La legione 26/07/11 14.37 Pagina 4 Dello stesso autore Il centurione Sotto l’aquila di Roma Il gladiatore Roma alla conquista del mondo La spada di Roma Tutti i personaggi di questo romanzo, a eccezione di quelli storici, sono immaginari e qualunque somiglianza con persone reali, viventi o defunte, è puramente casuale Titolo originale: The Legion Copyright © 2010 Simon Scarrow First published in 2010 by HEADLINE PUBLISHING BOOK. The right of Simon Scarrow to be identified as the Author of the Work has been asserted by him in accordance with the Copyright, Designs and Patents Act 1988. Traduzione dall’inglese di Roberto Lanzi Prima edizione: agosto 2011 © 2011 Newton Compton editori s.r.l. Roma, Casella postale 6214 ISBN 978-88-541-2970-2 www.newtoncompton.com Realizzazione a cura di Corpotre, Roma Stampato nell’agosto 2011 da Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma) su carta prodotta con cellulose senza cloro gas provenienti da foreste controllate e certificate, nel rispetto delle normative ecologiche vigenti La legione 26/07/11 14.37 Pagina 5 Simon Scarrow La legione Newton Compton editori La legione 26/07/11 14.37 Pagina 6 RINGRAZIAMENTI Come sempre sono grato a mia moglie Carolyn per aver riletto le bozze mano a mano che il processo di scrittura progrediva e per avermi sopportato tutte le volte che finivo per perdermi completamente nelle trame del romanzo. Devo anche ringraziare mio padre, Tony, per aver dato un’ultima rilettura alla stesura finale. Gran parte delle informazioni storiche sono frutto di numerosi viaggi di ricerca che ho personalmente effettuato in Egitto e lungo il corso del Nilo. Un ringraziamento speciale ad Ahmed e Mustafa per aver condiviso con me la loro immensa cultura sul loro affascinante paese. Poche sono le nazioni che possono vantare un patrimonio altrettanto antico e ricco come l’Egitto e i miei due amici ne vanno giustamente orgogliosi. La legione 26/07/11 14.37 Pagina 7 Ad Ahmed (capo degli Angeli) e Mustafa (l’Eletto) La legione 26/07/11 14.37 Pagina 8 Imperatore Claudio Legato della Ventiduesima Legione Prefetto di campo Tribuno anziano Altre nove coorti comandate da centurioni anziani. Ogni coorte è composta da sei centurie comandate da centurioni Altri di grado cinquantotto inferiore centurioni Centurione capo comandante della Prima Coorte Cinque tribuni maggiori Funzionari del quartier generale, inclusi: quartiermastro, armiere, chirurgo capo ecc. Centurione Segretario della centuria Optio Portavessillo La catena di comando dell’esercito romano. Ottanta legionari Contingente a cavallo: 120 uomini divisi in quattro squadroni, ognuno dei quali comandato da un decurione La legione 26/07/11 14.37 Pagina 9 L’organizzazione di una legione romana La Ventiduesima Legione era costituita da circa cinquemilacinquecento uomini. L’unità militare di base era la centuria di ottanta uomini, comandata da un centurione e da un optio con funzioni di vice comandante. La centuria, a sua volta, era suddivisa in sezioni di otto uomini che condividevano una stanza nella caserma e una tenda durante le campagne militari. Sei centurie costituivano una coorte e dieci coorti formavano una legione; rispetto alle altre, la Prima Coorte contava il doppio degli effettivi. Ogni legione era accompagnata da un reparto di cavalleria costituito da centoventi uomini suddivisi in quattro squadroni che fungevano da esploratori e messaggeri. In ordine decrescente la scala gerarchica era organizzata come segue. Il legato solitamente apparteneva all’ordine equestre più che alla classe senatoriale, questo almeno era il caso delle legioni di stanza in Egitto. Il legato rimaneva al comando di una legione per un cospicuo numero di anni e sperava di poter dar lustro al proprio nome in vista di una successiva carriera politica. Il prefetto di campo era solitamente un veterano, già primo centurione di legione e ormai all’apice della carriera militare. Seguivano poi sei tribuni che costituivano lo stato maggiore. Solitamente si trattava di giovani poco più che ventenni che servivano nell’esercito per la prima volta, così da accumulare sufficiente esperienza amministrativa prima di poter accedere a cariche subalterne nell’amministrazione civile. Il tribuno anziano, invece, faceva caso a parte: era destinato a un’alta carica politica e alla fine anche al comando di una legione. Sessanta centurioni costituivano la spina dorsale della legione in fatto di addestramento e disciplina. Venivano espressamente selezionati per la loro attitudine al comando. Il centurione più anziano comandava la Prima Centuria della Prima Coorte. I quattro decurioni della legione erano al comando degli squadroni di 9 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 10 cavalleria e aspiravano a essere promossi a comandanti delle unità ausiliarie di cavalleria. Ogni centurione era assistito da un optio che svolgeva funzioni di attendente con incarichi di comando di minore responsabilità. Gli optiones rimanevano in attesa di un posto vacante nel centurionato. Sotto gli optiones si trovavano i legionari, uomini arruolatisi per un servizio di venticinque anni. Teoricamente, per poter essere iscritti nelle liste di arruolamento era necessaria la cittadinanza romana, ma sempre più soldati erano peregrini reclutati tra le popolazioni locali ai quali, all’atto dell’arruolamento nelle legioni, veniva conferita la cittadinanza romana. Subito al di sotto dei legionari si trovavano gli uomini delle coorti ausiliarie, reclutati nelle province per essere arruolati nella cavalleria e nella fanteria leggera dell’impero romano in base alle loro abilità specialistiche. Al compimento del venticinquesimo anno di servizio, veniva riconosciuta loro la cittadinanza romana. 10 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 11 La Marina della Roma imperiale I Romani intrapresero abbastanza tardi le loro prime battaglie navali e fu solo con l’avvento del principato di Augusto (27 a.C.-14 d.C.) che iniziò a operare in modo permanente una vera e propria Marina romana. Essa era costituita da due flotte principali ospitate nelle basi di Miseno e Ravenna. Altre flotte minori facevano base ad Alessandria e in altre grandi città portuali nell’area del Mediterraneo. Oltre al mantenimento della pace nei mari, la Marina aveva il compito di pattugliare i grandi fiumi dell’impero, come il Reno, il Danubio e naturalmente il Nilo. Ogni flotta era affidata al comando di un prefetto, figura che non doveva necessariamente avere esperienza navale giacché la carica aveva natura fondamentalmente amministrativa. Le cariche al di sotto del prefetto erano organizzate sul modello della tradizione navale greca, tenuta in grande considerazione nelle flotte imperiali. Il comandante di uno squadrone navale era chiamato navarco e aveva dieci navi al suo comando. I navarchi, come i centurioni delle legioni, erano ufficiali con mandato permanente e grande anzianità di servizio e, se lo desideravano, potevano richiedere un trasferimento nelle legioni proprio con il grado di centurione. Il navarco più anziano della flotta era noto come navarchus princeps e aveva le stesse funzioni di un centurione senior di una legione; offriva supporto tecnico al prefetto ogniqualvolta questi lo richiedeva. Le singole navi erano comandate dai trierarchi. Come nel caso dei navarchi, si trattava di soldati semplici che avevano ottenuto una promozione ed erano, appunto, responsabili dell’amministrazione di singole navi. Il loro ruolo non corrispondeva, pertanto, esattamente a quello di un capitano di vascello come lo intenderemmo oggigiorno. Si occupavano principalmente della nave durante la navigazione; in caso di guerra, invece, il comando passava all’ufficiale responsabile dell’organico dei classiari. 