Gabriele Paolini
Un Municipio e la sua gente
Guardistallo fra ‘700 e ‘800
Gabriele Paolini
Un Municipio e la sua gente:
Guardistallo fra ‘700 e ‘800
Foto
Luca Andolfi
Impaginazione grafica
Romina Bartolini
Marco Macelloni
Stampa
Bandecchi & Vivaldi Pontedra
© Copyright 2003
Comune di Guardistallo
Tutti i diritti riservati
Gabriele Paolini
Un Municipio e la sua gente:
Guardistallo fra ‘700 e ‘800
Ristampa aggiornata con la storia di Guardistallo
dal 1860 ai primi anni del ‘900
Comune di Guardistallo
Assessorato alla Cultura
I piccoli comuni, i paesi, hanno spesso stimolato la creatività e la sensibilità degli artisti in genere
e dei letterati in particolare.
Si ricordano pagine intense e drammatiche che parlano di povertà, di terra e di lavoro duro, di
sfruttamento, d’immigrazione e spopolamento.
Si ricordano pagine liete ed emozionanti che raccontano di solidarietà e umanità, di feste e tavolate, di legami affettivi profondi e forte senso d’appartenenza.
I paesi per chi ci vive non sono sempre posti tranquilli, non bisogna farsi ingannare dagli angoli
suggestivi e dalla simpatia delle genti. Sono luoghi d’accese rivalità politiche e di campanile, di
contrasti e divisioni a causa di proprietà e di confini che il tempo raramente risolve.
In queste pagine di storia troverete traccia di tutto ciò, la memoria di un mondo che sappiamo
scomparso nelle sue forme principali d’espressione, come il linguaggio e lo stile di vita, ma ancora vivo e pimpante negli umori e nella cultura di tanti uomini e donne.
Tuttavia, c’è un elemento che lega in modo indiscutibile il passato con il presente, i cognomi:
passano i secoli, ma i nomi delle famiglie non cambiano.
Sfogliate queste pagine e riconoscerete negli Ulivieri, nei Marchionneschi, Lessi, Franceschi, Gani,
Tarchi, Stefanini e via dicendo, quel tratto di continuità destinato a durare nel tempo.
Oggi i paesi accolgono i visitatori con segnaletiche che dichiarano con orgoglio “Comuni denuclearizzati”, oppure “Comuni senza OGM” o ancora “Comuni gemellati”.
Io accoglierei i turisti con un bel cartello e con la seguente scritta: “Guardistallo, comune degli
Ulivieri, Gani, Tarchi, Stefanini e via dicendo.”.
La storia di Guardistallo è in quei nomi, a loro dedico questo libro.
Mauro Gruppelli
Sindaco di Guardistallo
L’Assessore alla Cultura
Claudia Barlettani
Guardistallo alla vigilia della Toscana moderna
Le vicende di Guardistallo in età medioevale, allora sotto l’alto patronato della Repubblica
Pisana, si identificano in buona parte con quelle della famiglia Gherardesca, che di fatto dominò
il paese in quei secoli 1. Quando Pisa cadde sotto il dominio fiorentino (1406) Guardistallo fu tra
i primi Comuni della Maremma Pisana a giurare fedeltà a Firenze, della quale seguì le sorti fino
alla nascita dello stato territoriale toscano dominato dai Medici, che nel 1570 ottennero da Papa
Pio V il titolo di Granduchi.
Nei secoli XVI e XVII il paese, “già grosso Castello”2, subì un indubbio declino, comune anche
agli altri centri della Maremma Pisana, abbandonata più che mai a se stessa dopo la fine della
repubblica marinara e la conseguente perdita d’importanza di tutta la costa, nella quale dominava la malaria.
Questo stato di crisi è dimostrato dai dati relativi alla popolazione 3. Nel 1551 vivevano a
Guardistallo 90 famiglie, per un totale di 428 abitanti, mentre quasi due secoli dopo, nel 1745,
le famiglie erano scese a 76 e gli abitanti a 415. In effetti il XVII secolo, ed in particolare gli anni
che ne precedettero la metà, furono contraddistinti in Toscana da una notevole crisi demografica,
ma ai primi del Settecento la tendenza si era invertita a favore di una costante ripresa, tale da far
aumentare la popolazione di circa 200.000 individui rispetto a due secoli prima 4.
Guardistallo (insieme alle località vicine) fa eccezione rispetto a questo quadro generale.
“Quanto poi alla Comunità di Guardistallo, – si legge in una relazione del Capitano di Campiglia
del 1755 – che siccome nel 1739 non aveva essa che Famiglie 71 ed erano in numero di 83 le Case
del Castello e di 13 quelle della Campagna, così non vi è dubbio che era quel tempo in gran parte
disabitata, giacché il numero delle Case sorpassava di 25 il numero delle Famiglie” 5.
Giovanni Targioni Tozzetti, celebre naturalista e scrittore, dopo aver visitato il paese nel 17426,
riferì che esso aveva “molto patito”, come dimostravano le numerose rovine. Aggiungeva però che
chi nell’estate non fosse stato costretto ad avventurarsi nella sottostante pianura, regno della malaria, vi “campava molto e sano”. “Il Proposto che allora vi era – concludeva sagacemente – era
nativo di Romagna, vale a dire di un clima differentissimo dalle Maremme; eppure ci era venuto
1
Per le notizie relative a Guardistallo in età medioevale si vedano: Giovanni Targioni Tozzetti, Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse
parti della Toscana, Stamperia Granducale, Firenze, 1770, tomo IV, pp.398-399; Emanuele Repetti, Dizionario geografico fisico storico della
Toscana contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, presso l’Autore e Editore coi
tipi di A.Tofani, Firenze, 1835, vol. II, pp.559-561.
2
Così lo definiva nel 1742 G. Targioni Tozzetti, op. cit.
3
Cfr. la tabella pubblicata da E. Repetti, op. cit.
4
Per questi dati: Andrea Menzione, Popolazione e territorio, in Storia della Civiltà Toscana, vol. IV, L’età dei Lumi, Cassa di Risparmio di
Firenze – Le Monnier, Firenze, 1999, pp.357-381 (in particolare il grafico a p.361).
5
Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi abbreviato in ASF), Consiglio di Reggenza, filza 710, Informazione e narrativa di fatto su il
Marchesato della Cecina.
6
G. Targioni Tozzetti, op. cit.
11
da giovane, vi era stato sempre sano, ed aveva passato prosperamente gli 80 anni, del che però egli
ne dava il merito al buon Vino di Colline che beveva”. La distanza rispetto alle plaghe malariche
della pianura (in primo luogo dalle paludi di Vada7), la posizione elevata e favorevole, riducevano
in effetti le “terzane”, le febbri intermittenti dovute alla malaria, a pochi casi sporadici, limitati
ai mesi di agosto e settembre 8.
Un’autentica svolta sembrò prospettarsi anche per Guardistallo – ed almeno in parte lo fu –
quando il nobile Carlo Ginori ottenne la costituzione del suo “Marchesato della Cecina”. Questo
giovane e intraprendente aristocratico, dalle idee moderne e innovative, aveva infatti acquistato
dal Granduca la Tenuta di Cecina, con l’ambizioso scopo di trasformarla radicalmente: da landa
selvaggia e inospitale a colonia modello.
Nel 1739 il Ginori ottenne anche l’investitura feudale relativamente ai borghi di Guardistallo,
Casale e Bibbona, sottraendoli alla giurisdizione del Capitano di Campiglia, dal quale fino ad
allora erano dipesi. Sua intenzione dichiarata era quella “di impiegare molto denaro in ridurre a
coltura una gran parte dei beni inselvatichiti ed accrescere la popolazione con fare prima d’ogni
altra cosa fabbricare case” 9.
Mentre tutto il territorio di Cecina e quello di Riparbella (già acquistato dai Marchesi Carlotti)
erano di sua proprietà, degli altri paesi ebbe solo l’amministrazione, in primo luogo quella della
giustizia (delegata ad un Commissario residente a Bibbona). Ma è comunque molto significativo
che si fosse premunito di costituire una sorta di area vasta (per usare un termine moderno),
inquadrando lo sviluppo di Cecina insieme a quello del territorio circostante.
Benchè nella prima fase degli interventi le attenzioni del Ginori si rivolgessero soprattutto alla
foce del fiume, (qui fece costruire il grande palazzo della Colonia), non trascurò neppure Guardistallo, dove promosse diversi lavori: tredici case furono ristrutturate e tre edificate di nuovo.
Alla Chiesa Parrocchiale, dedicata ai Santi Lorenzo e Agata, fu – come riferiva il Capitano di
Campiglia – “rifatto di pianta il Campanile in forma di Torre e due piccole Sagrestie, ove è stato
asserito che prima era una stanza sola, la quale minacciava rovina. Nel Coro della medesima
Chiesa fu restaurato il muro, fattovi un arco nuovo con suoi pilastri all’Altar maggiore, ampliate
due finestre e rifatta una di nuovo con suoi vetri, rifatte le porte della Chiesa e Sagrestia, colorito
il tetto ed imbiancata la Chiesa, fatto un gradino all’Altare, rifondate le Muraglie dalla parte del
Coro e fattovi un muro per sostenere il terreno” 10. All’interno del Castello, cioè della parte elevata
e più antica del paese, fu ristrutturata e verniciata la cisterna pubblica, alla quale furono aggiunti
alcuni condotti di latta.
7
Sulla situazione di Vada e gli interventi di bonifica: Gabriele Paolini, Le bonifiche del Granduca e le proteste del Papa. Vada e il suo
territorio in età lorenese, Comune di Rosignano Marittimo, s.i.l. (ma Rosignano Solvay), 2001.
8
Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Relazioni sul governo della Toscana, a cura di Arnaldo Salvestrini, Olschki, Firenze, 1974, vol. III,
p.103.
9
Lando Bortolotti, La Maremma settentrionale 1738-1970. Storia di un territorio, Milano, Franco Angeli, 1980, p.50. Sui provvedimenti
del Ginori cfr. anche P. Roselli - S. Lorenzini - L. Masiero - B. Ragoni, Da feudo a Comunità. Trasformazioni territoriali e fondiarie della
Maremma Settentrionale tra Vada e il Forte di Bibbona, Alinea, Firenze, 1990.
10
ASF, Consiglio di Reggenza, filza 710, Informazione e narrativa di fatto su il Marchesato della Cecina.
12
Di più il Ginori non ebbe modo di fare, perché (nonostante l’impegno e i buoni risultati ottenuti per migliorare la produttività del territorio) in conseguenza della legge sui feudi del 21 aprile
1749 fu messo nelle condizioni di rivendere la Tenuta di Cecina al Granduca. Giuridicamente
Guardistallo tornò così a dipendere (insieme a Casale e Bibbona) dal Capitano di Campiglia per
le cause criminali, mentre per quelle civili fu aggregato al tribunale di Rosignano 11.
Da Campiglia dipendeva anche (come gli altri centri al di qua del Cecina) per il Cancelliere, il
funzionario che le leggi di allora definivano “organo di comunicazione tra le Comunità, i Dipartimenti e i Ministri di Sua Altezza Reale”, custode delle “Leggi ed ordini, Direttore dei Patrimoni
Comunitativi” nonchè “Archivista delle Comunità loro annesse e dipendenze” 12.
11
Angela Porciani, Archivio storico preunitario del Comune di Rosignano Marittimo, Comune di Rosignano Marittimo, Rosignano
Solvay, 2000, p.XV.
12
Archivio Storico Comunale di Guardistallo (d’ora in poi abbreviato in ASCG), Nuove Istruzioni per i Cancellieri Comunitativi secondo
gli ultimi Regolamenti d’ordine di Sua Altezza Reale approvati nel dì 16 novembre 1779, Gaetano Cambiagi Stampator Granducale,
Firenze, 1779.
13
Pietro Leopoldo e l’inizio delle riforme
I lavori promossi dal Ginori avevano fornito un contribuito limitato ma efficace per invertire
la crisi che sembrava dominare Guardistallo. Infatti, quando il nuovo Granduca Pietro Leopoldo
visitò la Val di Cecina, nel marzo 1770, ne rimase piuttosto bene impressionato.
Con i suoi 440 abitanti (segno eloquente di una ripresa demografica, rispetto ai 415 del 1745),
una “bella coltivazione nella collina a viti ed ulivi, l’aria buona”, Guardistallo si distingueva rispetto a Casale (300 abitanti) ma soprattutto a Bibbona (solo 150) “situata in una valle in mezzo
alle boscaglie, con acque stagnanti e tutto essendovi macchioso” 13.
La favorevole posizione di Guardistallo, la sua centralità rispetto alle altre località della zona,
il maggior numero di popolazione residente, furono senz’altro fra le cause che portarono all’istituzione di una Podesteria, con giurisdizione civile sul territorio formato dalle Comunità di Guardistallo, Bibbona e Casale e sottoposto per quella criminale al Vicario di Campiglia 14.
A Montescudaio e Gherardesca (così si chiamava il territorio comprendente la Comunità di
Castagneto, Donoratico e Bolgheri) l’amministrazione della giustizia era invece ancora demandata a dei Vicari nominati dai rispettivi feudatari 15.
Il provvedimento, sancito con decreto granducale del 30 settembre 1772, rientrava nella più
generale riforma delle istituzioni giudiziarie, mirante ad uniformare tutta la Toscana e ad eliminare privilegi ed usi locali. Con la costituzione della Podesteria, Guardistallo veniva così ad
assumere un ruolo di primo piano e di centralità rispetto alle altre località ad essa sottoposte.
Il Podestà era infatti il rappresentante diretto del governo centrale fiorentino ed aveva alle sue
dipendenze un drappello di guardie, dette allora “birri” o “famigli”. In seguito alcuni locali del
Pretorio furono anche trasformati in “Carcere pubblica”, per evitare di trasportare fino a Campiglia i detenuti colpevoli di pene minori 16.
Durante il suo viaggio, Pietro Leopoldo aveva studiato attentamente i problemi del territorio.
“I terreni – notava – sono coltivati e si vede che altre volte hanno coltivato anche i più lontani,
ma manca la popolazione e mancano le forze. Un altro impedimento sono i pascoli comunitativi” 17.
Anche a Guardistallo in inverno calavano dagli Appennini (dalla Garfagnana in particolare)
i pastori con i loro bestiami. Con la Comunità stipulavano le fide, cioè i contratti di affitto dei
pascoli, il cui corrispettivo era calcolato sulla base di un tanto per ogni capo.
I terreni interessati non erano soltanto quelli di proprietà comunale, ma anche gli altri, dei
13
Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Relazioni sul governo della Toscana, cit., vol. III, p.103. Per un efficace quadro d’insieme della
grande stagione riformatrice leopoldina: Luigi Mascilli Migliorini, Pietro Leopoldo, in Storia della Civiltà Toscana, vol. IV, L’età dei Lumi, cit.,
pp.51-81.
14
ASF, Legislazione toscana raccolta e illustrata dall’avvocato Lorenzo Cantini, Stamperia Albizziniana, Firenze, 1807, tomo XXX, p.443.
15
Cfr. il Regolamento della Provincia Pisana, emanato il 17 giugno 1776, in ASF, Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana,
Gaetano Cambiagi Stampator Granducale, Firenze, 1776, vol. VII, n.CXXXI.
16
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 3, p.31 r. (recto), 6 maggio 1790.
17
Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Relazioni sul governo della Toscana, cit., vol. III, p.236.
14
privati, poiché le Comunità avevano lo ius pascendi, cioè il diritto d’imporre il pascolo su tutti i
terreni 18. Facevano eccezione i feudi, dove tale diritto era esercitato dal feudatario, come avveniva
a Montescudaio (feudo della famiglia Ridolfi) e a Bolgheri-Donoratico (feudo dei Gherardesca),
oppure nelle grandi Tenute come quella di Vada (dell’Arcivescovado di Pisa) e di Cecina (dello
Scrittoio delle Regie Possessioni, cioè dei beni privati granducali).
Queste norme erano il residuo di istituzioni giuridiche medioevali, che se da un lato garantivano un sicuro introito per le magre casse comunali, dall’altro costituivano un serio ostacolo
al razionale utilizzo dei terreni stessi. “Nessuno è padrone del suo – scriveva Pietro Leopoldo – e
questo scoraggia l’agricoltura, disgusta e fa perdere lo spirito di proprietà e la volontà di migliorare i suoi effetti al possessore particolare”19.
Per garantire le coltivazioni dai danni causati dal bestiame vagante era necessario costruire
argini e siepi, che tuttavia spesso non si dimostravano sufficienti. Molto frequenti erano infatti le
cause di danno dato 20, cioè inflitto dagli animali alle colture, mentre nei registri delle Deliberazioni si trovano spesso notizie sulle vertenze di rotto confine, cioè di sconfinamento delle greggi
dai territori dei Comuni vicini, in primo luogo da Montescudaio21. La mancanza di terreno agricolo era largamente sentita, come evidenziano diverse Suppliche rivolte al Granduca per ottenere
la facoltà di abbattere alcuni tratti di bosco 22.
Il metodo di coltivazione usato in tutta la fascia litoranea e collinare della Maremma Pisana
era quello definito misto, consistente nel sistema cosiddetto “toscano” e in quello “estensivo a
riposo”. Nel primo caso era prevista un’utilizzazione alternata del terreno: un anno a granturco e
legumi e un anno a grano. Nel secondo il suolo veniva suddiviso in due parti che alternativamente si ponevano a riposo per un periodo di un anno 23. Il frumento costituiva in pianura e in collina
il cereale più diffuso: in campagna e nei borghi più piccoli il pane confezionato dai contadini era
di farina di frumento mescolata con quella di vecce o di segale.
Il sistema di conduzione dominante in tutta la Toscana, ad eccezione delle grandi e spopolate
tenute maremmane, era quello mezzadrile. L’appezzamento di terreno aveva incorporati consistenti capitali, come le sistemazioni idrauliche, agronomiche e le piantazioni e risultava provvisto
di casa colonica e di altri fabbricati per uso agrario e domestico (stalla, capanna per gli attrezzi,
pozzo, forno).
Il capitale di esercizio, distinto in “stime vive” (bestiame) e “stime morte” (mangimi, sementi,
attrezzi) generalmente veniva conferito all’inizio del rapporto dal proprietario, suddividendo poi
a metà le spese per il suo reintegro: il mezzadro forniva il lavoro suo e della famiglia e gli attrezzi
Ivi, p.103.
Ivi, p.134.
20
Cfr. ad esempio ASCG, Podesteria di Guardistallo, filza 5, inserti vari.
21
Cfr. ad esempio ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 1, p.118 v. (verso), 8 maggio 1756.
22
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 1, p.126 r., 17 aprile 1757.
23
Per queste notizie: Carlo Pazzagli, L’agricoltura toscana nella prima metà dell’800. Tecniche di produzione e rapporti mezzadrili,
Olschki, Firenze, 1973, (in particolare pp.63-71); Giuliana Biagioli, L’agricoltura e la popolazione in Toscana all’inizio dell’Ottocento, Pisa,
Pacini, 1975.
18
19
15
rurali più semplici. La produzione veniva poi divisa in parti uguali e alla fine dell’anno agrario le
stime vive e morte venivano nuovamente valutate, ripartendo a metà perdite e guadagni.
“Il maggior male di tutta la Maremma pisana – questa la conclusione a cui era giunto Pietro
Leopoldo – sono le troppe boscaglie, la mancanza delle case ed i troppo vasti beni comunali ed
in specie i boschi che non potendo coltivarli tutti li tengono alla maremmana e a semente, solo
a terratico in qua e in là e a pascolo comune per bestie brade quando potrebbero tenerli a poderi,
viti ed ulivi” 24.
Anticamente nella gestione dei propri beni le Comunità locali avevano iniziato ad autoriconoscersi e a prendere coscienza di sé, specie per quanto riguarda la difesa dei propri diritti nei
confronti dell’autorità feudale prima e di quella cittadina poi.
Si trattava di terre a loro pervenute a vario titolo e per le quali erano previsti diritti di uso civico, intestati non ai singoli individui ma alla collettività in quanto tale, con un tipo di fruizione
comune, in grado di far fronte ai più elementari bisogni di vita, in particolare a quelli alimentari25. Tra i più importanti di questi diritti si possono ricordare quello di “legnatico”, cioè il diritto
di raccogliere legna, che poteva essere secca o viva, a fini domestici ma anche lavorativi, e quello
di pascolo, concesso soprattutto a piccoli greggi di pecore, capre e maiali.
24
25
Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Relazioni sul governo della Toscana, cit., vol. III, p.458.
Cfr. Luciana Fulciniti, I beni d’uso civico, Cedam, Padova, 1990, pp. 5-15.
16
Le allivellazioni dei beni comunali
I diritti di uso civico e le proprietà comunali avevano contribuito per secoli al sostentamento
delle fasce più povere e deboli della popolazione, nonchè ad alimentare le finanze dei Municipi.
Tuttavia, come già accennato, esse si erano rivelate anche un notevole impaccio per lo sviluppo
moderno e razionale dell’agricoltura: per rimediare il Granduca e i suoi consiglieri ne decisero la
scomparsa graduale mediante allivellazione 26.
Il termine, caratteristico della Toscana, rimanda al contratto di livello, in pratica un contratto
di enfiteusi applicabile in genere alle grandi proprietà ecclesiastiche e statali, mediante il quale
vaste aree poco sfruttate venivano divise in fondi agricoli detti livelli ed assegnati ai coloni in
cambio di un canone annuo e con l’obbligo di apportarvi determinati miglioramenti. Trascorso
un certo periodo di tempo o adempiute le relative prescrizioni, il conduttore aveva la facoltà di
affrancare il fondo versando una somma pattuita, divenendone così il proprietario, sciolto da
ogni vincolo.
Il contratto di livello, così chiamato in riferimento al libellum, ossia al registro degli oneri
gravanti sui conduttori, si proponeva in primo luogo la messa a coltura di aree poco sfruttate, il
loro popolamento e la conseguente antropizzazione del territorio. Ma i provvedimenti di privatizzazione delle terre comuni erano parte di un disegno più ampio che intendeva rinnovare la classe
dirigente dello Stato, soprattutto a livello locale; non a caso essi si legarono ad un grande progetto
di riorganizzazione finanziaria ed amministrativa delle Comunità.
Di questa mobilità fondiaria doveva avvantaggiarsi una nuova classe di possidenti, la quale
avrebbe avuto così accesso alle magistrature comunitative, che non sarebbero state più formate
sulla base di una distinzione da ancien régime tra ceti nobili e non nobili, come era avvenuto
fino ad allora, ma tra proprietari e non proprietari.
Per ogni comunità era prevista la creazione di un Magistrato Comunitativo (formato da un
Gonfaloniere e cinque Priori) e di un Consiglio Generale, in carica rispettivamente per 1 e 3 anni:
i componenti del primo di questi due organismi erano estratti a sorte fra i possidenti che pagassero almeno un fiorino di tasse, mentre il meccanismo di sorteggio (“imborsazione”) nelle liste
per il secondo non prevedeva alcuna distinzione di rendita.
Dalle liste dei candidati a far parte del Magistrato Comunitativo veniva estratto anche il nome
del Camarlingo, deputato al controllo delle finanze della comunità. Il Magistrato Comunitativo
provvedeva poi ad eleggere due “deputati dell’imposizione” che dovevano ripartire il dazio; il loro
operato era vagliato da due revisori, estratti in una borsa contenente tutti i nomi dei possidenti,
26
Sulle allivellazioni leopoldine si rimanda agli studi di L. Tocchini, Usi civici e beni comunali nelle riforme leopoldine, “Studi Storici”,
II, 1961, n.2, pp.223-266, e Giorgio Giorgetti, Per una storia delle allivellazioni leopoldine, “Studi Storici”, VII, 1966, n.2, pp.246-290.
17
indipendentemente dalla tassa pagata. Al Magistrato Comunitativo spettava anche l’elezione di
un “Provveditore di Strade e Fabbriche”, incaricato della redazione di un “Campione di Strade”
e della manutenzione della rete viaria e degli edifici pubblici 27.
Insieme a queste norme venivano emanate anche quelle relative all’allivellazione e agli usi
civici. “Aboliamo pertanto – così prescriveva il Regolamento per le Comunità dipendenti dalla
Cancelleria di Campiglia – ogni e qualunque diritto di godimento pubblico o comunale nei
pascoli, terreni boschivi, pinete ed altri fondi di pertinenza di ciascuna delle Comunità contemplate, volendo che i beni comunitativi siano per l’avvenire esenti da qualunque servitù di pascolo
pubblico comunale, o in qualunque forma obbligatoriamente promiscuo o altra simile, da cui
dovranno considerarsi e reputarsi per liberati al principio delle allivellazioni o delle vendite rispettive”28.
Si trattava di un provvedimento di grandissimo rilievo, soprattutto per i centri collinari come
Guardistallo, dove i beni comunali erano estesi più che altrove. Grazie ad un accurato registro
intitolato Descrizioni e Piante dei Beni di proprietà della Comunità di Guardistallo concessi
a livello a più e diverse persone, redatto nel 1786 dal perito agrimensore Giuseppe Gini 29, siamo
in grado di conoscere esattamente il totale complessivo dei terreni allivellati, il tipo dei terreni
stessi con la relativa mappa e i rispettivi compratori.
Il territorio della Comunità, coincidente all’incirca con quello attuale, era esteso per 6.600
quadrati agrari, cioè per 22,48 chilometri quadrati 30. I beni comunali ammontavano ad un’estensione di 7.294 staiate, pari a 1.215 ettari, ossia più della metà dell’intera superficie comunale. Il
perito incaricato della compilazione del Registro divise i terreni in cinque categorie, secondo
quelle che erano la prassi e le definizioni dell’epoca: lavorativo, lavorativo nudo, lavorativo sodo,
macchioso e boschivo.
Il terreno lavorativo era quello effettivamente coltivato, in genere a frumento, ma, secondo
l’uso toscano, vi convivevano pure le piante di ulivo od altre da frutto. Un’eccessiva ed in alcuni
casi irrazionale promiscuità delle colture era allora caratteristica, anche perché i contadini tendevano naturalmente alla più larga autosufficienza alimentare.
Il lavorativo nudo era un terreno spoglio di vegetazione, in grado di essere coltivato ma non
necessariamente utilizzato; quello sodo indicava l’incolto. Il terreno macchioso era ovviamente
ricoperto da un fitto numero di piante di dimensioni non eccessive, in genere sempreverdi, mentre
quello boschivo da alberi di alto fusto.
Fra i terreni allivellati dominava di gran lunga quello di tipo macchioso, con 758 ettari, il
27
Il Regolamento della Provincia Pisana, emanato il 17 giugno 1776, è in ASF, Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana,
vol. VII, 1776, n.CXXXI.
28
Ivi, n. CXXXIII.
29
Cfr. Documento n° 1
30
E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, vol.II, cit. Il quadrato agrario era pari a 3.406 metri quadri. Per le conversioni dei pesi e delle misure di allora con il sistema metrico decimale: Tavole di ragguaglio dei pesi e delle misure già in uso nelle varie
Provincie del Regno col Sistema Metrico Decimale, Stamperia Reale, Roma, 1877, pp.556-557 per la Provincia di Pisa.
18
62,3% del totale; seguivano a grande distanza quello lavorativo con 159 ettari (13%), il lavorativo
nudo con 106 (l’8,7%), quello boschivo con 100 ettari (8,4%) ed il lavorativo sodo con 89 ettari
(il 7,6%).La decisione di Pietro Leopoldo di procedere alle allivellazioni non fu tuttavia accolta
con favore dal Gonfaloniere e dai Priori di Guardistallo31. Nel 1777, anziché iniziare le operazioni
relative, i componenti del Municipio (analogamente a quanto fecero alcuni abitanti di Montescudaio32) si rivolsero al Sovrano per chiedergli di non vendere o allivellare i beni comunitativi.
Questa richiesta nasceva dal timore che potessero cadere nelle mani di un solo grande acquirente, magari un proprietario del peso dei Gherardesca o di speculatori privi di scrupoli, che
sfruttavano senza alcun riguardo le Tenute loro concesse in amministrazione, come avveniva
in quegli stessi tempi a Cecina e a Vada 33. Su questo punto i guardistallini potevano stare però
tranquilli, poiché Pietro Leopoldo non aveva nessuna intenzione di favorire le grandi famiglie
feudali, delle quali anzi – specie nei territori della Cancelleria di Campiglia – mirava a porre fine
alle vessazioni.
“Tutti i ricchi possessori di Maremma – scriveva nelle sue Relazioni – sono molto contrari
alle alienazioni dei beni comunali, dicendo che tutti gli acquirenti non faranno che tagliare le
macchie senza coltivarle e poi renderanno i beni alle comunità, che non si potrà più tenere il bestiame vagando dappertutto per causa delle accuse di danni dati e che non hanno più gli abitanti
ove andare a far legna e tagliare per i loro arnesi rusticali e fabbriche che dovranno andare a rubarle, giacchè ora dicono che non vi sono più macchie, quando tutto il paese n’è pieno e coperto,
ma la vera ragione si è che questi, essendo i più vasti possessori del paese, avrebbero voluto tutti i
beni della comunità in mano loro per esser prepotenti ed aver le mani addosso a tutti” 34.
Nel gennaio 1778 il Provveditore dell’Ufficio dei Fiumi e Fossi di Pisa sollecitava il Gonfaloniere ed i Priori a procedere alle allivellazioni, altrimenti il governo avrebbe preso gli opportuni
provvedimenti 35. Le operazioni preliminari erano piuttosto lunghe e laboriose, con i calcoli delle
rendite dei beni appezzamento per appezzamento negli ultimi decenni, la loro misurazione e la
definizione precisa dei confini. In maggio ebbero inizio le prime cessioni 36, mediante asta pubblica, ma l’intero processo andò avanti per anni 37.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 2, p.39 r., 30 gennaio 1778.
Aurelio Pellegrini, Il “gancio alla gola”. Uomini e terre in una Comunità toscana tra ‘700 e ‘800, ETS, Pisa, 2003, pp.67-68.
“Vendendosi o allivellandosi tutti i fondi e beni della suddetta Comunità ad uno solo, - scrivevano - gli altri abitanti doventerebbero tanti schiavi
di quello, perché il compratore gli metterebbe il gancio alla gola sì per li pagamenti delle fide dei loro bestiami sì per le terre da farvi la solita
semenza per la loro sussitenza”.
33
Andrea Zagli, Immagini e storia. Il territorio cecinese da fattoria a comunità fra XVIII e XIX secolo, in La Magona di Cecina. Monumento, Museo dell’Industria, Polo per la ricerca scientifica, a cura di Ivan Tognarini, Comune di Cecina, Città di Castello, s.i.a., pp.52-53; G.
Paolini, Le bonifiche del Granduca e le proteste del Papa. Vada e il suo territorio in età lorenese, cit., pp.75-78. Anche nel 1839, quando il
Granduca Leopoldo II ordinò l’allivellazione dell’ex tenuta arcivescovile di Vada, il Municipio di Rosignano rivolse una supplica al Sovrano per
impedire la cessione ad un unico possidente: G. Paolini, op. cit., pp.108-110.
34
Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, Relazioni sul governo della Toscana, cit., vol.III, pp.469-470.
35
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 2, p.39 r., 30 gennaio 1778.
36
Ivi, pp.40-41, 6 aprile 1778.
37
Ivi, pp.96-99, 31 gennaio 1781.
31
32
19
Sugli acquirenti ci informa nel dettaglio il già ricordato registro redatto dal perito Giuseppe
Gini. In tutto furono 43, una cifra non bassa se si tiene conto della popolazione (440 individui)
e del fatto che si trattava dei capifamiglia: tuttavia la quantità dei terreni non era altrettanto ben
distribuita.
La parte del leone la facevano infatti i Marchionneschi (in specie Lorenzo, con 314 ettari di
terreno macchioso), che pur divisi in 5 nuclei familiari risultavano intestari di 553 ettari, cioè di
più del 45% del totale. Gli altri li seguivano a grande distanza: i Toninelli con 108 ettari, i Franceschi con 65, i Nencini con 61, i Bartoli con 55 così come Paolo Stefanini, gli Ulivieri con 43,
Leonardo Benci con 42, i Valorini con 41, tralasciando poi tutti gli altri intestari di appezzamenti
più piccoli.
Queste cifre confermano – relativamente a Guardistallo – le riserve della storiografia recente,
che ha in parte ridimensionato gli effetti positivi delle allivellazioni leopoldine, poiché in molti
casi dalla cessione dei terreni si avvantaggiarono solo le famiglie benestanti e non i piccoli coltivatori diretti 38.
