TESTI BIBLICI sul Sacramento del Matrimonio Gènesi 1,26-28.31a La coppia, trasparenza del Signore «amante della vita» DAL LIBRO DELLA GENESI Dio creò l 'uomo a sua immagine maschio e femmina li creò . Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine. secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagine: a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Dio vide quanto aveva l'atto, ed ecco, era cosa molto buona. «Ed ecco, era cosa molto buona». L'apprezzamento incondizionato che Dio stesso fa a riguardo della sua opera di creazione non è riferito semplicemente alla bellezza del cosmo, all'armonia dell'universo, ma a qualcosa di veramente speciale. che sta al vertice del suo progetto e della fantasia di Creatore: l'uomo e la donna. Li ha pensati così, come uniti da una relazione di reciprocità, per essere, nello scambio d'amore, la sua immagine nel mondo, la manifestazione della sua regalità che si prende cura di ogni creatura. La regalità della coppia si attua anzitutto nel loro incontro, nell'essere insieme uomo e donna. Come tali sono chiamati alla fecondità, a partecipare al misterioso e grandioso dono della vita; è la benedizione della generazione, che si posa su di loro e che essi devono consegnare a quei figli che da loro procederanno, per scoprire il medesimo mandato, e cioè l'essere a Sua immagine e somiglianza. La coppia è chiamata alla fecondità, a «riempire la terra», non per alimentare un senso di orgoglio e di forza derivante dal sapere che il proprio sangue e la propria carne sono vincitori nella lotta della vita, bensì per celebrare il Signore, «amante della vita». Essere ad immagine e somiglianza di questo Signore non significa solo ricevere il dono e il compito dei figli, ma più ampiamente prendersi cura del mondo in cui si è posti, assumersi la responsabilità della custodia di esso, delle creature che in esso vivono. Non si tratta di coltivare un sogno di dominio. un delirio di autosufficienza e di celebrazione della propria vitalità, ma di comprendere che essere a immagine di Dio significa per la coppia riconoscere una generosità misteriosa da cui essa stessa è scaturita. Allora diventa possibile progettare una vita in cui ci si spende l'uno per l'altro, e in cui ci si prende cura del mondo, specie di quei frammenti che hanno più bisogno di sperimentare la forza trasformante dell'amore. Gènesi 2,18-24 Non cloni, ma alleati! DAL LIBRO DELLA GÈNESI I due saranno un'unica carne. Il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame. a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l'uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola. che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: «Ouesta volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta». Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un'unica carne. «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». È doveroso rendere fedelmente il significato del testo biblico ebraico. Esso dice che il sogno di Dio sulla coppia è quello di una reciprocità tra i due, che non è neppure semplicemente una complementarità, ma un'autentica capacità di scambio dialogico nella libertà. È questo il nucleo dell'idea di alleanza che soggiace al racconto della creazione della donna come partner dell'uomo. L'alleanza. se da una parte è frutto d'impegno da parte di ognuno dei due, dall'altra è sempre qualcosa che sorprende, e che annuncia un mistero più grande, e cioè l'alleanza di Dio con l'umanità. È quanto viene espresso nel termine «torpore», che rende inadeguatamente un vocabolo ebraico assai più vicino al concetto di «estasi», cioè di capacità di uscire da se stessi per scoprire un'altra realtà, che assorbe e affascina il cuore e che non va mai data per scontata. Ouando la donna è condotta da Dio all'uomo, egli esplode nell'inno di giubilo con il quale riconosce la donna come la pròpria alleata, perché partecipe come lui del mistero dell'essere persona: osso dalle mie ossa. Tutto ciò suggerisce che stima e rispetto sono l'atteggiamento necessario, imprescindibile per accogliere il legame nuziale nella sua verità più profonda e cioè un'alleanza che vincola le persone nel loro intimo, nella loro più radicale libertà. Ma la libertà dei due si dà nella «carne», cioè nella concretezza del tempo. delle vicende che segnano il loro incontro, proprio come viene espresso nel rito del matrimonio quando i due si promettono fedeltà «...nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia». L'alleanza nella «carne» esige accoglienza dell'altro, in una tenerezza che sa fare i conti con la fragilità umana; alleanza nella «carne» è vocazione all'intimità, alla sua custodia e alla consapevolezza che mai sarà totalmente conosciuta. Ciò diventa allora, per la coppia, gratitudine e valorizzazione del tempo e delle cose che ai due è dato di vivere insieme. Deuteronomio 6,4-9 Amare il Signore con tutto il cuore e tutte le forze DAL LIBRO DEL DEUTERONOMIO Sugli stipiti della tua casa e sulle t ue porte scriverai: Il Signore è il nostro Dio. «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte». «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore». Con queste parole il credente ebreo eleva la sua preghiera almeno tre volte al giorno, affermando di voler rimanere in ascolto del Signore, rifuggendo da ogni idolatria e consentendo alla parola divina di plasmare tutta la sua esistenza, pubblica e privata, civile e familiare. In questo senso lo Semae 'Israel è un po' il compendio del progetto di ogni coppia che fonda il proprio legame nuziale nel Signore. Innanzitutto si tratta di scegliere, tra le tante parole che pretendono di offrire orientamenti per la vita, quella Parola che proviene dal mistero di Dio e aiuta i fidanzati e la coppia a scoprire il mistero d'amore di cui è immagine. Certamente il rimanere in ascolto della parola divina induce nella coppia uno stile generalizzato di ascolto, dal quale l'alleanza nuziale viene irrobustita, resa vigorosa. D'altra parte l'ascolto della Parola mette in guardia di fronte a quelle idolatrie che non solo compromettono la qualità di relazione di fede nei confronti del Signore, ma inquinano seriamente lo stesso legame matrimoniale. È l'idolatria di se stessi, dei propri progetti e desideri individualistici; è l'idolatria di un benessere materiale ed economico anteposto ad ogni altro valore... Bisogna invece avere un Dio solo, per essere davvero liberi! Dall'ascolto scaturisce l'amore, e da questo la scoperta di ciò che è davvero prezioso, talmente prezioso da poter essere consegnato come patrimonio inalienabile ai propri figli. Ecco allora il ritratto che il brano biblico fa di una famiglia credente, plasmata dalla Parola e capace di trasmettere la fede alle nuove generazioni. In questa prospettiva la famiglia, con la casa - il luogo fisico e simbolico dove essa si ritrova -. è come un santuario. Le azioni ivi compiute si caricano allora di rilevanza spirituale, religiosa. Ogni momento della famiglia può diventare occasione per la preghiera e per l'educazione al senso di fede con cui affrontare le varie situazioni dell'esistenza, e per sperimentare in esse la presenza del Signore. Siràcide 26,1-4.16-21 (NV) [gr. 26,1-4.13-16] Che cosa vale di più? DAL LIBRO DEL SIRACIDE La bellezza di una brava moglie nell'ornamento della casa. Fortunato il marito di una brava moglie, il numero dei suoi giorni sarà doppio. Una donna valorosa è la gioia del marito, egli passerà in pace i suoi anni. Una brava moglie è davvero una fortuna, viene assegnata a chi teme il Signore. Ricco o povero, il suo cuore è contento, in ogni circostanza il suo volto è gioioso. La grazia di una donna allieta il marito, il suo senno gli rinvigorisce le ossa. È un dono del Signore una donna silenziosa, non c'è prezzo per una donna educata. Grazia su grazia è una donna pudica, non si può valutare il pregio di una donna riservata. Il sole risplende nel più alto dei cieli, la bellezza di una brava moglie nell'ornamento della casa. «La grazia di una donna allieta il marita». Se si fa la fatica di andare oltre il linguaggio un po' maschilista e la mentalità piuttosto conservatrice dell'autore di Siràcide, si può cogliere un nucleo apprezzabile del suo insegnamento circa la bontà e la bellezza del legame nuziale. Ricordando che a quell'epoca la donna non sceglieva solitamente il marito, ma veniva da questi scelta attraverso il paga mento di una dote alla famiglia d'origine di lei, si capisce come una preoccupazione del Siràcide sia quella di precisare quale debba essere il criterio di tale scelta. Esso non può limitarsi a considerazioni puramente estetiche, come la bellezza e l'attrattiva fisica di una donna, e neppure a considerazioni di convenienza politica