11 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 12 Per quanto riguardava le navi in sé, la spina dorsale della flotta era costituita da piccole galere di pattugliamento denominate liburne. Per la propulsione, la liburna poteva contare solitamente su un ordine di remi o su vele e un piccolo contingente di classiari. Alla stessa categoria appartenevano le biremi, più grandi delle precedenti e più resistenti in battaglia. Nell’epoca in cui si svolgono le vicende narrate nel romanzo, invece, le grandi imbarcazioni da guerra – triremi, quadriremi e quinqueremi – erano ormai diventate rare, un ricordo del glorioso passato di guerra per mare di Roma. 12 EGITTO MAR MEDITERRANEO N Capri Roma I TALIA GRECIA C R E TA Alessandria GIUDEA La legione 26/07/11 14.37 Pagina 13 L’Impero romano nell’area del Mediterraneo. 13 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 14 MAR MEDITERRANEO Epichos Alessandria D E LT A DEL NILO Menfi ARABIA PETREA M A R ER IT RE O NIL O GRANDE DESERTO N Diospolis Magna NUB La provincia romana dell’Egitto nel primo secolo. 14 IA La legione 26/07/11 14.37 Pagina 15 Capitolo uno Il comandante della stazione di approvvigionamento navale di Epichos stava consumando il suo pasto del mattino quando l’optio responsabile del turno di guardia arrivò a fare rapporto. Dalle prime luci dell’alba aveva iniziato a cadere una pioggerella sottile – la prima precipitazione dopo lunghi mesi di siccità – e il mantello dell’optio era ricoperto di minuscole gocce simili a perline di vetro. «Cosa c’è, Settimo?», chiese in maniera stringata il trierarco Filippo, inzuppando un grosso pezzo di pane nella piccola ciotola colma di garum che aveva davanti. Era sua abitudine fare un giro di controllo nella piccola fortificazione e poi rientrare nelle sue stanze per la colazione, senza più essere interrotto. «Vengo a riferire l’avvistamento di una nave, signore. Si dirige verso di noi lungo la costa». «Una nave, dici? Del resto questa è una delle vie marittime più affollate dell’impero». Filippo fece un profondo sospiro per tentare di contenere l’insofferenza. «E il classiario di vedetta ritiene forse che la cosa sia insolita?» «È una nave da guerra, signore, e si sta dirigendo verso l’imboccatura della baia». L’optio ignorò il sarcasmo del superiore e continuò a riferire con lo stesso inespressivo tono di voce che usava da quando, un paio di anni prima, il trierarco era arrivato al comando dell’avamposto. In un primo momento Filippo aveva accolto con soddisfazione la promozione. In precedenza era stato a lungo al comando di una splendida liburna della flotta alessandrina, fino ad avere poi le tasche piene dell’opprimente mancanza di opportunità legata alla condizione di sottufficiale al comando di un piccolo vascello che solo di rado varcava i confini del porto orientale della città. L’incarico presso la piccola base navale di Epichos gli aveva dato indipendenza e nei primi tempi Filippo aveva fatto ogni sforzo possibile per trasformare la piccola base di approvvi15 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 16 gionamento in un vero e proprio modello di efficienza. I mesi successivi, però, erano trascorsi senza particolari avvenimenti entusiasmanti e tutto il lavoro degli uomini della base si era limitato all’approvvigionamento delle navi da guerra o delle navi postali imperiali che, di tanto in tanto, toccavano la piccola cittadina portuale durante i loro viaggi di servizio lungo la costa egiziana. L’unico altro compito di cui Filippo doveva occuparsi con regolarità era l’invio di una pattuglia lungo il Delta del Nilo per ricordare ai nativi che vivevano sotto l’attenta vigilanza dei padroni romani. E così Filippo passava i suoi giorni comandando una mezza centuria di classiari e altrettanti marinai semplici, oltre a una vecchia bireme, la Anubis, un tempo in servizio nella flotta che Cleopatra aveva messo in piedi per sostenere il proprio amato, Marco Antonio, nella sua guerra contro Ottaviano. Dopo la sconfitta di Marco Antonio ad Azio, la bireme era stata inglobata nella Marina romana per servire nella flotta alessandrina, prima di essere inviata definitivamente a terminare i suoi giorni a Epichos, tirata a riva di fronte a una piccola fortificazione di mattoni di argilla affacciata sulla baia. Un incarico sconfortante, rifletteva Filippo. La linea di costa del Delta del Nilo era bassa e assolutamente monotona, gran parte della baia era invasa dalle mangrovie tra le quali erano sempre in agguato i coccodrilli, immobili come palmizi caduti, in attesa che una preda si avvicinasse tanto da poterla attaccare. Il trierarco viveva sempre nella speranza di un po’ di avventura. Ad ogni modo, si ripeteva spesso, allo stato attuale delle cose, il massimo dell’avventura che poteva aspettarsi era la supervisione di un carico di biscotti, acqua e scorte di sartiame, vele o altri elementi di alberatura sull’ennesima nave in arrivo. Niente di così rilevante, comunque, che potesse giustificare un’interruzione della sua colazione. «Una nave da guerra, eh?». Filippo diede un morso al pezzo di pane e iniziò a masticare. «Be’, probabilmente è in pattugliamento». «Non penso, signore», disse l’optio Settimo. «Ho controllato sul registro della base e per almeno un altro mese non sono previsti attracchi a Epichos». «E allora potrebbe essere stata distaccata per qualche missione», continuò Filippo in tono sbrigativo. «E il capitano potrebbe voler approdare per rifornirsi di acqua e viveri». «Devo far preparare le armi agli uomini, signore?». 