Non per questo si deve sminuire però l’eccezionale sforzo con cui la monarchia lorenese tentava di mettere a fuoco e risolvere in chiave moderna ed innovativa alcuni tradizionali problemi
di carattere strutturale che paralizzavano la vita economica del Granducato. Un certo frazionamento correttivo della proprietà era poi insito nella natura stessa dei rapporti sociali, per motivi
di eredità, di cessioni per dote soprattutto, oppure in casi estremi per sanare situazioni da debito
pubblico e privato.
Del resto Pietro Leopoldo mirava sì alla formazione di un ceto di piccoli proprietari, ma “piccoli” se confrontati con i grandi feudatari della Maremma, come i Gherardesca, i Serristori o gli
Alliata. Più precisamente intendeva creare un ceto di proprietari medi, che per il forte peso esercitato nelle rispettive Comunità ed in virtù delle tasse dovute, avrebbe avuto l’interesse e il dovere a
partecipare in prima persona alla gestione della cosa pubblica. Da questo punto di vista l’obbiettivo di certo non fallì, poiché le allivellazioni contribuirono a formare un ceto di possidenti che
per lunghi decenni occuperanno le cariche di vertice nei rispettivi Municipi.
Se è quindi vero che i ceti più poveri della popolazione persero quelle fonti di sostentamento
che i beni comunali e gli usi civici avevano per secoli assicurato loro, è altrettanto vero che con
le allivellazioni si crearono i presupposti per un utilizzo più razionale e produttivo dei terreni,
indispensabile punto di partenza per lo sviluppo, la crescita dell’economia e il miglioramento
della qualità della vita. La cartina di tornasole ci è offerta dal rapido aumento della popolazione,
che a Guardistallo nel giro di circa vent’anni salì da 440 a 739 abitanti 39.
“Prima che il Granduca dividesse i beni comunali fra le popolazioni, – avrebbe scritto nel
L. Tocchini, Usi civici e beni comunali nelle riforme leopoldine, cit., e G. Giorgetti, Per una storia delle allivellazioni leopoldine, cit.
L. Bortolotti, La Maremma settentrionale 1738-1970. Storia di un territorio, cit., p.101. Un accrescimento significativo, ma notevolmente minore, interessò anche Casale (da 315 a 460) e Montescudaio (da 404 a 552).
38
39
20
1830 un possidente di Riparbella, Casimiro Giusteschi, padre di quel Napoleone Giusteschi che
sarà poi Gonfaloniere di Bibbona e Cecina – oltre una maggiore rustichezza di costumi esisteva
nella Maremma stessa un numero assai inferiore di abitanti di quello che presentemente vi si
ravvisi, e si trovavano essi in una assai peggior condizione di salute e più manchevoli di mezzi
di sussistenza.
Devesi questo miglioramento al disboscamento di quelle terre comunali che quasi a nessun
profitto servivano; si deve alla sostituzione delle piante domestiche, a quello dei migliori e più sani
cibi di cui si nutriscono; devesi in fine ad una vita più regolata e laboriosa, ed alla migliore manutenzione dei fabbricati e strade, talchè senza che sieno state disseccate le tanto nocive paludi,
il numero degli abitanti è aumentato generalmente di due terzi al di là di quello che contavasi
all’epoca summentovata” 40.
“Si cominciò dal dissodare terreni atterrando il bosco che li copriva, e vendendone il legname
– gli faceva eco un intellettuale del calibro di Lapo de’ Ricci pochi anni dopo – ; la popolazione
lavorante, che una volta soltanto in tempo d’inverno discendeva dalle lontane montagne, divenne
stazionaria. Le abbondanti raccolte di cereali sopra quei terreni di nuovo acquisto, ed i prezzi
elevati dai medesimi uniti al discreto e parco modo di vivere diedero a quei proprietari il mezzo
di eseguire i lavori campestri, né comparve più temerario speculatore quello che aveva ardito di
acquistar terreni senza avere un soldo in tasca. E queste circostanze furono tanto favorevoli, che
scorsi appena vent’anni dopo le prime concessioni, poterono quei compratori pagare molte somme al Regio Erario in conto degli acquisti che avevano fatto” 41.
Le allivellazioni costituirono dunque un autentico momento di svolta per il territorio guardistallino e per quello delle località vicine, poiché consentirono, grazie all’aumento della popolazione e quindi della forza lavoro, un nuovo e più intenso sviluppo dei centri stessi, gettando le premesse per il popolamento del Cecinese, allorchè negli anni Trenta dell’Ottocento tante famiglie
scenderanno dalle colline in pianura e molti possidenti vi investiranno forti somme di denaro.
40
Casimiro Giusteschi, Riflessioni sulle cause della mancanza di popolazione nella Maremma, e sopra i mezzi possibili di migliorare
l’agricoltura, e così aumentarne gli abitanti, “Giornale Agrario Toscano”, 1830, vol.IV, pp.199-200.
41
Lapo de’Ricci, Corsa agraria IIa nella Maremma Pisana e Volterrana, “Giornale Agrario Toscano”, 1834, vol. VIII, p.277.
21
Una comunità in crescita
Negli ultimi anni del XVIII secolo si accrebbero ulteriormente i “servizi” offerti dalle Comunità ai loro amministrati.
Guardistallo poteva annoverare la presenza fissa di un maestro di scuola – in genere un sacerdote –, nominato dal Gonfaloniere e dai Priori, con uno stipendio annuo di 40 scudi fissato dal
Consiglio42. Aveva l’obbligo di insegnare ai giovani a leggere e a scrivere, così come l’aritmetica e
i primi elementi della lingua latina; la scuola si teneva “per due ore nella mattina e altre due ore
dopo il mezzogiorno, potendo far vacanza nel dopopranzo di ogni sabato e della domenica, tutto
il Carnevale come pure dal dì 1 ottobre al dì 11 di novembre”43.
Altra istituzione importantissima era la Condotta Medico-Chirurgica. Il titolare doveva risedere in paese, non potendosi assentare senza il permesso del Gonfaloniere; in tal caso avrebbe
dovuto farsi rimpiazzare “da un soggetto idoneo a soddisfazione del Consiglio e a tutte sue spese”.
Doveva curare gratuitamente, “sia in medicina che in alta e bassa chirurgia”, tutti gli abitanti
del Comune, i fanciulli abbandonati (gli “Esposti”), i militari, gli impiegati statali, i domestici
e i carcerati. Nel caso in cui avesse dovuto prestare la sua opera in località distanti più di un
miglio dal paese, i richiedenti dovevano fornirgli “un’adeguata cavalcatura” od altro mezzo di
trasporto44.
Gli organi comunitativi erano incaricati di controllarne l’azione e di intervenire quando ciò
si fosse reso necessario: ad esempio nel settembre 1782 “sentiti i reclami che venivano rappresentati” contro il medico di allora, “fu fatto venire in adunanza ed essendogli stati contestati, fu
concluso che fosse più vigilante e più pronto nel servizio al suo impiego con la povera gente”45.
Della consegna della corrispondenza si occupavano i Procaccia: Guardistallo, in compartecipazione con le altre Comunità della sua Podesteria, ne aveva due. Il primo settimanalmente si
recava a Volterra e consegnava le lettere ed eventuali pacchi e pacchetti ad un secondo che le
trasportava a Firenze per la distribuzione finale. Ad ogni consegna delle missive da Guardistallo
corrispondeva inversamente quella delle lettere per il paese46. Questo sistema durò fino al 1814,
allorchè un solo Procaccia iniziò a recarsi direttamente dalla Podesteria di Guardistallo a Firenze
ogni settimana.
Da ricordare è poi la figura del Canoviere, ossia del dispensiere del sale, figura preposta all’acquisto, conservazione e vendita di questo alimento, da sempre sottoposto a privativa statale e
allora più che mai prezioso, indispensabile e insostituibile per la conservazione di tutti quei cibi
altrimenti deperibili.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 2, p.118 v., 20 febbraio 1782.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 3, p. 60 r., 9 ottobre 1791.
44
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 12, p.26 r., 11 marzo 1851.
45
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 2, p.142 r.
46
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 5, pp.2 e ss., 26 agosto 1814.
42
43
22
Il Canoviere era eletto dal Gonfaloniere e dai Priori di anno in anno, con uno stipendio di
25 scudi: il suo compito era quello di acquistare dal Regio Magazzino di Volterra “al prezzo di 2
crazie la libbra a peso fiorentino47” in nome e per conto della Comunità, tutta quella quantità di
sale necessaria per tenere le provviste nella sua dispensa in Guardistallo, “onde non mancasse in
alcun tempo quel genere ai compratori”. Le spese di trasporto erano a suo carico ed il sale doveva
essere venduto allo stesso prezzo di due crazie la libbra. Doveva essere sempre pronto a qualunque
ora a vendere il sale a chi lo avesse ricercato “ed esatto nel darne il giusto peso”48.
Tra gli altri dipendenti del Comune figuravano il Donzello, ossia l’usciere del Municipio incaricato anche dell’affissione delle Leggi e degli Editti, il Custode del cimitero, il Fontaniere e
Custode della pubblica cisterna, che aveva l’obbligo di ripulire a sue spese le fonti pubbliche tutte
le volte necessarie e la cisterna una volta all’anno, “vigilando che coloro che lavavano agli abbeveratoi non vi gettassero immondezze”49.
Altre figure professionali presenti in Guardistallo non dipendevano direttamente dagli organi
comunitavi, ma essi vi esercitavano comunque una sorta di controllo, come avveniva ad esempio
per le levatrici assistenti le partorienti, che non potevano richedere più della somma fissata dal
Consiglio, mentre dovevano prestare gratuitamente la loro opera nei confronti delle famiglie più
povere50. Per quanto riguarda le puerpere in difficili condizioni economiche, il Magistrato Comunitativo interveniva spesso con i “sussidi di latte”, ossia con la distribuzione di somme di denaro
per il mantenimento dei neonati51.
Un settore delicato e di grande importanza su cui le Comunità furono chiamate ad intervenire
da Pietro Leopoldo fu quello della manutenzione viaria.
La mobilità allora si distribuiva sulle poche Strade Regie, quelle cioè che erano di diretta
competenza degli organismi centrali e da essi direttamente finanziate, e sulla fittissima rete delle
strade locali, mantenute con difficoltà dalle circoscrizioni amministrative di pertinenza. Tortuose, anguste e con il fondo quasi sempre sterrato e raramente lastricato, queste strade di secondo
livello rispetto alle Regie, mancavano anche dei necessari ponti, oltre che, quasi ovunque, dei
fossi laterali e degli scoli per la pioggia.
Non era infrequente assistere a occupazioni abusive, piantagioni libere, deviazioni operate
dai proprietari terrieri, cui toccava la cura delle sole strade vicinali. A questo caotico sistema fu
gradualmente sostituita una politica di decentramento, chiamando le Comunità a partecipare al
finanziamento del sistema stradale 52.
Una libbra equivaleva a circa 340 grammi.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 3, p.10, v. e ss.,4 aprile 1788.
49
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 5, pp.2 e ss., 26 agosto 1814.
50
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 12, p.2 v., del 15 aprile 1850.
51
Si veda ad esempio ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 13, p.6 v., 5 febbraio 1851.
52
Sul tema: Pietro Vichi, Le strade della Toscana granducale come elemento della organizzazione del territorio (1750-1850), “Storia
Urbana”, VIII, 1984, pp.3-32; Andrea Giuntini, Trasporti e commerci, in Storia della Civiltà Toscana, vol. IV, L’età dei Lumi, cit., pp.429-445.
47
48
23
Nonostante questi indubbi miglioramenti nella gestione e nella manutenzione, si deve comunque tenere presente il fatto che allora i viaggi e gli spostamenti in genere erano piuttosto
impegnativi e difficili – tanto più in zone come quelle litoranee maremmane – e le Comunità
tendevano naturalmente a limitarli in ambito ristretto. Ne troviamo una conferma significativa
in un episodio avvenuto nel 1793.
Nell’ottobre di quell’anno il Provveditore dell’Ufficio dei Fiumi e dei Fossi di Pisa sottopose al
Municipio di Guardistallo, un progetto relativo alla costruzione sulla Via Pisana, presso il Fitto
di Cecina, di un molo o di un ponte di legno per ottenere così la maggiore sicurezza possibile
nell’attraversamento del fiume.
Il Gonfaloniere ed i Priori rifiutarono la contribuzione in denaro richiesta a Guardistallo
– analogamente alle altre Comunità della Cancelleria di Campiglia – perché non ritenevano
sufficientemente stabile un ponte di legno a causa delle piene; inoltre non consideravano giusto
che alla costruzione dovessero partecipare solo le Comunità al di qua del Cecina. Proposero invece
l’edificazione di un ponte di pietra, per la cui ingente spesa avrebbero dovuto venire tassate tutte
le Comunità del Granducato.
Ma il motivo che più di ogni altro causò il rifiuto era che allora Guardistallo – così come i
paesi vicini – non si serviva della Via Pisana per trasportare i prodotti richiesti a Livorno, ma li
spediva piuttosto via mare, con imbarco allo scalo di Cecina, perché era un mezzo più rapido e
sicuro rispetto ai precari e lenti percorsi terrestri 53.
53
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 3, p.100 v., 24 ottobre 1793.
24
La convulsa età napoleonica
Con la rinuncia al trono granducale compiuta da Pietro Leopoldo nel 1790 per assumere
quello imperiale d’Austria, si aprì un periodo difficile e instabile, destinato a durare quasi un
venticinquennio. Ciò fu dovuto non tanto alla giovane età del nuovo Sovrano, Ferdinando III,
quanto ai pesanti e radicali effetti che le vicende connesse alla rivoluzione francese e al tornado
napoleonico determinarono in Toscana.
Subito dopo la partenza di Pietro Leopoldo si diffuse nella regione un notevole malcontento
per molte delle più significative riforme adottate dall’ex granduca54. Il malumore riguardava soprattutto la liberalizzazione del commercio del grano, che i ceti poveri ritenevano causa dell’aumento del prezzo del pane: in realtà, abolito il sistema delle requisizioni e degli ammassi, si era
soltanto adeguato a quello degli altri paesi.
Ferdinando III si oppose inizialmente alle richieste degli indigenti per ripristinare i vecchi
vincoli, ricevendo fra gli altri il plauso e l’appoggio degli organi comunitativi di Guardistallo.
Nel 1791 gli fu anzi rivolta una Supplica per ottenere che i provvedimenti relativi alla libera
commercializzazione dei grani fossero dichiarati “Legge Costituzionale della Toscana, all’effetto
che dai nemici del pubblico bene (cioè da coloro che ne richiedevano l’abolizione) non venissero
in benchè minima parte alterati”55.
Il Gonfaloniere ed i Priori sottolineavano come a Guardistallo i provvedimenti leopoldini
avessero avuto l’effetto “di svegliare l’industria, aumentare in ogni parte la coltivazione, risorgere
i popoli dall’avvilimento e dall’indigenza” e di trasformare tanto i terreni da suscitare l’ammirazione dei paesi vicini. Dall’abolizione delle norme che fissavano un maximum al prezzo del
grano – così come dei vincoli e delle barriere doganali interne – era dunque derivato anche a
livello locale un forte incentivo all’aumento e alla redditività delle coltivazioni: logico quindi che
i ceti proprietari rappresentati dal Magistrato Comunitativo difendessero quelle normative.
Tuttavia Ferdinando III non riuscì a resistere a lungo alle pressioni volte al ripristino del vincolismo frumentario, che fu gradualmente reintrodotto. Non ottenne però gli effetti sperati dalla povera gente, perché i proprietari terrieri tendevano a non immettere sul mercato le quantità richieste
ai prezzi imposti, come avvenne anche a Guardistallo 56.
Intanto sulla Toscana, a dispetto della sua dichiarazione di neutralità, incombeva la minaccia dell’occupazione straniera, collegata alle guerre fra gli Stati europei monarchici e la Francia
rivoluzionaria. Nel marzo 1799 l’esercito francese procedeva rapidamente all’occupazione della
regione, i cui effetti si fecero subito sentire anche a Guardistallo. Senza troppi complimenti infatti
54
Su questi temi il riferimento d’obbligo è all’opera di Gabriele Turi, “Viva Maria”. La reazione alle riforme leopoldine (1790-1799),
Olschki, Firenze, 1969.
55
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 3, p.49 r., 5 gennaio 1791.
56
Ivi, p.114 r., 6 giugno 1794.
25
gli occupanti decisero che il mantenimento delle truppe doveva essere a carico delle Comunità
locali, anche di quelle dove non fossero state presenti guarnigioni.
Ai primi di aprile furono convocati dal Municipio i più importanti possidenti, sollecitandoli a
mettere insieme quanto più grano potessero. Ne furono raccolti 20 sacchi, cioè circa 1.460 chili.
Questo l’elenco dei donatori - loro malgrado - , che ci consente fra l’altro di avere un’indicazione
sulle famiglie più benestanti del paese: Antonio Parietti, Gaetano e Giuliano Marchionneschi
versarono 2 sacchi ciascuno, mentre 1 sacco tutti gli altri e cioè Ottaviano e Pasquale Marchionneschi, Sebastiano Tarchi, Antonio e Francesco Toninelli, Giovanni, Girolamo, Giuseppe e Tommaso Ulivieri, Giovan Battista Benci, Giovan Battista Nencini, Michele Stefanini, Giuseppe Bartoli
e Sante Franceschi 57.
La sorte della Toscana fu decisa da Napoleone Bonaparte, non ancora Imperatore ma già arbitro della politica francese, che stabilì la decadenza dei Lorena e l’elevazione dell’ex Granducato
a “Regno d’Etruria”, affidandolo alla dinastia dei Borbone di Parma.
Gli anni che videro l’esistenza di questo effimero Regno (1801-1807) furono contraddistinti
da una grave crisi finanziaria, dovuta alle spese per il mantenimento delle truppe francesi e della
sfarzosa Corte borbonica. Per quanto riguarda Guardistallo manchiamo di una fonte fondamentale, poichè non ci è pervenuto il registro delle Deliberazioni comunitative 58: tuttavia a livello
locale non si ebbero mutazioni di rilievo rispetto all’ordinamento lorenese.
Al 1808 risale un documento di particolare interesse, il Dazzaiolo che contiene tutti i debitori della Tassa di Macine della Comunità di Guardistallo 59: i dazzaioli erano dei registri su
cui venivano annotati i nominativi dei capifamiglia debitori della tassa sulla macinazione dei
cereali, una delle principali imposte nella Toscana di allora.
Combinando i 154 nominativi riportati con il totale degli abitanti di Guardistallo in quell’anno (739) si può calcolare l’ampiezza delle famiglie, cioè il numero medio dei componenti, pari
a 5 persone, cifra in linea con la media toscana dell’epoca 60. Questo dazzaiolo è però importante
perché è l’unico fra quelli conservati in cui viene riportata anche la professione dei rispettivi
capifamiglia.
Dall’elenco risultano 24 i possidenti (fra i quali spiccano i Marchionneschi, divisi in 7 nuclei
familiari, più quello a sé rappresentato dal Proposto, don Giuseppe) e 31 i piccoli possidenti,
cifre senza dubbio ragguardevoli, frutto in buona parte delle allivellazioni leopoldine. 54 erano i “braccianti”, 19 gli “opranti”: con questi termini si faceva allora riferimento ai lavoratori
agricoli dipendenti, mentre i “contadini” (solo 5) erano quelli indipendenti, che coltivano cioè
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 3, p.195 v., 14 aprile 1799.
A livello più generale disponiamo però di una fonte utilissima: la raccolta pressochè completa delle Leggi e dei Bandi emanati durante il
Regno d’Etruria e trasmessi al Podestà di Guardistallo: ASCG, Podesteria di Guardistallo, filza 22.
59
Cfr. Documento n° 2
60
Carlo Andrea Corsini, Città e campagna tra due censimenti, in Storia della Civiltà Toscana, vol. V, L’Ottocento, Cassa di Risparmio di
Firenze - Le Monnier, Firenze, 1999, pp.143-170 (in particolare p.163).
57
58
26
direttamente terre di loro proprietà, a differenza dei “pigionali” (7) che lavoravano quelle prese
in affitto. Il termine “lavoratore” indicava invece coloro che esercitavano un mestiere legato in
genere al mondo agricolo, ma non sempre lo stesso; infine erano segnalati 7 esercenti varie professioni (legale, medico chirurgo, proposto, messo comunale, muratore, sarto).
Cambiamenti radicali e di grande portata su tutta la vita della Toscana si ebbero con l’annessione alla Francia, decretata nel 1808 e portata a termine in maniera tanto rapida quanto lo era
stata la fine del Regno d’Etruria, voluta da Napoleone nel dicembre dell’anno precedente 61.
La regione fu divisa in tre Dipartimenti, dell’Arno, del Mediterraneo e dell’Ombrone, a capo
di ciascuno dei quali era un Prefetto e con sedi rispettivamente a Firenze, Livorno e Siena. I Municipi presero il nome francese di Mairies e il Gonfaloniere fu sostituito appunto dal Maire, non
più sorteggiato fra gli eleggibili ma nominato direttamente dal governo centrale; aveva funzioni
amministrative e politiche rilevanti.
Il lato positivo della nuova dominazione fu offerto dal razionale sistema giuridico e amministrativo francese, che comportò un’innegabile progresso sia a livello centrale che periferico, nei
campi della giustizia e della contabilità; ad esempio fu istituito lo Stato Civile e nacquero i primi
servizi anagrafici.
In epoca lorenese si era assistito alla progressiva riduzione dell’apparato militare, limitato ad
uno scarso numero di uomini, professionisti e volontari, incaricato soprattutto della vigilanza
delle coste e dei confini, per ragioni doganali e sanitarie. Napoleone aveva però un bisogno continuo di uomini per riempire i vuoti nelle file delle sue truppe, causati dal perenne stato di guerra
in cui si trovava. Fu introdotta perciò anche in Toscana la pratica della coscrizione obbligatoria,
che causò un autentico trauma nelle popolazioni, del tutto aliene per mentalità e condizioni dal
mestiere delle armi; ne derivarono inevitabilmente forme diffuse di renitenza, che in molti casi
sfociarono nel brigantaggio.
61
Su questi periodo storico: La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, a cura di Ivan Tognarini, Edizioni Scientifiche Italiane,
Napoli, 1985; Romano Paolo Coppini, Il Granducato di Toscana. Dagli “anni francesi” all’Unità, in Storia d’Italia diretta da Giuseppe
Galasso, Utet, Torino, 1993.
27
GLI ANNI DELLA RESTAURAZIONE :
ALL’INSEGNA DEL PROGRESSO ECONOMICO-SOCIALE
La fine del dominio napoleonico, nel 1814, fu accolta con particolare favore dalle popolazioni
toscane, così come il ritorno sul trono di Ferdinando III, decretato dalle potenze vincitrici; gli
ordinamenti francesi furono aboliti e vennero ripristinati quelli in vigore al 1799 62.
A livello municipale la struttura del sistema rimase invariata, con il ritorno all’esecutivo rappresentato dal Gonfaloniere e dai Priori e i Consigli generali come organo deliberativo; mutavano
però i criteri di nomina, a vantaggio di un rafforzamento del potere centrale, derivato dal modello
francese. I Gonfalonieri non sarebbero più stati sorteggiati secondo il sistema leopoldino, ma
nominati direttamente dal Granduca su indicazione del Presidente della Camera delle Comunità;
quest’ultimo designava anche metà dei Priori mentre l’altra era sorteggiata.
Guardistallo tornò ad essere sede di una Podesteria comprendente anche Casale, Bibbona e
Montescudaio, dove non fu più ristabilito il Vicariato di nomina feudale, così come avvenne a
Castagneto, sostituito da un Podestà competente anche sui territori di Bolgheri e Donoratico 63.
Uno dei primi provvedimenti presi dal governo fu quello di abolire ogni forma di coscrizione
obbligatoria: il totale degli effettivi fu limitato a 6.000 uomini, allora tutti volontari e professionisti, dal momento che i reduci delle numerose campagne napoleoniche passarono nella loro quasi
totalità a servire i restaurati Lorena 64.
Con il passare degli anni molti dei veterani presero congedo, lasciando così nell’organico
numerosi vuoti da colmare; l’arruolamento volontario si rivelò ben presto insufficiente a coprire
il totale degli effettivi e fu necessario ricorrere a quello obbligatorio, anche se i contingenti annualmente richiesti erano poco numerosi, in media di soli 600-800 uomini.
In ogni Comunità del Granducato venne istituita una Deputazione per l’arruolamento, composta dal Gonfaloniere, dal Primo Priore, dall’autorità di governo o giudiziaria esistente in loco e dal
Cancelliere comunitativo in veste di segretario 65. Erano soggetti all’Arruolamento “tutti i Giovani
sudditi, o domiciliati nel Granducato, escluse le Isole”, i quali dal primo gennaio al 31 dicembre
dell’anno in cui si eseguiva fossero entrati nel ventunesimo anno di età.
62
Per una sintesi efficace delle vicende toscane negli anni della Restaurazione cfr. Cosimo Ceccuti, Dalla Restaurazione alla fine del
Granducato, in Storia della Civiltà Toscana, vol.V, L’Ottocento, cit., pp.31-41.
63
ASCG, Leggi del Granducato della Toscana pubblicate dal 27 aprile 1814 a tutto l’anno corrente, Stamperia Granducale, Firenze,
1814, tomo I, pp.356-357, Notificazione del 13 ottobre 1814.
64
Alberto Aquarone, Aspetti legislativi della Restaurazione in Toscana, “Rassegna Storica del Risorgmento”, XLIII, 1956, n.1, pp.27-28.
65
La normativa in materia di coscrizione venne desciplinata da due Notificazioni, la prima del 29 aprile 1820, la seconda dell’8 agosto 1826:
ASCG, Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana pubblicati dal 1 gennaio a tutto dicembre 1820, Stamperia Granducale,
Firenze, 1820, cod.XXVII, n.XL; ASCG, Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana pubblicati dal 1 gennaio a tutto dicembre
1826, Stamperia Granducale, Firenze, 1826, cod.XXXIII, n.L.
28
Ai primi di gennaio le Deputazioni dovevano affiggere un editto con il quale invitavano i
giovani a presentarsi volontari. Nel caso in cui non si fosse presentato nessuno o comunque in
numero insufficiente rispetto a quello richiesto alle singole Comunità, le Deputazioni potevano
a loro scelta ricorrere al sistema “di una Tassa da imporsi sopra ogni Individuo, ovvero l’altra
della Tratta a sorte”; la scelta doveva farsi “col minor disturbo delle Famiglie, e col minor danno
della Società”, espressioni indicative già di per sé del malessere che tali provvedimenti dovevano
suscitare.
Nel primo caso era previsto un sostanzioso premio di arruolamento (in genere sui 50 Scudi)
per i volontari (compresi fra i 20 e i 30 anni, “scapoli e sani di corpo”), che andava ad aggiungersi al trattamento già privilegiato garantito dallo Stato. “All’effetto di cumulare le somme
corrispondenti al premio”, le Deputazioni imponevano “un’adeguata tassa” su tutti i giovani
compresi nell’arruolamento in quell’anno, dopo aver “preso cognizione dello stato economico
delle famiglie, dei lucri personali degli individui, della professione che esercitavano”, fissando
per ciascuno un’apposita somma. Nel caso in cui anche il sistema dell’ingaggio-premio non
fosse stato sufficiente a fornire le reclute richieste, “previa la restituzione delle tasse ove pagate”,
si doveva obbligatoriamente ricorrere all’arruolamento per tratta, cioè per sorteggio. In questo
caso gli sfortunati designati potevano farsi rimpiazzare “a tutto loro carico” da un Cambio, che
avesse le qualità indicate.
Ovviamente chi si prestava richiedeva grosse cifre, variabili a seconda delle circostanze, che
solo i ricchi e i benestanti potevano pagare senza difficoltà. I contadini e tutte le altre categorie
sprovviste di mezzi ricorrevano al sistema della “consorteria”; prima dell’estrazione formavano
una società, versando ciascuno una quota per pagare i Cambi che avrebbero dovuto sostituire gli
estratti.
La grande ostilità per il servizio militare, anche se esercitato nel proprio Stato e in periodo di
pace, era dovuta alla necessità di braccia giovani e forti per l’agricoltura, ma anche alla lunga
durata del servizio, fissato in sei anni.
Guardistallo, analogamente alle altre Comunità della Cancelleria di Campiglia, doveva fornire in genere una recluta all’anno, da consegnare alla Piazza Militare di Piombino 66. Le pratiche
svolte negli anni 1820 e 1821 ci forniscono un campione esatto e rappresentativo del modo in cui
l’arruolamento poteva avvenire.
Nel 1820 si ricorse all’estrazione e la sorte cadde sul giovane Giuliano Marchionneschi; per
sottrarsi al servizio dovette fornire un Cambio – nella persona di tale Carlo Redi – che gli costò
ben 30 zecchini d’oro.
L’anno seguente ebbe buon esito il sistema dell’ingaggio premio. Giuseppe Pellegrini, “nativo e
domiciliato in Guardistallo”, si offrì come volontario purchè gli fosse somministrata la somma di 56
Scudi. Tutti i giovani compresi nelle note della Deputazione dell’Arruolamento Militare, “riflettendo
66
Per questa e le successive notizie: ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Affari diversi, filza 8.
29
di qual grave dissesto economico poteva essere per ciascuno di essi l’essere designato dalla sorte in
recluta e volendo sfuggire questo mezzo”, si dichiararono pronti a somministrare al Pellegrini la
somma, che fu ripartita dopo che la Deputazione ebbe preso in esame le condizioni economiche
delle rispettive famiglie. Giovanni Marchionneschi e Antonio Bartoli dovettero versare ciascuno 9
Scudi, Lorenzo Pellegrini, Angelo Marmugli, e Giovan Carlo Nardini 5 Scudi, mentre tutti gli altri,
cioè Francesco Mengozzi, Domenico Bocchi, Paolo Angioli, Giovanni Pecchioli, Giuseppe Pellegrini,
Vincenzo Faccini e Iacopo Fiaschi, 3 Scudi e lire 2 67.
Le autorità si trovarono presto ad affrontare, nel 1816-1817, una grave crisi economica e
sociale, dovuta ai cattivi raccolti e ad un’epidemia di tifo petecchiale (trasmesso all’uomo dal
pidocchio) 68; una crisi così drammatica che coincise con il più alto tasso di mortalità registrato
nella Toscana ottocentesca 69. I suoi effetti si fecero sentire anche a Guardistallo, dove nel periodo
compreso fra il novembre 1816 e il marzo 1817 si registrarono 30 decessi, mentre in tempi ordinari e nella stessa stagione se ne contavano in media 10 70.
Le autorità locali, in previsione di un aumento dei casi di tifo nella stagione estiva, presero
delle opportune contromisure. Su invito del Vicario di Campiglia in giugno si riunirono a Guardistallo i Gonfalonieri delle tre Comunità appartenenti alla locale Podesteria per stabilire “con la
maggior prontezza” dei locali provvisori appartenenti a cittadini benestanti nei quali ricoverare
e curare i contagiati.
Il trasporto all’Ospedale di Campiglia, distante ben 28 miglia, da percorrere sulle dissestate
strade dell’epoca e con mezzi di fortuna, avrebbe comportato quasi certamente la morte dei malati. Per i contagiati in stato di indigenza fu assicurata la somministrazione “degli occorrenti medicinali, pane, carne e quella dose di vino che dal medico curante fosse giudicata necessaria a spese
delle rispettive Comunità per tutto il corso della malattia e nella rispettiva convalescenza” 71.
La crisi fu felicemente superata e, anche se altre continuavano ad incombere, i nuovi traguardi raggiunti dalla medicina assicuravano un miglioramento delle condizioni di vita; in quegli
stessi anni ad esempio iniziava a diffondersi in Toscana la vaccinazione contro il vaiolo.
Il metodo era stato messo a punto dal medico e naturalista inglese Edward Jenner, dopo aver
constatato che coloro che si infettavano con il vaiolo delle bovine divenivano immuni da quello
umano; l’inoculazione del vaiolo vaccino (da cui poi il nome) si limitava alla fugace comparsa
di alcune pustole nelle braccia, senza altre complicazioni.
La sua introduzione nell’Europa continentale ed in Italia era già avvenuta durante l’età napoleonica, ma fu dal 1822 che in Toscana iniziò ad essere praticata diffusamente e su preciso
Ivi, Dichiarazione redatta da un Notaio, “Guardistallo, questo dì 3 del mese di giugno 1821”.