e sociale, come ad esempio il nome prestigioso della famiglia di lei. Positivamente, il Siràcide fa capire che la scelta matrimoniale deve essere ispirata all'amore e al riconoscimento di quei valori morali e religiosi di cui il coniuge (nel caso specifico la donna) è portatore. In particolare, l'autore mostra l'importanza del pudore, della riservatezza, della misura nelle cose e nelle parole e, soprattutto di una saggezza profonda che custodisce l'intimità familiare. In tal modo il legame nuziale è costruito su una solida base, che alimenta la stima verso il coniuge e assicura un'atmosfera di serenità che allieta l'intera famiglia. L'autore afferma esplicitamente che non sono, allora, le risorse economiche a rendere felice una famiglia, ma proprio la presenza delle qualità morali e la consapevolezza che tutto ciò è un dono del Signore. Emerge così un quadro radioso e fascinoso della relazione sponsale, quando questa non è motivata da ragioni d'interesse, da interferenze più o meno marcate di considerazioni di opportunità, di convenienza, o da una superficiale e transitoria attrazione meramente fisica per l'altro. Isaìa 54,5-10 Ricominciare da capo DAL L1BRO DE1. PROFETA ISAIA Anche se i monti si spostassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto. Tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome: tuo redentore è il Santo d'Israele, è chiamato Dio di tutta la terra. Come una donna abbandonata e con l'animo afflitto, ti ha richiamata il Signore. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù: -dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti raccoglierò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore. Ora è per me come ai giorni di Noè, quando giurai che non avrei più riversato le acque di Noè sulla terra: così ora giuro di non più adirarmi con te e di non più minacciarti. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia. «Ti raccoglierò con immenso amore». Il Secondo Isaìa, profeta che nell'esilio babilonese fa sentire un messaggio di consolazione ad un popolo privo di speranza e di coraggio, paragona l'esilio ad un momento di solitudine in cui il popolo è costretto a dare valore a ciò che lo fa veramente vivere, cioè il suo rapporto con il Signore, e a riconoscere che il potere e i beni materiali non gli hanno dato affatto la felicità promessa. È un momento di crisi che viene superato non da parte d'Israele, ma da parte di Dio. disposto a riprendere la propria «sposa», a ricominciare con lei una tenera e intensa relazione d'amore. In altre parole, se Israele ha infranto l'alleanza, il Signore la ricostruisce sulla base di un legame indissolubile ed eterno, motivato solo dal suo amore. Ouesta commovente metafora sponsale, che racconta la vicenda teologica della storia del popolo di Dio, interpella profondamente anche gli sposi di ogni tempo, che sperimentatîo momenti di crisi, di «esilio». Anzitutto il testo biblico ribadisce una verità importante: tali momenti possono diventare fecondi e occasione di rigenerazione, quando sono affrontati con verità e con coraggio. Inoltre la Parola di Dio prospetta alla coppia in difficoltà non la facile soluzione del ricostruirsi un'altra vita, ma l'impegnativa decisione di voler ricominciare da capo, per ricostruire il rapporto, credendo profondamente all'alleanza che unisce i due. Certo, l'immagine di un Dio sempre pronto a riprendere il proprio rapporto con Israele è particolarmente provocatrice nei nostri giorni, quando alla fatica del cammino e alla forza del perdono reciproco si sostituisce la rinuncia e il ripiegamento su altri legami. D'altra parte è una parola che contiene una promessa: è proprio la fedeltà e la tenerezza del legame del Signore che dà agli sposi il sostegno e la motivazione per realizzare una vita sponsale ispirata dal sogno di un amore fedele e indissolubile. Isaìa 62,1-5 Una gioia contagiosa DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA Come gioisce lo sposo per 1a sposa, così i1 tuo Dio gioirà per te. Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo. finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli: come gioisce lo sposo per la sposa. così il tuo Dio gioirà per te. «Come gioisce lo sposo per la sposa». I profeti ricorrono spesso alla metafora sponsale per parlare della relazione di alleanza tra Dio ed Israele. Tale rapporto conosce spesso i momenti bui del tradimento e dell'infedeltà da parte del popolo, ma anche la forza esaltante del nuovo inizio, di un Signore che viene a salvare e a rinsaldare un legame che per Lui è eterno, irrevocabile. Questo legame non è mera appartenenza giuridica, ma diventa esperienza di intimità, di comunione, di gioia che trabocca da ogni immagine del testo, da quella del sole splendente a quella del re vittorioso nel giorno delle sue nozze, fino a quella della città che. con le sue mura e le sue torri, è paragonata ad uno splendido diadema posto nelle mani del Signore. La verità di questa parola non sta solo nella sua capacità di dare speranza ad un popolo che deve ritrovare il senso della sua relazione con Dio, ma anche nella sua forza di interpellazionc esercitata sulla coppia. Gli sposi sono provocati a riflettere e a verificare circa la loro capacità di gioire. di superare le diffidenze e di comunicare serenità all'intorno. Ma c'è di più. Paragonando la gioia del Signore a quella di uno sposo per la sua sposa, non si offre soltanto un paragone, ma il fondamento stesso della relazione nuziale. I due vivono nella gioia della loro comunione una partecipazione al mistero della vita divina. Ogni momento della vita della coppia si carica perciò di mistero, di sacralità, e di una bellezza che in definitiva proviene dalla fonte di ogni bellezza e bontà, che è il Creatore e il Salvatore del suo popolo. Inoltre l'immagine del Signore/Sposo che si compiace della propria sposa, suggerisce alla coppia l'importanza di questo gioire per l'altro, compiacersi dell'altro, il volere tutto il bene dell'altro, e che egli/ella si realizzi pienamente, dando ancora più verità alla relazione sponsale. Con sorpresa, allora, la coppia potrà scoprire che Dio gioisce per essa, e che il loro amore rallegra il cuore stesso del Signore! Osèa 2,16.17b-22 Ritornare alle ragioni del proprio amore DAL LIBRO DEL PROFETA OSEA Nell'amore e nella benevolenza tu conoscerai il Signore. [Così dice il Signore:] «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. E avverrà, in quel giorno -oracolo del Signore mi chiamerai: "Marito mio", e non mi chiamerai più: "Baal, mio padrone". Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal e non saranno più chiamati per nome. In quel tempo farò per loro un'alleanza con gli animali selvatici e gli uccelli del cielo e i rettili del suolo: arco e spada e guerra eliminerò dal paese, e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell'amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore». «Parlerò al suo cuore». Il fallimento del rapporto di Osèa con Gomer, la sposa adultera, figura della travagliata relazione del Signore con Israele, sempre infedele al suo Dio, viene superato da una nuova iniziativa d'amore, che lo sposo (Osèa/YHWH) attua nei confronti della sposa (Gomer/Israele). Così rifiorisce, grazie a questo rinnovato corteggiamento, un amore che sembrava finito, umanamente irrecuperabile, e sboccia tra i due una relazione rinnovata, fatta di tenerezza, di amore, di rispetto delle regole, di fedeltà e di cura per l'altro. Questa parola del profeta Osèa ricorda alla coppia che se delle difficoltà, o addirittura dei fallimenti, potranno incrinare gravemente la loro relazione, è nondimeno possibile cercare di far rinascere l'amore, riscoprire la forza di una fedeltà nuova e di un'attenzione reciproca. Ogni matrimonio è chiamato, in definitiva, a rinnovarsi, a ritrovare la bellezza e la bontà del «sì» iniziale. È quanto il testo di Osèa prospetta quando fa dire allo sposo che intende condurre nel deserto la sposa, per parlarle di nuovo sul cuore (così letteralmente in ebraico). Ritornare al tempo del deserto significa riscoprire le ragioni del proprio amore, fare memoria della sua forza e della promessa di cui è portatore; in questo senso è rifare la «luna di miele». La cosa che ancora più sorprende è che tutto ciò avviene senza recriminazioni, pretese, e con l'attesa che sia l'altro a cambiare. Perché il matrimonio riparta, perché la storia fra i due rifiorisca. bisogna che ciascun partner scopra in sé una generosità e una forza, un desiderio d'amare, che superi il momento grave che la coppia si trova a vivere. E deve farlo non perché sia sicuro del cambiamento dell'altro, ma perché sa una cosa sola: egli crede comunque alla relazione che lo lega al coniuge, e ad