estratto da
ACER
GESTIONE RIPRISTINO FORESTALE LUNGO L’ALTA CAPACITÀ TORINO-MILANO
© Il Verde edItorIale
MIlano
Sesti d’impianto
irregolari e per
gruppi hanno
caratterizzato
un intervento
sperimentale a basso
apporto energetico
ed elevato valore
ecologico, finalizzato
a incrementare
la naturalità
del paesaggio
e ottenere, nel lungo
periodo, prodotti
legnosi di qualità,
giustificando i costi
anche dal punto
di vista economico
L’intervento mira
alla creazione,
da realizzarsi
nell’arco
di qualche
decennio,
di un quercocarpineto.
49 • ACER 1/2011
Testo di Antonio Nosenzo,
Fabio Meloni e Pier Mario
Travaglia, Dipartimento
Agroselviter, Università degli
studi di Torino; Massimiliano
Ferrarato, Arpa Piemonte;
Mario Pividori, Dipartimento
Tesaf, Università
degli studi di Padova.
Foto di Pier Mario Travaglia
I
t
Pluralità
d’intenti
ripristini ambientali assolvono spesso la
sola funzione di recuperare sotto il profilo
ecologico un’area degradata, laddove altri
settori inseguono l’aspetto produttivo e la resa
economica. Negli ultimi anni, la ricerca nel
settore dell’arboricoltura da legno sta vagliando
le migliori soluzioni per passare da un approccio monofunzionale a uno multifunzionale
(Buresti E., 2004). Nell’ambito della componente produttiva, l’evoluzione porta dal mono-obiettivo al poli-obiettivo, ovvero la produzione di
più assortimenti legnosi dal medesimo impianto. In questo tipo di arboricoltura si possono
ottenere, come effetto scia, anche altri assortimenti rispetto a quelli obiettivo dell’impianto.
Se è possibile una compenetrazione di interessi ambientali nel mondo produttivo, il progetto presentato vuole testare il percorso inverso,
ovvero la possibilità di realizzare un’opera di
ripristino in grado anche di affermarsi dal punto
di vista produttivo, senza inficiare le funzioni
principali dell’intervento stesso.
Tra le opere di compensazione della nuova
tratta ferroviaria Alta capacità Torino-Milano, lo
studio e l’intervento annesso sono stati commissionati nell’autunno 2008 dal consorzio Cav To
Mi (che ha realizzato l’infrastruttura ferroviaria)
sotto la supervisione dell’Agenzia regionale per
la protezione ambientale del Piemonte in qualità di supporto tecnico all’Osservatorio ambientale. Obiettivo principale è stato il recupero
ambientale con rimboschimento di un’area
fortemente degradata, associato alla possibilità
di testare tecniche sperimentali esportabili che,
al ridotto input energetico e all’alto valore ecologico, integrassero la possibilità di produrre negli
anni assortimenti legnosi di pregio.
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GESTIONE
▼
Inquadramento dell’area
L’area, 2,2 ha nel Comune di Santhià
(VC), era già stata oggetto di un significativo rimodellamento morfologico, con
probabile sbancamento della superficie e
successivo parziale livellamento nel 2005.
Un primo intervento di ricostituzione
forestale era stato realizzato nel 2006, con
messa a dimora in contenitore di piantine
di due anni di pioppo bianco (Populus
alba), ciliegio selvatico (Prunus avium),
frassino maggiore (Fraxinus excelsior),
carpino bianco (Carpinus betulus) e farnia
(Quercus robur). Dal rilievo del 2009 l’intervento risultava sostanzialmente fallito,
con fallanze elevate, accrescimenti limitati e uniche piante sopravvissute i pioppi.
Vegetazione potenziale
La vegetazione potenziale dell’area
interessata dall’intervento afferisce al querco-carpineto, costituito da farnia e carpino
bianco, con differente grado di mescolanza e la partecipazione secondaria di altre
latifoglie come frassino maggiore, ciliegio
e tiglio (Tilia cordata) in funzione dell’assetto evolutivo-colturale e delle condizioni stazionali. L’assetto prevalente era il
ceduo composto, con la fustaia costituita
dalla farnia e il ceduo da carpino bianco
e nocciolo (Corylus avellana), specie tolleranti l’ombreggiamento.