16 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 17 Filippo sollevò bruscamente gli occhi. «E perché? Che motivo c’è?» «Regolamento interno, signore: in caso di avvistamento di vascello sconosciuto, la guarnigione deve essere messa in allerta». «Ma non è un vascello sconosciuto, o sbaglio? È una nave da guerra e noi siamo gli unici a utilizzare navi da guerra nel Mediterraneo orientale. Per cui non è sconosciuta e non vedo motivo di mettere in agitazione gli uomini, optio». Settimo, però, rimaneva sulla sua posizione. «Secondo il manuale, se una nave non è prevista dal registro degli approvvigionamenti, è sconosciuta, signore». «Il manuale?». Filippo sbuffò. «Stammi bene a sentire, optio: se ci sono segni di ostilità, allora puoi chiamare la guarnigione. Nel frattempo informa il quartiermastro che abbiamo visite e che lui e i suoi si tengano pronti a rifornire la nave. Adesso, se permetti, vorrei terminare la mia colazione. Puoi andare». «Sì, signore». L’optio scattò sull’attenti, salutò e si voltò per attraversare il corto colonnato verso l’uscita degli alloggi del comandante. Filippo sospirò. Gli dispiaceva aver trattato il soldato con sdegno. In fin dei conti, Settimo era un bravo giovane ufficiale, efficiente, anche se non brillava per originalità. E non a torto aveva citato quegli ordini permanenti del regolamento, gli stessi ordini che Filippo aveva scrupolosamente redatto di proprio pugno agli inizi del proprio mandato, quando le sue azioni erano ancora governate dall’entusiasmo per il nuovo incarico. Terminò il boccone di pane, bevve il suo vino miscelato ad acqua e si alzò per dirigersi verso la camera da letto. Si fermò davanti ai pioli sul muro e prese corazza ed elmo. Tanto valeva accogliere il comandante secondo formalità e assicurarsi che venisse servito con la dovuta efficienza, così che poi potesse riportare un’impressione positiva al quartier generale della flotta ad Alessandria. Finché i rapporti su di lui continuavano a essere soddisfacenti, c’era sempre la possibilità di una promozione a un incarico di comando più prestigioso, che gli avrebbe permesso di lasciarsi alle spalle Epichos. Si allacciò il sottogola, si sistemò poi l’elmo in testa, si buttò la cintura con la spada su una spalla e si diresse fuori dell’alloggio. La fortificazione di Epichos era piccola, a malapena una cinquantina di passi per ogni lato. Il perimetro di muratura era alto dieci piedi e difficilmente avrebbe bloccato attacchi nemici alla base di approvvigionamento. In 17 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 18 ogni caso, le mura erano fatiscenti, piene di crepe e potevano essere abbattute con un soffio. In realtà, rifletté Filippo, il rischio di attacchi era praticamente nullo. La Marina romana aveva il dominio dei mari e le uniche eventualità di attacco terrestre potevano arrivare dal regno di Nubia, situato però centinaia di miglia più a sud, e dai manipoli di briganti arabi che di tanto in tanto rapinavano i villaggi più remoti lungo il corso superiore del Nilo. Gli alloggi del trierarco si trovavano in una estremità della fortificazione, fiancheggiati dal granaio e dal magazzino delle scorte. La stradina che conduceva alla guardiola nei pressi dell’accesso, attraversando il piazzale interno della fortificazione, era fiancheggiata da sei blocchi di baraccamenti. Vedendolo avvicinarsi, due sentinelle si misero senza fretta sull’attenti, presentando le lance quando Filippo passò tra di loro e uscì dal campo. Nonostante il cielo terso, sulla baia aleggiava una spessa coltre di bruma che si addensava ulteriormente al di sopra delle mangrovie, tanto che l’intreccio di giunchi, palmizi e cespugli assumeva un vago aspetto spettrale che al suo arrivo Filippo aveva trovato leggermente inquietante. Da quel giorno aveva poi spesso seguito le navi di pattuglia nei loro spostamenti lungo il fiume e aveva finito per abituarsi alla nebbia mattutina che spesso ricopriva il Delta del Nilo. Subito fuori della fortificazione, una lunga striscia di spiaggia si stendeva per tutta la baia sino alle mangrovie. Nella direzione opposta, invece, lasciava il passo a un terreno roccioso che curvando si inoltrava in mare creando così un bel porto naturale. Davanti all’uscita del campo c’era la bireme tirata a riva, arrivata con il comando. Il mastro carpentiere e i suoi aiutanti avevano lavorato mesi e mesi sulla vecchia imbarcazione da guerra per sostituire il legno ormai consumato e marcescente, rivestendo poi lo scafo con un nuovo strato di bitume e riattrezzando l’albero maestro. Le fiancate della nave erano state ridipinte, con un elaborato disegno di occhi a prua. La nave quindi era ormai pronta per essere rimessa in mare; Filippo, però, rimaneva fortemente dubbioso che quella veterana della battaglia di Azio potesse un giorno tornare del tutto operativa. A poca distanza dalla Anubis, dalla riva partiva un solido pontile di legno che si inoltrava nella baia per una quarantina di passi, fornendo un comodo punto di attracco per le imbarcazioni in arrivo. Sebbene il sole non si fosse ancora levato al di sopra della bruma, l’aria era comunque calda e Filippo sperava proprio di potersi sbrigare velocemente con tutte le formalità legate all’arrivo della nave, per poi 18 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 19 ritogliersi corazza ed elmo. Si voltò e si incamminò lungo il sentiero polveroso che conduceva alla postazione di avvistamento. La torretta poggiava su un affioramento roccioso sulla striscia di terra che formava un naturale frangiflutti per il porto. Alla fine della striscia un’altra torretta, ben più solida, era a guardia dell’entrata. Sulle mura erano montate quattro baliste con accanto un grosso braciere in modo tale da poter immediatamente, se necessario, attaccare una qualsiasi nave nemica in avvicinamento al porto con munizioni incendiarie. Raggiunta la postazione di vedetta, Filippo entrò nella cabina di sotto e vide tre dei suoi uomini seduti su una panca che chiacchieravano sottovoce mangiando pane e pesce secco. Non appena lo videro, i soldati scattarono in piedi e lo salutarono. «Tranquilli, ragazzi», sorrise Filippo. «Chi di voi ha avvistato la nave da guerra?» «Io, signore», rispose uno di loro. «Bene, Orio, fammi strada». Orio appoggiò il pane nella gavetta, attraversò la base della torre e iniziò a risalire la scala a pioli che portava al tetto. Il trierarco lo seguì e uscì sulla piattaforma, accanto al braciere di segnalazione allestito e pronto per essere acceso in un istante. Una sezione della piattaforma era coperta da una tettoia di foglie di palma intrecciate. La sentinella che aveva dato il cambio a Orio era in piedi davanti al parapetto di legno marcio e guardava in mare. Filippo raggiunse i due e guardò in direzione della nave che si stava avvicinando all’imboccatura della baia. L’equipaggio era impegnato ad ammainare la vela, un grosso telone di pelle di capra rosso sangue decorato con ali d’aquila. Quando un istante dopo la vela fu legata, dai lati dello scafo spuntarono le pale dei remi e si immersero nelle acque leggermente mosse. Dopo appena qualche istante fu dato l’ordine di remare, e i remi si sollevarono e si riabbassarono in avanti, fendendo l’acqua e spingendo avanti la prua della nave. Filippo si voltò verso Orio. «Da quale direzione è arrivata prima di virare verso terra?» «Da ovest, signore». Il trierarco annuì tra sé e sé. Dalla direzione di Alessandria, quindi. Il che era strano giacché alla loro base non erano previste visite di navi da guerra