi, ai riti solenni della Pasqua, perciò Giuseppe lo condusse al tempio. Per chi come Gesù, aveva vissuto i primi anni della giovinezza nel centro della più 16 grande civiltà, per chi come lui aveva udito discutere i saggi di tutte le correnti, il empio di Gerusalemme, con la sua “accolta” di scribi e di farisei, non poteva apparire che un qualcosa di sommamente provinciale. Il rito antico perduto nelle mille formalità inutili, il testo delle leggi soffocato dalle chiese, il vero ed il falso confusi e mescolati non potevano che suscitare sdegno in chi aveva bevuto alla sorgente di ogni conoscenza. Tuttavia Gesù era troppo ben educato per pretendere di prevalere sopra coloro che erano giudicati i saggi del suo popolo, ma in cuor suo dovette per forza far molti paragoni e sorridere. Fu forse quel sorriso misterioso ad attrarre sul giovinetto l’attenzione e la curiosità dei dottori del tempio. Simeone e Zaccaria erano morti da tempo, nessuno ricordava nel tempio un episodio che avrebbe illuminato; così, ad una beffarda interrogazione di un saggio, Gesù rispose per le rime e la sua risposta suscitò molto interesse, per cui anzichè offendersi, i dottori del tempio vollero studiare il fenomeno e pregarono Gesù di trattenersi con loro. Egli accettò, dimentico di avere un famiglia terrena, solo preso dal turbine delle menti in esercizio, solo avido di prendere e di dare, solo acceso dal fuoco del genio divampante alto e puro in un attimo di interesse superumano. Qualcuno conservò in bagliore alcune delle molte parole che volarono come frecce senza bersaglio. Eccone alcune: “Il sentiero che conduce alla vita eterna, è sottile come lama di rasoio, ivi non si può procedere come per le strade del mondo, ivi ognuno procede da solo; non si può soccorrere ed essere soccorsi; ivi solo una guida può sussistere: quella che viene dal mondo dello Spirito. Tutto ciò che viene dallo Spirito ha caratteri di verità, perciò è necessario adorare Iddio in Spirito.” “Non vi è altro Dio fuorché il Dio di Abramo e di Mosè!” Garrì uno Scriba. “Non vi è altro Dio fuorché quello che si manifesta nella nostra anima dopo averlo invocato!” Replicò Gesù. “E se dopo averlo invocato, nessun Dio, si manifestasse?” Chiese un sadduceo. “Se lo invocate intensamente in un’ora di silenzio, egli si manifesterà sicuramente,” affermò Gesù, ma continuò sorridendo: “sapete far silenzio? Far silenzio, è semplice no?” “Ah - replicò Gesù - tutto sta a capire di che silenzio si tratta! Per il sordo un clamore di esercito può essere silenzio; ma io vi dico che il silenzio interiore necessario acciocchè Dio si manifesti, non avviene che dopo molto esercizio e richiede molta abnegazione! E’ necessario rinnegarsi per non udirsi, sino a che uno non si sarà rinnegato, non esisterà in lui silenzio alcuno. Molti, perchè tacciono con la bocca credono di stare in silenzio, in realtà essi fanno assai rumore, ma di questo rumore non si accorgono perchè esso è fatto del tumulto di tutte le loro passioni.” “Dove l’hai presa la tua scienza”, chiese un dottore della legge “non sei tu figlio di Giuseppe il falegname?” Con ciò egli credette di aver mortificato Gesù, ma egli pronto, rispose: “Sono anche figlio di Giuseppe il falegname, perchè sono Figlio dell’Uomo. La mia scienza l’ho appresa dove essa non si compra e non si vende, ma liberamente si comunica, per atto di grazia, agli uomini di buona volontà.” 17 “Spiegaci questo enigma”, pregarono i Saggi. “E’ semplice” continuò Gesù “chi cerca nell’interiore trova lo spirito e la sua grazia e chi ha trovato lo spirito e la sua grazia ha trovato la verità e quindi è ripieno di scienze non ricevute dagli uomini, ma infuse da Dio.” “E tu ritieni di aver raggiunto così giovane questo stato?” “Per lo spirito non vi sono giovani o vecchi, non esiste oggi, ieri o domani; lo spirito è da Dio perciò eterno come Dio. Chi raggiunge lo spirito s’immerge nel vero e nell’eterno, perciò sa tutto, ne a lui alcuna cosa è velata.” La disputa continuò a lungo e si spostò su molti argomenti e ben presto la facondia di Gesù conquisto tutti gli spiriti e nella grande sala vi fu solo l’unanimità di una ricerca del vero. Gesù giovinetto sapeva molte più cose degli anziani, ma la sua sapienza fluiva con la semplicità di un rivo alpino e portava un ristoro all’arsura sincera di molti cuori. I più intelligenti aderirono a Gesù, ma alcuni si ritennero scornati e da quel giorno serbarono il rancore dell’invidia della peggiore specie: l’invidia della grazia spirituale altrui. A quell’invidia doveva appellarsi qualche lustro più tardi la subdola manovra per perdere Gesù. La raffinata sensibilità di Gesù doveva avvertire la frattura che si iniziava e, nella sua essenza, dovette sentire forte il disprezzo per quella massa di ciechi che pretendevano di guidare i vedenti, di falsi sapienti e di dottori atti solamente a confondere le chiare linee della dottrina dei padri; ma insieme al disprezzo doveva provare un’infinita pietà. Ahimè quanta gente egli non avrebbe potuto redimere perchè troppo convinta di non aver bisogno di redenzione alcuna; quanti falsi giusti, convinti della giustizia formale; quanti tiepidi, sommamente ripugnanti a quel Dio che ancor non aveva fatto scrivere all’ispirato di Patmos: “Poichè non sei ne freddo, ne ardente, ma bensì tiepido, Io ti rigetterò dalla mia bocca. Di questo ripugnante tepore, come di vita in decomposizione, Gesù poteva sentirsene avvolto nella grande sala delle adunanze nel tempio, e una nausea profonda doveva salirgli dal cuore alle labbra. Il primo contatto con la religione ufficiale e il Dio ignoto, si tradusse in uno scontro, perciò quando Gesù, dopo tre giorni di dispute, uscì dal tempio e trovò Giuseppe che, ansioso, lo cercava, una nuova amarezza Lo prese e Lo tenne stretto. Anche Giuseppe, il suo saggio istruttore, il suo profondo maestro, non Lo capiva più; era soltanto un padre, un tenero padre ansioso che aveva dimenticato tutto della tremenda missione e non vedeva nelle forma adolescente che un figlio; il figlio secondo la carne, che poteva essere smarrito nel gorgo della vita come un qualunque figlio di eva. Allora Gesù scattò. Essere incompreso fu sempre per Gesù , e tuttora lo è , il supplizio peggiore ed essere incompreso dal padre terreno, tenuto in conto del più prezioso amico,era più di quanto egli in quell’ora potesse sopportare ed alla trepidante lamentela di Giuseppe egli rispose aspramente: “ e perchè mi cercavate, non sapete che io debbo badare alle cose del Padre mio che sta nei Cieli?” Giuseppe e Maria non intesero (continua il Vangelo secondo Luca) queste parole. In certi stati la natura divina prendeva il sopravvento in Gesù e allora la povera, creta umana si smarriva innanzi al mistero. Dopo lo scatto Gesù ,tornato umano, seguì docilmente a Nazareth suoi genitori. 18 Vi è qui un lungo silenzio che i Vangeli non colmano. Come visse Gesù dai tredici ai trentasette anni; epoca in cui s’inizia la sua predicazione che doveva concludersi con la tragedia del Golgota? I Vangeli apocrifi ci offrono qualche traccia, ma troppo labile e leggendaria. Il proto vangelo di Giacomo accenna a viaggi fatti da Gesù in alcune regioni dell’Oriente. Certamente Gesù non visse sempre nelle bottega del falegname, tanto è vero che i suoi stessi parenti lo riconosceranno con stupore quando egli inizierà la sua missione; stupore che non sarebbe logico se egli avesse sempre vissuto in mezzo a loro. Giovanni stesso, il terribile predicatore di penitenza, non lo riconosce quando egli gli si presenta e ciò non sarebbe stato ,lo ripetiamo, se Gesù avesse sempre vissuto nel borgo paterno. Sbarazziamo subito il terreno da una domanda che può sembrare oziosa, ma non lo è: Gesù fu artigiano? Presso gli orientali e presso gli stessi Romani, il lavoro manuale veniva inteso sempre come un fatto umiliante. Non così presso i greci, ove invece esso era tenuto in così i alto onore, che i medesimi regnanti si vantavano di essere tanto buoni combattenti in guerra come ottimi pastori ed agricoltori in pace; e le spose e le figlie dei re, in gara con le ancelle, filavano, tessevano, lavavano nei fiumi, curavano la cucina ed erano esperte nell’arte di far profumi e di curar ferite e malattie; così pure presso gli Etruschi e presso i popoli latini. Pitagora stesso, a Crotone, si dilettava a tessere stuoie e consigliava ai suoi allievi di alternare armoniosamente il lavoro della mente con il lavoro delle mani in modo da rendersi indipendenti dagli altrui servigi, facendo da se stessi le cose necessarie alla propria persona. Naturalmente il concetto varia molto a seconda delle attitudini dei popoli dove esso si esprima. La Cina, l’estremo Oriente, l’Ellade, l’Europa intesero la vita stessa dello spirito come atto perenne. Il concetto del demiurgo non sarebbe mai nato in Cina o in India. esso richiedeva come culla un centro sociale ove l’opera onorasse l’operaio. Giuseppe aveva imparato nei templi egizi molte cose, compresa la grandezza dell’ ordine di lavorare dato all’uomo, non come punizione, come Mosè riporta nella Genesi, ma come testimonianza di somiglianza con lo stesso Demiurgo. L’uomo deve lavorare a somiglianza di Dio, plasmando a sua volta le forme, evolvendo traverso questa plasmazione la materia e Giuseppe lavorò con umile fierezza ed iniziò al suo lavoro il figlio Gesù. Altrettanto Gesù comprendendo la grandezza insita nell’opera, dovette essere un entusiasta apprendista prima, un abile maestro d’arte poi. Ma Gesù non fu certo uno schiavo del lavoro; appresa l’arte non fu ossessionato dall’idea del guadagno, nè Giuseppe l’avrebbe voluto, così l’artigiano Gesù lasciò ben presto la bottega paterna e iniziò, come del resto era comune in quei tempi, il Suo pellegrinaggio d’istruzione attraverso il mondo. Egli fu in India, tornò in Egitto, sua vera patria d’adozione, in Persia; leggende e tradizioni ce lo indicano persino nel Tibet e nei conventi della grande catena dell’Himalaya. Fra i seguaci del bramanesimo e persino fra quelli di Buddha, fra i fedeli di Zoroastro e gli stessi Iniziati al culto di Mitra, si serbarono lungamente memorie e tradizioni di un giovane audace Maestro, predicante una dottrina mai udita, per cui Dio era il Padre comune, gli uomini fratelli fra loro. 19 Torneremo più tardi su questo importante argomento; per ora è solamente interessante notare come molti secoli dopo, missionari cristiani, fra i quali il grandissimo Francesco Saverio, notarono con vivo stupore che circolavano nella regione insegnamenti assai simili, insegnamenti che invano più tardi si cercò di spiegare con un ipotetico viaggio degli apostoli: la loro originalità era tale che tradiva ad ogni piè sospinto il