Cfr. Edgardo Donati, Dopoguerra e crisi economico-sociale: la Toscana nel 1815-‘17, in La Toscana dei Lorena. Riforme, territorio
e società, a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Leonardo Rombai, Olschki, Firenze, 1989, pp.569-585.
69
C. A. Corsini, Città e campagna tra due censimenti, cit., p.145.
70
ASF, Segreteria di Stato 1814-1848, busta 2579, inserto 2, “Prospetto dei defunti dal novembre 1816 a tutto marzo 1817”.
71
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 5, p.48 r., 30 giugno 1817.
67
68
30
ordine del Governo, che affidò ai Gonfalonieri la più scrupolosa sorveglianza sulla somministrazione ad opera dei medici locali 72.
La crisi del biennio 1816-‘17 non fu sufficiente a frenare l’espansione demografica di Guardistallo, che anzi conobbe una crescita senza precedenti: dagli 836 abitanti del 1818 si passò ai
1.102 di un decennio dopo e ai 1.266 del 1838 73.
Questa crescita – comune al resto della Toscana – era dovuta soprattutto agli incrementi
produttivi registrati in ambito agricolo; in particolare la coltura delle viti e degli ulivi conobbe in
Val di Cecina una notevole diffusione e un sensibile miglioramento qualitativo.
In Toscana le viti venivano generalmente “maritate” a sostegni vivi, cioè ad alberi quali l’acero, l’olmo, il frassino, il pioppo, il gelso e le varie piante da frutto; la consociazione della vite con
altre coltivazioni arboree, sebbene svantaggiosa per le competizioni tra piante diverse, consentiva
infatti di ottenere anche altri prodotti per gli usi domestici. A partire dagli anni Venti iniziò ad
affermarsi in alcune aree – come appunto la Val di Cecina – l’uso di appoggiarle a dei paletti di
legno; si riscontrò subito che questa innovazione determinava un aumento nella quantità e nella
qualità del vino prodotto 74.
Anche la coltivazione dell’olio era “bene intesa” sulle colline della piana di Cecina. “Si è
convinti – scriveva un contemporaneo – che bisogna evitare di far riscaldare le ulive, che vanno
raccolte allorquando non sono nere ma colore di vinaccia, che è quanto dire quando non sono
affatto mature, onde ottenere l’olio più magro possibile, ciò che costituisce uno dei suoi più
principali pregi nel commercio” 75. Generalmente si utilizzavano gli oliveti per il pascolo ovino,
unendo così il vantaggio di una rasatura dell’erba (che favoriva la raccolta delle olive da terra) a
quello della concimazione naturale del terreno.
Altra risorsa importante era la caccia, fonte sussidiaria di reddito per le popolazioni agricole
e di divertimento per nobili e borghesi. La legge venatoria allora in vigore, risalente al 1793 76,
si preoccupava di moderarne “in parte l’eccessiva libertà” al fine di rispettare il diritto della proprietà pubblica e privata e il bisogno “della conservazione, aumento e propagazione delle specie
animali, che la natura non turbata dalla intempestiva avidità degli umani riproduceva annualmente per comune alimento”. La chiusura della caccia era dal primo giorno di Quaresima al 31
agosto, ma gli animali dannosi (lupi, volpi, faine, martore, puzzole, tassi, donnole, istrici, aquile,
falchi, gufi, corvi, gazze e cornacchie) e la selvaggina non stanziale restavano sempre cacciabili,
seppure con “insidie” (trappole e reti) e non col fucile. In periodo di chiusura nessuno poteva più
tendere lacci (fatti di crino di cavallo) e altre trappole, anzi era obbligato a toglierle, né poteva
portare lo schioppo.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Affari diversi, filza 8, Circolare dell’Ufficio delle Comunità del Granducato, 19 agosto 1822.
Per questi dati : ASCG, Attilio Zuccagni Orlandini, Ricerche statistiche sul Granducato di Toscana, Stamperia Granducale, Firenze, 1848,
tomo I, p.11.
74
L. de’Ricci, Corsa agraria II a nella Maremma Pisana e Volterrana, cit., pp.270-273.
75
Breve ragguaglio sull’Agricoltura della Maremma Pisana, “Giornale Agrario Toscano”, 1832, vol.VI, pp.365-366.
76
Per il testo: ASCG, Repertorio del dritto patrio toscano vigente, Giuliani, Firenze, 1836, tomo II, pp.3-21.
72
73
31
Infine, nonostante il continuo aumento della superficie coltivata, a Guardistallo rimaneva
una parte consistente del territorio ricoperta da boschi e macchie 77, sfruttati per la produzione del
carbone, della legna da ardere, del sughero, della potassa e della scorza per le conce.
In quello stesso periodo, a partire dal 1832, fu istituita una Fiera annuale del bestiame e di
merci varie nel luogo detto “Le Basse”, presso Casino di Terra, nelle vicinanze del fiume Cecina 78,
da cui appunto prese il nome di Fiera di Guardistallo in Cecina.
Si svolgeva negli ultimi due giorni di agosto e registrò sempre una “grande affluenza delle
persone dai luoghi circonvicini” 79, almeno fino a quando (1857) non iniziò a tenersi il Mercato
al Fitto di Cecina 80 (in origine con cadenza mensile) che determinò in tutta la Valle uno spostamento degli interessi verso il nuovo borgo in rapido sviluppo, perché al centro di importanti e
facili vie di comunicazione 81.
Il florido stato dell’economia locale comportava nuovi investimenti ed acquisti, con i relativi
passaggi di proprietà che dovevano essere registrati negli appositi uffici, cioè presso la Cancelleria
di Campiglia. La distanza da Guardistallo si faceva inevitabilmente sentire su tutti coloro che avevano necessità di recarvisi per il disbrigo delle pratiche, divenute più frequenti rispetto al passato;
si trattava di dover percorrere 28 miglia su strade poco agevoli, sostenere un oneroso viaggio e la
spesa di una inevitabile permanenza.
Per risolvere queste difficoltà fu proposto al governo l’istituzione a Guardistallo di un ufficio
di Aiuto Cancelliere, in grado di servire anche alle altre Comunità di Bibbona, Casale e Montesudaio 82. Tuttavia questa richiesta non fu accolta che in parte, poiché Guardistallo e le altre località
furono distaccate sì da Campiglia, ma poste alle dipendenza della Cancelleria di Rosignano; i
fastidi del viaggio si erano così ridotti ma non del tutto, per cui fu previsto che un incaricato si
recasse ogni giovedi a Rosignano per il disbrigo delle pratiche non richiedenti la diretta presenza
degli interessati 83.
Pochi anni dopo fu sciolto anche l’ultimo legame con Campiglia, quello di dipendenza dal
locale Vicariato per l’amministrazione della giustizia penale, affidandola al neo-costituito Vicario
di Rosignano 84. Un altro problema legato alle distanze si pose però con l’istituzione degli Ingegneri di Circondario, poiché Guardistallo fu posto sotto l’amministrazione di quello residente a
Pomarance, distante oltre 30 miglia, con un percorso aggravato dal fatto di dovere guadare più
E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, vol.II, cit.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 7, p.41 r., 13 marzo 1832.
79
Così il Pretore di Guardistallo: ASF, Ministero dell’Interno, busta 2163, rapporto del 1 settembre 1848.
80
In proposito cfr. il puntuale studio di Ilio Nencini, Cecina, i Monumenti della Storia. Fiera e Mercato, Comune di Cecina – Assessorati
alla Programmazione Economica e Turismo, s.i.l., s.i.d (ma 2002).
81
“Ristretto fu il concorso della popolazione, poche le contrattazioni alla Fiera di Guardistallo”, scriveva il Delegato di Governo di Castagneto
nel settembre 1859: ASF, Ministero dell’Interno, busta 2656.
82
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 6, p.55 v., 30 dicembre 1824.
83
Ivi, p.86 v., 13 febbraio 1827.
84
ASCG, Leggi del Granducato della Toscana pubblicate dal gennaio a tutto giugno 1833, Stamperia Granducale, Firenze, 1833, tomo
XX, parte I, pp.106-107. Notificazione del 3 giugno 1833.
77
78
32
volte il fiume Cecina; senz’altro preferibile sarebbe stata l’aggregazione a Rosignano, per la quale
non mancarono parecchie richieste 85.
Pochi anni dopo, nel 1837-’38, nuovi cambiamenti interessarono le varie circoscrizioni amministrative, con risultati che andarono ben oltre le aspettative dei guardistallini. Infatti, se la
Podesteria veniva trasferita a Bibbona – scelta come località intermedia nel nuovo e più esteso
territorio venutosi a creare con l’aggregazione di quello di Castagneto 86 – a Guardistallo si assisteva all’istituzione di un’apposita e autonoma Cancelleria con giurisdizione su Montescudaio,
Casale, Bibbona e la Comunità di Gherardesca 87 nonché a quella di un Ingegnere di Circondario
comprendente quei territori 88.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 7, p.37 r., 25 gennaio 1832.
ASCG, Leggi del Granducato della Toscana pubblicate da luglio a tutto dicembre 1838, Stamperia Granducale, Firenze, 1838, tomo
XXV, parte II, p.29.Motuproprio di Leopoldo II del 6 agosto 1838.
87
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 8, p.70 r., 22 febbraio 1837.
88
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Affari diversi, filza 9: “Prospetto dei Circondari di Acque e Strade in cui son divisi i cinque
Compartimenti di Soprintendenza Comunitativa, con l’indicazione dei rispettivi Ingegneri Ispettori e di Circondario”.
85
86
33
Il terremoto del 14 agosto 1846 e le sue conseguenze
A turbare tragicamente la vita operosa e tranquilla di Guardistallo fu il terremoto, verificatosi
il 14 agosto 1846, cinque minuti prima dell’una pomeridiana.
La zona più colpita fu quella di Lari, con Casciana, Orciano, Terricciola, Lorenzana, Fauglia,
Collesalvetti, Santa Luce, e quella di Voltera, con Montecatini, Chianni, Castellina, Riparbella,
Rosignano, Montescudaio, Guardistallo, Casale e Bibbona. La scossa “sussoltoria nel primo momento, ondulatoria consecutivamente”, causò “straordinarie rovine”, soprattutto nei centri più
gravemente colpiti, Orciano, Lorenzana, e appunto Guardistallo, “dove non vi fu casa, né pubblico edifizio che non soffrisse guasti grandissimi” 89. I morti in tutta l’area interessata furono circa
60, mentre a Guardistallo ci fu una sola vittima (un bambino) 90.
Dopo i primi e provvisori soccorsi, fu nominata una Commissione locale, di cui facevano
parte il Gonfaloniere Pietro Marchionneschi ed i Priori Ferdinando Bartoli e Augusto Toninelli,
per dirigere e coordinare gli aiuti e preparare la via alla ricostruzione 91.
Uno dei primi atti fu quello di destinare un locale sicuro per la locandiera Tommasa Gherardini, affinchè potesse continuare a preparare il pane, da vendersi a quelle persone in grado di
pagarlo, mentre le provviste consegnate dai funzionari granducali venivano destinate totalmente
alle classi povere. Molta gente aveva infatti perso tutto, tanto che gli operai impiegati nei primi
lavori venivano pagati giornalmente e non una volta alla settimana, perché altrimenti non avrebbero potuto acquistare il cibo.
Successivamente, il 20 agosto, la Commissione si dedicò ad un primo rilevamento, da cui
risultò che 117 famiglie erano del tutto prive di abitazione e perciò avevano trovato ricovero solo
nelle stalle. Mentre una metà di esse fu divisa e sistemata nel paese, per l’altra fu necessario pensare alla costruzione di alcune capanne in aperta campagna; il materiale necessario (200 travi di
legno di 3 metri e 50 di 4, più 170 chili di chiodi) giunse via mare, da Livorno allo scalo di Vada,
pochi giorni dopo.
I lavori si erano resi più che mai impellenti a causa della pioggia, che in quella stessa settimana costrinse molte persone a dormire “ammassate in stanze terrene malsane di loro natura e rese
ancora di più per le acque che vi si erano introdotte”. I soccorsi elergiti dal Granduca venivano
intanto distribuiti giornalmente alle famiglie bisognose, munite di un’apposita cedola ideata
dalla Commissione per sveltire le pratiche.
Contemporaneamente erano iniziati i lavori di muratura in quelle abitazioni che necessitavano di interventi più lievi e “spettanti a persone prive di mezzi”, mentre quelle non suscettibili di
C. Martelli, Terremoto della Toscana, “Giornale Agrario Toscano”, 1846, vol. XX, pp.321-325.
Leopoldo II d’Asburgo - Lorena, Il Governo di famiglia in Toscana, a cura di Franz Pesendorfer, Sansoni, Firenze, 1987, p.287.
91
ASCG, Cancelleria di Guardistallo, filza 20, dalla quale sono state tratte tutte le notizie seguenti (in particolare dal Copialettere della
Deputazione guardistallina preposta ai soccorsi).
89
90
34
ricostruzione o pericolanti venivano demolite. I possidenti dovevano sopportare per il momento
tutte le spese per la ricostruzione delle rispettive proprietà , mentre un danno ulteriore venne loro
causato dalla mancanza di locali necessari al ricovero dei raccolti allora in corso, “col dispiacere
di vederli andare ogni giorno di più in deperimento”.
Il 29 agosto Leopoldo II emanò un decreto con cui si stabilivano le modalità dei finanziamenti per i soccorsi e la ricostruzione 92. Le spese per la cura dei feriti, quelle per il sostentamento delle
famiglie povere e delle impellenti demolizioni, furono poste a carico della Depositeria Generale,
ossia delle casse statali; fra quelle colpite, le Comunità di Orciano, Guardistallo, Montescudaio,
Lorenzana, Casale e Riparbella furono esentate anche dal pagamento delle tasse per gli anni 1847
e 1848.
Una somma complessiva di 280.000 lire fu infine stanziata per facilitare la ricostruzione delle
case distrutte o gravemente danneggiate, “da ripartirsi in sussidi fra i proprietari”. Incaricata
dell’autorizzazione dei pagamenti era un’apposita Commissione Governativa centrale, destinata
ad operare in stretto contatto con le rispettive Commissioni locali. Successivamente il Granduca
ordinò anche il trasferimento del Podestà di Bibbona a Guardistallo, perché la sua presenza di
diretto rappresentante del governo potesse agevolare gli abitanti del luogo, il più colpito fra i paesi
confinanti 93.
La Commissione guardistallina si mise subito al lavoro e in breve tempo fu in grado di stilare
un preciso elenco dei danneggiati dal terremoto 94. Si tratta di un documento molto importante,
in grado di fornire utili notizie sul paese, che vanno oltre il terremoto, perché per ogni proprietario o affittuario veniva puntualmente indicato il luogo o la via dove sorgevano gli stabili e il
loro uso, il numero delle stanze danneggiate, la perdita di mobilia e grasce (così si chiamavano i
generi commestibili), il danno degli stabili e degli oggetti.
Erano previste 3 classi di danneggiati: la prima, quella di coloro che potevano “supplire da sé
e subito al relativo dispendio”, la seconda, quella di coloro che non potevano farlo immediatamente e la terza, “nell’assoluta impossibilità di supplire al bisogno”.
A fine anno la Commissione Centrale di Pisa fu in grado di stabilire la ripartizione del sussidio
destinato a Guardistallo 95: 22.581 lire, assegnato ad un totale di 88 nominativi divisi in tre classi,
delle quali alla prima fu rimborsato il 100% dei danni, alla seconda il 58% e alla terza il 41%.
La ricostruzione imponeva delle scelte precise. Il terremoto aveva infatti “rovinato tutte le fabbriche che esistevano nell’antico Castello” 96 il cui suolo non sembrava adatto alla ricostruzione “per
l’elevatezza e la poca solidità”. Ma c’erano anche altre cause a sconsigliare la ricostruzione degli
Cfr. Documento n° 5
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.38 v., 17 settembre 1846.
94
Cfr. Documento n° 7
95
ASCG, Cancelleria di Guardistallo, filza 20, Comunità di Guardistallo – Lista dei danneggiati in fabbriche ammessi al godimento
del sussidio, 20 dicembre 1846.
96
Questa e le citazioni seguenti sono tratte da: ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.43 r., 12 ottobre
1846.
92
93
35
stabili in quel sito, come l’instabilità “per mancanza assoluta di base” e la difficoltà di accedervi,
“essendovi un sol passo e questo pericolosissimo in specie in tempo di pioggia e sempre e totalmente inaccessibile con la neve”; infine c’era il cimitero, da cui esalavano “vapori nocivissimi
alla salute”.
Le località scelte per edificare le abitazioni e assicurare al tempo stesso una nuova direttrice di
espansione dell’abitato furono quelle poste alle due estremità del paese, lungo le strade che conducevano rispettivamente a Casale e a Montescudaio, luoghi aperti e non scoscesi, che avrebbero
offerto dei vantaggi per i commerci, potendo portare alle case i prodotti senza quegli aggravi ai
quali si era andati fino ad allora incontro.
Quello dei trasporti non era un aspetto da trascurare, perché esistevano alcuni stabili da ricostruire tanto “malamente collocati” che rendevano le strade “ristrettissime ed anguste”, cosicché
i barrocci in transito dovevano sfregare le ruote nei muri come comprovavano i solchi nelle mura
stesse 97.
Anche il Granduca, durante la sua visita a Guardistallo del 27 agosto, aveva consigliato un
piano organico di nuove costruzioni e di allargamento delle strade più anguste 98; per facilitare
tutte queste operazioni intervenne direttamente, acquistando a proprie spese diverse preselle di
terreno e facendone dono ai proprietari decisi a fabbricare agli estremi del paese 99.
In quel tempo le difficoltà finanziarie in cui si trovavano le casse comunali a causa delle spese
straordinarie dovute al terremoto, unite alle pendenze di vecchia data, spinsero la Magistratura
Comunitativa di Guardistallo ad un passo senza precedenti: la richiesta di fusione con Casale e
Montescudaio, ufficialmente avanzata al Granduca con una Supplica nel maggio 1847 100.
I tre paesi di Montescudaio, Guardistallo e Casale potevano “riguardarsi come uno solo, attesa
la loro vicinanza di circa un miglio dall’uno all’altro”. Le loro “circostanze economiche” invece
erano “disgraziatissime, per essere onerate da forti debiti, attesa la tenue rendita imponibile”.
In tal modo anche la più piccola spesa straordinaria esauriva i fondi disponibili e le costringeva
ad accumulare dei debiti, per ripianare i quali si doveva “elevare le imposizioni ad una somma
rilevante”. Se le tre piccole Comunità fossero state riunite, se ne poteva formare una di estensione
ragguardevole, come quella di Bibbona, gestire le spese con maggiore oculatezza e più disponibilità nonchè eliminare quelle superflue.
A spingere verso l’aggregazione delle forze e dei servizi era forse anche il rapido sviluppo
del Fitto di Cecina, dopo la divisione e la cessione ai privati dei terreni già costituenti la tenuta
granducale 101. Per la prima volta infatti, a partire dal 1848, la Comunità di Bibbona – con i suoi
Ivi, p.56 r., 21 novembre 1846.
ASCG, Cancelleria di Guardistallo, filza 20, rapporto della Commissione locale al Governatore di Livorno, 27 agosto 1846.
99
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.78 r., 14 giugno 1847.
100
Cfr. Documento n° 8
101
Sullo sviluppo urbanistico ed economico di Cecina nel corso dell’Ottocento cfr. Ilio Nencini – Lucia Fedi, Cecina... Novecento addio !,
ETS, Pisa, 1999.
97
98
36
1.811 abitanti, concentrati nella grande maggioranza al Fitto e nelle vicine campagne – superava in fatto di popolazione Guardistallo, che nello stesso periodo ne contava 1.456 102.
La scelta del Capoluogo veniva rimessa alla saggezza del Granduca, ma è lecito pensare che
i guardistallini si reputassero di certo favoriti, considerato il maggior numero di abitanti, la posizione centrale e la presenza di altri uffici statali. Questa richiesta fu però “congelata” da considerazioni diverse e più ampie: nello stesso periodo infatti si iniziò a discutere a livello governativo
sulla necessità di una riforma complessiva di tutta l’amministrazione locale, per cui la decisione
in materia fu rimandata a tempo debito 103.
Sul finire del 1848 sarebbe stata istituita un’apposita Commissione, della quale faceva parte
un illustre geografo come Attilio Zuccagni-Orlandini, con il compito di studiare una nuova divisione territoriale della Toscana. La commissione propose la costituzione di una provincia livornese di terraferma, con tre sezioni distrettuali: Rosignano, con i comuni di Orciano, Santa Luce,
Castellina e Riparbella; Guardistallo con Montescudaio, Casale, Bibbona e Castagneto; Campiglia
con i comuni di Piombino, Monteverdi, Sassetta e Suvereto 104. Era una ripartizione molto ben
concepita, che assegnava a Guardistallo un ruolo importante, dovuto proprio alla sua centralità:
ma anch’essa sarebbe rimasta lettera morta, a causa degli avvenimenti del biennio rivoluzionario
1848-’49.
ASCG, A . Zuccagni Orlandini, Ricerche statistiche sul Granducato di Toscana, cit. Montescudaio aveva allora 1.149 abitanti, Casale 975.
L. Bortolotti, La Maremma settentrionale 1738-1970. Storia di un territorio, cit., p.141.
104
Ivi, p.142.
102
103
37
1848-’49 : I nuovi ideali del risorgimento
Nuovi avvenimenti, ispirati agli ideali di libertà e indipendenza, stavano scuotendo in quei
mesi non solo la Toscana ma l’Italia intera. Con le riforme concesse da Pio IX, proclamato Papa
nell’agosto 1846, sembrò divenire realtà il sogno di tanti patrioti: la conciliazione fra Fede e Progresso, l’inizio di una nuova epoca ispirata ai valori del Risorgimento.
Leopoldo II, benchè legato da vincoli dinastici e politici all’Austria, non fu in grado di resistere
alle richieste dei suoi sudditi, desiderosi di affiancarsi a quelli dello Stato Pontificio e del Regno
di Sardegna; in maggio fu stabilita la libertà di stampa e in ottobre venne formato un nuovo
governo composto da liberali moderati. Nel febbraio del 1848, spinto dall’esempio di Carlo Alberto, Pio IX e Ferdinando delle Due Sicilie, concesse lo Statuto, che stabiliva anche in Toscana la
monarchia costituzionale, con la formazione di un Consiglio generale composto da 86 deputati
eletti sulla base del censo 105.
La legge riconobbe infatti il diritto di voto a quei cittadini che avessero avuto nel distretto
elettorale una rendita di almeno 300 lire e, indipendentemente dal reddito, a tutta una serie di
categorie professionali come i parroci, gli avvocati, i professori, gli ingegneri, i medici e gli ufficiali, nonché a tutti gli impiegati, commercianti ed esercenti che avessero pagato non meno di 10
lire per la tassa di famiglia 106.
Si era ancora ben lontani dal suffragio universale, ma non bisogna dimenticare che allora
questo diritto non esisteva in nessun altro paese; ovunque il voto era permesso solo sulla base del
censo (in maniera più o meno ampia) o della capacità, cioè dei titoli di studio.
Un decreto del 3 marzo sulla partizione dei Collegi elettorali aggregò Guardistallo (insieme a
Castellina, Casale, Montescudaio, Orciano, Riparbella e Santa Luce) alla Sezione di Rosignano107,
dove si sarebbero dovuti recare gli aventi diritto per votare, poiché il seggio era appunto unico.
Con un altro decreto (9 marzo) fu istituito il Ministero dell’Interno e riformato l’impianto
politico-giudiziario: le Preture sostituirono le Podesterie e Guardistallo divenne sede di una comprendente anche Montescudaio, Casale e Bibbona, mentre Castagneto ne aveva una propria 108.
Guardistallo poteva così vantare la presenza di tutti gli uffici governativi più importanti: la
Pretura, la Cancelleria e l’Ingegnere di Circondario, confermandosi per diversi anni (fino al 1865)
come il punto di riferimento privilegiato per tutte le altre località della piana di Cecina. A Guardistallo esisteva poi un’importante scuola pubblica con 50 alunni (nel 1848), la più frequentata
105
Per una ricostruzione complessiva delle vicende toscane fra 1846 e 1849 cfr. C. Ceccuti, Dalla Restaurazione alla fine del Granducato,
cit., pp.41-62.
106
ASCG, Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana pubblicati dal primo gennaio a tutto giugno 1848, cod. LV, Stamperia Granducale, Firenze, 1848, n. LXXXIV.
107
Per l’elenco degli aventi diritto al voto a Guardistallo: ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Affari diversi, filza 10: “Lista alfabetica
elettorale formata in ordine al paragrafo 14 della Sovrana Legge del 3 marzo 1848”.
108
ASCG, Bandi e Ordini da osservarsi nel Granducato di Toscana pubblicati dal primo gennaio a tutto giugno 1848, cit., n.LXXXVIII.
38
di tutta la zona, seconda solo a quella di Castagneto, che ne contava 60. Vi si insegnava a leggere
e a scrivere, l’aritmetica, la lingua italiana, il latino, e i precetti religiosi 109.
A fine marzo, con l’insurrezione di Milano contro gli Austriaci, ebbe inizio la Prima Guerra
d’Indipendenza, cui presero parte anche i volontari e le truppe regolari toscane, partecipando
all’assedio di Mantova (una delle fortezze del celebre “Quadrilatero” dove si era attestato Radetzky), durante il quale si trovarono esposte alla controffensiva culminata nelle battaglie di
Curtatone e Montanara. Meno di 5.000 toscani si trovarono ad affrontare il 29 maggio, in ondate
successive, più di 30.000 austriaci: la loro eroica resistenza permise ai piemontesi di respingere il
successivo attacco e di conquistare anche la fortezza di Peschiera.
Numerose celebrazioni per onorare la memoria dei caduti si tennero in tutto il Granducato,
contribuendo a diffondere ulteriormente gli ideali di libertà e indipendenza; Guardistallo non fu
da meno degli altri centri e organizzò solenni commemorazioni in suffragio 110.
Duramente provato in termini di prigionieri e feriti, il corpo di spedizione toscano si portò a
Brescia per riorganizzarsi. Non ebbe così modo di partecipare direttamente ad altre battaglie di
quella guerra iniziata sotto ottimi auspici ma destinata a concludersi con un nulla di fatto, all’indomani della sconfitta di Custoza e dell’armistizio Salasco (9 agosto), che riportava la situazione
a quella che era prima dello scoppio delle ostilità. La soluzione della questione italiana veniva
rimandata alla mediazione diplomatica, di cui si erano fatte garanti Francia e Inghilterra.
In seguito, mentre le settimane e i mesi trascorrevano invano, poiché l’Austria mirava solo a
guadagnare tempo e a non cedere nulla, la situazione interna del Granducato portò alle dimissioni del governo liberal-moderato presieduto da Gino Capponi. Salì quindi al potere un composito
fronte radical-democratico, guidato da Francesco Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli,
privo di una maggioranza parlamentare e di una solida base popolare.
Nel febbraio 1849 la proposta di riunire un’Assemblea Costituente per decidere le sorti di quegli Stati italiani liberi dalla dominazione austriaca, con la possibiltà di mutare la forma di governo da monarchica in repubblicana, spinse alla fuga Leopoldo II, timoroso di perdere il trono.
In Toscana si formò quindi un Governo Provvisorio, diretto anch’esso da Guerrazzi e Montanelli, che si proponeva di partecipare a fianco del Piemonte alla ripresa della guerra contro
l’Austria, ormai ritenuta imminente. I due capi democratici si trovarono però di fronte ad una
situazione ingestibile, esemplificata dalla mancanza di un esercito e dalla progressiva ma inesorabile disgregazione di ciò che ancora ne restava; inoltre la popolazione nella sua maggioranza
era ancora favorevole al Granduca e mal tollerava il nuovo Governo.
A Guardistallo si poteva registrare però un clima più favorevole, dovuto all’attivismo di alcuni
patrioti locali, fra cui spiccava il sacerdote Pietro Nardini 111. Furono probabilmente loro a fare
ASCG, A . Zuccagni Orlandini, Ricerche statistiche sul Granducato di Toscana, cit., pp.148-149.
ASF, Ministero dell’Interno, busta 2163, rapporto del Pretore di Guardistallo del 9 giugno 1848.
111
All’indomani della Restaurazione lorenese il Sotto Prefetto di Volterra ordinò infatti sul suo conto delle indagini: ASF, Segreteria di Gabinetto Appendice, busta 29 inserto 2, rapporto del 3 luglio 1849.
109
110
39
approvare dal Municipio un Indirizzo al Governo Provvisorio 112 per spingerlo a dichiarare al più
presto l’unione della Toscana con la Repubblica Romana e costituire così un’unica Repubblica
dell’Italia centrale. A Roma infatti, dopo la fuga di Pio IX, dovuta alla paura di perdere il dominio
temporale sullo Stato Pontificio, era stata proclamata la Repubblica, di cui fu animatore Giuseppe Mazzini.
Tuttavia queste ardenti speranze sarebbero state completamente smentite dalla sconfitta subita dal Piemonte a Novara, a fine marzo del 1849, che rese gli Austriaci di nuovo dominatori
incontrastati dell’Italia; anche la Toscana era minacciata d’invasione, poiché gli Asburgo-Lorena
volevano riportare sul trono Leopoldo II.
Per cercare di prevenire l’occupazione intervennero i liberali moderati, che, approffittando di
alcuni tumulti verificatisi a Firenze contro Guerrazzi l’11 e il 12 aprile, lo privarono del potere e
dichiararono ripristinata la monarchia costituzionale sotto la dinastia lorenese; in tal modo speravano che Leopoldo II rientrasse subito in Toscana, togliendo così ogni pretesto all’occupazione
straniera, minacciosa e incombente.
Questo stato d’animo, universalmente diffuso, spiega la gioia con cui fu accolta ovunque la
notizia del cambio di governo: a Guardistallo la popolazione per manifestare il suo entusiasmo
“accorse in folla e il grido unanime Viva Leopoldo II, Viva la Costituzione era sulle labbra di
tutti”113.
Si trattava però di illusioni, destinate presto a cadere. Non solo il Granduca rifiutò di rientrare
in Toscana prima che ne fosse completata l’occupazione ad opera delle truppe imperiali asburgiche, da lui anzi più volte sollecitata, ma negli anni seguenti smantellò una ad una tutte le
conquiste e le garanzie liberali, allineando totalmente la sua politica a quella di Vienna 114.
La successiva permanenza degli eserciti stranieri fu subita dal paese con dolore, quale pena
immeritata di colpe non commesse e in quell’avvenimento molti, benchè desiderosi della restaurazione, videro un’offesa troppo grave al sentimento nazionale.
Anche coloro che in passato non avevano avvertito il problema dell’indipendenza si resero
conto della drammatica realtà, tanto più che le spese dell’occupazione straniera erano state poste
a carico dello Stato e delle singole Comunità, determinando un consistente aggravio nel carico fiscale 115: l’entusiasmo per il ritorno di Leopoldo II sul trono si tramutò quindi negli anni seguenti
in freddezza e distacco.
Cfr. Documento n° 9
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.130 r., 18 aprile 1849.
114
Sull’ultimo decennio della dinastia lorenese in Toscana: C. Ceccuti, Dalla Restaurazione alla fine del Granducato, cit., pp.62-71.
115
Sulle trattative, i contenuti e gli effetti della Convenzione militare del 22 aprile 1850, che praticamente pose il Granducato sotto il controllo militare austriaco, cfr. Arnaldo D’Addario, Problemi della politica estera toscana dal maggio 1849 all’aprile 1850, “Rassegna Storica
Toscana”, II, 1956, nn.1-2, pp.5-31.
112
113
40
Verso l’Unita’ d’Italia
Un sintomo del nuovo clima di repressione fu offerto dalla formazione delle Delegazioni di
Governo, con ampie competenze in materia criminale e poliziesca 116: a Guardistallo fu lasciata
la Pretura, ma solo per gli effetti civili, mentre la Delegazione fu stabilita a Castagneto. Ne derivò,
pure tra i paesi limitrofi, un “notabile scomodo alle popolazioni, per trovarsi il detto paese in un
angolo della giurisdizione”, ma non fu possibile ottenere nessuna modifica alla situazione già
esistente 117.
