IL NUOVO RINASCIMENTO
XVIII Convegno di Capri
Intervento Antonio D’Amato
Presidente Confindustria
Devo dire che la citazione finale di Tremonti è stata, per un
napoletano affezionato alla sua città, naturalmente, una bella citazione
che ci riporta anche in maniera più direttamente un piccolo break, in
una mattinata che è stata piena di interessanti e importanti scambi di
punti di vista, di opinioni, di proposte, di idee.
Per continuare un attimo in questa fase di break, io vorrei
dividere con voi Giovani Industriali, una sensazione che ho avvertito
molto forte in queste due giorni.
Questo è il XVIII Convegno dei Giovani Industriali a Capri e
mio figlio ha 18 anni. E quando diciott’anni fa inventammo questo
convegno lo facemmo perché volevamo avere un’occasione per
ragionare, non solo del presente e delle polemiche di tutti i giorni, ma
soprattutto del futuro.
Quando l’inventammo – vedo qui molti dei Giovani di allora,
che da allora e ancora oggi hanno condiviso con me la passione,
l’ambizione, la voglia di promuovere cambiamenti di lungo periodo
per il nostro futuro. Penso a Tognana, penso a Fortuna, penso ad
Averna. Penso a tanti altri che loro erano nei giovani industriali, questi
tre erano con me in presidenza dei Giovani e lo sono ancora oggi.
Penso a Marilù che allora con me e con loro inventò questo convegno
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Capri 11 ottobre 2003
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e oggi non è con me sul fronte della Confindustria ma su altri fronti,
altrettanto e sicuramente più importanti. Ebbene, oggi come allora i
Giovani Industriali hanno mantenuto, su questo appuntamento, la
capacità di affrontare e di portare al nostro dibattito e al dibattito del
Paese, questioni che sono assolutamente fondamentali.
Allora discutevamo di come rompere le oligarchie, di come
spezzare l’intreccio fra politica ed economia. Di come creare un
nuovo stato sociale che fosse più aperto all’inclusione di quelli che
erano esclusi. Di come, soprattutto, far crescere un capitalismo più
democratico e capace di dare opportunità e mettere in moto quella
sfida della crescita di cui oggi si è parlato in maniera così forte.
Ricordando soprattutto quell’affermazione che a me piace moltissimo
“l’ossessione” della crescita. Cioè l’ossessione di essere ogni giorno
migliori, di sapersi misurare sul mercato, e di sapere soprattutto
anticipare piuttosto che non inseguire i bisogni e le aspettative dei
nostri consumatori e dei nostri clienti.
Che è il motore fondamentale di quell’innovazione, di quel
cambiamento. Di quelle cose che rappresentano il pane nella vita
quotidiana
nell’impresa.
Ricordandoci
tutti
che
esistono
sì,
probabilmente, due grandi categorie di imprenditori: gli imprenditori
soddisfatti e quelli insoddisfatti. Ma sappiamo tutti che i primi sono
destinati al fallimento, e solamente i secondi, quelli che non si
accontentano mai, hanno quella spinta interiore, quella capacità di far
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crescere, di promuovere continuamente i miglioramenti nella loro
azienda che rappresenta il motore più forte della competitività
dell’impresa in quanto singola. Rappresenta anche la ragione per la
quale come componete collettiva, come parte del ceto dirigente del
paese, continuiamo a non essere, a non poter essere contenti e a volere
a tutti i costi cambiamento e modernizzazione e riforme, perché è su
questo fronte che si gioca il futuro nostro, dei nostri figli, delle nostre
aziende, del nostro paese.
È difficile per me che ho vissuto con grande passione quegli
anni, distinguere oggi il ruolo più istituzionale, più necessariamente
complessivo di presidente di Confindustria, senza ricordare con un
certo fremito la passione che avevo già allora come presidente dei
Giovani Industriali.
Però il tema che abbiamo dibattuto in questi giorni è talmente
importante che non c’è bisogno, in realtà, fare grandi distinzioni. La
passione e le convinzione di allora restano quelle di oggi, accresciute
dall’esperienza, dal passare del tempo, ed anche dalla situazione con
la quale dobbiamo misurarci.
Diceva prima Fassino citando Marx “Tutto è costretto al
cambiamento. Il movimento mette in moto le cose”. Io non citerò
Marx per tante ragioni, preferisco citare Eraclito, Pantarei, e
soprattutto ….. Ed è il movimento la necessità del cambiamento il
motore fondamentale che rappresenta la sfida sulla quale gli
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imprenditori devono confrontarsi.
Quando ero ragazzo, qui ognuno di voi ha citato un’esperienza
dei suoi ricordi di studi e di adolescenza. Quando ero ragazzo studiavo
su un quaderno di computisteria che aveva una copertina, e poi li ho
comprati sempre così, molto divertente. Che portava le pubblicità di
tante aziende, famose o no, degli anni ’20, degli anni ’30, agli inizi del
secolo, e poi scomparse. E mi sono sempre posto, da allora, un
angoscioso importante interrogativo che rappresenta, dal punto di
vista della mia strategia imprenditoriale, una delle molle più forti ad
essere sempre attento al cambiamento. Molti di quei marchi, molti di
quei prodotti non esistono più. E quello che noi siamo davvero
costretti a guardare con grande attenzione, giorno dopo giorno, è cosa
sarà domani in termini di prodotti alternativi, tecnologie alternative,
mercati alternativi. E come paese dobbiamo naturalmente porci nella
stessa prospettiva davanti a questo cambiamento.