per almeno un altro mese, quando sarebbero arrivati i dispacci e i forzieri con i salari trimestrali. Filippo osservò la nave passare accanto alla torre a guardia dell’accesso del porto: continuava a scivolare 19 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 20 sulle acque tranquille in direzione del pontile. Riusciva a scorgere marinai e classiari lungo i fianchi che ispezionavano la baia. Sulla torretta di legno a prua c’era un’alta figura in piedi con un elmo piumato in testa, braccia allargate e mani appoggiate sul parapetto di fronte, occhi puntati sul pontile e sulla fortificazione subito oltre. L’attenzione di Filippo fu attirata da alcuni movimenti nei pressi della fortificazione. Vide Settimo e il quartiermastro, scortati da un gruppetto di marinai, che si dirigevano verso il pontile. Meglio che mi unisca al comitato di accoglienza, pensò. Lanciò un ultimo sguardo alla nave che attraversava la baia, un’immagine di grazia ed efficienza sullo sfondo tranquillo delle mangrovie in lontananza. Poi si voltò per scendere. Il tempo di raggiungere la fine del pontile e la nave aveva già iniziato a rallentare. Ai tre ufficiali scortati dai marinai e diretti ad accogliere i visitatori arrivò distintamente l’ordine di bloccare i remi in acqua per frenare. I rematori si fermarono e la resistenza delle pale smorzò rapidamente il movimento in avanti del vascello. «Armare i remi!». I remi furono rapidamente ritirati nelle fessure con un boato legnoso su entrambi i fianchi della liburna, mentre questa continuava a scivolare in direzione del pontile e gli uomini alla barra del timone la facevano virare per l’accostamento. Adesso Filippo riusciva a vedere più chiaramente l’uomo sulla torretta: alto, spalle ampie, all’apparenza molto più giovane di quanto si aspettasse. L’uomo rimase impassibile mentre il suo trierarco urlava l’ordine di preparare gli ormeggi. Mentre la nave si accostava al pontile, da prua furono lanciate le funi che attraversarono l’aria serpeggiando; gli uomini di Filippo le afferrarono e alarono la nave finché un fianco non scricchiolò contro i fasci di cannicci intrecciati a protezione dei pali del pontile. Fu lanciata un’altra fune agli uomini nei pressi della poppa e un momento dopo la nave era ormeggiata. L’ufficiale scese dalla torretta e attraversò il ponte con passo deciso mentre i marinai aprivano il passaggio laterale, facendo scivolare una passerella sul pontile. Nei pressi si era formato uno schieramento di classiari, e l’ufficiale fece un gesto della mano nella loro direzione mentre scendeva sul pontile. Filippo avanzò per accoglierlo stendendo un braccio. «Sono il comandante della base di approvvigionamento, trierarco Filippo». 20 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 21 L’uomo afferrò la mano con una stretta poderosa e annuì bruscamente. «Centurione Macrone, distaccato presso la flotta alessandrina. Dobbiamo parlare, in privato, nei tuoi alloggi». Filippo non poté evitare di inarcare le sopracciglia per la sorpresa, notando nel frattempo lo sguardo inquieto dei suoi uomini. «Parlare? È forse accaduto qualcosa?» «Ho ricevuto ordini di discuterne con te in privato». L’ufficiale indicò gli altri uomini sul pontile con un cenno della testa. «Non davanti ad altri. Ti prego, fammi strada». Le maniere brusche e stringate del giovane ufficiale colsero Filippo alla sprovvista. L’uomo doveva essere arrivato da Roma solo di recente, il che poteva spiegare la sua inclinazione a trattare i militari locali con l’altezzosa arroganza tipica di quelli come lui. «Molto bene, centurione. Da questa parte». Filippo si voltò e si incamminò lungo il pontile. «Solo un istante», disse il centurione Macrone, voltandosi verso i suoi soldati che attendevano sul ponte della nave. «Con me!». Gli uomini attraversarono la passerella e si allinearono alle spalle del centurione: venti classiari armati, uomini enormi con fisici possenti. Filippo aggrottò la fronte. Aveva pensato a una semplice chiacchierata cordiale e a notizie sugli ultimi accadimenti prima di dare istruzioni al suo quartiermastro di occuparsi delle necessità della nave. Non certo a un incontro così rude. Cos’aveva di così importante quell’ufficiale da dovergli comunicare in forma strettamente privata? Con un’improvvisa fitta d’ansia, Filippo si chiese se per errore non l’avessero magari implicato in qualche crimine o congiura. Fece un gesto perché il suo ufficiale lo seguisse e la piccola colonna si incamminò verso la riva. Filippo rallentò il passo finché si trovò alla stessa altezza del centurione e poi gli chiese con tono pacato: «Puoi dirmi di cosa si tratta?» «Sì, in breve». L’ufficiale lo guardò abbozzando un sorriso. «Niente di cui devi preoccuparti oltremisura, trierarco. Devo solo farti qualche domanda». La risposta non rassicurò Filippo, che rimase in assoluto silenzio per tutto il resto del tragitto dal pontile all’ingresso della fortificazione. All’avvicinarsi degli ufficiali e dei classiari, le sentinelle si misero sull’attenti. «Immagino non passino molte navi da queste parti», disse il centurione Macrone. 21 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 22 «Non molte, in effetti», rispose Filippo, sperando che l’uomo stesse finalmente rivelandosi più loquace di quanto il carattere apparentemente gelido lasciasse supporre. «Ogni tanto vascelli di pattuglia e postali imperiali, altrimenti qualche nave danneggiata da tempeste nei mesi invernali, e questo è tutto. Epichos è ormai diventata una specie di mortorio e non mi sorprenderebbe se prima o poi il governatore ad Alessandria decidesse di chiudere la baracca». Il centurione lo guardò. «Stai forse cercando informazioni sul motivo della mia visita?». Filippo ricambiò lo sguardo e fece spallucce. «Naturalmente». Una volta dentro la fortificazione, il centurione si fermò e si guardò attorno. Il luogo era tranquillo. La maggior parte degli uomini era ancora nei baraccamenti. Le sentinelle del turno di notte stavano terminando il pasto mattutino per poi mettersi a riposare. Altri uomini erano seduti all’esterno delle caserme giocando ai dadi o chiacchierando tranquillamente. Gli occhi di Macrone registrarono avidamente i dettagli. «Avete un posticino bello tranquillo qui, eh Filippo? Del tutto fuori mano. Nonostante questo, penso però che abbiate comunque buone scorte, o no?». Filippo annuì. «Siamo ben forniti di granaglie e del necessario per le navi, ma le visite sono sporadiche di questi tempi». «Perfetto», mormorò il centurione Macrone. Si voltò e fece un cenno della testa all’optio al comando della squadra di soldati. «È tempo di procedere, Karim». L’optio annuì e rivolgendosi agli uomini disse: «Prendeteli!». Sotto gli occhi di Filippo, quattro dei classiari sguainarono la spada dirigendosi verso le sentinelle all’ingresso le quali, udendo i rumori degli uomini in avvicinamento, ebbero appena il tempo di voltarsi prima di essere uccise con una raffica selvaggia