In seguito le autorità di Guardistallo non mancarono di opporsi ad ulteriori spostamenti degli
uffici statali a Castagneto, perché ben consapevoli del fatto che se si doveva preferire un centro
diverso per la loro sede, il più adatto era indubbiamente il Fitto di Cecina. Nel settembre 1856
ad esempio, di fronte alla richiesta di fondi per ampliare i quartieri della Pretura Criminale di
Castagneto, il Gonfaloniere e i Priori motivarono il loro rifiuto spiegnado che il vantaggio sarebbe
ricaduto solo su Castagneto, “il quale oltre ad aver aumentato il suo fabbricato ritrae(va) tutte
le conseguenze di quelle residenze, sia per gli impiegati sia per le persone costrette ad andare al
Tribunale, sia per il comodo di averlo” mentre gli altri Comuni non ne ricavavano utile alcuno
ed anzi era loro “di sommo aggravio avere lì il Tribunale, fuori di qualsiasi centralità ed a significante distanza”. Gli uffici semmai dovevano essere trasferiti in un posto più comodo e di facile
accesso, verso cui fossero diretti gli interessi di tutti i Comuni, quale appunto il Fitto di Cecina; in
tal caso era pure possibile sostenere delle spese ingenti 118.
Nello stesso periodo l’Ufficio postale di Bibbona fu trasferito al Fitto, divenuto ormai un importante crocevia, con ampie possibilità di smistamento di tutta la corrispondenza ai luoghi vicini. Si
impose perciò una riforma nel servizio svolto dal Procaccia, di cui usufruivano anche Bibbona,
Casale e Montescudaio; in mattinata, dopo aver ricevuto le lettere al Fitto, avrebbe quindi percorso
i quattro paesi smistandole, mentre alla sera faceva l’operazione inversa, raccogliendo quelle da
spedire, che consegnava l’indomani 119.
Nel 1853 fu avanzata l’ipotesi di unire Guardistallo con Montescudaio in un solo Municipio,
richiesta partita dalla stessa Comunità di Montescudaio, nell’impossibilità “di bilanciare l’entrata
con la spesa, attese le ristrettessime sue risorse patrimoniali e la elevazione enorme dell’imposta
daziaria” 120. Le autorità comunali di Guardistallo accolsero con molto favore questa proposta,
da loro del resto già anticipata sei anni prima, ma a patto che al nuovo Comune si aggregasse
116
ASCG, Proclami, Decreti, Notificazioni e Circolari da osservarsi nel Granducato di Toscana pubblicati dal primo luglio a tutto
dicembre 1849, cod. LVII, Stamperia Granducale, Firenze, 1849, n. CCXXXVII: 7 dicembre 1849.
117
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.148 v. e 153 v. (rispettivamente 22 dicembre 1849 e 5 gennaio
1850).
118
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 19, fogli sciolti non numerati, 18 settembre 1856.
119
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 13, p.8 r., 7 giugno 1851.
41
anche Casale. Preghiere in tal senso furono rivolte al Granduca, ma pure stavolta non si approdò
a nulla di concreto 121.
Se si dovesse indicare l’avvenimento che caratterizzò maggiormente la vita di Guardistallo
nel corso degli anni Cinquanta, questo fu senza dubbio la costruzione della nuova Chiesa Parrocchiale.
Di tale esigenza si era fatto portavoce fin dall’aprile 1846 – quindi ancora prima del terremoto
del 14 agosto – il Proposto don Silvestro Marchionneschi, lamentando la ristrettezza di quella
di allora, “dalla costruzione irregolare”, di fronte al sensibile aumento della popolazione 122. Il
Gonfaloniere e i Priori chiesero l’intervento del Granduca, che del resto aveva il regio patronato
sulla Chiesa già esistente e come tale precisi diritti e obblighi.
A partire dal 1850 la popolazione locale iniziò ad insistere sul Gonfaloniere e i Priori perché
sollecitassero nuovamente Leopoldo II, tanto più che il vecchio edificio di culto era stato gravemente danneggiato dal terremoto. Dopo i primi, vani tentativi, nel dicembre 1852 un’apposita
deputazione composta dal Gonfaloniere Pietro Marchionneschi, dal Proposto don Silvestro e dal
Priore Ferdinando Bartoli, chiese udienza al Sovrano implorando la costruzione di un nuovo
edificio di culto 123.
La Comunità era disposta a partecipare alla spesa con 6.000 lire pagabili in dieci anni; la
sovvenzione veniva però rifiutata qualora fosse stato prescelto come luogo di edificazione quello
della vecchia Chiesa. Si voleva infatti acquistare per demolirle alcune case (quelle Maffi e Galassi)
“all’oggetto di ottenere il tanto comodo accesso in luogo dell’attuale, assai ripido, impraticabile
in specie nell’inverno e sommamente pericoloso” 124.
Finalmente un decreto granducale del giugno 1854 ordinò la costruzione della nuova Chiesa,
stabilendo però che il Comune versasse una somma di 9.000 lire, da pagare in 3 rate annue 125. I
lavori iniziarono subito dopo e procedettero con tanta alacrità che nell’autunno del 1857 venne
ultimata ed aperta al culto dei fedeli 126.
Negli stessi anni fu anche costruito il nuovo Cimitero. Quello vecchio, in Castello, era ormai
troppo piccolo, “giacchè costruito in tempi allorché la popolazione di Guardistallo ascendeva
a poche centinaia di anime”, mentre nel 1851 ne contava 1.513 127. Per di più il terreno non si
dimostrava “costituito da elementi atti alla sollecita consumazione dei corpi” ed era piuttosto
Cfr. documento n° 11
Chi scrive ha svolto delle accurate ricerche presso l’ASF nelle carte del Ministero dell’Interno – il dicastero competente per gli affari
municipali – per cercare di reperire documenti in grado di chiarire come mai il Granduca non dette corso alla proposta di aggregazione, ma non
è stato rintracciato nulla di utile.
122
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.24 v. 3 aprile 1846.
123
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 14, p.25 r., 9 dicembre 1852.
124
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 12, p.22 r., 11 marzo 1851.
125
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 14, p.43 v. e 74 r., (rispettivamente 28 giugno 1853 e 10 aprile 1854.
126
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 19, p.83 r., 18 dicembre 1857.
127
ASCG, Attilio Zuccagni Orlandini, Ricerche statistiche sul Granducato di Toscana, Stamperia Granducale, Firenze, 1852, tomo II, p.30.
Bibbona (ovviamente con Cecina) aveva 2.002 abitanti, Montescudaio 1.182 e Casale 1.002.
120
121
42
frequente “nell’escavare le fosse”, che si trovassero dei cadaveri “da moltissimo tempo interrati,
ancora vestiti di carne” 128.
Per facilitare la costruzione dal camposanto il Proposto offrì gratuitamente alcuni terreni di
proprietà parrocchiale, nelle vicinanze della nuova Chiesa, eliminando così il “passeggio” dei
cadaveri all’interno del paese e allontanando con un’adeguata distanza le “esalazioni” dal centro
abitato.
La necessità di costruire un nuovo cimitero si era fatta sentire con particolare urgenza nel
1855 perché allora infuriava in Toscana e in Italia una grave epidemia di colera, il “morbo
asiatico” come veniva chiamato, in quanto endemico di alcune zone dell’India 129. Le conoscenze
mediche sulla malattia erano ancora carenti e incomplete, per cui si cercava innanzitutto di
prevenirla, come ben dimostra un editto delle autorità guardistalline nel quale si raccomandava
agli abitanti “di praticare ogni mezzo per tenere la pulizia interna ed evitare l’uso di bevande e
di cibi nocivi” 130. Nonostante le misure di prevenzioni messe in atto, a Guardistallo nel corso del
1855 furono registrati 34 casi, di cui 13 mortali 131.
A rallegrare le serate e la vita dei guardistallini c’era la Società Filodrammatica che organizzava con grande successo e afflusso di pubblico, soprattutto in tempo di carnevale, molti divertimenti e spettacoli, basati in genere sull’abbinamento di una commedia e di una farsa. Il Conte
villano, I denari della Laurea, Gli amanti alla corda, Funerali e Danze furono ad esempio i
titoli messi in scena nel febbraio 1859 132.
Gli anni passavano, in apparenza ognuno uguale agli altri, ma in realtà i valori di libertà e
indipendenza si andavano radicando sempre più anche in Toscana, in attesa della maturazione
di nuovi e decisivi eventi. Si guardava con trepidazione al Piemonte di Vittorio Emanuele II, che
aveva mantenuto lo Statuto e intrapreso una politica moderna e nazionale, impersonata brillantemente dal suo Primo Ministro, il Conte di Cavour.
Il distacco fra il paese e la dinastia austro-lorenese, già sancito nel decennio trascorso, si consumò platealmente con l’incruenta rivoluzione fiorentina del 27 aprile 1859, una rivoluzione che
ha pochi precedenti per il modo in cui si svolse e per i risultati raggiunti; la fuga immediata del
Granduca e della sua famiglia e la proclamazione di un Governo Provvisorio presieduto da esponenti liberali e progressisti come Ubaldino Peruzzi, Vincenzo Malenchini e Alessandro Danzini,
con la conseguente partecipazione della Toscana alla guerra dichiarata all’Austria dal Piemonte
e dalla Francia.
Guardistallo, al pari di tanti altri Municipi, aderì immediatamente e con entusiasmo al nuovo
Governo 133; nelle settimane precedenti 10 giovani, abitanti nel territorio di competenza della
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 16, p.33 r., 30 luglio 1855.
Sulle epidemie ottocentesce cfr. la recente monografia di Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico: storia del colera in Italia, Roma-Bari,
Laterza, 2000.
130
Cfr. Documento n° 12
131
ASF, Ministero dell’Interno, busta 2969, “Cholera Morbus. Compartimento Pisano”.
132
ASF, Ministero dell’Interno, busta 2656, rapporti del Delegato di Governo di Castagneto in data 19 e 26 febbraio 1859.
133
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 20, p.65 r., 3 maggio 1859.
128
129
43
pretura guardistallina, erano già partiti alla volta del Piemonte, per arruolarsi volontari ed altrettanti li affiancarono in seguito 134. Anche chi era rimasto a casa non mancava di darsi da fare, raccogliendo offerte per sostenere i giovani accorsi a difendere la bandiera tricolore; il Gonfaloniere e
i Priori, nonostante la ristrettezza dei fondi comunali, vollero versare 200 lire 135.
A fine giugno, “per soddisfare il general sentimento dell’intera Popolazione”, il Municipio di
Guardistallo, convocato in seduta straordinaria, deliberò l’approvazione di un Indirizzo di adesione e sostegno alla politica di Vittorio Emanuele II, l’auspicato “liberatore e Re d’Italia” 136.
Le grandi vittorie di Solferino e San Martino in giugno sembravano schiudere una via facile e
gloriosa, ma dopo l’armistizio di Villafranca, la pace di compromesso che prevedeva l’annessione
della Lombardia al Piemonte ma pure il ritorno dei sovrani spodestati nell’Italia centrale, tutto
sembrò rimesso in discussione.
Per fortuna la Toscana e l’Italia trovarono in Bettino Ricasoli un irriducibile sostenitore
dell’unità, ma soprattutto un uomo all’altezza dei tempi. Tutta la sua azione governativa nei mesi
successivi sarà tesa a vincere le sopravvivenze del municipalismo toscano, così come a respingere
ogni ipotesi di regno separato prospettata dalla diplomazia europea.
La fondazione nel luglio 1859 di un quotidiano per sostenere il Governo, che riassumeva nel
titolo tutto un programma, La Nazione, la decadenza della dinastia lorenese sancita da un’Assemblea elettiva in agosto, la formazione dell’Esercito dell’Italia Centrale (in collaborazione con
i governi provvisori dell’Emilia e della Romagna), la vigilanza contro ogni tentativo di riscossa
granduchista e il plebiscito sull’unione al Piemonte tenutosi nel marzo 1860 a suffragio universale, furono i momenti salienti di quella stagione esaltante 137.
Ogni tappa che segnava un avvicinamento alla meta finale dell’unità e dell’indipendenza
italiana fu salutata a Guardistallo con entusiasmo e partecipazione.
Ad esempio la sera del 5 settembre si tenne una grande luminaria, rallegrata da sinfonie della
Banda Municipale “onde solennizzare l’accoglienza fatta ai voti della Toscana dal magnanimo
Re Vittorio Emanuele II”. Un mese dopo, con il Proclama che inaugurava il Governo in nome di
Vittorio Emanuele, si rinnovarono le pubbliche dimostrazioni di gioia; “spiegate alle abitazioni
le Bandiere nazionali, venivano alla sera illuminate”, mentre il suono delle campane festeggiava
la fausta ricorrenza. Infine il 27 novembre venne innalzato alla Pretura, alla Cancelliera e alla
nuova Stazione dei Carabinieri lo Stemma Sabaudo, con intervento della la Banda Musicale, “che
eseguiva varie sinfonie”, e di molta popolazione “plaudente al Re Eletto” 138.
ASF, Ministero dell’Interno, busta 2656, rapporti del Delegato di Governo di Castagneto in data 23 aprile e 14 maggio.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 20, p.65 v., 18 maggio 1859; nonché il documento n° 13
136
Documento n° 14
137
Su questo periodo: Nidia Danelon Vasoli, Il plebiscito in Toscana nel 1860, Olschki, Firenze, 1968; Giovanni Spadolini, Firenze Capitale.
Gli anni di Ricasoli, Edizioni della Cassa di Risparmio di Firenze, Firenze, 1979, pp.197-229; Sandro Rogari, Dall’unificazione alla crisi di fine
secolo, in Storia della Civiltà Toscana, vol.V, L’Ottocento, cit., pp.73-81.
138
ASF, Ministero dell’Interno, busta 2656, rapporti del Delegato di Governo di Castagneto in data 10 settembre, 8 ottobre e 27 novembre 1859.
134
135
44
Ma il sostegno e l’appoggio dei guardistallini non mancò neppure nei momenti tristi, come
avvenne ad esempio nel gennaio 1860, quando, il giorno 18, furono organizzati da alcuni granduchisti pronti a tutto degli attentati esplosivi a Firenze, nei palazzi del Ministero dell’Interno,
degli Affari Ecclesiastici e della Guardia Nazionale, che per fortuna causarono solo alcuni feriti139.
In ringraziamento dello scampato pericolo, a Guardistallo si tenne una solenne funzione religiosa, mentre il Municipio approvò un Indirizzo di adesione al Capo del Governo, Bettino Ricasoli, il
“cooperatore dell’Indipendenza e dell’Unità d’Italia” 140.
In questo delicato momento storico, dominato da grandi ideali e dagli sforzi per conseguirli,
le autorità locali non trascurarono tuttavia di curare gli interessi economici e sociali della propria
Comunità, ben consapevoli dell’importanza che le novità del progresso avrebbero avuto anche
nel nuovo, costituendo Regno.
Nel 1860, non appena si diffuse infatti la possibilità di collegare Cecina a Volterra (presso
Saline) mediante una ferrovia, parallelamente allo sviluppo di quella litoranea, il Gonfaloniere
ed il Consiglio decisero di avanzare un’istanza alla Direzione della Società Ferrata Maremmana
per ottenere la costruzione di una Stazione presso Casino di Terra.
Ne sarebbero derivati grandi vantaggi non solo per Guardistallo, che contava allora 1.681
abitanti 141, ma anche per tutti gli altri paesi e le località adiacenti “per la comodità di accedervi,
per la vicinanza e per la minore spesa” offerta dalla Stazione di Casino di Terra rispetto a quella
del Fitto di Cecina.
La ferrovia avrebbe assicurato “nuova vita ed impulso”, aprendo al commercio la Valle della
Sterza; senza contare poi che grazie ad essa non sarebbero state più interrotte le comunicazioni
con Volterra, soprattutto in caso di pioggia, poiché non sempre era possibile guadare il fiume
Cecina “in tempo di grandi piene e spesso con non lieve pericolo” 142.
Le prospettive di sviluppo e progresso che il nuovo Regno d’Italia, ufficialmente proclamato
nel marzo 1861, sembrava aprire per Guardistallo e i paesi limitrofi, potevano così giustamente
assumere anche l’aspetto di una strada ferrata.
139
Su questo episodio: Rodolfo Della Torre, L’evoluzione del sentimento nazionale in Toscana dal 27 aprile 1859 al 15 marzo 1860,
Società Editrice Dante Alighieri, Milano-Roma-Napoli, 1915, pp.477-479.
140
Documento n° 15
141
Statistica della Provincia di Pisa - 1863, Tipografia Nistri, Pisa, 1863, pp.80-81.
142
Documento n° 16
45
La riforma amministrativa del 1865
Sugli anni immediatamente successivi all’Unità – quelli compresi fra il 1861 e il 1866 – si
ha un vuoto di documentazione, dovuto alla mancanza in archivio del registro dei verbali delle
magistrature comunitative 143.
A livello generale, in questo stesso arco di tempo, furono introdotte rilevanti novità dalla legge del 20 marzo 1865 sull’unificazione amministrativa dello Stato 144. Il Regno d’Italia veniva
suddiviso in Province, Circondari, Mandamenti e Comuni: le prime e gli ultimi organi a carattere
rappresentativo ed elettivo, gli altri istituti di tipo intermedio e funzionale (in particolare il mandamento era una semplice circoscrizione necessaria per l’elezione dei consiglieri provinciali).
Guardistallo faceva parte della Provincia di Pisa, Circondario di Volterra, Mandamento del Fitto
di Cecina.
Ogni provincia era retta dal prefetto, nominato dal governo e rappresentante del potere esecutivo, chiamato a vigilare sull’andamento di tutte le amministrazioni pubbliche e a prendere
in caso d’urgenza i provvedimenti indispensabili; posto alle dipendenze del Ministero dell’Interno, soprintendeva all’ordine pubblico e disponeva delle forze di polizia (all’epoca, oltre ai Reali
Carabinieri, Guardia Nazionale e Guardia di Polizia), oltre ad avere la possibilità di chiedere in
casi straordinari l’intervento dell’esercito. Il sottoprefetto reggeva i circondari (naturalmente alle
dipendenze del prefetto) e doveva vigilare sulle deliberazioni, potendo sospenderle con decreto
motivato in casi particolari; inoltre esaminava i bilanci preventivi dei municipi.
Molte le novità previste dalla normativa per i Comuni, a cominciare dalla nomenclatura, di
carattere moderno e ormai familiare anche per noi. Infatti il Consiglio Generale diviene Consiglio
Comunale, i Priori lasciano il posto agli Assessori, l’Adunanza Magistrale alla Giunta Comunale,
il Gonfaloniere al Sindaco. In quelli al di sotto dei 3.000 abitanti (come Guardistallo) venivano
eletti 15 consiglieri dai cittadini maschi che avevano compiuto i 21 anni di età, godevano dei
diritti politici e pagavano annualmente nel Comune almeno 10 lire di contribuzione diretta.
Si trattava di un censo assai alto, che limitava non poco il diritto al voto, attestato sul 10%
della popolazione complessiva (dato in linea con altre realtà). Era previsto e ampiamente diffuso
il voto multiplo, poichè l’elettore poteva esprimere il suo suffragio in tutti quei comuni ove avesse
pagato imposte dirette: in questo modo veniva senz’altro favorita la possidenza fondiaria. I consiglieri eleggevano a maggioranza la Giunta, mentre il sindaco veniva nominato direttamente dal
governo regio (su indicazione del prefetto, in quanto conoscitore della realtà in loco) e restava in
carica tre anni, salvo conferma.
Le prime elezioni secondo le norme della nuova legislazione si tennero nel giugno 1865,
Mancano pure, fino ai primi del Novecento, le filze contenenti il carteggio ricevuto.
Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d’Italia, vol. 11, Stamperia Reale, Torino, 1865, pp.420 ss. Regio Decreto n.2248
del 20 marzo 1865.
143
144
46
quando Guardistallo contava 1.737 abitanti. Questo l’elenco degli eletti 145 : Bartoli Ferdinando,
Bartoli Raffaello, Fiaschi Averardo, Franceschi Jacopo, Marchionneschi Carlo, Marchionneschi
Giovan Battista, Marchionneschi Giuseppe, Marchionneschi Sebastiano, Matteucci Beniamino,
Nardini Antonio, Panichi Paolo, Toninelli Antonio, Toninelli Enrico, Toninelli Francesco, Ulivieri
Giovanni.
Da rilevare la presenza di tre famiglie, destinate (con gli stessi o con altri individui) a popolare
per almeno tutto il trentennio successivo i ruoli del Consiglio: i Marchionneschi, i Toninelli e i
Bartoli. Contrasti fra loro non vi furono per molti anni (anche perchè risultavano spesso imparentati), salvo in circostanze ed episodi particolari, almeno a quanto risulta dai registri delle
delibere.
Ad esempio sul finire degli anni Sessanta, a seguito dell’istanza del notaio Angelo Bartoli, del
circondario di Siena, di trasferire l’esercizio della sua professione nella Pretura del Fitto di Cecina
e segnatamente nei comuni di Guardistallo, Casale, Montescudaio e Bibbona con residenza nel
primo di questi luoghi, il municipio venne interpellato dalla Prefettura sull’opportunità o meno
di avere un secondo notaio in paese, visto che già vi esercitava Giovan Battista Marchionneschi.
Il Consiglio, considerando che quest’ultimo non aveva mai demeritato della pubblica stima ed
aveva anzi adempiuto con esattezza e precisione ai propri doveri, rispose negativamente (con
quattro voti favorevoli al “no” e due contrari) giacchè ammettere la necessità di un altro notaio
equivaleva “ad un voto di sfiducia per il medesimo”. La votazione fu particolare, perché si astenne
il sindaco, “cognato del reclamante”, e si ritirarono dall’adunanza i signori Bartoli Ferdinando e
Raffaello fratelli dell’istante, ed il dottor Giuseppe Marchionneschi, fratello del reclamante146.
Nel 1865 venne nominato sindaco Antonio Toninelli e alla scadenza fu riconfermato. La scelta del primo cittadino – a Guardistallo e altrove – cadeva di solito su un esponente delle più
importanti famiglie, “maggiorenti” o “notabili” come venivano chiamati all’epoca, ritenuti più
affidabili politicamente e più interessati di altri ad un’oculata gestione delle scarse finanze comunali.
145
Cfr. il manifesto a stampa della sottoprefettura di Volterra (21 giugno 1865) riprodotto fotograficamente da Gianfranco Benedettini, Alle
urne, alle urne. Elezioni e vita associata a Casale Marittimo 1859-1999, Comune di Casale Marittimo, s.l., 1999, p.26.
146
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, p.62 (9 novembre 1867).
47
Anni di deficit
Il pareggio del bilancio e il contenimento della spesa restarono a lungo tra i più importanti
obiettivi della classe politica post-unitaria. Le ingenti spese legate all’impianto di un sistema
amministrativo unico e centralizzato, quelle necessarie per l’esercito e la marina, le altre non
meno importanti per il mantenimento e lo sviluppo delle infrastrutture ed infine quelle per fare
fronte ai debiti ereditati dagli Stati pre-unitari, crearono una situazione finanziaria difficilissima,
che limitò al massimo i trasferimenti ai Comuni; per di più il governo centrale non adempiva
neppure alcuni obblighi di cui si era fatto carico.
Ad esempio nel corso degli anni Sessanta, il procaccia incaricato di trasportare la posta dal
Fitto di Cecina a Guardistallo (e viceversa) veniva pagato dal Comune, benchè lo Stato si fosse
assunto l’impegno di stabilire, a proprie spese ed entro un breve lasso di tempo, un servizio postale
uniforme in tutti i Comuni del Regno 147. Di lì a poco, quando l’ufficio postale venne finalmente
installato, l’amministrazione comunale dovette comunque continuare a pagare il corriere fra
Guardistallo e Cecina. Nel 1874 era ormai chiaro che l’ufficio funzionava bene e produceva più di
quello che costava, fornendo allo Stato discreti i guadagni, ma non ci fu ancora modo di ottenere
il bramato passaggio 148.
La penuria di fondi è uno degli aspetti che più caratterizza le pagine dei verbali delle adunanze del Consiglio e della Giunta. Nel gennaio 1870 la sottoprefettura di Volterra fece presente
ai consiglieri guardistallini di non rimandare oltre il risanamento del deficit comunale: in vista
del pareggio del bilancio dell’anno incipiente mancavano 1.913 lire. Fu necessario ricorrere al
prestito di un privato, al tasso del 6%, e da restituire in rate annuali di lire 500, con pagamento
della prima a partire dal 1873. Le somme necessarie sarebbero state ricavate dalla cessazione nel
corso del 1871-’72 di vari capitoli di spesa 149.
In questo quadro già precario, le finanze guardistalline – e non solo esse ovviamente – ricevettero un duro colpo da un nuovo terremoto, verificatosi il 29 luglio 1871, per fortuna con conseguenze meno gravose di quelle registrate nel 1846. Occorse tuttavia molto legname per puntellare le abitazioni danneggiate. Luigi Marchionneschi, “sempre benemerito e caritatevole”, volle
sovvenire alle ristrettezze del Comune “con uno slancio di filantropica e rara carità”, offrendosi
di prestare la somma occorrente (4.000 lire) senza nessun interesse. Sebastiano Marchionneschi
offrì alle stesse condizioni 700 lire 150.
Nelle settimane successive si costituì un apposito comitato provinciale di soccorso, del quale
fu chiamato a far parte il sindaco Achille Marchionneschi. I Comuni furono autorizzati a contrarre un mutuo passivo per provvedere alle riparazioni d’urgenza. A Guardistallo operava una
149
150
147
148
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, p.58 (9 novembre 1867).
ASCG, Postunitario, s. I, n.2, n°346 (7 maggio 1874).
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, pp.181-182 (20 gennaio 1870).
ASCG, Postunitario, s. I, n. (2 agosto 1871).
48
commissione composta dal sindaco, dai consiglieri Giulio Panichi, Virgilio e Giuseppe Marchionneschi (quest’ultimo ne era il cassiere).
Il terremoto aveva gravemente danneggiato il campanile del Pubblico Orologio, tanto che a
seguito di una perizia risultò opportuno demolirlo e ricostruirlo ex novo. Il Consiglio decise in
tal senso e approvò il prestito di lire 1.500 per la ricostruzione: le 1.000 lire mancanti rispetto a
quanto presente in cassa vennero anticipate da Sebastiano Tarchi, con il frutto del 5% annuo. Per
far fronte alle spese furono innalzate, nella misura massima consentita dalla legge, le tasse sugli
esercizi di rivendita, la tassa di famiglia (rivedendo le varie classi di merito) e la tassa fondiaria
151
.
L’Ispettorato delle imposte di Roma poco si curò di questo disastro naturale, perchè all’inizio
del 1872 rese noto che il Comune aveva un debito verso il Regio Erario di 7.510 lire, da saldare
immediatamente o in rate mensili al frutto annuo del 6%, minacciando in caso contrario di
rivalersi sulle proprietà municipali. Dopo “animatissima discussione” i consiglieri incaricarono
il sindaco di “porgere pregi al Regio Governo affinchè in vista dei disastri toccati al Comune nel
corso del 1871” (una grandinata devastatrice il 3 giugno e il terremoto il 29 luglio”) volesse
accettare l’esecuzione del pagamento entro alcuni mesi e senza obbligo di corrispondere i frutti
152
. Soluzione in parte accolta: venne infatti concesso al Comune di pagare 4.000 lire entro il 10
aprile e di iscrivere le successive 3.510 nel bilancio del 1873.
Le somme necessarie furono reperite cedendo proprietà comunali, come alcuni piccoli pezzi
di terreno richiesti da varie persone per allineare i rispettivi fabbricati (specie in caso di ricostruzione dopo il terremoto), la “via vecchia di Casale e Fondone” ormai divenuta di nessuna utilità
dopo l’apertura di una nuova arteria, così come “il terreno del vecchio camposanto situato nel
Castello di Guardistallo” 153. Qui fra l’altro si verificavano spesso diversi danni nei muri e non
di rado vi venivano trovate delle bestie a razzolare in prossimità dei sepolcri. Il consiglio aveva
dovuto autorizzare più volte il sindaco a provvedere, con lavori in economia, proprio per impedire
l’accesso degli animali 154. Gli inconvenienti e i pericoli per i muri di cinta resero infine necessaria l’esumazione, essendo già stato da 18 anni abbandonato, mentre il Comune era provvisto di
nuovo e sufficiente cimitero: la decisione fu resa operativa il 20 maggio 1876 155.
Alla fine del 1871 considerando i danni inflitti dal terremoto e le ristrettezze finanziarie, il
Comune non aderì alla proposta della Giunta Municipale di Roma di associarsi per innalzare
un monumento che eternasse “la memoria dell’unificazione italiana”, culminata proprio con
l’annessione della Città Eterna a seguito della breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870.
Il fatto è da mettere in evidenza, perchè nella stessa seduta (22 novembre 1871) i consiglieri guardistallini decisero un sussidio per le località di Donnegge e Cavarzere, in Cadore, quasi
153
154
155
151
152
ASCG, Postunitario, s. I, (7 ottobre 1871).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, n° 197 (10 febbraio 1872).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, n° 206 (22 marzo 1872).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, n° 252 (14 settembre 1872).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, n° 355 (24 aprile 1875)
49
interamente distrutte da un incendio sviluppatosi in quei due villaggi di poveri montanari. Il
Consiglio “quantunque le circostanze economiche non permettessero di spendere alcuna somma,
pure “penetrato da commiserazione per tanto infortunio” e considerando la miseria in cui erano
ridotte le povere famiglie stanziò rispettivamente lire 20 e 10. Stessa cosa si ripeté il 20 febbraio
1873 per i danneggiati da un’inondazione nell’Agro ferrarese 156.
Una chiara scelta di solidarietà, tanto più significativa perchè tributata a paesi lontani, dei
quali forse si ignorava la stessa ubicazione: una scelta dovuta all’esperienza, fatta sulla propria
pelle, di quanto grave fosse il peso delle calamità naturali e di quanto potesse risultare preziosa
in quei momenti la solidarietà di persone vicine e lontane, in vista di una ricostruzione materiale
ma anche morale.
Sul finire del 1873 l’amministrazione comunale si trovò in condizioni tali da non poter sostenere l’esercizio dell’anno in corso senza provvedere ad operazioni finanziarie che facessero
entrare nelle casse 5.000 lire. La causa erano le spese straordinarie e impreviste sostenute nel corso
dell’anno, come “il pareggio col Governo delle imposte arretrate dopo la compilazione dei conti
giudiziali oltre la somma composta con la Provincia e la non verificatasi previsione del fondo di
Cassa nell’esercizio precedente”. Veniva pertanto contratto un nuovo debito con alcuni privati
all’annuo frutto del 6% 157.
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2. n° 182, 184 e 185 (22 novembre 1871).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, senza n° (28 novembre 1873).
156
157
50
Nuove e vecchie esigenze
Le ristrettezze finanziarie imposero la massima oculatezza agli amministratori guardistallini,
specie per alcuni progetti, utili e pure in anticipo sui tempi, ma dai costi eccessivi.
Nel maggio 1867 il prefetto di Pisa chiese di deliberare sull’opportunità di stabilire nel Comune una stazione telegrafica di terza categoria. Il municipio, sebbene consapevole che il telegrafo
fosse “un possente motore” per sviluppare il commercio e potesse dare “non poco utile e lustro al
Paese stesso”, declinò la proposta a causa degli oneri che avrebbe comportato per le finanze: non
solo il governo chiedeva infatti una somma notevole per concorrere all’impianto della linea, ma
andava anche considerata la spesa per i locali da adibire ad ufficio. Del resto la vicinanza della
stazione telegrafica del Fitto di Cecina alleggeriva il peso della mancanza totale di quel “potentissimo mezzo di comunicazione” 158.
La questione tornò di attualità più di vent’anni dopo, in un contesto reso più favorevole dai
progressi della tecnica e dalla diffusione del servizio, quando la sottoprefettura di Volterra raccomandò l’impianto di una linea telegrafica fra i Comuni di Cecina, Casale, Guardistallo e Montescudaio. La proposta venne accolta con favore dal sindaco, dalla giunta e dai consiglieri; suggerivano però che la spesa per l’impianto e il mantenimento fosse ripartita fra i quattro Comuni “in
proporzione della lunghezza della linea che percorre[va] il rispettivo territorio” 159.
Il Comune di Cecina trovò invece che la proposta di pagare installazione e mantenimento in
base all’estensione della linea nel rispettivo territorio lo penalizzasse troppo. Va infatti considerato
che dal 1873 Cecina era divenuta capoluogo e Bibbona frazione 160; al Fitto, in virtù della stazione
ferroviaria, esisteva già il telegrafo e quindi estendere la linea fino a Bibbona avrebbe rappresentato una spesa non indifferente, anche perchè da Bibbona andava poi portata fino a Casale.
Guardistallo, sollecitato anche dalla Sotto Prefettura, decise allora di dichiararsi capo-consorzio
e propose la ripartizione in ragione della lunghezza della linea che separava un ufficio dall’altro.