maestro. Un viaggio in quelle regioni già visitate da Gesù da parte degli apostoli non è del tutto da escludere, al massimo però, esso viaggio avrebbe semplicemente rinforzato e ravvivato le dottrine in precedenza predicate dallo stesso Gesù. Comunque siano andate le cose, le tradizioni e le leggende non dipingono Gesù come molto facile da dominare: egli, sempre ed in ogni luogo, si “occupò delle cose del Padre suo ch’era nei cieli”, sempre ed in ogni luogo si scontrò con i rappresentanti della religione ufficiale, con i sacerdoti della parola che uccide lo spirito, con i dottori della chiesa che confonde la Legge. Gesù fu certo in ogni luogo l’uomo più odiato dagli uomini che tengono in schiavitù altri uomini e da quelli stessi che amano esser tenuti in schiavitù. Egli era la libertà, ma la libertà è responsabile coraggio. Non è facile essere coraggiosi quando ci viene richiesto di dirigere contro noi stessi il nostro coraggio, quando la libertà è rinnegazione. La predicazione di Gesù fu certo aspra se in taluni luoghi ancor oggi ivi si parla dello sdegno di un giovane Iddio che rovesciò gli altari. Abbiamo promesso di ritornare sulla dottrina da lui predicata, e lo facciamo. Prima di Gesù non si trova in alcuna tradizione religiosa e folkloristica traccia del concetto di Dio come padre. Nelle più metafisiche della stessa concezione buddica Dio è il Principio ed il Fine, nel quale tutto fatalmente si fonderà, ma è ignoto il concetto di padre. Se ancora in certe disquisizioni metafisiche, gli uomini possono essere presentati come un’emanazione dello Dio, nondimeno questo concetto non è così pieno come l’altro di padre. Anche il sudore è un’emanazione dell’uomo, ma non per questo l’uomo ne è molto fiero, né esso può volere o meno questa emanazione che avviene traverso il suo corpo bene e spesso a sua insaputa. Ma il figlio è un’altra cosa; il figlio l’uomo non può generarlo per caso; il figlio, bene e spesso, è voluto da una costante e tenera attesa, predisposto da una scelta di valori. Il figlio è del padre, come il padre è del figlio, i rapporti sono assoluti ed incontrovertibili. Dio creatore d’ogni cosa, è all’uomo padre ed è padre perchè all’uomo ha commesso la sua somiglianza come a nessun essere ed a nessuna creatura aveva mai fatto. I più formidabili Serafini strisciano intorno al suo trono, le più tremende forze della creazione, come cani guaiscono sollecitando il suo interessamento; solo l’uomo, l’ultimo venuto, può gettare le sue braccia intorno al suo collo, chiamarlo Padre, contendere con lui, gareggiare, suscitandone il sorriso e la compiacenza; solo l’uomo è il risultato del Suo assoluto volere. Intorno all’uomo ogni cosa è consequenziale, solo l’uomo è libero e cosciente, capace di ergersi con il suo “SI” o con il suo “NO” contro le forze arbitrali della natura: solo l’uomo può nella sua somiglianza con Dio operare delle vere creazioni, non tanto a gara, quanto ad imitazione del Padre Celeste. 20 La predicazione della divina paternità, implica da parte dell’uomo l‘accezione piena alla fraternità universale, ogni uomo è fratello dell’altro se riconosce Iddio per Padre, ma questo riconoscimento implica tutta una rinuncia a stati ancestrali più profondi delle vita a stati ove la lotta è necessità ,non solo, ma quasi legge d’evoluzione. La lotta non cessa, ma si muta e si rivolge, non più contro l’altro, ma contro se stesso; non più lotta per il predominio sul mondo della materia, ma violenza per realizzare il regno dello spirito. Il rapporto ’uomo-Dio muta profondamente; il padre ed il figlio si trovano misteriosamente simili e pur diversi, essi si fondono senza confondersi. Non un Nirvana quindi attende l’uomo, ma un grande abbraccio in cui le due nature fondendosi si equilibrano in armonia e pienamente rispondendosi vengono a rivalutarsi. Solo nel rapporto “uomo-figlio-DioPadre” è possibile attuare la pienezza e l’armonia della suprema debolezza che nella perfetta forza se stessa attua, assurgendo per pura virtù d’amore alle capacità spirituali. Dio Padre! Riflettiamo su questa parola, essa è la chiave delle chiavi ed è al tempo stesso la serratura. Predicando la divina paternità, Gesù sovvertiva interamente non solo ogni principio morale, sostituendo una morale d’amore alla vecchia di terrore, ma faceva anche sì che tutta la farragine delle ritualità espiative esortatrici, placatrici della collera divina, divenissero un inutile ciarpame. Al tempio di materia si veniva a sostituire il tempio di spirito ove finalmente Iddio doveva essere adorato in spirito e verità, così pure ogni principio sociale automaticamente veniva profondamente mutato. La paternità di Dio segnava la fraternità dell’uomo e la fraternità creava rapporti sociali del tutto nuovi distruggendo le classi e le caste, stabilendo il valore umano in una reciprocità di rapporti, facendo di ogni uomo una vivente immagine di Dio, bollava di sacrilegio chiunque questa immagine profanasse. I sacerdoti delle varie divinità e i padroni di popoli capirono la portata rivoluzionaria della nuova dottrina ed ad essa logicamente tentarono in ogni modo di opporsi. Ma, cosa strana, non solo i sacerdoti ed i potenti compresero e combatterono ciò, ma anche coloro che di questa predicazione avrebbero beneficiato, si ribellarono. Proprio i pezzenti e gli schiavi furono i primi veri nemici dell’insegnamento supremo, perchè agli schiavi ed ai pezzenti non meno che ai ricchi ed ai potenti si rivolgeva la parola che a tutti imponeva un compito, segnava un dovere, additava una responsabilità e stabiliva per ognuno solamente il diritto di essere perfetto in virtù, ma non autorizzava a giudicare chi non lo fosse. Alla paziente attesa delle masse di una lunga gioiosa vendetta, Gesù indicava la necessità di cercare “il Regno di Dio e la Sua Giustizia”, poiché in questo regno, non vi sono né padroni né servi, né ricchi né poveri, né eruditi né ignoranti, ma solo tutti figlioli di Dio e fratelli fra loro. Decisamente non era questa una predicazione popolare, e Gesù fu grandemente impopolare. Egli era venuto a portare la libertà e si vide chiedere la licenza, egli era venuto a portare l’amore e si senti richiedere di approvare l’odio. La sua pace divenne guerra ed egli fu sempre fra i popoli segno di contraddizione. Fra le tradizioni dei persiani, si parla di un giovane istruttore di nome Issa o Ajssa, che è una corruzione del nome di Gesù, e così, fra i Brahmani dell’India si ha tutt’oggi una memoria di Jesoph o Josa, prodigioso 21 giovanissimo asceta che, nuovo Budda, predicò la libertà nell’abbandono all’amore del Padre che è nei Cieli e “che fa spuntare il sole e manda la sua pioggia così sul giusto come sul peccatore.” Anche nella Cina i primi missionari cristiani trovarono con vivo stupore la tradizione di un giovane Je-s’hua, che molti secoli prima aveva nel celeste Impero predicato una dottrina di pace e di libertà nella virtù. Del resto nel mandato agli apostoli, se egli imporrà “Andate e predicate a tutte le Genti” ciò sarà proprio perchè egli, divino seminatore, aveva sparso il grano che i mietitori dovevano più tardi raccogliere. L’universalità del pensiero cristiano, la facilità di attecchimento in ogni angolo del globo, si spiega proprio con l’utile viaggiare che Gesù fece fuori dalla Palestina, in attesa che si maturasse per lui l’ora del suo destino di martirio. Furono lustri di fattivo lavoro in cui Gesù preparò se stesso alla suprema offerta; furono anche i lustri in cui l’Umanità si preparò per ricevere un fermento nuovo. La sua luce, la sua forza, la sua sicurezza, la sua stessa Immacolatezza lo facevano passare come una meravigliosa luce fra le fiamme delle passioni umane. Furono quelli i lustri della massima incomprensione fra Dio e l’uomo, fra luce pura e tenebre trafitte, ma non penetrate dal grande raggio. Giustamente, e riferentesi a quei giorni, Giovanni l’Evangelista dirà poi: “Colui che è la luce vera che illumina ogni uomo che viene al mondo, Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non lo ha conosciuto. E’ venuto in casa sua ed i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che lo hanno ricevuto Egli ha dato il diritto di diventare figlioli di Dio; a quelli, cioè che credono nel suo nome; i quali non sono nati da sangue, nè da volontà di carne, nè da volontà di uomo, ma sono nati da Dio. E la parola si è fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell’unigenito venuto da presso al Padre. Gesù, nelle sue pellegrinazioni poté constatare ogni volta l’insidia sottile della lettera che uccide lo spirito, della chiosa che oscura il testo, della forma che cela l’essenza, del rito che rinnega la religiosità. Sotto le volte formidabili dei grandi templi, sfogliando i volumi dell’antica sapienza, piegando la fonte greve di pensiero innanzi al simbolo indifferente, egli dovette sentirsi sempre di più uno straniero nella terra che pure vibrava nel palpito della sua stessa essenza “il mio regno non è di questo Mondo” dovette molte volte ripetere silenziosamente a se stesso con infinita malinconia. L’intelligenza e la sua libertà, questi terribili e formidabili attributi delle divinità che il Padre celeste aveva voluto dividere con gli uomini; servivano agli uomini solo per essere più malvagi e più infelici! Davvero che lo scorrere sulla Terra pareva un atto di tragica constatazione del fallimento dello stesso amore di Dio: l’errare sulla terra di Dio constatando il fallimento dell’uomo; dell’uomo, oggetto di infinite cure e premure; dell’uomo creato per essere nell’ultima lotta, la pedina destinata a dare scacco matto al re dell’avversario. Eppure Gesù volle non disperare e poté. Egli era divino, non soggetto al tremendo oscuramento della tentazione. Egli era certo del Padre che era nei Cieli e ne adorava, pur non comprendendolo del tutto, il misterioso volere. IL battesimo di Giovanni non lo aveva ancora fatto uomo, 22 non lo aveva affratellato a quanto di più abbietto e di più sublime palpita sotto il sole. L’ora del ritorno si avvicinava, Giuseppe gli aveva fatto pervenire un accorato richiamo e Gesù che amava l’uomo giusto, non volle contrastarlo negli ultimi giorni e tornò in Palestina: ivi giunto trovò Giuseppe molto invecchiato e molto stanco, ma sempre sereno e fedele. Per il buon vecchio il ritorno di Gesù fu dolce come l’ultimo sole d’autunno ed anche Gesù fu lieto di trovar pace, al suo lungo errare, presso il suo unico e sicuro amore. Fra Gesù e Giuseppe regnava una grande affinità; Giuseppe sapeva amare il suo figliolo di un amore forte e costante, sapeva circondarlo di una amicizia assoluta che egli mai più doveva ritrovare sulla terra e questo amore era ricambiato. Quali