I querco-carpineti hanno rilevante
funzione naturalistica, in quanto rari e
spesso inclusi nelle aree protette. Sono
popolamenti di elevato interesse conservazionistico per la ricchezza specifica
della copertura erbacea, riconosciuta
anche a livello europeo (ambiente di interesse comunitario ai sensi della Direttiva
92/43/Cee “Habitat”). Tali popolamenti
rivestono inoltre un valore storico-culturale quali vestigia della vegetazione forestale che un tempo ricopriva gran parte
degli ambienti planiziali.
L’intervento del 2009
L’intervento vero e proprio è stato
preceduto da una serie di rilievi, effettuati a partire dalla primavera del 2009.
Dai dati ottenuti (tabella 1) grazie
all’apertura di cinque profili pedogeologici e al prelievo di campioni, mediamente il suolo è risultato franco, con una scar-
TABELLA 1 - VALORI MEDI
DELLE PRINCIPALI
CARATTERISTICHE DEL SUOLO
Caratteristiche
Sabbia (%)
Limo (%)
Argilla (%)
pH
C org (%)
S org (%)
N tot (%)
C/N
P (olsen) (ppm)
K (scambio
cationico) (ppm)
Valori medi
35,45
46,00
18,50
7,05
0,605
1,04
0,051
11,86
4,75
62,25
sa componente di sostanza organica, assai
povero in azoto (0,051%) con un risultante rapporto C/N alto, sintomo di una lenta
mineralizzazione. Per i macroelementi,
sono stati segnalati valori molto scarsi in
fosforo e in potassio. In conclusione, il
suolo aveva una scarsissima componente
in sostanza organica e macronutrienti, con
una tendenza al compattamento causato
dalla ridotta presenza di scheletro.
I punti critici e le soluzioni
L’insuccesso del passato rimboschimento va ascritto a tre fattori principali: scarsa
fertilità, insufficiente preparazione del
suolo e pressione della fauna selvatica.
Per superare le problematiche pedologiche e garantire un limitato apporto
energetico all’intervento, rendendolo
economico e ripetibile, si è deciso di non
effettuare concimazioni, interrando
invece i residui della trinciatura effettuata sulla componente erbacea annua e
Nel novembre 2009 sono state messe a
dimora piante, di altezza tra 30 e 70 cm,
di Quercus robur, Prunus avium,
Fraxinus excelsior e Carpinus betulus.
perenne e su quella arbustiva, mantenendo gli individui arborei più alti di 1,5 m,
ormai affermati. L’operazione è stata
seguita da una rippatura a 80 cm di
profondità, una fresatura superficiale,
una rettifica della superficie per regolarizzare il deflusso superficiale delle
acque e la sistemazione di canali per lo
smaltimento delle acque profonde.
La scelta di lavorazioni andanti (sull’intera superficie) e non localizzate nella
zona di messa a dimora è stata giustificata dal suolo particolarmente compatto.
Relativamente alla pressione della
fauna selvatica, è stata considerata la
presenza di una numerosa popolazione di
lagomorfi, probabilmente composta da
minilepri (Sylvilagus floridanus) e conigli selvatici (Oryctolagus cuniculus).
Nell’inverno 2008, infatti, erano stati rilevati ingenti danni da lagomorfi anche su
piante dotate di protezione (shelter) alti
fino a 60 cm e su individui già affermati,
con diametri alla base di diversi centimetri. La problematica è stata affrontata con
l’impiego di shelter più alti (90 cm), con
maglia più fine (millimetrica) e più resistente (tipologia espressamente studiata
per la protezione da lagomorfi), fissati al
suolo con tutore in legno.