un amore indefettibile, sempre disposto a ricominciare da capo e ad aver fiducia in un futuro di comunione più profonda e più vera. Giovanni 2,1-11 Perché la festa possa continuare... DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI Questo, a Cana di Galílea, fù l'inizio dei segni compiuti da Gesù. In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? None ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino. colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua-chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. «Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Il racconto del «segno» compiuto da Gesù a Cana è di una ricchezza straordinaria. Vorremmo qui sostare su questa pagina evangelica avvicinandoci ad essa attraverso la figura di Maria. Ella appare qui come «la madre», che è là dove si celebrano le nozze. In questo suo «stare» ella rappresenta il popolo fedele alle promesse di Dio e che è in attesa del suo Signore; d'altra parte è lei che per prima nota la mancanza di vino, l'ombra che si addensa sulla gioia del banchetto nuziale. Non è questione soltanto di fine sensibilità umana, ma di uno sguardo di fede che sa andare oltre le apparenze. Proprio per questo, il popolo di Dio ricorre alla sua intercessione, perché riconosce che lei sa davvero affondare lo sguardo nella volontà di Dio e, nella luce del suo Spirito, conoscere le necessità vere dei discepoli (e perciò anche quelle della coppia, che spesso sfuggono alla sua stessa consapevolezza). In secondo luogo, Maria non si limita a notare la minaccia che grava sulla festa, ma si fa portavoce di questa situazione al cospetto di Gesù. Propriamente ella non chiede nulla, ma si limita a segnalare la circostanza. Questo lascia trasparire la certezza profonda che ella nutre nel suo cuore: quel Figlio saprà provvedere perché la gioia non venga meno. È in questa fede la forza vera della sua intercessione! Gesù le risponde apparentemente in modo evasivo, ma in realtà, parlando della propria ora indica la vera fonte di quel dono di vita e di gioia che egli fa al mondo intero, e cioè il dono di se stesso sulla croce. È in nome di quest'ora che Maria comprende come la sua richiesta non sia stata respinta, ed è allora che si rivolge ai servi offrendo anche il proprio testamento spirituale: «Oualsiasi cosa vi dica, fatela». Con queste parole insegna ai discepoli di suo figlio ciò che è veramente essenziale: un'obbedienza fattiva ed operosa, fondata sulla parola di Cristo. Ora, gli sposi che in questa lettura hanno ravvisato il loro programma di vita, ricevono una serie di indicazioni e di promesse. Anzitutto devono riconoscere che da soli non bastano a garantire che la festa del loro amore non abbia fine; hanno bisogno invece di trovare colui che può far sì che la loro festa continui; hanno bisogno di scoprire, come fondamento del loro stare insieme, una Parola che chiede obbedienza, ma che offre una speranza sicura. Devono inoltre scoprire che il mondo non mantiene le sue promesse, ma che il loro Signore è capace di dare un «vino» migliore, che non viene meno e non delude. Infine la coppia può contare su una presenza materna e solidale, quella di Maria che prega per loro il Signore, perché la mancanza del «vino» non guasti la festa del loro amore. Giovanni 3,28-36a Gli sposi e la voce dello Sposo DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI Giovanni Battista esulta di gioia alla voce di Cristo sposo. In quel tempo, Giovanni Battista disse: «Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "sono stato mandato avanti a lui". Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo. che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire». Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. «L'amico dello sposo... esulta di gioia alla voce dello sposo». Giovanni il Battista è la grande figura dell'uomo che non cade nell'insidia della rivalità, del confronto, anche quando la persona di Gesù sembra offuscare la sua immagine, attingendo peraltro al gruppo dei suoi discepoli per formare il nucleo dei propri. Certamente non tutti comprendono l'atteggiamento del Battista, e forse lo valutano come rinunciatario e immotivatamente remissivo. Ouando però nasce una discussione tra i discepoli del Battista e un Giudeo a proposito di chi sia autorizzato a battezzare, il Battista rivela la qualità profonda della sua relazione con Gesù: egli è l'amico dello «sposo» e non vuole in alcun modo prendere la scena di quest'ultimo, anzi appena sente la voce dello «sposo» che arriva il suo cuore trasalisce di gioia. Definendosi amico dello sposo, egli dichiara di non poter aver legalmente diritto a sposare la donna dell'amico, persino quando questa fosse rimasta vedova. In tutto ciò si avverte certamente l'umiltà del Battista, ma ancor più la grandezza della sua confessione di fede: egli non è il Messia e per questo non ha diritto alla «sposa», cioè non è il redentore del popolo. Per questo ribadisce che «lo sposo è colui al quale appartiene la sposa». Egli, in quanto amico dello sposo, sente di dover diminuire davanti a lui, perché lo splendore di quelle nozze non conosca alcuna ombra. Dal punto di vista di una coppia di sposi che ascolta questo brano nel giorno delle nozze, vi sono alcune preziose indicazioni. La loro gioia non è autonoma, non si sorregge da sola, ma può essere piena solo se essi sanno ascoltare la voce dello Sposo, che è la voce dell'amore di Dio per questa nostra umanità, pur tanto fragile e peccatrice. D'altra parte hanno anche un'indicazione per uno stile di vita: saper umilmente «diminuire» per lasciare posto a Lui, perché egli cresca. Eppure in ciò la loro gioia non diminuirà, perché se tengono Cristo al centro ricevono da lui la parola di vita e l'immenso dono dello Spirito. Marco 10,1-12 Il matrimonio e più che una consuetudine, e vocazione! DAL VANGELO SECONDO MARCO Dall'inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina. Gesù venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito ad un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina: per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». «Dall'inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina». Questo testo evangelico non può essere ridotto ad un codice di diritto matrimoniale, e perciò essere inteso esclusivamente come una difesa dell'indissolubilità del matrimonio - tema peraltro, questo, che trova tante resistenze nella cultura odierna, che propugna un'esistenza in prova, lontana da legami stabili -, ma come l'invito a riscoprire il senso della vocazione matrimoniale. Si tratta cioè di chiedersi quale sia la volontà originaria di Dio, che sta alla base della creazione dell'uomo e della donna, e quale percorso in coppia debba poi fare, in obbedienza al progetto divino. Vediamo allora Gesù rimandare ai testi di Gènesi sulla creazione, testi che propongono una visione del matrimonio come alleanza, come una modalità in cui si realizza anche la sequela del discepolo verso il Maestro. Non a caso questo brano è inserito in un complesso di testi tutti dedicati alla sequela. Ebbene, gli sposi realizzano il loro cammino discepolare non facendo altro rispetto all'essere coppia, ma assumendo integralmente il compito del divenire una sola carne, dell'edificare l'unità profonda fra loro. È questo quanto Dio chiede alla coppia attraverso la sua Parola divenuta scrittura, testo della fede. La proposta di Gesù è perciò, per molti aspetti, rivoluzionaria anche per il nostro tempo. L'essere una sola carne non riduce il matrimonio ad un contratto garantito un tempo dal clan - con i suoi interessi più o meno chiari - ed oggi dal diritto civile, come vorrebbe il sentire comune; se i due sono chiamati ad essere una sola carne, il partner non è proprietà dell'altro, ma la compagna o il compagno che liberamente si incontrano e elaborano insieme un progetto nuziale, cercando di obbedire sinceramente alla vocazione ricevuta da Dio. Matteo 7,21.24-29 Edificare su solide fondamenta DAL VANGELO SECONDO MATTEO Costruì la sua casa sulla roccia. In quel tempo. Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi. «Quella casa... non cadde, perché era fondata sulla roccia». Alla conclusione del Discorso della montagna Gesù esorta all'adesione sincera alla sua parola. Questa adesione non può essere fatta soltanto di parole e di decisioni velleitarie ma deve diventare un fare, un concreto stile di vita. Si pone allora l'alternativa tra un discepolato fedele e autentico e uno soltanto apparente, alternativa espressa tramite due immagini antitetiche: quella della costruzione della casa da parte di una persona saggia e quella da parte di una persona stupida. I risultati sono palesemente diversi e proporzionati all'impegno posto nell'edificare la casa. Coerentemente con il linguaggio anticotestamentario dell'alleanza tra Dio e Israele- comportante sempre la benedizione o la maledizione in rapporto alla fedeltà o infedeltà al patto - la decisione del discepolo di edificare la propria casa sul fondamento della Parola di Dio o al contrario di trascurare tutto questo, ha un esito di salvezza o di rovina. Queste non intervengono però dall'esterno, ma sono piuttosto il manifestarsi della diversa consistenza dell'agire umano e del fondamento su cui esso poggia. Certamente è più dispendioso e difficile costruire sulla roccia mentre è assai più sbrigativo edificare su distese di sabbia. Ma anche l'esito è assodato: le costruzioni erette su un terreno friabile e prive di fondazioni sicure sono destinate ad essere spazzate via dagli acquazzoni e dal vento. Assolutamente decisiva appare dunque la qualità, la solidità del fondamento su cui i credenti sono chiamati ad appoggiare le loro scelte di vita: Cristo Gesù e la sua parola. Quanto più decisiva è la scelta - e tale è indubbiamente quella del matrimonio -, tanto più essa non può attuarsi confidando esclusivamente sulle proprie energie, ma su una parola di verità imperitura, in cui anche trovare la vera e stabile realizzazione della propria vocazione e delle comuni scelte di vita. Scoprire la Parola di vita e fondare su di essa il proprio progetto personale e familiare è vera saggezza! Matteo 6,25-34 Libertà dalle ansietà e fiducia nel futuro DAL VANGELO SECONDO MATTEO Non preoccupatevi per il domani. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro: E chi di voi, per quanto si preoccupi. può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede: Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». «Non preoccupatevi del domani». Ecco alcune preziose indicazioni sul rapporto che i discepoli debbono avere con i beni e gli affanni per i beni di questo mondo. Innanzitutto Gesù li esorta a non preoccuparsi, cioè a non cadere vittime di una apprensione eccessiva che fa perdere la pace. Essa si palesa come continua ansietà per i problemi dell'esistenza e ciò lascia intravedere una fede piccola, fragile. che è un fidarsi poco di Dio e più della sicurezza che darebbero i mezzi materiali di sussistenza. Non avendo però questa fiducia un valido fondamento, l'ansia turba la vita e il sonno dei discepoli, che diventano così come «pagani», dediti solo alla ricerca bramosa di ricchezze e garanzie terrene. La preoccupazione per procurarsele è invece inutile, insensata perché «il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno». In conclusione, Gesù contrappone la fede nel Padre celeste alla fiducia nei beni del mondo. D'altra parte il non affannarsi è in parallelo ad un cercare che riempie di positività l'atteggiamento richiesto al discepolo, che altrimenti potrebbe essere confuso con irresponsabilità e imprevidenza. Il compimento della vita sta più ancora che nel «non-affannarsi», nel «cercare». Quello per cui ci si preoccupa affannosamente e che non si riesce a raggiungere con lo sforzo ansioso del proprio lavoro, viene dato «con abbondanza» quando si sarà cercato e bussato alla porta di Dio con la preghiera fiduciosa. Ma che cosa è il Regno di Dio e in che cosa consiste la sua ricerca? Il Regno di Dio non è da riservare alla sola vita oltre la morte, al paradiso, ma riguarda già la vita presente, dove spesso il potere del male sembra dominare l'umanità. Ebbene, il Regno è la promessa di una vittoria del bene, dell'amore, della verità; contemplando la bellezza dei gigli del campo e la libertà degli uccelli del cielo i discepoli devono imparare a riconoscere quotidianamente i segni di un bene trionfante già nel presente! Di conseguenza, cercare il Regno e la sua giustizia significa un desiderio profondo e ardente di vivere secondo la volontà di Dio, perché se ne è conosciuto l'immenso amore paterno. Applicata alla coppia, questa pagina evangelica dà grande fiducia e forza nell'affrontare il futuro. Gli sposi però devono sapere che il Signore non li garantirà dalle prove e tribolazioni della vita, ma che indica loro l'atteggiamento da tenere in esse, poiché «a ciascun giorno basta la sua pena». La fede non è un'assicurazione sulla vita, bensì la certezza di una presenza misteriosa che soccorre e consola: «anche se, andassi in valle di ombra di morte, non temerei alcun male, perché Tu sei con me!» (Sal 23). Matteo 22,35-40 L'unica cosa che il Signore vuole: l'amore DAL VANGELO SECONDO MATTEO Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello. In quel tempo. un dottore della Legge interrogò Gesù per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comanda-mento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». «II secondo comandamento è simile al primo: Amerai il tuo prossimo come te stesso». Gesù si sta confrontando con i vari esponenti dei gruppi religiosi del suo ambiente sulle questioni decisive per la vita di fede. La domanda di un esperto della Legge, cioè un teologo-giurista, lascia intuire una questione che interessa anche alla comunità cristiana: qual è il centro della volontà di Dio, perché l'agire del discepolo non si disperda nell'affanno dell'osservanza, e non si smarrisca nella selva di una miriade di obblighi e divieti? La risposta di Gesù interpella i suoi ascoltatori su vari punti. Anzitutto in che cosa consista la grandezza del comandamento, in secondo luogo sulla portata del comando di amare Dio, poi sul significato del comandamento riguardante il prossimo. Il comandamento dichiarato «grande» da Gesù suppone che in certo senso si possa riconoscere una gerarchia di importanza nei vari precetti, ma anche la possibilità di riassumerli unitariamente, così come è già stato fatto precedentemente da Matteo con la regola d'oro (Mt 7,12). La grandezza del comandamento sembra doversi intendere in relazione al suo contenuto: l'amore verso Dio, caratterizzato dalla totalità, dalla mobilitazione di tutte le energie e capacità del soggetto. Venendo poi al significato da attribuire in concreto al termine «amare» quando è riferito a Dio, è chiaro che «amare Dio» è altra cosa che «amare l'uomo». A Dio infatti non si può volere bene nel senso di fare del bene a Lui, così come succede quando si ama una persona. Amarlo vuol dire invece credere in Lui, fidarsi della sua promessa e dare verità all'ascolto della sua parola, praticando i comandamenti. Il vero amore per Dio, in quanto sintesi della Legge e dei Profeti, ha inoltre un nesso inscindibile con l'amore per il prossimo; in caso contrario bisognerebbe denunciarne il carattere ipocrita, così come hanno fatto i profeti di Israele nelle loro insistenti accuse contro il culto formalista, privo di giustizia e misericordia verso il prossimo. Resta da stabilire come si debba intendere quel «come te stesso». Senza dubbio Gesù non chiede di porre se stessi, il mondo del proprio io, a misura del bene da perseguire per l'altro, quasi si dovesse proiettare su lui i propri desideri, aspirazioni, ecc. Amare se stessi significa invece comprendersi come «amati» e «rivestiti di dignità filiale» da parte di Dio. Sta qui dunque la misura e il metro adeguato dell'amore per il prossimo, riconosciuto appunto nella sua dignità di figlio di Dio! Quanto questo passo evangelico interessi anche la vita della coppia va da sé, ma un aspetto deve essere sottolineato: l'amare il prossimo come se stessi deve assumere la sua verità più evidente e fulgida proprio nell'amore reciproco degli sposi. E d'altra parte non va chiesto alla coppia di supplire quella mancanza di stima e di cura per se stessi che invece ognuno deve avere, perché solo così la relazione sponsale è autentica, feconda. Matteo 18,19-22 Preghiera concorde e tenacia del perdono DAL VANGELO SECONDO MATTEO Io sono in mezzo a voi. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? ». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». «Lì sono io in mezzo a loro». Il discorso di Gesù in Mt 18 mostra come la realtà della comunità sia data dallo stare insieme dei discepoli nel fattivo desiderio di una concordia, animati dalla stessa fede, sorretti dalla preghiera all'unico Padre, con la ricerca sincera di un'unità di intenti, tra cui prioritario è il bene del fratello più debole e smarrito. Ecco quanto dice il termine greco del testo evangelico: è uno stare insieme per «realizzare una sinfonia», per «accordarsi»! Oggetto di questa preghiera, attuata in modo sinfonico, non è una cosa qualsiasi, una «qualunque» cosa, bensì un «affare» preciso: il vocabolo greco è un termine usato nel Nuovo Testamento per indicare specificamente questioni controverse all'interno della vita della comunità. Ora, il contesto qui è chiaro per illuminare quanto deve essere oggetto di preghiera concorde: la conversione personale e altrui, e in particolare quella di chi è lontano dal Signore, ma soprattutto il bene dell'unità tra i credenti. Poiché la comunità sa bene che con le sue sole forze non può realizzare questa conversione, ricorre alla risorsa che le è veramente disponibile: la forza della preghiera comune. Quando i discepoli agiscono in tal modo, esperimentano la verità profonda che qualifica la preghiera della comunità ecclesiale: nonostante la sua assenza fisica, in mezzo ai suoi che lo invocano, Cristo si rende presente come il Signore, il Dio-con-noi. È utile il rimando ad un detto di un antico trattato rabbinico: «Quando due stanno insieme e fra loro ci siano le parole della Torah, la Shekinah sta in mezzo a loro, come è detto». Oui nel Vangelo, al posto della Shekínàh cioè della Presenza divina - c'è Gesù Cristo, che fa della comunità il vero tempio, il luogo della comunicazione divina. La sicurezza di essere ascoltati nella preghiera si fonda quindi sul sapere d'avere un Padre nei cieli e sulla certezza che Gesù è misteriosamente, ma efficacemente, presente in mezzo a coloro che si riuniscono nel suo nome. Essere riuniti nel Nome vuol dire che la comunità (e perciò anche la «chiesa domestica» che è la famiglia) si raccoglie nell'esperienza dell'effettiva ed efficace presenza del suo Signore e che il suo modo di stare insieme è ispirato al riconoscimento di tale signoria. Perciò, quando la famiglia (i due sposi ed eventualmente i figli o altri parenti) si raccoglie in preghiera, chiedendo al Padre l'aiuto per superare dei problemi, per riconciliarsi dopo i contrasti, per perdonarsi dei torti e delle incomprensioni, essa esperimenta la verità della promessa del Risorto ai suoi. La potenza di riconciliazione e di perdono insiti nella preghiera sono una risorsa speciale su cui può contare la coppia cristiana e la famiglia credente. Giovanni 15,1-17 Tralci dell'unica vite, carichi di frutti DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI Io ho scelto voi evi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostrofrutto rimanga. In quel tempo. Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti. rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga: perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri». «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto», Sostiamo qui sull'immagine che apre l'ampio brano di Gv 15,1-17, e cioè sulla metafora della vite, dei tralci e del vignaiolo. Nel successivo commento, che ripresenta il prosieguo del brano qui proposto ci si interesserà al tema dell'amore fraterno radicato nell'esperienza dell'amicizia di Gesù e nella sua scelta nei confronti del discepolo. L'immagine della vite e dei tralci ci consegna innanzitutto una certezza: l'amore fedele, appassionato del Padre verso i discepoli del suo Figlio, che sono come i tralci dell'unica e vera «vite». Alla scena della cura da parte del vignaiolo verso la vite -e in particolare i tralci -, l'immagine evangelica fa subito subentrare quella della potatura. Gesù risponde così al dubbio che potrebbe sorgere circa l'amore di Dio quando le vicende della vita si rivelano dolorose, difficili. Tramite la potatura il tralcio diventa più essenziale e più capace di portare frutto. Ecco allora la parabola della vite e dei tralci contemplare poi la bontà e la fecondità di un'esistenza vissuta in unione con Cristo, contrapposta all'esistenza separata da lui e raffigurata con l'immagine del tralcio che viene tagliato e che si secca per diventare poi legna di poco valore, da ardere. Anche la coppia è interpellata in profondità da questa parola evangelica. Anzitutto deve comprendere che le prove che inevitabilmente attraverseranno il suo cammino non sono una smentita dell'amore divino. In secondo luogo è invitata a scoprire la vera fecondità, possibile soltanto nello stare con il Signore, nella fedele comunione con lui. Forse in certi momenti della vita può essere portata a ritenere di poter fare da sola, ma Gesù le ricorda che senza di lui non si porta frutto, nel senso che senza di lui non è possibile un vero cammino nell'amore di Dio e perseverare fedelmente e gioiosamente negli impegni della vita, compresi quelli matrimoniali. D'altra parte viene consegnata alla coppia anche una promessa grandiosa: se rimarrà fedele alla parola di Cristo potrà contare sulla vicinanza di Dio («chiedete quello che volete e vi sarà fatto»), e soprattutto potrà dargli testimonianza, glorificare il Padre nella sua vita. Efesìni 5,1-2a.21-33 Il grande mistero dell'amore sponsale DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESÌNI Questo mistero è grande; io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Fratelli, fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi. Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell'acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura. come anche Cristo fa con la Chiesa. poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l'uomo lascerà 91 padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito. «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!». All'interno di una sorta di codice domestico, familiare, rivolto ad indicare come il battezzato debba tradurre la propria radicale adesione al Signore, la lettera agli Efesìni dedica una speciale riflessione al rapporto matrimoniale. Ecco in primo luogo l'enunciazione del principio generale di una vicendevole sottomissione, per cui la vita cristiana stessa (e non solo quella matrimoniale) è fatta di sottomissione reciproca. Essa coincide con il rispetto profondo dell'uno e per l'altro, con la disponibilità a capire, ascoltare, donarsi. Segue l'istruzione alle spose che adduce due tipi di motivazioni: una considerazione di carattere antropologico-culturale («il marito è il capo della moglie»), e una davvero decisiva, di carattere cristologico, che vede il rapporto vicendevole nella coppia ricalcare quello esistente tra Cristo e la Chiesa! Si può peraltro notare che la sottomissione della Chiesa a Cristo eccede di gran lunga la realtà coniugale con cui si stabilisce l'analogia. Ma ancora più interessante è il fatto che l'autore si serve di tale confronto per esortare gli sposi all'amore per le loro spose, un amore che cerca il bene dell'altro anche quando è costoso, difficile. Nell'ambito coniugale il discorso si applica a tutte le manifestazioni della vita in comune e deve essere costante nel tempo, così come è irrevocabile l'amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa. In definitiva, l'istruzione ai mariti approfondisce ulteriormente la motivazione cristologica precedente e indica alcune linee fondamentali di una teologia cristiana del matrimonio. Viene così offerto al lettore lo statuto «teologico» del matrimonio cristiano: la relazione salvifica di Cristo verso la Chiesa, che si attua nell'amore e nel dono totale di sé, è il prototipo e la fonte stessa delle relazioni sponsali dei cristiani. In sostanza, il rapporto Cristo-Chiesa, oltre ad essere un modello per i coniugi, è la realtà vivente, il Corpo in cui tutti i battezzati sono inseriti, quali membra vive. La relazione coniugale dei battezzati fa parte di questa realtà del Corpo di Cristo ed è presenza del mistero dell'unità di Cristo con la Chiesa. Apocalisse 21,1-5a Neppure la morte può separare! DAL LIBRO DELL'APOCALISSE DI SAN GIOVANNI APOSTOLO Come una sposa adorna per il suo sposo. Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Talora la routine, il quotidiano, i problemi, le delusioni, sembrano soffocare l'attesa di novità che alberga nel cuore di ogni uomo, e che spinge un uomo e una donna ad edificare un progetto di vita insieme e per sempre. Ebbene, la Parola di Dio, attraverso l'ultima grandiosa visione dell'Apocalisse, annuncia che tale attesa di novità non è un'illusione, ma una speranza ben fondata, perché Dio può e vuole fare nuove tutte le cose. Ascoltando queste parole, che annunziano il rinnovamento messianico dell'intera creazione, e il superamento del male e del dolore che l'affliggeva, i credenti, e tanto più le coppie di credenti che sembrano essersi arenate nelle sabbie mobili dell'abitudine e del consueto, ritrovano fiducia nel futuro, coraggio di riscoprirsi, il desiderio di ricominciare. È importante poi notare che, ancor prima che al rinnovamento del cosmo, l'attenzione di Apocalisse è rivolta alla «nuova Gerusalemme» simbolo di un'umanità nuova, il vero traguardo a cui Dio vuol condurre la sua opera di salvezza. Essa è descritta con le immagini prima della città e poi della «sposa». Ecco la speranza di cui i credenti vivono: Dio è capace di immettere nella storia una forza di rinnovamento delle relazioni umane, ma soprattutto chiama ad un'intimità d'amore con Lui, in cui vi è la vera pienezza, capace di soddisfare ogni desiderio. La coppia deve essere poi consapevole che nella propria vicenda deve lasciare trasparire in qualche modo il più grande progetto di Dio sull'umanità, proteso a quell'intimità di vita e di amore che ha il suo simbolo più alto nella nuzialità umana. E d'altra parte, se su ogni storia d'amore sembra però incombere una sconfitta, in quanto la morte ha sempre l'ultima parola, il libro dell'Apocalisse ricorda che l'ultima parola è quella di Dio, perciò ogni dolore sarà superato, ogni lacrima sarà asciugata, e la morte sconfitta per sempre. Romani 12,1-2.9-18 Rinnovarsi, liberi da schematismi DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. La carità non sia ipòcrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell'ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere i I bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Questo testo della lettera ai Romani è particolarmente denso di concetti, pertanto sostiamo qui solo sui primi due versetti. Sovente si tende a separare il culto dalla vita, la liturgia dalla carità, lo spirito dal corpo. Niente di più lontano dall'insegnamento autenticamente cristiano, che qui Paolo esplicita invece con grande forza. Ebbene, egli ricorda ai destinatari della sua lettera che il senso della vita cristiana deve essere quello di rendere un culto gradito a Dio, culto che può essere soltanto quello coerente con la natura razionale dell'uomo. Ebbene, rispetta la natura umana solo un culto che sia offerta integrale della propria vita, a servizio dei fratelli. Questo è davvero un presentare (questo è il significato tecnico del termine liturgico tradotto con «offrire») a Dio se stessi e i propri corpi, cioè le proprie storie concrete. Come Gesù è stato «presentato» al tempio quale segno della sua appartenenza a Dio, ogni cristiano, in nome della propria esperienza della misericordia di Dio, è chiamato a fare questa offerta di sé. È utile peraltro notare che il termine sacrificio è anch'esso termine tecnico della liturgia e indica in greco non l'olocausto - cioè il sacrificio fatto esclusivamente a Dio -, ma quei sacrifici di comunione che venivano offerti ai presenti perché li consumassero insieme. Dio non ha bisogno che ci sacrifichiamo per Lui. ma vuole che siamo disposti a spendere la nostra vita per i fratelli e che, in altri termini, siamo pronti al servizio. Si tratta allora, come dice il v. 2, di entrare in una logica di rinnovamento della propria mente, che si oppone agli schematismi (così si esprime il greco!) imposti dalla logica del mondo. Vita cristiana è intraprendere una metamorfosi, una trasfigurazione di se stessi, partendo dal proprio modo di vedere e di sentire, senza limitarsi ad alcuni aggiustamenti degli atteggiamenti esteriori. È evidente quanto sia importante anche per una coppia che ascolta questo testo della Parola, comprendere di essere chiamata a fare un'offerta (comune) della propria vita in favore dell'altro e degli altri, e a rinnovarsi costantemente nel suo modo di valutare, di progettare, di agire. Romani 15,1b-3a.5-7.13 La gioia dell'accoglienza DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI ROMANI Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi. Fratelli, [non dobbiamo] compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo. «Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi». Una vita condotta nella coerenza alla propria fede ha bisogno di modelli. Ebbene, Cristo non è solo il salvatore, ma anche il modello per il cristiano. Riferirsi al suo esempio è necessario ed aiuta a restare umili, a non sentirsi migliori degli altri, guardandoli dall'alto in basso. Infatti Cristo è l'esempio insuperabile di come ci si rapporta agli altri e di come ci si relaziona a Dio. Per un verso bisogna vivere le relazioni personali senza pregiudizi, lasciandosi guidare dall'unico valido criterio ispiratore che non può consistere nel proprio interesse, ma deve essere l'edificazione del prossimo. Per l'altro verso si tratta di cercare di compiacere Dio e non se stessi, proprio come ha fatto Gesù, che ha cercato con tutta la sua vita la volontà del Padre. Ouando la comunità si ispira a Cristo quale modello e cerca di avere i suoi stessi sentimenti verso gli altri, sperimenta la presenza di Dio, che le dà perseveranza e coraggio nelle prove. Diventa allora possibile uno stile di accoglienza reciproca di cui ancora una volta il paradigma supremo resta Cristo, che si è fatto accogliente verso tutti. «Accogliere» significa riconoscere il valore dell'altro e comprendere che la comunione con Gesù arricchisce l'intero corpo ecclesiale; perciò, quando vi è questa accoglienza, scaturisce nella comunità una preghiera veramente concorde che, proprio per ciò, rende gloria a Dio. Tuttavia va notato che questo invito all'accoglienza non è riducibile ad un'esortazione moralistica, ma costituisce un fondamentale vissuto ecclesiale, in cui si riconosce reciprocamente la validità di esperienze cristiane tra loro diverse. Infatti, nel caso della comunità di Roma a cui Paolo scrive, accogliersi reciprocamente significa riconoscere la validità del cammino di fede dei cristiani provenienti dal giudaismo, che la maggioranza dei cristiani di origine pagana fa ormai difficoltà ad accettare. Accogliersi l'un l'altro è dunque riconoscere che Dio ha modi e vie diverse per comunicarsi ai suoi figli. Ma questo, se per un lato è impegnativo, difficoltoso, per l'altro fa sperimentare la gioia e la pace con cui il Dio della speranza riempie il cuore di chi vive uno stile di accoglienza, che se ha chiari risvolti ecclesiali, ha, con ogni evidenza, anche un forte riflesso nella vita della coppia e della famiglia. 1 Corìnzi 6,13c-15a.17-20 La sublime dignità del corpo umano DALLA PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI CORINZI Il vostro corpo è tempio dello Spíríto Santo. Fratelli, il corpo non è per l'impurità, ma per il Signore. e il Signore è per il corpo. Dio. che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall'impurità! Qualsiasi peccato l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all'impurità. pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi: Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo! «Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi». Paolo si rivolge alla comunità di Corinto, in cui un gruppo di cristiani ha frainteso il suo annunzio sulla libertà del credente e, collegando poi tale fraintendimento con un dualismo di matrice greca - separazione netta tra anima e corpo -, giunge a paradossali conseguenze. Essi ritengono infatti che il corpo sia indifferente all'anima, e che il messaggio cristiano riguardi solo quest'ultima. Pertanto comportamenti sessuali disordinati vengono ritenuti possibili, poiché interessano la sfera del corpo e non dell'anima. Paolo, dopo aver chiarito che «libertà» non significa assenza di legge, ritiene di dover istruire i suoi interlocutori sul vero valore del corpo, sulla sua sublime dignità (al contrario dell'atteggiamento di questi Corìnzi che lo svilisce, abbruttisce). Tale dignità è fondata innanzitutto nel fatto che Cristo, con la sua morte, ha riscattato dalla servitù del peccato «tutta» la persona umana, compreso il suo corpo («siete stati cornpratí a caro prezzo!»). Inoltre, il corpo dell'uomo non ha come suo esito ultimo la corruzione della tomba, ma la gloria della risurrezione; la grandezza di tale destino riveste la corporeità umana di un immenso valore. Infine il corpo del credente, in forza del battesimo, è inserito nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, per cui si può dire che il cristiano edifica, anche nella sua corporeità, la realtà ecclesiale. Ne risulta anche un modo di considerare la sessualità, che non può essere una sua banalizzazione, quasi riguardasse solo indirettamente la persona. Essa invece si esprime in gesti che coinvolgono le dimensioni più intime della persona umana, e da ciò risulta che un comportamento o un altro non possono essere assunti indifferentemente. Il cristiano è chiamato quindi a decidere «come» usare del proprio corpo: se nella modalità egoistica della «carne», cioè in un modo che tollera le varie impudicizie e i comportamenti sessuali equivoci, oppure in un modo che ne rispetta la dignità e la grandezza del destino, nella consapevolezza di formare con Cristo un solo spirito. 