di colpi. Non riuscirono neanche a lanciare un urlo prima di morire. Filippo osservò terrorizzato i corpi che si accasciavano ai lati dell’ingresso e atterrito si voltò verso il centurione Macrone. L’uomo gli sorrise. Un leggero stridore, un rapido movimento e il trierarco avvertì un improvviso colpo allo stomaco, come se qualcuno gli avesse mollato un pugno, violento. Subito dopo un altro colpo, che lo lasciò agonizzante dal dolore. Filippo guardò in basso e vide la mano dell’altro stretta attorno all’impugnatura di un pugnale. Vide anche l’ultimo centimetro di lama sparire all’interno delle pieghe della sua tunica, 22 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 23 appena sotto la parte inferiore della corazza. Sotto gli occhi disorientati di un Filippo ammutolito, sul tessuto si aprì una macchia rossa. Il centurione ruotò la lama, lacerandogli organi vitali. Filippo boccheggiò affannosamente in cerca di aria e con entrambe le mani afferrò il braccio che stringeva il pugnale. «Cosa... cosa stai facendo?». Il centurione ritirò il pugnale e Filippo sentì il sangue sgorgargli a rapidi fiotti dalla ferita. Sentendosi cedere le gambe, lasciò andare la presa e cadde in ginocchio, guardando il centurione, muto e terrorizzato. Nei pressi dell’ingresso, vide i corpi delle sentinelle e, poco oltre, uno dei soldati del centurione che si metteva bene in vista di fronte alla fortificazione e sollevava in aria tre volte la spada. Un segnale prestabilito, pensò Filippo, e un istante dopo dalla liburna si levarono delle grida; tutti gli uomini rimasti fino a quel momento nascosti sul ponte superarono il bordo e si riversarono sul piccolo pontile. Filippo vide il quartiermastro che tentava invano di estrarre la sua spada e subito dopo veniva abbattuto da una serie di colpi di spade scintillanti. Stessa sorte toccò al suo optio e ai marinai: morti ancor prima di riuscire a estrarre le armi. Gli assalitori si lanciarono lungo il pontile e risalirono verso l’entrata della fortificazione. Filippo si accasciò contro il muro della guardiola e si slacciò la corazza. La lasciò cadere di lato e si premette una mano sulla ferita, grugnendo dal dolore. L’ufficiale che l’aveva pugnalato gli rimase accanto, in piedi. Aveva rimesso nel fodero il pugnale e urlava ordini ai suoi uomini che stavano entrando nella fortificazione, abbattendo chiunque si trovassero davanti. Filippo rimase a guardare, agonizzante, mentre i suoi uomini venivano macellati sotto i suoi stessi occhi. Quelli che prima giocavano a dadi davanti ai baraccamenti e altri che ne erano usciti dopo aver udito i primi rumori dello scontro adesso giacevano morti. Le urla strozzate provenienti dall’interno delle baracche indicavano che altri venivano massacrati. Alla fine della stradina una manciata di uomini che erano riusciti a impugnare le armi tentava di resistere, assolutamente non all’altezza, però, degli espertissimi nemici che con estrema facilità schivavano ogni colpo e li uccidevano subito dopo. Il centurione scandagliò l’interno della fortificazione con lo sguardo e annuì soddisfatto, poi si voltò e guardò Filippo. Il trierarco si schiarì la voce. «Chi sei?» «Che importanza ha?», rispose l’uomo, scrollando le spalle. «Presto sarai morto, preoccupati di questo». 23 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 24 Filippo scosse la testa per scacciare le scure ombre filiformi che gli si stavano già addensando all’angolo degli occhi. Aveva le vertigini, le mani rese scivolose dal sangue mentre tentava di arginarne il flusso. Si inumidì le labbra. «Chi sei?». L’uomo slacciò la fibbia e si sfilò l’elmo, prima di accosciarsi accanto a Filippo. Aveva capelli ricci e scuri, un sopracciglio e una guancia segnati da una cicatrice. Fisico molto possente e un ottimo equilibrio, a giudicare da come si teneva fermo, ed elegantemente piegato sulle ginocchia. Fissò gli occhi del trierarco. «Se dare un nome alla morte può esserti di qualche consolazione, ebbene sappi che è stato Aiace, figlio di Telemaco, a uccidere te e i tuoi uomini». «Aiace», ripeté Filippo. Deglutì e mormorò: «Perché?» «Perché sei mio nemico. Roma è mia nemica. Continuerò a uccidere Romani finché loro non uccideranno me. Così sarà. Adesso preparati». Si alzò in piedi ed estrasse la spada. Filippo spalancò gli occhi in uno sguardo di terrore. Poi sollevò di scatto una mano insanguinata. «No!». Aiace lo guardò in cagnesco. «Sei già morto: fallo con dignità». Filippo rimase immobile per un istante, poi riabbassò la mano, sollevando e piegando di lato la testa, mettendo in vista la gola. Poi serrò stretti gli occhi. Aiace tirò indietro il braccio, puntò appena sopra l’incavo della clavicola del trierarco e poi vi spinse la lama profondamente, con un movimento potente. Strattonò via la spada e un getto di liquido rosso sgorgò fuori. Gli occhi di Filippo si aprirono di scatto, la bocca cedette e il suo corpo si accasciò, con le membra tremanti, in un gorgoglio di sangue. Un istante dopo era immobile. Aiace usò la manica della tunica di Filippo per pulire la spada e poi la rinfoderò con un rumore metallico. «Karim!». Uno dei suoi uomini, un nativo dei territori orientali dalla carnagione scura, lo raggiunse di corsa. «Signore?» «Prendi cinque uomini e cerca negli edifici. Uccidete i feriti e tutti gli altri che ci sono sfuggiti, poi fai portare i corpi dall’altra parte della baia e buttali tra le mangrovie. Ci penseranno i coccodrilli a farli subito sparire». Karim annuì e poi sollevò gli occhi al di sopra della testa del suo capo e stese un braccio. «Guarda!». Aiace si voltò e vide un sottile filo di fumo che saliva verso il cielo terso da oltre le mura della fortificazione. «Viene dalla torretta di avvista24 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 25 mento. Stanno inviando il loro segnale di fumo». Aiace si guardò rapidamente attorno e, con un gesto della mano, chiamò a sé due suoi ufficiali. Dapprima si rivolse a un muscoloso colosso nubiano. «Hepithus, vai di corsa con la tua squadra alla postazione di avvistamento, uccidi gli uomini e spegni il fuoco il più velocemente possibile. Canthus, tu occupati della torretta all’imboccatura della baia». Hepithus annuì e si voltò immediatamente per urlare ai suoi uomini l’ordine di seguirlo, prima di uscire di nuovo di corsa dalla porta. L’altro uomo, Canthus, aveva anche lui carnagione scura e molto tempo prima aveva lavorato come attore a Roma, prima di essere condannato all’arena per aver sedotto la moglie di un senatore famoso e vendicativo. Sorrise ad Aiace e fece segno agli altri uomini di seguirlo. Aiace si fece da parte per lasciarli passare e poi si diresse a passo deciso verso la scaletta di legno che conduceva sulle mura della fortificazione. Entrò nella guardiola e un istante dopo spuntò sulla piattaforma della torretta. Osservò la base di approvvigionamento e scrutò la fortificazione, la baia e la minuscola imbarcazione fluviale