Io ho un’analisi un po’ diversa da molte delle considerazioni che
sono state fatte in questi giorni, su qual è la portata della sfida
competitiva che noi abbiamo davanti, e ve la vorrei proporre.
Io credo che noi ci troviamo di fronte a questa situazione. Da un
lato noi abbiamo, nel quadro della competizione globale, un grande
giocatore: gli Stati Uniti, che ha rappresentato l’unico grande motore
di sviluppo nel mondo nel corso degli ultimi vent’anni. E di fronte al
quale l’Europa ha avuto una sostanziale incapacità a crescere, a
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muoversi autonomamente con le proprie gambe.
Negli anni migliori l’Europa è cresciuta più o meno quanto gli
Stati Uniti nel corso degli ultimi 24 mesi di grave crisi sono riusciti ad
esprimere in termini di crescita. Loro sono stati il nostro motore, e
quel motore si mise in moto con una forte rivoluzione, quella
reganiana, che sapendo miscelare bene una spinta neokeynesiana e
una spinta neoliberista, fece una fortissima iniezione di capitale
pubblico per sostenere l’innovazione e la ricerca. Allora la scusa
formale fu lo scudo stellare e il confronto con l’Unione Sovietica e il
dominio dei cieli, degli spazi. E poi fece una fortissima operazione di
destrutturazione e deregolamentazione della società e del mercato del
lavoro americano, affrontando anche momenti di difficilissima
tensione e confronto sociale. Ricordiamo tutti lo sciopero dei
controllori di volo. E ricordiamo anche tutti come quegli anni la
politica economica americana fu largamente dileggiata in tutto il
mondo, e soprattutto nel nostro paese. Soprattutto in quella parte del
cosiddetto fiscal drag, che sembra una scommessa irraggiungibile, che
però ha rappresentato il cambiamento di volta fondamentale nel modo
in cui gli americani hanno messo in moto la loro economia,
producendo un tasso di crescita straordinario per loro stessi e per tutti
quanti gli altri.
Certo, ci sono state tante distorsioni, nessun modello è
replicabile. Anche lì ci sono stati forti squilibri nel modo in cui questa
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torta è cresciuta e soprattutto si è distribuita. Ma sta di fatto che
un’economia che allora aveva un tasso di disoccupazione molto forte,
viveva una vera e propria crisi esistenziale, era completamente
spiazzata sul piano della concorrenza internazionale, era mortificata
nella propria capacità di progettare il suo futuro. Erano gli anni in cui i
giapponesi compravano interi pezzi degli Stati Uniti. Rockfeller
Center in mano alle corporation giapponesi. Due terzi di Lo Angeles
e di San Francisco comprati dai giapponesi. In quegli anni gli
americani rilanciarono con forza la loro competitività. In questo
modo, e investendo in maniera drammatica sull’università e
rimettendo la loro università in testa nella qualità delle università
mondiali, superando quei giapponesi che avevano fatto proprio della
sfida sull’università e sulla ricerca e sulla velocità di reazione e
sull’innovazione, il loro modello di sviluppo del decennio precedente.
Grazie a loro siamo cresciuti per vent’anni.
Oggi l’amministrazione Bush rimette in moto una manovra
molto simile. Non ha molto di più da deregolamentare nella più aperta
e dinamica delle società a livello di struttura sociale. Non ha molto più
flessibilità da fare in quello che è il più flessibile dei mercati del
lavoro al mondo. Ma sta nuovamente intervenendo con una forte
riduzione di pressione fiscale in quel paese che ha i più bassi tassi di
pressione fiscale sul reddito d’impresa dei paesi occidentali. E
nuovamente con una manovra formidabile di iniezione di risorse
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pubbliche per sostenere ricerca e investimenti.
Allora lo scudo stellare; oggi la difesa e la sicurezza. Ma la
partita è la stessa. Ci riusciranno, non ci riusciranno. Sta di fatto che
questa è la carta che oggi l’economia americana sta portando in essere.
Si stanno chiedendo con grande serietà se può reggersi un
modello di economia terziaria senza recuperare una forte vocazione
manifatturiera. E proprio la dinamica della fortissima crescita della
produttività rispetto ad un’insufficiente crescita dell’occupazione,
porta
con
grande
pressione
questo
tema
sul
tavolo
dell’amministrazione americana. Ma sta di fatto che noi avremo a che
fare con un concorrente che sulla partita alta della creazione del valore
produce veramente ricerca e innovazione. Lo fa con massa critica
formidabile, lo fa anche a costi molto bassi. Piaccia o non piaccia noi
avremo da fare i conti con un dollaro basso, volutamente tenuto basso
per i prossimi anni perché l’amministrazione americana ha bisogno di
riequilibrare il deficit della bilancia commerciale oggi che crea una
straordinaria quantità di deficit pubblico. Che possono sostenere
perché hanno un tasso di indebitamente complessivamente più
modesto del nostro, rispetto al loro prodotto interno lordo, ma
comunque il dollaro è e sarà basso ancora per parecchio tempo.