confidenze si scambiarono l’uomo giusto e l’uomo divino, la mano nella mano, all’ombra propizia dei carrubi? Non ci è dato a penetrarlo, ma forse non furono neppure confidenze, ma divino silenzio, in cui lo spirito, solo in se stesso si placava. Giuseppe si estingueva dolcemente senza scosse, senza sofferenze. come una lampada cui manchi l’olio, si estingueva in un sonno mite, veramente sazio di giorni se pur non tanto vecchio. Il destino benevolo gli aveva dato in Gesù più che l’amore e non chiedeva a lui il prezzo che avrebbe chiesto a Maria. Forse divinamente consapevole di ciò che l’avvenire serbava, Gesù fu sempre più dolce ed amichevole con Giuseppe che non con Maria; da Giuseppe volle esser amato e fu con lui il migliore dei figli, il più sommesso dei discepoli. Gesù sapeva che Giuseppe non l’avrebbe veduto morire sulla croce, sapeva che la misericordiosa morte avrebbe risparmiato al buon vecchio l’orribile strazio e allora con Giuseppe, Gesù poteva abbandonarsi alla gioia infinita di esser amato, poteva a sua volta dare intiera questa gioia. Con Maria no! A Maria era serbata la sorte più crudele che madre sia chiamata a soffrire, vedere il proprio nato morire di morte crudele, sotto i suoi stessi occhi ed allora egli doveva indurire, perchè si spezzasse prima, il cuore materno. Doveva con la madre esser burbero o quasi duro, inibirle e inibirsi ogni slancio di sentimento,. chiudersi in una torre d’avorio di silenzio e di austerità, acciocchè nel cuore materno vi fosse un angolo di dissidio, un piccolo sdegno ,sia pur d’amore, che si potesse mutare in forza. Per Maria dunque, fu il figlio austero, per Giuseppe l’amoroso, ma sia dandosi che negandosi, Gesù sempre immolava, sempre pensava all’altrui anzichè al proprio dolore. L’amore ha vari modi per immolarsi; la durezza stessa è uno di questi. Avere il cuore che scoppia d’amore e serbare un freddo contegno; anelare al bacio come all’atto più rispondente al proprio sentimento e sottrarsi con aria annoiata alle tenere espressioni; amare e non voler essere amato in vista dei futuri dolori dell’essere amato; conoscere ogni riposta piega dell’anima altrui, fondersi di dolcezza e usare modi e parole talora all’opposto; seguire l’ombra dell’amata e sottrarsi al suo sguardo amante. Forse rinnegare il suo amore, violentare la sua natura fu assai peggio della croce! Non ci si accusi di sentimentalismo o di pietismo; noi siamo poco disposti all’una o all’altra cosa, questa che noi tentiamo è l’analisi della mente dell’Uomo-Dio. Vogliamo con questo renderci conto di cosa veramente ha fatto per noi Gesù. Egli ha davvero fatto più che morire, egli è nato per noi, 23 egli è vissuto per noi: la nostra redenzione è nella vita e non nella morte del Cristo! Non un cadavere noi dobbiamo contemplare, ma un cuore misteriosamente vivo che palpita nel creato e i cui palpiti non sono compresi da coloro stessi che ne sono l’oggetto. Più terribile della morte, più forte della vita fu l’amore di Cristo per noi. A questo amore egli ha immolato la sua stessa essenza divina, ha rinnegato se stesso, si è esinanito nella forma, ha attuato la conoscenza piena dell’amore e del dolore umano; ha fatto assai più che illuminar le tenebre, si è fatto lui stesso tenebra per comprenderla e redimerla; è passato primo per la strada di tutti ed è rimasto sulla strada ad attendere tutti! Nessuno tema di essere incompreso da Cristo, ma ognuno tema di non comprenderlo abbastanza. Oh! il meraviglioso amore di Cristo, amore forte e combattivo, generoso e pronto, amore obbediente, servizievole leale; amore che non rende deboli, ma fa forti i deboli, amore sincero e che rende sincero, perché fuori da ogni egoicità e che esige la pienezza del contraccambio! Solo un Dio poteva portare sopra la terra questo amore e, solo un Dio, poteva esigerne il contraccambio, rendendo la fragile anima umana capace di tanto. Per questo amore la redenzione è perennemente in atto. Giuseppe passò serenamente alla pienezza della vita, stringendo fra le sue mani quelle di Gesù, posando la testa stanca sul seno di Maria e nell’umile casa fu un grande silenzio. Gesù lo seppellì con onore e modestia degne dell’uomo che tutta la vita aveva fatto della modestia la sua autentica grandezza, dopo prese nella casa il suo posto di capo perchè non era ancor giunta l’ora della grande predicazione, della rivelazione al suo popolo. Forse in quell’epoca egli lavorò manualmente per finire le opere iniziate dal padre e per porre se stesso e la madre in condizioni d’indipendenza e forse, in quell’epoca, molte brune nazarene videro nei loro sogni di vergini la sua bionda cesarie chinarsi pensosa. Comunque, a Nazareth, Gesù non fece parlar di sé, era il figlio del falegname del paese e continuò a fare il mestiere paterno. Qualcuno però nel paese era irrequieto: Giacomo e Giovanni i figli della Zia Maria di Cleofe. Essi facevano parlare di sé per la loro irrequietezza religiosa e non si appagavano delle adunanze della sinagoga, ma volgevano sovente ai dottori domande insidiose e rivoluzionarie. Un fermento di nuova vita era nell’aria, i più sensibili lo captavano, non fosse che come stato di insoddisfazione mentale; vi era ansia di riforme che irritava i vecchi. Giovanni, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, aveva fatto parlare di sé non molto favorevolmente per le stranezze del suo costume e la violenza delle sue predicazioni. Ora si aggiungevano questi altri due inquieti. Gesù, per fortuna, pur essendo reduce da lunghi viaggi, stava tranquillo e non mostrava velleità di riforme religiose, né di discussioni. I vecchioni della legge respiravano ed osavano persino additarlo come esempio di conformismo e di quiete ai suoi agitati cugini. Ma ben inteso, ciò era un gettar olio sul fuoco. Come tutti i giovani dalla mente aperta al sogno dell’ambizione, essi non si erano lasciati ingannare dall’atteggiamento di Gesù e fremevano di interrogarlo circa i suoi viaggi e le delicate questioni della legge mosaica; ma qualcosa li aveva trattenuti sino allora, in rispetto; 24 forse il suo silenzio o forse il suo sguardo severamente chino sopra i suoi lavori: le cose erano a questo punto quando accaddero fatti nuovi. A Nazareth giunse da Gerusalemme una carovana di mercanti e vi fece sosta come era loro consuetudine e intorno ai mercanti si radunarono molti uomini del paese per chiedere le novità del mondo e per comprare e vendere i propri e gli altrui prodotti, Fra le novità i mercanti si posero a descrivere l’incontro da essi fatto sulle rive del Giordano di uno strano asceta, dalla predicazione irruenta e trascinante, che predicava il battesimo di penitenza ed annunciava che il Messia sarebbe apparso assai presto. Nella piccola folla di ascoltatori, i due parenti di Gesù, Giacomo e Giovanni, uomo quasi maturo il primo, irrequieto adolescente il secondo, avidamente ascoltavano. Giacomo specialmente era rapito dalle descrizioni colorite del profeta ignoto e dalla promessa di una prossima comparsa del Messia che tutti gli ebrei attendevano e speravano da secoli, e con la sua fantasia di sensibile orientale, già se lo raffigurava ed invidiava coloro che lo avrebbero attorniato. “Fossi anch’io fra questi fortunati” si diceva, ma mestamente crollava subito il capo. Mai il Messia sarebbe passato da Nazareth, mai avrebbe voluto incontrarlo! Saziata la curiosità dei paesani e fattasi sentire nei mercanti la stanchezza, la piccola folla si disperse, Giacomo e Giovanni si avviarono a casa. Essi abitavano vicini a Maria, madre di Gesù e perciò entrarono nella botteguccia per salutare e scambiare qualche parola. Maria tesseva in silenzio e Gesù, con la squadra in mano, sembrava immerso nei calcoli. Un grosso cane da pastore si accostò scodinzolando a Giovanni ,evidentemente consueto ospite della casa. Maria alzò il capo e salutò i nipoti, mentre Gesù non mostrò di essersi accorto che qualcuno fosse entrato. Ma appena risuonò la voce di Giacomo, subito Gesù dardeggiò il suo sguardo vivissimo sul cugino e lo interpellò per primo: “Ebbene, i mercanti hanno portato buone nuove dal Giordano? ”Giacomo trasalì: era ben certo di non aver veduto Gesù nel crocchio intorno ai mercanti e non poteva capire come egli ne fosse avvertito; ma subito ripreso dalla sua passione. non dette importanza alla cosa, e, rispondendo, incominciò con entusiasmo a parlare, ripetendo le descrizioni dei mercanti e quanto essi avevano detto dello strano profeta battezzatore e del Messia da questo annunziato. Maria ascoltava con interesse e Gesù con cortese pazienza. Ma quando a conclusione del suo dire, Giacomo con un sospiro rivelò il suo rimpianto di mai poter accostare, ove fosse venuto, il Messia, Gesù chiese con garbata ironia, che cosa avrebbe fatto con il Messia e perché desiderasse tanto di incontrarlo. Giacomo avvertì la puntura e, piccato reagì : “Io -cominciò a dire- se incontrassi il Messia, mi porterei al suo seguito e farei il possibile per distinguermi in mezzo a tutti i suoi dignitari, così che egli mi prenderebbe a ben volere e mi onorerebbe sopra tutti gli altri, e mi compenserebbe con un regno. Sono un buon israelita sotto il cielo come qualunque altro ed il Messia non dubiterebbe della mia fedeltà!” Gesù sorrise: “Chi ti dice che il Messia abbia bisogno dei servigi di chicchessia?” 25 “Come, il Messia avrà pur bisogno di soldati per conquistare il suo regno e cacciare i romani.” rispose Giacomo. “Ma chi ti dice che egli voglia conquistare un regno e voglia cacciare i romani?” “E allora che Messia sarebbe? Come adempirebbe alla promessa fatta al nostro padre Abramo? Non fu detto che la progenie di Abramo, per opera del Messia, dominerebbe tutta quanta la Terra?” “E deve per forza dominarla con le armi?” Chiese Gesù. Giacomo si morse le labbra, egli ammirava e rispettava Gesù, ma spesso si irritava con lui per l’ironia delle sue parole e la secchezza delle sue sentenze. Egli sapeva che questo strano parente aveva ,benchè così giovane, viaggiato molto, ma sapeva altresì che non amava parlare dei suoi viaggi. Giacomo era di natura un chiacchierone, mentre Gesù era un taciturno. Ogni incontro tra i due finiva sempre un po’ amaro, e così fu anche questa volta. D’improvviso Gesù si voltò a Giovanni: “Tu, che ne dici, mio piccolo Giovanni, del Messia? Non desiderasti incontrarlo?” “Non so -rispose Giovanni- non capisco e temo di sbagliare, ma non credo di amare molto un Messia che sparga lacrime e sangue sia pur anche per liberare dal giogo straniero il popolo di Israele. A me sembra, ma forse sbaglio, che se il Messia è come dicono, figlio dell’Altissimo, egli non può che amare tutti gli uomini e tutti i popoli; altrimenti che cosa lo differenzierebbe dal Cesare romano? Vedo il Messia come un portatore di pace e non di guerra, di amore e non di odio, ma sono molto giovane e il mio parere può benissimo errare.” “Non erri, mio piccolo Giovanni” ,rispose Gesù con una carezza. Giovanni arrossì di piacere, mentre Giacomo borbottava qualcosa per conto suo. “E tu, Giacomo, non avertene a male anche se ti stuzzico, lo sai benissimo che lo spirito soffia dove vuole, e tu stesso lo hai detto che non sei peggiore di un altro, ma io ti dico che potrai essere migliore di molti altri.” “Ecco -proruppe Giacomo- con te non si sa mai come parlare, perché sei così strano Gesù? E pensare che potrei volerti tanto bene!” “Come al Messia?” sorrise Gesù. “Che c’entra il Messia? IL Messia è il Messia, tu sei mio parente:” “Hai ragione Giacomo, io sono tuo parente.” Nella bottega artigiana vi fu un silenzio. Pacatamente Maria aveva riposto il suo telaio ed armeggiava a preparare la modesta cena. Il tramonto di porpora riempiva il cielo di splendore e i tre uomini tacevano assorti. Fu Gesù a rompere il silenzio. “Dov’è comparso il Battezzatore?” “Sulle rive del Giordano -rispose Giacomo- a circa tre giorni da quì.” “Grazie Giacomo, vuoi venir meco? Domani partirò per raggiungerlo!” “Va bene, ti seguirò ovunque andrai.” 