Dunque da Montescudaio a Guardistallo, da Guardistallo a Casale, da Casale a Bibbona: pertanto
Cecina si sarebbe accollata solo la spesa fino a Bibbona 161.
I problemi sembravano appianati quando insorsero dalla parte di Montescudaio, la cui amministrazione si rifiutò di entrare nel consorzio preventivamente, riservandosi di farlo solo quando
l’impianto del telegrafo in Guardistallo fosse un fatto compiuto. Fu pertanto necessario stabilire
l’intesa solo con Cecina e Casale, cercando di andare incontro a quest’ultimo paese, che riteneva
assai onerosa la spesa per collegarsi fino a Bibbona. La nuova proposta elaborata a Guardistallo
fu dunque quella di prendere il filo del telegrafo dalla stazione di Casino di Terra per portarlo a
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, pp.31-32 (23 maggio 1867).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 107 (25 aprile 1888).
160
Sulle vicende urbanistiche e amministrative di Cecina nella seconda metà dell’Ottocento, cfr. Ilio Nencini, Cecina. Il sogno perduto di
una città sul mare, ETS, Pisa, 2005.
161
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 129 (6 febbraio 1889).
158
159
51
Bibbona, ripartendo in egual misura tutte le spese 162. Nel luglio 1889 Casale e Cecina aderirono
formalmente, confermando Guardistallo come capo-consorzio 163.
Nel 1869 giunse dalla Sotto Prefettura di Volterra l’invito affinchè Guardistallo si associasse
con Bibbona per la fondazione di un ospedale al Fitto. L’iniziativa, ritenuta “filantropica, caritatevole e benefica tanto pel lato morale sociale e civile che pel lato dell’utilità”, fu giudicata
inattuabile a motivo degli oneri eccessivi: “lo stato deplorabile” delle finanze guardistalline non
consentiva distrarre “ogni benchè minima somma”. Ci si riservò tuttavia di esaminare la proposta “in tempi più floridi” 164.
Nel 1875 gli amministratori furono chiamati a pronunciarsi sulla costruzione del nuovo carcere mandamentale a Cecina, la cui spesa complessiva prevista era di lire 42.000. L’aggravio sulle
casse guardistalline risultava di 2.258 lire, ma il Consiglio trovò che fosse comunque eccessivo,
nel senso che con la cifra preventivata si costruiva un carcere di dimensioni troppo ampie, soprattutto in virtù del numero degli abitanti del mandamento 165. La questione si protrasse per
parecchi anni e il Comune di Cecina decise di costruire a sue spese la pretura e il carcere, ma a
lavori finiti chiese che i centri collinari concorressero a pagare delle quote per l’affitto dei nuovi
locali, secondo canoni fissati dall’autorità superiore. Il sindaco di Guardistallo osservò che, atteso
il notevolissimo incremento preso e che andava ancora prendendo il paese di Cecina, le pigioni
offrivano “un interesse abbastanza remuneratore del capitale impiegato nelle costruzioni”: quindi per i Comuni dell’interno sarebbe stato meglio concorrere alle spese di costruzione. Il Consiglio
approvò all’unanimità 166.
La pochezza delle entrate e la molteplicità delle uscite era stata alla base del rinnovo della
proposta di unire Guardistallo, Casale e Montescudaio in un solo Comune “con uffizio e residenza
della sua rappresentanza in Guardistallo”, formulata nel 1867 dal Consiglio Provinciale di Pisa.
Si puntava a semplificare l’amministrazione e a diminuire le spese mediante “una bene intesa aggregazione” dei tre centri, la cui unione li avrebbe resi “enti omogenei, potenti e rigogliosi”:
insieme avrebbero avuto infatti un’estensione di 5.737 ettari e 4.415 abitanti, “prestandosi a ciò
la stessa posizione topografica di tutto il territorio” 167. Naturalmente la proposta fu bene accolta
a Guardistallo. “Dai savi ragionamenti e maturi esami” della commissione provinciale “non che
dalle attuali circostanze economiche delle tre Comunità” emergeva chiaro il vantaggio dell’atto
168
; l’opposto accadde a Montescudaio e Casale, dove il rifiuto di perdere l’autonomia municipale
prevalse su ogni altra considerazione 169.
Nello stesso periodo si sviluppo un dibattito sul territorio provinciale, ossia sui confini fra Li 164
165
166
167
168
169
162
163
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 139 (17 aprile 1889).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 153 (13 luglio 1889).
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, p.151-152 (29 maggio 1869).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, n° 376 (9 agosto 1875).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 114 (25 aprile 1888).
G. Benedettini, Alle urne, alle urne, cit., p.28.
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, pp.13-14 (23 maggio 1867).
G. Benedettini, Alle urne, alle urne, cit., p.28.
52
vorno e Pisa 170. La provincia livornese comprendeva in quel tempo la sola città labronica e l’isola
d’Elba, essendo tutti gli altri territori da Rosignano a Piombino sotto Pisa (e destinati a rimanervi
fino al 1925). Tuttavia già nel 1868 il deputato del secondo Collegio di Livorno presentò alla Camera un progetto di legge tendente a staccare vari Comuni dalla provincia di Pisa.
Nella discussione svoltasi in municipio a Guardistallo, il consigliere Ulivieri sostenne la convenienza dell’unione a Livorno, vantaggiosa per la maggiore vicinanza, gli “speciali rapporti di
commercio”, la quantità minore di strade e il modico loro prezzo di mantenimento. Il consigliere
Toninelli replicò che Guardistallo era legato a Pisa da “antiche e storiche tradizioni” e dal commercio stesso “più minuto e più vasto”. Quanto ai fossi e ai ponti, la maggior parte delle spese
di manutenzione ricadeva sui rispettivi possidenti confinanti, mentre Guardistallo poteva dirsi
praticamente alla stessa distanza sia rispetto a Livorno sia rispetto a Pisa. Con quest’ultima città
sussistevano poi ulteriori legami, trovandovisi “il Ginnasio, il Liceo, l’Università e altre istituzioni
per Maestri e Allievi”. Nell’ambito del Consiglio provinciale pisano, la netta maggioranza di consiglieri proveniva dai paesi della provincia, appunto come Guardistallo, mentre in quello labronico anche con la nuova circoscrizione – a causa della preponderanza della popolazione cittadina
– si sarebbe dovuto fare i conti con “una strabocchevole eccedenza di Consiglieri Livornesi” e
come tali ritenuti meno sensibili di fronte ai problemi e alle esigenze dei piccoli centri collinari.
Le parole di Toninelli convinsero i suoi colleghi ed il consiglio espresse un parere negativo (9 voti
contro 2) sulla proposta della nuova circoscrizione provinciale 171.
Cominciava invece a pesare la dipendenza da Volterra, almeno per quanto riguardava il ricorso ai tribunali. Non a caso nel 1886 il Consiglio comunale appoggiò ufficialmente la richiesta
dell’Ordine degli Avvocati di Livorno affinchè venisse restituita al tribunale della città labronica la
giurisdizione sui Comuni maremmani, toltale con decreto del 2 marzo 1848 a favore di Volterra.
Livorno, sebbene più distante, presentava “maggiori e migliori facilitazioni di accesso” 172.
In una fase in cui si assisteva alla crescita continua e sostenuta di Cecina, divenuta presto centro di riferimento dell’intera zona dal punto di vista del commercio, delle vie di comunicazione e
dei servizi, gli amministratori guardistallini si sforzarono di evitare la perdita ulteriore di istituti
che contribuivano alla qualificazione del paese e più che altro alla sua efficienza e funzionalità.
Tipico il caso della stazione dei Reali Carabinieri, impiantata nel 1859 ma dismessa appena
tre anni dopo. Fu infatti soppressa in via provvisoria, “a motivo dell’estremo bisogno di forza
nelle Province Napoletane infestate dal Brigantaggio”. Negli anni seguenti, nonostante numerose
richieste, la Stazione non fu più riaperta, mentre era reclamata dalla sicurezza pubblica non solo
di Guardistallo ma anche di Casale e Montescudaio “totalmente abbandonati a se stessi”, non
potendo i Carabinieri stanziati al Fitto di Cecina sopperire alle esigenze di tutto il territorio 173.
Sul tema cfr. Lando Bortolotti – Giampaolo Trotta, Profilo storico-territoriale della provincia di Livorno, Provincia di Livorno, Livor-
170
no, s.a.
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, p.133-135 (28 dicembre 1868).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 47 (2 giugno 1886).
173
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, p.62 (9 novembre 1867).
171
172
53
Sul finire degli anni Settanta vennero rinnovate le istanze presso la prefettura pisana: la vastità della circoscrizione territoriale, il numero degli abitanti e il favorevole sito di Guardistallo,
al centro di una porzione del mandamento che comprendeva tre Comuni, rendevano necessario
il ristabilimento della stazione 174. Per ottenere una risposta positiva non si esitò a dipingere a
tinte forse eccessivamente fosche la realtà: almeno questa è l’impressione che si ha leggendo certe
parole del sindaco Antonio Toninelli del 1881.
“Le condizioni della pubblica sicurezza – affermava allora – sono andate sempre peggiorando, tanto che quasi non passa settimana che non si abbiano a deplorare spiacevoli incidenti e
molto spesso vediamo il Regio Pretore del Fitto di Cecina fare degli atti d’accesso in Guardistallo
per qualche grave avvenimento. Questa popolazione è tristemente impressionata di tanto disordine, che minaccia di diventare sempre più grave ed allarmante quanto meno si trova represso dalla
forza pubblica, al segno che molti onesti cittadini si trovano costretti onde scansare i tumulti a
ritirarsi nella propria abitazione prima dell’Ave Maria della sera” 175. Bisognò attendere il 1888,
ma infine l’Arma Benemerita tornò stabilmente in paese 176.
Nel 1868 i casalesi, desiderosi da tempo di avere una fiera al pari di tutti i paesi limitrofi,
avanzarono domanda alla Sotto Prefettura di Volterra per poter organizzarne una, con annesso
mercato del bestiame, il 9 settembre. A Guardistallo ci si accorse subito che coincideva o comunque toccava in modo troppo ravvicinato quella già esistente: istituita dal 1866, si teneva il primo
lunedi dopo la seconda domenica di settembre e dunque c’era una prossimità tale da parlare
quasi di sovrapposizione. Per questo il Consiglio reclamò con la Sotto Prefettura e pose una sorta
di veto, salvo poi esprimere un parere favorevole purchè tra le due fiere vi fosse un certo lasso di
tempo, come di fatto avvenne 177.
176
177
174
175
ASCG, Postunitario, s. I, n. 3, n° 65 (30 ottobre 1878).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 4, n° 22 (5 maggio 1881).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 107 (25 aprile 1888).
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, p.120-121 (27 maggio 1868)
54
I problemi della rete viaria
Negli anni post-unitari una delle spese più rilevanti dei Comuni continuò ad essere quella
della manutenzione viaria. La questione delle competenze sui tratti di strada rappresentò talvolta
motivo di frizione con i centri confinanti, specialmente con Montescudaio.
Nella seconda metà degli anni Sessanta diversi cittadini reclamarono più volte per il cattivo
stato in cui si trovava la via che si staccava dal punto detto Bocca alle Tre Valli in fondo a Vallelunga e conduceva al Fitto di Cecina. Tale arteria era “della massima entità” per il Comune di
Guardistallo essendo “l’Anello principale” della catena che lo univa a tutte le parti del Regno “per
essere al Fitto di Cecina la Stazione Ferroviaria più prossima e più comoda”: la presenza della
Pretura al Fitto determinava quasi giornalmente che qualche guardistallino vi si portasse per
gestire i propri interessi. Pertanto il municipio avanzò nel 1867 “fervide preci” alla Prefettura di
Pisa affinchè agisse sui Comuni di Bibbona e Montescudaio onde provvedessero al mantenimento
del tratto in questione. Fino a qualche anno prima infatti la strada veniva mantenuta dall’Amministrazione della Regia Tenuta di Cecina, che a suo tempo l’aveva fatta costruire; l’obbligo era poi
passato ai Comuni dei quali attraversava il territorio, ma questi se ne disinteressavano 178.
Gli anni passarono inutilmente fino quando, nella primavera del 1871, il consiglio comunale
di Montescudaio deliberò di cedere al Comune di Guardistallo il tratto di territorio di seguito alla
via di Vallelunga e fronteggiante i terreni di Poggio Gagliardo e Laghetto, a patto di ricevere una
rendita annua proporzionata alla somma imponibile sul terreno stesso. La proposta fu respinta
dai consiglieri guardistallini in quanto troppo onerosa e “ingiusta in fatto e in diritto”, perché era
“sistema costante e praticato in tutto il Regno” che le Comunità si aiutassero reciprocamente in
fatto di strade. Montescudaio aveva infatti già un’arteria che lo collegava al Fitto di Cecina, quella
che partiva dal Ponte a Riacine, “costruita mediante la superiore approvazione del Comune di
Bibbona”. Montescudaio aveva poi una strada per accedere alla via della Camminata e andare
così a Volterra “con tutto comodo, specialmente nella stagione invernale” e in caso di piene del
fiume Cecina: passava nei terreni del Comune di Guardistallo, a spese del quale era stata fatta e
veniva mantenuta.
La proposta di cedere il territorio non era ammissibile, perché oltre ad essere onerosa, di fatto
mirava ad eludere l’impegno di mantenere la strada, cosa a cui Montescudaio era obbligato ai
sensi della legge comunale del 20 marzo 1865. L’irritazione dei guardistallini traspare bene dalla
conclusione del verbale, relativo alla richiesta d’intervento della prefettura pisana. “Guardistallo
caldamente desidera vivere in buona armonia con il Comune vicino di Montescudaio e per questo
effetto implora dalla competente Autorità che si faccia altrettanto per parte di Montescudaio, e
che esso per ragione e per giustizia venga costretto ed obbligato al mantenimento della strada
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, pp.17-19 (23 maggio 1867).
178
55
suddetta percorrente il suo territorio” 179.
La vicenda si concluse positivamente nel novembre 1871. Il sindaco Achille Marchionneschi
riferì di aver preso opportuni accordi con il suo collega montescudaino per eliminare qualunque
motivo di lite circa la strada: il Comune di Montescudaio si impegnava “in perpetuo” a mantenere in buono stato quel tratto della strada che percorreva il proprio territorio, mentre Guardistallo
avrebbe rimborsato parte delle spese necessarie. Il Consiglio, “desideroso di vivere in perfetta armonia col Comune circonvicino”, approvò all’unanimità180.
Nel 1882 il Consiglio provinciale di Pisa tolse la Via della Camminata dall’elenco delle strade
di sua competenza: una decisione che ledeva in modo particolare gli interessi dei Comuni di Cecina, Casale, Guardistallo e Montescudaio privandoli di “una breve e facile comunicazione” con
Volterra. Si sviluppo pertanto un’azione congiunta delle varie amministrazioni per far sì che il
Consiglio ritornasse sulla decisione presa, facendo voti per la costruzione di un ponte sulla Cecina
nei pressi di Casino di Terra 181. Un anno dopo la Via della Camminata fu nuovamente inserita fra
le strade provinciali, ma non ci fu nulla da fare per il ponte 182.
La manutenzione delle strade suscitò talvolta divergenze fra i consiglieri e la Giunta. Nel 1884
Virgilio Marchionneschi rimproverò al sindaco Antonio Toninelli di permettere che gli accollatari
ricoprissero le buche con la terra anzichè con buona ghiaia; inoltre la maggior parte delle vie, in
paese e fuori, non aveva la larghezza prevista. Il primo cittadino replicò di non aver mai trascurato di vigilare in tutti i servizi comunali, compresi quelli della viabilità. I lamenti sullo stato delle
strade erano molto esagerati se non addirittura destituiti di fondamento: quando egli assunse le
funzioni di sindaco le strade erano in peggiori condizioni 183.
Cinque anni dopo fu il consigliere Sebastiano Tarchi a rilevare che le strade risultavano mal
tenute perchè mancanti di una vigilanza continua: proponeva pertanto di appaltare la provvista
della ghiaia lungo le vie comunali, di affidare lo spargimento di essa, l’escavazione delle fossette
laterali e tutte le altre opere di manutenzione a un cantoniere salariato. Il consigliere Panichi
osservò che nel concedere gli appalti per le provviste di ghiaia sarebbe stato bene stabilire la misura ed il prezzo unitario dei cumuli, riservando al Comune la facoltà di accrescere o diminuire
la quantità di ghiaia da portarsi annualmente lungo ciascuna strada e di effettuare il pagamento
in proporzione. Un altro consigliere fece riflettere che la ghiaia, di cava o di fiume, usata normalmente non risultava adatta perchè essendo rotondeggiante scivolava e schizzava sotto l’urto
degli zoccoli del cavallo e delle ruote, andando spesso a perdersi nelle fossette e nei campi: così la
carreggiata assodava con grande difficoltà. In tanta disparità di opinioni, non venne prese una
decisione definitiva 184.
181
182
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, (17 luglio 1871).
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, n°173 (22 novembre 1871).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 4, n° 30 (11 settembre 1882).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 4, n° 79 (14 aprile 1883).
183 ASCG, Postunitario, s. I, n. 4, n° 84 (6 giugno 1884).
184
ASCG, Postunitario, s. I, n. 6, n° 182 (11 dicembre 1889).
179
180
56
Talvolta erano i proprietari dei terreni confinanti a far sorgere difficoltà per la manutenzione.
Nel 1890 i consiglieri Giulio Panichi, Giraldo Tarchi e Gaetano Marchionneschi si fecero portavoce in Consiglio delle forti lagnanze riscontrate a proposito della strada che da Guardistallo
conduceva alla Via Salaiola “guadando ora più alto ora più basso il Fiume Cecina”, a seconda
di come si presentava per le piene annuali. Da diverso tempo, sulla destra del fiume, la strada
risultava interrotta per l’iniziativa di un privato confinante, Ferdinando Chiesa. I tre consiglieri
si erano recati sul posto ed avevano trovato interrotta la strada in più punti, “con fossoni fatti ad
arte” e tali da “mettere i nervi ai più calmi” 185.
Anche il sindaco si recò sul posto, ma constatò che il guado era reso difficile dalle corrosioni
delle piene, le quali avevano reso ripidissima la sponda destra. Il solo modo per rendere più agevole il guado poteva esser quello di difendere la proprietà del Chiesa mediante la costruzione di
steccaie, spingendo le correnti dalla parte sinistra. Chiesa avanzava domanda di sussidi da parte
del Comune per questi lavori ma precisava che a nessun patto avrebbe variato il punto di guado,
giacchè non intendeva modificare il percorso della strada che attraversava i suoi possessi. Queste
pretese non parvero accettabili al sindaco, giacchè intervenire su una sponda avrebbe avuto necessariamente ripercussioni sull’altra: era meglio scegliere il punto di guado in base al diverso
andamento delle piene, come sempre avvenuto in passato 186.
Oggetto di molte discussioni fu poi la scelta di un tracciato alternativo per la strada di Cecina.
Vennero discussi tre progetti. Il primo seguiva quasi costantemente in tutta la sua lunghezza la
via già esistente; il secondo la seguiva fino al punto in cui deviava dal lato di mezzogiorno per
passare poi da Poggio Gagliardo; il terzo la seguiva soltanto fino a Poggio al Granaio e da qui,
passava nelle località dette i Pianacci e Macchie di Montalto.
Il sindaco, la giunta e la maggior parte dei consiglieri si pronunciarono per il secondo tracciato, perchè comportava una minore spesa ed eliminava ogni contropendenza giacchè la strada
percorreva un terreno più sano e più pianeggiante. Così veniva meno il tratto del Laghetto “impossibile a mantenersi, perchè di configurazione tale come chiuso in un bacino”: non a caso in
inverno diventava un laghetto non solo di nome ma anche di fatto. Per ridurne la contropendenza, in modo da averlo asciutto, occorreva una spesa enorme per lo sterro, lungo 226 metri, con
punti di profondità superiori ai 5. Il tracciato per Poggio Gagliardo ottenne 12 voti favorevoli e
uno contrario, quello di Virgilio Marchionneschi, convinto che la perizia dell’ingegnere non fosse
esatta, in quanto tesa a dimostrare a torto una spesa minore 187.
ASCG, Postunitario, s. I, n. 6, n° 201 (27 febbraio 1890).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 6, n° 234 (3 ottobre 1890).
187
ASCG, Postunitario, s. I, n. 6, n° 211 (2 aprile 1890).
185
186
57
Progressi nella vita quotidiana
A Guardistallo l’attenzione per l’istruzione pubblica era assai notevole. Negli ultimi decenni
dell’Ottocento esisteva una scuola elementare maschile e una femminile, i cui maestri, rispettivamente don Alessio Nardini e Argentina Benucci (di Casale), venivano pagati dal Comune. Nel
1877 fu infatti emanata la legge Coppino (così chiamata dal nome del Ministro della Pubblica
Istruzione suo promotore), e venne resa gratuita l’istruzione fino ai 9 anni, introducendo sanzioni per i genitori che non mandavano i figli a scuola. Le spese per il mantenimento delle scuole
rimasero però a carico dei singoli Comuni, i quali in buona parte non erano in grado di sostenerle: questo non fu invece il caso di Guardistallo.
Sull’attività di don Nardini troviamo varie tracce nei registri delle delibere. Ad esempio nel
novembre 1871 il sindaco riferiva sui progressi compiuti dagli alunni, come dimostravano alcuni
componimenti redatti dagli scolari nei quali descrivevano con parole loro gli effetti del terremoto
del 29 luglio 1871. Il Consiglio espresse particolare apprezzamento per “la costante pazienza e
intelligenza” di don Nardini e decise di acquistare “ad uso dei giovinetti mancanti di mezzi” varie
copie del Giannetto di Luigi Alessandro Parravicini e cartelloni murali per la sillabazione 188. Il
Giannetto fu uno dei più diffusi testi scolastici del secondo Ottocento, una sorta di sussidiario nel
quale venivano esposte nozioni di storia, geografia, scienze, igiene, nozioni pratiche, affidate alla
voce narrante di un bambino, di famiglia povera ma che con lo studio e il lavoro riusciva infine
a farsi una posizione.
Nardini lasciò l’insegnamento nel 1879, dopo più di vent’anni d’attività, e propose come suo
sostituto Giuseppe Toninelli, nativo di Guardistallo, già Consigliere Comunale, giovane che godeva la fiducia del paese e che seppe farsi in breve una numerosa scolaresca189.
La legge Coppino puntava alla creazione di una scuola laica e negli anni della sua applicazione furono frequenti dispute e contrasti, anche perchè buona parte del corpo insegnanti risultava
allora formato da ecclesiastici. Un’eco di questi dibattiti si rinviene anche a Guardistallo.
Nel 1893 il parroco presentò in Comune un’istanza volta ad ottenere che nelle scuole elementari venisse impartito l’insegnamento religioso. Il consigliere Carlo Bartoli osservò che esso non
faceva parte dei programmi ministeriali e doveva trovare spazio solo in chiesa. Un altro consigliere, Pietro Marchionneschi, non era alieno dall’accogliere la domanda qualora il sacerdote si
fosse impegnato ad andare a scuola gratuitamente. Il sindaco propose di autorizzare il parroco
a farlo purchè lo spazio dedicato al catechismo non oltrepassasse un’ora e mezza alla settimana
e venisse impartito fuori delle ore ordinarie di lezione, e conseguentemente senza pregiudizio di
queste, prendendo opportuni accordi con gli insegnanti. Il Consiglio approvò 190.
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2. n° 174 (22 novembre 1871).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 3 (18 gennaio 1879).
190
ASCG, Postunitario, s. I, n. 7, n° 64 (24 marzo 1893).
188
189
58
In questo periodo di ristrettezze i dipendenti comunali erano assai pochi: fra di loro un posto
rilevante era occupato dal medico condotto.
Aveva uno stipendio annuo di 900 lire e doveva prestare gratuitamente le sue cure agli indigenti, ai militari di stazione e in transito e a tutti coloro che risultavano compresi nell’ultima e
penultima classe della tassa di famiglia (una delle principali fonti di entrata, imposta di carattere
personale distribuita sui vari capifamiglia e calcolata in base alla professione e alla classe di
reddito). Per tutti gli altri vigevano le seguenti tariffe: in paese alle classi 1a, 2a e 3a della tassa di
famiglia lire 0,50 per visita, alle classi 4a, 5a e 6a lire 0,35, a tutte le altre classi fino alla penultima
lire 0,21. Il medico doveva fornirsi a proprie spese di cavalcatura per le visite nelle campagne, con
diritto a percepire per ogni visita lire 0,28 se entro un chilometro, lire 0,56 se dentro tre chilometri
e lire 0,84 se al di là di questa distanza. La famiglia dell’ammalato non era tenuta a pagare più
di due visite al giorno, dovendo esser fatte le altre gratuitamente in caso di bisogno. Di particolare importanza l’assistenza alle partorienti, prestata con l’ausilio della levatrice, anch’essa alle
dipendenze del Comune.
Il medico aveva residenza in Guardistallo e poteva allontanarsi solo previo permesso del Sindaco, se trattavasi di una assenza inferiore ai quattro giorni, e della Giunta Comunale per periodi
maggiori, con l’obbligo in entrambi i casi di farsi sostituire da un altro medico di soddisfazione
del Sindaco e della Giunta stessa; in caso di malattia era prevista la sostituzione reciproca con i
dottori di Casale e Montescudaio. Infine doveva prestarsi gratuitamente alla visita delle carni e
dei generi commestibili, mentre otteneva dal Comune il rimborso per le spese d’inoculazione del
vaccino contro il vaiolo 191.
Sul finire degli anni Sessanta fra il medico condotto di allora, dottor Baldassare Guccerelli, e la levatrice, signora Antonietta Panattoni, esistevano dei “dissidi particolari”. Il Consiglio,
considerando che “la vita di qualche misera Madre” era spesso legata all’unione di questi due
impiegati e che l’essere in continuo disaccordo fra loro poteva arrecare conseguenze funeste, li
richiamò al dovere, invitandoli ad una transazione che facesse sopire “qualunque odio e rancore
passato”, minacciando in caso contrario opportuni provvedimenti. Probabilmente però questi
contrasti non si sopirono, vista la rinuncia della levatrice al suo posto, avvenuta nel febbraio
successivo e dovuta in via ufficiale a motivi di salute 192.
Un episodio singolare relativo all’attività del medico condotto è quello che emerge da un’indagine condotta nel 1874. A seguito di essa risultò che la maggior parte delle malattie riscontrate
nel Comune era da addebitarsi al freddo patito in chiesa: occorreva riparare al vento che entrava
dalle porte mediante l’applicazione ad esse di “bussoloni interni”. I consiglieri – forse convinti
per esperienza personale! – approvavarono all’unanimità, invitando il sindaco a prendere gli
opportuni accordi con l’autorità ecclesiastica 193.
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, n°173 (5 aprile 1871).
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, n°173 (31 maggio 1867).
193
ASCG, Postunitario, s. I, n.2, n° 355 (6 giugno 1874).
191
192
59
Fra gli altri dipendenti comunali troviamo il portalettere, il donzello ossia il messo, e “l’assuntore della nettezza pubblica e custode delle acque”. Quest’ultimo doveva spazzare il mercoledi
e il sabato il lastricato interno delle vie del paese; pulire gli abbeveratoi, i lavatoi e le pubbliche
fonti, “almeno tutti i sabati sera indistintamente e non prima delle ore 24”, sfociare tutte le fogne
interne del paese in modo che le acque non trovassero ingombro al libero corso, voltare e rivoltare
i docci pubblici e infine nella prima quindicina di settembre ripulire la cisterna paesana 194.
Per avere una farmacia in paese – bisogno largamente sentito dai guardistallini – si dovette
attendere gli ultimi anni dell’Ottocento. Nel 1892 un certo signor Pelagatti di Querceto si obbligò
ad aprirne una entro il mese di luglio, a patto che il Comune gli corrispondesse lire 400 annue
per il primo triennio di esercizio 195.
Nello stesso periodo venne introdotta una nuova figura: la guardia comunale lampista. Suo il
compito di accendere i lampioni pubblici all’Avemaria della sera e di spengerli alle ore 22 curandone la massima nettezza e il regolare funzionamento; dovevano restare accesi “a tutta fiaccola”,
almeno venti sere ogni mese, e cioè quando non vi fosse “sufficiente chiaro di luna”. Provvedeva
all’acquisto del petrolio occorrente, ricevendo dal Comune un rimborso mensile di lire 3 per ogni
lampione 196.
Quello dell’acqua potabile restò un problema notevole, soprattutto in estate e negli anni di
maggiore siccità. Nell’autunno del 1887, dopo ampia discussione alla quale parteciparono tutti i
consiglieri, venne deciso di restaurare la cisterna della piazza applicandovi una pompa; di ripulire i condotti della pubblica fonte detta della Bellana; acquistare per il prezzo di lire 200 una tenue
sorgente in un fondo di proprietà della signora Carlotta Franceschi in Gani per allacciarla ai condotti di quella della Bellana; di costruire accanto alla fonte della Bellana un deposito chiuso della
tenuto di circa 4.000 litri onde ricevere e conservare l’acqua che traboccava dall’abbeveratoio, per
passarla poi ogni due o tre giorni nel lavatoio pubblico a mezzo di una cannella 197.
In questo periodo si assisteva alla scomparsa di usi secolari (o meglio ne veniva sancita la
fine) come quello delle tane, usate fin da tempi remoti per riporvi il frumento in mancanza di
normali e sicuri depositi: si trattava di buche sotterranee scavate all’interno delle abitazioni e più
spesso nel suolo delle vie interne al paese. Queste buche, chiamate tane, forse perchè simili ai ricoveri degli animali selvaggi o perchè generalmente consistevano in semplici scavi di forma ovale
senza traccia di muratura, da oltre mezzo secolo non servivano a niente e non potevano essere più
tollerate nel sottosuolo delle vie pubbliche: costituivano un pericolo permanente, potendo franare
da un momento all’altro. Furono quasi tutte riempite per cura del municipio, mano a mano che
se ne presentò l’opportunità, soprattutto dopo il terremoto del 1871 198.
L’attenzione per la salute e la sicurezza delle persone compì passi importanti, anche attraverso
196
197
198
194
195
ASCG, Postunitario, s. I, n. 3, n° 10 (23 maggio 1877).
ASCG, Postunitario, s. I, n.7, n° 22 (31 marzo 1892).
ASCG, Postunitario, s. II, n. 7, n° 60 (26 dicembre 1896).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 96 (6 ottobre 1887).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 7, n° 6 (31 ottobre 1891).
60
piccoli episodi, come quello della fornace Franceschi.
Jacopo Franceschi aveva a suo tempo costruito una fornace di mattoni senza il relativo permesso e – a norma della legge sui lavori pubblici del 20 marzo 1865 – avrebbe dovuto essere
chiusa perché troppo vicina ad alcune abitazioni. Franceschi chiese comunque di poter continuare la sua attività e il Consiglio “dopo animatissima discussione” concesse tale facoltà (salva
sempre l’autorizzazione finale della prefettura) purchè chiudesse la bocchetta esistente alla fornace che si trovava di faccia alla strada per il Fitto, riaprendone un’altra dalla parte che guardava
Via dei Migliarini 199.
Risale al 1891 il regolamento di pubblica igiene, un testo importante e articolato, che istituzionalizzava finalmente decisioni in parte già previste a livello generale ma solo di rado adottate
nella prassi 200.
Le abitazioni che sarebbero sorte nel Comune dovevano essere edificate in modo che non vi
fosse difetto di aria e di luce; andavano provviste di latrine, costruite in modo da non lasciare adito
ad esalazioni dannose e infiltramenti, così come gli acquai e gli scarichi di “acque immonde e
reflui degli usi domestici” non dovevano guastare i pozzi d’acqua potabile”. Le case o parti di esse
costruite o restaurate non potevano essere abitate prima che fossero dichiarate agibili dalla Giunta Municipale, sentito l’Ufficiale Sanitario. Era vietato versare nelle strade e nelle piazze acque e
immondizie che tramandassero “fetide esalazioni”. Le stalle per gli animali da tiro e da soma da
condursi in paese dovevano essere mantenute dai rispettivi proprietari con la massima nettezza
onde la salubrità dell’aria circostante non restasse alterata dall’esalazione dei letami.
ASCG, Postunitario, s. I, n. 2, n° 213 (6 aprile 1872).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 6, n° 263 (4 settembre 1891).