tirata a riva poco distante dalle mangrovie da dove partiva, verso l’entroterra, un corso d’acqua. Dall’altra direzione vide Hepithus e i suoi uomini raggiungere di corsa la postazione di vedetta e spegnere il fuoco di segnalazione. Il filo di fumo che aveva rigato il cielo iniziò a svanire. Aiace si grattò la barba corta e ispida che gli ricopriva la mandibola, mentre considerava la situazione. Erano mesi ormai che lui e i suoi uomini erano in fuga dagli inseguitori romani. Si erano visti costretti a tenersi sempre nascosti in baie isolate lungo la costa e a tenere d’occhio l’orizzonte del mare per avvistare ogni eventuale segno di presenza nemica. Esaurite le scorte, la loro nave era uscita allo scoperto per assalire vascelli mercantili isolati o razziare piccoli villaggi costieri. Per ben due volte avevano avvistato navi da guerra romane. La prima volta, i Romani si erano messi al loro inseguimento e avevano dato la caccia ad Aiace ai suoi uomini per tutta la notte, prima che i fuggitivi cambiassero rotta e tornassero poi sui propri passi, riuscendo a seminare gli inseguitori verso l’alba. La seconda volta, su un isolotto roccioso, Aiace aveva osservato due navi superare l’insenatura in cui teneva nascosta la sua nave, mimetizzata con fronde di palma legate all’albero maestro. La tensione per la lunga latitanza forzata stava producendo delle conseguenze sui suoi seguaci. Gli erano ancora fedeli, pronti a rispondere ai suoi ordini senza lamentarsi, ma Aiace sapeva benissimo che alcuni 25 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 26 di loro iniziavano a perdere la speranza. Non avrebbero tollerato ancora per molto quella vita dominata dal costante timore di essere catturati e crocifissi. Avevano bisogno di una rinnovata spinta motivazionale, come quella che li aveva sostenuti quando lo avevano seguito nella rivolta degli schiavi a Creta. Aiace guardò in giro per la base di approvvigionamento e annuì di nuovo soddisfatto. Aveva preso una seconda nave con scorte intere di cibo e di pezzi di ricambio che sarebbero bastati per molti mesi a venire. Quell’avamposto sarebbe stato una base perfetta da cui proseguire la sua guerra contro l’impero romano. La sua espressione si indurì quando ripensò alla sofferenza che Roma aveva inflitto a lui e ai suoi uomini. Anni durissimi di schiavitù e i pericoli della vita da gladiatore. Roma doveva pagare, decise. Finché i suoi uomini sarebbero stati disposti a seguirlo, Aiace avrebbe dichiarato guerra al loro nemico. «Questa può bastare, per il momento», disse tra sé e sé, esaminando ancora la base. «Anzi, è assolutamente perfetta». 26 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 27 Capitolo due Il centurione Macrone si alzò e si mise a sedere sul bordo della branda, stiracchiandosi la schiena e grugnendo prima di scattare in piedi. Seppur basso e tarchiato dovette comunque chinare la testa per evitare di sbattere contro le travi del ponte sopra di lui. La cabina, incuneata in un angolo a poppa della nave da guerra, era minuscola. C’era appena lo spazio per ospitare la branda, un piccolo tavolo con un baule sotto e un paletto su cui erano appesi la tunica, l’armatura, l’elmo e la spada. Si grattò il fondoschiena da sopra il tessuto del perizoma e sbadigliò. «Maledette navi da guerra», borbottò. «Uno sano di mente non si arruolerebbe mai volontario nella Marina». Era in navigazione da oltre due mesi, ormai, e iniziava a dubitare che, con le limitate risorse messegli a disposizione, sarebbe mai riuscito a trovare il gladiatore fuggitivo e i suoi seguaci sopravvissuti. L’ultima volta che la nave di Aiace era stata avvistata risaliva a circa un mese prima, al largo delle coste dell’Egitto. Scorta una vela sulla linea dell’orizzonte, i Romani si erano lanciati all’inseguimento per poi perderne le tracce la notte successiva. Da quel momento le ricerche dei fuggitivi erano state un vero buco nell’acqua. Le due navi romane avevano continuato a battere la costa africana fino a Leptis Magna, per poi virare e dirigersi a est senza mai smettere di cercare Aiace e i suoi seguaci. Due giorni prima, ormai a corto di provviste, erano passate al largo di Alessandria, ma Catone, prefetto responsabile della missione, aveva deciso di spingere al massimo gli uomini prima di interrompere la ricerca per riapprovvigionare la nave. In quel momento il centurione Macrone era affamato, innervosito e arcistufo di tutta quella faccenda. Si infilò la tunica e salì la stretta rampa di scale che portava sul ponte. Si muoveva scalzo da quando aveva scoperto quanto fosse difficile camminare con i calzari su una nave da guerra: le travi del ponte, levigate in pietra arenaria, fornivano ben poca presa quando erano bagnate e Macrone, come del resto tutti gli altri soldati, non aveva vita per 27 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 28 niente facile nel tentare di tenersi in piedi sulle suole chiodate dei calzari. Due centurie di legionari erano state assegnate alle navi da guerra per rinforzare il contingente dei classiari, una misura assolutamente necessaria giacché Aiace e i suoi seguaci, per la maggior parte ex gladiatori come il loro capo, erano in grado di dare parecchio filo da torcere persino ai migliori elementi dell’esercito romano. Non appena il trierarco vide Macrone spuntare sul ponte, gli si avvicinò facendo un cenno di saluto con la testa. «Piacevole mattina, signore». «Ah, sì?», rispose Macrone corrucciato. «Sto su una nave piccola, affollata e circondata da acqua senza nemmeno una brocca di vino a farmi compagnia. Non è proprio ciò che definisco piacevole». Polemo, il trierarco, serrò le labbra e distolse lo sguardo. Il cielo era quasi terso, velato solo da uno sparuto gregge di nuvolotti di un bianco luminoso che scivolavano placidi. Una brezza leggera tendeva le vele, gonfiandole generosamente come il ventre satollo di un gaudente, e il dolce ondeggiamento del mare saliva e ridiscendeva con ritmo regolare e per nulla fastidioso. Sulla destra si stendeva pacifica la sottile linea della costa. A sinistra, l’orizzonte terso. Circa un quarto di miglio più avanti si trovava la poppa della seconda nave, che lasciava dietro di sé una cremosa scia di acque ribollenti. Tutto sommato, pensò tra sé e sé il trierarco, è il giorno perfetto che ogni marinaio potrebbe desiderare. «Qualcosa da segnalare?», chiese Macrone. «Sì, signore. Stamattina è stato aperto l’ultimo fusto di carne di montone salata; il pane secco finirà domani e ho dimezzato le razioni di acqua», riferì il trierarco, guardandosi bene dall’offrire consigli sulla preoccupante situazione delle scorte. La decisione sul da farsi non spettava a lui, né spettava a Macrone. Era responsabilità del prefetto dare l’ordine di dirigersi verso la città portuale più vicina e rifornire la nave. «Hmmm», fece Macrone accigliato. Guardarono entrambi la nave in testa, quasi tentando di leggere nella mente del prefetto Catone che vi