26 “Addio dunque, a domani all’alba.” “Ed io?” d’improvviso chiese Giovanni. Gesù guardò a lungo il giovinetto, poi rispose: “Tu, per ora rimani, poi mi seguirai più a lungo di tutti.” ************************ Sulla riva del Giordano si accalcava una grande folla assai eterogenea nei suoi elementi. Vi si vedeva il compassato mercante ebreo mescolato al cupo beduino avvolto nei suoi misteriosi burnus di lana bianca; il mercenario romano fiero dell’aquila impressa sulla sua lorica che guardava con il disprezzo del conquistatore, i partigiani di Erode, più modesti nelle vesti e nelle armi. Rabbini solenni come incarnazioni di Mosè e nervosi scolastici greci si facevano strada a fatica fra le spinte di tutti per avvicinarsi a quello, che pareva ed era, il centro dell’attenzione generale: la riva del Giordano sopra la quale un irsuto uomo dalla figura atletica con sulle nude carni una pelle mal conciata di bufalo, con le nerissime chiome rabbuffate e la barba incolta, dagli occhi sfavillanti e terribili di una luce soprannaturale, parlava con voce simile ad un tuono alle turbe raccolte, superando anche il rombo della folla mareggiante e del fiume: era Giovanni Battista il battezzatore! Egli predicava la grande penitenza, annunziava la venuta del Messia, battezzava con l’acqua quelli che sarebbero stati un giorno battezzati con il fuoco e con lo Spirito Santo… Fra la folla compatta comparve un giovane galileo seguito da un altro più anziano. Avvolto nel suo pallio, con semplice dignità, sciolta sulle sue spalle la bionda cesarie che lo indicava Nazireo, Egli avanzò nella folla senza spingere e senza essere spinto, come immateriale. Al Suo passaggio la folla si divise, dietro a Lui si chiuse. Chi era? Nessuno lo conosceva, ma tutti d’istinto sentivano una misteriosa potenza, un soffio di vita nuova e diversa. Avanzò verso la riva e quando entrò nel campo visivo del predicatore, quest’ultimo ammutolì di colpo e rimase come colui che è colpito da una visione soprannaturale. Anche la folla tacque e nel silenzio si levò limpida la voce del galileo e lo si udì chiedere al battezzatore il battesimo di penitenza. Come se questa richiesta avesse avuto il potere di risvegliare dal sonno della morte, il battezzatore proruppe appassionatamente: “Come mai tu chiedi a me il battesimo ch’io dovrei ricevere da te?” Tutta la folla guardò l’interlocutore del profeta e stupì vedendo il giovane galileo. Anche il compagno di questo ultimo aveva l’aria stupita e lo guardava senza darsene pace. Ma il battezzatore si era accostato a Gesù e aveva fatto l’atto di gettarglisi ai piedi. Gesù impedì il gesto e ripeté la sua richiesta di battesimo, non solo, ma con il deciso gesto di chi non ammette si possa replicare ad una sua richiesta, già si avviava al fiume, con il passo fermo dell’essere consapevole. Chi si trovò presente a quell’incontro, per quanto insensibile, non poté certo evitare un brivido, il brivido panico che pervade ogni essere pensante, quando si trova arrestato sulla soglia dell’imprevedibile e del mistero. Gesù e Giovanni Battista erano, per parte di madre, parenti, ma nulla faceva capire questa parentela. Alto, bruno, atletico nella persona emaciata, 27 adusato alle penitenze e alle durezze dell’ascesi, Giovanni. Non molto alto se pure imponente, fragile, quasi femmineo nella persona gentile, biondo di un caldo color di grano, Gesù. Eppure fra i due era Gesù e no Giovanni che emanava la forza maggiore. Gesù e non Giovanni era in potenza il re di tutti quegli uomini che guardavano, di tutte quelle coscienze che attendevano. Giovanni aveva riconosciuto in Gesù l’inviato che vedeva e che adorava nei sogni, non il parente. Del resto Gesù e Giovanni benché nati dalla stessa gente, mai si erano incontrati nella vita. Diverse strade avevano conosciuto il loro piedi, diverse esperienze le loro menti incandescenti. Ma l’uno era il serafino adorante, l’uomo cane pastore, l’altro era il generato dello Spirito, il figlio del Padre, il pastore. Logicamente quindi Giovanni riconobbe in Gesù il pastore ed il padrone adorante si dispose ad obbedirlo. Il Battesimo predicato da Giovanni era un rito esseno assai solenne ed impressionante, con esso il battezzando pubblicamente si dichiarava peccatore e rinnegava il peccato. In segno di ciò si spogliava in riva al fiume di tutti i suoi indumenti e nudo entrava nell’acqua accompagnato dal battezzatore che in un certo punto lo immergeva con la testa sotto acqua, proclamando il suo atto come atto di totale mondazione, a testimonianza del quale il battezzato cambiava nome assumendo quello del suo iniziatore o padrino e procurava di passare il resto della vita in raccoglimento ed in preghiera. Spesso il battezzato si mutava in battezzatore e sovente diventava un profeta ascoltato e temuto. Indubbiamente il battesimo veniva concesso solo agli adulti e, in certo qual modo, era concesso volentieri soltanto a noti peccatori che volessero convertirsi, ritenendo che, fuori dall’esperienza del peccato sofferto, l’uomo difficilmente potesse orientarsi sopra i valori spirituali. Perciò, di rado, il battesimo era impartito ai molto giovani ritenendo che la poca esperienza avrebbe facilmente fatto ricadere in peccato il battezzato con grande scandalo dei fedeli. Molti iniziatori ritardavano la concessione del battesimo alla più tarda età e se il battezzato moriva in conseguenza del trauma fisico e psichico che l’immersione nel fiume spesso gelido rappresentava, si riteneva questa morte come un visibile segno della compiacenza divina e si riteneva che il morto andasse fra i beati in conseguenza del battesimo. Di questa concezione essenica del battesimo stesso e dei suoi frutti, noi troviamo più tardi traccia nel rito detto del “consolamentum” dei Catari, rito di comunione con l’essenza (Matrimonio con nostra Signora lo Spirito Santo), che veniva ritardato al punto stesso della morte per i più e che portava i maggiormente fanatici a riceverlo in buona età sotto la condizione di lasciarsi subito morir di fame (suicidio sacro) per non rischiare di macchiare con un futuro peccato lo stato di grazia ottenuto mercé il consolamentum stesso. Il battesimo di penitenza predicato da Giovanni presentava un’ardita innovazione, egli proclamava al popolo e per il popolo la penitenza degli asceti e degli iniziati. Chiamava le masse al tempio, proclama la grandezza di un sacerdozio dell’uomo, opposto al sacerdozio della stirpe o della casta, (il “Voi siete il regale sacerdozio” dell’apostolo di Cristo, fu un rieccheggiamento della predicazione del Giordano.) Per questo, pur non osando attaccare Giovanni, gli scribi ed i farisei non vedevano di buon occhio la sua predicazione e cercavano, sotto sotto, di ostacolarla. La massa però seguiva 28 volentieri quel profeta innovatore che predicava un’ascesi facilmente comprensibile, perché contenuta nei limiti di una pratica morale umana accessibile a chiunque, una pratica di vita logicamente compresa nei diritti e nei doveri che la stessa natura determinava. “Chi ha due vesti ne dia una a chi non ne ha e così faccia per il mangiare.” E agli esattori: “Chi vi ha ordinato di riscuotere più del dovuto, riscuotete ciò che vi è ordinato e nulla più.” E a dei soldati che lo richiedevano: “Non fate violenza e non estorcete nulla e non fate oppressione per calunnia e non violentate le donne; contentatevi del vostro soldo e osservate la fede giurata.” Perciò grande era la popolarità di Giovanni, che molti avrebbero seguito volentieri come Messia, se egli stesso non li avesse dissuasi dicendo loro: “Io vi battezzo in acqua, ma ha da venire chi è più forte di me, cui io non sono degno di sciogliere il lacciuolo dei sandali, che vi battezzerà in” Fuoco e Spirito Santo.” Dinnanzi a quel popolo, dunque, si svolgeva in quel punto la scena più grande del Creato con i protagonisti più idonei. Gesù, il puro per eccellenza, era andato a chiedere il battesimo purificatore. Era il suo atto un mero atto di umiltà? Era invece una testimonianza al sacerdozio di Giovanni ed era realmente per Gesù quel battesimo necessario? Gesù non era uomo dai gesti inutili, né da esibizionismi, non aveva complessi neppure di virtù, essendo Egli la stesso virtù. Se Gesù chiese il battesimo lo chiese perché, per compiere la sua missione, ne abbisognava. Egli era l’idea immacolata, la forma pura ed incontaminata, ma per essere il fratello degli uomini, per poter divenire il vero redentore era indispensabile che sposasse e facesse sua la natura umana, che l’immacolata si maculasse e l’incontaminato si contaminasse, come il medico che per curare una malattia o per conoscerla se la inocula e sopra di sé esperimenta i medicamenti. Se il peccato è la malattia spesso mortale dell’anima, se esso è il triste residuo della natura bestiale, il risultato della corruttibilità del fango della terra di cui fu tratto il primo uomo, se nelle vita umana troppe cose trascinano in basso più che non sollevino in alto, colui che era venuto a rimediare a tutto ciò, doveva tutto ciò conoscere, provare, correggere e rinnovare in se stesso. Ma il concepito per opera dello spirito, l’incontaminato figliolo della vergine, il nato dall’ardore non poteva venire ad essere della stessa natura di quella umana, doveva acquisire corruttibilità, doveva inocularsi la peccabilità. Il battesimo che lavava gli altri doveva insozzare lui; egli doveva raccogliere