Il sesto d’impianto
Per assolvere la necessità di massima
naturalità dell’impianto è stato predisposto uno schema razionale ma che garantisse al tempo stesso una disposizione
dei nuclei il più possibile irregolare. Tale
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Sottoarea “A”
I moduli d’impianto
l progetto ha impiegato due moduli di base. La prima tipologia, denominata tesi Tetra (sotto, a sinistra), prevede l’utilizzo di una pianta principale accompagnata da tre secondarie disposte ai vertici di un triangolo equilatero. L’orientamento deve proteggere la pianta principale da scottature (esposizione Sud).
La seconda tipologia di modulo, denominato tesi Binello (sotto, a destra), consiste nell’utilizzo di due piante principali, distanti tra loro 1 m, accompagnate da
quattro piante secondarie secondo un preciso schema geometrico. Tra le principali avverrà nei prossimi anni la selezione precoce della dominante. Nei primi anni dall’impianto si verifica infatti, per fattori genetici e microstazionali, una differenziazione nella crescita, con il conseguente affermarsi di un individuo sull’altro.
Quella con maggiore vigoria viene mantenuta, l’altra asportata: si tende così a ottenere un impianto composto da individui più sani e vitali.
Per confrontare le due tesi proposte con la condizione standard, piante principali
singole con assenza dell’influenza delle secondarie, nel progetto è stata prevista
anche una tesi nulla, composta esclusivamente da specie principali collocate a
una distanza variabile tra 1,5 e 2,5 m dagli altri nuclei.
Tutti i moduli d’impianto sono stati georiferiti e identificati con un univoco codice,
in modo da facilitare le operazioni di controllo e di misurazione che saranno effettuate periodicamente sull’impianto.
I
1m
2m
90°
schema è stato realizzato con un software grafico in grado di generare in modo
casuale dei cerchi fino a ottimizzare lo
spazio disponibile. La dimensione dei
cerchi aveva l’obiettivo di rendere minima l’interferenza tra le ripetizioni e varia
in funzione dell’area di insidenza delle
tesi e della densità d’impianto.
I raggi utilizzati sono stati di 2,5-3-3,5 m
nella zona a bassa densità e di 1,5-2-2,5 m
nell’area a densità maggiore.
Tre le tipologie di tesi impiegate (vedi
box), formate rispettivamente da 1 pianta
51 • ACER 1/2011
principale + 3 secondarie, 2 principali + 4
secondarie, una principale singola.
Le specie utilizzate
Le specie principali scelte per l’intervento sono state la farnia (Quercus robur),
il ciliegio selvatico (Prunus avium) e il
frassino maggiore (Fraxinus excelsior).
Come pianta secondaria è stato invece
utilizzato il carpino bianco (Carpinus
Sotto, da sinistra, le tesi Binello (due
piante principali e quattro secondarie)
e Tetra (una principale, tre secondarie).
FIGURA 1
L’AREA DI STUDIO
Piante principali
Piante secondarie
Piante preesistenti
betulus). Le piante secondarie assolvono una duplice funzione: di accompagnamento della specie principale, in
modo da garantire nel tempo la protezione del fusto, di pregio, delle piante
centrali; di carattere economico, fornendo una produzione secondaria (legna da
ardere) di tipo intercalare (ceduazione
ogni circa 10-15 anni dall’impianto),
garantendo così maggiore sostenibilità
dell’intervento di diradamento.
La messa a dimora è stata effettuata nel
novembre 2009 impiegando piante sia
con pane di terra che a radice nuda (carpino), di due anni di età e altezza tra 30 e
70 cm circa, concesse gratuitamente dai
vivai della Regione Piemonte.
Le densità d’impianto
L’area di studio (figura 1) è stata divisa in due sottoaree, con confini dettati da
differenti condizioni stazionali in seguito alle lavorazioni subite in passato. Per
ottenere un campione statisticamente
significativo, ogni tesi è stata riprodotta
in entrambe le sottoaree in 30 ripetizioni
per specie, adottando una densità d’impianto diversa. La sottoarea “A” (0,8 ha)
comprende anche gli individui residui
del precedente tentativo di impianto: le
piante principali sono 450/ha, le secondarie 790/ha. Nella sottoarea “B” (1,3
ha), la densità d’impianto è inferiore, con
un numero di principali pari a 280/ha e
di secondarie di 490/ha. In totale sono
stati messi a dimora 240 farnie, 240 ciliegi, 240 frassini e 1260 carpini.