Dall’altro lato noi siamo esposti ad una concorrenza altrettanto
temibile. La concorrenza dei paesi emergenti, e soprattutto del far east
station, che hanno prodotti di qualità e tecnologie crescenti. Quindi
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nessuno si illuda che è gente che ha l’anello al naso. Chi conosce il
mercato cinese sa che già da venti, venticinque anni i cinesi comprano
solo il meglio della tecnologia che c’è. E molta di quella tecnologia
gliel’hanno data gli italiani. Poi dirò perché e come gli italiani su
queste cose sono bravi e competitivi. È però una concorrenza temibile
perché si basa su costi sociali ed ambientali molto più bassi.
Noi siamo al centro. Noi europei siamo al centro. Chiusi in
quella trappola strategica che io cerco di raffigurare in maniera più
simbolica, in una sorta di gabbia dorata nella quale ci siamo chiusi e
della quale corriamo il rischio di perdere la chiave. Che è la struttura
attuale della dimensione del mercato europeo e della politica
economica europea come l’abbiamo disegnata, da Maastricht in poi.
Siamo al centro, in questa trappola strategica, attaccata dall’alto
dagli americani, prodotti di grande qualità e soprattutto di grande
innovazione, della vera innovazione, con una politica di dollaro basso.
Attaccati invece dal basso da chi ha qualità e tecnologie crescenti, ma
costi evidentemente più bassi. Noi siamo al centro. Tutti soddisfatti e
compiaciuti dei livelli di crescita e di sviluppo e di benessere che
abbiamo raggiunto. Tutti incapaci di rispondere ai nuovi bisogni e le
nuove emarginazioni che nel f frattempo una società opulenta come la
nostra ha determinato. E soprattutto incapaci di svegliarci e metterci a
correre sul serio per disegnare un percorso di sviluppo che ci consenta
di far crescere ulteriormente la ricchezza, innanzitutto la competitività
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della nostra area economica, e mettere in moto un processo che possa
davvero ridarci la capacità di correre in proprio sui mercati. Che serve
non solo per garantire la tenuta dell’Europa che c’è, serve soprattutto
per garantire la tenuta dell’Europa che noi vogliamo creare davanti a
noi.
Perché questa trappola strategica è una trappola così
complicata? Lo è perché in realtà noi abbiamo perso tutti gli strumenti
con i quali possiamo rispondere alla partita che è in campo. Da un lato
la banca centrale ha come missione fondamentale, ed unica, la difesa
dell’inflazione. La
(Fedi?) invece ha anche quella della crescita
dell’economia.
Dall’altro lato, noi non abbiamo più lo strumento (lo ha
ricordato molto bene il ministro Tremonti) del deficit spendine. E non
abbiamo neanche più lo strumento del cambio competitivo. Quindi
siamo costretti, per fortuna, ad affrontare quel processo di riforme
economiche e sociali necessarie per ridare competitività all’Europa.
Qui c’è un tema fondamentale. Noi abbiamo costruito l’Europa
partendo dalla moneta. Sappiamo tutti le nobili e importanti ragioni di
politica e di strategia che hanno portato a questa scelta. E il più grande
dividendo di questa scelta è la pace che noi stiamo costruendo e
consolidando in un continente che per la prima volta, da quando
esiste, gode di un periodo di pace straordinariamente lungo. E
lavoriamo tutti perché questa pace sia ancora più forte e più lunga nel
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futuro.
Ma la moneta è l’ultima delle cose che si mettono insieme in un
processo di unificazione che richiede, invece, dal punto di vista
politico ed istituzionale, un percorso sul quale oggi l’Europa ancora
stenta ad andare avanti con la velocità e l’intensità necessaria.
E c’è un working process importante, complesso. I lavori della
convenzione e la loro difficoltà lo testimoniano. Ma c’è un tema
importante sul quale bisogna fin da oggi, nel frattempo che si
costruisce una maggiore coesione di valori e di ideali politici in
Europa, e un maggior rafforzamento istituzionale dell’Europa, occorre
dare una risposta immediata.
Chi si cura della competitività in Europa? Qual è lo strumento
politico che a livello europeo presidia quelle scelte di politica
economica necessarie per rilanciare la strategia di sviluppo, e
soprattutto le politiche industriali di un’Europa che ancora oggi è
inadempiente rispetto a quei programmi dell’Europa del ’92 di Delor,
delle liberalizzazioni, delle trasparenze, della competitività dei servizi,
che risulta ancora oggi largamente incompleta.
Questa è la situazione difficile, complessa, rispetto alla quale
ognuno di noi deve misurarci. Ma questo ci dà anche il quadro della
dimensione del problema che dobbiamo affrontare in termini di
riposizionamento strategico.