dalle acque del Giordano le colpe che vi avevano deposto i peccatori. Gesù, il Cristo, non aveva ricevuto con la nascita un’anima umana; puro spirito e pura materia, egli mancava del corpo eterico, sede naturale delle passioni e dell’emozionalità. Come avrebbe potuto conoscere la tortuosità dell’inferma natura che illude per permanere? Come essere giusto giudice di un processo ignoto? Come stabilire una legge le cui modalità fossero sconosciute al legislatore? Molti nelle acque del Giordano si erano spogliati con la passione peccaminosa di veri lembi del tessuto eterico che, comune all’uomo, veniva catalizzato da Giovanni. Immergendosi in quelle acque Cristo si veniva a comporre dell’anima fatta di milioni di anime che ogni uomo fa invece sua già con il nascere, quell’anima individuale capace di peccato e di redenzione, 29 capace di libera scelta, di libera elezione, di responsabile coscienza in ogni circostanza della vita. Nel fiume scendeva il Dio e ne sarebbe emerso l’uomo. Giovanni capì ciò? Forse no, forse egli non vide che un supremo atto si abnegazione e di umiltà, contro il quale continuò a protestare con tutte le forze ,pur seguendo nelle onde il suo strano penitente. Come voleva il rito, sulle rive del Giordano Gesù si spogliò tranquillamente con la serena impudenza del Dio incontaminato ed incontaminabile; la sua persona si stagliò contro il cielo bella ed ambigua e i presenti non poterono difendersi da un brivido di sacra concupiscenza. Gesù nudo sotto il sole appariva con le forme fragili e pur possenti dell’Apollo greco, la sua nudità era piena di grazia e di maestà. Egli sconfessava il vecchi proverbio secondo il quale un re ed uno schiavo si distinguono solo nel vestito e faceva pensare ad una siderale umanità, ove la forma spogliata dal pondo corporeo potesse davvero testimoniare per l’artista divino. Abbiamo detto “la tranquilla impudenza del Dio”, avremmo potuto aggiungere “e del bambino”. Il pudore è un triste retaggio della colpa e della colpevolezza di essa, Gesù soffrirà la tortura del pudore violento e offeso; più tardi sul Calvario, sarà la palpitante carne dell’uomo a rabbrividire e ad arrossire. Sul Giordano è ancora la immateriale forma del Dio, forma impassibile e gloriosa, forma fatta di pura luce, animata di pura essenzialità. Le centinaia di sguardi che si affissero sulla sua persona, lasciarono indifferente Gesù; con il suo passo maestoso egli scendeva lungo la corrente rompendola per raggiungere il mezzo del fiume. Giovanni lo seguiva giunti entrambi ad una certa distanza dalla riva, Giovanni compì il rito che gli era stato richiesto e immerse Gesù nelle acque. Che accadde? I Vangeli sono espliciti: “Ed ecco che i cieli si apersero, ed Egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venir sopra di lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: “Questo è il mio diletto Figliolo, nel quale mi sono compiaciuto.” In realtà che cosa accadde? E’ bene a questo punto che noi ripetiamo la nostra domanda. Noi formuliamo ipotesi valendoci della conoscenza che abbiamo dei fenomeni iperfisici e della conoscenza esoterica vecchia di decine di migliaia d’anni. Per questa conoscenza siamo giunti a talune concezioni che offriamo in umile cuore a coloro che ne abbisognano, perché la loro mente ripugna l’assolutismo della fede e accede invece alla convinzione della logica. Ma non con questo noi promulghiamo dei dogmi, non con questo noi intendiamo interferire in questioni di fede o di religioni non essendo questo né il nostro mandato, né il nostro desiderio. Ciò posto, cerchiamo di vedere con gli occhi di un esseno che cosa realmente accadde sulle rive del Giordano. In quel punto del fiume, Giovanni aveva battezzato molti penitenti; potenti scariche elettromagnetiche erano venute a morire fra le onde tranquille e si erano accumulate in Giovanni come in un vero catalizzatore. Su quel luogo, invisibile ai più, ma chiara agli occhi iniziati, stagnava una densa nube di materia eterica in attesa di comunque scaricarsi o scatenarsi. Tutto era possibile in quel momento, un uragano, un terremoto, la comparsa di un Dio, come pure la creazione di un mostro. Quando Gesù scomparve sotto le onde, nello spazio eterico si creò un vuoto turbinoso: per una frazione d’attimo la vita fisica di Gesù fu sospesa come si era sospesa per tutti i suoi predecessori al rito. In quella frazione 30 d’attimo si creò la grande scissione. L’essenza spirituale, il Cristo che sino ad allora aveva permeato quel corpo, fu ricacciato ai confini della mente e una onda irruenta di vita umana, di Anima e di coscienza umana, s’immerse in Gesù come in un gorgo. La testa che si risollevò sotto le mani di Giovanni, era una testa spogliata dal nimbo Immortale. Con il battesimo Gesù aveva acquistato il diritto alla morte, proprio di ogni Essere terreno, aveva perduto non la sua purezza, ma la sua impeccabilità. Poteva, come ogni altro nato di donna essere tentato, dubitare, soffrire, piangere ed anche peccare se, dal peccato, non si fosse sottratto valendosi dei mezzi comuni affidati ad ogni essere(uomo) comune. Il Terapeuta divino si era inoculata la malattia che voleva guarire. Esternamente vi fu certo una serie di fenomeni. Un globo di fuoco assumente forse la forma di una colomba o di una fenice fu visto sulla testa di Gesù. Resta però il problema se questo globo scendeva dal cielo sulla testa di Gesù, o dalla testa dello stesso s’involava verso il cielo. Noi optiamo per la seconda ipotesi. Il globo di fuoco era il nimbo divino, l’essenzialità del Cristo che tornava alla sua sfera donde avrebbe guidato la forma terrena di Gesù alla suprema immolazione, dove si sarebbe di poi nuovamente manifestato sopra i Discepoli nel Cenacolo. Uscendo dalle onde Gesù rabbrividì per la prima volta e, come Adamo dopo il peccato, si accorse di essere nudo. Egli non poteva vergognarsi della sua nudità, ma sentì la vergogna dell’altrui impurità. Il distacco del nimbo divino non aveva affatto offuscato il potere del suo occhio spirituale anzi lo aveva affinato. Inoltre egli sentirà in sé per la prima volta tumultuare la potenza di un nuovo e sconosciuto modo di essere. Egli era passato fra gli uomini come una meteora di luce senza sentire nè amore, nè ripugnanza, nè somiglianza alcuna, ecco perchè si ritrovava stranamente simile all’ultimo di essi, non soltanto, ma bensì portato ad una terribile forma di solidarietà. Era tentato di dar loro ragione, ragione della loro miseria, della loro peccabilità, dell’incredibile leggerezza della loro mente, si stupiva di come la povera creatura potesse vivere, amare la vita, seguito penoso di colpe e di espiazioni, ridda senza riposo di desideri e di tormenti, caos senza luce di passioni e d’istinti contraddittori. Migliaia, milioni di uomini si agitavano e gridavano in lui, volevano da lui la loro salvezza, la loro liberazione, ed egli si sentiva incatenato ed impotente, più misero, più solo, più infelice di uno dell’ultimo di essi. Della sua divina natura solo quello gli era rimasto: la possibilità di soffrire con tutti, il male di tutti e per tutti. Essere l’oppresso e l’oppressore, il carnefice e colui che si immola. Per questo egli, più tardi, dirà di sé stesso: “il Figlio dell’Uomo è un segno di contraddizione!”. Ma di tutto questo le turbe non capirono niente e Giovanni stesso non vide che un barbaglìo di luce divina. La natura giovannea era troppo unilaterale per cogliere il segno della contraddizione in Gesù. Il brusco commiato dello stesso non lo stupì. Con l’anima adorante egli seguì lungamente, come perduto in un sogno, la bella figura Nazarea che si allontanava con il suo passo uguale in direzione del deserto. Nella folla esaltata dal prodigio, il buon Giacomo godeva il suo quarto d’ora di celebrità, essendosi rivelato come parente del giovane maestro così visibilmente oggetto dei favori del cielo. 31 Nella confusione Gesù si era allontanato senza che alcuno vi avesse posto mente. Uno spirito nuovo era in Lui e questo spirito urgeva in strano modo, trascinandolo verso nuove concezioni di vita e verso le differenzianti avventure dell’anima. Per la prima volta nella sua esistenza terrena egli provava un inquieto senso tutto umano della paura, dell’ignoto e, al contempo, il fascino dell’ignoto stesso. Era come se egli si fosse addormentato Dio e risvegliato uomo e come se nel profondo mistero del Suo essere si fosse stabilita una nuova gestazione. La sua sicurezza divina, il lievissimo sprezzo che sempre lo aveva allontanato dagli uomini, il chiaro lume che sempre lo aveva diretto, si era in lui come trasformato. Per la prima volta egli non avvertiva più il fremere celeste delle ali delle angeliche colombe, ma avvertiva, con strana chiarezza, il batter d’ali degli avvoltoi che divorano i morti. Il Dio trascendente diveniva immanente nell’uomo, ma questa immanenza aveva come prezzo la perdita delle divina impassibilità, della divina chiaroveggenza, e della superba serenità. Il gioiello del fiore di loto aveva provocato la fioritura del loto dai mille petali, ma i petali sbocciati celavano con la loro carnosa concretezza il bagliore spirituale del gioiello eterno. Gesù camminava per la prima volta con la fronte china, con lo sguardo rivolto alla terra; per la prima volta sentiva in sé l’inquietudine, retaggio della forza evolutiva, per la prima volta l’azzurro del cielo era per Lui ciò che è per tutti gli uomini, una volta insuperabile ed invalicabile, una volta di duro cobalto ugualmente chiusa allo sguardo ed al sospiro. Il pietroso deserto della Galilea si estendeva davanti a Gesù, esso aveva sempre un aspetto sinistro e minaccioso, ben diverso da quello solenne che ha, ad esempio, il deserto del Sahara. Non era come il Sahara un mare di sabbia steso all’infinito con una sua vita segreta ed una sua specialissima bellezza, variante dalla luce del sole a quella della luna; con il vento, il grande Sinum che era la voce e le visioni che sorgevano dalle dune ad illudere, ma anche a consolare i carovanieri. Il Sahara viveva e respirava, il deserto della Galilea no! A perdita di vista stendeva le sue colate di pietra calcificata dal sole, senza un albero, senza una curva, piatto e minaccioso sempre, rifugio di ladroni e di serpenti velenosi; solo rompeva la sua monotonia con lo spettacolo terribile degli scheletri di coloro che vi si erano perduti o vi erano stati assassinati. In quell’orrore inumano pose piede Gesù, trascinato dal suo spirito interiore. Per giorni e notti vi camminò compenetrandosi poca a poco d’orrore, per giorni e notti andò, sempre più desolato, sempre più umano. Provò alla fine la stanchezza che spezza le gambe, il freddo notturno che gela