era a bordo. Quest’ultimo aveva portato avanti la caccia con un’ossessione assillante. Ossessione che Macrone poteva capire benissimo. Era qualche anno ormai che lui e Catone lavoravano in coppia, e fino a tempi recentissimi Macrone era stato suo diretto superiore. La promozione che Catone aveva ottenuto era assolutamente meritata e Macrone non aveva battuto ciglio, ma gli sembrava comunque un po’ strano vedere la loro gerarchia invertita. Catone aveva poco più di vent’anni 28 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 29 e, a dispetto della figura magra e nervosa, era dotato di grande resistenza e coraggio. Aveva anche dato prova di una vivacità intellettuale capace di escogitare modi sempre diversi per superare i pericoli che, nel corso degli anni, avevano dovuto affrontare insieme. Se Macrone avesse dovuto scegliere quale uomo seguire, sarebbe sicuramente stato qualcuno come Catone. In oltre quindici anni di servizio nelle legioni romane prima di essere promosso al grado di centurione, Macrone aveva accumulato sufficiente esperienza per individuare il potenziale di una persona, ma sulle prime su Catone si era sbagliato, rifletté sorridendo. Vedendolo entrare faticosamente nell’accampamento fortificato della Seconda Legione, sulla frontiera del Reno, Macrone aveva pensato che quel ragazzino pelle e ossa avesse ben poche probabilità di superare vivo il durissimo addestramento che gli si prospettava. Catone, però, l’aveva smentito, dimostrando determinazione, intelligenza e soprattutto coraggio, salvando la vita a Macrone stesso durante la sua prima schermaglia contro una tribù germanica che, nelle sue scorrerie, era solita varcare il grande fiume che segnava uno dei confini dell’impero. Da quel momento Catone non aveva mai perso occasione per dimostrarsi un soldato di prim’ordine, diventando anche il più grande amico che Macrone avesse mai avuto. Da poco Catone era stato promosso prefetto e, per la prima volta, era il superiore di Macrone. Una situazione a cui entrambi stavano tentando, seppur con difficoltà, di abituarsi. La determinazione del prefetto nello scovare Aiace era motivata tanto da un desiderio di vendetta quanto dalla necessità di adempiere agli ordini ricevuti. Sebbene gli fosse stato esplicitamente richiesto di prendere Aiace vivo, per quanto possibile, e di consegnarlo a Roma in catene, Catone non era granché propenso a farlo. Durante la ribellione degli schiavi a Creta, Aiace aveva catturato Giulia, la promessa sposa di Catone, tenendola prigioniera in una gabbia e lasciandola marcire nei suoi stessi bisogni, coperta solo di brandelli di abiti mentre Aiace la tormentava con continue minacce di torture e morte. Anche Macrone era stato catturato e aveva condiviso con Giulia la medesima gabbia, per cui la sua fame di vendetta era forte quanto quella del suo superiore. Il trierarco si schiarì la voce. «Pensate che oggi darà l’ordine di approdare per rifornirci, signore?» «E chi può saperlo?», Macrone si strinse nelle spalle. «Dopo il piccolo incidente di ieri, non ne sono più così sicuro». 29 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 30 Il trierarco annuì. La sera precedente le due navi si erano avvicinate a un piccolo villaggio costiero per ancorarsi per la notte. Mentre si approssimavano alla riva, gli abitanti di quel gruppetto di casupole di mattoni di fango erano scappati subito nell’entroterra, portandosi dietro oggetti di valore e tutto il cibo che erano riusciti a trasportare. La squadra di legionari inviata in perlustrazione nel villaggio era tornata a mani vuote. Erano fuggiti tutti e il cibo lasciato era stato accuratamente nascosto. Di insolito c’erano solo alcune fosse scavate di recente e le macerie carbonizzate di qualche edificio. In mancanza di qualcuno da interrogare, i legionari avevano fatto ritorno alle navi e durante la notte i Romani erano stati attaccati con frombole. Macrone era riuscito a vedere solo alcune sagome scure che si stagliavano contro il chiarore della spiaggia. I colpi secchi delle pietre contro lo scafo e il ponte delle navi, e tonfi liquidi dei proiettili che finivano in acqua, erano continuati per tutta la notte. Due soldati erano rimasti feriti prima che fosse dato finalmente l’ordine di mettersi al riparo a tutti gli altri. L’attacco era terminato poco prima dell’alba e con le prime luci del giorno le due navi avevano ripreso il mare per riprendere la ricerca di Aiace. «Signori, laggiù!», urlò la vedetta dall’alto dell’albero. «La Sobek sta sventando le vele!». Il trierarco e Macrone puntarono gli occhi in avanti. La vela dell’altra nave aveva preso a fluttuare, mentre l’equipaggio allentava le scotte per ridurre la velocità del vascello. «Si direbbe che il prefetto voglia conferire», fece il trierarco. «Lo sapremo molto presto. Affianchiamoci», ordinò Macrone. Poi si voltò e si incamminò di nuovo verso la sua cabina per prendere spada e bastone di vite e per indossare i calzari, in modo da essere più presentabile di fronte al suo superiore. Quando tornò sul ponte, la sua nave, la Ibis, si stava accostando all’altro vascello. Riusciva già a vedere Catone a poppa che si portava le mani al lato della bocca e chiamava. «Centurione Macrone! Vieni a bordo!». «Subito!», urlò di rimando Macrone e fece un cenno al trierarco. «Polemo, ho bisogno dell’imbarcazione di servizio». «Subito, signore». L’ufficiale si voltò per passare ai suoi uomini l’ordine di issare la piccola imbarcazione dall’alloggiamento sul ponte principale. Mentre un gruppo manovrava una fune di carrucola, altri guidarono l’imbarcazione oltre il bordo, per poi abbassarla in mare. Sei uo30 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 31 mini vi scesero all’interno e impugnarono i remi; poi si calò Macrone, usando la scaletta di corda, e dirigendosi con cautela verso il sedile di poppa. Un istante dopo la piccola imbarcazione si staccò dalla nave, scivolando via mentre i marinai iniziavano a darci sotto con i remi per spingerla verso la Sobek. Quando furono abbastanza vicini, uno dei marinai ritirò in barca il remo, afferrò un uncino e agganciò la fune legata ai due lati di un’apertura del parapetto della nave. Macrone si appostò davanti e, cercando di rimanere in equilibrio, attese che l’onda sollevasse l’imbarcazione, poi si slanciò sulla scaletta di corda che scendeva sul fianco della nave. La risalì velocemente prima che l’onda passasse e lo facesse ricadere in acqua. Catone era lì ad attenderlo. «Vieni con me». Si diressero a prua, dove Catone ordinò a un paio di marinai di allontanarsi verso poppa perché non li udissero. Quando vide i tratti scarni dell’amico, Macrone ebbe una fitta di preoccupazione. Per parecchi giorni di fila non avevano avuto occasione di parlarsi faccia a faccia, e in quel momento Macrone notò di nuovo le macchie scure attorno agli occhi dell’altro. Catone si chinò in avanti e, mentre si voltava verso Macrone, appoggiò un gomito sulla spessa