Quando noi parliamo, ad esempio, del ritardo della ricerca e
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dell’innovazione dell’Italia, e pensiamo che tutto il problema si possa
risolvere nella polemica che molto spesso ha diviso noi, e in
particolare la Cgil. Lo ricordava prima Epifani anche in maniera molto
garbata, ma comunque ferma nel suo intervento di prima. Se si debba
o meno intervenire sul fronte della qualità e della tecnologia, o
piuttosto sul fronte dei costi e della flessibilità. Ritenendo sufficienti i
costi e la flessibilità che esistevano nel mercato del lavoro italiano
prima della riforma Biagi, invece insufficiente la qualità e la
tecnologia.
Il problema del ritardo tecnologico del nostro paese si lega al
problema del ritardo tecnologico dell’Europa. Gli Stati Uniti hanno
investito nel 2001 circa 300 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo e
hanno prodotto 300 brevetti per milione di abitanti. L’Europa dei
Quindici ha investito solamente 180 miliardi di dollari e hannO
prodotto non più di 80 brevetti per milione di abitanti. C’è un
differenziale enorme in termini di massa critica di risorse investite sul
fronte della ricerca e dello sviluppo. E c’è anche un differenziale
enorme in termini di output misurabile in brevetti, in reale
innovazione.
L’Italia non è seconda a nessuno. Anzi, è invidiata nel mondo
per la capacità di applicare, inventare realizzare piccole innovazioni
che rendono comunque possibile al made in Italy essere ancora oggi
uno dei punti di riferimento forti a livello internazionale. Ma resta
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indietro, così come resta indietro il resto dell’economia europea, nella
capacità di creazione di prodotti ad alto contenuto di tecnologia che
rappresentano un vantaggio sostenibile nel lungo periodo.
Se noi non capiamo che questa
è la partita in gioco, non
possiamo poi nel concreto, quand’anche avessimo i soldi e la voglia di
fare più innovazione e più ricerca, comprendere su quale terreno in
quale modo farla davvero quest’innovazione e questa ricerca.
Allora oggi il mondo si divide (e questo noi lo dicevamo dai
Giovani imprenditori di tanti anni fa) non più fra chi ha le materie
prime e chi invece le trasforma. Non più fra chi ha delle competenze e
chi ne ha delle altre. Ma fra chi produce l’innovazione e la vende, e
chi invece compra l’innovazione e l’applica.
Non c’è dubbio che la più gran parte di valore aggiunto e di
ricchezza è fra i primi, mentre sono sempre costretti a un
inseguimento continuo i secondi. Perché non dimentichiamo che
l’innovazione di oggi, la nicchia di oggi, è destinata a diventare
commodities domani. E solamente se c’è un break trough veramente
forte può diventarlo dopodomani, ma quest’inseguimento è inesorabile
è continuo e la molla del progresso scientifico tecnologico, è la molla
del progresso competitivo, è la molla del progresso economico e
sociale.
Se in questo quadro la società americana è riuscita a recuperare
una posizione di leadership forte, lo ha fatto grazie alla possibilità di
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investire grandi risorse pubbliche sul fronte dell’innovazione di base.
Guidata soprattutto dalla difesa. Lo ha fatto perché è riuscita a
incamerare grandissimi tassi di aumento di produttività, perché è una
società aperta. È una società flessibile. Una società che diversamente
da quella italiana e dalla più gran parte delle società dell’Europa
continentale, non è bloccata da quei giochi corporativi che rendono
molto spesso impossibile anche sul piano politico quell’esercizio
importante di riforme che sono necessarie se si vuole davvero portare
avanti la frontiera della competitività.
L’Inghilterra di Thatcher, che fece a suo tempo anch’essa una
rivoluzione simile a quella reganiana, è un’Inghilterra che sfidò il
consenso sociale. In un paese che aveva, insieme con il nostro, il più
alto tasso di conflittualità sindacale. Reagan fece lo sciopero dei
controllori di volo che durò qualche giorno. La Thatcher fece lo
sciopero dei minatori che durò qualche mese. Ma grazie a quella
rivoluzione l’Inghilterra è riuscita a riposizionarsi a livello
internazionale, diventando leader in un’area di mercato: i servizi
finanziari e i servizi sulle utilities, che ormai è da loro occupata,
saldamente presidiata. E loro, diversamente dal resto dell’Europa
continentale, sono riusciti ad accrescere in maniera significativa il loro
tasso di crescita, di occupazione e di competitività. Tant’è che ancora
oggi rappresentano, insieme agli Stati Uniti, una grande eccezione al
panorama dell’Europa continentale col quale ci misuriamo.
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Se questo è il quadro, non è solamente proponendo alcune
ricette nostrane che noi riusciamo a riposizionarci in questo contesto.
Innanzitutto noi siamo strettamente integrati in un’Europa, molto più
di prima e molto più indissolubilmente che mai. Se fino a qualche
anno fa, prima di Maastricht, le debolezze dei francesi e dei tedeschi
potevano essere un vantaggio reattivo per noi, perché eravamo tutti in
concorrenza gli uni con gli altri, oggi invece siamo tutti legati allo
stesso destino e abbiamo bisogno tutti di darci una strategia di crescita
e di riforme competitive forti, perché il loro successo è il nostro e
viceversa.