il sangue, il calore torrido del sole che fa ribollire e che fa sorgere visioni rosse nel cervello, provò la sete che dissecca la gola, la fame che torce le viscere e continuò a camminare. Nera la notte, livido e affocato il giorno, solo, intorno, la terribile monotonia che uccide lo spirito, quasi quanto la fame e la sete uccidono il corpo. I Vangeli parlano di quaranta giorni e quaranta notti in cui Gesù digiunò dimorando nel deserto, forse quel numero di giorni non ha che un valore puramente simbolico. Nella tristezza infinita della sua anima nascente aveva preso la via del deserto per quell’istinto di difesa di tutti gli esseri, colpiti da grande dolore o da grande offesa. Si era allontanato da lago senza pensare ed 32 era andato.....più le sue meditazioni divenivano tetre, più il suo passo si addentrava nel deserto e così fu per un certo numero di giorni e di notti in cui egli si scopriva con stupore sempre più stanco sempre più debole, sempre più dolorosamente uomo. Alla fine dovette cadere sfinito sulla pietra e accorgersi di aver fame. Era la prima volta che provava un umano ed umile bisogno e questo bisogno lo possedeva intieramente. Cercò del cibo intorno a se, ma non vide che pietre calcinate dal terribile Sole; cercò dell’acqua, ma neppure la fata Morgana lo soccorse per illuderlo. Si accorse di quanto fosse solo, capì di colpo l’angoscia degli uomini i cui scheletri lo avevano sinistramente salutato nel suo andare con immobile ghigno. Capì la pazzia che scorre nel cervello come un piombo liquefatto, il delirio che rende possibili le impossibili cose. E allora, dice il Vangelo, “il tentatore gli si accostò”. Facile doveva apparire la tentazione con un essere così sfinito e così sorpreso; anzi, la tentazione non doveva apparire neanche tale, doveva essere un semplice rammemorare di potenza, un semplice risvegliare da un sonno. Non era il figlio di Dio? Non aveva la sua nascita sovvertito le leggi della natura? E allora, che cosa ci sarebbe stato di strano nel valersi (per salvare la vita, per liberarsi dell’umiliazione della carne martoriata) di quei poteri psichici, così comuni del resto, anche ad asceti assai meno grandi e potenti di lui? “Se tu sei il figlio di Dio, dì a queste pietre di mutarsi in pane.” Gesù sussultò. Stavolta aveva sentito bene, non solo, ma si accorgeva che era lui stesso a parlare. Il delirio del tentatore aveva preso la sua stessa voce, servendosi della sua stessa bocca. Gesù raccappricciò. Dunque anche ciò pativano gli uomini, anche la tentazione era in agguato sulla loro già combattuta vita! Gesù si rialzò di scatto chiamando dal cuore e da cervello le forze supreme a raccolta. Egli capiva che era chiamato a combattere ed a vincere per tutti. Guai se la debolezza lo avesse posseduto, guai se non fosse stato possibile dominare la carne miserabile con la coscienza ancorata alla roccaforte di una convinzione spirituale. Guai se esser figlio di Dio dovesse significare il sovvertimento della legge, uguale per tutti gli uomini. Certo, Gesù avrebbe potuto benissimo e anche senza far peccato, mutare le pietre in pane, ma gli altri uomini avrebbero potuto farlo? Gli altri, i cui scheletri aveva incontrato per via erano morti di quel male che egli stesso sentiva? Forse avevano avuto lo stesso delirio, peggiorato dalla coscienza della loro impotenza. Il pane! Mangiare, sì mangiare ferinamente! Ma allora, la fame sola sarebbe stata padrona del Mondo? La Legge della fame avrebbe tenuto del pari l’uomo e l’animale? “Dì a queste pietre di divenir pane!” Atto magico assai facile a compiere, comunque non più difficile d’impugnare un’arma ed assalire qualche passeggero per mangiare. La legge che trasforma l’uomo in tigre e lo rende capace di qualunque cattiva azione. E non solo di pane ha fame l’uomo, ma di oro, di potenza e di schiavi! E per saziare questa fame non vi è malvagità di cui non si renda colpevole, non vi è infamia di cui non si macchi! Debolezza e miseria, è la tentazione sulla via! Immerso in questi pensieri Gesù taceva. Il tentatore crede di aver vinto e tenta ancora un piccola spinta. “Hai voluto esser uomo? Hai voluto spogliarti del nimbo immortale della divinità? Prova, prova dunque ad esser uomo! Cadi, cadi anche tu, oppure torna ad essere Dio; ma nell’uno o nell’altro caso 33 sarai del pari sconfitto. Avrai anche tu la frustata rovente dell’umiliazione che ha marchiato in eterno noi, spiriti di tanto migliori dell’uomo. del Tuo prediletto uomo! Hai voluto trarlo dal fango della terra, crearlo a tua propria immagine e somiglianza? Ebbene, somiglia a lui, allora specchiati, compiaciti, dì a queste pietre di mutarsi in pane. Sciocco, non vorrai morire così, come quelli che hai incontrato? Un bel padre celeste il tuo che non si muove! Muoviti tu! tu hai i poteri: “Dì a queste pietre di mutarsi in pane.” Gesù si era levato in piedi ora; il tuo aspetto era impenetrabilmente tranquillo; sulle labbra scolorite aleggiò un sorriso di vittoria: “Ti ho capito, o diavolo, -disse in cuor suo- ho capito la tua forza, la tua suggestione, ho capito però donde ti origini e donde origina il tuo potere, ma d’ora innanzi io darò agli uomini un’arma per sconfiggerti; d’ora in poi gli uomini sapranno che possono vincerti perché io, uomo fra gli uomini, ti vinco, e ti vinceranno donne e bambini attenendosi al mio esempio. Vattene dunque -o diavoloperché sta scritto: “Non solo di pane vive l’uomo, ma d’ogni parola che venga da Dio.” Uno stridìo d’avvoltoi si udì nell’aria; Gesù sentiva vicino le grandi ali di tenebra, ma non aveva più paura, ora il più forte era Lui, ora il bisbiglio segreto non riusciva più a turbare la mente. Gesù scoprì che era anche nella sua natura terrena l’essenza della divina potenza; scoprì d’aver vinto come uomo valendosi solamente dei mezzi dati a tutti gli uomini. No era solo nel deserto dell’esistenza, non era solo in balìa del male; il bene era in lui a accanto una forza amorosa e possente vigilava: basta credere in quella Forza per suscitarla; bastava attenersi a Dio per essere sicuro. La parola di Dio, cioè la Potenza creatrice dell’Essenza che in ogni uomo si rinnovella. Bastava far tacere gli istinti e la Grande Voce avrebbe parlato. Gesù si sentì rinvigorire, ma capì che era meglio per lui iniziare il viaggio di ritorno. Le stelle che ora scopriva limpide su di sé sembravano indicare la via. Nel cavo di un sasso, al riparo dal vent, egli scoprì un po’ di acqua o di rugiada; era quasi una fanghiglia più che un liquido, ma a Gesù apparve come una manna del cielo. Succhiò quel limo e ne fu riconfortato; del resto la sua vittoria lo inebriava come un vino generoso. Per la prima volta conobbe la dolcezza della tenerezza umana, per la prima volta gli umani gli apparvero fratelli e desiderò di vincere per renderli vittoriosi. Il nemico scornato però non disarmava; Egli seguì Gesù come l’ombra segue il corpo: una nuova occasione si sarebbe presentata per altre tentazioni. Il premio di chi vince il corpo è indubbiamente altissimo; dominata la rozza anima senziente, vinta la voce dell’istinto animalesco, sgominata la forza della paura primordiale, in altri termini, sottratta l’anima all’impero della carne, l’asceta gode di un periodo di grande euforia. Svincolati dai legami cellulari i corpi sottili, l’asceta può porre temporaneamente il suo stesso corpo in uno stato spirituale di riposo; in queste condizioni tutta l’economia animale si sovverte: un regime puramente magnetico viene instaurato e l’asceta può, per un periodo anche lungo, vivere benissimo ed operare anche senza mangiare né bere e senza aver bisogno di riposo. La fame, la sete, la stanchezza sono tutti fenomeni di consumazione. La macchina umana corporea consuma operando, non solo, ma consuma di per se stessa anche facendo nulla, essendo perennemente soggetta al fenomeno della lisi di se stessa, lisi che è insita nella natura della cellula la quale 34 nasce, si accresce, si nutre e muore di continuo. Colui che riesce a trasportar se stesso in una dimensione extracellulare, riesce a governar dall’esterno e a provvedere al fabbisogno dell’organismo mediante una continua corrente magnetica che dà alle cellule una sufficiente nutrizione, che le immobilizza, così che esse non crescono, non muoiono e non nascono, ma restano come trasportate fuori dal loro tempo-spazio. La storia naturale ci può aiutare a comprendere questo. Esistono della piccolissime forme si vita organizzata “I rotiferi” che colmano di sé le acque un po’ ferme: essi sono così piccoli, che pur non essendo battèri, non sono visibili che con un microscopio di una discreta potenza. Questi piccoli esseri vivono solo nell’acqua, cioè solo nell’acqua essi hanno le manifestazioni della vita. vale a dire, si muovono, si nutrono. si accoppiano, procreano e muoiono. Tratti dall’acqua, questi piccoli esseri, rapidamente disseccano, ritirano dentro il corpo i loro sottili filamenti a raggiera e non sono più di un piccolo granellino di polvere immota. In questo stato essi possono durare moltissimo, giorni, mesi; essi, la cui vita è brevissima, possono, allorché sono disseccati, resistere per un tempo per loro pari all’eternità: Prendete però quel granellino di polvere, gettatelo in una goccia d’acqua e vedrete l’esserino disseccato tornare a vivere, a muoversi, a riprodursi ed a morire. Colui che, praticando l’ascetismo, si è reso padrone del suo corpo, può operare su se stesso qualcosa di simile. Allora vi sono i prodigiosi digiuni, le catalessi simili alla morte, ma senza che la morte possa prodursi anche se il catalettico venisse seppellito. Come il rotifero disseccato, per l’asceta la vita cellulare viene sospesa e solo la raggiante vita animica serba un’apparenza di essa. Il corpo eterico solo sostiene tutto il peso, ma esso trae la sua nutrizione dal magnetismo cosmico. L’aria, l’acqua, la stessa luce solare apportano tesori di vita e di energia. Dai piani limpidi della mente spirituale, l’asceta governa con celeste impassibilità il suo strumento fisico: nulla di male può quindi accadergli, sempre però che stia fisso sulla sua visione trascendentale, sempre che egli non scenda al richiamo della passione organica, madre degli appetiti e delle paure. Il diavolo nasce dall’intelligenza della carne, la tentazione è la traduzione in inganni psichici della volontà, degli istinti animali; è l’invito di falsi pensieri alla mente spirituale, perché ne rimanga turbata e devii la sua attenzione dai piani superiori. Ogni qualvolta però l’uomo tenti la grande avventura, un fremito passa per tutto il creato, il visibile e l’invisibile. I mondi però sono più comunicanti di quanto si creda e ogni atto d’invocazione ai mondi di