▼
120°
1m
Sottoarea “B”
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GESTIONE
GRAFICO 1 - PERCENTUALI DI ATTECCHIMENTO
SUDDIVISE PER SPECIE (OTTOBRE 2010)
Nell’ottobre 2010, a un anno dalla
messa a dimora e in assenza di interventi
manutentivi, sono stati raccolti i primi dati
sull’attecchimento (grafico 1). Le percentuali migliori sono state registrate per
farnia (90,5% di piante vive) e frassino
(84%), mentre quelle delle piante di ciliegio (59,5%) e carpino (65%) sono probabilmente spiegabili dalla scarsa vigoria
delle prime già in fase di messa a dimora
e dall’assenza del pane di terra delle
seconde. Considerando che non sono stati
utilizzati prodotti pacciamanti né effettuati sfalci, lavorazioni del suolo e irrigazioni di soccorso (ipotizzate, non si sono
rese necessarie), i risultati sono più che
soddisfacenti, in particolar modo se
confrontati con gli esiti del precedente
rimboschimento, che ha registrato una
moria delle piante di circa il 90%.
L’intervento è caratterizzato da un alto
valore ecologico, per l’aspetto più naturaliforme rispetto ai classici impianti a sesto
regolare, con la creazione di aree a diversa densità per il graduale reinserimento
delle specie autoctone presenti e disseminanti in loco, e per la scelta di limitare gli
apporti energetici, non usando materiale
pacciamante e concimi nella messa a
dimora, accettando percentuali di mortalità superiori alla media a compensazione
della densità di impianto più alta. I costi
sono assimilabili a un impianto classico,
rispetto a cui l’unico elemento economicamente distintivo è la maggiore richiesta
di professionalità e l’incremento di tempo
per picchettare. Si ipotizza che l’adozione nel tempo di una ceduazione delle
specie secondarie come pratica gestionale possa garantire al gestore del fondo
entrate periodiche. Sotto l’aspetto paesaggistico si elimina l’artificiosità dello schema geometrico d’impianto. Per contro, la
manutenzione ordinaria prevista nei primi
anni, soprattutto asportazione di erbacee
competitrici con mezzi meccanici, deve
essere eseguita con decespugliatori spalleggiati, con incremento di tempi e costi.
Inoltre, l’intervento prevede una maggiore professionalità soprattutto in fase di
progettazione e di disposizione sul terreno dello schema di impianto.
Dal punto di vista sperimentale, per
100
Attecchimento (%)
▼
Primi risultati
e prospettive future
90,5
Piante vive
Piante morte
84
80
65
59,5
60
40,5
40
20
9,5
35
16
0
Quercus
robur
Fraxinus
excelsior
Prunus
avium
Carpinus
betulus
Specie arborea
valutare lo sviluppo delle piante è stata
impostata una campagna di rilievi su dieci
anni, quando si potrà effettuare il primo
intervento di uso delle specie accessorie.
In futuro si potranno analizzare aspetti
positivi e negativi del progetto a confronto con un intervento classico.
Ci si aspetta che a 40-50 anni dall’intervento si possano ottenere toppi di specie
pregiate, con un’utilizzazione intercalare
di specie più rustiche e a portamento
cespuglioso come il carpino. Le medesime specie, con il medesimo sesto, sono
state messe a dimora nel dicembre 2010
nel Parco del Ticino piemontese, con
condizioni di suolo opposte (suolo di
greto), per valutarne l’incidenza.
■
Bibliografia
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Abstract
Various intentions
An experimental environmental recovery project along the Turin-Milan HighSpeed Line was carried out utilizing irregular planting sites and groups of plants to
increase the natural character of landscape,
maintaining high ecological value and a
low energy consumption by the project.
This objective also has the aim of gaining
quality timber products in the longer term.
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