Naturalmente in questo quadro restano gli egoismi, le difese, gli
interessi nazionali. E molto spesso i nostri grandi fratelli europei sono
abili, duri, determinati nel difendere anche i loro piccolissimi vantaggi
competitivi. Quindi anche noi dobbiamo essere in grado, in questo
quadro, di saper giocare bene le nostre carte.
E io credo che di carte l’Italia ne abbia tante. Perché, a
differenza degli altri paesi, l’Italia ha quel tasso di imprenditorialità,
quella capacità di mettere in moto energie vitali nell’impresa, che
rappresenta la vera grande differenza in termini di asset competitivi
fra noi e gli altri paesi.
L’economia francese dipende prevalentemente da un’economia
agroindustriale
largamente
sussidiata
a
livello
Europa.
Da
liberalizzazioni ancora tutte da fare, ma che prima o poi dovranno
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essere fatte, quindi settori protetti con monopoli pubblici forti.
Grandissimo intervento dello stato nell’economia. Certo, dispongono
di un ceto amministrativo che molto spesso noi prendiamo a
riferimento per la sua efficienza, per la sua professionalità. Ma ha un
grandissimo deficit d’imprenditorialità.
È vero quello che diceva prima Tremonti. Loro guardano noi
con invidia perché invidiano il tasso d’imprenditorialità dell’Italia. La
Germania, dall’altro lato, è un paese oggi che vive una grandissima
crisi dal punto di vista di identità, di fiducia. I tedeschi hanno perso il
dio marco e non gli piace il signor euro. E in questo momento hanno
sconcerto, sono preoccupati, sono spaventati. Quindi risparmiano, non
investono, non spendono e segnano il passo. Ma è un’economia –
attenzione – fortemente competitiva perché ha dietro di sé una
capacità sistemica potente. E che appena riparte un ciclo positivo sarà
in grado sicuramente di essere un fortissimo concorrente.
Noi cosa dobbiamo fare? Come possiamo muoverci? Io credo
che è proprio qui il punto di svolta rispetto al quale dobbiamo
ragionare. Non è vero che l’Italia ha perso, nel quadro della
competizione internazionale, carte importanti da giocare. Anzi, oggi
più che mai si aprono delle prospettive forti.
Innanzitutto l’allargamento ad Est ci porterà un sacco di
problemi, ma ci porta sicuramente una grande, grandissima
opportunità. Noi siamo al centro di un nuovo grande mercato che si
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apre in maniera significativa con un’Italia che non è più ai confini
della vecchia Europa dei Quindici, ma è al centro della nuova grande
Europa dei Venticinque. E ci ritroviamo al centro di un Mediterraneo
che diventa nuovamente, dopo cinque secoli, l’area di crescente
sviluppo del traffico commerciale fra l’Europa e il far east station.
Perché tutti il traffico di transito attraverso Suez e il Mediterraneo
cresce in termini di quote di mercato rispetto a tutte le altre realtà
dell’Atlantico.
Noi quindi abbiamo la possibilità di essere davvero lo snodo di
collegamento strategico fra questo nuovo grande mercato europeo e il
mercato del far east station. Ma possiamo giocare questa carta di
riposizionamento anche nell’attrazione degli investimenti, anche nella
capacità di diventare dal punto di vista non solo della logistica, ma
anche del posizionamento competitivo, un asset importante, se
facciamo delle cose serie. Ma le dobbiamo fare subito perché nel
frattempo anche gli altri paesi del Mediterraneo individuano la stessa
opportunità e cercano di coprire la stessa carta.
Abbiamo bisogno davvero di farle le infrastrutture che rendono
integrato il nostro sistema alla logistica. Abbiamo davvero bisogno di
recuperare competitività in termini di pressione fiscale. Abbiamo
davvero bisogno di disegnare un modello di sviluppo che sia
sostenibile e che sia condiviso.
Ed è proprio qui che, a mio modo di vedere, cade la qualità del
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dibattito politico ed economico italiano. Perché a mio modo di vedere
non
è
ancora
sufficientemente
condivisa,
non
è
ancora
sufficientemente chiara l’opzione di sviluppo che l’Italia ha davanti a
sé. E devo dire che il dibattito anche di queste ore, di questa
giornata,lo dimostra in maniera molto chiara.
L’Italia cosa vuole essere? Noi l’idea ce l’avremmo chiara.
L’abbiamo proposta, la dibattiamo. La Confindustria parla del ritardo
competitivo del nostro paese da tanto tempo. Non accetta
genericamente l’idea di un declino perché non solo non ci piace
rassegnarci a un’idea di un paese che vada giù, ma soprattutto perché
noi siamo convinti che disponiamo che di grandi energie e di grandi
possibilità di fare. Ma dobbiamo avere chiaro un modello di sviluppo.