sopra, sveglia infallibilmente anche gli abitatori di quelli di sotto. Non si chiama il cielo senza che l’inferno non creda di dover dir la sua! Dio e il diavolo combattono nell’anima umana senza esclusione di colpi e per l’anima umana ognuno dei grandi antagonisti sfoggia la più prestigiosa sua potenza, pone in opera ogni possibile seduzione. Gesù aveva vinto e, premio alla vittoria, era già la nuova obbedienza del suo corpo; un senso ampio di vita colmava a lui il petto; ciò che non aveva mai conosciuto immortale la provava ora ch’era un uomo simile a tutti gli altri. Egli scopriva nella carne dell’uomo l’impronta inconfondibile del soffio che Dio vi aveva immesso estraendolo dalla forma animale, suscitandolo dal 35 rosso fango della terra. L’uomo, il re del creato, il prediletto, l’ultima opera del Creatore! Piano piano il tentatore si insinuò in Gesù, scivolando fra i pensieri d’amore, approfittando della momentanea disattenzione della mente di Cristo. Subdolo egli strisciava fra i meandri oscuri della vita fisica. Purtroppo la strana concezione di quella carne creava non pochi ostacoli al tentatore: mancavano i solidi appigli degli i stinti animaleschi, i solidi appigli degli egoismi personalistici atavici. Nessun padre, nessuna madre secondo la carne ricordava in Gesù; nessun antenato secondo il sangue stabiliva il predominio di una passionalità! Bisognava strisciare nella mente concreta, bisognava insinuarsi fra pensiero e pensiero senza farsi riconoscere. Per esempio: un pensiero d’amore agli uomini; questo può servire; cerchiamo di far diventare sentimentale Gesù! Perchè gli uomini sono infelici? Perchè hanno dimenticato la loro origine e la potenza che da questa origine scaturisce. Perchè io non potrei insegnar loro ciò che hanno dimenticato e farli simili a me? Attendono il Messia? Non sono io questi? Non ho che da comparire; un popolo mi seguirà, non sono io, per discendenza, figlio di Davide? Gerusalemme non può prendere il posto di Roma e di Atene? Divenire il centro del mondo e tutti gli uomini riuniti nella legge, non possono ritrovare la pienezza del loro essere? Ed ecco che il tentatore lo rapì in spirito e lo portò in alto come sopra un monte altissimo, ed ivi mostrò a lui tutti i regni della Terra con i loro abitanti, con le loro ricchezze e con le loro glorie. Tutti gli spiriti di razza, tutti i grandi Arcangeli dei popoli circondarono Gesù, ognuno vantando l’eccellenza del suo popolo, la gloria passata ed a venire, la potenza ed il numero dei nemici sterminati. Tutto ciò sarà maggiore nel bene: ogni male cesserà su tu sarai il re universale, se tu vorrai prendere la guida del mondo e imperatore, pontefice, semidio assiderti a giudice delle nazioni. Tu darai la pace al mondo, e ne toglierai la miseria e la guerra, tutti gli uomini ti adoreranno sovrano, non hai che da volere, perché non vuoi? Non vuoi davvero? L’impudente domanda risvegliò Gesù, Egli capì con chi aveva di nuovo a che fare e ne sorrise: il diavolo giocava con lui? Ebbene, egli sarebbe stato al gioco come il gatto con il topo, ma il gatto era lui, Gesù: “Chi parla dunque -egli chiese- chi?” “Io parlo, io, il re delle forme, io, lo spirito del mondo, il signore delle nazioni.” “E che vuoi da me?” “Darti tutto quanto ti ho fatto vedere, cederti il mio impero, farti il sovrano di tutti gli uomini.” “Davvero? Sei generoso della roba altrui!” “Non è roba degli altri, è roba mia, fatta da me. Ai tuoi pari il cielo; a me la terra e l’inferno e tutto quanto in esso si trovi; questo è il patto!” “Il patto? Con chi?” “Con quello che tu chiami Padre.” “Ignoravo che Giuseppe avesse fatto un simile patto. Ma il patto è nullo poichè neppure lui poteva disporre di roba non sua!” 36 “Non fingere di non capire, tu non sei il figlio dell’uomo!” “Io sono il Figlio dell’Uomo e la tua presenza me lo prova, non ti ho mai conosciuto prima. Perchè non sei venuto prima d’ora?” Satana stridette di furore, ma si riprese. Doveva vincere ad ogni costo, questa volta; se avesse ancora perduto, gli uomini avrebbero avuto di nuovo una buona carta nel loro gioco di vita e di morte. Gesù contemplava il mondo degli uomini e fu Gesù a riprendere la parola. “Voglio passarti per buona la tua vanteria; ammettiamo che sia tu ad aver fatto tutto ciò: sei tu il principe di questo mondo? Ebbene, non mi congratulo, hai sbagliato tutti i colori; ha abbondato troppo nel rosso per il mio gusto, inoltre questi tuoi sudditi sono troppo infelici, troppo sciocchi, non credere che il tuo regno possa interessarmi.” “I miei sudditi sono però i tuoi fratelli; tu che vuoi essere il figlio dell’uomo, dovresti poter fare qualcosa per loro.” “Infatti, sono venuto per questo, ma bisogna intenderci: secondo te, cosa dovrei fare per loro? Regnare sopra di essi? L’idea non è male; ebbene cercherò proprio di regnare sopra di essi e chissà che non riesca a convincerli di volermi per loro re!” “Non li convincerai! Essi non sono che automi, non ragionano, essi possono solo forse obbedire e temere!” “Può essere, però vi è in loro qualcosa che non è del tutto condizionato. Non è forse l’essenza spirituale quella che si agita in loro e li differenzia dai bruti? Ma quella non è opera tua!” “Ebbene che importa?” “Importa assai, perchè sull’essenza spirituale tu non puoi nulla; tu non regni dove è “Essenza”. Solo nelle fluttuanti forme del breve “esistere” hai qualche potere. Nell’assoluto dello spirito l’uomo assomiglia a Dio, perciò sfugge al tuo potere!” “Tu sai quanta pigrizia sia nell’uomo; tu sai ch’egli non è capace di durare in un proposito, tu sai come occorra fermezza perchè l’Essenza possa imporsi sopra la natura carnale e possa perciò sfuggire al mio dominio.” Lo so, ma ciò nulla toglie all’Essenza; l’essere è, comunque. Su cosa regni tu, sulle parvenze?” “Si, può essere, ma in questo che c’entri tu?” “Posso entrarci! Il tuo compito potrebbe essere facile ,s’io non creerò ostacoli, s’io ti lascerò suggestionare gli uomini.” “E se no? Se no, ti cercherai i seguaci nel sangue. “Ma hai proprio la mania del rosso, povero Satana, testa di toro.” “Non scherzar tanto con il toro, pastore da strapazzo!”. “Siamo già agli insulti?” “Tu hai cominciato.” 37 Gesù sorrise divertito, paragonando la loro discussione ad un diverbio fra fanciulli. Satana tacque fremente, poi rispose: “Senti, vuoi regnare sul mondo?” “Ma io regno sul mondo ogni volta che ne faccio a meno!” “Non cambiar discorso: vuoi regnare sopra gli uomini?” “Perchè no?” “Allora ricevi il regno dalle mie mani, riconosci l’opera mia, testimonia per me. che ti costa infine? Null’altro che constatare la verità.” “La verità? Bugiardo e padre di menzogna, non pensi che io leggo in te come in un libro aperto? Perchè sta scritto: “Adorerai il Signore Iddio tuo; testimonierai solamente per lui, il suo nome servirai in perpetuo.” Ancora una volta Gesù sentì intorno a sé il battito delle grandi ali d’ombra. Ormai egli procedeva sicuro, ancora aveva vinto, e vinto servendosi solamente dalle armi date all’uomo, aveva vinto in virtù del buon senso e della ragione, vinto opponendo umorismo ed ironia al delirio megalomane, vinto, valendosi dell’umile forza della mente dell’uomo. Quanta potenza era nell’uomo, se lo spirito delle tenebre, il signore del mondo, doveva ricorrere alle lusinghe come un misero lenone per cercare di trarlo dalla sua! L’infelicità dell’uomo non era un’inguaribile malattia, non era che un’infermità noiosa, ma facilmente dominabile ore ch’egli, Gesù, ne aveva scoperto il segreto. Bisognava rivelare agli uomini, a tutti gli uomini la potenza che era in loro; solo così essi sarebbero dei vittoriosi e de felici. L’essenza, non l’esistenza delle cose importa, e sopra l’essenza, Satana non aveva alcun potere. L’essenza faceva veramente figlio di Dio? Colui che riconosceva l’essere era salvo? Certamente doveva esser così. Ognuno ha sulla terra un compito, un tratto di strada da fare, ma su questa strada può incontrare dei ladroni ed essere spogliato del suo. Ma fino a qual punto può esser spogliato? Che cosa è dell’uomo, e che cosa è, invece proprietà di Satana? Può qualcosa Satana sull’Essenza? Egli, il re delle illusioni non ha alcun potere là, dove l’assoluto del vero incontrastatamente brilla della sua luce fredda e senza giochi di riflessi. Immerso in questi pensieri, Gesù si trovò in spirito sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme, di là contemplava tutta la Città. L’essenza (continuava a pensare) è per sua natura superiore ad ogni legge, domina a sua piacere ogni cosa, perché ogni cosa emana da lei. Colui che riuscisse a sentire in sé come reale e presente la vita di Dio, sarebbe simile a Dio, darebbe a Dio stesso la sua più ampia testimonianza. Credere, significa forse osare; confidare che Dio non possa lasciar capitare male alcuno a chi crede in lui, è testimoniare per lui. Chi più di me crede in lui, che più di me può desiderare di rendergli testimonianza? “Perchè, se tu sei figlio di Dio, non ti butti ora giù da questo pinnacolo, così che a vista di tutti egli ti faccia sostenere dai suoi angeli, acciocché, secondo la scrittura: Essi ti sorreggano sulle loro mani perchè il tuo piede non urti in alcuna pietra? Adempi dunque le scritture, altrimenti che Messia sei?” 38 “Ah! Sei di nuovo tu? E tu che Satana sei se ignori che proprio nella scrittura sta scritto: “Non tenterai il Signore Dio tuo, acciocchè egli non si stanchi di te e non ti abbandoni nelle mani dei tuoi nemici?” Satana con uno stridìo di furore si riconobbe vinto.Per quella volta almeno Gesu’ era uscito dalle sue grinfie senza lasciargli neppure un lembo della tunica. Come una nera tempesta egli si allontanò: l’aria divenne subito più respirabile e l’orrore del deserto diminuì sensibilmente. Gesù si asciugò macchinalmente le fronte, sentiva ora la stanchezza della lunga lotta, ma la gioia della vittoria era mite e umile. Egli ringraziava il Padre per sé stesso e per tutti gli uomini: Un nuovo batter d’ali sopra la testa lo riscosse dalla preghiera: questa volta sorrise, erano amici. Grandi auguste ombre si accostarono a lui, forma umane e divine che venivano ad onorare il vincitore. Esse cominciarono a parlare così, così iniziarono la preparazione della mente umana di Gesù. “Te sei venuto a portare il “tempo nuovo”, esso è tempo equinoziale per tutta l’umanità. Come l’equinozio separa la stagione, così il tempo nuovo che tu sei venuto a portare, separerà la bestialità della carne dell’uomo dalla santità della sua natura spirituale. Come il gallo del mattino, tu chiamerai i dormienti; coloro che si sveglieranno e che sapranno rimanere svegli, quelli saranno la tua eredità; ma coloro che terranno chiusi gli