trave di legno dell’impavesata. «Come siete messi con le scorte?» «Possiamo andare avanti ancora un paio di giorni, se raziono l’acqua agli uomini; dopodiché non potremo più farci affidamento, anche se troviamo Aiace, signore». Di fronte a quel riferimento al suo rango superiore, Catone ebbe un moto di irritazione che gli si lesse chiaramente in faccia. Si schiarì la voce con un colpo di tosse. «Stammi a sentire Macrone, puoi anche lasciar perdere quel “signore” quando siamo soli io e te. Ci conosciamo abbastanza bene». Macrone lanciò un’occhiata agli uomini poco distanti sul ponte e poi si voltò di nuovo. «Adesso sei un prefetto, amico mio, e gli uomini si aspettano che io mi rivolga a te di conseguenza». «Senza dubbio, ma quando devo parlarti a quattr’occhi, in privato, allora parliamo da amici, intesi?» «Devo prenderlo come un ordine?», rispose Macrone in tono severo; le sue labbra, però, non poterono fare a meno di incurvarsi leggermente ai lati, tradendo il suo reale stato d’animo. Catone sollevò gli occhi. «Risparmiami i sentimenti addolorati di ex collega centurione, va bene?». Macrone annuì e sorrise. «Ci sto, dai. Quali sono i piani allora?». 31 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 32 Catone concentrò la mente stanca. «Le tracce di Aiace sono ormai perse. Gli uomini devono riposare». «Lo stesso vale per te». Catone ignorò il commento e riprese a parlare. «Le navi hanno quasi terminato le scorte. Faremo dietrofront e ci dirigeremo ad Alessandria. Siamo a tre giorni di navigazione da lì, per cui dobbiamo prima trovare un posto per rifornirci di acqua e cibo. Spero solo di non ricevere la stessa accoglienza di ieri». Aggrottò la fronte e scosse la testa. «È stato strano». «Magari ci hanno presi per esattori delle tasse», fece Macrone, stringendosi le spalle. «Non posso certo dire di essere impressionato dallo spirito di ospitalità mostrato dai nativi. Spero che ad Alessandria sia diverso. Se tutti questi indigeni sono amichevoli come quelli di ieri, non vedo l’ora che la caccia sia terminata per tornare a Roma». «Temo che per questo dovrai aspettare ancora un po’, Macrone. Gli ordini sono chiari. Dobbiamo trovare Aiace, costi quel che costi, anche se dovessimo impiegarci l’eternità. E questo è ciò che faremo finché non riceviamo nuovi ordini. Nessuna provincia romana, nemmeno l’imperatore Claudio, potrà permettersi sonni tranquilli finché Aiace e i suoi rimarranno in libertà. Hai visto tu stesso quanto quell’uomo sia di ispirazione per i suoi seguaci. Sarebbe in grado di innalzare lo stendardo della ribellione in tutto l’impero e gli schiavi si aggregherebbero a lui a frotte. Finché rimane in vita, Aiace è una seria minaccia per l’impero. Se Roma cadesse, scoppierebbe il caos e tutti quelli che sono vissuti sotto la protezione delle legioni, liberi, liberti e schiavi, cadrebbero vittima degli invasori barbarici. Ecco perché dobbiamo trovare e annientare Aiace. E inoltre, abbiamo anche un conto personale da sistemare con lui, sia io che te». «Hai ragione. Ma se si è nascosto? Aiace potrebbe essere ovunque, dall’altra parte del Mediterraneo o persino nel Ponto Eusino. Potrebbe anche aver abbandonato la nave, inoltrandosi poi nell’entroterra. E se le cose stanno così, allora abbiamo le stesse probabilità di trovarlo quante ne abbiamo di trovare un avvocato onesto nel bel quartierino della Suburra a Roma. E già che ne parliamo, hai una più che ottima ragione per tornare a Roma il prima possibile». Macrone abbassò il tono della voce. «Dopo tutto quello che ha passato, Giulia avrà bisogno di te al suo fianco». Catone si voltò e guardò dritto nel blu intenso del mare. «Non passa giorno che io non pensi a Giulia, Macrone. Penso a lei e la rivedo nella 32 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 33 gabbia in cui Aiace vi ha tenuti prigionieri. Il pensiero di ciò che ha dovuto subire mi tormenta». «Abbiamo subìto entrambi le stesse cose», rispose dolcemente Macrone. «E io sono ancora qui. Lo stesso Macrone di sempre». Catone gli lanciò un’occhiata brusca e intensa. «Davvero? Ho qualche dubbio». «Cosa vuoi dire?» «Ti conosco abbastanza bene per avvertire l’amarezza con cui parli, Macrone». «Amarezza? E perché no? Dopo tutto quello che ci ha fatto passare quel bastardo». «E cos’è esattamente che vi ha fatto passare? Non mi hai raccontato granché in merito, e nemmeno Giulia, prima di ripartire da Creta». Macrone lo fissò. «Gliel’hai chiesto?» «No... non volevo che ricordasse». «O forse non volevi saperlo?». Macrone scosse la testa tristemente. «Non hai fatto domande e adesso sei costretto a immaginare, non è così?». Catone lo fissò qualche istante e poi annuì. «Qualcosa del genere, e poi anche il non aver fatto niente per aiutarvi». «Non c’era nulla che tu potessi fare, nulla». Macrone appoggiò i gomiti sul parapetto. «Non prenderti colpe che non hai, Catone. Non arriveresti a niente e non ti aiuterebbe neanche a catturare Aiace. Devi solo sapere che Giulia è una donna forte e che se le darai del tempo, si rimetterà, qualsiasi cosa abbia subìto». «Come hai fatto tu?» «Io l’affronterò a modo mio», rispose deciso Macrone. «Se gli dèi riterranno giusto mettere Aiace sul mio cammino, gli staccherò le sue palle merdose e gliele ficcherò giù per la gola prima di farlo fuori. Lo giuro su ogni dio che io abbia mai pregato». Catone sollevò le sopracciglia e fece una risatina ironica. «Sembra proprio che tu sia riuscito a lasciarti tutto alle spalle». Macrone lo guardò in cagnesco. «Lo farò, quando sarà tutto finito». «E fino ad allora?» «Non ci riposiamo finché non avremo eseguito gli ordini». «Bene. È deciso». Catone si raddrizzò lentamente. «A questo punto farei meglio a dare l’ordine di invertire la rotta delle navi e di puntare verso Alessandria». 33 La legione 26/07/11 14.37 Pagina 34 Macrone scattò sull’attenti e fece il saluto. «Sissignore». Quel momento di amicizia era giunto al termine, Catone dovette farsene una ragione. Tornavano a essere prefetto l’uno e centurione l’altro. Fece un cenno del capo verso Macrone e alzò il tono della voce come un attore che stava declamando di fronte a un pubblico. «Molto bene, centurione. Ritorna alla tua nave e posizionati dietro la Sobek». Si voltarono di nuovo insieme verso il ponte principale e avevano quasi raggiunto la base dell’albero quando la vedetta urlò: «Vela in vista!». Catone si fermò e guardò in alto. «In quale direzione?». La vedetta stese un braccio puntando oltre la prua, in mare aperto. «Laggiù, signore. Otto, forse dieci miglia di distanza. Si vedono solo gli alberi». Catone si voltò verso Macrone con uno scintillio di eccitazione negli occhi. «Speriamo che sia il nostro uomo». «Ne dubito», rispose Macrone. «Ma potrebbero aver visto o aver notizie di Aiace». «Mi basterebbe anche solo questo. Adesso torna alla tua nave e ripartite. Mi avvicinerò a lui dal largo, tu fallo arrivandogli addosso dalla costa. Non avrà scampo, chiunque sia». 34