199
200
61
Un tranquillo quadro politico e sociale
Insieme alle condizioni materiali, cambiarono quelle della vita sociale, pure a livello di mentalità: iniziarono a diffondersi, specie nelle famiglie più agiate, cultura e ideali borghesi. Per la
prima volta si registravano anche contrasti generazionali, come ben traspare nel caso dei Signorini, una tipica famiglia di piccoli proprietari terrieri che avevano tratto beneficio dalle allivelazioni dei beni comunali alla fine del Settecento.
Nell’aprile 1879 frate Ferdinando Signorini scriveva piuttosto scandalizzato dal suo convento
– dopo un periodo trascorso in famiglia – al fratello Bastiano per ammonirlo circa la china, a
suo dire pericolosa, che stavano prendendo i nipoti. “Quando fui a casa mi ricordo di aver gridato
della moda delle camicie senza bastina e che quei solini201 non sono da contadini o possidentucci
come noi, ma da signori. Ebbene, tanto Carlo che Placidino mi risposero che essi non ci avevano
che fare; che la Giusta (la sorella maggiore, n.d.r.) aveva cominciato a fare le camicie a quel
modo e mandare di quei solini [...] Chi ha fatto il male faccia la penitenza. La Giusta fece le
camicie alla moda e Lei l’accomodi come si sono sempre portate” 202.
La vita continuò a trascorrere all’insegna della calma, non venendo turbata da particolari fatti suscettibili di ricadute penali nè da contrasti politici forti. Soltanto all’inizio del 1871 si verificò
un episodio di notevole tensione, che tuttavia non ebbe gravi conseguenze.
Nella notte fra il 16 e il 17 febbraio un discreto numero di persone cercò d’introdursi a viva
forza nei locali della ex-Cancelleria, dove si stava tenendo una festa da ballo per il carnevale 203.
Dal 1865, a seguito della nuova ripartizione amministrativa, lo stabile aveva perso la sua ragion
d’essere, quella appunto di ospitare l’ufficio e l’abitazione del cancelliere, che fino ad allora aveva
avuto competenza sui Comuni di Guardistallo, Montescudaio, Casale e Bibbona.
L’edificio, di cui queste quattro amministrazioni risultavano comproprietarie, era stato posto
in vendita e due guardistallini, Giulio Panichi (allora facente funzioni di sindaco) e Achille Marchionneschi (consigliere), avevano proposto di acquistarlo per 6.000 lire. Forse di qui l’origine
dei fatti e le proteste di chi non voleva che nella ex-cancelleria, ancora di proprietà pubblica, si
tenesse una festa privata. Intervennero i carabinieri di Cecina e la cosa ebbe strascichi, anche se
non risulta molto dai verbali. Panichi sospese il segretario comunale, Ferdinando Bartoli, per
“incapacità e trascuratezza”, perché teneva il carteggio e gli affari riguardanti l’amministrazione
comunale nella propria farmacia ma soprattutto “per essere d’opinione contraria agli attuali
ordinamenti di cose e perciò a quella del Sindaco stesso”.
Nella successiva adunanza del 13 marzo il consigliere Toninelli – assecondato dalla maggioranza – disse che il primo cittadino avrebbe fatto meglio a richiamare il Bartoli anziché de I colletti che si aggiungevano alla camicia per indossare la cravatta.
Giuseppe Verani, “I giovani di Guardistallo sono un disastro”, in “Via Palestro 24”, IV, n°1, gennaio 2008, pp.8-9.
203
ASCG, Postunitario, s. I, n.1 (13 marzo 1871).
201
202
62
stituirlo, “specialmente poi nel giorno dopo la sommossa, perché tal procedere avrebbe potuto
far supporre essere il segretario complice dei fatti stessi”. Successivamente il Bartoli fu trovato
esente dalle colpe addebitategli e venne riammesso in servizio (adunanza del 17 luglio 1871).
Fu coinvolto anche il messo comunale, Emilio Rabatti, parimenti sospeso dal Panichi, in quanto
ritenuto corresponsabile perché nella sua bottega aveva parlato preventivamente dell’intrusione
pronunciando frasi del tipo balleranno nello stabile della ex Cancelleria, ma di questo Carnevale se ne parlerà nella Quaresima. Anche Rabatti fu poi riammesso.
L’economia continuò ad essere basata sull’agricoltura. Frumento, vino e olio restarono i prodotti fondamentali per Guardistallo e bastava la crisi di uno di essi per determinare ripercussioni
molto gravi sul tenore di vita degli abitanti, come avvenne nel 1889, a seguito dell’epidemia di
filossera. Il raccolto dell’uva subì danni ingentissimi: piccoli possidenti, operai e braccianti si trovarono in ristrettezze economiche “veramente deplorevoli ed eccezionali”, solo in parte alleviate
dalla promozione di opere di pubblica utilità come l’ampliamento del cimitero, la sistemazione
della fonte della Bellana e della via per Cecina 204.
Negli ultimi due decenni dell’Ottocento, nelle città dell’Italia centro-settentrionale cominciarono a diffondersi embrionali organizzazioni operaie, a carattere prima anarchico e poi socialista, destinate a confluire in una formazione politica nel 1892: tre anni dopo prese il nome
ufficiale di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Le campagne, tanto al nord che al sud, restarono in larghissima maggioranza estranee al fenomeno 205. Pesavano fattori oggettivi, come le
distanze, la difficoltà nella circolazione delle idee, il carattere conservatore esercitato dal clero e
dai consolidati equilibri sociali.
In Toscana la diffusione del sistema mezzadrile consentiva un tenore di vita assai superiore,
specialmente a paragone delle desolate campagne del Sud. Questo spiega la sostanziale staticità
del quadro politico anche a Guardistallo, dove però a metà degli anni Ottanta si costituì una Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai. Quest’ultimo termine non va inteso nell’accezione odierna,
visto fra l’altro che di industrie – anche di piccole dimensioni – non ne esistevano. Allora erano
chiamati operai coloro che prestavano la propria “opera”, generalmente nell’agricoltura come
braccianti, oppure nelle costruzioni di edifici o in lavori pubblici o privati: molto spesso per estensione si indicavano così tutti i lavoratori manuali, privi fra l’altro di una copertura assicurativa e
di un sistema pensionistico. Le società di mutuo soccorso trovavano la loro ragion d’essere proprio
nella necessità, sempre più avvertita, di colmare questo vuoto potenzialmente drammatico.
I soci, mediante un contributo mensile, costituivano un fondo con cui soccorrere i compagni
che per malattia si fossero resi inabili al lavoro, provvedendo altresì ai bisogni degli orfani e a
quelli della vecchiaia. A differenza delle organizzazioni di area anarchica o socialista, le società
di mutuo soccorso non avevano un connotato politico o classista e accoglievano al loro interno
ASCG, Postunitario, s. I, n. 6, n° 170 (30 settembre 1889).
Diverso il caso dei maggiori centri urbani vicini, come Cecina, dove anarchici e socialisti, per quanto scarsi di numero, risultavano assai attivi: cfr. Ilio Nencini, Cecina. Sociabilità e rivoluzione (1848-1907), ETS, Pisa, 2007.
204
205
63
borghesi e proletari. Questo spiega perchè la costituzione della Società guardistallina sia stata
agevolata da uno dei più importanti proprietari terrieri del paese, Virgilio Marchionneschi, il quale donò all’ente appena formato due stanze come sede (in luogo detto La Nave, odierna Farmacia
comunale) per riunioni e attività varie 206.
Scopi della Società erano, secondo l’articolo 2 dello statuto 207, “la fratellanza ed il mutuo
soccorso degli operai, l’istruzione ed il benessere tanto morale che materiale”. Si componeva
per lo più “di operai, capi di negozio o d’industria dall’età di anni quindici ai cinquantacinque
anni”; aveva per emblema una bandiera trasversalmente bianca e verde con scritto il nome della
Società, che doveva servire a ricordare ai componenti “l’amore per il proprio sodalizio, la dignità,
l’onore civile e il dovere”.
Oltre ad una tassa di ammissione, di ammontare diverso e crescente in base all’età, ciascun
membro versava una quota mensile di 50 centesimi; in caso di malattia aveva diritto ad un sussidio di una lira al giorno fino a un massimo di 90 giorni. Il 10% dei contributi mensili e i frutti del
capitale sociale andavano a costituire il fondo pensioni (15 lire al mese), alle quali si aveva diritto
dopo i 70 anni di età e a patto che si fosse stati soci dell’istituzione per almeno un quindicennio
consecutivo. La Società era diretta, rappresentata e amministrata da un Consiglio composto di
un presidente, un vice-presidente, un segretario, un cassiere, due revisori dei conti, un consultore
medico e cinque consiglieri, cariche tutte elettive.
Atto del notaio Rinaldo Giusteschi, Pisa, 26 aprile 1886: Archivio Eredi della Famiglia Marchionneschi, Villa Elena, Guardistallo.
Statuto della Società di Mutuo Soccorso fra gli Operai di Guardistallo, Tipografia Sborgi, Volterra, 1893: Archivio Eredi della Famiglia
Marchionneschi, Villa Elena, Guardistallo.
206
207
64
La Filarmonica e il Teatro
Guardistallo fu uno dei primi paesi del circondario di Volterra a dotarsi di una Banda musicale, attiva fin dal 1859: solo Castagneto poteva vantare una tradizione più antica, e non di
molto del resto (1852) 208. Negli anni del Governo Provvisorio toscano si rese assai benemerita,
solennizzando le date politicamente più importanti, tanto da essere segnalata all’attenzione del
Barone di ferro, il presidente del Consiglio Bettino Ricasoli, “il quale – si legge in una delibera
del 1899 – con atto munificentissimo andato disgraziatamente smarrito per decorso di tempo,
dichiarò la Banda di patronato comunale” 209.
Per tutto il corso degli anni Sessanta il municipio sovvenne la Filarmonica allo scopo di promuoverne lo sviluppo e l’incremento. “Lo studio della Musica – si può leggere ad esempio nella
motivazione per il rinnovo dello stipendio al maestro di musica nel 1867 – ingentilisce gli Animi
e torna di decoro al Paese” 210. Nel 1870 si registrò tuttavia una grave crisi: la maggior parte dei
bandisti non interveniva più alle lezioni nè agli esercizi, il che comportò lo scioglimento temporaneo della Filarmonica 211, o meglio la sua messa a riposo.
Riprese l’attività otto anni dopo 212 e il Comune gli concesse a tempo indeterminato un vasto
locale per la sede e le lezioni in via dell’Erbaio. Nell’aprile 1879 la Filarmonica fu intitolata al
principe ereditario (il futuro Vittorio Emanuele III) per cui – una volta ottenuto il benestare della
Real Casa – prese il nome di “Banda Musicale Principe Vittorio Emanuele”. Da allora in poi i
bandisti vestirono anche un’uniforme, consistente “in una tunica di panno turchino scuro, ad un
sol petto, corta, con ghiglie di lana bianca trasversali a scheletro sul petto e con mostreggiature
rosse filettate di bianco al colletto e all’estremità delle maniche; pantaloni dello stesso panno
con strisce rosse filettate di bianco dal lato esterno; berretto a callotta con ciuffo di penne rosse
nel centro, cadenti a pioggia in modo da nascondere la metà superiore del berretto; sciabola con
vagina di cuoio” 213.
La Filarmonica interveniva in varie occasioni, come il 14 marzo (nascita di Sua Maestà il Re),
la festa dello Statuto (prima domenica di giugno) e in altre solennità, nonchè per le solennità
patronali e la fiera del bestiame. Rappresentava un grande momento di aggregazione e l’unica
possibilità per la maggioranza dei guardistallini di apprezzare famosi brani della lirica e melodie
popolari. Svolgeva dunque una funzione non soltanto ricreativa ma anche sociale e culturale e la
208
Luciano Bezzini - Giacomo Pantani, La Filarmonica Comunale di Castagneto Carducci nel 150° anniversario della fondazione, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2002.
209
ASCG, Postunitario, s. II, n. 7, n° 237 (3 febbraio 1899).
210
ASCG, Postunitario, s. I, n.1, pp.15-16 (23 maggio 1867).
211
ASCG, Postunitario, s. I, n.1 (22 aprile 1870).
212
ASCG, Postunitario, s. I, n.3, n° 54 (28 ottobre 1878).
213
ASCG, Postunitario, s. I, n.3 (28 aprile 1879).
65
sua presenza allietava la vita di tutta la comunità 214.
“L’istituzione filarmonica di questo luogo – si legge non a caso in uno dei verbali delle delibere – è la più antica e la più reputata di tutti i dintorni. E’ una gloriosa tradizione a cui il popolo
è attaccatissimo come a un’idea religiosa e di famiglia in mezzo alla quale è cresciuto e vissuto;
non potrebbe certamente abbandonarla senza grave rammarico e forse senza esagerazioni. E di
fatti chi può negare che la musica non sia un civile ornamento, una onesta ricreazione, un mezzo
facilissimo ed efficacissimo per ingentilire gli animi e i costumi del popolo?” 215.
La nascita nel 1879 della Società Filarmonica dei Concordi a Casale 216, stimolò anche l’emulazione e il senso di appartenenza, come dimostrò l’episodio del concorso per il carnevale di Pisa
del febbraio1883 217. In quella circostanza i suonatori casalesi ottennero il premio speciale di
200 lire, messo a disposizione dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, riservato
a quel corpo musicale che “munito per intero di strumenti di fabbriche nazionali” si fosse più
distinto nel concorso. Era una somma cospicua, il cui importo per giunta eguagliava il primo
premio, attribuito alla migliore esecuzione strumentale, nella quale i guardistallini si classificarono quarti.
La “Banda Musicale Principe Vittorio Emanuele” si sentì defraudata, perchè anch’essa possedeva strumenti di fabbricazione nazionale e aveva avuto una segnalazione di merito, cosa che
non poteva dirsi di Casale. Già il giorno seguente venne steso e inviato un ricorso al presidente
e ai componenti del comitato della Società del carnevale pisano nel quale si leggeva: “il Giury
delegato dal Comitato non poteva nè può in alcuna maniera assegnare ad altri quello che di
pieno diritto spetta alla Banda di Guardistallo trasgredendo così palesemente al concetto cui era
informata la collazione di detto premio per conto del Ministero”. Virgilio Marchionneschi scrisse
lettere di protesta a molti deputati toscani, interessando in particolare Ulisse Dini, illustre matematico della Scuola Normale, e Giuseppe Toscanelli, figura di spicco del liberalismo moderato:
tuttavia non ottenne risultati apprezzabili.
Marchionneschi si era già fatto promotore di varie iniziative. Erede di un cospicuo patrimonio
familiare, fu sempre animato dal desiderio di distinguersi e di lasciare ricordi tangibili di sè: per
farlo contribuì in maniera concreta e rilevante allo sviluppo della realtà guardistallina.
Consigliere comunale dal 1871, si offrì di restaurare a proprie spese il selciato della spiazzo
che si trovava lungo la via Palestro, in prossimità della Chiesa della Compagnia, purchè il Consiglio acconsentisse che la piazzetta prendesse il suo nome. Considerando che tale proposta – per
quanto un pò eccentrica – favoriva comunque l’interesse del Comune, fu approvata all’unanimità 218.
214
Per l’elenco dei musicanti fra ‘800 e ‘900: Giovanna Selvi, Il teatro Marchionneschi. Arte e musica in 124 anni di Storia, in “Via Palestro 24”, III, n°3, luglio 2007, pp.8-10.
215
ASCG, Postunitario, s. I, n. 5, n° 35 (23 dicembre 1885).
216
Cfr. Gabriele Paolini, La Filarmonica di Casale, Comune di Casale Marittimo, Cecina, 2008.
217
Su tutta la vicenda fanno luce i vari documenti conservati presso gli Eredi della Famiglia Marchionneschi, a Villa Elena, in Guardistallo.
218
ASCG, Postunitario, s. I, n. 3, n° 5 (1° ottobre 1879).
66
A partire dal 1877 fece iniziare all’ingresso del paese la costruzione di un grande palazzo,
destinandolo ad abitazione sua e della famiglia: prese il nome di Villa Elena, “edificio di bellissima architettura e pregevole monumento artistico” 219. Nel 1882 chiese la cessione del muro
di proprietà comunale che proteggeva la strada detta della Chiesa, obbligandosi a mantenerlo
perpetuamente in buono stato purchè gli fosse concesso di rialzarlo per isolare e difendere la villa.
La richiesta fu accolta a condizione di non servirsi del muro per erigere fabbricati 220.
I Marchionneschi avevano sostenuto la Banda musicale fin dai suoi primi passi e per darle
un concreto appoggio promossero, insieme ad altri cittadini, la costruzione di un teatro e di una
società teatrale “allo scopo non tanto di vedere in certe circostanze ravvivato il paese, quanto
ancora per far prendere un passo più veloce al progresso civilizzatore”, come si può leggere nel
relativo rogito, redatto dal notaio Emilio Giudici in Cecina il 13 novembre 1883 221. Il teatro doveva rispondere “all’unico oggetto di supplire ai bisogni della Banda, riversando a di lei favore
tutto l’introito netto da ogni detrazione di spese, mantenimento, restauri, imposte ecc. ricavabili
dal teatro stesso”.
Per far fronte alle ingenti spese Virgilio Marchionneschi non si risparmiò e chiamò a raccolta
parenti e amici: Antonio Toninelli, Giovan Battista Marchionneschi, Tommaso Marchionneschi,
Giuseppe Marchionneschi, Pietro Marchionneschi, Giannina Bartoli, Guglielmo ed Emilio Marchionneschi, Enrico Toninelli, Luigi Nardini. Il sito scelto fu la parte finale di Via Palestro, tra la
Carbonaia e il Castello.
Virgilio si assunse l’obbligo e la responsabilità di far costruire l’edificio in modo decente,
proporzionato alla popolazione, con 11 palchetti e un loggione e di completarlo “fino al punto di
andare in scena consegnando come suol dirsi le chiavi in mano”, a condizione che gli venissero
pagate dagli altri soci 8.000 lire. Sovraintese ai lavori di persona e tanto si entusiasmò che in corso
d’opera decise di aumentare vistosamente il numero dei palchetti, realizzandone ben 25, disposti
su due ordini. La somma finale necessaria toccò le 16.000 lire e l’animoso Marchionneschi tirò
fuori di tasca propria le mancanti 8.000. Come ricompensa chiese ed ottenne di avere due palchetti e di poter dare il proprio nome al teatro, murandovi all’ingresso una lapide commemorativa.
Il risultato finale fu “piacevole e sfarzoso sotto ogni punto di vista”: un’opera tanto importante
e pregevole da ritenersi quasi impossibile in un piccolo paese di provincia. Il teatro venne inaugurato il giorno 11 agosto 1883 sotto i migliori auspici, “per l’eleganza e ricchezza dell’edificio, per
la ricchezza delle decorazioni e per le immense ovazioni popolari” a cui venne fatto segno 222.
Pochi mesi dopo si costituì la Società Teatrale, composta da tutti coloro che avevano sostenuto
le spese di costruzione dell’edificio. Suo scopo, fissato all’articolo 1 del regolamento 223, quello di
Storia delle famiglie illustri italiane, A spese dell’editore Ulisse Diligenti, Firenze, 1883, dispensa senza numero.
ASCG, Postunitario, s. I, n. 4, n° 31 (10 ottobre 1882).
221 Documento intitolato Cessione e costituzione di Società Teatrale: Archivio Eredi della Famiglia Marchionneschi, Villa Elena, Guardistallo.
222
Storia delle famiglie illustri italiane, cit.
223
Regolamento della Società del Teatro Virgilio Marchionneschi di Guardistallo: Archivio Eredi della Famiglia Marchionneschi, Villa
Elena, Guardistallo.
219
220
67
“fare degli incassi di somme con spettacoli, musiche ed altri divertimenti” all’oggetto di mantenere perfettamente funzionante il teatro e di destinare le somme residue alla Banda musicale.
Ciascun socio ricevette in proprietà un palco: non poteva essere ceduto e passava in eredità ai
rispettivi successori legittimi. La Società aveva un presidente, due consiglieri effettivi e due supplenti, un cassiere, un segretario, mentre un provveditore era incaricato dell’amministrazione
del teatro.
68
La crisi di fine secolo
Con decreto del 15 settembre 1895, il Regio Governo nominò sindaco Carlo Bartoli. Al momento d’insediarsi pronunciò un discorso, nel quale erano contenuti passi come questo. “Capo
della pubblica amministrazione, esigerò che ogni servizio proceda per quanto lo concede l’ambiente, con la massima regolarità, non accettando l’ingerenza di persone estranee all’amministrazione. Ufficiale di governo, non conoscerò che il mio dovere dinnanzi la legge, la quale saprò
far ben rispettare con l’autorità che dal Governo stesso mi è stata data” 224. La sua attività di primo
cittadino coincise invece con un periodo di grave crisi amministrativa e s’intrecciò alle vicende di
una discussa arteria stradale.
Nella primavera del 1896 il municipio di Castagneto avanzò una petizione al Consiglio Provinciale per la sollecita costruzione di una nuova via che staccandosi da quella detta del Commercio (da Ponsacco a Riparbella) e varcando con un ponte il fiume Cecina presso la stazione
ferroviaria di Riparbella, proseguisse per Montescudaio, Guardistallo, Casale, Bibbona, Bolgheri,
Castagneto e Campiglia fino all’incrocio con la Via di Val di Cornia.
Era una proposta di cui si parlava da tempo e che finalmente sembrava incontrare le condizioni favorevoli per essere realizzata: il Consiglio Provinciale l’aveva già messa all’ordine del
giorno e si accingeva a discuterla. L’amministrazione guardistallina, chiamata ad esprimersi,
non ebbe difficoltà a riconoscere l’utilità grandissima che la progettata estensione stradale – già
denominata nei pubblici dibattiti Via dei Colli Maremmani – avrebbe arrecato all’agricoltura e al
commercio di tutto il circondario di Volterra.
Alcuni consiglieri si associarono alle valutazioni del sindaco ma osservarono che un ponte sul
fiume Cecina nei pressi della stazione ferroviaria di Riparbella non sarebbe stato di nessuna utilità per Guardistallo; allacciando poi la nuova strada alla Via del Commercio presso San Martino,
si sarebbe avvicinata troppo alla Via Emilia. Era molto più opportuno che la Via del Commercio
prendesse una nuova direzione a partire dal paese di Riparbella attraversandone le pendici a sudest per sboccare sulla Via Salaiola e la ferrovia nelle vicinanze di Casino di Terra. Così si otteneva
l’intento che il ponte passasse circa a metà del tratto fra quello di Cecina e l’altro di Ponteginori
225
.
Il 30 luglio 1896 il Consiglio pisano approvò la costruzione della via dei Colli Maremmani,
della cui spesa la Provincia si sarebbe fatta carico per due terzi, mentre i Comuni interessati
avrebbero coperto la rimanenza con rate annuali.
Nei due anni seguenti vennero portati a termine gli studi definitivi sul tracciato e per la costruzione del ponte venne scelta la località detta “Cecina Morta” in prossimità della Gerbia, fra
Riparbella e Montescudaio. Buona parte dei guardistallini accolse con estremo fastidio tale scelta
ASCG, Postunitario, s. I, n. 7, n° 159 (10 ottobre 1895).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 7, n° 185 (20 marzo 1896).
224
225
69
e cercò di far recedere il Consiglio provinciale da quanto stabilito: il ponte andava costruito nei
pressi di Casino di Terra, altrimenti il Comune doveva rifiutarsi di partecipare alla spesa non solo
di esso ma anche della strada. Il sindaco fu dello stesso parere e il Consiglio decise a maggioranza
di rifiutare “nel modo più reciso” qualunque esborso se la richiesta non fosse stata accolta 226.
Nello stesso periodo entrò in vigore la nuova legge comunale e provinciale (regio decreto
n°346 del 29 luglio 1896), basata su due punti cardine: estensione notevole del corpo elettorale
ed elettività del sindaco, nominato non più dal governo centrale ma dai consiglieri comunali a
scrutinio segreto.
Probabilmente questa recente innovazione ebbe un peso nella crisi amministrativa prodottasi
tre mesi dopo a Guardistallo. Nella seduta del 19 agosto 227 Virgilio Marchionneschi si dimise da
assessore, e con lui il collega Giovan Battista Lotti. Come si legge nel verbale, gli sembrava indecoroso ricoprire una carica unicamente di nome, mentre il sindaco faceva e disfaceva a proprio
talento senza interpellare la giunta o, se interpellata, non tenendo conto delle sue raccomandazioni.
Attaccava a fondo e duramente l’operato del sindaco, parlando di assenza di criteri “necessari per tutelare l’interesse morale e materiale degli amministrati”. Bartoli, senza interpellare la
giunta nè per l’opportunità nè per il modo, faceva eseguire lavori alle strade spendendo somme
ragguardevoli e senza che vi fosse neppure una deliberazione consiliare di riferimento. “Altro il
nostro modo di amministrare – concludeva Marchionneschi – , tutto corrispondente all’economia che esige il bilancio. Noi, spinti dal vivo desiderio di essere uniti, abbiamo cercato di portare
pace laddove si voleva ostilità; oggi quasi ci pentiamo di aver agito così”.
Il sindaco cercò di giustificare le sue scelte, ma gli assessori non vollero sentire ragioni e si
dimisero ugualmente. Bartoli allora aprì le votazioni per individuare due nuovi componenti della
Giunta. Virgilio Marchionneschi ottenne 6 voti e risultò eletto; Lotti 4 e non erano sufficienti; Bartolo Bartoli 2. Altra votazione con esito identico, nulla di fatto. Alla terza, Bartolo Bartoli ottenne
5 voti e Lotti 3. Marchionneschi disse di non accettare la conferma ed anzi minacciò di dimettersi
pure da consigliere comunale, quindi abbandonò la sala insieme a Lotti e Giusto Gennai.
Il sindaco e i consiglieri dichiararono di non accettare le dimissioni di Marchionneschi da
nessuna delle due cariche ma alla successiva seduta, tenutasi il 28 settembre, risultarono presenti
solo il sindaco, Bartolo Bartoli e due consiglieri. Oltre a Virgilio Marchionneschi, mancavano
dieci consiglieri 228. Evidentemente buona parte di costoro avevano trovato valide le dimissioni
degli assessori e accettavano di aprire una crisi per sfiduciare il sindaco.
Il 3 ottobre, alla nuova adunanza 229, risultarono presenti oltre al sindaco sette consiglieri:
Bartolo Bartoli, Giovan Battista Lotti, Guido Tarchi, Giusto Gennai, Gaetano Marchionneschi,
Virgilio Marchionneschi, Guglielmo Marchionneschi. Assenti, Emanuele Tarchi, Arcangiolo To ASCG, Postunitario, s. I, n. 7, n° 197 (16 maggio 1898).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 8, n° 26 (19 agosto 1898).
228
ASCG, Postunitario, s. I, n. 8, n° 38.
229 ASCG, Postunitario, s. I, n. 8, n° 40.
226
227
70
ninelli, Ambrogio Salvadori, Antonio Bernardini, Tommaso Marchionneschi, Emilio Marchionneschi, Raffaello Matteucci.
All’ordine del giorno c’era la richiesta, avanzata da cinque consiglieri (nel verbale non sono
riportati i nomi), di destituzione del sindaco. Il primo cittadino si ritirò chiedendo che l’affare
fosse tenuto in seduta pubblica ma i consiglieri non approvarono. Presiedette allora l’adunanza
Virgilio Marchionneschi come consigliere anziano.
Esordì Lotti insistendo perchè una deliberazione fosse presa, se non altro per far conoscere
all’ superiore autorità i sentimenti del Consiglio a riguardo del sindaco. Bartolo Bartoli si oppose
alla destituzione del primo cittadino perchè di nomina regia: non gli sembrava possibile che il
Consiglio comunale potesse togliere una autorità che emanava dal Capo dello Stato. Tuttavia,
come intimo parente dell’interessato, decise di allontanarsi dalla sala, non credendo opportuno
assistere alla discussione in merito; Guglielmo Marchionneschi fece altrettanto, perchè pure lui
imparentato con il sindaco. La discussione proseguì dunque con solo cinque consiglieri.
Lotti sostenne che se i Consigli comunali non avessero avuto la facoltà di destituire i sindaci,
ancorchè di nomina regia, il Sotto Prefetto non avrebbe neppure autorizzato l’adunanza, del cui
oggetto era stato come da prassi informato in anticipo. Dette quindi lettura del fatidico ordine
del giorno, dal quale si apprende che il sindaco aveva subito un grave rovescio economico e che
pertanto – a giudizio dei firmatari – non poteva più serenamente attendere all’amministrazione
comunale, per la quale occorrevano “menti quiete, non disturbate da dissesti finanziari”.
A questo si aggiungeva “il brutto sistema di agire in modo dispotico”, senza mai tenere conto
dei consigli e delle giuste osservazioni degli assessori, con risultati nefasti. A causa delle spese
sconsiderate, mancavano in cassa denari sufficienti per pagare gli operai che avevano lavorato
alla manutenzione viaria e all’ampliamento del cimitero. Bisognava mendicare somme per evitare disordini da parte degli stessi operai, mentre per interessi privati (non è chiaro quali fossero,
ma probabilmente vi era implicato il sindaco o suoi parenti) si ritardava la riscossione di crediti
dovuti al Comune. “In conclusione – terminava Lotti – chiaramente si appalesa un disordine
amministrativo. Chiediamo la destituzione del sindaco come causa unica del disordine amministrativo”. La proposta venne approvata in modo unanime.
L’eccezionalità della situazione determinò la nomina da parte governativa di un commissario
straordinario, incaricato non soltanto di gestire gli affari municipali fino allo svolgimento di
nuove elezioni, ma anche e soprattutto di rimediare ai dissesti finanziari e di revocare la delibera
con la quale si era rifiutato ogni pagamento per la strada dei Colli Maremmani se il ponte non
fosse stato costruito nei pressi di Casino di Terra. Questa decisione del Consiglio guardistallino
aveva infatti paralizzato tutte le operazioni relative alla nuova arteria e nei Comuni vicini cresceva un forte malcontento.
Un regio decreto del 30 ottobre 1898 sciolse il Consiglio comunale di Guardistallo e nominò
Stefano Cristiani, addetto alla prefettura di Pisa, Commissario Straordinario per l’amministrazio-
71
ne provvisoria fino all’insediamento del nuovo Consiglio 230.
Cristiani prese ufficialmente possesso della carica il 10 novembre e la situazione che si trovò
di fronte era tale da far tremare le vene ai polsi: così almeno la dipinse nel discorso con cui si
accomiatò dai guardistallini nel febbraio seguente 231. “Servizi pubblici paralizzati; attriti con
le superiori autorità; attriti con i comuni viciniori; serie minacce di perturbamento dell’ordine
pubblico; finanza esaurita e disavanzo di circa 12.000 lire; infine errori, favoritismi, sperperi ed
arbitri per ogni dove e con danno un pò di tutti, amministrazione e amministrati”.
Il commissario cercò di rimpinguare le casse comunali “con misurate economie, tassazioni
convenientissime, recuperi di credito” ma dovette comunque ricorrere alla contrazione di un mutuo di 12.000 lire. Si dedicò poi al “ristabilimento della più completa calma e tranquillità” tanto
in paese quanto con le popolazioni confinanti, provvedendo a ritirare la delibera incriminata e
varandone una nuova 232. In essa, richiamandosi a quanto deciso inizialmente dagli amministratori guardistallini nel marzo 1896, definì quello contratto allora “un vero e proprio impegno
morale verso i Comuni interessati e verso la Provincia”.
La scelta della Gerbia era stata motivata da ragioni oggettive, quali la sua posizione intermedia fra i ponti di Cecina e di Ponteginori, l’inalveamento diretto del fiume, lo stato vantaggioso
delle sponde, l’abbondante provvista di tutti i materiali occorrenti alla costruzione del ponte. Ritirando l’adesione, i consiglieri erano sembrati guidati – più che da vere minacce per la prosperità
di Guardistallo – da “bizze personali” e forse da “bassi interessi privati”. Tacendo della somma
utilità della nuova strada e dell’urgenza che i lavori iniziassero per dare sicura occupazione agli
operai dei dintorni messi a dura prova dalle tristi annate e dalle scarse risorse locali, “l’insano
atto consiliare” aveva causato serie minacce di turbamento dell’ordine pubblico, a stento scongiurato grazie “alla previggente oculatezza delle Superiori Autorità ed alla prudenza lodevole
della stessa classe operaia rimasta sorda alle sobillazioni e provocazioni di pochi sconsigliati”.
Pertanto alla vigilia di Natale il commissario revocò in ogni sua parte e a tutti gli effetti di legge
la delibera del 16 maggio, confermando il concorso pro quota ad un terzo della spesa per la
costruzione della strada e del ponte.