1 Corìnzi 12,31b-14 La rotta e il porto DALLA PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO Al CORINZI La carità non avrà mai fine. Fratelli, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cìmbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adìra, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio: allora invece vedremo a faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! Aspirate alla carità. «La carità non avrà mai fine». Ai cristiani di Corinto, affascinati dai carismi eccezionali come le guarigioni, i miracoli, il dono delle lingue, ecc, Paolo ricorda invece che il dono per eccellenza, quello che struttura l'intera vita cristiana, è la carità, l'amore generoso, disinteressato e fedele. La carità è da un lato la via che il credente deve percorrere; non si tratta semplicemente di una strada tra le altre, ma della strada in senso assoluto, poiché fuori della carità non vi sono altre vie per raggiungere la meta. Dall'altro lato essa è l'approdo, la meta stessa, poiché la carità rimane per sempre. Ciò significa che quando uno ama partecipa già della dimensione dell'eternità, del compimento. L'Apostolo chiarisce pure che senza la carità non vi è autentica comunicazione, ma solo vuoto strepito, rumore inutile; ciò suona particolarmente provocatorio per i Corìnzi, così attenti al lato spettacolare della vita ed enfatici per quanto riguarda la comunicazione. Senza carità, poi, non vi è vera edificazione di se stessi, anche nel caso si fosse dotati di carismi eccezionali. Infine senza carità non vi è vera relazione con Dio. Va segnalato qui che l'espressione «niente mi giova», nel greco dell'epoca di Paolo, era riferita spesso alla relazione con le divinità. È come se Paolo dicesse che anche se si fosse disposti a dare tutti i propri beni e persino a morire, senza carità ciò risulterebbe una recita, una teatralizzazione del proprio io. Positivamente, descrive poi alcuni degli atteggiamenti della carità, per giungere ad un'affermazione particolarmente pregnante circa l'onnipotenza della carità («Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta»). Sarebbe erroneo vedervi legittimata un'idea della carità come debolezza permissiva, incapace di dire dei «no» a volte doverosi, necessari. Piuttosto, l'Apostolo vuole ricordare ai destinatari della lettera che il cuore dell'uomo è fatto per il «tutto», perché solo co sì trova il compimento; ma questo «tutto» non lo si raggiunge con i vari deliri di onnipotenza, ma con l'unica via abilitata a ciò, e questa è esattamente la via dell'amore. La carità, proprio perché ha a che fare con il tutto, è «perfetta», cioè, secondo il termine greco usato, raggiunge il fine, lo scopo della stessa vita umana. Rispetto alla perfezione della carità, tutto risulta allora parziale, transitorio. Efesìni 4,1-6 Conservare nel vincolo della pace l'unità dello spirito DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AGLI EFESINI Un solo Signore... un solo Dio Padre di tutti. Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione: un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. «Una sola è la speranza... quella della vostra vocazione». Il cristiano non è uno che deve solo a se stesso quello che è, ma è uno che ha riconosciuto all'origine della propria identità un dono, una vocazione. L'essere cristiani è perciò la risposta ad una chiamata, risposta che si traduce in un comportamento esistenziale degno di quanto si è ricevuto. Vari tratti concorrono a delineare lo stile di comportamento richiesto, come ad esempio la dolcezza, la grandezza d'animo, un'umiltà profonda, una capacità di sopportazione reciproca. Tutto ciò, tuttavia, ha di mira un obiettivo preciso: conservare l'unità nel vincolo della pace. Evidente appare la rilevanza di tutto questo, per la concreta vita ecclesiale e per la piccola chiesa domestica che è la famiglia. Il pensiero dell'Apostolo si dirige pertanto a quanto gli sta più a cuore, e cioè all'unità della Chiesa, che è il Corpo di Cristo, dove la molteplicità converge nella comunione, superando separazioni e lacerazioni. Il fondamento di tale unità non sta nei sentimenti e nelle scelte umane, ma nella realtà di Dio, che è Padre, Figlio e Spirito. Dalla vita trinitaria scaturisce quell'unità che si esprime nell'unica vocazione cristiana. Essa guarda al futuro non come ad una serie di destini diversi, per cui alcuni sono più fortunati e altri meno, ma con una speranza comune, che è la vita eterna presso Dio. La comune vocazione cristiana porta poi a confessare oggi Cristo come Signore e ad essere in lui battezzati. Anche questo è un grande segno di unità: l'unico battesimo. Tutto ciò, però, non impedisce di riconoscere che Dio agisce in tutti e attraverso tutti, la varietà, la diversità, non sono opposte all'unità, ma anzi possono convergere in una comunione più profonda. Questo passo di Paolo conserva una grande attualità per l'impegno ecumenico delle chiese, ed è particolarmente adatto ad illuminare il cammino di quelle coppie dove i coniugi appartengono a confessioni cristiane diverse. Essi hanno la possibilità di affermare, sia pure tra considerevoli difficoltà, che quanto unisce i cristiani è molto più di quanto li divide: un solo Dio, un solo Signore, un solo Spirito, una sola fede, una sola speranza, un solo battesimo! Filippési 4,4-9 Attingere incessantemente alle sorgenti della gioia DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO Ai FILIPPÉSI Il Dio della pace sia con voi. Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile. quello che è onorato. ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi! «Siate sempre lieti nel Signore». Alla comunità dei Filippési Paolo rivolge anzitutto l'invito insistente perché gioisca nel Signore. L'accento è posto sulla continuità della gioia, che non può essere sporadica, l'emozione di un momento, ma deve essere esperienza duratura, che attraversa tutte le situazioni, anche quelle di prova, caratterizzate da sofferenza e contrarietà. Poiché tale comando sembra davvero ai limiti del possibile, ci si chiede allora dove possa darsi la ragione di questa permanenza e continuità della gioia; ebbene, per Paolo non sta in una capacità della psiche, ma nella sua fonte vera, che è l'essere nel Signore. Questa gioia non può restare nascosta nell'interiorità della persona, ma deve trasparire anche nelle relazioni; ed è quanto afferma Paolo quando chiede ai Filippési: «La vostra amabilità sia nota a tutti». Il termine usato da Paolo e tradotto amabilità/affabilità contiene in sé molte sfumature, quali quella della moderazione, della benevolenza, della dolcezza, del rispetto e della cortesia. In definitiva, è la capacità di cercare ciò che è conveniente, ciò che è adatto all'altro, la misura giusta per lui. Non basta dunque amare: bisogna essere amabili, cioè facilitare gli altri ad esprimere la loro capacità d'amore. Anche questa è carità! Si noti peraltro che tale affabilità non deve seguire un criterio selettivo, ma un criterio di universalità, e perciò anche con le persone difficili o ostili. La motivazione di questo atteggiamento è indicata dall'Apostolo nella vicinanza del Signore. Questa riguarda non solo l'attesa della parusìa, ma la sua presenza misteriosa nella comunità, presenza che sostiene nelle prove e che dona una gioia capace di superare le tribolazioni. Perciò anche le relazioni interpersonali, pur in un contesto di tribolazione e di ostilità, possono essere «diverse», cioè improntate ad un'amabile benevolenza. La vicinanza del Signore motiva anche l'esortazione ad avere fiducia e a non lasciarsi schiacciare dagli affanni. A tale fiducia non si giunge con uno sforzo della volontà, facendo violenza al proprio spontaneo sentire, ma attraverso un cammino di preghiera che giunge ad avvolgere la vita del credente. La coppia può trovare in questo passo non solo un invito alla gioia, ma l'indicazione del fondamento di una gioia che i problemi della vita non potranno scalfire: la vicinanza del Signore agli sposi e alla famiglia da loro formata. Del resto è il Signore che si impegna a mantenere la «pace» su di essa, in quanto non è una pace che essi possono custodire, ma che li custodisce. È la pace dell'aver posto la loro storia d'amore nel Signore e di essersi così collocati misteriosamente in Lui. Colossési 3,9b-17 Spogliarsi dell'uomo vecchio e rivestire il nuovo DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI COLOSSESI Tutto avvenga nel nome del Signore Gesù. Fratelli, vi siete svestiti dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo. che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti. Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine. di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato. così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre. «Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto». La vita cristiana è un rivestirsi dell'uomo nuovo attraverso l'adesione di fede in Cristo sigillata dal battesimo. La nuova realtà del battezzato deve attuarsi nei confronti di Dio come un rinnovamento continuo, scoprendo su di sé il progetto originario del Creatore, che ha voluto la persona umana a sua immagine e somiglianza. Verso il prossimo l'essere creatura nuova in Cristo comporta il riconoscimento dell'unità in Cristo che implica il superamento di tutta una serie di barriere religiose, culturali, politiche, e persino delle differenze sessuali. Ma ciò comporta che la vita battesimale nel quotidiano si traduca in una serie di atteggiamenti virtuosi riguardanti sia la vita fraterna nella comunità ecclesiale sia la vita familiare vera e propria. Entrambe sono ispirate allo stesso fondamento teologico che è la carità, «che le unisce in modo perfetto». In tale vincolo della perfezione si incontrano l'ideale etico soggiacente alla filosofia corrente dell'epoca e la novità della vita cristiana, che esige un costante riferimento al Signore, a Colui che regna nel cuore del credente e gli dona pace. Certamente alcuni vissuti virtuosi raccomandati dalla lettera hanno però una specifica radice cristiana - ricalcando l'ideale morale-religioso delle beatitudini - come l'umiltà, la mansuetudine e la sopportazione reciproca. È il riferimento alla persona di Cristo che plasma altresì il vissuto familiare delle famiglie credenti e deve tradursi in gratitudine, riconoscenza, perché così vivono i credenti che si lasciano ammaestrare dalla Parola di Dio. 1 Tessalonicési 5,14-28 Per non spegnere lo Spirito! DALLA PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI TESSALONICESI Non spegnetelo Spirito, non disprezzatele profezie. Fratelli, vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. li Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo! Fratelli, pregate anche per noi. Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. Vi scongiuro, per il Signore, che questa lettera sia letta a tutti i fratelli. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi. «State sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie». Con la sua prima lettera ai Tessalonicési, Paolo ha voluto perseguire un intento assai preciso: cementare l'unione fraterna nella comunità, superando i problemi che avrebbero potuto causare divisioni. D'altra parte la preoccupazione di non omettere nessuna indicazione importante per la vita ecclesiale fa sì che egli accumuli in poche righe una serie di importanti raccomandazioni in cui è facilmente percepibile tutta la sua sollecitudine per la comunità, perché esperimenti davvero la grazia di Cristo e la testimoni con forza al mondo. Anzitutto si rivolge a delineare un abbozzo di ministero ecclesiale, ministero intessuto di fatica, presidenza ed ammonizione, al quale deve corrispondere da parte della comunità una risposta fatta di riconoscimento, stima ed amore generoso. Ma perché questo si verifichi è importante che nella comunità si cerchi di mantenere la pace, che è insieme dono dall'alto e impegno fattivo di custodire la fraternità, impegno in cui rientra anche il rispetto per coloro che hanno il compito ministeriale di garantire l'unità ed essere segno di comunione. Le successive esortazioni riguardano sia la vita quotidiana che le riunioni assembleari, comunitarie. Ci limitiamo qui a brevi considerazioni sulle tre che configurano la vita cristiana (individuale, familiare e comunitaria) quale culto ininterrotto: gioia continua, preghiera incessante, rendimento di grazie in ogni cosa. Sono come fiori che provengono dalla medesima radice, e cioè dallo Spirito di Dio in noi, che mantiene in ogni situazione il nostro spirito in Dio, anche là dove vi sono tribolazioni e dolore. La volontà di Dio è proprio questa: una vita spirituale vissuta sempre alla sua presenza, come continuo e gioioso rendimento di grazie. Dio non chiede l'impossibile, ma vuole ciò che in amore si sperimenta sempre, e cioè il fatto che l'altra persona, più o meno consapevolmente, è sempre presente nel cuore dell'amato. Ebbene, Dio vuole che i suoi figli vivano costantemente alla sua presenza. A ciò certamente soccorre anche la preghiera comune! Ebrei 13,1-4a.5-6 Onorare il matrimonio DALLA LET'I`ERA AGLI EBREI Il matrimonio sia rispettato da tutti. Fratelli, l'amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo. Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. Così possiamo dire con fiducia: Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura. Che cosa può farmi l'uomo? «II matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia». Come avviene spesso in altri scritti epistolari del Nuovo Testamento, la parte conclusiva della lettera agli Ebrei è dedicata alle esortazioni e alle indicazioni concrete per tradurre nella vita di ogni giorno la verità cristiana. Alla base di tutto deve esservi la carità, cioè un amore generoso, gratuito, disinteressato. Ma un aspetto va in particolare considerato, ed è quello dell'amore fraterno, senza il quale non si può edificare la comunità. L'amore fraterno non esaurisce l'ambito della carità, ma questo si estende anche al bisognoso, allo straniero, verso i quali bisogna esercitare la virtù dell'accoglienza, donde il richiamo in sistente al dovere dell'ospitalità e al suo valore. L'ospitalità accordata da Abramo, presso le querce di Mamre, ai suoi misteriosi visitatori è un'illustrazione eccellente del suo valore quale opera di misericordia. L'autore di Ebrei ricorda allora anche altre opere di misericordia ove su tutte emerge quella di visitare i carcerati (è verosimile che si riferisca a fratelli della comunità cristiana, incarcerati per la loro fede). Infine esorta i suoi destinatari ad onorare i doveri del matrimonio. Anzitutto raccomanda la stima verso tale legame e il rispetto della fedeltà coniugale. Non vi è spazio per concezioni che, prendendo a pretesto una spiritualità esaltante l'anima a scapito del corpo, giungono a disprezzare il matrimonio come realtà meramente materiale e a non scorgervi una via disegnata da Dio stesso per la santificazione della persona. Infine vi sono alcune indicazioni sull'uso dei beni, che dovrà essere improntato a sobrietà, e insieme al superamento dell'avarizia che porta a confidare in essi, dimenticando che il credente ha il suo aiuto nel Signore. 1 Giovanni 4,7-12 Dio e amore DALLA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI APOSTOLO Dio è amore. Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore». Rivolgendosi ai propri lettori, l'autore della prima lettera di Giovanni ribadisce a più riprese il comandamento dell'amore fraterno, ossia l'amore reciproco per i fratelli di fede. Secondo la tradizione giovannea è l'unico segno non ambiguo con cui si può riconoscere il discepolo del Signore (Gv 13,35: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»), in quanto gli altri segni, quali i miracoli e i prodigi, possono sempre essere contraffatti fino ad essere messi in atto dallo stesso Avversario. Dio non può essere conosciuto nella sua essenza che praticando l'amore, poiché amore e conoscenza sono strettamente connessi, in quanto si tratta di una conoscenza esperienziale, dove è determinante la decisione della libertà. È interessante notare l'intrecciarsi del tempo presente con il passato: se uno non ama, ciò è indizio del fatto che non ha ancora scoperto Dio, non ha avuto una reale esperienza di Lui. Chi ama è invece inserito in un processo di conoscenza che continua e cresce sempre più, sicché la conoscenza si approfondisce e diventa forza per amare. Il testo raggiunge poi il suo vertice (ma anche la vetta più alta di tutto il Nuovo Testamento!) nell'espressione lapidaria: «Dio è amore». Non è una definizione astratta di Dio, ma un'affermazione comprensibile solo alla luce della storia della salvezza e, in particolare, dell'invio di Cristo come redentore dell'umanità. Gesù è la rivelazione di questo amore di Dio, assolutamente disinteressato, gratuito. Ciò significa che, per riconoscere Dio come amore, bisogna partire dalla manifestazione che Dio fa di se stesso inviando il Figlio: «In questo si è manifestato l'amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito». Solo passando attraverso il Figlio quale manifestazione dell'amore di Dio si può giungere a conoscere questo amore e a capire che coincide con Dio stesso, nella sua vita intima. Alla luce dell'evento di Cristo è chiaro che non il nostro amore, ma solo l'amore di Dio è pienamente degno di questo nome: agape. Pertanto la coppia, che sperimenta l'eros e anche l'amore di amicizia basato sulla simpatia e sulla condivisione di valori comuni è chiamata a guardare a questo ideale: giungere ad un amore agapico, capace di donazione piena senza attendersi il contraccambio, ma volendo con tutto se stessi il bene dell'altro.