Noi non possiamo essere un paese che prescinde dalla sua
grande tradizione di paese trasformatore industriale manifatturiero
forte. Noi dobbiamo essere molto chiari su questo punto. Se qualcuno
pensa che l’Italia sia un paese che possa fare un po’ di speck
affumicato, un po’ di formaggi di nicchia e tanta distribuzione per
venderli, non è proprio così. Noi siamo, al contrario, un paese che ha
un motore industriale forte, che può sviluppare tutta una serie di
fortissime diversificazioni in termini di terziario avanzato, che è
avanzato solo se c’è un motore industriale forte. Grande paese che
importa materie prime, le trasforma e le rimette nel mondo. Che
dipende dal commercio internazionale più degli altri grandi paesi
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europei. E che ha una straordinaria capacità di competitività sul piano
proprio manifatturiero, che deve essere ulteriormente rafforzata ed
cresciuta, anche grazie a questo nuovo posizionamento che noi
possiamo recuperare.
Ma se allora questo è vero, noi non possiamo prescindere dal
fatto che 1) bisogna essere competitivi da oggi in termini di costi, in
termini di prelievo fiscale, in termini di flessibilità del mercato del
lavoro. In termini di capacità davvero di mettere in moto le leve con le
quali si sopravvive e soprattutto si vince la sfida sui mercati minuto
dopo minuto. E 2) dobbiamo soprattutto investire per riposizionarci
nella fascia alta.
Lisbona ha stabilito qual è la strategia virtualmente corretta di
un continente europeo che vuole essere competitivo. Si è data non solo
dei parametri qualitativi, ma anche quantitativi. Investire il 3% di PIL
entro il 2010 in ricerca e sviluppa. Avere almeno il 70% di
popolazione attiva che lavora. Sono due target di quantità impegnativi
sui quali siamo tutti – i paesi europei – largamente in ritardo.
Rispetto a questa opzione di sviluppo che è un’opzione, a mio
modo di vedere, molto chiara, molto precisa, stringente, e sulla quale
noi abbiamo buone possibilità di fare dei passi in avanti, non ci sono
alternative se non fare le riforme strutturali vere che abbiamo
condiviso. Alcune delle quali, per fortuna, finalmente abbiamo
incominciato a realizzare. Ma sulla cui strada, soprattutto sulla strada
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delle prossime riforme, stiamo incominciando ad avvertire un po’
troppo incertezze. E soprattutto tempi non adeguati rispetto
all’intensità della partita competitiva.
Io giudico molto importante il fatto che, ad esempio, nel corso
degli ultimi 24 mesi, con le forze sindacali la Confindustria abbia
potuto stabilire un dialogo così forte, così autentico, da portare nel
giro di meno di due anni una riforma del mercato del lavoro così
radicale da essere (non so chi lo ricordava prima) citata persino da
Giuliano Amato, col quale avevo condiviso l’ultimo anno di sua
legislatura e il primo di mia presidenza. Avevamo discusso ma senza
avere poi la possibilità di realizzare.
Questo è stato reso possibile grazie a un confronto duro,
difficile, ma produttivo con le forze sindacali. Che ci ha portato poi
anche in tempi più recenti a condividere anche con la Cgil quel
documento sulla competitività nel quale indichiamo le priorità e molto
spesso anche le risorse alle quali fare riferimento per mettere in moto
un processo di sviluppo che abbia queste caratteristiche.
Io credo che proprio quel clima e quella serietà di confronto
sindacale, fatto di confronto duro ma costruttivo, si debba anche
lavorare per fare le altre riforme che sono davanti a noi. E cercando
anche di essere molto chiari. Non illudendoci che si possono fare
riforme difficili con il consenso di tutti. Ci sono delle riforme che
devono essere fatte anche sapendosi assumere delle responsabilità nei
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riguardi non solo della propria constituency, dei propri rappresentanti.
Ma soprattutto nei riguardi di quelli che rappresentano, che sono tutti
quelli che, e parlo per noi come parlo degli altri, non sono
direttamente titolari della loro tessera o della loro quota d’iscrizione
nelle nostre associazioni, ma sono davvero i destinatari del processori
sviluppo e di rilancio del nostro paese.
Scusate ma chi li rappresenta i giovani in questo paese? Quando
noi facemmo questo convegno diciotto anni fa, ci ponemmo proprio
questo punto: dare voce non solo ai giovani industriali, ma ai giovani
d’Italia. Ma chi pensa ai giovani, agli esclusi di quest’Italia?
Questa riforma delle pensioni è vitale per tante ragioni. Alcune
sulle quali tutti quanti sembra che si disturbano a parlarne. Tutti
pensano che far cassa sia una brutta cosa. Però poi bisognerà capire
come si reperiscono i soldi per fare gli investimenti sullo sviluppo, gli
investimenti in equità. Gli investimenti in competitività. a dall’altro
lato, prima e più ancora di questo c’è un problema fondamentale di
equità sociale e generazionale nel nostro paese. Noi stiamo
condannando, senza fare la riforma delle pensioni, i nostri giovani a
lavorare per pagare la pensione dei loro padri. E noi senza una riforma
delle pensioni seria, condanneremo i nostri lavoratori a rischiare di
non avere la pensione per la quale stanno lavorando oggi.