All’inizio di febbraio si tennero le elezioni comunali e risultarono eletti i seguenti consiglieri:
Faccini Gualberto, Marchionneschi Pietro, Marchionneschi Virgilio, Tarchi Giraldo, Lotti Giovan
Battista, Candullo Leonardo, Marchionneschi Angiolo, Bartoli Alfredo, Tarchi Flaminio, Marchionneschi Giustino, Aiazzi Livio, Meardi Cammillo, Gucci Vittorio, Tarchi Desiderio, Toninelli
Arcangelo 233.
Il giorno 11 febbraio il Consiglio appena insediato procedette all’elezione del sindaco, individuato nella persona di Gualberto Faccini, con 11 voti su 13. Faccini aveva ricoperto in passato la
carica di esattore comunale e la sua nomina, per certi aspetti tecnica, volle anche sottolineare la
232
233
230
231
ASCG, Postunitario, s. I, n. 8 (12 novembre 1898).
ASCG, Postunitario, s. I, n. 8, n° 41 (11 febbraio 1899).
ASCG, Postunitario, s. II, n. 7, n° 209 (24 dicembre 1898)
ASCG, Postunitario, s. I, n. 8, n° 41 (11 febbraio 1899).
72
fine delle tensioni del recente periodo: tanto i Bartoli che Virgilio Marchionneschi restarono infatti
fuori dalla Giunta 234.
La crisi amministrativa, dai possibili esiti nefasti, si concluse dunque in breve tempo e positivamente con l’elezione per la prima volta del sindaco da parte del consiglio. Un’ulteriore tappa
nel processo di democratizzazione della vita pubblica italiana, che nel corso del Novecento avrebbe conosciuto drammatici arresti ed esaltanti riprese.
ASCG, Postunitario, s. I, n. 8, n° 42.
234
73
L’archivio storico comunale, oggi
La sezione preunitaria dell’Archivio Storico Comunale di Guardistallo costituisce uno specchio fedele delle vicende politiche, amministrative e giudiziarie ripercorse nelle pagine precedenti, così come della centralità che in il paese rivestì nei confronti delle altre località della zona per
circa un secolo.
Infatti, oltre alle carte della Comunità e della Mairie di Guardistallo, cioè quelle comunali
propriamente dette (in tutto 56 unità archivistiche fra filze e registri235), vi si conservano altri otto Fondi prodotti da Istituzioni diverse, tanto amministrative, come le Cancellerie, quanto
giudiziarie, come i Vicariati e le Podesterie, competenti su un territorio ben più esteso di quello
guardistallino.
In primo luogo si possono citare i documenti della Podesteria di Guardistallo, un totale di 53
filze che coprono il periodo 1772-1838. Fu però con l’istituzione della Cancelleria, nel 1837, che
si formò la maggior parte del complesso documentario ancora oggi presente in Archivio.
Il Cancelliere aveva infatti fra gli altri compiti quello di conservare tutte le carte prodotte dalle
Comunità e dagli altri uffici statali presenti nel territorio di sua competenza.
Questo spiega la presenza di Fondi come quelli della Podesteria di Bibbona (1738-1772, 4 unità), del Vicariato di Montescudaio (1755-1790, 6 unità), delle Giudicature di Pace di Campiglia e
Guardistallo (1811-1814, 2 unità), del Vicariato e della Podesteria di Castagneto (1640-1834, con
ben 42 filze di documenti giudiziari), così come di quelle carte già facenti parte della Cancelleria
di Campiglia (1782-1819, 5 unità) e di Rosignano (1826-1836, 5 unità) ma riguardanti i territori poi divenuti di competenza della nuova Cancelleria di Guardistallo236. I documenti furono
divisi in otto categorie, così ripartite: Imposizioni, Contabilità, Amministrazione, Estimo Vecchio,
Nuovo Catasto, Livelli, Mairie, Atti Civili e Criminali.
L’attuale assetto degli archivi locali è quindi “frutto della scomposizione e dello smembramento, avvenuto dopo l’Unità, dei più ampi complessi documentari che erano unitariamente
conservati dai Cancellieri comunitativi insediati nel territorio”237. Fu fra il 1865 e il 1870 che le
carte prodotte dai vari Municipi vennero loro rimesse, mentre documenti come quelli dell’Estimo
e del Catasto presero la via dei rispettivi Archivi di Stato provinciali.
Gli atti giudiziari dovevano essere versati alle Preture di zona, cioè a Cecina per quanto riguardava Guardistallo e Castagneto: tuttavia essi confluirono invece nel patrimonio documenta235
Non mancano delle lacune, dovute alle alterne vicende a cui (al pari di tutti gli altri Archivi Storici Comunali) è stato sottoposto il materiale documentario nel corso dei decenni. Si segnala in particolare la mancanza dei registri delle Deliberazioni relativi agli anni 1861-1866 e delle
filze di lettere ricevute dal Gonfaloniere negli anni Cinquanta dell’Ottocento.
236
I versamenti di tutte queste carte sono puntualmente documentati in ASCG, Cancelleria di Guardistallo, busta 28, inserti vari, n.19 in
particolare.
237
Sovrintendenza Archivistica per la Toscana, Gli archivi storici comunali della Provincia di Livorno, a cura di Sandra Pieri, Provincia
di Livorno, Pisa, 1996, p.19.
238
A. Porciani, Archivio storico preunitario del Comune di Rosignano Marittimo, cit., p.XVII.
74
rio del Comune di Guardistallo, erede in questo caso della locale Cancelleria soppressa nel 1865.
Questa mancata consegna fu provvidenziale, poiché ne ha determinato la salvezza. Se i documenti fossero stati trasferiti a Cecina, come avvenne ad esempio per quelli degli ex tribunali
di Rosignano, sarebbero andati completamenti distrutti durante i bombardamenti che nel corso
della Seconda Guerra Mondiale si abbatterono sugli edifici che ospitavano la Pretura238.
Nell’Archivio Storico Comunale di Guardistallo si conservano pure delle importanti fonti a
stampa: è il caso delle Leggi e Bandi, che raccolgono tutta la legislazione toscana emanata fra
il 1814 e il 1860.
Le lacune dovute ai volumi mancanti239 possono essere facilmente colmate ricorrendo ad
un’altra opera presente, il Repertorio del dritto patrio toscano, pubblicato in 21 tomi fra 1837 e
1854240, che raccoglie alfabeticamente, in maniera “ragionata”, le norme fondamentali di tutto
il diritto toscano allora in vigore. Da segnalare pure le Ricerche statistiche sul Granducato di
Toscana, 5 tomi usciti fra 1848 e 1854 a cura di Attilio Zuccagni Orlandini. Si tratta quindi di
una serie di opere utilissime e preziose non solo per la storia locale ma per quella più generale
relativa alla nostra regione fra Settecento e Ottocento.
In tal modo l’Archivio Storico Preunitario del Comune di Guardistallo si segnala fra gli altri
delle Provincie di Pisa e Livorno per la ricchezza e la vastità dei documenti da esso conservati, soprattutto per quelli di natura giudiziaria, che dopo essere scampati alle devastazioni della guerra
e all’oblio del tempo, sono ora a disposizione degli studiosi e della collettività.
239
Mancano infatti i volumi relativi ai seguenti anni: 1821, 1823, 1826, 1828, 1830-1831, 1835-1836, 1839, 1844-1845, 1847, 1848 (solo il
secondo semestre), 1852-1858, 1859 (solo il periodo 1 gennaio-14 maggio).
240
Mancano soltanto i tomi 9 e 10. Da segnalare infine la raccolta pressochè completa delle leggi emanate durante il Regno d’Etruria: ASCG,
Podesteria di Guardistallo, filza 22.
75
76
Documenti
tratti dall’archivio storico comunale
di Guardistallo
(sezione preunitaria)
77
1
Beni di proprietà della Comunità di Guardistallo
concessi a livello a più e diverse persone 99
anno 1786
Giuseppe Gini
Perito Agrimensore
Estensione Tipo della terra
Livellari
5
100
80
173
50
30
15
111
63
50
157
195
195
27
30
60
22
12
53
18
12
15
147
231
196
188
1888
lavorativa soda
lavorativa soda
lavorativa soda
lavorativa nuda
boschiva
lavorativa
lavorativa nuda
lavorativa
boschiva
lavorativa nuda
macchiosa
macchiosa
macchiosa
lavorativa nuda
boschiva
macchiosa
Lavorativa
lavorativa
lavorativa nuda
macchiosa
lavorativa e soda
boschiva
macchiosa
macchiosa lavorativa
boschiva
macchiosa
Angelo Arzilli
Antonio Bambi e Soci
Angelo Maria Bartoli
Pietro Bartoli
Pietro Bartoli
Vincenzo Bartoli
Giuseppe Biondi
Domenico Bizzarri
Giuseppe Ciliegioli
Rosa Cristofani
Domenico Fantacci
Giuseppe Franceschi
Sante Franceschi
Iacopo Gani
Lorenzo Gremigni
Carlo Guerrini
Giovanni Lazzeroni
Antonio Lessi
Giuseppe Lessi
Bartolomeo Maffi
Bartolomeo Maffi
Giovanni Malerbi
Francesco Mannari
Giuliano Marchionneschi
Giuliano Marchionneschi
Giuliano Marchionneschi
Lorenzo Marchionneschi
99
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Livelli e Campioni, registro 1. Le misure, arrotondate dei decimali, sono espresse in staiate.
Una staiata equivale a 1666 metri quadri. I terreni appartenenti allo stesso proprietario sono stati raggrupati insieme e la loro estensione sommata;
nel registro le piante e le indicazioni riguardano invece ogni singolo appezzamento.
78
113
36
218
417
35
18
16
77
144
12
150
60
47
43
45
59
492
40
54
135
40
36
18
15
17
195
56
lavorativa nuda
boschiva
lavorativa soda
macchiosa
lavorativa
macchiosa
boschiva
lavorativa soda
lavorativa
boschiva
lavorativa nuda
boschiva
lavorativa soda
lavorativa
boschiva
macchiosa
macchiosa
lavorativa
boschiva
macchiosa
lavorativa
boschiva
lavorativa
macchiosa
lavorativa
macchiosa
lavorativa nuda
79
Lorenzo Marchionneschi
Michelangelo Marchionneschi
Natale Marchionneschi
Silvestro Marchionneschi
Silvestro Marchionneschi
Luigi Matteucci
Luigi Mori
Carlo Nardini
Angelo Nencini
Francesco Nencini
Tommaso Nencini
Tommaso Nencini
Sebastiano Parietti
Giuseppe Salvadori
Sebastiano Signorini
Antonio Toninelli
Francesco Toninelli
Francesco Toninelli
Francesco Toninelli
Antonio Ulivieri
Antonio Ulivieri
Antonio Ulivieri
Girolamo Ulivieri
Tommaso Ulivieri
Tommaso Ulivieri
Gio. Domenico Valorini
Gio. Domenico Valorini
2
Dazzaiolo che contiene tutti i debitori della Tassa di Macine
della Comunità di Guardistallo nell’anno 1808 100
Bambi Bonifacio
Barbagli Francesco
Barbagli Santi
Bartoli Giovanni
Bartoli Giuseppe
Bartoli Lorenzo
Bartoli Pietro
Bartoli Pietro Bartoli Vincenzo
Benci Felice
Benci Giovanni
Benedetti Michele
Billi Jacopo
Bini Antonio
Biondi Pietro
Biondi Gian Maria
Biondi Angelo
Birindelli Benedetto
Bramanti Agostino
Burchianti Domenico
Burchianti Gerolamo
Burgalassi Angelo
Caciagli Antonio Caciagli Gaspero
Caciagli Giuseppe
Calderini Tommaso
Calderini Valentino
Camberini Domenico
Camberini Sante
Campani Giuseppe
Campetti Benedetto
Cantoni Vincenzo
Caroti Pietro
Ceppatelli Gian Maria
Ciliegioli Vincenzo
Ciliegioli Francesco
Cilieri Giusto
100
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Lavoratore
Possidente
Lavoratore
Oprante
Possidente
Possidente
Piccolo Possidente
Possidente
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Possidente
Possidente
Possidente
Contadino
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Lavoratore
Bracciante
Pigionale
Oprante
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Oprante
Messo Comunale
Bracciante
Contadino
Oprante
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Opranto
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Tassazioni, filza 3.
80
Collanini Gian Maria
Fatticcioli Luigi
Favilli Michele Franceschi Antonio
Franchi Gio. Batta
Franceschi Giuseppe
Franceschi Sante
Franci Domenico
Franci Francesco
Fulceri Gianni
Gabellieri Angiolo
Gabellieri Antonio
Gabellini Pietro
Galassi Ferdinando
Galassi Stefano
Gamberucci Martino
Gani Desiderio
Gani Modesto
Gani Niccolaio
Gani Pietro
Gennai Giuseppe
Gestri Pietro
Ghelardini Lorenzo
Lari Pasquale Lazzeroni Giovanni
Lenzi Francesco
Lenzi Giuseppe
Lessi Antonio
Lessi Dionisio
Lessi Giovanni
Lessi Modesto
Lessi Ottaviano
Lonzoni Francesco
Lotti Domenico
Lotti Domenico
Lotti Giuseppe
Maffetti Domenico
Maffi Bartolomeo
Malerbi Giuseppe
Manghetti Giusto
Marchetti Giuseppe
Marchetti Valente
Marchionneschi Giuseppina
Marchionneschi Ottaviano
Marchionneschi Nicola
Marchionneschi Giuliano
Bracciante
Pigionale
Possidente
Bracciante
Bracciante
Piccolo Possidente
Possidente
Contadino
Lavoratore
Lavoratore
Bracciante
Piccolo Possidente
Oprante
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Bracciante
Bracciante
Sarto
Lavoratore
Contadino
Pigionale
Contadino
Piccolo Possidente
Possidente
Lavoratore
Bracciante
Bracciante
Sarto
Bracciante
Oprante
Oprante
Oprante
Piccolo Possidente
Bracciante
Oprante
Pigionale
Oprante
Possidente
Possidente
Possidente
Possidente
81
Marchionneschi Lorenzo
Marchionneschi Michele
Marchionneschi Gaetano
Marchionneschi Don Giuseppe
Marietti Luigi
Masotti Donato
Masotti Maddalena
Matteucci Anton Luigi Micchetti Pietro
Montagnani Giovanni
Mori Domenico
Mucci Mara Angela
Nandini Giuseppe
Nandini Gio. Batta
Nandini Pasquale
Nencini Francesco
Nencini Giuseppe
Nencini Giovanni
Nencini Tommaso
Orlandini Domenico
Pacchini Antonio
Pacini Giuseppe
Papeschi Luigi
Parenti Nicodemo
Pascucci Giuseppe
Pascucci Gaetano
Pasquini Giuseppe
Pecchioli Margherita
Pellegrini Angelo
Pellegrini Francesco
Peni Silvio
Pensi Giuseppe
Petrucci Jacopo
Pietrini Silvio
Pisaneschi Giuseppe
Pisaneschi Pietro
Posarelli Rosa
Pratesi Giuseppe
Profeti Antonio
Rabatti Gioacchino
Raffaelli Giuseppe
Raffaelli Luigi Regini Vincenzo
Rosi Pietro
Rossi Giuseppe
Rossi Sebastiano
Possidente
Possidente
Possidente
Proposto
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Piccolo Possidente
Pigionale
Bracciante
Possidente
Bracciante
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Possidente
Oprante
Bracciante
Oprante
Possidente
Possidente
Bracciante
Bracciante
Oprante
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Oprante
Pigionale
Legale
Oprante
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Pigionale
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Bracciante
Piccolo Possidente
Bracciante
Oprante
Oprante
82
Salvadori Francesca
Salvadori Franceso
Santi Lorenzo
Sanfinocchi Vincenzo
Santi Giuseppe
Signorini Sebastiano
Socci Angelo
Socci Giovanni
Stefanini Clemente
Stefanini Giovanni
Stefanini Giuseppe
Stefanini Luigi
Stefanini Paolo
Tarchi Sebastiano
Tornielli Antonio
Tornielli Francesco
Valorini Tommaso
Ulivieri Giovanni Antonio
Ulivieri Giuseppe
Ulivieri Lorenzo Ulivieri Michele
Ulivieri Niccodemo
Ulivieri Pietro
Ulivieri Sabatino
Piccolo Possidente
Muratore
Oprante
Chirurgo
Bracciante
Piccolo Possidente
Bracciante
Bracciante
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Lavoratore
Possidente
Piccolo Possidente
Possidente
Possidente
Possidente
Bracciante
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possidente
Piccolo Possident
83
3
Editto del Maire di Guardistallo sulle nuove misure igieniche
101
Il Maire della Comunità di Guardistallo visto l’articolo 5 del Regolamento della Polizia Municipale inserito nel Codice Penale, considerando l’urgenza di dare attuazione al medesimo per
migliorare i vantaggi della salute di tutti gli abitanti,
Decreta
Ogni proprietario o pigionario di casa ripulirà principiando da domenica e così continuando
ogni sabato il suo pezzo di strada.
Ciascun abitante procurerà di levare davanti o accanto alla di lui Casa o Bottega i monti dei
Conci, Spazzature, Terriccio e qualunque altro ingombro.
Resta assolutamente vietato il getto dalle finestre dell’acqua e del sudiciume.
Tutte le Stalle saranno ripulite ed il soverchio Concio sarà trasportato fuori di Castello.
Viene parimenti inibito di far un ammasso di concime e di altri immondezze nei Chiostri,
Vicoli e Cortili.
I contravventori al presente Decreto incorreranno nelle pene stabilite dal Codice e cioè dalle 2
alle 50 lire oltre la detenzione personale.
4
Avviso sull’uso delle Maschere durante il carnevale 102
Il Maire di Guardistallo fa pubblicamente intendere e notificare che nel corrente Carnevale è
permesso l’uso delle Maschere. Nel rendere nota ai suoi Amministrati questa permissione si trova
nell’obbligo di prevenirli che :
Le Maschere non saranno permesse che dopo il mezzo giorno dei giorni feriali e nei giorni
festivi dopo terminati i Divini Uffizi. Restano punibili le Maschere il dì 2 febbraio, giorno dedicato
a Maria Santissima.
La sera del 14 febbraio dovrà terminare qualunque divertimento carnevalesco alle ore 12 della
notte, come ne sarà avvisato il pubblico dal suono della campana parrocchiale.
Tutti quelli che vorranno fare dei balli nelle loro case e in qualunque altro luogo ne domanderanno la dovuta permissione al Maire.
Chiunque darà fastidio alle Maschere o perturberà la tranquillità pubblica o qualunque divertimento privato, verrà arrestato e punito al rigore delle presenti leggi.
101
102
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 4, 15 gennaio 1809.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 4, 29 gennaio 1809.
84
5
Decreto del Granduca Leopoldo II per i soccorsi
e la ricostruzione dopo il terremoto del 14 agosto 1846 103
Sua Altezza Imperiale e Reale, accorsa con paterna sollecitudine sui luoghi devastati dal Terremoto del 14 agosto, mentre vide con suo grave dolore quanto in tale calamità fosse urgente
ed imperioso il bisogno di soccorso a quelle disgraziate Popolazioni, ebbe motivo di consolarsi
della prontezza, alacrità e intelligenza con cui venivano ovunque eseguiti i Sovrani suoi ordini
per provvedere alla pubblica sicurezza e alla sussistenza e ricovero delle povere famiglie, le quali
tolleravano tanta sciagura con esemplare rassegnazione. Soddisfatto per i presi istantanei provvedimenti, debito di umanità e di giustizia, l’Imperiale e Reale Altezza Sua, che secondando gli
impulsi del cuore avrebbe voluto poter estendere la sua efficace assistenza a tutti i danneggiati,
per un giusto riguardo alla massa dei contribuenti, ha dovuto restringere le considerazioni alle
località più generalmente e gravemente colpite dall’infortunio, nelle quali i proprietari di case,
specialmente quelli costituiti in povera condizione, sono stati da Essa riconosciuti meritevoli di
quel soccorso che potesse apprestarsi senza troppo aggravio dell’universalità dello Stato, interessato fra l’altro, per vantaggio dell’agricoltura e dell’ industria, a vedere risorte o restaurate le case
rovinate o deperite.
Saranno dall’I.R. Depositeria Generale pagate le spese finora commesse per provvedere alla
cura dei feriti in conseguenza delle rovine, per somministrare alimento alle povere famiglie che
ne mancavano, per puntellare o demolire le fabbriche che minacciando di cadere avrebbero posto
in pericolo la pubblica sicurezza, e per porgere ricovero alle persone rimaste prive di sicura abitazione. Sono esonerati dal pagamento della Tassa di Famiglia e della Tassa Prediale spettante all’
Erario Regio per il secondo semestre del corrente anno e per gli anni 1847 e 1848, le Comunità di
Orciano, Guardistallo, Montescudaio, Lorenzana, Casale e Riparbella. […]
Per il concetto di facilitare il restauro delle case poste in rovina o gravemente danneggiate, è
assegnata sopra la cassa dell’I.R. Depositeria la somma di lire 280.000, da ripartirsi in sussidi fra
i proprietari delle case medesime impotenti a provvedere all’oggetto enunciato con i soli propri
mezzi. […]
Per liquidare i conti e autorizzare i pagamenti è istituita una Commissione composta dai
Governatori e Auditori di Governo di Livorno e di Pisa, del Soprintendente della Camera Comunitativa del Compartimento Pisano e dell’Ispettore di Acque e Strade Ridolfo Castinelli, la quale
si procurerà tutte le notizie necessarie per il congruo adempimento dell’affidatole incarico, ponendosi a quest’effetto in comunicazione con le Deputazioni formate nei luoghi del disastro. La
stessa Commissione, sentite le Deputazioni locali, resta incaricata della distribuzione alle povere
famiglie danneggiate dei soccorsi che si raccolgono a sollievo delle medesime in varie Comunità
del Granducato.
103
ASCG, Cancelleria di Guardistallo, filza 20.
85
6
Indirizzo del Municipio di Guardistallo
al Granduca Leopoldo II per i soccorsi prestati in occasione del terremoto 104
Altezza Imperiale e Reale
Eccoci prostrati ai piedi del Vostro Imperial Regio Trono per le pronte ed infinite paterne
beneficenze e soccorsi compartitici nel momento più calamitoso in cui ci siamo trovati per il funestissimo Terremoto del 14 agosto; con le espressioni le più ossequiose, le più sincere, Vi ringraziamo di tanti immensi benefici, non escluso quello di avere tutti consolato con la Vostra Augusta
presenza nel 27 del suddetto mese di Agosto.
E poiché non di più certamente il Vostro amor potea per noi, noi come Rappresentanti del
Popolo di Guardistallo, mentre Vi mostriamo sincera ed eterna gratitudine, preghiamo l’Onnipotente Iddio che Vi ricompensi di tanta segnalata beneficenza, a larga mano prodigataci. Che si
degni per anche di mantenerVi in perfetta salute lungamente su codesto Trono, da cui tanta luce
continuamente spargesi per quei doni particolari di cui la Provvidenza Vi ha adornato.
Dio Vi benedica, Dio Vi conservi, Dio in ogni tempo Vi consoli. E supplichiamo l’Altezza Vostra
di accettare in segno di chiara riconoscenza questi termini di dimostrazione.
7
Prospetto dei Proprietari rimasti danneggiati
dal Terremoto del 14 Agosto 1846 105
Avvertenze
Il danno quanto alle Fabbriche sarà rappresentato da quella somma che possa credersi abbisognare approssimativamente per riedificare, o per rimetterle nell’antica condizione impiegando
il vecchio materiale.
La possibilità dei Proprietari di far fronte alle riparazioni sarà distinta in tre gradi
1°
Quelli che possono supplire da sé e subito al relativo dispendio
2°
Quelli che si presume non potervi supplire immediatamente
3°
Quelli che sono nell’assoluta impossibilità di supplire al bisogno
104
105
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.37 r., 5 settembre 1846.
ASCG, Cancelleria di Guardistallo, filza 20.
N°
Nominativo
Luogo
Uso degli
stabili
Stanze
rovinate
Perdita
mobilia e
grasce
Danno
stabili
in lire
Danno
oggetti
in lire
1
Marchionneschi
Pietro e Pratesi
Gioacchino, Colono
Via l’Erbaio
Colonico
4
2
Benci Rosa
L’Erbaio
Colonico
1
3
Gani Paola
L’Erbaio
Propria
Abitazione
Grasce e
mobilia (del
Colono)
700
80
1
Mobilia
360
4
Benci Rosa
L’Erbaio
Colonico
1
Mobilia
100
5
Marchionneschi
Pietro e Camberini
Pietro, Colono
L’Erbaio
Colonico
3
Mobilia e
grasce (del
Colono)
130
10
1° ;
3° il
Colono
80
Grado
1° ;
3° il
Colono
1°
20
1°
1°
6
Marchionneschi
Giuliano
L’Erbaio
appigionata
1
Mobili e
grasce
10
10
1°
7
Marchionneschi
Giuliano
L’Erbaio
appigionata
1
Mobilia
140
8
1°
8
Caciagli Gesualda
L’Erbaio
Per uso
proprio
2
Mobilia e
grasce
160
40
3°
9
Caciagli Giuseppe
L’Erbaio
Per uso
proprio
2
10
Marchionneschi
Tommaso e Pratesi
Giuseppe, Colono
L’Erbaio
Colonico
Benci Rosa e
Zucchelli Giuseppe,
Colono
L’Erbaio
Colonico
4
Benci Rosa
e Scardigli Angiolo,
Fornaio Affittuario
L’Erbaio
Affittata
3
Vadorini Giuseppe, e
Cardelli Mariano
Affittuario
L’Erbaio
Affittata
14
Daddi Vincenzo
L’Erbaio
15
Comunità di
Guardistallo
L’Erbaio
16
Nencini Achille,
Moretti Cesco, in
Affitto
Via della
Chiesa
Lessi, Pupilli
Via dei
Forni
11
12
13
17
300
1°
250
100
1°;
3° il
Colono
100
36
Lavori di
Fornace
40
300
Affittuario
3°
4
Mobilia
100
40
3°
Uso proprio
2
Mobilia
100
20
3°
Scuola
Pubblica
2
Mobilia
100
20
Affittata
2
Mobilia
450
40
Affittata
1
3
87
Grasce e
mobilia (del
Colono)
Grasce e
Mobilia (del
Colono)
20
1°;
3° il
Colono
3°
3°
18
Nardini Luigi
Via dei
Forni
Stalla
1
26
1
19
Ulivieri Fulgenzio
Via dei
Forni
Colonico
2
90
2°
20
Marchionneschi
Gaetano
Via dei
Forni
Frantoio
1
60
1°
21
Marchionneschi
Giuliano
Via dei
Forni
Affitato
1
45
1°
22
Marchionneschi
Sebastiano, Cleofe
Pratesi, Affittuaria
Via dei
Forni
Affittato
1
45
1°;
3° l’
Affitt.
23
Fenzi Pasquale
Via dei
Forni
Uso proprio
2
Mobilia
diversa
24
Montagnani Emilia
Via dei
Forni
Uso proprio
1
120
3°
25
Marchionneschi
Giuliano
Via dei
Forni
Stalla
1
15
1°
26
Marchionneschi
Tommaso,
Gherardini Nando,
Colono
Via dei
Forni
Colonico
3
Diversi Mobili
(del Colono)
100
90
10
20
3°
1° ;
3° il
Colono
27
Nencini, Pupilli
Via dei
Forni
Affittata
3
75
3°
28
Lessi Giuseppe
Via dei
Forni
Uso proprio
2
100
3°
29
Marchionneschi
Giuliano
Via dei
Forni
Colonico
1
6
1°
30
Gennai Crispino,
Gherardini Maria,
Affittuaria
Piazza
Affittata
31
Dori Giuseppe
Piazza
Uso proprio
4
32
Lessi Giuseppe
Via del
Vecchio
Tribunale
Uso
proprio
3
33
Marchionneschi
Tommaso, Della
Longa Leonardo,
Affittuario
Affittata e
Uso proprio
6
150
1°
Via delle
Chiuse
Marchionneschi
Tommaso
Via delle
Chiuse
Magazzino e
Armeria
1
30
1°
34
3
88
Mobili diversi
(dell’
Affitt.)
100
30
160
Mobilia
diversa
250
2°;
3°
3°
20
3°
35
Benefizio di
San Giuseppe ;
Bernardini
Ferdinando
e Gheraradini
Tommaso, Affittuari
Via del
Vecchio
Tribunale
Affittata
8
Mobili, Affissi,
Biancheria
Lavori di
Fornace
1600
200
(ciascuno
degli
Affittuari)
3°
36
Nardini Luigi
Via di
Piazza
Uso Proprio
5
150
1°
37
Gennai Crispino
Piazza
Uso Proprio
4
180
2°
38
Toninelli Paolo
Via del
Vecchio
Tribunale
2
20
1°
Uso Proprio
39
Marchionneschi
Luigi
Via della
Loggia
Uso Proprio
8
40
Marchionneschi
Luigi
Via della
Loggia
Uso Proprio
2
41
Marchionneschi
Luigi, e Faccini
Giocondo,
Affittuario
Via della
Loggia
Affitata
42
Marchionneschi
Luigi
Via del
Mandorlo
Forno
affitato
1
43
Diridelli Antonio
Via della
Loggia
Per uso
proprio
3
44
Marchionneschi
Tommaso
Via della
Loggia
Affitato
1
40
1°
45
Rebetti Leopoldo
Via della
Loggia
Affittata
2
100
2°
46
Ulivieri Francesco
Via della
Loggia
Uso proprio
1
15
2°
47
Bartoli Giuseppe
Via della
Loggia
Uso proprio
8
450
1°
48
Bartoli Giuseppe
Via della
Loggia
Frantoio e
fienile
4
60
1°
49
Bartoli Giuseppe
Via della
Loggia
Granaio e
Cantina
4
90
1°
50
Bartoli Giuseppe
Via della
Loggia
Affittata
6
15
1°
51
Lessi, Pupilli e
Iaccini Leopoldo,
Affittuario
4
370
3°
Via del
Mandorlo
Affittata
Via del
Mandorlo
Uso proprio
5
570
3°
52
Caciagli Giuseppe
3
89
Mobili diversi
1000
100
50
Mobili e
Biancheria
(dell’Aff.)
650
1°
190
10
Mobili e
Grasce
800
1°
1°;
3° l’
Affitt.