occhi, quelli che entreranno dormendo nel tempo nuovo, quelli saranno preda del sonno eternamente e resteranno eredità della bestia che è in loro. Perciò tu sarai innalzato per essere un segnale a tutte le genti e perchè il tuo grido sia udito da tutti i dormienti. Ascoltaci dunque, che noi ti siamo mandati dal Padre per ben consigliarti la via. Bisogna saper stare svegli; questo è il segreto perduto con il diluvio, il segreto della potenza e della vittoria umana.” L’uomo è convinto di esser sveglio, ma in realtà egli dorme un sonno profondo ed è tormentato da un sogno confuso di incubo. L’uomo conobbe il sonno quando conobbe la separazione. Adamo non si è ancor svegliato dopo aver espresso Eva. Con fili di sogni si è fatto una rete ed in essa si è impigliato; più s’impiglia, più s’addormenta e più s’addormenta, più la bestia che rumina o grufola o graffia, si risveglia in lui. Ottusi, indifferenti al bene, incapaci di pensare, vanno gli uomini per la strada della vita, come mandrie su quella dell’ammazzatoio; altri perchè sognano e perchè si agitano nel sogno, credono di vegliare; in realtà essi dormono ancor più profondamente ed il torpore li possiede ed essi non sono affatto i contemplativi, i poeti, i fantasiosi, sono invece gli attivi, i diligenti, i costruttori, i fondatori di religioni, i dittatori dei popoli, i vari Messia bruciati e distrutti dalla smania di agire; sono quelli che hanno sempre da fare, gli agitati. Essi, come neri scarafaggi, continuano ad arrampicarsi lungo il tubo ed a cadervi dentro. Si vantano di essere svegli, di sapere ciò che fanno, di voler ciò che vogliono; in realtà, essi non sanno né che fare, né che vogliono perché il sogno è il padrone degli uomini, non gli uomini del sogno. Ogni tanto dalla sfere della conoscenza giunge un Pioniere. Qualcuno che grida per svegliare i dormienti, ma i dormienti non sono mai grati, essi amano il sonno ed i sogni. Per Adamo vale più il possesso di se stesso 39 traverso Eva, goduto nel sogno, che non la stessa splendente visione di Dio! Il fango della terra si ricorda sempre di se stesso nei suoi generati; “Tutto, ricordatelo, sta nell’essere sveglio! Poco fa, tu hai conosciuto il sonno, le sue illusioni e le sue visioni, perciò di diciamo: “Guardati dal sonno e dal sogno! Tendi ogni tuo muscolo, raccogli ogni tua energia, accertati di ogni tua facoltà, uccidi in te il desiderio la paure, e cerca di stare sveglio. Verranno a te a milioni gli addormentatori, combatti contro di loro. I battesimi,le aspersioni, le penitenze dei bramini e degli asceti, i digiuni, i mille martìri che la superstizione suggerisce, sorgono dall’istinto dell’uomo di lottare contro il sonno, e con questo essi cadono in un sonno peggiore, perchè non sono gli occhi del corpo, ma quelli dell’anima, che debbono stare aperti. Bisogna procedere da un risveglio all’altro, finché venga il giorno. Bisogna lottare contro gli angeli tutta la notte, cerca di ricordartelo quando sarà tempo. Non vi è atto o fatto o pensiero doloroso che non possa essere domato e vinto agendo in tal modo. Ti diciamo queste cose perchè di esse ti ricordi un giorno in mezzo agli ulivi! Se tu saprai salire da solo alla tua essenza, ogni male resterà sotto di te; bene sarà per il corpo partecipare alla veglia dello spirito. Devi imparare a passare da un risveglio all’altro, se vorrai davvero vincere la morte per te stesso e per i tuoi fratelli di vita. La morte si inizia a vincere vincendo il torpore, il sogno, il sonno. Il primo gradino da salire si chiama “Genio”, il secondo “Consiglio”, il terzo “Umiltà”. Il primo nemico è il corpo; contro di esso dovrai combattere sino dal primo canto del gallo. Il tuo secondo nemico è l’anima, contro di essa dovrai lottare dal primo canto del gallo, sino la meriggio, ma il terzo e maggior nemico è la mente concreta, quella che da l’illusione della veglia e contro di essa dovrai lottare sino alla resurrezione. Impara queste cose perchè dovrai insegnarle agli uomini, per questo ti è necessario morire, perchè è morendo che estirperai da te ogni eredità del cadavere; per questo non chi muore muore, ma chi vive muore, chi vorrà salvare la sua anima, la perderà; solo chi non vorrà salvarla, la ritroverà salva e intatta. Non lasciarti fermare mai dalla paura, essa è figlia della menzogna e dell’inganno. Allora si compirà il miracolo incomprensibile ai più. Gli uomini ti seppelliranno, ma non vi sarà alcun cadavere nella bara, parleranno gli uomini di resurrezione, ignorando essi che per risorgere occorre morire e che non vi è morte nella vita, perchè la Fenice della vita interiore sorge con nuovo vigore dalla cenere della carne; perciò agitano le ali anche gli avvoltoi dell’altro mondo. Guardatene dunque e se la tua mente diverrà torbida ti avviserà che essi volteggiano sopra di te. Guardatene dunque se così vorrai guardare coloro che ti sono affidati, i figli degli uomini che dovrai riscattare dal sonno della morte, per portar teco le loro essenze nella vita eterna. I ladri che rubano le forze all’anima sono assai peggiori di coloro che assaltano i viandanti; da questi ladri devi guardarti e devi insegnare ai tuoi a guardarsene. Eccoti i segni cui potrete conoscerli: “Se nel vedere un’apparizione, se nell’udire strane voci, la tua mente si offusca, sta in guardia, perchè quello che tu vedi è parte di te o è un fantasma, un ladro che si nutre della tua vita. Stai attento ed insegna a stare attenti, non lasciarti illudere dai miracoli e dai prodigi e dai nomi, nè dalle profezie, 40 specie se si avvereranno, perchè ciò è opera dei diavoli che nascono dal tuo corpo, dall’inferno della Tua coscienza, contro i quali tu devi lottare ed insegnare a lottare per esser signore non di vuote caverne o di ombre inconsistenti. Le potenze meravigliose che si suscitano dall’uomo sono dell’uomo, non possono vivere senza la vita dell’uomo. Esse cercano di ridurre l’uomo in schiavitù, perciò lo inducono al peccato, cioè all’errore volontario ed alla bestemmia, cioè all’ignoranza volontaria delle cose dello spirito. Se vince l’uomo diventa però il padrone e la morte, al pari dell’inferno, saranno sconfitti in eterno. Una guida o un angelo o un fratello del mondo dello spirito deve poterti apparire o conversare con te senza che la tua mante sia offuscata. L’uomo sa che esistono questi Abitatori di altre Dimensioni, ma si comporta come non lo sapesse; ecco perchè cade facilmente in tentazione. La bramosia dei mortali di voler vedere gli abitatori dei mondo sovraumani e un rombo di tuono che sveglia anche gli abitatori dei mondi sottoumani. Ciò accade perchè questa bramosia nasce dalla cupidigia di prendere, di ricevere, anzichè di dare: imparare a dare, ecco la salvezza per l’uomo! A dare senza misura e senza tornaconto senza bramosia di averne alcun riconoscimento e alcun premio. Solo così l’uomo diventa figlio di Dio ed è simile a Lui. Lo stato di veglia deve essere spirituale ,ricordalo, sulla terra si deve passare come soldati in vigilia. il corpo è il principio da cui cominciare; mutare il corpo in spirito e non lo spirito in corpo. Tutti i precetti quindi valgono come un mezzo, ma non devono diventare un fine acciocchè la tua giustizia non sia che mera apparenza. Se lo spirito veglia, il corpo non può dormire. Coloro che seguono la via del risveglio traversano per forza il regno dei fantasmi, ma hanno il potere di non rimanervi prigionieri. Ora, Tu entri nella nostra comunità e divieni un anello della catena che va da eternità a eternità. Con ciò il mio uffizio passa ad uno che tu non puoi vedere sino a che tu avrai gli occhi aperti sulla terra. Costui è infinitamente lontano da te, eppure ti avvolge entro di sé; nulla ti è così vicino e nulla ti è più lontano di lui. Ogni spazio lo contiene; ti avvolge come l’acqua di un immenso mare; non lo senti, eppure Egli è in te più assai del battito del tuo cuore. Perciò ti diciamo veglia sul tuo corpo, ivi è il tuo primo nemico, ma anche il tuo alleato più grande; non agire come i fakiri, non credere di aver gloria a martirizzare il tuo corpo, perchè anche i Fakiri sono schiavi del corpo e così gli asceti e tutti coloro che credono che le penitenze conducono al cielo. Le penitenze giovano per insegnare al corpo a stare sottomesso allo spirito, ma quando esse diventano la ossessione del pensiero, quando il penitente diviene schiavo della penitenza, così che la menoma vacanza nel durarvi si traduce in peccato, allora l’uomo è schiavo del suo corpo assai più di quanto non lo sia uno dedito ai piaceri. Il corpo vuole regnare e per regnare non gli importa di essere maltrattato, purchè possa tenere di sé occupata la mente. Tu devi saperti dal tuo corpo, ma non come uno che divorzi dalla sposa, ma come il cavaliere che smonta da cavallo, perchè una cosa è il cavallo, un’altra il cavaliere. Impara perciò a smontare dal tuo cavallo che è il corpo quando vuoi e a salirvi quando a te pare. La via del risveglio inizia appunto in questo modo: esser padroni del corpo non permettere al corpo di essere il tuo padrone. Non è buono il 41 cavallo che abbisogna di duri morsi e di sproni feroci, ma bensì è buono quello che conosce il padrone e obbedisce prontamente al suo richiamo. Il corpo deve obbedire allo spirito naturalmente e senza sforzo; perciò tu impara a dare a tuo corpo ciò che legittimamente richiede, e negare ad esso tutto ciò che potrebbe dargli la supremazia sopra lo spirito. Ricorda che il tuo corpo è perennemente vigile. Esso cercherà di occuparti con i desideri; se ad essi non cederai, con i bisogni; se ad essi ancora moderatamente ti opporrai con le malattie e con le sofferenze. Bada che il corpo vuol regnare sopra la mente, vuol che la mente si occupi di lui; tienilo quindi disciplinato nelle piccole cose, lo avrai obbediente nelle grandi. Molte altre cose ti diremo ancora, ma ora non è necessario. Ora alzati e va, l’equinozio è gia cominciato: il tempo nuovo è sopra la terra. Va! Il tuo regno ti aspetta con ansia, i tuoi primi sudditi sono già nella tua strada. Va! Incontrerai i tuoi fratelli, gli uomini, e dovrai indicar loro che l’alba è sorta in cielo. Canta il gallo, canterà anche per altri domani; ora tu hai il potere e la forza dei piccoli uomini che, tua mercé, dovranno imparare a divenire grandi. E’ l’alba di Pasqua questa per te e per Loro, ma un’altra Pasqua dovrai incontrare per Loro e per te insieme.” Gesù fu solo nel deserto, sotto la luce di tutte le stelle, con nel cuore l’ardore e la vita di tutti gli invisibili soli. Egli era ormai Gesù il Cristo! Proprietà letteraria “ASSOCIAZIONE IDEA SPIRITUALISTA” Riservati tutti i diritti- Autorizzate le riproduzioni purchè ne venga citata la fonte 42