Su un tema come questo non ci sono scioperi da fare, c’è un
confronto serio da attivare. E non c’è da discutere se la riforma vada
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fatta o non vada fatta. C’è piuttosto a ragionare se si fa in un modo e
se si fa in un altro modo. E sicuramente nel modo in cui questa
riforma si disegna ci possono essere tante strade. Ma a questo punto
c’è anche un ragionamento molto semplice che io vorrei porre. Ed è
un ragionamento concreto che ci porta direttamente al dibattito più
quotidiano.
Noi abbiamo davanti una finanziaria. Una finanziaria che come
ho avuto modo di dire ieri in audizione al parlamento, è una
finanziaria che va letta insieme a tutti gli altri strumenti che di fatto la
contornano, e innanzitutto la riforma delle pensioni.
Io davvero credo che la riforma delle pensioni, di cui ha parlato
Berlusconi, finalmente per televisione qualche giorno fa, assumendo
in maniera molto forte una posizione del governo, impegnando il
governo a fare una riforma strutturale, sia una cosa importante. Perché
è una riforma che più e meglio di tante altre riforme che nel frattempo
in Europa si stanno disegnando, dal 2008 in poi mette, di fatto, in
condizioni di sostenibilità consolo economico finanziaria, ma
soprattutto sociale e generazionale, il sistema pensionistico italiano.
Certo, poi c’è un problema di cosa succede da oggi al 2008. E su
questo abbiamo punti di vista diversi. Noi riteniamo, ad esempio, che
partire dal 2008 sia tardi, non solo perché il problema noto oggi si può
affrontare sin da subito, ed è doveroso affrontarlo fin da subito. Ma
soprattutto perché – qui lo dico in particolare ai miei amici del
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sindacato – l’alternativa ad una riforma delle pensioni che da subito
generi anche risorse per investire in sviluppo, occupazione,
competitività, è poi trovare delle strade diverse che sono tutt’altro che
piacevoli ed accettabile, come ad esempio quella del condono edilizio.
Allora è meglio far finta di non vedere in condono edilizio reso
necessario dalla ristrettezza della cassa, che però rappresenta un
problema molto serio sul piano della lotta al sommerso, dell’equità dei
lavoratori che ci lavorano dentro, delle tanti morti sul lavoro che si
verificano nei cantieri abusivi e che poi vengono riportate nelle
classifiche ufficiali a danno di tutto il sistema produttivo. O piuttosto
affrontare e parlare seriamente da subito di una riforma delle pensioni
che affronti in maniera più responsabile e consapevole un problema
noto da oggi?
Questi sono temi seri, rispetto ai quali la maturità di un dibattito
politico e sociale ha il dovere di confrontarsi.
Così come dico all’amico Fassino, scusami, e lo dico non per
ragioni polemiche, lo capisci subito, noi riteniamo e abbiamo
contestato in maniera ferma le oscillazioni e le incertezze della
maggioranza sulla strada delle riforme, soprattutto nel corso degli
ultimi sei mesi. È per questo che riteniamo che la presa di campo di
Berlusconi sia molto importante, perché riprende un attimo le redini di
una maggioranza che sembrava avesse perso un attimo – anzi, più che
un attimo – quella coesione su un programma di riforme importanti.
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Che pure noi abbiamo condiviso: la riforma del mercato del lavoro, la
riforma del diritto societario, la riforma della scuola.
Però questo gioco di incertezza all’interno della maggioranza è
reso anche più facile da un’opposizione che non riesce ancora oggi a
qualificare opzioni alternative. Non è la strada, anche nel dibattito di
prima, dice la strada qual è? quella di aumentare le tasse? Quali tasse?
Le tassi sulle persone fisiche? Le trasse sulle persone giuridiche?
Come si reperiscono le risorse da oggi per fare gli investimenti in
equità sociale e competitività di cui il paese ha bisogno? Lo facciamo
facendo una riduzione seria della spesa corrente?
Non ho mai visto un paese che faccia, a destra o a sinistra, una
riduzione della spesa corrente. Perché questo vuol dire, molto spesso,
affrontare problemi di tagli di personale nello Stato e negli apparati
pubblici che nessuno è in grado di fare.
Lo facciamo facendo riforme strutturali come quelle delle
pensioni? Allora non si tratta di ritardare lo scalino del 2008, ma
piuttosto di anticiparlo. Lo facciamo facendo i condoni che non
piacciono a nessuno? A me per primo. Ma che poi rappresentano la
strada sulla quale alla fine, in Italia, tutti finiscono per fare un
compromesso?
Le riforme strutturali sono l’imperativo categorico. E la maturità
di un dibattito politico, a destra così come a sinistra, non può
prescindere dall’assunzione di responsabilità condivise. E fare
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squadra, quello che dicevano i Giovani Imprenditori, quello che
ricordava prima anche il ministro Tremonti, è un imperativo in un
momento in cui noi ci giochiamo davvero le possibilità di mettere in
campo il meglio del paese per rilanciare la nostra competitività.