1°
120
3°
53
Azzi Gio.Batta
Via della
Loggia
Affittata
1
23
3°
54
Lessi Lucia
Via del
Mandorlo
Uso proprio
1
37
3°
55
Lessi Lucia
Via del
Mandorlo
Uso proprio
4
120
3°
56
Gennai Crispino
Via della
Loggia
Affittata
3
100
3°
57
Azzi Gio.Batta
Via del
Mandorlo
Uso proprio
5
58
Marchionneschi
Michele
Via della
Loggia
Uso proprio
8
300
3°
59
Marchionneschi
Luigi
Via della
Loggia
Affittata
3
75
1°
60
Ulivieri Antonio
Via della
Loggia
Affittata
5
150
2°
61
Ulivieri Antonio
Vicolo che
porta alla
Chiesa
Uso
proprio
8
260
2°
62
Marchionneschi
Pietro
Vicolo che
porta alla
Chiesa
Uso
Proprio
1
100
1°
63
Marchionneschi
Luigi
Vicolo che
porta alla
Chiesa
Affittata
1
5
1°
64
Gani Paolo
Vicolo che
porta alla
Chiesa
Uso
Proprio
4
50
3°
65
Gani Luigi
In Piazza
Uso Proprio
10
1300
2°
66
Benci Bartolomeo
In Piazza
Uso Proprio
3
100
3°
67
Benci Giuseppe
In Piazza
Uso Proprio
4
300
3°
68
Taschi Giusto
Via della
Fonte
Uso Proprio
3
20
3°
69
Benci Giuseppe
Via della
Fonte
Uso Proprio
1
8
3°
70
Stefanini Fiorenzeo
Borgo Buio
Uso proprio
3
12
3°
71
Stefanini Giusto
Borgo Buio
Uso proprio
2
8
2°
72
Matteucci Stefano
Borgo Buio
Affitata
1
5
2°
73
Fiaschi Venanzio
Via del
Poggiarello
affittata
2
8
2°
74
Fiaschi Venanzio
Via del
Poggiarello
Per uso
proprio
7
90
Mobili e
Grasce
Mobilia e
grasce
220
300
78
60
3°
2°
75
Giagnoni Marco
Via del
Poggiarello
Per uso
proprio
6
70
76
Ulivieri Francesco
Via del
Mandorlo
Per uso
proprio
4
Mobilia e
grasce
350
70
3°
77
Posarelli Giuseppe
Via del
Mandorlo
Uso proprio
4
Mobilia e
grasce
80
15
3°
40
1°
78
Galassi Antonio
In Castello
Uso proprio
3
100
79
Maffei Massimiliano
In Castello
Uso proprio
2
220
80
Maffei, Eredi
In Castello
Uso proprio
3
100
81
Toninelli Paolo
Sulla Piazza
Uso proprio
18
82
Gennai Crispino
Sulla Via dei
Migliarini
Affittata
Mobilia e
grasce
1600
3°
4
10
2°
20
3°
83
Regini, Eredi
Sulla Via di
Casale
Uso proprio
3
84
Marchionneschi
Pietro
Sulla Via di
Casale
Uso proprio
8
Mobilia e
grasce
1000
800
1°
85
Marchionneschi
Pietro
Sulla Via di
Casale
affittata
2
Mobilia e
grasce
10
120
1°
86
Gani Francesco
Sulla Via di
Casale
Per uso
proprio
2
10
3°
87
Lessi, Pupilli
Sulla Via di
Casale
Uso proprio
4
70
3°
88
Ulivieri Tommaso
Via della
Loggia
Uso proprio
2
10
3°
89
Franceschi Jacopo
Via della
Loggia
Uso proprio
3
70
3°
90
Franceschi Nicola
Via della
Loggia
Uso proprio
1
15
3°
91
Franceschi
Marianna
Via della
Loggia
Uso proprio
1
220
3°
92
Tarchi Giovanni
Via della
Loggia
affittata
2
330
3°
93
Gani Desiderio
Via della
Loggia
Uso proprio
2
300
3°
94
Rabatti Leopoldo
Via della
Loggia
Uso proprio
9
600
3°
95
Tarchi Giuseppe
Via di
Poggiarello
Uso proprio
2
20
3°
96
Tarchi Giovanni
Via di
Poggiarello
Uso proprio
2
25
3°
91
97
Tarchi Lorenzo
Via di
Poggiarello
Uso proprio
4
80
3°
98
Stefanini, Vedova
Via di
Poggiarello
Uso proprio
4
40
3°
99
Nencini Jacopo
Via di
Poggiarello
Uso proprio
3
60
3°
100
Paolo Pomicchi e
Lori Francesco, per
un Forno
Via di
Poggiarello
Affittata
2
15
3°
101
Agostini Bartolomeo
Via di
Poggiarello
Uso proprio
1
10
3°
102
Panichi Paolo
Via di
Poggiarello
Uso proprio
5
103
Matteucci Stefani
Via di
Poggiarello
Uso proprio
5
100
2°
104
Ulivieri Severina
Borgo Buio
Uso proprio
2
60
3°
105
Ulivieri Francesco
Borgo Buio
Uso proprio
1
5
3°
106
Nardini Luigi
All’Ortini
Affittata
4
50
1°
107
Ciliegioli, Eredi
Borgo Buio
Uso proprio
4
150
3°
108
Ciliegioli Giuseppe
Poggiarello
Uso proprio
3
312
3°
109
Marchionneschi
Sebastiano
Poggiarello
Affittata
4
60
1°
110
Marchioneschi
Gaetano
Castello
Uso proprio
15
111
Marchioneschi
Gaetano
Castello
Affittata
3
140
1°
112
Marchioneschi
Gaetano
Castello
Affittata
1
20
1°
113
Gani Angiolo
Castello
Uso proprio
10
1850
3°
114
Lessi Lorenzo
Castello
Affittata
4
800
3°
115
Lessi Anacleto
Castello
Uso proprio
4
Mobilia
e Grasce
700
141
3°
116
Nencini Ignazio
Castello
Uso proprio
2
Mobilia e
Grasce
330
20
3°
117
Nencini Modesto
Castello
Uso proprio
3
3°
118
Chiesa parrocchiale
Castello
Uso proprio
119
Casa Canonicale ed
annesi
Castello
Uso proprio
8
120
Nencini Alessio
Castello
Uso proprio
2
92
Mobili,
Biancheria e
Grasce
Grasce e
Mobili
500
2000
200
600
Mobilia
840
20
Arredi Sacri
3000
907
3°
1°
900
Mobilia
380
40
3
121
Marchionneschi
Giuliano
Castello
Affittata
2
400
1°
122
Nencini Alessio
Castello
Affitata
3
600
3°
123
Lessi Lorenzo
Castello
Affitata
124
Giusti Iacopo
Castello
Uso proprio
3
125
Giusti Iacopo
Castello
Uso proprio
3
100
3°
126
Marchionneschi
Giuliano
Castello
Affittata
2
310
1°
127
Marchionneschi
Gaetano,
Ranieri Cavalli
Alla Loggia
Affittuario
12
128
Biondi Giuseppe
Alla Loggia
Uso proprio
3
11
3°
129
Biondi Giovanni
Alla Loggia
Uso proprio
2
12
3°
130
Garotti Giovanni
Alla Loggia
Uso proprio
3
10
2°
131
Stefanini Artidoro
Alla Loggia
Uso proprio
3
35
3°
132
Stefanini Antonio
Alla Loggia
Uso proprio
3
60
3°
133
Ulivieri Antonio
Alla Loggia
Uso proprio
1
25
3°
134
Parietti Giovanni
Alla Loggia
Uso proprio
2
35
2°
135
Marchionneschi
Pietro
Alla Loggia
Colonica
3
250
1°
136
Nardini Carlo
Via del
Mandorlo
Uso proprio
3
200
3°
137
Stefanini Antonio
Via del
Mandorlo
Uso proprio
2
250
3°
138
Stefanini Paolo
Via del
Mandorlo
Uso proprio
2
200
3°
139
Ulivieri Lodovico
Via del
Mandorlo
Uso proprio
1
100
3°
140
Ulivieri Luigi
Via del
Mandorlo
Uso proprio
3
141
Ulivieri Fulgenzio
Via del
Mandorlo
Uso proprio
3
200
2°
142
Marchionneschi
Tommaso
Via del
Mandorlo
Uso proprio
14
2000
1°
143
Marchionneschi
Sebastiano
Alla Chiusa
Uso proprio
3
200
1°
144
Marchionneschi
Gaetano
Alla Chiusa
Uso proprio
2
70
1°
145
Marchionneschi
Giuliano
Alla Chiusa
Uso proprio
4
400
1°
Mobilia
93
Mobilia
Mobilia
Mobilia,
Biancheria e
Grasce
500
1000
200
100
3°
30
3°
120
80
1°;
3°
2°
146
Baccetti Giosafatte
Al
Poggiarello
Uso proprio
6
Mobilia e
Grasce
1000
150
3°
147
Baccetti Sebastiano
Al
Poggiarello
Uso proprio
5
Mobilia e
Grasce
1400
200
3°
148
Toninelli Giovanni
Al
Poggiarello
Affitata
6
149
Toninelli Giovanni
Al
Poggiarello
Uso proprio
3
150
Toninelli Giovanni
Al
Poggiarello
Uso proprio
6
300
2°
151
Toninelli Giovanni
Al
Poggiarello
Affitata
4
120
2°
152
Benci Baldassare
Al
Poggiarello
Uso proprio
7
Mobilia e
Grasce
500
100
3°
153
Olivieri Sebastiano
Al
Poggiarello
Uso proprio
3
Mobilia e
Grasce
40
8
3°
154
Ulivieri Paolo
Al
Poggiarello
Uso proprio
3
30
3°
155
Zucchelli Ranieri
Al
Poggiarello
Uso proprio
3
30
3°
156
Lari Annunziato
Al
Poggiarello
Uso proprio
2
Mobilia e
Grasce
200
120
3°
157
Bartoli Francesco
Al
Poggiarello
Uso proprio
6
Mobilia e
Grasce
1000
189
2°
158
Toninelli
Ferdinando, Socci,
Caroti, Magnani,
Meini, Nencini,
Lessi
Al
Poggiarello
Affittata
20
Mobilia,
Grasce
Bestiame e
Annessi
1200
820
1°
159
Cardasequa Carlo
Al
Poggiarello
Uso proprio
1
90
3°
160
Pacini Antonio
Al
Poggiarello
Uso proprio
1
100
3°
161
Campani Stefano
Al
Poggiarello
Uso proprio
2
150
3°
162
Angeli Pietro
Al
Poggiarello
Uso proprio
3
350
3°
163
Marchionneschi
Pietro
Poggiarello
Affitata
1
150
1°
94
700
Mobilia
150
2°
80
2°
164
Angeli Paolo
Poggiarello
Uso proprio
2
165
Biondi Angiolo
Poggiarello
Uso proprio
6
166
Masotti Lorenzo
Poggiarello
Uso proprio
4
70
3°
167
Pratesi Sebastiano
Poggiarello
Affittata
2
70
3°
168
Gennai Crispino
Poggiarello
Affittata
2
40
3°
169
Potenti Giuseppe
Poggiarello
Uso proprio
2
170
Potenti Vincenzo
Poggiarello
Uso proprio
2
171
Marchionneschi
Gaetano
Poggiarello
Affitata
6
172
Valdiserri, Pupilli
Poggiarello
Affitata
3
20
3°
173
Valdiserri Domenico
Poggiarello
Affitata
3
200
3°
174
Lessi Serafino
Poggiarello
Affitata
2
70
3°
175
Marchionneschi
Lorenzo
Poggiarello
Affitata
12
1000
1°
176
Cancelleria
Comunitativa
Piazza
Affitata
9
177
Marchionnechi
Gaetano
Piazza
Affittata
6
500
1°
178
Marchionneschi
Michele
Podere del
Fondone
Colonico
3
150
3°
179
Cancellieri Giusto
Podere del
Pietraio
Colonico
2
160
1°
180
Cancellieri Giusto
Podere del
Petraio
Colonico
1
20
1°
181
Parietti Giovanni
Podere di
Petraio
Colonico
1
40
2°
182
Benefizio di
San Giuseppe
Montedoro
Colonico
2
30
3°
95
100
Grasce e
Mobilia
600
Mobilia
80
Mobilia
400
3°
130
20
40
Mobilia
1600
3°
3°
3°
45
50
1°
1°
Supplica del Municipio di Guardistallo al Granduca
per sollecitare la costituzione di un’unica
Comunità con Casale e Montescudaio 106
Altezza Imperiale e Reale
Il Magistrato Comunitativo rappresenta a Vostra Altezza quanto segue.
I tre paesi di Montescudaio, Guardistallo e Casale possono riguardarsi come uno solo, attesa
la loro vicinanza di circa un miglio dall’uno all’altro. Le circostanze economiche di queste tre
Comunità si riscontrano attualmente disgraziatissime per essere onerate da forti debiti, attesa la
loro tenue rendita imponibile di lire 24.807 per Montescudaio, di lire 22.063 per Casale e di 35.055
per Guardistallo. Motivo per cui anche la più piccola spesa straordinaria esaurisce la massa di
rispetto e le costringe ad accumulare dei debiti in seguito ai quali saranno costrette ad elevare le
imposizioni ad una somma rilevante.
Riunite le tre Comunità se ne formerebbe una della forza e sostanza presso a poco come
quella di Bibbona e verrebbe a formarsi con 16.980 quadrati e con una rendita imponibile di
81.925 lire, sulla quale basata l’imposizione si potrebbe far fronte con minor dissesto alle spese
necessarie; oltre all’utile che si otterrebbe per la soppressione degli Impiegati di due Comunità,
un utile assai maggiore e incalcolabile si otterrebbe dalla migliore amministrazione, in quanto
che si avrebbe un maggior campo di scegliere.
Gli affari verrebbero trattati e discussi con maggior ponderatezza e l’economia di un corpo
riunito verrebbe a ripianare in poco tempo i debiti formati. Così con maggiore intelligenza si
sceglierebbe l’esecuzioni di quei lavori certamente e puramente necessari; di fatti se si presenta
ora un lavoro in tutte le Comunità, che abbia la sola ombra di urgente, tutte le Magistrature
sono costrette a portarlo ad esecuzione, mentre quando le Comunità fossero riunite, un lavoro,
un buon Amministratore, per non sbilanciare lo stato economico, sceglierebbe il più urgente,
riservando l’esecuzione degli altri negli anni futuri. Così si ottiene lo stesso intento con minor
dissesto dell’Amministrazione.
Un utile non indifferente si otterrebbe dalla citata riunione e sarebbe quello di abituare queste
Popolazioni a trattare gli affari in comune, ad affratellarsi e a vivere da buoni Vostri Sudditi.
Così allora sarebbero appagate le quiete brame del magnanimo nostro Principe e noi degni di
farLe conoscere la nostra gratitudine per i benefici da Vostra Altezza ricevuti in tante calamitose
circostanze, nelle quali senza la vostra assistenza molti avrebbero dovuto perire sotto il peso della
miseria. In vista di quanto sopra, supplichiamo l’innanata bontà e clemenza di Vostra Altezza a
volersi degnamente con un Vostro Rescritto di riunire le tre Comunità di Montescudaio, Casale
e Guardistallo in un solo corpo e di scegliere per Capoluogo quella Comunità che l’integerrima
Vostra saviezza crederà più adatta.
106
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.72 r., 19 maggio 1847.
96
9
Indirizzo ai Cittadini componenti il Governo Provvisorio di Toscana
107
Magnanimi Cittadini,
Mercé il Vostro coraggio e mercé il nobile sacrificio che fate alla Patria dei Vostri talenti e delle
Vostre Persone, Noi siamo liberi dall’anarchia e dalla guerra civile in cui era precipitata la Toscana per l’inatteso abbandono del Principe. Cittadini fortissimi, siate benedetti, abbiate la intera
nostra adesione e con la nostra più viva riconoscenza.
Ma l’opera Vostra non è compiuta, Voi non potete arrestarvi a metà del cammino: Roma,
Roma, l’Eterna Città ha la fissazione di ogni cuore veramente Italiano. Roma è l’astro che deve
guidarci, Roma è il Porto in cui deve ricoverare la combattuta nave dello Stato. Se la via è fiera di
perigli, se laboriosa e ardua è la metà, molto più grande è la gloria che vi attende.
Coragggio, magnanimi, La Storia imparziale registrerà i Vostri nomi fra i più cari e grandi
uomini che calpestarono questa sacra terra e la fecero maestosa e regina di tutte le Nazioni. Godetevi intanto l’amore e l’ammirazione dei presenti, mentre essa vi prepara una gloria immortale
fra i più tardi nipoti.
10
Elenco degli Esercizi Pubblici di Guardistallo (anno 1848) 108
Nominativo
Attività
Benci Bartolomeo
Osteria e locanda
Biondi Giovanni
Macellaio
Barbagli Tommaso
Rivenditore di commestibili
Bartoli Ferdinando
Farmacia
Fiaschi Averardo
Rivenditore di commestibili
Ferrari Gio.Batta
Caffettiere
Franceschi Jacopo
Rivenditore di commestibili
Gani Luigi
Osteria e locanda e rivenditore di commestibili
Gherardini Lucilla
Osteria e locanda
Gennai Celestino
Rivenditore di commestibili
Lessi Serafino
Macellaio
Nardini Carlo
Macellaio
Nardini Antonio
Rivenditore di commestibili
Panichi Paolo
Rivenditore di sale
Pratesi Giuseppe di Sabatino
Rivenditore di commestibili
Pratesi Giuseppe di Antonio
Macellaio
Robusti Leopoldo
Osteria e locanda
Radicchi Giovanni
Rivenditore di commestibili
Stefanini Antonio
Macellaio
Toninelli Paolo
Farmacista
107
108
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.123 r., 20 febbraio 1849.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 10, p.120
97
11
Delibera del Municipio di Guardistallo per sollecitare
la costituzione di un’unica Comunità con Casale e Montescudaio 109
Dal Gonfaloniere è stata data comunicazione di una Ministeriale della Prefettura di Pisa al
medesimo avente per oggetto di interpellarlo se intenda di convenire nel progetto proposto dal
Consiglio Comunale di Montescudaio con deliberazione del 10 febbraio relativo all’esternato desiderio di riunirsi alle altre due Comunità di Guardistallo e di Casale con lo scopo di formare
un solo Comune. E ciò in considerazione del dissesto economico nel quale trovasi quell’Azienda
Comunitativa e per la veduta impossibilità di bilanciare l’entrata con la spesa, attese le ristrettessime sue risorse patrimoniali e la elevazione enorme dell’imposta daziaria. Considerando che
ben prevedendo la Comunità di Guardistallo la penuria e il sempre crescente dissesto economico
delle Aziende delle tre Comunità di Guardistallo, Montescudaio e Casale per le tenui loro risorse
patrimonali che non danno loro di poter bilanciare le entrate con le spese, con suo Partito del 19
maggio 1847 scese nella determinazione di supplicare l’ottimo Principe e Sovrano per conseguire
quella stessa unione che oggi egualmente implora il Comune di Montescudaio.;
Considerando che se vantaggi immensi ci auguravamo di risentire nel 1847 con la desiderata
riunione di queste tre Comunità, oggi questi vantaggi siamo obbligati a ritenerli per maggiori sul
referto di quanto le Comuni in genere hanno dovuto peggiorare di condizione per le decorse ma
compiante vicissitudini ;
Considerando che le Comunità di cui si implora la riunione sono situate a brevissima distanza
fra loro né vi può essere oggetto di mantenerle separate, a meno che il partito di municipalismo
non preponderi al benessere ed alla utilità degli amministrati ;
Considerando che per tali incontrovertibili ragioni sotto ogni rapporto doveva riguardarsi più
che vantaggiosa la riunione volontariamente progettata dal Municipio di Montescudaio ;
Osservando però che questi vantaggi non si otterrebbero, né il Municipio di Guardistallo potrebbe mai aderirivi, quando si dovesse trattare la riunione di due Comuni soltanto ;
Per questi motivi gli Adunati convengono pienamente nel deliberato progetto della Comunità
di Montescudaio col suo Partito del 10 febbraio decorso di formare cioè un solo Comune delle
attuali tre Comunità di Guardistallo, Montescudaio e Casale. E confermando quanto il Magistrato di Guardistallo deliberò nella seduta del 19 maggio 1847, torna a supplicare l’innata bontà e
clemenza di Sua Altezza Imperiale e Reale il Granduca a volersi degnare di concedere la tanto
desiderata riunione delle tre piccolissime Comunità sopra descritte.
Quando poi piacesse all’Imperial Regio Governo di aggregare alle tre Comunità anche quella
di Bibbona, sommando di tutte e quattro una Comunità soltanto, questa risoluzione non potrebbe
essere che pienamente plaudita.
109
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 14, p.44, 28 giugno 1853.
98
12
Editto del Municipio di Guardistallo
sulle misure da adottare per prevenire l’epidemia di colera 110
Al fine di evitare, a Dio piacendo, le malattie indigene proprie dell’attual stagione nonché del
Morbo Asiatico, che dopo avere invaso non solo diverse lontane parti d’Europa ma ben anche in
alcuni vicini Stati d’Italia ed a cominciato pure a serpeggiare nel Granducato di Toscana manifestandosi in alcune contrade del medesimo, si ordina che sia esattamente e scrupolosamente da
ognuno e specialmente dai Capi di Famiglia ossservato quanto appresso, sotto la pena di ciò che
è prescritto dalle vigenti leggi e regolamenti di Polizia per i trasgressori.
Non è permesso ad alcuno di tenere latrine, cloache ed ammasi benché piccoli di concio, di
spurgature e di altri materiali facili a fermentare e putrefarsi nelle Piazze e nelle Strade del Paese,
del pari che nelle chiostre e cortili e in qualsivoglia locale, onde il cattivo odore che tramandano
non possa pregiudicare alla pubblica e privata salute nelle attuali circostanze di contagio.
Perciò tutte le accennate materie nocive che attualmente si trovano in Paese e nei suo contorni dovranno indilatamente trasportarsi dai possessori nei propri terreni all’aperta campagna;
potendo coloro che mancassero di un locale in campagna trovare il mezzo di depositarli nei fondi
dei Possidenti, i quali vengono pregati a prestarsi per il pubblico bene alle relative richieste.
E’ del pari vietato di stendere salumi, pelli di bestie ammazzate di qualunque specie che per
putrefazione, fermentazione o altra causa tramandino fetide e nocive esalazioni, come pure è
proibito espressamente versare nelle Pubbliche Strade e Piazze le lavature dei salumi di qualunque sorta.
Non possono gettarsi nelle Pubbliche Piazze e Vie interne escrementi ed urine umane e di
qualunque altro animale.
Si trova poi la necessità di raccomandare ai Capi di Famiglia di tenere la consegna di evacuare
le proprie abitazioni della spazzatura e di qualunque sudiciume spurgato dalle stanze, avvertendo
oltre a ciò che le finestre delle stanze medesime siano spesso aperte nel corso della giornata per
rinnovare l’aria che è rinchiusa e che si rende assai nociva.
E’ pure raccomandato a chiunque la nettezza delle vesti e specialmente della biancheria come
mezzo efficace a preservare la salute individuale e di astenersi da tutto ciò che valga ad alterare la
salute medesima, come pure di astenersi segnatamente dall’uso di bevande artefatte e di commestibili non sani e corrotti e di frutti immaturi.
Abitanti di Guardistallo ! La salute individuale di ciascuno di voi interessa la salute pubblica
! Perciò considerate saviamente quanto oggi vi viene ordinato e senza fare i sordi, ciecamente
obbedite.
110
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 14, p. 82 r., 28 giugno 1855.
99
13
Il Municipio di Guardistallo stanzia dei fondi per sostenere
la “Guerra dell’Italiana Indipendenza” 111
Il Gonfaloniere adunava appositamente il Magistrato Civico, e facendosi interprete del voto
generale di questo Comune, proponeva che adesivamente agli altri Municipi toscani fosse offerta
una somma per le spese della Guerra dell’Indipendenza Italiana.
Considerando quanto giusta e santa sia la Guerra che oggi si combatte dal generoso Imperatore dei Francesi e dal magnanimo Vittorio Emanuele, che non altro sogno che di dare a noi
popoli d’Italia le civili libertà e di costruirci a Nazione;
Considerando che per raggiungere questo sommo bene occorre fare dei sacrifizi e che è dovere
di ogni Corpo morale legittimamente costituito concorrere con le proprie sostanze alle spese cui
va soggetto il nostro Governo;
Considerando che sebbene le finanze del presente economico esercizio non permetterebbero di
distrarre alcuna somma per la ristrettezza in cui vertono;
Pure volendo in qualche modo coadiuvare lo scopo che sopra, delibera di offrire per lo scopo
della Guerra dell’Indipendenza Nazionale la somma di lire 200.
14
Indirizzo di adesione alla politica di Vittorio Emanuele II
e del suo Governo
votato dal Municipio di Guardistallo 112
A Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele
La Toscana, desiderosa quanto ogni altro popolo italiano di concorrere con tutte le sue forze
alla guerra dell’Indipendenza da voi magnanimemente con prode e leale animo ripresa, seppe in
dignitosa e unanime fermezza liberarsi dagli ostacoli che si opponevano all’adempimento di quel
sacro dovere. Sentì subito il bisogno di unirsi con affetto paterno e piena fiducia a quel popolo italiano, che mercé la virtù del suo Principe volle e seppe mantenere viva la facie del Risorgimento
della Nazione, e si poneva spontanea nelle vostre braccia.
Non ottenne tutto quel che chiedeva; accetto riconoscente sempre la valida protezione ed è
disposta a cooperare alla Guerra rassegnandosi ad aspettare dopo la vittoria la sua definitiva
sistemazione.
Ma con l’incalzare degli avvenimenti quel bisogno è divenuto necessità; le nobili e generose
parole dirette agli italiani dal cuore magnanimo e dal senno profondo del vostro grande Alleato
111
112
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 20, p.66 r., 16 giugno 1859.
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 20, p.67 v., 27 giugno 1859.
100
l’Imperatore dei Francesi, quel Napoleone III che ha promesso all’Europa di restaurare l’Italia riparando così una grande ingiustizia che macchiava il secolo della civiltà, fanno vieppiù persuasa
la Toscana di quella necessità.
Quindi ha deliberato di dichiarare, come dichiarava solennemente all’Europa, esser suo fermo volere di far parte integrale fin d’ora della Famiglia Italiana governata da Vittorio Emanuele
II liberatore e Re d’Italia.
Essa confida che sarà compresa da chiunque vuole il vero bene della Patria comune sopra
ogni altra cosa, e che Vostra Maestà esaudirà i voti del Popolo Toscano, i mille suoi voti che si
riassumono tutti nel grido di
Viva Vittorio Emanuele II Re Italiano.
15
Indirizzo di adesione e sostegno all’opera di Bettino Ricasoli
e del Governo da lui presieduto
votato dal Municipio di Guardistallo 113
Eccellenza, mentre il principio dell’anno a noi qui riuniti si presentava ammantato dei più tetri
colori, o volgesse a Settentrione o a Mezzogiorno il nostro sguardo, possiamo però oggi lusingarci
che la Provvidenza, che per incanto maraviglioso ha fatto risorgere una buona parte del Popolo
italiano indirizzandolo al termine supremo della sua Indipendenza, possa altresì sollevare il rimanente dal lungo e penoso ritardo con cui miseramente e forzatamente sen giace.
Sì, o egregio Ministro, la Provvidenza si è prevalsa e si prevale di voi per rialzare, per far rivivere e far giungere alla Unità desiata l’Italia Centrale. Mercé la vostra lealtà, il vostro coraggio, il
senno vostro, il fermo vostro volere e mercé il concorso degli autorevoli vostri Colleghi, giungemmo a poter dire con orgoglio Siamo Nazione.
E chi mai se non voi avrebbe potuto sostener tante sorti, affrontar tanti pericoli, superar tante
traversie, abbattere e annientare quell’orda vile che tuttora si dibatte e nel suo premere agonizzante incuote per ultimo con meschino attentato le volte del vostro Palagio ? Ma vivaddio che
l’Angelo tutelare del Bel Paese ha preservato i vostri giorni e per il bene della Patria nostra vi dice
all’orecchio Non ti curar di lor, ma guarda e passa. Sì, è la Provvidenza che vi vuole a cooperatore dell’Indipendenza e dell’Unità d’Italia, avviandola all’alto suo scopo sotto l’egida del suo
più ardente soldato, l’Eletto della Nazione, il Re Galantuomo.
E noi fedeli interpreti dei sentimenti che animano questa Popolazione nella sera del 21 corrente
con il concorso delle Autorità locali e con l’intervento della Banda Musicale rendemmo al Dio della
Misericordia i più vivi ringraziamenti per lo scampato pericolo e pregammo per la prosperità vostra e degli onorevolissimi vostri Colleghi, incoraggiandovi anche per il tempo avvenire nella bella
113
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 21, p.16 r., 23 gennaio 1860.
101
strada che vi siete aperta, fidenti nel concorso di noi tutti e di tutto il popolo italiano, che in Voi
specialmente, o gran figlio d’Italia, ritrova la incoraggiagione della più giusta, della più saggia,
della più santa di tutte le Cause: il Risorgimento morale e politico dell’Italiana famiglia.
16
Elenco delle Strade Comunali
e Vicinali di Guardistallo (anno 1861) 114
Strade Comunali
Denominazione delle strade e loro percorso
Chil.
Strada per Montescudaio, che da Guardistallo giunge al confine dei Due Comuni
7
Strada del Fitto di Cecina, che dal Trivio di San Vincenzo va fino al Felciajone
1
Strada per Casale, che dalla Compagnia di San Sebastiano va fino al termine del Comune
3
Strada per Volterra, che stacca dal Paese in luogo detto San Carlino fino alla Salajola
Metri
992
167
355
346
Strade Vicinali
Denominazione delle strade e relativo percorso
Chil.
2
Via per Peccioli, che da quella di Volterra alle Casette giunge al fiume Cecina
2
Strada Pastorina, che da quella di Peccioli giunge al Ponte della Sterza
Strada degli Scornabecchi, che da quella del Fitto di Cecina giunge al confine di 1
Montescudaio
1
Strada dei Pianacci, dagli Scornabecchi al confine di Montescudaio
1
Strada di Vallelunga, che dagli Scornabecchi al Diaccione giunge al Vallino del Lupo
Strada Vecchia di Montescudaio, che dal Trivio di San Vincenzo giunge al luogo detto Vigna
dei Poveri
5
Strada delle Cerretelle, che dalla Vecchia di Montescudaio giunge in Valocchionero
1
Strada delle Rocchette, da quella di Montescudaio alla Granocchiaja
Strada dei Noci, da Poggiarello alla Volterrana
Strada della Botra, dal Poggiarello al Podere della Botra
Strada della Botra, da quella di Montescudaio al Pino
114
Statistica della Provincia di Pisa - 1863, Tipografia Nistri, Pisa, 1863, pp.80-81.
102
Metri
436
765
723
460
285
701
810
22
140
286
254
Strada della Bellana, da quella della Botra alla Fonte
Strada del Camposanto, fino a quella di Montescudaio
Strada del Poggio di Masino, da quella di Volterra alla Sterza
Strada detta Volterrana, giunge al confine di Montescudaio partendo dalla Sterza
Strada di Casale, da San Sebastiano al Fondone
Strada di sotto le Chiuse, dalla Fornace a quella Capannari
Strada di Capannari, dal Poggetto a Capannari
Strada del Poggetto, dalla Volterrana al confine di Bibbona
Strada di Montermoli, dalla Volterrana al Poggio
Strada dei Molini, che dalla Chiusa dei Cani giunge ai Molini
Strada dei Migliarini, che dalle Colonne giunge al Giardino
Strada dell’Annunziata, dai Molini alla SS. Annunziata
Strada dei Poderi, da quella di Casale al Poggio al Podere
Strada di Vallecorati, che dal Fitto giunge ai Vallini
2
1
2
17
Richiesta rivolta dal Municipio di Guardistallo
alla Direzione della Società Ferrata Maremmana
per ottenere la costruzione di una Stazione a Casino di Terra 115
Il Gonfaloniere ha fatto presente al Consiglio come egli crederebbe opportuno di avanzare
istanza al Consiglio Direttivo della Società Ferrata Maremmana per ottenere una Stazione presso
il Casino di Terra nella linea ferrata che sarà costruita da Cecina a Saline, sempre che piaccia al
Consiglio Direttivo farla passare di là da Cecina.
Il Consiglio, considerando di quanta utilità una stazione nel luogo predetto, non solo per
questa popolazione di Guardistallo, ma anche per quelle di Montescudaio, Casaglia, Miemo, Mocaio e Gello, e per la comodità di accedervi e per la vicinanza e per la minore spesa per cui tutti
preferirebbero il Casino di Terra alla Stazione del Fitto di Cecina;
Considerando che i maggiori rapporti di queste Popolazioni, tanto per i trasporti di Bestiami,
Grasce, Scorze, Legna, Carbone, come anche per altri gravissimi interessi, siano nella città di
Volterra, essendo sottoposti a quel Tribunal Collegiale ed all’Ufficio del Registro di quella Città;
115
ASCG, Comunità e Mairie di Guardistallo, Deliberazioni, registro 21, p. 61 v., 14 giugno 1860.
103
62
44
818
520
339
555
351
628
22
44
584
730
730
536
Considerando poi il Consiglio quanta di maggiore utilità potrebbe essere una strada ferrata
che potesse percorrere la strada al di qua della Cecina perché nuova vita ed impulso si darebbe
al Commercio e alle relazioni di questi paesi con Volterra loro centro, perché oltre ad allacciare i
precitati paesi allaccerebbe anche quelli di Casale e Bibbona, La Sassa, Querceto, Canneto e tanti
altri casolari che nell’insieme riuniscono notevole considerazione e popolazione;
Considerando che con l’allacciare così la vallata del Fiume Sterza viene a darsi un Commercio dei più importanti prodotti dei Boschi che questa vallata comprende in vastissime tenute oltre
ai minerali esistenti nelle tenute di Monterufoli e luoghi vicini;
Considerando che in tal guisa non potrebbero mai essere interrotte le Comunicazioni di questi
Paesi con Volterra costretti a guadar la Cecina non avendo altro mezzo di facile accesso e non
sempre è possibile guadarla in tempo di grandi piene e spesso con non lieve pericolo;
Per questi motivi fa rispettosa istanza perché in primo luogo sia costruita una Stazione in
prossimità del Casino di Terra, e a tale scopo si fanno estrarre due copie di questa Deliberazione
per inviarne una al Governo per mezzo della Regia Prefettura, e l’altra al Consiglio Direttivo della
Strada Ferrata Maremmana.
104
105
106
Scarica

Un Municipio e la sua gente