Ma fare squadra vuol dire anche sapersi ascoltare, saper
dialogare e saper ragionare insieme.
Io non voglio entrare in ulteriori commenti e approfondimenti,
perché credo che le cose dette in questi due giorni siano molto
importanti. Poi c’è l’intervento di Anna Maria Artoni. Ma voglio però
ribadire con grandissima fermezza tre concetti fondamentali.
Il primo. Gli imprenditori italiani sono consapevoli della
complessità della partita che hanno davanti a sé. Sono orgogliosi di
esseri imprenditori italiani che vivono e si confrontano con i mercati.
E quelli che non sono in grado di farlo devono essere consapevoli e
devono essere consapevolmente avvertiti che rischiano la loro
pellaccia, perché il mercato non fa più prigionieri. Quindi è bene che
ognuno di noi faccia al meglio il suo mestiere, sappia investire, sappia
crescere, sappia rendersi più competitivo.
Ma
nel
frattempo
noi
abbiamo
bisogno
di
sostenere
coerentemente una politica di modernizzazione del paese che molto
spesso imporrà anche a noi dei costi e dei sacrifici difficili. Rinunciare
a piccoli vantaggi, rinunciare a piccole rendite di posizione, rinunciare
a piccoli favori, ma ci dà in cambio il dividendo i un paese più forte e
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più competitivo.
Terzo. La vera grande partita che noi abbiamo davanti è quella
di rendere il nostro paese un grande giocatore di un’Europa che si
pone nuovamente il tema della crescita, dello sviluppo e della
competitività.
Noi abbiamo bisogno con forza di saper dare ai nostri interessi
nazionali risposte europee. Ma abbiamo bisogno anche di disegnare
un’Europa che sappia essere un’Europa accogliente di investimenti,
capace di garantire la competitività. Un’Europa che metta nuovamente
al centro delle sue strategie la crescita, lo sviluppo, la creazione di
nuove ricchezze.
Io credo che questo sia più di tutti il grande problema che
dobbiamo saper affrontare. E questo problema un paese come il
nostro, che è stato un grande paese fondatore di quest’Europa, può
contribuire a risolverlo soprattutto facendo con rigore e con serietà il
suo percorso e avendo l’autorevolezza, la spinta, la forza per portare
sul tavolo europeo ricette e soluzioni difficili ma assolutamente
necessarie.
È questa strada, una strada impegnativa, quella che deve
contraddistinguere
il
percorso
dei
prossimi
mesi,
con
una
fondamentale però avvertenza. Noi non abbiamo veramente più
tempo.
Se qualcheduno pensa che la ripresa internazionale, che pure si
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sta incominciando a disegnare, possa risolvere da sola i problemi del
nostro prodotto interno lordo, della nostra finanza pubblica, del nostro
rapporto deficit Pil, si sbaglia di grosso. Perché la ripresa che gi si sta
rimettendo in moto negli Stati Uniti, che già trova diversi trimestri di
forte consolidamento nel Giappone, dopo lunghissimo periodo di
stagnazione e di grandissima crisi economica. Che trova soprattutto
nel far east station un grande protagonista. È una ripresa che salta a
pie’ pari tutta l’Europa e ricongiunge direttamente gli Stati Uniti con
quei paesi e con quei mercati.
Io non so chi fosse il banchiere inglese col quale parlava Letta in
termini di priorità degli investimenti. Io so comunque che oggi noi
abbiamo, se facciamo le cose giuste, la possibilità di rimetterci
seriamente sul piano dell’attrazione degli investimenti internazionali.
La prima volta dopo tanti decenni. Questo è un paese che le
multinazionali le ha cacciate con le molotov, se ce lo ricordiamo.
Negli anni ’60 eravamo fra i primi ad attrarre i grandi investimenti
americani. Negli anni ’70 e negli anni ’80 li abbiamo cacciati tutti.
Negli anni ’90 non abbiamo saputo far niente per attrarli. Ed eravamo
diventati marginali in un’Europa che si era ormai chiusa nella sua
struttura dei paesi dei quindici.
Oggi ritorniamo ad essere, dal punto di vista della geografia
economica, centrale. Se facciamo le cose giuste possiamo diventare
anche attrattivi. Ma nel frattempo la gente va ad investire in Polonia,
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va ad investire in Russia, va ad investire in altre aree e non viene più
ad investire in quest’Europa. Allora il problema è del nostro paese. Il
problema è di quest’Europa. E noi non abbiamo mica tempo, perché
nel frattempo gli altri si attrezzano.
Allora la stabilità, di cui si è parlato a lungo, è una condizione
necessaria, ma non sufficiente per fare le cose necessarie. Noi
abbiamo bisogno di stabilità, ma soprattutto di buon governo, E il
buon governo si fa facendo scelte, prendendo decisioni, e prendendole
nei tempi che l’economia e i mercati impongono, se vogliamo
garantire sviluppo, occupazione e prospettive soprattutto ai nostri
giovani.
Grazie (APPLAUSI).
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Intervento Antonio D`Amato - Giovani Imprenditori di Confindustria